lunedì 26 aprile 2010

Mense, 5mila famiglie non in regola

Corriere della Sera

Moioli: «Ma non negheremmo mai il cibo ai bambini». Carrubba: ci sono i furbi, ma anche famiglie in difficoltà

MILANO - Sono circa cinquemila le famiglie milanesi non in regola con il pagamento delle rette della refezione scolastica. Lo ha reso noto Michele Carrubba, presidente di Milano Ristorazione, società del Comune che ogni giorno serve più di 70mila pasti nelle scuole del capoluogo lombardo, dai nidi alle medie inferiori. «Tra chi non paga ci sono sicuramente dei furbi, ma anche famiglie in difficoltà economica - ha detto Carrubba, nell'ambito di una conferenza stampa dedicata alle presentazione di uno studio sulle abitudini alimentari. «Sollecitiamo le famiglie a versare quanto dovuto ma non negheremmo mai un piatto di pasta al bambini», ha ribadito Mariolina Moioli, assessore alla Scuola del Comune di Milano. Moioli, ha poi ricordato che il Comune ha portato da circa 700 a 7000 negli ultimi anni il numero delle famiglie che usufruiscono in maniera gratuita del servizio. «Veniamo incontro alle famiglie accogliendo la documentazione che testimoni lo stato di difficoltà economica anche fuori dai tempi previsti per la presentazione - ha detto ancora l'assessore - ma perseguiamo in modo deciso i genitori che si comportano in maniera irresponsabile».



LE CRITICHE - Riguardo le critiche che nei giorni alcuni genitori hanno rivolto alla qualità del servizio mensa offerto da Milano Ristorazione, denunciando ai mezzi d'informazione l'uso di prodotti scadenti, Moioli ha dichiarato: «Capita che la cronaca dia grande attenzione a fatti episodici che esasperano alcune situazioni critiche in una quotidianità fatta di eccellenza, che io stessa ho potuto constatare andando a mangiare alle mense» (fonte: Ansa).


26 aprile 2010






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Il lungo «fiume» ghiacciato

Corriere della Sera

Scoperta in Antartide una corrente sottomarina con un volume di 40 volte superiore al Rio delle Amazzoni

il flusso ha un ruolo chiave nella circolazione delle acque oceaniche

Il lungo «fiume» ghiacciato



MILANO – Un fiume di acqua freddissima, che sfiora la temperatura di 0,2 gradi, scorre nella zona dell’Antartide, sotto i mari già freddi, per poi spingersi verso il nord, alla velocità di 20 centimetri al secondo: è l’ultima scoperta di un pool di scienziati giapponesi e australiani, guidati dal ricercatore Yasushi Fukamachi dell'Universita di Hokkaido.

UN FORTE IMPATTO - Secondo lo studio, pubblicato su Nature Geoscience, la portata di questo potente getto d’acqua è di 12 milioni di metri cubi al secondo. Una massa d’acqua tale da poter esercitare addirittura un forte impatto sul clima. In questo modo agisce, per esempio, la corrente del Golfo, che portando l’acqua calda verso le coste atlantiche dell’Europa mitiga i climi delle nazioni che si affacciano sull’Oceano. La corrente antartica si muove in senso orario, attraversando il Mare di Weddel, la Baia di Prydz, la Terra di Adelie e il Mare di Ross. Secondo Steve Rintointoul, dell’Antarctic Climate and Ecosystems Cooperative Research Center di Hobart, si potrebbe trattare della corrente sottomarina più fredda e profonda mai individuata: «Una valanga d’acqua salatissima e ricca d’ossigeno che scende in profondità nell’area antartica e si indirizza verso nord, intorno al Kerguelen Plateau, nell’Oceano Indiano meridionale».

CIRCOLAZIONE CAPOVOLTA – Il gelido fiume d’acqua in questione è la più poderosa corrente antartica mai individuata e potrebbe far parte di un sistema di flussi d’acqua che riguarda tutti gli Oceani e che è stato denominato sistema di circolazione capovolta, meglio noto come overturning: l’acqua fredda spostandosi e riscaldandosi tende a salire verso la superficie e nella risalita trascina con sé una grande quantità di sostanze nutritive, favorendo la produttività biologica. I ricercatori si sono serviti di apparecchiature molto sofisticate e hanno monitorato le acque per due anni a una profondità di circa quattro chilometri e mezzo, osservandone in particolare la salinità e la temperatura, che sono gli indicatori della densità.

Emanuela Di Pasqua
26 aprile 2010



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Archiviata la denuncia di diffamazione di Moshe Lerner contro il figlio Gad

Corriere della Sera

Il pm: «Finalità letterario-narrativa. Animo provato da un profondo dolore per un rapporto difficile»

MILANO - Il pm milanese Mannella ha disposto l'archiviazione della denuncia per diffamazione presentata da Moshe Lerner nei confronti del figlio, il giornalista Gad. La «terminologia molto forte», utilizzata da Gad nel descrivere il padre Moshe nel suo libro Scintille, «scaturisce» da «un profondo dolore causato da una delusione nei confronti della figura paterna» e rientra nel suo diritto a «una libera esposizione di quanto è accaduto nella sfera della sua vita familiare», scrive il pm Letizia Mannella nel provvedimento.

«DIRITTO DI CRITICA» - Nella sua denuncia, relativa ad alcuni passaggi del libro uscito nel novembre 2009, Moshe Lerner accusava il figlio di aver scritto «affermazioni minanti» la sua «onorabilità», sia «come padre sia come figura che ha svolto nel passato ruoli di notevole importanza nel commercio estero e nelle relazioni pubbliche». Nella querela il padre contestava a figlio Gad espressioni come «viveur cosmopolita» e «apolide che stenta a riconoscersi». Il pm, pur riconoscendo che Lerner ha usato nei confronti del padre «modalità espressive forti, sgradevoli e a tratti inconsuete rispetto alle comuni modalità con cui ci si rivolge ai propri genitori», spiega che «la relazione tra autore e querelante» è «difficoltosa fin dai primi anni di vita» del giornalista. Ciò che lui ha scritto, secondo il magistrato, «è una concretizzazione del diritto di critica». Nel diritto di critica rientra, si legge ancora nel provvedimento, «l'utilizzo di una libertà dialettica» che può attuarsi anche con un «linguaggio vivace, ironico, aspro e pungente», Non emerge, dunque, un «intento di screditare con attacchi personali» il padre, ma una «finalità meramente letterario-narrativa, realizzata da un animo provato da un profondo dolore».

Redazione online
26 aprile 2010





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Caiazzo, il primo comune senza sacchetti di plastica

Il Secolo xix

`No plastic bag´, addio ai sacchetti di plastica e via al biodegradabile, nel segno del rispetto dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Sarà Caiazzo, nel casertano, il primo comune in Italia a vietare sul suo territorio l’utilizzo delle buste di plastica, adottando in anticipo rispetto alla legge prevista dal prossimo anno, sacchetti biodegradabili e `compostabili´. La presentazione dell’iniziativa si è svolta oggi a Roma nella sede dell’Anci, dove i rappresentanti del comune di Caiazzo, quelli di Città Slow, di Legambiente e della società produttrice dei sacchetti, Novamont, hanno firmato la `Carta degli impegni´, con la quale le parti intendono garantire la partenza del progetto nel giro di poche settimane e di allargarlo anche ad altri comuni appartenenti alla rete Città Slow. Quest’ultima, presente in 20 Paesi del mondo, è coordinata in Italia proprio dall’assessore di Caiazzo Tommaso Squeglia, e ha fra i suoi obiettivi quello di diffondere una nuova idea di società, più `lenta´ e quindi più rispettosa dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda. L’iniziativa del comune campano è nata da due suoi assessori, Chicherchia (ambiente) e Di Sorbo (attività produttive), ed ha avuto subito l’appoggio del sindaco Stefano Giaquinto.




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Facebook: in home fascista e leghista Ha 21 anni è consigliere

Bergamo, 26 aprile 2010

Sulla sua pagina Facebook c'è tutto: saluto romano, stemmi del disciolto partito nazionale fascista, slogan nostalgici del ventennio, perfino un'immagine della Lombardia tutta nera sulla quale campeggia la scritta 'Fascismo e libertà'. Fosse un privato cittadino, si potrebbe parlare di opinioni. Ma lui è un rappresentante politico: si chiama Iuri Milesi, ha 21 anni, è il neo consigliere comunale della Lega Nord che ha salvato la maggioranza di San Giovanni Bianco dal commissariamento. la vicenda viene raccontata con ampi particolari dal sito www.bergamonews.it.

Sfoggia ideologie estreme. E’ ufficialmente un militante del Carroccio, ma non fa nulla per nascondere simpatie che rimandano al passato. E quando si parla di passato il riferimento è al ventennio fascista.
Le immagini pubblicate sul suo profilo di Facebook sono inequivocabili. Il 21enne, appassionato di soft air, pubblica sulla bacheca anche sue foto completamente agghindato da militare impegnato a mirare, fucile alla mano, dritto nell’obbiettivo. 

Sia chiaro, Milesi è giovane e può sbagliare. Quando però si entra a far parte di un’amministrazione è dovere rappresentare gli interessi di tutti i cittadini. Certe simpatie sono quanto meno scomode. Senza dimenticare che il voto di Milesi a San Giovanni Bianco è decisivo. Se non avesse accettato l’incarico che il sindaco Gerardo Pozzi gli ha affidato (come d’altronde hanno fatto altri tre non eletti nella lista del Carroccio), la maggioranza non avrebbe avuto i numeri per governare.

“Iuri? Non ne so nulla, andrò e vedere le foto e poi giudicherò”. Il sindaco di San Giovanni Bianco Gerardo Pozzi non vuole commentare prima di averle viste. “Per adesso posso dire che è un bravo ragazzo, però non posso commentare le foto perché non le ho viste”. In questo momento però le fotografie pubblicate da Milesi sono l’ultimo dei problemi del primo cittadino. “Siamo in una situazione economicamente difficile. Dobbiamo valutare cosa fare”.

