sabato 8 maggio 2010

Da undici anni incassava la pensione della mamma morta: arrestato

Il Mattino

 

LECCE (8 maggio)

Continuava a percepire pensioni intestate alla madre morta nel 1999 all'età di 85 anni: il figlio, Franco Valentino Pedali, di 61 anni, originario di San Donaci, in provincia di Brindisi, residente a Lecce, ha continuato ad incassare regolarmente la pensione di 1.150 euro mensili.


Pedali, che ha precedenti penali per furto, lesioni personali, tentativo di omicidio, detenzione di armi e ricettazione, è stato arrestato con l'accusa di truffa aggravata. La truffa è stata scoperta dai militari della Compagnia della guardia di finanza di Lecce che, dopo aver individuato l'uomo, hanno posto sotto controllo l'ufficio postale centrale del capoluogo e hanno atteso l'arrivo del presunto truffatore.

Così quando Pedali ha ritirato, con delega e libretto di pensione, per l'ennesima volta il danaro, i militari lo hanno bloccato. Dal 1999 ad oggi ha illegalmente percepito circa 150.000 euro.



Ucciso e fatto a pezzi: i boss si tassano per risarcire la famiglia di Giacomo Frattini

Il Mattino

NAPOLI (8 maggio)

Centomila euro in assegni circolari per risarcire i familiari di Giacomo Frattini, il giovane affiliato alla Nco di Raffaele Cutolo torturato, ucciso e fatto a pezzi ventotto anni fa per vendicare l’omicidio in carcere di un fedelissimo del vecchio boss di Secondigliano Aniello La Monica.

Ieri mattina, dinanzi ai giudici della quinta Corte d’assise, i fratelli di Frattini hanno confermato di aver ricevuto il denaro. È il risarcimento pagato da Rosario Pariante e Raffaele Abbinante, ras della camorra della periferia nord, al tempo legati al gruppo di La Monica e quindi alla Nuova famiglia, oggi imputati per quell’atroce delitto avvenuto il 21 gennaio 1982 e ricostruito, solo un anno fa, da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia supportata dal fuoco di fila dei collaboratori di giustizia: l’ex «re» di Forcella Luigi Giuliano, i suoi fratelli Guglielmo e Salvatore, l’ex capoclan del rione Sanità Giuseppe Misso, Maurizio Prestieri, un tempo braccio destro di Di Lauro, e Pasquale Gatto, ex gregario che, il giorno dell’agguato, guidò la Bianchina fino a via Pier delle Vigne, nei pressi di Giambattista Vico.

In quella Fiat 500 familiare c’era il cadavere martoriato di Giacomo Frattini, «Bambulella» all’anagrafe della camorra. Era avvolto in un lenzuolo, decapitato, il volto sfigurato e le mani e il cuore chiusi in un sacchetto di plastica. Per quell’efferato delitto sono sotto processo anche Palo Di Lauro, il famigerato Ciruzzo ’o milionario che in segno di protesta si fa difendere da un avvocato d’ufficio, il boss Salvatore Lo Russo al vertice di un clan considerato oggi tra i più potenti di Napoli, suo fratello Mario Lo Russo, Luigi Vollaro esponente dell’omonimo gruppo di Portici, Renato Cinquegranella, ancora latitante, e i pentiti Luigi Giuliano e Pasquale Gatto.

Nessuno di loro ha aderito all’iniziativa di risarcimento concretizzata ieri da Pariante (difeso dagli avvocati Vittorio Giaquinto e Luigi Senese) e Abbinante (assistito dagli avvocati Senese e Claudio Davino) che hanno versato centomila euro ai fratelli della vittima. L’indennizzo nasce da una scelta processuale ben precisa, non già dall’ammissione di responsabilità.

Gli imputati respingono le accuse di inquirenti e pentiti ma hanno pagato il risarcimento sperando in uno sconto di pena o comunque nel beneficio di un’attenuante che possa aprire la strada alla prescrizione del reato. Il capo di imputazione, infatti, è relativo a fatti accaduti nel 1982 quando l’omicidio, in assenza di aggravanti, era ancora un reato soggetto alla prescrizione. La proposta di risarcimento era stata avanzata già ad apertura del dibattimento e rinviata per consentire al pubblico ministero (l’inchiesta è coordinata dal pm Alfonso D’Avino) di identificare gli eredi di Frattini. Sono sei fratelli, e ieri ai giudici hanno confermato di aver ricevuto il risarcimento.

Agli atti del processo sono state acquisite le loro testimonianze, quelle rese all’epoca dell’omicidio. Nulla di processualmente rilevante perché non seppero dare indicazioni su mandanti e killer. A partire dalla prossima udienza si entrerà nel vivo del dibattimento con l’esame dei collaboratori di giustizia.
Nel processo stralcio, definito in marzo con rito abbreviato, le loro rivelazioni non sono bastate ad ottenere la condanna di quattro boss. Il pubblico ministero aveva proposto trent’anni di carcere per ognuno, il giudice li ha mandati assolti. Eduardo Contini, Giuseppe Lo Russo, Giuseppe Mallardo e Costantino Sarno sono usciti così dal processo.

Viviana Lanza



Cassazione: «Dire pazzo o scemo al datore di lavoro non è un reato»

Corriere della Sera

Se l'insulto è costruttivo «fa bene all'ambiente di lavoro».

E dare dello «yesman» al collega non è offensivo

Un'immagine di lavoratori in un ufficio

ROMA - Contrordine compagni. L'insulto e la parolaccia fanno bene. Almeno se pronunciate in ufficio. La licenza arriva dalla Cassazione per la quale, al di là dell'«ineleganza» e della «rozzezza» con cui ci si può rivolgere al capo o ad un collega, in certi casi il turpiloquio può essere solo un modo per «sollecitare» il dibattito sul lavoro. Di più, può addirittura stimolare il miglioramento dell'organizzazione dell'azienda. E allora, non se ne abbiano a male quei capi troppo «burocrati» se a volte si sentiranno dare dai dipendenti dei "pazzi" o degli "scemi". Licenza di insulto trasversale: ad un collega troppo supino e acritico nei confronti della dirigenza si può dare dello "yesman"o, «per dirla in termini più volgari», annota piazza Cavour, del "leccaculo".

LA VICENDA - Quella «raccontata» dalla sentenza è una storia di ordinario lavoro, nella quale non farebbero fatica a riconoscersi generazioni di dipendenti: un ufficio (in questo caso uno studio legale) gestito in modo troppo burocratico, una sostanziale allergia alle critiche da parte di chi comanda, un manipolo di colleghi pronti a vestire i panni degli yesmen pur di compiacere il capo. Tutto nasce dall'ennesima discussione avvenuta in uno studio di avvocati della capitale dove Nicola P., 45enne collaboratore dello studio, stufo dell'immobilismo dei colleghi disponibili a qualsiasi decisione presa dall'alto, sfogandosi con due colleghe aveva detto: «Basta, ho deciso, io con l'avvocato ci parlo, ci discuto non sono come la collega che dice sempre "sì avvocato...certo avvocato". Il capo è un pazzo, vuole restare circondato da leccac.... Bene ci resti pure...». Uno sfogo cui faceva seguito il mimo dello yesman. Il titolare dello studio ha denunciato il ribelle Nicola P. e la Corte d'appello di Roma, nel dicembre 2008, pur prendendo atto dell'intervenuta prescrizione del reato di diffamazione ha condannato Nicola a risarcire il capo per danni. I giudici della V sezione penale della Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso presentato da Nicola P. e annullato senza rinvio la condanna al risarcimento dei danni emessa dalla Corte d'appello della capitale.

TURPILOQUIO - Le espressioni incriminate, rilevano gli ermellini, sono di sicuro «ineleganti e riassumono in modo rozzo il pensiero di chi le pronuncia, ma di sicuro non hanno valenza diffamatoria, essendo entrate nel linguaggio parlato di uso comune come i termini scemo e cretino». In sintesi: «quando tali termini vangano usati nelle discussioni, spesso accese, che si svolgono tra colleghi in ambito lavorativo e/o sindacale aventi ad oggetto temi concernenti la organizzazione del lavoro e/o l'adozione di particolari iniziative che possano aumentare la produttività dell'ufficio e rendere più agevole e meno burocratizzata l'attività degli addetti, finiscono con l'avere un significato rafforzativo del concetto espresso ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare in caso di non accettazione delle critiche e dei consigli». Ecco che un insulto come "pazzo" «ha finito per perdere la sua valenza offensiva per divenire espressione, sintetica ed efficace, rappresentativa di una conduzione scorretta dell'ufficio, che non potrà che portare alla rovina dello stesso». In chiusura, la Cassazione non può che richiamare i dipendenti alla civiltà chiarendo che «è certamente disdicevole e poco corretto che in una discussione di lavoro si usino termini irritanti e poco rispettosi» ma è da escludere «la valenza diffamatoria delle espressioni usate tenuto conto delle modalità con cui essa è stata pronunciata e delle finalità propostesi da Nicola P. di manifestare in modo chiaro e polemico il proprio dissenso rispetto a scelte organizzative dello studio professionale del quale faceva parte».

Redazione online
08 maggio 2010

Via l'assessore-mamma, guerra di donne nell'Idv

Corriere della Sera
Bufera su una frase della Mura: la Pozzati non ha tempo per quelle deleghe, è anche madre

A Bologna - Il cambio alla Provincia

Via l'assessore-mamma, guerra di donne nell'Idv


L’ex assessore alla Cultura della Provincia, Maura Pozzat
L’ex assessore alla Cultura della Provincia, Maura Pozzat
MILANO - Partiamo dal terzo e ultimo atto. Perché questa storia ambientata nell’Italia dei Valori di Bologna sembrerebbe quasi una pochade, se non fosse che il tema centrale sono le donne che "tengono" famiglia e fanno politica. L’ex assessore alla Cultura della Provincia, Maura Pozzati, ieri ha restituito la tessera dopo aver dato le dimissioni: «L’Idv non è certo il partito degli intellettuali », ha scritto amareggiata in una lettera aperta. L’Idv le ha preferito il musicologo Giuseppe De Biasi per il nuovo super assessorato con deleghe alla Scuola, Lavoro, Formazione e Coordinamento delle politiche sulla crisi. E sulla stampa è scoppiata la polemica per una frase della coordinatrice regionale Silvana Mura: «La Pozzati non avrebbe avuto il tempo di seguire tutte queste deleghe, è anche mamma ». Affermazione che ha scatenato l’ira delle donne del Pd, che hanno espresso solidarietà all’ex collega. Fin qui sembrerebbe tutto chiaro, ma a scompigliare le carte ci pensano le protagoniste Pozzati e Mura, e le donne della base dell’Idv. Prima però, per capirci qualcosa, bisogna tornare al primo atto della pochade: la crisi politica che ha travolto la Provincia di Bologna. Il partito di Antonio Di Pietro voleva pesare di più: «Era necessario un riequilibrio — ha spiegato la Mura —. Siamo all’8% e non possiamo contare come la Federazione della Sinistra che ha il 2%». Ecco la trattativa e la soluzione della crisi con il super assessorato attribuito a De Biasi. Ma perché non poteva mantenere l’incarico Maura Pozzati? La risposta è nel secondo atto.

