mercoledì 26 maggio 2010

Napoli, falso cieco legge il giornale: condannato a 8 mesi

Quotidianonet

Ma la pena è stata sospesa.
E' stato ripreso mentre conduceva una vita del tutto normale: oltre a informarsi,  spingeva il passeggino del figlio, correva dietro ai bus

Video

Napoli, 26 maggio 2010

Un finto cieco, Mario Graziano, di 47 anni è stato arrestato a Napoli dalla polizia. Graziano è stato pedinato e ripreso per giorni dalla polizia giudiziaria che ieri mattina lo ha ammanettato. E oggi giudice monocratico di Napoli Maria Aschettino lo ha condannato a otto mesi di carcere, con sospensione della pena, essendo stato ritenuto responsabile di truffa aggravata ai danni dell’azienda ospedaliera della facoltà di Medicina e Chirurgia di Napoli. 

L’indagine è nata a seguito di una denuncia presentata in Procura in base alla quale si diceva che Graziano godesse di un trattamento pensionistico per cecità assolutamente ingiustificato rispetto alle sue “effettive condizioni di salute -spiegano in Procura- che gli consentivano di svolgere una vita regolare e praticamente normale”. 

Durante i pedinamenti e le videoriprese Graziano è stato visto mentre leggeva il giornale, mentre spingeva il carrozzino del figlioletto nel traffico oppure, addirittura una volta mentre a piedi inseguiva un autobus. Graziano avrebbe percepito illegalmente un’indennità di accompagnamento in qualità di persona con assistenza continuativa globale e permanente la somma di circa 100 mila euro.

Graziano non solo avrebbe percepito illegalmente la pensione di invalidità civile ma “era solito allontanarsi ingiustificatamente -spiegano in procura- dal luogo di lavoro per recarsi ad effettuare terapie fisioterapiche private ovvero per conto di una struttura privata convenzionata facendosi timbrare il cartellino”.





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Israele, Frattini: "Da Coop e Conad razzismo"

di Redazione

La Farnesina critica la decisione di Coop e Conad di sospendere la vendita di alcuni prodotti ortofrutticoli provenienti dai Territori palestinesi occupati: "Introduce nella dinamica del mercato un elemento di razzismo pericoloso".

Interrogazione bipartisan alla Camera


Roma

Un’iniziativa che "introduce nella dinamica del mercato un elemento di razzismo estremamente pericoloso". Così il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha commentato da Washington la decisione di Coop e Conad di sospendere la vendita di alcuni prodotti ortofrutticoli provenienti dai Territori palestinesi occupati.

La critica di Frattini Si tratta, ha proseguito il titolare della Farnesina, di una "iniziativa pericolosa e affrettata" che "accomuna questioni politiche ed economiche e danneggia lo sviluppo dell’intera area". E ha aggiunto: "Scegliere un prodotto sulla base della provenienza e non della qualità rischia di innescare dinamiche di tipo razzista", a maggiore ragione in questo caso, "in cui la questione viene fatta con riferimento ai prodotti israeliani, perché sono ebrei". Tra l’altro, ha sottolineato Frattini, "nei Territori occupati lavorano decine di migliaia di palestinesi, quindi questa iniziativa può incidere sull’economia dei Territori che dà lavoro ai palestinesi". Secondo il titolare della Farnesina, bisogna piuttosto "continuare a rafforzare l’impegno per la pace".

Interrogazione bipartisan alla Camera Un’interrogazione è stata presentata alla Camera da Fiamma Nirenstein e Andrea Orsini del Pdl e sottoscritta anche dai deputati Paolo Corsini e Pierangelo Ferrari del Pd. Dopo aver sottolineato che "tale scelta si basa su un pregiudizio ideologico verso lo stato di Israele, uno stato amico ed alleato dell’Italia, una delle poche democrazie compiute del Medio Oriente", i parlamentari affermano che "questi atteggiamenti ricordano in modo inquietante il boicottaggio dei negozi ebraici posto in atto da alcune dittature negli anni Trenta in Europa". Nell’interrogazione si chiede quindi al governo di "prendere posizione in ordine a tale scelta, che fra l’altro penalizza gravemente i consumatori italiani, pur nel rispetto della libertà di impresa, doveroso in una nazione ad economia di mercato" e di valutare se il comportamento delle due catene della grande distribuzione non violi "le norme contro le discriminazioni razziali, politiche o religiose previste dal nostro ordinamento".





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Apple nel mirino dell'antitrust Usa"

La Stampa

Avrebbe invitato le etichette discografiche a non cedere i diritti di alcune canzoni a Amazon
NEW YORK


A breve Apple potrebbe trovarsi nei guai. Il Dipartimento di Giustizia statunitense starebbe infatti valutando le strategie del gigante di Cupertino nella vendita di musica online e inviando ispettori a parlare con le maggiori case discografiche.

Secondo quanto riporta il New York Times - citando alcune fonti che hanno chiesto di mantenere l'anonimato - le indagini puntano ad accertare se Apple, in base alle recenti accuse, abbia utilizzato la propria posizione dominante per persuadere le case discografiche a non cedere i diritti su alcune canzoni in uscita a società concorrenti, quali Amazon. L’indagine sarebbe - aggiunge il New York Times - in fase preliminare.

