venerdì 7 maggio 2010

Il rombo della Mille Miglia

Fenestrelle assediata dai "partigiani" del Sud

La Stampa

Manifestazione al forte, prigione dei soldati borbonici e dei briganti



maurizio lupo
torino

Furono 40 mila i soldati borbonici reclusi a Finestrelle». Tanti ne annoverano gli aderenti a «Rete Sud», un’associazione campana che oggi giungerà al forte per rendere onore a quanti vennero reclusi fra le sue mura. La manifestazione avrà un seguito domani a Torino, dove nel pomeriggio «Rete Sud» organizzerà un corteo che sfilerà fino al Museo Lombroso, in via Pietro Giuria, dedicato al fondatore della criminologia. «Rete Sud» denuncia le teorie di Cesare Lombroso. Le ritiene razziste nei confronti del Mezzogiorno, e per questo chiede che l’esposizione permanente venga chiusa.

Dalla fortezza di Fenestrelle provengono i crani dei briganti esposti nel museo Lombroso. Ma sarebbe sbagliato considerare Fenestrelle esclusivamente come un lager di briganti meridionali. Dal 1727, quando fu rifondata da Ignazio Bertola, la cittadella è la seconda più estesa fortificazione al mondo, dopo la grande muraglia cinese. Ma non ha mai sparato un colpo. Il forte di Fenestrelle, che pure vegliò sull’indipendenza piemontese, aggredita nel 1747 dai francesi, divenne luogo di detenzione.

I Savoia nel primo Settecento vi mandarono agli arresti gli ufficiali insubordinati, come lo scrittore François Xavier de Maistre che a seguito di un duello scontò qui 42 giorni di confino. Li impiegò per abbozzare il suo capolavoro: «Un voyage autour de ma chambre». Ma fu Napoleone che ne fece un confino di detenuti politici. Fra questi il cardinale Bartolomeo Pacca, prigioniero dal 1809 al 1813. Suoi compagni furono ecclesiastici e aristocratici che rifiutavano di giurare fedeltà a Bonaparte.

Restaurato il governo sabaudo, la Real Casa confermò l’impiego carcerario riservandolo agli oppositori della monarchia e ai fautori di idee liberali. Vi fu recluso anche Vincenzo Gioberti, poi graziato per motivi di salute. Vi soggiornò nel 1836 il proprietario del caffè San Carlo di Torino, tal Ducco, accusato di congiurare con Giuseppe Mazzini.

Durante il regno di Vittorio Emanuele II i detenuti politici diminuirono. Furono internati i delinquenti comuni, provenienti dal malfamato rione dei Murazzi di Torino. Ma il 23 settembre 1850 fece ingresso al forte anche monsignor Luigi Fransoni, arcivescovo di Torino, accusato di «atteggiamenti antistatali». Vi rimase finché fu espulso dal Regno. «Fatta l’Italia», al forte vennero destinati soldati e ufficiali dello sconfitto esercito borbonico. Alcuni cercarono di organizzare un’evasione, ma il piano venne scoperto e sventato.



Troppi cardinali italiani Torino perde la porpora

La Stampa

La bocciatura potrebbe arrivare nel concistoro di fine anno



GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO

La cattedra di San Massimo non garantirà più automaticamente la berretta cardinalizia. E’ molto probabile che il successore di Severino Poletto alla guida dell’ambita arcidiocesi di Torino avrà una sorpresa poco gradita e cioè che non sarà «ipso facto» elevato al cardinalato nel primo concistoro utile celebrato dopo la sua nomina. Uno «strappo» rispetto ad un’antica consuetudine che Benedetto XVI ha già attuato nell’ultimo concistoro negando la porpora al capo della curia di Palermo. Una «anomalia» che stava già per verificarsi nel 1985 con l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi che però «in extremis» fu inserito personalmente da Karol Wojtyla nella lista dei nuovi cardinali. Da Pio XII a Giovanni Paolo II mai nessun Pontefice ha imposto di «saltare un turno» al titolare di una sede cardinalizia italiana. All’estero, invece, è già successo e, in uno o addirittura due «infornate» di porporati, sono stati esclusi gli arcivescovi di Boston, Zagabria, Parigi, Varsavia. In Italia, invece, fino al 2007 non era mai accaduto. A infrangere il «tabù» è stato papa Ratzinger che nell’ultimo concistoro ha negato la porpora «dovuta» all’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo.

Nel prossimo concistoro, previsto per fine anno, potrebbe accadere lo stesso al successore di Poletto («in pole position» Versaldi, Forte, Miglio). Il «senato del Papa» penalizza troppo Africa e Asia a favore di un Paese storicamente cattolico come l’Italia e in prospettiva a fare le spese di questo «riequilibrio» potrebbero essere Torino, Firenze, Bologna. «Per Benedetto XVI non è scontato che le sedi cardinalizie italiane siano subito e automaticamente premiate con la porpora come hanno sempre fatto i suoi predecessori- spiegano nei Sacri Palazzi-.Papa Ratzinger ha interrotto un’inveterata consuetudine e ora, in pratica, l’unico scranno che assicura “ipso facto” il cardinalato è quello occupato dai prefetti delle congregazioni». Ossia, dai «ministri di serie A» della Santa Sede. Insomma, le creazioni cardinalizie stanno diventando di «totale discrezione del Pontefice», contrariamente alla prassi invalsa nei secoli in virtù della quale hanno subito ricevuto la porpora al primo concistoro utile tutti i titolari delle sedi cardinalizie italiane.

«Per Torino, come per Firenze e, domani, per Bologna, questo riconoscimento non è più scontato al 100%-precisano Oltretevere-.La geopolitica della Chiesa è in continua evoluzione e un secolo fa erano ritenute “tradizionalmente cardinalizie” diocesi italiane che non lo sono più come Perugia, Ravenna, Benevento, Viterbo». Per il pontificato «global» di Benedetto XVI nel Sacro Collegio devono trovare maggiore rappresentanza le Chiese emergenti del Terzo Mondo. Il «club più esclusivo del mondo», invece, resta troppo sbilanciato sull’Italia e per adeguarlo ai tempi Joseph Ratzinger non esita a mettere in discussione consolidati automatismi. L’estensione culturale e geografica della Chiesa universale (che oggi conta 4500 vescovi) stride con raffiche di neo-cardinali italiani. «Per fare in modo che il Sacro Collegio sia una fotografia più fedele del XXI secolo ci sono due strade: internazionalizzare la Curia diminuendo gli italiani nei ruoli cardinalizi e ridurre in Italia le sedi i cui titolari ricevono subito la porpora». Torino può essere tra queste.



Viva l'Italia dei 4 cantoni Smettiamola di farci male

Il Tempo

Il dibattito sui 150 anni dell'Unità d'Italia. Il presidente della Repubblica ha avviato i festeggiamenti da Quarto dove partì la spedizione dei Mille. Bossi e i leghisti lo considerano uno spreco di soldi.


Un'immagine di Giuseppe Garibaldi Non c’è niente da fare. Il politicamente corretto alla fine stufa. È palloso e stantio e soprattutto non indica nessuna strada alla politica. Il limite più grave. Prendiamo l’unità d’Italia. Ne parlano i leghisti con il classico senso della realtà e subito si agitano le acque come se si bestemmiasse in chiesa. Calderoli afferma il principio di realtà: se l'unità d'Italia, oggi, non passa per il federalismo, si fa solo chiacchiera salottiera. Infatti, fino ad oggi, con il freno a mano tirato su questo snodo cruciale si è fatto chiacchiericcio indistinto, senza tono e sostanza.

L'Italia ha visto in campo molti progetti di unità nazionale, ha vinto quello delle élites piemontesi. Qualcuno dirà massoniche, qualcun altro dirà anticlericali, sia come sia, ha vinto quell'idea. Ma questo non è un dogma perché nella storia vige il revisionismo intelligente. Dunque, cari laici filo-sabaudi, largo alle critiche e al pensiero. Zaia, fra gli altri, ne ha uno, niente male: la nazione è divisa, ci sono già due Italie, il Nord e il Sud, allora tanto vale prendere di petto la questione e sottrarre al centralismo giacobino l'egemonia.

Meglio un cantone europeo con territorio che si autogoverna, legifera, rimane ancorato alla propria storia, alla propria tradizione e alla propria lingua. Così si fa solidarietà inter-territoriale e, aggiungo, inter-distrettuale. Un cantone europeo con Padania, Svizzera e Slovenia. I quattro cantoni, se ci mettiamo il cantone del Sud Italia. Se ne discute di geografia a macchie di leopardo in Europa e nel mondo, perché la globalizzazione passa per i territori attraverso flussi ingovernabili dagli stessi vincoli nazionali e di sistema-paese.

Dov'è lo scandalo? Inoltre, l'Italia dei quattro cantoni, l'Italia-Europa dei quattro cantoni, è l'Europa dei popoli sui territori, con intrecci e reti socioeconomiche non indifferenti. Roba che non si può fare al di fuori delle trame di unità dei distretti industriali e culturali. Che superano i confini ottocenteschi. Zaia cita Napolitano e il suo richiamo alla coesione nazionale. È coeso ciò che può stare insieme e allargare lo spettro della società italiana. Non serve a niente ignorare che la Calabria è più vicina al Marocco che alla Svizzera. Anzi. Del resto, questa spinta "cantonale" ha radici in storie trasversali e nobili. Penso al teorico dei distretti industriali, Giacomo Becattini, che osserva: «La proposta pratica che mi pare discenda dall'analisi dello sviluppo locale è una combinazione ancora poco definita, quindi da approfondire assai, fra una "cantonalizzazione", diciamo infra-nazionale, da un lato, e un'integrazione, diciamo continentale, degli stati-nazione, dall'altro». Inoltre, si precisa che il «cantone» è «una federazione di comuni», e «che in sostanza ripete in piccolo lo stato-nazione».

