mercoledì 28 aprile 2010

Bergamo, la giunta censura i baci gay «Quelle foto sono troppo forti»

Corriere della Sera

Negato lo spazio del Quadriportico, nel centro cittadino, per la mostra delle associazioni contro l’omofobia

Una delle foto della mostra «Baci rubati»

BERGAMO — «Una parte significativa della città non avrebbe accettato». Quei «Baci rubati», secondo il sindaco di Bergamo Franco Tentorio, avrebbero avuto poco o nulla del sapore dolciastro dei famosi cioccolatini. Perché le effusioni ritratte nelle immagini che Arcigay Bergamo avrebbe voluto esporre al Quadriportico del Sentierone, sulla passeggiata del centro città, vedono protagoniste coppie dello stesso sesso. E allora, per non turbare la sensibilità popolare, la Giunta di centrodestra (Pdl-Lega) ha detto no. Nessuna autorizzazione alla mostra, mentre via libera con tanto di patrocinio per un dibattito e uno spettacolo in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia (il 17 maggio).

«Non sarebbe stato opportuno dare il consenso ad una esposizione in mezzo alla città, all’aperto e con foto che mostrano forme esplicite di amore omosessuale» ha chiarito in consiglio comunale il sindaco Tentorio. Immediata la replica degli organizzatori: «La mostra vuole essere un momento artistico di aggregazione e sensibilizzazione volto a dimostrare che l’amore non ha distinzioni di orientamento sessuale». Il tentativo di alcuni esponenti di centrosinistra di far passare un ordine del giorno favorevole all’autorizzazione si è scontrato con il voto della maggioranza che ha optato per un deciso no.

«Baci rubati»

«Questo è un atteggiamento intollerante nei confronti degli omosessuali
– ha spiegato il presidente di Arcigay Bergamo Luca Pandini – E’ possibile che questo argomento sollevi delle critiche, ma il nostro obiettivo era quello di dimostrare che certe immagini sono del tutto legittime e nient’affatto indecorose».

Il primo cittadino si è detto preoccupato per la possibilità che le foto di baci tra omosessuali potessero finire sotto gli occhi di bambini, mentre non si è opposto all’eventualità di organizzare la mostra in un luogo chiuso. Non a caso l’esposizione sarà allestita il 16 e 17 maggio nei locali del Mutuo Soccorso (in via Zambonate) e all’auditorium di piazza della Libertà. Ma il divieto di esporre le immagini di «Baci rubati» tiene banco ugualmente. «E’ un episodio tristissimo: un’amministrazione comunale che sente il bisogno di offendere la tenerezza e l’affetto di un gesto semplice e naturale, come un bacio tra due persone – ha osservato Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay – fa torto alla civiltà e alla cultura della stessa città che rappresenta. Il sindaco faccia un passo indietro: si renda conto che censurare un bacio equivale a criminalizzarlo». Una richiesta di rivedere la decisione presa è stata inviata alla Giunta anche dall’Arci di Bergamo.

Cesare Zapperi
28 aprile 2010




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La Cassazione: per adottare bimbi obbligatorio accettarli anche neri

La Stampa

Il pg dice no alle coppie che rifiutano di avere figli di etnia non europea
ROMA

La procura della Cassazione dice no alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. La procura della Suprema Corte, sollecitata da un esposto dell’associazione "Amici dei bambini", ha espresso questo orientamento innanzi alle Sezioni Unite che dovranno prendere posizione al più presto.

L’intero caso nasce da un ricorso dell'associazione, impegnata nella tutela dei diritti dell’infanzia, alla procura generale della Cassazione, con il quale si chiedeva che il procuratore generale, ai sensi dell’articolo 363 del codice di procedura civile, proponesse ai giudici di piazza Cavour di illustrare la corretta interpretazione dell’articolo 30, comma 2, della legge n. 184/1983.

Al centro della vicenda, l’accoglimento, da parte del tribunale dei minorenni di Catania, dell’istanza di una coppia che si era dichiarata disponibile «all’accoglienza fino a due bambini, di età non superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione» e «non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo».

Il tribunale di Catania aveva quindi dichiarato i coniugi «idonei all’adozione sino a due minori di nazionalità straniera che presentino le caratteristiche risultanti dalla motivazione». Secondo Marco Griffini, presidente dell’associazione che ha presentato l’esposto, il decreto emesso dal tribunale contiene «una palese discriminazione su base raziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa». 

L’Aibi sottolinea che «la dichiarazione "mercantile" delle coppie, come quella catanese, avallata dalla decisione del Tribunale, contrasta con il principio del migliore interesse del minore e rivela semplicemente una mancanza di requisiti necessari negli aspiranti genitori, posto che il minore che la coppia si affretta ad accogliere presenterà certamente alcune problematiche in più rispetto ad un minore che ha subito meno traumi». Secondo l’Associazione amici dei bambini, «tale dichiarazione avrebbe dovuto e dovrà in futuro condurre i giudici a negare l’idoneità alle coppie»

La procura generale della Cassazione ha quindi deciso di sollevare a sua volta il caso di fronte alle sezioni unite, chiedendo, come ha fatto il sostituto pg Aurelio Golia, l’accoglimento del ricorso. La decisione delle sezioni unite civili, che non avrà ripercussioni sul caso di Catania, ma stabilirà soltanto un orientamento giurisprudenziale, arriverà nelle prossime settimane.




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Online gli archivi russi su Katyn

La Stampa

La strage di 22 mila ufficiali fu a lungo negata dal Cremlino
Gorbaciov il primo ad ammettere le responsabilità di Stalin
MOSCA

Gli archivi di stato russi Rosarkhiv hanno messo online i documenti relativi al massacro di Katyn, la strage di 22mila soldati polacchi ordinata da Stalin nel 1940.

Lo riferisce oggi l’agenzia di stampa Interfax. «Questi documento sono stati pubblicati sul sito internet di Rosarkhiv direttamente per ordine del presidente Dmitri Medvedev», ha dichiarato il capo degli archivi Andrei Artizov.

I documenti vengono divulgati per la prima volta sul website di una istituzione ufficiale del Paese, dove la verità sulla vicenda è ancora messa in dubbio da alcuni e manipolata su alcuni testi di storia. Due terzi dei faldoni processuali (116 su 183) restano invece ancora coperti dal segreto di Stato, confermato anche negli anni scorsi dall’allora presidente Vladimir Putin.

Il direttore dell’archivio di Stato russo Andrei Artisov ha spiegato oggi che solo tre persone avevano accesso a tali documenti: il segretario generale del comitato centrale del Pcus, il capo cancelleria e il capo del dipartimento affari generali dello stesso comitato (quest’ultimo aveva diritto di consultarli solo alla presenza del segretario generale del Pcus). Tra i documenti più importanti figurano il rapporto del marzo 1940 con cui l’allora commissario per gli affari interni e capo della polizia segreta (Nkvd) Lavrenti Beria propose di fucilare circa 22 mila prigionieri polacchi, in gran parte ufficiali. Il rapporto è controfirmato da Stalin e da altri membri del Politburo (tra cui Viaceslav Molotov, Klim Voroshilov, Anastas Mikoian, Mikhail Kalinin e Lazar Kakanovich). Nel dossier figura anche il testo della risoluzione con cui il 5 marzo dello stesso anno il Politburo avallò la proposta di Beria. C’è poi una relazione del 1959, scritta a mano dall’ allora capo dell Kgb Aleksandr Shelepin, in cui si informa il leader sovietico Nikita Krushov sull’esecuzione dei prigionieri polacchi e si propone di distruggere i dossier personali.

Sul web è finita solo una parte del dossier: quello "numero uno", proveniente dagli archivi dell’ufficio politico del comitato centrale del Pcus. L’ultimo segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov fu il primo ad ammettere le responsabilità staliniane dell’eccidio e a chiedere ufficialmente scusa alla Polonia. Ma fu il primo presidente russo Boris Ieltsin, nell’ottobre 1992, a far consegnare all’allora presidente polacco Lech Walesa i documenti declassificati del dossier, che furono poi pubblicati in Polonia.

Katyn è solo uno dei diversi siti delle esecuzioni a freddo dei militari polacchi. Ad aprile ci sono state commemorazioni in occasione del 70mo anniversario del massacro. Recandosi proprio a una di queste cerimonie è morto il presidente polacco Lech Kaczynski con la moglie Maria e altri 94 importanti esponenti della politica, delle forze armate e della società civile, per lo schianto dell’aereo presidenziale.




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Bimba sopravvive alla «cubomedusa» E' la prima volta che qualcuno si salva

Corriere della Sera
E' tra gli animali più letali al mondo e fa più vittime degli squali bianchi. In Australia infesta molte baie

Quando punge è in grado di uccidere in meno di tre minuti

Bimba sopravvive alla «cubomedusa» E' la prima volta che qualcuno si salva


La vespa di mare, la più letale tra le  cubomeduse
La vespa di mare, la più letale tra le cubomeduse
MILANO - E' uno degli animali più letali del mondo: in Australia una bambina di dieci è stata attaccata dalla terribile «cubomedusa», detta anche «vespa di mare». Ma si è miracolosamente salvata. Con i suoi micidiali tentacoli la medusa killer può uccidere un uomo in meno di tre minuti. Il suo veleno, infatti, può provocare un attacco cardiaco. Assidua frequentatrice delle acque australiane, fa più vittime dei temutissimi squali bianchi. Per la scienza è il primo caso di qualcuno che sopravvive ad un simile attacco.

