sabato 22 maggio 2010

Baby fumatore in Indonesia. Già dipendente a soli 2 anni

Libero





Ragazzi giovanissimi con la sigaretta in bocca ci eravamo tristemente abituati a vederli: in discoteca, al parco, dopo il pranzo, con gli amici.
Ma la storia che arriva dall’Indonesia ha dell’incredibile: Ardi Rizal, un bambino di soli due anni sarebbe già dipendente dal fumo dopo che il padre gli ha fatto provare la prima sigaretta ad appena diciotto mesi.
Un guinness da primato, non per il giovanissimo poppante (in tutti i sensi), ma per il disgraziato padre, il quale tuttavia non si preoccupa per la salute di un figlio narcotizzato.
"Non sono preoccupato per la sua salute", racconta il papà, Mohammad Rizal, "lui sta bene, piange e urla quando non lo facciamo fumare... è dipendente dopo le prime tirate a 18 mesi".

Tuttavia quello dell’Indonesia sembra essere un paradiso per i venditori di fumo, i quali trovano nei giovanissimi un mercato alquanto fertile, forti anche di una legislazione in materia di lotta al fumo tutt’altro che rigida: insomma, quello che non si può fare (o più difficilmente) negli States e in Europa lo si fa nei Paesi poveri.
I dati infatti sono impressionanti: il 25% dei bambini tra i 3 e i 15 anni ha provato a fumare e il 3,2% è già dipendente. Secondo la Central Statistics Agency, è un trend in crescita in un Paese in cui oltre la metà della popolazione di 220 milioni di abitanti vive sotto la soglia della povertà.
Per mettere un freno a questa tendenza, Il governatore di Giacarta, Fauzi Bowo, ha annunciato che presto sarà introdotto nella capitale il divieto di fumo in tutti i locali pubblici con pene molto severe per i trasgressori.  “Il governo è consapevole dell’impatto del fumo sulla salute e ha preso provvedimenti per ridurre la produzione di sigarette, aumentare le tasse e limitare le aree fumatori", ha detto un funzionario del governo. Lotta anche alle pubblicità delle multinazionali. “Se non viene messa al bando, ci saranno molti più bambini in pericolo per il fumo".

22/05/2010



Sei leghista, non ti meriti la sufficenza"

Libero





Ragazzo leghista discriminato a scuola dalla professoressa per le sue tendenze politiche. Possibile? A Pavia è successo. Che sia la Padania, il giornale del Carroccio, a sparare la notizia in prima pagina non deve stupire. Una professoressadi musica dell'istituto pubblico Cairoli della cittadina lombarda ha dato 5 e mezzo a un ragazzo "perché l'interrogazione di un ragazzo leghista non vale la sufficienza".

La materia oggetto dell'interrogazione era musica e lo studente, che a quanto pare si sentiva preparato, è rimasto male davanti alla frase dell'insegnante. Tanto da recarsi dal preside e denunciare l'episodio. Il preside, a sua volta, ha convocato la docente per un chiarimento. "Per il ragazzo la vicenda si è risolta a lieto fine - si legge sul quotidiano - la professoressa ha ridimensionato la frase   detta a una semplice battuta, si è scusata e ha promesso di reinterrogare il suo allievo".

Secondo quanto scrive il quotidiano locale, del gruppo Espresso, la Provincia Pavese, Lorenzo (un nome di fantasia per tutelare il minore) è un ragazzo tranquillo, particolarmente attento all'attualità, sempre preparato sui fatti del giorno. Lo riconoscono anche i suoi compagni.
Quando ha sentito la frase dell’insegnante ha deciso di parlarne con il preside, ancora prima di affrontare l’argomento in famiglia. Ascoltato il racconto del ragazzo il dirigente, Claudio Tanzi, ha convocato sia lo studente che l’insegnate, per un chiarimento. «Posso solo dire che la cosa ad oggi è stata risolta - spiega il preside - con i giusti richiami». La prof di musica si è scusata con Lorenzo, che sarà anche reinterrogato. E ha sottolineato che si era trattato solo di una battuta, niente di più.
22/05/2010


Ordinata la prima donna sacerdote

Il Tempo

Sposata con un ingegnere, appartiene alla Chiesa vetero-cattolica.
"Rappresento una speranza per l'universo femminile".
La cerimonia oggi a Roma. Maria Vittoria Longhitano farà il parroco a Milano.

Maria Vittoria Longhitano «La mia ordinazione rappresenta una grande chance per tutte le donne di fede». Maria Vittoria Longhitano oggi sarà ordinata sacerdote. A Roma sede del papato. Prima donna a celebrare messa e a impartire i sacramenti secondo la regola dei vetero-cattolici, cristiani che si rifanno alla Chiesa del primo millennio. In piena comunione sacramentale con la chiesa anglicana e con la chiesa episcopale americana, la chiesa vetero-cattolica opera sotto la giurisdizione della conferenza internazionale episcopale dell'unione di Utrecht. E sarà il vescovo di Utrecht, Fritz-René Muller, a imporre l'olio santo a «madre Vittoria» come da oggi sarà chiamata la neo sacerdotessa, nella chiesa All Saints di via del Babuino.

Trentacinque anni, siciliana, laureata in filosofia e sposata con un ingegnere, Andrea Lanza. Maria Vittoria fa l'insegnante di sostegno in un liceo di Milano. Nel novembre scorso è stata ordinata diacono e da allora svolge il suo impegno religioso nella parrocchia di Gesù di Nazareth dove da domenica sarà il parroco. Ottimo rapporto con il cardinal Tettamanzi, arcivescovo del capoluogo lombardo: «Per la mia ordinazione diaconale è stato lui a prestarmi la veste dalmatica - racconta Vittoria Longhitano - e l'altro giorno mi ha fatto gli auguri per la mia ordinazione sacerdotale».

Prima donna sacerdote nel segno della chiesa delle origini, quando i cristiani non erano divisi. Perché sacerdote? «Un sogno da bambina - spiega la sacerdotessa -. Giocavo a dire messa, a celebrare battesimi e matrimoni. Ma a quel tempo le bambine non potevano fare neppure i chierichetti. Una grande sofferenza la mia. Una ferita con la quale sono cresciuta. Ho provato a entrare in convento, ma ho capito che quello non era il mio desiderio». A quel punto l'allontanamento dalla religione.

«Ero diventata atea. Non credevo più», confessa. Poi gli studi in teologia fanno conoscere a Maria Vittoria Longhitano la Chiesa vetero-cattolica e la possibilità di diventare sacerdote. «Il perché della scelta? La ragione la conosce solo Dio - dice madre Vittoria - La vocazione era dentro di me e a poco poco è divenuta realtà». Cosa significa essere la prima donna, italiana, a essere consacrata sacerdote? «Prima di tutto continuare le opere di Gesù - risponde serena Madre Vittoria. Per le donne, dare una chance.

Dare l'impulso a un dibattito fra i cattolici, equivale a stimolare una riflessione su cosa significhi, in termini di perdita, negare alle donne la possibilità di vivere la loro vocazione al ministero ordinato. Finché il sacerdozio femminile resterà una tematica astratta, il pensiero comune sarà condizionato da pesanti barriere di pregiudizi. Quando la gente, invece, entra in contatto con una donna sacerdote, le barriere cadono automaticamente e si spogliano di tutte le connotazioni negative. Questa almeno è la mia esperienza come diacona. Farò il parroco a Milano e dovrò imparare a portare la croce perdi essere la prima donna sacerdote».


Maurizio Piccirilli

22/05/2010



Matrimonio d'interessi tra Di Pietro e Lega Nord in vista del dopo-Silvio

Il Tempo

Il sì dell'Idv al federalismo demaniale primo passo di un progetto di medio termine.
Tonino e il Senatùr sono più simili di quanto si pensi.

Pietro Capua Fa persino impressione vederli così politicamente infatuati l'un verso l'altro. E però gli italiani dovranno abituarsi alle reciproche smancerie della «strana coppia» composta da Antonio Di Pietro e Roberto Calderoli. Non è infatti un afflato temporaneo e contingente, il loro. E nemmeno è soltanto uno sparigliare il tavolo per abbattere gli abboccamenti di Pdl e Pd con Pier Ferdinando Casini. «Tonino» e «Bob», con Umberto Bossi supervisore, hanno infatti issato le vele di un progetto a medio termine, da testare nel mare magnum della politica italiana, ma già salpato con il sorprendente «sì» dell'Italia dei valori alla devolution demaniale. La prova d'amore di Tonino. È un progetto che scommette sul futuro ma già agita il sonno del Pdl («Mi è sembrato inopportuno chiedere i voti all'Idv», notifica il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto).

 Al primo punto prevede infatti l'uscita di scena di Silvio Berlusconi, ovviamente in direzione Quirinale per il Carroccio, in quella dei giardinetti per l'Idv. Ma tant'è, quando sarà, conterà occupare gli spazi elettorali lasciati da un Pdl orfano del Cavaliere (su quelli del Pd, orfano di un qualsiasi leader, l'Opa è bella che lanciata da tempo). E come farlo se non cavalcando, da subito, temi ultrapopolari come il federalismo e la legalità? Il primo è vitale per Bossi, il secondo per Di Pietro. Ma entrambi, da consumati marpioni, non disdegnano incursioni «tematiche» reciproche, soprattutto a uso dei media. E così, la dottrina dell'uno è diventata un po' la dottrina dell'altro, nonostante il federalismo dell'Idv sia soltanto tattico e la storia dei leghisti non sia propriamente quella degli stinchi di santo. Ma il Senatùr e l'ex Pm, si sa, sono maestri nel costruirsi buona stampa. E risultano anche più simili di quanto si pensi. Popolari e populisti, giustizialisti con gli altri, moralisti a tempo determinato, quando si tratta di sporcarsi le mani per il proprio partito e pure per sé, non le tirano indietro. Mai.

