giovedì 13 maggio 2010

Celentano aspirante sindaco: buttiamo giù i palazzi brutti

di Redazione

Tra il serio e il faceto il Molleggiato avanza l'ipotesi di candidarsi a Milano nel 2011.

Programma: radere al suolo tutti gli edifici brutti. E Claudia Mori assessore



 

Milano - Che non gli bastasse cantare, lo avevamo già capito. Ma che puntasse a palazzo Marino, quello, era difficile immaginarselo. Tra il serio e il faceto, "il re degli ignoranti", la butta lì: nel 2011 potrebbe scendere in campo per la poltrona da sindaco di Milano. La proposta glie l’ha lanciata ieri Mario Capanna in occasione della presentazione del suo nuovo libro "Per ragionare". "È un pò presto per dirlo - ha risposto l’ex ragazzo della via Gluck - anche perchè mi sembra difficile da realizzare per tanti motivi. Non me ne viene in mente uno ma è difficile. Bisognerà vedere gli sviluppi, se viene fuori una cosa importante io potrei essere talmente responsabilizzato...".

Sì, no, forse... Vorrei, non posso, ma forse... Pause, ripensamenti e frecciate. Celentano è sempre così, in bilico tra la provocazione, la presa in giro e la serietà. "Io - ha proseguito - non vorrei fare il sindaco perchè so a che cosa andrei incontro e poi credo che durerei poco. Ma a quel punto subentrerebbe la coscienza: c’è questa voce che è talmente elevata e talmente forte che dovrei piegarmi a questa richiesta che poi potrebbe essere molto divertente come tutte le battaglie. Aspettate ancora un pò".

Ruspa e famiglia
La Mori assessore e giù i palazzi brutti e i grattacieli. Celentano come Nerone, per prima cosa vorrebbe distruggere la Milano brutta. Come seconda cosa piazzare in consiglio comunale l'ex giudice di XFactor. Per quanto prematuro, Celentano sindaco ha già chi potrebbe affiancarlo nella guida della città: Capanna vicesindaco ("sarei meglio di quell’ex fascista di De Corato") e Claudia Mori assessore. Di sicuro il super molleggiato ha in mente la prima cosa che farebbe se diventasse sindaco: abbattere le case brutte e i grattacieli della città. "Per cercare di appassionare la gente e ritrovarci tutti insieme a lavorare per un progetto si potrebbe buttare giù Milano, quella brutta, tutte le case brutte che ci sono che poi adesso si riempie di grattacieli. Per esempio il Pirellone nuovo preso da solo non è brutto ma è brutto l’accostamento con le altre case". Il problema di Milano, per Celentano, è che «è una città senza volto". Per questo pensa "si potrebbe fare un referendum per sgombrare la zona dove hanno costruito i grattacieli adesso: si mettono tante mine e tutto crolla giù".


Pompei hard: visite solo per adulti Con Venere alle Terme Suburbane

Corriere del Mezzogiorno

La «Notte dei Musei»: nel weekend s'inaugura il nuovo percorso di suoni e luci nel complesso d'età augustea

NAPOLI – La visita, solo per prenotazione, è riservata esclusivamente a un pubblico adulto.

Scavi Hard vietati ai minori

In occasione della «Notte dei Musei» proposta dai siti archeologici vesuviani, sabato prossimo, 15 maggio, anteprima notturna per le Terme Suburbane di Pompei, con il nuovo percorso di suoni e luci «Venere alle terme». Scoperte cinquant’anni fa, ma aperte solo dal 2001 per piccoli gruppi, l’anteprima notturna permetterà, prima dell’apertura permanente prevista per l’estate prossima nell’ambito del programma Pompei Viva, di ammirare il complesso termale di età augustea tra i meglio conservati dell’antichità in chiave del tutto nuova e suggestiva.

«Due voci - spiegano le note dell'iniziativa - una maschile ed una femminile, condurranno il visitatore alla scoperta dei vari ambienti che per la prima volta consentirono insieme a donne e uomini di frequentare l’elegante complesso termale fuori dalle mura della città. Il racconto fornirà particolari e curiosità sulle abitudini e pratiche quotidiane dell’età romana, come erano appunto le terme.

LE TERME SUBURBANE – Oltre allo spogliatoio, affrescato con quadretti erotici, in tutto sedici, di cui solo otto sono oggi visibili, mentre degli altri otto restano solo le tracce, si trovano la piscina calda coperta e la piccola piscina fredda. Gli otto affreschi visibili invece presentano varie posizioni e prestazioni sessuali che, secondo la ricostruzione di alcuni studiosi, erano una sorta di «catalogo» del mercimonio che avveniva al piano superiore delle terme. Tra le particolarità oltre all’immagine del poeta nudo, c’è anche una scena di amore tra due donne, unica scena di amore saffico dell’epoca romana arrivata sino a noi. Le terme sono state recentemente messe in sicurezza con la costruzione di passerelle trasparenti per la protezione dei mosaici a terra, e ulteriori restauri. Pompei ma non solo. L'iniziativa coinvolge anche i siti di Ercolano, Oplontis, Boscoreale. Appuntamento dalle 20 alle 2 del mattino.

Francesco Parrella
13 maggio 2010


Non vendi l'aspiratutto? Ti frustano

Corriere Fiorentino

Vendevano porta a porta un aspiratore, spacciandolo come un apparecchio miracoloso, poi il blitz della Guardia di Finanza: una donna e 4 uomini accusati di associazione a delinquere

Video

FIRENZE - Reclutavano personale con inserzioni sui giornali, senza specificare quale mansione avrebbero dovuto ricoprire, poi venivano addestrati e trasformati in telefonisti o venditori: ogni mattina, all’inizio della giornata lavorativa, venivano «caricati» da quelli che «ce l’avevano fatta» con l inno nazionale, canti e slogan e incitati a raggiungere risultati inarrivabili, che sarebbero stati ripagati con viaggi in località esotiche. E prima del raggiungimento dell’obiettivo ricevevano insignificanti gadget o attestati di lode firmati dall’azienda, ma anche frustate sulle gambe quando gli appuntamenti non erano ritenuti sufficienti o umilianti richiami davanti agli altri.

Così lavorava, secondo la guardia di finanza, la «Italcarone» di Incisa Valdarno, i cui vertici sono finiti in manette per associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e alla frode fiscale. Quasi quattro milioni e mezzo, secondo le fiamme gialle, le vendite in nero che l’azienda, con filiali anche ad Arezzo e Massa, avrebbe fatto avvalendosi di centraliniste e venditori porta a porta. Il sistema è noto, ed è stato raccontato anche nel film di Paolo Virzì «Tutta la vita davanti», tratto da un libro autobiografico, «Il mondo deve sapere» di Michela Murgia: gli addetti venivano pescati tra persone che avevano scarsa specializzazione e bisogno di guadagnare.

Le promesse erano allettanti. Provvigioni, premi, considerazione e carriera all’interno dell’azienda, dove i vertici conducevano vite agiatissime: vestiti firmati, auto di lusso e ville, tra cui una, sequestrata a Reggello (Firenze) appartenuta anche alla famiglia Gucci. Le telefoniste dovevano essere brave a prendere più appuntamenti possibile, i venditori a piazzare un’aspirapolvere, importato dagli Stati Uniti, del reale valore commerciale di 350 euro ma venduto a quasi 4000, presentato come presidio medicochirurgico-elettromedicale anti acaro. Ogni venditore veniva inizialmente accompagnato da un anziano. La prima dimostrazione veniva suggerito di farla presso un familiare o un amico caro. Che, per accontentare il parente, spesso finiva per acquistare un elettrodomestico che non avrebbe potuto portare in detrazione fiscale come auspicato dal venditore e neppure recedere dal contratto. In alcuni casi, la Finanza ha riscontrato anche false richieste di finanziamento per l’acquisto. Ma la carriera del venditore s’interrompeva presto e senza remunerazione, perchè il tetto da raggiungere per ottenere le provvigioni era inarrivabile, dando così vita ad un turn over continuo, tutto a beneficio della Italcarone. A segnalare la situazione agli inquirenti, sono stati la Federconsumatori e alcuni ex dipendenti, che hanno raccontato di turni massacranti al call center (anche 14 ore al giorno, con mezz’ora per il pranzo, pochi minuti per andare in bagno), maltrattamenti fisici e psicologici, meeting motivazionali al mattino in una sala insonorizzata della sede di Incisa.


10 maggio 2010(ultima modifica: 13 maggio 2010)



In arrivo le telecamere «intelligenti» che individuano writer e terroristi

Corriere della Sera

Il software, israeliano e già attivo a Tel Aviv e Londra, è stato sperimentato in piazzale Cadorna

MILANO - Sarà sufficiente che un writer si avvicini a un muro nell'atto di brandire una bomboletta spray, o che alcuni agitatori cerchino di assembrarsi per un principio di rissa, e automaticamente l'«occhio» elettronico della telecamera si attiverà e attirerà l'attenzione degli agenti di polizia di turno davanti ai monitor della «control room». Lo stesso accadrà se qualcuno corre sul marciapiede (gli appassionati del jogging sono avvisati): la telecamera lo segnalerà come potenziale scippatore o rapinatore in fuga. Anche chi lascia incustodita una borsa o una valigia nei pressi di un obiettivo «sensibile» sarà automaticamente selezionato in un'immagine che sarà rimandata sui pc di questura, carabinieri, polizia locale, per un possibile allarme antiterrorismo. Sono le nuove telecamere definite «intelligenti», che l'amministrazione comunale di Milano, previa autorizzazione del Garante della privacy, adotterà entro la prossima estate. Il software è israeliano ed è già attivo a Tel Aviv, dove la soglia di allarme video è altissima, e a Londra.

Il nuovo software

LA SPERIMENTAZIONE A CADORNA - Nelle scorse settimane è stata fatta una sperimentazione in piazzale Cadorna, snodo centrale della città, dove sono state attivate sei telecamere. La sorveglianza, con questo sistema, non è «passiva» come quella attuale (Milano conta 1.326 telecamere, con una densità tra le più alte d'Europa). Le telecamere ora in funzione fanno riprese continue in panoramica; quelle collegate al software «intelligente» rimandano invece le immagini di criticità, grazie alle impostazioni del software, in modo da consentire agli operatori di intervenire dove ce ne è effettivamente bisogno.

LO STUDIO DI FATTIBILITA' - «Milano è una città sicura - ha annunciato il vicesindaco Riccardo De Corato che ha illustrato il funzionamento delle telecamere intelligenti insieme con il comandante della polizia municipale Tullio Mastrangelo - lo dimostrano i dati in calo sulle rapine (-37%) nel 2009, che saranno confermati credo anche per il 2010 e ciò grazie alla videosorveglianza. L'avanguardia della tecnologia, e invito il ministro Maroni a verificare di persona, ci consentirà adesso di intervenire con maggiore tempestività per risolvere i problemi di sicurezza urbana». De Corato ha poi spiegato che al gruppo A2A è stato commissionato uno studio di fattibilità per oltre 200 telecamere da posizionare entro il 2011 nelle aree più critiche grazie anche agli 8 milioni di euro messi a bilancio preventivo per il 2010. Attenzione però ai «falsi positivi»: sarà sempre compito dell'operatore in divisa infatti saper distinguere, per esempio, un pacifico jogger in allenamento da un malvivente che ha appena scippato una vecchietta.