“Non si è mai troppo giovani per imparare a stare al mondo”. Il segretario provinciale della Lega Nord, Cristian Invernizzi, prende le distanze dalle foto pubblicate sul profilo Facebook da Iuri Milesi, giovane consigliere comunale di San Giovanni Bianco. Una ragazzata che potrebbe costare caro al politico in erba e all’amministrazione. “Dal punto di vista personale mi auguro che crescendo capisca di aver fatto una stupidata, è importante capire la storia e non lasciarsi influenzare dalle ideologie. Io prendo assoluta distanza da quello che ha fatto Milesi”.

da bergamonews.it





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Mise la foto con Lavezzi su Facebook Tatuatore fu ucciso per invidia

Corriere del Mezzogiorno

Gianluca Cimminiello freddato da un gruppo di fuoco degli Scissionisti dopo i dissidi con un collega «geloso»

Gianluca Cimminiello

Gianluca Cimminiello

NAPOLI - Una foto con il fuoriclasse argentino Lavezzi pubblicata su Facebook, è stata la ciliegina sulla torta. Fra il tatuatore Gianluca Cimminiello e il suo «amico-rivale», Enzo «il Cubano», c’era un forte sentimento di acredine. Nessuno, però, pensava che si sarebbe arrivati a questo. Il Cubano chiamò in causa la camorra: nel negozio di Cimminiello si presentò un gruppo di tre persone, capeggiato dal cognato di Cesare Pagano (capo degli Scissionisti, ancora latitante) per «avvertirlo» che così non andava. Con quella foto, aveva oltrepassato il segno.

IL RAID - La spedizione fu un fiasco: tornarono tutti a casa dopo averle prese, visto che il tatuatore era anche un esperto di arti marziali. E fu proprio quella la sua colpa più grande, quella di aver picchiato il capo del commando, Vincenzo Noviello, imparentato con «Cesarino», sfuggito recentemente a un blitz di polizia. I carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna, hanno arrestato Vincenzo Russo, capo del gruppo di fuoco che uccise Cimminiello il 2 febbraio scorso.

A scatenare la lite fu proprio la foto pubblicata su Facebook da Cimminiello, che lo ritraeva insieme a Lavezzi, grande appassionato di tatuaggi. La foto che sarebbe era accompagnata anche da un messaggio di critica nei confronti del collega concorrente. Da qui la gelosia, sfociata poi in vendetta, prima col raid punitivo e poi con l’omicidio, scatenato dal pestaggio al rampollo della famiglia criminale egemone a Scampia, messo in atto da un commando che aveva alle spalle Vincenzo Russo.

IL POCHO - L'immagine con Lavezzi, in ogni caso, era un frutto di un fotomontaggio: lo scenario originale era il parcheggio dello Stadio San Paolo di Napoli. Il tatuatore di Casavatore aveva ritagliato la sua figura e quella del calciatore, associando come scenario il proprio negozio. Fonti vicine al fuoriclasse argentino, però, gli avrebbero chiesto di toglierla dal web poiché violava i diritti d'immagine. A raccontare come andarono le cose, è la stessa fidanzata e convivente della vittima, Anna Vezzi, che ai militari spiegò poco dopo l'omicidio: «Ricordo che il mio convivente Gianluca, aveva l’abitudine di fare degli appelli ai suoi clienti e non, sul suo profilo di Facebook, ai quali riferiva di fare attenzione a non andare dai tatuatori sprovvisti di qualsiasi licenza sia sanitaria che amministrativa- comunali-, cioè abusivi e che svolgono l’attività presso abitazioni private e non commerciali. Uno dei cosiddetti appelli è stato pubblicato da Gianluca prima di Natale 2009 e la cosa ha suscitato delle lamentele da parte di altro tatuatore a nome Enzo detto il “Cubano”, di cui so che era amico di Gianluca da qualche anno e che attualmente ha un negozio di tatuaggi nel comune di Melito di Napoli, di cui sconosco l’esatta ubicazione. Ricordo che prima del decorso Natale, Gianluca mi raccontò che Enzo il Cubano aveva avuto una discussione telefonica durante la quale il predetto Enzo gli chiedeva delle spiegazioni del perché lui pubblicava le predette notizie su Facebook e nel contempo riferiva sempre sul suo profilo ai suoi clienti e non di guardare anche le fotografie dei tatuaggi nonché di informarsi prima di andare dai tatuatori. (...)

LA FOTO CONTESTATA - «Circa 15 gg fa, nel corso della partita di calcio tra il Napoli ed il Palermo, Gianluca ebbe modo di farsi una fotografia con il calciatore del Napoli, Lavezzi, il quale a quella gara non prese parte. Detta fotografia Gianluca le fece nei pressi del parcheggio del pullman che porta i giocatori allo stadio, avendo amicizia con uno degli autisti. Della fotografia Gianluca ne fece un fotomontaggio, facendo in modo che la stessa era stata scattata all’interno del negozio di tatuaggi e la pubblicò sul suo profilo di Facebook. Dal momento della pubblicazione, Gianluca ha ricevuto svariati messaggi da parte dei clienti che chiedevano allo stesso se avesse tatuato il calciatore Lavezzi . Tutti i richiedenti ricevevano da Gianluca una risposta negativa. A questi messaggi si è aggiunto quello di Enzo il Cubano il quale chiedeva a Gianluca se quel calciatore fosse Lavezzi o un suo sosia. Gianluca gli rispondeva affermativamente e la cosa destava dell’invidia da parte di Enzo il Cubano il quale riferiva a Gianluca che il calciatore Lavezzi doveva essere tatuato da lui, in quanto aveva già tatuato altri calciatori tra cui Floro Flores, ma sempre come detto da lui a Gianluca. La comunicazione su Facebook terminava con il messaggio da parte di Enzo il Cubano il quale riferiva che sarebbe passato al negozio e Gianluca gli rispondeva che l’avrebbe aspettato. Enzo il cubano non è mai venuto al negozio di Gianluca, ma a suo nome sabato 30 gennaio verso le ore 12.30 circa, si sono presentate al negozio di Gianluca, dove ero presente anch’io, tre persone di sesso maschile di circa 30/35 anni ed uno dei tre riferiva di essere il cugino di Enzo il cubano e con tono arrogante chiedeva spiegazioni a Gianluca in ordine alla fotografia che si era scattato insieme al calciatore Lavezzi. Gianluca invitava il soggetto ad abbassare il tono della voce all’interno del negozio in quanto vi era un cliente a cui Gianluca stava facendo un tatuaggio.

«IL CUBANO» - Gianluca durante l’accesa discussione chiedeva al soggetto chi fosse, da quale zona venisse e che cosa volesse, quest’ultimo riferiva a Gianluca che poiché aveva una “tarantella” con “Enzo il cubano” per il fatto della pubblicazione della fotografia, la tarantella da quel momento era di sua pertinenza, tentando entrambi di aggredirlo. L’aggressione non avvenne in quanto Gianluca, essendo diplomato in arti marziali e di disarmo da coltello, picchiò al viso il soggetto che si era qualificato quale cugino di Enzo il cubano, mentre quegli altri due in sua compagnia fuggirono dal locale per paura di prenderle. (...) La mattinata odierna è trascorsa senza problemi, a differenza di quanto avvenuto nella serata odierna….»

Stefano Piedimonte
26 aprile 2010



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Casco in bici, paraschiena in moto Ecco il nuovo Codice della strada

Corriere della Sera

Il testo torna in aula. Il ministro: basta con le perdite di tempo



Roma

«Basta con le perdite di tempo. O troviamo un testo condiviso o farò un decreto ». È stufo il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli. Il nuovo codice della strada al Senato è andato a passo di lumaca. E lui, al Corriere della Sera, anticipa: «Andrò io stesso martedì (domani ndr) in commissione per l’ultimo tentativo di arrivare a un testo. Condiviso ma definitivo. I ritardi sono stati anche giustificabili. Ma ulteriori allungamenti dei tempi non saranno più accettati. Non l’ho mai detto, ma se stavolta non chiudiamo sono intenzionato a prendere il testo della Camera, portarlo in Consiglio dei ministri, e proporlo per decreto». Il testo licenziato all’unanimità a Montecitorio a luglio contiene già molte novità per chi guida. Ma in questi mesi, in commissione Lavori Pubblici, al Senato, se ne sono aggiunti altri alla discussione. Primo fra tutti l’innalzamento del limite di velocità a 150 km orari nelle autostrade a tre corsie con tutor. Ma anche il giro di vite contro lo «sballo» al volante. Il supersconto delle multe per chi paga subito. E l’obbligo per i motociclisti di indossare il «paraschiena».

Le norme approvate
Sulla scia delle emozioni suscitate dalle ultime vittime sono diverse le misure già approvate in commissione per aumentare la sicurezza delle minicar. Tra queste l’obbligo di indossare la cintura di sicurezza e il divieto per chi ha subìto la sospensione della patente auto di mettersi al volante della macchinetta, oltreché del ciclomotore. Per i neopatentati e per i guidatori professionali è già passato il principio: o bevi o guidi. E il test antidroga obbligatorio per guidatori di professione e neopatentati. Per i ciclisti c’è l’obbligo di indossare il caschetto. Ristretti i tempi di notifica delle multe. I comuni avranno 60 giorni di tempo e non più 150.

Le norme da approvare
Rafforzati provvedimenti contro alcol e droga. Si pensa all’obbligo per ristoranti e bar di approntare il test del «palloncino» per i clienti che hanno alzato un po’ il gomito. E la pena del ritiro della licenza ai gestori di discoteche che somministrano alcol ai minori. Per chi trucca le minicar poi dovrebbero arrivare pene molto dure. Non trova tutti d’accordo l’aumento a 150 km orari del limite di velocità. Molti sì invece raccoglie la possibilità per i guidatori puniti di ricorrere a sanzioni alternative. I lavori socialmente utili al posto delle conseguenze penali per chi ha superato i limiti consentiti di alcol o droga. O la possibilità per chi ha subito una sospensione della patente di guidare in alcune fasce orarie, per motivi sociali (un bimbo da portare a scuola, un disabile da accompagnare, eccetera), in cambio di un allungamento dei tempi di revoca. Divide il possibile divieto di fumo per i guidatori. Bipartisan il tentativo di destinare metà dei proventi delle multe ai lavori di manutenzione e di sicurezza stradale. Ma anche l’ultima battaglia del relatore, il capogruppo pdl in commissione, Angelo Maria Cicolani: reintrodurre un principio bocciato alla Camera, ovvero la deroga al codice per soccorrere un animale. Come si fa con le persone esponendo il fazzoletto bianco. L’auspicio di Cicolani è di concludere «con lo stesso spirito con cui abbiamo condotto il nostro lavoro: condivisione tra maggioranza e opposizione».