Federalismo a geometria variabile: art. 116 della Costituzione. Oggi conta il radicamento territoriale - dunque locale - non ristretto. I quattro cantoni non sono uno spazio localistico asfittico. Macroregioni alla Miglio e luoghi concreti. Non si può stare insieme come apolidi o spaesati. Ciò toglie al quotidiano dei cittadini quella giusta quota di joie de vivre, oggi necessaria come il pane. Le banche di credito cooperativo potrebbero favorire la ricchezza di arre più vaste e coese. Muterebbe la forma del risparmio e la cultura diventerebbe coltivazione di una idea per stare insieme. Un ethos, che poi, in greco, vuol dire "luogo". Giochiamo ai quattro cantoni. Per l'Italia.

Raffaele Iannuzzi

07/05/2010



Lady Mastella torna a Ceppaloni: «Non ho mai mollato»

Il Mattino


BENEVENTO (7 maggio) - L'auto che riporta a casa Sandra Lonardo Mastella arriva davanti al cancello della villa di Ceppaloni intorno alle 17. Lady Sandra, tailleur blu, illuminato da una sciarpa bianca, scende dalla macchina sorridente. Con quel suo sorriso che non l'ha mai abbandonata, «perché so di essere una persona perbene», nemmeno in questi lunghi mesi di esilio forzato nella capitale, impostole da un provvedimento della magistratura nell'ambito dell'inchiesta sull'Arpac. Le prime ad abbracciarla sono le sue amiche.

Quelle che le sono state vicine. Sempre. Condividendo con lei «questa grossa ferita al cuore». E per dimostrarle tutto l'affetto hanno dato incarico ad una ditta di Pietrelcina di creare due cuori di palloncini, di colore rosso.



E i radical chic si ritrovano «cafonal»

di Alessandro Gnocchi

«Vada a farsi fottere». «Lei è un bugiardo e un mascalzone». «La pagheranno mandandole delle signorine». Con queste tre frasi, rivolte in diretta tivù al condirettore del Giornale Alessandro Sallusti, Massimo D’Alema ha fatto la rivoluzione e cambiato volto alla sinistra: da radical chic a cafonal chic.
L’evoluzione della specie è stata un lungo processo. La prima avvisaglia della incipiente mutazione si ebbe quando Katia Belillo, ministro comunista delle Pari opportunità, ingaggiò un match pugilistico, a Porta a Porta, con Alessandra Mussolini, deputata di Alleanza nazionale. L’arbitro Bruno Vespa riuscì a far tornare all’angolo le contendenti, non prima che l’esponente del governo avesse ricordato alla rivale: «I conti tra te e me li ha chiusi mio padre partigiano con tuo nonno». Era il 2001.

Rivoluzionari nell’anima, conservatori nel portafoglio, gli ex-post-neo comunisti hanno sempre amato assumere lo stile di vita dell’aristocrazia di un tempo. Chiaro il sottinteso: non abbiamo il sangue blu ma ci meritiamo attici e ville nello Chiantishire perché siamo la nobiltà del pensiero. E la politica, lo ha detto proprio D’Alema, è «la più nobile delle professioni intellettuali». Adesso però cominciano a perdere qualche colpo. Ad esempio, nelle magniloquenti e pensierose articolesse di Eugenio Scalfari, il loro indiscusso imam, fanno capolino volgari apprezzamenti verso gli italiani «senza qualità», «servili» e «buffoni di corte». Non tutti, sarebbe una analisi grossolana. Solo quelli che votano Berlusconi.

Più di recente, il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani è stato molto elogiato dalla stampa amica per «lo scatto d’orgoglio» avuto ad Annozero, dopo aver incassato un’oretta circa di metaforiche bastonate rifilategli da Travaglio e soci. Bersani è persona simpatica ed educata. Si è quindi limitato a rispondere per le rime con tono leggermente infervorato, niente a che vedere con i casi precedenti. Eppure la sua in fondo lieve irritazione è segno che anche i più compassati stanno cedendo al cafonal chic.
Massimiliano Fuksas, star dell’architettura con dichiarate simpatie a sinistra, non è altrettanto compassato. Le cronache di qualche settimana fa registrano una rissa in un ristorante romano, con formaggiere volanti, qualche «pizza» (non margherita) e insulti («Ladro, pezzo di m...») al capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Fuksas minimizza: «Non c’è stato alcun lancio di oggetti», ha detto al Fatto quotidiano.

Un tempo «lo scatto d’orgoglio» sarebbe stato al massimo rinunciare all’ennesima tartina all’Ultima spiaggia di Capalbio. Oppure acquistare il pullover di cachemire al mercatino e non in centro (a proposito chissà dove li trovano tutti questi mercatini che vendono roba di cachemire, boh). O ancora rifiutarsi di promuovere il proprio ennesimo inutilissimo libro da Fabio Fazio e Daria Bignardi. Ma D’Alema ha messo fine a questo mondo. D’ora in avanti «lo scatto d’orgoglio» consisterà nel mandare «a farsi fottere» chiunque abbia un’idea diversa, osi sostenerla in pubblico e abbia perfino argomenti inoppugnabili a suffragio.

La reazione infuriata, con la scusa di non subire le forzature della destra, è stata subito sdoganata da Repubblica, felice di salutare per sempre le «abituali moscerie», le «narcotiche prevedibilità», il «malinteso fair-play». Quando ce vo’, ce vo’ è la nuova linea di Largo Fochetti.
Che sia toccato proprio a D’Alema traghettare nell’era cafonal la sinistra del XXI secolo è un fatto che lascia davvero sorpresi. Certo, in gioventù aveva lanciato una molotov, ma in fondo erano gli anni caldi. Di recente aveva fatto di tutto per cambiare immagine.

Le scarpe, ad esempio. Fatte a mano in Calabria, qualcuno dice al costo di mille euro (lui ha smentito con intervista a Repubblica: «Intorno ai cento»). La barca, ad esempio. L’Ikarus II, 18 metri (ancora da Repubblica: «La mia quota è di 230mila euro, l’ho comprata insieme a due amici, è una bella barca, perché la passione della vela indigna?»). La fondazione culturale Italianieuropei, think-tank citato (solo da lui) in continuazione. La Treccani, la cui dirigenza è quasi sovrapponibile a quella della suddetta fondazione.
Insomma: lo stile e la cultura. Tutto andato «a farsi fottere».

Il Neandertal che si nasconde in noi

Corriere della Sera

La nuova mappa genetica dell’ominide potrebbe rivoluzionare alcune teorie sull’evoluzione umana

Su Science: «L’ibridazione fra Neandertal e Sapiens c’è stata»

Il Neandertal che si nasconde in noi


(da Science)
(da Science)
MILANO - C’è un po’ di uomo di Neandertal in tutti noi. Letteralmente o, meglio, geneticamente parlando. Contrariamente a quanto si è pensato finora, l’Homo neandertalensis (scomparso 30 mila anni fa) e l’Homo sapiens (da cui ha origine l’uomo moderno) si sono incontrati e accoppiati, probabilmente nella zona della mezzaluna fertile in Medio Oriente, fra i 100 mila e i 50 mila anni fa. A dimostrarlo è il confronto della mappa genetica dell’ominide, il cui primo esemplare fu scoperto nel 1856 in Germania, nella valle di Neander (da qui il nome), con quella di cinque individui dei nostri giorni: un francese, un cinese, un abitante della Papua Nuova Guinea, uno dell’Africa del Sud e un altro dell’Africa occidentale. E qualcuno, come l’esperta di Dna antico dell’Università Tor Vergata di Roma Olga Rickards, sostiene che questa ricerca potrebbe mettere in dubbio alcune teorie sull’evoluzione dell’uomo.

POLVERE D’OSSA - «L’ibridazione fra Neandertal e Sapiens c’è stata – ha commentato l’ideatore del Progetto Genoma di Neandertal, Svante Paabo del Max Planck Institute di Lipsia, in Germania – ed è avvenuta dopo la loro fuoriuscita dall’Africa, dove sono nati da un progenitore comune. L’uomo moderno, europeo, asiatico o melanesiano condivide con l’uomo di Neandertal fra l’uno e il quattro per cento del suo patrimonio genetico. Nel Dna degli africani, invece, non c’è traccia di quello dell’ominide estinto». La ricerca è stata appena pubblicata sulla rivista Science dai tedeschi del Max Planck in collaborazione con un gruppo di ricercatori internazionali fra cui spagnoli e americani dell’University of California a Santa Cruz e dei National Institutes of Health. I ricercatori hanno ricostruito la sequenza genetica di Neandertal basandosi sull’analisi di polveri di ossa prelevati dai resti di tre donne trovati in Croazia, nella grotta di Vindija, ma anche da reperti rinvenuti in Russia e Spagna e da quelli «originali» tedeschi di Neader (anche in Italia è stata documentata la presenza dell’ominide in alcune aree come quella dei monti Lessini in Veneto , poi in Liguria, in Toscana, nel Lazio e in Puglia).

