martedì 27 aprile 2010

Omicidio Cafasso, altri due carabinieri indagati per la morte del pusher dei trans

Corriere della Sera

Luciano Simeone e Carlo Tagliente, già detenuti per il ricatto a Marrazzo. «Ucciso perchè testimone scomodo»

Gianguerino Cafasso
Gianguerino Cafasso
ROMA - Altri due carabinieri, oltre a Nicola Testini, sono indagati dalla procura di Roma per la morte di Gianguerino Cafasso, il pusher dei trans deceduto per una overdose di eroina mascherata da cocaina, nel settembre dello scorso anno. Si tratta di Luciano Simeone e Carlo Tagliente, i due militari dell'Arma già detenuti per il presunto ricatto ai danni di Piero Marrazzo. Per i due carabinieri i magistrati hanno ipotizzato il concorso morale per l'uccisione di Cafasso che sarebbe, sempre secondo l'accusa avvenuta ad opera del maresciallo Testini, arrestato il 29 marzo scorso. Tutti i carabinieri in questione erano già stati arrestati per il ricatto con la richiesta di 80mila euro, all'ex governatore del Lazio. Una estorsione mirata a non diffondere un filmato dove Marrazzo è colto in un momento di intimità con un trans.

IL PUSHER - Gianguerino Cafasso morì a 36 anni il 12 settembre 2009 in una stanza di un albergo sulla via Salaria in cui viveva, per un infarto provocato da overdose. Il pusher era legato agli ambienti dei transessuali e indicato come il regista del video nel quale è coinvolto l'ex governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo. Secondo quanto si contestò nell'ordinanza che portò in carcere Testini «Cafasso dopo l'esito negativo dell'offerta del filmato che ritraeva le scene di via Gradoli con Marrazzo e Natalie, al quotidiano Libero, era diventato una persona che sapeva troppo ed era inaffidabile considerato anche che era un abituale consumatore di droga. Proprio la possibilitá che Cafasso diventasse testimone scomodo si sarebbe deciso per la sua eliminazione». Il filmato in questione come ammise il carabiniere Simeone il 18 marzo scorso durante un interrogatorio fu realizzato utilizzando il telefono cellulare di Tagliente. Fu poi riversato nel computer dello stesso Tagliente e consegnato a Cafasso in una pennetta affinchè lo montasse tagliando le parti in cui comparivano i carabinieri.

NULLA OSTA ALLE ESEQUIE - Potranno essere celebrati i funerali di Brenda, il transessuale coinvolto nel caso Marrazzo e morto il 20 novembre scorso a causa di un incendio della sua abitazione in via Due Ponti. La Procura di Roma, conclusi gli accertamenti sul decesso, ha infatti dato il nulla osta e gli avvocati dei famigliari hanno già avviato le pratiche per trasferire la salma in Brasile. Brenda era stato coinvolto come testimone nel caso Marrazzo in quanto era risultato suo frequentatore. Per la morte del trans il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pubblico ministero Rodolfo Sabelli hanno ipotizzato contro ignoti il reato di omicidio volontario.

LA FAMIGLIA - Gli avvocati dei famigliari di Brenda in una dichiarazione hanno osservato che a loro giudizio dagli elementi e circostanze raccolte sicuramente Brenda dava fastidio a qualcuno. «L'aggressione subita una decina di giorni prima della morte -hanno detto gli avvocati- quando Brenda fu derubato del cellulare e i tagli che erano sul suo braccio sinistro dimostrano che nei suoi riguardi c'è stata un'attività violenta e che la vicenda culminata nella sua morte è sempre più torbida». La famiglia, che da tempo chiedeva di poter seppellire Brenda, ha chiesto anche un contributo al Comune per le spese che ci saranno da sostenere.

LA TRANS - Wendeu Mendes Paes, meglio nota come Brenda, venne sentita dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ricatto ordito da quattro carabinieri a danno dell’ex presidente della Regione Lazio, sorpreso in compagnia del viado Natali nel luglio del 2009. Anche Brenda aveva avuto alcuni incontri con Marrazzo. Redazione online
27 aprile 2010





Semafori truccati, chiuse le indagini. Indagati sindaci e vigili di 35 Comuni

Corriere della Sera

L’inchiesta da un esposto dei cittadini di Segrate.
Il primo cittadino sotto accusa: multe indebite per 2,4milioni


MILANO - La Guardia di Finanza di Milano ha notificato l’avviso di chiusura indagini a 38 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere e turbata libertà degli incanti per irregolarità nell’assegnazione degli appalti dei «T-Red», i semafori che avevano la durata del «giallo» fissata «dolosamente» in un tempo impossibile da rispettare e che costringevano gli automobilisti a passare con il rosso, registrando l’infrazione. Nell’inchiesta appena chiusa dal pm di Milano, Alfredo Robledo, emergono gare d’appalto pilotate per installare i semafori in 35 piccoli e medi Comuni di tutta Italia e una quindicina di comandanti dei vigili urbani e alcuni sindaci indagati. I municipi interessati si trovano nelle province di Milano, Como, Varese, Lodi, Mantova, Torino, Novara, Verona, Rovigo, Bologna, Modena, Ferrara, Livorno, Pisa, Firenze, Pistoia, Viterbo, Caserta, Benevento.

L’inchiesta per associazione per delinquere, turbativa d’asta e abuso d’ufficio è nata da un esposto dei cittadini di Segrate, alle porte di Milano, dove sarebbero state incassate indebitamente multe per circa 2,4 milioni di euro. I cittadini avevano verificato che tra il 16 novembre 2006 e il luglio 2007 sarebbero state ben 50mila le multe notificate ad altrettanti automobilisti passati con il rosso sui semafori di quattro incroci della Cassanese su cui erano stati installati i T-Red. E proprio il primo cittadino di Segrate, Adriano Alessandrini è tra gli indagati per abuso d'ufficio. Alessandrini è accusato in concorso con altri indagati, di aver disposto «il funzionamento a tre luci, 24 ore su 24, dei semafori sui quali erano installati i T-red, in assenza del necessario requisito delle particolari condizioni di circolazione previsto dall’articolo 169 del codice della strada, al solo scopo di fare cassa con le conseguenti multe». Secondo il pubblico ministero Alfredo Robledo, il sindaco in concorso con il comandante e il vice comandante della polizia locale avrebbe fissato «dolosamente» in quattro secondi il tempo di durata del giallo e modificato il funzionamento degli apparecchi impedendo di fatto agli automobilisti di reagire in tempo, con una frenata, alla comparsa del rosso.

Tra le persone raggiunte dall’avviso di chiusura indagini c’è anche Raoul Cairoli, l’amministratore unico della Ci.ti.esse, l’azienda che commercializza in via esclusiva i T-Red, e tre manager di società che operano nello stesso settore, accusati di aver fatto cartello fino al settembre 2008 per acquisire i contratti con i Comuni attraverso la «collusione con i pubblici ufficiali». Dall’inchiesta emerge che nel caso del Comune di Segrate (Milano), i T-Red erano attivi 24 ore su 24, anche in incroci dove non esisteva «il necessario requisito delle particolari condizioni di circolazione», senza quel «decimo di secondo tra lo scatto del rosso e l’infrazione» ed erano gli stessi dipendenti della Ci.ti.esse, su «istigazione» del sindaco e «senza la presenza di alcun pubblico ufficiale», ad acquisire e gestire le «immagini delle infrazioni stradali» su supporti informatici, «per altro alterabili».