INTRODUZIONE GRADUALE - «Le potenzialità di intervento -ha spiegato De Corato - sono ampie. È un sistema che ci consentirà una risposta più efficace a problemi di sicurezza urbana come vandalismo, criminalità predatoria, abusivismo commerciale, assembramenti, risse, abbandono di rifiuti e bottiglie d'alcol». L'intenzione del vicesindaco è di portare, nel tempo, tutte le telecamere comunali sotto la gestione del software «intelligente». «Faremo questa operazione gradualmente - dice De Corato - cominciando dalle zone più critiche e più adatte: punti di snodo come Cadorna o l'area della Stazione Centrale, punti sensibili come il Duomo, i parchi».

LE MULTE A LINATE - Rispondendo a una domanda sulla mancata firma del protocollo di intesa sulle multe che si sarebbe dovuto sottoscrivere oggi con i Comuni di Segrate e Peschiera Borromeo, De Corato ha detto: «Purtroppo pensavo di firmare la convenzione oggi, ma le amministrazioni di Segrate e Peschiera hanno chiesto un ulteriore approfondimento. Lo dico in modo chiaro: vogliamo che qualcuno controlli quell'area dell'aeroporto? Altrimenti che se la controllino loro. Noi siamo disponibili e di sicuro non si può lasciare quella zona in mano agli abusivi e in una situazione che la fa assomigliare ad un perimetro off limits nella quale nessuno può controllare». «Milano è pronta a fare il proprio dovere - ha aggiunto De Corato - ma non possiamo continuare a rimandarci le carte l'un l'altro: è dal 1992 che si aspetta di intervenire. Io ho sollecitato il prefetto e lo ringrazio per aver convocato la riunione. Pensavo che si concludesse, ma Segrate e Peschiera hanno chiesto di approfondire. Approfondiamo, ma a Linate resteranno gli abusivi, i taxisti sono arrabbiati e le multe non si possono fare».

Redazione online
13 maggio 2010


E casa Scajola al Colosseo va all'asta «Togliere ai ricchi per dare ai poveri»

Corriere della Sera

Blitz in via del Fagutale di una trentina di giovani: finta vendita dell'appartamento dell'ex ministro

ROMA - Non si è trattato di una occupazione, come aveva annunciato il consigliere comunale di Roma, Andrea Alzetta, ma di un blitz di una trentina di giovani messo a segno davanti a casa dell'ex ministro Claudio Scajola, in via Fagutale 2 nei pressi del Colosseo.

Finta asta di casa Scajola al Colosseo

FINTA ASTA
- Il gruppo, sul cavalcavia pedonale che si trova sulla strada ai piedi del palazzo, ha inscenato, intorno alle 17, un'asta immobiliare con tanto di tavolino, simulando la vendita dell'appartamento. I dimostranti hanno appeso due striscioni con su scritto «Fai la valigia»: uno sul cavalcavia e uno davanti all'ingresso del palazzo. Il gruppo di giovani si è dileguato all'arrivo delle forze dell'ordine.

«LA SOLUZIONE» - Nell'annunciare il blitz, il consigliere di Roma in Action, Andrea Alzetta, aveva detto: «Ecco la soluzione per l'emergenza abitativa: togliere ai ricchi furfanti per dare ai poveri»

Redazione online
13 maggio 2010

Il sorriso sdentato e il sopracciglio rotto Stefano Gugliotta: «voglio dimenticare»

Corriere della Sera

«La botta più forte è arrivata quando ho detto: non c'entro nulla».
Le ferite: «Il labbro, la schiena, il braccio, il fianco.
Ho sei punti in testa per colpa del manganello»


ROMA

Con il volto provato e il timido sorriso sdentato Stefano Gugliotta risponde alle domande dei giornalisti il giorno dopo l'uscita dal carcere. Lo fa in una conferenza stampa organizzata a Roma nello studio del suo avvocato Cesare Piraino. Racconta della sera in cui è stato picchiato dai poliziotti alla fine della partita Roma - Inter, mercoledì scorso: «Ero in motorino, dopo essere stato a festeggiare mio cugino». Si trovava nei pressi dello stadio Olimpico per caso, non per la partita. «Mi hanno chiesto: che stai a fa'? io non ho fatto in tempo a rispondere... mi ricordo che un poliziotto mi ha preso a bocca aperta con il pugno. E poi la botta in testa non la ricordo chiaramente. Mi ricordo solo che non mi sono dimenato, ho solo detto che non c'entravo nulla». «La botta più forte è arrivata quando ho detto: non c'entro nulla».

IL RACCONTO - «Ero in motorino per il quartiere Flaminio».
Che è successo?
«Quello che si è visto nel video». Stefano è titubante, ma incalzato anche dall'avvocato racconta: «Ero stato a cena a casa mia e in viale Pinturicchio e sono uscito per andare a festeggiare mio cugino Simone. Ci hanno fermati, usciti da casa. Mi hanno intimato l'alt: io mi sono fermato e subito il poliziotto mi ha colpito». L'avvocato interviene e rassicura: «L'iter della giustizia è stato rapido..».
Stefano, dove ti hanno portato i poliziotti?
«Al commissariato» e ti hanno fatto firmare il foglio... interviene l'avvocato: «È un fatto di una certa gravità e non ne parliamo qui». E il racconto continua. E' un caso che ti abbiano picchiato? «Penso di sì. Dal video si vede tutto: avevo una macchina davanti e una di dietro, io avrei voluto solo spiegare le mie ragioni..». Chi sono gli agenti? «non lo so dopo il colpo in testa ho barcollato abbastanza». Quanti erano quelli che hanno fatto abusi? «io ricordo i primi tre, poi è arrivata la botta in testa. In tutto saranno stati sette o otto, se non di più. Quando stai là l'unica cosa è cercare di urlare...».

Video

LE RASSICURAZIONI DELL'AVVOCATO - Se non ci fosse stato il filmato? interviene l'avvocato: «certamente i tempi sarebbero stati più lunghi. Ma credo che l'esito sarebbe stato lo stesso. I testimoni confermano che Gugliotta stava a casa, che non è mai stato solo. Le persone hanno visto dai balconi, tutte persone attendibili e serie. Penso che anche senza il video la verità sarebbe emersa». Riguardo ai precedenti penali di Stefano Gugliotta: «il ragazzo è incensurato e non ha carichi pendenti. Ha avuto solo una denuncia da minorenne, a 15 anni e il processo si è risolto positivamente, senza condanna. Il fatto riguardava un telefonino sottratto a compagno di scuola, identificato come rapina. E la detenzione di stupefacenti? «No, non risulta. C'è un ritiro della patente ma non ci sono processi legali in corso».

«I GIORNI DI ISOLAMENTO TREMENDI» - Stefano cerca di stare tranquillo e di rassicurare gli altri anche lui: «la giustizia farà il suo corso, voglio dare un messaggio al pubblico: abbassiamo i toni». Ma le domande continuano e c'è chi gli chiede di raccontare i giorni in carcere. «Tremendi» li definisce subito. «I primi due giorni di isolamento sono stati tremendi» continua. «Mi sembrava si essere dimenticato dal mondo, non ho contato niente per nessuno» E poi? «Mi hanno messo in cella con altri ma non ho parlato molto, c'era la tv.» Com'è andata con le cure mediche? «Bene. Ma ho preso molti ansiolitici e antidolorifici»

Video

«ORA DEVO DIMENTICARE» - Stefano che pensi di fare nei prossimi giorni? «di dimenticare e riprendere la vita quotidiana di tutti i giorni. Voglio mettere alle spalle questo accaduto che mi ha profondamente segnato, questa situazione non è mia, mi ha colpito». Stefano Gugliotta esprime anche la volontà di tornare a lavorare. Racconta che fa il facchino, che suo padre fa l'autista, che sua madre lavora "a ore" e che il fratello sta imparando a fare il barbiere. «Ma ora spero di trovare un lavoro stabile perchè se sto male non vengo pagato. E se non lavoro non guadagno». Come pensi di superare questa esperienza? «qui di positivo non c'è nulla. Ora voglio rivedere la fidanzata». Infine Stefano dimostra contentezza per tutti quelli che gli sono stati vicini: «voglio ringraziare famigliari, amici, social network, giornalisti. Senza questo clamore non sarei uscito così velocemente». E poi il messaggio: «Qualche forza dell'ordine avrà modo di riflettere su quello che mi è successo».

Redazione online
13 maggio 2010

Il gigante Giove perde una striscia

Corriere della Sera
Quella a nord è ancora ben visibile, mentre quella nell'emisfero meridionale sembra sparita

ASTRONOMIA

Il gigante Giove perde una striscia

Foto


MILANO - Sorpresa nello spazio: Giove si rifà il look. Il Pianeta perde una delle sue caratteristiche bande, le due fasce scure di colore marrone sopra e sotto la zona equatoriale. Se la banda a nord è ancora ben visibile, quella nell'emisfero meridionale sembra mancare nelle ultime immagini che ritraggono Giove. Le foto sono state scattate il 9 maggio scorso da un astronomo amatoriale australiano, che le ha pubblicate sul web. Gli scienziati non sanno ancora spiegarsi il perchè della striscia mancante. Tuttavia, gli astronomi dell'agenzia spaziale americana Nasa sospettano che la causa dell'improvvisa sparizione possa essere attribuita ad alcuni processi di sovrapposizione di vari strati di nubi sopra il Pianeta, scrive la rivista scientifica New Scientist. Un evento decisamente spettacolare, che però non è del tutto imprevisto.

BANDA SCURA - Giove, con un diametro di circa 143 mila chilometri, è il più grande pianeta del sistema solare. È uno degli oggetti più brillanti nel cielo notturno e fu già osservato dagli antichi Romani, che identificarono l'astro con il sovrano degli dei. Nelle immagini risalenti alla fine del 2009 la banda scura nell'emisfero meridionale, la cosiddetta banda equatoriale sud, è ancora chiaramente riconoscibile. Successivamente Giove si è mosso troppo vicino al Sole da non poter essere più osservato dalla Terra. Quando agli inizi di aprile il Pianeta è riapparso dalla luce del Sole, l'anello più a sud era scomparso. Una spiegazione del perchè Giove possiede le due bande scure è da trovarsi nella struttura di nubi del Pianeta. Probabilmente nella regione delle bande mancano formazioni di nuvole biancastre d'alta quota, che sono prevalenti in altre regioni di Giove, ha spiegato Glenn Orton del Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena. Tuttavia, non è la prima volta che Giove perde la sua banda equatoriale meridionale. È un evento ciclico, che si ripete all'incirca ogni 15 anni e l'instabilità della SEB - acronimo della banda equatoriale sud -, è nota agli astronomi: già nel 1973, quando la sonda Pioneer 10 della NASA osservò per la prima volta il Pianeta da vicino, mancava la striscia sud. Anche negli anni '90 la banda era scomparsa temporaneamente. Ciò che gli esperti si chiedono adesso è se e quando la striscia mancante riapparirà.

Elmar Burchia
13 maggio 2010

La balena grigia sbaglia strada e arriva in Israele

La Stampa

Avvistata lontanissima dal suo habitat, l'ultimo segnale dei mutamenti climatici
CARLO GRANDE
I mari italiani subiranno la stessa sorte del Mediterraneo: «l’introduzione e il successivo insediamento di specie di origine tropicale (tropicalizzazione) e lo spostamento verso nord di specie ad affinità calda (meridionalizzazione)». E’ la teoria degli esperti di ambiente Sergio Castellari e Vincenzo Artale pubblicata nel libro «I cambiamenti climatici in Italia». A subire gli effetti del riscaldamento, dicono gli autori, anche gli ecosistemi di acque dolci. «Ci saranno trasformazioni per l’aumento della temperatura e i cambiamenti del regime idrico». Quanto mare e quanti ghiacci ha attraversato la balena grigia avvistata davanti Israele? E quanto erano stupefatti gli scienziati dell’ «Israel Marine Mammal Research and Assistance Center» nel vedere una delle creature più belle della terra così lontana dalle rotte abituali?