CAPELLI ROSSI - Analisi preliminari sul Dna, rese note l’anno scorso in occasione del meeting annuale dell’American Association for Advancement of Science a Chicago, avevano già documentato che l’uomo di Neandertal aveva i capelli rossi e la carnagione chiara, possedeva geni del linguaggio e dell’intolleranza al latte. Secondo altre ricostruzioni, basate sui reperti ossei, l’aspetto fisico era quello di un uomo di altezza media (circa 1,60 m), eretto e muscolarmente molto robusto, con uno spiccato prognatismo e un mento sfuggente. Adesso il sequenziamento del suo Dna (per il 60 per cento del totale) ha permesso non solo di stabilire le somiglianze con l’uomo moderno, ma anche di confrontare le caratteristiche di quest’ultimo con quelle dei suoi antenati, scimpanzé compreso. E di individuare un catalogo dei tratti genetici esclusivi dell’uomo contemporaneo.

GENI VANTAGGIOSI - Si tratta soprattutto di geni che hanno fornito vantaggi in termini evolutivi e riguardano, in particolare, le funzioni cognitive, il metabolismo energetico, lo sviluppo del cranio, della clavicola e delle costole, la capacità di guarire dalle ferite. E che, quando presentano alterazioni, possono rendersi responsabili di malattie tipiche dell’uomo come la schizofrenia o l’autismo. «Ma siamo soltanto all’inizio – ha commentato Richard Green dell’University of California a Santa Cruz, che ha partecipato alla ricerca .- Il genoma di Neandertal è una miniera di informazioni». Il lavoro dei ricercatori è stato un vero e proprio tour de force tecnologico: il problema principale è stato quello di ripulire il materiale da analizzare da tutte le contaminazioni successive soprattutto da parte dei microbi; l’analisi del Dna invece ha sfruttato tecniche di sequenziamento avanzatissime.

Adriana Bazzi
07 maggio 2010

La Rai, le fiction e i parenti dei politici: quei 6 milioni alla moglie di Bocchino

di Laura Rio

Non solo la "suocera" di Fini, ma anche la consorte del suo fedelissimo ha ottenuto ricchi appalti dalla Tv di Stato. L'ultima fatica della sua casa di produzione sarà la fiction "La Narcotici", in onda a ottobre su Raidue

Se la «suocera» di Gianfranco Fini viene pagata dalla Rai un milione e mezzo di euro, la moglie di Italo Bocchino, il vicepresidente del gruppo Pdl alla Camera che si è dimesso ieri, ne guadagna sei. E ne riceverà anche di più se un altro progetto andrà in porto. La consorte del finiano «rissoso», Gabriella Buontempo, è titolare di una società, la Goodtime Enterprise, che da tempo lavora per la Tv di Stato, producendo fiction, ramo d’oro dell’azienda. L’ultimo contratto ottenuto riguarda una serie in sei puntate intitolata La Narcotici, fiction d’azione che racconta le gesta di una squadra di polizia che lotta controla droga e la corruzione (regia di Michele Soavi, nel cast Ricky Memphis). La serie, attualmente in produzione, andrà in onda in autunno su Raidue. Budget, in linea con i costi della fiction per la seconda rete, circa sei milioni: un milione a puntata per sei puntate. Nel paniere della Goodtime ci sonoaltre serie come Il grande Torino, andata in onda nel 2005 con successo d’ascolti, Le ali e La stagione dei delitti. E per l’autunno, come abbiamo raccontato nei giorniscorsi, la moglie di Bocchino era in procinto di ottenere la realizzazione di un altro programma importante: uno show ideato da Baudo.

A metà tra fiction e intrattenimento, doveva raccontare in quattro puntate di prima serata i grandi fatti della cronaca (dagli amori ai gialli) attraverso delle docufiction. Insomma, Baudo, per illustrare meglio le sue storie avrebbe usato dei filmati, un po’ come faceva Santoro. Quando il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha visto il progetto di Pippo, lui (finianodoc) ha pensato di girare l’incarico alla Buontempo, che di fiction se ne intende. La società della moglie di Bocchino in un primo tempo aveva proposto un pacchetto chiavi in mano di tutto il programma, si dice a un costo, di mercato, di circa 800mila euro a serata: alla fine si era convenuto che sarebbe stato meglio produrre internamente lo show (visto che la Rai è assolutamente in grado di farlo) affidando alla Goodtime la realizzazione delle sole docufiction. Ora, dopo la bufera finiana, non si sa se questo progetto andrà in porto: in un primo tempo è stato spostato da settembre-ottobre a novembre-dicembre e ora chissà.

Nel frattempo, il direttore di Raiuno Mazza è andato in vacanza in Sudafrica. Tornerà la prossima settimana, nei giorni di fuoco per la definizione dei palinsesti della prossima stagione che, di solito, vengono presentati agli inserzionisti pubblicitari e alla stampa agli inizi di giugno. E, si sa, nella Tv pubblica, sulla distribuzione delle produzioni alle società esterne e sulla scelta di star e starlette, influiscono molto le diatribe politiche e le posizioni di potere. Probabile che la rottura tra Fini e Berlusconi avrà delle conseguenze. Vediamo quali altri amici e parenti del presidente della Camera hanno contratti con la Tvpubblica.

La famiglia più vicina alla terza carica dello Stato è quella di Elisabetta Tulliani, compagna di Fini. La società intestata alla mamma di Elisabetta, Francesca Frau, come abbiamo detto con grande evidenza l’altro ieri, realizza per il pomeriggio di Raiuno una parte del programma Festa italiana condotto da Caterina Balivo. Ma, come abbiamo dimostrato, attraverso un intreccio di società (tutte domiciliate in viale Mazzini 114, cioè a pochi passi dalla sede centrale della Rai), dietro la signora Frau c’è il figlio Giancarlo, fratello di Elisabetta.

L’aspetto particolare, in tutto questo,è che le società sono sorte da pochi anni, più o meno da quando la signora Tulliani si è fidanzata con Fini. Altra anomalia è che nessuno nella famiglia ha esperienza nel campo della produzione televisiva (Elisabetta ne ha come showgirl). Tra l’altro Festa italiana fino all’anno scorso veniva realizzata tutta internamente alla Rai, senza esborsi per società esterne.

La Absolute Television Media (intestata per il 51 per cento alla signora Frau) ha un contratto fino a giugno (quando finisce il programma per la pausa estiva). Sembra che fosse già in discussione il rinnovo del contratto per la prossima stagione televisiva che prevedeva anche un possibile aumento del compenso. Quando il direttore renderà ufficiali i palinsesti, si conoscerà la decisione.

Stesso discorso vale per la casa di produzione Casanova, fondata da Luca Barbareschi, molto amico di Fini.Nonostante l’attore abbia affidato la società a un blind trust quando è diventato deputato, è stato lui a trattare il progetto per realizzare all’interno di Domenica In unoshowdedicatoaitalenti. Si parla di una cifra di circa 100mila euro a puntata,che per circa trenta domeniche (da ottobre a maggio prossimi), farebbero tre milioni di euro. Anche questo progetto non è stato ancora messo nero su bianco.

Di certo, invece, a giorni apparirà in Tv un compagno di fede calcistica di Mazza e Fini: Pino Insegno, tifosissimo della Lazio. Presenterà il giochino estivo Reazione a catena, su Raiuno dagli inizi di giugno, in onda poco prima del Tg1, a cui dovrebbe fare da traino.

Doping, caso Valverde: tribunale di Madrid dà ragione al Coni

Quotidianonet

Un nuovo verdetto della giustizia spagnola giudica lecita l’acquisizione da parte del Coni di una sacca di sangue che collegherebbe il ciclista spagnolo all’Operacion Puerto, lo scandalo doping del 2008

Madrid, 6 maggio 2010 - Caso Valverde. Un tribunale di Madrid ha ribaltato un precedente verdetto della giustizia spagnola giudicando lecita l’acquisizione da parte del Coni di una sacca di sangue che collegherebbe il ciclista spagnolo Alejandro Valverde all’Operacion Puerto, lo scandalo doping del 2008.


Lo scorso anno il Coni impose a Valverde una squalifica di due anni sul solo territorio italiano e attualmente il Tribunale di Arbitrato Sportivo di Losanna sta considerando la possibilità di estendere la sospensione a livello internazionale. Valverde è al comando del ranking Uci dopo il successo di domenica nel Giro di Romandia.



L'extraterrestre sbarca in Vaticano

Il Tempo

Non siamo soli nell'universo.
La Chiesa ha affidato agli astronomi pontifici la ricerca e lo studio di Et e di altri mondi.
La Santa Sede apre agli Ufo, una conferenza nella parrocchia di Sant'Anna.

Extraterrestri in Vaticano. Le astronavi aliene non sono, ancora, atterrate in piazza San Pietro, ma nella chiesetta di Sant'Anna, all'interno della Città leonina, l'altra sera si è parlato di Ufo. Alla pontificia parrocchia, l'associazione «Mercoledì culturali» ha fatto il punto sugli oggetti volanti non identificati, alla presenza di una platea appassionata. Alla conferenza ha assitisto anche il padrone di casa, il parroco di Sant'Anna, padre Bruno Silvestrini appassionato di mezzi tecnologici.