Il sistema sarebbe andato avanti dal novembre 2006 al settembre 2007 e che, secondo l’accusa, faceva guadagnare sia il Comune che le società, le quali percepivano denaro «su base percentuale» in relazione alle multe comminate. Nel corso delle investigazioni condotte dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano sono stati sequestrati in tutto 68 tra semafori T-red e autovelox. Rimane infine aperto uno stralcio d’indagine per l’ipotesi di corruzione contestata a diversi pubblici ufficiali che, in cambio dell’assegnazione di contratti alle aziende che commercializzano questi dispositivi, avrebbero avuto in cambio denaro o regali, dagli orologi ai telefonini.

Il Codacons ha deciso di costituirsi parte civile nel procedimento penale ed invita tutti i consumatori ad aderire all'azione, nell'inchiesta sui T-Red. Secondo l'associazione dei comsumatori tutti gli automobilisti multati in uno dei 35 comuni coinvolti nell'inchiesta possono, quindi, partecipare contattando la sede del Codacons di Milano (codacons.milano@libero.it, tel. 02/29419096).

Redazione online
27 aprile 2010






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Libero uno degli assassini di Malcolm X

Corriere della Sera
Thomas Hagan, l'unico ad aver confessato il delitto, è uscito di prigione: per lui libertà condizionale



STATI UNITI

Libero uno degli assassini di Malcolm X


Thomas Hagan dopo l'assassinio di Malcolm X
Thomas Hagan dopo l'assassinio di Malcolm X
NEW YORK - Thomas Hagan, uno dei tre assassini di Malcolm X e l'unico ad aver confessato il delitto, è uscito di prigione. Dopo essersela vista negata per 16 volte, Hagan ha ottenuto la libertà condizionale e ha detto addio alle mura del carcere. Lo ha annunciato la portavoce del sistema penitenziario statale Linda Foglia.

LA CONDANNA - Hagan ha 69 anni, compiuti dietro le sbarre. Era stato arrestato pochi istanti dopo la sparatoria alla Audubon Ballroom di Washington Heights a Manhattan nel 1965 in cui era rimasto ucciso il leader nero. Negli ultimi due decenni, dal 1988, Hagan aveva avuto l'autorizzazione a lavorare fuori dalla prigione con l'obbligo di passare comunque due giorni alla settimana nella Lincoln Correctional Facility, un carcere sulla 110esima strada di Manhattan. Con altri due esecutori dell'assassinio, nel 1966 Hagan, che all'epoca si faceva chiamare Talmadge X. Hayer, era stato condannato all'ergastolo e il giudice aveva raccomandato che non venisse liberato sulla parola prima di 20 anni. Scaduto questo termine gli altri due complici, Muhammed Abdul Aziz e Kalil Islam, erano tornati in libertà (fonte: Ansa).


27 aprile 2010






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Stalking di condominio Il giudice «sfratta» una coppia

Corriere del Veneto

Ritorsioni e scherzi di cattivo gusto a una famiglia del palazzo, cui seguono esposti e denunce.
Alla fine il trasloco imposto dal tribunale

Per l'allontanamento della coppia sono intervenute le forze dell'ordine (archivio)

Per l'allontanamento della coppia sono intervenute le forze dell'ordine (archivio)

VICENZA—I rapporti tra vicini, talvolta, possono diventare davvero difficili. Dal rumore di notte alla pulizia delle scale, dall’aspirapolvere in funzione all’alba fino al parcheggio molesto davanti ai garage... Le occasioni per litigare non mancano. Ma quando le antipatie reciproche sconfinano nei dispetti continui e nella persecuzione, in una lotta all’ultima vendetta, il caso non può che finire in tribunale, con un accusa ben precisa: stalking. E’ quello che è accaduto in una palazzina di Contrà Do Rode, a Vicenza. Sotto accusa una coppia di fidanzati che il giudice, per salvaguardare la serenità dei vicini, ha costretto ad allontanarsi dal condominio. Insomma, a traslocare.

I problemi sono iniziati quando nella palazzina si è trasferita una ragazza di 28 anni, M.L.P. Il suo fidanzato, cinque anni più giovane, F.G., pur non abitando con lei, frequenta quotidianamente la casa. La nuova presenza però sembra non essere stata accettata di buon grado da chi, residente nello stesso condominio ormai da anni, si aspetta che le regole comuni, oltre a quella non scritte del buon senso, vengano rispettate. Prima una gentile e timida richiesta di rispetto. Poi un qualche appunto un po’ più fermo. Da una parte la famiglia del piano superiore, che non tollera che le proprie abitudini vengano sconvolte dai due giovani, dall’altra la nuova arrivata, che non ne può più di sentirsi così scomoda in casa propria per l’esasperata intolleranza dei vicini di casa. Ne è nata una guerra. Un anno intero di continue ripicche su ripicche, finite sul tavolo del pubblico ministero con una lunga e dettagliata denuncia. I due giovani infatti, stufi di sentirsi riprendere, e forse aggiungendo un pizzico di infelice goliardia alla situazione, hanno ben pensato di farla pagare ai vicini. Prima con le chiamate anonime. Una, due, tre volte. Alcune mute. Altre arricchite con qualche scherzo di cattivo gusto.

Poi, secondo la denuncia presentata dalla parte lesa, i due avrebbero persino aprofittato dell’assenza della famiglia in ferie, per staccare la corrente del loro appartamento dal contatore generale. Al rientro la famiglia si è ritrovata con frigorifero e freezer scongelati, cibo da buttare nella spazzatura, mentre l’acqua aveva innondato i pavimenti. Non contenti i due avrebbero ben pensato di alzare il tiro attaccando in giro per la città dei biglietti erotici «Caliente e disponibile, per appuntamento chiama... » e a seguire, manco a dirlo, il numero di casa della famiglia. Che a quel punto, esasperata, ha presentato denuncia. I due sono stati indagati per stalking, il giudice per le indagini preliminari Eloisa Pesenti, sollecitata dalla richiesta del pm di una misura, ha stabilito l’allontanamento. La coppia, alla presenza delle forze dell’ordine, ha dovuto traslocare.

Romina Varotto
27 aprile 2010




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La famiglia uccide più della mafia

Il Tempo

A Nuoro uccide sorella e cognato. Torino, prende a martellate la moglie.

Altro episodio in Piemonte: marito accoltellato.

Negli ultimi 10 anni le tragedie familiari aumentate del 3mila per cento.


Negli ultimi sette anni sono state 1500 le vittime di parenti Si allunga la tragica lista delle tragedie consumate tra le mura domestiche. Dopo la mattanza di domenica nel Mantovano ieri altri tre episodi. Vittime anche questa volta sono mogli, fratelli, cognati. Negli ultimi 10 anni, le tragedie familiari hanno avuto un incremento del 3000 per cento, cioè sono aumentati di ben 30 volte. Secondo una recente analisi dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri ospedalieri, spesso sono la solitudine, il dolore e il disagio psichico ad accumularsi, trasformandosi in un cocktail emotivo esplosivo.