Come nel caso dei rispettivi figli, lanciati in politica come farebbe un Mastella qualsiasi. Poi, è chiaro, se uno ragiona su ipotetici ribaltoni, l'ipotesi non è nemmeno in agenda. Anzi, a domanda precisa, Calderoli risponde che «la maggioranza è quella votata dal popolo italiano, cambiarla sarebbe un tradimento». Ma sul post-Berlusconi, appunto, nessuno nega niente. Con un atout in particolare. La Lega cerca un alleato affidabile al Sud, dopo il fallimento della liason con l'Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo. Ecco, il Carroccio non intravede all'orizzonte alleati migliori dell'Idv dipietrista. Va da sé che l'asse comporterebbe la spartizione territoriale degli interessi elettorali, con «Umberto» padrone del Nord-centro e «Tonino» nelle vesti di Masaniello del Sud-Centro e Isole. Un'ipotesi, questa, che spaventa Luigi De Magistris.

Lui, il leader de «l'Italia dei malori», punta alla vittoria dei congressi provinciali e regionali per poi imporre un nuovo congresso nazionale. Stavolta con una mozione opposta a quella di Di Pietro, antileghista tout court. Prima che Bob Calderoli convinca pure l'amico Tonino a urlare contro «Roma ladrona».

Pietro Capua

22/05/2010



Finti poveri con il panfilo crescono

Il Tempo

Il 40% dei proprietari di barche dichiara redditi inferiori ai canoni di leasing.
Il dato sorprendente: registrate in Italia solamente 180 imbarcazioni superiori ai 24 metri.

Hanno lo yacht, ma al fisco dichiarano redditi da poveracci. Per loro dovrebbe essere un'impresa arrivare alla fine del mese, poi però scorrazzano per il Mediterraneo con il megapanfilo. I dati dell'Agenzia delle entrate parlano chiaro: il 40% dei contribuenti che hanno stipulato un contratto di leasing per acquistare una barca, in realtà dichiara un reddito più basso dei canoni versati. Con casi paradossali. Come lo sfortunato imprenditore che versa 120 mila euro di canone all'anno per pagarsi la «barchetta» e, allo stesso tempo, ne dichiara 20 mila al fisco. Un raggiro da far rizzare i capelli al povero lavoratore costretto a pagare le tasse fino all'ultimo centesimo e che per risparmiare si muove solo con i mezzi pubblici. È per questo motivo che l'Agenzia delle entrate ha deciso di intensificare i controlli (in gergo accertamenti sintetici) per verificare la differenza tra quanto dichiarato e la capacità di spesa. Lo scorso anno sono stati effettuati 28 mila controlli.

 Dei contratti di leasing passati al setaccio, il 54% riguarda auto di lusso, il 45% imbarcazioni e l'1% aerei (+81% rispetto al 2008). Bene, quattro volte su dieci, dietro questi finanziamenti si nascondo esperti evasori. Le indagini sono complesse. Il più delle volte è un'impresa riuscire a capire chi è il reale proprietario dello yacht. Perché molti ricconi registrano la propria imbarcazione di lusso in Paesi stranieri, dove il fisco è a dir poco vantaggioso. «Sono 80 mila le barche immatricolate in Italia - spiega Paolo Moretti, responsabile imbarcazioni da diporto del Registro italiano navale - Di queste quelle che superano i 24 metri nel 2006 erano solo 168. Oggi saranno circa 180». È facile capire come per molti ricconi sia molto più conveniente aprire una società alle Cayman e registrare là il proprio yacht. Non è un caso che non ci sia nessuno straniero che decida di immatricolare la propria barca in Italia a dispetto di centinaia di contribuenti che preferiscono emigrare. Così vediamo yacht immensi che battono vessilli delle Bermuda o delle Isole Marshall ma, di fatto, di proprietà di italiani.

Il «vizio» di raggirare il fisco è dilagante. Oltre all'Agenzia delle Entrate anche la Finanza conduce una guerra senza tregua. A fine aprile il comandante generale, Cosimo D'Arrigo, ha fatto il punto di fronte alla commissione di vigilanza sull'Anagrafe tributaria. Il quadro è disarmante: ricorrendo a controlli mirati su yacht e aerei le Fiamme Gialle hanno scovato 7.513 evasori totali che nel 2009 non hanno dichiarato imponibili per 13,7 miliardi. Dall'audizione di D'Arrigo è emerso che lo scorso anno sono stati verbalizzati elementi di reddito sfuggiti a tassazione per 33,6 miliardi e Iva non versata per 6 miliardi. Un risultato che si affianca ai 9,1 miliardi incassati dalle Entrate. In questo scenario il Lazio non fa eccezione. Lo scorso hanno la direzione regionale dell'Agenzia delle entrate ha scovato 1.400 finti poveri. Gli ispettori hanno portato alla luce un «tesoretto» di 87 milioni di maggiore imponibile. Sono stati recuperati 29 milioni.

Tra questi furbetti c'era perfino chi giurava di guadagnare 600 euro al mese e che poi ne pagava 800 per mantere un cavallo. C'era anche chi non arrivava neanche a 10.000 euro di reddito all'anno nonostante possedesse sette negozi nel centro di Roma. O chi affrontava spese «folli» (130 mila euro) per pagare leasing di barche e auto, ma dichiarava meno di 20 mila euro. È stato calcolato che ciascun contribuente colto con le mani nel sacco, in media,ha evaso 18.600 euro.

Dario Martini

22/05/2010





Operai Usa applaudono Marchionne: "In Italia non sarebbe immaginabile"

di Redazione

Nello stabilimento di Detroit, gli operai applaudono marchionne nel corso della presentazione della nuova Jeep Grand Cherokee

 

Detroit - "Purtroppo tutto ciò è inimmaginabile in Italia". Con un commento a metà tra il commosso e il rassegnato, l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne ha accolto a Detroit gli applausi convinti indirizzati e a lui e al management Chrysler da tutti gli operai dello stabilimento in cui viene prodotta la nuova Grand Cherokee.

"Non c'è paragone" Alla domanda se la situazione del mercato automobilistico Usa e di Chrysler in particolare potesse essere paragonata a quella italiana, Marchionne ha risposto quasi infastidito: "Ma avete visto che reazione abbiamo avuto oggi? Purtroppo tutto ciò è inimmaginabile in Italia". Alla presentazione della Grand Cherokee erano presenti il sindaco di Detroit Dave Bing, la governatrice del Michigan Jennifer Granholm, canadese come Sergio Marchionne (che è nato a Chieti ma cresciuto nel paese nordamericano) e le parlamentari Debbie Stabenow e Carolyn Cheeks Kilpatrick. Tutti hanno ricevuto applausi convinti dagli operai.

Rilancio Un’icona del mercato automobilistico americano ha da oggi la firma tutta italiana: la nuova 2011 Jeep Grand Cherokee è infatti il primo prodotto nato dall'unione delle due aziende. Nei programmi Chrysler lo Sport Utility Vehicle appena sfornato è destinato a rivoluzionare il mercato dei SUV: "È il segno della rinascita di Chrysler - ha detto Marchionne - La direzione verso cui stiamo andando è chiara: produrre alta qualità, cioè veicoli a tecnologia avanzata. Siamo fiduciosi che la Grand Cherokee riceverà il riconoscimento che merita fin dal primo momento in cui, a giugno, toccherà la strada"

Nuove assunzioni Chrysler ha annunciato che assumerà almeno 1.100 persone nel suo stabilimento di Detroit, nel quale verrà prodotta la nuova Grand Cherokee, una Jeep su cui la compagnia fa affidamento per riconquistare quote di mercato. Il veicolo, in fase di sviluppo da prima che Chrysler finisse in bancarotta pilotata l’anno scorso, sarà l’unica nuova produzione della compagnia fino al quarto trimestre. I dirigenti di Chrysler, partecipata da Fiat, hanno presentato la Jeep come il primo prodotto della nuova linea della compagnia, che punta su qualità e velocità di produzione. "Il mondo ci guarda per vedere se manteniamo le promesse", ha concluso l’AD di Chrysler Sergio Marchionne.





Mafia, toghe, politica e media: l’etica ad personam della sinistra


FURBETTI Santoro incassa 20 miliardi di vecchie lire? Per De Magistris è colpa di Berlusconi che lo censura



Giorni fa, la donchisciottesca Daniela Santanchè ha osato dire che l’intimità va rispettata anche nel mafioso. Se perciò cinguetta al telefono o parla d’alcova, l’intercettazione dovrebbe essere cancellata. Non so come le sia uscita. Forse riecheggia il Vangelo - non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te - o è il riflesso vecchio Piemonte (Daniela è di Cuneo) che rispetta l’uomo anche nel peggior nemico. Invece, la neo sottosegretaria all’Attuazione del programma è passata all’istante per una carogna complice di Cosa Nostra.

Esiste nel Belpaese un folto gruppo di paladini della legalità a chiacchiere che si attacca alla parola. Ci ricama sopra e la distorce per impiccare chi l’ha pronunciata. Specialisti del genere sono le sinistre e i dipietristi. Di recente, si sono aggregati gli iniziati di Farefuturo che si abbeverano alla dottrina etica di Gianfranco Fini. Con Santanchè, il primo a rabbuiarsi è stato infatti Fabio Granata, il più querulo dei finiani. «Frasi sconcertanti - ha detto -, il governo prenda le distanze».