PRIMO CASO - Per medici e zoologi è quasi un miracolo: Rachael Shardlow stava nuotando nel fiume Calliope, nei pressi della città australiana di Gladstone (Queensland), quando d'improvviso è stata attaccata dalla velenosissima cubomedusa. Le gambe della bambina erano completamente avvolte dai tentacoli dell'animale quando è stata estratta dall'acque dal fratello tredicenne. Faticava a respirare, non vedeva più nulla e infine ha perso conoscenza. Il fatto risale al dicembre scorso. Alla scienza non è noto nessun caso nel quale qualcuno si sia salvato da un attacco di queste proporzioni, ha riferito ora lo zoologo Jamie Seymour alla tv australiana: «Quando vedi una vittima che ha toccato una vespa di mare con tanti tentacoli, di solito si trova già nella camera mortuaria», ha spiegato l'esperto, che da vent'anni studia le meduse alla università James Cook del Queensland. Le bruciature sarebbero state «terribili».



LE CICATRICI - Dopo l'attacco la ragazzina è rimasta in ospedale per sei settimane. E le tante cicatrici sugli arti inferiori dei pungiglioni testimomiano ancora oggi quel drammatico momento, ha spiegato il papà Geoff Shardlow all'emittente australiana Abc. La famiglia si è accorta che a risentirne è stata in questo periodo la sua memoria a breve termine. Ciò nonostante, Rachael non avrebbe riportato nessun danno cerebrale: «Le sue facoltà cognitive sono a posto», ha sottolineato Shardlow.

TENTACOLI LETALI - Alcune specie di cubomedusa sono particolarmente velenose e dunque temute. Certe sono piccole quanto un'unghia, hanno però tentacoli lunghi anche tre metri. In acqua sono trasparenti e quindi difficili da vedere. Le vittime di un'aggressione cadono in uno stato di shock, subiscono un attacco cardiaco e infine affogano. Non esiste un antidoto per il veleno che attacca cuore, sistema nervoso e pelle. Alla cubomedusa si attribuiscono ufficialmente 63 morti.

Elmar Burchia
28 aprile 2010



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Berlusconi: "Solidarietà a Fini per gli attacchi" E lui: "Perchè solo ora?". Feltri: "Notizia vera"

di Redazione

Il presidente del Consiglio: "Esprimo la più convinta solidarietà a Fini per gli attacchi personali che il Giornale (leggi l'articolo) gli ha mosso".

Il direttore: "La notizia su Fini e la "suocera" che prende un milione e rotti dalla Rai è vera". Fini: "C'è un giornalismo che sguazza nel fango"


Roma - "Esprimo la più convinta solidarietà a Gianfranco Fini per gli attacchi personali che quest’oggi il Giornale gli ha mosso": lo dice il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una dichiarazione. "La critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto subire personalmente, non vorrei mai vederli applicati, specie su giornali schierati con la nostra parte politica", conclude.

Feltri: "E' una notizia vera" "Berlusconi prende le distanze, Ghedini prende le distanze, Schifani e altri prendono le distanze. Io invece rimango fermo nell’idea che le notizie o sono vere o non sono vere": così il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, ha commentato la solidarietà del premier Silvio Berlusconi al presidente della Camera. "E quella su Fini e la ’suocerà che prende un milione e rotti dalla Rai, ente pubblico - ha aggiunto -, è vera. Il resto conta poco. Anzi, niente".

Fini: "Gioranlismo che sguazza nel fango" "C’è un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il livello della decenza": lo dice Gianfranco Fini riferendosi all’attacco di Vittorio Feltri sul Giornale di oggi, durante la registrazione di ’Porta a portà, aggiungendo che "la libertà di stampa è un valore assoluto ma non ha nulla a che vedere con questo".

Il Pdl con il premier Nuovi attestati di solidarietà dal Pdl al presidente della Camera. "Non si può non esprimere pubblica solidarietà" dice Niccolò Ghedini, parlamentare e avvocato di Berlusconi, che aggiunge: "Il confronto politico sia all’interno sia a maggior ragione tra soggetti di partiti diversi può essere, a volte, aspro e forte. La stampa, con un’opera insostituibile di controllo e ausilio della democrazia, informa degli sviluppi di tali confronti e assai spesso fornisce argomenti e spunti per la dialettica fra le parti. È condivisibile che un giornale prospetti anche vivacemente le proprie opinioni critiche nei confronti degli uomini politici, ma gli attacchi personali e familiari possono avere una ragione di essere soltanto se intimamente e comprovatamente collegati all’attività politica".

Anche La Russa si schiera  "Non ho apprezzato nel modo più assoluto che una vicenda politica sia diventata notizia di prima pagina per l’operato professionale della madre o de parenti di Elisabetta Tulliani, la compagna di Gianfranco Fini. Ho conosciuto Elisabetta lo stesso giorno in cui l’ha conosciuta Fini e conosco il suo attaccamento disinteressato a Gianfranco. Per questo rendo onore e merito a questa ragazza sempre bistrattata, ma che sta stare a fianco del suo uomo nella maniera più giusta". Il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, prende le distanze dal nuovo attacco del ’Giornalè a Gianfranco Fini, fatto alla madre della sua compagna, Elisabetta Tulliani. La Russa assicura: "In questa dichiarazione non c’è tatticismo. Lo dico perchè lo sento ed Elisabetta sa che lo penso davvero. Lo dico più per Elisabetta che per Gianfranco. Non che Gianfranco non lo meriti, ma trovo non apprezzabile che si tiri in ballo Elisabetta. Non conosco i suoi familiari, ma non vedo cosa c’entri questo con la polemica politica".

Bossi: ignorare gli attacchi "A me attaccano ogni giorno, anche sul piano personale. Un politico deve far finta di niente, deve farseli scivolare addosso", dive il leader della Lega ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sulla vicenda.





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La Figc: «Moggi è di fatto radiato» A Napoli il memoriale di Facchetti

Corriere della Sera

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Gli appunti agli atti dei pm. I legali della difesa: ecco la telefonata dell'ex presidente dell'Inter a De Santis

NAPOLI - Luciano Moggi è radiato da ogni ruolo nel calcio italiano: lo ha stabilito la Corte di giustizia della Federcalcio precisando, in risposta al quesito interpretativo del presidente federale Giancarlo Abete, che «la preclusione da ogni rango o categoria debba ritenersi implicita come effetto ex lege» dopo la condanna per i fatti di Calciopoli. Nei procedimenti sportivi dell'estate 2006 legati allo scandalo, Moggi era stato inibito per cinque anni con preclusione dallo svolgere attività in seno alla Figc. Abete aveva chiesto alla Corte di giustizia federale, il 31 marzo scorso, di sciogliere il nodo su chi dovesse decidere sull'eventuale radiazione dell'ex dg juventino e degli ex dirigenti condannati a 5 anni di squalifica, visto il vuoto di potere determinato dalla modifica dello statuto intervenuta dopo Calciopoli. Prima dello scandalo del 2006, infatti, le norme federali prevedevano che la giustizia sportiva potesse proporre al presidente federale la radiazione di un tesserato condannato per fatti di «particolare gravità»; e così fu per Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente federale. Ma con la riforma varata sotto il commissariamento di Guido Rossi, il potere di radiare un tesserato passò alla giustizia sportiva. Di fatto, la squalifica di Moggi, Giraudo e Mazzini scadeva nel 2011, ma sulla proposta di radiazione non si era espresso nessuno né poteva esprimersi Abete. La Corte di giustizia sportiva, in sezione consultiva il 13 aprile scorso, ha fornito ora le sue risposte: «Si ritiene che il provvedimento di preclusione debba ritenersi implicito, quale effetto ex lege, nelle decisioni con cui gli organi della giustizia sportiva, dopo aver irrogato la sanzione della sospensione nella misura massima, si sono pronunciati nel senso della 'particolare gravità delle infrazioni».

MEMORIALE - Intanto, prosegue il processo penale di Napoli sulle stesse vicende: i pm Giuseppe Narducci e Stefano Capuano hanno depositato una serie di appunti autografi di Giacinto Facchetti. A quanto si è appreso, negli appunti il dirigente dell'Inter morto nel 2006 faceva riferimento al presunto sistema di illeciti che avrebbe regolato il mondo del calcio. A consegnare il 'memoriale' agli inquirenti è stato nei giorni scorsi a Napoli il figlio, Gianfelice Facchetti.

NUOVE TELEFONATE - Dal canto loro, i consulenti di Moggi hanno depositato le trascrizioni di nuove telefonate perlopiù fatte dai centralini di alcune società: Nicola Penta, che da tempo sta lavorando all'ascolto e alla trascrizione delle telefonate «inedite», e non ritenute significative dagli inquirenti, ha precisato che si tratta di tre telefonate tra il Bologna e l'arbitro De Santis, altre tre tra l'Inter e il designatore arbitrale Bergamo, una tra Facchetti e l'arbitro De Santis, due tra il Parma e i designatori e una, infine, della durata di 42 minuti, tra il presidente del Cagliari Cellino e Bergamo.

