lunedì 10 maggio 2010

Il porto dove passa la Storia (e un’autostrada contestata)

Corriere della Sera > Cultura



Prima i celti, poi le chiatte di Garibaldi, infine le bombe del 1944. E oggi la rissa sul porto turistico e sul via libera all’arteria tirrenica osteggiata dagli ambientalisti


Con quei nomi che si ritrovano sulle poppe, «Dina» e «Mite», le due chiatte sorelle che vanno e vengono per il porticciolo di Talamone, sarebbero piaciute proprio a un uomo come Giuseppe Garibaldi. L’intero paese, del resto, ha una lunga storia legata alla polvere da sparo, ai candelotti, alla nitroglicerina… Tanto da essere sfiorato da un’inchiesta sul traffico di esplosivi perfino negli anni Ottanta, ai tempi del pentapartito. Mica per altro il Condottiero, costretto a fare tappa lungo la rotta da Quarto alla Sicilia per rifornirsi di munizioni (dato che sul «Piemonte» e sul «Lombardo » erano stati imbarcati insieme con i Mille migliaia di fucili ma, per usare le parole del generale, non c’era «nemmeno una cartuccia») aveva scelto quel porto sulla costa maremmana. Sapeva che lì, in qualche modo, sarebbe riuscito a rimediare quello che gli serviva. Centocinquanta anni dopo, in questa deliziosa insenatura naturale poco più a nord dell'Argentario, di candelotti pronti a deflagrare (politicamente, si capisce…) ce ne sono due. Il primo è la costruzione dell'autostrada costiera tirrenica, fortissimamente voluta da un'alleanza trasversale tra la sinistra al governo in regione e la destra al governo di Roma. Il secondo è il progetto di un porto turistico che, osteggiato da Italia Nostra, Wwf, Legambiente e un po’ tutti gli ambientalisti, sarebbe immensamente sproporzionato rispetto alla bellezza, alla sacralità, alla popolazione del luogo.

Basti dire che per ogni famiglia di talamonesi ci sarebbero quattro posti barca per yacht e velieri lunghi da 10 a 40 metri. Per non parlare delle perplessità che solleva la scoperta che il progetto è stato ideato da un’azienda che nel vicino porto fra Castiglioncello e Rosignano Solvay ha tra gli azionisti di una sua consociata, sia pure con una piccola quota, il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli. Che per pura coincidenza è anche sindaco di Orbetello, comune di cui fa parte Talamone. Il paesino, in realtà, è sempre stato immensamente più piccolo rispetto ai grandi interessi e alla grande storia. Dalla quale è stato toccato almeno tre volte. La prima fu nel 225 a.C. quando, come racconta Polibio, si scontrarono qui le armate celtiche (boi, insubri, taurisci, taurini…) e quelle dei romani. Umberto Bossi, a un congresso leghista, ne parlò accorato come fosse successo la settimana prima: «Fratelli toscani, vorremmo che il mondo celtico ricordasse con un cippo, a Capo Talamone, il monito: fu la divisione tra fratelli a renderci schiavi dei romani ». Spiegò infatti, piangendo sulle sorti di re Concolitano ed Aneroesto, sfortunati protagonisti di quella sconfitta, che «l’armata padana », beffata dall’infida diplomazia romana, «fu costretta a lasciare forze ingentissime a casa per proteggere le case e le terre minacciate da altri fratelli padani. L’esercito dei Celti, forte di 50 mila fanti e 5 mila cavalieri arrivò a tre giorni di marcia da Roma ma si trovò davanti un esercito di 250 mila uomini… I nostri andarono incontro a una grande battaglia dalle conseguenze incredibili, la fine del mondo celtico, la schiavitù… Fu l’inizio del colonialismo».

La terza volta fu nel ‘44, quando i nazisti in fuga misero a ferro e fuoco, devastandolo con la dinamite, l’intera contrada. C’è una foto del ‘45: una mamma e la sua bambina davanti a un cumulo di macerie (vedi a pagina 15). Tutto ciò che restava della loro casa. Non era una casa come le altre. Era quella che per due giorni, dal 7 al 9 maggio del 1860, aveva ospitato Giuseppe Garibaldi. Ricostruita, è oggi in mano alla figlia della bimba di quella foto, Marina Vivarelli Mugnai. Che l’ha trasformata in un bed and breakfast. Il nome? Ovvio: «B & b Garibaldi ». Indirizzo: piazza Garibaldi. Che si allarga su via Garibaldi. La quale parte da Porta Garibaldi. Che fa angolo con via dei Mille (di Garibaldi). Da non confondere con via Volturno (vittoria di Garibaldi). O via Nizza (città natale di Gar i b a l d i ) . O via Bixio (braccio destro di Garibaldi). E insomma tutto il paese ruota ancora, nella toponomastica, intorno all’Eroe dei due mondi protagonista del secondo episodio in cui la Grande Storia passò per Talamone. Occhio: nella toponomastica. Perché, per il resto, è tutta un’altra faccenda. E la prova è proprio nell’appuntamento prossimo venturo col Centocinquantenario. Per il quale, nonostante la provenienza del sindaco Matteoli da quel Msi che un tempo idolatrava la maschia impresa garibaldina e nonostante Berlusconi si sia appena profuso in mille rassicurazioni (sia pure sdrucciolando: «Se c’è un tema su cui non accettiamo una critica è quello della celebrazione del 150 anni della nostra Repubblica»: testuale) e nonostante l’impegno dei talamonesi sono previste manifestazioni miserelle.

Qual che bandiera, un po’ di controfagotti e la visita di Fulvio Scaparro, Gennaro Acquaviva, Marcello Veneziani. Il tutto in linea con la crisi profonda rivelata anche dalle polemiche dimissioni a cascata seguite a quelle, per motivi di salute, del presidente del Comitato, Carlo Azeglio Ciampi. Peccato. Perché Talamone fu un passaggio davvero importante per la storia italiana. E in qualche modo riassume tutto. La generosità dei volontari. L’ambiguità di Cavour e dei Savoia che dicono e non dicono, armano e non armano, appoggiano e non appoggiano. La cialtroneria «all’italiana» che tanto ci fa ancora oggi arrabbiare di qualche comprimario. Come ricorda Giovanni Russo nel libro «È tornato Garibaldi », delizioso reportage di qualche anno fa nella scia della spedizione, le munizioni erano state rubate al condottiero «da alcuni contrabbandieri a cui erano state affidate a Portofino. E i garibaldini avevano solo un migliaio di vecchi fucili, quasi tutti ad avancarica, alcuni dei quali sono ora nel museo garibaldino di Genova, ceduti di malavoglia dal generale La Farina poiché quelli più moderni, che erano stati raccolti a Milano con una sottoscrizione nazionale, non erano stati consegnati agli emissari di Garibaldi per un divieto di Cavour».

«Hanno piantato in mezzo al mare le barche delle munizioni, per fare un contrabbando che prometta loro guadagni più lauti… Il mondo è andato sempre così», commenta Giuseppe Bandi, poi ferito a Calatafimi e autore de «I Mille», dettagliatissimo resoconto della spedizione recentemente riedito da Stampa Alternativa. Nei depositi di Talamone e Orbetello, in realtà, scrive ancora Bandi, c’erano più rottami che armi: «Schioppacci vecchi, sciabole rugginose, trombe, marmitte ed altre ferrevecchie». Ma per i mille fu «preziosa quanto la manna degli ebrei». Così come un cannone di ferro e «una bella colubrina di bronzo lunga lunga, fusa, come si leggeva in una iscrizione incisa sulla culatta, da Cosimo Cenni fiorentino, nell’anno del Signore mille e seicento tanti». Un pezzo che chissà da quanto tempo era lì: forse dai tempi dei Borbone, quando lo Stato dei Presidi spagnoli, di cui Orbetello, l’Argentario e Talamone facevano parte, era stato annesso al Regno delle Due Sicilie diventandone l’avamposto settentrionale in terra di Toscana.

Non bastasse, scrive ancora il cronista al seguito, tutti quei giovanotti sanguigni, «rotte che furon le righe, si sparsero pel paese, con terrore infinito di tutte le femmine, le quali credettero vedere in essi tanti romani al ratto delle sabine. I poveretti, stanchi del mare e del riposo forzato, appena messo piede a terra s’eran sentiti leoni, e giravano qua e là, e facean capolino per le case, e dicevano paroline dolci, e davano occhiate di fuoco, e arrisicarono (se non mentisce la fama) qualche pizzicotto. Oltre a ciò, scontenti per non trovare in quel paesucolo né vino, né pane, brontolavano fieramente, accusando di voler nascondere il ben di Dio, come se si trattasse di croati. Nacquero liti e tafferugli senza fine…». Un bordello. Finché Garibaldi, che era sul «Piemonte», si stufò, «si cinse la sciabola» e si precipitò a terra come un ossesso: «A bordo tutti!». «In un batter d’occhio », annota il Bandi, «il paese fu deserto; le barche parean poche per tanta gente, e vogavano come razzi». Adesso, come razzi, corrono in macchina sull’Aurelia. Una delle strade più pericolose del pianeta. Punteggiata di mazzi di fiori lasciati dai parenti di chi ha perso la vita in una litania spaventosa di incidenti stradali. Altero Matteoli, tanti anni fa, se la cavò per un pelo. Da allora ci si è incaponito. Vuole l’autostrada. E non è il solo. In questo angolo di Maremma dove per due volte si sono incrociati i destini del Nord e del Sud dell’Italia, si incrociano ora gli affari.

E che affari… Contestata dagli ambientalisti, finita più volte sul binario morto, l’autostrada è stata rilanciata dal ministro per le Infrastrutture del governo Berlusconi. Che il 15 dicembre del 2009 ha fatto aprire ufficialmente il primo cantiere a San Pietro in Palazzi, nel comune di Cecina: il suo. O meglio, il borgo natio amatissimo quanto il borgo di adozione, Orbetello. Del quale, come dicevamo, è sindaco da quattro anni. Grazie a una provvidenziale manina che nel marzo 2005, giusto qualche mese prima che lui annunciasse l’intenzione di presentarsi alle comunali all’Argentario, infilò un emendamento in una leggina con il quale fu abolito il divieto ai ministri di ricoprire incarichi di «amministratore di enti locali». Divieto introdotto appena pochi mesi prima dalla legge Frattini che doveva disciplinare i conflitti d’interessi. Direte: ma chi glielo fa fare a un ministro di gestire un comune di 15 mila abitanti? Se lo erano chiesti, a suo tempo, anche gli elettori. «Chi pensa che, se fossi eletto, farei il sindaco da Roma, si sbaglia di grosso», aveva risposto lui, «In caso di vittoria il mio impegno a Orbetello sarà a tempo pieno».

