mercoledì 12 maggio 2010

La moglie va a "Chi l'ha visto" per denunciarne la scomparsa: ma lui è in carcere

Il Mattino

PARMA (12 maggio) - La moglie ne aveva denunciato la scomparsa lo scorso 3 maggio, si era rivolta persino alla trasmissione 'Chi l'ha visto?' di lunedì scorso per avere notizie di lui. Alla fine, però, la sorpresa: nessuna fuga, nessuna disgrazia o insano gesto per il marito, bensì un arresto per traffico internazionale di droga. Ad avvisare la donna proprio la polizia che aveva fermato l'uomo alla Malpensa e che aveva visto il servizio in tv. Questa la storia di William Wasquez de la Cruz, dominicano di 30 anni residente a Langhirano, paese della provincia di Parma.


L'uomo il 3 maggio scorso era atterrato all'aeroporto milanese proveniente da Santo Domingo, ma prima di uscire dallo scalo era stato fermato e arrestato dalla Guardia di Finanza. Nello stomaco aveva infatti 115 ovuli di cocaina e, dopo avere espulso la droga, era stato trasferito in carcere.

Qui il trentenne domenicano si era rifiutato di avvisare la famiglia e, proprio per l'assenza di notizie, la moglie aveva deciso di sporgere denuncia sbagliando, involontariamente, un dato anagrafico. Per questo motivo l'uomo non è stato subito rintracciato e solo dopo l'appello alla trasmissione Rai è venuta a galla l'inattesa verità.



Napoli, refurtiva del cimitero Poggioreale trovata in un deposito comunale

Il Mattino

NAPOLI (12 maggio) - Busti di ottone, bronzo e marmo insieme a candelabri ed altri oggetti sacri di significativo valore artistico ed economico sono stati trovati dai vigili urbani in un vecchio deposito comunale abbandonato dove veniva riposto materiale dismesso del Servizio Cimiteri. Lo rende noto il consigliere comunale Andrea Santoro, presidente della Commissione di Indagine sui Cimiteri del Comune di Napoli. «Grazie all'ottimo lavoro investigativo degli uomini della polizia locale del comandante Luigi Sementa, guidati nei cimiteri dal tenente Carmine Lepre, - è scritto in una nota - è stato possibile ritrovare questo materiale che con ogni probabilità è tra quello trafugato dal Cimitero Monumentale di Poggioreale ed in particolare dal Quadrilatero degli Uomini Illustri». Il locale è stato posto sotto sequestro e il materiale artistico stato fotografato e catalogato. «Da almeno due anni - spiega il presidente Santoro - in seguito all'attività della Commissione di Indagine si è messo a fuoco il fenomeno dei furti di arredi sacri ed opere d'arte nei Cimiteri cittadini». «Uno dei dirigenti del Servizio Cimiteri, l'avvocato Giuseppe Caputo, - riporta la nota - ultimamente aveva anche formalizzato una nuova denuncia proprio ai vigili urbani sul trafugamento di numerosi busti dal quadrilatero degli uomini illustri». «Eppure, alcuni di quei busti erano paradossalmente conservati proprio nella struttura comunale di via Santa Maria del Pianto», sottolinea Santoro. «Ora toccherà al magistrato chiarire i tanti quesiti: si tratta di oggetti trafugati? Chi li ha presi? Chi li ha messi in quel vecchio deposito? Perchè non esistono atti ufficiali, verbali, inventari relativi a quel materiale di alto valore artistico ed economico?», si domanda Santoro. «Non è da escludere - conclude il presidente Santoro - che quel materiale possa essere stato trafugato e posto lì per poi essere avviato alla ricettazione. Per fortuna, grazie all'intervento della Polizia Locale si potrà finalmente fare un pò di chiarezza».



Napoli, scoperti nelle fogne di Chiaia attrezzi per i colpi della banda del buco

Il Mattino

 
di Tullio De Simone

NAPOLI (12 maggio) - Un cunicolo sospetto, gli ulteriori accertamenti, e quindi la scoperta: una serie di arnesi da scasso depositati in un angolo e pronti all’uso. L’operazione condotta dai carabinieri del nucleo subacquei, di concerto con quelli della compagnia Napoli Centro, che s’inquadra nel contesto di una più vasta azione di controlli per la prevenzione dei reati predatori disposti dopo le ultime rapine effettuate dalla banda del buco nel salotto buono della city, ha avuto il suo epilogo nel sottosuolo di piazza Santa Caterina a Chiaia.

Ieri mattina, la scoperta: i militari si sono introdotti nel sottosuolo attraverso alcuni tombini e stavano procedendo a un’ispezione della rete fognaria quando la loro attenzione e i loro sospetti si sono incentrati su un cunicolo di collegamento. E qui, dopo un ulteriore accertamento, gli uomini in divisa hanno rinvenuto diversi arnesi da scasso e alcuni carrelli, evidentemente utilizzati dai ladri per il trasporto degli stessi. Si tratta dell’armamentario tipico di chi lavora con la banda del buco, anche se resta da accertare se gli arnesi da scasso ritrovati nel sottoscuolo erano lì pronti per essere utilizzati per un un altro colpo, o se appartengano alla banda del buco che nel recente passato, come detto, ha già lasciato più di un segno in zona. Come si ricorderà, il 25 febbraio scorso venne realizzato l’ultimo colpo dei ladri arrivati dalle fogne, uno dei più clamorosi degli ultimi anni. In quell’occasione, poco dopo le 13,30, i banditi riuscirono a penetrare nella gioielleria Monetti in via dei Mille.

Entrarono in quattro: vestiti con tute da lavoro e con i volti coperti da passamontagna, misero sotto tiro con una pistola il commesso presente, obbligandolo ad aprire la cassaforte e arraffando 40mila euro in contanti e orologi di lusso.



Mappa di città Maya a tempo di record

Corriere della Sera
Due archeologi con un'innovativa tecnologia laser sono riusciti in 4 giorni in un'impresa fallita per 25 anni

ARCHEOLOGIA

Mappa di città Maya a tempo di record


MILANO - Una coppia di archeologi statunitensi ha utilizzato una tecnologia basata sull'uso del laser, detta Lidar, che, montata su un aereo bimotore, ha consentito in pochi giorni di ovviare a un problema che durava da venticinque anni. L'intento dei due, entrambi professori di antropologia della University of Central Florida, era quello di tracciare una mappa della città di epoca Maya di Caracol in Belize e ciò che maggiormente li ostacolava era la foresta, che in parte circonda e in parte ricopre i resti dell'antica città, rendendo molto complicato individuare con certezza rovine e confini.

DAL CIELO - La pratica di effettuare rilevamenti da un aereo non è certamente nuova. Persino Charles Lindberg, autore della prima traversata dell'Atlantico, la utilizzò per scattare fotografie aeree delle rovine di Pueblo, nell'America sud-occidentale, e la Nasa e altri enti usano metodi di rilevamento radar o satellitare anche a fini archeologici. Ma tra il fitto fogliame della foresta del Belize nessun occhio aereo era ancora riuscito a penetrare così a fondo.

LIDAR - L'acronimo sta per light detection and ranging (rilevamento e classificazione della luce) e una sua evoluzione è l'Airborne Laser Terrain Mapper, la tecnologia usata dai Chase per ridisegnare la morfologia di Caracol. Al termine della secca primavera del Belize, quando il fogliame degli alberi è al minimo, da un aereo che compie 62 voli in direzione nord-sud e 60 in quella est-ovest, parte un flusso continuo di impulsi radar diretti al suolo. Questi inviano un segnale di ritorno che viene registrato e triangolato da ricevitori Gps, che a loro volta mandano i propri dati a computer in grado di produrre vere e proprie fotografie del suolo.

CARACOL - Sono bastate poco più di dieci ore di misurazioni attraverso il laser per mostrare dettagli topografici molto chiari della città Maya. Questa, secondo la coppia di archeologi, si estendeva su una superficie di poco più di 100 chilometri quadrati e nel periodo di massimo splendore, tra il 550 e il 900 d.C., raggiungeva i 115 mila abitanti. Aveva un centro deputato alle cerimonie, con ampie plazas, che si estendeva a zone industriali e quartieri poveri e continuava fino alla zona sub-urbana ricca di case, mercati e terrazzamenti agricoli. Entusiasta il parere della dottoressa Diane Chase : «Siamo stupefatti. Credo che l'uso del Lidar rivoluzionerà l'archeologia Maya allo stesso modo in cui lo hanno fatto la datazione al carbonio negli anni '50 e l'interpretazione dei geroglifici Maya negli anni '80 e '90».

Emanuela Di Pasqua
12 maggio 2010

Scritta ingiuriosa con svastica: «Anna non l'ha fatta Frank»

Corriere della Sera

Alemanno: «Parole oscene e vergognose»

ROMA - «Anna non l'ha fatta Frank»: questa la scritta tracciata oggi sul muro di una strada della zona periferica di Bravetta a Roma, accanto alla scritta una svastica. A renderlo noto il vice presidente del consiglio del municipio XVI Massimiliano Ortu (Prc).

UNA VERGOGNA - «Non credevo ai miei occhi -ha commentato Ortu- quando ho visto scritto, sul muro di recinzione del grande centro delle poste e telecomunicazioni di via degli Arcelli, a Bravetta, la scritta firmata con la svastica. Una vergogna che va subito cancellata, lo faremo noi Consiglieri del Municipio Roma XVI, insieme ai cittadini del quartiere. Oggi stesso ci ritroveremo tutti insieme, in via degli Arcelli, per dimostare tutta la nostra indignazione, per esprimere la nostra condanna all' ennesima provocazione perpetrata dai gruppi organizzati dell' estrema destra romana. Auspico, comunque, che possano essere individuati i responsabili di questa scritta infame, magari ripresi dalle telecamere del centro postale».