Di seguito, si è indignato il Pd: «I finiani si uniscano alla nostra richiesta ai ministri Maroni e Alfano di valutare le immediate dimissioni del sottosegretario per le inaudite dichiarazioni a difesa della privacy dei boss». Infine, l’Udc di Pierferdy Casini - «ci dica Alfano se condivide queste frasi» - e, ovviamente, i seguaci del pm immobiliarista che hanno chiesto per le spicce la testa della Santanchè senza aspettare le opinioni dei due ministri invocate dagli altri. Daniela non se l’è presa più di tanto, ricordando i successi antimafiosi del governo di cui è parte. Resta, che è nato un finimondo per un richiamo agli astratti principi di umanità doviziosamente evocati - specie a sinistra - per ogni genere di delinquenti, terroristi, bombaroli, talebani e guantanamici vari.

Anni fa ci fu una forzatura analoga per l’allora ministro dei Lavori pubblici, sempre del centrodestra, Pietro Lunardi. Era in Sicilia dove si dibatteva se bloccare gli appalti per impedire alle coppole di inserirsi nelle commesse. Di fronte alla prospettiva di frenare lo sviluppo e accelerare la disoccupazione, Lunardi, che è un ingegnere e un praticone, esclamò: «Con mafia e camorra bisogna convivere». Intendeva dire che prendeva atto del disordine isolano ma, per l’amor di Dio, non per questo bisognava condannarsi all’immobilità.

La sinistra finse invece di equivocare. Violante tuonò: «Un ministro che dice queste cose non può restare al suo posto. Mai si era lasciato intendere un patto così esplicito tra potere politico e mafia». Un patto? Ma quando mai. Lunardi aveva solo detto che - mafia o non mafia - la vita continua. Non certo che non bisognasse combatterla. Finì, invece, nel tritacarne con la taccia di avallare la delinquenza. Le toghe si dichiararono «sconcertate, preoccupate, allarmate». Il pm emergente, Antonino Ingroia (vedi più avanti), aggiunse: «È proprio lo spirito di convivenza con la mafia che ha consentito a Cosa Nostra di diventare una macchina da guerra».

Insomma, un continuo equivocare per dare addosso. Ricordo, per inciso, che tre decenni fa quando le Br uccidevano più volte al giorno, l’allora ministro dell’Interno, il dc di sinistra Virginio Rognoni, pronunciò alla Camera una frase identica a quella di Lunardi: «Dobbiamo abituarci a convivere col terrorismo». Nessuno fiatò perché rappresentava la realtà. Il che, ovviamente, non era un salvacondotto né impedì a Rognoni di combattere la masnada senza sconti.

Rapida e invincibile nell’annichilire l’avversario, la sinistra si distrae del tutto se a farla grossa sono gli amici. L’ingegner Carlo De Benedetti, che del Pd è un portabandiera, si è segnalato da ultimo per due vicende. Il coinvolgimento in un’istruttoria penale - in veste di membro del Cda di una banca torinese - per presunti ostacoli frapposti all’attività di vigilanza di Bankitalia. Di fronte al sospetto - che avrebbe suscitato alti lai se rivolto, non dico al Cav, ma a un qualsivoglia della cerchia -, le faconde bocche della sinistra sono improvvisamente ammutolite e l’intero Gotha, dalla B di Bersani alla V di Veltroni, ha girato il capino.

Il medesimo De Benedetti, nei giorni immediatamente precedenti alla sorpresa giudiziaria, aveva tenuto una celebrata «lezione sull’Italia» alla London School of economics. I giornali hanno riportato la polemica con D’Alema («Max è un caso umano») e alcune insolenze sul Cav. Sotto silenzio è invece passata l’agghiacciante visione debenedettiana dell’Italia da Napoli in giù. «Se facciamo qualcosa di serio per l’evasione fiscale - ha detto l’Ingegnere - il Mezzogiorno va al collasso. Nel Nord c’è un’area competitiva con la Baviera. Il Sud è completamente diverso. Non è una questione di razzismo. Ma per essere competitive alcune aree hanno bisogno di essere al di fuori della legalità». Tradotto: dobbiamo convivere con l’evasione fiscale in Terronia. Come con Lunardi per la mafia, è questo di De Benedetti un avallo in piena regola della delinquenza tributaria?

O, come quello di Lunardi, è solo realismo? Inutile chiederselo. Nessuno ha stigmatizzato l’oratore. La destra per distratta idiozia, la sinistra - che si riempie la bocca di legalità - per il cinico calcolo di coprire uno dei suoi. Direte: essendo un privato, l’Ingegnere non ha obblighi di forma. Nossignori. De Benedetti è un’icona «politica» del Pd: è l’imprenditore di riferimento - il Cavaliere bianco, scriveva Scalfari incensandolo -; la tessera numero uno del partito; l’editore di Repubblica che detta la linea, distrugge le leadership, assale il Berlusca per la causa, sbandiera il vessillo della moralità. Ma, al dunque, sposa gli evasori.

Dicevamo di Ingroia. Se il Cav critica i magistrati, sferza il Csm, bastona la Consulta, Antonino urla indignato: vergogna, non ha il senso delle istituzioni. Bene, giorni fa il Consiglio di Stato ha cancellato la sua nomina - e quella di altri cinque pm - a procuratore aggiunto di Palermo. E lui, anziché inchinarsi ai giudici, che ti fa? Sfida: «Resto al mio posto perché il verdetto non prevede la rimozione». Cioè, chissene impipa dell’«istituzione». E da sinistra silenzio di tomba, come sempre se la magagna esce dal cilindro dei loro protetti. E ora che, di questi tempi, il callido Santoro lascia la Rai con 20 miliardi di vecchie lire - e schiva pure gli annunciati tagli alle prebende dei manager pubblici -, avete per caso udito un fiato? Figurarsi. La sola fischionata è stata emessa da tale De Magistris, suo ospite fisso in tv, per dire: colpa del Cav che lo censura. Per i moralisti da strapazzo è sempre carnevale.



















Rapida e invincibile nell’annichilire l’avversario, la sinistra si distrae del tutto se a farla grossa sono gli amici. L’ingegner Carlo De Benedetti, che del Pd è un portabandiera, si è segnalato da ultimo per due vicende. Il coinvolgimento in un’istruttoria penale - in veste di membro del Cda di una banca torinese - per presunti ostacoli frapposti all’attività di vigilanza di Bankitalia. Di fronte al sospetto - che avrebbe suscitato alti lai se rivolto, non dico al Cav, ma a un qualsivoglia della cerchia -, le faconde bocche della sinistra sono improvvisamente ammutolite e l’intero Gotha, dalla B di Bersani alla V di Veltroni, ha girato il capino. Il medesimo De Benedetti, nei giorni immediatamente precedenti alla sorpresa giudiziaria, aveva tenuto una celebrata «lezione sull’Italia» alla London School of economics. I giornali hanno riportato la polemica con D’Alema («Max è un caso umano») e alcune insolenze sul Cav. Sotto silenzio è invece passata l’agghiacciante visione debenedettiana dell’Italia da Napoli in giù. «Se facciamo qualcosa di serio per l’evasione fiscale - ha detto l’Ingegnere - il Mezzogiorno va al collasso. Nel Nord c’è un’area competitiva con la Baviera. Il Sud è completamente diverso. Non è una questione di razzismo. Ma per essere competitive alcune aree hanno bisogno di essere al di fuori della legalità». Tradotto: dobbiamo convivere con l’evasione fiscale in Terronia. Come con Lunardi per la mafia, è questo di De Benedetti un avallo in piena regola della delinquenza tributaria? O, come quello di Lunardi, è solo realismo? Inutile chiederselo. Nessuno ha stigmatizzato l’oratore. La destra per distratta idiozia, la sinistra - che si riempie la bocca di legalità - per il cinico calcolo di coprire uno dei suoi. Direte: essendo un privato, l’Ingegnere non ha obblighi di forma. Nossignori. De Benedetti è un’icona «politica» del Pd: è l’imprenditore di riferimento - il Cavaliere bianco, scriveva Scalfari incensandolo -; la tessera numero uno del partito; l’editore di Repubblica che detta la linea, distrugge le leadership, assale il Berlusca per la causa, sbandiera il vessillo della moralità. Ma, al dunque, sposa gli evasori.
Dicevamo di Ingroia. Se il Cav critica i magistrati, sferza il Csm, bastona la Consulta, Antonino urla indignato: vergogna, non ha il senso delle istituzioni. Bene, giorni fa il Consiglio di Stato ha cancellato la sua nomina - e quella di altri cinque pm - a procuratore aggiunto di Palermo. E lui, anziché inchinarsi ai giudici, che ti fa? Sfida: «Resto al mio posto perché il verdetto non prevede la rimozione». Cioè, chissene impipa dell’«istituzione». E da sinistra silenzio di tomba, come sempre se la magagna esce dal cilindro dei loro protetti. E ora che, di questi tempi, il callido Santoro lascia la Rai con 20 miliardi di vecchie lire - e schiva pure gli annunciati tagli alle prebende dei manager pubblici -, avete per caso udito un fiato? Figurarsi. La sola fischionata è stata emessa da tale De Magistris, suo ospite fisso in tv, per dire: colpa del Cav che lo censura. Per i moralisti da strapazzo è sempre carnevale.