Fatto senatore, e poi ministro, aveva corretto il tiro: «Passerò a fare il sindaco il fine settimana». C'è chi si lagna dicendo che è pochino? Lui tira diritto. Tanto più che quello che dovrebbe attraversare il territorio di Orbetello è forse il tratto più complicato del corridoio autostradale tirrenico. Così complicato, e a quanto pare costoso, che ora si starebbe ragionando su un cambio di tracciato rispetto a quello già approvato dal Cipe, sovrapponendo l’autostrada all’attuale Aurelia. Ma certo, se il ministro e il sindaco sono la stessa persona, tutto è più facile. Se poi il ministro nomina anche un commissario straordinario, meglio ancora. E chi è il commissario scelto da quel Matteoli che secondo Marcello Pera era così missino che «si presentò a Lucca con gli stivaloni ancora dipinti di nero»? Antonio Bargone. Ricordate? L’ex sottosegretario ai Lavori pubblici nei governi Prodi, D’Alema e Amato. Un dalemiano di ferro. Che dopo il governo è stato accolto nella grande famiglia del gruppo Autostrade, ora Atlantia. E non come un ragazzo di bottega: bensì come presidente della Sat, la concessionaria dell’autostrada.

Riassumiamo: il ministro nomina un commissario di governo per rendere più spedita la costruzione di un’autostrada che deve passare nel territorio del comune del quale lo stesso ministro è sindaco, e il commissario in questione è pure presidente dell’impresa che deve costruire e gestire l’autostrada. Un clamoroso conflitto d’interessi a testata multipla, realizzato senza che nessuno, men che meno la Regione, abbia mosso un dito. Ovvio: la stessa Toscana, rossa, sull’autostrada è d’accordo col ministro dagli «stivaloni neri». Non bastasse, i maligni dicono che Matteoli governa Orbetello per interposta persona. Il factotum? Rolando Di Vincenzo, ex sindaco aennino che nel 1997 strappò il comune alla sinistra. Diventato ministro,Matteoli ha trasferito a lui l’incarico forse più importante: commissario straordinario per la laguna. Un ruolo fondamentale, considerando quanto che c’è in ballo. Per esempio, il risanamento dell’area industriale della ex Sitoco, un tempo fabbrica di concimi chimici sulla quale si sta sviluppando un’operazione di recupero immobiliare da almeno 20 milioni di euro attraverso la società Laguna azzurra.

E chi controlla il 60% di questa Laguna azzurra? Quattro coop «rosse». A riprova che la guerra tra destra e sinistra può anche non essere poi così frontale, c’entrano infatti la Cooperativa muratori e sterratori di Montecatini, la Clea, la Cooperativa muratori riuniti e la Cooperativa costruzioni edili della Val d’Arda. Anzi, tra i fondatori c’era pure il Consorzio Etruria, colosso delle coop che controlla una cinquantina di imprese e ha interessi ramificatissimi. Anche nei porti. E qui torniamo a Talamone. Si discute da anni sull’ipotesi di un porto nuovo. Più grande, in grado di ospitare più o meno lo stesso numero di natanti, ma di dimensioni ben più grandi. Roba dai trenta metri in su. Yacht, velieri, panfili. Ma come ha più volte denunciato il Wwf, la vera «ciccia» sarebbe l’investimento immobiliare e residenziale collegato al porto. In questo caso, 53mila metri cubi di nuove costruzioni. Una bella colata di cemento, magari da raccordare all’autostrada con una bella bretella. La ciliegina sulla torta. Il progetto esecutivo definitivo, a quanto pare, non c’è. Ma la decisione di fare il nuovo porto è già passata in consiglio comunale. Voti contrari? Nessuno. Neanche della sinistra all’opposizione? Neanche.

Neanche se ci sono già, nel giro di pochi chilometri, i porti turistici di Cala Galera, Punta Ala, Porto Santo Stefano, Marina di Grosseto, Castiglion della Pescaia, Porto Ercole, porto del Puntone? Neanche se, stando ai numeri dell'Unione Nazionale dei Cantieri e delle Industrie Nautiche, ci sono già oggi in Toscana 20.155 posti barca contro 10.012 natanti iscritti agli uffici marittimi? Neanche. Neanche se Mario Tozzi, presidente del Parco dell'Arcipelago, ha più volte denunciato come il piano regionale per i porti turistici sia sovradimensionato e alla fine «tutte queste barche verranno a intasare le baie a quel punto impossibili da proteggere»? Macché. Dice la società Cala de’ Medici servizi sul suo sito internet, dove pubblica un progetto di massima, che si tratta di «un porticciolo gioiello». E spiega che «l'approdo turistico occupa uno specchio acqueo protetto di superficie complessiva di circa 128.000 metri quadri.

L'infrastruttura prevista offre accoglienza a 573 posti imbarcazioni di lunghezza compresa fra i 10 e i 40 metri».Vogliamo fare due conti? Si tratta di un’area grande come venti campi di calcio. Capace di ospitare, come dicevamo, quattro mega- barche per ciascuna delle 165 famiglie residenti. Quanto al cemento, stando all’ultimo censimento gli alloggi occupati dai talamonesi risultano avere una volumetria stimabile in 49.500 metri cubi. Meno di quella che verrebbe costruita in allegato al porticciolo. Vogliamo calcolare anche le case sfitte e le seconde case? Arriviamo a 166.200 metri cubi. Il che significa che l’aumento di cubatura, per il paesino, sarebbe di circa il 30 per cento. Gli ambientalisti non hanno dubbi:mostruoso. L’aspetto più divertente, però, è quello al quale accennavamo all’inizio. La Cala de’ Medici servizi, autrice del progetto, è di gran lunga il socio più importante, col 18% del capitale, di un’altra società, la Marina Cala de’ Medici, che gestisce il grande porto turistico proprio fra Castiglioncello e Rosignano. E chi c’è tra gli azionisti di minoranza, sia pure con una quota dell’1,4%? Altero Matteoli. Sindaco di Orbetello e ministro per le infrastrutture. Caramba, che sorpresa...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
29 aprile 2010

Ci incateniamo alla scuola, nostro figlio non è un mostro»

Corriere del Mezzogiorno

I genitori del bimbo che ha spappolato la milza alla maestra: «Lui è vittima dei bulli, nessuno lo ha aiutato»


La scuola di Barra
La scuola di Barra


NAPOLI - Il loro bimbo è finito su tutti i tg. La notizia, del resto, non era da poco: con un calcio ha spappolato la milza alla maestra. Il piccolo è stato dipinto nelle cronache come un violento. «Ma non è così, lui è vittima dei bulli». Santina e Giuseppe provano a difendere il figlio (anche se non ne giustificano il gesto) e minacciano di incatenarsi davanti alla scuola di Barra dov'è accaduto l'«incidente» se non arriveranno le televisioni di tutta Italia a riabilitarne l'immagine. Inoltre, annunciano una querela alla direttrice dell’istituto colpevole, secondo loro, di non aver ascoltato per tre anni i loro appelli a difendere il bambino vittima di bullismo.

Il gesto inconsulto del figlio, dicono i genitori, è stato dettato proprio dall’esasperazione per quei continui sfottò dei compagni di classe: «Nostro figlio non è quel mostro che è stato dipinto e se non ci ascolterà nessuno ci andremo a incatenare alla scuola. Lui ha sbagliato e ci dispiace tanto per la maestra - continua - ma non si è trattato di un’aggressione con calci e pungi, ma di un solo schiaffo che il bambino dato da seduto mentre cercava di divincolarsi dalla presa dell’insegnante».

A confermare questa versione dei fatti ci sono alcuni genitori dei compagni di classe di S. che oggi sono andati a fare visita alla famiglia per portare il loro sostegno. Il protagonista della vicenda non è ancora rientrato a scuola e, spiegano i genitori, riprenderà le lezioni solo dopo una visita neuropsichiatrica che è in programma per mercoledì prossimo. Domani invece, si annuncia, partiranno le prime querele. «La direttrice sapeva da tre anni quello che subiva nostro figlio - dice Giuseppe - eppure non ha mai fatto niente per risolvere la situazione».

10 maggio 2010


Trans nel bagno delle donne: lite in discoteca a Milano

IL Messaggero

Un ragazzo difende la fidanzata: «Tu qui non ci puoi stare»
Aggredito con lo spray al peperoncino, finisce in ospedale

MILANO (10 maggio)

Una scena che ha ricordato il litigio, diventato famoso, avvenuto nei bagni della Camera dei deputati nell'ottobre del 2006, tra Elisabetta Gardini e Vladimir Luxuria. Quando la ex portavoce di Forza Italia sorpese, e apostrofò la parlamentare transgender, nelle toilette riservate alle signore. Stavolta a pronunciare «tu qui non ci puoi stare» ad un trans brasiliano, è stato un giovane milanese piuttosto seccato perchè la sua ragazza si era trovata in compagnia del transessuale nei bagni di una discoteca di Milano.

La vicenda è accaduta ieri: teatro del litigio la discoteca Karma di via Fabio Massimo dove Simone (il nome è di fantasia) si era recato per una serata da passare in compagnia della sua ragazza. Lei si allontana e va in toilette. Ad un certo punto lui la vede tornare dai bagni piuttosto contrariata ed alla sua richiesta di spiegazioni lei gli spiega di aver trovato un transessuale che usava i servizi igienici riservati alle donne. Simone avvicina il trans, Josè D.S., e gli dce a brutto muso: «Anche se hai due seni e sembri una donna hai sempre un organo maschile, e quindi questo bagno non lo puoi usare».