Lo scorso marzo il magazine Billabord ha pubblicato la notizia secondo cui Amazon.com ha chiesto ad alcune case discografiche di concederle i diritti per la promozione di alcune canzoni il giorno prima del loro lancio ufficiale. In cambio avrebbe incluso i pezzi nella promozione "MP3 Daily Deal". Alcuni rappresentanti di iTunes, la libreria musicale di Apple, avrebbero però invitato le case discografiche a non aderire e punito quelle che non avrebbero reagito immediatamente all’invito facendo mancare alle canzoni l’appoggio di marketing di iTunes.

La Apple è coivolta in un'altra indagine, scaturita dalle accuse di Adobe System, sviluppatore del diffuso formato video Flash,  secondo cui l'azienda di Steve Jobs tenterebbe di "ostracizzare" il player Adobe. Anche questa inchiesta è comunque nelle fasi preliminari.

Apple è il primo distributore di musica on line negli Stati Uniti con il 69% del mercato. Amazon è seconda con l’8%. A livello mondiale il gigante di Cupertino è il maggiore rivenditore di musica, coprendo un segmento di mercato pari al 26,7%.




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Violenza sessuale: lo Stato pagherà se non ci penserà il colpevole

La Stampa

Il tribunale civile di Torino
ha condannato la Presidenza
del consiglio dei ministri a versare
90 mila euro a una giovanissima studentessa piemontese

Lo Stato italiano deve risarcire le vittime di violenza sessuale (e di altri reati contro la persona) se il colpevole, per varie ragioni, non lo fa. È questo il senso di una sentenza con cui il tribunale civile di Torino ha condannato la Presidenza del consiglio dei ministri a versare 90 mila euro a una giovanissima studentessa piemontese che nel 2005 venne aggredita da due stranieri.

Il giudice, Roberta Dotta, ha accolto la richiesta presentata dagli avvocati dello studio legale Ambrosio e Commodo, i quali non hanno fatto altro che ricordare come lo Stato italiano, unico caso in Europa insieme alla Grecia, non si sia ancora allineato a una direttiva comunitaria del 2004: «Bisogna prevedere - è la tesi - un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nel territorio da persone di qualsiasi nazionalità». «L’Italia - commenta Renato Ambrosio - è inadempiente da molti anni. Grazie a questa sentenza, che giunge al termine di una causa pilota, adesso dovrà provvedere».

I due imputati della violenza, entrambi stranieri, erano stati condannati in via definitiva, al termine del processo penale, a dieci anni e quattro mesi di reclusione, ma non avevano indennizzato la parte civile: non solo non avevano le risorse economiche, ma durante il giudizio di primo grado si erano resi latitanti (rintracciati all’estero, ora sono stati arrestati)





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Scienza del fiore e gattologia Sono 470 le lauree eliminate

Corriere della Sera
ROMA — Ricordate il corso di laurea in «Scienze del fiore e del verde» o quell’altro corso incentrato sul «Benessere del cane e del gatto»? I ragazzi non li troveranno più nell’offerta formativa delle nostre università. Sono stati cancellati, insieme a tanti altri caratterizzati da un’identica assoluta stravaganza, in un’operazione di pulizia condotta con estremo vigore dai rettori dei nostri atenei statali. Risultato: oltre 470 lauree, tra brevi e specialistiche, cancellate in due anni accademici, dal 2007. Un lavoro di potatura su cui erano pochi a scommettere, reso inevitabile dalle difficoltà economiche e dall’assoluta irrazionalità di certe proposte di laurea, peraltro bocciate dagli stessi studenti con un basso numero di immatricolazione.

Stessa sorte è toccata al corso di laurea sul «Turismo alpino», sulla «Cultura della Sardegna», sui «Beni enogastronomici», sulla «Teoria e prassi della traduzione », sull’«Enogastronomia mediterranea» o le «Tecniche erboristiche». La forbice dei rettori ha potato anche corsi di laurea seri, come Ingegneria per capirsi, che non disponevano di quei requisiti minimi (prof, strutture e numero degli iscritti) per giustificare la spesa. Sono stati fatti centinaia di accorpamenti. In estrema sintesi si sono salvati i corsi che rappresentano il core business dell’ateneo e quelle a ciclo unico (Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Farmacia, Chimica, Architettura, Ingegneria edile e Giurisprudenza), corsi di 5 o 6 anni che aprono le porte di professioni regolamentate.

In tre anni i corsi di laurea sono diminuiti del 9 per cento, passando da 5.460 (anno accademico 2007-2008) agli attuali 4.986. Secondo i dati del Consiglio universitario nazionale (Cun) le lauree di primo livello che tre anni fa erano 2782 oggi sono ridotte a 2411 (13,3 per cento in meno), quelle specialistiche sono passate da 2401 a 2304 (4 per cento in meno). «La riduzione ha riguardato soprattutto le lauree triennali - ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente Cun -. E’ stata realizzata per offrire ai giovani un percorso di studio di base più completo e meno frammentato rispetto alla situazione precedente».

La cura dimagrante più severa è avvenuta negli atenei dell’Italia settentrionale: 53 nelle università del Nord-Ovest e 87 in quelle del Nord Est. Ammontano a 139 i corsi di laurea soppressi negli atenei del Centro. I tagli più significativi, in termini assoluti, sono stati fatti da «La Sapienza» di Roma. Sono 108 i corsi eliminati negli atenei del Sud e 87 quelli nelle isole dove però i corsi sono decisamente sotto la media nazionale.

A. Ba.
26 maggio 2010





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In Italia due milioni di giovani non lavorano e non studiano

Corriere della Sera
Il 15% delle famiglie in crisi economica: una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa.