FACCHETTI-DE SANTIS - A proposito della telefonata tra Facchetti e De Santis, si tratta di una chiacchierata dopo il derby Inter-Milan (0-1 con gol di Kakà) del 27 febbraio del 2005. I due parlano della gara e Facchetti si scusa per non essere passato a salutare il direttore di gara al termine della stessa partita. Questa la trascrizione:

De Santis: «Pronto».
Facchetti: «Massimo? Ciao sono Giacinto».
De Santis: «Oh...Giacinto...».
Facchetti: «Volevo chiamarti ieri però dopo ho avuto un pò di cose....siccome ieri non sono passato dopo la partita, ma non è che fossi...».
De Santis: «No...macché scherzi..ho capito, ho capito..vabbè là... li solo con la fortuna te la puoi prendere...».
Facchetti: «Era una partita...da pareggio, proprio».
De Santis: «Sì da pareggio...».
Facchetti: «Nessuno dei due ha avuto occasioni...».
De Santis: «Io infatti... guarda ero convintissimo che tanto ormai sarebbe finita in pareggio... poi c'è stata quella palla che ha sbattuto sul piede di questo e ha cambiato tutto...».
Facchetti: «È tardato a venire su Emre, sono rimasti li da soli...».
De Santis: «È quello il problema... sì che poi alla fine Kakà neanche ha tirato, voleva fare lo stop...».
Facchetti: «Sì, voleva fare lo stop... vediamo di ripartire».
De Santis: «Sì, di ripartire bene....anche perchè io ho rivisto la partita anche ieri sera... me la sono fatta registrare... come possesso palla, come tutto non c'è stato paragone in campo...».
Facchetti: «Sì, abbiamo avuto possesso palla superiore noi a loro però era proprio da pareggio... nel primo tempo se non sbagliavano un paio di stop si trovavano davanti al portiere...».
De Santis: «Poi c'è stato Dida che ha fatto quella parata sul tiro di Veron... alla fine».
Facchetti: «Era abbastanza centrale...».
De Santis: «Sì però è stato un bel tiro tutto sommato... no mi è dispiaciuto perché alla fine sai... se perdi la partita perché gli altri giocano... ormai era per tutti una partita da pareggio...».
Facchetti: «Però ci tenevo a salutarti...».
De Santis: «Ma ti ringrazio... ci mancherebbe anche (incomprensibile) è stato gentilissimo... su questo non avere dubbi... non pensare che c'è stato un problema di qualsiasi tipo... va bene... grazie, ciao».
Facchetti: «Grazie ciao...».
De Santis: «In bocca al lupo, ciao». (fonte: Ansa).


28 aprile 2010


Gli audio delle telefonate




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Trovata l’Arca di Noè»

Il Secolo xix


Un gruppo di 15 archeologi cinesi e turchi ha annunciato di aver ritrovato sul Monte Ararat, nell’est della Turchia, l’Arca di Noè. È quanto scrive il sito del tabloid britannico `The Sun´, secondo il quale il gruppo ha spiegato di aver individuato i resti di una struttura in legno sull’Ararat e di aver sottoposto alcuni campioni al test del carbonio 14.

Dall’esame sarebbe risultato che il reperto risale a circa 4.800 anni fa, epoca a cui daterebbe il diluvio universale raccontato dalla Bibbia, a cui Noè e la sua famiglia sopravvissero proprio grazie all’Arca. «Non possiamo dire al 100 per cento che si tratta dell’Arca di Noè, ma pensiamo di poterlo dire al 99,9 per cento», ha detto Yeung Wing-cheung, di Hong Kong, uno degli esploratori che affermano di aver ritrovato il reperto, tutti membri di un’organizzazione internazionale dedita proprio alla ricerca dell’Arca. La struttura sarebbe suddivista in vari compartimenti, alcuni dei quali pieni di fascine di legna e probabilmente destinati al trasporto di animali. Secondo i testi sacri, coppie di animali di diverse specie si salvarano perché imbarcate sull’Arca di Noè.

Il gruppo di archeologi ha spiegato di aver già invitato le autorità turche a richiedere all’Unesco che il sito sia inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità e di proteggerlo fino a quando un’indagine archeologica più approfondita non possa esservi condotta. Non è la prima volta che esploratori o avventurieri provenienti da diverse parti del mondo affermano di aver ritrovato l’Arca di Noè sull’Ararat. Secondo la tradizione biblica, infatti, l’imbarcazione si fermò proprio sulla cima di quel monte quando le acque si ritirarono al termine del diluvio.




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Dieci anni di Dagospia: il gossip fa il lifting all'Italia

di Luca Beatrice

Spettegolando a destra e a sinistra, ha cambiato usi, costumi e linguaggi dell'Italia post moderna.

Fra maschere grottesche e scandali, D'Agostino domani andrà in cattedra alla Sapienza



 
Dagospia, uno tra i più famosi e cliccati siti web in Italia, compie dieci anni e domani l’Università La Sapienza di Roma lo consacra con una celebrazione davvero particolare dal titolo «2000-2010. Un decennale in cattedra».

Come si sente Dago, cioè Roberto D’Agostino, a diventare materia accademica? «Non mi fa né caldo né freddo, a parte la vanità dell’uomo, ma visto quello che esce normalmente dalle università non mi stupisco, io che sono abusivo in tutto. Peraltro Internet ha spazzato via la vecchia scuola, nessuno di quelli che hanno cambiato il mondo è laureato o possiede un pezzo di carta. Peccato solo che non ci sia più Beniamino Placido, di cui seguivo i corsi senza essere iscritto».

Il celebre logo a forma di bomba compare in rete il 22 maggio 2000, dopo che al suo inventore tolgono una rubrica di gossip troppo piccanti su L’Espresso. Leggende romane vogliono sia stata Barbara Palombelli a suggerirgli di inventare uno spazio libero, senza censure, dove mettere le notizie rubate nei salotti, nei palazzi della politica, qualche volta sotto le lenzuola. Da allora Dagospia è diventato l’organo ufficiale di indiscrezioni, rivelazioni e pettegolezzi. Molti si arrabbiano se vengono trattati male, ma più che altro rosica chi non ci finisce dentro. «In realtà si incazzano tutti, perché il tasso di permalosità sorpassa il muro del suono. Almeno non vengo più invitato alle cene e alle feste, cose che scassano davvero i coglioni».

Dopo l’esordio come dj a Bandiera gialla, programma radiofonico di culto che dal 1965 promuove il beat italiano accanto al soul d’importazione, D’Agostino lega la prima parte della sua carriera a Renzo Arbore, inesausto talent scout di irregolari e pazzarielli, all’inizio degli anni ’80, quando si compie la vera rivoluzione televisiva. In Quelli della notte, esibendo completi giallo canarino, occhiali e accessori multicolori, si inventa esperto di look e fustigatore dei costumi, meglio se altrui. Con il suo motto «edonismo reaganiano» definisce lo stile di un’epoca che finalmente si libera dalla cupezza degli anni ’70 ed è corresponsabile della popolarità del romanzo di Milan Kundera

L’insostenibile leggerezza dell’essere che cita a ogni pié sospinto dal piccolo schermo indicandolo come il manifesto della nuova era postmoderna. Nei suoi saggi illustrati - da Il peggio di Novella 2000 a Come vivere - e bene - senza i comunisti, da Libidine. Guida sintetica a una vera degenerazione fisica e morale a Sbucciando piselli, scritto insieme a Federico Zeri - ritroviamo un’ampia antologia dello stupidario contemporaneo, da cui Dago non prende le distanze, anzi ci si cala dentro con passione e senso di appartenenza. Se Balzac fosse stato attivo alla fine del XX secolo, avrebbe raccontato Splendori e miserie delle cortigiane con lo stesso stile del giornalista e showman romano.

Ma il mondo di Internet è diverso ed è solo il pubblico a decidere del successo, non ci sono reti di protezione né raccomandazioni di sorta. Dagospia cambia completamente il modo di parlare di politica perché alla gente non interessano più le diatribe ideologiche. «Soprattutto - puntualizza Roberto - Dagospia introduce i personaggi della finanza e dell’economia e i loro intrecci vertiginosi con il potere. L’importante, comunque, non sono le cose che scrivi, ma come le scrivi, la capacità di andare incontro a ciò che vuole la gente e al poco tempo disponibile. Il messaggio è condensato nei titoli sparati, succosi e mai banali o arrotondati come nella carta stampata».

Il pubblico di cui parla Dago è ghiotto di informazioni «riservate» su abitudini e vizietti sessuali, inciuci tra palazzo e banche; la cultura non è più appannaggio di un’élite, ma occasione per farsi vedere in società, mangiare a scrocco, essere paparazzati accanto al vip di turno. E, soprattutto, non ci sono regole, tutti giocano contro tutti, viene smascherata l’ipocrisia del politicamente corretto, in una corsa frenetica ad arrivare per primi sulla notizia, grazie a collaboratori sguinzagliati sempre nei posti giusti. La nuova estetica è dunque quella dello scoop, alcuni davvero storici come la liberazione degli ostaggi italiani in Irak, il valzer dei direttori dei quotidiani, l’addio di Bonolis a Mediaset e le nomine Rai.

Manipolatore del linguaggio, Dago ha inventato neologismi entrati nel vocabolario degli anni 2000, da «attovagliamento» a «cafonal», sinonimo di esibizionismo pacchiano. I suoi nomignoli e soprannomi non hanno risparmiato nessuno: Prodi, la mortadella dal volto umano, l’Arconte di Arcore, Marpionne, Pierfurby Casini, WalterEgo Veltroni, Aledanno, Emilio Fedele e i recenti Gian-Mipento Fini e Becchino. Autentico valore aggiunto è dato dalle immagini di Umberto Pizzi, lo scatenato fotoreporter capace di attualizzare lo stile «paparazzo» di Tazio Secchiaroli e dei fotografi della Dolce Vita coniugandolo con lo stile iperkitsch e impietoso dell’inglese Martin Parr, noto per aver immortalato le pessime abitudini alimentari dei turisti dell’era globale. Il duo Dago-Pizzi riesce sempre a cogliere l’effetto indesiderato, la risata a bocca piena, il décolleté cadente, l’effetto cellulite e l’occhio ebbro.

«Umberto Pizzi è il grande artista del realismo panico, maestro dell’attesa, a 73anni sta anche cinque ore ad aspettare che il soggetto si riveli per ciò che è, ovvero mostrare il suo peggio». Visioni terribili dell’apocalisse da salotto, che si avvicinano a quelle dell’arte contemporanea di cui Dago è esperto e attento collezionista. Ovviamente delle forme più strane e «avanti», che nulla concedono al gusto noioso della borghesia pseudo-illuminata per muoversi in direzione dell’eccesso: ultra barocco, pop surrealismo, digital paint, illustrazione psichedelica, ex voto del terzo millennio e così via. Meraviglie affastellate senza un ordine preciso nella sua casa sul Lungotevere, una delle più belle di Roma, dove il computer è sempre acceso, perché c’è sempre in giro qualcuno da sputtanare.