Ha percorso migliaia di chilometri dal nord del Pacifico, dopo aver probabilmente perso la strada in cerca di cibo. O addirittura proviene dal Nord Atlantico: una balena grigia fuori dall’Oceano Pacifico, che entra nel Mediterraneo, è cosa rarissima, che non avveniva da secoli. L’Eschrichtius Robustus, più nota come balena grigia, compie infatti una migrazione completa di quasi 20 mila chilometri (da aprile a novembre migra verso l'Artico, poi, da dicembre ad aprile si sposta in Messico, dove si riproduce), ma la sua casa è il Pacifico. Le baleniere e gli attacchi al suo habitat l’avevano quasi portata all’estinzione: scomparsa nel Nord Atlantico già nel ‘600, si pensava fosse sparita anche dal Pacifico settentrionale, poi si scoprì che ne rimanevano poche centinaia di esemplari.

La balena grigia segnalata al largo di Israele, se arriva dal Nord Atlantico, è una rarità assoluta. Spiega Aviad Scheinin, dell’«Israel Marine Mammal Research and Assistance Center»: «Si tratta di un esemplare adulto di dodici metri che pesa circa venti tonnellate: una splendida eccezione». Si suppone abbia raggiunto l’Atlantico attraverso il Passaggio a Nord-Ovest, il celebre corridoio di mare artico che collega il Pacifico e l’Atlantico, normalmente coperto di ghiacci. «Quell’animale - ha detto Sheinin - per via dello sciogliersi dei ghiacci dell'Artico è riuscito a entrare in un corridoio che dallo stretto di Bering l’ha condotto al passaggio».

L’ennesimo segnale dei cambiamenti climatici è la dislocazione di specie vegetali e animali. Piante e foreste «camminano»: non è una tragedia shakespeariana ma un conseguenza del riscaldamento globale. Studiosi inglesi dicono che le querce avvizziscono, il faggio, a causa della siccità e delle estati calde e secche, potrebbe scomparire da vaste aree del sud Inghilterra. Le termiti si sono già spostate verso il sud dell’Inghilterra, picchi, rane, farfalle e rospi dovranno migrare verso regioni più fresche, altrimenti moriranno. A rischio anche il gallo cedrone, simbolo della Scozia.

I cambiamenti continueranno i prossimi anni, con spostamenti di 400-600 chilometri verso Nord per l’aumento di pochi gradi centigradi. Se gli spostamenti non fossero possibili o fossero lenti, verranno danneggiati in modo irreversibile ecosistemi e specie. La popolazione di balene grigie che vive nel nord-est del Pacifico, normalmente migra verso sud a ottobre, verso le acque più calde del Golfo della California. Un tour prodigioso, di almeno 8 mila chilometri. La rotta dell’esemplare «israeliano» fa almanaccare gli esperti, che guardano increduli il planisfero: se viene dal Nord Atlantico avrà imboccato lo stretto di Gibilterra e sarà entrata nel Mediterraneo.

E se, invece, fosse scesa a Sud, allo stretto di Magellano? Ma se arriva dal Pacifico, deve aver preso un passaggio tra i ghiacci verso Ovest per ritrovarsi nell’Oceano Atlantico. Di qui, sempre verso sud e in cerca di cibo (le balene grigie sono relativamente «di bocca buona»), ha passato le Colonne d'Ercole e ha raggiunto Israele. Un viaggio che persino il pesce Nemo di Walt Disney o il frate navigatore San Brandano avrebbe mai immaginato. «Verrà ricolonizzato l’Atlantico?», si chiede Sheinin. Le specie, come abbiamo detto, per adattarsi alle mutazioni climatiche cercano di cambiare habitat. Di sicuro la balena grigia arrivata nel mediterraneo sembra abbastanza felice: è un po’ magra, ma è stato un lungo viaggio.


Onorevoli contro pizzardoni

Il Tempo

Adesso respirate profondamente, accendete candele aromatiche, mettete in sottofondo musica rilassante. Pensate allo sciabordìo delle onde del mare, alle brezze montane, a momenti felici delle vacanze. Fatevi fare un massaggio shiatsu, infilatevi in una sauna, assumete la posizione del loto. Trasformatevi in monaci tibetani. Insomma, adottate ogni espediente possibile perché tutte le fibre del vostro corpo e dello spirito in esso contenuto siano perfettamente rilassate e in sintonia con il cosmo. Perché la notizia che leggerete qui di seguito vi farà incacchiare come i gibboni del bioparco privati delle banane. Eccola: i parlamentari si lamentano per le troppe multe alle loro auto. Avete capito bene. Ora ricordate che negli ultimi minuti avete perseguito un equilibrio interiore sufficiente a non farvi imbracciare un kalashnikov: sarebbe poco igienico manifestare la vostra indignazione con proteste incivili, chiassose o sanguinarie.

A sollevare il problema è stato, alla Camera, il deputato del Pdl Giuseppe Consolo. Spiegando «di non poterne più dei pacchi di contravvenzioni» che quotidianamente gli arrivano a domicilio, ha denunciato «l'atteggiamento pretestuoso» dei vigili romani e «l'eccessiva solerzia» degli ausiliari del traffico. Sostiene Consolo: «non parlo delle auto blu, ma della mia vettura privata. A noi parlamentari deve essere permesso di accedere qui per lavorare». Precisando (ricordate che siete in armonia con l'universo, cari lettori) che questa attenzione della polizia municipale «crea un disagio a tutti noi, che non veniamo a Montecitorio per bighellonare».

L'iniziativa ha generato sommessi consensi bipartisan: mancavano unanimi grida di evviva, ma questo purtroppo è dovuto alle troppe assenze in Aula, resa irraggiungibile dalla ferocia di quei cecchini dei pizzardoni contro i nostri gagliardi politici. Un'Ultima Thule perduta, per quei solerti legislatori che al mattino si affannano per essere puntuali con la discussione e il voto, compiendo con le loro modeste vetturette spericolati slalom tra le corsie preferenziali e i semafori rossi pur di non deludere le aspettative di chi li ha eletti. Per una fatica così improba vengono compensati con un'indennità mensile di circa 15mila euro. Che a suon di multe finiscono in un batter d'occhio. Vi chiederete: e le auto blu? Spettano solo a pochi privilegiati fra loro. Compriamogliene mille così non saranno costretti ad aprire il garage di casa. Insiste Consolo: «Mi multano sulle strade di accesso a Montecitorio, come via del Tritone». Embé?, penserete voi, aprendo i vostri album inzeppati di sanzioni stradali prese ovunque, quelle stesse che vi trascinate in penosissime e spesso infruttuose odissee negli uffici dove dovrete contestarle, sperando in un annullamento, in un condono, o nella semplice constatazione che quelle multe sono tanto vecchie che paiono incise su tavolette d'argilla assirobabilonese.

I parlamentari sventolano il contrassegno che permette loro di accedere nelle zone a traffico limitato. Sorvolano sul fatto che quel cartoncino non consente di guidare come al luna park. Per una volta l'obiezione giusta arriva dall'Italia dei Valori. Ironizza Barbato: «Suggerisco a Consolo e Carlucci di prendere il tram». Quel mezzo pubblico che la signora Gabriella prese davvero, anni fa. Ma tamponandolo con la sua Porsche, guardacaso sul Tritone, dove si creò un ingorgo monumentale. Riferiscono le gazzette dell'epoca che la Carlucci imboccò poi la preferenziale contromano e corse alla Camera. Parcheggiò sul marciapiede, e i vigili non gliela perdonarono. Ecco come nascono certe faide.


Stefano Mannucci

13/05/2010



Nelle banche inglesi stop ai 500 euro "Le usano i criminali"

Quotidianonet

Le banconote vengono considerato lo strumento preferito per il ricicilaggo di denaro e altre operazioni illecite legate al crimine organizzato

Londra, 13 maggio 2010

La Gran Bretagna interviene contro le banconote da 500 euro, considerate lo strumento preferito per il ricicilaggo di denaro e altre operazioni illecite legate al crimine organizzato. D’ora in poi le banche e gli uffici di cambio non potranno più accettare il bigliettone viola, che potrà essere però ancora usato nelle transazioni da chi se lo porta dall’estero.

Secondo l’Agenzia contro il crimine organizzato (Soca), in Gran Bretagna entrano ogni anno 500 milioni di euro in banconote da 500 e solo il 10 per cento viene utilizzato legalmente. Un taglio così grosso non ha equivalenti in sterline (la valuta britannica ha al massimo biglietti da 100) e offre grandi vantaggi per le transazioni illecite: mentre un milione di sterline in biglietti da 20 pesa 50 chili, ha spiegato l’Independent, lo stesso valore in pezzi da 500 euro pesa solamente due chili e 200 grammi. Venti mila euro si possono quindi nascondere facilmente in un pacchetto di sigarette, e un milione in un doppio fondo di una valigia.

Con la stessa finalità di contrasto al crimine organizzato, nel 1969 il presidente americano Richard Nixon eliminando le banconote da 10 mila dollari di cui si serviva prevalentemente la mafia. Nel dicembre scorso in Gran Bretagna sono stati sequestrati 526 mila euro in pezzi da 500: erano stati nascosti in scatole di cereali da due uomini arrestati per un’operazione di riciclaggio da 24 milioni di sterline.

Fonte Agi



Call center da incubo Frustate e slogan, 5 arresti

La Nazione

I dipendenti del call center collegato all'azienda che vendeva aspirapolvere dai finti poteri terapeutici venivano sottoposti a vessazioni varie

Firenze, 12 maggio 2010

'Tutta la vita davanti', il film di Paolo Virzì tratto dal libro autobiografico di Michela Murgia, 'Il mondo deve sapere', è quanto mai attuale e utile per immaginare la realtà lavorativa della 'Italcarone' di Incisa Valdarno.

L'azienda vendeva 'porta a porta' aspirapolveri che venivano falsamente presentati come presidio medico chirurgico/elettromedicale anti-acaro, capace di risolvere problemi di asma ed altre malattie respiratorie. Prodotti importati dagli Stati Uniti, del valore commerciale di 350 euro, che venivano venduti ai malcapitati  all'esorbitante prezzo di 4000 euro.

Ma forse quel che sonvolge di più in questa storia non è neppure la frode scoperta dagli uomini del Comando Provinciale di Firenze della Guardia di Finanza, che ha condotto al fermo di quattro uomini e una donna (altre 11 persone sono indagate), tutti venditori 'porta a porta' del 'miracoloso' prodotto.

Quel che lascia esterrefatti è la ricostruzione che la GdF ha fatto delle condizioni di lavoro all'interno del call center messo in piedi dall'azienda. I telefonisti venivano reclutati dall'azienda tramite inserzioni sui giornali, nelle quali non veniva specificato il ruolo da ricoprire, e venivano poi addestrati al loro compito.

Come nel film, ogni mattina cominciava con processo di 'caricamento spirituale' fatto intonando l'inno nazionale, recitando canti e slogan. Per incitare i dipendenti a ottenere buoni risultati, venivano loro offerte promesse di viaggi in luoghi esotici, insignificanti gadget e lodi aziendali.

Per non parlare delle frustate sulle gambe, che i lavoratori ricevevano quando gli appuntamenti non erano ritenuti sufficienti, o delle umiliazioni pubbliche loro imposte. Una volta esaurito il loro potenziale di conoscenze, i dipendenti venivano quindi licenziati.  

I vertici dell'azienda sono finiti in manette per associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e alla frode fiscale. Quasi quattro milioni e mezzo, secondo le fiamme gialle, l'ammontare di vendite in nero dell'azienda, con filiali anche ad Arezzo e Massa.