«La nostra presenza in Vaticano - ha spiegato l'ingegnere Alfredo Magenta presidente del gruppo Uit Onu, esperto di ufo - è dovuta al fatto che la Santa Sede è aperta a tutte le voci». Ma allora, ha chiesto il pubblico, gli extraterrestri esistono o sono pura immaginazione? «Non siamo soli nell'universo - ha rassicurato Magenta - C'è solo da attendere». I tempi, stando agli esperti, sono ancora lunghi. Vladimiro Bibolotti, segretario generale del Cifas, ha detto: «A noi conviene cercarli perché da una civiltà superiore ci si possono attendere risposte utili. Il fatto è che non sono ancora maturi i tempi per farlo». E allora, ha insistito il pubblico, tutti gli avvistamenti?

«Non parliamo di folletti ma se vediamo qualche oggetto non identificato - ha ammonito l'ufologo - non pensiamo di essere matti. Segnaliamoli alle forze dell'ordine rimanendo coi piedi per terra». Anche la Chiesa non è rimasta indifferente al fenomeno degli Ufo e, soprattutto attraverso gli astronomi del Papa, ha segnalato la necessità di continuare a studiare questi fenomeni. La politica, da parte sua, non è rimasta a guardare. Anzi, come ha ragguagliato il segretario del Centro Ufologico Nazionale, è stato «Andreotti in persona a chiedere all'Aeronautica di seguire gli ufo.

Perfino FareFuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, ci ha dedicato spazio. Ciò significa che il fenomeno è importante anche per le forze politiche». In attesa del prossimo avvistamento, si sappia: «gli extraterrestri non sono ostili». E poi ecco l'altra rivelazione del guru degli ufologi Roberto Pinotti. «Gli oggetti non identificati non volano, non sfruttano i normali principi aerodinamici. Stanno in aria per una questione gravitativa. A volte questi oggetti si sono visti affiorare dalle acque». Parola di ufologo.

Il Centro Ufologico Nazionale rappresentato da Roberto Pinotti, nel chiudere l'incontro in parrocchia, ha messo a disposizione un vademecum. Vedere un Ufo è un po' come assistere a un incidente, quindi quando si assiste a un fenomeno del genere «va segnata l'ora esatta dell'avvistamento». Il secondo consiglio è di «eseguire eventuali foto dell'Ufo, consegnate la macchina a esperti o ad autorità inquirenti in modo che lo sviluppo avvenga alla presenza di più testimoni qualificati».


Maurizio Piccirilli

07/05/2010



Rovistano nell'auto di cassintegrato Fiat Non trovano soldi, gli rubano il tesserino

Corriere del Mezzogiorno

Operaio della fabbrica di Pomigliano vittima di un anomalo furto.
«Forse un dispetto, non so spiegarlo»

NAPOLI

Una situazione quasi da Ladri di biciclette. Alcuni malviventi hanno prima rubato l'auto a un cassintegrato Fiat e poi l'hanno abbandonato portando via solo il tesserino dello stabilimento. Lui, Gerardo Giannone, che è anche segretario dei Comunisti sinistra popolare dello stabilimento di Pomigliano d’Arco, ha denunciato il tutto ai carabinieri della stazione di Casalnuovo di Napoli. L'anomalo furto è cominciato stanotte, quando sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione dell’uomo ed hanno rubato la sola giacca di Giannone, nella quale erano custodite le chiavi dell’autovettura, il tutto mentre in casa dormivano lo stesso esponente del partito dei Comunisti, la madre e la sorella.

«Non hanno toccato il portafogli, nel quale avevo 35 euro - racconta Giannone - nè sono stati portati via oggetti dalla casa. I ladri sono entrati da una veranda, ed hanno dovuto attraversare tutto l’appartamento per arrivare nella stanza dove era la giacca, nella quale c’erano anche la carta di credito ed i documenti personali, che ho trovato nei pressi del cancello».

«Dall’auto hanno portato via il solo tesserino dello stabilimento - conclude Giannone - e non capisco perchè. Mi sembra quasi un dispetto, o l’opera di ladri maldestri. In ogni caso, a parte qualche cattiveria che mi è stata scritta tramite Facebbok, non ho ricevuto alcuna minaccia, quindi se si trattasse di una intimidazione, mi sembra mal riuscita».


06 maggio 2010



I Legionari di Cristo: «All'oscuro delle malefatte di padre Marcial Maciel»

Corriere della Sera
I vertici della congregazione tentano di ridimensionare il loro coinvolgimento nei delitti commessi dal fondatore

MILANO - Un solo colpevole. Con un documento diffuso all'interno della Congregazione, la dirigenza dei Legionari di Cristo, ha inteso rassicurare sacerdoti e laici del movimento religioso, dando una propria interpretazione del recente pronunciamento della Santa Sede sui «delitti» di padre Marcial Maciel asserendo che il Vaticano ha voluto dire in realtà che «la maggioranza dei legionari non sapeva nulla, inclusi coloro che attualmente sono alla guida della Legione. Resta da esaminare se ci sono state responsabilità da parte di coloro che vengono menzionati dal comunicato». La frase del documento vaticano alla quale si fa riferimento, si specifica nel testo dei legionari, è quella in cui si afferma: «questa vita (di Maciel, ndr) era sconosciuta dalla gran parte dei legionari».

SCARSA CHIAREZZA - Non viene dato però nessun ulteriore elemento per comprendere quali siano queste eventuali altre persone. Ancora si specifica che il Vaticano non parla di una «rifondazione» della congregazione religiosa, ma di una «profonda revisione e purificazione», ancora si spiega che dalla Santa Sede non è arrivata la richiesta di un cambiamento del «carisma» , quindi si rileva che il Papa «non ha rifiutato la Legione di Cristo». Nel testo della Santa Sede, in merito ai punti mesi in luce dai Legionari, si rileva: «La Visita Apostolica ha potuto appurare che la condotta di padre Marcial Maciel Degollado ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione».

COMPORTAMENTI IMMORALI - «I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti di padre Maciel - si legge ancora - confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano, talora, in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso». «Di tale vita - afferma il comunicato della Santa Sede diffuso al termine dell'incontro fra i cinque visitatori e Benedetto XVI e il Segretario di Stato - era all'oscuro gran parte dei Legionari, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da padre Maciel, che abilmente aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico» . «Non di rado - prosegue il testo - un lamentevole discredito e allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonchè l'errata convinzione di non voler nuocere al bene che la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza assai difficile la conoscenza della sua vera vita». E ancora sul carisma del fondatore si rilevava la «necessità di ridefinire il carisma della Congregazione dei Legionari di Cristo»; il passaggio ancora importante però era quello relativo al governo della Legione, su questo aspetto la nota vaticana metteva in luce «la necessità di rivedere l'esercizio dell'autoritá, che deve essere congiunta alla verità, per rispettare la coscienza e svilupparsi alla luce del Vangelo come autentico servizio ecclesiale». In questo senso si attende la nomina di un delegato del Papa coadiuvato da un'apposita commissione che dovrà gestire i cambiamenti necessari per la sopravvivenza della congregazione.

Redazione online




Effettua test di verginità sulla figlia, per la Cassazione equivale a stupro

Corriere della Sera

Per umiliare la ragazza considerata sessualmente troppo disinvolta

Ilpadre assolto in primo grado, condannato a 8 mesi in appello

Effettua test di verginità sulla figlia, per la Cassazione equivale a stupro

ROMA

Per umiliare la figlia, considerata sessualmente troppo disinvolta, un padre l'ha sottoposta personalmente al test della verginità e ora per effetto di una sentenza della Cassazione, rischia la condanna per violenza sessuale. Il caso arriva da Torino dove un 55enne, per verificare la perdita della verginità della ragazza, dopo averla denudata, aveva fugacemente introdotto le dita della mano nella vagina. Denunciato dalla figlia, il padre era stato assolto da ogni accusa in primo grado mentre la Corte d'appello di Torino il 17 giugno 2009 lo aveva condannato a otto mesi di reclusione per il reato più lieve di violenza privata. Una condanna contro la quale la procura del capoluogo piemontese ha fatto ricorso con successo in Cassazione sostenendo che «l'esplorazione vaginale su donna non collaborativa non solo non può produrre alcun risultato certo e non esclude che l'uomo, sebbene fortemente contrariato dalla presunta disdicevole condotta della figlia, avesse agito su impulso sessuale».


07 maggio 2010



Multa per l'Italia: manca il numero unico per le emergenze

Libero





E' in arrivo una maxi multa per il nostro Paese. A prendere questa decisione è stata la Corte Europea. Il motivo è semplice. In Italia non abbiamo ancora provveduto ad adottare il 112 come numero unico per le chiamate di emergenza. Cosa che, invece, è avvenuta in tutti gli altri paesi dell’Unione Europea. Tutto questo nonostante le numerose sollecitazioni formali ed adeguarsi agli obblighi della direttiva 2002/22/CE.

Ma l’Italia ha una scusa pronta. Pare che con un numero unico le autorità non sappiano più localizzare la chiamata e quindi non riuscire a provvedere al soccorso. Peccato, però, che negli altri paesi europei, il numero unico ha reso i soccorsi più celeri e proficui. «È indispensabile _ ha commentato il Commissario per l'agenda digitale  Neelie Kroes _ che i servizi di emergenza italiani possano localizzare le chiamate di emergenza. Spesso è una questione di vita o di morte».