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Garlasco, i periti: Stasi non scaricava abitualmente materiale pedopornografico

Il Mattino

VIGEVANO (28 aprile)
Alberto Stasi non divulgava materiale pedopornografico e resta il dubbio che abbia scaricato intenzionalmente foto e video con bambini in tenera età coinvolti in atti sessuali con adulti. Cade quindi l'ipotesi della divulgazione ma resta dubbia la volontarietà: sono le conclusioni della perizia redatta dagli ingegneri Roberto Porta e Daniele Occhetti, depositata oggi in tribunale a Vigevano, nell'ambito del procedimento penale ancora a carico di Alberto Stasi, assolto il 17 dicembre scorso dall'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi il 13 agosto 2007 a Garlasco.

Non è fruitore abituale di materiale pedopornogarfico. Secondo i periti incaricati dal giudice Stefano Vitelli il profilo di Stasi non sarebbe comunque quello di un fruitore abituale di materiale pedopornografico. La ricostruzione dei file cancellati e trovati nella memoria del pc del giovane - una decina di filmati e una ventina di fotografie di pornografia minorile - avrebbe evidenziato in qualche caso una possibile volontarietà di acquisizione dei file stessi. «Di questo aspetto, ancora dubbio, si dovrà discutere in udienza nel contraddittorio delle parti», si limita a precisare l'ingegnere Occhetti. L'udienza è fissata per il 24 maggio prossimo davanti al tribunale di Vigevano.




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Belgio, un cittadino congolese contro Tintin: «Fumetto razzista, ci umilia»

Corriere della Sera
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Il personaggio ideato dall'artista Hergé nel lontano 1929
In particolare l'episodio «Tintin in Congo», risalente al 1930-1931. Si pronuncerà il tribunale penale
Belgio, un cittadino congolese contro Tintin: «Fumetto razzista, ci umilia»


L'edizione italiana di Tintin in Congo (ed. Lizard)

BRUXELLES

Razzista e offensivo nei confronti degli africani. Una nuova bufera si è scatenata contro Tintin, il celebre fumetto belga ideato dal disegnatore Hergé nel 1929. Mbutu Dieudonné, un cittadino congolese che vive da anni in Belgio, ha presentato al Tribunale penale di Bruxelles una denuncia contro il fumetto belga accusando il secondo episodio della serie, uscito in bianco e nero a puntate tra il giugno 1930 e il giugno 1931 (la versione a colori è del 1946) e intitolato Tintin in Congo, di razzismo e chiedendo l'immediato ritirato delle copie da tutte le librerie del Belgio.

BATTAGLIA - Le prime denunce di Dieudonné contro il fumetto sono state presentate alcuni anni fa e lo scorso febbraio il congolese ha addirittura scritto una lettera al re belga Alberto II per segnalare i passaggi più sconcertanti del libro. Dopo aver constatato la lentezza della giustizia belga e il silenzio del sovrano, il cittadino congolese ha deciso di rivolgersi al tribunale penale che nei prossimi giorni dovrà pronunciarsi obbligatoriamente sulla vicenda. Una prima udienza del processo per direttissima si è tenuta mercoledì 28 aprile, ma la Corte ha deciso di rinviare al prossimo 5 maggio la decisione definitiva.

ACCUSE - L'accusa di Dieudonné contro la Moulinsart SA, la società che detiene i diritti sull'intera opera di Hergé è chiara. Alcuni passaggi del libro - afferma il congolese - sono davvero offensivi nei confronti della popolazione africana: «L'aiutante di colore di Tintin è presentato come una persona stupida e senza alcuna qualità. Ciò induce i lettori a pensare che i neri siano persone poco evolute». Un altro passo incriminato è quello in cui si vede una donna di colore genuflettersi davanti al giovane reporter belga, il protagonista del fumetto, e poi esclamare: «L'uomo bianco è davvero grande. Il padrone bianco è una persona con poteri superiori».

RAZZISMO - Non è la prima volta che il fumetto di Hergé è accusato di razzismo. Tre anni fa la Commissione per l’eguaglianza razziale in Inghilterra rilevò che Tintin in Congo era intriso di «pregiudizi razziali» e obbligò la catena di librerie Borders, che distribuisce il fumetto nel Regno Unito, a spostare il controverso fumetto dalle sezioni per l’infanzia nell'area dedicata agli adulti. Attendendo fiduciosi il responso del tribunale, gli avvocati di Dieudonné hanno dichiarato che sarebbero soddisfatti se sulla copertina del volume fosse stampato una striscia ben visibile che preannuncia al lettore i temi «forti» e i pregiudizi razziali presenti nel fumetto. Se la loro richiesta non fosse accolta, gli avvocati del congolese hanno dichiarato che sono pronti a rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Francesco Tortora
28 aprile 2010



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Dal Giornale nuovo attacco a Fini E Berlusconi: «Gli sono solidale»

Corriere della Sera
Il premier: «La critica politica non può trascendere in aggressioni familiari»
NEL MIRINO DI FELTRI LA "SUOCERA" DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA EI RAPPORTI CON LA RAI


ROMA - Un nuovo attacco da Il Giornale. Seguito però questa volta dal messaggio di solidarietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini è finito ancora una volta, anche se indirettamente, nel mirino del quotidiano diretto da Vittorio Feltri. «Gli esprimo la più convinta solidarietà per gli attacchi personali che quest'oggi Il Giornale gli ha mosso» ha detto il premier in una dichiarazione. «La critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto subire personalmente, non vorrei mai vederli applicati, specie su giornali schierati con la nostra parte politica», ha concluso.

GHEDINI E LA RUSSA - Al Cavaliere ha fatto eco l'avvocato e deputato Pdl Niccolò Ghedini che ha apostrofato come «intollerabili certi metodi di delegittimazione». «È condivisibile che un giornale prospetti anche vivacemente le proprie opinioni critiche nei confronti degli uomini politici, ma gli attacchi personali e familiari possono avere una ragione di essere soltanto se intimamente e comprovatamente collegati all'attività politica» è l'opinione di Ghedini. «Non ho apprezzato nel modo più assoluto che in una vicenda politica che, per carità, ha anche dei risvolti personali, sia diventata una notizia di prima pagina l'operato professionale della madre o dei parenti della moglie di Gianfranco Fini» ha detto il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa.

ATTACCHI ALLA "SUOCERA" - Nell'edizione di mercoledì Il Giornale attacca la madre di Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera per una notizia diffusa già martedì da Dagospia. La donna sarebbe a capo di una società che produce programmi televisivi: uno di questi, Festa Italiana (trasmissione «di scarso share», secondo il quotidiano di Feltri) sarebbe stato pagato dalla Rai 1,5 milioni di euro. Di qui il titolo di apertura del giornale: «Un milione alla "suocera" di Fini, paga mamma Rai», rafforzato dal titolo di pagina 7 «La "suocera" di Fini fa i milioni con gli appalti Rai». Nelle pagine interne altri articoli prendono di mira Fini. C'è un retroscena sulle reazioni di Berlusconi allo smarcamento dell'ex leader di An: secondo il premier, riferisce Il Giornale, Fini «abbassa i toni solo perché è isolato. Poteva pensarci prima...»; nell'articolo viene citato un sondaggio secondo il quale la popolarità di Berlusconi è stabile mentre quella di Fini cala del 5%. Un altro articolo («Gianfranco e "l'abuso d'ufficio" a Montecitorio») polemizza con la decisione di Fini di ospitare nella Sala Tatarella del gruppo parlamentare del Pdl la riunione dei suoi 'fedelissimì. «Il virus di Fini sta sfasciando il Pdl» è il titolo di un ulteriore articolo sul «cofondatore» del partito: «Gira per le tv e giura di essere leale a Silvio, ma il suo tatticismo paralizza la maggioranza». Infine un resoconto della partecipazione di Fini a Ballarò: «Fedele, ma anche critico. Da Floris non lascia il segno».

OGGETTO DI SCONTRO - Poco meno di una settimana fa, dal palco della direzione del Pdl, Fini aveva denunciato gli attacchi de Il Giornale, rimarcando anche lo «stretto» legame di parentela tra il premier e il proprietario del quotidiano, Paolo Berlusconi. «Non parlo con il direttore de Il Giornale e non ho alcun modo di influire e ho convinto mio fratello a metterlo in vendita» aveva risposto il Cavaliere.

Redazione online
28 aprile 2010





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Falcone e l'albero spogliato La polizia: «È stata una senzatetto»

Corriere della Sera
Gli agenti diffondo un video e si mettono sulle tracce di un'anziana nota in zona.
Esclusa pista della criminalità

Video

PALERMO - Una donna anziana, trasandata nell'abbigliamento, vestita di colore scuro, che indossa un vecchio cappotto, e tiene una borsa di plastica bianca nella mano sinistra. È lei, secondo la polizia, la persona che sabato pomeriggio si è impossessata dei bigliettini, delle foto e di un lenzuolo bianco appesi all'albero di Falcone a Palermo. La donna, una senzatetto, è stata ripresa dalle telecamere a circuito chiuso di alcuni negozi vicini. La polizia ha ora diffuso le immagini postandole sul suo sito e si è messa sulle tracce della donna. Il filmato diffuso sembra escludere a questo punto che quella all'albero di Falcone possa essere stata opera della criminalità organizzata a pochi giorni dal diciottesimo anniversario della strage di Capaci.