«L’ora delle decisioni»
Matteoli lo pone come ultimatum. «Non si può sciupare il lavoro fatto alla Camera», spiega. «In un momento come questo in cui maggioranza e opposizione litigano su tutto, lì si era arrivati a un testo unanime. Siccome era una legge delega poteva anche passare com’era e aggiungere, eventualmente, altro dopo. Il Senato è libero di apportare modifiche. Voglio vedere però se si trova la possibilità, con l’accordo dell’opposizione, di arrivare in aula in sede redigente. In modo da evitare il dibattito dell’aula, votare e tornare subito alla Camera». Perché, spiega, «ogni volta che c’è una modifica attesa si blocca tutto. E di questa riforma del codice si è parlato troppo. Ora si deve decidere ». Anche a costo di rinunciare ad alcuni punti come i 150 all’ora in autostrada? «Non è una proposta del governo. Noi l’abbiamo appoggiata perché in determinate condizioni di sicurezza ci sembra ragionevole. Ma nessuno farà barricate».

Virginia Piccolillo
26 aprile 2010




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Treviso, cori razzisti al bar contro ragazza nera: "Candeggiamo Samir..."

Quotidianonet

L'episodio è successo qualche giorno fa, durante una festa di un gruppo di estrema destra.
Il gestore minimizza: "C'era solo più confusione del solito"

TREVISO, 26 aprile 2010

Odioso episodio di razzismo in Veneto, dove una ragazza di colore sarebbe stata pesantemente dileggiata in un bar da un gruppo di giovani di estrema destra, che hanno addirittura improvvisato un coro da stadio, urlando "Candeggiamo..." seguito dal nome della ragazza.

 La notizia arriva al giornale locale - ovvero la Tribuna di Treviso - tramile lettere e telefonate di alcuni giovani che raccontano di aver assistito alla scena. Accertamenti sono in corso da parte della questura di Treviso.

L'episodio è successo alcuni giorni fa: la ragazza, raccontano i testimoni, si trovava nel locale in compagnia di amici e verso mezzanotte era entrato un folto gruppo di giovani dell’estrema destra. Non contenti del coro razzista, gli stessi molestatori avrebbero poi vergato svastiche e scritte sui muri delle case vicine. Altri avventori hanno lasciato il locale, dove, secondo il titolare, era in programma la festa di un gruppo di estrema destra.

 "Si capiva che erano su di giri e cantavano 'candeggiamo Samir, candeggiamo Samir'", racconta un testimone al giornale. Onde evitare che la vicenda degenerasse gli amici della donna presa di mira hanno deciso di lasciare il bar cosi come molti clienti indignati. Il gruppo di giovani sembrerebbe noto in quanto frequentatore della curva allo stadio.

 Il gestore tenta di minimizzare l'accaduto , dicendo di "non ricordare" ricordare cori razzisti e neppure la presenza della ragazza nera. "C’e’ stata più confusione del solito ma nulla di male - si è limitarto a dire - altrimenti sarei intervenuto".





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Napoli, camorra al cimitero di Fuorigrotta Il capoclan del quartiere decide i posti

Il Mattino

Rivelazione choc di un pentito: «Per seppellire i propri familiari bisogna chiedere il nullaosta. I loculi sono assegnati dal clan»

NAPOLI (26 aprile) - Rivelazione choc di un pentito di camorra: il boss Davide Leone controlla le sepolture nel cimitero del quartiere napoletano di Fuorigrotta. Così, quando un affiliato vuole seppellire un proprio parente, non può farlo se non dopo essere entrato in possesso di un vero e proprio nullaosta del boss.

Il pentito racconta quanto gli è accaduto durante la faida del giugno 2008, quando a due passi dall’ippodromo di Agnano venne ammazzato suo figlio. «Quando portai la bara del mio Giovanni, che era stato assassinato, al cimitero di Fuorigrotta incontrai un uomo legato al boss che mi disse: sai benissimo come funziona, se vuoi un loculo devi rivolgerti a lui».

Il sistema di potere creato dal capoclan del quartiere occidentale non si limita dunque a tenere sotto rigido controllo le attività di Fuorigrotta e Soccavo: arriverebbe, dunque, secondo quanto emerge dai verbali, fino al cimitero.




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Schiavitù a Rosarno, le testimonianze

La Stampa

«Ci trattavano come bestie»

ROSARNO

In relazione agli elementi di prova tesi a dimostrare la qualità di irregolari dei lavoratori collocati ed avviati al lavoro nelle forme illecite che saranno volta, per volta evidenziate, si riporta uno stralcio delle dichiarazioni di Ramli Abdelaziz alla PS di Gioia Tauro.

«Personalmente ho lavorato per i caporali che ho indicato con il nome di Dokkali, Brahim, Farouk e Sadraoui Mohamed. Voglio precisare, che questi caporali mi portavano sui terreni a lavorare con i mezzi che ho già indicato nei precedenti verbali e Brahim con il furgone che ho sopra citato. Sul veicolo che mi portava al lavoro erano presenti altri extracomunitari comunque, per come ho già dichiarato delle etnie marocchine, algerini, tunisini, egiziani e solo il Sadraoui Mohamed aveva 10 operai sub sahariani. Queste persone che con me hanno lavorato sono quasi per la maggior parte senza permesso di soggiorno e il caporale era a conoscenza di questo. Preciso che anche qualche caporale è privo del regolare permesso. (...) Voglio aggiungere che i caporali preferivano quelli senza permesso di soggiorno perché ogni sopruso che loro commettevano non poteva essere denunciato. La mancanza di permesso di soggiorno del lavoratore impiegato è garanzia di impunità del caporale a fronte di qualunque sopruso possa essere commesso dal medesimo caporale. Perché è impossibile che il lavoratore senza permesso di soggiorno vada a denunciare presso le forze dell’ordine».

Si riporta, di seguito una parte delle sommarie informazioni rese da Ramli Abedelaziz in data 24 gennaio:

«Dal 1997 sono presente sul territorio italiano con regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro . Lo stesso non mi è stato più rinnovato da circa tre anni poiché in base alla legge Bossi -Fini avendo perso il lavoro non rientravo più nelle condizioni soggettive per ottenere il relativo rinnovo. Da allora vivo in giro per l’Italia facendo lavori saltuari e stagionali. Alla fine di Novembre dello scorso anno, per la prima volta sono giunto a Rosarno ove ho trovato rifugio presso la ex fabbrica Pomona ove vi alloggiavano altri miei connazionali . Per l’alloggio di fortuna ove abito non pago nessuna cifra nè ai legittimi proprietari del fondo rustico che non conosco nè ad altre persone. Divido detto alloggio con altre 20 persone circa le quali come me sono alla ricerca del lavoro giornaliero nei campi.

Sono a conoscenza che queste altre persone di varie etnie ovvero Egiziani, Algerini, Tunisini e Marocchini sono, per la maggior parte, in regola con il permesso di soggiorno. Dal mio arrivo a Rosarno ho sempre lavorato nelle campagne a raccogliere prima olive e poi agrumi. Prima della rivolta riuscivo a lavorare circa quattro giorni su sette alla settimana, mentre dopo la rivolta non sono più riuscito a trovare una giornata di lavoro. Io riuscivo a lavorare perché altre persone di varie etnie ovvero algerini, tunisini e marocchini mi portavano a lavorare con loro nei vari fondi agricoli di persone di nazionalità italiana che io non conosco e che a volte ho visto girare per i terreni ma che non sono in grado di riconoscere. Era l’intermediario straniero che mi pagava: ciò avveniva alla fine della giornata ovvero delle giornate per le quali lavoravo.

L’orario di lavoro era il seguente: dalle prime luce dell’alba al tramonto, praticamente si smetteva di lavorare qando non si vedeva più. L’intermediario che la mattina passava a prendere sia me che altri extracomunitari la sera ci riaccompagnava a Rosarno. La paga era varia in base agli accordi che si raggiungevano con l’intermediario, ovvero 25 al giorno oppure 1 euro a cassetta. Dalla cifra complessiva di 25 euro bisognava detrarre 3 euro per l’intermediario, così anche se si lavorava a cassetta, bisognava dare tre euro sempre all’intermediario sulla cifra complessiva. Debbo comunque precisare che mi è capitato di lavorare anche direttamente per qualche italiano di cui per qualcuno non so indicare il nome di un altro mi ricordo nome e cognome e precisamente Nicola Cuccomarino e questi mi pagava 30 o 35 euro al giorno.

Pertanto considerato che gli italiani ci pagavano 30 o 35 euro al giorno e quindi la paga per una giornata lavorativa era questa, presumo che quando lavoravo alle dipendenze dell’intermediario straniero il quale mi dava 22 euro, tale intermediario si tratteneva altri soldi oltre i tre euro fissi che pretendeva per il trasporto e per averci fatto lavorare. Quando si lavorava direttamente con un italiano proprietario del terreno, gli orari lavorativi erano migliori ovvero si lavorava per un massimo di sette ore al giorno.

« Con l’intermediazione del lavoro attraverso i caporali posso affermare che siamo trattati peggio degli schiavi perché oltre a lavorare dalla mattina presto a tarda sera, a volte per riscuotere quei pochi soldi di lavoro dobbiamo pregare il caporale che ce li versa a poco la volta ed addirittura a qualcuno sono stati negati. (...) Voglio precisare che i caporali anche quando si lavora a casetta ci rubano i soldi nel senso che rubano le cassette da noi raccolte e li mettano sul loro conto. Pertanto o lavorare a cassetta o lavorare a giornata è la stessa cosa perché non ci pagano più di 20 o 30 cassette pur raccogliendone il doppio».