La Federconsumatori Toscana, che ha contribuito all'avvio delle indagini grazie alle segnalazioni dei propri associati, esprime grande soddisfazione per l'operazione, annunciando di volersi costituire parte civile nel processo contro i cinque arrestati per la frode che sarebbe stata messa in atto dalla Italcarone con la vendita di aspirapolvere. ''Rinnoviamo i nostri complimenti - si legge in una nota dell'associazione - al Comandante della Guardia di Finanza di Firenze ed ai suoi collaboratori che dopo alcuni mesi di indagini sono approdati agli arresti del rappresentante legale della Italcarone e a 4 suoi compartecipanti per frode in commercio e frode fiscale''.



Gugliotta: "Io urlavo, ma loro continuavano a picchiare"

Quotidianonet

ragazzo spiega: "Tutto questo clamore mi ha colpito, anche se e’ stata la mia fortuna, come il video.
Proveremo a lasciarci la vicenda alle spalle, cercheremo di dimenticare"

Roma, 13 maggio 2010

"Io urlavo ma loro continuavano a picchare". Stefano Gugliotta scarcerato ieri dopo l’arresto avvenuto la sera del 5 maggio dopo alcuni incidenti provocati dagli ultrà giallorossi al termine della partita Inter-Roma, è ancora visibilmente scosso.

Nello studio del suo avvocato, Cesare Piranio, racconta alla stampa i momenti che hanno preceduto il suo arresto quando, così come ripreso da un video girato da un residente di viale Pinturicchio, alcuni poliziotti lo hanno picchiato mentre si trovava alla guida di un motorino senza casco e in compagnia di un amico.

"Siamo stati in giro nel quartiere con degli amici - racconta Stefano Gugliotta, 25 anni, che lavora come facchino per una ditta presso l’Auditorium di Roma - poi sono andato a cena a casa mia e quindi abbiamo raggiunto il locale di viale del Pinturicchio per festeggiare il compleanno di mio cugino Simone".

Stefano Gugliotta ha quindi escluso di aver avuto un qualsiasi tipo di partecipazione con gli incidenti che erano avvenuti nei pressi dello stadio.

"Mi hanno intimato l’alt - prosegue Gugliotta - mi sono fermato e mi hanno subito colpito. Non ho reagito ma con la mano ho cercato solo di tenerlo a distanza. Poi sono stato aggredito da altri poliziotti, ho avuto un colpo alla testa, ricordo i primi tre agenti poi quasi più nulla ma penso di essere stato aggredito da almeno 7-8".

Stefano racconta di aver cercato di chiedere spiegazioni: "Loro non hanno voluto sentire ragioni, continuavano solo a picchiare".

La prima notte passata fuori dal carcere di Regina Coeli per Stefano Gugliotta è stata insonne, nel letto della propria abitazione è riuscito a dormire appena tre ore. È quanto ha raccontato Stefano ai giornalisti oggi convocati nello studio del suo avvocato, Cesare Piranio.

"Verso le 3:30 - ha raccontato Stefano - mi sono svegliato, non riuscivo a dormire. Troppi pensieri e ancora troppi dolori su tutto il corpo".

Ancora provato per quello che è successo la sera del 5 maggio nei pressi dello Stadio Olimpico, Stefano Gugliotta ha voluto però ringraziare tutte le persone che in questi giorni hanno espresso la solidarietà e in particolare tutti i testimoni che si sono fatti avanti per raccontare come si erano svolti i fatti.

"La giustizia farà il suo corso - ha detto ancora Stefano Gugliotta - penso che molti dei poliziotti siano in buona fede e voglio ringraziare tutti i familiari e gli amici e quelli che mi hanno sostenuto anche con gruppi su Facebook. Forse adesso qualcuno delle Forze dell’Ordine avrà modo di riflettere su certi comportamenti".

"In carcere è stato tremendo - ha raccontato ancora il 25enne - ti rendi conto che non sei nessuno. I primi due giorni ero in isolamento poi sono passato al Centro clinico. L’ultimo giorno ho fatto lo sciopero della fame perchè non ce la facevo più".

"Dimenticare sarà difficile - ha detto ancora Stefano - ma spero pian piano di riprendere la mia vita normale di tutti i giorni".
 



Ecco la lista di Anemone Mancino: nessun regalo Silvio: "Fuori chi è coinvolto"

Quotidianonet

Nella lista figurano politici di alto livello, uomini delle istituzioni e vip.
Il giudice costituzionale Silvestri: "Io estraneo".
Il Premier: "Non è una nuova tangentopoli"

Perugia, 13 maggio 2010

Uno scenario inquietante che fa tremare il Palazzo. Esiste una lunga lista, 350 nomi eccellenti, politici, alti funzionari dello Stato e, pare, vertici delle forze dell’ordine. L’elenco sarebbe stato sequestrato dalla Guardia di Finanza in un computer di Diego Anemone nel 2009: allora non gli fu dato peso ma oggi quel documento è nelle mani degli inquirenti perugini che indagano sulla ‘cricca’. Ed assume un rilievo ben diverso.

L’elenco fu sequestrato nell’ambito delle indagini sui mondiali di nuoto a Roma. La lista conterrebbe centinaia di nominativi ai quali sarebbero associati dei lavori svolti dalle imprese di Anemone, considerato dai magistrati una delle figure chiave della cricca. Nella lista figurerebbero politici di alto livello, uomini delle istituzioni e vip. Fra gli altri, Claudio Scajola, l’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi e l’alto funzionario del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza. Il gruppo Anemone avrebbe eseguito lavori non solo nelle abitazioni private ma anche in alcuni dei più importanti palazzi della politica romana e in decine di caserme delle forze di polizia. Naturalmente ora l’interesse principale dei magistrati è quello di scoprire se tutti i personaggi della lista hanno avuto i trattamenti di favore descritti nelle scorse settimane dall’architetto Zampolini. In procura a Perugia sono convinti che il vero ammontare del giro di soldi messo in moto da Anemone — secondo l’accusa per compensare i funzionari pubblici che avrebbero favorito le aziende della ‘cricca’ negli appalti pubblici — sia ancora tutto da quantificare e comunque di molto superiore ai quasi tre milioni scoperti su un conto della Deutsche Banke intestato a Zampolini. Un fiume di denaro che gli investigatori perugini stanno cominciando a rintracciare nei 1.143 rapporti bancari, di cui 263 conti correnti, intrattenuti da Balducci, Anemone, dai loro rispettivi familiari, dagli intermediari e dalle società a loro riferibili.

Nella lista trovata nel pc di Anemone figurerebbe anche il regista Pupi Avati, che, appresa la notizia, ha spiegato di non aver mai ricevuto regali da Anemone: "Dovevo installare un montacarichi in una casa di vacanza e chiesi a Balducci, che si attivò. Non so chi materialmente li eseguì. In ogni caso tutto fu pagato regolarmente, 4.400 euro. ho la documentazione".

I NOMI - Nell’elenco figurano, come già detto, l’ex ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola; l’ex ministro delle infrastrutture, Pietro Lunardi, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Tra gli altri ci sono anche anche il d.g. della Rai, Mauro Masi, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, il generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, l’ex sottosegretario alla giustizia, Michele Vietti, il top manager rai, giancarlo leone, il presidente di Trenitalia, Marco Zanichelli. A parte Pittorru e Bertolaso, nessuno degli altri nomi è indagato.

MANCINO - A prendere le distanze da Anemone è anche il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, il cui nome  - secondo alcuni quotidiani - figura nella lista. "Il signor Anemone non mi ha fatto alcun regalo - dice - A seguito della mia nomina a ministro dell’Interno nel 1992 - ha precisato Mancino - vennero commissionati dal Sisde all’impresa del signor Diego Anemone lavori di messa in sicurezza dell’appartamento da me allora abitato in locazione a Roma in corso Rinascimento 11. Si trattò essenzialmente della blindatura di porte e di finestre". 

"Nel 2004-2005 una volta trasferitomi in via Arno, feci eseguire, a mie spese, - ha proseguito il vicepresidente - modesti lavori di messa in opera di due librerie a muro e di un armadio anch’esso a muro: fu naturale per me rivolgermi ad un’impresa che godeva della fiducia d’istituzioni prestigiose, e perciò dava garanzie di affidabilità. Ribadisco che da me l’imprenditore Anemone non ha avuto alcun tipo di protezione ne’ io ho avuto da lui alcuna 'regalia', come si è scritto".

"Poiché si fa riferimento anche ad altri immobili, è bene precisare che, quando la società del gruppo Pirelli, proprietaria dell’immobile di corso Rinascimento, mise in vendita gli appartamenti, io acquistai quello da me locato, intestandolo a mia figlia - ha detto ancora Mancino - Successivamente, per comprare un appartamento in via Arno mia figlia ha venduto quello di corso Rinascimento, mentre mia moglie ed io abbiamo venduto il nostro appartamento di Avellino".

SILVESTRI - Anche Gaetano Silvestri, giudice della Corte Costituzionale, dichiara di non conoscere Diego Anemone e di non essere in alcun modo coinvolto con la figura del costruttore. "In relazione ad alcune illazioni comparse su organi di stampa, - si legge in una nota dell’Ufficio stampa della Corte Costituzionale - il professor Gaetano Silvestri, giudice della Corte costituzionale, dichiara di non conoscere e di non aver mai conosciuto il signor Anemone; di non possedere e di non aver mai posseduto immobili di qualunque genere a Roma. Auspica che il proprio nome non venga più accostato a vicende alle quali è totalmente estraneo".



Choc in Usa: maestra prende a calci e pugni studente di 13 anni

Il Mattino

HOUSTON (13 maggio) - Ha picchiato selvaggiamente uno dei suoi studenti, prendendolo a schiaffi, pugni e calci. Protagonista dell'episodio, una insegnante 40enne, Sheri Lynn Davis, e un 13enne, Isaiah Johnson, letteralmente massacrato di botte a scuola, alla Jamie's House Charter School di Houston, negli Stati Uniti. La donna, per motivi non ancora chiari, si è scagliata su Isaiah pestandolo, mentre gli altri alunni sono rimasti a guardare: solo uno di loro ha pensato bene di riprendere la scena con un telefonino, e proprio grazie alla sua idea e allo scioccante video, pubblicato in questi giorni dalla tv americana Fox News e apparso su YouTube, l'insegnante è stata licenziata. L'aggressione è avvenuta lo scorso aprile: Isaiah rimase lievemente ferito, ma per fortuna sta bene. "Siamo rimasti scandalizzati dalle azioni dell'insegnante dopo aver visto il video", ha detto uno dei dirigenti della scuola.

Video

La madre del ragazzo aggredito, Alesha Johnson, ha riferito alla stampa che il video si trova ora nell'ufficio dello sceriffo della contea di Harris, i cui investigatori stanno per aprire un'incriminazione per Sheri Lynn. "E' orribile - ha detto la mamma - non posso credere che una cosa del genere sia accaduta a mio figlio". Isaiah sarebbe stato aggredito, secondo la madre, perché con i suoi compagni si sarebbe messo a ridere durante la lezione.

Grillini: "La confessione di Pannella? Ora tocca ai tre ministri omosessuali"

di Paola Setti

L’ex parlamentare e presidente di Arcigay: "Un centinaio tra senatori e deputati sono omosessuali, egualmente distribuiti"



 

Franco Grillini, presidente di Arcigay, ha visto l’outing di Pannella?
«Ecco, un’altra volta. È una battaglia persa la mia».

Prego?

«Si dice coming out, venire fuori».

Ah, scusi...
«Outing significa sputtanare i gay omofobi, ma voi giornalisti sbagliate sempre».

