sabato 1 maggio 2010

La disfida di Fossanova

Il Tempo

Secessione nel Lazio: nell'abbazia pontina si consumerà lo strappo delle province.
Similitudini e coincidenze con il battesimo padano.


Alle volte i «segnali» sono più forti e rappresentativi di quanto la cronaca esplicita non racconti. La «secessione» delle province laziali partirà da Fossanova; per una questione geografica, raccontano gli organizzatori del consiglio provinciale congiunto tra Latina e Frosinone. «È il luogo più idoneo stando al confine tra le due realtà territoriali». Eppure, a guardare bene, sono tante le similitudini o le «assonanze» con Pontida, luogo simbolo della secessione nordista tanto caro a Bossi. In entrambe le località insiste un monastero benedettino; da una parte la Basilica di San Giacomo, dall'altro l'abbazia di Fossanova, benedettina di nascita e divenuta cistercense nel 1135, che ospiterà il 17 maggio prossimo il maxi-consiglio.


Un luogo di lavoro e preghiera che però, contrariamente a quanto si pensi rispetto ai monasteri, è stato aperto alla gente tanto da diventare parrocchia. Sarà un caso, ma nei monasteri benedettini esiste la cosiddetta «sala capitolare», dove si svolgevano la maggior parte delle assemblee legate al funzionamento dei monasteri e ai rapporti con la Congregazione. Forzando un po' (ma neanche tanto) il concetto, era il luogo dove si faceva «politica», che oggi torna protagonista quasi con lo stesso spirito: la discussione sul rapporto tra le espressioni locali, la loro organizzazione, e il potere centrale. Per chi non credesse alle coincidenze, aggiungiamo un altro elemento: Fossanova insiste nel comune di Priverno, in zona pontina.


La lontana Pontida, d'altro canto, con l'area del frusinate sembrerebbe non avere nulla a che vedere, E invece non è così, visto che il monastero benedettino di Pontida fa parte, pensate un po', della Congregazione Cassinate; già, proprio Cassino, la località ciociaria nella quale la santità della vita di Benedetto - fondatore dell'Ordine - e dei suoi seguaci ne fece un centro religioso di grande richiamo. Latina e Frosinone dunque ancora accomunate dal «caso», così come Fossanova e Pontida. La Pontida laziale dunque è qualcosa di più di una semplice assonanza politica. Anzi, è proprio sul dato politico che troviamo le maggiori differenze; il valore dell'unità nazionale, infatti, non è messo in discussione dai presidenti delle Province laziali. Resta il fatto che mentre a Pontida misero simbolicamente in un'ampolla le acque del dio Po, il termine Fossanova deriva da «Fossa Nuova», nome dato a una cloaca, un fosso di scolo. C'è chi lo vede come un cattivo presagio, c'è chi dice... porti bene.

Angelo Perfetti

01/05/2010





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Un capello biondo per accusare Stasi

Corriere della Sera
Critiche al gup: «Ultragarantista».
I genitori di Chiara chiedono analisi su un martello in casa del ragazzo


VIGEVANO - Si ricomincia. Da un capello da studiare daccapo, da un martello mai studiato, una bicicletta tenuta fuori gioco, le scarpe senza tracce di sangue, il Dna di Chiara... È il caso Garlasco. È Chiara Poggi con il cranio sfondato la mattina del 13 agosto 2007. Ed è Alberto Stasi di nuovo in scena come accusato, l’unico: in tasca l’assoluzione di primo grado, in mente i giorni difficili che verranno, davanti ai giudici della Corte d’appello di Milano dove tornerà ad essere il fidanzato di Chiara, «uccisa con crudeltà» a 26 anni. Venerdì mattina la madre della ragazza, Rita Preda, si è presentata in procura a Vigevano a depositare le 179 pagine con le quali chiede il processo d’appello contro Alberto. Vuole giustizia, Rita. E perché sia chiaro che con Alberto lo strappo è definitivo, ha deciso di andare di persona in tribunale. «Ci tenevo» dice «a essere io a consegnare queste carte». Altre carte - stavolta depositate dal pubblico ministero Rosa Muscio - chiedono la stessa cosa: un nuovo processo contro il biondino di Garlasco che era laureando quando Chiara fu uccisa e che oggi è dottore in economia ed ha 27 anni.

Nelle pagine consegnate da Rita Poggi l’avvocato Gian Luigi Tizzoni premette: «Nella sentenza di assoluzione di primo grado si rilevano obiettive incongruenze e gravi errori - sia di metodo, sia di interpretazione dei dati emersi nel corso delle indagini e nel giudizio - in cui il Giudice è incorso pesantemente, ispirato - forse - da un eccesso di protezione dei diritti dell’imputato che ha finito per calpestare i diritti della vittima e dei suoi familiari». Un attacco frontale al gup Stefano Vitelli che sarà ribadito anche in un altro passaggio nel quale si parla di «una visione ultra-garantista». La partita, in appello, sarà giocata su due fronti: l’interpretazione differente degli indizi e nuovi accertamenti che la parte civile ritiene indispensabili. Dna ed analisi scientifiche: il giudice di primo grado non ha ritenuto che fossero prove elementi che invece per la parte civile, se valutati assieme, sono indizi «gravi e concordanti » sufficienti per una condanna. Il capello biondo, per esempio. Ha una lunghezza di 1,2 centimetri. È più corto e decisamente più chiaro (tra il biondo e il castano) rispetto alla ciocca di capelli insanguinati (poi attribuiti alla vittima). Su questo capello, munito di radice (e quindi verosimilmente strappato), stretto nella mano sinistra di Chiara, la parte civile ha chiesto nuove analisi considerate più attendibili scientificamente di quelle eseguite subito dopo l’omicidio. Poi c’è l’esame sulle unghie della vittima, «reperti solo parzialmente analizzati durante l’autopsia». I vecchi accertamenti - dicono gli esperti della parte civile - non possono «assicurare l’effettiva assenza di materiale biologico» che potrebbe appartenere all' assassino. Entra in scena anche su un martello da muratore, con l'impugnatura in plastica di colore rosso, compatibile con le ferite della vittima, sequestrato a casa Stasi ma mai analizzato.