Dal verbale di SIT rese in data 26 gennaio u.s. da Baridi Mohamed
«Questo è il primo anno che sono venuto a lavorare a Rosarno e precedentemente ho lavorato a Milano e a Torino ed in altre località del nord. Rimasto senza lavoro al nord tramite un mio connazionale sono arrivato a Rosarno a fine dicembre del 2009. A Rosarno tramite un mio connazionale ho preso contatti con un tunisino di nome Mohamed del quale posso dire che è una persona di mezza età, di corporatura robusta. Ho trovato lavoro per la raccolta di mandarini e arance. Ho lavorato in nero e mi pagava Mohamed a cassetta e precisamente 40 centesimi a cassetta di arance e 1 euro a cassetta per i mandarini.

Al Mohamed dovev



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Denuncio Margherita Voleva farmi mentire sul tesoro di Agnelli"

di Nicola Porro


Intervista all'avvocato Emanuele Gamna, l’ex legale della figlia dell’Avvocato: "Altro che sprovveduta, voleva farmi mentire sul tesoro Agnelli per inchiodare Gabetti e Grande Stevens"

 


 

Emanuele Gamna, ex partner dello studio Chiomenti, accetta di parlare per la prima volta della famosa vicenda dell’eredità Agnelli. La storia è nota, notissima. Alla morte dell’Avvocato si apre una complessa vicenda ereditaria che si chiude, anzi non è ancora chiusa, con le carte bollate. Da una parte la figlia dell’Avvocato, Margherita Agnelli, e dall’altra il resto della famiglia e i due consulenti principe, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Il risultato del complesso negoziato per la divisione dell’eredità è il seguente: a John Elkann, il nipote scelto come leader dal nonno e figlio di Margherita, le chiavi della Fiat, a Margherita un complesso di attivi valutabile in 1,2 miliardi e alla moglie dell’Avvocato poco meno di trecento milioni e un vitalizio di sette milioni l’anno. 

È l’avvocato Gamna a trattare nel 2003 e nel 2004 per conto di Margherita e a raggiungere l’accordo con i contenuti economici che abbiamo appena elencato. L’unica figlia dell’Avvocato ha però poi disconosciuto quell’accordo, ha denunciato infatti l’esistenza di un presunto patrimonio al di fuori dell’intesa e oggi è aperta un’indagine promossa dalla Procura di Milano per estorsione tentata o consumata ai danni di Gamna ad opera di Margherita Agnelli e dell’avvocato della signora, Charles Poncet. 

Avvocato Gamna, sgombriamo subito il campo da un equivoco, lei per ora è l’unico in questa vicenda ad aver subito una condanna?
«Sì. Per aver assunto la piena responsabilità di un’evasione fiscale».

Tutto scritto sui giornali, il compenso che le ha pagato la signora Margherita non è stato dichiarato per intero. Ma che c’entra allora l’indagine di estorsione che la vede questa volta come parte offesa?
«Tutta la vicenda è nata in seguito all’acquisizione da parte della Procura di Milano di un dossier che includeva la corrispondenza tra l’avvocato Poncet e la signora Margherita Agnelli e che riguardava anche me e il mio avvocato svizzero. Dal dossier si evinceva chiaramente che io ero stato sottoposto a un lungo ricatto che aveva la finalità di farmi dichiarare il falso e così costruire delle "prove" che Margherita Agnelli avrebbe potuto utilizzare a suo favore nel processo da essa intentato a Torino contro Gabetti e Grande Stevens».

Fermiamoci un attimo e procediamo per ordine. Lei aiuta la signora Margherita a fare un accordo di divisione ereditaria. Lo studio legale per il quale lei lavorava era evidentemente al corrente della complessa e delicata assistenza che lei prestava alla signora. Qual è stato l’effettivo coinvolgimento dello studio in quella vicenda, tenuto conto che un importo, senz’altro rilevante, è stato pagato dalla signora a fronte dei servizi resi e dei risultati ottenuti nella trattativa, importo che in gran parte è poi risultato non dichiarato al fisco?
«Non rispondo a domande che riguardino lo studio legale per il quale all’epoca lavoravo. Al riguardo ho già detto tutto al sostituto procuratore di Milano».

Perché non intende parlare del suo ex studio?

«Se rispondessi a questa domanda, finirei di rispondere a tutte le domande che concernono lo studio. Ribadisco che ho assunto, io solo, tutta la responsabilità fiscale di questa vicenda, pagando di persona, come è noto, un prezzo elevatissimo, in termini economici e di immagine. La mancata dichiarazione fiscale di parte dell’importo corrisposto dalla signora Agnelli, fu in realtà frutto di un’intesa con la signora che aveva voluto "premiare" il risultato da me ottenuto al termine della trattativa con sua madre per la divisione dei cespiti inventariati del patrimonio dell’Avvocato Agnelli».

Un risultato che non sembra però oggi soddisfare Margherita.
«La signora fu soddisfattissima di tale risultato, del quale mi ringraziò pubblicamente e personalmente per anni».

Pubblicamente?
«Ci fu un comunicato stampa, in occasione del matrimonio di suo figlio John, in cui mi ringraziò e mise in evidenza che anche grazie al mio operato era stato possibile raggiungere un accordo soddisfacente per tutte le parti».

Insomma erano tutti d’accordo?
«Margherita conseguì grandi vantaggi economici. Le posso dire che il patrimonio inventariato dell’Avvocato Agnelli comprendeva cespiti del valore complessivo di circa 1,5 miliardi. Le ricordo che solo in tempi recenti, e per iniziativa della Procura di Milano che ha acquisito nella primavera 2009 le carte relative all’estorsione da me subita, è risultato chiaro che la signora ha avuto nel 2004, in sede di divisione del patrimonio di suo padre, valori complessivi pari a circa 1.200 milioni di euro. In soldoni circa 4-500 milioni in più di quelli che le sarebbero spettati se il patrimonio fosse stato ripartito fra lei e sua madre con criteri strettamente di legge».

Ma allora cos’è cambiato in Margherita Agnelli? Perché ciò che le andava bene ieri oggi non le garba più?
«La signora aveva un quadro definito del patrimonio off shore di suo padre già a fine 2003 ben prima di stipulare l’accordo divisorio con sua madre. Tra il 2003 e il 2007 non c’è stata, nonostante ciò che si è letto sui quotidiani, alcuna evidenza di un patrimonio ulteriore rispetto a quello noto alla signora al tempo della divisione con sua madre. Dunque la domanda che mi fa, la deve piuttosto fare alla signora Agnelli».

Perché, secondo lei, Margherita Agnelli non ha mai divulgato l’importo effettivamente conseguito in sede di riparto dell’eredità di suo padre?
«Come ora è divenuto noto, i cespiti più rilevanti dell’eredità presentavano problematiche fiscali che era bene non divulgare. Ma, a mio avviso, questa non è stata la sola ragione. La signora, promuovendo la causa a Torino contro Gabetti, Grande Stevens e sua madre Marella, doveva accreditare un’immagine pubblica di sé che la ritraesse come una vittima di malfattori, liquidata con "pochi spiccioli" e addirittura "coartata" a uscire dalla catena di controllo della Fiat. Mentre essa, in piena autonomia, si risolse a uscire dalla compagine perché il gruppo Fiat versava in condizioni disperate e lei, che aveva ereditato una quota di minoranza nella holding controllata da suo figlio, non contava e non avrebbe mai contato nulla».

Come fa a dire che l’unica figlia dell’Avvocato Agnelli e una delle sue due eredi, con la quota ricevuta in eredità, non poteva contare niente in Fiat?
«Margherita aveva ereditato il 37,5 per cento della società semplice (la Dicembre) a monte del gruppo Fiat. Lo statuto, del tutto legittimo, di questa società non consentiva alla minoranza di partecipare in alcun modo al controllo. Inoltre la madre di Margherita, che possedeva l’altro 37,5 per cento, aveva già espresso la volontà di cedere o donare la sua quota al nipote John, rendendo così impossibile a Margherita di salire in termini percentuali e confinandola così a un’eterna minoranza senza poteri».

Riprendiamo il filo. Come pensava Margherita, una volta sottoscritto un accordo di divisione, di ritornare sui suoi passi?
«Margherita si affidò ad abili consulenti della comunicazione che, attraverso continue, quasi ossessive, interviste e apparizioni sui media, e da ultimo anche un libro, costruirono l’immagine della sprovveduta casalinga, preda e vittima dell’establishment torinese e che aveva un solo obiettivo, di proteggere i figli di secondo letto (i De Pahlen, ndr) da ingiustizie perpetrate a favore degli altri tre figli (gli Elkann, ndr)».

Perché, non è così?
«L’obiettivo era la captatio benevolentiae del grande pubblico, interpretare la parte della mater dolorosa che tutto fa per proteggere i figli. È chiaro dunque che, se fosse divenuta pubblica la reale consistenza, ubicazione ed entità del patrimonio ottenuta da Margherita in sede di divisione ereditaria con sua madre, il mondo intero avrebbe capito che qualcosa nella ricostruzione dei fatti "spacciata" dalla signora, non tornava. Tenga conto poi che l’accordo firmato con sua madre nel 2004 era tale che, se si fosse scoperto in seguito un ulteriore tesoro riferibile al padre, esso sarebbe stato necessariamente diviso fra lei e sua madre in parti uguali. Salve restando eventuali donazioni fatte a terzi a valere sulla quota disponibile dell’eredità (un terzo del totale)».

E allora ecco il punto, la signora ha forse scovato un parte del patrimonio dell’Avvocato non compreso nell’accordo?
«Se lei avesse avuto inoppugnabile evidenza di un patrimonio ulteriore avrebbe ben potuto ottenere in giudizio la sua parte. In base a quanto ho letto, nessuna evidenza del genere è sin qui stata giudicata pregnante dalle autorità competenti».

La signora ha promosso l’azione al Tribunale di Torino anche per questo?
«Ne sono convinto. Ma il Tribunale ha rigettato tutte le sue domande e dunque non si è convinto delle sue allegazioni. Le prove addotte non sono state ritenute sufficienti».