Silvana Mura è indignata per la «strumentalizzazione» delle sue parole: «Io ho solo riferito quello che mi aveva detto la Pozzati e cioè che riusciva con difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Perciò, visto che le deleghe sono diventate più pesanti, serviva un’altra persona». La Pozzati, da parte sua, conferma che la polemica sulla sua presunta esclusione per motivi familiari non è fondata: «Si sta spostando il punto della situazione — spiega —. Il problema non è essere donna, madre e avere dei figli, ma è come è stata gestita la cosa. Non mi hanno chiesto di prendere altre deleghe. Io comunque avrei detto no perché non ne avrei avuto le competenze». A sostegno delle rispettive posizioni Mura e Pozzati scrivono due lettere aperte. La coordinatrice regionale si difende e ricorda che l’Idv dell’Emilia Romagna «è forse il partito più rosa d’Italia poiché sono donne la segretaria regionale, 4 coordinatrici provinciali su 9, il nuovo assessore regionale, oltre a un gran numero di amministratrici ». L’ex assessore, critica d’arte con cattedra di ruolo all’Accademia di Belle arti di Carrara (riprenderà le lezioni dalla prossima settimana) attacca la Mura perché «le doti da lei richieste sono non pensare autonomamente, essere allineati e soprattutto non dichiarare cose che possono recare danno al partito» e le ricorda che «la cultura non è schiava della politica».

Non l’hanno presa bene le donne della base dell’Idv, che hanno a loro volta scritto una lettera aperta in difesa della Mura e contro la Pozzati: «Le tue dichiarazioni sul ruolo delle donne nel partito ci offendono. Dal momento in cui sei stata nominata assessore non ti si è più vista. Tu hai sempre usato e abusato della motivazione dei figli per non essere mai presente a niente, lasciando a noi il faticoso compito di lavorare sul territorio». La replica della Pozzati è semplice: «Un conto è il ruolo dei consiglieri, che devono fare vita di partito ma se sei un assessore... io sono stata scelta per il mio curriculum di critica d’arte». Ultimo atto: tessera dell’Idv restituita (presa nel 2008). E nuovo impegno in politica: «Penso a una lista civica per le Comunali per fare politica culturale ».

Francesca Basso
08 maggio 2010

Sindaco si fa postino nel varesotto

Libero




Non cercatelo in municipio. Sabato e domenica il primo cittadino di Mornago, Paolo Gusella, sarà per le strade del paese a consegnare la posta. L’iniziativa coinvolge anche assessori e consiglieri di maggioranza per un totale di 12 insoliti postini. Le persone porteranno per le case dei mornaghesi il il questionario relativo al nuovo piano regolatore (Pgt) e il calendario del Coiger, il consorzio che gestisce i rifiuti del paese. L’idea nasce dalla necessità di “far quadrare il bilancio”.

Un lavoro ben organizzato. «Abbiamo organizzato il lavoro su turni, assegnando a ciascuno una determinata zona del paese  _ spiega il sindaco _ Nel giro di un weekend contiamo di consegnare le due comunicazioni a tutte le famiglie di Mornago. Come per tutte le amministrazioni, e specialmente per le più piccole, questi sono tempi davvero duri che è anche membro dell'Anci _ prosegue _ Il taglio dell'Ici sulla prima casa e la riduzione e l'abolizione di alcuni consistenti trasferimenti di fondi dallo Stato ai Comuni creano, nelle casse locali, grossi problemi di liquidità. Perciò, se non vogliamo penalizzare i cittadini eliminando o riducendo i servizi pubblici, non resta che inventarci nuovi stratagemmi per risparmiare».  Ecco che così è nata la proposta di rimboccarsi le maniche e consegnare personalmente questionario e calendario. Infatti se avessero affidato il servizio a una società esterna il comune avrebbe sborsato circa 2mila euro.

L'iniziativa è destinata a durare nel tempo. il sindaco ha spiegato che questa non vuole essere un’azione dimostrativa ma una scelta di servizio. Anche le prossime comunicazioni che avranno come mittente il municipio di Piazza Libertà saranno consegnate direttamente da sindaco e squadra di governo. Tanto che, appena scadrà il contratto stipulato con Poste Italiane, gli amministratori postini imbucheranno nelle cassette delle lettere anche l'informatore comunale, facendo risparmiare alle casse pubbliche altri soldi.

06/05/2010



Il Presidente della repubblica Kalmykia: "Mi è venuto a trovare Et"

Libero




Una storia che ha davvero del bizzarro e dell'incerdibile. Kirsan Ilyumzhinov, presidente della Kalmykia l'unica repubblica buddista russa presente in Europa, ha dichiarato a un giornalista, Vladimir Pozner, di una emittente televisiva locale di aver ricevuto una visita molto particolare. L'uomo ha affermato che qualche anno fa ha avuto visita da parte degli extraterrestri nel suo appartamento di Mosca.

Dal racconto dell'accaduto, emerge che Ilyumzhino ha trascorso con loro qualche ora. Gli alieni sono stati molto gentili e lo hanno ospitato a bordo della loro navicella spaziale che ha descritto come un "tubo semi-trasparente". Adesso il presidente russo Medvedev, sta investigando sulla vicenda degli "amici in tuta gialla", così li ha chiamati il presidente
della Kalmykia.

08/05/2010



Terrorismo, Napolitano: «A Ustica ci furono intrighi internazioni»

Corriere della Sera
Il presidente: «Il governo tuteli le vittime».
Poi il monito: «La crisi rischia di riaccendere la violenza»



MILANO - Sulle stragi terroristiche degli anni Ottanta sono rimaste «ombre e dubbi». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo. «Intrecci eversivi, nel caso di Ustica anche forse intrighi internazionali, che non possiamo oggi non richiamare insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, a inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità, e rivolgere la nostra solidarietà a chi ha duramente pagato di persona o è stato colpito nei propri affetti familiari per effetto delle stragi degli anni Ottanta».

PARENTI VITTIME - «Sono parole che ci danno grande conforto». È il commento di Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, dopo aver ascoltato l'intervento del Presidente della Repubblica. «Mi pare abbia capito le nostre parole - ha detto - oltre ad averci sempre seguito nell'iter processuale della vicenda. Oggi abbiamo ribadito concetti fondamentali, come la necessità di un intervento più forte a livello internazionale per individuare gli autori della strage». Per Bonfietti, dopo aver ascoltato le parole di Napolitano, «forse, per i 30 anni dalla strage possiamo sperare di avere oltre alle cause anche gli autori». Napolitano ha anche ricordato il lungo percorso dei processi sull’attentato alla Stazione di Bologna «tra progressi nel ricostruire i fatti e individuare le responsabilità, battute d’arresto, ritorni indietro, sentenze definitive. Un iter tormentoso - ha aggiunto - per quanti hanno atteso giustizia. Le ombre e i dubbi che sono rimasti hanno stimolato un nuovo filone di indagine, dagli sviluppi ancora imprevedibili».

VIOLENZA POLITICA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lancia l’allarme anche contro il possibile ritorno della violenza politica in relazione alla crisi economica sottolineando come «guardando ai problemi da affrontare anche in Italia sul terreno economico e sociale in una fase che è stata e rimane critica per tutta l’Europa, è necessario tenere sempre alta la guardia contro il riattizzarsi di nuove possibili tentazioni di ricorso alla protesta violenta, e di focolai, non spenti una volta per tutte, di fanatismo politico e ideologico». Pur senza citare esplicitamente i tragici fatti di Atene, Napolitano lancia il suo appello: «No - dice - alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma: è un imperativo da non trascurare in nessun momento, in funzione della lotta che si combatte, anche con importanti successi, contro la criminalità organizzata, ma più in generale in funzione di uno sviluppo economico, politico e civile segno delle tradizioni democratiche e del ruolo dell’Italia». Occorre attenzione «specie guardando ai problemi da affrontare anche in Italia sul terreno economico e sociale», ha aggiunto il Presidente della Repubblica, «in una fase che è stata e rimane critica per tutta l'Europa.

LEGALITÀ - Ai tempi del terrorismo «l'Italia corse rischi estremi», ha rievocato il Presidente, «sapemmo uscirne nettamente, pur pagando quei duri prezzi che oggi ricordiamo, e avemmo così la prova di quanto profonde fossero tra gli italiani le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica sui cui poter contare». Oggi, ha proseguito, «quelle riserve vanno accuratamente preservate, ravvivate, messe in campo nella situazione attuale del paese e del mondo che ci circonda». Le aree di conflitto internazionali sono «meno lontane dall'Europa di quanto magari non dica la carta geografica», e «giungono fino a noi gli echi del più cupo fondamentalismo» cui «anche il nostro paese non è immune». Il capo dello Stato inoltre ha chiesto verità e giustizia per la strage di Bologna e per quella di Ustica. Per quest'ultima oltre ad «intrecci eversivi, ci furono anche intrighi internazionali che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, ad inefficenze di apparati e di interventi deputati all'accertamento della verità».

L'APPELLO AL GOVERNO - Poi Giorgio Napolitano ha sollecitato il governo «a sciogliere i nodi che rendono ancora incerto e precario l'insieme dei diritti pur riconosciuti per legge a chi è sopravvissuto e ai familiari delle vittime del terrorismo» raccogliendo l'appello a chiarire questo punto fatto pubblicamente da Sonia Zanotti, sopravvissuta alla strage della stazione di Bologna con ferite invalidanti. La legge è stata interpretata, ha detto la Zanotti, in modo restrittivo, è difficile ottenere il trattamento pensionistico, si rischia veder sacrificati i diritti sanciti per legge. Napolitano le ha espresso solidarietà e ha detto «siamo accanto a lei come a tutti coloro le cui vite sono state spezzate da quell'inferno del 2 agosto 1980». I morti, il sangue, i lutti; ma anche la privazione improvvisa di tante competenze e professionalità messe al servizio del Paese. Napolitano sottolinea anche quest'ultimo aspetto, nel celebrare al Quirinale il Giorno della Memoria, ospitando al Salone dei Corazzieri, i famigliari di coloro che hanno perso la vita negli «anni di piombo». Il capo dello Stato ricorda «la gravità delle ferite subite dalla nostra comunità nazionale» e commenta queste gravi perdite, considerandole anche come «un impoverimento che è stato, insieme con lo sconvolgimento della vita civile e della vita politica, il prezzo pagato dall'Italia a quella deriva ideologica generazionale e a quei torbidi intrecci eversivi che espressero e alimentarono il terrorismo tra gli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo».