MOLTO CONOSCIUTA NELLA ZONA - Le riprese video confermano invece quanto già riferito da alcuni testimoni che hanno detto di avere visto allontanarsi la donna, molto conosciuta nella zona, con il materiale rubato dalla grande magnolia di via Notarbartolo, davanti al palazzo dove abitava il magistrato ucciso dalla mafia. L'autrice del gesto sarebbe dunque una senzatetto, forse una ex insegnante 73enne.

Redazione online
28 aprile 2010




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Di Pietro si traveste d Diccì

Libero





Di Francesco Specchia-  Non ci posso credere. L’hanno drogato, modificato geneticamente, gli hanno aperto il cranio, insufflato lo spirito padano e inserito il cervello di Amintore Fanfani.

Incredibile. Era lì, l’Antonio Di Pietro moderato per le riforme, un filino leghista, che ripudia l’antiberlusconismo da piazza, conscio di voler “spalmare di napalm” ideologico la classe dirigente del Pd per rifondarla dai giovani. Era perfino quasi (quasi) elegante in un borghesissimo blaser fumo di Londra. E - cosa più straordinaria- con i congiuntivi perfetti.


Se non l’avessimo visto coi nostri occhi, l’altra sera, ospiti con un’infilata di colleghi nello studio televisivo di Iceberg - il Porta a porta del nord su Telelombardia-,  questo Di Pietro in piena mutazione antropologica sarebbe stato il pallido spettro d’un futuro alternativo. Roba, per capirci, lontanissima dai grillini, dall’onda viola, dal “Berlusconi fascista”, dai girotondi ferocemente antipolitici. «...Ecchè i girotondi dopo una, due, tre volte fanno cascare a terra, non portano da nessuna parte. In effetti in questo momento storico i miei elettori vogliono una prospettiva di governo, di cambiamento» scandisce Tonino, bello paciarotto, davanti alla telecamera, incastrato in una poltrona da statista -ruolo su cui fa “un pensierino”.

Per gridare c’è Grillo

 E aggiunge: «D’ora in poi voglio fare opposizione a Berlusconi inteso solo come modo di governare; gli contesterò solo le cose che non sta facendo in materia economica e sociale, tanto sulla giustizia si sa come la penso». Sulla giustizia, si sa. È del resto di questo inedito approccio alla politica, che non eravamo a conoscenza.

La notizia è che Di Pietro non urla più. Non urla, dialoga. E non cita neanche una volta- che sia una-  i giudici. E parla soffice e quasi politichese, ci ricorda -miodio- un po’ Tabacci: «da questa parte c’è già troppa gente che grida, come Grillo. Ma non porta a nulla. I miei elettori dopo la terza volta che mi seguivano in piazza sono venuti a dirmi: “Vabbè finora t’abbiamo seguito, ma mò che facciamo?”». Già, e mo’? «Mo’ bisogna costruire, anche con Berlusconi. Se propone le riforme giuste, se taglia le province, se permette agli imprenditori e ai Comuni virtuosi di sforare il patto di stabilità, se salva sia gli operai che i piccoli e medi imprenditori e le partite Iva tutti strangolati; se fa tutto questo io Berlusconi lo voto, a priscindere dal Pd. Lo faccio per i miei elettori e per quelli che posso convincere, astenuti compresi». Gli astenuti, per inciso, in Italia sono otto milioni: il progetto di papparsene una bella fetta non è affatto incongruo.

Tonino stordisce. Silenzio catacombale in studio. Poi il pubblico si agita, è una pignatta in ebollizione, cova il dubbio d’essere a Scherzi a parte. Il collega ciellino Amicone ridacchia, quello del Fatto, Portanova, è paonazzo, il direttore di Affaritaliani Perrino diffida come Napoleone di Talleyrand; all’improvviso un vecchio comunista dietro a noi sbotta: « Ma che minchia sta dicendo, questo...?». In realtà Di Pietro, conscio del suo 7,3% (oltre 1 milione e mezzo di voti contro il 4,4% delle Politiche del 2008, nonostante l’astensionismo), sta articolando l’unica strategia possibile, anche se non l’ammette. Cioè: smarcarsi dal Pd in stato confusionale, spogliarsi degli estremismi e avviarsi verso la leadership di quel che rimane, gli amabili resti del Pd, sventolando lo slogan: «Dobbiamo trovare un candidato di sintesi, dobbiamo agire solo con la politica e non con gli slogan non possiamo mica aspettare che Berlusconi se lo pigli Gesù Cristo...».


Le domande successive si arrampicano come stambecchi felici sulla probabile prossima rivoluzione del Pd «Il Pd non è quello che vedete, sono 100 partiti incontrollabili ognuno che gestisce il proprio notabilato locale. Già abbiamo sbagliato ad appoggiare in Campania De Luca condannato in primo grado; ma farci parlare, come a Cagliari, solo con gente che si è appena presa un po’ d’anni di galera, questo è troppo. Bersani fa quel che può. Ma buona parte di questa classe dirigente se ne deve andare. Il ricambio generazionale deve avvenire con un codice etico: niente condanne e via dopo due legislature». E ancora: « Se potessi, oggi, non mi ricandiderei al Mugello per una parte politica che sembrava mi avesse comprato. Lo farei da solo...».

Quasi leghista

Nel break pubblicitario gli s’avvicina un diciassettenne militante della Lega con cravatta e pochette verde, pare Flavio Tosi da giovane. Gli dà la mano: « voi assomigliate a noi...». E Tonino sfoggia l’inedito repertorio - Lega: « Davanti alle fabbriche non di rado sventolano le nostre bandiere insieme; i gazebo di Lega e Idv li trovate accanto».  E ancora: «Con Calderoli mi vedo spesso. Non per niente  ho firmato il federalismo fiscale mentre il Pd s’è astenuto e l’Udc era contro. Gli ho dato fiducia, io, a Bossi». La puntata si spegne con sensazioni stranianti. Gli chiediamo: Tonino ma lei chi è davvero? «Credo che mi stia riaffiorando il democristiano che è in me». Appunto...

28/04/2010






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Il valzer delle poltrone

Libero



Di Mario Giordano- Dunque riassumiamo, la situazione è all’incirca la seguente:  grazie ad un presidente della Repubblica ex comunista finisce l’egemonia degli ex comunisti sul 25 aprile; grazie agli ex rissosi della Lega si mette un freno alle risse politiche; la sinistra trova una speranza nelle capriole di un ex fascista; i carabinieri (caso Marrazzo) vengono accusati di spacciare droga avvelenata a un pusher; l’ex capo del Kgb viene invitato a inaugurare l’Università della Libertà; il campionissimo di tennis Federer viene sconfitto da un pallettaro lettone numero 40 del mondo e Italo Bocchino (leggasi: Italo Bocchino) si candida a capogruppo del PdL. Manca solo la Iervolino che vince il concorso per baritono, Crozza che diventa testimonial di una lacca e Balotelli che scrive un libro sul bon ton e poi non avremmo più dubbi: il mondo si è capovolto. E noi non ce ne siamo accorti.
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Manca solo la Iervolino che vince il concorso per baritono, Crozza che diventa testimonial di una lacca e Balotelli che scrive un libro sul bon ton e poi non avremmo più dubbi: il mondo si è capovolto. E noi non ce ne siamo accorti.



Provate a guardare fuori dalla finestra: se c’è una rondine sotto terra e una talpa sotto il tetto, se i bambini leggono il giornale sulla panchina e i loro nonni si sbucciano le ginocchia giocando a “ce l’hai”, se i vigili vi sorridono anziché farvi la multa e  i Tir in tangenziale vi danno al precedenza, beh, allora è proprio sicuro: come il treno dei desideri di Celentano, anche questo giorno all’incontrario va. Pensate: il presidente della Repubblica, proprio lui, l’ex comunista che ha tolto l’egemonia degli ex comunisti sul 25 aprile, ha parlato anche dei giudici. E anziché ascoltare le loro critiche, ha detto che dovrebbero fare autocritica. Avanti di questo passo e tra un po’ non ci stupiremo di vedere Piercamillo Davigo che fa una seduta di autocoscienza in diretta Tv. E davanti a lui Marco Travaglio con il capo cosparso di cenere…

Le lezioni impure

Peter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale, capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale, l’isola incantata è già stata lottizzata e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie. Come una canzone, come una filastrocca, il mondo che all’incontrario va ieri non poteva non vederci (nel nostro piccolo) protagonisti: il Secolo d’Italia, il giornale degli ex fascisti, accusa “Libero” di fascismo, impartendoci lezioni di democrazia. Perfetto, no? Adesso ci aspettiamo  le lezioni di libero mercato dal “manifesto”, quelle di garantismo dal “Fatto” e quelle di discrezione da “Novella 2000”. Del resto, si sa, no? Dalle piccole alle grandi cose è il mondo all’incontrario: Hansel e Gretel hanno fondato una fabbrica di cioccolato, Pollicino è nella Cia, gli fan fare la microspia, e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie….

Immaginate un povero diavolo che sia andato a rintanarsi per qualche mese su un atollo (beh, povero diavolo si fa per dire: dipende dall’atollo…). Se tornasse oggi in Italia stenterebbe ad orientarsi. Bossi? Un moderato. Fini? Idolo della sinistra. Napolitano? Attacca i giudici. E poi ci sono Urso e Granata rincorsi dalle telecamere come se avessero qualcosa da dire e il signore dei poteri forti Luca Cordero Montezemolo candidato come possibile leader dell’anticasta. L’unico che non dà l’impressione di aver cambiato completamente posizione è il segretario del Pd Bersani. Ma solo per il fatto che nessuno aveva ancora capito se avesse una posizione.
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L’uomo che dovrebbe difendere le istituzioni invece si schiera come capo corrente di partito. La compagna Ferilli parla bene di Berlusconi, Di Pietro da qualche giorno non ne parla troppo male. Ho provato a chiedere alla redazione di Libero: ma che significa tutto questo?