IL SINDACO ALEMANNO - «Le scritte comparse oggi a Forte Bravetta sono oscene e vergognose. Condanno con forza, anche a nome di tutta l'Amministrazione capitolina, questi atti scellerati che offendono la memoria di chi ha pagato con la vita una delle più aberranti forme di discriminazione razziale» ha detto sindaco di Roma, Gianni Alemanno a commento.

redazione online
12 maggio 2010

L'arcivescovo di Dublino: «Nella Chiesa c'è chi non vuole verità sugli abusi»

Corriere della Sera
«Norme severe a protezione dell'infanzia non sono ancora applicate con rigore»

CITTA' DEL VATICANO - «Ci sono forze potenti nella Chiesa in Irlanda che preferirebbero che la verità sullo scandalo degli abusi non emergesse», «ci sono inoltre segni preoccupanti di rifiuto inconscio da parte di molti circa l'entità degli abusi che si sono verificati». In quanto alla gestione dell'intera vicenda da parte della Chiesa, «essa è stata disastrosa» e le norme in materia di abuso spesso «non sono applicate con il rigore necessario». È quanto ha detto l'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, in un discorso tenuto due sere fa ai Cavalieri di San Colombano a Eli House, nella capitale irlandese. Martin ha parlato a lungo del futuro della Chiesa in Irlanda facendo il punto su quanto sta accadendo dopo l'esplosione dello scandalo abusi che ha travolto l'episcopato d'Irlanda e il sistema delle scuole cattoliche. Le parole dell'arcivescovo, uno dei protagonisti della battaglia contro gli abusi sessuali in Irlanda, sembrano fare quasi da eco a quanto ha affermato il Papa nel corso del suo viaggio in Portogallo, durante il quale ha affermato che il peccato, rispetto alla vicenda abusi, è dentro la Chiesa e ha definito terrificante la pedofilia del clero. Mons. Martin nel corso della sua lunga conferenza ha affermato: «La verità ci renderà liberi, anche quando questa verità è scomoda. Ci sono segni di rifiuto inconscio da parte di molti circa l'entità degli abusi avvenuti all'interno della chiesa di Gesù Cristo in Irlanda e su come sono stati coperti. Ci sono altri segni di rifiuto del senso di responsabilità rispetto a quanto è accaduto. Ci sono ancora segnali preoccupanti che, nonostante le normative solide, tali norme non siano rispettate con il rigore necessario».

RINNOVAMENTO - «A livello puramente personale - ha affermato Martin nel corso del suo lungo intervento - da quando sono diventato arcivescovo di Dublino, non mi sono mai sentito così avvilito e scoraggiato circa il livello di disponibilità ad iniziare veramente quello che dovrà essere un percorso doloroso di rinnovamento». Ancora Martin ha manifestato la sua sorpresa per il modo in cui studiosi e pubblicisti appartenenti cattolici si esprimono ora come esperti circa l'origine degli abusi sessuali nella Chiesa, «come se fossero totalmente estranei allo scandalo». L'arcivescovo a questo proposito ha chiamato in causa le responsabilità di una cultura interna alla Chiesa «che ha prodotto sia coloro che hanno abusato sia una cattiva gestione dei casi». «Alcuni rispondono - ha poi aggiunto proseguendo l'analisi del problema - che gli abusi sessuali dei preti costituisce solo una piccola percentuale degli abusi sessuali dei bambini nella nostra società in generale. Questo è un dato di fatto. Ma questo fatto importante non dovrebbe mai apparire in alcun modo come un tentativo di sminuire la gravità di quello che ha avuto luogo nella Chiesa di Cristo». «La Chiesa - ha affermato l'arcivescovo - è diversa: la Chiesa è un luogo dove i bambini dovrebbero essere oggetto di speciale protezione e cura. Il Vangelo ci presenta i bambini in una luce speciale» e riserva alcuni dei suoi strali più «a coloro che ignorano o scandalizzare i bambini in qualsiasi modo». In quanto alle vittime, l'arcivescovo ha osservato che queste ultime hanno visto «la loro infanzia rubata». (Fonte: Adnkronos)


12 maggio 2010



Io, malato e strattonato» Imprenditore romano denuncia Ryanair

Corriere della Sera



Passeggero affetto da mieloma «non gradito». Interviene la polizia. Fratture all'omero. E l'Enac apre inchiesta 
 

«Io, malato e strattonato» Imprenditore romano denuncia Ryanair



MILANO - Ha denunciato Ryanair, a Roma e a Barcellona. E soprattutto il comandante del volo FR9186 Girona (Spagna)-Roma che il 10 maggio ha fatto intervenire la polizia che «strattonandolo» gli ha procurato una frattura dell'omero. Angelo Pietrolucci, imprenditore romano, 57 anni e affetto da mieloma multiplo, (uno di quei tumori che, oltre a dolore, sono caratterizzati da progressivo indebolimento delle ossa e conseguente frattura) aveva richiesto, come d'abitudine e come previsto dai contratti di viaggio aereo, l'assistenza per l'imbarco.

«L'aereo è partito un'ora dopo il previsto», racconta «e l'assistente mi ha lasciato in attesa. Nel frattempo sono iniziati gli imbarchi. Quando l'assistente è arrivato, un quarto d'ora dopo che tutti erano saliti, mi ha accompagnato. Ma le prime file erano occupate. Mi sono seduto in terza. Mi hanno detto che dovevo passare alla 32°, cioè la penultima. Lentamente e dicendo che almeno avrebbero potuto accompagnarmi all'entrata posteriore mi sono avviato al posto. Sono andato molto lentamente, visto le mie condizioni, ma sostenuto dalla solidarietà degli altri passeggeri che come me non si capacitavano di quanto stava accadendo».

Prima di iniziare la «lenta» traversata, aveva chiesto di parlare con il comandante, il signor Pietrolucci. «Mi hanno risposto sono ordini del comandante e indicato di prendere posto». Un comandante, racconta Pietrolucci di cui non si sa il nome. «Il personale di bordo non ha voluto dirmelo e lui non si è presentato, come di solito fa ogni buon comandante, durante i saluti, prima del decollo».

PASSEGGERO NON GRADITO - Ma il calvario non finiva così. Arrivato alla 32° fila, Pietrolucci è stato invitato a lasciare il velivolo. «"Passeggero non gradito", mi hanno detto. Ho chiesto il motivo e mi hanno risposto che non sapevano. "L'aereo è territorio del comandante e comanda lui"». Il resto è ormai cronaca. È arrivata la polizia. Gli ha chiesto di scendere, con le buone. «Mostrandomi le manette». E alla «resistenza passiva» Pietrolucci, lo ha strattonato. «I passeggeri protestavano dicendo di lasciarmi stare», racconta. E così la storia, alle 23.50 è finita con la polizia che è scesa, Pietrolucci che è rimasto sull'aereo partito alle 23.50 invece che alle 21.50.

LA RISPOSTA DI RYANAIR - Ryanair risponde con nota ufficiale: «Ryanair destina posti a sedere dedicati a passeggeri con mobilità ridotta per assicurare a tutti i passeggeri l'evacuazione in sicurezza in caso di emergenza. Questo passeggero e i suoi accompagnatori si sono ripetutamente rifiutati di sedersi nei posti a loro riservati e l’equipaggio non ha avuto altra scelta che informare la polizia del loro comportamento molesto e del rifiuto di seguire le procedure di sicurezza. Ryanair si scusa con tutti i passeggeri di questo volo che hanno subito disagi e ritardi a seguito del comportamento inadeguato di questi passeggeri. Ryanair non può anteporre le richieste inappropriate di un passeggero alla sicurezza di tutti gli altri passeggeri».

INDAGINE ENAC- Intanto è partita un'indagine dell'Enac, l'Ente nazionale aviazione civile. Il presidente, Vito Riggio, ha chiesto al direttore generale dell'ente, Alessio Quaranta, di «svolgere opportuni accertamenti per verificare con esattezza cosa sia accaduto a bordo dell'aeromobile» ai danni del passeggero gravemente malato Angelo Pietrolucci. Lo ha reso noto l'autorità dell'aviazione civile in una nota aggiungendo di voler sapere il «prima possibile l'esito dei riscontri».

Luisa Pronzato
12 maggio 2010

Gugliotta scarcerato, indagato agente Vito: se colpevole, Viminale parte civile

Corriere della Sera

Il 25enne arrestato la sera di Roma-Inter.
Il ministro: «Evitare processi sommari e attacchi alle forze dell'ordine»


ROMA - Il gip Aldo Morgigni ha disposto la scarcerazione di Stefano Gugliotta, il ragazzo arrestato la notte della partita Roma - Inter dopo essere stato malmenato dagli agenti di Polizia. La procura di Roma ha indagato un agente per lesioni volontarie . Il poliziotto è accusato di aver sferrato un pugno al ragazzo per il quale la Procura ha chiesto la scarcerazione. Il ministro Vito, durante il question time alla Camera, ha dichiarato: «Se accertate le responsabilità degli agenti, il Viminale si costituirà parte civile»

GLI ELEMENTI DI ACCUSA - La decisione di iscrivere nel registro degli indagati il poliziotto è stata presa al termine della riunione del procuratore aggiunto Pietro Saviotti e del pubblico ministero Francesco Polino al quale è affidata l'inchiesta. Nel pomeriggio di martedì il magistrato aveva interrogato a lungo l'agente e aveva ad un certo punto interrotto la sua audizione essendo emersi elementi che poi una volta valutati sono sfociati nella decisione presa oggi. Al poliziotto si contesta d'aver colpito Gugliotta che ora viene considerato, come è scritto nella richiesta di scarcerazione presentata al gip Aldo Morgigni, vittima di un atto arbitrario. Il parere mandato dalla Procura al giudice è stato anche trasmesso al ministero dell'Interno e sarà utile per dare una risposta alle interrogazioni parlamentari che sono state presentate sulla vicenda. L’audizione del pubblico ufficiale è stato interrotto dal pm Polino perché per andare avanti si era resa necessaria la presenza di un avvocato. Al vaglio degli inquirenti c’è anche la posizione di un secondo agente. Ma per ora si è proceduto solo nei confronti di chi ha colpito, senza averne motivo, Gugliotta.

QUESTION TIME - La vicenda è arrivata anche alla Camera. Durante il question time in Aula, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, rispondendo ad una interrogazione del Pd sul caso Gugliotta, ha detto: «Qualora venissero accertate, al termine delle indagini, responsabilità penali nei confronti di uno o più appartenenti alle forze dell'ordine, il ministero dell'Interno si costituirà parte civile». Ma Vito ha anche aggiunto: «Tenuto conto che la responsabilità penale è personale, sono da evitare processi sommari e attacchi indiscriminati alle forze dell'ordine che svolgono quotidianamente il difficile compito della gestione dell'ordine pubblico con professionalità e sacrificio».

LA RICOSTRUZIONE DELLA QUESTURA - Il ministro ha anche riportato la «ricostruzione dei fatti della Questura» dalla quale, «emerge che al termine di Inter-Roma un folto gruppo di tifosi romanisti all'uscita dallo stadio ha dato luogo a disordini, attaccando ripetutamente le forze dell'ordine con lancio di oggetti contundenti, pietre, bottiglie di vetro e razzi illuminanti. In una delle fasi dei disordini in via del Pinturicchio, dove poco prima si erano radunati altri tifosi, venivano individuati due giovani che si stavano allontanando senza casco a bordo di un motorino. All'intimazione dell'alt il giovane alla guida del motorino non si fermava, dicendo che non c'entrava nulla e cercando di spingere l'operatore». «Uno dei due giovani - ha proseguito Vito - veniva identificato nella persona di Stefano Gugliotta, nei cui confronti risultano denunce e segnalazioni per rapina, lesioni personali e guida in stato di alterazione psicofisica per sostanze stupefacenti.