Si parlava di voi gay.
«Pannella non solo è un monumento della politica, della storia e della cultura italiana, è anche un uomo pacificato con se stesso, uno che ama sparigliare...».

È lei uno degli uomini che ha amato?

«Ah ah, no, entrambi abbiamo buon gusto. Comunque speriamo che ora lo seguano tutti gli altri parlamentari».

Tutti gli altri quanti?
«Almeno un centinaio fra Camera e Senato e fra uomini e donne».

Ma come fa a dirlo?
«Beh, per conoscenza diretta: ho le conferme empiriche».

Grillini ma cosa dice?!
«Ma no, cos’ha capito. Molti mi hanno confessato la loro omosessualità, di altri lo so perché me lo hanno detto i loro avversari di corrente nel partito».

Ma non vale, quelli sono veleni.
«No, no, hanno prodotto le prove».

Tipo?
«Eeehh....».

Fuori i nomi.
«Giammai. Io credo che tutti debbano fare coming out, ma non diventerò certo integralista io».

Sono più a destra o più a sinistra?

«Sono egualmente distribuiti. Ce ne sono tre anche al governo».

Tre ministri gay?

«Sì, come nel governo Prodi».

Ora scatterà la caccia al ministro.
«Ricorda quell’episodio di Berlusconi e Calderoli?».

Ha appena fatto due dei nomi?
«Manno! Calderoli chiese al premier: “Ma secondo te chi sono i gay qui?”. E lui: “Se mi dai un bacino te lo dico”. Comunque nei partiti di centro e di destra, che sono più omofobi, si nascondono di più».

Daniele Capezzone è portavoce Pdl e ha ammesso di essere bisex.
«Non vale, lui viene dai radicali. Sapesse cosa fanno».

Cosa fanno?
«Una volta viene un parlamentare di Forza Italia che nemmeno conoscevo e mi fa: “Mi dicono che vuoi fare i nomi dei parlamentari gay”. Io nego e allora lui dice: “Puoi dirmi in quali locali andare per cuccare?”».

A sinistra si vive meglio?

«Un po’ meglio, ma i velati ci sono anche lì».

Velati?
«È il termine con cui la comunità Lgbt indica quelli che si nascondono. Ma vagli a spiegare che vivrebbero meglio se confessassero».

Vabbè, ma la sessualità è un fatto privato scusi.

«Vero. Ma la doppia vita è rischiosa. Sei costretto a frequentare luoghi emarginati, i famigerati posti di Pasolini per dire. E poi sei ricattabile, soprattutto se sei un uomo pubblico: chi sa, ha un’arma contro di te».

Pannella ha fatto coming out a 80 anni. Don Andrea Gallo ne ha 82 e nello stesso giorno a Primocanale tv ha confessato di esser caduto in tentazione nonostante il celibato. Bisogna essere vecchi per fare coming out?

«C’è chi il segreto se lo porta nella tomba. Pensi agli scritti postumi di Umberto Saba, o a Gadda».

Oggi però il costume è cambiato, essere etero ormai è banale.
«Purtroppo si viene ancora sanzionati pubblicamente».

Come è successo a Marrazzo?


La Rai spegne lo show della moglie di Bocchino

di Laura Rio

Nei nuovi palinsesti della tv pubblica cancellati il programma di Baudo prodotto da Gabriella Buontempo e quello del finiano Barbareschi. Progetti troppo costosi. Incerta la sorte tv della "suocera" di Fini



 
Roma

Niente programma di Baudo prodotto dalla moglie di Italo Bocchino. Niente spazio all’interno di Domenica In realizzato dalla casa di produzione fondata da Luca Barbareschi. Ancora non deciso se sarà rinnovato il contratto per la parte di Festa italiana appaltata alla società intestata alla suocera del presidente della Camera Gianfranco Fini. Nella prossima stagione tv di Raiuno trovano poco spazio o non ne hanno affatto le trasmissioni riconducibili ad amici o parenti della terza carica dello Stato. Mentre sembra che Michele Santoro stia seriamente pensando di realizzare delle docufiction, sullo stile del premiato reportage La mafia è bianca, realizzato da due dei suoi giornalisti. I documentari probabilmente andrebbero al posto di Annozero, il talk tanto inviso al premier.

Ma andiamo con ordine: i palinsesti sono in via di definizione e, nelle ultime riunioni tenutesi ai piani alti di viale Mazzini, si è deciso di cassare quegli show che, oltre a non essere in linea con il duro piano di risparmi che sta approntando l’azienda pubblica, avevano anche suscitato imbarazzi politici. Come questo giornale aveva riportato era stato deciso, infatti, di affidare a Gabriella Buontempo, moglie di Bocchino, la realizzazione di parte dello show che avrebbe dovuto condurre Pippo Baudo in autunno in prima serata: un programma che raccontava grandi storie passate anche attraverso le fiction.

Sarebbe stato il secondo lavoro affidato alla Goodtime della consorte di Bocchino, oltre alla serie La narcotici, attualmente in produzione, che andrà in onda su Raidue sempre in autunno (budget intorno ai sei milioni di euro). Invece, il direttore generale Mauro Masi e il direttore di Raiuno Mauro Mazza, alla fine hanno convenuto di bloccare il progetto. Troppo costoso in un momento in cui si sta varando un piano industriale che prevede lacrime e sangue, per di più a rischio di insuccesso visto la formula sperimentale adottata, e inoltre già bollato come un «aiutino» dato alla casa di produzione legata agli ex An. Insomma, per la Goodtime è una perdita secca tra i 500 e i 600 mila euro (100-150 mila euro a puntata).

Stesso discorso vale per Barbareschi: alla casa di produzione da lui fondata, la Casanova, non sarà assegnata la realizzazione di un talent show all’interno di Domenica In come era stato pensato. Anche qui, motivi di inopportunità politica e di problemi di costo: sarebbero stati centomila euro a puntata che per trenta domeniche fa ben tre milioni di euro. Domenica In sarà realizzata tutta internamente in Rai, senza esborsi per produzioni esterne.

Comunque la società che si vede fare il taglio più consistente è quella di Bibi Ballandi, lo storico produttore dei sabati sera di Raiuno: il progetto di riproporre in versione moderna Canzonissima (come già riportato nei giorni scorsi) è naufragato: qui i costi sarebbero stati veramente altissimi e, inoltre, si rischiava di andare incontro a un flop sia perché non si trovavano big della canzone italiana disposti a sottoporsi alla gare sia perché bisognava confrontarsi con C’è posta per te, show di Canale 5 presentato da Maria De Filippi campione di ascolti. Insomma, nel giro di pochi giorni Mauro Mazza, si è ritrovato senza una fetta importante della programmazione da lui ideata e il palinsesto di Raiuno si sgonfiato come un soufflè.

E così si è dovuti andare a Canossa e rimettere in vita programmi di sicuro share, super sperimentati negli ultimi anni, come I migliori anni presentato da Carlo Conti e prodotto da Endemol che, ricordiamo per non essere tacciati di dimenticarci degli interessi berlusconiani, di proprietà per il 33 per cento di Mediaset, a sua volta di proprietà del premier. Società cui sarà probabilmente affidata anche la realizzazione del giochino I soliti ignoti in versione breve per lo spazio dopo il Tg1 al posto di Affari tuoi e in versione lunga (per tutta la serata) per coprire i buchi rimasti in palinsesto. Tutta questa operazione, sempre per riportare tutte le voci, è stata stigmatizzata da Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, da sempre difensore di uomini e programmi di sinistra in Rai, «come vera e propria lista di proscrizione che, a questo punto, non comprende più i soliti noti (come Santoro e Dandini, ndr) ma chiunque, anche nella destra, manifesti un qualsiasi pensiero critico nei confronti del premier proprietario unico del polo Raiset». Ovviamente i dirigenti Rai non la pensano così.



Il racconto della modella: "Eto’o mi disse: abortisci Se non lo fai ti ucciderò"

di Luca Fazzo

Il racconto dettagliato della modella rimasta incinta del calciatore: "Se non fai come ti dico, ti uccido, sai bene come facciamo noi in Camerun. E poi ho già quattro figli, non posso mantenerne un altro"

 

Milano

«Se non abortisci ti uccido quando torno a Milano, tu ed io siamo africani e sai bene noi in Camerun cosa facciamo alle donne che non vogliono abortire». Sono queste le minacce che una giovane senegalese denuncia di avere ricevuto nelle settimane scorse dall’uomo che l’aveva messa incinta. Quell’uomo, secondo la denuncia della donna, ha un nome e un cognome importanti: Samuel Eto’o, camerunense, di professione calciatore, l’attaccante che sta svolgendo un ruolo decisivo nel portare l’Inter in testa alla classifica e alla finale di Champions. Ma che ora viene investito da accuse che rischiano di mettere a repentaglio la sua serenità nel periodo più delicato della stagione.

Della denuncia della ragazza aveva parlato il Giornale il 5 maggio scorso. Ora, dalla lettura del documento, emergono dettagli tanto circostanziati quanto duri da accettare, soprattutto per chi conosce Eto’o. Ma su questo racconto e su questi dettagli l’avvocato della ragazza, Marco De Giorgio, chiede che si faccia luce: «Perché il fatto di chiamarsi Eto’o e di giocare nell’Inter non può costituire in alcun modo un salvacondotto».

Ed ecco alcuni passaggi del racconto di A., 31 anni: «Risiedo a Milano dal 2006, ho intrapreso l’attività di commessa alla Rinascente, per merito della mia statura e del mio aspetto fisico svolgo anche l’attività di indossatrice. Durante l’autunno 2009 sono stata invitata da certi amici ad una cena al ristorante marocchino Yakut, in quell’occasione mi è stato presentato un giovane di origini camerunensi da poco venuto a Milano dalla Spagna. Questa persona mi ha rivelato che era un famoso calciatore acquistato dall’Inter, si è presentato col nome di Samuel Eto’o (...) agli inizi di gennaio 2010 ho ricevuto una telefonata dall’utenza Tim 3316864***, Samuel mi ha chiesto di uscire con lui quella sera stessa.

Siamo andati al bar dell’hotel Bulgari per prendere un aperitivo. Da quella sera ha iniziato a telefonarmi con insistenza (...) il quarto incontro si è verificato un mercoledì dopo una partita disputata a San Siro, era molto tardi, ha insistito per non uscire e si è autoinvitato a casa mia. Ad una mia precisa domanda mi ha risposto di non essere sposato, di non avere figli e nessun legame sentimentale. Quella sera abbiamo per la prima volta fatto l’amore. Da allora abbiano iniziato a vederci almeno un paio di volte alla settimana. Gli incontri erano da me oppure a casa sua in via Spiga, il suo citofono non porta nessun nome ma solo il numero 6 (...) Samuel non aveva mai voluto usare il profilattico nonostante le mie raccomandazioni».

Agli inizi di aprile, A. scopre di essere incinta. «Il 6 aprile alle ore 14 ho chiamato Samuel che stava in Spagna per rendergli nota la mia gravidanza. Mi ha risposto infastidito di non avere tempo». Ma il giorno dopo la richiama: «Subito mi ha intimato con parole dure di abortire perché questo figlio non doveva nascere, gli ho spiegato che sono musulmana e la mia religione non ammette l’aborto, oltretutto non volevo uccidere il mio bambino. Samuel ha replicato: guarda che devi fare quello che ti dico perché ho già 4 figli e non posso mantenere un altro bambino. Sono rimasta sbalordita da questa notizia». Il 9 aprile Eto’o, sostiene la donna, torna all’attacco: «Tu mi tratti come fossi uno scemo inventando molte scuse pur di non abortire. Devi fare quello che ti dico, non mi fare arrabbiare. Tu hai la testa dura che non ti funziona ma se non abortisci te la taglio».