Il ritorno dall’atollo

Ora voi immaginate il nostro povero diavolo di ritorno dall’atollo  rischierebbe un attacco di labirintite: se vado a destra chi ci trovo? Bertinotti e Diliberto? E se vado a sinistra, non è che incontro Mirco Tremaglia, reduce di Salò? E se vado al cinema che cosa scelgo? Il cinepanettone di Nanni Moretti? Il nuovo film di impegno sociale firmato dai Vanzina? Ozpetek avrò finalmente trovato una storia che non parla di gay? A Ciao Darwin si riuscirà a intravvedere un filo di stoffa sulle ballerine? Lo vedete: il mondo è capovolto. La Lega che era accusata di volere dividere l’Italia adesso si schiera a difesa delle istituzioni.

Istituzioni e rivolta

L’uomo che dovrebbe difendere le istituzioni invece si schiera come capo corrente di partito. La compagna Ferilli parla bene di Berlusconi, Di Pietro da qualche giorno non ne parla troppo male. Ho provato a chiedere alla redazione di Libero: ma che significa tutto questo? Qualcuno mi ha detto che è la dimostrazione che la politica è davvero cambiata, qualcuno mi ha detto che è la dimostrazione che la politica è davvero finita e non c’è più nulla di sicuro, a parte le poltrone. Qualcuno mi ha detto che forse è solo un giorno po’ così, di quelli che sembra andare tutto all’incontrario. Forse sì, ma per fortuna è quasi finito. Ora chiudo il pezzo e vado a cena. Ordinerò un caffè ristretto, burro marmellata e brioche.

28/04/2010





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Schifani contro il Fatto, chiede 72o mila €

Corriere della Sera

Il presidente del Senato cita in sede civile il quotidiano di Travaglio che ha pubblicato articoli sul suo passato

Il giornale aveva contestato l'attività professionale e alcune amicizie del senatore Pdl

Schifani contro il Fatto, chiede 72o mila €


La prima pagina del

ROMA

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha notificato al Fatto Quotidiano una citazione civile con la quale chiede 720 mila euro di risarcimento in seguito ad alcune inchieste giornalistiche realizzate tra novembre 2009 e gennaio 2010 (20 novembre 2009 articolo dal titolo: «Schifani e il palazzo dei boss»; 27 novembre 2009: «I soci di Schifani»; 13 gennaio 2010: «Quando Schifani faceva l'autista»). La direzione replica in un editoriale non firmato pubblicato oggi sul giornale.

«DECIDA IL GIUDICE» - «La somma richiesta - si legge - è superiore al nostro capitale sociale, ma noi non ce ne lamentiamo. Schifani, al pari di qualsiasi altro cittadino, se si ritiene diffamato ha il diritto di rivolgersi al Tribunale per veder riconosciute le proprie ragioni. Anche se, dopo aver letto le 54 pagine della citazione, dobbiamo confessare la nostra sorpresa: nonostante gli sforzi non abbiamo ancora capito quali delle notizie riportate su Il Fatto Quotidiano non siano vere. A questo punto chi ha ragione e chi ha torto non lo potrà che stabilire il                                  giudice».

«NON HA MAI RISPOSTO» - «Certo - prosegue l'editoriale - avremmo preferito che il presidente Schifani, proprio per l'importante incarico pubblico da lui ricoperto, avesse risposto alle numerose e-mail contenenti dettagliate richieste di chiarimenti che gli abbiamo inviato prima di scrivere ogni pezzo. E ora ci saremmo aspettati almeno una querela penale che, da una parte, avrebbe consentito al pubblico ministero di svolgere autonomamente indagini sui fatti contenuti negli articoli in maniera più ampia rispetto quanto si può fare in sede civile. E che, in caso di un nostro rinvio a giudizio, sarebbe potuta sfociare i un dibattimento pubblico senz'altro interessante per chi vuole conoscere i trascorsi della seconda carica dello Stato».

Redazione online
28 aprile 2010



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Il Codacons contro Papa Giovanni Paolo II: "La statua dà fastidio"

Libero





In molti luoghi d’Italia, e nel mondo, si moltiplicano le statue di Papa Giovanni Paolo II, futuro beato, anzi, per moltissimi già santo. A grande richiesta dei devoti. Invece  a S. Andrea del Garigliano, comune di circa 1.600 abitanti in provincia di Frosinone, le cose sembrano andare in altro modo. Alcuni residenti, infatti, si sono rivolti al Codacons, protestando contro la collocazione di una statua, raffigurante appunto papa Wojtyla, al centro di una piazza comunale. Perché? Perché, leggiamo dal comunicato del Codacons, «non è tollerabile costringere un cittadino a convivere quotidianamente con una immagine religiosa innalzata davanti le finestre di casa, indipendentemente dalla religione cui appartiene l’icona!» Insomma, continua il comunicato, «la statua potrebbe arrecare fastidio per forma, colore, dimensioni o altro, ma potrebbe anche essere sgradita per meri motivi di credo e, in tal caso, andrebbe tutelata la sensibilità religiosa di chi è costretto a ritrovarsela tutti i giorni davanti le finestre».

Insomma, la statua può dare fastidio, con la sua solo presenza, ai poveri cittadini che sono “costretti” a vedersela giorno e notte davanti alle finestre. Certo, seguendo questo principio, potrebbero sentirsi in dovere di  lagnarsi anche coloro che hanno la sfortuna di abitare in un palazzo le cui finestre si affacciano su un campanile, una chiesa, un istituto religioso, e sentirsi così offesa da questo spettacolo dal contenuto così inequivocabilmente religioso, anzi cattolico.

L’obiezione finale espressa dal Codacons è che, tra le altre cose, «l’opera è stata eretta solo di recente, mentre le abitazioni limitrofe esistevano già da anni», quindi, in fondo, i campanili, le chiese, gli istituti religiosi – che in genere sono gli edifici più antichi di città e paesi – dovrebbero essere al riparo da proteste e rivendicazioni in nome delle  libertà laiche.

Caterina Maniaci

27/04/2010





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Napoli maglia nera per i costi della politica Oltre 1.500 euro di debito per cittadino

Il Mattino


di Gerardo Ausiello

NAPOLI (27 aprile) - Napoli maglia nera per le spese della politica. Ogni abitante del capoluogo partenopeo paga infatti 87 euro, a fronte di una media di 33 euro, per il costo totale diretto dei servizi per giunta, Consiglio e Municipalità. È quanto emerso da un’indagine svolta dal Sole 24Ore relativa alle spese degli enti locali sulla base di dati forniti dal ministero dell’Interno. Sul podio salgono due città calabresi, Reggio (79 euro) e Cosenza (67). Seguono Mantova, Frosinone, Bari e Trento, mentre la città più virtuosa è Oristano (4 euro).

Ma come si arriva a queste cifre? Molto dipende dalle classificazioni in bilancio delle uscite: su Napoli incidono il costo totale diretto e il numero di dipendenti comunali impegnati a far funzionare giunte, Consigli e Municipalità. All’ombra del Vesuvio raggiungono il numero record di 658, di poco inferiore ai 736 della Capitale. A Roma, però, operano venti Municipalità, ovvero il doppio di quelle di Napoli. Nell’inchiesta vengono poi valutati altri sette indicatori.

Se si considerano le spese per il personale, il capoluogo partenopeo scivola all’undicesimo posto assieme a Cosenza con 474 euro per abitante, dopo Siena (554), Trento (551) e Firenze (541) e prima di Palermo (473) e Gorizia (463). Veniamo, poi, agli investimenti: qui Napoli è dodicesima con 579 euro per abitante ma fanno meglio, tra le altre, Roma e Milano mentre il primo posto spetta a Tortolì e l’ultimo a Palermo.

Quindi le spese correnti, ovvero quelle relative a uffici, utenze e alle altre voci collegate al funzionamento della macchina amministrativa: Napoli è ottava su 110 comuni (1.396 euro pro capite), distanziata di circa 700 euro dalla capolista Venezia che costa di gran lunga più degli altri enti. Gli altri quattro indicatori riguardano entrate e debiti. Sulla capacità di riscossione di tasse e tributi si nota la sofferenza di Palazzo San Giacomo: si attesta a metà classifica, ben lontano da Venezia, Lecce e Olbia ma meglio di Enna, Gorizia e Agrigento.

Va meglio con le entrate extratributarie, ovvero i proventi dei servizi (tariffe) e dei beni dell’ente (ad esempio l’occupazione di suolo pubblico): il capoluogo partenopeo è 35esimo con 269 euro pro capite. Questa classifica vede in vetta Siena e in coda Roma (si considerano i crediti vantati dalla gestione ordinaria nei confronti di quella commissariale).

Napoli si ferma al gradino numero 40 per le entrate proprie (ovvero la somma delle due voci precedenti), mentre per il debito (l’esposizione del Comune con le banche e la Cassa depositi e prestiti) sale al 18esimo posto: ogni cittadino porta sulle proprie spalle 1.541 euro, peggio di Caltanissetta (42 euro) ma meglio di Torino (3.450 euro) e Milano (2.938).





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Annega i due figli a Gela, striscione choc ai funerali: «La mamma ci ha dato un futuro migliore»

Carosello e poi a letto": cofanetto con 30 anni di spot

di Ferruccio Gattuso

La chiamavano réclame, alla francese. Perché era quella la lingua «in» ai tempi. Gli slogan in inglese elementare, come «life is now», erano lontani, l’aspirazione collettiva non era essere fichi, ma avere classe. Insomma, era un altro mondo


 
La chiamavano réclame, alla francese. Perché era quella la lingua «in» ai tempi. Gli slogan in inglese elementare, come «life is now», erano lontani, l’aspirazione collettiva non era essere fichi, ma avere classe. Insomma, era un altro mondo. Era un’Italia ormai lontana, più ruspante e ingenua (almeno nei mezzi di comunicazione, perché i consumatori erano molto più attenti alla qualità del prodotto di quanto lo siano oggi). Erano i tempi del Carosello, dal 1957 al 1977 appuntamento fisso delle famiglie italiane. Dopo vent’anni e settemiladuecentosessantuno (7.261) episodi, in un mesto giorno di Capodanno del 1977, sarebbe toccato all’icona nazionale Raffaella Carrà far calare quel sipario che si era alzato, per la prima volta, il 3 febbraio 1957. La Carrà lo diceva: si chiude qui. E lo faceva con in mano un bicchiere di Stock 84. Il sottinteso era che l’Italia era cambiata e che tanto valeva berci su. Raffaela sorrideva, ma gli italiani avevano capito: con Carosello si era passati dal boom economico agli anni di piombo.
 