Il ragazzo veniva accompagnato al posto di Polizia presso lo stadio Olimpico, dove veniva visitato da un medico del 118. Al termine degli accertamenti di rito e delle cure mediche, il giovane veniva accompagnato presso il carcere di Regina Coeli». «Secondo le informazioni fornite dal Procuratore della Repubblica di Roma e al ministero della Giustizia- ha concluso Vito- risulta che all'esito dei primi accertamenti, l'ufficio requirente ha prospettato nella competente sede giudiziaria che si versi nell'ipotesi di reazione ad atto arbitrario del pubblico ufficiale con conseguente iscrizione del reato di lesione ai danni del Gugliotta e richiesta di scarcerazione del medesimo. Lo stesso procuratore ha inoltre precisato che le indagini proseguono per la più precisa ricostruzione dei fatti e l'accertamento delle responsabilità».

SCIOPERO FAME - E il padre del ragazzo ha fatto sapere che il figlio sarebbe pronto a iniziare lo sciopero della fame. «Non ce la faccio più. Da oggi non voglio più mangiare né bere» gli avrebbe detto questa mattina a suo padre «Siamo arrabbiati - ha detto il padre che indossa anche oggi una maglia di color rosso - non vediamo l'ora che esca. Come fanno a difendere delle persone accusando mio figlio?».


Stefano Gugliotta
Stefano Gugliotta
LA LETTERA - «Stefano è molto determinato. Ci ha detto che dorme a sprazzi e che sta scrivendo molto. Questa notte si è svegliato arrabbiato ed ha scritto una lettera di accusa». Lo ha detto il consigliere del Pd della Provincia di Roma, Marco Palumbo, che questa mattina insieme al consigliere regionale Enzo Foschi, ha fatto visita al carcere di Regina Coeli a Stefano Gugliotta. «Voleva che consegnassimo la lettera alla madre - ha aggiunto Palumbo - ma non è stato possibile perchè un responsabile del carcere lo ha vietato per regolamento». Nella lettera di quattro-cinque pagine, Stefano avrebbe ripercorso la sua vicenda e tutto quello che è successo la notte della finale di Coppa Italia. Al termine della lettera annunciava la sua volontà di iniziare lo sciopero della fame.

IL CASO - Stefano Gugliotta è stato picchiato e arrestato a Roma la sera della finale di Coppa Italia vicino allo stadio Olimpico. Il video dell'aggressione, ripresa da un telefono cellulare, è stato inviato dai familiari del ragazzo alla redazione del programma di Raitre «Chi l'ha visto?» che poi lo ha diffuso. Il giovane si trova attualmente a Regina Coeli, dove ha ricevuto oltre ai familiari, anche le visite di alcuni parlamentari.

CHI E' L'AGENTE - È un poliziotto del Reparto Mobile in servizio da circa 15 anni, l'agente indagato per lesioni volontarie. E' considerato dai colleghi «una persona tranquilla» e al momento né lui né gli altri tre agenti dello stesso reparto, ascoltati ieri in Procura, sarebbero stati sospesi dal servizio.

Redazione online
12 maggio 2010

Aereo si schianta durante l'atterraggio: 103 morti a Tripoli. Salvo un bimbo

Corriere della Sera
Il velivolo della Al Afriqiyah proveniva dal Sudafrica.
Molti stranieri a bordo: tra loro 60 olandesi


TRIPOLI - È esploso durante l'atterraggio, mancando la pista di appena un metro, e si è totalmente disintegrato: lo schianto di un aereo libico all'aeroporto di Tripoli ha provocato la morte di 103 persone. Il velivolo, a bordo del quale c'erano molti stranieri, proveniva dal Sudafrica e secondo quanto riporta la Bbc sarebbe dovuto ripartire da Tripoli diretto a Gatwick. Nell'incidente è sopravvissuto un bambino olandese di otto anni (altre fonti parlano di una bambina): le sue condizioni sono giudicate «buone» dopo il ricovero in ospedale. Secondo l'inviato della tv araba 'al-Jazeera', alcuni soccorritori sostengono che anche il copilota dell'aereo si sarebbe salvato. Il giornalista arabo non ha però ancora trovato conferme a questa notizia. A causa della violenza dell'esplosione, i resti dei passeggeri e del velivolo sono stati scaraventati nel raggio di un chilometro intorno alla pista. Le autorità libiche escludono che la tragedia sia stata provocata da un attentato terroristico.

L'INCIDENTE - La sciagura è avvenuta alle 6 nella fase di atterraggio, secondo quanto riferito da un responsabile dei servizi di sicurezza dello scalo. L'aereo è un Airbus 330 della compagnia libica 'Al Afriqiyah' e proveniva da Johannesburg. Il ministro dei Trasporti, Mohammed Zidani, ha spiegato che sono stati recuperati finora 96 corpi e che «fra i passeggeri c'erano cittadini di nazionalità libica, africana ed europea». Tra questi ultimi molti olandesi (una sessantina, secondo il quotidiano 'De Telegraaf') e diversi britannici. Secondo il direttore dell'aviazione civile libica, Mahammed Sclebek «l'incidente non è dipeso dalle condizioni dell'aeroporto di Tripoli». Recuperate le due scatole nere dell'aereo e un'inchiesta è già stata aperta.

Video

Tripoli, tragedia aerea

FARNESINA - L'Unità di Crisi del ministero degli Esteri e l'ambasciata italiana si sono subito attivate con le autorità libiche per i controlli sulla lista dei passeggeri, per escludere la presenza di connazionali a bordo. Secondo quanto riferiscono fonti della Farnesina non risultano cognomi italiani nella lista passeggeri del volo. Sono in atto verifiche di eventuali doppie cittadinanze o naturalizzazioni. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha indirizzato un messaggio al collega libico Musa Kusa, chiedendo di estendere alle famiglie delle vittime i suoi sentimenti di «cordoglio e amichevole vicinanza».

PRIME IMMAGINI - La tv di stato libica ha intanto trasmesso le prime immagini dell'aereo precipitato. Il velivolo era completamente distrutto e i sedili dell'aereo, così come tutti gli strumenti di bordo, erano sparsi sul terreno antistante la pista di atterraggio. Solo la coda dell'Airbus 330, staccata dal resto dell'aereo, è rimasta quasi intatta. Gli uomini della sicurezza libica sono stati ripresi mentre erano impegnati nel recupero dei cadaveri delle vittime e nella raccolta dei loro documenti personali.

Redazione online
12 maggio 2010

I rivali di Silvio Storia di dieci suicidi illustri

di Marcello Veneziani

Questa è la storia di dieci piccoli indiani, riferita ai dieci politici italiani di professione che dovevano fondare la Seconda Repubblica e invece affondarono, con le loro mani o con quelle del loro partito.

È in sintesi la storia politica di questi anni attraverso dieci suicidi, diretti o provocati, modulata sul celebre romanzo di Agatha Christie... E poi non rimase nessuno, un giallo che prendeva lo spunto da una filastrocca americana dell’Ottocento, Ten little niggers, Dieci piccoli negri. Il romanzo racconta di dieci persone invitate a soggiornare nell’Isola Negra ed eliminate una dopo l’altra. Una storia accompagnata da un ritornello che si ripeteva ad ogni eliminazione: solo nove ne restar, solo otto ne restar... fino all’ultimo che si conclude con «e nessuno ne restò».

Ma rivediamo in sequenza i dieci piccoli indiani della nostra Repubblica.
In principio fu Mariotto Segni, che inventò la carrozzeria della nuova Repubblica, la bicicletta detta bipolarismo dell’alternanza; ma poi non seppe andarci su, non pedalò verso uno dei due poli e così cadde dalla bicicletta da fermo. Lavorò per un sistema bipolare ma non accettò di interpretare il ruolo alternativo alla sinistra, rifiutò gli inviti a farlo e lasciò così lo spazio ad un outsider giulivo, Silvio Berlusconi. Disperso Segni, solo nove ne restar...

Salì allora sulla bici Achille Occhetto, che la ribattezzò la gioiosa macchina da guerra. Ma la macchina si inceppò, non calcolò bene le varianti del percorso, l’onda antipolitica che salì dal Paese e andò a sbattere contro l’outsider di prima, che aveva nel frattempo coalizzato altri outsider della Prima Repubblica, il missino Fini e il leghista Bossi, più ripescaggi di dc e affini che avevano capito la fine del terzismo e la necessità di schierarsi in uno dei due poli. Perduto il prode Achille, solo otto ne restar.

Provarono allora, con la noiosa macchina da guerra, Romano Prodi, un ciclista tenace e gommoso, mezzo outsider e mezzo impastato, che riuscì, aiutato dalle circostanze ambientali, giudiziarie e politiche, a spuntarla per ben due volte. Ma bucò con governi brevi e malmessi, sostituiti o saltati in corso d'opera. Il Mortadella fu affettato dai suoi stessi alleati che da premier uscente non lo ricandidarono. Imbalsamato Prodi, solo sette ne restar.
Venne la stellina di Rutelli, bello di mamma, cocco de Roma, che fu candidato contro il Berlusca, dopo un decennio di sindaco romano e ciclista. Moderato e progressista, radicale e pian pianino clericale, Rutelli fu battuto da Berlusca, eclissato con i Verdi e infilzato dal rigurgito della sinistra frustrata, che voleva tornare ad avere la guida della coalizione. Giubilato Rutelli, solo sei ne restar.

Lungo il tempo si consumò, per stadi come uno sputnik sovietico lanciato nello spazio, anche il Massimo della Sinistra, detto D’Alema. Fu bruciato per gradi, con una Bicamerale ridotta a camera ardente, poi guidando un governo usurpato ma spazzato dalle urne, quindi con le batoste avute nel suo partito e una serie di guai di ogni genere, banche, barche, scarpe, case, signorine per la sua corrente e via dicendo. Fu bruciato nella corsa al Quirinale, poi in Europa e ovunque, infine si fece spernacchiare in Puglia da Vendola. Insomma, perse lungo la strada il carisma del Migliore. Sbianchettato anche D’Alema, solo cinque ne restar.

