martedì 18 maggio 2010

Lapide per due gerarchi fascisti bufera sulla delibera del Comune

Corriere del Veneto

L’atto di Boscolo Pecchie che «riabilita» il bisnonno
L’assessore: non erano assassini. Il Pd: irricevibile

La base del pennone dove furono appesi i gerarchi fascisti a  Chioggia (archivio)

La base del pennone dove furono appesi i gerarchi fascisti a Chioggia (archivio)

CHIOGGIA — Per l'assessore si tratta di un gesto di «riappacificazione nazionale », ma per la sezione locale dell'Anpi si tratta di un tentativo «furbesco» di «riscrivere la storia». La proposta dell'assessore alla Cultura Nicola Boscolo Pecchie di apporre una lapide in ricordo dei gerarchi fascisti Gennaro Boscolo Marchi e del nolano Mario Manlio sullo stendardo di Piazzetta XX settembre, dove i due furono impiccati il 22 maggio del 1945, sta creando in città sdegno e pure qualche imbarazzo anche nel centrodestra. Ma Pecchie apre all'Anpi e si dice pronto a «modificare l'atto amministrativo». L'episodio feroce e brutale della loro uccisione da parte dei partigiani è ricordato nel libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti.

Marchi, bisnonno di Nicola Pecchie, fu fatto annegare nel canal Vena. Pare gli fu fracassata la testa con una macchina da scrivere, e poi appeso allo stendardo. Manlio si risparmiò l'annegamento e fu impiccato con la testa intera. Tutti i partigiani che furono testimoni di quel giorno a Chioggia «sono ormai morti », come ricorda Giorgio Varisco di Rifondazione, ma l'Anpi fa leva sui giovani e dirama una nota in cui solleva il caso. La proposta di una lapide in ricordo delle «vittime delle violenze del 22 maggio 1945» è inserita una una delibera quadro che assegna a luoghi della città privi di toponomastica i nomi di personaggi o di ricorrenze meritevoli di ricordo.

La lista fece già scalpore nel 2009, l'assessore riuscì a far intitolare ai martiri delle foibe e agli esuli giuliano-dalmati due piazzali. Ora, accolte le proposte per due partigiani, Otilla Monti e Egidio Perini, e per un giardino da intitolare a quelli che gli ebrei chiamano «I giusti tra le nazioni», l'assessore ha aggiunto la targa che ricorda l'uccisione dei due gerarchi. Motivazione: non esiste giustizia senza democrazia. «È la rimozione — spiega Pecchie — che è inaccettabile. Io non mi sogno di intitolare la lapide ai due personaggi. Le questioni parentali rimangono fuori dal mio ruolo di amministratore. Quel che è certo è che lì, a guerra finita, fu commessa un'ingiustizia: l'omicidio di due uomini. Non erano assassini, fu un crimine e nulla lo ricorda».

«Una proposta semplicemente irricevibile — la bolla il segretario del Pd Pino Penzo — L'assessore è partito largo coi riconoscimenti a tutti gli ex sindaci e a qualche partigiano, ma resta un uomo di destra legato ai valori del fascismo. Marchi e Manlio contribuirono a creare un clima di terrore tra i nostri concittadini che ancora si tramanda. Ci sono gli studi fatti da Sergio Ravagnan su questi due personaggi, basta leggerli, mi auguro vivamente che l'amministrazione faccia marcia indietro». Perplessità che però arrivano anche dall’anima più centrista del Popolo della Libertà: «Stiamo forzando troppo la mano—dice Brunetto Mantovan—Bisognerebbe rifletterci e decidere dopo un'attenta analisi storica. Dovremmo capire perché nel caso di questi due uomini ci sia stata una reazione popolare così violenta e feroce. Mi pare che da parte dei proponenti non ci sia una scheda che ne illustri la vita. Conviene lasciar stare e riparlarne tra trenta o quarant'anni».

Enrico Bellinelli
18 maggio 2010

Il mistero del «talebano bianco»

Corriere della Sera
In un video girato in un campo d'addestramento un giovane in abiti occidentali tra i guerriglieri

la scoperta di un ricercatore

Il mistero del «talebano bianco»


WASHINGTON

Il mistero del talebano bianco. Un video di propaganda talebana mostra un giovane, in abiti occidentali, in mezzo ad una folla di guerriglieri armati. Per alcuni potrebbe trattarsi di uno dei molti volontari “bianchi” arruolatisi con gli insorti. A scoprire il frammento un ricercatore che stava analizzando un filmato relativo ad un attacco talebano in Nouristan.

Un frame del video nel quale appare il giovane  occidentale
Un frame del video nel quale appare il giovane occidentale
IPOTESI - Secondo alcune fonti si tratterebbe di immagini messe in rete tra aprile e maggio sul sito “Ansar Al Jihad” con il marchio “Al Emara”, una delle case di produzione jihadiste. Quanto alla nazionalità gli esperti americani hanno formulato diverse ipotesi. Potrebbe trattarsi di un ragazzo di origine cecena o uzbeka. Oppure un inglese. O ancora un tedesco. Nel corso dell’ultimo anno l’intelligence occidentale ha raccolto prove sulla presenza di combattenti occidentali nelle file di Al Qaeda e dei gruppi affini. Gli stessi insorti hanno diffuso video per celebrare l’azione di “martiri” europei. L’ultimo a cadere, poche settimane fa, Eric Breininger, un mujahed tedesco, protagonista lui stesso di filmati di propaganda. Il timore è che questi giovani oltre ad essere impiegati contro le truppe alleate in Afghanistan possano tornare nei rispettivi paesi per compiere attentati. Proprio la colonia tedesca è quella che ha destato maggiori preoccupazioni visto che la polizia è riuscita a sventare un paio di attacchi affidati a elementi legati a fazioni attive nel settore Pakistan-Afghanistan.

Guido Olimpio
18 maggio 2010

Lutto nella cultura, morto Sanguineti

Corriere della Sera
DECEDUTO A GENOVA. aveva 79 anni
Poeta, scrittore e critico.
La sua attività iniziata con l’esperienza avanguardistica degli anni Sessanta

MILANO

È scomparso all'età di 79 anni il poeta e scrittore genovese Edoardo Sanguineti. L'intellettuale è morto nell'ospedale Villa Scassi, nel capoluogo ligure. Poeta, scrittore e critico, Sanguineti era nato a Genova il 9 dicembre del 1930.

LETTERATO E SAGGISTA - Sanguineti è stato una figura di letterato a 360 gradi, fuori e dentro il mondo accademico. Poeta, intellettuale, professore di letteratura all’Università di Torino, Salerno e Genova, ma anche autore di teatro, critico, saggista. La sua attività è stata sempre caratterizzata da una battaglia culturale iniziata con l’esperienza avanguardistica degli anni Sessanta. Insieme ad Angelo Guglielmi, Edoardo Sanguineti fu infatti il teorico più famoso del Gruppo 63.

Video

POETA - Capofila della neoavanguardia poetica, partecipò alla raccolta collettiva di poesia "I nuovissimi" (1961) da dove approdò con un ruolo determinante e fondativo al 'Gruppo 63'. La sua poesia sperimentale - è stato detto - rappresenta la «dissoluzione» del linguaggio quotidiano, come dimostrazione dell'impossibilità del comunicare nella società dei consumi. Dal "linguismo" folgorante dei primi lavori e dalla bulimia senza razionalità di parole e immagini (Laborintus, Erotopaegnia, Triperuno), Sanguineti elaborò con il tempo un regime satirico e grottesco a cui non fu estraneo il realismo marxista e la psicoanalisi che grande influsso ebbero su di lui.

Di questi fase sono Wirrwar, Postkarten, Stracciafoglio, Seggnalibro, Bisbidis, Senzatitolo, Per musica. La sua capacità critica si è applicata a Dante (interpretazione di Malebolge), al '900 (Tra liberty e crepuscolarismo, Guido Gozzano,Indagini e letture, Scribili). Sua la cura dell'antologia Poesia italiana del novecento. Molto attivo anche nella narrativa: da Capriccio italiano a Il gioco di Satyricon. Non ultima la sua passione per il teatro: K. E le altre cose, Faust. Un travestimento. Così come molte riduzioni teatrali tra cui quella dell'Orlando Furioso per il regista Ronconi.


Aperto fascicolo per omicidio colposo

Il pm Petruzziello ha fatto sequestrare la cartella clinica di Sanguineti.

La moglie: «due ore in pronto soccorso»

Sotto indagine l'operazione in ospedale che ha portato al blocco cardiaco

GENOVA

Il pm Patrizia Petruzziello ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti in seguito alla morte, avvenuta in sala operatoria, dell'intellettuale genovese Edoardo Sanguineti. Sanguineti era stato ricoverato per un aneurisma ed era stato sottoposto ad un intervento chirurgico presso l'ospedale Villa Scassi di Genova Sampierdarena.