ROMA


Nullafacenti, loro malgrado. Tirano sera con poche speranze: l'Italia ha il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, il nostro paese, ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale presentato alla Camera. Questi giovani sono coinvolti nell'area dell'inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l'occupazione.

15% DELLE FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI DISAGIO ECONOMICO - Oltre il 15% delle famiglie vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno; una su tre non riesce a sostenere spese impreviste, quasi una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, mentre ci si indebita sempre più. La crisi, tuttavia - viene evidenziato nel rapporto - ha colpito le famiglie che già stavano peggio, tanto che la maggior parte (il 60%) di quelle in condizioni di disagio economico lo era già nel 2008.

Da un lato, infatti, la percentuale delle cosiddette famiglie "deprivate" risulta essere nel 2009 pari al 15,3%, un valore sintetico sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente. Ma scorrendo le singoli voci di disagio, tra il 2008 e il 2009 si nota come sia cresciuto il numero delle famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (passate dal 32% al 33,4% nella media nazionale), quelle in arretrato col pagamento di debiti diversi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (salite dal 14,8% al 16,4%). Allo stesso modo sale al 40,6% (dal 39,4% del 2008) la quota di famiglie per cui una settimana di ferie in un anno lontano da casa è solo un miraggio. Ma non manca neppure chi, allo stremo, dichiara di non aver avuto avuto almeno una volta nel corso dell'anno soldi per acquistare cibo: la media risulta pari al 5,7% (dal 5,8% del 2008) ma al nord si sale dal 4,4% al 5,3%.

E ancora: cala leggermente la quota di famiglie che non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (10,7% dall'11,2% del 2008), benchè - viene rilevato - i prezzi al consumo del gas e dei combustibili liquidi siano diminuiti rispettivamente dell'1,5% e del 20%. Si riduce anche la percentuale di famiglie che riferisce di essere in arretrato con il pagamento del mutuo (dal 7,6% al 6,4%) e con il pagamento dell'affitto (dal 14% al 12,5% del totale in affitto).

FONTI RINNOVABILI CRESCIUTE DEL 20% - Nel rapporto, a ben cercare, qualche dato positivo c'è: a cominciare dagli impieghi di fonti rinnovabili che sono cresciuti del 20,5 per cento nel 2009, soprattutto per il maggiore utilizzo di legna e biodiesel. Tuttavia, secondo lo studio, l'Italia si colloca nel 2007 sotto la media europea (15,6 per cento) per quanto riguarda l'apporto delle rinnovabili alla generazione di energia elettrica. Tra le eco-energie cresce l'apporto dell'idroelettrico (+3,4 per cento nel 2009). Del resto, rileva l'Istat, la domanda di elettricità, pari nel 2009 a 317,6 miliardi di Kwh, è diminuita del 6,5 per cento rispetto all'anno precedente; «una riduzione - evidenzia l'indagine - senza precedenti dal 1949, quando si registrò una diminuzione dell'8,2 per cento. La produzione nazionale copre l'86 per cento del fabbisogno elettrico complessivo, le importazioni nette il restante 14 per cento (in crescita dell'11 per cento rispetto al 2008).

GAS SERRA IN CALO PER EFFETTO DELLA CRISI - Le emissioni di gas serra dell'Italia continuano a diminuire, soprattutto per effetto della crisi economica (-2 per cento nel 2008, e -9 per cento nel 2009). Lo afferma il Rapporto Istat, secondo il quale tuttavia «è ancora lontano il conseguimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto (-6,5% per cento rispetto ai valori del 1990 entro il 2012) e della strategia europea integrata su energia e cambiamenti climatici (-30 per cento e -85 per cento rispettivamente al 2020 e al 2050)». In Italia che è al secondo posto in Europa per tasso di motorizzazione delle automobili, con circa 600 autovetture ogni mille abitanti, si registra, osserva il Rapporto, una crescente diffusione di automobili a emissioni più contenute, grazie soprattutto alle politiche di incentivazione della domanda di vetture nuove.


26 maggio 2010





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L'Innominato ha un nome: Alessandro Manzoni

Avvenire

«L'Innominato sono io». Parola di Alessandro Manzoni. La rivelazione, inedita, è stata lanciata dall’italianista Ezio Raimondi nel corso delle Giornate dell’Osservanza organizzate a Bologna per ricordare il centenario della conversione dell’autore dei Promessi sposi avvenuta nel 1810. Un’occasione per affrontare il tema della metanoia e della conversione sia sotto il profilo filosofico (Massimo Cacciari) e linguistico (il rettore dell’Università Ivano Dionigi).

Raimondi ha ricordato che Manzoni non amava parlare della sua caduta da cavallo avvenuta il 2 aprile 1810, quando in mezzo alla folla la moglie svenne e lui si ritrovò in una chiesa dove fu investito da una nuova epifania. «Non c’è da meravigliarsi – ha affermato l’italianista – di questo suo pudore. Qui pesa l’umiltà dello scrittore: preferiva i temi romantici, dire "noi" piuttosto che "io", non aveva neanche come il cardinale Newman il riferimento malizioso agli scrittori. Eppure introduce nel romanzo ben due conversioni: quelle di fra Cristoforo e dell’Innominato».

Un elemento singolare nello scrittore, ha sostenuto Raimondi, che «ha portato la sua interiorità quasi a trasfigurarsi nei due personaggi. Ma non solo: due personaggi coinvolti in conversioni entrambe dal dirompente effetto pubblico». Che questa sia trasfigurazione sia il modo prescelto per conciliare le sue affabulazioni e la sua situazione personale lo confermano certe pagine dei Promessi sposi.