Fu il turno del fratellastro Walter Veltroni, compagno e nemico di lui da sempre. Aveva creato tante aspettative con la sua sinistra dei Puffi, aveva fatto il sindaco di Roma riducendo la Città Eterna a una fiction, aveva spazzato via ogni sinistra, ma alla fine perse pure lui la sfida col Berlusca. Allora minacciò di andarsene in Africa, si finse scrittore, ma restò senza mestiere. Spupazzato anche Veltroni, solo quattro ne restar.
Si tentò allora con il suo clone in versione cattolico-emiliana, Dario Franceschini, venuto dalla Margherita, e pure lui sfidò il feroce Berlusca con una campagna elettorale da passeggio. Non fece in tempo a sentirsi un leader che il povero Franceschini fu spazzato via da una sconfitta e dai mal di pancia della sinistra che tornava a reclamare la guida del partito. Sgonfiato Franceschini solo tre ne restar.

E qui ci tocca passare all’altro versante, dove la stagione dei mal di pancia cominciò con Marco Follini. Fu lui il sottile precursore degli scismatici, il primo vicepremier che si mise in proprio, attaccando il Berlusca e ritenendo di essere il capofila di una lunga serie. Invece finì da solo, prima passò alla Margherita, poi ai crisantemi. Spuntato lo spillo Follini, solo due ne restar.
A ruota, dopo anni, seguì la pista il suo sodale Pier Ferdinando Casini, che non ce la fece più ad aspettare l’abdicazione del sovrano e a sentirsi ragazzo, pretese le chiavi di casa e alla fine si fece un pied à terre tutto suo. Ma restò lì, nell’azzurra terra di mezzo, come il Messaggero di una nuova dc in terra che poi non si vide. Evaporò pure Casini ed uno solo ne restò.

Quell’ultimo si chiamava Gianfranco Fini, era cresciuto all’ombra di Almirante, e da lui aveva appreso l’arte del comizio e del parlare in tv. Poi la botta di vita con la fine della Prima Repubblica, la discesa di Berlusconi, la regìa di Tatarella, l’alleanza e infine - chi l'avrebbe mai detto - il Potere. Ma il Potere unito all’Impotenza di sentirsi secondo, gli fece perdere la testa, così si mise in proprio e finì a guidare da presidente della Camera un gruppuscolo di parlamentari; quasi l’otto per mille, come l’obolo alla Chiesa.

Scemato anche Fini, nessuno dei politici di professione restò in piedi. Così sono rimasti in auge solo gli antipolitici: Berlusconi su tutti, più due tribuni della plebe, Bossi in sua difesa, e Di Pietro in sua accusa. A sinistra invece c’è solo un difensore d’ufficio, Bersani. Questa è la breve storia della Seconda Repubblica in dieci suicidi, raccontata nello stile di Agatha Christie.
P.S.: Berlusconi sarà lieto di sapere che l’assassino nel giallo di Agatha Christie era un giudice.

Roma, caso Gugliotta: indagato un poliziotto Chiesta scarcerazione

di Redazione

È indagato per lesioni volontarie il poliziotto che ha sferrato un pugno a Gugliotta al momento del fermo dopo la finale di Coppa Italia.

Chiesta la scarcerazione



 
Roma

È stato iscritto nel registro degli indagati il nome del poliziotto che ha sferrato il pugno a Stefano Gugliotta, arrestato la sera della finale di Coppa Italia, Inter-Roma. La Procura di Roma ha, inoltre, chiesto al Gip la scarcerazione del giovane romano sulla base del presupposta che sia "stato vittima - è detto nel provvedimento - di un atto arbitrario". Sulla richiesta del Procuratore aggiunto, Pietro Saviotti e del sostituto Francesco Polino si pronuncerà il gip Aldo Morgigni.
Al vaglio la posizione di un secondo poliziotto La decisione dell’iscrizione sul registro degli indagati dell’agente è stata presa ieri in serata, dopo che il poliziotto era stato sentito. L’audizione del pubblico ufficiale è stato interrotto dal pm Polino perché per andare avanti si era resa necessaria la presenza di un avvocato. Al vaglio degli inquirenti c’è anche la posizione di un secondo agente. Ma per ora si è proceduto solo nei confronti di chi ha colpito, senza averne motivo, Gugliotta.

Il padre: "Vuole fare lo sciopero della fame" "Non ce la faccio più. Da oggi non voglio più mangiare nè bere", ha detto Stefano Gugliotta. "Siamo arrabbiati - ha detto il padre che indossa anche oggi una maglia di color rosso - non vediamo l’ora che esca. Come fanno a difendere delle persone accusando mio figlio?"

"Stefano è nervoso, ha dei tic e si sta facendo dare delle gocce per poter dormire. Non sa cosa sta succedendo, è confuso e molto, molto provato", ha dichiarato la madre del ragazzo. I genitori sono ora insieme alla zia e la cugina di Stefano davanti al carcere di Regina Coeli in attesa di una sua possibile scarcerazione che, secondo il loro avvocato, potrebbe esserci dopo l’ora di pranzo.

Maroni: "Se qualcuno ha sbagliato pagherà" Il ministro dell’Interno Roberto Maroni promette chiarezza sul caso di Stefano Gugliotta, il giovane arrestato dopo Roma-Inter che secondo i suoi familiari, che hanno diffuso un video per dimostrare la loro tesi, sarebbe stato sottoposto a un pestaggio al momento dell’arresto. "La storia della polizia - dice in una intervista ad Avvenire - è la storia di chi ha saputo colpire anche al proprio interno chi sbagliava. È stato sempre così. E lo sarà ancora. Ma guai correre. C’è una inchiesta interna che ne l giro di pochi giorni arriverà a conclusioni: se qualcuno ha sbagliato pagherà duramente, ma...". Quel ma il ministro lo precisa così: "Domenica la polizia ha seguito ottanta eventi sportivi, ha controllato 13mila ultras... C’è un episodio da chiarire e sarà chiarito ma un tempo c’era chi strillava ’poliziotto basco nero il tuo posto al cimiterò... Io quel clima non voglio più respirarlo".

Cicchitto: "Solidale con polizia ma no abusi" "È indispensabile che venga fatta luce sulla vicenda riguardante il giovane Stefano Gugliotta. Noi confermiamo la nostra piena solidarietà alle forze di polizia chiamate al difficile compito di svolgere servizio d’ordine pubblico. È, però, evidente che bisogna evitare forzature e abusi". Lo afferma Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL.

"Stefano è al settimo giorno di detenzione e non mi sembra abbia commesso alcun reato. Gli italiani aspettano di sapere perchè un ragazzo incensurato sia stato fatto oggetto di violenza e oltretutto sia ancora in cella". Lo dice il coordinatore dell’Idv del Lazio Stefano Pedica." Fino a quando Gugliotta e i due ragazzi abruzzesi, che pure non hanno fatto nulla, rimaranno in carcere - conclude Pedica - andrò tutti i giorni a Regina Coeli per sostenere la loro causa e verificare personalmente le loro condizioni psicofisiche". Il senatore si recherà in carcere oggi alle ore 13.00.

Titolare canile uccide guardie zoofile Poi si toglie la vita: 3 morti a Genova

Corriere della Sera
Duplice omicidio e suicidio a Sussisa, riviera di Levante.
Il killer segnalato per maltrattamenti sugli animali la struttura per animali stava per essere posta sotto sequestro

Titolare canile uccide guardie zoofile Poi si toglie la vita: 3 morti a Genova

GENOVA

Ha ucciso due guardie zoofile e poi si è tolto la vita. Duplice omicidio e suicidio in mattinata a Sussisa, una frazione di Sori, sulle alture della riviera genovese di Levante. Il killer suicida è Renzo Castagnola, 65enne titolare di un canile. Le guardie erano andate a effettuare un sopralluogo nella struttura che stava per essere posta sotto sequestro in seguito a una segnalazione su maltrattamenti agli animali. Il titolare, all'arrivo delle guardie, ha sparato contro di loro e si è poi tolto la vita. Nella sparatoria è rimasta ferita anche la moglie del titolare del canile.

LA RICOSTRUZIONE - Le guardie provinciali - Elvio Fichera e Paola Quartino - si erano presentate presso l'abitazione dell'uomo con un decreto (firmato dal pm Piercarlo di Gennaro) di sequestro dei suoi cani da caccia in seguito a segnalazioni di maltrattamenti. Dopo aver ascoltato la lettura del decreto e delle contestazioni, al momento di firmare, Castagnola ha detto: «Vado a prendere una penna». È invece tornato armato e ha iniziato a sparare all'impazzata. La moglie, che si trovava sulla traiettoria è rimasta ferita. Sul luogo erano presenti anche vigili urbani e carabinieri che sono riusciti a mettersi in Castagnola aveva un porto d'armi per armi da caccia e, secondo le prime informazioni, faceva parte di una squadra per le battute di caccia al cinghiale. (Fonte Ansa)



Renzi sfreccia in auto sul raccordo Multato: lo racconta su Facebook

Corriere Fiorentino

Centocinquantacinque euro di multa e cinque punti tolti dalla patente del sindaco: «Qui gli autovelox funzionano bene...»

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, «pizzicato» da un autovelox e quindi multato. È lui stesso a raccontarlo, con ironia, sulla sua pagina Facebook. Il sindaco scrive che «gli autovelox della città di Firenze funzionano parecchio bene» e spiega di aver preso «una multa al raccordo autostradale del Varlungo» e che ora dovrà pagare 155 euro e che inoltre gli verranno tolti cinque punti dalla patente. «Alè - aggiunge poi il sindaco -: la prossima volta andrò più piano (anche se era solo a 91 km/h)».

Diversi già i commenti lasciati sul social network. Qualcuno gli ricorda che su quella strada «il limite è di 70 km/h», altri la buttano sull’ironia calcistica e scrivono: «Matteo c’hai meno punti del Siena». Altri ancora, invece, gli consigliano «di passare alla bici»; e proprio su questo il sindaco aggiunge: «Passare alla bici mi sembra difficile da attuare. Ero con moglie e figli e stavo tornando da Torino. Se passo alla bici sul raccordo autostradale di Varlungo con quattro persone in collo mi arrestano...».


11 maggio 2010(ultima modifica: 12 maggio 2010)



Napoli, orrore nel cimitero Niente auto, esumazioni fai-da-te

Il Mattino

 
di Paolo Barbuto

NAPOLI (12 maggio) - Chi l’ha vissuto sa bene quanto sia triste e doloroso il rito dell’esumazione: a Napoli, però, lo è ancora di più. Dopo aver recuperato i resti sepolti sotto terra, gli operatori cimiteriali non possono fare altro che fermarsi. Mancano i mezzi comunali per il trasporto verso le nicchie. Così, se l’ultima dimora è lontana dal luogo del seppellimento, bisogna arrangiarsi. E qui comincia la vera tragedia.