AUTOPSIA - L'operazione, inizialmente condotta senza complicazioni, era improvvisamente precipitata, con un blocco cardiaco che aveva determinato la morte del paziente. Il sostituto procuratore Petruzziello ha fatto sequestrare la cartella clinica di Sanguineti ed è intenzionata a sottoporre la salma dell'intellettuale genovese ad autopsia.

LA MOGLIE: «DUE OREIN PRONTO SOCCORSO» - «E' successo tutto stamani, l'ho accompagnato al pronto soccorso - ha raccontato al'Ansa la moglie Luciana. Eravamo soli, lui ed io. Abbiamo aspettato due ore, si sa come va nei pronto soccorso. Prima gli hanno fatto una Tac, hanno visto che c'era un aneurisma aperto ed hanno detto che dovevano operare subito. Per fortuna c'era un professore che l'aveva già operato per un by-pass alla gamba un anno e mezzo fa. Ero tranquilla perché è un ottimo medico, ma purtroppo è capitato quello che è capitato. La questione è che non bisogna mai andare in ospedale. Dicevo ai medici del pronto soccorso, non schiacciategli la pancia che ha un aneurisma che si vede dall'esterno, niente, quelli dicevano che dovevano visitarlo».


18 maggio 2010



La mia immagine contro la guerra

Corriere della Sera
La sua foto divenne simbolo delle atrocità in Vietnam.
Ora la Bbc l'ha fatta incontrare con il fotografo e il reporter che raccontarono la sua storia al mondo38 anni dopo

La mia immagine contro la guerra


Milano - Una bambina che corre. Nuda e ustionata. Intorno altri

Kima Phu al centro, della foto scattata  in Vietnam nel  1972 che valse il Premio Pulityzer a  Nick Ut
Kima Phu al centro, della foto scattata in Vietnam nel 1972 che valse il Premio Pulityzer a Nick Ut
bambini. In fuga dopo un bombardamento al napalm sul villaggio di Trang Bang, 40 chilometri ovest di Saigon. La foto, scattata l’8 giugno 1972 nel Sud Vietnam da un fotografo sudvietmamita dell’Associated Press, Nick Ut che con il corrispondente della britannica Itn, Christopher Wain, contribuì a salvare la vita a quella bambina. E che, ora la Bbc Ha fatto incontrare.

IMMAGINE SIMBOLO -Quella foto, diventata simbolo delle atrocità della guerra del Vietnam, per la straordinaria forza espressiva e per il nudo “scomposto” della bambina varrà il premio Pulitzer a Nick Ut, susciterà perplessità sulla sua veridicità, toccherà sconvolgendo gli Usa e il mondo. Diventerà icona dell'efferatezza non solo di una guerra ma di ogni guerra. La bambina era Kim Phuc, di nove anni. Il governo nordvietnamita la trasformò in emblema della resistenza vietnamita, prima e dopo la guerra. Curata in Germania Orientale e in Unione Sovietica, inviata all’Università dell’Avana, poi convertita al cattolicesimo, Kim si trasferì, nel 1992, in Canada con il marito dove oggi è ambasciatrice dell’Unesco. La sua storia è stata ricostruita in diverse occasioni. In Girl in the picture, di Denise Chong, diventato anche una canzone, nei racconti di Nick Ut e di Christopher Wain. Evento che, in diverse riprese, ha sollecitato l’interesse dei media.

RACCONTO A TRE VOCI- «Quella mattina eravamo arrivati a Trang Bang, infiltrato dai nord-vietnamiti due giorni prima», ha raccontato alla Bbc Chris che non vedeva Kim da quando era una bimba distesa su un letto d'ospedale con ustioni di primo grado in più della metà del corpo. «Molti degli abitanti del villaggio erano già fuggiti. Kim era tra loro». Il racconto a tre voci: Kim, Chris e Nick ripercorre quei giorni. «Credevamo fosse un posto sicuro», ricorda la ragazzina oggi madre di due bimbi e alla guida di una fondazione che aiuta i bambini in situazioni di guerra. »Ma un aereo ha cominciato a passare sopra le nostre teste. Abbiamo solo continuato a correre»

SOTTO IL NAPALM - Chris e la troupe, racconta la Bbc, erano a

Christopher Wain, reporter Itn, e Kim Phuc sulla strada a  nord di Saigon nel 1972
Christopher Wain, reporter Itn, e Kim Phuc sulla strada a nord di Saigon nel 1972
400 metri dal punto in cui erano esplose quattro taniche di napalm. «Era come se qualcuno avesse aperto la porta di un forno», ricorda Chris. «Poi abbiamo visto Kim e gli altri ragazzini. Silenziosi. Hanno cominciato a urlare quando ci hanno visto». Continua il racconto Nick Ut: «Kim correva con le braccia tese. Ho scattato». Kim stava ancora correndo quando Chris la bloccò e le versò addosso dell’acqua. La troupe girava. A corto di pellicola e preoccupati di sprecarne. «La scena era terribile, il cameramen insisteva che le riprese sarebbero state toppo forti per mandale in onda», ricorda Christopher Wain . «Dovevamo mostrare quello che stavano facendo, non era pellicola buttata».

CUORE DI REPORTER - Poi Nick ha portato Kim in ospedale, il Saigon Firts Childre's Hospital. E la foto e il filamato hanno fatto il giro del mondo. Che ne era delle bambina? Che le era successo poi? Domanda umana e mediatica.Il reporter Christopher la trova qualche giorno dopo, nella piccola stanza di un ospedale britannico. Gli dicono che il giorno dopo sarebbe morta. E così che il giornalista ricorda di essere uomo e usa tutta l’influenza del suo ruolo per farla trasferire in un ospedale specializzato in chirurgia plastica, per il trattamento salva-vita.

L'ANONIMATO DI KIM - 14 mesi e 17 operazioni. L’immagine di Kim era diventa il simbolo di una generazione. La bambina era tornata nell’oscurità. Dieci anni dopo un giornalista tedesco la ritrova all’università, studente di medicina. Ma il governo vietnamita vieta riprese e intervista. Lo stesso accade anni dopo, quando Kim studiava a Cuba. All’'Avana University Kim incontra anche Toan, compagno di studi dal Vietnam. Si sposano. E durante il viaggio di nozze in Russia trovano l’opportunità di fuggire in Canada. Vita tranquilla e anonima in Canada. Nel 1995 è rintracciata da un altro giornalista. E la foto è sparata in prima pagina sul Toronto Sun. >Volevo scappare, quella foto metteva in pericolo la mia vita privata. Mi sentivo imprigionata dalla mia immagine». Poi, però Kim si rende conto che quella fotografia avrebbe potuto diventare uno strumento potente per promuovere la pace. «Ora che ho la libertà e la trovo in un paese libero, posso prendere il controllo di quelle immagini». È da quell'idea parte la Kim Phuc Foundation, che fornisce assistenza medica e psicologica ai bambini vittime della guerra.

IL NO A OPRAH - Tornando a Christopher Wain. Il reporter

Christopher Wain e Kim Phuc oggi sul sito della Bbc
Christopher Wain e Kim Phuc oggi sul sito della Bbc
continua con Itn per altri tre anni come corrispondente di guerra, segue quella dello Yom Kippur e l'invasione di Cipro. Si ritira nel 1999. Dieci anni fa la proposta di incontrare Kim all Oprah Winfrey Show. «Mi rifiutai, mi sembrava che kKim fosse già stata molto strumentalizzata e non volevo sfruttare la sua immagine tornata alla ribalta». Ora, dopo averla incontrato ha cambiato idea. Non la vede più come una vittima. »Nonostante quello che le è successo e che ha sopportato», dice Christopher Wain, Kim è diventata una donna dalla forza imponente».

Redazione Online
18 maggio 2010

Mussolini scatenata: «Vespa mio parente» Ma il giornalista replica: «Ora smettila»

Corriere del Mezzogiorno

Alessandra dalla D'Urso: «Bruno è un Mussolini, prima o poi farà outing». La risposta: «Stai esagerando»

Bruno Vespa e Alessandra Mussolini

Bruno Vespa e Alessandra Mussolini


NAPOLI

L'ultima provocazione arriva dall'intervista di ieri a Domenica Cinque, trasmissione Mediaset condotta da Barbara D'Urso. Alessandra Mussolini, parlamentare del Pdl e neo consigliere regionale della Campania, propone una soluzione ai matrimoni in crisi, sempre più frequenti: «Introduciamo il matrimonio a punti».