E infine l’ultima telefonata, la più dura, domenica 2 maggio, alle ore 11,47: «Se non abortisci ti uccido quando torno a Milano, tu ed io siamo africani e sai bene noi in Camerun cosa facciamo alle donne che non vogliono abortire, posso sempre scappare via dall’Italia». Aggiunge A.: «Un minuto dopo ha richiamato ed aggiunto: “Tu non mi devi cercare mai più, sai che non sono un senegalese io”, alludendo al fatto risaputo che i cittadini del Camerun sono notoriamente molto violenti e duri al contrario del popolo senegalese».

«Tale registrazione - conclude la ragazza - è disponibile per chi la volesse ascoltare. Specifico di non tollerare simili sopraffazioni perché voglio sentirmi libera di determinare il destino mio e di mio figlio. Non accetto che Samuel Eto’o possa impormi la sua volontà per costringermi ad abortire».



Croce sì, croce no... intanto la rubano

Suore sfrattate dal convento del '600 La Curia: «La colpa è del Vaticano»

Corriere del Mezzogiorno

Sabato mattina l'ordine esecutivo.
Le «cappuccinelle»:«Ci hanno detto che ci toglieranno anche l'abito»

Il convento del '600

Il convento del '600

CASERTA – La Curia di Aversa ha dato lo sfratto esecutivo al convento delle Cappuccinelle, fondato nel 1599 e diventato luogo di clausura nel 1680. La notizia ha fatto indignare tutti gli aversani: sabato mattina alle otto i carabinieri eseguiranno lo sfratto allontanando dalla loro casa le suorine . Secondo alcune indiscrezioni le suore si sono rivolte ad un avvocato dopo che hanno capito che il vescovo don Mario Milani non aveva intenzione di recedere dall’intenzione di mandare via dalla storica abitazione le suore, quasi tutte anziane, molte di loro malate, e che vivono delle donazioni delle cittadini. Al cronista, che le conosce da sempre e cerca di contattarle, tra le lacrime una di loro sostiene: «Ci hanno detto che ci toglieranno anche l’abito».

LA CURIA - La Curia smentisce di avere qualcosa a che fare con lo sfratto delle suore: la decisione è stata presa direttemente dal Vaticano anche in considerazione del fatto che le ecclesistiche sono appena una decina. Qual che è certo è che cinque di loro saranno trasferite, mentre per le altre non è chiara la destinazione. La vicenda dai contorni ancora poco chiari, alla quale si stanno interessando fedeli di tutta la provincia, arriva in un periodo difficile per la curia aversana, finita al centro delle critiche per atteggiamenti giudicati troppo morbidi nei confronti della camorra permettendo nozze, battesimi e comunioni fastosi di componenti dei clan e dei loro figli, e accettando senza batter ciglio una donazione della famiglia Passerelli, il cassiere dei clan dei casalesi al quale è stato sequestrato un ingente patrimonio, secondo i giudici realizzato riciclando i proventi dei clan.

LA MOBILITAZIONE - Le suore sostengono che dal 17 febbraio scorso, da quattro mesi circa, non possono scende in parlatorio e non posso incontrare amici e parenti. Molte delle suore delle cappuccinelle sono entrate in convento appena adolescenti: qualche hanno fa, quando doveva essere restaurato il coro ligneo delle chiesa chiesero ai funzionari della Soprintendenza ai monumenti di farsi tutte insieme una foto: molte di loro non avevano visto mai una macchina fotografica. E mentre monta la protesta dei cittadini aversani che vedono tranciare di netto un’altra fetta della loro storia c’è chi sussurra che una parte del convento fa gola a qualcuno. Sabato si sta preparando un a mobilitazione per impedire lo sfratto, il tam tam è cominciato. Riuscirà a impedire lo sfratto?

UN GRUPPO SU FACEBOOK- La protesta dei fedeli e non arriva anche su facebook dove per oggi giovedì, verrà messo in rete un sito per difendere le suore del convento delle cappuccinelle che fanno parte della storia della città. Si sta anche organizzando una manifestazione per impedire lo sfratto esecutivo delle suore di clausura dal loro convento.

Redazione online
12 maggio 2010(ultima modifica: 13 maggio 2010)

Il volto della «Signora delle dune»

Corriere della Sera
Nuova ricostruzione delle fattezze della donna uccisa a Cape Cod nel 1974, di cui non si conosce l'identità

non si è mai trovato un colpevole, ma il caso non è stato mai chiuso

Il volto della «Signora delle dune»


La nuova ricostruzione del volto della «Signora delle  dune»
La nuova ricostruzione del volto della «Signora delle dune»
WASHINGTON (USA) – E’ un giallo mai risolto. E che continua a intrigare investigatori e abitanti di Provincetown, a Cape Cod (Massachussets). E’ il mistero della «Signora delle Dune», uccisa nel luglio del 1974 sulla bellissima spiaggia di Race Point. Dopo averla assassinata le hanno tagliato le mani per impedirne l’identificazione. Ora, la polizia ha diffuso un nuovo ritratto nella speranza che qualcuno finalmente possa riconoscerla.

LA VICENDA - La donna, i cui resti riposano sotto una piccola lapide, venne trovata senza vita il 24 luglio del ’74. A provocarne il decesso – almeno due settimane prima - un forte colpo o una coltellata alla base del collo. Non portava documenti, né c’erano indizi che potessero aiutare a darle un nome. La vittima aveva tra i 20 e i 40, era alta 1,75, pesava 65 chilogrammi, presentava un aspetto curato, aveva un ponte odontoiatrico definito «costoso». E di sicuro non era del posto, probabilmente una delle tante turiste che affollano Cape Cod in estate. In questi anni sono state avanzate molte ipotesi sulla «Signora delle Dune». La prima che fosse una famosa rapinatrice eliminata da un compagno di fuga. Quindi che si trattasse di una appartenente ad una gang di motociclisti che nel luglio del 1974 era stata segnalata nella cittadina. Piste rivelatesi inconcludenti. Il piccolo Dipartimento di polizia ha continuato però a lavorare e, come ci aveva confermato in dicembre il comandante Jaran, non ha alcuna intenzione di lasciare il fascicolo in un armadio. In passato sono stati diffusi alcuni ritratti della vittima, ma successivamente gli investigatori hanno cercato la collaborazione di un istituto di Washington che elabora immagini partendo dai resti umani recuperati. E ne e' scaturita una nuova «ricostruzione» del probabile volto della «Signora delle Dune».

Guido Olimpio
13 maggio 2010

La religione a scuola fa media: che errore

Corriere della Sera

Il verdetto del Consiglio di Stato danneggia gli studenti che non la scelgono

Rendere implicitamente obbligatorio il facoltativo. Trasformare una libera scelta in una convenienza. Gratificare chi opta per l’ora di religione di una condizione di vantaggio rispetto a chi, per le più diverse ragioni, decide di non avvalersene. La sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce l’importanza determinante dell’insegnante di religione «ai fini dell’attribuzione del credito scolastico» intacca un principio d’eguaglianza e introduce un criterio di esclusione per chi quel «credito» non può (o non vuole) accumularlo.

C’era un modo migliore per rinfocolare le annose polemiche sull’ora di religione a scuola? Per riaprire l’interminabile contesa sulla rilevanza della religione nella scuola pubblica? La conoscenza della religione cristiana ha un ruolo importantissimo nel nostro patrimonio culturale: ridurla a pratica burocratica da sbrigare per un curriculum scolastico non è però la via maestra per valorizzarla.

La sentenza del Consiglio di Stato ricorre a un escamotage, applicando gli stessi parametri ai corsi «alternativi». Ma tutti sanno che quei corsi sono assenti nella grande maggioranza delle scuole. Con il risultato che si avranno gli studenti che frequentano il corso di religione con una marcia in più, un credito in più, un contributo in più che faccia «media» con le altre materie. E gli altri? Gli altri dovranno dolersi di non aver scelto l’ora di religione. Le loro pagelle partiranno con una penalità, appesantite da una scelta che si rivelerà un handicap. Una libera opzione diventa, di fatto, un privilegio. E ne viene sminuita la stessa religione. Una energica sollecitazione culturale (perché questo è, a prescindere dalla fede che si professa, il significato di una vitale cultura religiosa) si rattrappisce in un’opportunità per ottenere un vantaggio sancito con il timbro dell’autorità scolastica.

Si toccano princìpi delicati, dalla aconfessionalità della scuola al pluralismo religioso della popolazione studentesca. Ma in cambio non si avrà più autorevolezza dell’insegnamento religioso, più rispetto per i simboli e le figure del cristianesimo, più strumenti per capire e apprezzare la straordinaria ricchezza artistica, letteraria e filosofica dell’eredità cristiana. Al contrario: si confinerà l’ora di religione in un’enclave privilegiata, si renderà la scelta dell’ora di religione un doveroso adempimento per migliorare la «media», si dividerà il corpo studentesco in due blocchi, quello «laico» e quello «cattolico», che si guarderanno ancor di più con reciproca ostilità. Si metterà la religione, che è cosa serissima, in ostaggio di decreti e regolamenti. E forse la si renderà addirittura più «antipatica» e indigesta. Un effetto indesiderato, ma inevitabile quando viene messa nelle mani di una sentenza del tribunale.


13 maggio 2010



La profezia di Fatima non si è ancora compiuta, ci saranno guerre e terrore»

Corriere della Sera 



Il Papa dal santuario mariano in Portogallo: «Uomo pronto a sacrificare i legami più santi per egoismo»


MILANO - «Affido al cielo tutti i popoli e le nazioni del mondo e affido alla vergine di Fatima tutti i sacerdoti». E' il messaggio che arriva da Fatima da parte di Papa Benedetto XVI che ha celebrato la messa nella spianata davanti al santuario mariano alla presenza di circa 500mila fedeli. La profezia di Fatima è anche un alto messaggio contro i «gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo» ha aggiunto il Pontefice. 
 
MISSIONE PROFETICA - Anche se non esistono altre parti non rivelate del Messaggio di Fatima, le sofferenze della Chiesa e dell'umanità previste dalla Vergine, e confidate da Suor Lucia Dos Santos nel testo fatto pubblicare 83 anni dopo le Apparizioni da Giovanni Paolo II, non sono affatto finite. Esse infatti non riguardavano solo le guerre mondiali, le persecuzioni del comunismo verso i credenti e l'attentato al Papa. E nonostante ciò possiamo e dobbiamo guardare con speranza al «futuro di Dio». E' questo il senso dell'omelia di Benedetto XVI.

«Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa»: così il Papa nel santuario mariano portoghese avverte che «la famiglia umana è pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull'altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo». «L'uomo - ha detto Benedetto XVI - ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo. Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda:

"Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?". Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull'altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo - ha detto il Papa - è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l'Amore di Dio che arde nel suo».

Redazione online
13 maggio 2010



E Carosio non disse mai «quel negro...» al guardalinee etiope

Corriere della Sera
Il caso che travolse il grande telecronista



Quaranta anni dopo, la vicenda dell’esonero su due piedi di Nicolò Carosio dal ruolo di telecronista della Nazionale, dopo il pareggio per 0-0 fra Italia e Israele ai Mondiali del Messico, è ancora parzialmente avvolta nel mistero. Ma le ricerche e le verifiche meticolose condotte nella scrittura di questo libro, sulla base della documentazione esistente, consentono di smentire quella vera e propria leggenda metropolitana secondo cui Nicolò avrebbe insultato in diretta il signor Seyoun Tarekegn, guardalinee etiope, per aver sbandierato un fuorigioco inesistente sul gol di Gigi Riva al 29' del secondo tempo. Diciamolo e scriviamolo chiaro una volta per tutte: Carosio non diede mai del negro o, peggio, del negraccio all'assistente dell'arbitro brasiliano De Moraes.