Da poche ore in Lombardia si era conclusa la fuga del pluriomicida quando, verso le ventitrè e mezza, in Sardegna a Nuoro, un uomo, Giovanni Antonio Delogu, al culmine dell'ennesima lite ha sparato alla sorella Sebastiana e al cognato Graziano Manca. Li uccide entrambi. Una tragedia che poteva essere evitata. Qualche ora prima, verso le 21, i tre avevano litigato aspramente al punto che un'altra sorella aveva chiamato il 113. All'arrivo della volante la lite sembrava rientrata. Così, trascorsa un'altra ora, l'alterco si fa più violento e Delogu estrae la sua 38 special, regolarmente detenuta, e apre il fuoco contro i suoi familiari. Sarà arrestato poco dopo dagli agenti della squadra mobile.

Si parla di raptus assassino anche per i due episodi avvenuti nel torinese. Scene di follia tra le mura domestiche, che si macchiano di sangue e solo per puro caso non si trasformano nella scenografia di atroci delitti. Episodi e sintomi sottovalutati che degenerano nella violenza cieca. L'episodio più grave domenica sera, in un appartamento di Nichelino, al termine di una domenica passata in casa tra le tensioni per una separazione ormai nell'aria dopo 13 anni insieme. Nicolò Colonna, camionista di 53 anni, litiga con la moglie Alice, romena di 43 anni. Lui la colpisce con un martello, poi cerca di strangolarla e fugge. La donna, ricoverata in ospedale, è stata dimessa ieri sera. Ma dell'uomo nessuna traccia: solo la sua auto trovata vicino ad un ponte sul fiume Sangone, non lontano da Nichelino. E allora ecco affacciarsi la possibilità che si sia suicidato. Soltanto un'ipotesi, per il momento.

Un'altra casa, in corso Regina a Torino, un'altra famiglia, ma identica violenza. Vittima, questa volta, un lituano di 34 anni, accoltellato alla gamba destra dalla compagna. Lituana anche lei, 36 anni, bellissima ma sconvolta dall'alcol. Un problema che ha fatto passare in secondo piano, nel suo cuore di mamma, persino la figlia di 12 anni. La bimba, terrorizzata, vede tutto e scappa dai vicini di casa. Sono loro a dare l'allarme e a fare intervenire la polizia, che arresta la donna per lesioni aggravate. Il suo compagno non è grave, viene medicato in ospedale e dimesso, in tempo per prendersi cura della figliastra sotto choc. Equilibri familiari precari, menti sconvolte dalla gelosia e da turbe violente sopite per molte tempo. E troppe armi a disposizione di chi è psicologicamente instabile.





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Colletta di star salva la scritta Hollywood Dal re di Playboy dono di 900mila dollari

Il Mattino

LOS ANGELES (27 aprile)

La scritta di Hollywood è salva. Speriamo solo che Hugh Hefner, dopo aver donato oltre 900.000 dollari per evitare che venisse smantellata per far posto alla costruzione di lussuose ville, non la voglia sostituire con "Playboy". Il governatore della California Schwarzenegger ha confermato che il fondatore della piu' famosa rivista ose' del mondo ha sborsato una bella cifra per salvare la scritta che sorge a Cahuenga Peak. In totale sono stati raccolti 12.5 milioni di dollari per poter comprare i 56 ettari di terreno.

"E' il classico lieto fine hollywoodiano in cui tutti speravamo. Quella scritta è simbolo di sogni e opportunita" afferma il governatore. "Il segno di Hollywood accoglierà sognatori, artisti e bodybuilder austriaci per le generazioni a venire".

Schwarzenegger ha lodato sia i donatori pubblici che privati per aver raccolto i fondi. La società per la Public Land Conservation ha racimolato 6.7 milioni di dollari in fondi devoluti da privati, lo Stato ha donato 3.1 milioni e 2.7 milioni erano in fondi locali. Hefner che definisce la scritta la "Torre Eiffel di Hollywood" è stato il più generoso di tutti, "i miei sogni di infanzia e le mie fantasie arrivano dai film, le immagini create a Hollywood hanno avuto un enorme influenza sulla mia vita e su Playboy" aggiunge. Schwarzenegger afferma che le donazioni private sono arrivate da tutti i 50 Stati americani, 10 stranieri e numerose da privati , tra cui spiccano i nomi dell'erede di J. Paul Getty, Aileen Getty, Steven Spielberg e Tom Hanks.

Nel 1940, Howard Hughes aveva comprato il terreno che domina tutta Los Angeles e la San Fernando Valley per costruirci una casa da regalare alla fidanzata Ginger Rogers, ma relazione finì e la proprietà venne rivenduta nel 2002 per 1.7 milioni di dollari al gruppo Fox River Fincial Resources Inc. di Chicago. Due anni più tardi è stata rimessa sul mercato per 22 milioni di dollari, ma il Trust For Public Land è riuscito a negoziare un prezzo più basso.





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Privacy, nuove norme per telecamere

La Stampa

Il provvedimento del Garante sostituisce quello del 2004




ROMA

Sistemi integrati di videosorveglianza solo nel rispetto di specifiche garanzie per la libertà delle persone. Appositi cartelli per segnalare la presenza di telecamere collegate con le sale operative delle forze di polizia. Obbligo di sottoporre alla verifica del Garante della privacy, prima della loro attivazione, i sistemi che presentino rischi per i diritti e le libertà fondamentali delle persone, come i sistemi tecnologicamente avanzati o «intelligenti».

Queste, in sostanza, le nuove regole varate dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali per installare telecamere e sistemi di videosorveglianza da parte di soggetti pubblici o privati. Il periodo per adeguarsi è stato fissato, a seconda degli adempimenti, da un minimo di sei mesi ad un massimo di un anno.

Il provvedimento generale, che sostituisce quello del 2004 e introduce importanti novità, si è reso necessario - spiega il Garante - non solo alla luce dell’aumento massiccio di sistemi di videosorveglianza per diverse finalità ma anche in considerazione dei numerosi interventi legislativi adottati in materia: tra questi, quelli più recenti che hanno attribuito ai sindaci e ai comuni specifiche competenze, in particolare in materia di sicurezza urbana, così come le norme, anche regionali, che hanno incentivato l’uso di telecamere. Il provvedimento, di cui è stato relatore Francesco Pizzetti, in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, tiene conto delle osservazioni formulate dal Ministero dell’interno e dall’Anci. Ecco in sintesi le regole fissate dal Garante.

Principi generali Informativa: i cittadini che transitano nelle aree sorvegliate devono essere informati con cartelli della presenza delle telecamere. Nel caso in cui i sistemi di videosorveglianza installati da soggetti pubblici e privati siano collegati alle forze di polizia è necessario uno specifico cartello, sulla base del modello del Garante. Le telecamere istallate a fini di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica non devono essere segnalate, ma il Garante auspica comunque l’utilizzo di cartelli che informino i cittadini. Conservazione: le immagini registrate possono essere conservate per periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione in relazione a indagini. Per attività particolarmente rischiose (es. banche) è ammesso un tempo più ampio, che non può superare comunque la settimana. Eventuali esigenze di allungamento dovranno essere sottoposte a verifica preliminare del Garante.

Settori di particolare interesse Sicurezza urbana: i Comuni che installano telecamere per fini di sicurezza urbana hanno l’obbligo di mettere cartelli che ne segnalino la presenza. La conservazione dei dati non può superare i 7 giorni. Sistemi integrati: per i sistemi che collegano telecamere tra soggetti diversi, sia pubblici che privati, o che consentono la fornitura di servizi di videosorveglianza «in remoto» da parte di società specializzate (es. società di vigilanza, Internet providers) mediante collegamento telematico ad un unico centro, sono obbligatorie specifiche misure di sicurezza. Per alcuni sistemi è necessaria la verifica preliminare del Garante. Sistemi intelligenti: per i sistemi di videosorveglianza dotati di software che permettono l’associazione di immagini a dati biometrici (es. «riconoscimento facciale») o in grado, ad esempio, di riprendere e registrare automaticamente comportamenti o eventi anomali e segnalarli è obbligatoria la verifica preliminare del Garante.