Uno scherzo ma non troppo, da parte della nipote di Sophia Loren. «Come la patente - ha detto - se mi tradisci, ti tolgo cinque punti, se non porti a scuola i bambini, trascuri la famiglia, sono dieci punti. Ma col pentimento si possono riacquistare. Se si tratta di un pentimento con regalo, lo accettiamo ma sono solo 3 punti».

Non solo: un'altra «bomba» Alessandra la riserva nei confronti di Bruno Vespa, che reputa essere un suo parente. «È tutto mio nonno - ha detto la nipote del Duce - ha una caratteristica distintiva della famiglia Mussolini: il tratto dalla narice alla bocca. Prima o poi farà outing».

Ma il conduttore di «Porta a porta» replica in maniera secca alle parole della bionda parlamentare napoletana. «Adesso basta - dice seccato Vespa - Alessandra Mussolini è una donna spiritosa e simpatica, ma adesso sta esagerando. Finora sono stato allo scherzo, ma da tempo nella mia famiglia sensibilità più attente della mia si sono giustamente risentite. Insistere su una storia che – narici a parte – non ha nessun senso né temporale né logico diventa offensivo. E poiché sono sicuro che non è questo l’intento della Mussolini, è bene che la smetta».

Il realtà questo della parentela è un gossip che ritorna sulla scena. Già alcuni anni fa, Alessandra aveva insinuato che Bruno Vespa era un suo zio. «È vero, non dobbiamo fare il test del dna su Vespa, è mio zio. Questa è la verità», disse allora a Markette. «Perchè Vespa lo smentisce?» chiese allora il conduttore, Piero Chiambretti. «Ma...perché c'ha sempre questo pudore, ma quella è la verità, lui me l'ha detto».

Redazione online
17 maggio 2010

Smantellato il «fortino» degli Scissionisti C'era anche il filo spinato: 14 arresti

Corriere del Mezzogiorno

Scampia, operazione contro la principale piazza di spaccio.
Arrestate le «sentinelle» che vigilavano «h 24»

Video

NAPOLI

Filo spinato e «cavalli di frisia». Un'immagine da guerra, un'immagine che rievoca terre lontane e bellicose. E invece siamo nel cuore di Napoli, nel quartiere di Scampia, da tempo diventato terra di nessuno, «proprietà» di bande criminali in lotta tra di loro.

SPACCIO - Quattordici persone, destinatarie di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip, accusate di concorso in spaccio di stupefacenti continuato, sono state arrestate dai carabinieri di Napoli. Nel corso delle indagini è stata scoperta l’esistenza di un gruppo criminale i cui componenti erano dediti allo spaccio di hashish e marijuana sulla piazza di spaccio della Torre A2, nel quartiere Scampia che è sotto il controllo del clan camorristico degli «scissionisti».

Blitz nella "torre dell'erba

TORRE DELL'ERBA
- La torre, che era stata «fortificata» con barriere metalliche e filo spinato per impedire o ritardare gli interventi delle forze dell’ordine, era ormai comunemente chiamata «Torre dell’erba». Lo spaccio vi era organizzato in turni per coprire l’arco delle 24 ore. A ciascuna delle 14 persone arrestate era stato affidato un compito preciso: alcuni facevano da vedetta, altri ricevevano i soldi dai tossicodipendenti ed altri consegnavano la droga. Redazione online
18 maggio 2010

Restano in carcere i poliziotti-razziatori

Corriere del Mezzogiorno

Gli undici falchi della questura che avevano svuotato un tir pieno di generi alimentari restano in galera

NAPOLI

Restano in carcere tutti gli 11 poliziotti in servizio alla «sezione falchi» della questura di Napoli arrestati lo scorso 30 aprile con l’accusa di avere razziato una tonnellata di generi alimentari trasportati da un camion rapinato. Il Tribunale del Riesame (decima sezione, presidente Cosentino) ha infatti respinto tutte le richieste presentate dai difensori, sia quella di attenuazione della misura cautelare sia quella di una diversa qualificazione del reato. Gli avvocati chiedevano che il reato di peculato, che è contro la Pubblica amministrazione, venisse derubricato in un più lieve reato contro il patrimonio. Gli 11 poliziotti sono tuttora detenuti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.

Per dopodomani è previsto l’incidente probatorio davanti al gip Claudia Picciotti nel corso del quale i due falchi che hanno collaborato con gli investigatori, Renato Garofalo e Gianluca Grigolo, dovrebbero confermare le accuse nei confronti dei colleghi per evitare di essere interrogati durante il dibattimento. I due agenti, infatti, con le loro confessioni hanno consentito alla Squadra Mobile di Napoli di ricostruire l’accaduto e individuare i responsabili.

Secondo l’accusa, gli undici poliziotti arrestati, nel febbraio scorso dopo aver recuperato un camion rapinato poco prima nel porto di Napoli ed avere arrestato cinque rapinatori, si impadronirono di una tonnellata di merci che fu divisa tra di loro. Come ha confermato ai pm Paolo Sirleo e Maria Sepe lo stesso ex dirigente dei falchi, vice questore Pasquale Toscano, anche lui ricevette nei giorni successivi un prosciutto e alcuni pacchi di pasta. Il funzionario, che è indagato per omessa vigilanza, nel frattempo è stato trasferito ad un altro incarico.


18 maggio 2010



Il nipote di Stalin perde un'altra causa: "Il dittatore fucilava anche i bambini"

di Francesco Maria Del Vigo

Ievgheni Dzhungashvili, nipote di Stalin, da anni cerca di difendere "l'onore e la rispettabilità" del famoso nonno.

Questa volta ha chiesto più di 200mila euro di danni a una radio moscovita colpevole di aver affermato che il dittatore fucilava i bambini.

Ma il tribunale ha confermato: venivano uccisi anche i minori 



 

Mosca

Tutelare la dignità di un nonno è sacro. Ma se il nonno è Stalin, la missione è quantomeno ardua. Il baffo d'acciaio l'ha ereditato di sicuro e l'espressione, un po' affettata, pure. Ceppo georgiano, severità sovietica. La storia di Ievgheni Dzhungashvili è quella di un nipote e di un nonno. Molto ingombrante.

Nipote di Stalin
Ievgheni Dzhungashvili è il nipote di Iosif Vissarionovič Džugašvili, al secolo Stalin. Il nonno è sempre il nonno e Ievgheni, questo assioma affettivo, lo porta alle estreme conseguenze. Da anni cerca invano di riabilitare l'immagine del dittatore russo a colpi di querele e cause per diffamazione. Cause puntualmente perse.

Battaglia contro la Novaya Gazeta Ievgheni balza agli onori delle cronache mondiali nel settembre del 2009, quando trascina in tribunale un quotidiano moscovita, la Novaya Gazeta, colpevole di aver pubblicato un articolo che sosteneva che Stalin avesse ordinato personalmente la fucilazione di civili. Un nulla di fatto. Nemmeno un mese dopo, il 13 di ottobre, la Corte russa rigetta la sua richiesta. 

Richiesta di risarcimento: 252mila euro
Ora arriva una nuova sconfitta. Questa volta il nipote ha tentato di negare che il dittatore sovietico facesse fucilare anche i bambini. Un tribunale di un distretto di Mosca ha respinto la querela di Ievgheni Dzhungashvili contro Radio Eco Mosca, una storica emittente indipendente alla quale il nipote di Stalin chiedeva un risarcimento dell'equivalente di 252 mila euro per le citazioni da un libro lette durante un programma dell’ottobre scorso: "Stalin - questa una delle frasi al centro della controversia - ha firmato un decreto che i bambini potevano essere fucilati come nemici del popolo a partire da 12 anni".

Il trbunale conferma: fece fucilare i bambini Dzhungashvili pretendeva che il tribunale riconoscesse tali frasi come "inventate, false e diffamatorie dell’onore e della dignità di Stalin". Dal canto suo il direttore della radio, Alexiei Venediktov, aveva presentato il testo di una conversazione nella quale Stalin difendeva la fucilazione di minori e una lista di adolescenti uccisi per crimini politici. Proprio in ottobre Dzhungashvili aveva perso un’altra causa contro un giornale che aveva scritto che Stalin ordinò personalmente la morte di cittadini sovietici.



Giuseppe Garibaldi? A Napoli diventa l'«Eroe dei due cassonetti»

Corriere del Mezzogiorno

La stele dedicata all'ingresso del generale, in occasione dell'Unità d'Italia, è punto di raccolta per i rifiuti

NAPOLI - Corso Garibaldi. A pochi passi dal capolinea della Circumvesuviana, degradata la stele dedicata all'ingresso in città del Generale fautore dell'Unità d'Italia, Giuseppe Garibaldi. Il monumento collocato nel luogo dove avvenne il celebre ingresso a Napoli dell'eroe dei due mondi è visibilmente fatiscente e svilita nella funzione celebrativa di ricordo della memoria. Tra l'altro, sono stati posizionati due cassonetti della spazzatura proprio davanti al monumento.