I due si sono poi accapigliati e Josè, per tutta risposta, per allontanare il ragazzo, ha pensato bene di utilizzare lo spray antiaggressione che aveva nella borsetta. La serata è finita al Polilcinico per il ragazzo che si è fatto medicare al volto (ma non ha avuto nessuna grave conseguenza) e in questura per il trans trovato privo del permesso di soggiorno. Resta il dubbio ai gestori del locale su come comportarsi in futuro per l'uso dei bagni.



Giudice di pace multato da Equitalia condanna l'agenzia, scoppia la polemica

Il Messaggero

NAPOLI (10 maggio)

Un giudice di pace dà ragione a una cittadina che aveva presentato ricorso contro Equitalia per una iscrizione ipotecaria a suo carico. L'agenzia del fisco per la riscossione fa ricorso contro la sentenza, sollevando un caso di conflitto di interessi: quel giudice, infatti, era stato a sua volta colpito da un provvedimento di iscrizione ipotecaria, e quindi - secondo Equitalia - avrebbe dovuto astenersi.

Contro l'agenzia insorge il difensore della contribuente, l'avvocato Angelo Pisani, che si
appella al Garante della privacy denunciando quella che a suo avviso è una ingerenza indebita nella vita del giudice, con trattamento illecito dei dati sensibili che lo riguardano.

Il ricorso in appello è stato presentato da Equitalia il 6 maggio scorso: secondo l'avvocato Vito Consales, che rappresenta l'agenzia, il giudice di pace aveva prodotto una sentenza «prolissa, illogica, illegittima e immotivata», trovandosi in una situazione di «palese e gravissimo conflitto di interessi». Lo stesso giudice infatti era stato destinatario, nei 40 giorni precedenti alla redazione della sentenza, prima di un fermo amministrativo, e poi di una iscrizione ipotecaria da parte di Equitalia: insomma, la stessa situazione della contribuente alla quale il giudice di pace aveva poi dato ragione.

In attesa che il tribunale di Napoli decida sul ricorso di Equitalia, l'avvocato Pisani accusa l'agenzia di riscossione di aver sfruttato per fini propri la conoscenza di dati personali di quel giudice di pace. Insomma, Equitalia - afferma il legale, presidente dell'associazione Noiconsumatori impegnata da anni contro le "cartelle pazze" - ha «comunicato illegittimamente» notizie relative alla posizione debitoria di quel magistrato.

L'avvocato del giudice chiede quindi l'intervento del Garante per la privacy, ma anche alla procura di Napoli di accertare se nella vicenda sussistano elementi penalmente rilevanti, verificando in particolare «l'uso per scopi privati della società di archivi che dovrebbero essere utilizzati solo per fini d'ufficio».


La rete di Balducci in Lombardia: così controllavano le nomine al Tar

Il Messaggero

Indagini sugli appalti del metrò di Milano e dell'autostrada per Pavia.
Conversazioni tra Cerruti e il presidente del tribunale

 
di Valentina Errante e Cristiana Mangani

ROMA (10 maggio) - C’è una frase che più di tutte sembra spiegare la nuova “Tangentopoli” sui Grandi eventi e il G8. La dice al telefono Roberto Bartolomei a Riccardo Fusi, mentre discutono sul sistema per tentare di riprendere l’appalto della Scuola dei marescialli a Firenze, con la loro società Bpt.

«Ascolta - dice Bartolomei - questo è un film bell’è e visto, e tutto lì, sono tutti compromessi dal ministro Di Pietro...da Lu...da tutti, non c’è da meravigliarsi di nulla, sottosegretari, tutti compromessi fin dall’inizio. Io te l’ho sempre detto, quella è una manica di banditi». La lotta per accaparrarsi gli appalti migliori è senza esclusione di colpi. Il prezzo da pagare, pare, sia sempre quello di “foraggiare” esponenti politici, imprenditori, e anche magistrati. Ammette un investigatore: «Siamo convinti che le case “regalate”, gli scambi di favori, siano stati una prassi adottata con tutto il mondo politico».

Non solo il caso Scajola, dunque, o le indicazioni fornite dall’autista tunisino di Angelo Balducci, che tira in ballo l’ex ministro Lunardi, o gli immobili del Vaticano, c’è di più in questa inchiesta dai mille risvolti. Ci sono nomine da effettuare, personaggi amici da collocare strategicamente per tenere sotto controllo tutti i maggiori appalti. E così è un sistema considerato normale quello secondo il quale il costruttore Diego Anemone arriva a regalare un orologio da novemila euro, o lascia il suo “pensierino” alla dirigente Maria Pia Forleo, fidatissima di Angelo Balducci.

La “cricca” supera il confine della Capitale e arriva a Milano dove l’avvocato Guido Cerruti, arrestato nell’inchiesta fiorentina, chiama l’ingegnere Patrizio Cuccioletta, dirigente del ministero delle Infrastrutture, per fargli una proposta. Scrivono i carabinieri del Ros di Firenze: «In merito a quanto riferito dall’ingegner Cuccioletta riguardo a una recente proposta avanzatagli dall’avvocato Cerruti circa la possibilità di un incarico su Milano per “un importante contenzioso”, si ritiene di segnalare che nel corso dell’attività di indagine sono state rilevate alcune conversazioni tra Cerruti e il presidente del Tar Lombardia, Piermaria Piacentini».

I militari fanno di più e si presentano negli uffici giudiziari milanesi il primo marzo scorso, con un decreto di acquisizione in copia di tutti gli atti di quell’ufficio riguardanti la controversia pendente presso il Tar Lombardia, tra il Consorzio stabile Sis e la Società infrastrutture lombarde, relativa all’appalto in concessione per la costruzione e gestione dell’autostrada regionale Broni Pavia Mortara (un miliardo e ottocento milioni di euro)». Cerruti si accorda al telefono con il magistrato. Gli aveva inviato «una traccia per le nomine» ma lui sembra averla persa. L’avvocato dice alla collega di inviargliela nuovamente e manifesta irritazione perché anche lei non l’ha più. «Lascia intendere - aggiungono i carabinieri - la natura illegale di tale documento. “Ci vado io in galera”, dice, “stai tranquilla”».

Dal successivo esame della documentazione sequestrata al Tar Lombardia viene fuori che il presidente Piacentini ha deciso di dare una consulenza tecnica d’ufficio al presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, ovvero Angelo Balducci. Oppure «a una persona da lui indicata». Il 20 gennaio del 2010, Balducci deposita presso il Tar la consulenza richiesta che è a favore del Consorzio stabile Sis Scpa, rappresentato appunto dai soci di Cerruti. Stessa cosa avviene per la commissione riguardante la Metropolitana di Milano. Cerruti parla ancora con Piacentini e gli dice: «Io c’ho...devo fare nominare un altro presidente per un altro 31 bis alla metropolitana». Il magistrato ritiene inopportuno scegliere qualcuno del suo ufficio. «Allora - insiste Cerruti - appena ce l’hai fammelo sapere, anche due-tre, dobbiamo proporre...capito?».

Le ramificazioni del gruppo, comunque, si espandono un po’ ovunque. Anemone sembra essere molto ben introdotto anche negli ambienti dei servizi segreti. Ed è proprio da lì che, per gli inquirenti, gli arriva la notizia che la situazione nei suoi confronti e in quelli dei suoi “soci”, si sta facendo calda. Il costruttore e Angelo Balducci incontrano spessissimo il generale Francesco Pittorru, ex vicecomandante dell’Aisi. Si vedono alla “Torre”, nella zona di via Merulana, dietro gli uffici centrali del nostro servizio di intelligence. E c’è anche l’ex comandante Nicolò Pollari che chiede di poter incontrare Anemone. È una “cricca” potente, con rapporti di alto livello. E non meraviglia se Angelo Balducci, nel chiedere alla sua segretaria di trascrivere i numeri da una agenda all’altra, le suggerisce: «Metti Renzi, poi il presidente Soru, Francesco Carta, per esempio Rutelli, e poi Marco Follini, e i vari politici, Grillo. Insomma, tutta questa gente qui».



In cella per uno scambio di persona" Gugliotta: prima le botte poi l'arresto

La Stampa

Il video choc fa il giro del Web. Stefano in cella da cinque giorni chiede aiuto al sindaco di Roma. Alemanno: «Chiarezza subito» La Questura sceglie il rigore: «Chi ha sbagliato deve pagare»
ROMA


Un ragazzo esce di casa in motorino con un amico, un poliziotto si avvicina, scoppia un diverbio e l'agente comincia a picchiarlo. Fa discutere il video amatoriale diffuso dal Tg3 che mostra le immagini del pestaggio di Stefano Gugliotta, 25enne romano ora in carcere per resistenza a pubblico ufficiale, avvenuto la sera del 5 maggio mentre, poco lontano, si concludeva la finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. Secondo i familiari del ragazzo si è trattato di uno scambio di persona: la polizia lo avrebbe ritenuto un ultrà romanista responsabile di scontri con le forze dell'ordine. Il ragazzo, che secondo il padre ha perso un dente e presenta numerose ferite, è ancora in carcere.

 «Quando sono stato portato in cella mi è stato chiesto di firmare un foglio con una X già sbarrata, dove si leggeva che avrei rifiutato visite mediche supplementari, ma mi sono opposto. Solo dopo ho potuto firmare un foglio con le caselle ancora vuote», fa sapere dal carcere. «Non riesco a capire perchè gli agenti mi sono venuti addosso», ha detto il giovane al senatore Idv Pedica precisando che prima di scendere da casa, aveva «bevuto due o tre birre». Le condizioni di salute di Stefano, al quinto giorno in cella, non sono drammatiche, ma ha «necessità di cure- dice il suo legale-. È abbastanza dolorante in varie parti del corpo e dal punto di vista psicologico è abbastanza provato».

Video

Dopo tre giorni di isolamento, ieri il giovane è stato trasferito dalla direzione del carcere dalla sezione nuovi giunti al Centro Clinico: ha un dente rotto, una ferita alla testa suturata con sei punti e diversi segni di colpi inferti con un corpo contundente sulla schiena, sulle braccia e sui fianchi. Ai collaboratori del garante il giovane è apparso provato dal punto di vista psicologico al punto di dichiarare di «non poter immaginare di dover passare altri giorni in carcere», ed ha ribadito di essere estraneo agli scontri seguiti alla partita e che, al momento dell`arresto, si stava recando con un amico a un compleanno.