Redazione online
08 maggio 2010



Terrorismo, il trentennale delle stragi spacca le associazioni delle vittime (23 marzo 2010)


Bondi attacca Sabina Guzzanti: «Draquila offende la verità, non andrò a Cannes»

IL Messaggero

ROMA (7 maggio)

Il nuovo film di Sabina Guzzanti sul terremoto in Abruzzo, Draquila, continua a scatenare polemiche e critiche di esponenti del governo. Dopo l'attacco del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e del ministro del Trusimo, Michela Vittoria Brambilla, oggi è il titolare dei Beni culturali e coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, a sparare contro l'attrice e la sua pellicola, che sarà al festival del cinema di Cannes.

Bondi, si legge in un comunicato dell'ufficio stampa del ministro della Cultura, «ha declinato l'invito a partecipare al prossimo festival di Cannes, esprimendo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda, Draquila, che offende la verità e l'intero popolo italiano».

Portando Draquila a Cannes «credo che l'Italia non farà una bella figura», si era già lamentato Bertolaso.

«Dopo aver visto il film mi riservo di dare mandato all'avvocatura dello Stato per eventuali danni che potrebbe aver arrecato al nostro Paese», aveva detto Brambilla. «Sono immagini che mi indignano e mi offendono - aveva aggiunto - stiamo parlando di una tragedia per la quale questo governo tanto ha fatto ed è da esempio per i governi di tutto il mondo. È ora di finirla - aveva concluso il ministro - di gettare discredito all'immagine del Paese perché la sinistra per mesi e mesi cerca di gettare fango su questa grande Italia».

Draquila a Cannes, nonostante le critiche e il boicottaggio del ministro Bondi, avrà l'onore del tappeto rosso, anche se non sarà in competizione. Uscito venerdì nelle sale italiane, distribuito dalla Bim in 101 copie, il documentario sulla ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo avrà così al festival francese l'onore della passerella (sfilerà molto probabilmente la sola Guzzanti) il 13 maggio intorno alle 19.30.



http://www.draquila-ilfilm.it/



Scolaresca di Vicenza in visita agli Uffizi Tutti entrano gratis tranne gli stranieri

Quotidianonet

La galleria è gratis, ma non per tutti. La prof accusa: uminiati.
Scatta l'esposto per tre ragazzi serbi.
La soprintendente Acidini: "Sì, le regole non sono adatte"


FIRENZE, 8 maggio 2010

"I BIGLIETTI di ingresso al museo alla fine li ho pagati io, ma per i miei tre alunni, di nazionalità serba, è stata un’umiliazione: si sono sentiti diversi». Ha la voce che trema di rabbia Alessandra Pranovi, insegnante di Lettere alla scuola media Calderai di Vicenza, che ha accompagnato la sua classe, una terza, in gita a Firenze per tre giorni. Alla biglietteria degli Uffizi, si è trovata coinvolta asieme alla collega, in un episodio «di discriminazione razziale nei confronti di alcuni ragazzi non comunitari». «Non mi lamento certo per i 6,50 euro del ticket, è una questione di principio — tuona la professoressa Pranovi —. Ma i tre adolescenti sono stati trattati come se non fossero degni di essere chiamati studenti». I responsabili della cooperativa che gestisce il primo museo fiorentino, dopo aver controllato il foglio con la lista dei nomi degli alunni (obbligatorio per l’accesso gratuito alle sale), hanno infatti informato gli insegnanti che «sì, la scolaresca veneta poteva entrare, ma i tre studenti nati in Serbia avrebbero dovuto pagare il biglietto, e per giunta a prezzo intero, perché non comunitari».

«È una follia — incalza l’insegnante —. Per il ministero della Pubblica istruzione questi ragazzi sono studenti come gli altri, ma per la Galleria degli Uffizi e per il Polo museale fiorentino, no. Bisognerebbe ricordare a queste persone che l’integrazione avviene attraverso la scuola.

QUESTI adolescenti sono in Italia da anni, uno di loro è appassionato di storia dell’arte. Questa è l’accoglienza del nostro Paese?». Dopo l’imbarazzante episodio, terminato il tour culturale, i professori hanno presentato un esposto alla Soprintendenza per segnalare il caso di discriminazione. «Tra l’altro alle Cappelle Medicee hanno fatto passare tutti i ragazzi senza pagare: perché agli Uffizi no?», si chiede Alessandra Pranovi, lasciandosi andare a uno sfogo: «Firenze ci ha deluso, l’arte ha un prezzo salatissimo. I ragazzi torneranno a casa avendo visto ben poco: motivo? Per salire sul Duomo ci vogliono 8 euro, per il campanile di Giotto 6, per il Battistero 4». Sul fronte discriminazione, la soprintendente per il Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, fa sapere di aver già chiesto approfondimenti ai suoi uffici.

Com’è possibile che quei ragazzini abbiano dovuto pagare?
«Fermo restando che noi stiamo applicando una legge nazionale, l’episodio dei tre studenti serbi è la testimonianza di quanto, queste regole, siano inadatte».

Fortunatamente ignorate dalla maggioranza dei musei statali, ma non dagli Uffizi: soluzioni?
«Un adeguamento normativo capace di abbattere queste barriere: certi episodi non devono verificarsi. È indispensabile trovare un’armonizzazione fra norme e buon senso: se le regole non sono superate, vanno cambiate».

Spetta a lei o al ministero?
«Per bloccare le normative occorre agire a livello nazionale, mentre se si tratta di correzioni ‘comportamentali’, sarà mia premura attuarle e in tempi brevissimi, prima che il caso si ripeta».

EMANUELE BALDI e LETIZIA CINI



Napoli, presa banda di falsi carabinieri specializzata nei furti in appartamenti

Il Mattino

Tre le persone arrestate: tra di loro anche un maresciallo
Tra i colpi messi a segno la rapina a casa di un gioielliere


NAPOLI (8 maggio)

Una banda di finti carabinieri, specializzata in furti di appartamenti è stata sgominata a Napoli dagli agenti della Squadra mobile. Tre le persone arrestate, tra di loro anche un maresciallo dei carabinieri già sospeso dal servizio.


In manette un vero maresciallo. Il carabiniere in questione era stato già arrestato in una precedente operazione della polizia, nel 2008, insieme ad altre 28 persone con le quali aveva costituito un'associazione dedita a furti e rapine, ai danni di istituti di credito, realizzati con la tecnica del «buco».
I componenti della banda indossavano la divisa da carabiniere e con questo escamotage si facevano aprire la porta da cittadini che, in buona fede, li facevano entrare nelle loro ville o appartamenti. Ma una volta dentro, non esitavano a fare razzia di oggetti di valore. Tra i colpi messi a segno dai falsi carabinieri, la rapina a casa di un gioielliere.

La tecnica dei finti carabinieri. La scusa ufficiale era quella di effettuare una perquisizione. Del resto, a dirlo, era una persona che indossava la divisa di un carabiniere. Facile, dunque, convincere la vittima a consentire l'ingresso in casa. È così che agivano i falsi carabinieri arrestati oggi a Napoli: tre persone, mentre si cerca un quarto complice. Simulavano, in tutto e per tutto, un blitz delle forze dell'ordine.

Gioielliere rapinato. Hanno fatto così con un gioielliere di Napoli residente nel quartiere Arenella. Hanno bussato al suo citofono lo scorso 30 aprile alle 5.45 del mattino: «carabinieri», hanno detto. Poi, in tre si sono presentanti davanti alla suo ingresso: uno di loro era vestito da carabiniere, gli altri in borghese. Hanno esibito un foglio di carta con l'intestazione «carabinieri» e hanno detto al gioielliere che dovevano eseguire una perquisizione della sua abitazione senza spiegarne, però, il motivo. Il gioielliere, preoccupato per la moglie incinta e il figlio di quattro anni che dormivano in casa, ha fatto entrare i presunti militari senza alcuna esitazione, notando, però, che quelli in borghese avevano le mani coperte da guanti in lattice. È solo al termine della perquisizione, che la vittima si è accorta che da un comodino della camera da letto, dove aveva rovistato il presunto militare in divisa, erano spariti un orologio Rolex modello Yacht Master del valore di 5800 euro, una coppia di gemelli in oro giallo e brillanti del valore di 3000 euro, due collane in oro del valore di 4000 euro ciascuna e tre anelli in oro giallo con rubini di circa 3000 euro ognuno.

La banda agiva da anni soprattutto a Napoli. Agivano molto probabilmente da anni, mettevano a segno furti in casa ma c'è il sospetto che si siano resi artefici anche di rapine e, quindi, di uso della violenza. Secondo gli investigatori c'è tutto questo dietro l'attività della banda. Secondo quanto al momento ricostruito dalla Sezione antirapina, diretta da Massimo Sacco, della Squadra mobile, i «colpI» della banda si sarebbero concentrati a Napoli, ma anche nell'area Nord della città fino alla provincia. Agivano in maniera disinvolta, proprio come chi fa parte in tutto e per tutto delle forze dell'ordine.

Gli arrestati. Ad essere arrestato Pasquale Di Palma, colui che si travestiva da carabiniere e a casa del quale sono state trovate tre tessere contraffatte della Guardia di Finanza ruolo marescialli, la riproduzione della placca dei carabinieri e una pistola giocattolo modello 92 FS. In manette anche Leonardo Sportiello e Francesco Cangiano, quest'ultimo maresciallo dei carabinieri sospeso dal servizio e già arrestato dalla sezione antirapina il 16 aprile 2008.