E torna in gioco l’ormai famosa bicicletta nera da donna appoggiata al muretto di cinta di villa Poggi la mattina del 13 agosto, nell’ora compatibile con il delitto. Due testimoni l’hanno vista e concordano su colore e tipologia. La famiglia Stasi ne ha una «decisamente compatibile con la descrizione » fornita, ma - fa notare la parte civile - Alberto non lo dice ai carabinieri: «Stasi ha omesso di dichiararne la disponibilità agli inquirenti, nonostante gli fosse stata rivolta un’espressa domanda». Elemento che viene «ignorato senza motivazione alcuna dal Giudice». L’ipotesi della famiglia Poggi è la seguente: Alberto potrebbe aver «utilizzato in un primo momento per compiere il crimine la bicicletta nera da donna ed in un secondo momento (per occultare l’arma e gli abiti sporchi) la bicicletta bordeaux da uomo» sulla quale è stato trovato dna di Chiara (sul pedale). Fra gli elementi che sarebbero stati trascurati dal giudice, infine, ci sono i primi due gradini delle scale sulle quale Alberto ha ritrovato il cadavere di Chiara. «Sono sceso di uno o due gradini» disse lui negli interrogatori. Ma gli esami dei periti del giudice sulla sua camminata all’interno della casa non ne hanno tenuto conto.

Erika Camasso
Giusi Fasano
01 maggio 2010




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Il Vaticano: «Gravi delitti da parte del fondatore dei Legionari di Cristo»

Corriere della Sera
Padre Marcial Maciel Degollado e le accuse di pedofilia: «Testimonianze incontrovertibili, vita priva di scrupoli»


CITTÀ DEL VATICANO - Una vita priva di scrupoli. È una durissima presa di posizione quella della Santa Sede contro il sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo morto nel 2008 e accusato di numerosi abusi sessuali, anche su minorenni. «I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano talora in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso» si legge nella nota diffusa dal Vaticano dopo le riunioni con i cinque vescovi incaricati della "visita apostolica" ai legionari di Cristo. La condotta di padre Degollado, viene detto, «ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione».

INATTACCABILE - «Di tale vita - prosegue la Santa Sede - era all'oscuro gran parte dei Legionari, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da padre Maciel, che abilmente aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico». Marcial Maciel Degollado (1920-2008) aveva una doppia vita, con almeno due mogli e tre figli. «Non di rado - si legge nel comunicato - un lamentevole discredito e allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonché l'errata convinzione di non voler nuocere al bene che la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza assai difficile la conoscenza della sua vera vita». «Lo zelo sincero della maggioranza dei Legionari, emerso anche nelle visite alle case della Congregazione e a molte loro opere, non da pochi assai apprezzate, ha portato molti in passato a ritenere che le accuse, via via divenute più insistenti e lanciate qua e là, non potessero essere che calunnie» ed è per questo che «la scoperta e la conoscenza della verità circa il fondatore ha provocato, nei membri della Legione, sorpresa, sconcerto e profondo dolore, distintamente evidenziati dai Visitatori (i vescovi incaricati dell'inchiesta, ndr)».

SISTEMA DI POTERE - Benedetto XVI ha assicurato pensiero e preghiera a quanti sono stati «vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere» messo in atto da Degollado. Il Santo Padre - spiega il Vaticano - «intende rassicurare tutti i legionari e i membri del movimento Regnum Christi che non saranno lasciati soli: la Chiesa ha la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione che li attende. Esso comporterà anche un confronto sincero con quanti, dentro e fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere messo in atto dal fondatore: ad essi - prosegue la nota - va in questo momento il pensiero e la preghiera del Santo Padre, insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà, hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità».

INDAGINE DURATA MESI - I cinque visitatori apostolici che hanno condotto dal 15 luglio 2009 fino alla metà del marzo scorso un'accurata indagine sulla Congregazione nei cinque continenti: al termine hanno avuto un lungo colloquio con il segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, quindi si sono intrattenuti brevemente anche con Benedetto XVI. Nei giorni scorsi è circolata la voce di un possibile commissariamento dei Legionari di Cristo: la decisione della Santa Sede è attesa in tempi abbastanza brevi. Il Vaticano indaga anche sull'enorme patrimonio finanziario dei Legionari e sulle regole interne che prevedevano una sudditanza assoluta ai superiori e una sorta di culto del fondatore. Questi ultimi elementi sono entrati da tempo in discussione e anche all'interno della congregazione religiosa è in corso un aspro dibattito su quanto avvenuto in passato e su quale dovrà essere il profilo dei Legionari di Cristo in futuro. La congregazione controlla inoltre istituti formativi e università in molte città del mondo. I cinque visitatori apostolici che hanno condotto l'indagine sono monsignor Ricardo Watty Urquidi, vescovo di Tepic (Messico); monsignor Charles Joseph Chaput, arcivescovo di Denver (Stati Uniti); monsignor Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria; monsignor Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Concepcion (Cile); monsignor Ricardo Blazquez Perez, vescovo di Bilbao (Spagna).

Redazione online
01 maggio 2010



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Boffo, lo dice anche il Pm: "Il Giornale" ha pubblicato un documento autentico

di Luca Fazzo

Individuata la talpa informatica che ha rubato dai "cervelloni" del ministero della Giustizia il certificato penale dell’ex direttore di «Avvenire».

È un dipendente del tribunale di Napoli sarebbe già iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico





 Milano Sarebbe stato un cancelliere o un impiegato di un tribunale del distretto di Napoli a prelevare dai «cervelloni» del ministero della Giustizia il certificato penale di Dino Boffo, allora direttore del quotidiano cattolico Avvenire, da cui risultava una condanna per molestie: il documento, cioè, che venne pubblicato in prima pagina dal Giornale il 28 agosto dello scorso anno, aprendo un clamoroso caso politico, giudiziario e mediatico culminato con le dimissioni di Boffo. La «talpa» sarebbe già stata individuata e iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico. Non sarebbe in servizio presso il Palazzo di giustizia di Napoli ma presso uno dei tribunali «minori» che ricadono sotto la giurisdizione della Corte d’appello partenopea.

L’indagine sullo scoop del Giornale era nata da un esposto-denuncia presentato nei giorni immediatamente successivi dal leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro. Di Pietro aveva indirizzato la sua denuncia a due Procure: quella di Monza, competente per la tipografia dove si stampa il Giornale, e quella di Terni, la città dove Boffo - secondo quanto riferito dall’articolo del nostro collega Gabriele Villa - era stato prima indagato e poi condannato. E duplice era anche l’ipotesi di reato che veniva ipotizzata: nel caso che il documento risultasse vero, diceva Di Pietro, si doveva procedere per la violazione dei computer del sistema giudiziario; se invece il documento si fosse rivelato una patacca, allora doveva scattare una inchiesta per falsificazione di atto pubblico. Delle due l’una, insomma.