La trans Natalie: «Non torno in Brasile, resto in Italia per difendere Piero»

Corriere della Sera

Nell'appartamento di Josè Vidal Silva dove Marazzo subì il video-ricatto: ora ricevo i clienti da un'altra parte

ROMA - Sulla porta, in via Gradoli 96 scala B interno 2, c’è una targhetta con su scritto «Natalì». Lei prende la chiave dalla borsa: «Entra, guarda. Gli altri trans sono invidiosi, ecco perché parlano male di me...». Nella stanza d’ingresso un divanetto, cuscini rossi e un tavolino. Nell’aria essenze gradevoli. Un muretto su cui è appoggiato un pc portatile delimita l’angolo cucina: pensili celesti, caramelle al miele in una ciotola, non un cucchiaino fuori posto. Sulla destra la porta che dà su camera da letto e bagno. Mobilio etnico, spalliera in ferro battuto. Tutto in ordine, pulito. Il balconcino chiuso da inferriate nere.



Appartamento piccolo ma accogliente, Natalie.
«Scierto che è bello - risponde in un ottimo italiano, strascico «brasileiro» a parte - così si spiegano tutte le sgelosie di China e degli altri trans. Io sto bene, sono pulita. Loro vivono come sbarboni, l’hai visto come stanno in via Due Ponti? Qui, per 35 metri quadrati, mica pago poco: 900 euro au mese».

La proprietà è di una società.
Natalie esita, poi risponde di scatto. «No, il proprietario si chiama Fabrizio, ma il cognome non te lo dico. Prima lo pagavo tutti i mesi in contanti, ora, dopo tutto il cassino, tramite conto corrente».

Qui veniva Piero...
«Sì, ma poche volte. Di solito andavamo alla casa sua. Lo conosco da nove anni, prima come cliente e poi siamo diventati amici. Lui gli ultimi tempi non pagava le prestazioni sessuali».

Qui i carabinieri hanno trovato cocaina...
«Ce l’hanno messa loro, ggiuro! A me mi avevano chiuso nel terrassino! Non è vero che io avevo comprato la droga, l’ultima volta è stata 2 anni fa. E non la prendevo con Marrasso, quello è successo solo all’inizio».

E qui, Natalie, è stato sequestrato quel mucchio di banconote lasciate sul tavolino...
«Sì, ma i tremila euro non erano per la prestazione. Lui mi aiutava per costruire il mio palasso in Brasile: non voleva che facessi questo lavoro, pensava al mio futuro, lui mi ha sempre rispettata».

Ora saprà che sono in corso gli incidenti probatori dei suoi colleghi.
«Lo so, e io resto in Italia. Dovevo andare in Brasile a seguire i lavori della mia casa ma ora non parto più, voglio stare qui, vicino a Piero, per difenderlo. Lui è buono, non merita tutte queste cattiverie».

Grazie Natalie.
«Un’ultima cosa. Ecco le mie analisi per l’Aids e l’uso di cocaina (le estrae dalla borsa, ndr): tutto negativo, vedi? Sono una persona per bene, io».

Riceve ancora qui i clienti?
«No, da un’altra parte. Ho un posto nuovo, bellino, pulito. Il cellulare te lo do, amigo, ma il telefono fisso no, comincia con 0664... Me compriendi?».

Fabrizio Peronaci
22 maggio 2010

Natalie e la casa dei misteri Ecco i proprietari in via Gradoli

Corriere della Sera

La Todini & Cuomo cambia denominazione dell'appartamento poco dopo l'arrivo dei trans.
Tra i soci anche un candidato pro-Alemanno

ROMA - Dalla via Gradoli dei misteri e degli scandali, del covo brigatista smascherato da un’infiltrazione d’acqua e di imbarazzanti location per incontri trans - la stessa via Gradoli affollata dai fantasmi dei Servizi segreti che qui hanno avuto a disposizione immobili e sedi di copertura - spuntano documenti sorprendenti. Visure, atti di proprietà, schede societarie. Tutto materiale che - a dieci mesi dalla fatale irruzione dei carabinieri ricattatori, durante un incontro clandestino che è costato la carriera politica all’allora governatore del Lazio - fornisce informazioni aggiuntive sul «caso Marrazzo».

La casa di Natalie in via Gradoli 96

Qual è la proprietà dell’appartamento in uso a Natalie, al secolo Josè Alexander Vidal Silva, nato in Brasile nel 1972? Chi ha firmato il contratto di locazione? In altre parole: a chi versava e continua a versare ogni mese la pigione il transessuale più famoso d’Italia, che venerdì, gentilissimo, ci ha invitati a visitare la sua maison al piano rialzato, sotto gli occhi di alcuni vicini un po’ sconcertati, dispensando sorrisi e caramelle al miele? Ecco, è dall’esame incrociato della certificazione regolarmente depositata presso la Camera di commercio e presso l’Agenzia delle entrate («il contratto è regolarissimo, ho il permesso di soggiorno io!», strillava venerdì mattina Natalie) che emerge una prima sorpresa.

La visura ex ante È bene procedere per passi, fotografando la situazione proprietaria in due fasi. Ex ante ed ex post: prima e dopo l’esplosione dell’affaire Marrazzo. La prima istantanea riguarda dunque i giorni successivi alla scoperta del videoricatto, ottobre-novembre 2009. Ebbene, all’epoca (in base al contratto registrato nel 2006) l’appartamento di neanche 40 metri di Natalie appartiene alla «Todini & Cuomo consulting srl» (sede legale in via Cola di Rienzo), i cui quattro soci, in città, sono tutt’altro che sconosciuti. I due con le quote nominali più alte (5.096 euro) sono Alberto Todini, sindaco effettivo di «Roma entrate», la spa controllata al 100% dal Comune per la gestione di tutti i tributi, e Giannantonio Cuomo, sindaco supplente di «Zetema», l’azienda capitolina specializzata in eventi culturali, mostre e restauro. Entrambi commercialisti, sia Todini sia Cuomo sono stati nominati poco più di un anno prima, rispettivamente il 5 agosto e il 3 luglio 2008. Più o meno nello stesso periodo, quindi, in cui i carabinieri della compagnia Trionfale avevano iniziato a stilare relazioni di servizio sulle frequentazioni del governatore. Gli altri soci sono due avvocati: uno è Bruno Agresti, 41 anni, candidato della lista «Il popolo della vita per Alemanno», che nelle elezioni del 2008 appoggiò l’attuale sindaco; l’altro è Luca Laudadio, suo coetaneo e collega nel medesimo studio legale di via Belli, in Prati.

La visura ex post E veniamo alla situazione ex post. Passano neanche due mesi in cui Natalie, Brenda, China e le altre «occupano» in pianta stabile giornali e televisioni, e la «Todini & Cuomo», con atto depositato il 23 dicembre, muta denominazione e quote sociali. La srl mantiene insegna e oggetto sociale (fornitura di sedi e personale a enti e soggetti privati, nonché gestione di convegni e progetti informatici, con facoltà di compiere operazioni immobiliari) ma, all’esterno, si presenta con una sigla anonima: la «T.L.F.», trasferita in via Peltechian. Non basta: cambiano anche i proprietari. Escono infatti sia l’avvocato Agresti (il candidato pro-Alemanno che però rastrellò solo 195 voti) sia il suo amico Laudadio, le cui quote, per un totale di 208 euro, vengono rilevate da Andrea Cavalieri, professionista quarantenne di Ladispoli. Restano invece al comando Todini e Cuomo, che però cedono la carica di amministratore unico a Giustino Alessandroni, imprenditore di 48 anni. Ed è proprio quest’ultimo, ieri sera, a prendere le distanze dal bilocale con le pareti rosse e le essenze profumate, da cui la «T.L.F.» trae reddito. «Noi con i trans, ovviamente, non c’entriamo! La nostra società aveva comprato l’appartamento ai fini di investimento e ora rischia gravi danni d’immagine». Una speculazione immobiliare sfortunata, insomma: in questa «maledetta» via Gradoli che, da decenni, racconta spezzoni di storia patria. Fabrizio Peronaci
fperonaci@corriere.it
L'articolo è sul Corriere della Sera - Cronaca di Roma, pagina 3
22 maggio 2010



Funerale senza morto: le ceneri non possono entrare in Chiesa

Corriere della Sera
Cremazione prima della messa e l'urna del defunto è dovuta restare fuori durante la funzione

malinteso a bologna

Funerale senza morto: le ceneri non possono entrare in Chiesa

BOLOGNA - Un funerale senza il morto, per un malinteso. Problema di tempi: la cremazione prima della messa. Il risultato sono stati i parenti in chiesa con il sacerdote per la messa mentre fuori - su un tavolino - è rimasta l'urna con le ceneri del defunto e una sua foto. Vietato entrare per lui: la cremazione era avvenuta prima del funerale, mentre le regole ecclesiastiche prevedono il funerale prima della cremazione, con la presenza del corpo; dopo, in chiesa le ceneri non possono entrare. È accaduto - riferisce l'edizione bolognese del Resto del Carlino - nella parrocchia di San Marino di Bentivoglio, in occasione delle esequie di un esule ungherese di 70 anni, Janos Willmann, che arrivò in Italia nel 1956 e che dopo la morte aveva disposto di essere seppellito in patria.

LO SGOMENTO DELLE FIGLIE - «Il parroco non ci aveva avvertito, assicurando che non ci sarebbero stati problemi, altrimenti avremmo celebrato il funerale prima della cremazione», hanno criticato le figlie del defunto. «Sono stati loro a non spiegarsi con me. Le regole sono queste», ha replicato don Saul Gardini, supportato dal vescovo ausiliare, mons.Ernesto Vecchi: «L'urna non poteva entrare in chiesa». Vecchi conosceva Willmann, che in gioventù fu tra i "ragazzi del cardinal Lercaro: «Siamo dispiaciuti per quanto accaduto, tra un mese celebreremo una messa di suffragio per lui». Ora le ceneri dell'uomo sono custodite nella sua abitazione; nei prossimi mesi saranno portate in Ungheria per essere seppellite nella tomba di famiglia.