Lo si può affermare con certezza assoluta, avendo, Frisoli e io, ripescato dagli archivi Rai e visionato con estrema attenzione l'intera telecronaca originale della partita incriminata. Nel corso del suo commento, Carosio cita solo un paio di volte il guardalinee di colore, dopo averlo annoverato all'inizio, come norma, nella terna arbitrale. Al 35' del primo tempo: «Albertosi salva in uscita su Shpiegler in fuorigioco netto, lasciato correre dall'etiope e dobbiamo alla prodezza di Albertosi se ci siamo salvati». Tre minuti dopo, c'è ancora l'israeliano Shpiegler in fuorigioco: «Ma questa volta — dice Carosio — l'etiope ha sbandierato». Ed eccoci al momento-clou: 29' del secondo tempo, siamo ancora sullo 0-0, Riva, accolto in Messico come «El Emperador del gol» (ricordiamo che era all'apice della sua carriera, e campione d'Europa in carica con tutta la squadra), trova finalmente il suo primo gol, di testa.

Video

Corre, Gigi, esultando a braccia tese verso il terreno e pugni stretti, alla sua maniera, ma la gioia dura un attimo: «L'arbitro aveva convalidato il punto — commenta Carosio — e il guardalinee… (pausa di alcuni secondi) niente convalida! (altra pausa) … ma siamo proprio sfortunati!». Non c'è una sola parola di più. E, soprattutto, la parola negro non viene mai pronunciata in tutti e 90 i minuti. Semmai, prima del gol annullato («a nostro giudizio non c'era fuorigioco» aggiunge con pacatezza perfino insolita Carosio) Nicolò ne aveva avute per l'arbitro, De Moraes, che non fischia un evidente fallo su Riva al limite dell'area («E' inaudito, l'arbitro lascia ancora correre…») e poi, in un'azione successiva: «Finalmente l'ineffabile signor Moraes (senza il De n.d.a.) si accorge di un fallo a nostro danno». E una parolina buona l'aveva avuta anche per il ruvido israeliano Schultz definito letteralmente «scarpone» per aver messo a terra senza complimenti uno dei nostri. Nient' altro, niente di niente….

E, a questo proposito, è prezioso il «reperto» scovato da Andrea Bosco, autore dell' unica biografia esistente di Carosio, che riporta il commento alla vicenda firmato da Enzo Tortora (uno che dal Direttore Generale Bernabei era stato fatto fuori davvero) su «Il Resto del Carlino»: «Dottor Bernabei, con tutto il rispetto che merita, vorrei dire che prendersela per la parola etiope, pronunciata da Carosio, sarebbe davvero un po’ forte. Anche Ghislanzoni, librettista di Verdi, dice nell'Aida (e non via satellite): "Già corre voce che l'etiope ardisca sfidarci ancora".

Neppure contro Ghislanzoni (il dottor Bernabei può chiedere conferma a Mike Bongiorno) furono mai presi provvedimenti. Ma se ha torto, il dottor Bernabei dovrà essere purtroppo rigoroso. E dovrà avvicendare sui teleschermi anche Radames». Un vero affondo schermistico, ma di fioretto, visti il tono e l'eleganza delle parole, nonostante l'aspra polemica fra la Rai e Tortora, che gli era costato la defenestrazione immediata dalla conduzione della Domenica Sportiva. E comunque, dalle parole del «grande epurato» affiora una buona volta la verità: Carosio aveva solo dato dell'etiope a Tarekegn, come Ghislanzoni aveva fatto con Radames.

E allora perché Carosio fu sostituito da Martellini?… In realtà le proteste ci furono, sia pur basate su un probabile equivoco. Come spesso accade, in quella specie di telegrafo senza fili che è il passaparola fra telespettatori, l'affaire s'era ingigantito passando di bocca in bocca, fino a provocare una protesta formale dell'Ambasciata Etiopica al nostro ministero degli Esteri. La Rai, attivata dalla Farnesina, intimò a Carosio di rientrare immediatamente in Italia. Qui scattò la solidarietà dei colleghi a difesa di Nicolò: «Se rientra lui, rientriamo tutti».

Perciò, ecco il compromesso: telecronaca a Martellini e Carosio resta a Città del Messico…. …Ma c'è un altro elemento da tenere in considerazione: la radio. Cosa sia stato detto nel corso della Radiocronaca Rai, non è possibile oggi ricostruire, perché, per molti anni, l'archivio di Radio Rai ha latitato. Esiste, però, una testimonianza precisa: una lettera al quotidiano romano «Il Messaggero», pubblicata 2 giorni dopo Italia-Israele, firmata Laiketsion Petros, ingegnere etiope residente a Roma sotto il titolo: «Una frase di pessimo gusto».

«Sono rimasto molto sorpreso — scrive l'ingegnere — nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiopico Tarekegn, dopo (attenzione: dopo n.d.a. ) la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: "Il Negus si è vendicato".

A parte il fatto che il Negus si è già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi Italiani ed Etiopici vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento». Qualcosa di «improprio» (oggi diremmo di «politicamente scorretto») doveva evidentemente essere sfuggito, più probabilmente alla radio che alla tv e, a giudicare da quel «dopo», potrebbe essersi trattato anche di un' estemporanea e improvvida uscita di qualche intervistato del dopo-gara, più che di un eccesso tardo-patriottico del radiocronista che era Enrico Ameri. Quindi, prende corpo anche questa ipotesi: che le proteste diplomatiche siano nate su segnalazioni confuse, che mescolavano Radio e Televisione. Tanto, sempre di Rai si trattava….

Massimo De Luca
13 maggio 2010

Garibaldi, eroe in gabbia in un'Italia spenta

Corriere della Sera > Cultura



La storia del monumento infagottato (e dei restauri senza fondi e senza fine) dice tutto di un anniversario difficile


Ode al «Duce qui effigiato / Duce nato sullo scoglio / scoglio- nato», ammiccava negli anni Venti sua eccellenza il senatore Paolo Emilio Bensa, gran giureconsulto e docente universitario, rimirando il monumento a Garibaldi e ai Mille di Quarto. Uno schizzo. Solo un piccolo e innocente schizzo d’ironia. Meno offensivo, per quella poderosa opera di Eugenio Baroni, dei chili e chili di cacca schizzati per decenni sulla scultura dai piccioni nell’incuria di ogni addetto alla manutenzione. Ma soprattutto molto meno insultante del disinteresse dimostrato per troppo tempo da Roma, dal governo, dalle autorità di quel paese che fu unito da quei ragazzi arrivati da tutte le contrade del Paese per imbarcarsi 150 anni fa proprio da qui. Da questi scogli sulla costa a levante del centro di Genova. Manca solo una manciata di giorni alla ricorrenza del 5 maggio, quando il capo dello Stato verrà qui ad aprire il ciclo di manifestazioni del Centocinquantenario. Eppure il monumento ai Mille è ancora infagottato dentro una gabbia di tubi innocenti, reti metalliche, teloni verdi… Ieri mattina ci è andata anche il sindaco, Marta Vincenzi. «Sarà pronto per allora?», le hanno chiesto. «Speriamo». Gli operai della ditta di Giovanni e Lorenzo Morigi di Bologna, specializzati nel restauro di metalli, stanno lavorando a ritmi forsennati. Li hanno chiamati all'ultimo istante. Praticamente prima ancora di definire la questione contrattualmente nei dettagli: «Una faticaccia. Il mare, la salsedine, i colombi... Non hai idea in che condizioni fosse».

L’architetto Annalaura Spalla, che segue le cose per conto del comitato per le celebrazioni, professa ottimismo: «Non si trattava solo di restaurare il gruppo bronzeo ma di sistemare tutta l'area. È stato abbattuto un baretto dove si ritrovavano i giovani che sarà ricostruito con più qualità, sono stati ridisegnati gli spazi, da lunedì cominceremo a scaricare in mare dei nuovi scogli… Mi hanno detto: non si vede dove avete lavorato. Ho risposto: questo è un complimento. È un lavoro a togliere, più che ad aggiungere ». Auguri. Certo è che il Centocinquantenario sembra avere colto di sorpresa gli organizzatori come certe mogli che vedono spalancarsi la porta mentre stanno in dolce compagnia: «Ops! Mio marito!» Ops! L’anniversario! Al punto che, pur potendo essere programmato con calma, è stato fatto tutto, come sempre, all'ultimo momento. Con la solita delega (ti pareva) alla Protezione civile di Guido Bertolaso come se un anniversario immutabilmente fissato sul calendario da decenni fosse inaspettato e sorprendente quanto un'onda anomala.

Dice tutto, il monumento di Quarto. Tutto. È il simbolo stesso di come un po' di persone di buona volontà al servizio dello Stato siano ripetutamente chiamate a tappare le falle lasciate dall'incapacità, dall'ignoranza, dalla sciatteria. Basti dire che a causa di questa sciatteria neppure il prossimo 5 maggio («Ci hanno dato il lavoro troppo tardi: consegneremo ad agosto»), nonostante le rassicurazioni, il monumento sarà corredato finalmente dai nomi dei garibaldini che parteciparono alla spedizione. Un gesto di rispetto doveroso verso chi diede tutto se stesso perché credeva in questa patria. Tanto più verso i morti. Come il bergamasco Gaspare Tibelli, che era poco più che un ragazzino pieno di sogni e venne ammazzato nella battaglia di Calatafimi dieci giorni esatti dopo essere salpato, il 15 maggio 1860, nel giorno in cui compiva 18 anni.

È da un secolo che Gaspare e gli altri ragazzi morti, sopravvissuti o impazziti in guerra e reclusi in giro per i manicomi aspettano che venga inciso il loro nome sulla base del monumento ai Mille. Fin da quando questo fu commissionato nel 1907 perché fosse pronto per il Cinquantenario nel 1910. Macché: i soliti ritardi, appuntamento saltato, nuova gara nel 1909. Vincitore: Eugenio Baroni. Che a quel punto, visto che sul bando c’era scritto che il contratto doveva essere firmato entro 30 giorni, cominciò a tempestare le autorità. Una lettera dietro l’altra: «in attesa che la signoria vostra illustrissima voglia comunicarmi l'invito per la stipulazione del contratto...», «il sottoscritto in data 19 maggio scriveva all' ill.mo signor sindaco mettendosi a disposizione per la stipulazione del contratto…». «Il sottoscritto in data 19 maggio e 15 luglio scriveva alla civica amministrazione… ». E via così, per mesi e mesi, senza che un cane, a leggere la biografia dello scultore di Sergio Paglieri, lo degnasse di risposta.

Morale: invece d’essere pronto per il Cinquantenario, scolpito nel marmo di Carrara e con tutti i nomi dei Mille incisi alla base (una spesa pazzesca, già all' epoca) il monumento venne piazzato accanto allo scoglio fatale con cinque anni di ritardo, in bronzo e senza nomi. L'inaugurazione, però, fu un evento epocale. Il re Vittorio Emanuele III, il capo del governo Antonio Salandra e tutti i ministri diedero buca perché tirava aria di guerra. Ma bastò la presenza di Gabriele d'Annunzio per dare all'avvenimento un risalto enorme. Era in forma spettacolare, quel giorno, il Vate. Esordì tuonando: «Maestà del Re d'Italia, assente e presente! Popolo grande di Genova! Corpo del risorto San Giorgio!» Quindi si avvitò in una giostra vertiginosa di citazioni dei Gemelli di Sparta e Michelangelo, Teseo e i figli d'Aimone. E pur lasciando basiti un po' di spettatori con frasi tipo «non corbe di metallo bruto v'erano issate in sommo», si impossessò dell'anima di Garibaldi dicendo che Egli, il Duce, avrebbe incitato: «Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia!». Al che tutti capirono, dicono le cronache. E gridarono pazzi di patriottismo: «Viva Trento e Trieste! Viva la guerra!».