Come si inserisce in tutta questa vicenda il presunto tentativo di estorsione che lei denuncia? Ciò che si è scritto, alla luce delle notizie apparse sui media, è che lei avrebbe subìto per anni un’estorsione che si fondava essenzialmente sulla sua fragilità fiscale e avrebbe avuto lo scopo di ottenere da lei denaro e dichiarazioni e testimonianze false. Ci vuole spiegare meglio la vicenda, e perché se davvero ricattato non denunciò subito le sue controparti, sottraendosi al piano ordito contro di lei?
«Guardi, all’inizio pensai che si trattasse di un malinteso. I rapporti miei e di mia moglie con Margherita e la sua famiglia erano talmente stretti, affettuosi e consuetudinari che le lettere, inviatemi già con intento estorsivo dall’avvocato Poncet nel primo periodo (maggio-settembre 2007), mi sembravano incompatibili con la Margherita che conoscevamo noi e piuttosto farina del sacco di Poncet e Abbatescianni che erano i suoi avvocati nella causa di Torino (contro Gabetti, Grande Stevens e Marella Agnelli).

In effetti era difficile immaginare che gli avvocati assumessero iniziative così gravi senza la piena condivisione e il mandato della signora, ma ho voluto sperarlo, almeno nei primi tempi. Senza contare poi che la signora - anche in quel periodo, come aveva fatto in tutti gli anni precedenti - continuava a chiamarmi, quasi a consultarsi ancora con me, chiedendo aiuto e consigli e mi invitò persino all’inaugurazione di una sua iniziativa benefica in autunno a Torino e alla messa in suffragio del fratello Edoardo. Mi fu subito chiaro che la signora e i suoi avvocati nella causa di Torino non disponevano, come ho già detto, di prove concrete a supporto delle loro tesi e che quindi avrebbero letteralmente fatto "carte false" per raggiungere i loro scopi».

E lei a quel punto che fece?
«Quando mi divenne chiaro che il piano che mi concerneva vedeva lei e suo marito Serge de Palhen quali protagonisti e mandanti, capii che la mia situazione era senza uscita. Fu allora (dicembre 2007) che decisi di rivolgermi a un eminente collega del foro di Ginevra perché mi assistesse e diedi incarico a Marc Bonnant di darmi una mano. Ero effettivamente disperato e - letteralmente - annichilito dal tradimento di Margherita per motivi che mi apparivano profondamente ingiusti. Bonnant si rivelò un ottimo consigliere: mi disse fin da subito che la mia situazione era difficile perché all’epoca mi ero ingenuamente fidato della signora e non disponevo di prove per difendermi sul fronte fiscale.

Le mie controparti erano perciò pronte a tutto per "spremere" da me quanto gli serviva e Bonnant considerò essenziale che noi si potesse provare in modo compiuto l’estorsione. L’illustre collega confidava che Margherita e Poncet si sarebbero fermati prima del baratro, anche perché la signora - quale beneficiaria a suo tempo di un’immensa fortuna mai dichiarata al fisco italiano - avrebbe avuto anch’essa problemi evidenti se la vicenda fosse divenuta di dominio pubblico. Ma in ciò Bonnant si sbagliò perché la signora e Poncet andarono fino in fondo probabilmente perché, quando il loro gioco fu scoperto dalla Procura di Milano, si trovarono in un cul de sac.

E forse - con il senno del poi - ciò è stato un bene. In ogni caso l’intervento di Bonnant fu fondamentale per costituire la prova documentale dell’estorsione, data la propensione di Poncet a scrivere molto e ossessivamente alle sue controparti e soprattutto alla sua cliente, come è poi risultato chiaro da alcuni verbali delle riunioni interne del team di legali che assisteva Margherita (pubblicati dai giornali) e dalle lettere di rendiconto che lo stesso Poncet inviava a Margherita regolarmente. Ciò che oggi mi appare evidente e che ho detto ai magistrati è che Margherita e suo marito Serge, fin dal 2004, pensarono di utilizzare la mia fragilità fiscale per ottenere futuri benefici. Certo all’epoca ero lungi dall’immaginare una cosa simile. La signora era pur sempre un’Agnelli e ritenevo quel nome incompatibile con un comportamento tanto bieco».

Per farla semplice. Lei ha detto ai pm che la signora Margherita Agnelli sin da subito le diede un compenso in nero, sapendo poi di far leva su di esso per ottenere da lei una dichiarazione contro Gabetti e Grande Stevens?
«All’epoca (2003-2004) un pensiero del genere neppure mi sfiorò. Oggi sono costretto a mettere insieme i pezzi del puzzle, e debbo ritenere assai probabile che la signora e il marito abbiano pianificato tutto fin dall’inizio. Ottenuto il denaro nel 2004, si potevano ottenere altri vantaggi, approfittando della mia fragilità fiscale».

Perché la sua testimonianza o dichiarazione giurata nel processo di Torino avrebbe assunto, per la signora Agnelli, un’importanza quasi capitale?
«Perché io trattai la divisione del patrimonio ereditario in prima persona con i miei interlocutori, cioè Donna Marella e Gianluigi Gabetti e questa circostanza avrebbe conferito credibilità a qualsiasi mia affermazione, resa nel contesto del processo torinese. Se io, costretto, avessi affermato il falso sotto giuramento, cioè che esistevano altri cespiti ereditari e che di ciò ero venuto al corrente nei miei colloqui riservati con le controparti, la posizione di Margherita nel processo di Torino si sarebbe enormemente rafforzata e lei probabilmente pensava di ottenere così ulteriori sostanziali vantaggi economici».

Quando le divenne chiaro che l'intento di Margherita era il medesimo dei suoi avvocati e quando prese coscienza del piano che la coinvolgeva?
«Come ho già detto alla Procura di Milano, Margherita e suo marito nell’autunno 2007 mi ricattarono apertamente e di persona e mi dichiararono la piena condivisione del piano messo a punto dai loro avvocati e già abbozzato nelle lettere che avevo ricevuto e negli incontri che avevo avuto con Abbatescianni a Milano. Il piano era persino semplice. La difesa di Margherita nella causa di Torino non disponeva di prove concrete e univoche che inchiodassero Gabetti e Grande Stevens alle responsabilità che Margherita addossava loro in qualità di gestori del patrimonio personale e off shore dell’Avvocato Agnelli, né di indizi sufficienti a provare l’esistenza di ulteriori attivi riferibili all’Avvocato nascosti fuori Italia e a lei sottratti; ciò è risultato chiaro a tutti solo a marzo di quest’anno, in seguito al rigetto di tutte le domande di Margherita nella causa di Torino.

Ma a me fu chiaro già nel 2007, perché, sia gli avvocati di Margherita che lei medesima, mi chiesero con insistenza "collaborazione", preannunciando per iscritto la mia chiamata a teste nel processo di Torino. Mi fu chiaro allora (anche se la questione dell’affidavit falso è uscita dal cappello di Poncet solo nel 2008) che io avevo per loro un ruolo essenziale per ottenere vittoria nella causa di Torino. In parole povere mi offrivano un parziale salvacondotto fiscale, in cambio di una falsa testimonianza e collaborazione nella costruzione di prove a carico di Gabetti e Grande, finalizzate a ottenere altro denaro da eventuali altri beneficiari del patrimonio dell’Avvocato.

Si immagini che - per ottenere da me quel che volevano - Poncet, non solo mi bersagliò con una gragnuola di lettere ma mi sottopose anche a un interrogatorio durissimo durato ore nel marzo 2008, nel quale non ottenne nulla di utile per i suoi fini. Per questo la rabbia della signora montò alle stelle. Mi divenne chiaro, nel corso di quell’interrogatorio, che la signora Agnelli non disponeva di evidenze relative al patrimonio nero di suo padre, diverse da quelle di cui già disponeva nel 2003».

Cosa vuol dire parziale salvacondotto fiscale?
«L’intenzione di Poncet, peraltro molto accuratamente descritta dallo stesso Poncet nella sua corrispondenza con Margherita, era di ottenere da me la restituzione quasi integrale del premio che la signora mi aveva corrisposto volentieri nel 2004, per pagare sé stesso e gli altri avvocati che assistevano all’epoca la signora e in più di ottenere da me la firma di un affidavit (dichiarazione giurata) che conteneva affermazioni spudoratamente false ai danni di Gabetti e Grande Stevens (oltre che di me medesimo), e che gli avrebbe poi consentito di propormi come teste chiave a favore di Margherita nel processo di Torino. Margherita e Poncet, per dare un abito per così dire moralmente accettabile al loro programma, si inventarono nel 2008 uno strumento da utilizzare al momento opportuno: che io avrei fatto il doppio gioco, facendo più gli interessi di Marella Agnelli e dell’ingegnere Elkann che i suoi, al tempo del negoziato sulla divisione dell’eredità. Un’invenzione, certo, ma suggestiva per un pubblico che ancora la vedeva come vittima di un sopruso».

Mi scusi ma non vedo ancora alcun salvacondotto fiscale per quanto la riguarda.
«Penso che la signora accarezzò l’idea, suggerita anche da Poncet, che io alla fine accettassi di restituire quasi l’intera somma, pur di sottrarmi al ricatto. La signora sapeva bene che non avevo alcun documento o evidenza che mi permettesse una difesa davanti al Fisco per il pagamento che lei aveva volentieri disposto a mio favore. Era invece evidente che, quand’anche avessi restituito nel 2008 il compenso ricevuto, sarei comunque rimasto ricattabile a quei fini. Anzi avrei in qualche modo fatto il loro gioco. Bonnant e io concludemmo che la signora e Poncet al tempo stesso erano sicuri della loro impunità e non potevano fare a meno della mia "collaborazione", al punto di non vedere che si trattava di proposta, non solo indecente, ma soprattutto per me moralmente inaccettabile e senza interesse».