«Mo che facciamo, dottò?». Immaginate lo strazio: una persona ha appena vissuto il traumatico momento del disseppellimento di un caro, spera solo che la vicenda si concluda presto con la definitiva tumulazione, e invece i resti avvolti in un lenzuolo restano lì, perché non c’è un mezzo per spostarli. Se il trasferimento è vicino, gli operatori cimiteriali cercano di superare l’impasse: si caricano i resti sulle spalle, senza cassa, e si avviano a piedi, con i pochi parenti al seguito. È capitato anche, l’altroieri, che un corteo del genere sia stato costretto ad attraversare la strada per un trasferimento dal vecchio al nuovo cimitero.

Purtroppo non è una novità. Anche in un passato lontano sono accaduti eventi del genere e sono stati affrontati alla meno peggio, talvolta con il supporto di carretti di legno presi in prestito dai fiorai all’esterno. Attualmente, però, non ci sono più carretti. E nemmeno i mezzi del Comune, anche se pare che nelle ultime ore uno dei carri sia stato rimesso in sesto. A volte si usa un minibus del Comune, che ultimamente viene utilizzato spesso anche per il recupero giudiziario dei morti (in strada o nei luoghi pubblici).

Altre volte sono gli stessi parenti a farsi carico del trasporto dei resti avvolti nelle lenzuola: «Una persona si è fatta prestare una station wagon, un altro signore provò ad appoggiare i resti della madre sui sedili posteriori, ma non ci fu verso di far entrare quel corpo», racconta un operatore cimiteriale che chiede l’anonimato.

Della vicenda sono a conoscenza anche i vigili della sezione cimiteri: «Sappiamo che esiste questo problema - spiega il tenente Carmine Lepre, al comando dell’unità operativa - ma non possiamo far altro che assistere. È una questione che non rientra nelle nostre competenze».

Intanto il cimitero resta sporco, abbandonato, degradato. Ieri mattina abbiamo provato a dare uno sguardo al quadrato degli uomini illustri: fino all’anno scorso il «Maggio dei Monumenti» prevedeva visite in quel luogo, quest’anno no. Ed è meglio.
Il «quadrato» è aggredito dalla sterpaglia, le tombe sono sporche e malridotte, anche quelle degli ospiti più importanti del cimitero. In una cappella abbandonata sono accatastate decine di bare ridotte in pezzi, mescolate a pezzi di marmo divelti dalle nicchie. Dietro alle cappelle che affacciano nell’area dove sono stati sospesi i lavori per il monumento funebre a Maurizio Valenzi, c’è una cassa di zinco aperta come una scatoletta di tonno, e gettata via. Nella cappella della «mummia», invece, c’è un sacchetto dell’immondizia.

Più giù, lontano dagli uomini illustri, fra i morti «normali» la situazione è peggiore. Il degrado è ai livelli estremi: dalle tombe spaccate si affacciano ossa e teschi.
No, questo non è un cimitero. È un film dell’orrore.



New York, un archivio per le lingue del mondo

La Stampa

Tra immigrati e rifugiati si parlano 800 idiomi
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
New York Il vlashki istrorumeno nei sobborghi di Queens, il garifuna degli ex schiavi africani in una chiesa cattolica di Morrisania nel Bronx, l'austronesiano Mamuju gelosamente conservato da un unico abitante di Rego Park, l'ormuri-afghano esiliato a Flushing, il mandaico-persiano a Long Island e il massalit sudanese in New Jersey: New York non è solo la metropoli dove si parlano più idiomi ma anche il luogo dove si concentrano numerose lingue in via di estinzione. Due docenti di linguistica della «City University of New York», Daniel Kaufman e Robert Holman, hanno così deciso di lanciare il progetto «Endangered Language Alliance» (Alleanza per gli idiomi in pericolo) coordinando un team di studenti e ricercatori accomunati dalla scommessa di redigere la mappa di un'eredità culturale unica, che si concentra sul territorio della Grande Mela per effetto dell'arrivo di milioni di immigrati dalle più remote località del Pianeta. La posta in palio è molto alta: «Delle 6500 lingue parlate oggi sulla Terra circa il 90 per cento sono destinate a estinguersi nel 21° secolo, qui a New York possiamo salvarle» si legge nel documento di fondazione dell'iniziativa. Per avere un'idea delle dimensioni dell'impresa intrapresa da Kaufman e Holman basti pensare che se nelle scuole di New York si parlano 176 lingue - già un record - in tutta la città superano quota 800, con la palma della diversità che va agli abitanti di Queens con 138 idiomi.

Fra quelli considerati «a rischio» vi sono l’aramaico, i dialetti semitici chaldico e mandaico, il chamorro delle isole Marianne, il bukhari parlato dagli ebrei di Buckhara più numerosi a Queens che in Asia Centrale, il gaelico irlandese, il kashubiano-polacco, l'olandese portato in Pennsylvania dai primi coloni, il retoromanzo di matrice svizzera, l'yiddish, dozzine di dialetti indigeni messicani e indiano-americani, e il vlashki istriano dal quale il lavoro di classificazione è iniziato.

A parlarlo erano in origine gli abitanti della penisola adriatica a ridosso a Trieste ma dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato vittima prima del serbocroato imposto dalla Jugoslavia di Tito e poi della rinascita del nazionalismo croato che ha penalizzato le minoranze etniche con il risultato che «oggi molti dei villaggi vlashki sono vuoti e la maggioranza degli abitanti vivono in America» racconta al «New York Times» Valnea Smilovic, 59 anni emigrato negli anni Sessanta. A Queens sono almeno cento i madrelingua vlashki e c'è anche chi si sta occupando di pubblicare un vocabolario dimostrando una determinazione simile a quella che nel nord del New Jersey si ritrova nei centri di Paramus e Teanek, dove risiede una piccola comunità di siriani di fede ortodossa che in casa comunicano esclusivamente in neo-aramaico, versione moderna del linguaggio di Gesù e del Talmud.

A Long Island invece sono alcune famiglie persiane a parlare il mandaico, che è una versione dell'aramaico, mentre il mamuju austroindonesiano ha in tutta New York un unico interprete: il signor Husni Husain, 67 anni, residente a Rego Park e originario della provincia di West Sulawesi. Non può parlare nella sua lingua neanche con moglie e figli, visto che la prima è di Giava e i secondi sono cresciuti a Giakarta. L'ormuri è un antico dialetto afghano, una volta diffuso anche in Pakistan, che ha la propria roccaforte fra le case popolari di Flushing così come il massalit è la lingua di alcuni membri delle tribù del Darfur fuggiti dal genocidio e riparati in New Jersey, dove Kaufman e Holman stanno tentando di aiutarli a codificare una grammatica che non è mai stata messa per iscritto.

A venire dall'Africa è anche il garifuna, un idioma che venne portato dagli schiavi attraverso l'Atlantico e sbarcò nell'isola caraibica di St Vincent per poi da lì passare in America Centrale e a Brooklyn, da dove ha raggiunto il piccolo quartiere di Morrisania nel Bronx riuscendo a diventare il verbo di preghiera in una locale chiesa cattolica. Fra gli idiomi africani c'è anche il zaghwa-beria, che viene dalle regioni del Sahara a ridosso del Nilo ed è parlato da un gruppo di famiglie del Sudan orientale giunte negli ultimi anni a New York.

Ciò che accomuna ricercatori e volontari impegnati a scongiurare la scomparsa di queste tradizioni è la convinzione che «il linguaggio è un'identità» come dice Daowd Salih, 45enne profugo del Darfur, secondo il quale «il dramma della mia terra è che i massacri in corso oltre ad uccidere le persone distruggono anche i loro dialetti».


Sul sito del parco un video choc Il Vesuvio diventa megadiscarica

Corriere del Mezzogiorno

La «Parcumiera» è il titolo del filmato: la natura incontaminata si trasforma in pattumiera

NAPOLI

Prima i sacchetti neri di immondizia, ora un video intitolato la «Parcumiera»: sul sito web dell'Ente Parco Nazionale del Vesuvio prosegue la campagna contro l'apertura di una seconda discarica. Cliccando su www.parconazionaledelvesuvio.itil visitatore trova in home page un breve video, della durata di un minuto circa, con foto di paesaggi incontaminati e animali di specie protette. Un uccello variopinto, lo scorcio di un sentiero, l'uva catalanesca, il piennolo e i funghi di cui è ricco il Parco. Immagini di una natura protetta e incontaminata cedono il posto al Gran Cono e al panorama dei comuni della zona rossa. Una inquadratura con vista dall'alto sulla zona vesuviana è però ferita da una striscia grigia di sacchetti di rifiuti.

Ad un tratto i colori lasciano spazio al nero cupo. È l'ultima immagine, la più drammatica: il Vesuvio è completamente nero, coperto dalla cima alle pendici dai rifiuti. Sullo sfondo, infine, compare un monito: «Il Parco Nazionale del Vesuvio - si legge - tutela la biodiversità, il paesaggio, le singolarità geologiche, le attività antropiche compatibili. Tutto ciò è messo a rischio dalla presenza di discariche nel Parco. Aiutaci anche tu affinchè ciò non avvenga». Il presidente dell'Ente Parco del Vesuvio, Ugo Leone dice: «Dopo il sito listato a lutto, questo è un secondo messaggio. Ma è un messaggio di speranza nel senso che è vero che questa serie di immagini finisce con l'avanzamento di sacchetti, ma la parte iniziale dimostra l'altra faccia della medaglia: un Vesuvio che noi vogliamo sia votato come settima meraviglia della natura». Le parole del presidente lasciano spazio alla speranza. «Siamo confortati dai risultati del sopralluogo della Commisione Europea che, la scorsa settimana, ha mostrato preoccupazione e meraviglia per il fatto che in un luogo così bello ci sia una discarica. Io sono fiducioso che questa seconda sciagura non si verifichi».

Claudia Clemente
12 maggio 2010

Affaire Mastella-Di Pietro: ecco le intercettazioni

di Gian Marco Chiocci

Il manager parla delle pressioni subite in carcere subito dopo l’arresto per accusare il leader dell’Udeur "Fu il finanziere che aveva indagato a dirmi che era lui la vittima sacrificale e che dietro c’era Di Pietro". 

Le intercettazioni

nostro inviato a Termoli

Alessandro Giorgetta, lei è l’imprenditore che ha registrato le conversazioni con il finanziere di Termoli che le ha rivelato il (presunto) piano per incastrare Mastella. Può dirci come nasce questa storia?

«Allora. Io vengo coinvolto in una vicenda relativa a una presunta truffa utilizzando dei finanziamenti statali. Già in carcere, in modo più o meno diretto, mi veniva fatto sapere che se avessi parlato del “politico” la mia situazione si sarebbe risolta».