>>>Napoli, finti carabinieri perquisiscono casa. Rubati Rolex e gioielli ad imprenditore



Tito: torna la nostalgia anche a Trieste

di Fausto Biloslavo

Nella ex Jugoslavia in crisi torna alla ribalta la memoria edulcorata del maresciallo. Troppi dimenticano crimini odiosi come le foibe e la repressione dell'opposizione. E Rifondazione vuole commemorarlo in un consiglio comunale


 

«Con Tito si stava meglio», afferma convinto Igor Pacpalj, uno studente di 17 anni, bustina partigiana in testa e stella rossa d'ordinanza. Il 4 maggio 1980, quando il maresciallo Josip Broz Tito lasciò questo mondo, non era ancora nato. A trent'anni dalla scomparsa del padre-padrone della Jugoslavia la Tito-nostalgia torna alla ribalta. Il giovane studente, come tanti nell'ex Jugoslavia, ha voluto commemorare, martedì scorso, la scomparsa del dittatore socialista. Trasmissioni televisive, convegni e tavole rotonde si sono svolti in tutte le sei ex Repubbliche jugoslave oggi indipendenti.
L'aspetto più incredibile è stato il pellegrinaggio a Kumrovec, il paese croato dove c’è la sua casa natia, e a Belgrado dove Tito è sepolto. I nostalgici si sono riuniti prima al museo della storia jugoslava per poi recarsi alla Casa dei fiori, un piccolo mausoleo bianco dove le spoglie del maresciallo riposano. Il sepolcro di Tito è stato visitato fino a oggi da 20 milioni di persone. Ben 73mila gli hanno portato omaggio solo nel 2009.

Per non parlare della mitica staffetta per fargli gli auguri, organizzata dai giovani pionieri del socialismo, che faceva il giro del Paese il 25 maggio, compleanno del dittatore. La tradizione della staffetta viene tenuta in vita ancora oggi, da gruppi di nostalgici bikers.
Tito si è macchiato di crimini come le foibe, dove furono trucidati migliaia di italiani. E costrinse all'esodo oltre 200mila nostri connazionali. Secondo alcuni storici ha massacrato 150mila persone del suo stesso popolo. Non solo chi aveva combattuto contro i partigiani, ma pure le loro famiglie e i monarchici anticomunisti. Fino al 1980 ha governato con il partito unico e quando scoppiavano proteste a Zagabria o in Kosovo, spediva subito i carri armati. Non a caso dieci anni dopo la morte il suo «regno» si è frantumato in una serie di guerre sanguinose.

A Belgrado sono andati a ruba i ricordini di Tito, dalle sue foto famose in divisa bianca smagliante, alla bustina con la stella rossa dei partigiani. Vanno forte anche le magliette con il faccione di Tito e le immagini del maresciallo al fianco di Winston Churchill o del presidente americano Gerald Ford.
Con l'obiettivo di cavalcare l'onda il nipote di Tito, che si chiama Josip Broz, sta raccogliendo le diecimila firme necessarie per ricostituire il Partito comunista. «La nostalgia per Tito è in continua crescita - spiega il parente del defunto leader - a causa delle difficili condizioni di vita non solo in Serbia ma anche nel resto dell'ex Federativa».
Il fondatore del movimento partigiano è stato ricordato ufficialmente da Lubiana a Skopje, da Zagabria a Sarajevo, da Belgrado a Podgorica. Non tutti, però, amano chi si è sporcato le mani con il sangue dei suoi compatrioti. I giovani del partito extraparlamentare Nova Slovenija si sono rivolti alla Corte costituzionale per cancellare il nome di Tito da vie e piazze in tutto il Paese.

Sembra assurdo, ma i nostalgici titini si annidano anche a Trieste. Nonostante l'occupazione dei partigiani del IX Corpus nel maggio 1945. Per 40 giorni sono andati a caccia di italiani da prelevare facendoli sparire per sempre. «Chiedo al Consiglio comunale di commemorare il maresciallo Tito a trent'anni dalla morte» ha scritto Iztok Furlanic, segretario provinciale di Rifondazione comunista. La proposta è stata cassata in maniera bipartisan. Categorico il no del centro destra, che ha parlato di «vergognosa e inquietante nostalgia».

Però il primo maggio, festa dei lavoratori, in piazza Unità d'Italia al centro di Trieste, si sono raccolti gli jugonostalgici con le bandiere italiane e la stella rossa in mezzo. Alcuni portavano la bustina dei partigiani titini. Francesco Clun e Andrea Sinico hanno fondato su Facebook un gruppo contro le bandiere rosse sul Carso. «Ogni anno - accusano -, con la scusa del Primo maggio, in realtà si ricorda l'occupazione di Trieste da parte dei partigiani di Tito».

www.faustobiloslavo.eu

Al Fayed vende Harrods

Corriere della Sera
I grandi magazzini di Londra alla Qatari Holgings per circa 1,5 miliardi di sterline



MILANO - Mohammed Al Fayed ha raggiunto un accordo per vendere i grandi magazzini Harrods di Londra alla Qatari Holgings per circa 1,5 miliardi di sterline. Lo riferisce l'agenzia Bloomberg, che cita Bbc e Sky Tv. L'accordo è stato firmato sabato mattina e verrà ufficializzato nelle prossime ore. Al Fayed aveva acquisito Harrods nel 1985, attraverso un'offerta da 615 milioni di sterline. I grandi magazzini di lusso, situati a Knightsbridge, nel quartiere di South Kensington, sono una meta obbligata per i milioni di turisti che visitano Londra. Con una superficie di circa 90mila metri quadri divisi in oltre 330 reparti e il motto «dallo spillo all'elefante», accolgono infatti ogni anno circa 15 milioni di clienti. Redazione online


Il computer e le analisi del dna riscrivono la vita di Tutankhamon

Corriere della Sera
La ricerca in un documentario in onda su Discovery Channel in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio

MILANO - Il mitico re Tut, il faraone Tutankhamon, non è figlio della bellissima Nefertiti, bensì della assai meno leggendaria Mummia KV35YL. Inoltre, ha avuto due figlie, nate morte dalla sorellastra Ankhesenamon, i cui feti sono stati trovati in una tomba nella Valle dei Re. E ancora: il faraone morì di una forma di malaria associata alla Malattia di Kohler, una patologia rara che distrugge il tessuto osseo, in particolare quello del piede. Sono queste alcune delle più recenti rivelazioni sulla vita e la morte di Tutankhamon, emerse dalle indagini condotte dal noto egittologo Zahi Hawass. Indagini che hanno lasciato il terreno dell’archeologia classica per abbracciare le moderne tecniche di indagini forensi, le stesse che vengono utilizzate dalle polizie scientifiche di tutto il mondo e rese celebri da serie tv tipo Csi, che prevedono l’utilizzo di computer e analisi genetiche. E proprio dai campioni del dna del faraone sono giunte molte delle risposte che la storia attendeva da secoli. Questa lunga e intesa fase di ricerca è ora un documentario che va in onda per la prima volta in Italia su Discovery Channel (canali 401 e 420 di Sky) in due puntate, sabato 8 e sabato 15 maggio.

IL DOCU-FILM - Un documentario che porta la firma di Brando Quilici (ascolta l'intervista), regista documentarista italiano, figlio del grande Folco Quilici, che ha trascorso lungo tempo al fianco di Hawass documentando minuziosamente ogni momento saliente, dall’apertura del sarcofago (Guarda il video) ai prelievi dei campioni organici per le analisi genetiche (Guarda il video). «Tutankhamon, la verità svelata», così si intitola il docu-film, è dunque una testimonianza in presa diretta di una ricerca su un personaggio che ancora oggi appassiona il mondo. Il viaggio del dr Hawass è stato ripreso passo dopo passo, dai polverosi e imprevedibili scavi sul campo all’incontaminato laboratorio del dna. La ricerca ha visto la partecipazione di un team internazionale di esperti del settore ed è stata pubblicata in dettaglio su Jama (The Journal of the American Medical Association). Non è la prima volta che Brando Quilici lavora al fianco di Zahi Hawass.

Già nella precedente produzione il documentarista italiano e lo studioso egiziano avevano collaborato nel progetto che ha portato a identificare la cosiddetta «regina perduta», Hatshesput, la più grande regina dell’antico Egitto. Nella prima parte del nuovo documentario, viene seguita la fase dell’estrazione del Dna, mai effettuata prima d’ora, sulla mummia di Tutankhamon, con la messa in moto di tutti gli studi trasversali per determinare la famiglia del «re bambino». La seconda parte è invece incentrata sulle ricerche che hanno portato a scoprire le cause della morte del faraone e su come le nuove informazioni sono in grado di dare una nuova visione sul suo regno e sulle sue gesta da leader politico, religioso e militare. Insomma, un deciso balzo in avanti da quando nel 1922 la tomba di re Tut venne scoperta nel 1922 da Howard Carter e nessuno si sarebbe mai immaginato che la scienza e l’archeologia avrebbero potuto insieme dare le risposte alle domande della storia.

Redazione online
08 maggio 2010

Pedofilia, il Papa accetta le dimissioni del vescovo Mixa

Corriere della Sera
il caso

Pedofilia, il Papa accetta le dimissioni del vescovo Mixa

Era stato da lui stesso nominato presule di Augusta nel 2005.

MILANO - Papa Benedetto XVI ha accettato le dimissioni del vescovo tedesco di Augusta, Walter Mixa, da lui stesso nominato in quel ruolo nel 2005. Sul presule, oltre ai sospetti di malversazione e maltrattamenti sui minori, pesa anche l'accusa di abusi sessuali compiuti da lui su minori, tanto che la Procura bavarese di Ingolstadt ha avviato nei giorni scorsi un'indagine preliminare nei suoi confronti.


08 maggio 2010



La disfida del Gratta e Vinci

Corriere della Sera
Colpo basso di Sisal contro Lottomatica, intervengono i giudici

Bloccata una lettera ai ricevitori. Tra due giorni si chiude la gara per la concessione

La disfida del Gratta e Vinci


MILANO — L'oro? Buono ormai per gli straccioni. Il petrolio? Acqua fresca. I diamanti? Quisquilie. Sono i tabaccai il nuovo tesoro. I tabaccai: uno scrigno attorno al quale infuria la battaglia dei padroni dei giochi miliardari. Al punto da costringere ieri il Tribunale civile di Milano a sventolare un «cartellino giallo» a carico di Sisal per «concorrenza sleale» ai danni della cordata di Lottomatica: l'inibizione a Sisal dal continuare a diffondere, nelle ricevitorie del Gratta e Vinci che fanno parte della rete vendita del Consorzio Lotterie Nazionali capeggiato appunto da Lottomatica, comunicati che prospettino la nullità dei contratti stipulati tra i tabaccai e il Consorzio.