GARIBALDI ENTRA A NAPOLI - Era il 7 settembre 1860, e le cronache dell'epoca non mancarono di sottolineare quel memorabile giorno; le litografie dell'epoca ritrassero il "generale" che entra in città additato dalla popolazione come un santo.

L'Eroe dei due cassonetti

Altri cronisti, maliziosamente criticarono quello storico ingresso come «facile» in quanto ebbe luogo non appena 17 giorni dopo lo sbarco in Calabria e - si dice - comodamente in treno. Al di là delle polemiche che ne derivarono resta indiscutibile la portata dell'evento storico a memoria del quale fu innalzata una bella stele commemorativa i cui resti sono presenti ancora al corso Garibaldi. Miracolosamente sopravvissuta ai rifacimenti dello slargo antistante il capolinea della moderna Circumvesuviana, la lapide in marmo bianco reca nell' iscrizione resa dal tempo quasi illeggibile,solo alcune scarne parole : «Entrando ... Giuseppe Garibaldi congiunse Napoli all'Italia».

GENERALE «DEGRADATO» - La celebrare stele, svilita dall'incuria nella funzione commemorativa, è oscurata durante il giorno dalle auto in sosta selvaggia; e, cosa ancora più assurda, serve per ironia della sorte ad indicare un punto di raccolta per la spazzatura del quartiere. La sua funzione attuale è, infatti, pilastro d'appoggio per i cassonetti della nettezza urbana. Il tutto mentre nel paese fervono i preparativi per l'anniversario dell'Unità d'Italia.

Antonio Cangiano
18 maggio 2010

Rainews24 «oscurata», scatta la protesta La Rai : basta risintonizzare il decoder

Corriere della Sera
Il canale all news non più visibile sul dtt e sulla piattaforma Sky per un improvviso spostamento

MILANO

Il digitale terrestre gioca l'ennesima brutta sorpresa ai telespettatori italiani. Questa volta è stato il turno di Rainews24 il canale di sole notizie della Rai, che tante persone hanno improvvisamente non più trovato oggi all'accensione della tv. Tanto che perfino il direttore Corradino Mineo era costretto a scusarsi ufficialmente con una nota: «Rainews informa che da questa mattina gli utenti non ci trovano più al Canale 42 della piattaforma digitale terrestre: ci scusiamo con gli utenti, faremo di tutto per comprendere le ragioni di questo oscuramento e di porvi rimedio» sottolineava Mineo. Il direttore di Rainews ci tiene a sottolineare come le «centinaia di mail pervenute al nostro sito e altrettante telefonate testimoniano che, in realtà, molti spettatori non riescono più in alcun modo a sintonizzarsi sul nostro Canale». Rainews, aggiunge il direttore, non va in onda nemmeno al canale 506 della piattaforma Sky. Ci scusiamo con gli utenti» spiega ancora Mineo. «Rainews informa, inoltre, che da oggi il Canale non si chiama più Rainews24 ma solo Rainews e che, per omologare l'intera offerta aziendale, «la Direzione Generale ha deciso di spostare il logo in alto a destra dello schermo. Il logo, purtroppo, risulta poco leggibile, mentre la nuova grafica impedisce, per il momento, di mandare in onda i flash, strumento indispensabile per una all news. Anche di questo ci scusiamo con gli utenti», conclude Mineo.

Video

L'AZIENDA - Restano però le migliaia di telespettatori infuriati che vogliono spiegazioni su come ritrovare il canale «perduto». Rainews «è strategica nell'offerta digitale della Rai, per questo è passata sul multiplex di Raiuno, Raidue e Raitre, operazione che nelle aree all digital richiede però una risintonizzazione dei decoder e dei televisori integrati» spiega in una nota l'azienda di Viale Mazzini. Che sembra però così confermare che d'ora in poi Rainews sarà visibile solo sul digitale terrestre e non sulla piattaforma satellitare di Sky, se non per i possessori dell'apposita chiavetta resa disponibile dall'azienda di Rupert Murdoch che per mette di integrare la piattaforma satellitare con il digitale terrestre.

LA PROTESTA - La mossa improvvisa della Rai non è però piaciuta a molti a anche all'interno della stessa azienda di viale Mazzini. Primo tra tutti il comitato di redazione di Rainews che spiega: «Siamo pronti a denunciare l'azienda per interruzione di servizio pubblico. Chiediamo - continua il Cdr di Rainews24 - un incontro urgente con il direttore generale Mauro Masi per sapere i motivi di quanto sta accadendo e quale sarà il futuro di Rainews24». Successivamente il Cdr di Rainews24 ha avotato all'unanimità uno sciopero di 24 ore per il 28 maggio (a 10 giorni da oggi come da legge).


COMMISSIONE DI VIGILANZA - Ma immediata è stata anche la reazione del mondo politico in particolare dell'opposizione. Il senatore Fabrizio Morri, capogruppo Pd in Commissione Vigilanza Rai. «Possiamo umilmente chiedere cosa è successo? È in corso un errore tecnico, prontamente rimediabile, o - chiede il senatore democratico - c'è dell'altro?».

« Viale Mazzini - gli fa eco Roberto Rao capogruppo dell'Udc in commissione di vigilanza - «spieghi alle centinaia di migliaia di telespettatori abituali o saltuari di questo canale il motivo che l'ha indotta di punto in bianco a rendere impossibile la sintonizzazione, a spostare il logo e a impedire tecnicamente l'utilizzo dei "flash", senza concordare col direttore della testata questi cambiamenti». La pressione delle forze di opposizione ha prodotto l'intervento ufficiale del presidente della Commissione di Vigilanza Sergio Zavoli che ha dichiarato: «Preoccupa l’oscuramento, seppure temporaneo, di Rainews 24 e su questo, in Vigilanza, si è registrata oggi una convergenza. Chiederemo chiarimenti ai vertici aziendali su quanto accaduto».

Redazione online
18 maggio 2010


Pasto in volo, riciclate le posate usa e getta

Corriere della Sera
«Li rilavano fino a trenta volte». La replica: «Non è vero, al massimo tre»
Polemiche sulla Quantas: un fornitore ha denunciato il riutilizzo di forchette e coltelli di plastica già usati

MILANO

Il concetto di usa e getta subisce un’interpretazione molto personale, a bordo di alcuni voli della compagnia australiana Qantas. Perché le posate distribuite in volo a corredo del pasto della classe economy sono di plastica, e dunque da buttare via dopo l’uso, ma l’utilizzo va ben oltre una volta sola. Un rapporto interno alla compagnia denuncia infatti che forchette e coltelli vengono lavati dopo l’uso e riproposti ai clienti anche trenta volte di fila.

LA SPIA – Secondo l’australiano Daily Telegraph le società fornitrici del catering di bordo si occuperebbero di rilavare fino a trenta volte le posate già usate dai clienti a bordo. La spia, un fornitore esterno in visita a una di queste società, avrebbe raccolto le testimonianze di chi lavora ogni giorno per confezionare i vassoi con cibo e stoviglie per i voli – sui cui vengono trasportati, in media, 50 mila passeggeri in un giorno tipo solo per i voli domestici.

LA RISPOSTA – La replica di Qantas è però più interlocutoria. Innanzitutto, le posate usa e getta vengono utilizzate esclusivamente in classe economy (perché in business si usano le posate in acciaio, esclusi i coltelli che sono invece di plastica, ma è anche vero che la percentuale di clienti in business è esigua rispetto alla classe economica) e poi, sostiene un portavoce, «tutto dipende da quanto le posate sono deteriorate», ma comunque, secondo la compagnia «non verrebbero mai riutilizzate più di tre volte di fila».

Eva Perasso
18 maggio 2010

Mafia, bimbo sciolto nell'acido: domiciliari per motivi di salute a uno degli ergastolani

Quotidianonet

Salvatore Vitale era il proprietario del maneggio di Villabate (Palermo) dove Giuseppe Di Matteo venne rapito da mafiosi che si presentarono come agenti di polizia.

Secondo l’accusa, l’uomo favorì il sequestro


Palermo, 18 maggio 2010

È stato scarcerato per motivi di saluti Salvatore Vitale, 64 anni, condannato all’ergastolo per il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il tredicenne ucciso e sciolto nell’acido dopo 18 mesi di prigionia per punire il padre, Mario Santo Di Matteo, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. In termini tecnici si chiama differimento della pena. 

Vitale era il proprietario del maneggio di Villabate (Palermo) dove il ragazzino venne rapito da mafiosi che si presentarono come agenti di polizia. Secondo l’accusa, l’uomo favorì il sequestro.