Quale politico?
«Ci arriviamo. Appena uscito di prigione contatto l’investigatore che aveva condotto le indagini: mi servivano i documenti che avevano sequestrato. Così, giorno dopo giorno, entro in confidenza con il finanziere che inizia a fare allusioni pesanti: “Ma ancora non l’hai capito che non volevano te ma qualcuno più in alto di te?”. Oppure. “Ma tu non eri amico di Di Pietro? Bell’amico che hai”. A un certo punto inizia a fare il nome di Di Pietro, di Mastella, dell’esistenza di una lettera, che a volte chiama “esposto”, che attribuisce a Di Pietro e che sarebbe all’origine delle indagini su Mastella. Insomma...».

La fermo un attimo. Di Pietro prima ha detto di aver presentato un esposto, poi di non averlo presentato, quindi di averlo presentato ma non su Mastella.

«La interrompo io, mi scusi. Nel mio fascicolo processuale, che contiene tonnellate di carte, l’esposto o la lettera di Antonio Di Pietro non c’è».

Antonio Di Pietro sostiene che l’esposto esiste ed è nel fascicolo 630/2002.
«Ma quello non è il mio fascicolo! La numerazione è differente. Aspetti che leggo... numero... 1867/2002. Non ci sto capendo niente. Se non parla di Mastella perché il finanziere fa riferimento, su Mastella, all’esposto di Di Pietro? Perché il testimone Nardella al mio processo, quello istruito grazie alle indagini del finanziere da me registrato, ha ammesso che la Guardia di finanza gli ha infilato il nome di Mastella, ed anche il mio, nel suo interrogatorio?».

Provi a darsi una risposta.
«Io non so cosa è successo. Solo dopo aver appreso in aula che quel testimone parlava a quel modo del nome di Mastella nel suo verbale, mi sono deciso a portare i nastri alla procura di Bari competente a indagare sulla procura di Larino, quella della mia inchiesta. All’inizio nemmeno ci volevo credere a quel che diceva il finanziere. Poi, però, è stato sempre più preciso, ricco di dettagli. Quando il testimone in aula se ne è uscito così, ho capito tante cose. E adesso scopro effettivamente che Di Pietro ha presentato un esposto. Bah».

Ma Antonio Di Pietro era suo amico?

«Sì, lo era. Gli ho fatto anche i lavori a casa. Ma ormai è un po’ che non lo sento. Lui si ricorda molto bene di me».

Andiamo al politico. È vero che quand’era in cella le proposero un accordo, tipo, ci dia Mastella e finisce tutto?
«A questa domanda preferirei non risponderle».

Pensa di essere finito in un gioco più grande di lei?
«Non ci sono dubbi. Già l’inchiesta faceva acqua da tutte le parti, in più ci si è messo questo finanziere con le sue rivelazioni esplosive, poi è cominciato il processo ed è comparso quel teste a dire quelle cose. Se uno dovesse fare due più due, il risultato sarebbe devastante. I conti, comunque la vogliamo mettere, non tornano».


Le case dei ministri: ecco quanto spendono

di Francesco Cramer

La Carfagna paga un mutuo da 4mila euro al mese per un appartamento in zona Quirinale, mentre la Meloni preferisce la semiperiferia.

Bondi vive in 70 mq a Prati e Calderoli in un bilocale: "Non comprerei mai a Roma"


Roma - Il ballo del mattone dei nostri governanti è fatto di giravolte, note stonate e qualche black out. Ma anche di trasparenze. Da un’inchiesta pubblicata sul settimanale Oggi dal titolo «Casa nostra: i politici a Roma abitano qui», emerge la mappa del buen retiro capitolino di tutti (o quasi) gli inquilini di Palazzo Chigi. Dei ventidue ministri in carica interpellati dal periodico, hanno risposto in tredici. Qualche reticenza di troppo o promesse di risposte a breve per altri nove, tra cui il campione della trasparenza Renato Brunetta. Alcuni dei nove, interpellati dal Giornale, hanno acconsentito a chiarire la loro posizione.

Chi non ha avuto timori di spalancare le finestre di casa propria all’inviato di Oggi, Mauro Suttora, è il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. La quale, precisissima, ha dichiarato di aver acquistato un appartamento di 160 metri quadrati il 18 febbraio 2009. «Ho acceso un mutuo a tasso fisso di 450mila euro, che me ne costa 4mila al mese». Prezzo della casa in zona Quirinale, 930mila euro: ottimo affare? Sembrerebbe di sì anche se dipende dalla via, dal piano, dall’affaccio.

Nessun mistero neppure per il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, il ministro della Garbatella: «Prima abitavo lì con mia madre, in quella zona i prezzi sono troppo alti». Acquisto anche per lei, lontano dal centro, all’Ardeatino: «L’anno scorso ho comprato 50 metri quadrati con terrazzo. Prezzo? 370mila euro con mutuo». Semiperiferia per il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli che affitta 65metri quadrati da un privato perché «non ho mai pensato di comprare a Roma perché ritengo che la casa si debba acquistare sul territorio, nella città in cui si vive». Contratto di locazione anche per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che ha dichiarato di pagare 2.500 euro al mese. Affitto più basso per il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi che al Giornale dichiara: «Abito in 75 metri quadrati, quartiere Prati, e pago 1.800 euro al mese. È tutto regolare».

Mistero sul canone d’affitto, invece, pagato dal ministro Stefania Prestigiacomo per il suo appartamento vicino a piazza Navona. Limpido il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi che ha acquistato 18 anni fa quattro camere con doppi servizi nel quartiere Appio-Latino, donate alla figlia nel 2008. Nessuna informazione in merito dal ministro per le Riforme Umberto Bossi che si sarebbe trincerato dietro lo scudo della privacy. Per questioni di sicurezza, invece, il ministro degli Interni abita in un alloggio di servizio, mentre il Guardasigilli Angelino Alfano dorme addirittura in un carcere della Capitale. Sempre per questioni di sicurezza, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi non dichiara alcunché: «Per evidenti motivi preferisco non dire dove sto, mi scusi». Non a caso il ministro, nei giorni scorsi, ha ricevuto minacce di morte via internet: «Farai la fine di Marco Biagi».

Giancarlo Galan, appena diventato ministro dell’Agricoltura al posto del leghista Luca Zaia è appena arrivato a Roma per cui per ora vive in albergo mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini abita in affitto dal lontano 1992 nella stessa casa. Hotel anche per il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla: «Il ministro del Turismo non può mica essere stanziale - scherza -. Giro come una trottola per cui niente casa a Roma. Sto in albergo e nemmeno sempre nello stesso, dove trovo trovo».

E poi ci sono gli «ospitati». Chi, cioè, vive generosamente accolto da parenti o amici: il titolare della Salute, Ferruccio Fazio e il ministro dei rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto che, peraltro, starebbe cercando un alloggio. Ospite anche Gianfranco Rotondi che al Giornale spiega: «Vivo da anni in centro, in una casa di famiglia, sede di un famoso pranzo tra Fini e Berlusconi nel 2008. Volete sapere le mie proprietà? Ho intestati a mia nome tre appartamenti ma non a Roma: uno ad Avellino, uno a Pineto degli Abruzzi e un terzo a Firenze».

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa e quello delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli, contattati in serata, non hanno potuto rispondere perché impegnati in un summit in una altra celebre residenza romana: quella del premier, palazzo Grazioli.



Una casa pagata da Anemone per l'uomo delle Infrastrutture

Corriere della Sera
Da Zampolini mezzo milione di euro a Ercole Incalza

PERUGIA — Oltre mezzo milione di euro per comprare un appartamento a Ercole Incalza, potente funzionario del dicastero delle Infrastrutture. È questa la nuova operazione immobiliare gestita nel 2004 dall’architetto Angelo Zampolini per conto di Diego Anemone. Dopo le case acquistate per il ministro Claudio Scajola e per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru, l’indagine condotta dai magistrati di Perugia rivela che anche l’attuale capo della «Struttura tecnica di missione», uno dei collaboratori più stretti del ministro Altero Matteoli, ha goduto dei favori del costruttore ora indagato per corruzione. E l’ha fatto sei anni fa, quando era consulente di Pietro Lunardi, che all’epoca occupava la stessa poltrona.

L’affare per il genero
L’operazione sospetta segnalata dalla Banca d’Italia porta la data del 7 luglio 2004. Per il professionista deve essere stato un periodo di lavoro intenso, visto che neanche 24 ore prima ha chiuso la compravendita per Scajola. Quel giorno, così come risulta dai documenti contabili, Zampolini versa sul proprio conto presso l’agenzia Deutsche Bank 520.000 euro in contanti messi a disposizione da Anemone e preleva subito dopo 52 assegni circolari da 10.000 euro l’uno intestati a Maurizio De Carolis. L’uomo viene rintracciato qualche settimana fa e racconta di aver venduto un appartamento al centro di Roma ad un certo Alberto Donati, per 390.000 euro. Il rogito è stato stipulato di fronte al solito notaio, quel Gianluca Napoleone che si è occupato anche delle altre compravendite chiuse con la stessa procedura. E pure in questo caso la cifra appare davvero troppo bassa per una dimora lussuosa che si trova al centro di Roma — in via Emanuele Gianturco 5 — ed è composta da cinque camere e servizi. E infatti il prezzo finale, tenendo conto della cifra versata «in nero» da Zampolini, supera i 900.000 euro.

Manca però il tassello successivo e cioè verificare come mai Anemone abbia deciso di mettere a disposizione il denaro. La risposta la fornisce lo stesso Donati: «Ho fatto l’affare grazie a mio suocero Ercole Incalza. Fu lui a dirmi di mettermi in contatto con Zampolini che mi avrebbe aiutato per l’acquisto dell’appartamento». Per chi indaga quello di Incalza è un nome noto visto che nel febbraio 1998, quando era amministratore delegato della Tav, fu arrestato proprio dai magistrati di Perugia. L’inchiesta era quella sugli appalti delle Ferrovie che portò in carcere anche l’allora presidente Lorenzo Necci e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. L’identità del beneficiario viene comunicata ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, titolari dell’indagine, che adesso dovranno decidere la data di convocazione per l’interrogatorio.

Incalza dovrà infatti chiarire come mai Anemone decise di elargire in suo favore una somma tanto ingente mentre lui era consigliere del ministro delle Infrastrutture Lunardi. Spiegare che rapporti aveva il costruttore con il dicastero, quali appalti ottenne in quel periodo. Il resto lo sta facendo Zampolini che — come hanno confermato i magistrati perugini davanti al tribunale del Riesame — «sta ricostruendo i flussi finanziari che arrivavano dall’imprenditore». Una collaborazione preziosa per l’indagine perché consente di ricostruire il percorso dei soldi, e dunque il nome di chi ne ha beneficiato, che gli ha evitato la richiesta di arresto.