A condurre l’indagine, nei fatti, è stata poi la magistratura di Monza. E la conclusione cui è arrivata lascia poco spazio a dubbi: «accesso abusivo a sistema informatico». Vuol dire che si è scoperto che quel certificato penale proviene davvero dagli archivi riservati del «sistema giustizia». Poi - probabilmente per cercarne di occultare la provenienza - è stato sottoposto ad una specie di maquillage, un taglia e incolla in cui sopra i precedenti penali (veri) di Boffo è stata appiccicata una intestazione fasulla. Ma la sostanza è quella, il reato è quello. Tant’è vero che il sostituto procuratore monzese Caterina Trentini un mese fa ha trasmesso per competenza il fascicolo ai colleghi di Napoli, dove il reato sarebbe stato commesso.

A Monza, infatti, si era arrivati a dare un nome anche alla «talpa» che aveva rivolto al sistema informatico l’interrogazione su Boffo. Dettaglio curioso: a suggerire ai colleghi brianzoli come risalire all’origine della fuga di notizie sarebbe stato un magistrato di un’altra città, un collega vecchio ed esperto che in un altro caso era già riuscito a identificare il colpevole della soffiata, e che dopo avere letto sui giornali della denuncia di Di Pietro si era fatto avanti. Ed è seguendo i consigli del collega che a Monza sono arrivati alle generalità del presunto colpevole.

Ora la palla passa alla Procura di Napoli, sul cui tavolo è arrivato l’intero fascicolo. Dentro, oltre a quelle sul certificato penale di Dino Boffo, ci sono le risultanze delle indagini sull’altro elemento che veniva citato nell’articolo del 28 agosto: l’appunto (definito nell’articolo «nota informativa») in cui si dava conto dettagliatamente delle circostanze in cui il direttore di Avvenire sarebbe incappato nell’indagine per molestie. Anche su questo appunto nelle settimane successive si è disputato a lungo: è agli atti dell’indagine? Non lo è? È vero? È falso? La discussione venne chiusa nel dicembre scorso dal direttore del Giornale, Vittorio Feltri, con un articolo in cui dava atto a Boffo che «la ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali».

Ma nel frattempo l’indagine giudiziaria su quell’appunto è andata avanti, per cercare di capire chi ne fosse l’autore e come l’avesse messa in circolazione. Si è trovata una risposta anche a questa domanda? «No comment», dicono i vertici della Procura di Monza ieri pomeriggio. Ma non è escluso che anche su questo aspetto, prima o poi, la discussione si debba riaprire.



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Così Gianfranco affossò le riforme e aiutò Prodi

di Giancarlo Perna

Simbolo autoproclamato della destra moderna e dialogante, Gianfranco Fini ripete che le riforme devono essere condivise. Ossia che devono sedersi al tavolo i cervelli più tolleranti di maggioranza e opposizione per raggiungere, nel più civile e garbato dei modi, un accordo che modernizzi il Paese con vantaggio di tutti. Non esplicita, ma in cuor suo auspica, che gli arredi del salone in cui si svolgeranno le sedute siano di pregio e non manchino gli argenti, che i cibi siano di qualità e serviti da paggi in polpe e che - last, non least - i riformatori indossino abiti scuri (incluso Di Pietro) e mai, anche nei momenti di tensione, mostrino la bava alla bocca (specie il Cav). E fin qui, ogni persona di buon gusto non può che essere d'accordo. Lo scenario idillico piace a destra e a sinistra. Direi che se le cose si prospettassero in questo modo l'educata posizione dell'onorevole Fini diverrebbe una deliziosa civetteria e una simpatica banalità. Ma la realtà è diversa.

Sarebbe, infatti, interessante sapere cosa - in caso di disaccordo tra i riformatori - suggerisce di fare il presidente della Camera. Ma qui, l'onorevole Fini si sottrae al confronto e sguscia via. Gianfranco ha, soprattutto nella odierna fase ecumenica in cui strizza l'occhio alla sinistra, la tendenza a prendere il toro per la coda anziché per le corna. È come con l'immigrazione. C'è un problema pratico di convivenza, di ordine pubblico, di sfruttamento del lavoro straniero e lui, anziché darsi da fare per risolverlo, propone il voto, la cittadinanza e astrattezze varie. Insomma, parla d'altro.

Lo stesso vale per le riforme. Le vuole condivise. D'accordo. Ma se le opinioni divergono e ciascuno, con arzigogoli e inghippi, resta sordo alle ragioni dell'altro? Ha il diritto o no la maggioranza di andare per conto proprio o bisogna considerare tassativo il principio della condivisione e rinunciare a tutto? Anziché scogliere il nodo, il portabandiera della destra moderna ripete «pace e bene» e condanna il Berlusca all'immobilismo e alla futura sconfitta elettorale. Ovvio che la sinistra tifi per lui. Altrettanto, che i suoi ex alleati ne diffidino. A ciò va aggiunto che Gianfranco è il meno accreditato a farsi portavoce di riforme bipartisan. Fu, infatti, lui a spazzare via l'unica occasione seria di riuscirci.

Era l'inizio del 1996 e il Polo, dopo il ribaltone di Natale 1994, si trovava in crisi nera. Il governo Dini, che aveva sostituito il primo Berlusconi mandato all'aria da Bossi, era arrivato al capolinea. O si andava a elezioni anticipate con lugubri pronostici per il centrodestra o si ricorreva a un ripiego.
Fu così che venne l'idea di un governo di tregua. Su questo erano d'accordo tutti: Oscar Luigi Scalfaro che temeva di dovere liquidare anzitempo la legislatura per la terza volta, dopo il 1992 e il 1994; il capo del Pds, Max D'Alema, e il Cav accomunati dalla stessa fifa di perdere le elezioni. Ci si accordò perciò per affidare ad Antonio Maccanico un governo di tutti che attuasse una profonda riforma istituzionale, necessaria per adattare la Costituzione al maggioritario introdotto dal referendum Segni qualche anno prima.