Secondo un recente studio condotto dalla UE stessa, la maggior parte delle persone, in caso di emergenza, non saprebbe quale numero contattare e fornire l’indirizzo esatto in cui si trova. La situazione si complica quando una persona va all’estero. I nuovi sistemi legati al 112, invece, sono in grado di localizzare automaticamente la chiamata, sia da fisso sia da cellulare. Questo anche quando una persona è in movimento.

06/05/2010



Paura per un fantasma nello specchio

Libero





Hanno visto un fantasma intrappolato nello specchio di una camera d'albergo e sono scappati terrorizzati, chiedendo aiuto alla reception, bianchi in volto come un lenzuolo. Nessuno ha creduto ai coniugi che soggiornavano al Ramada Hotel di Watford, almeno fino a quando la coppia non ha mostrato una foto al personale dell'albergo: una bambina con un vestito a quadri spuntava dallo specchio. Come riporta oggi il quotidiano online the Sun, i due sostengono di aver visto la ragazzina piangere e chiedere aiuto disperata.

Sul caso è stata avviata un'indagine. Il primo dato certo è che la coppia non ha figli e pare non abbia introdotto nessun bambino nella stanza con cui poter orchestrare la messinscena. Uno dei dipendenti dell'hotel ha assicurato che la camera era chiusa a chiave e all'interno "c'erano solo loro". Il portavoce della catena Ramada ha invitato giornalisti e ospiti alla calma: "Bisogna essere prudenti con queste storie non vogliamo che la gente si spaventi. Abbiamo chiuso la stanza e faremo tutti gli accertamenti necessari per controllare che non ci sia nulla di strano. E siamo sicuri che non c'è nulla".

06/05/2010



Burqa, dopo Novara e Varallo stop anche a Biella

di Redazione

Guerra al burqa in Piemonte. Anche il sindaco leghista di Cossato, secondo centro del Biellese, firma la delibera che punisce con una multa da 25 a 500 euro chi gira a volto coperto: "Regole valide per tutti, italiani e stranieri"


 

Biella - Dopo Varallo e Novara anche Cossato, secondo centro del Biellese, sceglie la tolleranza zero per chi non rende riconoscibile il proprio viso in pubblico. Chi sarà sorpreso a muoversi a volto coperto sarà multato con una sanzione amministrativa che varia dai 25 ai 500 euro. A vigilare sul rispetto della delibera saranno chiamate tutte le forze dell’ordine. Claudio Corradino, sindaco leghista, ha firmato una delibera dove si sanziona chiunque, per strada, indossi un copricapo o un casco che impedisca l’individuazione del soggetto. Il documento, approvato dalla maggioranza, non ha riferimenti precisi al burqa o indumenti simili, ma il messaggio è molto chiaro.

Rispettare le regole "A Cossato non c’è un’emergenza sicurezza, la mia non è un’ordinanza contro qualcuno. Voglio però sottolineare che chi viene nel nostro Paese ha diritti, ma anche doveri. Ci sono delle regole che devono essere rispettate. È un diritto poter conoscere l’interlocutore, italiano o straniero, in ogni circostanza: in banca, negli uffici pubblici, al mercato o per strada. Mi sembra solo un concetto di trasparenza e di sicurezza, nulla più".



Carboni, Calò e Diotallevi Confermate in appello assoluzioni per caso Calvi

di Redazione

Seconda sentenza di non colpevolezza per i tre imputati di concorso in omicidio volontario premeditato per la morte del banchiere, presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato a Londra nel 1982



 

Roma - Tutti assolti per la seconda volta. La prima Corte d’Assise d’Appello di Roma ha confermato l’assoluzione per Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi, imputati di concorso in omicidio volontario premeditato in relazione alla morte di Roberto Calvi, l’ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri, a Londra, il 18 giugno del 1982. In aula, al momento della sentenza letta dal presidente Guido Catenacci dopo oltre tre ore di camera di consiglio, c’era soltanto Ernesto Diotallevi. Calò, detenuto ad Ascoli Piceno, era collegato in videoconferenza. Assente, invece, Carboni, che pure aveva seguito tutte le udienze del processo d’appello. La Corte oggi ha accolto le richieste di assoluzione che erano state avanzate dagli avvocati Corrado Oliviero per Calò, Renato Borzone e Anselmo De Cataldo che hanno assistito Carboni e Carlo Taormina che ha difeso Diotallevi.

La vicenda La sentenza è stata emessa dopo oltre tre ore di camera di consiglio dal primo collegio presieduto da Catenacci. La sentenza di oggi conferma, quindi, quella emessa in primo grado il 6 giugno 2007. Il rappresentante dell’accusa, Luca Tescaroli, aveva chiesto la condanna all’ergastolo dei tre imputati per l’omicidio dell’ex presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri. Dalla vicenda erano già usciti di scena, con sentenza di assoluzione passata in giudicato, Silvano Vittor e Manuela Kleinzing. L’accusa per Carboni, uomo d’affari, Calò, ex cassiere della mafia, e Diotallevi, già coinvolto in indagini sulla banda della Magliana, era quella di aver organizzato la morte di Calvi, in concorso tra loro e con altri non ancora identificati, avvalendosi delle organizzazioni criminali di tipo mafioso "per punirlo di essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle organizzazioni criminali".

Da suicidio a omicidio Inizialmente la morte era stata archiviata come suicidio dalla procura di Milano. Nel 1992, però, la Cassazione decise il trasferimento dell’inchiesta dal capoluogo lombardo a Roma, la cui procura venne in possesso di nuovi elementi per aprire una nuova indagine per omicidio volontario e premeditato. Nel 1997 il gip del tribunale di Roma, Mario Almerighi, emise un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di omicidio a carico di Calò e Carboni come presunti mandanti del delitto Calvi. L’ipotesi dell’accusa era che Calvi fosse stato ucciso da Cosa Nostra perché impossessatosi dei soldi del pidduista Licio Gelli e dello stesso Calò. Nel 1998 Otello Lupacchini, il gip del tribunale di Roma subentrato ad Almerighi, ordinò una nuova perizia sulle cause della morte di Calvi. Fu questa perizia a stabilire che l’ex presidente del Banco Ambrosiano non si suicidò ma fu invece assassinato. Nel settembre del 2003 la polizia britannica ha riaperto il caso.



Mio figlio tredicenne in bici investì un’anziana: ora finiremo sul lastrico»

Corriere della sera


Il ragazzino era in gita con l'oratorio. La donna perse la vita. Il padre: costretto a risarcire 200 mila euro


MILANO - Nell'estate del 2002, Daniel aveva tredici anni. Durante una gita con l'oratorio feriale sull'alzaia del Naviglio Grande, urtò con la sua bicicletta quella di Miranda Gurgo, 71 anni, che procedeva in senso opposto. L'anziana cadde nel canale e, dopo un anno di coma, morì. Oggi Daniel e la sua famiglia rischiano di finire sul lastrico. Il Tribunale ha infatti ritenuto i genitori di Daniel, Claudio e Angela Pedrazzoli, colpevoli per non aver dato al figlio «un'educazione adeguata» e li ha condannati a risarcire con 200 mila euro la famiglia della signora Miranda.

Qualche giorno fa è arrivato l'avviso di precetto: se la coppia non pagherà entro dieci giorni almeno una parte del risarcimento, si arriverà al pignoramento della loro casa. Claudio e Angela sono disperati. «Abbiamo già avuto 17 mila euro di spese legali. La banca non ci garantisce un prestito, forse dovremo fare un'ipoteca» spiega Claudio, 48 anni, che è impiegato in una ditta di soccorso stradale. Sua moglie Angela, 50 anni, lavora come colf. Poi c'è Daniel, 20, che ha un impiego precario in un call center e Luca, 15 anni, studentessa. «Mi chiedo come possiamo essere considerati noi i responsabili di quanto accaduto— accusa Claudio —. Quel giorno avevamo affidato nostro figlio al parroco, firmando un'autorizzazione e la gita era coperta da un'assicurazione. In quel momento non potevamo controllare nostro figlio, avevamo delegato altri a farlo, è da parte loro che c'è stata una mancanza».

Secondo il giudice però, «l'affidamento del minore alla custodia di terzi solleva il genitore dalla presunzione di colpa in vigilando ma non da quella di colpa in educando». Insomma, anche se non sono presenti, i genitori rimangono «comunque tenuti a dimostrare di avere impartito al minore stesso un'educazione adeguata a prevenirne comportamenti illeciti». La manovra di sorpasso di Daniel dimostrò un «mancato rispetto delle regole di civile convivenza». Da qui la condanna in solido della famiglia Pedrazzoli e del Parco del Ticino, gestore della pista ciclabile del Naviglio Grande, in quel tratto priva di protezioni. 
 
Oggi la pista è chiusa e il Parco ha liquidato parte del risarcimento. «Noi non abbiamo tutti quei soldi. Se perderemo la casa andremo a dormire in parrocchia: dopo l'incidente ci hanno lasciati soli» accusa Claudio. Nell'estate del 2002, Daniel frequentava l'oratorio feriale della parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice di via Ferrera. La pedalata da Milano a Magenta era stata organizzata dal parroco, Don Giovanni Fumagalli. All'altezza di Robecco sul Naviglio, l'incidente. "Anch'io sono rimasto allibito quando ho saputo della condanna — racconta Don Giovanni— E' vero, con la famiglia ci siamo persi di vista, ma li ricontatteremo. Abbiamo un'assicurazione che copre le nostre manifestazioni. Perché punire un ragazzo per quella che fu una fatalità?".