«Per esempio – ha raccontato Raimondi – introduce la notte dell’Innominato che non era presente nella precedente edizione di Fermo e Lucia. Forse la pagina più shakespeariana di tutta la sua opera. Qui sono rilanciate sensazioni forti che Manzoni non può non aver mutuato dai suoi ricordi». Di più: «Quello che il cardinale afferma diventa quasi un archetipo. Ecco allora la svolta. I suoi personaggi religiosi non sono convenzionali. Perché fanno proprie le cose che dicono. Il suo è un romanzo in cui i laici sono vicini ai religiosi, anche se rimane un romanzo laico che usa temi religiosi». Un percorso che avrà delle ricadute incredibili nella poesia dopo la conversione, nella Pentecoste ma soprattutto nel clamoroso finale religioso del 5 maggio.

Ha proseguito Raimondi: «Manzoni si rendeva conto che voleva scrivere un libro cattolico anche per i non cattolici. Tutto affonda le radici nella sua esperienza ma proprio per questo non vuole fare trasparire i suoi nuovi sentimenti». Anche fra Cristoforo, in qualche modo rientra in questa prospettiva. «Di lui – secondo Raimondi – racconta la giovinezza, il fatto di essere diventato per rancore protettore degli oppressi, ma con un’angoscia irrisolta: per raggiungere questa finalità doveva far ricorso ai bravi».

E qui la corrispondenza biografica con lo scrittore diventa più evidente. «Per quella che sembrava fantasia e diventò risoluzione». In una lettera del settembre dello stesso anno ad un amico francese Manzoni confida: «Riprendo l’abitudine di parlare del mio lavoro, mi occupo dell’oggetto più importante seguendo le idee religiose che Dio mi ha dato a Parigi; quanto più avanzo il mio cuore è contento e lo spirito è soddisfatto».

E diventa con l’amico quasi capace di una proposta cristiana. «Posso esprimere la speranza che anche voi vi occupiate di questi temi?». Confermandosi così un singolare illuminista che sente il disagio dell’immanenza. In un altra lettera Manzoni è ancora più esplicito. Scrive a un sacerdote: «Pregate per me che piaccia al Signore di scuotere la mia lentezza nel suo servizio e togliermi da un tepidezza che mi tormenta, un castigo per chi non solo dimenticò ma ebbe l’ardire di negarlo».

La conclusione di Raimondi è che «la conversione di Manzoni non è il passaggio da una religione ad un’altra ma la riscoperta della sua religione d’origine. Ricupera qualcosa del passato e lo scopre con nuove ragioni. Alla trasformazione dell’uomo, con la sua esperienza religiosa, si aggiunge una nuova scrittura. La sua resta una rivoluzione interiore dove il vecchio scrittore è osservato dal nuovo. Il risultato è un abbandono della classicità per abbracciare il sistema biblico evangelico, come la stesura degli Inni sacri clamorosamente conferma».
Stefano Andrini




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La neutrale Svizzera fece armi per Hitler

Avvenire

Esiste ancora un lato occulto del riarmo dell’Italia, nella seconda guerra mondiale, e ciò getta luce soprattutto sul ruolo equilibratore svolto da Mussolini, come ago della bilancia tra Hitler, da un parte, e la Francia e l’Inghilterra, dall’altra. Dossier illuminanti, che emergono dopo settant’anni dagli archivi privati di un ministro di Mussolini, Raffaello Riccardi, sotto chiave alla Wolfsoniana di Genova (la collezione del miliardario di Miami Mitchell Wolfson), ci mostrano quanto la Svizzera, ad esempio, temesse lo strapotere della Germania nazista in Europa.

Il governo della Confederazione elvetica, che pure fin dagli anni Venti aveva ospitato sul proprio territorio la ricerca e lo sviluppo della produzione di armi da guerra tedesche, banditi dai Trattati di Versailles, nel fatale 1940 – dopo la caduta della Francia e lo sconfinamento delle armate di Hitler fino alla Manica – cominciò a temere la cancellazione della nazione dalle carte geografiche. Riccardi, che fu ministro degli Scambi e valute (cioè del Commercio estero) dal 1939 al 1943, fu il protagonista nascosto di una lotta acerrima condotta contro il dilagare dell’egemonia germanica sul Continente.

A quanto si legge dai documenti, inediti e sorprendenti, il Duce fino a un certo punto fu dalla sua parte nel tentativo di contenere gli effetti devastanti del »nuovo ordine europeo» dettato dall’aggressivo espansionismo militare hitleriano. Che, a quel tempo, la Svizzera si sentisse vulnerabile lo afferma esplicitamente anche Renzo De Felice, per il quale «da parte italiana si era contrari allo smembramento della Svizzera». La violazione della sovranità e neutralità elvetica, continua il massimo storico del fascismo, «avrebbe dato in mano ai tedeschi gran parte dell’industria elvetica», mentre l’interesse italiano era quello di mantenerla nella propria orbita.

De Felice aggiunge un elemento importante: «Non è certo privo di significato a questo proposito che proprio nell’estate del 1940 il ministro Riccardi suggerisse ai uno dei più importanti esponenti dell’industria svizzera, Emil Bührle, di trasferire i suoi stabilimenti a Milano e di fondersi con la Fiat per evitare il pericolo di cadere sotto la dipendenza della Germania». Di più, finora, non si sapeva. Ora, però, dagli incartamenti di Riccardi scopriamo che il «suggerimento» del ministro italiano fu qualcosa di assai più concreto di un semplice auspicio.