Violazioni al codice della strada: obbligatori i cartelli che segnalino i sistemi elettronici di rilevamento delle infrazioni. Le telecamere devono riprendere solo la targa del veicolo. Deposito rifiuti: lecito l’utilizzo di telecamere per controllare discariche di sostanze pericolose ed «eco piazzole».

Settori specifici

Luoghi di lavoro: le telecamere possono essere installate solo nel rispetto dello norme in materia di lavoro. Vietato comunque il controllo a distanza dei lavoratori, sia all’interno degli edifici, sia in altri luoghi di prestazione del lavoro (es. cantieri, veicoli). Ospedali e luoghi di cura: no alla diffusione di immagini di persone malate mediante monitor quando questi sono collocati in locali accessibili al pubblico. È ammesso, nei casi indispensabili, il monitoraggio da parte del personale sanitario dei pazienti ricoverati in particolari reparti (es.rianimazione), ma l’accesso alle immagini deve essere consentito solo al personale autorizzato e ai familiari dei ricoverati.

Istituti scolastici: ammessa l’installazione di sistemi di videosorveglianza per la tutela contro gli atti vandalici, con riprese delimitate alle sole aree interessate e solo negli orari di chiusura. Taxi: le telecamere non devono riprendere in modo stabile la postazione di guida. Trasporto pubblico: lecita l’installazione ma rispettando limiti precisi come l’angolo visuale circoscritto. Web cam a scopo turistico: la ripresa deve avvenire con modalità che non rendano identificabili le persone. Soggetti privati, tutela delle persone e della proprietà: si possono installare telecamere senza il consenso dei soggetti ripresi, ma sempre sulla base delle prescrizioni indicate dal Garante.



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L'autopsia: Elisa Claps fu accoltellata e soffocata

Avvenire

Elisa Claps fu colpita più volte mortalmente al torace con un'arma da taglio (forse un coltello) e fu finita per soffocamento. Secondo quanto si apprende a Salerno da fonti qualificate, è questa la conclusione alla quale è giunto l'anatomopatologo Francesco Introna, che ha eseguito l'autopsia sul cadavere della studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993 e i cui resti sono stati trovati nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza lo scorso 17 marzo.

Non sono noti altri dettagli dell'autopsia dal momento che la consulenza medico-legale è tuttora secretata per decisione della Procura generale di Salerno. Gli investigatori ritengono che il delitto sia avvenuto domenica 12 settembre 1993, lo stesso giorno della scomparsa della studentessa potentina, che all'epoca aveva 16 anni. Sempre secondo gli investigatori, l'accoltellamento e il soffocamento di Elisa Claps sarebbero avvenuti durante un tentativo di violenza sessuale.

Per l'omicidio di Elisa Claps vi è un unico indagato, Danilo Restivo, che quella domenica di settembre del '93, per sua stessa ammissione, incontrò Elisa proprio nella chiesa della Trinità. Restivo si è sempre detto innocente riguardo alla scomparsa e alla morte della ragazza: da tempo l'uomo (che oggi ha 38 anni) vive in Inghilterra, dove è stato coinvolto nelle indagini per un altro omicidio (avvenuto il 12 novembre 2002), quello della sarta Heather Barnett, che viveva nei pressi della sua abitazione.




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Brenda potrà essere seppellita

Corriere della Sera

Ok dalla Procura di Roma alla celebrazione dei funerali del trans ucciso il 20 novembre scorso

ROMA - Potranno essere celebrati i funerali di Brenda, il transessuale coinvolto nel caso Marrazzo e morto il 20 novembre scorso a causa di un incendio della sua abitazione in via Due Ponti. La Procura di Roma, conclusi gli accertamenti sul decesso, ha infatti dato il nulla osta e gli avvocati dei famigliari hanno già avviato le pratiche per trasferire la salma in Brasile. Brenda era stato coinvolto come testimone nel caso Marrazzo in quanto era risultato suo frequentatore. Per la morte del trans il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pubblico ministero Rodolfo Sabelli hanno ipotizzato contro ignoti il reato di omicidio volontario.

LA FAMIGLIA - Gli avvocati dei famigliari di Brenda in una dichiarazione hanno osservato che a loro giudizio dagli elementi e circostanze raccolte sicuramente Brenda dava fastidio a qualcuno. «L'aggressione subita una decina di giorni prima della morte -hanno detto gli avvocati- quando Brenda fu derubato del cellulare e i tagli che erano sul suo braccio sinistro dimostrano che nei suoi riguardi c'è stata un'attività violenta e che la vicenda culminata nella sua morte è sempre più torbida». La famiglia, che da tempo chiedeva di poter seppellire Brenda, ha chiesto anche un contributo al Comune per le spese che ci saranno da sostenere.

LA TRANS - Wendeu Mendes Paes, meglio nota come Brenda, venne sentita dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ricatto ordito da quattro carabinieri a danno dell’ex presidente della Regione Lazio, sorpreso in compagnia del viado Natali nel luglio del 2009. Anche Brenda aveva avuto alcuni incontri con Marrazzo. Redazione online

27 aprile 2010





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Australia, milionaria lascia alle figlie solo 30 monete d'argento: «Siete come Giuda»

Corriere della Sera
Valmai Roche accusava le tre donne e l'ex marito di aver ucciso sua madre e di non averla mai amata

le tre diseredate sono già ricchissime ma hanno impugnato il testamento

Australia, milionaria lascia alle figlie solo 30 monete d'argento: «Siete come Giuda»


Valmai Roche (dal sito adelaidenow)
Valmai Roche (dal sito adelaidenow)
ADELAIDE (AUSTRALIA) - Quando hanno letto il testamento della madre sono rimaste senza parole. La milionaria australiana Valmai Roche, scomparsa nel marzo del 2009 all'età di 81 anni, ha giocato davvero un brutto scherzo alle sue tre figlie. L'ereditiera di Adelaide, che vantava un patrimonio di circa 3 milioni di euro, ha lasciato a Deborah Hamilton, Fiona Roche e Shauna Roche appena un euro a testa. Per rendere ancora più simbolico il suo gesto nel testamento ha specificato che le figlie dovevano ricevere 30 monete d'argento di basso valore, gli stessi denari sporchi di sangue pagati a Giuda». Tutti i suoi averi invece sono stati donati alla «Knights of the Southern Cross» (Cavalieri della Croce del Sud) un'associazione cristiana australiana.

TRENTA DENARI - Secondo quanto raccontano i quotidiani locali la signora Roche avrebbe lasciato la medesima e simbolica cifra all'ex marito, John Roche, che dal 1975 al 1977 è stato sindaco di Adelaide. La donna avrebbe preso questa drastica decisione perché da anni ormai sospettava che a provocare l'improvvisa e mai spiegata morte di sua madre, Dorothy Maud Haber, fosse stato il suo ex marito con l'aiuto delle tre figlie. Il presunto omicidio sarebbe avvenuto nella casa di cura di Plympton, dove la madre dell'ereditiera era ricoverata e le cause del decesso ancora oggi sono poco chiare. Nel testamento la signora Roche ha anche stabilito che i suoi gioielli saranno divisi equamente tra le tre figlie a patto che «esse leggano e rispondano correttamente ad alcune domande che riguardano i suoi diari personali scritti tra il 1974 e il 1981». Infine per giustificare ulteriormente il suo comportamento, l'ereditiera ha precisato che neppure negli ultimi anni della sua vita ha ricevuto un po’ d'affetto dalle figlie e proprio per questo ha deciso di punirle.