Redazione online
22 maggio 2010

Manovra correttiva e invalidi civili

Corriere della Sera

Introdotto il limite reddituale quale condizione per l’erogazione dell’indennità di accompagnamento


MILANO

Anche per le indennità di accompagnamento verrà introdotto un limite reddituale. Queste le intenzioni espresse nella Manovra correttiva che il Governo presenterà a breve. Il limite reddituale personale dovrebbe essere di 25mila euro. Per gli invalidi coniugati oltre al limite personale c’è n’è uno “di coppia” pari a 38mila euro. Il nuovo limite riguarderà le indennità erogate dal 1 gennaio 2011. Nel caso si superino i 25mila euro sommando reddito e indennità, la provvidenza viene ridotta fino a limite reddituale. Esempio: un invalido percepisce 23 mila euro di reddito (o pensione di anzianità), il totale annuale di indennità sarebbe solo di 2 mila euro (contro i 5.760 attuali). È un passaggio epocale, perchè in tal modo anche l’indennità di accompagnamento, una provvidenza assistenziale, viene considerata, di fatto, reddito. Pertanto, in realtà, il vero limite reddituale per godere pienamente dell’indennità non è di 25mila euro, ma di 19.240 euro.

LE «VECCHIE INDENNITÀ»- Per le indennità di accompagnamento già in godimento, non è prevista la sospensione, ma nel caso di superamento di quei limiti reddituali, verrebbe sospesa la perequazione automatica annuale. Per dare un ordine di grandezza nel 2010 la perequazione dell’indennità rispetto all’anno precedente è stata di 18 euro mensili.

L’INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO: CHE COS’È? - L’indennità di accompagnamento è una provvidenza assistenziale introdotta nel 1980 a favore degli invalidi civili totali che non sono in grado di deambulare autonomamente o senza l’aiuto di un accompagnatore o non sono in grado di svolgere autonomamente gli atti quotidiani della vita. Fra le condizioni di esclusione: essere ricoverati in istituto a carico dello Stato o degli enti locali. Come detto, finora, non era previsto alcun limite reddituale poiché veniva considerata una indennità per servizi assistenziali che lo Stato non eroga.

REDDITO LORDO O NETTO? - Ma la domanda di fondo rimane quella che riguarda anche le altre prestazioni riservate agli invalidi civili: si considera il reddito netto o il reddito lordo? La risposta cela una dei veri e propri «misteri» della nostra burocrazia assistenziale.Un po’ di storia non guasta, per capire meglio.

L’ORIGINE - Agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordomuti vengono erogate delle provvidenze economiche rapportate al loro grado di invalidità. Uno degli elementi che determina la concessione è il limite reddituale. Prima di concedere o confermare pensioni, assegni o indennità di frequenza, viene quindi verificato il reddito personale annuo dell’interessato. Fanno eccezione le indennità di accompagnamento per ciechi e invalidi civili, l’indennità di comunicazione per i sordomuti e l’indennità per i ciechi ventesimisti, per le quali non è previsto alcun limite reddituale.
Ma a quale reddito si deve far riferimento? La normativa di riferimento per i limiti reddituali è l’articolo 14 septies della Legge 29 febbraio 1980, n. 33: “i limiti di reddito […], sono elevati a L. […] annui, calcolati agli effetti dell’IRPEF e rivalutabili annualmente secondo gli indici di valutazione delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria, rilevate dall’ISTAT agli effetti della scala mobile sui salari”. Sono possibili due ipotesi interpretative: considerare il reddito complessivo cioè tutti i redditi che non siano esenti per legge dal calcolo dell’IRPEF, oppure considerare il reddito imponibile ai fini IRPEF. La differenza ovviamente è sostanziale.

COMPLESSIVO E IMPONIBILE - Il reddito complessivo è la somma di tutti i redditi che non siano esenti da terreni, da fabbricati, dalla prima casa, da lavoro e assimilati, da impresa ecc. È il reddito totale su cui solo successivamente si calcola il reddito imponibile deducendo il reddito della prima casa, gli oneri deducibili (es. spese di assistenza handicap) e le deduzioni per la progressività dell’imposta. Nel reddito complessivo non è compreso il TFR, come pure altri redditi che sono sottoposti a tassazione separata.

Il reddito imponibile è invece quello su cui si applica l’aliquota IRPEF, cioè su cui si calcolano le “tasse” dovuto all’Erario. È la risultante della sottrazione dal reddito complessivo degli oneri deducibili (spese e deduzione per la progressività dell’imposizione) e del reddito della prima casa. Viene cioè considerato il reddito che rimane effettivamente disponibile al contribuente e su cui, quindi, si applica l’IRPEF in sede di denuncia dei redditi o di dichiarazione sostitutiva. L’imponibile IRPEF è rilevabile nell’Unico, nel 730, nel Cud.

PARERI E SENTENZE - Interpretando letteralmente la norma del 1980 è a questo reddito che ci si dovrebbe riferire. Di questo avviso anche il Consiglio di Stato (parere n. 2283 del 14.02.1990) che ha ribadito: “Il limite di reddito […] va determinato con riguardo ai redditi che concorrono a costituire la base imponibile ai fini dell’IRPEF”. Purtroppo però la prassi amministrativa (INPS e Ministero dell’Economia) ha assunto tutt’altra direzione assumendo quindi il reddito complessivo come riferimento per il limite di reddito. Una direzione diversa da quella prevista dal Legislatore.

L’abitazione è stata negli ultimi anni considerata come una necessità primaria dei cittadini, tanto da alleggerire su di questa la tassazione. Proprio per questi motivi il reddito da abitazione, come abbiamo detto sopra, va dichiarato nel reddito complessivo, ma non va considerato ai fini del reddito imponibile IRPEF. Questa considerazione non vale però quando si tratta di concedere delle provvidenze economiche agli invalidi civili.

LA LINEA DELL’INPS - Il Messaggio INPS 31976 del 21 settembre 2005, emanato in accordo con il Ministero dell’economia, ribadisce ciò che già applica da tempo e cioè che bisogna “considerare il reddito derivante dalla casa di abitazione ai fini dell’accesso al diritto a pensione di invalidità civile. Quanto sopra sulla base della considerazione della distinzione tra deducibilità dei redditi ai fini fiscali e computabilità degli stessi redditi ai fini previdenziali e sul presupposto che laddove il legislatore ha voluto escludere il reddito della casa di abitazione lo ha esplicitamente previsto”. Ma, come dovrebbe ben sapere l’INPS, la pensione di invalidità civile non è una prestazione previdenziale, ma assistenziale. E diventa quasi superfluo sottolineare che con questa interpretazione non vengono dedotte dal reddito nemmeno le spese di assistenza specifica sostenute proprio a causa della disabilità. Nella sostanza: le spese, ad esempio per la badante, vengono considerate ai fini delle deduzioni, ma non vengono contemplate ai fini della concessione delle provvidenze assistenziali per invalidi, ciechi e sordi. Non è invece superfluo sottolineare che questa prassi amministrativa, contro la quale ci auguriamo vengano intentati ricorsi, comporta l’esclusione dalla concessione delle provvidenze economiche di molte persone con disabilità. Esclusione che ora riguarderà significativamente anche i potenziali titolari dell’indennità di accompagnamento.

Carlo Giacobini
Direttore Handylex
22 maggio 2010

Crisi, la bozza della manovra Ticket e tagli ai manager

Corriere della Sera


AscoltaASCOLTA

Per le prestazioni specialistiche prelievo di 7,5 euro.
Stipendio ridotto del 10% per manager oltre i 75 mila €
Il piano/Stretta sugli invalidi, accompagnamento solo fino a 25 mila euro

Crisi, la bozza della manovra Ticket e tagli ai manager

Il documento

Sono ancora solo ipotesi. Ma a tre giorni dal varo della
manovra da 27,6 miliardi per il biennio 2010-2011, appaiono per la prima
volta nero su bianco. Sono 119 articoli, raccolti in 41 pagine, per un
decreto che conferma l’esigenza di grandi sacrifici, a cominciare già da
luglio con l’introduzione di un ticket sanitario sulle visite
specialistiche di 7,5 euro, per proseguire nel 2011 e nel 2012 con tagli
drastici alla spesa pubblica. Il testo, ancora in bozza, non risparmia
nessuno: congelamento dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego, da 4
a 2 «finestre» all’anno per andare in pensione di vecchiaia, limiti di
reddito per l’indennità di accompagnamento degli invalidi, tagli agli
stipendi di ministri, sottosegretari, dirigenti pubblici, consiglieri
degli enti, poi il blocco degli stipendi di magistrati, militari,
poliziotti, professori universitari. E, ancora, i tagli dell’8% alla
spesa dei ministeri, quelli a Regioni, Comuni e Province, la
soppressione di alcuni enti, come la nuovissima Difesa Spa, e
l’assoggettamento della Protezione Civile ai controlli ordinari. Misure
cui si aggiungono quelle del disegno di legge che accompagnerà il
decreto, con il giro di vite sull’evasione fiscale e i controlli sul
contante, la regolarizzazione degli immobili fantasma, la stretta sui
giochi illegali, che avrà riflesso anche sul gettito fiscale, il
riordino degli enti previdenza.
(Sul
giornale in edicola l'articolo che analizza la manovra punto per punto
)


Enrico Marro
Mario Sensini

22 maggio 2010



Il sex-shop islamicamente corretto

Nel Paese del Golfo una donna velata apre un negozio per coppie in crisi.