Giovanna Maria Fagnani
07 maggio 2010


Chiusa la pista ciclabile del Naviglio (2 marzo 2010)

E’ di Raffaello il dipinto dimenticato in un deposito

Il Secolo xix

Un piccolo dipinto ritrovato nel deposito di un museo e a lungo ritenuto una copia è stato attribuito dagli esperti a Raffaello, e la scoperta potrebbe far lievitare il valore dell’opera a 30 milioni di euro. Il dipinto, una testa di donna quasi dimenticata in un deposito della Galleria estense di Modena, è stato attribuito a Raffaello grazie all’intuizione di Mario Scalini - soprintendente ad interim di Modena e Reggio Emilia e titolare della soprintendenza di Siena e Grosseto - e all’impiego delle più moderne tecnologie diagnostiche. Si tratta - come ha spiegato Scalini a Reuters - dell’unico frammento superstite della prima redazione della celebre «Madonna della Perla», oggi al Museo del Prado di Madrid.

«L’opera venne commissionata a Raffaello dal conte di Canossa - racconta Scalini - ma Raffaello fece in tempo soltanto a realizzare il disegno e la testa che oggi gli abbiamo attribuito. Poi Raffaello morì, e il quadro venne completato dal pittore di scuola raffaellesca Giulio Romano: lo acquistò il cardinale Ippolito d’Este che però lo vendette subito dopo, tenendo per sé soltanto la parte autentica dipinta da Raffaello». L’opera, rimaneggiata dal pittore di corte nel Seicento e da una mano neoclassica nell’Ottocento, finì nei depositi della Galleria estense, dove sono conservate circa 27mila opere su un patrimonio totale posseduto di 30mila pezzi.

«Nei depositi sterminati della Galleria c’era un piccolo dipinto che misura trenta per quaranta centimetri: mi ha colpito perché era dotato di una cornice enorme, intagliata e dorata, di altissimo pregio, certo non adatta ad una banale copia ottocentesca. Evidentemente chi ha scelto quella cornice conosceva il vero autore e il vero valore del quadro», prosegue Scalini. Inoltre nell’archivio della Galleria, che risale al 1663, si citava un testa di madonna di Raffaello, opera che però non era presente tra i pezzi della Galleria e non risultava venduta né ceduta.

Scalini ha chiesto al laboratorio «Art-Test» di Pisa di effettuare uno studio con la tecnologia non invasiva «multilayers», che permette di penetrare i diversi strati di un dipinto mostrando anche livelli non più visibili ad occhio nudo. «La ricostruzione storica e le indagini compiute ci permettono di affermare con ragionevole sicurezza che si tratti di un’opera di Raffaello», dice Scalini, sottolineando come le indagini siano state rese possibili dalla Banca popolare dell’Emilia Romagna, che le ha finanziate con 10mila euro «perché la Galleria non ha soldi da tre anni». Il valore del Raffaello riscoperto potrebbe superare i 30 milioni di euro, conclude Scalini: «Questo inverno un disegno di Raffaello delle stesse dimensioni è stato venduto all’asta per 29 milioni di euro ed è ragionevole stimare che questa Testa di Madonna valga qualcosa di più».



Senza patente perché ubriachi Liberi di guidare 3 ore al giorno

Corriere della Sera
Approvato il codice. Sì alle bici parcheggiate sui marciapiedi

Le nuove norme - Saranno annullate le multe notificate oltre i 60 giorni

Senza patente perché ubriachi

Liberi di guidare 3 ore al giorno


ROMA - I critici l'hanno chiamato l'«emendamento del grappino». Perché sarebbe utilizzabile da chi è stato pizzicato al volante dopo aver bevuto troppo. E perché porta la firma di Gianpaolo Vallardi, il senatore della Lega autore del disegno di legge che legalizza la grappa fai da te. La norma riguarda chi si è visto sospendere la patente per un'infrazione che non ha provocato incidenti: nella maggior parte dei casi sono proprio quelli che hanno superato i limiti per l'alcol. Dice quella norma che possono chiedere una deroga al prefetto: al massimo tre ore al giorno di guida «qualora risulti impossibile o estremamente gravoso raggiungere il posto di lavoro con mezzi pubblici e comunque non propri». Un permesso speciale solo per andare al lavoro e poi tornare a casa. Una misura fortemente voluta dalla Lega che però fa già discutere. Adesso la riforma del codice della strada torna alla Camera. Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti di Montecitorio, sarà il prossimo relatore, raccogliendo il testimone di Angelo Cicolani. «Noi faremo un esame rapido, al massimo di 30 giorni, in modo da far entrare in vigore il nuovo codice prima dell'estate. Ma questo emendamento mi sembra davvero di difficile applicazione. È un punto da approfondire, forse da cambiare». Sugli altri temi, invece, non ci dovrebbero essere modifiche. Niente 150 in autostrada, dunque, niente divieto di fumo per chi guida, e niente patente speciale per le auto blu.

Multe
Per non essere nulle le multe dovranno essere notificate entro 60 giorni, contro i 150 di oggi. Sopra i 200 euro potranno essere pagate a rate, a patto di guadagnare meno di 15 mila euro lordi l'anno. Il trasporto di un animale ferito grave basterà per chiedere l'annullamento di una multa, come già oggi può fare chi corre in pronto soccorso.

Alcol
Dopo le tre di notte i locali non potranno più vendere alcolici. I ristoranti saranno obbligati ad aver un etilometro che clienti potranno usare all'uscita. Per i primi tre anni di patente il livello di alcol consentito nel sangue sarà abbassato fino a zero. Stesso livello per conducenti di camion e bus che andranno in pensione non più a 65 ma a 70 anni.

Moto
Chi porta un bambino alto fino ad un metro e mezzo non potrà superare i 60 km orari. Tra i 5 ed i 12 anni sarà necessario un seggiolino speciale. Saltato l'obbligo di casco integrale e paraschiena. Per i motorini 50 sarà obbligatoria una prova pratica.

Bici
Casco obbligatorio sotto i 14 anni. Le biciclette potranno essere parcheggiate sui marciapiedi e nelle aree pedonali. Saranno restituiti i punti tolti ai ciclisti.

Strisce pedonali
Adesso le auto si devono fermare quando il pedone è sulle strisce. Con il nuovo codice dovranno «rallentare ed all'occorrenza fermarsi» quando il pedone è ancora sul marciapiede all'altezza delle strisce. Un modo per proteggere l'anello debole della strada, i pedoni. Ma forse basterebbe far rispettare davvero le regole che già ci sono.

Minicar
Non potranno essere guidate da chi si è visto sospendere o ritirare la patente. Obbligatorie per tutti le cinture di sicurezza.

Lorenzo Salvia
07 maggio 2010


Il petrolio scende, la benzina rincara E lo Stato guadagna miliardi

Quotidianonet

In quattro anni incassati 3.800 milioni di extragettito di Iva e accise.
I consumatori si dividono sul prezzo settimanale. Possibile ricorso al Tar



MILANO, 7 maggio 2010 -

IL PETROLIO scende sotto gli 80 dollari al barile, ma i prezzi di benzina e gasolio continuano a correre e l’Italia conquista posizioni sempre più alte nella classifica europea dei paesi dove i carburanti costano di più. La tanto denunciata ‘doppia velocità’ dei prezzi ha fatto riesplodere ieri la polemica tra consumatori, petrolieri e gestori anche se all’interno delle stesse associazioni che difendono gli automobilisti non tutti sembrano pensarla allo stesso modo. Il nuovo scontro è scoppiato nonostante il recente protocollo per la riforma del sistema distributivo (dalla riduzione del numero degli impianti al prezzo massimo settimanale), firmato un paio di settimane fa con l’obiettivo di portare l’Italia in linea con l’Europa.

TRAGUARDO che, stando alle prime rilevazioni del neonato Osservatorio settimanale sui prezzi dei carburanti, lanciato dalla Figisc-Confcommercio, non sembra affatto vicino. Anzi, lo studio della Figisc dimostra che, considerando il prezzo ufficiale diffuso lunedì scorso dal ministero dello Sviluppo economico, l’Italia, con 1,405 euro al litro per la verde si piazza al settimo posto tra i paesi più cari, contro il decimo posto della settimana precedente. Peggio ancora per il gasolio che, con un prezzo di 1,248 euro, ci colloca in sesta posizione (invariata). Lo stacco con la media Ue a 27 resta notevole: per la verde c’è una differenza di oltre 11 cent e per il diesel di circa 9.

E GLI AUMENTI, complice anche la discesa dell’euro sul dollaro, non accennano a fermarsi. Proprio ieri la Shell ha rialzato il prezzo della verde di 0,5 centesimi al litro portandolo a un soffio da quota 1,45 (1,449) e analoghi ritocchi hanno applicato Erg (1,438 la benzina e 1,284 il diesel) e Tamoil (1,289 il gasolio). Ma questi rincari, spiegano l’Unione petrolifera e i gestori della Figisc sarebbero in linea con le quotazioni internazionali dei prodotti derivati.

DIVERSA la posizione di Adusbef e Federconsumatori, secondo le quali con il calo del prezzo del petrolio dovrebbero partire le riduzioni «che devono verificarsi con la stessa rapidità dei rialzi». Le due associazioni chiedono anche l’applicazione di tutte le misure decise al tavolo ministeriale, compresi i prezzi settimanali.
Ma su questo punto il fronte consumatori non sembra unito tanto che Codacons e Adoc non sono convinte che la misura possa essere utile senza una commissione super partes e hanno annunciato un ricorso al Tar. Anche secondo la Figisc la misura potrebbe non essere conveniente per gli automobilisti. Per i gestori però non esiste una doppia velocità ma solo una diversa velocità con effetti finali neutri sulla spesa reale dei consumatori.