IMPUGNAZIONE - Deborah Hamilton, Fiona Roche e Shauna Roche, che comunque continueranno a condurre una vita agiata (i Roche sono una tra le famiglie più ricche e potenti d'Australia), non hanno accettato passivamente la decisione della madre. Hanno impugnato il testamento e intendono recuperare tutto il patrimonio perduto. Durante una delle prime udienze del processo Deborah Hamilton ha affermato che lo stato mentale di sua madre non era dei migliori e che l’anziana donna non era per niente lucida quando ha scritto le sue ultime volontà: «Alcune idee false e sbagliate sulla morte di sua madre non le hanno consentito di ragionare - ha rilevato la Hamilton durante il processo - Non era più in grado di prendere una decisione giusta e corretta per il futuro del suo patrimonio».

Francesco Tortora
27 aprile 2010



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Cassazione: bambini mai soli in bagno

Corriere della Sera

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Condannato il ministero: non vuole risarcire la famiglia di una bambina che si è ferita nella toilette dell'asilo

«la maestra non avrebbe dovuto lasciare sola l'alunna, tornando dagli altri»

Cassazione: bambini mai soli in bagno


MILANO - I bambini della scuola materna sono troppo piccoli per essere lasciati soli in bagno e le maestre non possono limitarsi ad accompagnarli al gabinetto per fare subito ritorno in classe dagli altri bimbi. Se non possono lasciare sola la classe, allora devono chiedere al personale della scuola di stare in bagno col bambino che ne ha necessità. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 9906. In particolare la Suprema Corte ha dato torto al ministero dell'Istruzione che non voleva corrispondere il risarcimento danni ai genitori della piccola Sara, una bimba di tre anni che si era fatta male nel bagno del suo asilo. Tirando la catenella del wc le era caduto nell'occhio un gancio ferendola gravemente.

MOTIVAZIONI - Il ministero ha contestato di essere responsabile del comportamento della maestra che aveva accompagnato la piccola alla porta del bagno per poi far ritorno subito in classe, dagli altri 26 bimbi a lei affidati. Per la Cassazione la maestra, insegnante della scuola materna comunale del comune di Sava (Lecce), è responsabile per non aver vigilato in modo completo sulla piccola «ritornando immediatamente in classe». La maestra «non doveva lasciare sola la bimba avvalendosi eventualmente - spiega la Cassazione convalidando quanto già affermato dai giudici della Corte d'appello di Lecce - dell'ausilio e dell'intervento del personale non docente» che doveva essere allertato «su interessamento della maestra». Responsabile del comportamento dell'insegnante è il suo datore di lavoro, ossia il ministero che dovrà rifondere i danni provocati alla piccola dalla rottura della cordicella del wc.

Redazione online
27 aprile 2010



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Noriega estradato in Francia

Il Secolo xix

Dopo anni di contenziosi, ricorsi giudiziari, appelli e controappelli, compreso uno alla Corte Suprema americana e una lettera con una richiesta di grazia al presidente francese, Nicolas Sarkozy, l’ex uomo forte di Panama, Manuel Noriega, al potere nel Paese centro-americano dal 1983 al 1989, è stato estradato dagli Stati Uniti alla Francia, dove deve scontare 10 anni di carcere per riciclaggio.


Noriega in una foto d’archivi
Noriega, che oggi ha 76 anni, era stato condannato negli Usa per traffico di droga, riciclaggio di denaro e altri reati. Era stato catturato come prigioniero di guerra nel corso dell’invasione americana di Panama nel 1989 e nel 1992 era stato processato a Miami, dove un tribunale gli aveva inflitto 30 anni di reclusione, poi ridotti a 17.

Nel 2007 aveva finito di scontare la sua pena, ma era rimasto in carcere proprio in virtù della richiesta di estradizione avanzata dalla Francia, dove era stato condannato in contumacia nel 1999 per riciclaggio di denaro ricavato dai traffici di cocaina e altri reati.

Da anni la Francia aveva presentato richiesta di estradizione nei suoi confronti, contro la quale Noriega aveva costantemente presentato vari ricorsi, arrivando, come detto, sino alla Corte Suprema americana.

Nel gennaio scorso, l’Alta Corte aveva dapprima respinto il suo appello, poi, due mesi dopo, il 22 marzo, aveva rigettato l’ultimo suo ricorso, nel quale l’ex dittatore chiedeva di essere riascoltato sempre nell’ambito della causa avviata dai suoi legali contro la sua estradizione. Come ha spiegato un portavoce del Dipartimento di Stato americano, si è trattato dell’ultimo passo procedurale a disposizione di Noriega. Con la decisione di respingere il suo ricorso, la Corte Suprema ha di fatto aperto la via alla sua estradizione in Francia. L’ordine di estradizione, a quanto pare, è stato firmato dal segretario di Stato, Hillary Clinton.

Noriega (a destra) sta per salire sull’auto che lo porterà in aeroporto per partire verso la Francia

Soprannominato “faccia d’ananas”, ex amico degli americani ed ex informatore della Cia, per sei anni fu l’uomo forte di Panama prima di essere deposto dagli stessi Stati Uniti. Ieri pomeriggio è stato caricato su un volo Air France in partenza da Miami e diretto in Francia.

A Parigi, un portavoce del ministero della Giustizia ha confermato ieri sera che la procedura di estradizione è in atto. Per Noriega, nelle prossime ore, si apriranno le porte di un carcere francese.






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Pubblicità-choc, ondata di proteste

Il Secolo xix


«Rimetti a noi i nostri abiti», si legge su uno dei cartelloni contestati a Ventimiglia

Il tam tam è passato dal Web a Facebook, sino alla decisione di inviare decine di mail all’indirizzo dell’assessore alle pari opportunità di Sanremo Claudia Lolli: «Quel manifesto svilisce e offende il femminile con l’utilizzo di messaggi ambigui che giocano platealmente sul corpo femminile associato alla vendita».

Il maxi-cartello in questione è comparso nei giorni scorsi su una parete dei Bagni Italia, in corso Trento e Trieste a Sanremo, e raffigura il “lato B” di una bella ragazza in bikini su uno sfondo balneare.

Sintetico, ma indubbiamente efficace (almeno dal punto di vista pubblicitario), lo slogan volutamente ambiguo che vi compare: «Questo può essere tuo». Che cosa diventerà nostro? Non ovviamente la splendida fanciulla ma lo spazio pubblicitario: da utilizzare per un’azienda, un negozio e così via.

Insomma ancora una volta i creativi fanno scandalo, anche perché a Ventimiglia - vedi a lato - tiene banco un caso analogo, con un Cristo nero che invoca (pensate un po’) addirittura abiti griffati...

La protesta per il cartellone comparso sulla passeggiata-mare di Sanremo, firmato dall’agenzia Digigraphica di Imperia, è partita dapprima dal sito “Donne pensanti” che ne ha fatto una battaglia, invitando appunto il Comune a prendere provvedimenti.