Margherita aveva dei sospetti che qualcuno in particolare si fosse appropriato di una fetta nascosta dell’eredità?
«La signora aveva le idee piuttosto chiare sull’entità e su come l’eredità di suo padre era stata ripartita e - già nel 2003 - aveva accettato la divisione con sua madre, anche alla luce di ipotesi che avevamo a lungo discusso con lei, suo marito e l’altro consulente dell’epoca, avvocato Patry. Ma penso che Margherita non abbia mai davvero accettato il ruolo attribuito da suo padre a suo figlio John, molto legato anche affettivamente a Gabetti e Grande e che lei vedeva come usurpatore della funzione di capofamiglia. Com’è noto, la designazione di John a quel compito proveniva dall’Avvocato e, in vita di suo padre, Margherita mai la contestò. Tale ruolo fu apparentemente accettato da Margherita in tutti gli anni che seguirono la morte del padre. Fu solo nell’agosto 2006 che Margherita, nel corso di una crociera sulla sua barca, mi disse che avrebbe visto bene suo marito nel ruolo di presidente della Fiat e che ciò avrebbe contribuito a tenere la sua famiglia unita».

Altro che presidenza, il marito di Margherita fu licenziato in tronco nell’autunno del 2005, dopo che l’accordo ereditario era stato firmato. Non proprio un gesto pacificatore da parte della famiglia, non trova?
«Concordo con lei, Margherita in realtà fu molto scossa dal licenziamento di suo marito. Licenziamento, anche a mio parere, quanto mai inopportuno. E che scatenò una grande rabbia nei confronti del figlio John e dei principali consiglieri di quest’ultimo. Forse questo fu un elemento dirompente che portò Margherita alla dichiarazione di guerra che conosciamo».

Margherita, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la considera però l'amico che ha tradito. Lei nega qualsiasi sua accondiscendenza nei confronti di Gabetti, Elkann e Marella Agnelli, nel corso del famoso negoziato per l’eredità?
«La signora nel 2003 mi scelse come suo legale non certo per caso. Essa accettò ben volentieri la condizione che posi, che cioè si trattasse di un’assistenza volta a raggiungere un accordo fuori dalle aule dei tribunali. Non solo per la delicatezza della vicenda che , in realtà , coinvolgeva tutta la famiglia Agnelli in un momento difficilissimo per il Gruppo Fiat, ma anche perché i miei rapporti con tutte le controparti di Margherita erano ottimi. Margherita, a ragione, pensava che avremmo ottenuto un risultato eccellente soltanto se l’interlocutore di Gabetti e di sua madre Marella fosse stato un professionista ben noto a loro e da essi stimato. Tenga conto che l’affettuosa amicizia di mia moglie e mia con Suni Agnelli fu un elemento determinante nella scelta di Margherita, dato il ruolo di capofamiglia che Suni aveva inevitabilmente assunto dopo la morte dei fratelli.

Il compito era difficilissimo e si giunse al risultato, dopo molte elaborazioni ed ipotesi, al prezzo di compromettere per gli anni successivi i miei buoni rapporti con Marella Agnelli e John Elkann. Difatti mia moglie e io non abbiamo più rapporti con Donna Marella fin dall’autunno del 2003, cioè da quando si innescò un braccio di ferro che portò a Margherita la quota ereditaria che ora è nota, a tutto scapito di sua madre. Si tenga conto poi che io ho non ho mai lavorato per il Gruppo Fiat e non ho mai intrattenuto rapporti di lavoro con il dottor Gabetti che - per quanto fosse fra i più grandi amici di mio padre - non favorì mai qualsivoglia incarico professionale. Tanto meno, dopo la stipula dell’accordo ereditario nel 2004. Margherita sa benissimo che l’ho sempre assistita con diligenza e abnegazione e ha elaborato l’idea del mio tradimento solo perché funzionale a conseguire i suoi obiettivi».

Perché, secondo lei, Margherita - per il tramite dell’avvocato Poncet - la denunciò alla Procura di Milano e al Consiglio dell’Ordine per evasione fiscale solo nel maggio-giugno 2009?
«È semplice. Perché la Procura aveva nel frattempo acquisito tutte le carte relative all’estorsione da me subita e quindi apparve chiaro che, anche per questa ragione, io non potevo più essere utilizzato quale teste a favore di Margherita nel processo di Torino. Il gioco di Margherita e di Poncet era scoperto e quindi io ero una carta bruciata, per loro. Quindi, un po’ per vendetta, per essermi io rifiutato per due anni di aderire alle richieste pressanti di Margherita e di Poncet, un po’ perché occorreva - come ho già detto - dare una veste di moralità apparente, e contrastare in qualche modo l’evidenza che di estorsione si era trattato, furono depositate le denunce contro di me per evasione fiscale. Denunce che si sono rivelate un boomerang... ».

Perché? Ce lo spiega meglio?
«Margherita mi è sempre parsa una donna tutt’altro che sprovveduta, a dispetto dell’immagine accattivante di donna ingenua e sempliciotta che per anni è riuscita a "vendere" ai media, come ho già detto poc’anzi. Con un certo acume mi scelse come negoziatore per ottenere la sua parte del patrimonio del padre. Donna attentissima al denaro e che personalmente, con l’aiuto del marito, si occupa benissimo dell’amministrazione del suo patrimonio. Purtroppo per lei, si è convinta, col tempo, di beneficiare di una sorta di impunità, legata al suo nome e al timore reverenziale che esso poteva incutere nelle istituzioni italiane e persino nei giudici. Questo è stato il suo errore, pensare che tutto a lei fosse consentito, e di conseguenza ai suoi avvocati. Per la signora e il marito, come ho dovuto realizzare negli ultimi tre anni, il fine giustifica sempre i mezzi.

Ricattarmi per ottenere da me denaro e falsa testimonianza era, ai loro occhi, giustificato, dall’esigenza di far male a Gabetti, Grande e a John Elkann, per ottenere altro denaro. Un circolo vizioso nel quale si sono esaltati, certi dell’impunità. Ma ora dovranno accettare che la legge italiana si applica anche a chi porta il nome Agnelli e in ogni caso i tempi sono cambiati dai gloriosi dell’Avvocato. Il mito è caduto, perché la signora ci ha obbligati a vedere quel che prima era impensabile. Ma con la caduta del mito e il trasparire della verità, la signora ha perso ogni possibile credito, quale erede di un uomo che - nel bene e nel male - ha rappresentato l’Italia industriosa per una cinquantina d’anni. Ora la palla è passata alla magistratura inquirente che, mi auguro davvero, farà luce su questa orribile vicenda. Ma ancora non dormo la notte, l’incubo di questi anni è ancora nella mia testa. Non mi capacito di un tradimento "iniettato" goccia a goccia, messo in atto con così premeditato accanimento».




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Da «Unomattina» ai canali radio, ecco i finiani di Viale Mazzini

di Angelo Mellone

La spaccatura tra Fini e Berlusconi non agita solo i produttori, ma anche e soprattutto i dirigenti della Tv di Stato. Proprio nei giorni in cui si stava mettendo a punto la questione Ruffini, l’ex direttore di Raitre in attesa di nuovo incarico e quella di Giovanni Minoli, è arrivata la deflagrazione dentro il Pdl che potrà portare a un nuovo rimescolamento delle carte. Secondo gli intricatissimi accordi presi dal Cda Rai, a Ruffini dovrebbe andare la direzione di Rai Premium, cioè il coordinamento di Rai4 (canale diretto da Carlo Freccero), RaiMovie (che sarebbe RaiCinema più Rai Fiction) e Rai Educational. A Minoli, attuale responsabile di Rai Edu, in via di pensionamento, resterebbe la realizzazione del programma La storia siamo noi e la responsabilità della struttura che si occuperà delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dotata di un budget imponente: 16 milioni di euro in due anni. Se queste operazioni andranno in porto, a cascata dovrebbe riuscire anche l’altra che vedrebbe Gianvito Lomaglio, attuale vicedirettore di Raiuno, di area berlusconiana, sostituire Massimo Liofredi, che si dice si sia troppo avvicinato nei mesi scorsi ai finiani.

Vicino a Fini è certamente Guglielmo Rositani, voluto dal presidente della Camera nel Cda della Rai. Che farà ora in Consiglio di amministrazione: si metterà di traverso alle decisioni della maggioranza targata Pdl?
Certamente, in questo caos, il dirigente più sulle spine resta Mauro Mazza, direttore di Raiuno, da sempre vicino ad An, voluto sul primo canale quando per il Tg1 è stato scelto Minzolini. Lui, amico di Gianfranco, giornalista che in questi mesi ha mostrato di portare avanti l’ammiraglia con ottimi risultati d’ascolto, si trova comunque spaccato tra i due schieramenti dell’ex An. I suoi uomini più fidati sono i capostruttura Antonio Azzalini (responsabile del Festival di Sanremo) e Michele Bovi. Di area ex An sono anche Gennaro Sangiuliano, vicedirettore al Tg1 di Minzolini, Bruno Socillo alla direzione della radiofonia, e i vicedirettori Gianni Scipione Rossi e Paolo Corsini: gli ultimi due in attesa di promozioni. Guido Paglia, capo delle relazioni esterne dell’azienda, e uomo con una passato di estrema destra, da tempo invece si è svincolato dall’ex segretario di An e fa il battitore libero. Appena in tempo a entrare in Rai prima della bufera è stato il finiano , che si occupa della parte di attualità a Unomattina.



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L’ex leader piazza amici e parenti in Rai

di Laura Rio

Adesso, dopo lo scontro Fini-Berlusconi, il peso politico dei due schieramenti si conta anche in Rai. Soprattutto nel primo canale, diretto da un finiano doc, il direttore Mauro Mazza. E, come si sa, nell’assegnazione delle produzioni (che significa palate di euro) conta anche l’amicizia personale e l’appartenenza politica, oltre alla professionalità. Proprio in questi giorni si stanno mettendo a punto i palinsesti della prossima stagione autunnale: i produttori esterni che si aggiudicano programmi importanti, hanno il bilancio aziendale assicurato. E anche i «moralizzatori» tengono famiglia e devono sistemare amici, parenti e fidanzate. Così in questo momento di rottura all’interno del Pdl, la fila davanti alla porta di Mazza (giornalista che, dal punto di vista degli ascolti, sta ottenendo buoni risultati) per essere rassicurati sulle proprie posizioni o per farsi aggiudicare un programma prima che i finiani perdano troppo peso è lunga.