Questo è Quarto: un luogo di passaggio centrale della nostra storia. Eppure, come ha ricostruito Daniele Grillo su Il Secolo XIX, dare una sistemata al monumento è stato un calvario: «Nel 2000 il Cnr e l'Istituto centrale del restauro decisero di sottoporre il manufatto a un restauro che diventasse modello su scala nazionale per il recupero delle opere in bronzo vicine al mare. L'iniziativa fu sancita da un convegno, nel 2004 a Tursi, una mostra e un catalogo. Nel 2007 il monumento dei Mille venne circondato dalle impalcature. Si spesero i primi 80 mila euro per il restauro della figura di Garibaldi. A fine 2007 venne comunicato che il finanziamento promesso dal comitato nazionale per il Bicentenario della nascita di Garibaldi non era più disponibile. Ma la (ex) direttrice regionale della Soprintendenza, Liliana Pittarello, riuscì a ottenere i 200 mila euro necessari dal Ministero. Subito dopo le elezioni del 2008 il Ministero revocò il finanziamento». A quel punto il sindaco prese carta e penna invitando Sandro Bondi a ripensarci: «È uno scandalo». Tanto più che cominciò lagnarsi col quotidiano locale perfino la ditta che aveva sponsorizzato il cantiere: «La gente crede che siamo noi a fare i lavori e ci chiede: ma quando diavolo finite?» C'è da capire: in 1263 giorni i cinesi hanno costruito il fantastico ponte di Donghai: 32 chilometri, 8 corsie, in mezzo al mare. Va da sé che il 29 marzo scorso, alla ripresa del restauro, avvenuto soprattutto per le pressioni di Giorgio Napolitano e del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni, è uscita sul Secolo una notiziola indicativa.

«Niente sponsor per il monumento di Quarto, che pure è tra i simboli ufficialmente riconosciuti dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nessuna azienda ha risposto al bando del Comune per la ricerca di privati disposti a contribuire al restauro dell’opera e dell’area circostante». L’assessore alla Cultura Andrea Ranieri ha fatto spallucce: «Boh, le gare per le sponsorizzazioni vanno sempre deserte…». Fatto sta che nel pantano hanno intinto il biscotto, ironizzando sul nostro patriottismo, perfino i nostri nemici di allora, gli austriaci. Che in un articolo di Gerhard Mumelter su Der Standard hanno sottolineato come, mentre il Paese si prepara svogliatamente alla ricorrenza, un anonimo abbia pubblicato un thriller politico dove si immagina nel febbraio 2011, scadenza dei 150 anni dello Stato unitario, da parte del governatore leghista Luca Zaia, la proclamazione della «Nazion Veneta». Per non dire delle citazioni della «Padania» («Unità d’Italia? Che ci sarà mai da festeggiare?») secondo la quale la nascita dello Stato unitario fu «un atto contro la natura e la storia, un relitto storico da rifondare attraverso il federalismo». O della performance dell’europarlamentare Matteo Salvini, filmato a Pontida mentre intonava con le camice verdi un simpatico coretto sui «napoletani colerosi e terremotati».

Il tema posto dal giornale austriaco è: un Paese che elegge governatore del Piemonte, la regione fondante, quel Roberto Cota che meno di 3 anni fa partecipò a un blitz leghista in Parlamento contro l'Eroe dei due mondi bollato come «un criminale che seminava morte e distruzione », e che ora si ritrova addirittura alla presidenza del Comitato Italia 150 di Torino, da quasi cinque anni impegnato a preparare (suo malgrado autonomamente) le celebrazioni, crede ancora nella propria storia o no? Se è questa l’Italia che si appresta a tagliare il traguardo dei 150 anni, non si fatica a immaginare che tutto si risolva con «una passata di sidol» alle statue, come ironizza un blogger online. Forse di più, per come si son messe le cose, non si poteva davvero fare. In termini calcistici, è stato un salvataggio in corner. E non può non riconoscerlo lo stesso Paolo Peluffo, da anni collaboratore di Ciampi, entrato in scena in zona Cesarini, alla fine dell’ottobre scorso per tentare un’alternativa ai progetti via via evaporati. Il «piano B» messo a punto insieme con Marco Pizzo ed Emanuela Bruni e approvato nel gennaio scorso dal Comitato dei Garanti per le celebrazioni presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, prevede interventi su decine e decine di «luoghi della memoria ».

Un lavoro a tappeto. Ma difficile da portare a compimento: basti dire che le sole statue di Garibaldi sono 420. E che spesso questi «sacrari » versano in uno stato di penoso abbandono, umiliati dalla spazzatura e dalle erbacce. Quanto ai musei risorgimentali sparsi per l’Italia, meglio stendere un velo: per metà sono chiusi. È probabile che il «pacchetto Peluffo» concentri gli sforzi (tanti) e i soldi (pochi) in sei progetti: il museo di Caprera e la casa di Garibaldi (sei milioni: l'investimento più grosso), Quarto (un milione), il museo di Porta San Pancrazio a Roma, il monumento dei Fratelli Bandiera a Crotone, la Domus mazziniana di Pisa e la Torre di San Martino della Battaglia. Più una decina di interventi medio-piccoli. Pare a Calatafimi, Mentana, Castelfidardo, Ravenna, Pastrengo, Sapri, l’obelisco di Montanara… In alcuni casi l’intervento consisterà semplicemente nel tagliare la cicoria intorno alle statue e mettere un cartello segnaletico. Ma i soldi sono quelli che sono.

«Sono del parere che si possano fare cose egregie spendendo poco o niente», aveva detto Ciampi a settembre lamentando l’assoluta mancanza di finanziamenti. L’hanno preso in parola. Per il progetto «luoghi della memoria» si spera di racimolare, in totale, 35 milioni di euro. Meno della metà di quanto è stato buttato per fare l’hotel a cinque stelle che doveva servire al G8 della Maddalena. Grossomodo quanto spende il governo in sei mesi di «voli blu». Ma lo stanziamento reale, al di là dei denari da prelevare tra le disponibilità di Arcus, la società controllata dal ministero che impiega ogni anno somme anche rilevanti per interventi (talora discussi) nel campo dell’arte e dei beni culturali, è di 15 milioni. Prelevati dai «residui di bilancio » di Palazzo Chigi. Pochi. E nessuno lo sa meglio del Cavaliere: per i lavori a villa Certosa ne avrebbe spesi (soldi suoi, si capisce) dodici. Tanto per dare un'idea, ogni anno i ristoranti di Camera e Senato, di milioni, ne costano dieci. E meno male che è passato il piano B. Perché si è corso seriamente il rischio che non ci fosse alcun piano. Dal troppo al niente. Nel 2007 il governo Prodi aveva infatti detto di avere progetti ambiziosissimi. Con un’opera pubblica significativa in ogni Regione. Perché in ogni Regione? E che cosa voleva dire significativa? In realtà l’obiettivo era chiaro: usare il Centocinquantenario come ennesima data-catenaccio, unico sistema impiegato in Italia per fare le cose un po’ più in fretta. Il gestore, ovvio, c’era già: la Protezione civile. Titolare dal 2001, grazie a una legge berlusconiana, di tutti i Grandi eventi.

Nella lista finiscono 11 interventi, per i quali sono messi a disposizione 140 milioni di euro iniziali. Briciole, ma dovrebbero servire a mettere in moto altri finanziamenti. C’è il nuovo palazzo del cinema di Venezia, il parco della Musica di Firenze, il Parco Dora di Torino, l’aeroporto di Perugia, l’auditorium di Isernia… Cosa c’entrano con l’Unità d’Italia? Boh. Intanto il tempo passa e qualcuno comincia a chiedersi: «Bene gli appalti, ma la ricorrenza? Come festeggiamo la ricorrenza?» Carlo Azeglio Ciampi, nella primavera del 2009, scrive a Bondi. Ma le sue sollecitazioni cadono nel vuoto. Allora esce allo scoperto uno dei componenti del suo Comitato, Ernesto Galli Della Loggia, che sul Corriere pubblica un articolo dal titolo «Noi italiani senza memoria». Ricordiamo? «La conclusione, al momento attuale, è che per ricordare la propria nascita lo Stato italiano nel 2011 non farà nulla: nulla di pensato appositamente, con un rapporto diretto rispetto all’evento. Si limiterà a qualche discorso… M’immagino come se la deve ridere tra sé e sé il vecchio principe di Metternich, osservando lo spettacolo: non l’aveva sempre detto, lui, che l’Italia non è altro che un’espressione geografica?» Le reazioni sono immediate. Lo stesso Ciampi, mostrando di condividere l’analisi, fa capire di esser pronto anche a dimettersi. Poi, di giorno in giorno, le cose si trascinano senza soluzioni. Colpa della crisi. Dell’ostilità di qua della Lega e di là di un po’ di leader siciliani. Delle polemiche intorno alla Protezione civile. Delle inchieste e dell’arresto di Angelo Balducci e Mauro della Giovampaola. Un tormentone.

Fatto sta che evapora nel nulla il sito Internet per il quale era già stata firmata una convenzione con il Comitato di Torino. Nel nulla il tavolo di coordinamento. Nel nulla la richiesta torinese di una lotteria di finanziamento «gratta e vinci». C’è però un caso ancora più clamoroso: il concorso pubblico di idee per le celebrazioni con il quale i cittadini furono invitati a presentare progetti di varia natura che dovevano essere poi vagliati dal Comitato. Bando regolarmente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Palazzo Chigi inondato di proposte: 352. Preselezione fatta, 17 progetti giudicati plausibili. Ma Bondi dice con chiarezza che non c’è trippa per gatti: quelle proposte «comportano nel loro complesso un onere finanziario assai rilevante e la loro attuazione non è compatibile con le attuali disponibilità». Da allora Giovanni Todaro e tutti gli altri vincitori non ne hanno più saputo nulla: «Mai una lettera, una telefonata. Spariti».

Cialtroneria di Stato? Anche. Ma forse c’è anche un’altra spiegazione. La struttura della presidenza del Consiglio che ha la gestione materiale di tutta l’operazione è, diciamo così, fuori servizio. Tra quelle sotto inchiesta della procura di Firenze, per capirci, ci sono infatti alcune opere previste per i 150 anni. Come l’auditorium del Maggio fiorentino. Sia Angelo Balducci che il suo successore alla guida della Struttura di missione, Della Giovampaola, quest’ultimo sostituito in emergenza da Giancarlo Bravi, ex direttore della ragioneria di Palazzo Chigi, sono in carcere. E nella lista delle imprese appaltatrici, per l’aeroporto di Perugia, c’è quella di Diego Anemone, il fornitore di massaggiatrici oggi in galera la cui moglie Vanessa Pascucci era addirittura in società con Della Giovampaola. Una tegola dopo l’altra. C’è poi da stupirsi se i progetti per celebrare la nostra unica, sia pure contestatissima, epopea patriottica, arrancano faticosamente nonostante la dedizione e la generosità di chi sta cercando di tappare le falle? Diciamolo: c’è chi ha pronte nel frigo le bottiglie di Champagne, per festeggiare gli intoppi del Centocinquantenario. Ma un Paese che non ha rispetto per la propria storia quale rispetto può avere di se stesso?

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
29 aprile 2010