Il Consorzio è l'attuale concessionario in esclusiva del cosiddetto Gratta e Vinci che, declinato nella miriade di Miliardario, MegaMiliardario, Batti il Banco, Il Tesoro del faraone, Colpo Vincente, Gratta Quiz, Magico Natale e Turista per Sempre ha contagiato 17 milioni di giocatori, ha raccolto nel 2009 giocate per oltre 9,2 miliardi di euro e ha fruttato allo Stato quasi 1,7 miliardi di utile erariale (il 19% del totale proveniente dai giochi). Il 31 maggio scade la concessione statale, e in vista della gara per l'assegnazione della nuova concessione, complicata da una serie di vicissitudini legislative e giudiziarie, cominciano a fronteggiarsi il Consorzio uscente e la sfidante cordata guidata da Sisal (oggi concessionario in esclusiva dell'altro gioco che fa la parte del leone, il Supernalotto), la quale proprio in queste ore sembra poter aggregare altri gruppi ma non più (come invece pareva pochi giorni fa) Mediaset. La cordata di Lottomatica contava una rete distributiva composta da 50.000 tabaccherie, bar, grande distribuzione, edicole e autogrill. Un patrimonio ancor più prezioso perché uno dei requisiti della gara è garantire almeno 10 mila distributori del gioco, che possono «sposarsi» con un solo concessionario. Per questo il Consorzio aveva già stipulato un pre-contratto con circa 30mila dei già «suoi» distributori per una conferma degli accordi reciproci nel caso di rinnovo della concessione.

Ma ecco che, nel mezzo della riapertura dei termini per la gara, il pomeriggio del 27 aprile migliaia delle ricevitorie collegate via terminale con Sisal per le giocate del Superenalotto vedono comparire sul proprio terminale un comunicato che li informa che il contratto con il Consorzio Lotterie Nazionali per il Gratta e Vinci «risulterà automaticamente cessato il prossimo 31 maggio»; e che, «prima di firmare qualsiasi contratto con altri concessionari, è fortemente consigliabile attendere la visita del responsabile di zona Sisal nei prossimi giorni», in vista dell'«imbattibile offerta che stiamo preparando per lei». Il Consorzio reagisce con un ricorso d'urgenza degli avvocati Bonelli, Mondini, Ghiretti e Parmigiani al Tribunale, interpretando queste lettere di Sisal come una mossa per «scippare» il maggior numero possibile di punti vendita. E ieri il giudice Claudio Marangoni ha in effetti ravvisato i presupposti della concorrenza sleale: «La comunicazione di Sisal appare scorretta laddove induce» i tabaccai «a ritenere nullo l'intero contratto già stipulato con il Consorzio in previsione del rilascio delle nuove concessioni, e li induce altresì indebitamente a concludere accordi con soggetti diversi (Sisal) in vigenza di accordi precedenti ancora vincolanti».

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
08 maggio 2010

Falcone e 007, mossa dell’Antimafia

Corriere della Sera
I servizi dietro l’attentato all’Addaura? Pisanu e D’Alema: verificheremo

Palermo - Anche il Copasir interviene. Il Pd: ora si cerchi la verità dopo anni di omissioni e depistaggi

Falcone e 007, mossa dell’Antimafia

PALERMO

Misteri vecchi e nuovi sul fallito attentato all’Addaura all’esame della Commissione Parlamentare antimafia e del Copasir, l’organo di controllo sui servizi segreti. Ad annunciarlo è stato il presidente dell’antimafia, Giuseppe Pisanu che allo stesso tempo ha concordato con il presidente del Copasir, D’Alema, di «valutare insieme gli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». Tutto nasce dall’anticipazione del libro del giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni sul ruolo di pezzi dello Stato dietro al fallito attentato contro il giudice Giovanni Falcone, del 21 giugno ’89. Una ricostruzione, in parte già fatta anche in altri libri, secondo la quale nei pressi della villa al mare del magistrato c’erano due differenti gruppi «uno a terra formato da mafiosi e uomini dei servizi segreti e l’altro in mare su un canotto con a bordo due sub».

Questi ultimi, che poi avrebbero evitato l’attentato, potrebbero essere gli agenti Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, successivamente uccisi. Insomma sulla scena dell’attentato c’erano due pezzi separati dello Stato: l’uno che voleva la morte di Falcone e l’altro che di fatto lo ha protetto. Uno scenario che potrebbe portare a riscrivere la storia di quegli anni dando forza all’ipotesi dei mandanti esterni dietro la stagione del terrore culminata con le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Un quadro che potrebbe farsi più chiaro se verrà identificato quel misterioso agente dei servizi, noto come «signor Franco o Carlo », che fa capolino sulla scena dei tanti misteri siciliani. Il tutto potrebbe anche avere ricadute giudiziarie.

Per l’attentato all’Addaura sono stati condannati Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia ma anche Vincenzo ed Angelo Galatolo. E alla luce delle ultime rivelazioni il legale di quest’ultimo, Giuseppe Di Peri, ha annunciato che sta valutando se chiedere la revisione del processo. «Secondo la tesi accusatoria – spiega - il mio assistito è stato incastrato da una pinna da sub la cui misura corrispondeva al suo piede. Ma da quello che leggo i cattivi sono venuti da terra e non dal mare. I sub invece erano i buoni». Sul ruolo di entità esterne alla mafia interviene anche il procuratore antimafia Pietro Grasso: «Dietro le tante stragi spesso è sembrato esserci un movente non perfettamente coincidente con quello delle organizzazioni mafiose. Ma la mia – precisa - è una valutazione ipotetica e generale.

E visto che ci sono indagini ancora in corso non posso dire nulla di più». Da più parti si chiede di far subito chiarezza, soprattutto sul ruolo dei servizi. «Sono rivelazioni che possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere – dice Walter Veltroni -, Pisanu deve dedicare la seduta di martedì all’esame urgente di questa vicenda. La Commissione Antimafia non può chiudere gli occhi e credo sia giusto che si chieda al procuratore Grasso di partecipare alla seduta». «Dopo anni di depistaggi e omissioni – aggiunge il senatore, sempre del Pd, Giuseppe Lumia - non si può più tergiversare. La verità deve venire fuori in modo chiaro e limpido. La Commissione antimafia assuma in prima persona questa missione». Sollecitazioni analoghe arrivano anche dal capogruppo al Senato del Pd Finocchiaro e dall’eurodeputato dell’Idv De Magistris.

Alfio Sciacca
08 maggio 2010

Brevetti, la Nokia fa causa a Apple

di Redazione

"Cinque violazioni per iPad e iPhone". Con l’azione legale Nokia punta a ottenere danni da Apple e a bloccare la vendita dello smartphone e della "tavoletta" che sarà lanciata a livello internazionale il 28 maggio



 

New York

La battaglia legale fra Nokia e Apple si fa più dura: la società finlandese fa causa a Cupertino in Winsconsin, con l’accusa di aver violato cinque brevetti per la realizzazione dell’iPhone e dell’iPad. Con l’azione legale Nokia punta a ottenere danni da Apple e a bloccare la vendita sia dello smartphone sia della tavoletta magica che, dopo il successo incontrato negli Stati Uniti, sarà lanciata a livello internazionale il prossimo 28 maggio. A partire da lunedì 10 maggio sarà possibile pre-ordinare online l’iPad in nove paesi, ovvero Australia, Canada, Giappone, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svizzera e Regno Unito.

La nuova causa presentata da Nokia potrebbe risolversi - spiega Mark Durrant, portavoce della società finlandese, in un’intervista all’agenzia Bloomberg - nei prossimi 12-18 mesi. I brevetti che Apple avrebbe infranto, almeno secondo Nokia, sono legati alle tecnologie per velocizzare la trasmissione dei dati e della voce e consentono - precisa Nokia - la realizzazione di apparecchiature più piccole e compatte. «Nokia è leader nello sviluppo di molte tecnologie per gli apparecchi mobili. Abbiamo intrapreso questa azione per tutelare i risultati ottenuti e per mettere fine a un uso delle innovazioni di Nokia in modo contrario alla legge». Lo scorso dicembre Nokia ha chiesto all’International Trade Commission americana di aprire un indagine su Apple per violazione di sette dei suoi brevetti.

L’iniziativa faceva seguito a uno scontro legale già in corso da diversi mesi. In ottobre, infatti, Nokia ha fatto causa alla Apple, avviando un’azione legale nei suoi confronti presso il tribunale dello Stato del Delaware: nelle carte depositate in tribunale, il primo produttore al mondo di telefonini aveva spiegato come, a suo avviso, Apple utilizzasse alcune delle sue tecnologie fondamentali per rendere compatibili i cellulari con uno o più standard sull’iPhone a partire dalla sua introduzione sul mercato nel 2007. Nokia ha quindi accusato «l’iPhone della Apple di violare i brevetti Nokia sugli standard Gsm, Umts e Lan senza fili», cioè le tecnologie più utilizzate nella telefonia mobile. Lo scorso 11 dicembre Apple aveva replicato alle accuse di Nokia avviando a sua volta una causa nei confronti di Nokia per presunta violazione di 13 brevetti.

La società di Cupertino ha puntato il dito contro Nokia per «aver copiato l’iPhone», soprattutto la sua interfaccia, nel tentativo di riguadagnare terreno nel mercato degli smartphone. «Le altre compagnie - aveva spiegato il legale dell’azienda Bruce Sewell - dovrebbero competere con noi inventando le loro tecnologie, non rubando le nostre».



Per l’Idv una mamma non può fare l’assessore

di Valeria Braghieri

Bufera sul partito dopo che la Mura, braccio destro di Di Pietro, ha sostituito con un uomo Maura Pozzati, la responsabile alla Cultura in giunta provinciale a Bologna: "Non ha più tempo per le deleghe". Ecco le pari opportunità secondo i seguaci di Tonino. L'esclusa protesta: "Metodi da vecchio Pci"



 
Quando, l’anno scorso, quell’invasata di Dior dell’ex ministro della Giustizia francese, Rachida Dati, era tornata a lavorare dopo cinque giorni dal suo misterioso parto (cioè, il parto non aveva niente di misterioso, era la paternità della bambina a essere misteriosa), l’opinione pubblica si era scandalizzata. Quando la signora del calcio italiano, Ilaria D’Amico, un mesetto fa, ha rilasciato un’intervista in cui spiegava che era costretta a rientrare dopo un solo mese dalla nascita della sua creatura (cioè, veramente lei aveva usato il termine creatura per parlare del suo programma Exit), per non perdere il lavoro, apriti cielo. E quando, dieci giorni dopo aver dato alla luce Emma Wanda, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha ripreso il suo posto spiegando «il congedo per maternità è un privilegio», anche lì la gente non l’ha presa bene.

’Ste Stachanov in gonnella che pensano che i figli si svezzino licenziando la balia... Le solite valchirie ingorde che non hanno ancora finito di bisticciare coi ruoli, una pletora di signore in montata di testosterone... Robe gentili così, hanno pensato in molti. Poi viene fuori che a Bologna, nel partito di Antonio Di Pietro, un’assessora è stata fatta fuori perché «non avrebbe avuto il tempo di seguire tutte le deleghe, è anche mamma...». La taglia-madre è donna pure lei, si chiama Silvana Mura ed è il braccio destro dell’ex magistrato in quella Provincia. Il partito si chiama Italia dei Valori ma bisognerebbe intendersi sui valori.