A chi li intervistava per strada i giovani «impegnati politicamente» rispondevano che Carosello era «simbolo del mercimonio e del consumismo»: giusto chiuderlo. Chissà se adesso, rosi dalla nostalgia e probabilmente liberi dal moralismo, gli stessi confermano quelle combattive fregnacce anni ’70.
Questa e tante altre testimonianze video, a cominciare da una cascata di «caroselli» d’epoca, sono disponibili in uno splendido cofanetto dvd dal titolo Carosello... e poi a letto, appena pubblicato da Cecchi Gori. Quattro dvd dai quali pescare le réclame dal 1957 al 1977: spot diretti da registi illustri come Luciano Emmer (considerato l’inventore della formula, nonché della mitica sigla, realizzata la notte prima di andare in onda, sulle note di una tarantella aggiornata di un classico anni ’20 intitolato Pagliaccio), Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone, Pupi Avati. 

I protagonisti? Reggetevi forte: Macario e Sandra Mondaini, Paolo Panelli, Nicola Arigliano, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Alighiero Noschese, Vittorio Gassman, Virna Lisi, Walter Chiari, Aldo Fabrizi, Renato Rascel, Ubaldo Lay, Tino Scotti e persino il Nobel Dario Fo che ai tempi non faceva il mâitre-à-penser, ma si piazzava una parrucca medioevale sulla testa pur di pubblicizzare la margarina Flavina. Motivi musicali e slogan che si accavallano nella memoria, da «Olivolì Olivolà» della Saclà, a «Brava brava Mariarosa» del lievito Bertolini, da «Miguel son semper mì» dei biscotti Matuttini Talmone a «E che ci ho scritto, Jo Condor?» della Ferrero, da «Ti spunta un fiore in bocca» della Colgate a Franco Cerri uomo in ammollo della Bio Presto. Senza contare i più datati Tenente Sheridan (1967, Ubaldo Lay al servizio delle lamette Superinox Bolzano), Virna Lisi «bocca della verità» nel 1957 per il dentifricio Chlorodent (con tanto di dentista a raccomandarlo, ebbene sì) e infine Tino Scotti (nel 1958) per i confetti Falqui, «il farmaco per tutte le età dal dolce sapore di prugna». 

Ironia della sorte, il primo spot offerto dal dvd vede protagonista il grande Vianello, recentemente scomparso: interpreta un dottore che visita Ugo Tognazzi e ne scopre l’insana passione per le pizzette. Pubblicità degli stuzzichini? Manco per sogno: detersivo Olà. Come ci arrivano? Magie del Carosello, spot che non erano tali, e che sconfinavano oltre la dittatura dei trenta secondi. Oggi c’è Totti con signora, bravi e simpatici e chi dice di no: ma se ci piacciono tanto è perché ci evocano un frammento del Carosello che fu.




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Clinica Santa Rita, il pm: "Malvagio e disumano, 21 anni a Brega Massone"

di Redazione

Ventuno anni per l'ex primario di chirurgia toracica, Pier Paolo Brega Massone, e 14 e 8 anni per i suoi due aiuti: queste le pene chieste dal Pm Grazia Pradella nei confronti di nove tra medici e manager della ex clinica meneghina Santa Rita



 
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Milano - Ventuno anni per l’ex primario di chirurgia toracica, Pier Paolo Brega Massone, e 14 e 8 anni rispettivamente per i suoi due aiuti, Fabio Presicci e Marco Pansera: queste le pene chieste dal Pm Grazia Pradella al termine dell’udienza odierna del processo in corso a Milano nei confronti di nove tra medici e manager della ex clinica meneghina Santa Rita (oggi Istituto clinico Città Studi) imputati per aver praticato interventi inutili e in alcuni casi dannosi al fine di gonfiare i rimborsi dovuti dal Ssn. Nella sua requisitoria, la Pradella ha ricordato che Braga Massone è coinvolto in 83 casi di lesioni aggravate (in 6 non come primo operatore), Presicci in 68 casi (di cui 10 come primo operatore) e Pansera in 32 casi (14 in qualità di secondo operatore): "un numero impressionante di reati", ha detto il pm. Prima di fare le sue richieste il pm ha anche chiesto l’aggravante della crudeltà per i casi che hanno avuto come vittime pazienti giunti alla Santa Rita con condizioni di salute già compromesse o in fase terminale.

"Malvagio e disumano" Nel chiedere la condanna a 21 anni di carcere per il chirurgo Pierpaolo Brega Massone, il pubblico ministero Grazia Pradella ha parlato di "indole particolarmente malvagia e mancanza di senso di umanità che hanno caratterizzato l’operato dell’imputato". Secondo la rappresentante dell’accusa non è possibile concedergli le attenuanti generiche anche perchè non ha mai manifestato pentimento per i crimini commessi. "Ha sempre detto di aver agito in scienza e coscienza - ha affermato il pm - ma la sua scienza è stata smentita dai nostri consulenti e dalla letteratura medica e la sua coscienza non è la nostra, intesi come comuni cittadini, ma non è neppure quella di un comune medico che rispetti i più comuni canoni della deontologia". I pm hanno inoltre chiesto pene che vanno da un minimo di due anni ad un massimo di quattordici per gli altri imputati, tra i quali altri due componenti dell’equipe del reparto di chirurgia toracica, Fabrio Presucci (14) e Marco Pansera (8).



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La truffa di invalidità, ogni cinque pensioni almeno una è falsa

di Gabriele Villa

È l’Umbria la regione con più pensioni. Al Sud la caccia ai furbetti ha scoperto i raggiri più clamorosi.

A Palermo maxi processo contro mille persone. A Napoli un intero clan di falsi ciechi. I complici sono i medici


 
Roma - Da dove cominciamo? Massì, cominciamo pure da quel capolavoro di ingegno, nato, una volta di più, all'ombra del Vesuvio. Da quella curiosa azienda di famiglia smantellata dai carabinieri, ad Arzano, dove in venti, sì avete letto bene, venti e cioè: marito e moglie, i loro tre figli, le due nuore e il genero, le due zie del capofamiglia, la madre dello stesso, i due consuoceri, quattro cugini, le due cognate del figlio, la cognata della figlia erano (falsi) invalidi. Una vera e propria ditta della consanguineità, all’apparenza particolarmente sventurata, ma in realtà sana come un branco di pesci guizzanti, che, grazie alla lungimiranza del capofamiglia e alla complicità (un impiegato della commissione medica particolarmente gentile e qualche certificato adeguatamente ritoccato) di una catena di benefattori, è riuscita a percepire, per cinque anni, un sussidio statale, tra pensione e indennità d'accompagnamento, di seicento euro mensili pro-capite.

Poi ci sarebbe la falsa invalida, al 100 per cento, di Avellino cui sono state revocate la pensione di invalidità e l'indennità di accompagnamento, considerato che l’arzilla sessantaduenne era in grado di fare jogging tutte le mattine con il suo cane e, persino, per distrarsi un po', di zappare la terra. Quindi, se volessimo farci due risate, ma c'è poco da ridere, potremmo guardare il video, girato dai carabinieri di Napoli, di due strani ciechi, uno che parcheggia l'auto e l'altro in fila, alle poste, mentre legge il giornale. E che dire dei pm di Palermo che hanno invece trovato una colonia di furbastri fra i palazzoni dello Zen 2, il quartiere progettato da Gregotti? In ogni condominio abitava almeno un falso invalido: in via Rocky Marciano ne hanno scovati quindici. Che avevano come vicini, in via Agesia di Siracusa, altri nove sfigati. «Invalidi», si fa per dire.

Conti alla mano c'è ancora molto lavoro da fare per togliere queste zavorre dal bilancio dello Stato. Vero è che l’Inps del presidente Antonio Mastrapasqua ci si è messa d'impegno. Così, se nel 2009 sono stati spesi 16 miliardi di euro, (più 4,9 per cento rispetto al 2008), tra pensioni e assegni di accompagnamento e i beneficiari sono stati circa 2,6 milioni di persone, (più 4,5 per cento), è anche vero che 200mila controlli e verifiche, condotte dall'Inps in tutt’Italia, hanno permesso di smascherare 30mila falsi invalidi, pari al quindici per cento del totale.

E le previsioni per questo 2010, in cui l'Inps passerà al microscopio 100mila pensionati, sono di altri ventimila falsi invalidi, che vorrebbe dire un pensionato fasullo su cinque, che si vedrà, con buona pace degli onesti malmessi, revocare l'assegno. Sacrosante misure di autodifesa perché, per forza di cose, si prevede anche che nel 2010 la spesa per la sola invalidità civile potrebbe arrivare a 17 miliardi e i beneficiari a sfiorare i 3 milioni di persone.