Nonostante il direttore del primo canale si sia affrettato a garantire sulle colonne del Corriere della sera che non c’è nessuna «finizzazione» della sua rete dopo che il Giornale aveva svelato alcuni piani, la fibrillazione nei corridoi di viale Mazzini è alta. Il primo «amico» a essere stato rassicurato è Pino Insegno. Nonostante il recente flop del programma (Insegnami a sognare) con cui è ritornato in Rai dopo anni di lontananza, sarà alla guida di un importante programma estivo: Reazione a catena, giochino di tardo pomeriggio che da inizio giugno sostituirà L’eredità: viene prima del Tg1 a cui funge da traino.

Altra società in fibrillazione è la Goodtime che appartiene a Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino, uno dei finiani più esposti e che ieri ha ventilato le dimissioni dalla vicepresidenza del gruppo Pdl alla Camera. Alla Goodtime, già produttrice di varie fiction targate Rai, è stata assegnata (ma ricordiamo i palinsesti non sono ancora definitivi quindi passibili di cambiamenti) il nuovo show autunnale condotto da Pippo Baudo (che dovrà lasciare Domenica In a Lorella Cuccarini) probabilmente al martedì in prima serata. Si tratta di un programma studiato apposta con inserti di sceneggiati, per giustificare la scelta di una casa di produzione che non ha mai prodotto programmi di puro intrattenimento. Andrà in onda al posto dei Migliori anni, show di successo sulla Tv d’antan della ben più potente casa di produzione Endemol Italia, di proprietà per il 33 per cento di Mediaset.
Mazza spiega di aver fatto questa scelta perché in autunno si dovranno puntare tutte le carte su un solo programma musicale: la riedizione in chiave moderna di Canzonissima (condotta da Gianni Morandi) e assicura che i Migliori anni torneranno a primavera. Intanto alla Endemol, rimasta a bocca asciutta, non l’hanno presa proprio bene.

Per un altro finiano doc, Luca Barbareschi, parlamentare del Pdl, attore e personaggio televisivo (è appena terminato su La7 il suo show Barbareschi sciock, deludente share dell’1,56 per cento) si prepara una forte visibilità nella prossima stagione tv che parte a settembre: la partecipazione a Domenica In, accanto a Lorella Cuccarini, neoconduttrice del programma festivo. Insomma potrà spiegare bene agli italiani (a titolo gratuito perché essendo parlamentare non può prendere stipendio dalla Rai) come ha fatto nei giorni scorsi che «c’è bisogno di una rivoluzione copernicana nella politica, e non è giusto che per una volta che si riesce ad ascoltare una voce (quella di Fini) che si leva per chiedere il cambiamento con lucidità e lungimiranza essa resti inascoltata». Anche in questo caso, Mazza fa sapere che si tratta solo di un’ipotesi di lavoro, come succede quando si mette a fuoco una formula innovativa: sta di fatto che il progetto c’è. E ben avviato.

Ma le ramificazioni dei finiani nei programmi Rai non finiscono qui: parte di un programma centrale del pomeriggio del primo canale Festa italiana, condotto da Caterina Balivo, è prodotto da una società riconducibile, peraltro con passaggi complicati, a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna del «grande ribelle» Gianfranco. Vicina alla destra è anche la società Ldm, della famiglia Di Lorenzo, produttrice di importanti show di prima serata come Ciak si canta, I raccomandati e Cuore di mamma (quest’ultimo in onda al pomeriggio di Raidue). Insomma, basta con «i proclami populisti e una politica da surfisti», come detto ancora da Barbareschi l’altro ieri, ma ovviamente questo non vale in Rai, da sempre preda della politica, qualunque sia.



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Rosarno, blitz dopo la rivolta Arresti e aziende sequestrate

Quotidianonet

Una trentina di ordini di custodia con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, truffa ai danni di enti pubblici.
Sequestrati beni per 10 milioni di euro




Reggio Calabria, 26 aprile 2010

È in corso a Rosarno l’esecuzione
di una trentina di ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, alla violazione della tutela del lavoro subordinato ed alla truffa ai danni di enti pubblici.

L’indagine ha avuto come punto di partenza la rivolta degli immigrati dello scorso anno con la polizia di Stato che ha cercato di capire il motivo di quella sommossa.

Venti aziende e duecento appezzamenti di terreno, per un valore di  10 milioni di euro, sono stati sequestrati: nel corso delle indagini gli investigatori hanno compiuto accertamenti patrimoniali nei confronti degli indagati e hanno potuto ricostruire la quantità di beni mobili e immobili ritenuti frutto di illecito arricchimento e, soprattutto, funzionale alla realizzazione delle condizioni di impiego di manodopera in nero.
Sono state scoperte anche numerose presunte truffe compiute nei confronti degli enti previdenziali.



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25 Aprile, diverso e per pochi

Il Secolo xix

A ranghi ridotti alla meta. Per qualcuno il 25 Aprile di Santa Margherita Ligure si è fermato al monumento di corso Marconi. Lì i rappresentanti dell’Associazione nazionale partigiani (Anpi), del Partito democratico, dei Comunisti italiani e di “Sinistra, ecologia, libertà con Vendola” hanno reso omaggio ai Caduti e poi si sono defilati. Stessa scelta del consigliere comunale Udc, Alberto Balsi. Usciti dal corteo, guidato dalla banda, non hanno raggiunto i giardini di Ghiaia che, da ieri, sono intitolati alle vittime delle foibe. Assente fin dall’inizio, in segno di protesta, il Partito comunista dei lavoratori.

«Quella di unificare le due celebrazioni è stata una scelta giusta, nonostante le polemiche - ha detto il primo cittadino - Il 25 Aprile rappresenta gli ideali di democrazia, libertà e convivenza. Dal 25 Aprile 1945 sono passati solo 65 anni - ha aggiunto - Pochi perché la cronaca diventi storia». Silvio Ferrari, nella sua relazione ha definito la festa della Liberazione di Santa Margherita un «tentativo», compiuto «senza pretesa di omologare, confondere e appianare le differenze storiche», per raggiungere un risultato «di autentica pacificazione, prima di tutto dentro le nostre coscienze». Tutto questo nella convinzione «che il richiamo al valore della Liberazione è tanto più grande in quanto sappia raccogliere anche l’aspirazione di tutti coloro che allora ne furono brutalmente esclusi e dovettero comunque faticare per lasciare un’adeguata memoria della loro scomparsa, a essere collocati nella continuità ideale della storia italiana».

Ad applaudire c’erano alcuni alpini, il sismologo Claudio Eva, nel ruolo di rappresentante provinciale dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia che raggruppa gli esuli provenienti da quelle terre; Angelo Turrin, profugo rifugiato a Santa Margherita Ligure nel 1946, l’onorevole Roberto Cassinelli e il consigliere regionale Roberto Bagnasco, entrambi del Pdl. «Questa giornata - spiega Eva - ha un grande significato per gli esuli: rappresenta il riconoscimento dei patimenti che hanno dovuto subire. Le polemiche sono frutto di un malinteso e penso sia giusto pensare a un futuro nel segno dei valori dell’Unità d’Italia che ci apprestiamo a ricordare». Turrin, promotore dell’intitolazione insieme al consigliere Pdl Pietro Chiarelli, si augura che, dalla cerimonia di ieri, «nasca un cammino per lasciarci alle spalle tutte le diatribe». Il desiderio di Bagnasco è che nasca «un processo di rivisitazione della storia, senza negarne le crudeltà e senza giustificazioni».





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Bimbe avvelenate col gas: non devono studiare

di Roberto Fabbri

Karzai accusa i talebani: nelle regioni sotto il loro controllo, le scuole femminili vengono chiuse, gli insegnanti minacciati e le allieve sfigurate con l’acido.

Tre episodi in una settimana nel nord del Paese



 
Gas velenoso nelle aule scolastiche delle scuole femminili per impedire alle bambine afghane di studiare e rimandarle «al loro posto»: chiuse in casa, prive di istruzione e ridotte al ruolo di serve e fattrici per i loro mariti-padroni. È l’ultima ignobile trovata dei talebani (che pure smentiscono la loro responsabilità, senza però trovare chi dia loro credito) sulla via dell’oscurantismo.

Avviene nella provincia settentrionale di Kunduz, fino a poco tempo fa considerata erroneamente pacificata. In questa zona, controllata militarmente dal contingente tedesco della coalizione internazionale, gli integralisti islamici sono progressivamente tornati a far sentire la propria nefasta influenza: da una parte con le armi, uccidendo tra l’altro diversi soldati inviati da Berlino e provocando una reazione di crescente disagio nell’opinione pubblica tedesca, dall’altra con azioni intimidatorie nei confronti della popolazione locale. E questa contro le scolare è allo stesso tempo l’ultima della serie e la più odiosa.

Nel giro di una settimana sono stati tre gli episodi di questo genere a Kunduz. Complessivamente sono 80 le ragazzine intossicate: ieri 13, il giorno prima 47 e alla fine della settimana precedente altre venti. Attacchi subdoli come il mezzo utilizzato per compierli. «Ero in classe quando ho cominciato sentire uno strano odore, come di fiori - ha raccontato Sumaila, 12 anni -. Ho visto che le mie compagne di classe e l’insegnante si accasciavano. Mi sono sentita male anche io e quando ho riaperto gli occhi ero in ospedale». Azizullah Safar, responsabile del principale ospedale di Kunduz, ha riferito che la maggior parte delle ragazze ricoverate riportavano dolori, vertigini e nausea.

«Sono molto spaventata - dice Sumaila -. I miei genitori si sono preoccupati molto. Mio padre dice che ho già imparato un sacco di cose. Non so se mi lasceranno ancora andare a scuola dopo quello che è successo. Io spero di sì». Sono molte, purtroppo, le bambine che non si sono ripresentate a scuola dopo gli attentati dei giorni scorsi e ciò è esattamente quello che i talebani vogliono.

Anche in passato gli integralisti islamici avevano fatto ricorso a gas velenosi per intimidire le studentesse afghane e le loro famiglie. Nel maggio 2009, ad esempio, erano finite all’ospedale 90 ragazze della provincia di Kapisa. I tempi, però, stanno cambiando. Un anno fa i talebani non si facevano problemi a rivendicare azioni che erano coerenti coi propri metodi violenti e con le leggi che imponevano ai tempi in cui comandavano in Afghanistan, quando alle donne era vietato studiare; ora invece sono alla ricerca di una legittimazione politica e quindi negano addirittura «con forza» di essere stati loro ad avvelenare le ragazze di Kunduz. Ma le autorità nazionali puntano il dito proprio contro di loro, chiamandoli per ciò che hanno fatto «nemici dell’Afghanistan e della sua possibilità di prosperare». Nel sud e nell’est del Paese, dove i talebani controllano città e villaggi, le scuole femminili vengono chiuse, gli insegnanti subiscono minacce e ci sono stati casi di bambine sfigurate con l’acido.