Decine i messaggi di commento, tutti più o meno come quello di Giorgia: «Come si fa a dire che lo slogan “questo può essere tuo” con un sedere in bella mostra non si riferisca in qualche modo al sedere medesimo giocando piuttosto esplicitamente sull’ambiguità delle immagini?».

Di qui la decisione delle “donne pensanti” di fare “mail bombing” nei confronti degli indirizzi internet dell’agenzia, vale a dire di mandare tantissime mail di protesta.

Gianluca Gozzo, 42 anni, amministratore unico di Digigraphica, replica dal suo ufficio imperiese senza scomporsi più di tanto.

«Scandalizzarsi? Non è un messaggio totalmente provocatorio, il bikini è abbondantemente castigato, non ci sono chiappe in bella vista. Certo che volevamo “colpire”, e in questo senso i fatti ci stanno dando ragione. Abbiamo sicuramente fatto centro».

«D’altra parte - conclude Gianluca Gozzo - siamo un’agenzia di persone molto giovani abituate a usare farina del nostro sacco e non dei sacchi altrui... Ed è forse anche per questo motivo che, pur abitando e lavorando a Imperia, abbiamo clienti in molte città del nord Italia».





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Sole di Napoli «in scatola» da regalare a Bossi jr

Il Mattino

ROMA (26 aprile) - Dopo l'aria di Napoli ecco il «raggio di sole di Napoli» ('na lenz' e sole) ideato da un'azienda partenopea produttrice di gadget che intrappola in un cofanetto «la straordinaria luce della capitale del Mezzogiorno».
«È un'idea - spiegano Enrico Durazzo e Francesco Emilio Borrelli, dell'associazione Napolibuona - nata dopo le ultime esternazioni di Renzo Bossi. Dovrebbe vivere per qualche mese nel Mezzogiorno prima di parlare e di dire stupidaggini come l'altro suo collega Matteo Salvini che ci ha insultati appena eletto europarlamentare». Nei giorni scorsi Bossi junior, figlio del leader della Lega, aveva annunciato che non avrebbe fatto il tifo per l'Italia nei mondiali di calcio e di non essere «mai sceso a sud di Roma».

Nella scatola, oltre alla luce di Napoli realizzata con una particolare fibra ottica, c'è anche la riproduzione dell'intera città. «I primi raggi - dicono Durazzo e Borrelli - abbiamo deciso di regalarli a due personaggi milanesi. Uno è per il regista Gabriele Salvatores che da piccolo si trasferì con la famiglia da Napoli a Milano, l'altro proprio per il figlio del leader della Lega Nord per insegnargli un pò di geografia». «È un modo ironico - concludono i due - per rispondere da meridionali alle continue aggressioni leghiste di cui siamo veramente stanchi».





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Napolitano ai giudici: "Fate autocritica per recuperare fiducia"

Quotidianonet

L'appello del Capo dello Stato: "Per recuperare l’apprezzamento e il sostegno dei cittadini e a tal fine la magistratura non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa"



Roma, 27 aprile 2010

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto questa mattina al Quirinale i nuovi magistrati in tirocinio nominati con i decreti ministeriali del 23 aprile e del 2 ottobre dello scorso anno. Erano presenti il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, Vincenzo Carbone, il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito.

“Occorre adoperarsi per recuperare l’apprezzamento e il sostegno dei cittadini e a tal fine la magistratura non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni rifuggendo da visioni autoreferenziali”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgendosi ai giovani magistrati.

 Il capo dello Stato ha toccato nel suo intervento, come già aveva fatto al Csm lo scorso 9 giugno, “il problema della crisi di fiducia insorta nel paese sia per il funzionamento insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia sia per l’incrinarsi dell’immagine e del prestigio della magistratura”.

Napolitano spiega che per lui è “motivo d’orgoglio” vedere nei giovani magistrati “passione e fervore ma anche consapevolezza dei difficili compiti”. Motivo d’orgoglio, aggiunge il presidente, “in particolare per me che dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura sono garante nella duplice veste di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio superiore”. Un duplice ruolo di cui Napolitano intende pienamente “farsi carico” chiedendo anche alle toghe un’operazione “non facile” di autocritica.

 
No, dunque, ai personalismi
o alle esposizioni mediatiche ma sempre equilibrio e “profondo rispetto della dignità della persona”. Tra l’altro, ricorda Napolitano, “il rigoroso rispetto delle norme che regolano l’avvio e la conduzione delle indagini è essenziale non meno della scrupolosa applicazione delle norme sostanziali”.





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Morto Gui, ministro Dc negli anni '60-'70 Fu coinvolto nello scandalo Lockheed

Il Mattino

Guidò Pubblica istruzione, Difesa, Sanità, Interno
Assolto al processo sulle tangenti per l'acquisto dei C130


PADOVA (27 aprile)

Luigi Gui, ministro democristiano negli anni '60 e '70, è morto ieri sera a Padova a 95 anni. Ne dà notizia uno dei figli, Benedetto. I funerali si terranno giovedì a Padova. Nato a Padova il 26 settembre 1914, Gui fu eletto deputato all'Assemblea costituente.

Negli anni '60 fu ministro della Pubblica istruzione, ministro della Difesa e, nel 1974, ministro della Sanità. Dal novembre 1974 al febbraio 1976, nel quarto governo Moro, fu ministro dell'Interno. Insieme a Mariano Rumor e Mario Tanassi fu coinvolto, nella metà degli anni Settanta, nel celebre scandalo Lockheed (corruzione per la fornitura di aerei C-130), ma venne assolto con formula piena nel primo e unico processo di sempre in Italia davanti alla Corte Costituzionale dopo il voto del Parlamento sulla messa in stato d'accusa proposta dalla Commissione parlamentare inquirente.





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Così buttavamo l'amianto nel Po"

La Stampa

Eternit, il racconto dell'anziano operaio malato: prassi per decenni



alberto gaino
torino

«Ha voglia - sbotta l’anziano operaio nel testimoniare - altro che carriole, buttavamo nel Po scarti di amianto in grado di riempire autobotti. A ogni fine turno si puliva il pavimento del reparto con la gomma dell’acqua, la polvere della lavorazione delle lastre in fibrocemento la si spingeva, con l’acqua, nel canale che finiva nel fiume. Poi, al sabato, si scaricavano le vasche di contenimento degli scarti. Si ammorbidiva l’amianto con l’acqua e ne se ne faceva lo stesso uso: il Po. Quando non si riusciva a scioglierlo c’era il motocarro che andava su e giù, dallo stabilimento al greto».

Ezio Buffa, entrato in Eternit, a Casale Monferrato, nel 1954 a 19 anni, è uno dei spravvissuti più longevi. Ricorda ancora di aver visto «le molazze con cui si spappolava l’amianto, manovrandole a mano». Respira con fatica - «per l’asbestosi, quando scoprirono che ce l’avevo, nel 1970, era al 21%, ora è al 76%» - e i ricordi vanno e vengono. Ma è nitido quello delle pulizie. Più gli chiedono di precisare, più s’infervora: «Era dal 1907 che si faceva così. Prima con le scope di saggina, poi con le pompe: c’erano questi canali di scolo, si spazzavano gli scarti dopo aver bagnato i pavimenti. Il greto del fiume, davanti allo stabilimento, ne era pieno».