E’ una vicenda ancora poco chiara, quella di Gugliotta, che scuote la politica e le associazioni per i diritti. I senatori del Pd hanno predisposto un’interrogazione competenti per chiedere al governo un approfondimento «senza omissioni e reticenze» su quanto è accaduto» quella notte. «Occorre, infatti, ricostruire esattamente i fatti - dice il senatore Felice Casson, primo firmatario dell’interrogazione - e verificare se vi siano state responsabilità da parte delle forze di polizia».

Un appello che il sindaco di Roma Alemanno accoglie senza esitazioni: «Credo sia necessario fare al più presto chiarezza sulla vicenda che vede coinvolto Stefano Gugliotta», sottolinea in una nota il primo cittadino, aggiungendo: «Sono convinto che si sta lavorando per fare piena luce su quanto accaduto non solo nell`interesse del giovane, ma anche delle forze dell`ordine, impegnate ogni giorno per garantire la sicurezza di tutti i cittadini». Si muove anche la questura di Roma che sottolinea, in una nota, che «eccessi ed abusi» non sono tollerabili e quindi verificherà con scrupolo i fatti e se saranno accertati, saranno «oltre che penalmente perseguiti, anche disciplinarmente sanzionati».

Pizzaioli con patente europea

Il Tempo

Per avere la licenza occorrerà la firma di due ministeri.
Un Ordine nazionale per garantire consumatori e rispetto della qualità.

Pizza Una «patente» europea per preparare ad arte pizze e focacce, in piena sicurezza per il consumatore. Anche nella sedicesima legislatura, come era accaduto nelle precedenti, la Pep, la patente europea dei pizzaioli, spunta tra gli atti parlamentari, con il ddl depositato dal senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa. Questa, però, potrebbe essere la volta buona, dal momento che la proposta ha già iniziato il proprio iter parlamentare in commissione Industria di palazzo Madama e ci sono buone possibilità che l'operazione vada in porto entro la fine della legislatura. «Se è vero che la globalizzazione determina problemi sempre più colossali in materia di igiene - spiega il senatore del centrodestra - si capisce l'importanza di preparare adeguatamente gli operatori che producono un alimento di così largo consumo. E un Ordine nazionale dei pizzaioli sarebbe un bene anche per il Paese perchè siamo noi italiani i fabbricanti originali della pizza. Contribuirebbe, quindi, alla peculiarità del prodotto italiano e al rispetto delle regole minime ai fine della salute».

«Come c'è l'esame per i panificatori allora - insiste Costa - si giustifica e si legittima l'esame per i pizzaioli. Bisogna costringere chi prepara questo prodotto tipico a sottoporsi a un accertamento come quello a cui è sottoposto l'aspirante panificatore». La «patente europea pizzaioli» sarà rilasciata dal ministero dello Sviluppo economico di concerto con il ministero dell'Istruzione, ma sarà necessaria una certificazione da parte dell'Associazione maestri d'arte ristoratori pizzaioli (Amar) delle competenze acquisite, attraverso un corso di formazione. L'aspirante pizzaiolo dovrà infatti frequentare 120 ore di corso: 60 ore di pratica in laboratorio; 20 ore di lingua straniera; 20 ore di scienza dell'alimentazione; 20 ore di igiene e somministrazione di alimenti. Al termine del corso il pizzaiolo in pectore dovrà sostenere un esame finale, con una prova teorica ed una pratica.

La patente avrà una validità di 5 anni e il rinnovo sarà automatico in caso di un esercizio continuativo della professione, documentato dall'iscrizione alla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura (Cciaa) per i pizzaioli artigiani o ristoratori. Chi invece esercita la professione da almeno tre anni, con la qualifica di «pizzaiolo provetto», documentabile sempre o con l'iscrizione alla Cciaa o con l'assunzione presso una ditta, può ottenere la Pep dopo aver superato un esame pratico-teorico. Nella proposta è prevista anche l'istituzione di un albo professionale dei pizzaioli italiani.

Marco Aurelio Tarquini



Non c'è il quarto segreto di Fatima

Il Tempo

Benedetto XVI da domani in Portogallo in un viaggio apostolico che toccherà Lisbona, Oporto e la città dell'apparizione.
Il cardinal Saraiva smentisce le congetture.

Le strade di Fatima in Portogallo «Il quarto segreto di Fatima non esiste». Monsignor Loris Capovilla era segretario di Giovanni XXIII. Fu lui tra i primi a leggere, nell'estate del 1959, il plico redatto da suor Lucia, una dei tre pastorelli cui comparve la Madonna a Fatima nel 1917. Le sue parole sono contenute nell'aggiornamento del libro «L'ultimo segreto di Fatima», scritto da Giuseppe De Carli e dal cardinal Bertone, che, da segretario dell'ex Sant'Uffizio, fu inviato dall'allora prefetto Ratzinger in Portogallo per avere tre lunghi colloqui con suor Lucia, prima di rivelare il segreto. Di certo, questo non basterà a mettere la parola fine sulla discussione riguardo il quarto segreto di Fatima, che altro non sarebbe che una parte non rivelata del terzo. Tanto più che mons. Capovilla è citato come «testimone a favore» della tesi del quarto segreto da Antonio Socci.

Secondo l'interpretazione teologica della Congregazione della Dottrina della Fede, il terzo segreto profetizzava l'attentato a Giovanni Paolo II da parte di Alì Agca. Un anno dopo l'attentato, Wojtyla andò a Fatima, e incastonò la pallottola nella corona d'oro della Madonna portoghese, tra 313 perle e 2676 pietre preziose. In quell'occasione, ci fu un secondo tentativo di attentato, ad opera di Juan Fernandez Krohn, sacerdote ultraconservatore spagnolo affetto da turbe psichiche, che cercò di ucciderlo con un pugnale. A dare la spiegazione teologica del terzo segreto fu, il 13 maggio del 2000, l'allora cardinale Ratzinger. Diventato Papa Benedetto XVI, visiterà Fatima per la prima volta da Papa nell'ambito di un breve viaggio in Portogallo, dall'11 al 14 maggio. Fatima sarà il centro del viaggio, un momento in cui il Papa si farà «pellegrino tra i pellegrini», come hanno scritto i vescovi portoghesi nel sito dedicato alla visita.

Per quell'occasione, il Papa - alla preghiera del Regina Coeli di ieri - ha chiesto a tutta la Chiesa di partecipare alla sua visita invocando «l'intercessione della Vergine Maria per la Chiesa, in particolare per i sacerdoti e per la pace del mondo». Fatima sarà il momento centrale di un viaggio che toccherà Lisbona e Oporto, la seconda città del Portogallo. Il santuario, negli anni, è diventato sempre più il centro delle linee di impegno pastorale di tutto il Paese. Negli undici discorsi che pronuncerà, Benedetto XVI farà sicuramente appello ai valori fondamentali della vita e della famiglia.

Il Portogallo ha vissuto in questi ultimi anni una progressiva secolarizzazione, definita «gentile» perché non ha sancito un distacco netto dalla Chiesa: battesimi, cresime, comunioni sono manifestazioni popolari di grande partecipazione, il discorso per Natale del card. Policarpo, patriarca di Lisbona, è trasmesso in tv a reti unificate; ma nel 2007 il Portogallo ha depenalizzato l'aborto, e in questi ultimi mesi ha approvato il matrimonio omosessuale, lasciando per ora da parte la questione delle adozioni da parte delle coppie gay. Eventualità riguardo la quale i vescovi portoghesi si sono detti «radicalmente contrari».


Andrea Gagliarducci

10/05/2010



Disabile prigioniera del metrò

Il Tempo

Ascensori fuori servizio alle fermate piazza Bologna e Policlinico.
La disavventura di una donna in carrozzina che denuncia: il disservizio doveva essere comunicato.

Ascensori fuori servizio in metropolitana, disabile bloccata (foto GMT) Due ascensori fuori servizio, chiusi perché senza collaudo, in due differenti stazioni metro, la fermata piazza Bologna e Policlinico. E nessun cartello nelle stazioni per avvisare i disabili che usano la metropolitana per spostarsi nella città a bordo delle carrozzelle elettriche. È stato questo binomio micidiale, disservizio e incuria, che ieri ha imprigionato una diversamente abile di 51 anni approdata nei sotterranei della fermata piazza Bologna dalla stazione Termini. Il Colosseo perde la malta ma non lo smalto. Ma Roma perde la faccia sui mezzi di trasporto pubblici. E non tanto per l'assenza di un servizio indispensabile per chi non ha più l'uso delle gambe. Ma per il disagio causato dalla mancanza di informazione. Perché un disservizio momentaneo si può anche perdonare. L'indolenza invece no.

È questo che pensa la protagonista dell'odissea che ha dovuto subire per rincasare: Roberta Sibaud (nella foto), diversamente abile, responsabile della «Tutela delle disabilità» de La Destra e una delle socie fondatrici dell'associazione «Donne per la sicurezza». Ci telefona indignata. E ci racconta cosa le è successo ieri quando al termine di una cerimonia cui aveva partecipato ha deciso di tornarsene a casa con i mezzi pubblici, a bordo della carrozzella elettrica, che la rende libera di muoversi in autonomia. «Ieri pomeriggio ero stata ad una Comunione - racconta Sibaud - Abito in zona piazza Bologna e per tornare a casa ho aspettato alla fermata dell'autobus il 105. Ne sono passati due, entrambi senza pedana. Così l'autista Atac del secondo è sceso e con grande disponibilità umana mi ha aiutato a salire: "L'aiuto io signora sennò qui ci passa la vita" mi ha detto. A Termini ho preso la metro. Ma quando sono scesa a piazza Bologna l'amara sorpresa: l'ascensore era fuori servizio. Sono stata accolta dalla vigilanza informata dalla stazione Termini. Ho appreso che l'elevatore era bloccato da tre giorni perché mancava il collaudo. Penso che sarebbe stato giusto apporre cartelli informativi nelle stazioni romane, almeno i disabili che non sarebbero scesi a piazza Bologna. Mi è stato consigliato di risalire sulla metropolitana e di scendere alla fermata Policlinico. Ma poi c'è stato il contrordine: l'ascensore era fermo anche lì, anche in questo caso in attesa di collaudo. Dopo circa un'ora alla fine ho riparato a Castro Pretorio, dove sono arrivata con la scorta dei vigilantes, e dove mi aspettava un pulmino Atac».