Sfoderando uno dei soliti termini dalla sua scarna cornucopia lessicale, Di Pietro, fiondatosi a Bologna nel tentativo di gestire la situazione, si è giustificato dall’accusa di maschilismo con un «che c’azzecca?». E le proteste, ovviamente, non si sono placate. Oltretutto la scaricata Maura Pozzati (al suo posto hanno messo il coordinatore del partito, Giuseppe De Biasi) ha risposto pubblicamente alla Mura: «Ero mamma anche quando ho dato il mio curriculum per entrare in giunta, si rischia di far passare il messaggio che essere mamma sia un disvalore. È stata una violenza, un metodo che non veniva usato nemmeno nel vecchio Pci. Hanno deciso di segarmi». A far problema, in effetti, è quell’eccesso di motivazione, quella frasetta aggiunta dopo «le deleghe» che la Mura si è accidentalmente lasciata sfuggire nell’entusiasmo della sostituzione di poltrone, nell’euforia da potere.

Che la mannaia sia stata abbattuta proprio dalla mano di una donna, in realtà, non stupisce più di tanto: a credere nella solidarietà femminile sono rimaste Candy Candy, Carly Simon ed Erica Jong. Stupisce piuttosto che ci sia ancora qualcuno che si lasci beccare in flagranza di discriminazione. Come se le donne, le mamme, non fossero discriminate anche quando il posto lo mantengono. Almeno fate il gesto di lasciarglielo, questo lavoro. Tanto per non prestare il fianco a fastidiose schegge legali, tanto per far finta di tener conto delle quote rosa (termine insopportabile che mette le donne alla stregua dei panda), tanto per non dar ragione alle Dati, alle D’Amico e alle Gelmini che si rialzano dal lettino dell’ostetrica e corrono dove la loro presenza è più richiesta.

Tanto per non rendere così palese il fatto che quando una diventa madre moltiplica in un solo istante le incombenze della sua vita, dimezza, in un solo istante il tempo a sua disposizione, ribalta, in un solo istante la terra che ha calpestato fino a quel giorno. Tanto per non rendere così palese il fatto che anche quando una torna alla sua bella scrivania (che ha recintato di filo spinato e disseminato di allarmi sonori prima di allontanarsi un attimo per partorire) ci torna sovraccarica, dimezzata e sfilacciata.

Fatele partorire, le donne, a stravolgersi provvederanno da sole. A produrre il doppio per colmare il gap (l’assenza, i chili da farsi perdonare, l’essere rimaste fuori dal giro, la depressione, la testa altrove) ci penseranno loro.

O almeno lasciate che le Dati, le D’Amico, le Gelmini, si mantengano in sella come possono, si difendano come possono, si tengano il posto come possono. Potrebbe sempre esserci una Mura, né femminista né femmina, ad attendere chiunque di noi con la mannaia in mano il giorno in cui, sistemato il neonato, ci apprestassimo a togliere il filo spinato per riaccomodarci alla nostra scrivania. Intanto è successo a Bologna. L’Italia di Di Pietro, coi valori, che c’azzecca?



Caso Calvi, il processo finisce in farsa: dopo 28 anni tutti assolti

di Redazione

Roma

Ventotto anni dopo. Non è l’ennesimo sequel della saga di zombie londinesi inaugurata dal regista inglese Danny Boyle con «28 giorni dopo» e proseguita con «28 settimane dopo», ma qualche elemento in comune con quelle pellicole, l’assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte del banchiere Roberto Calvi ce l’ha: la capitale britannica a fare da sfondo, il Tamigi. Solo che più che un sequel è una farsa: nel caso di Calvi, l’unico zombie è la verità sulla sua scomparsa.

La sua morte, insomma, non ha colpevoli: assolti, come era accaduto in primo grado tre anni fa, l’imprenditore Flavio Carboni, il «cassiere della mafia», Pippo Calò e l’ex esponente della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi.
Il presidente del Banco Ambrosiano venne trovato impiccato alle strutture in ferro del Blackfriars bridge la mattina del 18 giugno 1982. Era arrivato a Londra 3 giorni prima. Sembrò un suicidio, ma solo per poco. Le autorità britanniche lasciarono il verdetto aperto. D’altra parte, molte cose non tornavano: Calvi aveva con sé diecimila dollari in contanti e un passaporto falso, alcuni mattoni erano infilati nell’abito per «appesantirlo», il livello del Tamigi quella notte era talmente alto che all’ora della morte del banchiere l’acqua gli sarebbe arrivata al petto, il luogo in cui era legata la corda era complicato da raggiungere.

Le perizie si moltiplicarono. Una sentenza civile, 22 anni fa, stabilì che Calvi era stato ucciso. La modalità della morte stabilita per via giudiziaria era solo il primo passo. Il successivo, anni dopo, fu il via all’indagine della procura di Roma. Calò e Carboni vennero arrestati nel ’97. Ipotesi di reato, omicidio volontario premeditato. Calvi sarebbe stato ucciso perché avrebbe malgestito i soldi della mafia, e per impedirgli di parlare. Nel 2005 si arriva al processo. Alla sbarra finiscono l’ex contrabbandiere Silvano Vittor, che aiutò Calvi nella fuga dall’Italia, e che gli inquirenti ipotizzavano essere l’esecutore materiale dell’omicidio, l’ex fidanzata di Carboni Manuela Keinszig e poi Carboni, Calò e Diotallevi.

I pubblici ministeri chiedono l’assoluzione per la donna e l’ergastolo per gli altri. Ma gli indizi non convincono la seconda Corte d’assisse di Roma, che manda tutti assolti. La procura di Roma ricorre in appello contro la sentenza per Carboni, Calò e Diotallevi. Ma la sostanza non cambia. E ieri la prima Corte d’assiste d’appello conferma la sentenza di primo grado. Tutti assolti. «Questa pronuncia uccide due volte Calvi», sospira il pg Luca Tescaroli, già pm nel processo di primo grado: «Aspettiamo le motivazioni, valuteremo se ricorrere in Cassazione». Prevedibilmente soddisfatte le difese degli imputati. E i legali di Carboni «molto contenti» per la fine della «perquisizione giudiziaria» nei confronti del loro assistito, commentano: «Fa un certo effetto essere assolti da un suicidio».

Così Bertolaso ha smontato l’ultima trappola

di Emanuela Fontana

Roma

Si siede sistemando veloce un computer e una pila di carte sul tavolo. Indossa la felpa blu della Protezione civile. La divisa del tecnico e non l’abito del politico. La sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi è tutta per lui. Guido Bertolaso mostra slide, diapositive luminose proiettate su uno schermo. Legge le intercettazioni telefoniche, anche quelle che lo riguardano. Divide il suo discorso «in quattro parti, come una partita di hockey». Un’ora e mezzo di partita, il suo match. La sua difesa davanti ai giornalisti.

Anno 2008: gli elenchi delle spese evitate alla Maddalena quando si preparava il G8. 2009: la lista di tutti i massaggi a cui si è sottoposto al salaria Sport Village di Roma; l’sms testuale che la massaggiatrice Monica gli inviò un anno e mezzo fa: «Mi scusi se la disturbo...». Il lei, e non il tu. «Niente baci».
Parla dei preservativi che non sarebbero mai stati utilizzati nella cabina della fisioterapia. Dice che chi ti identifica come uomo potente a volte «ti vuole compiacere».

Magari offrendoti prestazioni sessuali. Ma basta «non abboccare all’amo, e io non ho abboccato». Cita Bill Clinton e la lettera che l’ex presidente Usa gli ha inviato proprio in mattinata, ironizzando sul fatto che tutti e due hanno avuto «problemi», seppur diversi, «con una Monica» (la Lewinsky per Clinton, la fisioterapista per lui). Non accusa Angelo Balducci, ex provveditore alle opere pubbliche, e l’imprenditore Diego Anemone, i due protagonisti dell’inchiesta che sta facendo tremare i palazzi della Capitale. Di Balducci anzi dice: «Con me era un gentiluomo».

Non accusa nessuno, in fondo, Bertolaso. Ma difende se stesso. «Pensavo di potervi incontrare dopo l’archiviazione della mia posizione», ammette. Invece Bertolaso è ancora indagato per corruzione a Perugia e l’inchiesta avanza, nuove carte sono in circolazione. Tra pochi giorni Anemone uscirà dal carcere. Finora non ha mai parlato e potrebbe farlo adesso.
Qualunque sia la ragione, il capo della Protezione civile e sottosegretario ha deciso di giocare d’anticipo. È la mossa che consente il punto in qualsiasi sport di contatto fisico: quando vedi partire il colpo, tira il pugno più veloce. E allora ecco la sua verità. Per «difendere me, la mia famiglia, la Protezione civile, e questa maglietta». Il tempo «dirà chi avrà ragione».

Non parole vaghe, ma documenti, lettere riservate: «Ho chiesto stamattina a Silvio Berlusconi di poter fare questa conferenza stampa». Le «sue carte» sono scoperte: da ieri sera sono tutte consultabili sul sito della Protezione civile. Il Dipartimento sta valutando di costituirsi «parte civile» contro Anemone e Balducci. «Ho fiducia nei magistrati», dice Bertolaso. «Soprattutto in quelli di Perugia». Sottolinea però un’anomalia: nelle carte dell’inchiesta mancherebbero alcune intercettazioni, quelle delle sue telefonate dirette: in un dialogo agli atti del 31 dicembre del 2009, Balducci «dice ad Anemone che io avrei parlato di Anemone come del “nostro capo”. Ma io non ho mai detto questa frase. Avevo chiamato Balducci quello stesso giorno. Ma quell’intercettazione, guarda caso, non c’è». Manca la telefonata di controprova. Domanda di un giornalista di Repubblica: «Ha mai mentito agli italiani?». Risposta istantanea: «No, io non ho mai mentito agli italiani».

Anno 2006: Bertolaso legge il numero dell’assegno con cui, il 29 settembre, saldò con un'impresa di Anemone alcune piccole ristrutturazioni alla sua abitazione. Mostra anche la fattura con cui il centro di Settebagni pagò sua moglie, architetto di giardini, all’inizio del 2007: 7mila euro «regolarmente denunciati» Questa conoscenza con la famiglia d’imprenditori parte «nel ’99», prima il padre, poi il figlio, Diego, con cui «ho avuto rapporti come con altri imprenditori, trasparenti, che in nessun modo avrebbero potuto rendermi ricattabile». «Da Anemone non ho mai preso soldi, anzi, glieli ho dati»
Estate del 2008: l’assegnazione dei lavori alla Maddalena agli Anemone, oltre che ad altre aziende, fu decisa non da Bertolaso, ma dal «soggetto attuatore» (Angelo Balducci). Una gara regolare secondo la stessa «commissione europea». Ottobre: Bertolaso si rende conto che i costi nel cantiere del G8 stanno raddoppiando. Per questo chiama come nuovo commissario l’ingegnere Gian Michele Calvi, che riesce a riportare il budget a 380 milioni.