Nei fascicoli della Wolfsoniana, autentica miniera di preziosità storiche, salta fuori una bozza di accordo per la creazione di una società mista italo-svizzera, frutto della fusione del polo elvetico del gruppo Oerlikon – i colossali impianti della <+corsivo>Werkzeugmaschinenfabrik<+tondo> di Zurigo –, con la torinese Fiat. I due gruppi industriali avrebbero sottoscritto ciascuno il 50% del capitale sociale e la prima beneficiaria dell’operazione sarebbe stata l’Italia, che avrebbe potuto approvvigionarsi di materiale bellico di importanza strategica.

Come infatti recita esplicitamente lo schema di accordo – a quanto risulta mai ratificato – «sebbene in Italia si costruiscano cannoni antiaerei dello stesso calibro di Oerlikon, tuttavia non si fabbricano ancora cannoni per armamento di aeroplano». Magnate della Oerlikon era il tedesco Emil Bührle, ex ufficiale di cavalleria nell’imperial-esercito prussiano durante la Grande Guerra e collezionista di arte. Dal 1938 al 1940, la Oerilikon e le altre industrie belliche svizzere avevano sostenuto soprattutto il riarmo di Francia e d’Inghilterra. Ma dopo il crollo di Parigi, nel giugno 1940, e la firma dell’armistizio da parte del maresciallo Pétain, l’<+corsivo>establishment<+tondo> politico-militare di Berna premette su Bührle perché supportasse le richieste della Wehrmacht.

L’industriale, che disponeva dei migliori contatti con Berlino, all’inizio di agosto del ’40 ricevette dalla Marina e dal Comando supremo dell’esercito tedeschi ordinativi di armi e munizioni per 195 milioni di franchi. Come afferma il Rapporto finale della Commissione Bergier sulla Svizzera nella seconda guerra mondiale (pubblicato nel 2002), «entro il gennaio 1943 l’emissario e delegato tedesco agli armamenti Rudolf Ruscheweyh, corrotto da Bührle con 11 milioni di franchi, riuscì a procurare dall’esercito e dalla Marina altre ordinazioni per 246 milioni; entro l’ottobre 1944 Bührle, stando alla sua contabilità interna, fornì alla Germania mitragliere da 20 millimetri, munizioni e spolette per circa 400 milioni di franchi».

Nel contempo, la collezione d’arte privata del magnate della Oerlikon si arricchì di numerosi pezzi pregiati, come il <+corsivo>Paysage<+tondo> di Van Gogh: una decina di opere che nel dopoguerra furono rivendicate dai legittimi proprietari ebrei, come i Rothschild e i Rosenberg. La Oerlikon a un certo punto cominciò a temere per la propria sopravvivenza e si preparò all’eventualità che, in caso di invasione tedesca della Svizzera, la sua produzione bellica potesse proseguire indisturbata all’estero.

La mano tesa dell’Italia giunse così come un aiuto provvidenziale, in un momento drammatico, delicato e soprattutto gravido di incognite. Il testo dell’accordo segreto per la costituzione della Oerlikon-Fiat, a questo proposito, parla chiaro: «Nella ipotesi dell’evento che la Oerlikon dovesse, per ragioni di politica internazionale, cessare in territorio elvetico la sua produzione, tutto il suo complesso industriale e commerciale sarà messo a disposizione della Società Italiana in Italia, la quale potrà rilevarlo in tutto o in parte a seconda delle proprie necessità».

La società mista, che in base al testo di accordo avrebbe dovuto costituirsi «entro il 31 dicembre 1940, con sede in Italia» e con una durata trentennale, aveva uno scopo ben preciso, vale a dire «lo studio, la fabbricazione, il montaggio, la vendita di armi da fuoco in genere per impiego di guerra, con prevalenza di quelle automatiche e delle loro parti; e la fabbricazione, il caricamento, la vendita dei relativi materiali di munizionamento delle loro parti e accessori». Se questo progetto non decollò, fu per ragioni di opportunità politica generale.

La Germania, fino al termine del conflitto, continuò a rispettare formalmente la sovranità della Svizzera, che divenne sempre più dipendente dall’export con la Germania, fornendo al Reich la propria piazza finanziaria per il riciclaggio dei proventi del saccheggio e della rapina dell’intera Europa. Può non piacere che sia avvenuto così: ma questa, purtroppo, è la verità. Il governo di Berna si piegò ai <+corsivo>diktat<+tondo> di Berlino come e più ancora di quello di Vichy. Emil Bührle scomparve a Zurigo il 26 novembre 1956, a 66 anni: prima di morire, fu costretto dal Tribunale Federale a restituire tutte le opere d’arte illegittimamente detenute.
Roberto Festorazzi




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Movimenti' con San Marino Maxiblitz in sedici banche

Il Resto del Carlino


Controlli di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate in 78 filiali e fiduciarie in molte regioni d'Italia. Nel mirino le frodi Iva 'carosello' e il riciclaggio dei proventi

Roma, 26 maggio 2010.




Blitz di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate in sedici banche (per un totale di 78 filiali) e 2 fiduciarie italiane dislocate in sei regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Lazio) per verificare il rispetto degli obblighi di legge volti a garantire l’identificazione della clientela.

Nel mirino del Fisco intermediari nazionali già emersi nel corso di attività operative finalizzate a contrastare l’evasione fiscale internazionale, le frodi Iva «carosello» e il riciclaggio dei relativi proventi, individuati da fiamme gialle e Agenzia delle Entrate per essere stati utilizzati da contribuenti italiani per eseguire movimentazioni finanziarie illecite destinate alla Repubblica di San Marino.