Vitale era detenuto nel carcere di Voghera, ed è stato rimesso in libertà sabato su decisione del magistrato di sorveglianza di Pavia che accolto una richiesta del difensore, Giuseppina Paci, fondata sull’incompatibilità delle condizioni di salute dell’ergastolano con la detenzione.

 Vitale era stato coinvolto anche nelle indagini sulla strage di via D’Amelio, ma era stato poi prosciolto. Un suo fratello, Nicola Vitale, sospettato di essere anch’egli implicato nel sequestro Di Matteo, si suicidò nel 1995.

fonte Agi



Carfagna, gay: da bersaglio a icona

di Alessandro M. Caprettini

Nella giornata contro l’omofobia il ministro chiede scusa: "Avevo pregiudizi".

E gli stessi che la attaccavano adesso la idolatrano 



 
Roma


C’è già chi parla di sua «virtuosa e rivoluzionaria umiltà» e chi la invoca addirittura come Santa Mara da Salerno. Forse è eccessivo, ma le lodi salite ieri al cielo dopo che la ministra più bella del mondo (come ebbero a definirla la tedesca Bild e l’inglese Times) ha confessato di essersi ricreduta sul mondo gay e di pretendere «la massima severità» dai giudici per chi commette un reato contro gli omosessuali, sono cosa non solo inattesa. Ma destinata a sconvolgere fin dalle fondamenta il cliché della bellona giunta in politica grazie al fisico sexy e a Silvio Berlusconi.

Chissà che faranno a questo punto i quotidiani stranieri che spesso si sono occupati di lei (con malizia). Che scriverà la progressista Vanguardia che criticò Mara Carfagna in lungo e in largo, con non nascosta perfidia, per il suo libro sulle dieci donne top in politica? Chissà se terrà nota della cosa il seguitissimo Huffington Post, sito gossip più visto negli Usa che finora si era limitato a produrre le sue vecchie foto sexy e a far sapere che da starlette s’era fatta ministro.

Per gay e lesbiche giunti al Quirinale per la Giornata contro l’omofobia e già emozionati per esser stati invitati a Palazzo per la prima volta, il discorso della titolare delle Pari Opportunità è stato quasi come una rivelazione. «Chiedo scusa alle comunità omosessuali per essere stata inizialmente guidata da un pregiudizio nei confronti delle istanze del loro mondo» ha ammesso la Carfagna. Non mancando poi di far sapere come nell’opera di ravvedimento, a darle una mano è stata negli ultimi tempi, la parlamentare del Pd Anna Paola Concia, già leader delle lesbiche italiane.

A due anni dunque dall’ultimo scontro, quando l’appena nominata ministro, ai «diversi» che chiedevano patrocinio per il Gay pride rispose consigliando «maggior sobrietà», si sostituisce un idillio sbocciato nel cuore delle istituzioni. «Ho sempre criticato Mara ma sul piano della politica, e quando ha fatto cose condivisibili l’ho riconosciuto. Ho cercato in questi anni di spiegarle cosa è il mondo omosessuale, di ragionare con lei. Lei l’ha capito» ha detto la Concia ringraziando il ministro. Non sarà un evento fantastico, ma certo peserà nella catalogazione del lavoro della Carfagna, fino a ieri impelagata a difendersi dai più velenosi gossip che a dar di conto della sua attività.

Che non è poca, né poca cosa, in realtà. Ha introdotto la legge sullo stalking, ha presentato un ddl (al vaglio delle Camere) che introduce multe e carcere contro la prostituzione in strada, quello per la creazione del garante per l’infanzia, quello contro le violenze sessuali e quello sulla protezione dei minori contro sfruttamento e abuso sessuale.
Nonostante tutto ciò, non erano poche le ironie che si continuavano a sprecare sul suo conto. Dell’estero abbiamo detto. In Italia partivano spesso e volentieri strali della sinistra contro il ministro accusato di oscurantismo per aver sostenuto nel 2007 che non vedeva «ragione per la quale lo Stato dovrebbe riconoscere le coppie omosessuali» vista tra l’altro la «loro sterilità». Né mancavano accenni maligni alle foto osé del suo calendario o commenti pepati sul fatto che non si fosse mai occupata di politica prima della sua inattesa discesa in campo.

Un fiorir di pettegolezzi che Santa Mara da Salerno ha dovuto sorbettarsi fingendo indifferenza ma che - secondo quelli che le sono più vicini - l’hanno ferita non poco. Ma dai e dai, i colpi l’han resa più forte. Non ha il timore di dire «ho sbagliato» come ha fatto ieri al Quirinale. E comincia a fare breccia non solo in avversari politici come la Concia, ma anche in associazioni Gay che non più tardi di due anni fa, a Catania, avevano ideato un carro intitolato a «Crudelia Carfagna» e che oggi sono quasi passati all’idolatria.

Creava gruppi Facebook contro i bimbi e la polizia: denunciato dalla Polposta

di Redazione

La Polizia postale di Imperia ha denunciato un quarantenne genovese: aveva creato un gruppo su Facebook che invitava ad adottare bambini morti ad Haiti e un altro a favore degli abusi contro i bimbi dell'asilo di Pistoia.

Denunciato per istigazione a delinquere


 
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Imperia

Su Facebook aveva creato i gruppi "I bimbi dell’asilo di Pistoia piccole vittime o piccoli luridi?" e "Vuoi adottare un bambino morto di Haiti?": un disoccupato genovese di 40 anni, scoperto dalla Polposta di Imperia, è stato denunciato con l’accusa di istigazione a delinquere. L’uomo aveva creato anche un link ad un altro profilo "Poliziotti postali fessacchiotti", creato da un operaio della provincia di Milano, denunciato a sua volta per oltraggio a organo giudiziario o amministrativo dello Stato. Nell’ambito delle perquisizioni a carico dei due, gli agenti della Polposta hanno sequestrato quattro computer e diverso materiale informatico: penne usb, dvd e hard disk, che ora saranno analizzati.

Gruppo sui bimbi di Pistoia Le indagini hanno preso le mosse dal gruppo dedicato ai bambini di Pistoia, che contava 135 iscritti, la maggior parte dei quali aveva espresso il proprio sconcerto contro i suoi fondatori.

Offese ai poliziotti Qualcuno aveva anche detto di voler denunciare il fatto alla Polizia postale ed è forse per questo motivo, che il genovese, fondatore del gruppo, ha creato una sorta di link al profilo che dava dei "fessacchiotti" agli agenti. "Il messaggio che vogliamo lanciare - spiega il dirigente della Polposta di Imperia, Ivan Bracco - è che quando una persona crea dei gruppi su Facebook, non deve mai perdere il senso della realtà e del vivere sociale. È una questione di puro buonsenso".

Le conseguenze Mentre l’operaio milanese, se la caverà con una pena irrisoria ed un eventuale risarcimento, per aver offeso la polizia postale, quella prevista per l’istigazione a delinquere è molto più alta. "L’istigazione - conclude Bracco - nel caso dei bimbi di Pistoia, consiste nel sollevare in alcune persone sentimenti di rabbia o di odio, che possono indurre le stesse ad esercitare comportamenti violenti sui



Evasori, arriva in Italia la lista Falciani Consegnato il faldone con 7000 nomi

Corriere della Sera

Nelle mani della Guardia di Finanza l'elenco dei correntisti italiani sospettati di evasione fiscale

SONO Presenti nell'elenco sottratto DAll'ex dipendente della divisione svizzera di Hsbc

Evasori, arriva in Italia la lista Falciani
Consegnato il faldone con 7000 nomi


Hervé Falciani
Hervé Falciani
MILANO - È già nelle mani della Guardia di Finanza il faldone con i nomi di settemila e oltre correntisti italiani sospettati di evasione fiscale. L'elenco fa parte della lista sottratta dall'ex dipendente Hervé Falciani alla divisione svizzera di Hsbc. Le Fiamme gialle sono entrate in possesso del faldone a Parigi e lo stanno riportando in Italia. La lista con i nomi dei presunti evasori italiani è stata consegnata dal procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier al ministro della Giustizia francese e quindi preso in consegna dagli uomini della Guardia di Finanza. Lo ha confermato lo stesso magistrato d'Oltralpe: «Abbiamo avuto l'ordine di elaborare l'elenco dei nomi italiani dalla lista, che contiene migliaia di nominativi. Abbiamo proceduto a estrarre i nominativi e li abbiamo consegnati alle autorità».