Grazia Maria Coletti

10/05/2010



Claps, potrebbe esserci una svolta anche per la morte di Heather Barnett

Libero





Si sono incontrati i fratelli delle due ipotetiche vittime di Danilo Restivo: Elisa Claps e Heather Barnett. L’incontro è avvenuto ieri a Potenza: Gildo e Ben si sono ritrovati accanto, davanti alla chiesa della Santissima Trinità, dove il 17 marzo scorso è stato ritrovato il cadavere di Elisa, per confortarsi a vicenda e chiedere giustizia per due omicidi troppo simili che ancora non hano un colpevole.
Entrambi concentrano i loro sospetti su Danilo Restivo. Il giovane potentino, dopo la scoparsa di Elisa si trasferì in Inghilterra, dove divenne vicino di casa di Heather Barnett. La donna sarà trovata assassinata nel suo appartamento a Bournemouth, il 12 novembre 2002. Il cadavere, trovato mutilato nella vasca da bagno, stringeva nelle mani delle ciocche di capelli, che si stabilì non appartenenti alla vittima.
Testimonianze raccontano che già a Potenza, Restivo avesse la mania di tagliare ciocche di capelli a ragazze sedute ad esempio davanti a lui sull'autobus. I sospetti di Scotland Yard ricaddero proprio su Restivo, che venne convocato diverse volte dalla polizia britannica, ma mai arrestato per insufficienza di prove a suo carico. Del resto, anche gli investigatori italiani della scomparsa di Elisa Claps non riuscirono a incastrarlo. Ma, il corpo di Elisa non fu mai trovato – fino al 17 marzo scorso – così le indagini italiane erano per “scomparsa” e non per “omicidio”. Ora, con il ritrovamento di Elisa potrebbe esserci una svolta anche per il caso dell’inglese Heather Barnett. I suoi familiari formulano da sempre, nonostante la carenza di prove, un fermo giudizio di colpevolezza contro Restivo.

Ben Barnett
, fratello della vittima inglese, ha quindi deciso di raggiungere l’Italia per deporre un mazzo di fiori sui gradini della chiesa potentina. I due delitti sembrano sempre più uniti nonostante la distanza. La svolta potrebbe arrivare presto, come confermato da Gildo Claps: “Siamo a una svolta: presenteremo una memoria difensiva alla Procura, per chiedere l’arresto di Restivo. Quella perizia ha dato tante risposte, il nostro avvocato ne chiederà copia”, spiega il fratello di Elisa, citando la perizia. Secondo le indiscrezioni trapelate, la giovane Elisa sarebbe stata uccisa a coltellate in un presunto tentativo di violenza sessuale. Il luogo della sua brutale esecuzione sarebbe stato lo stesso in cui il cadavere è stato ritrovato: il sottotetto della canonica della chiesa di Potenza.

"Le nostre famiglie sono strette nel dolore. Io e Gildo siamo due fratelli che piangono due sorelle uccise in modo violento" ha detto invece Ben Barnett, fratello di Heather, il quale ha aggiunto di "nutrire la speranza che venga arrestato l'assassino. Lo spero, non solo per la giustizia e per la mia famiglia, ma anche per evitare che l'assassino possa colpire di nuovo". Per quanto riguarda gli omicidi di Elisa Claps ed Heather Barnett, Ben ritiene che dietro "ci sia la stessa mano", mentre spiega "di non credere" che ci siano collegamenti tra l'omicidio della sorella e quello, avvenuto tempo prima sempre a Bournemouth, di Jong-Ok Shin, studentessa sudcoreana. Per l’omicidio della giovane è in carcere un uomo, condannato all’ergastolo dalla Corte inglese, il cui avvocato però si è detto intenzionato a riaprire il caso, lasciando intendere che anche dietro questo omicidio potrebbe esserci la mano di Restivo.

10/05/2010





Le trame di Tonino per incastrare Mastella"

di Gian Marco Chiocci

Secondo un finanziere l’ex pm ha segnalato ai giudici il possibile coinvolgimento del leader Udeur in un’inchiesta su una truffa.

Uno degli indagati denuncia: al mio processo uno dei testi ha detto che gli hanno dato un verbale col nome del politico già scritto


nostro inviato a bari 


Un piano ordito a tavolino da Antonio Di Pietro per incastrare l’ex ministro Clemente Mastella? Pur con tutte le cautele del caso, l’interrogativo serve a sviscerare sia un’interrogazione parlamentare preannunciata dal senatore del Pdl Domenico Gramazio, sia l’agghiacciante documentazione depositata alla procura di Bari da un imprenditore di Termoli, Alessandro Giorgetta, un tempo amico dello stesso Di Pietro, già arrestato dalla procura di Larino, a tutt’oggi sotto processo per truffa ai danni dello Stato.

La vicenda è semplice, all’apparenza terrificante. Nell’ottobre del 2003 (Mastella era leader Udeur) i pm del piccolo centro molisano danno il via all’operazione Piramide che ipotizza un colossale raggiro ai danni dei contribuenti da parte di un ristretto comitato imprenditoriale locale che avrebbe percepito erogazioni pubbliche senza realizzare le aziende previste (che solo poi, invece, si scopriranno esser state effettivamente realizzate).

A capo della presunta organizzazione delinquenziale vi sarebbero stati i fratelli Alessandro e Mauro Giorgetta accompagnati da un consulente, da un tecnico e da un amministratore di una società fornitrice. L’ordinanza d’arresto segue uno strano decreto di sequestro di tutta la documentazione contabile riferita alle varie aziende dei fratelli Giorgetta, sequestro poi annullato dal tribunale del Riesame anche perché, nel decreto, il reato contestato non veniva evidenziato. Dopo le manette, però, scatta un nuovo sequestro preventivo dei beni di proprietà e delle imprese.

I fratelli Giorgetta si fanno qualche mese di carcere, quindi escono per decorrenza termini e in attesa dell’inizio del dibattimento si danno da fare per recuperare le carte utili alla difesa, sequestrate in gran parte dalla guardia di finanza. Alessandro è il più attivo. A forza di fare avanti e indietro con la tenenza della Gdf di Termoli, entra in confidenza con l’inquirente che ha coordinato le indagini.

Al punto che agli inizi del 2005 il sottufficiale gli confessa che dietro alle sue disgrazie ci sarebbe Antonio Di Pietro, interessato non tanto a infierire su di lui, quanto piuttosto a coinvolgere nell’affaire Clemente Mastella che è di casa dalle parti (Benevento) dove insistono gli stabilimenti dell’imprenditore al centro delle indagini. Possibile? Vero? Falso? Giorgetta - come riferisce l’interpellanza parlamentare e come si legge negli incartamenti consegnati alla procura di Bari - pensa a un colpo di sole del coordinatore delle indagini.

Lascia cadere il discorso, ma qualche giorno dopo, lui che il politico di Ceppaloni non l’ha mai visto e conosciuto, torna alla carica col sottufficiale. «Dimmi un po’... com’era quella storia di Mastella che mi accennavi l’altra volta?». Il finanziere, si legge dalle carte, gli conferma che il procedimento pur avendo tratto origine da una segnalazione dell’Agenzia delle entrate per alcune anomalie contabili «in realtà riceveva l’impulso a seguito di una segnalazione dell’onorevole Di Pietro indirizzata alla procura della Repubblica di Larino con la quale l’autorevole politico avanzava l’ipotesi che nell’inchiesta vi fosse il coinvolgimento dell’onorevole Mastella».

L’operazione non a caso si sarebbe chiamata Piramide perché la base, a detta del finanziere, doveva essere rappresentata dagli indagati, e il vertice doveva essere occupato dai politici che successivamente sarebbero stati coinvolti. Giorgetta, alquanto scettico, sente puzza di bruciato. Pensa a una trappola. Non può credere a questa storia di Di Pietro. Fa poi fatica a ragionare su quanto l’investigatore delle fiamme gialle gli racconta a proposito dell’esistenza di un documento, custodito in procura a Larino, con le indicazioni sull’incolpevole Mastella. Passano i giorni, le settimane. Giorgetta non sa che fare, ma alla fine una cosa la fa: si nasconde un registratore in tasca e torna dal finanziere, che ormai si lascia andare senza freni.

Una decina i colloqui agli atti. Nastri devastanti, che però l’imprenditore non utilizza subito, consegnandoli all’avvocato Angelo Piunno in attesa di tempi migliori. Le parole del finanziere, da sole, non bastano a provare il presunto complotto. E quando ormai Giorgetta s’è praticamente dimenticato di Mastella e rassegnato a buttare tutto nel cestino, accade un fatto curioso. Durante un’udienza del suo processo l’imprenditore per poco non cade dalla sedia quando sente un testimone dell’accusa, Severino Mennella, dichiarare che la Guardia di finanza, al momento di interrogarlo nella fase delle indagini preliminari, gli fece trovare sotto al naso un verbale, diciamo così, già compilato.

Dove figurava il nome di Giorgetta (che il teste giurava, e giura, di non avere mai conosciuto) e soprattutto di Clemente Mastella. «Signor giudice, quando sono andato alla Finanza mi hanno messo anche, addirittura, che io avevo conosciuto l’onorevole Mastella. Invece ho detto no, devi cancellare perché io non… ho saputo che dietro c’era Mastella». All’imprenditore-imputato vengono i brividi. Esce dall’aula, torna a casa, accende nuovamente il registratore e torna dal finanziere che aveva svolto le indagini sul suo conto. «Ma lo sai che è successo al mio processo?». E giù i dettagli della deposizione, sovrapponibili alla perfezione con le confidenze ricevute dall’investigatore delle Fiamme gialle.

Il finanziere, a quel punto, riferisce ulteriori dettagli segretissimi. «Te l’avevo detto io che non volevano te… ». I nastri magnetici consegnati alla procura di Bari competente a indagare sui magistrati di Larino, si accompagnano alle doglianze messe nero su bianco da Giorgetta. Contattato dal Giornale l’imprenditore si mostra schivo e di poche parole: «Conosco Tonino (Di Pietro, ndr) da tantissimo tempo. Non volevo credere a quel che mi diceva riservatamente il finanziere. E nonostante quel che ha poi dichiarato il testimone in aula, non voglio ancora credere che Di Pietro possa esser stato capace di fare questo. Lo conosco bene. Prima di tirare conclusioni affrettate, però, voglio che la magistratura faccia chiarezza.