TESI condivisa dai petrolieri che contestano le cifre dei rincari (da gennaio la maggior spesa sarebbe stata di 82 euro) e ricordano che dietro l’aumento dei prezzi ci sono le quotazioni dei prodotti raffinati cresciute del 40% rispetto a un anno fa. E mentre si continua a litigare sulla benzina, c’è chi dai rincari ha sicuramente guadagnato, ed è lo Stato. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, negli ultimi quattro anni e mezzo l’Erario ha incasato un extra gettito (tra Iva e accise) di 3,8 miliardi di euro.
 

di ACHILLE PEREGO



Tre aste da record in ventiquattro ore Una stilografica, la Bugatti e Picasso

di Daniela Uva

Una stilo aggiudicata per 6,3 milioni, una Bugatti per 23 milioni, un Picasso per 81 milioni

 

In poco più di 24 ore hanno sborsato più di 110 milioni di euro. Per acquistare un quadro, un’automobile e una penna stilografica. Così tre collezionisti hanno fissato, per ben tre volte di seguito in meno di due giorni, il record mondiale di spesa per questi oggetti. Nell’anno della crisi c’è chi, evidentemente, al lusso sfrenato proprio non vuole rinunciare. Del resto, è proprio questo il settore che, secondo gli esperti, sta risentendo meno della congiuntura economica negativa. Merito soprattutto dei nuovi ricchi, per nulla toccati da un momento nero davvero poco generalizzato. E così, due giorni fa gli Stati Uniti sono stati testimoni della prima delle tre vendite da capogiro. A ospitarla è stata la celeberrima casa d’asta Christie’s di New York, che nell’ambito dell’attesissimo appuntamento di maggio dedicato agli Impressionisti e all’arte moderna ha battuto un quadro di Picasso per ben 81 milioni di euro. La tela è «Nudo, Foglie verdi e busto» del grande pittore spagnolo. Assolutamente top secret, invece, l’identità del ricchissimo acquirente, che aggiudicandosi il quadro in meno di nove minuti di agguerritissima competizione fra otto contendenti ha stabilito il nuovo record mondiale per un’opera d'arte, detenuto precedentemente dalla scultura «Walking man I» di Giacometti. Valore: 104,3 milioni di dollari.

Non ha badato a spese neanche l’appassionato di autovetture che, ancora una volta negli Stati Uniti, ha speso più di 23 milioni di euro per assicurarsi all'asta un'esclusiva Bugatti 57Sc «Atlantic» del 1935. Ancora una volta il record mondiale è stato infranto. Ma questa volta il vanto è anche un po’ italiano, viste le origini della casa automobilistica, fondata in Francia da Ettore Bugatti. Il compratore ha preferito rimanere anonimo, ma la casa d’asta californiana Gooding ha confermato la cifra da capogiro spesa in contanti dall'anonimo collezionista. Del resto, come avrebbe potuto lasciarsi sfuggire questo pezzo unico appartenuto al professor Peter D. Williamson, noto neurologo ed esperto di epilessia del New Hampshire, appassionato collezionista proprio di Bugatti.

Dagli Stati Uniti alla Cina, il terzo record mondiale riguarda una penna stilografica. Per aggiudicarsela, ancora una volta all’asta, ci sono voluti ben sei milioni di euro. Il collezionista, generoso quanto riservato, non ha voluto svelare la propria identità. Ma acquistando un esemplare unico di «Fulgor nocturnus», penna stilografica Tibaldi, all’asta del «2010 National Charity Ceremony» di Shanghai ha contribuito a raccogliere fondi donati poi in beneficenza. E giura che ne sia valsa la pena, visto il valore dell’oggetto: più che una penna un gioiello, con il suo cappuccio e fusto in oro massiccio 18 carati, arricchiti con 2.197 diamanti neri e 123 rubini. Un record tutto italiano, che vede protagonista la celebre casa Riva, nata nel lontano 1842 sulle sponde del lago di Iseo.


Avellino, perseguita la ex compagna anche dopo i domiciliari per stalking

Il Mattino

 

AVELLINO (7 maggio)

Continuava a perseguitare la donna con la quale in passato aveva avuto una relazione sentimentale ed è finito di nuovo agli arresti per stalking. È accaduto ad Ariano Irpino (Avellino) dove un 43enne del posto, dopo aver trascorso alcuni mesi agli arresti domiciliari, ha ripreso a molestare sistematicamente una donna di 35 anni, sposata e con figli, violando il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente da lei frequentati. L'uomo, anche in presenza del marito, ha ripreso a pedinarla e ad inseguirla in auto, senza contare poi le telefonate a tutte le ore del giorno determinando nella donna e nei suoi congiunti un perdurante stato di ansia e paura. Sulla scorta della nuova denuncia e delle successive indagini dei carabinieri, il gip del Tribunale di Ariano Irpino, Gelsomina Palmieri, su richiesta del pm, Michela Palladino, ha emesso la nuova ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari.



Ricattata dal regime di Teheran

di Francesca Amé

Il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi racconta come il governo iraniano le abbia sequestrato tutto Ora i leader le propongono un patto: la restituzione dei beni in cambio del silenzio. Lei non ci sta


 
È una abituata a bruciare le tappe l’iraniana Shirin Ebadi. Sessantatré anni, avvocato e attivista per i diritti umani, si è impuntata fin da giovane per studiare magistratura ed è arrivata, negli anni Settanta, a essere presidente di una sezione del tribunale di Teheran. La Rivoluzione islamica le ha tolto la toga, lei ha tenuto duro e ottenuto, negli anni Novanta, di poter aprire uno studio in proprio. Da sempre si batte per la difesa dei diritti dei bambini, dei liberali e dei dissidenti perseguitati dal regime iraniano, con cui entra costantemente in rotta di collisione.

Nel 2003 le è stato conferito il Nobel per la Pace: è la prima donna musulmana a ottenerlo. Seguono le minacce e l’«autoesilio» in giro per il mondo, a tenere conferenze sulla situazione dei diritti civili in Iran (in patria è accusata di evasione fiscale sui soldi ricevuti dal Nobel, accusa infondata perché la legge iraniana prevede che premi e onorificenze siano esentasse). Ha chiesto (e ottenuto) due colloqui con il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e parlato molte volte al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite: non torna a casa da undici mesi («sono partita l’11 giugno, giorno prima delle presidenziali, per un convegno in Spagna di tre giorni: il quarto giorno non sono rientrata perché il mio Paese non era più lo stesso»), ma segue tutte le notizie su Internet. Ieri, il titolo di apertura del più diffuso giornale online iraniano era dedicato all’esproprio da parte dello Stato di tutti i suoi averi. Abbiamo incontrato Shirin Ebadi a Udine, dove in questi giorni è ospite d’onore del festival «Vicino/Lontano», fino a domenica in diversi luoghi della città.

Signora Ebadi, nei giorni scorsi all’Onu il presidente Mahmoud Ahmadinejad, accusato per il processo di arricchimento dell’uranio, ha contrattaccato dicendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati, Italia inclusa, incentivano la corsa al nucleare. Che ne pensa?
«Il nucleare non è la forma di energia su cui dovrebbe puntare il mio Paese. Potremmo sfruttare una risorsa che non ci manca, il sole, e produrre ed esportare energia solare. Fino a oggi abbiamo investito sul petrolio e in trent’anni non siamo stati in grado di costruire una raffineria. Risultato? Compriamo benzina dall’estero».

Non crede che il dibattito sul nucleare in Iran metta in ombra un’altra emergenza, quella dei diritti umani?
«Negli ultimi 31 anni ci sono state 25 risoluzioni delle Nazioni Unite che accusano l’Iran di violazione dei diritti umani: l’ultima è del dicembre 2009. La situazione è peggiorata: nell’ultimo anno l’Iran ha avuto il numero più alto di esecuzioni capitali su minori ed è secondo soltanto alla Cina nei dati sulla pena di morte. Dopo le proteste della scorsa estate, sono aumentati gli arresti, le torture e gli stupri in carcere. Ricordo che Jafar Panahi (regista de «Il cerchio», Leone d’Oro a Venezia nel 2000, ndr) è in carcere in isolamento da due mesi soltanto perché aveva intenzione di girare, in casa sua, un film contro il regime».

Le risoluzioni delle Nazioni Unite non sono servite a molto.
«Per la sua struttura l’Onu non può fare più di così, ma per noi è importante il sostegno della gente comune e dimostrare che il popolo iraniano non ha nulla a che fare con il regime che lo governa. Internet ci ha aiutato molto, in questo. Twitter e i blog hanno mostrato al mondo il volto della protesta, un volto fatto di donne, che rappresentano il 65 per cento degli studenti universitari, e di giovani (il 70 per cento della popolazione iraniana è under 30,ndr). Per gli iraniani è importante sapere di avere un mezzo che supera la censura e per questo sono stata la prima firmataria della petizione che candida Internet al Nobel per la pace 2010».

Ora le hanno confiscato tutti i beni, compresi gli appartamenti e i fondi destinati alle sue associazioni.
«Vede? Il nostro è un regime che non rispetta nemmeno le leggi che promulga».