Le bugie del generale
Lo aveva già fatto nei casi che riguardano Scajola e Pittorru. La scorsa settimana il generale è stato interrogato dai pm. Ha ammesso di aver ricevuto da Anemone, sempre tramite Zampolini, 800.000 euro per l’acquisto di due case. «Ma era un prestito — ha cercato di giustificarsi —sono pronto a fornirvi le prove. I documenti sono conservati in Sardegna e ve li consegnerò entro una settimana». Una versione ritenuta non credibile dagli inquirenti che hanno comunque concesso all’alto ufficiale indagato per corruzione la possibilità di mantenere il suo impegno. Ma dopo sette giorni Pittorru ha fatto sapere che quelle carte gli erano state rubate e dunque non sarebbe stato in grado di dimostrare quanto aveva sostenuto. Anche al commercialista Stefano Gazzani e al commissario per i mondiali di nuoto Claudio Rinaldi viene contestato di aver fornito versioni false rispetto ai propri rapporti con Anemone. E per questo Sottani e Tavernesi hanno ribadito la necessità che entrambi vengano arrestati. «La competenza è della Procura di Perugia, qui deve rimanere l’inchiesta», hanno dichiarato di fronte al tribunale che deve pronunciarsi sulla decisione del gip secondo il quale il fascicolo dovrebbe essere trasmesso a Roma e sulla richiesta degli avvocati difensori Bruno Assummma e Titta Madia che sostengono la completa estraneità dei propri assistiti alle attività illecite della «cricca».

Fiorenza Sarzanini
12 maggio 2010




Scontro Auto blu e privilegi, il ministro Brunetta querela i dipietristi

di Renato Brunetta

È scontro tra il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta e Idv. Brunetta ha annunciato che presenterà querela contro il vicecapogruppo di Idv Fabio Evangelisti, che in un’interrogazione lo ha accusato di predicare bene e razzolare male in tema di auto blu e privilegi. Nello specifico, il j’accuse di Evangelisti riguarda gli spostamenti del ministro e del suo consulente Gianni De Michelis, e un ufficio a Venezia, pagato, a detta del vicecapogruppo di Idv, a spese del contribuente. Immediata la smentita del ministero: «L’affermazione di Evangelisti, secondo il quale “il ministro Brunetta ha ancora un enorme ufficio sul Canal grande a spese del contribuente” è completamente falsa e da tempo è stata smentita anche in sede parlamentare». Quanto alle auto blu il ministero rileva che Brunetta «sotto scorta da 25 anni per le minacce dei terroristi, usa per i suoi spostamenti l’auto blindata messagli a disposizione dall’Arma dei carabinieri», mentre «il consigliere Gianni De Michelis si reca ogni mattina al ministero con i mezzi propri».

E il pesce rosso boccia la boccia

Avvenire



Liberiamo i pesci rossi dalle bocce! Fuori i pesciolini dai tirassegno dei lunapark! Oh povera generazione di bambini che tornavano felici dalla fiera col loro pesce rosso... Reggevano il classico sacchetto trasparente con la massima cautela (se non altro per non rovesciare l’acqua) e una serena incoscienza dei diritti animali, magari avevano persino acquistato la boccia in vetro regolamentare per alloggiare il nuovo inquilino sul mobile della cucina: e non immaginavano che genere di sevizie stavano in realtà per infliggere al povero animale (il quale in effetti nella maggior parte dei casi soccombeva di lì a poco, con gran pianto del proprietario).

Mentre i genitori nemmeno sapevano di rischiare, almeno in alcuni Comuni italiani, addirittura una denuncia per maltrattamenti...
Dunque diciamolo forte: basta coi pesci in boccia! E non perché – secondo una diffusa leggenda metropolitana – la forma sferica procurerebbe loro disturbi «psichici», bensì a causa della scarsa quantità d’acqua e del cattivo rapporto di scambio di ossigeno in superficie, responsabili di un lento ma sicuro processo di avvelenamento e asfissia del simpatico e silenzioso animaletto da compagnia. «La boccia è fatta per le caramelle, non per i pesci», ammonisce un sito Internet d’oltralpe dedicato al «Rispetto del pesce rosso», giocando sulla rima francese tra bonbon e poisson; e sostiene senza mezzi termini che è proprio lui – il signor carassius auratus – «l’animale domestico più maltrattato del mondo!».

La notizia invero circola ormai da anni tra gli esperti, e tuttavia – sostiene il web costernato – «in pieno XXI secolo vediamo ancora mamme e papà comprare un pesce rosso per cedere ai capricci del loro frugoletto e venditori da grandi magazzini lasciar fare senza dir nulla: invece boccia uguale tortura!». Anche in Italia il grido d’allarme comincia a farsi sentire, almeno nelle communities di «acquariofili consapevoli»: «Se ci fosse una maggiore conoscenza e una maggiore voglia di informarsi in tutti coloro che li comprano – scrive un portale che sta "dalla parte dei pesci" –, molte più persone saprebbero che i pesci rossi arrivano in pochi anni a superare i 30 cm di lunghezza, per 2 o 3 kg di peso.

Ce li vedete nella vostra boccia da 5 litri d’acqua?». Francamente no. Se poi si aggiunge che, a parere degli esperti, un carassius che sopravviva meno di 10 anni (l’esistenza media del pesce rosso sta tra i 10 e i 15, ma il record mondiale è di ben 43 anni...) molto probabilmente ha sofferto di carenze nelle cure, allora qualche esame di coscienza sui nostri comportamenti infantili è inevitabile e doloroso. Ahi, quanti ricordi di pesci rossi posti a scorrazzare nella vasca da bagno in attesa del settimanale rinnovo del liquido (che invece – apprendiamo – dovrebbe essere fatto soltanto per il 10-20% alla volta e con acqua lasciata riposare almeno 10 ore...) o di mangimi versati sul pelo dell’acquario come formaggio sulla pastasciutta...

L’allevamento del carassius non è difficile in sé, richiede però accorgimenti come l’uso del filtro (indispensabile, predicano gli esperti), la giusta quantità di cibo, i metodi per cambiare l’acqua, e così via. Gasp: tutto questo per un "semplice" pesce rosso?!? Beh, d’altra parte nessuno si sogna di far vivere un cane in una cassetta di legno o un gatto dentro una gabbia... «Invece nel caso degli acquari – colpevolizza il solito sito – chi compra pesci non solo non sa nulla delle loro esigenze, ma non ravvisa nemmeno la necessità d’informarsi. Basta aprire il rubinetto, no?».

Conclusione – mamme e papà, tenetevi forte – «non va bene la boccia, non va bene nemmeno la vaschetta da 10 litri, e neppure l’acquario da 50; ci vuole una vasca di almeno 100-120 litri, e solo fino a che non saranno cresciuti ancora del tutto, poi ci vuole ancora più grande!». È vero infatti che i pesci rossi sarebbero per natura piuttosto resistenti e rustici, ma sono anche animali socievoli e dunque vanno allevati in gruppo, inoltre amano le lunghe nuotate per cui «è assurdo anche solo pensare di metterli in una boccia: rischiano di atrofizzarsi, di bloccare il processo della crescita se costretti in un ambiente troppo piccolo e questo è debilitante per la loro salute e riduce drasticamente la loro aspettativa di vita».

Del resto, se considerassimo la nobile storia del vivace pesciolino, forse impareremmo a rispettarlo di più. Si tratta infatti di un discendente della carpa che i cinesi conoscono da un paio di millenni e cominciarono ad allevare (prima fra le specie ittiche ornamentali) nei laghetti presso i monasteri già verso il IV secolo, considerandolo sacro a causa della livrea metallica che – esposta al sole – lo faceva sembrare d’oro (goldfish è ancora il nome inglese della creatura). Lungo i secoli poi, grazie all’estrema cura e abilità degli orientali, il carassius venne selezionato in varietà anche notevolmente diverse per colori e forme (oggi gli specialisti distinguono una quindicina di razze con almeno 300 varietà, tra cui in Asia e in America si svolgono regolarmente gare di bellezza), diventando un oggetto distintivo per la nobiltà ma anche un animale molto comune tra il popolo.

Un passo decisivo il pesce rosso lo compì nel 1502, quando venne esportato in Giappone, isola fondamentale per il suo sviluppo. Dalla colonia portoghese di Macao invece il vispo pesciolino giunse per la prima volta in Europa nel 1611. E i successivi 4 secoli sono stati per lui un seguito di successi occidentali: nel 1728 ad Amsterdam si verificavano le prime riproduzioni in cattività, nel 1794 in un recipiente di terracotta si compiva lo sbarco in Gran Bretagna (oggi i più rinomati allevamenti europei sono appunto inglesi e tedeschi) e nel 1852 un commerciante cinese li esportava a San Francisco.
 
A fine Settecento in Russia la zarina Caterina II li usava per adornare le tavole dei suoi banchetti, mentre in Francia all’epoca di Napoleone III pare che le dame appendessero addirittura alle orecchie piccole bocce con piccolissimi pesci (!). Quanto all’Italia, i primi allevamenti risalgono alla fine dell’Ottocento in Liguria ed Emilia Romagna, ma il boom è ovviamente del dopoguerra; pare che oggi siamo per quantità i maggiori allevatori del vecchio continente, tuttavia proprio l’attenzione al numero piuttosto che alla qualità ha prodotto uno scadimento delle varietà, senza contare che il basso prezzo ha finito per nuocere al pesce rosso, considerato ormai quasi universalmente un «oggetto» di scarso valore, breve durata, facile sostituzione e dunque pronto consumo. «Il pesce rosso – sintetizza un’appassionata italiana – costa poco, si trova dappertutto e molti sembrano aver dimenticato che è un animale con le sue necessità e i suoi diritti».

A tale mentalità ora qualcuno comincia a reagire, e in modi vari: si va dalle decalcomanie che esortano spiritosamente ad abolire la boccia di vetro, fino ai regolamenti che in alcuni Comuni (Firenze e Roma, ad esempio) vietano di detenere fauna ittica in meno di 30 litri d’acqua; per non parlare della proposta inglese di proibire di mettere animali in palio nei luna park. Ma la tendenza più drastica è forse tornare a «liberare» il carassius negli stagni da giardino, grazie alla sua capacità di adattarsi ad acque relativamente fredde. Lì il pesce rosso torna davvero re. E tanti saluti alle bocce di vetro.
Roberto Beretta


Vignette su Maometto, il disegnatore aggredito e ferito con una testata

Corriere della Sera
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Lo svedese Lars Vilks colpito in faccia mentre teneva una lezione universitaria

Vignette su Maometto, il disegnatore aggredito e ferito con una testata


Lars Vilks

MILANO - Il disegnatore svedese Lars Vilks, noto per aver pubblicato vignette blasfeme raffiguranti Maometto, è stato aggredito e ferito mentre stava tenendo una lezione universitaria in Svezia. Un ragazzo è corso verso l'artista e l'ha colpito con una testata in faccia.