Troppe cose non tornano in questa storia, troppe davvero». Ps: Fra le cose che non tornano ce n’è una da brividi. In straordinaria coincidenza con la presenza di un custode giudiziario in una delle aziende sequestrate a Giorgetta, sul fax di una di queste, arriva dalle Cayman un fax intestato a Pasqualino Cianci, amico del cuore di Tonino, noto per esser stato condannato in primo e secondo grado per l’omicidio della moglie e per esser stato prima difeso e poi «tradito» dall’allora avvocato Antonio Di Pietro che passò con le parti civili che sostenevano le tesi dell’accusa (per questo comportamento l’ex pm diventato un legale è stato sospeso dal Consiglio nazionale forense).

Bene: in quel fax, una copia di quello già inviato anni prima a Pasqualino Cianci, si faceva riferimento a un estratto conto da 20 milioni di dollari che Pasqualino ha ripetutamente disconosciuto finendo col battibeccare a più riprese con i funzionari dell’ambasciata americana in via Veneto e con apparati dei servizi segreti americani. Perché quell’estratto conto stratosferico, che interessava tanto alla Cia, sia ricomparso anni e anni dopo sul fax dell’azienda sequestrata a Giorgetta, nessuno riesce a capirlo.


Avete spiato un lavoratore in malattia» E gli operai proclamano lo sciopero

Corriere della Sera



La Barsanti di Massa Carrara manda una lettera di contestazione che dettaglia gli spostamenti del dipendente i sindacati: denunceremo il fatto e ci mobiliteremo. l'azienda respinge ogni accusa
«Avete spiato un lavoratore in malattia» E gli operai proclamano lo sciopero


(MASSA CARRARA) – La lettera di contestazione è arrivata per raccomandata a casa del dipendente. Missiva dettagliata, nella quale si contesta al lavoratore, in malattia, un fraudolento utilizzo di una decina i periodi di assenza «da Lei certificati – si legge nel documento - come periodi di malattia per dedicarsi allo svolgimento di svariate attività private incompatibili con il suo stato» e si elencano pure, con tanto di data, ora,e circostanze, le varie uscite «incriminate».

Tra queste un viaggio (17 febbraio ore 12.30) a Lido di Camaiore per fissare in un locale il pranzo nuziale della figlia, una visita alla futura casa negli sposi (18 febbraio ore 9.30) e al negozio della moglie (stesso giorno ore 12,30) e in un atelier (22 febbraio) per scegliere l’abito da sposa. E così via, con orari, personaggi incontrati e dettagli vari. Conclusione? Il lavoratore, che fa parte della Rsu della fabbrica, si rivolge ai sindacati (Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil) e la «triplice» proclama per l’11 maggio due ore di sciopero e denuncia l’episodio come «un atto di spionaggio».

LA LETTERA DI CONTESTAZIONE - Accade a Massa nell’industria di macchine per il marmo Barsanti Spa, cento dipendenti, business in tutto il mondo, tra le aziende del comprensorio apuano a risentire meno della crisi anche se la cassa integrazione è arrivata pure qui. «La lettera di contestazione – denuncia Alessio Castelli, segretario provinciale Fiom-Cgil i sindacati – è la prova che il lavoratore è stato spiato. Oltretutto gli spostamenti che il datore di lavoro denuncia come fraudolenti sono avvenuti in orari consentiti dalle normative, ovvero nelle fasce stabilite per le visite fiscali». Ma la cosa più inaccettabile, per i sindacati, è il modo con il quale la contestazione è stata elaborata.

«Nella lettera sono descritti anche momenti di vita familiare privata – continua Castelli - cosa inaccettabile e altamente lesiva della dignità umana. Dunque per domani 11 maggio abbiamo indetto due ore di sciopero. Poi denunceremo il fatto alla Regione e proseguiremo con la mobilitazione». L’azienda respinge ogni accusa. «Da tempo abbiamo chiesto a questo lavoratore di fornirci spiegazioni alle nostre contestazioni – spiega Fosco Barsanti, amministratore della società – e abbiamo accettato anche di incontrarlo insieme ai sindacati ma agli appuntamenti non si è presentato. Non abbiamo spiato nessuno. Abbiamo solo verificato le segnalazioni che ci sono arrivate telefonicamente quando il lavoratore era in malattia e usciva tranquillamente per i fatti suoi».

Marco Gasperetti
10 maggio 2010

Ecco la 'piccola' Brooke, la ragazza che non invecchia

Quotidianonet

In realtà ha 17 anni, ma il suo corpo e il suo comportamento sono quelli di una bimba di un anno.
Dallo studio del suo Dna gli scienziati sperano di scoprire i processi d'invecchiamento e le malattie ad esso legate

Video

Londra, 9 maggio 2010 -

La sequenza del genoma di una ragazzina di 17 anni, che ha il corpo e il comportamento di una bimba piccola, potrebbe svelare i misteri dell’invecchiamento.
Brooke Greenberg, una ragazzina di 17 anni, è alta solo 75 centimetri, pesa 8 chili e ha l’aspetto di un bimbo di un anno.

Uno studio americano sul suo DNA ha rivelato che l’incapacità del suo organismo di crescere è legato a un difetto proprio di quei geni che fanno crescere e invecchiare il resto dell’umanità. Se l’ipotesi sarà confermata, la ricerca - realizzata dalla scuola di medicina dell’University of South Florida - potrebbe dare agli scienziati una chiave per capire i processi d’invecchiamento e le malattie legate alla vecchiaia.

"Pensiamo che Brooke abbia una mutazione nei geni che controllano la sua maturazione e lo sviluppo, così che sembra che sia stata congelata nel tempo", ha spiegato al Sunday Times Richard Walker, che ha guidato il team di ricerca. "Se siamo in grado di controllare il suo genoma con una versione normale, allora potremo trovare i geni e e vedere esattamente cosa fanno e come tenerli sotto controllo".

Lo studio sarà l’argomento centrale di una conferenza alla Royal Society di Londra, a cui parteciperanno alcuni dei più impotranti ricercatori sul processo d’invecchiamento a livello mondiale.
 

Fonte Agi



Fede attacca Gomorra: "Saviano non è un eroe, ora non se ne può più"

di Redazione

Dopo la polemica Guzzanti-Bondi, anche Fede torna a
puntare il dito contro i film che denigrano l'Italia: "Non è Saviano
che ha scoperto la Camorra, ci sono magistrati che l'hanno
combattuta e sono morti"


Roma
- Draquila, il nuovo film di Sabina
Guzzanti, come Gomorra. Nel Tg4 di sabato scorso il direttore
Emilio Fede punta il dito contro quelle pellicole che danno una
"pessima" immagine dell'Italia all'estero. Dopo la polemica tra il
ministro Sandro Bondi e la Guzzanti, Fede torna ad accusare il celebre
film tratto dall'omonimo romanzo inchiesta di Roberto Saviano. "Non è
lui che ha scoperto la Camorra, ci sono magistrati che l'hanno
combattuta e sono morti - accusa il direttore del Tg4 - non se ne può
più di sentire che lui è l'eroe".

Video

La polemica su Gomorra
Nel corso di una

conferenza stampa a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi aveva già accusato i film e le fiction come "le serie della Piovra
e Gomorra" che hanno reso celebre all'estero la malavita
organizzato. Il premier aveva infatti polemizzato con questi programmi
che hanno reso "la mafia più famosa che potente". Così da Gomorra
a Draquila il passo è breve. Il docu-film della Guzzanti, che
sarà ospite al Festival di Cannes, parla dell'Abruzzo terremotato. In
una nota, lo stesso ministro Bondi aveva annunciato di aver declinato
l'invito a essere ospite sulla Croisette. Il motivo? Il "rincrescimento"
e lo "sconcerto" per "la partecipazione di un'opera di propaganda, Draquila,
che offende la verità e l'intero popolo italiano". Da qui l'attacco di
Fededopo un servizio sulla querelle tra Bondi e la Guzzanti.

Le accuse di Fede Fede ha spiegato che "questo film

della Sabina Guzzanti" non è il solo a dare un'immagine poco veritiera
dell'Italia all'estero. "Ci sono state altre polemiche in questi giorni
anche per quanto riguarda Roberto Saviano". E ha spiegato: "Non è lui
che ha scoperto la Camorra, non è lui il solo che l'ha denunciata, ci
sono registi autorevoli, ci sono magistrati che l'hanno combattuta e
sono morti". "Lui è superprotetto, e giustamente dev'essere sempre
protetto però - ha continuato il direttore del Tg4 - non se ne può più
di sentire che lui è l'eroe. Qualcuno gli ha offerto pure la
cittadinanza onoraria, di che cosa non si capisce".
"Saviano  ha scritto dei libri contro la Camorra, ma lo ha fatto tanta
altra gente, senza fare clamore, senza andare sulle prime pagine - ha
quindi concluso Fede- senza disturbare la riflessione della gente che ha
capito bene. Un paese come il nostro è contro la malavita organizzata".




Picchiato dalla polizia, un testimone: «Lui era lì inerme, gli agenti menavano»

Il Messaggero

Il padre del 25enne: «Gli manca un dente, ha uno spacco in testa e un'impronta di stivale sulla tuta all'altezza del petto»


ROMA (9 maggio) - «Gli manca un dente, ha uno spacco in testa, un ematoma sul fianco e un'impronta di stivale sulla tuta all'altezza del petto. Potevano benissimo fermarlo e chiedergli che stai facendo qua, mi dai i documenti». Lo ha detto in un'intervista al "Tg3" Mario Gugliotta, padre di Stefano, il ragazzo di 25 anni che ha denunciato di essere stato picchiato da alcuni agenti vicino allo stadio Olimpico mentre era in corso la partita Roma- Inter.

Un testimone ha raccontato al "Tg3" quello che ha visto: «Lui arrivava da sinistra dalla strada di viale Pinturicchio ed era lontano dalla polizia, e il poliziotto poi che si è avvicinato a lui e ha cominciato a menarlo. E poi sono arrivati altri poliziotti a menare questo ragazzo e questo ragazzo inerme con il motorino in mano che non sapeva più cosa fare».