CORRENTISTI USA, TEDESCHI E GB - Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle autorità dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani si è interessato per primo il Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega de Montgolfier per valutarne gli eventuali profili penali. Sarà ora l'Agenzia delle Entrate, a prescindere dagli aspetti giudiziari, a procedere ad un'analisi approfondita sui soggetti da cui può nascere un eventuale accertamento fiscale. Le indagini del Procuratore francese si stanno svolgendo in collaborazione con lo stesso Falciani (doppia nazionalità: francese e italiana), che, trasferitosi in Francia, ha contribuito a decifrare i dati sottratti e sequestrati dalle autorità d'Oltralpe, dopo la denuncia depositata dalla stessa Hsbc.

LE MANI SU 120MILA NOMI - Nel periodo in cui lavorava per la filiale di Ginevra della banca, il tecnico informatico è riuscito a mettere le mani sui dati di oltre 120mila conti correnti dell'istituto, con l'intenzione di offrirli ai governi interessati. L'apertura dell'inchiesta a Nizza deriva dalla convinzione che diverse persone che risiedono nella regione abbiano aperto conti nella banca di Ginevra per riciclare denaro sporco. (Fonte Adnkronos)


18 maggio 2010



Scoppia la guerra a casa Scajola

Il Tempo

La moglie dell'ex ministro: "Mio marito non parla per non creare problemi a persone coinvolte nella vicenda".

Lui smentisce: "Non condivido".


L'ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola con la  moglie Maria Teresa Verda È guerra a casa Scajola. Sì, esatto. Quella che volge al Colosseo, la stessa degli ormai famosissimi 900 mila euro (rimane invece tuttora ignoto il benefattore che ha pagato al posto dell'ex ministro). Motivo del contendere, l'intervista rilasciata ieri a «La Repubblica» da Maria Teresa Verda, moglie dell'onorevole. Claudio Scajola non l'ha gradita. Di più. Ha prontamente fatto partire una nota in cui dichiara di «non condividerne il contenuto». Naturale la curiosità: cosa avrà detto l'incauta sposa? «La posizione di mio marito è quella di un granello. Un granello, rispetto ad una tempesta di sabbia». Queste le sue prime parole, pronunciate sul sagrato della chiesa di Sant'Anna di Diano Serreta, (Imperia), subito dopo la fine della cerimonia domenicale.

In più, forse mossa dal desiderio di verità che prova chi ha appena preso la comunione, aveva aggiunto: «Se non parla ancora, è per non creare problemi a persone molto più coinvolte di lui in questa vicenda». È qui che è arrivata la violenta smentita di Claudio Scajola: «Non è assolutamente conforme al vero la circostanza che io abbia deciso di non presentarmi dinanzi ai pm per non creare problemi ai veri colpevoli», ha tuonato l'ex ministro. In effetti differenti erano state le motivazioni della mancata presentazione a Perugia fornite dall'avvocato dell'onorevole, Giorgio Perroni, secondo cui, dopo gli ultimi risvolti dell'inchiesta, sarebbe venuto meno «il rispetto delle garanzie difensive previste».

L'intervista alla signora Scajola prosegue. Maria Teresa Verda non crede sia una coincidenza il fatto che tutte le volte che il marito arriva in alto, puntualmente succeda qualcosa. «Sembra quasi che qualcuno gli voglia male. Qualcuno lo invidia», ha dichiarato. Non lasciandosi intimorire neanche dall'allontanamento di Berlusconi, «lo capisco, è giusto prendere le distanze in questo momento della vicenda», con un avvertimento sembrava quasi volerlo incoraggiare il suo Claudio: «Attenzione, perché mio marito è uno capace, uno tosto.

Che non molla mai. Lo vedrete anche questa volta». Allora, va bene l'accelerazione incauta e inaspettata sulle motivazioni dell'assenza al processo, ma perché smentire con tale forza e prontezza tutta l'intervista? Netta - forse troppo - anche la precisazione che chiude la nota: «Le uniche persone titolate a rilasciare dichiarazioni in merito alla nota vicenda siamo io e il mio legale, avvocato Giorgio Perroni».

E un appello: «Prego la stampa di non cercare di ottenere dichiarazioni dai miei familiari, i quali stanno vivendo un momento di comprensibile difficoltà di cui si deve avere rispetto». È finito, insomma, il tempo delle foto tra baci e abbracci davanti alla finestra con vista Colosseo. Che stanno combinando i coniugi Scajola? Possibile che in un periodo così difficile non si confrontino su un tema delicato come un processo cui si decide di non andare? E poi, perché rispondere proprio alle domande di «Repubblica», che non si è certo mostrata garantista nei confronti dell'ex ministro per lo Sviluppo economico?

Senza dire nulla al marito, poi. Che ci sia aria di rotta? Oppure erano d'accordo? O forse neanche la signora Scajola sapeva del regalo da 900 mila euro ricevuto. Forse non ha gradito. Di certo non è facile stare accanto a un esponente della politica di casa nostra quando arrivano certe tempeste, ancor più quando il fenomeno sembra avere corsi e ricorsi. Forse, invece, pur nella difficoltà, Maria Teresa Verda ha capito che a volte è il momento di giocare in prima persona. Provare l'inattesa fuga in avanti - poi saggiamente smentita da chi di dovere - per lanciare un messaggio. Non sia mai qualcuno lo ascolti, dimenticando per un attimo quel che è arrivato dopo. Comunque sia andata, non c'è niente da fare.

Il «libro mastro» di Anemone ha fatto sì che i giornali piazzassero bandierine sulle strade di tutta Roma, sembrava quasi di assistere ad un'enorme giocata a Monopoli, vinta da un imprenditore che, almeno apparentemente, non era nemmeno obbligato a presentarsi al via. Nonostante tutto questo, la casa più chiacchierata del momento rimane casa Scajola.

Nadia Pietrafitta

18/05/2010



Menù a prezzo politico Il tesoretto della Camera

IL Tempo

Palazzo Chigi si fa la terrazza: un caffè costa 55 centesimi, l'aperitivo 1,50 euro.
Inaugurato il roof garden sul tetto della Galleria Sordi.
Montecitorio e Palazzo Madama hanno in cassa 250 milioni. Ma non li mollano.



Eccola qui. Ci voleva proprio. La nuova buvette di Palazzo Chigi. Una terrazza sui tetti di Roma proprio nel cuore della Capitale. Un roof garden da sogno. Un bel bar, piccolo ma che offre un delizioso caffè. A prezzo irrisorio. Poi si esce sulla terrazza che ha un primo ambiente coperto da un gazebo bianco. A destra, pochi gradini portano su un balcone reso più gradevole da tavolini con vista sul meraviglioso edificio (in ristrutturazione) de La Rinascente di dannunziana memoria: fu il Vate a scegliere il nome. Sullo sfondo s'intravedono i tetti di via Veneto. E più su, fino al verde di villa Borghese. E ancora più su si staglia villa Medici. Tutto il pavimento è in legno, listelli color mogano scuro. I tavolini sono in ferro battuto coloro ghisa d'epoca. Ma il balconcino da sogno resta deserto, sono tutti sotto al gazebo.

L'inaugurazione è stata bagnata dalla pioggia. A sinistra del grande ombrello invece un piccolo passaggio porta a una nuova zona su cui è stato attrezzato un piccolo chiostro dove si servono piatti leggeri: insalate, mozzerelline, prosciutto di Parma e carne. Più avanti ancora qualche gradino e altra balconata degna di nota. Se non altro perché la vista è sulla sede de Il Tempo.

A parte gli scherzi, sotto si vede piazza Colonna, l'obelisco con la storia di Roma e la statua di San Paolo a un palmo dal naso. Di fronte palazzo Chigi, Montecitorio e i tetti e le cupole che s'infrangono sulla collina del Gianicolo. Inutile negarlo, è anche vagamente romantica. Nelle calde sere d'estate, la città eterna da qui è illuminata dagli indimenticabili tramonti rossi. Insomma, la terrazza bar di Palazzo Chigi è da far morire d'invidia. Assolutamente unica, persino il Pincio sembra più distaccato e meno immerso nella città.

Siamo sul tetto della Galleria Colonna, ribattezzata Galleria Sordi. L'ingresso è da largo Chigi, ascensore sino al quarto piano e rampetta di scale. Qui hanno i loro uffici i ministri delle Pari Opportunità (Mara Carfagna), della Gioventù (Giorgia Meloni), dell'Attuazione del Programma (Gianfranco Rotondi) dei Rapporti con il Parlamento, (Elio Vito), e delle Riforme (Umberto Bossi). A far davvero mordere le mani, però, sono i prezzi. Un caffè 55 centesimi, tè e infusi 80, un aperitivo 1.50 euro (ma per ora si servono solo analcolici, almeno quello!), un tramezzino la stessa cifra. Nenche alla tanto rinomata e pluricitata come simbolo dello spreco buvette della Camera si vedono questi affari. A Montecitorio il caffè costa 70 centesimi, il tè 80, l'aperitivo due euro, il tramezzino pure. Per politici e travet una vera pacchia, non c'è che dire. Basti immaginare che appena cinque piani più sotto, giusto in galleria, i prezzi sono quasi una volta e mezzo.