Il Fisco italiano vuole accertare l’esattezza e la completezza delle informazioni che gli intermediari sono tenuti a comunicare all’Archivio dei Rapporti finanziari. L’eventuale omissione da parte delle banche farebbe scattare indagini finanziarie e verifiche.

Ulteriore scopo delle attività in corso, oltre a contestare eventuali illeciti commessi dalle banche, è l’acquisizione di ogni utile informazione per il successivo sviluppo di indagini volte a «scovare» evasori e recuperare i capitali illecitamente portati all’estero.

La banca dati dei rapporti finanziari contiene tutte le comunicazioni relative: ai rapporti continuativi intrattenuti con la clientela esistenti, a partire dalla data del 1 gennaio 2005; alle cosiddette operazioni extra-conto, ossia poste in essere al di fuori di un rapporto continuativo, ad eccezione delle operazioni di versamento effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; ai rapporti diversi da quelli intrattenuti con i titolari dei rapporti continuativi o delle stesse operazioni extra-conto (procure e deleghe).

I dati devono essere comunicati all’Archivio mensilmente in via telematica. I soggetti tenuti a inviare i dati sono circa 13 mila e includono le banche, la società Poste italiane Spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario.

L’obbligo di comunicazione ricade anche sulle filiali estere di operatori italiani e, ovviamente, su quelle italiane di operatori esteri. Gli intermediari rischiano per ogni omessa comunicazione sanzioni da 2.065 euro fino a 20.650 euro.

fonte Agi





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Parmalat, confermata condanna Tanzi 10 anni e 100 milioni a risparmiatori

Il Mattino

MILANO (26 maggio) - La Corte d'appello di Milano ha confermato la condanna a 10 anni di reclusione per Calisto Tanzi, condannato in primo grado per le accuse di aggiotaggio e ostacolo all'autorità di vigilanza. La Corte d'appello ha parzialmente modificato la sentenza di primo grado condannando Giovanni Bonici a due anni e sei mesi e Luciano Silingardi a tre anni. Confermata l'assoluzione per i tre ex manager di Bank of America.

I giudici della corte d'Appello di Milano oltre a condannare Calisto Tanzi, Luciano Silingardi e Giovanni Bonici hanno disposto che i tre ex manager versino alle parti civili, costituite perlopiù da risparmiatori, una provvisionale sui risarcimenti danni di circa 100 mln di euro.





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La rivolta delle province "tagliate" «Incostituzionale e contro il Sud»

Corriere della Sera
La parola ai presidenti che rischiano il posto: «Salve Imperia, La Spezia, e Sondrio? Come mai»

la manovra e gli enti locali

La rivolta delle province "tagliate" «Incostituzionale e contro il Sud»


MILANO

«Non vorrei essere ricordato come l'ultimo presidente della provincia». Si preoccupa Franco Stella, partito democratico, presidente della provincia di Matera, alla notizia dell'abolizione delle province con meno di 220mila abitanti prevista dalla manovra del Governo.
«È una notizia che ci fa sorridere».
In che senso scusi?
«Nel senso che ha il suo lato positivo».
E cioè?
«Fa vedere quando sia bistrattato il Sud. Perché sono più quelle del Sud le province tagliate, vero?».
Per la verità nella lista, depennate le province sopra i 220mila abitanti, le province che confinano con stati esteri, le province che ricadono nelle regioni a statuto speciale, ne restano 9: i dati Istat del 2009 rilevano la popolazione residente al 2008. Ecco l'elenco: Piemonte, Biella (187 mila abitanti); Toscana, Massa Carrara (203 mila abitanti); Marche, Ascoli Piceno (212 mila), Fermo (176 mila); Lazio, Rieti (159 mila); Molise, Isernia (88 mila); Basilicata, Matera (203 mila); Calabria, Crotone (173 mila) e Vibo Valentia (167 mila). La lista non è ufficiale perché l'Upi rileva come non siano ancora stati resi noti i parametri di riferimento: se fosse il censimento - si fa notare - le province sarebbero alcune, se fossero gli ultimi dati Istat, altre.
Matera però è tra quelle sicure. Presidente Stella, il governo taglia per risparmiare...
«Cosa c'è da risparmiare. Noi siamo virtuosi, in 11 mesi di mandato, ho tagliato personale e auto blu...»
Per la verità su internet appare come tramite per parlare con lei un capo gabinetto, una segretaria particolare, una segretaria operativa e un portavoce. Un po' tanti non crede?
« Non è così. Queste figure l'ho ereditate dalla precedente amministrazione. Ora il mio autista mi fa anche da usciere. E l'ufficio stampa da segreteria».

Luigi Mazzuto (Pdl), presidente della provincia di  Isernia
Luigi Mazzuto (Pdl), presidente della provincia di Isernia
MAZZUTO (ISERNIA) - «Eliminare la provincia di Isernia è un atto di superficialità che non tiene conto della nostra storia, della peculiarità del nostro territorio e con il quale lo va a penalizzare ulteriormente un’area dove negli ultimi anni sono stati effettuati già pesanti tagli negli enti locali e nei servizi». Per il presidente della Provincia di Isernia, Luigi Mazzuto (Pdl) si sta «facendo un grosso errore». «Non si capisce perché, se c’è tutta questa esigenza di recuperare soldi a causa della crisi, si è deciso di chiudere le Province non subito ma alla fine della legislatura. Non è meglio – ha evidenziato provocatoriamente il Presidente – chiuderle immediatamente? In ogni caso, a Roma però – ha concluso Mazzuto – sappiano che non siamo disposti a perdere ciò che abbiamo ottenuto a prezzo di grandi sacrifici e che intendiamo difendere la nostra autonomia a denti stretti».