Vietato agli adolescenti, può fare acquisti soltanto chi è sposato.

La proprietaria si è fatta pubblicità su internet ma anche sugli schermi televisivi



 

La soluzione ai facili costumi e all’adulterio può essere una mutandina di pizzo. Ne è convinta Khadija Ahmed, la donna che ha inaugurato e che gestisce, rigorosamente velata, il primo e unico sex shop aperto in Bahrein. «Perché i coniugi vanno a cercare altrove le cose di cui hanno bisogno? Perché si instaura la routine - spiega la proprietaria di “Darkhadija”, (“la casa di Khadija”) -. Per questo il mio negozio vuole rendere un servizio alle coppie sposate, e soltanto a quelle, facendo sì che la loro vita sessuale sia più eccitante». La pioniera del mercato sexy in terra islamica ha avuto un’idea unica nei Paesi arabi del Golfo. Vestita con il tradizionale abaya, il velo scuro integrale, si muove tra biancheria di pizzo, creme, vibromassaggiatori e riviste. Tutto materiale «soft» rivolto ai coniugi in cerca di un diversivo che riaccenda la passione.

Nessuna violazione della legge musulmana, assicura Khadija: «Non c’è nulla nell’islam che vieti il piacere sessuale. Chiedete a qualunque religioso e ve lo confermerà». Il nuovo negozio ha avuto prima un lancio su Internet, con la vendita di oggetti sexy per corrispondenza. La merce arriva dagli Stati Uniti e dopo aver superato, non senza qualche difficoltà, le ispezioni della dogana, riempie gli scaffali della boutique piccante di Manama. L’imprenditrice del Bahrein si è anche fatta pubblicità nei talk show televisivi del suo Paese, ma si rivolge esclusivamente a un pubblico adulto: «Tratto solo con adulti dei due sessi e le donne sono in costante aumento - sottolinea -. Se si presentano curiosi e adolescenti non esito a mandarli via».

Forse è proprio sul web che l’intraprendente Khadija ha fiutato l’affare. Non le sarà sfuggito il successo avuto dal primo sex shop online dedicato ai musulmani, che ha aperto lo scorso marzo e ha avuto subito accessi record. «El Asira», che in arabo significa «la società», è la creazione di Abdelaziz Aouragh, un 29enne olandese di genitori marocchini. L’idea vincente e rivoluzionaria del suo sito è quella di un’offerta erotica che rispetti la sharia, la legge islamica. Anche sotto le coperte.

Lo store virtuale si rivolge alle coppie sposate e si presenta con una home page elegante. Uno sfondo in bianco e nero, due cuori, scritte in inglese e in arabo. Una linea centrale invita gli uomini a collegarsi cliccando sulla parte destra e le donne sulla parte sinistra. All’interno oli per i massaggi, lingerie e integratori naturali per stimolare il desiderio sessuale. L’alternativa ortodossa ai siti che, spiega il giovane, «si concentrano sulla pornografia e su un’idea stravagante dell’erotismo». E per questo sono proibiti dall’islam.

Sensualità e Corano sono tutt’altro che inconciliabili, basta superare i tabù con un po’ di fantasia. Lo ha fatto anche Joumana Haddad, scrittrice libanese tra le più importanti autrici arabe contemporanee. Nel 2008 ha preso una strada poco battuta, fondando la rivista Jasad (cioè, «corpo»). Scritta in lingua araba, la pubblicazione ha lo scopo dichiarato di «alzare il velo» dal corpo, considerato dalle religioni, non solo quella musulmana, l’oggetto e il soggetto del peccato. Si occupa di erotismo e di sessualità, di arte e letteratura e ha suscitato in Libano curiosità e ostilità. Anche se la cultura araba non è certo priva di testi erotici, dal Giardino profumato alle Mille e una notte.

Ma è proprio nel cuore spirituale dell’islam, alla Mecca, che nel 2000 è sbarcata la catena di sex shop targata Ann Summers. Il marchio inglese ha ottenuto 22 licenze per aprire negozi in Medio Oriente. Alla Mecca sono ammessi solo i musulmani, che ci vanno per pregare e raccogliersi in meditazione. Non proprio la piazza ideale per completini sexy e creme afrodisiache. Evidentemente però chi lavora nel settore la pensa diversamente e vuole sfruttare un mercato potenzialmente molto ricco. La biancheria intima non è vietata dalla religione, i giochi erotici all’interno della coppia e tra le mura domestiche sono permessi e gli indumenti in pelle non sono fatti con materiale ricavato dai maiali. Anche se nella città sacra a Maometto il sex shop deve limitarsi alla lingerie.



Spunta la tresca tra la miss e l’organizzatore

Dall’inchiesta sul concorso di Miss Italia del 2007 emergono messaggi "amorevoli" tra una concorrente e un responsabile che promette di "fare di più" per lei.

Gli inquirenti: "Dubbi sul televoto". Mirigliani: "Trasparenza totale". 

Zaia: "Porterò la kermesse in Veneto"



 

Parma

Fra le intercettazioni allegate all’inchiesta di Potenza su presunte irregolarità nelle procedure di selezione nel concorso di Miss Italia - inchiesta poi trasferita a Parma e qui archiviata - emergono situazioni discutibili, anche se non penalmente rilevanti. Come nel caso di un organizzatore del concorso (che non appartiene alla famiglia del patron Mirigliani) beccato mentre «flirta» con una concorrente. Agli atti c’è lo scambio di sms in pieno concorso 2007. Miss: «Sei un uomo fantastico ed è a te che devo tutta la mia gioia. Forse non troverò mai le parole sufficienti a ringraziarti per come solo tu riesci a farmi stare bene. Noi due una cosa unica, e un sogno che tra breve diventerà realtà.

Dormi bene, mio tesoro. A domani! Tua cucciola». Organizzatore: «Amore mio, quello che sto facendo in questo momento per renderti felice è niente rispetto a quello che ho in mente e che farò prossimamente». Miss: «Ciao amore mio, io sono persa per te e ti amo da impazzire. Non ti deluderò mai». Quando la miss supera la fase preliminare e relativa qualificazione, l’organizzatore si prende i meriti. O: «Amore sei contenta?». Miss: «Amore, tu non immagini la gioia che riempie il mio cuore... trabocca il mio amore per te».

Purtroppo la strada dell’amore e della finale è piena di insidie. L’aspirante miss esce di scena e ne chiede conto all’amante. Che abbozza spiegazioni e promesse di interventi riparatori presso i vertici Rai. La love story non è, ovviamente, argomento per l’autorità giudiziaria che invece certifica la regolarità del sistema dei «ripescaggi delle miss escluse» messa in dubbio da alcune inquietanti conversazioni nelle quali si parla di «inguacchio», e dove per altre vicende spunta fuori anche dell’attrice Simona Izzo, componente della giuria.

Il gip parmense che ha disposto l’archiviazione non si sofferma, invece, sul presunto taroccamento del televoto, così come evidenziato dalla polizia il 28 novembre 2007: «In relazione alle votazioni finali per l’assegnazione del titolo sono state registrate alcune conversazioni il cui tono e contenuto inducono a nutrire seri dubbi sulla liceità delle operazioni di selezione». E ancora, pagina 37: «Le intercettazioni disposte da codesta autorità giudiziaria (Potenza, ndr) hanno evidenziato l’esistenza di palesi contraddizioni proprio in riferimento alla cronologia del sopraggiungere dei risultati derivanti dal televoto».

In particolare, a leggere le trascrizioni, «sembrerebbe che prima ancora che il televoto si concludesse ed i relativi risultati fossero elaborati - continuano gli inquirenti - alcuni organizzatori della manifestazione (...) conoscevano il nome della vincitrice». La polizia mette una dietro l’altra le chiacchierate «incriminate» dopo che nel pomeriggio, a 8 ore dalla proclamazione delle vincitrice, al telefono si faceva già riferimento a miss Veneto. A mezzanotte e ventisei minuti due organizzatori «parlano delle concorrenti rimaste in lizza, indicando la numero 50 come la ragazza preferita dalla giuria e la numero 51 come quella in testa al televoto».

Un paio di minuti dopo, uno dei due interlocutori sollecita il collega ad aprire «’sto cazzo di televoto!». In risposta ottiene un allarmato diniego: «Ma, scusa, se non ci sono le ragazze come lo aprono? Come fanno?». Passa un minuto e l’organizzatore «viene contattato da tale Simona che chiede e ottiene conferma circa il fatto che la vincitrice è la concorrente 51 (miss Veneto, ndr) mentre per la 52 c’era solo il titolo di miss Miluna. Il (...) raccomanda ripetutamente Simona di non rendere ancora noti i risultati (“sì, ma ancora non si sa ohhh!?”) poiché le votazioni del televoto non si sono ancora concluse». Il capitolo «televoto» finisce con l’sms delle ore 00.52 inviato dall’organizzatore intercettato a Luca Zaia, vicepresidente della Regione che ha appena espresso miss Italia: «Sei contento?».

Intanto, Patrizia Mirigliani, organizzatrice di Miss Italia, dopo aver letto il Giornale ha precisato che «non esiste nessuno scandalo, nessuna raccomandazione, nessun favoritismo, questo è il concorso della regolarità e del rispetto! Perché si vuol sporcare l’immagine di una manifestazione che in oltre 70 anni ha dimostrato la sua totale trasparenza e la massima pulizia, parlando di scandali inesistenti, raccomandazioni che non ci sono e creando dubbi intorno al concorso? Cui prodest?».