Non teme per l’incolumità sua e dei suoi familiari?
«Mio marito, ingegnere elettronico, e mia sorella, docente universitaria, persone che nulla hanno a che fare con la politica o con l’associazionismo, sono state trattenute in carcere per alcuni giorni. Io stessa sono stata minacciata tante volte: il regime vorrebbe trattare con me, restituendomi i beni sequestrati in cambio del silenzio. Ma la mia coscienza non è in vendita».

C’è chi guarda a lei come a un possibile leader politico.
«Non entrerò mai in politica, non appartengo ad alcun partito: sono soltanto un difensore dei diritti umani».

Rai, il Giro degli sprechi: un uomo per corridore

di Cristiano Gatti

La spedizione della tv di Stato per seguire il Giro d'Italia conta 160 unità, i ciclisti sono 198. 

La corsa parte domani da Amsterdam: dopo tre tappe olandesi e un giorno di riposo si ripartirà dal Piemonte (Savigliano)



 
 
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Milano - Sbucano da tutte le parti. Un tulipano e un inviato Rai, un tulipano e un tecnico Rai, un tulipano e un autista Rai. Amsterdam è invasa dal nostro esercito parastatale, piombato sul Giro con uno spiegamento da missione di pace a Kabul. Quattro elicotteri, un aereo, tre camion regia, tre mezzi Rvm, quattro mezzi satellitari, un mezzo di «editing», otto mezzi a supporto, tre mezzi a uso logistico, tre gruppi elettrogeni, quattro moto per riprese mobili. Ma soprattutto il numero impressionante di truppe: 160 gli uomini e le donne che fanno parte della spedizione. Piccolo rammarico: con minimo sforzo, avremmo stabilito il record mondiale: un uomo Rai per ogni corridore in gara (il gruppo dei ciclisti arriva a 198 unità). Mai visto niente di così pachidermico e imponente. Un’americanata in perfetto stile «Tempesta nel deserto».

Ovviamente i numeri sono relativi: qualcuno potrebbe persino pensare che la spedizione sia ridotta all’osso e sparagnina, al confronto delle immani necessità. Voglio sgombrare subito il campo da questo dubbio legittimo: la Rai ha oggettivamente, oltre ogni ragionevole dubbio, esagerato. Il Giro resta la manifestazione popolare più popolare d’Italia, forse l’ultima veramente popolare, ricca com’è di implicazioni culturali, paesaggistiche, folkloristiche che vanno ben oltre la semplice gara sportiva, ma questo non giustifica il genere kolossal. Soprattutto, inevitabile ricordarlo, in un periodo come questo, dove chiunque è caldamente invitato alla sobrietà, alla sana gestione e magari a un buco in più nella cinghia.

Purtroppo, i venti della crisi e dell’austerità non arrivano al Giro. La Rai, anzi, sembra aver scelto proprio questa congiuntura cupa per non badare a spese. Restando alla parte strettamente giornalistica, risulta esorbitante il numero di cronisti e opinionisti arruolati a vario titolo. La mossa di promuovere alla scrivania di vicedirettore sport il telecronista Auro Bulbarelli ha messo in moto un domino frenetico. La telecronaca sarà affidata alla coppia Pancani-Cassani. Tutto attorno, un firmamento di colleghi e collaboratori da fare invidia alla Cnn. Da Bartoletti a Sgarbozza, dagli ex ciclisti Martinello e Savoldelli ai mediani De Luca e Novelli, passando per la conduttrice del mattino Arianna Secondini, non hanno negato un posto a nessuno. Scritturato l’avvocato Claudio Pasqualin, storico procuratore di calciatori e pedalatore a tempo perso.

Per il «Processo alla tappa», fa notizia il brutale siluramento di Andrea Fusco, sostituito nella conduzione da Alessandra De Stefano, pupilla e cocca del capo-spedizione Bulbarelli. Sempre per lo storico talk-show del dopogara - nato quando ancora il talk-show non era nato - un contratto anche per Beppe Conti, pensionato da Tuttosport, e soprattutto per Gianni Mura, grandissimo del giornalismo sportivo (il mio sospetto personale è che sia la foglia di fico reclutata per coprire le vergogne di un programma ormai bolso: ha bisogno di tanti auguri). Sinceramente, non è una battuta: difficile, molto difficile, schivare quest’anno un contratto Rai. Ci sono riusciti in pochissimi.

Costo dell’operazione-monstre? Nessuno in sede vuole parlarne. Anche se i soldi sono pubblici, la questione sembra molto privata. Maurizio Ciarnò, che si occupa degli aspetti tecnico-logistici, accetta di rispondere, ma è gentilmente irremovibile: «I dati sono riservati, non siamo autorizzati a divulgarli». Per venire incontro alle curiosità degli italiani, li divulgo io, grazie alle confidenze che in queste faccende non mancano mai.

La Rai spende per questo Giro i 10 milioni di euro dei diritti televisivi, versati all’organizzazione «Gazzetta», più altri 2,5 milioni per i costi vivi della spedizione (collaborazioni, indennità di trasferte, alberghi, ristoranti, benzina). Da queste cifre restano esclusi gli stipendi dei 160 dipendenti fuori sede, che comunque sarebbero versati anche senza Giro. Ragionando sul vecchio conio, sono 25 miliardi di lire, stipendi esclusi. Ne vale la pena? È certo che l’arco d’impegno sia molto vasto, con varie trasmissioni in cartellone. Ma è altrettanto certo che si potrebbe fare con meno.

Il battaglione dei 160 è mastodontico, elefantiaco, opulento. Qui sono presenti personaggi chiamati per pronunciare due frasi al giorno. O per scaricare quattro valigie davanti all’albergo. Forse poteva starci all’epoca d’oro del calderone senza fondo, quando nessuno rendeva conto a nessuno. Ma adesso che la ricreazione è finita per tutti, non si capisce perché debba continuare soltanto in Rai. Non sarà per il semplice fatto che offriamo noi?


Ha il cancro, la Cgil la licenzia per le assenze

di Felice Manti

Ad Andria una dipendente dell'Inca, affetta da tumore, viene cacciata per un certificato mancante.

La denuncia per stalking, mobbing, diffamazione e richiesta di indennizzo.

Il segretario locale del sindacato: "Vuole denunciarci? Meglio che valuti bene la sua decisione"



 
Licenziata dalla Cgil anche se ha il cancro. La vittima è una dipendente dell’Inca di Andria, Anna Dalò. Assunta nell’86, dirigeva il servizio infortuni e malattie professionali, con uno stipendio di 1.000 euro al mese per 30 ore settimanali. Sul suo tavolo una risma di certificati medici agghiaccianti, datati dal 26 novembre 2009 al 30 aprile 2010, di cui Il Giornale è in possesso. In quei mesi era assente per curarsi, ma il primo sindacato italiano l’ha licenziata. Da qui la denuncia per stalking, mobbing, diffamazione e richiesta di indennizzo.

Il licenziamento è datato 27 aprile, durante la malattia certificata dai medici. Dopo i primi malesseri di novembre 2009 (debolezza, tachicardia e altre sintomatologie) la Dalò va da un endocrinologo che le diagnostica una «intensa ed antica patologia tiroidea»: la ghiandola è invasa da noduli che potrebbero essere maligni. La donna si riempie di farmaci, deve stare a casa in attesa dell’intervento per rimuovere la tiroide. L’attesa finisce il 5 marzo. Ma non basta. La neoplasia è davvero maligna e dunque la dipendente Cgil pugliese è ancora a rischio.

Tutto documentato? Non per il dirigente del patronato Inca di Andria, Liano Nicolella. La pietra del contendere è l’ultimo certificato medico. Secondo la Dalò quel foglio era stato lasciato alla portineria dell’Inca dal figlio, non da lei personalmente, come altre volte era successo. Dopo il richiamo ufficiale per «assenza ingiustificata» della Cgil la Dalò (che abita a 20 metri dall’ufficio) ha chiesto al suo medico una copia del certificato per rispondere formalmente alla Cgil. Ma una volta tornata in ufficio da «malata» per capire se fosse tutto in regola, il dirigente nei corridoi non avrebbe voluto sentire ragioni. Solo al rientro, il 19 aprile, le è stato comunicato il licenziamento, arrivato per raccomandata il 27 aprile. «Sono sconcertata», ha detto la donna: «Al mio rientro ero invisibile. Nessuno mi parlava, mi salutava o voleva prendere un caffè con me». E nessuno, aggiunge, «mi ha neppure chiesto “come stai”».

Ma l’assenza ingiustificata può portare al licenziamento, come è avvenuto nei giorni scorsi anche alla Cgil di Ragusa? Stando all’articolo 21 del regolamento Cgil ci vorrebbe un’accusa di furto, trafugamento di documenti o reati compiuti nell’attività sindacale. Eppure per il segretario della Cgil Bat Gianni Forte la denuncia della Dalò «è una «decisione sorprendente». «L’11 maggio l’abbiamo convocata per ricomporre bonariamente il contenzioso - dice Forte -, la signora valuti bene la sua decisione». Dietro il licenziamento ci potrebbe anche essere un movente «politico». La donna infatti è la moglie dell’ex sindaco Pd di Andria, Vincenzo Caldarone, uscito dal partito 3 anni fa non senza polemiche. Al telefono Caldarone risponde indirettamente al dirigente Cgil: «Non ci sarà alcuna conciliazione. Andremo fino in fondo».

felice.manti@ilgiornale.it