Al bar Illy, uno per ogni navata, il caffè costa 90 centesimi, l'aperitivo analcolico due euro, il tramezzino 2.30. Ma anche qui c'è da distinguere. Se nell'happy hour si preferisce un bel prosecchino, c'è da sborsare fino a cinque euro. A Palazzo Chigi no. Se la passano bene visto che la terrazza bar si va ad aggiungere a una mensa già aperta di recente in via della Mercede che da largo Chigi dista qualche minuto a piedi. Per la gioia di Brunetta al roof garden presidenziale non ci sono tornelli all'ingresso ma solo al portone: chi entra non ha limiti di tempo per pranzare.

Se i dipendenti della presidenza del Consiglio hanno un motivo in più per sorridere, quelli di Camera e Senato non posso piangere. Per i lavoratori di Montecitorio c'è un self service con piatti freddi, carni e insalate, alcuni bar e una mensa a piazza San Silvestro; i dirigenti più alti, giornalisti e deputati hanno poi a disposizione anche il ristorante e la bouvette. Quelli di palazzo Madama possono servirsi di bar nell'edificio principale, una mensa in piazza delle Coppelle e per vip anche qui c'è un ristorante e una bouvette. Per quelli che lavorano nelle commissioni bicamerali ci sono mensa e bar sulla terrazza di piazza San Macuto con vista sul Pantheon. Insomma, per tutti.

Fabrizio dell'Orefice

18/05/2010



Messico: scoperta tomba vecchia di 2700 anni

Libero





Una importante scoperta archeologica è avvenuta nel Messico: un gruppo di ricercatori ha rinvenuto una tomba vecchia di 2700 anni, forse la più antica della Mesoamerica, termine con il quale Paul Kirchhoff definì le molte culture che per tre millenni (1500 b.C. al 1519 d.C.) si succedettero nel'area compresa fra le piane desertiche del Nordamerica e l'Honduras orientale.

L’annuncio è stato dato dall’Istituto Nazionale di antropologia e storia (INAH). La scoperta è avvenuta all’interno di una piramide nella zona archeologica di Chiapa de Corzo, nello Stato del Chiapas a sud del paese. La prima tomba scoperta è quella di un uomo di circa una cinquantina d’anni. Indossava abiti sontuosi: probabilmente era un sacerdote o un uomo di potere. Al suo fianco c'erano anche mille perle di giada, orecchini e bracciali. Sulla bocca una conchiglia e ornamenti di giada ai denti. Vicino all’uomo i ricercatori hanno trovato tracce di un neonato e di un adolescente, forse frutto di un sacrificio.

In un’altra tomba, molto vicina, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di una donna, anch’essa di una cinquantina d’anni: «Questa scoperta permette di affermare che la tradizione meso-americana di utilizzare le piramidi come luogo di sepoltura è molto più antica di quanto si pensasse e che non deriva dall’epoca maya», ha sottolineato l’Istituto.

18/05/2010



Il pm mi ha fatto denudare, ma a umiliarmi è stato il Tg3

Libero





Questa volta ho veramente qualcosa da denunciare. Dopo i fatti che – mio malgrado – mi hanno fatto essere per una volta dall’altra parte dell’informazione, intervistata anziché intervistatrice, ho avuto modo di controllare in prima persona come lavorano i giornalisti del Tg3. Nei titoli d’apertura, e nel servizio all’interno dell’edizione delle 19 di sabato scorso, è stato detto che  «la giornalista di Libero Roberta Catania denuncia di essere stata fatta spogliare dai carabinieri del Ros». Ebbene, niente di più falso: non ho denunciato nulla e alla collega che registrava il mio racconto ho più volte sottolineato la correttezza dei militari e della procura di Perugia. Risultato: hanno tagliato la mia intervista, censurando ciò che a loro non faceva comodo mandare in onda.

Oltre a me, quel pomeriggio è stato sentito dalla stessa testata della Rai anche il collega del “Fatto quotidiano”, Antonio Massari, che era stato perquisito e interrogato per le mie stesse ragioni: aver pubblicato sul suo giornale il verbale dell’interrogazione di Guido Bertolaso. Tutte le sue parole sono finite nel cestino della sala montaggio del Tg3: il sospetto che ciò sia avvenuto perché niente di ciò che ha detto Antonio serviva ai loro scopi è forte. Anche lui ha parlato di un’operazione avvenuta nel massimo rispetto delle nostre persone e, al contrario di me, nel suo caso non è stata ritenuta necessaria una perquisizione personale. Perciò non c’era niente da mettere al fuoco, neanche con il “taglia e cuci” che hanno invece riservato all’inviata di Libero.

La vera storia, per chi fosse interessato a conoscerla, è questa. Sabato mattina, su “Libero” e “Il Fatto”, sono stati pubblicati ampi stralci di un verbale che non è depositato agli atti. Il pm di Perugia Sergio Sottani ha quindi deciso di vederci chiaro. Su sua delega i carabinieri del Ros, alle ore 12.30, hanno notificato a me e Massari un decreto di perquisizione. Gli investigatori hanno cercato copia di quelle nove pagine, ma non le hanno trovate. Nel mio caso hanno ritenuto necessaria una perquisizione personale, della quale – ovviamente - si è occupata una donna.  Non è stato piacevole spogliarsi di fronte a una sconosciuta, ma neanche una tragedia. Perciò, per me, era finita lì.

Concluse le operazioni, i carabinieri ci hanno portati in procura, dove il pm Sottani ha sentito prima il collega del “Fatto” e poi me. Nel mio caso è stata anche copiata la memoria del computer: dentro non c’è niente, ma hanno ritenuto di farlo. Amen. Mentre il sostituto procuratore di Perugia mi rivolgeva le ultime domande, mi ha squillato il cellulare. Poiché non conoscevo il numero, ed ero curiosa di sapere chi fosse, e considerato il clima di serenità che ha scandito tutte le fasi dell’operazione, Sottani mi ha permesso di rispondere.
Era un collega dell’agenzia Ansa. Mi sono scusata, gli ho detto che in quel momento non potevo parlare e che lo avrei richiamato più tardi.

Alle 16.30 era tutto finito. Massari è andato in albergo e io sono passata allo studio del mio avvocato per spedire alcuni fax. Camminando, mi sono ricordata della telefonata del collega dell’Ansa e l’ho richiamato. Voleva sapere della perquisizione e gli ho raccontato che i carabinieri avevano controllato il mio bagaglio, la mia auto e anche me, facendomi spogliare in un bagno dell’albergo. Così, senza aggiungere nulla di più. E infatti il lancio di agenzia riportava le cose fedelmente, dando maggiore enfasi alla perquisizione personale (che per un giornalista è un fatto insolito). A quel punto, si è scatenato l’inferno. Alla redazione romana di Libero, di cui faccio parte, sono arrivate decine di telefonate di colleghi che mi cercavano. Telegiornali, radio e carta stampata.

Nel frattempo ero tornata in albergo e avevo raggiunto Massari. Eravamo insieme quando sono stata contattata dai giornalisti del Tg3. Ho risposto alle loro domande, nonostante avessi da scrivere i miei articoli e fossi in ritardo sulla tabella di marcia. So che cosa significa quando il direttore ti chiede di ottenere una dichiarazione da qualcuno, perciò li ho “aiutati”. Ho dovuto declinare l’invito a recarmi nella loro redazione umbra per realizzare un’intervista video, perché rischiavo davvero di non terminare in tempo il mio lavoro per Libero.

Al telefono, ho raccontato quello che era successo, spiegando bene che ognuno aveva fatto il proprio mestiere: io pubblicando una notizia, l’Arma facendo la perquisizione e la Procura disponendo gli accertamenti. La collega dall’altra parte del telefono insisteva molto sui dettagli della perquisizione personale. Le ho spiegato di essere stata fatta spogliare, sottolineando  che era stata una donna carabiniere ad occuparsi di quell’aspetto dell’operazione e che lo aveva fatto con garbo. Poco dopo, ha squillato il cellulare di Massari. Erano sempre quelli del Tg3, volevano sapere che cosa fosse accaduto e l’hanno intervistato.