L’inquinamento del Po era stato trascurato negli scorsi decenni e rivalutato con le testimonianze raccolte nel corso delle indagini per disastro doloso. Guariniello conferma: «Abbiamo acquisito foto aree scattate dal 1975 al 1986, verificando le variazioni morfologiche sulla sponda destra del Po. Mostreremo in aula nella prossima udienza (citata Bresso, forse Cota) come il greto del fiume fosse diventato una discarica di detriti d’amianto: il Po li drenava e continuamente veniva rialimentata con materiale di scarto». L’inquinamento ambientale è un fattore amplificatore del disastro.

In aula Bruno Pesce, storico segretario della Camera del lavoro, rammenta come la bonifica dello stabilimento - «a causa di ricorsi di ditte che avevano perso l’appalto» - sia stata effettuata solo tra il 2000 e il 2004. Pesce ricostruisce: «Il Comune si era mosso prima, vietò nel 1987 che l’amianto circolasse nel proprio territorio e due anni dopo stabilì l’incentivo di 4 mila lire al metro quadro di amianto rimosso. L’assessore regionale Paolo Ferraris, casalese, fece arrivare i primi soldi per la bonifica della città, 3 miliardi di lire, e morì di mesotelioma pochi anni dopo, nel 1997».

Nei racconti dei testimoni i morti ritornano con nomi e cognomi, il maestro di scuola, il giovane bancario che faceva sport, intere famiglie che nemmeno abitavano vicino all’Eternit, operai e dirigenti, una strage ignorata a lungo. Racconta Pesce: «Dovemmo fare causa all’Inail (ora parte civile) perché prendeva per buoni i dati dell’azienda, e mandare Trentin dal ministro Vassalli perché si potesse fare il processo di Casale. L’Eternit ci faceva spiare da una giornalista locale, Cristina Bruno, che si era infilata fra noi e continuamente ci chiedeva delle nuove iniziative». Sono state sequestrate le sue relazioni alla multinazionale: «La cultura dell’Eternit è stata a lungo dominante».




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L’ultima follia: casco in bicicletta per legge

di Vittorio Sgarbi

Il nuovo codice della strada contiene obblighi paradossali: chi cade dalle due ruote non rischia più di chi va a piedi.

Allora, tanto vale imporre di proteggere la testa anche ai pedoni e di indossare la maglia della salute



 

Per fortuna che me l’hanno rubata la mia Dei; intendo la «Umberto Dei», la bicicletta più classica ed elegante prodotta in Italia, anche Vittorio Feltri ne ha una, ma è ormai rassegnato a tenerla in garage. Infatti un’altra delle libertà fondamentali, in nome della sicurezza dei cittadini, è stata gravemente condizionata; né, credo, si potrà sperare che un ravvedimento risarcisca anche soltanto il danno emotivo dell’annuncio: l’obbligo del casco per chi va in bicicletta.

Io sono nato a Ferrara, dove andare in bicicletta è un rito che pertiene alla civiltà della conversazione. Ci si incammina, ci si incrocia, ci si ferma a parlare, si riparte. Il vento leggero o la nebbia ti entrano nei capelli. Si avanza a passo di trotto, poco più veloci che a piedi, ma si possono fare lunghe distanze nella città delle meraviglie con le larghe strade che vanno verso l’infinito in uno spazio raddoppiato rispetto a quello medievale tortuoso e inadatto alle biciclette. Forse la consuetudine all’uso delle biciclette deriva proprio da questo, dall’«addizione erculea», l’ampliamento della città che ha moltiplicato le distanze e le ha rese inadatte a un percorso a piedi.

La bicicletta resta comunque una protesi delle gambe, non ha motore, procede per impulso del corpo e riproduce la mitica figura del centauro. La bicicletta muove l’aria, fabbrica il vento, e chiede che la testa lo avverta. Certo, ogni volta che si esce di casa si corre qualche rischio, un ciclista può essere investito ma non corre i rischi tipici di chi va a motore per il quale, in automobile, è prescritta la cintura di sicurezza e, in motocicletta, è previsto il casco. Un ciclista non si può far male cadendo più di quanto si possa far male chi andando a piedi inciampa. Il rischio quindi non è implicito nel mezzo ma nelle circostanze che spesso dipendono dall’imprudenza di automobilisti e motociclisti.

Ma, allora, se dobbiamo imporre il casco ai ciclisti dobbiamo imporlo anche ai pedoni. E, poi, contro il raffreddore, per legge, dobbiamo imporre anche la maglietta della salute. D’altra parte ormai anche alle prime esperienze sessuali, vergini e con i distributori automatici nelle scuole, i ragazzi sono esortati a usare il preservativo, introducendo nei rapporti amorosi l’atteggiamento più estraneo, che è la diffidenza. Ovvero il sospetto della pericolosità del supposto amato. Meglio allora la castità!

Il casco per i ciclisti è come il preservativo per la testa, senza voler nulla insinuare. Annulla il piacere del vento, della felicità di sentire la dimensione dell’aria, i rumori della strada, le parole delle persone. Il casco ti sigilla e ti esclude, trasforma il mite spostamento in bicicletta in un atto onanistico come quello di chi non va in nessun luogo su una cyclette per fare ginnastica. Finito il vento del viaggio che ti porta non so dove, penso al mito infranto per lo scrittore che elesse la bicicletta a suo privilegiato veicolo di viaggio e conoscenza: Alfredo Oriani, che scrisse un romanzo (Bicicletta, 1902) su questa esperienza e che con la bicicletta è rappresentato nel monumento di Alfredo Biancini che gli volle dedicare Casola Valsenio, la sua città natale.

Rassegnato, oggi, Oriani resterebbe in casa ad attraversare la sua Romagna sulle carte geografiche per non trovarsi imprigionato dentro un elmo bellicoso.





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Italiani, i più ignoranti sul sesso

L Stampa

Una ragazza italiana su tre arriva al primo rapporto senza alcuna protezione
FLAVIA AMABILE


Che cosa sanno i giovani italiani sul sesso? Poco o nulla. In fatto di contraccettivi  sono i più ignoranti d'Europa insieme con i turchi. E poi riescono a credere a decine di sciocchezze sulle gravidanze nonostante vivano nel 2010.

Oggi la Sigo, la società italiana che riunisce ginecologi e ostetrici darà il via a un convegno su ''Adolescenti, sessualità e media". E renderà noti i risultati di indagini condotte dalla società fra giovani e giovanissime, dati che fanno capire molto su tutto quello che in Italia non si è fatto in questi anni in materia di educazione sessuale: 

• le donne italiane non sono ‘fedeli’ ai metodi contraccettivi, passano dalla pillola al profilattico al coito interrotto 

• il 10% delle donne intervistate ricorre alla contraccezione di emergenza 

• 8 donne su 100 dicono di non aver mai fatto uso di un metodo anticoncezionale 

• la prima volta è senza precauzioni per il 37% delle ragazze 

• l’età media della prima volta è 16 anni 

• Il 72% vive attualmente un rapporto di coppia 

• 6 su 10 considerano la loro “prima volta” soddisfacente e l’hanno vissuta nel 31% dei casi a casa del compagno, nel 26% nella propria, nel 19% in auto, nell’11% all’aperto e nel 10% a scuola 

• il 43% delle under 26 ha cambiato 4 partner dopo il primo 

• la mamma è la prima persona a cui si rivolgerebbero in caso di una gravidanza inattesa 

• chi “attende” lo fa perché non si sente pronta (38%), perché non ha ancora incontrato il “ragazzo giusto” (29%) o perché contraria ai rapporti prematrimoniali (19%). 