Poi il terremoto: L’Aquila, 6 aprile 2009. Sfumata la torta della Maddalena, Anemone voleva certamente «avere un ruolo» anche lì: «È venuto varie volte a trovarmi», ma senza successo. Sabina Guzzanti e il suo Draquila?, gli chiedono. L’ha visto al cinema? «No, ma sono felice di vivere in un Paese democratico - dice, e sorride -. Amo la libertà di stampa. È giusto che ognuno possa dire quello che vuole. Questo è quello che avevo da dire io oggi».

La grande truffa siciliana dell’eolico senza vento

Corriere della sera

Intascati gli incentivi verdi, nella valle di Mazara tutte le pale ora sono ferme. Chi gira a mille è Sgarbi: dal museo sulla mafia alla mostra «W Garibaldo»



Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Non ce n'è una, nella selva di immense pale eoliche stagliate nel cielo della stupenda valle di Mazara, che accenni a muoversi sotto un refolo di vento. Non una. Don Chisciotte, che nel romanzo di Cervantes si scaglia lancia in resta ammonendo i mulini «potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l'avete pur da pagare », non correrebbe alcun rischio, qui, di finire rovesciato a gambe all'aria. «Mai: non si muovono mai», maledice Vittorio Sgarbi, che il bidone dell'eolico in Sicilia lo ha denunciato da un pezzo, «Peggio: se anche si muovessero e producessero energia, quelli di Terna, che gestiscono la rete, hanno detto che non sarebbero in grado di prenderla e redistribuirla ». Eppure, per tirar su questi bestioni giganteschi, hanno sventrato i fianchi delle colline, devastato i crinali, annientato ettari ed ettari di vigne in tutta la valle, tutto il Belice, tutta la Sicilia. Anche a ridosso di aree di pregio altissimo dove aziende modello come Donnafugata, Pellegrino o Tasca d’Almerita tentano tra mille difficoltà di tenere alto con prodotti di eccellenza l’onore dell’isola.

Uno sconcio. Sia chiaro: quella dell’eolico è una fonte di energia alternativa che un Paese che dipende in modo eccessivo dall'estero non può trascurare. Ma c'è modo e modo. Luogo e luogo. Vento e vento. E la storia del boom di questi ultimissimi anni dice che l'ultimo dei problemi che si sono posti molti investitori è quello di produrre sul serio energia nel modo giusto, nel posto giusto, col vento giusto. Lo dimostra una tabella di Terna sull'attività degli impianti in Europa: le pale girano mediamente per 1880 ore in Danimarca, 1960 in Belgio, 2000 in Svizzera, 2046 in Spagna, 2067 in Olanda, 2082 in Grecia, 2233 in Portogallo. Sapete quante ore, da noi? Solo 1466. E la media siciliana, spiegano gli esperti, è ancora più bassa. E allora come mai Terna ha domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a 88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo italiano, che è di 56.000 megawatt? L’Anev, che riunisce i produttori di energia eolica, stima che al massimo la produzione nel 2020 potrà raggiungere nel nostro paese 16.000 megawatt. Dieci anni prima già ci sono domande per 5 volte quel totale. Altra domanda: come è possibile che la potenza installata in Sicilia sia di 1.140 megawatt, cioè più di un quarto del totale italiano? Che senso c’è a installare pale a vento dove non c’è vento?

Il segreto è negli incentivi elevatissimi per le energie rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Dice un rapporto dell’Autorità dell’energia che nel 2009 il costo totale per la spinta alle fonti rinnovabili, come l’eolico e il fotovoltaico, avrebbe superato i 2 miliardi di euro, per salire di questo passo a 3 miliardi quest’anno, 5 nel 2015 e 7 nel 2020. Chi paga? Semplice: gli utenti, sulle bollette. Che già sono le più care d’Europa a causa della scelta scellerata di dipendere dal petrolio e dal gas, e diventano ancora più care, paradossalmente, via via che aumenta la componente delle fonti rinnovabili. Introdotti nel ‘99 dal governo di centrosinistra con la durata di otto anni, gli incentivi sono stati poi portati a 12 e quindi, con l’ultima finanziaria Prodi, addirittura a 15. Il che significa che chi tira su una pala non solo becca un incentivo, ma lo becca per tre lustri dal momento in cui comincia a girare. Se gira. Il meccanismo è un po’ complesso. Si basa sui cosiddetti certificati verdi, dei veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Spiegare la cosa nei dettagli porterebbe via ore. Basti sapere che mediamente questi certificati verdi cui hanno diritto i produttori valgono 80 euro a megavattora. Ai quali vanno aggiunti i soldi che lo stesso produttore incassa per l’energia venduta al sistema e immessa in rete. Una somma che varia fra 60 e 70 euro a megavattora nella media italiana ma che in Sicilia sale fino a 90-100 euro. Risultato finale: fatti tutti i conti, l’installazione e la manutenzione d’una pala media costa un milione in Danimarca (lo stato europeo che più ha investito sull’eolico) e può arrivare a costare in Sicilia, in 15 anni di vita, il quadruplo: quattro milioni.

C’è poi da stupirsi se la corsa all’energia del vento, anche quando appare insensata, continua? Anche là dove i cavi di Terna non sono in grado di sopportare il carico elettrico, come spesso accade lungo la dorsale appenninica meridionale, con punte di crisi paradossali in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia? Direte: niente energia fornita, niente soldi. Macché: i produttori hanno comunque diritto al saldo per l’energia che «avrebbero prodotto se…» E anche questo si scarica sulle bollette. Quanto ci costa? Boh… I certificati verdi non sono disaggregabili per tipologia di fonte d’energia. Ma le cifre contenute a gennaio nella segnalazione dell’Authority al governo lasciano basiti: nel 2008 abbiamo sborsato 1.230 milioni di euro. Per la metà (630 milioni) a causa «dell’eccesso di offerta». Testuale. Va da sé che i primi ad accorgersi dell’affarone, insieme ad alcuni imprenditori seri, sono stati certi affaristi, spesso legati alla mafia, con pochissimi scrupoli. Men che meno quello di devastare il paesaggio. Anche quando si tratta di terre incantate, punteggiate qua e là da antichi bagli di pietra tra vigne dal fascino struggente, come la Val di Mazara.

Che il grande storico dell'arte Cesare Brandi definì «la più bella strada del mondo». E che Giuseppe Garibaldi risalì 160 anni fa da Marsala per arrivare a Salemi, l’antica Alicia. Dove, dal Palazzo che si affacciava sulla splendida piazza del Municipio oggi ribattezzata piazza della Dittatura, davanti a una folla festante che occupava tutta la non meno splendida scalinata che scende verso l'uscita del paese, tuonò: «Siciliani! Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque!» Ciò detto, come molti siciliani ricordano con orgoglio, proclamò provvisoriamente Salemi prima capitale dell'Italia unita. Precisazione indispensabile: molti sono orgogliosi, non tutti. Anzi. Fu lo stesso Raffaele Lombardo, un paio di anni fa, a parlare a nome di altri siciliani convinti che l'Eroe dei due mondi sia stato per l'isola una specie di peste bubbonica. Al punto che Vittorio Sgarbi, paracadutatosi da Ferrara come sindaco per una specie di scommessa futurista, sbottò: «Non vorrei che per un pregiudizio ideologico nei confronti di Garibaldi si perdesse qualche milione di euro. Perché, sia chiaro, è questo il rischio che la Sicilia sta correndo. E forse è già troppo tardi». Esatto: per le grandi iniziative era già troppo tardi davvero. Così, visto che i soldi non c'erano, il pirotecnico critico d'arte si è arrangiato come poteva.

Le pale eoliche sono irrimediabilmente ferme? Vittorio gira a mille. Organizza mostre d'arte, convoca architetti, insulta sconosciuti al cellula re, ammaestra muratori, sfiducia assessori, pubblica libri, restaura palazzi, nomina consulenti, litiga con Oliviero Toscani, fa la pace con Oliviero Toscani, abbraccia Oliviero Toscani, scopre artisti sconosciuti, scegli piastrelle per il restauro del municipio, tampina una mora dai vistosi davanzali, prende per i fondelli i mafiosi, sbuffa con gli antimafiosi «che sono peggio dei mafiosi », rastrella volontari da tutta Europa disposti a partecipare «all'unico sforzo davvero utopista in corso in Italia», manda a spasso chi lo fa arrabbiare, sale scalini, scende scalini, si arrampica sui bastioni dell'antica rocca, declama versi davanti ai ruderi della Matrice lasciata appositamente scoperchiata dal progetto del portoghese Alvaro Siza, rimorchia qualche biondona di passaggio, fa spostare un paio di quadri, esalta le varie fasi del pittore Fausto Pirandello, maltratta un po' di collaboratori troppo lenti… Un tornado.

Infaticabile, incontenibile, irrefrenabile. Attaccassero a lui i cavi elettrici invece che alle pale, accenderebbe i fari di uno stadio. Arrivò quaggiù nella primavera del 2008, invelenito come solo lui sa essere contro il sindaco Letizia Moratti che lo aveva fatto fuori come assessore alla cultura di Milano, deciso a dimostrare che tutti quelli che lo giudicavano un genialoide troppo collerico donnaiolo e dispersivo per combinare qualcosa di buono non capivano un fico secco. Candidato per sfizio dall'incandidabile signorotto politico locale, Pino Giammarinaro («Giamburattinaro», lo chiama Toscani) alle prese con qualche grana giudiziaria, fu incredibilmente eletto. Da quel momento, la bellissima e sventurata Salemi è il suo «giocattolo». Il luogo dove vuole dimostrare, sia pure in scala ridotta, cosa potrebbe fare se avesse lui per le mani il patrimonio artistico italiano. Cosa che il Cavaliere («Il berlusconismo cominciò a finire il 20 giugno 2002, quando fui cacciato dal governo») si è ben guardato dal fare.