Il tentativo, con questa intesa scaturita dalla debolezza generale, nasceva sotto ottimi auspici. Ma dopo due settimane Maccanico gettò la spugna. A metterlo ko fu Fini. Tonino, questo il soprannome del presidente designato prima che glielo scippasse il noto pm, doveva conciliare due visioni simili con qualche sfumatura diversa: il presidenzialismo alla francese del centrodestra e uno più incerto e innominato del Pd. Un volpone come Maccanico, ex comunista, poi repubblicano, a lungo segretario generale della Camera, poteva farcela se avesse trovato un minimo di buona volontà.
Presentò una programma di massima per lavorarci su. Proponeva di trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale - il cuore della riforma - senza però riferirsi esplicitamente al sistema francese per non irrigidire D'Alema che voleva rifletterci. Il Cav era consenziente e appoggiava la bozza. Idem, il capo diessino. Ma Gianfranco fece il pignolo, pitipì pitipì, e dichiarò che o si diceva nero su bianco che il modello era Chirac o non ci stava.

Ci si incagliò per giorni, logorando i buoni propositi. La mattina, Maccanico dichiarava ottimista: «Riscontro una larga adesione». La sera, dopo essere stato tempestato di nuove obiezioni da destramoderna, veniva in Tv col muso lungo dicendo: «Non ci sono le condizioni». Così fino allo sfinimento.
Il Berlusca, che aveva il tarlo in casa, disse blandamente per salvare capra e cavoli: «Fini ha quella passione per il dettaglio politico che io non ho. Gli portano il foglio d'agenzia con l'ultima dichiarazione di Tizio e lui si emoziona». E aggiunse, finalmente perfido, ma incapace di frenare la pittima: «Gianfranco è bravissimo nella dialettica quotidiana, io detesto le battute del giorno per giorno.

Per me conta la Storia». Uscita di sapore napoleonico ma fondamentalmente seria perché sottintendeva quanto fosse più importante arrivare alla riforma presidenziale che attardarsi sui capriccetti dell'alleato.
Erano anche tempi strani quelli. Fini era circondato dall'alone del professionista politico mentre il Berlusca era considerato un parvenu. In un sondaggio dell'epoca, commissionato dal Cav, uno rispose cosi: «Berlusconi governa ma il cervello è Fini». Oggi sarebbe una barzelletta.
Maccanico andò incontro a destramoderna fino allo spasimo. Finché, non trovando più nulla da ridire sul presidenzialismo, Fini sfoderò un estremo cavillo: un governo tecnico umilia la politica e dà voce ai potentati economici. E si attaccò a due episodi. Una visita dell'industriale De Benedetti al presidente incaricato e il sostegno a Maccanico di Lorenzo Necci, patron delle ferrovie.

Sulla stessa lunghezza d'onda si mise Pierferdy Casini. Cominciò anche lui, non ancora imparentato col costruttore Caltagirone, a stracciarsi le vesti sui pericoli dei poteri forti. Così, in un pugno di giorni, il governo delle riforme condivise andò a ramengo. Seguirono elezioni anticipate. Il Cav prese una batosta. Fini e Casini, peggio. Vinse Prodi e il centrodestra restò in purgatorio per un quinquennio (1996-2001).
Berlusconi, ammaestrato dalla lucidità dimostrata dai due compari, esclamò: «Mai fidarsi dei professionisti della politica». Giudizio che ha poi applicato alla lettera. Di recente, richiesto del perché fosse fallito il suo tentativo, Maccanico ha risposto: «Fini aveva un'illusione: voleva andare a elezioni perché pensava di essere più forte di Berlusconi».
Il giovanotto sbagliava. Ma tre lustri dopo è ancora lì che ci prova.



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Primo maggio in piazza a Rosarno Epifani: lavoro, piano straordinario

di Redazione

Manifestazione di Cgil, Cisl e Uil in Calabria nel paese della rivolta degli immigrato.

Epifani: "Servono politiche che sostengano lo sviluppo e la ripresa e soprattutto un Piano per il lavoro.

Rosarno è una, ma in Italia ci sono tante Rosarno, non solo nel Mezzogiorno ma anche al nord".

Bonanni: "Bonus alle imprese per assumere giovani e ultracinquantenni".

Angeletti: "Riformare il fisco e tagliare i costi della politica". Bersani: "Il governo parli di lavoro"




Un piano straordinario per il lavoro: lo chiede il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, secondo il quale nei prossimi anni si prospetta una ripresa "senza occupazione". Da qui la necessità di "politiche che sostengano lo sviluppo e la ripresa e soprattutto un Piano per il lavoro". Epifani, con Bonanni e Angeletti partecipa alla manifestazione nazionale del Primo maggio organizzata da Cgil, Cisl e Uil a Rosarno, in Clabria, il paese della rivolta degli immigrati. "Rosarno è una, ma in Italia ci sono tante Rosarno, non solo nel Mezzogiorno ma anche al nord", ha detto Epifani. "Rosarno è diventata una città simbolo del bisogno di lavoro e dei diritti di chi lavora, e del rapporto tra la criminalità organizzata e lo sfruttamento del lavoro". 

Bonanni e gli immigrati "Se dovessimo dividerci dai tanti amici immigrati, l'Italia si fermerebbe", ha invece spiegato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, alla testa del corteo. "L'Italia è più forte se riesce a far vivere l'integrazione come fatto positivo: una energia importante per uscire dalla crisi". Bonanni ha quindi ringraziato le forze di polizia "per aver assicurato alla giustizia alcuni mercanti di braccia: un forte esempio che chi trasgredisce la legge deve essere punito. Attraverso la solidarietà e la legalità, il lavoro per tutti non potrà che prosperare".

Angeletti: ora riforme Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, incalza il governo chiedendo di "cominciare a fare sul serio le riforme"che devono riguardare il fisco e il costo eccessivo della politica. Parlando mentre sfila al corteo dei sindacati per il Primo maggio a Rosarno, il sindacalista ha sottolineato le "due anomalie" del nostro paese: l'elevata evasione fiscale ed il costo eccessivo della politica. "Da lì - ha detto - bisogna cominciare a fare le riforme. Bisogna spendere - ha insistito - per il funzionamento della politica".