• il 34% crede che la pillola possa essere alleata di forma fisica e benessere, il 35% sa che esistono formulazioni in grado di contrastare la ritenzione idrica, il 63% considera l’impatto corporeo prioritario per la scelta del metodo

• l’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa per l’utilizzo della contraccezione soprattutto per la mancata volontà di utilizzare metodi contraccettivi (53%), la mancata conoscenza (38%) o l’errato utilizzo (9%) 
  
• è  il fanalino di coda in Europa per utilizzo di pillola contraccettiva, con una media del 16,2%, a fronte del 50% in Olanda, del 40% in Francia e Portogallo o del 30% della Svezia. Dopo di noi, solo la Grecia.

• solo lo 0,3% delle under 19 italiane possiede una buona educazione sessuale, il 26,5% 
sufficiente, il 72,9% insufficiente 

• il 67% ritiene utile introdurre nelle scuole superiori la distribuzione diretta e controllata di anticoncezionali 

• per il 46% i medici possono e devono promuovere maggiore counselling ed educazione in tema di sessualità 

E a questo link sono raccolte le migliori 'bufale' in cui credono i giovani italiani che provano ad evitare una gravidanza





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Baci per una notte

La Stampa



YOANI SANCHEZ
Indossa una maglietta attillata, ha i capelli coperti di gel e offre il suo corpo per soli venti pesos convertibili a notte. Mostra un volto con zigomi sporgenti e occhi di taglio cinese, caratteristiche comuni tra chi proviene dalle zone orientali del paese. Gesticola molto, ostenta un mix di lascivia e di innocenza capace di provocare al tempo stesso pena e desiderio. Rientra nel consistente gruppo di cubani che si guadagnano la vita con il sudore pelvico, vendendo sesso a stranieri e connazionali. A Cuba l’industria dell’amore rapido e delle brevi carezze è cresciuta in modo considerevole negli ultimi vent’anni. In certe zone dell’Avana sembra di respirare aria da bordello, soprattutto se passiamo da calle Monte all’incrocio con Cienfuegos. Donne giovani che vestono abiti appariscenti, ma un po’ scoloriti, offrono la loro “mercanzia” specialmente quando scende la notte. Con il favore delle tenebre gli elastici dei vestiti non sembrano così allentati e le occhiaie del volto si notano meno. Queste ragazze non possono pretendere di accalappiare un gestore d’azienda statale o un turista, non avranno mai un cliente che le porti in hotel e che il giorno dopo offra una colazione a base di latte. Non usano profumi di marca e svolgono il loro lavoro nella squallida camera di una povera abitazione o in un sottoscala. Trafficano con gemiti, scambiano momenti di piacere per denaro. Questi uomini e donne - commercianti del desiderio - evitano di imbattersi nei poliziotti che controllano la zona.

Cadere nelle mani di uno di loro può significare una notte in galera o la deportazione nella provincia di origine, per chi vive illegalmente in città. Tutto può finire bene se il poliziotto è sensibile alla visione di una coscia scoperta e accetta di non redigere la lettera di avviso in cambio di qualche minuto di intimità. Alcuni agenti dell’ordine torneranno spesso a riscuotere il loro pedaggio - in moneta o in servizi - per consentire a questi esseri notturni di continuare gli adescamenti agli angoli delle strade. Se una donna rifiuta di pagare il prezzo pattuito può finire in un istituto di rieducazione per prostitute, mentre un uomo può essere accusato del reato di pericolosità sociale. Si completa in questo modo il ciclo del sesso per denaro, in una città dove il lavoro onesto è una reliquia da museo e la stringente necessità convince molte persone a vendere il corpo, a mettersi in mostra nella speranza di ricevere un’offerta.

Traduzione di Gordiano Lupi 
www.infol.it/lupi




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Chi tocca Fini è "fascista"

Libero



"Pifferai e gazzettieri che neanche il fascismo" ha prodotto. Prendi su e porta a casa. Questo pensa di noi, di Gianluigi Paragone e de il Giornale non il Travagliato Fatto, né la Repubblica di De Benedetti e nemmeno la Concita dell'Unità. Ma l'ex Msi ed ex Annino Secolo d'Italia, supporter di Gianfranco Fini. L'editoriale di oggi, a firma Salvatore Sechi, non lascia spazio ai convenevoli. E ci spezza le reni così: "Abbiamo visto riecheggiare i ritmi di una musica da regime interno che con questa insolenza temeraria non ebbero neanche i gazzettieri democristiani e furono rari durante lo stesso fascismo. A questi pifferai è comune il seguente adagio: se gli argomenti di Fini risultano simpatici, o peggio condivisibili, al centrosinistra, e ostici ai berluscones questa è la prova che il presidente della Camera è fuori del sagrato, ridotto a un traditore ormai in cerca di una nuova casacca". Regime, fascismo, gazzettieri, pifferai, berluscones. Noi. Questo tocca a chi si prova a criticare Gianfranco Fini.

Il giornale del fu Msi, insomma, vuol farci credere che quella di Fini alla Direzione di giovedì sia stata solo una mattana. Sacrosanta fin che si vuole, ma solo una mattana. Il leader di An è ansioso di dire la sua, non c'è nessun ribaltone in atto, nessuna strategia segreta, nessun tentativo di sbaraccare dal Pdl. Se Francesco Rutelli, Pier Casini e Luca di Montezemolo stanno tessendo nell'ombra il nuovo Grande Centro, e perfino Di Pietro tende la mano a destra, è un caso. Lui, Fini, era solo stressato quel dì, perché nel Pdl non c'è libertà di dissenso, il partito è populista e si pensa che la democrazia sia "mettere nell'urna una scheda elettorale di adesione a un programma di governo valido una manciata di anni". Mentre, nossignore, la democrazia non è l'urna, è la "divisione dei poteri". Cadreghe, insomma, secondo i riformisti del Secolo.

I pifferai che suonano una musica che "nemmeno nel fascismo", i berluscones insomma, hanno il torto di pensare -secondo gli illuminati finiani- che Fini non sia solo un politico fragile di nervi. Anzi. Hanno il torto di dire che se Fini dà di matto un motivo deve averlo, perché matto non è. Ha un progetto in mente, Fini, una mente lucida e non certo emotiva, diciamo noi. Macchè, ribattono: siete fascisti che zittiscono l'opposizione. Insomma, i casi sono due: o noi sovrastimiamo l'intelletto finiano o il Secolo lo sottovaluta. Chi ha ragione lo dirà il futuro prossimo.

Resta il fatto che Gianfranco Fini ha fatto marcia indietro, da giovedì a oggi. Ha smorzato i toni e c'è da giurare che li manterrà così. Perché? Perché ha ottenuto libertà di parola? Perché ora improvvisamente il PdL è diventato democratico? O forse perché -maliziosi fascistelli noi- il piano B non è pronto e gli ex An compagni di fuga sono ancora pochini? Italo Bocchino sta facendo la conta sul web: sul suo sito c'è il pallottoliere, un modulo per amministratori locali da compilare nel caso in cui fossero dalla parte giusta, cioé con Fini. Un conteggio più faticoso del previsto, a voler fare i pifferai. Controlli di routine, a sentire il Secolo. E ritorniamo ai due casi: ingenui loro, o malfidenti noi.

Albina Perri

27/04/2010





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