A tredici anni sul tetto del mondo, è record

Corriere della Sera
A NOVE ANNI AVEVA GIà SCALATO IL Kilimanjaro
L'americano Jordan Romero ha scalato l'Everest col padre, la compagna del padre e 3 sherpa



WASHINGTON -A soli tredici anni sul tetto del mondo. L'americano Jordan Romero, raggiunge la vetta dell'Everest e cancella il precedente record del nepalese Temba Sheri, 16 anni, diventando dunque il più giovane alpinista ad aver scalato la montagna più alta del mondo.

TELEFONATA -
Secondo il sito della tv ABC, il ragazzino, che all'età di nove anni aveva già scalato il Kilimanjaro, ha chiamato dal telefono satellitare sulla vetta della montagna, a 8.850 metri d'altezza. Romero, di Big Bear in California, ha scalato l'Everest con il padre, la compagna di suo padre e tre sherpa, dal versante cinese.

Redazione online
22 maggio 2010



Busi show: finge di dimettersi dopo l’esclusione

di Gian Maria De Francesco

BOTTA E RISPOSTA Lettera della giornalista: «Mollo l’edizione delle 20».

E Minzo: «Ci avevo già pensato io»


Roma

«Me ne vado!». «Ma dove vai? Sono io che ti ho destinato ad altro incarico». Sembrerebbe una normale querelle tra un impiegato e il capufficio, se non si trattasse dell’ultima puntata della telenovela che contrappone l’inviata pasionaria del Tg1, Maria Luisa Busi, al suo direttore, Augusto Minzolini. Lei annuncia la rinuncia dopo 18 anni al ruolo di primadonna e lo accusa di pilotare il giornale alla catastrofe. Lui la smentisce: stava per essere sostituita e ha fatto una sceneggiata.

Ieri, la soap opera più seguita dalle comari pettegole del mondo dei media (ovviamente dopo «Beautiful» Annozero) si è arricchita di un nuovo colpo di scena. La bacheca di redazione del Tg1 è stata foderata dalle quattro cartelle dense di pathos con le quali la conduttrice annunciava l’addio dall’edizione principale. «Caro direttore, ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice del Tg1 delle 20, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo mio compito senza pregiudizio per le mie convinzioni», esordisce la lettera inviata a Minzolini e ai vertici Rai.

Poi i toni si fanno più melodrammatici. «Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità». Che, tradotto per il volgo comune, suona più o meno come «Caro direttore, non sei capace di fare il tuo mestiere». La Busi avrebbe potuto finire qui, ma ha proseguito con un almanacco illustrato del buon giornalismo (secondo se medesima). «Questo era il giornale delle culture diverse, delle idee diverse» e invece oggi «l’informazione del Tg1 è parziale e di parte».
Poi via alla retorica. «Dov’è il Paese reale?», domanda l’anchorwoman.

«Dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Dove sono i giovani con un futuro peggiore dei padri? Che fine hanno fatto le centinaia di aziende che chiudono?». Domande buone per una campagna elettorale del Pd o dell’Idv. Perché, racconta la Busi, «io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica, ma nel Tg1 delle 20 diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta con il loro grande progetto di digitalizzazione della scuola».

In cauda venenum. Dopo l’angolo «Signora mia», la conduttrice cita Gianfranco Fini e afferma che «dissentire non è tradire». Si scaglia contro il richiamo ricevuto dal direttore per un’intervista a Repubblica nella quale ne censurava l’operato. Infine, giacché le «schiene dritte» di professione non possono non attaccare l’avversario, si imputa a Minzolini il fatto di non averla protetta dalla «violenta campagna diffamatoria del Giornale, Libero e Panorama», rei di averne criticato la produttività.

Tutto qui? Nient’affatto. «Non condivido nemmeno una riga della sua lettera: il mio telegiornale non è mai stato di parte», replica Augusto Minzolini. Il tg dell’ammiraglia Rai sta per rinnovare sigla, studio e sito Internet e, in quest’ambito, il direttore aveva già «ragionato» con l’ufficio del personale Rai della possibilità di spostare la Busi all’edizione delle 13. «Ne avevo accennato, ma in maniera solo ipotetica con alcuni miei stretti collaboratori. Evidentemente la voce sarà arrivata anche a lei», conclude ironicamente il direttore.

Del solito caravanserraglio piddino-dipietrista si può anche tacere, visto lo scontro tra Titani in atto. La «massima attenzione» invocata dal presidente Rai Garimberti e la «riflessione» avviata dalla rappresentanza sindacale del Tg1 lasciano trasparire che, al di là dell’estemporanea commozione, pochi in realtà siano pronti a stracciarsi le vesti.


No all'asilo politico: lei si cuce le labbra Al Cie la protesta estrema di un'immigrata

Corriere di Bologna

E un uomo rinchiuso nello stesso centro di identificazione si è gettato da un piano ammezzato tentando di fuggire

Il Cie di via Mattei a Bologna

Il Cie di via Mattei a Bologna


Si è cucita le labbra con ago e filo. È un'immigrata del Centro di identificazione ed espulsione (l'ex Cpt) di Bologna e l'ha fatto - ieri sera - per protestare contro il rigetto della sua richiesta di asilo politico.

LA PROTESTA - La donna - una magrebina di 34 anni, clandestina in Italia da quattro anni - ha ancora la bocca cucita. Si è data qualche punto sulle labbra: riesce a parlare e a bere. Ieri sera - fanno sapere dal Cie - appena scoperto cosa aveva fatto la donna è stata soccorsa, trasportata in ospedale e sottoposta anche a valutazione psichiatrica. È risultata pienamente capace di intendere e di volere quindi, visto che lei ha continuato a rifiutare le cure, i medici non hanno potuto toglierle i punti, perché si sarebbe trattato di violazione della sua volontà. La magrebina è stata quindi ricondotta in via Mattei dove è assistita da personale medico, dal servizio di sostegno psicologico interno e da mediatori culturali. Lei però chiede solo una cosa: parlare con il magistrato. E la sua richiesta è stata sottoposta all’ Ufficio immigrazione.

LA DIRETTRICE DEL CIE - «Tutti sono liberi di protestare - dice della direttrice del Cie, Annamaria Lombardo - ma stiamo cercando di convincere questa donna a intraprendere altre strade. Per esempio, il ricorso rispetto al rigetto della sua domanda di asilo».

TENTATIVO DI FUGA - Il caso della maghrebina non è l'unico a mettere alla prova il Cie in questi giorni. Proprio oggi un uomo rinchiuso nella struttura, sottoposto nei giorni scorsi a visita psichiatrica, mentre si trovava in una struttura ospedaliera per essere valutato da una equipe medica, si è gettato dal piano ammezzato nel tentativo di fuggire. È ricoverato per una frattura a una tibia. Nell'incidente, due agenti sono rimasti contusi.


21 maggio 2010



L’ultima su Briatore: contrabbandiere La Spezia, sotto sequestro lo yacht

Avrebbe evaso le imposte su imbarcazione e carburante. Ma lui ribatte: "Situazione paradossale che si risolverà"

 
In cattive acque. Accusato di contrabbando doganale. Non è la prima volta, intendiamoci, che Flavio Briatore, l'uomo che da sempre incarna la Mondanità e la Bella Vita nell'immaginario collettivo, si trova in cattive acque. La sua vita di intraprendente sessantenne è costellata di burrasche, scuffiate, vittorie a vele spiegate, naufragi, ma anche di scialuppe di salvataggio d'oro zecchino su cui è riuscito a salire con invidiabile tempismo. Così non sorprende più di tanto che ad incagliarsi nei fondali della giustizia sia stato questa volta il suo mega yacht, il «Force Blue», sequestrato dalla Guardia di Finanza al largo della Spezia e fatto attraccare, sotto stretta sorveglianza, a Porto Lotti, ovvero la baia prediletta dai vip, nel Golfo di Lerici.

Il reato di contrabbando, contestatogli dal pm Cotugno ed emesso dal gip di Genova Baldini, si configura per un'evasione dell'Iva pari a quattro milioni di euro. Da sommarsi all'evasione delle imposte sui carburanti (700mila litri di gasolio da quando la situazione è monitorata), per un ammontare di circa 550mila euro di accise e 250mila euro di Iva.
La matassa è piuttosto ingarbugliata per colpa di una bandiera di Cayman, quella che lo yacht batte, e di documenti scritti un po' in tutte le lingue. Tuttavia, mettendo insieme un tassello dopo l'altro, gli investigatori, che hanno lavorato all'operazione «No boat, no crime», sono arrivati al provvedimento in questione spiegando che il reato di contrabbando viene contestato perché un cittadino comunitario, come Briatore, non può utilizzare un'imbarcazione immatricolata all'estero in territorio Ue se prima non ha provveduto a pagare l'Iva.

Dato che il valore approssimativo del «Force Blue» è di almeno 20 milioni di euro (ma la cifra è approssimata per difetto), l'Iva evasa si aggirerebbe sui 4 milioni. Quanto al pieno del «barcone», la legge comunitaria prevede che gli yacht immatricolati all'estero possano fare carburante senza pagare l'accisa a condizione che entro le otto ore dal rifornimento siano fuori dalle acque territoriali comunitarie, provvedimento che il «Force Blue» non avrebbe rispettato in tutte le sue frequenti escursioni italiane. Secondo Briatore l’imbarcazione però «è stata regolarmente presa in affitto da me, come d’altra parte in passato hanno fatto tante altre persone.