Bersani: il governo parli di lavoro "Oggi deve arrivare al Governo un messaggio chiaro: vuoi parlare di lavoro?", attacca Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Pd, a Empoli per la manifestazione del Primo Maggio. "Il Governo parli del lavoro che non c'é, almeno una volta - ha detto -. Forse Berlusconi ricorderà che era partito, anni fa, con un milione di posti di lavoro. Adesso quel milione lì manca. Bisogna che ci rimettiamo tutti quanti a concentrarci su questo problema e bisogna, da domani, che il Governo cominci a parlare di questa cosa che si chiama lavoro, che è la preoccupazione numero uno degli italiani". 







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Napoli, "miracolo" alla Riviera di Chiaia La Madonna «dice no» a uno sfratto

Il Mattino

 

NAPOLI (30 aprile)

Loro sono lì da 101 anni, dal 1909. Purtroppo avevano deciso di lasciare la sede centenaria per un aumento del canone di fitto, da 500 euro a 900 euro, ma la Madonna ha curvato il capo e “ha detto di no”. E il “Miracolo” ha fatto subito il giro dei vicoli della Riviera di Chiaia.

Era fissata per questa mattina, 30 aprile, la consegna delle chiavi del locale che per cento anni è stata sede dell’Associazione Cattolica Operaia dell’Immacolata e Padre Pio di via Magnoni 26, il loro proprietario aveva chiesto un aumento del canone troppo oneroso per gli associati e loro avevano deciso di trasferirsi in piazzetta Croce Rossa.

Già da ieri sera, nelle fasi di inizio trasloco, uno dei soci si è accorto che la statua della Madonna, una piccola statuetta di gesso alta non più di 60 centimetri, e lì da oltre 100 anni, si era curvata. E da questa mattina non si parla d'altro che del “Miracolo” nel reticolo di vicoli della Riviera.

Una folla di curiosi si addentra in via Fratelli Magnoni, tra i bassi e i panni stesi per chiedere di poter vedere la Madonnina col capo inclinato “in segno di disapprovazione”.

Tra i più emozionati il presidente dell’Associazione Cattolica, Enrico Milucci, un giovane 27 enne garagista di piazzetta Croce Rossa: mio padre dieci anni fa si fece promotore della rinascita dell’Associazione che stava chiudendo per mancanza di soci, e vi portò un enorme busto di Padre Pio”.

Enrico giura che la statua non è mai stata toccata da alcuno e non reca alcun segno di rottura. La statua si trova in una piccola nicchia incavata nelle mura, nel lato frontale del piccolo locale di via Magnoni 26 ed è protetta da una piccola finestrella. Le chiavi del locale sono in custodia della famiglia Navarra, una famiglia che vive nel basso di fronte la sede dell’associazione cattolica. Una famiglia che vive in sette nei 50 metri quadri di basso.

Il figlio più piccolo dei Navarra fa da spola dal basso alla porta dell’associazione con le chiavi in mano per far vedere la Madonna con il capo inclinato alla folla dei curiosi. “Il proprietario ci ha cacciato con tutti i Santi, ma la Madonna si è ribellata, ha piegato la testa, è un miracolo”.

E intanto i fedeli, che hanno avvisato dell’accaduto la Curia, da lì non se ne vanno.





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Calciopoli, il memoriale Facchetti «Contrastare il potere del signor M.»

Il Mattino

NAPOLI (30 aprile)

Il potere di M. (che sta per Luciano Moggi) da contrastare. E un progetto per risanare e rifondare il calcio su nuove basi, con un'Inter che diventi il club trainante di altre società che non aspettano altro. Sono questi gli auspici e gli obiettivi di Giacinto Facchetti, come emergono da una serie di appunti manoscritti dell'ex dirigente dell'Inter, scomparso nel 2006, consegnati nei giorni scorsi dal figlio Gianfelice ai pm del processo Calciopoli, Giuseppe Narducci e Stefano Capuano.

Nel memoriale, databile tra il 2003 e gli inizi del 2004, Facchetti scrive: «L'Inter deve avviare una serie di azioni atte a potenziare la credibilità di questo Club nei confronti di Juve e Milan, sempre più potenti e aggressivi e che condizionano in maniera determinante 'l'azienda calciò italiano». Per l'ex campione nerazzurro, «l'Inter deve essere il Club trainante di un nuovo sistema basato non sull'arroganza, non sulla prepotenza, ma sul corporativismo inteso come momento aggregante atto a perseguire obiettivi comuni, utilizzando politiche aziendali da condizionare il calcio in modo diverso da come viene fatto ora».

«Basta con l'egemonia di Juve-Milan - aggiunge -. Basta con i soprusi. Basta con la beatificazione di personaggi che nulla hanno a che fare con la Chiesa (Moggi-Giraudo-Galliani-Carraro). Numerosi Club sono pronti per partire ma aspettano che l'Inter faccia da club trainante. Per fare tutto questo è necessario essere bene organizzati e tutti all'interno della società, dal Presidente al fattorino, devono avere lo stesso obiettivo».
In un passaggio successivo Facchetti apre un piccolo paragrafo intitolato: «Doti di un Presidente: Obiettività: capacità di valutare senza farsi influenzare dai pregiudizi, Coraggio: per prendere decisioni difficili e assumersi le responsabilità; Giustizia: per scegliere chi è veramente capace e onesto-sincero; Umiltà: capacità di adattarsi agli altri e correggere i propri errori; Forza d'animo: per essere sereno e lucido anche nei momenti difficili».

In un'altra pagina del memoriale, redatto in particolare sulla base delle rivelazioni che gli aveva fatto l'ex arbitro Danilo Lucini, Facchetti si sofferma con annotazioni sparse su alcuni aspetti sul presunto sistema illecito e sul ruolo di Moggi, che tempo dopo diventeranno elementi centrali dell' inchiesta su Calciopoli. Alcuni riferimenti all'ex dg della Juventus sono riportati con la sola iniziale del cognome, M. «Come ha incontrato M. - Come fornivano i cellulari/schede Omnitel e Tim/leggere dichiarazioni sull'arbitro dopo Avellino-Messina..../Fabiani lavorava con De Santis al ministero Grazia e Giustizia poi è andato a fare il ds a Trieste fino ad un certo momento in cui ha poi deciso (si fa per dire) di andare a Messina/arbitri sicuri di essere nel giro di M. all'interno della Can. Racalbuto/ Pellegrino/ Cassarà/ Gabriele/ Bertini/ Trefoloni/ Palanca (va precisato che Pellegrino e Trefoloni non sono stati mai coinvolti in inchieste, mentre Cassarà, Gabriele e Palanca furono assolti dal gup, ndr) - I rigori o certe decisioni arbitrali venivano e vengono commentate diversamente a Coverciano a seconda a chi ha fatto l'errore e a favore di chi.