SIMONETTI - (BIELLA) - Roberto Simonetti si concede al telefono durante un dibattito a Montecitorio. Già perché il presidente della provincia di Biella è anche deputato: «Voi giornalisti cercate sempre la critica. Io le dico che attendo di leggere bene il provvedimento».
Gli altri suoi colleghi hanno criticato. Non giornalisti...
«Forse lei non ha capito. Io sono anche parlamentare. Pedremo poi cosa accade nel dibattito. Io penso che Biella (Maria Teresa Armosino, parlamentare anche lei) si farà portavoce, insieme al presidente della regione Piemonte Cota, di un progetto per una definizione moderna del territorio».

MELILLI (RIETI) - La vicenda è comica per Fabio Melilli (Pd), presidente della Provincia di Rieti.
Lei ha detto che le sarebbe piaciuto scoprire chi è il «genio» che ha avuto questa pensata. L'ha scoperto?
«Non ancora ma confermo che si tratta di un genio. La cosa più divertente di questa vicenda è che scomparendo Isernia e Matera il Molise e la Basilicata diventeranno Regioni che coincidono con la Provincia. Per quanto riguarda la provincia di Rieti aspettiamo con ansia che il Governo ci spieghi, visto che dovrà sparire la provincia di Roma, se dobbiamo essere accorpati a Terni a L'Aquila, o ad Ascoli e in quale Regione finiremo.

I nostri 500 dipendenti dove vanno a lavorare a Terni? E tutti gli altri enti che fine fanno? Che senso ha avere il prefetto di una provincia che non esiste? Allo stesso modo il comando dei carabinieri o la questura, che fine fanno? Il provvedimento non taglia le province al confine con stati esteri. Allora mi chiedo: qual è la politica estera di Verbano-Cusio-Ossola?». Poi conclude con una «battuta»: «Come ha fatto a fissare l'asticella di 220mila abitanti per definire l'utilità o l'inutilità delle Province? Qualcuno ci dovrà spiegare infatti perché Imperia con 220 mila 712 abitanti è provincia utile ed Asti con 217 mila no. Forse si tratta di un amico della Liguria visto che anche La Spezia è appena sopra e si salva...».

ASTI E SONDRIO SALVE - In realtà per Antonio Misiani, deputato Pd e membro della Commissione bicamerale per il federalismo fiscale, l'amicizia dell'autore del provvedimento non sarebbe manifesta solo con la Liguria ma anche con il Piemonte: «La soglia dei 220mila residenti non ha alcuna logica se non fosse che tale limite coincide con la la popolazione della provincia di Asti (220.156 abitanti al 31-12-2008), presieduta da Maria Teresa Armosino (Pdl), già sottosegretario del Ministro Tremonti nella legislatura 2001-2006. Quanto agli altri due criteri definiti dalla manovra, se l'esclusione delle province delle regioni a statuto speciale può essere giustificata in ragione della competenza legislativa che tali regioni hanno in materia di autonomie locali, suona apparentemente incomprensibile l'altro criterio: il confine con uno estero», aggiunge.

«Incomprensibile, se non fosse che tra le province al di sotto della soglia critica e non appartenenti ad una regione a statuto speciale vi sarebbe anche quella di Sondrio (182.084 abitanti al 31-12-2008), terra natìa del ministro Tremonti. Nessun problema: con il criterio del confine con uno estero anche la provincia di Sondrio, confinante della Svizzera, è sana e salva. Con buona pace delle altre nove province prive di padrini politici e cancellate d'autorità dal Governo in nome della riduzione dei costi della politica. Se questa è la razionalizzazione che ha in mente il Governo...».

Tirata in ballo, Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti, è decisa: «Se si vuole essere buoni amministratori e buona classe dirigente bisogna essere capaci di adottare misure anche impopolari. Tuttavia, per non seguire solo la demagogia, occorre pensare a un riordino complessivo che preveda anche una seria ridefinizione degli assetti territoriali delle province». Ma c'è un però nel suo caso personale: «Innanzitutto, secondo gli ultimi dati, la provincia di Asti ha superato quella soglia (220mila abitanti) - osserva -. In ogni caso il problema è più generale».

ZURLO (CROTONE) - «Avanzo dubbi sulla costituzionalità del provvedimento, non penso che con un decreto legge si possa sopprimere le Province, che sono garantite dalla Costituzione e per le quali c'è un procedimento specifico parlamentare» dice il presidente della Provincia di Crotone, Stanislao Zurlo. «I risparmi che si avranno - spiega Zurlo - sarebbero modesti. I costi più rilevanti di una Provincia riguardano il personale e la gente non può essere licenziata».

Zurlo, che è a capo di un'amministrazione di centrodestra, critica la manovra del Governo centrale perché penalizzerebbe soprattutto gli enti periferici che si trovano in aree difficili, come appunto quella del crotonese. «Se può avere una logica sopprimere la Provincia in un'area metropolitana, penso a Milano, Torino, Palermo ad esempio - dice Zurlo - dove il capoluogo "schiaccia" il ruolo delle Province stesse, viceversa per i territori piccoli si creerebbe un vulnus nelle funzioni che le Province hanno. Inoltre ci sarebbero sprechi e inefficienze a causa della distanza dei territori dai centri decisionali».