Chi trova una pensione di invalidità, diciamolo francamente, in molte parti d'Italia trova un vero tesoro. Ma a chi si sta facendo passare strane idee per la testa è il caso di ricordare che l’assegno di assistenza di 255 euro scatta solo con una percentuale di invalidità dal 74 per cento in su. Il proliferare di finti pazzi, a Napoli, ma anche a Palermo , è legato proprio al raggiungimento di questo tetto. «D'altra parte a una persona affetta da gastroduodenite basta riconoscere una depressione per aumentare la percentuale e far varcare la soglia per la pensione», spiegano gli investigatori. Con il cento per cento arriva anche l’assegno di accompagnamento di 472 euro, che non è vincolato all’età e al reddito dell'assistito.

E poi c’è la legge 104, che dà diritto a tre giorni di assenza dal lavoro ogni mese. C’è la possibilità di non pagare il biglietto su bus, tram e metropolitane, l'esenzione dal pagamento del bollo auto, persino, da non sottovalutare lo sconto sull'acquisto delle vetture e sulle polizze assicurative. Fino al tanto inseguito e corteggiato pass H, che garantisce di parcheggiare liberamente e viaggiare nelle corsie preferenziali nei centri storici di tutta Italia. Benefici di cui, giustamente, dovrebbero godere gli invalidi veri. Peccato che gli abusi non si contino come ci ha abituato anche Striscia la notizia con i tanti suoi filmati da far schiumare di rabbia gli onesti. Ricordate? A Cortina d’Ampezzo i vigili hanno trovato falsi permessi all'interno di auto lasciate a ridosso delle piste da sci ed è scattata un’inchiesta della Procura. Ma non sono da meno anche a Milano e a Roma, dove certe signore parcheggiano l’auto «handicappata» ovunque e scendono allegramente a fare shopping.

Certo la mappa degli invalidi d’Italia meriterebbe di venire esposta in una galleria d'arte moderna. In Trentino, nel 2009, è stata concessa una sola nuova pensione in compenso la regione con il maggior numero di assegni per cento abitanti (5,48) è l’insospettabile Umbria. E, in valori assoluti, la Lombardia batte tutti: quasi 269mila invalidi, con una spesa di un milione di euro l'anno per i compensi dei medici delle commissioni di invalidità. Non facciamoci illusioni: due terzi dei sussidi erogati continuano ad avere come destinatari pensionati del Centro-sud, dove gli assegni dell’Inps hanno ancora il peso di un vero e proprio sostegno sociale, sono ambiti e quindi innescano abusi e truffe. Ci sono addirittura interi quartieri popolati da malati dalle cartelle cliniche non proprio specchiate. A Napoli, in vicolo del Pallonetto di Santa Lucia, dal Chiatamone a Monte di Pietà, l'hanno presa molto male i parenti dei sessanta finti ciechi finiti in carcere con l’accusa di falso. Curiosa coincidenza proprio mentre si sta indagando su trecento falsi matti dello stesso rione. 

A Palermo si è trasformato in un maxi-processo quello contro mille falsi invalidi: un labirinto di procedimenti con condanne per sei mesi e restituzione degli arretrati. Il volume di affari delle tangenti, intascate dai burattinai della grande truffa, è stato di sei milioni di euro. Il campionario è di quelli variegati :ci sono gli invalidi dello Zen e quelli del Comune di Misilmeri, più o meno un centinaio. E ci sono anche interi nuclei familiari colpiti da patologie tutte uguali: demenza senile per i più anziani, epilessia per i giovani. Uno dei protagonisti della truffa, Antonino Cusimano, invalido anche lui, ha confessato di aver fatto avere la pensione alla sorella, alla figlia e a tre cognate. Sempre per la regola che in famiglia ci si aiuta tutti. In compenso a Carlentini, nel Siracusano, chiunque avesse bisogno di mettere le mani sull’ambito assegno di invalidità si poteva rivolgere con fiducia al dottor Massimo Gramillano. Medico che sognava un grande avvenire in politica, Gramillano aiutava i compaesani a diventare invalidi. In poche parole stando ai faldoni della magistratura e ai relativi verbali, il medico prometteva pensioni in cambio di voti e dettava ai medici compiacenti le percentuali di handicap da assegnare: 74, 84, 100. Ma a fronte delle intercettazioni che lo incastravano il grande benefattore si è candidamente difeso: «Erano solo pronostici». Già.





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Scomparsa Orlandi: arrestata Sabrina Minardi ex del calciatore Giordano

Quotidianonet

La donna, compagna di Renatino De Pedis, uno dei boss della Magliana, negli ultimi mesi ha rivelato fatti sulla ragazza rapita a Roma il 22 giugno 1983 e mai più ritrovata

Roma, 28 aprile 2010 - È stata arrestata ieri sera dalla Squadra Mobile della Questura di Roma, Sabrina Minardi in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per cumulo di pene.

La donna, già moglie del calciatore Bruno Giordano, era balzata agli onori della cronaca per il legame con uno dei boss della banda della Magliana, ‘Renatino' De Pedis, assassinato il 2 febbraio del 1990 in un agguato vicino Campo dè Fiori, ma, soprattutto, per le rivelazioni fatte in questi ultimi mesi sul caso di Emanuela Orlandi, la ragazza rapita a Roma il 22 giugno 1983 e mai più ritrovata.





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La "suocera" di Fini fa milioni con gli appalti Rai

di Laura Rio

La madre di Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera, è la titolare della società che cura un programma di scarso share sulla prima rete.

Il costo per il servizio pubblico? Un milione e mezzo di euro.

Ma l signora ha poca esperienza tv alle spalle. Nell’affare c’è anche il figlio


 
Un lavoro alla «suocera» non si può negare. La «suocera» in questione è quella di Gianfranco Fini, il presidente della Camera e secessionista (per poche ore) del Pdl, le cui diatribe con il premier volano a ricaduta anche sulla Tv di Stato. Bene, l’altro giorno avevamo scritto che tra i produttori in fibrillazione per la rottura tra finiani e berlusconiani, temendo ripercussioni, c’era anche Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, Elisabetta.

Al «cognato» Tulliani, attraverso un intricato sistema di società, è riconducibile la realizzazione di una parte di Festa italiana, programma del pomeriggio condotto da Caterina Balivo su Raiuno, la rete diretta dal finiano doc Mauro Mazza. Lo spazio si chiama Per capirti, una sorta di talk dedicato al rapporto tra genitori e figli. Insomma un piede messo dentro il canale ammiraglio della Rai, un lavoretto che viene lautamente ricompensato: un milione e mezzo di euro. Precisamente ottomila euro a puntata per 183 puntate. Tra l’altro il programma della Balivo la scorsa stagione era realizzato totalmente all’interno della Rai, mentre quest’anno un pezzetto è stato appaltato all’esterno senza che ci si guadagnasse in ascolti e dunque ci fosse una reale resa a fronte dell’investimento economico.

Ieri, il sito Dagospia ha approfondito l’argomento, sciorinando nei dettagli la matassa intricata dei rapporti tra la società di produzione e la famiglia Tulliani. In sostanza, nel complicato sistema di scatole cinesi, la maggioranza della società che produce la trasmissione, denominata Absolute Television Media (sigla AT Media), è detenuta da Francesca Frau. E chi è questa signora sconosciuta nel giro dei produttori che lavorano per la Rai? È la mamma di Elisabetta e Giancarlo Tulliani, dunque la «suocera» (le virgolette valgono perché non sono sposati) di Fini. Non risulta che la signora Frau, 63 anni, abbia una lunga esperienza nel campo televisivo, almeno non nelle reti pubbliche. Così, scava scava, viene il dubbio che lei compaia ufficialmente nei documenti ma dietro ci sia qualcun altro.

Giancarlo Tulliani non risulta nella compagine societaria delle varie società che sono spuntate nel giro di pochissimo tempo (Elisabetta è fidanzata con Fini dal 2007) e intestate alla madre, tra cui la Absolute Television srl e la Giant Enterprise srl, che, per dirne un’altra, sembra l’abbreviazione di Giancarlo Tulliani. Compare invece nella prima società denominata Giant Enterprise Group, liquidata nel 2008. Comunque sia, in ballo nella produzione di Festa italiana c’è la famiglia Tulliani. A trattare in Rai di solito va Roberto Quintini, che detiene una parte della Group srl, a sua volta proprietaria di una parte di At Media.

Certo si dirà, nella Tv pubblica funziona tutto così: ogni partito ha i suoi referenti, molti uomini raggiungono posti di potere attraverso raccomandazioni politiche per non parlare delle vie «facilitate» di certe attricette o vallette. E, in molti casi, il risultato finale può anche essere una buona programmazione che fa risultati d’ascolto, come è il caso della rete diretta da Mauro Mazza. Ma certo è meglio che la «moglie» di Cesare sia al di sopra di ogni sospetto, soprattutto quando Cesare è il Presidente della Camera.

Comunque, Dagospia ieri è andato giù duro, ricordando anche le imprese passate della famiglia della compagna. Che aveva già provato a entrare con scarso risultato nella ghiotta torta delle produzioni Rai. L’estate scorsa per esempio la società della signora Frau aveva provato a realizzare uno show musicale intitolato Italian Fan Club Music Award’s, andato in onda su Raidue e che si era tramutato in un flop di ascolti. Poi si era deciso di tentare con Raiuno.

Ma da sempre Elisabetta cerca di dare una mano al fratello più piccolo. Ai tempi in cui era fidanzata con Luciano Gaucci, riuscì a far nominare Giancarlo ai vertici della Viterbese, squadra che era di proprietà dell’ex presidente del Perugia, d’altronde lei era diventata presidente della Sambenedettese. Questo prima di scoprire di essere più portata per ruoli artistici, tanto da entrare nel grande ventre Rai e finire a partecipare a trasmissioni come Mattina in famiglia e Unomattina. Una passione rimasta anche quando si è fidanzata con Gianfranco Fini (con cui ha avuto due figlie e che nel frattempo si era lasciato con la moglie Daniela) e trasmessa, guarda caso, all’intera famiglia sotto un’altra veste, quella di produttori di programmi.





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