Gli arbitri che hanno sbagliato a favore della Juve non venivano sospesi (o quasi) chi sbagliava contro la Juve, per un pò non la arbitrava più (Collina-Messina) - Nell'anno dello scudetto perso dall'Inter a Roma, per molte partite la Juve ha avuto arbitri giovani, senza esperienza e con il timore di sbagliare contro la Juve - Episodio raccontato da N. su De Santis e Racalbuto quello che vuole ancora la deroga deve smetterla di fare quello che vuole....




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Legge bipartisan, via gli animali dai circhi

Destra e sinistra alleate su una proposta che prevede incentivi per chi si «converte» agli show con soli umani

ROMA - Non spesso, ma succede. E il collante in genere è costituito dall’attenzione per gli animali. E’ così anche stavolta. Destra e sinistra alleati per cercare di ottenere quello che ambedue gli schieramenti definiscono un risultato di civiltà. Eliminare dagli eventi circensi le esibizioni di tigri, elefanti, pennuti e altre specie esotiche. Trasformare ogni struttura in tanti Cirque du soleil dove l’attrazione è costituita da soli uomini. Contorsionisti, acrobati, giocolieri, trapezisti.

LE NUOVE NORME - La Commissione Cultura della Camera ha già discusso e inviato agli organismi competenti di Montecitorio, per riceverne un parere, la proposta di legge quadro sullo spettacolo dal vivo, tra i firmatari Gabriella Giammanco, giovanissima del Pdl. Inizialmente i testi erano quattro e sono stati riuniti in un unico articolato, di gradimento bipartisan. Il comma h introduce «agevolazioni fiscali per le compagnie e le attività circensi che non prevedono la presenza, l’esposizione, l’utilizzo e l’esibizione di animali nonchè per favorire la trasformazione dei circhi con animali in circhi senza animali». Lo sviluppo e la qualificazione dell’industria «viaggiante» vengono inoltre incentivate attraverso la creazione di registri per l’attestazione «del possesso dei necessari requisiti tecnico professionali».



«ANIMALI SNATURATI» - La Giammanco confessa di aver detestato fin da bambina queste rappresentazioni «tristissime, pietose, dove gli animali sono snaturati, ridotti a marionette, seviziati anche quando non scendono in pista». A suo parere, i maltrattamenti oltre che in addestramento, sono inflitti imponendo condizioni igieniche deplorevoli e ristrettezza delle gabbie. L’augurio è che, una volta ricevuti i pareri, la legge possa essere approvata dalla Commissione in sede legislativa, senza il passaggio in aula, «e speriamo di non vedere più leoni che saltano attraverso cerchi infuocati, esercizio etologicamente terrificante. L’esperienza del Cirque du soleil dimostra che al pubblico bastano gli acrobati. Il loro bilancio è dieci volte superiore a quello complessivo dei nostri show con esemplari esotici».

LA REPLICA DI FEDERFAUNA - «Esagerazioni, pregiudizi senza fondamento, frutto dell’ignoranza di un ristretto e agguerrito esercito di cittadini». Così ribatte Federfauna, la confederazione europea delle associazioni di allevatori, commercianti e detentori di animali. Il pensionamento dei circhi con esibizioni di animali è stato avviato in modo completo o parziale in una quindicina di Paesi Europei tra i quali Austria, Portogallo, Finlandia, Svezia e Gran Bretagna. Antonio Buccioni, responsabile dell’Ente nazionale circhi e consigliere di Federfauna, dà uno sguardo al panorama italiano. Un centinaio di realtà attive sul territorio nazionale nell’arco dell’anno, soprattutto circhi e arene, quelle cioè prive di tendone. Tre le imprese con oltre 200 operatori tra cast artistico e personale tecnico l’American Circus, proprietà Enis Togni, Medrano (famiglia Casartelli) e Moira, (degli Orfei). Si aggiungono una decina di complessi di media grandezza. La maggior parte dunque sono piccoli complessi a gestione familiare, che puntano soprattutto sull’acrobatica. Alcune imprese made in Italy lavorano all’estero in pianta stabile. «Da tempo abbiamo dismesso i serragli con centinaia di bestie - dice Buccioni - Le scimmie non vengono più sfruttate, da 20 anni sono spariti gorilla e scimpanzè. Gli orsi? Sempre meno utilizzati. In quanto agli elefanti, ne saranno rimasti una decina e sono destinati ad esaurirsi perchè non ne importiamo più. Insomma noi siamo gente seria, gli animali fanno parte del nostro patrimonio. Evitiamo il fanatismo. Eliminarli dai tendoni sarebbe come togliere i violini dalle orchestre».

«ITALIA ANCORA INDIETRO» - La Lega antivivisezione non demorde. La guerra ai circhi è la priorità del prossimo anno. E’ partito un censimento, intanto. «Le compagnie circensi si fondono in continuazione - elenca le difficoltà Nadia Masutti -. I Paesi europei dismettono. In Italia siamo molto indietro. Le poche norme di riferimento non sono che raccomandazioni e restano inapplicate. L’ultima stesura 2006 delle linee guida, mai ufficializzata, riguarda anche gli esotici. Non una parola sui rettili che pure vanno tanto di moda». La competenza è del Cites, la commissione scientifica del ministero dell’Ambiente. Le linee guida «per il mantenimento di animali nei circhi e nelle mostre itineranti» elencano i requisiti che le strutture dovrebbero possedere e le amministrazioni verificare. Si parla di piani alimentari, di pulizia, visite mediche, trasporto, misura delle gabbie. Tra gli orientamenti generali «si raccomanda che in futuro non vengano detenute le specie in via di estinzione o non compatibili con la mobilità», in particolare delfini, primati, lupi, orsi, grandi felini, foche, elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe e rapaci. Molto contestata una vecchia legge che stanzia un contributo di 7 milioni all’anno, distribuiti dal Fondo Unico sullo Spettacolo. «Non generalizziamo. Ho visitato realtà bene organizzate e altre che non avrebbero dovuto ottenere l’autorizzazione da parte dei miei colleghi inviati dalle Asl di competenza, come prevede la legge. E’ ovvio che un elefante, seppur tenuto al meglio, non si troverà mai bene come in un parco», non estremizza Piero Laricchiuta, responsabile dello zoo di Napoli, esperto di specie esotiche. E insiste «non c’è maltrattamento nel senso di crudeltà. I circensi tengono ai loro animali. Certo, la cattività incide pesantemente sulla salute psicofisica di un felino. Però ho visitato elefanti in ottimo stato con bella pelle e belle zampe, alimentati con cibo di qualità. Le grosse imprese investono»

Margherita De Bac
30 aprile 2010



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Niente aereo perché ho la pelle gialla" Il ministro: "L'Enac faccia chiarezza"

Repubblica

Un lettore di origini coreane denuncia in una e-mail: "All'aeroporto di Bergamo sono stato deriso dagli addetti alla sicurezza e non ho potuto prendere un volo per Roma.