TUMULTO - Da alcuni anni Lars Vilks riceve diverse minacce di morte ed è sotto la protezione della polizia, dopo essere diventato famoso per le controverse vignette raffiguranti il profeta Maometto. Martedì l'artista svedese è stato aggredito ad una conferenza nell'università di Uppsala; stava tenendo una lezione davanti a circa 250 studenti proprio sui limiti della libertà artistica. Un ascoltatore si è alzato improvvisamente dalla prima fila e si è scagliato contro Vilks. Nel tumulto altre tre persone si sono gettate sul disegnatore, come evidenzia un video dell'episodio. Poco prima l'artista stava mostrando ai presenti un film provocatorio di una coppia di uomini nudi con delle maschere di Maometto in espliciti atti sessuali, riferisce l'agenzia di stampa svedese TT. Fin da subito alcuni del pubblico hanno cominciato a protestare alzando la voce, poi d'improvviso un uomo è corso verso l'artista e l'ha colpito con una testata rompendogli gli occhiali, senza però procuragli ferite gravi. L'artista è sotto choc. Nel caos è rimasto ferito anche un poliziotto della scorta. Due persone sono state successivamente fermate, hanno comunicato le forze dell'ordine.

VIGNETTE E MINACCE - Vilks aveva pubblicato nel 2007 una vignetta raffigurante Maometto con il corpo di un cane. Disegno che è all'origine del presunto complotto per ucciderlo, scoperto due mesi fa in Irlanda. Il quotidiano svedese Dagens Nyheter (DN), aveva dedicato recentemente alla questione parte del giornale: «Lars Vilks non è solo in questo conflitto. Una minaccia contro di lui è, di fatto, una minaccia contro tutti gli svedesi». Negli Usa un'islamista è in custodia cautelare da marzo, perché avrebbe pianificato l'assassinio dello svedese. Nella vicina Danimarca, il caricaturista Kurt Westergaard è stato invece bersaglio di un tentato omicidio nel giorno di Capodanno. Un 28enne, legato alle organizzazioni integraliste islamiche, si era introdotto nella sua abitazione armato di accetta e coltello. Il disegnatore era riuscito a salvarsi chiudendosi e barricandosi in una stanza e riuscendo a chiamare polizia. Nel 2005 Westergaard aveva disegnato Maometto con le bombe nascoste nel turbante per il giornale danese Jyllands-Posten.

Elmar Burchia
12 maggio 2010

Garibaldi, da santo a quasi terrorista La parabola di un'icona

Corriere della Sera > Cultura



L’800 adorava il condottiero, ora il dileggio leghista

«Così ho trasformato il Sud da terza potenza mondiale in povera colonia italiana: eravamo solo mille... ma siamo stati sufficienti ad arraffare tutto l'oro del Meridione, a smontare le industrie del Sud che davano lavoro a migliaia di operai e a trasferire queste ricchezze al misero Nord». Sono parole messe in bocca a Giuseppe Garibaldi in una cartolina della serie «Garibaldi? No grazie», con tanto di barra di traverso diffusa dai nostalgici del Regno delle due Sicilie. Direte: questa poi! E quando mai è stato il Mezzogiorno la «terza potenza mondiale »? A metà dell’Ottocento? Davanti o dietro gli Stati Uniti? Davanti o dietro l'impero francese? Davanti o dietro l’impero britannico? E dov’erano in classifica, per dire, l'Olanda che controllava immensi possedimenti coloniali o l’impero ottomano? Uno storico sicuramente non filo-unitario come Mario Costa Cardol ricorda che «nel 1860 il Piemonte contava 803 chilometri di strade ferrate, la Lombardia 202, il Veneto 298, la Toscana 256 (...) e infine veniva l'ex regno napoletano, con 98» peraltro non al servizio dei cittadini ma dei Borboni perché potessero raggiungere più comodamente le sontuose residenze reali di Portici e Caserta? Chissenefrega: abbasso Garibaldi!

Il tentativo di trasformare il protagonista del Risorgimento che all’epoca, secondo lo storico inglese Denis Mack Smith, era «la persona più conosciuta e amata del mondo» in una specie di «delinquente, terrorista, mercenario» (definizione di uno pseudo-saggio che dilaga online) non è nuovo. Basti rileggere I napoletani al cospetto delle nazioni civili scritto da un anonimo e pubblicato senza data né luogo di stampa perché clandestino sotto il nuovo regno d'Italia: «Briganti noi, combattendo in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi, venuti qui a depredare l'altrui? Il padrone di casa è il brigante o non piuttosto voi, venuti a saccheggiare la casa?» Negli ultimi anni, però, c'è stata un’accelerazione. Che il culto antico di Garibaldi fosse a volte esagerato fino al ridicolo, non si può negare. Il catalogo della mostra «Garibaldi nell'immaginario popolare» curato da Franco Ragazzi e Claudio Bertieri, trabocca di oggetti incredibili: caraffe garibaldine, bottiglie garibaldine, sardine garibaldine, maccheroni garibaldini, ginseng garibaldini e poi spille e poltrone, divani e fermagli, ventagli e statuette di ceramica, bottoni e fazzoletti. Per non dire dei ritratti. Dei busti. Dei monumenti equestri sparsi per le contrade del mondo. E poi film, romanzi, saggi. Nel 1970 lo studioso Anthony Campanella contò non meno di 16.141 libri dedicati all'eroe. Da allora, sarebbero almeno raddoppiati.

Uno lo ha scritto una studiosa genovese, Franca Guelfi. Si intitola «Dir bene di Garibaldi » e raccoglie 155 epigrafi sparse per l'Italia. «Altro che Che Guevara!», commenta nell'introduzione Luciano Cafagna. Alcune sono strepitose. Come quella sul Palazzo Alliata di Villafranca a Palermo: «In questa illustre casa il 27 maggio 1860 per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi. Singolare prodezza fra l’immane scoppio delle micidiali armi da guerra sereno dormiva il genio sterminatore d’ogni tirannide». O quella a Lunano, Pesaro: «Inseguito da orde straniere, sostava qui con la fedele coorte tra l’agguato e l’ansia e gli batteva accanto il cor d’Anita». O quella a Palazzo Grignani di Marsala: «In questa casa per ore sessanta fu Garibaldi, qui nel 19 luglio 1862 la prima volta tuonò o Roma o morte». O ancora quella a Colle di Gibilrossa (Palermo): «Da questa rupe rivolgendosi a Bixio diceva le fatidiche parole, Nino domani a Palermo». L’eroe dei due mondi, ha scritto Ragazzi, «era visto dal popolo come un santo liberatore. A Palermo era considerato "parente" di Santa Rosa così come a Napoli lo divenne di San Gennaro, in una stampa popolare era raffigurato con un gesto benedicente (...) In un calendario del 1863 era elevato alla gloria degli altari, il busto-reliquiario con tanto di aureola posto su un altare fra baionette, cannoni e munizioni al posto dei ceri. L'epigrafe era vero manifesto dell’anticlericalismo: "figli d'Italia, se asciugar volete / di Venezia e di Roma il lungo pianto / poco v'importi se non canta il prete / queste son le candele, questo è il santo"».

Troppo? Certo che era troppo. Ma è troppo forte anche il passaggio dal peana al dileggio. Sostiene la storica cattolica Angela Pellicciari: «Il suo mito è stato costruito ad arte dalla Massoneria, di cui Garibaldi era illustre esponente. Come del resto il Risorgimento: un fatto massonico contro la popolazione italiana, definita oscurantista perché in stragrande maggioranza cattolica ». Tutto qui? Davvero il Risorgimento può essere liquidato, citiamo a caso Giancarlo Padula, «giornalista, scrittore e cantautore », come «una vera e propria rapina del ricco e colto, all’epoca, Meridione»? Davvero è «normale» che un uomo che perfino il burbero Indro Montanelli trattò con qualche rispetto («S’imbarcò alla chetichella e, delle personalità piemontesi, il solo Persano venne a dirgli addio. La grettezza di Vittorio Emanuele, il livore di Cavour e la meschinità di Farini gli avevano reso, in fondo, un enorme servigio. A confronto di tali ometti, egli sembrava, senza esserlo, un gigante») possa essere liquidato come uno che «si lasciò crescere i capelli perché in Sud America violentò una ragazza che gli mozzò un orecchio con un morso»? Si è sentito di tutto, in questi anni. Di tutto. Il torinese Mario Borghezio ha tuonato che Garibaldi «è solo una montatura. Mica per altro piaceva tanto a Craxi. Era solo un esaltato innalzato dalla retorica nazionalista. Ma non valeva un'unghia di Emanuele Filiberto».

Il catanese Raffaele Lombardo che «è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio, con gli insorti impiccati, bruciati vivi e denigrati come banditi. La conquista savoiarda ha depredato le casse del Banco di Sicilia e ha impedito la nascita di uno Stato federale sotto il coordinamento di un sovrano, magari del Papa». Il bergamasco Roberto «Pota» Calderoli che certe ricorrenze risorgimentali sono «un lutto»: «L’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto il male della Padania e del Mezzogiorno che stavano benissimo come stavano». E mentre il sindaco siciliano di Capo d’Orlando spaccava a martellate la targa di Piazza Garibaldi («un feroce assassino al servizio della massoneria e dei servizi inglesi») il bossiano Francesco Bricolo sparava: «Era un traditore, un mercenario, un massone, un nemico della Chiesa, un negriero, un truffatore, un ladro di bestiame e un criminale di guerra ».

Quello che dicono i fanatici borbonici come lo «storico» Antonio Ciano, tabaccaio a Gaeta e fondatore del Partito del Sud, che svetta su YouTube con filmati tipo: «Il regno delle due Sicilie e le trame della massoneria », «Garibaldi: eroe o cialtrone?» «La più grande rapina della storia» e così via… Tutte tesi che hanno sdoganato i blogger. Eccitati al punto da fare un casino pazzesco, come un certo «Salux» che su www.riflessioni.it/forum scrive: «Pio IX definì Garibaldi: “un metro cubo di letame”» No, guardi, fu il contrario. Va ben, che sarà mai… Uno dice una cosa, uno un’altra… Lo storico Mario Isnenghi sostiene che nossignori, non si può fare la storia «fai da te» e che «gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un’altra» e comunque certe tesi vanno provate? Uffa, il solito parruccone…

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
23 aprile 2010