Si tratta di una vicenda paradossale, che sono convinto si risolverà molto presto» si dice sicuro Briatore - il sequestro però si poteva evitare senza forzare una madre e un bambino di due mesi a lasciare bruscamente l’imbarcazione». Al momento del sequestro infatti sul «Force Blu» c'erano la moglie di Briatore, Elisabetta Gregoraci, e il figlio della coppia, Falco Nathan. In ogni caso se è vero come è vero che su un sito Internet il «Force Blue» viene pubblicizzato per viaggi charter al costo di 245mila euro alla settimana nel Mediterraneo in alta stagione e 235mila euro nella bassa, è altrettanto vero che la Autumn Sailing Limited, la società con sede nelle Isole Vergini ufficialmente proprietaria, ha affittato solo e sempre lo yacht a Briatore. Perciò i medesimi reati sono stati contestati ai titolari della Autumn, Maria Pia De Fusco e Ferdinando Antonio Tarquini, risultati a tutti gli effetti, soci del chiacchierato guru della Formula uno.

Il «Force Blue» è uno yacht oceanico lungo 62,33 metri e largo 11,38, può ospitare dodici persone, ha cabine per 17 membri di equipaggio, e può raggiungere 17 nodi di velocità massima. Tra i comfort di bordo: una sala cinema con tv al plasma da 60 pollici, una sala riunioni, parrucchiere, una palestra con un centro Spa (bagno turco, idromassaggio, sauna, stanza per i massaggi e bagno di fanghi).



Incidente aereo a Mangalore: 158 morti, in 8 sopravvivono

Corriere della Sera
Il velivolo proveniente da Dubai sarebbe uscito di pista all'atterraggio, prendendo poi fuoco

Video

MILANO

Grave incidente aereo nell'India meridionale. Un aereo passeggeri dell'Air India, in volo da Dubai e con 166 persone a bordo, si è schiantato in fase di atterraggio all'aeroporto di Mangalore. Il velivolo in fiamme ha oltrepassato la pista, attraversato una barriera e colpito un muro, prima di interrompere la sua corsa sull'erba delle colline circostanti. «È una terribile catastrofe», ha detto il ministro dei Trasporti, VS Acharya, alla tv. Almeno otto persone sono sopravvissute all'incidente, secondo quanto reso noto la compagnia aerea.

Incidente aereo in India

SCARSA VISIBILITÀ - Le immagini della televisione indiana hanno mostrato tre sopravvissuti, fra cui un bambino: in precedenza fonti della polizia avevano affermato che tutte le persone a bordo dell’apparecchio erano decedute. Al momento dell’incidente - le 6 del mattino ora locale - la visibilità sull’aeroporto sarebbe stata molto bassa. In questi giorni il sud del Paese è interessato infatti dall'arrivo del monsone estivo. Al momento dell'atterraggio c'era maltempo e molta foschia. Le autorità hanno però precisato che l'aeroporto internazionale della città, inaugurato solo da pochi giorni, è dotato di strumentazioni moderne. Intanto si è appreso che «molte delle vittime sono emigrati dello stato del Kerala», come ha detto una fonte locale a una rete tv.

Redazione online
22 maggio 2010

Il Pd scarica Michele: «Da mesi trattava l’addio non l’ha cacciato la Rai»

di Laura Cesaretti

INFURIATI La platea dei tesserati: «Ha sempre portato più voti a Berlusconi che a noi»

Roma

«Ingrato», e pure «avido», e con un «ego smisurato», e «una faccia tosta degna di Berlusconi».
Dal podio dell’assemblea nazionale del Pd, alla Fiera di Roma, Pier Luigi Bersani difende Michele Santoro, che giusto la sera prima aveva tuonato dagli schermi di Annozero contro «quei cialtroni» del suo partito. Michele è un «grande conduttore», dice il segretario del Pd, e la Rai «è un’azienda strabiliante, disposta a spendere perché se ne vada». È come, ragiona Bersani, «se l’Inter spendesse milioni per mandare via Balotelli». In platea, però, il «masaniello» di Annozero sta sulle scatole a tutti, o quasi. E sono tutti inviperiti per quella sua intemerata contro chi «ha sputato sangue per difenderlo e ridargli una trasmissione come voleva lui, ben sapendo che poi l’avrebbe usata per attaccarci come ha sempre fatto: Santoro ha sempre portato molti più voti a Berlusconi che a noi, questo è chiaro», come dice un membro Pd della commissione di Vigilanza sulla Rai.

Inviperiti anche perché «la versione che ha dato è falsa», come assicurano in molti tra i ben informati. Persino Rosy Bindi non se la sente di difenderlo: «Stavolta se ne è voluto andare lui, nessuno lo ha cacciato». Eviti di fare il martire, dunque. Uno dei dirigenti più addentro ai meandri della Rai racconta: «Michele già da mesi si era reso conto che Annozero era un format di grande successo ma destinato al declino. E aveva cominciato a pensare di liberarsene, e di inventarsi qualcosa di nuovo. Il suo sogno è diventare il Michael Moore italiano». Così ha iniziato le trattative col direttore generale Masi, e un paio di mesi fa ne ha informato i membri Pd del Cda, Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo.

Entrambi gli hanno manifestato il proprio disaccordo: «Dopo tutto il casino che abbiamo fatto per farti rientrare in Rai non puoi andartene così. Resta almeno per un’altra stagione», è stato il senso del loro ragionamento. Risposta di Santoro: «Voglio sentirmelo dire dal partito». Dopotutto, il Pd (all’epoca si trattava dei Ds) è stato anche il «suo» partito, quello che lo candidò in pompa magna a Strasburgo consegnandogli un seggio da eurodeputato che però lo annoiò presto. «E allora Michele fece il diavolo a quattro bussando a tutte le nostre porte per tornare a lavorare alla Rai», ricorda l’esponente Pd. Che insinua: «Ho l’impressione, confermata dal tam tam Rai, che Santoro voglia riaprire la trattativa, perché l’accordo concluso con Masi lo obbliga a non fare concorrenza alla Rai per due anni. E lui vuole avere le mani libere».

L’abboccamento con Bersani ci fu, dietro le quinte di una puntata di Annozero. E anche il segretario del Pd ha cercato di dissuaderlo dall’abbandono. Lo stesso hanno fatto l’ex ministro Paolo Gentiloni, e gli altri big che Santoro ha interpellato. Anche Walter Veltroni? «Io no, non lo ho incontrato e con me non ha certo discusso di questa storia», taglia corto l’ex leader. Che con Santoro, all’epoca della sua militanza Ds fervente dalemiano, non ha mai avuto un gran feeling.

Non è vero, dunque, che il Pd abbia avallato la trattativa con Masi per la buonuscita. La sua sparata contro il centrosinistra, secondo il dalemiano Matteo Orfini, «era un tentativo per recuperare immagine: si è reso conto che una liquidazione di quell’entità non aiutava la sua popolarità, e che era difficile giustificarla coi soprusi ricevuti». Annuisce Carlo Rognoni, ex Cda Rai: «Non si aspettava di essere massacrato così dai suoi seguaci, e ha cercato di spostare l’attenzione». Poi annota, da «tecnico» della materia: «Certo con la sparata dell’altra sera sembrava proprio uno che con la Rai vuole tagliare tutti i ponti». Aggiunge Vincenzo Vita, veltroniano con vasta esperienza di Rai e amico di Santoro: «Forse c’è qualcosa che Michele non ci ha detto: nel Pd tutti lo abbiamo sempre difeso, anche chi non condivideva affatto la sua linea. E Masi non avrebbe mai potuto cacciarlo: quindi è lui che se ne è voluto andare. Perché?».


Spaccio di coca, denunciato il figlio 17enne di Ilona Staller

Quotidianonet

Il ragazzo era stato notato la sera alcuni giorni fa in compagnia di altri due giovani mentre cedeva alcune dosi di 'polvere bianca' a Roma.
L'avvocato di 'Cicciolina': diffusi dati del minore, violato il diritto alla riservatezza

Roma, 21 aprile 2010

Denunciato il figlio di 17 anni di Ilona Staller per spaccio di sostanze stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Il ragazzo era stato notato la sera del 18 maggio in compagnia di altri due giovani mentre cedeva alcune dosi di cocaina in via Cassia. Alla vista della pattuglia dei carabinieri del nucleo radio mobile della compagnia Cassia il figlio della pornostar è fuggito. Ma poco dopo i militari lo hanno rintracciato proprio nella sua abitazione.

L’accusa di resistenza è dovuta al fatto che il giovane si è opposto con forza alla perquisizione da parte dei carabinieri dell’appartamento dove vive con la madre, la pornostar nota come Cicciolina che fu eletta nel 1987 alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Radicale. Anche Ilona Staller e’ stata segnalata alla procura di Roma con l’accusa di aver impedito "l’operato dei carabinieri" arrivati nella sua abitazione per effettuare una perquisizione.

In merito alla seconda accusa però l'avvocato della pornostar, Luca Di Carlo, puntualizza: "I carabinieri non potevano procedere a perquisizione all’interno dell’abitazione privata di Ilona Staller perché non c’era il decreto del magistrato e non c’era la fragranza di reato. Tanto è vero che non hanno di fatto proceduto alla perquisizione e vi è da ritenere che gli stessi militari operanti abbiano valutato di non poterlo fare".

Inoltre per il legale "sono state rilasciate e diffuse notizie e dati identificativi del minore in violazione del diritto alla riservatezza. Quanto accaduto è gravissimo, in nome e per conto di Cicciolina, agirò presso le competenti magistrature per la tutela di tutti i diritti inviolabili del figlio minore".