Il nostro paese è sempre più razzista".

La replica dell'aeroporto: "Trattato con gentilezza e professionalità".

Matteoli invita ad accertare i fatti

 



La lettera
Ecco il testo dell'e-mail inviata da Yoon Cometti, cittadino italiano di origini coreane, a Repubblica.it

Spettabile redazione,


mi chiamo Yoon Cometti (in arte Yoon C. Joyce) e sono un attore di origini coreane adottato ancora in fasce da genitori bergamaschi. Ho recitato in film come "Gangs of New York" di Martin Scorsese, "Ti amo in tutte le lingue del mondo" di Leonardo Pieraccioni, "Cemento armato" Marco Martani. Ma stavolta vi scrivo per raccontare un episodio avvenuto all'aereoporto di Orio al Serio (Bergamo) di cui vorrei la gente sapesse, perché fatti del genere sono davvero deplorevoli.

In data 27 Aprile 2010 mi reco in aeroporto con destinazione Roma, dove devo incontrare un produttore. Parto la sera prima dell'appuntamento per sicurezza. Già al metal detector incappo nella prima noia quando la guardia addetta al controllo vedendomi comincia a fare dei versi alla Bruce Lee e a ripetere "Liso, liso, saionara, saionara" a mo' di sfottò. Io infastidito rispondo in bergamasco e lui viene colto di sorpresa.

Alle 21,30 sono in coda per imbarcarmi. Quando giungo al banco, il ragazzo che sta al terminale mi osserva facendo una smorfia, e mentre le altre persone erano state fatte passare senza verifiche scrupolose al biglietto, al mio turno l'addetto prende la mia carta di identità, controlla che la foto corrisponda alla faccia e controlla meticolosamente i dati. Poi mi fa notare che anziché "YOON COMETTI", sul biglietto (emesso dalla Ryanair) c'è scritto "YOON COGNOME". Io non me ne ero accorto, evidentemente al momento della prenotazione il computer ha commesso un piccolo errore, ma da una veloce verifica i dati della carta di identità nonché quelli della carta di credito corrispondevano. Malgrado questo l'addetto dice he non posso salire a bordo, perché nessuno gli garantiva che il tizio il cui nome era riportato sul biglietto, ovvero Yoon Cognome, corrispondesse a me.

E' allarme in cinque stati

Il Tempo

Il presidente Barack Obama, costantemente informato, ha chiamato i governatori delle aree costiere a rischio: oltre alla Louisiana, il Texas, l'Alabama, il Mississippi, la Florida.

Onda dopo onda la marea nera della Bp è arrivata a lambire le coste della Louisiana: i primi tentacoli di petrolio, le propaggini avanzate della gigantesca macchia di greggio fuoriuscita da un pozzo sottomarino del colosso britannico dell'energia, sono state avvistate al tramonto di ieri sulle coste del Delta del Mississippi in Louisiana. La Guardia costiera Usa sta monitorando i vari resoconti e fornirà in giornata un aggiornamento ufficiale sull'estensione e posizione della chiazza di petrolio.


CINQUE STATI A RISCHIO - La fuoriuscita, dopo l'affondamento nel Golfo del Messico della piattaforma Deepwater Horizon, dieci giorni fa, si è rivelata cinque volte più grave di quanto inizialmente previsto (la stima attuale è di 5.000 barili al giorno), con conseguenze che potrebbero eguagliare o superare quelle del disastro Exxon Valdez del 1989. Il presidente Barack Obama, costantemente informato, ha chiamato i governatori delle aree costiere a rischio: oltre alla Louisiana, il Texas, l'Alabama, il Mississippi, la Florida.


ECOSISTEMA IN PERICOLO - La marea nera potrebbe diventare il peggior disastro ambientale in decenni per gli Stati Uniti: a rischio sono centinaia di specie di pesci, uccelli e altre forme di vita di un ecosistema particolarmente fragile e già sottoposto a traumi al passaggio dell'uragano Katrina. A New Orleans, la città devastata dal ciclone del 2005, ieri l'aria era diventata pesante per i vapori acri del greggio: sono stati effettuati test per verificare le denunce dei residenti che hanno intasati i centralini comunali e della protezione civile.


MISURE ESTREME - Il ministro della Sicurezza Interna Janet Napolitano e la collega dell'Epa Lisa Jackson oggi raggiungono il ministro dell'Interno Ken Salazar che è già sul posto. Per la casa Bianca, commenta oggi il Washington Post, la marea nera presenta un problema non solo ambientale ma anche politico: il presidente solo qualche settimana fa aveva dato vita a un impopolare, tra gli ambientalisti, programma di trivellazioni offshore. Le preoccupazioni dei verdi si sono i questi ultimi giorni rivelate fondate. Obama ha promesso ai governatori ogni risorsa disponibile, Bobby Jindal, della Louisiana, ha chiesto fondi per mobilitare 6.000 uomini della Guardia Nazionale. Bp, che ieri ha perso l'8% sui mercati finanziari, ha già installato 54 km di reti di protezione sulle coste e si prepara a piazzarne altri 90 km nei prossimi giorni, ma non nasconde la preoccupazione legata alle condizioni meteo, che potrebbero «muovere la marea sempre più verso le coste». Il gruppo monitora in particolare le spiagge di Venice (in Louisiana), di Pascagoula e Biloxi (Mississippi), Mobile (Alabama) e Pensacola (Florida). I costi dei soccorsi sono stimati in «sei milioni di dollari al giorno» e in crescita.