Condannato per violenza e rimesso subito in libertà. La vittima: «E ora?»

Corriere del Mezzogiorno

La ragazza ebbe il coraggio di denunciare

NAPOLI

Che sia colpevole, i giudici— sia quello di primo grado sia quelli di appello — non hanno dubbi. Davide Ilardi, 34 anni, è stato ritenuto responsabile di violenza sessuale ai danni di una giovane donna: eppure è libero. È l’effetto della sospensione della pena decretata dai giudici d’appello. La vittima è incredula e preoccupata: «Ci chiedono di denunciare, di reagire alla violenza sulle donne. Io ho denunciato, mi sono esposta: ora rischio di incontrare qull’individuo sotto casa».

L’aggressione a Valeria (il nome è di fantasia) è avvenuta il 31 luglio dell’anno scorso. «Era ora di pranzo — ricorda lei —, più o meno le tre del pomeriggio. Stavo tornando a casa, a Pozzuoli, e scendevo per le rampe dei Cappuccini; ascoltavo musica e avevo le cuffiette nelle orecchie. Ho visto quell’uomo che saliva: mi ha superato, ma subito dopo è tornato indietro». Davide Ilardi l’ha afferrata alle spalle: «Ho pensato che volesse la mia borsa, ma è caduta a terra e non l’ha proprio calcolata. Allora ho capito. Avevo la gonna, lui ha cercato di togliermela, io mi sono seduta per terra per impedirglielo. Poi mi sono rialzata e mi sono messa a correre per le scale, il selciato era tutto dissestato, sono caduta». Valeria ha urlato. L’hanno udita alcuni muratori impegnati nella ristrutturazione di un palazzo lì vicino: «Uno ha rincorso quell’uomo, ma lui è riuscito a scappare. Mi hanno aiutato. Sono andata in commissariato e ho denunciato». L’aggressore indossava solo un pinocchietto nero: «Era a torso nudo e aveva una vistosa catenina d’oro al collo». Valeria l’ha descritto bene. Una pattuglia l’ha individuato e bloccato poco dopo: «Mi hanno fatto fare il confronto all’americana, con vari uomini che indossavano solo un pinocchietto nero e una catenina d’oro. L’ho riconosciuto. Quella di denunciare non è stata una decisione facile, anche perché ho preferito non raccontare l’accaduto ai miei familiari e dunque non avevo neppure il loro sostegno».

In questo caso, la giustizia è stata tutt’altro che lenta. Il pm Gargiulo ha chiesto il giudizio immediato. Ilardi ha scelto il rito abbreviato («così per fortuna non è stato necessario che io andassi in aula a testimoniare», sottolinea Valeria) e il gup Nicola Miraglia del Giudice ha emesso una sentenza molto dura: quattro anni; considerando lo «sconto» concesso per l’abbreviato, la condanna equivale a sei anni in dibattimento. Più tranquilla Valeria, soddisfatto il suo difensore, l’avvocato Claudio Donadio. La situazione però è cambiata in appello: il sostituto pg Iazzetti ha chiesto le attenuanti «perché il fatto è di lieve entità». Il collegio (presidente Pumpo, a latere Annunziata e Di Stefano) il 4 maggio scorso ha accolto, dimezzando la condanna e concedendo il beneficio della sospensione della pena. Davide Ilardo è tornato in libertà dopo avere scontato solo otto mesi di carcere. «Non so se questi giudici hanno delle figlie, se hanno mai provato a pensare che cosa si prova quando si subisce un’aggressione così— s’interroga Valeria —; però mi sembra sconcertante che un uomo riconosciuto per due volte colpevole di violenza sessuale sia libero, senza che nessuno lo controlli. Finora non l’ho incontrato, ma questo è il mio incubo».

Titti Beneduce
10 maggio 2010

Teheran, lettera di una condannata

di Gian Micalessin

Shirin Alam Hooli, militante curda, è stata impiccata ieri.

Due anni senza avvocati.

"Non so neanche perché sono in cella". 

La ragazza, 29 anni, non parlava farsi: non ha potuto difendersi dalle accuse


 
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«Le torture sono il mio incubo. Soffro di continuo. I dolori causati dalle sevizie patite qui in carcere non mi danno tregua. I colpi alla testa durante gli interrogatori mi hanno causato dei gravi traumi, soffro di continue, insopportabili emicranie. Il naso sanguina per ore. Continuo a svenire. L’altro “regalo” delle torture sono i danni alla vista. Cala di giorno in giorno. Ho chiesto un paio di occhiali, ma non ho avuto risposta. Quando sono entrata qui dentro, tre anni fa, avevo i capelli neri, adesso stanno diventando tutti bianchi».
È un distillato di sofferenza in arrivo dall’Iran. È una lettera dall’aldilà. Una lettera dal patibolo. È l’ultima lettera di Shirin Alam Hooli, 29 anni. Me l’hanno spedita i suoi amici.

Una specie di messaggio nella bottiglia. Un’ultima flebile speranza affidata all’oceano dell’informazione internazionale per salvare dalla forca una donna 29enne colpevole soltanto di essere nata curda. Non è servito. Ieri mattina, quando l’ho scaricata dalla posta elettronica, Shirin era già morta. Penzolava da una forca dietro le mura del carcere di Evin, a Teheran, assieme a Farzad Kamangar, Ali Heydarian, Farhad Vakili e Mehdi Islamian, altri quattro curdi accusati, come lei, di militare nel Partito del Kurdistan Vita Libera e condannati come lei alla pena capitale con l’accusa d’essere “Mohareb”, “nemici di Dio”.

Shirin in verità è morta senza neppure sapere perché era stata condannata. Come annota in questa ultima lettera disperata rivolta ora ai suoi aguzzini, ora a tutti noi, le sue origini curde, la sua lingua così diversa dal “farsi” parlato dal cosiddetto “tribunale rivoluzionario” non le hanno a volte permesso di comprendere le imputazioni. «Quando m’ interrogavate non riuscivo a parlare la vostra lingua, non capivo quello che dicevate. Ho imparato un po’ di “farsi” negli ultimi due anni chiacchierando con le mie amiche nel braccio femminile. Ma voi mi avete interrogato e condannato nella vostra lingua per non farmi capire e non permettermi di difendermi». Quando il 2 maggio butta giù questi pensieri Shirin sa di non avere più speranze. «Sto entrando nel terzo anno di prigionia, tre anni nelle peggiori condizioni dietro le sbarre di Evin.

Ho passato i primi due anni in stato di detenzione preventiva senza nemmeno un avvocato. Le mie richieste di conoscere i capi d’imputazione non hanno ricevuto risposta fino a quando sono stata ingiustamente condannata a morte. Perché sono stata arrestata? Perché sto per essere mandata al patibolo? Per quale crimine? Perché sono curda? Se questa è la ragione fatemelo dire, sono nata curda. La mia lingua è il curdo. La sola lingua usata con familiari e amici, la sola unica parlata fino a quando sono diventata grande è stato il curdo. Ma oggi non mi è consentito né parlarla, né studiarla. Mi chiedono di negare la mia identità curda, ma farlo sarebbe come negare la mia stessa esistenza».

Shirin in quelle ore è appena tornata dall’ultimo interrogatorio. In quell’incontro cruciale con i suoi aguzzini si è rifiutato di concedere una confessione pubblica davanti ai microfoni e agli obbiettivi della televisione nazionale. Ha insomma appena rinunciato all’ultima possibilità di sottrarsi alla forca. «Oggi è il 2 maggio 2010, mi hanno portato un’altra volta alla sezione 209 del carcere di Evin per interrogarmi. Mi hanno chiesto di collaborare per ottenere il perdono e non venir giustiziata. Non riesco a capire cosa intendano quando mi propongono di collaborare. Oltre a quanto ho già detto non ho proprio nulla da dire. Pretendevano di farmi ripetere parola per parola quello che volevano loro, ma mi sono rifiutato.

Loro mi dicevano “volevamo rilasciarti l’anno scorso, ma la tua famiglia non ha accettato di collaborare per questo siamo arrivati a questo punto”. Alla fine, però, hanno ammesso che sono solo un ostaggio. Uno di loro me l’ha spiegato chiaramente, non mi libereranno - ha detto - fino a quando non avranno ottenuto il loro scopo. Non mi lasceranno andare fino a quando non farò quello che vogliono. Mi terranno prigioniera per sempre o mi manderanno al patibolo». È l’ultimo pensiero di Shirin. Dopo ci sono la sua firma, la data del 3 maggio e la parola «serkefitn». In curdo significa vittoria. Shirin ha resistito ai suoi aguzzini. Non ha regalato loro la propria confessione. È andata a testa al patibolo. S’è conquistata l’ultima, estrema, disperata vittoria.



Il teste era imboccato da quello di Montenero. Che razza di amico... "

di Redazione

La conversazione con il finanziere registrata da Giorgetta. "Dietro questa storia c’è un sistema che nemmeno ti immagini"


Ecco uno stralcio di una delle numerose registrazioni effettuate dall’imprenditore Alessandro Giorgetta con il finanziere che ha seguito le sue indagini. Giorgetta è reduce dall’udienza del suo processo nella quale un teste dell’accusa ha rivelato come al momento dell’interrogatorio presso la finanza, nella fase delle indagini preliminari, gli venne sottoposto un verbale con già sopra i nomi dello stesso Giorgetta e del ministro Mastella, che non conosceva.