Da quel momento, ne ha fatte di tutti i colori. Per cominciare, «assunse» (gratis, si capisce) come «assessore alla creatività» Oliviero Toscani, il quale radunò mezzo migliaio di ragazzi per selezionarne una cinquantina da coinvolgere (gratis) nel «Progetto terremoto», una fucina di idee come non se ne vedevano dai tempi in cui nel cielo del paese, nel 1911, con la gente a bocca aperta per la meraviglia, si levò una mongolfiera destinata però, di lì a poco, a sgonfiarsi e ad afflosciarsi sui tetti. Episodio documentato da un’immagine in bianco e nero nel libro fotografico «Ritratto di paese/Salemi da Cicerone a Sgarbi». Libro che il nostro apprezza assai. Soprattutto per l'accostamento con il retore, che in questo caso non ritiene riduttivo. Fare un elenco di tutte le iniziative varate a Salemi in questi due anni sarebbe troppo lungo.

Mostre, concerti, presentazione di libri, conferenze... Di tutto. Dalla piscina riempita di vino per la kermesse eno-gastronomica «Benedivino» alla nomina dell’artista Graziano Cecchini quale «assessore al nulla». Dalla delega al grande chef Fulvio Pierangelini come «assessore alle mani in pasta » all'arruolamento come bibliotecario di Philippe Daverio, critico d' arte già assessore alla cultura di Milano. C'è chi dirà: «uffa, le solite sgarbate ». Errore. Non si tratta solo di fuochi d'artificio. Basti ricordare un po’ di cose che resteranno patrimonio della cittadina anche «dopo». Come l’accelerazione dei restauri della Rocca e del palazzo municipale. O lo stop imposto alla demolizione di palazzi di grande valore storico. O il progetto di recuperare un antico e straordinario baglio. O la battaglia, appunto, contro l'installazione di nuove pale eoliche. Battaglia che avrebbe procurato al sindaco una delle sorprese più brutte: il ritrovamento d’una testa mozza di maiale con un biglietto per Sgarbi contenente l'invito ad «andare via dal paese, per non fare la stessa fine».

Lui, fedele al personaggio, fa spallucce: «Con Oliviero siamo riusciti a portare gratis a Salemi strappandola a New York (dico: a Salemi!) la collezione “Kim’s video”, donataci da Yongman Kim, un ricco americano di origine coreana che aveva messi insieme 55.000 pellicole, cassette, dvd: la più straordinaria raccolta del cinema indipendente che esista». Per non dire del progetto «una casa a un euro»: «Mi hanno fatto diventare pazzo, coi problemi burocratici, ma finalmente ci siamo. Possiamo cominciare a distribuire le abitazioni acquisite dal comune dopo che tanti terremotati hanno preferito prendere i soldi per la ricostruzione e andarsi a rifare la casa, nuova, ai piedi del paese. I patti sono chiari: un euro e la casa va (ce ne sono di bellissime) a chi si impegna a ripararla entro due anni con criteri rispettosi ». Mille case, giura, diecimila richieste: da Massimo Moratti a Bill Gates. Per l'arrivo di Giorgio Napolitano, martedì prossimo, il cuore del paese è tutto un cantiere. Il presidente della Repubblica, oltre a un intervento del giurista Michele Ainis sul valore della costituzione, troverà tra il Castello normanno e il collegio dei Gesuiti una serie di mostre. Dal nuovo museo del Risorgimento ai «Paesaggi d’Italia» in collaborazione con il FAI, da «La Sicilia, il suo cuore» (ritratti d’autore di Leonardo Sciascia) all’esposizione «W Garibaldo».

Su tutto, però, svetta un museo che la Sicilia e l’Italia intera non hanno mai avuto e che non piacerà non solo ai mammasantissima ma neppure, viste le ultime battute su «Gomorra», a Silvio Berlusconi: il Museo della mafia. L'hanno voluto Sgarbi e Toscani (che ha disegnato il logo: una macchia di sangue a forma di Sicilia), l’hanno costruito Nicolas Ballario, Elisabetta Rizzuto e i ragazzi della «gruppo terremoto», l’ha ideato nella struttura Cesare Inzerillo, un giovane artista palermitano. Niente coppole, lupare, oggetti simbolici che poi ammuffiscono sotto la polvere. Ma un percorso multimediale. Nere le pareti, neri i pavimenti, nera l'atmosfera. Dentro, dieci cabine elettorali ognuna delle quali «arredata» per un tema: la violenza, la Chiesa, la famiglia, il potere, il carcere, l'informazione, la sanità... Pochi mezzi, pochi soldi (63.000 euro in totale, tutto compreso: un terzo di quello che costerà la «La Regata dei Mille» della vicina Marsala, che ha tappezzato i muri di manifesti accorgendosi troppo tardi che il lungomare era quello di Trapani!) ma in compenso tante idee. Sviluppate soprattutto attraverso i video.

Intriganti. Affascinanti. Agghiaccianti. Da non perdere la strepitosa ricostruzione della storia della mafia attraverso le prime pagine dell'ultimo secolo, dall'uccisione di Petrosino all’arrivo del prefetto Mori, dal delitto Notarbartolo al sacco di Palermo, dalla morte di Salvatore Giuliano alla strage di Capaci. Undici sale complessive ricche di storia, dolore, orrore. Come quella dedicata a «Palermo felicissima » dove, dopo un amaro raffronto tra quella che era la bella città d’un tempo e la devastazione palazzinara, Inzerillo ha riprodotto un vero e proprio abuso edilizio, che culmina nella mummia di un morto ammazzato dalla mafia e cementata in un pilone. Non farà buona pubblicità all'Italia? Può darsi. Ma la mafia, al di là delle chiacchiere, si sfida anche così. A proposito: perché Garibaldi quella volta scelse Salemi? Lo ha spiegato ieri mattina, su Repubblica di Palermo, Lino Buscemi: perché la cittadina, dopo essere stata per secoli un esempio di convivenza con le sue comunità cristiana, islamica e ebraica, era piena anche di massoni e la massoneria...
Ma ne parleremo nella prossima puntata.

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
08 maggio 2010

Giro del mondo

Corriere della Sera

Parte da Amsterdam con una crono la corsa rosa

Indurain: «Com’è cambiato il ciclismo
Ma la sua immagine va ricostruita»



AMSTERDAM — Il Giro del Mondo prende il largo, spinto dal vento di una città di 750 mila abitanti, provenienti da 174 Paesi diversi. Ha una madrina olandese, Yolanthe Cabau van Kasbergen, modella e presentatrice, fidanzata dell’interista Wesley Sneijder. Ha un favorito australiano (Cadel Evans) cresciuto a fianco degli aborigeni. Ha dei pretendenti, per la prima maglia rosa che arriverà dopo 8.4 km a cronometro, che vanno dal Kazakistan agli Usa, dalla Gran Bretagna a Bergamo alta. Nelle ultime due edizioni, la prima e l’ultima rosa sono state raccolte da americani, inglesi, spagnoli e russi e invertire la tendenza non sarà facile. Miguel Indurain, grande di Pamplona, è l’ultimo corridore ad aver conquistato due Giri consecutivi (1992 e 1993). Un primato che rimarrà, considerata l’assenza di Menchov, vincitore nel 2009.

Indurain, cosa pensa del Giro che comincia oggi?
«È una corsa dura, dall’inizio alla fine. Ma nell’ultima settimana ancora di più».
Qual è la salita simbolo?
«Parlo da appassionato, perché come corridore la amavo fino a un certo punto: il Mortirolo. Un classico che nobilita da solo una corsa intera».
Conosce lo Zoncolan?

«No, ma con le sue pendenze mi sembra troppo impegnativo. Capisco l’esigenza di spettacolo, ma il Mortirolo, il Gavia e Plan de Corones mi sembravano già sufficienti».
Cosa ricorda con più affetto della corsa italiana?
«Un po’ tutto. La passione dei tifosi, l’arrivo a Milano... Un bell’ambiente, più rilassato che al Tour».
Lei è stato l’ultimo a fare la doppietta consecutiva. Che significa questo?
«Che il ciclismo è cambiato e vincere un grande Giro è molto difficile. Ma ripetersi l’anno dopo lo è ancora di più. Poi è variato anche il calendario e concentrarsi solo su maggio, giugno e luglio non è più possibile ».
Quanto profonda è la crisi italiana secondo lei?
«Quello che manca è un uomo adatto alle grandi corse a tappe. Basso è rientrato bene l’anno scorso e credo che farà ancora meglio ».
Poche crono e tantissima salita. Chi è il favorito?
«Adesso Evans è quello più in palla. Ha l’esperienza del Tour alle spalle e ha un grande morale, grazie anche alla maglia di campione mondiale. Non gli manca niente per farcela»
Basso dice che adesso è sotto condizione ma punta a crescere molto. È un rischio o una buona strategia?
«In una corsa così si può tranquillamente entrare in forma col passare dei giorni. Basta affrontarla con la mentalità giusta. Ma sulla carta vedo più vantaggi che rischi ».
Anche Sastre finora ha corso pochissimo. A 35 anni può vincere anche il Giro dopo il Tour 2008?
«Sì, perché c’è poca cronometro e lui si esprime sempre meglio nell'ultima settimana».
Vinokourov è troppo pesante per le pendenze dolomitiche?
«Ha vinto la Liegi, ma il Giro è un’altra cosa. Credo che gli manchi il ritmo dopo lo squalifica. Però può dare spettacolo e fare molti danni: sarà un fattore importante».
C’è spazio per delle sorprese?
«Le sorprese ci sono sempre. Da Cunego a Gerdemann, da Wiggins a Nibali, fino a Scarponi e Uran: la partecipazione è molto buona».
Lei è stato l’idolo giovanile di Basso e Evans, che ne pensa?
«È bello e mi onora. Basso è più alto e potente, mi somiglia di più. Evans ha un altro stile».
Anche per Fernando Alonso lei è stato un vero mito.
«So che va spesso in bici per tenersi in forma, anche con corridori professionisti. È importante appassionarsi ad altri sport: questo rende un campione più completo e popolare».
I campioni hanno anche delle responsabilità. Come possono cambiare le cose perché il ciclismo torni ad essere amato come una volta?
«La responsabilità è anche dei dirigenti. Tutti devono contribuire a migliorare la situazione. Il tifoso vuole godersi lo spettacolo, senza mille problemi come adesso».
Gianni Bugno è il nuovo capo del sindacato mondiale dei corridori. Cosa gli vuol dire? «Lui è stato un grande ciclista ed è un’ottima persona. Ha una missione difficile, perché i ciclisti sono molto individualisti: solo una vera unità può portare a risolvere le questioni».
Vuelta, Giro e Tour nell’ordine hanno fissato la loro partenza dall’Olanda. È singolare, non le pare?
«Questo è sempre stato un paese innamorato della bici. E queste corse non sono più solo italiane, spagnole o francesi, ma eventi mondiali che tanti altri Paesi vorrebbero ospitare. Lo spirito internazionale del ciclismo è una grande ricchezza».

Paolo Tomaselli
08 maggio 2010