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Adotta un pipistrello: l'idea di un sindaco del Trevigiano contro le zanzare

Quotidianonet

A Godega, nel Trevigiano, il primo cittadino va alla guerra estiva contro le punture e invita i cittadini ad acquistare 'bat-box' da piazzare in zone verdi.
Ogni sera un pipistrello divora 2mila zanzare


TREVISO, 30 aprile 2010

Pastiglie per tombini, spray velenosi o fornelletti puzzolenti addio: un paesino del Trevigiano si appresta a combattere la guerra delle zanzare - che con i primi caldi sta per scoppiare - utilizzando un'arma micidiale e del tutto naturale: i pipistrelli.

Se funzionasse sarebbe un sollievo per migliaia di famiglie martoriate di giorno dalle maledette 'tigri' e di notte dalle zanzare normali. In ogni caso vale la pena di provare, s'è detto il sindaco di Godega, Alessandro Bonet, lanciando la campagna "adotta un pipistrello" e invitando in paese un esperto - il professor Agnelli dell'università di Firenze - per spiegare l'idea rivoluzionaria anche ai più scettici.

L'idea è che i cittadini acquistino apposite ‘bat-box’, casette per ospitare i topini volanti divora-zanzare. Possono piazzarle anche in cortile, ma l'amministrazione promette di sistemarle anche in zone strategiche come parchi cittadini o  giardini delle scuole.

Il conto è presto fatto: "Un pipistrello ogni sera mangia 2mila zanzare - spiega l'entusiasta sindaco - aumentando del 25% il proprio peso corporeo: è un rimedio ecologico e naturale  - sottolinea - all’invasione estiva delle zanzare".





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Nonna e nipote innamorati: vogliono un figlio

Il Secolo xix

Quando si era ormai certo di aver già visto e sentito di tutto, il mondo ci smentisce. È quanto si appresta a fare Pearl Carter, 72 anni, dall’Indiana. La nonnina ha iniziato una relazione incestuosa con il nipote, Phil Bailey, 26 anni, con il quale vuole ora un figlio affittando una madre surrogata. È quanto riporta il britannico Sun specificando che Phil è il figlio di Lynette Bailey, la figlia che Pearl, quando aveva 18 anni, diede segretamente in adozione. Dopo la morte della madre Phil ha rintracciato la nonna e dopo poco è iniziata la loro storia.



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Coppia di donne avrà un bimbo dopo l’inseminazione in Danimarca

Il Secolo xix

Una coppia omosessuale di due giovani donne di Siena avrà un bambino, concepito in seguito a un intervento di inseminazione artificiale eseguito in Danimarca.

A raccontare la storia di Margherita e Sara è un quotidiano nazionale, che ha intervistato una delle due donne. «Il bambino che avremo è fortemente voluto e sarà amato da due persone che a loro volta si amano - dice Sara -. Esistono al mondo troppi bambini non voluti e poco amati che avendo un padre ed una madre sono più accettati rispetto al nostro. In quel caso è visto come un gesto d’amore, se lo fanno due donne invece viene visto come un gesto pieno di egoismo».





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Istat, sale l'inflazione ad aprile: +1,5%

Corriere della Sera
Si tratta del maggior incremento tendenziale da febbraio 2009. Pesa l'incremento del prezzo dei carburanti

a marzo l'indice dei prezzi al consumo era cresciuto dell'1,4%

Istat, sale l'inflazione ad aprile: +1,5%




MILANO - Tornano a salire i prezzi al consumo. L'inflazione ad aprile è salita al +1,5% annuo dal +1,4% registrato a marzo. Si tratta del maggior incremento tendenziale da febbraio 2009. Lo comunica l'Istat nella stima preliminare, precisando che su base mensile i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,4%.

PESA L'ENERGIA - L'aumento dei prezzi registrato ad aprile, spiega l'Istat, risente in particolare della corsa dei beni e prodotti energetici. Il comparto energetico, infatti, ha registrato un aumento dei prezzi dell'1,5% su base mensile e del 4,9% su base annua (in forte accelerazione dal 2,5% registrato a marzo). Corrono in particolare i prezzi del comparto non regolamentato (sostanzialmente i carburanti), che ad aprile sono cresciuti del 2,1% congiunturale e del 15% tendenziale. La benzina verde registra un incremento del 2,7% rispetto a marzo e del 16,7% rispetto ad aprile 2009. Andamento simile per il gasolio, cresciuto del 2,2% congiunturale e del 15,9% tendenziale.

INFLAZIONE ACQUISITA - Il tasso d'inflazione acquisito per il 2010, ovvero quello che si registrerebbe a fine anno nell'ipotesi che l'indice mantenga i livelli registrati ad aprile, si attesta a +1,2%, spiega ancora l'Istat. Su base annua - aggiunge l'Istituto di Statistica - l'inflazione, al netto della componente energetica, è aumentata dell'1,3%.

Redazione online
30 aprile 2010



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L'Arca di Noè dopo 4800 anni: era in Turchia"

La Stampa

Un gruppo di 15 archeologi cinesi e turchi ha annunciato di aver ritrovato sul Monte Ararat, nell'est della Turchia, l'Arca di Noè. Il gruppo ha spiegato di aver individuato i resti di una struttura in legno e aver sottoposto alcuni campioni al test del carbonio 14. Dall'esame sarebbe risultato che il reperto è databile a circa 4.800 anni fa, epoca a cui risalirerebbe il diluvio universale raccontato dalla Bibbia.

«Non possiamo dire al 100% che si tratta dell'Arca di Noè, ma pensiamo di poterlo affermare al 99,9 per cento», ha detto Yeung Wing-cheung, uno degli esploratori che affermano di aver ritrovato il reperto. La struttura sarebbe suddivista in vari compartimenti, alcuni dei quali probabilmente destinati al trasporto di animali.

Non è la prima volta che esploratori o avventurieri provenienti da diverse parti del mondo affermano di aver ritrovato l?Arca di Noè sull'Ararat. Secondo la tradizione biblica, infatti, l'imbarcazione si fermò proprio sulla cima di quel monte quando le acque si ritirarono al termine del diluvio.


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Demolita la torre più alta dell'Alaska

La Stampa

Spettacolare demolizione in Alaska: la Guardia costiera degli Stati Uniti ha abbattuto la più alta struttura dello Stato. La torre, 411 metri nella Penisola di Seward, era una stazione LORAN, sistema di radionavigazione terrestre a lungo raggio tramite onde radio a bassa frequenza, ora in declino.

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