GMC

Giorgetta riferisce tutto al finanziere perché lo stesso, mesi prima, gli aveva anticipato - così sostiene l’imprenditore - di un piano per incastrare Mastella. Vuole una conferma, e la ottiene.
Giorgetta: «Mi si è rotto il computer, mi servono i verbali degli interrogatori dei testi che hai fatto tu perché non so neanche che hanno detto… perché altrimenti devo sfogliare tutte le pagine, ed è una parola… Se ti riesce entro qualche giorno».
Finanziere: «Dammi il tempo materiale perché quando una cosa te la posso fare… ».
G: «Anche tu ce l’hai per nome».
F: «Devo andare a Campobasso, ci dobbiamo vedere un’altra volta».
G: «Sì, il 23 giugno».
F: «Inizio io alla prima udienza?».
G: «No, non penso. Alla prima udienza si dovranno costituire le parti».
F: «Allora alla seconda udienza».
G: «Ti devo dire che avevi ragione di quello che mi dicevi. Io me la sono presa con te, a dire la verità».
F. «Come?».
G: «Me l’ero presa con te voglio dire».
F: «Perché?».
G: «Per l’indagine».
F: «Spiegami, che ho la testa talmente piena che mi sto occupando di cose veramente grosse, per cui dimmi le cose in maniera semplice».
G: «È uscito bello fuori quello che tu dicevi».
F. «E che dicevo?».
G: «Che c’era quella denuncia di qualcuno che… ».
F: «Ma fatti capire bene».
G: «Di Montenero, Di Pietro e di Mastella, è uscito fuori».
F: «Come è uscito fuori?».
G: «Un teste dice che Mastella… ».
F: «Chi sarebbe questo che hai detto… ».
G: «Non mi ricordo se Nardella… ».
F: «E che ha detto?».
G: «Mastella, dice che non c’entrava Mastella e che è stato imboccato. Ho pensato: “Avevi ragione tu”».
F: «Me le fai leggere le dichiarazioni?».
M: «Non ce l’ho ancora».
F. «Quando ce l’hai, con la scusa di un caffè».
G: «Aveva ragione lui (pensai, riferito al finanziere) che non dipendeva da lui e che non era iniziativa sua».
F. «Ma perché io ti avevo detto che era iniziativa mia?».
G: «E però tirare fuori pure gli altri, è un film che si erano fatto».
F: «Figurati, un’informazione del genere messa in mano alla procura, a Magrone (procuratore capo della procura di Larino, ndr). Ieri l’ho visto. Sei andato in procura per parlare con, a tentare di parlare con… ».
G: «Mi ha detto di no!».
F: «Me l’ha detto, me l’ha detto… ».
G: «Mo vediamo, trova quella lettera (il documento con le indicazioni su Mastella, ndr)».

F: «Mannaggia la miseria, come faccio? Quando ci volevo provare tu mi avevi quasi convinto, allora tenevo la lettera in mano. Ma proprio adesso abbiamo fatto altri schedari… spostati. Non so proprio dove mettere le mani».
G: «Ma esiste davvero, l’hai vista tu?».
F: «L’ho tenuta in mano, come ti dicevo».
G: «Ti dico sinceramente. Pensavo fosse un’iniziativa tua, (pensavo, ndr) che gli ho fatto per rovinarmi così?».
F. «Iniziativa mia? Cazzate mie?».
G. «No, non cazzate tue… ».
F: «Io non sparo cazzate, non te le dico».
G: «Non cazzate tue, ma tutta la tua iniziativa, le indagini a coinvolgere… sai… (…). Vedi. Quando ti capita, no tu fai il finanziere, quando senti una cosa... hai riflettuto, ma io che sono indagato è diverso. Tu con chi te la pigli? Con chi scrive, là per subito, no?».
F. «D’istinto sì ma c’è un sistema dietro di cui non ti rendi conto».
G: «Ma quale interesse c’è a coinvolgere altra gente nell’inchiesta mia?».
F: «Ma quale altra gente?».
G: «La politica nell’indagine mia… ».
F: «A guarda che io in tempi non sospetti te lo avevo detto. Te lo avevo detto. “Guarda Giorgetta, quando tutti sembrano che si stanno per accanire su di te… ”. Te lo avevo detto che “non vogliono arrivare a te”, in tempi non sospetti».
G: «Bell’amico di cazzo Di Pietro».
F: «Lo sai tu che rapporto hai avuto, ci sono stati e come sono finiti. Oltre a Nardella, quali altri testi sono stati sentiti” (…)».
G. «Dove te ne vai?».
F. «A Campobasso».
G: «Ce l’hai il numero mio?».
F. «Sì, me lo sono scritto. Il tempo di tirarli fuori (i verbali, ndr) e stamparli».
G. «Trovami quella lettera (su Mastella, ndr)».
F: «Non mi ci metto a trovarla. Se mi capita, non te la do, te la faccio vedere, già è tanto».
G: «Insomma, Di Pietro… ».
F: «Tu non lo puoi spendere… perché se ce l’ho solo io, se l’ha la procura, se non te lo dà la procura».
G: «Insomma, Di Pietro che dice? Che chi sta dietro a me? Mastella, Di Giandomenico, questa gente qua, costruttori… ».
F. «Ora i nomi non me li ricordo».
G. «Mastella, mi avevi detto».
F. «Mastella me lo ricordo».
G: «Di Giandomenico (ex deputato dell’Udc ed ex sindaco di Termoli, ndr)?».
F. «No, Di Giandomenico non me lo ricordo».
G: «Che film! (…). Di Santo Pasqualino non so nemmeno chi sia».
F. «Non me lo ricordo. Pierluigi me lo ricordo, che fa questo, mo?».
G. «Qualche anno fa, l’ho visto qualche anno fa, lavorava con la Colim».
F: «Ma questo non è un uomo messo da Mastella?».
G: «No, ma va».
F: «No, mi viene da dire perché la zona è quella».
G: «Solo perché è nato là…».

Mezzo milione di alpini conquistano Bergamo

di Luciano Gulli

Una sfilata mai così suggestiva: sfilano 500mila alpini.

La Russa: "Rappresentate il sentimento nazionale". Fischi a Di Pietro




nostro inviato a Bergamo

Un groppo alla gola. Il cuore in tumulto davanti al latrato delle Frecce Tricolori che si avventano sul cielo della città pavesandolo a festa. Una lacrima sul viso, perfino, e non solo su quello delle mogli al seguito, mentre gli occhi della moltitudine seguono la nuvolaglia biancorossoverde che si sfiocca laggiù, contro il sipario delle mura medievali della Città Alta. Berci, fischi e pernacchie in quadrifonia, per una pennellata di colore in più, sono tutti appannaggio di un incongruo e malcapitato Antonio Di Pietro, presentatosi in pubblico, ahilui, con un bel cappello da alpino, lui che alpino mai fu!

L'adunata delle penne nere è come il miracolo di San Gennaro. Non c'è niente di più risaputo, niente che faccia meno notizia, niente di più ovvio (tranne le volte che il sangue del santo non vuol saperne, ma è raro). Eppure ogni volta, con gli alpini, la storia si ripete. Uno si ripromette di restar sobrio, di raccontare l'evento con un po' di partecipazione, sì, - noi dei giornali, dico - ma senza sbracare nel sentimentalismo, nel volemose bene, nella retorica patriottarda. Lo stesso pensano all'inizio gli abitanti della città che per tre giorni, magari sbuffando, ma pensando alle palanche in arrivo accettano di farsi violentare dalla valanga umana che stravolge il ritmo consueto e perfino il panorama di strade aiuole parchi e giardini. Poi, alla fine, il miracolo si ripete; sicchè se fossimo a Chicago o a Minneapolis invece che a Bergamo saremmo ora tutti lì, come tanti presidenti americani, con la mano sul cuore e a labbra strette per l'emozione.

Volano dagli spalti che fanno ala alla grande sfilata applausi a scena aperta, mentre sul viale papa Giovanni, dalla stazione ai propilei di Porta Nuova e alla Ferdinandea che comincia laggiù sfilano cinquecentomila penne nere venute dai cinque continenti per rinnovare ogni volta il patto che li lega per la vita. Scene di massa che sembrano pensate ai tempi di Cecil B. De Mille, quando le comparse non costavano niente e i film, se lo promettevano, erano kolossal veri, senza trucchi e senza computer.

Va in scena la fierezza di sentirsi italiani nel cuore e nelle viscere, e la certezza di condividere una storia, un destino, un sentimento, una lingua, un territorio. Come se davvero, per un giorno, ci sentissimo Nazione anche noi, come gli spagnoli e i francesi, per dire, e non veneti e calabresi, per Berlusconi o contro, interisti o romanisti. Sfila fra i cinquecentomila, tenendoselo accanto, anche il pittore Cesare Manzoni, 65 anni, di Ponte San Pietro, barba bianca da garibaldino, che dopo 45 anni ha ritrovato il Franco Marchioni, di Vittorio Veneto, il commilitone con cui aveva fatto il Car all'Aquila, nel primo scaglione del 1965.

Commosso, e chi se ne frega se rischierà di apparire sopra le righe, è anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa: «Da Bergamo parte, alla vigilia del 150º anniversario dell'Unità d'Italia, un segnale forte di coesione nazionale e di amore per la Patria», dice bello contento. E continua: «Un segnale che viene dall'incontro tra gli italiani e i militari con le penne nere, che sanno rappresentare l'amore per la Patria, l'aiuto ai più deboli, il senso di amicizia e di corpo. Il connubio Bergamo-Alpini è quanto di meglio si potesse immaginare. La città è piena di tricolori ad ogni finestra, ad ogni balcone, segno di come il sentimento di unità nazionale sia comune al Sud, al Centro e al Nord».

Ci vogliono ore perché tutti i cinquecentomila abbiano il loro momento di gloria. E pazienza se a metà pomeriggio si scatena la pioggia. Si va avanti, eccome se si va avanti. Infuria l'acqua? Allora si mette mano alle fisarmoniche, ai flicorni, ai clarinetti e alle grancasse. Infuriano le note del «Trentatrè-Valore Alpino», così chiamato perché era il trentatreesimo pezzo nel repertorio delle fanfare alpine dei primi reparti. Sbancano nelle hit da marciapiede la Banda Rurale di Castelli (Teramo) e della val d'Ossola.

Il sipario sull'ottantatreesima adunata nazionale cala a sera, con l'ammainabandiera e il passaggio delle consegne dal sindaco di Bergamo, Franco Tentorio, a Sergio Chiamparino, primo cittadino di Torino, dove l'anno prossimo si replica.
Impavido nella sua incongruità, accanto all'ingresso del Tribunale, è rimasto per il terzo giorno di seguito il signor Pierluigi Pellegrini, trasformato in uomo-sandwich. Sul petto, un inno alla sciarada: «Ventisette anni d'inferno. Per la neuropsichiatria di Zogno dovevo rimboccarmi le maniche. Dov'è la mia auto? È mia solo per pagare le tasse!» Con lui, siamo a cinquecentomila e uno.