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La notte di «Paese Sera»: dalle glorie col Pci agli editori inquisiti

di Redazione

Cosenza

Si fa notte per Paese Sera. Dopo gli anni gloriosi al fianco del Pci, le storiche firme ospitate e la lunga e sofferta chiusura dopo il fallimento del 1994, il quotidiano «rosso» finisce nelle mani di due signori molto particolari: il primo è Pietro Citrigno, editore calabrese, condannato per usura a quattro anni e otto mesi di carcere; il secondo è il fedele socio, Fausto Aquino, sua storica «spalla», per il quale la procura di Cosenza ha appena chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di falso in un brutta storia di affitti illeciti fra la sua società e l’Azienda sanitaria provinciale. Questo, al momento, il destino di Paese Sera, che prima ha ripreso vita on line e poi, tre mesi fa, come free press. L’obiettivo fissato dai due nuovi proprietari è ambizioso: 120mila copie di tiratura iniziale, 80mila a regime. «Faremo battaglie civili e politiche - afferma Citrigno - e combatteremo là dove ci sarà da combattere».

Per ora però le uniche battaglie che impegnano i due soci sono quelle per risolvere i loro guai giudiziari. La storia in cui è rimasto coinvolto Citrigno ha fatto scalpore in terra calabra. Nel 2004 carabinieri e guardia di finanza danno il via all’operazione «Twister» coordinata dalla Dda di Catanzaro. Sequestrano 30 milioni di euro in beni e società ma soprattutto arrestano 39 persone per associazione per delinquere di stampo mafioso, usura, estorsione e riciclaggio. Gente vicina alle famiglie Presta e Chirillo che controllano la città di Cosenza e il territorio di Tarsia e Paterno Calabro. E tra gli arrestati (non per mafia) c’è pure il nuovo editore di Paese Sera, Pietro Citrigno, che esce dal carcere ma dopo quattro mesi, nel corso dell’operazione «Twister 2», ci finisce nuovamente.

La procura prima ottiene il rinvio a giudizio per l'imprenditore-editore e poi, nel dicembre del 2006, la condanna a tre anni e dieci mesi. Per nulla rassegnato, Citrigno ricorre in appello, così come i magistrati che pretendono una pena più dura. La posizione di Citrigno viene stralciata e nel febbraio scorso arriva la mano pesante: quattro anni o otto mesi di carcere. In attesa della Cassazione l’imprenditore ha pensato di buttarsi nell’avventura editoriale con Aquino per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per aver affittato all’Asp di Cosenza un palazzina di cui la sua società, «L’Edera srl», non aveva la proprietà ma solo un mero diritto di superficie. Il nome di Citrigno salta fuori anche nel corso di un’altra inchiesta, quella sulla casa di cura «Giovanni XXIII», la cosiddetta «clinica degli scandali» di Serra D’Aiello, in provincia di Cosenza.

A tirarlo in ballo, pur senza mai nominarlo, è l'ex parlamentare dell’Udeur Ennio Morrone, secondo cui un assessore dell’allora giunta Loiero, insieme a un magistrato, brigavano per far finire la clinica nelle sue mani. «Già condannato per usura e più volte arrestato - affermava Morrone - unitamente all’assessore regionale, con visite di poca cortesia, se confermate, avrebbe più volte fastidiosamente importunato l’arcidiocesi. Anche un magistrato avrebbe caldeggiato l’affidamento dell’istituto a società riconducibili all’usuraio». Risultato: il pm dell’inchiesta, Eugenio Facciolla, decide di sentire sia Citrigno che Aquino. Ma da questa inchiesta i due imprenditori rimarranno fuori. Tra i papabili per dirigere
Paese Sera si fa insistentemente il nome dell’attuale direttore di Calabria ora, Paolo Pollichieni, che nel 2000 rimane coinvolto nell’inchiesta «Sanitopoli» della Dda di Reggio Calabria. Condannato in primo grado a due anni, poi assolto in appello.LuRo



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Perde la causa con la moglie. Fa una strage

di Luciano Gulli

nostro inviato a Volta Mantovana

In scooter, in bici, a piedi, coi ragazzini sulle spalle e l'inutile golf legato in vita, tra voli di rondini e trattorie che squadernano per la prima volta i tavoli all'aperto. Venticinque gradi e un sole smagliante lungo le lussureggianti sponde del Mincio, giù verso Valeggio, Monzambano e Castellaro Lagusello, tra le fastose colline mantovane. È la Festa della Liberazione, ma tra i filari di viti, i campi arati di fresco e i frutteti che fanno corona a Volta Mantovana si vedono più gazzelle dei carabinieri, e carabinieri col giubbotto antiproiettile, frenetici e imperativi, con le loro palette, che turisti. È la Festa della Liberazione, e ciascuno la celebra a modo suo. Omar Bianchera, per esempio, deve aver pensato che il 25 aprile poteva essere una buona giornata, per liberarsi in un colpo solo dei fantasmi che popolavano i suoi sogni convulsi di uomo solo, illividito da vecchi rancori. La moglie Daniela, responsabile secondo lui di un matrimonio andato a male; la vicina di casa, la vecchia Maria Bianchera, che odiava per via di certe dispute di confine e il Walter Platter, quello a cui anni fa aveva affittato la birreria sotto casa senza mai riuscire a farsi pagare per intero la cifra pattuita.

Tre morti ammazzati e due feriti: la moglie di Walter e il marito della Maria; il tutto nell'arco di un'ora e nel raggio di forse tre chilometri. Una vendetta che vira in strage, meditata con cura («ci sono pronte tre buche per altrettanti bastardi», ripeteva ultimamente, dopo la quinta birretta, quando si trovava con gli amici al bar del Gallo) e compiuta senza sbagliare una mossa, fuga compresa. Fino all'epilogo, che si consuma in un tramonto rosso fuoco nel Bresciano.
Omar Bianchera, 44 anni, camionista per una ditta di Goito, un quintale per uno e novanta, la faccia a pianta larga e un testone affollato di capelli attestatisi a tre dita dalle sopracciglia. Una specie di Rambo di paese con la mania delle armi: una 38 special, una 44 magnum, un fucile a pompa, e troppi telefilm americani nella zucca.

Omar abita nel disadorno villone lasciatogli dal padre Mario: un fabbricato senza sugo di due piani all'incrocio tra la provinciale 18 e la 19, aperta campagna. Il corpo di Maria Bianchera, 71 anni, omonima ma neppure lontana parente di Omar, è a una decina di metri dalla casa dell'assassino, di là da un muretto alto una trentina di centimetri, coperto da un telo bianco come le tute dei carabinieri che filmano la scena. Fulminata accanto all'uscio della sua abitazione, accanto a un ombrellone verde, a tre paia di scarpe poste ad arieggiare su un tavolino, alla vanga e al rastrello che sono serviti a pettinare l'orto, e al disperato chicchirichì fuori tempo del gallo che furoreggia inquieto nel pollaio dietro casa.

Questo però è già il secondo tempo della strage. Omar è già entrato in azione alle 9.30 in via Risorgimento a Volta Mantovana. Aspetta la moglie Daniela, 44 anni, da cui è separato da una decina d'anni. Daniela vive con la madre Gina e il fratello Fabrizio, non ha neppure un compagno, il fine settimana lavora in cucina al ristorante La Pesa di Castellaro Lagusello accanto al cuoco Luca Zandomeneghi, che ora racconta piangendo di questa ragazza buona e affettuosa. Temeva per la sua vita Daniela? «Non so - dice Luca, il cuoco -. So che ultimamente aveva fatto blindare la porta del garage, che era troppo debole, e che aveva sporto denuncia contro ignoti. Le avevano tirato una gragnuola di uova contro la casa, aveva trovato delle chiavi spezzate nella serratura... Paura, sì, aveva paura».

Martedì scorso Daniela era uscita vittoriosa dalla causa che aveva in ballo con Omar per la proprietà della casa. Il giudice lo aveva condannato a pagarle anche 30mila euro, e questo deve avergli fatto salire il sangue agli occhi. Così, quando la vede sul portone le spara a vista, ma la manca, o forse la ferisce. Daniela si tuffa nella sua automobile, mette in moto, fa un centinaio di metri, svolta verso la stazione dei carabinieri ma perde il controllo dell'auto. Investe un veicolo, va a sbattere contro il pilastro di un cancello. È la fine. Omar le è subito addosso, scansa con una manata un tipo che è sceso da uno scooter le spara due colpi di pistola al petto. Dieci minuti dopo tocca a Maria Bianchera e a suo marito Vittorio Bombana, 77 anni. Vecchi contrasti per una linea di confine tra i due poderi non ben definita. Lei ammazzata sulla soglia di casa, mentre cerca di scappare, lui ferito di striscio.

Sono passate da poco le 10. C'è un altro conto da saldare con Walter Platter, 34 anni (Omar e Walter sono nati lo stesso giorno, il 3 giugno, ma a dieci anni uno dall'altro). Anni fa Omar aveva affittato a Walter un locale annesso al suo villone. Era sorta una birreria, poi i due avevano litigato, e la birreria aveva chiuso. Walter è con la moglie Virginia Deidonè, 32 anni e i due figli piccoli della coppia. Omar li trova a Pille, la frazione dove abita il padre di Walter, Luigi. Walter è sulla sua auto, sta facendo manovra. Partono tre, quattro colpi di pistola. Walter muore sotto gli occhi dei figli, la moglie è ferita di striscio. Parte una formidabile caccia all'uomo. In serata cala il sipario. L’unica telefonata la fa alla madre: «Ho fatto un macello». Per Omar, che voleva un 25 aprile diverso dai soliti, si spalancano le porte dell'ergastolo.



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