Alle 19, insieme, io e Antonio abbiamo visto il Tg3. Siamo rimasti senza parole. “Roberta Catania di Libero denuncia di esser stata fatta spogliare”: come se io li avessi cercati per lamentarmi. Le mie parole erano state stravolte, grazie a un “taglia e cuci” fatto ad arte. Quelle di Massari erano finite nel nulla. 
A quel punto mi hanno cercato dalla Federazione nazionale stampa italiana, il sindacato dei giornalisti, per chiedermi di denunciare formalmente l’accaduto. Ho spiegato loro che non avevo nulla da denunciare. La procura e i carabinieri potevano sequestrarmi gli strumenti di lavoro (telefono, computer, carte), eppure non lo avevano fatto. Inoltre si sono comportanti per tutto il tempo con grande gentilezza e professionalità.

A quel punto, sentendoci strumentalizzati, io e Massari abbiamo scritto una nota all’Ansa in cui chiarivamo una volta per tutte che la perquisizione era avvenuta nel massimo rispetto e che non avevamo nulla da eccepire sul metodo usato dagli inquirenti, i quali stavano solo facendo il proprio lavoro. Esattamente come noi. Gli altri colleghi lo hanno capito e infatti i servizi degli altri telegiornali andati in onda nelle ore seguenti sono stati precisi nel riferire ogni dettaglio. Il Tg3, no: nell’edizione successiva ha letto solo i lanci dell’Ansa che voleva leggere e ha preferito non mandare in onda quelle parole che io e Massari avevamo ritenuto necessarie proprio per correggere le falsità contenute nella loro edizione precedente.
Adesso capisco perché spesso noi giornalisti abbiamo difficoltà ad intervistare qualcuno. Magari la persona che stiamo cercando di far parlare ha alle spalle una brutta esperienza come quella che ho avuto io. Non con la Procura e il Ros di Perugia, ma con il Tg3.

(Roberta Catania)

18/05/2010



Cassino, ruba per fame al supermercato titolare la scopre e... l'assume

Il Mattino

CASSINO (18 maggio)

Rubava per fame. una 50enne disperata è stata sorpresa a rubare qualche pezzo di formaggio in un supermercato di un centro commerciale di Cassino. La donna, madre di un ragazzo disabile, si era ridotta a rubare per poter mangiare. Qualche giorno fa, è stata pero' scoperta dalla sorveglianza che ha immediatamente allertato il proprietario ed i carabinieri.

Quando il dirigente del centro commerciale èvenuto a conoscenza della situazione di disagio che la signora è costretta a vivere, non solo ha deciso di non sporgere denuncia ma l'ha assunta nel supermercato. Una storia d'altri tempi questa, che fa onore a chi in un territorio come il cassinate, minato da disoccupazione e crisi economica, riesce ancora ad avere il coraggio di dare uno stipendio a chi ne ha strettamente bisogno.


Claps, foto esclusiva a Chi l'ha visto? «Restivo con un coltello puntato alla gola»

Il Mattino


 

ROMA (18 maggio)

Una foto che ritrae Danilo Restivo - l'unico indagato per l'omicidio di Elisa Claps, il 12 settembre 1993 - mentre si punta un coltello alla gola, è stata mostrata in serata durante la trasmissione di Raitre 'Chi l'ha visto?': la foto sarebbe stata scattata circa un anno prima del delitto, secondo una prima informazione nei locali del Centro Newman, nella canonica della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, nel cui sottotetto, il 17 marzo scorso, sono stati trovati i resti del cadavere della ragazza. Il presidente del Centro Newman, Rocco Galasso, ha però smentito che la foto sia stata scattata nella sede dell'associazione: «La parete di legno del fondo non è nel centro. La foto - ha aggiunto - risale a prima del 1988, quando Danilo frequentò il centro».

Galasso ha anche telefonato alla segreteria della trasmissione e la conduttrice, Federica Sciarelli, ha informato i telespettatori della sua precisazione. L'ipotesi è che Restivo possa aver assassinato Elisa Claps con il coltello che stringe in una mano proprio in quella foto o con un altro dello stesso tipo. Presente in collegamento da Potenza insieme alla madre di Elisa, Filomena Iemma, Gildo Claps, fratello della ragazza, ha definito «irrilevante il luogo della foto. Danilo frequentava il centro Newman e tutti sapevano dei suoi vizietti. Basta con l'ipocrisia», ha concluso. Iemma ha confermato che i funerali di Elisa si svolgeranno all'aperto e non in chiesa e ha criticato anche il vescovo di Potenza, chiedendo che si faccia chiarezza sul ritrovamento del cadavere di Elisa già nel gennaio scorso.

La madre della ragazza ha criticato anche una frase dell'attuale questore di Potenza, Romolo Panico, che nei giorni scorsi ha parlato di «innocenti depistaggi» avvenuti in passato durante le indagini sulla scomparsa della studentessa: «Qui di innocente - ha detto Iemma - c'è solo il sangue di Elisa».

La madre e il fratello di Elisa hanno di nuovo chiesto perchè la casa di Restivo non fu perquisita (secondo la loro opinione, il coltello sarebbe così stato trovato), perchè non furono sequestrati i vestiti che indossava quel 12 settembre 1993 e perchè non furono controllati i tabulati telefonici.



Truffe a banche dati di tutto il mondo Arrestati 23 hacker, a Napoli centrale operativa

Il Mattino

 

ROMA (18 maggio) - Una banda internazionale di hacker è stata smascherata dai carabinieri di Roma nel corso di un'indagine che ha portato all'arresto di 23 persone, di diverse nazionalità. Secondo quanto accertato dall'Arma, la banda, dalla Russia, si inseriva nelle banche dati di tutto il mondo e rivendeva i codici a centrali di clonazione. In Calabria e a Roma i due maggiori centri. A Milano, Brescia e Napoli erano state impiantate le centrali operative.

Per i carabinieri il volume di affari dell'organizzazione era colossale. A tenere le fila erano esperti informatici, quasi tutti italiani, che da tempo avevano stretto alleanze con organizzazioni di hacker russi, dai quali acquisivano numeri di carte di credito, nomi e indirizzi, date di nascita, password, conti bancari. Centinaia gli utenti di Internet, centri commerciali e negozi di lusso, tra le vittime dell'organizzazione. I particolari sull'operazione dei carabinieri, ancora in corso su tutto il territorio italiano, con decine di perquisizioni, saranno illustrati in una conferenza stampa che si terrà alle 10,30 nella sede del comando provinciale di Roma.



Padova, borseggi sul tram Presi i fidanzatini terribili

Il Mattino di Padova

La coppia incastrata dai filmati Aps e denunciata per furto dai carabinieri.
I due, V.T. ragazza rumena di 31 anni e G.E. rumeno di 29 anni, sono stati bloccati dalle forze dell'ordine l'altro giorno a una fermata del tram all'Arcella


PADOVA

Di loro finora si sapeva poco o nulla, sebbene la loro fama li avesse preceduti di un bel po’. Ci hanno pensato i carabinieri di Prato della Valle comandati dal luogotenente Giancarlo Merli a identificarli e a bloccarne l’attività tanto redditizia quanto illecita. Si tratta di una giovane coppia di rumeni, molto affiatata, inseparabile, intima, che nelle ultime settimane ha messo a dura prova i nervi di decine di utenti del tram, che si sono ritrovati senza telefonini o portafogli. I due, V.T. 31 anni (la ragazza) e E.G. 29 anni sono stati denunciati per furto.

FOTOSEQUENZA DI UN FURTO SUL TRAM

Portati in caserma sono stati fotosegnalati e poi rilasciati. Incensurati, senza fissa dimora, i due non hanno collaborato molto con le forze dell’ordine. Per ora si sa solo che la mattina si mettevano «al lavoro» partendo dall’Arcella e andando avanti e indietro con il tram mettevano insieme un bottino di tutto rispetto. Da settimane sia carabinieri che polizia erano sulle tracce dei fidanzatini terribili che avevano mietuto decine di vittime (stando alle denunce di furto presentate dai padovani).

Grazie alla centrale operativa dell’Aps (che gestisce le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza interno ad ogni vagone) i carabinieri sono venuti in possesso del «frame» che immortala il duo durante il colpo messo a segno il 12 aprile scorso ai danni di una studentessa di 17 anni che risiede a Monselice. A fianco pubblichiamo alcuni fotogrammi del borseggio. Nel video si vedono i due borseggiatori (lui capelli corti e neri, lei con un giubbino viola) che salgono alla fermata dell’Arcella insieme alla «preda» prescelta, una ragazzina bionda con i capelli raccolti e uno zainetto rosso.

E si sistemano alle sue spalle: in pochi istanti si vede la giovane aprire la cerniera dello zainetto ed estrarre il portafoglio della ragazzina. I due poi scendono alla fermata successiva. Grazie a queste immagini altri utenti depredati hanno riconosciuti chi li ha borseggiati. I carabinieri invitano tutte le persone che hanno subito un furto sul tram a farsi vive se riconoscono i due borseggiatori.
(18 maggio 2010)