MASSA CARRARA - Osvaldo Angeli è il presidente della provincia di Massa Carrara, Pd. «Idea balzana. Ma siamo abituati a certe sparate. Dovrebbero guardare alle funzioni non agli abitanti per fare i loro tagli. Chi si occuperà delle scuole? Chi farà la manutenzione a 700 chilometri di strade? E poi, se mi consente è anche un'offesa. Siamo la prima provincia ad aver avuto la medaglia d'oro al valor militare nel '46 per il contributo alla lotta partigiana. E poi cosa si vuole risparmiare se i 350 dipendenti saranno assorbiti da altri enti? Forse i miei 3000 euro di stipendio?».

ASCOLI PICENO E FERMO - La Provincia di Fermo è fra le ultime nate (il primo presidente Fabrizio Cesetti, di centrosinistra, è eletto il 22 giugno 2009), creata dal distacco di una porzione della Provincia di Ascoli Piceno. Distacco che alimenta fra i due enti un contenzioso sulla spartizione dei beni (54,6 milioni di euro) e del personale. Con l'eventuale abolizione, le perdite sarebbero contenute: non è infatti stata sin qui istituita una Questura, la Prefettura è ancora solo istituenda e cadrebbe il processo in corso di insediamento dei Vigili del fuoco, dei Carabinieri e dell'Agenzia delle entrate. Di fronte all'abolizione, Cesetti non ci sta: «Il governo ignora la Costituzione, il taglio delle Province sarebbe anticostituzionale».

Il deputato ascolano dell'Udc Amedeo Ciccanti, fiero oppositore del nuovo ente fermano, ricorda che l'operazione è costata mezzo miliardo di euro, e che «è stata voluta da Lega Nord, Fi e An, che adesso vogliono rimangiarsi tutto. Beh, andrebbero presi a pernacchie!». Piero Celani (Pdl), presidente della provincia di Acoli Piceno è in auto. Corre a destra e a manca per salvare qualche posto di lavoro. «Io penso ai problemi seri. Prima hanno speso milioni di euro (30 solo il primo finanziamento) per mettere in piedi la provincia di Fermo (prefettura, guardia di finanza, incentivi al personale ect...) che potevano essere utilizzati ad esempio per incentivare le imprese. E adesso cosa vogliono fare? Chiudere tutto. È una cosa kafkiana, forse stiamo sui "Scherzi a parte", ma, se così non fosse, chiederemo l'istituzione di una nuova Regione, quella del 'Marcuzzò (connubio fra Marche e Abruzzo, ndr), perchÈ abbiamo molta affinità con la Val Vibrata e Teramo. Sa cosa credo? Che alla fine non se ne farà niente. In Parlamento, un emendamento di qua, uno di là e vedrà che si blocca tutto».

Nino Luca
26 maggio 2010



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Claps, tre delitti per Restivo: imputato anche per la morte di Oki

Il Messaggero

di Deborah Ameri

LONDRA (26 maggio)

Non più solo Heather Barnett ed Elisa Claps. Adesso Danilo Restivo dovrà dare conto anche di un terzo omicidio, quello di Jong-Ok Shin, detta Oki, 26 anni. Da ieri il 38enne potentino, da anni residente a Bournemouth, nell’Inghilterra del Sud, è imputato anche di questo delitto.

Giovanni Di Stefano, l’avvocato di Omar Benguit, l’uomo condannato all’ergastolo per aver ucciso Oki il 12 luglio 2002, ha depositato presso la Procura della Corona un «indictment», un’imputazione. In Gran Bretagna non è solo la Procura ad avere la facoltà di perseguire un crimine, ma anche un privato, un avvocato per esempio. Ed essendo questo un reato che prevede più di 10 anni di carcere, Restivo si ritrova automaticamente rinviato a giudizio sulla base delle prove presentate dalla difesa di Benguit. Secondo l’avvocato è stato lui a massacrare a colpi di forbici la studentessa coreana arrivata a Bournemouth per studiare inglese nel 2001. A Oki mancava una ciocca di capelli. Ed è noto che Restivo amasse raccogliere souvenir tricologici. Tanto che, nel suo diario segreto, la polizia del Dorset, che lo ha arrestato la settimana scorsa per l’assassinio della sarta 48enne Heather Barnett, ha trovato ciuffi di capelli neri appiccicati alle pagine con lo scotch.

Un altro particolare è piuttosto inquietante. La migliore amica di Oki andava ogni tanto con lei a trovare la sua padrona di casa, che abitava a pochi metri da Restivo, nel quartiere di Charminster. L’italiano potrebbe averla notata. Inoltre la ragazza, prima di morire, era riuscita a raccontare che il suo assassino indossava un passamontagna. Prima della scia di delitti Restivo era stato fermato per caso dalla polizia in un parco di Bournemouth con una sacca sportiva. Conteneva forbici, guanti di plastica e passamontagna.

In questi giorni gli inquirenti britannici hanno interrogato Restivo anche sul caso della studentessa coreana. Il potentino ha negato tutto, ma negli ambienti investigativi sono convinti che finora sia stato protetto da qualcuno. «Perché altrimenti un presunto serial killer terrebbe a casa, nel suo diario, le prove dei suoi delitti?», si chiede Di Stefano. L’avvocato ha già espresso la volontà di perseguire chiunque abbia aiutato Restivo a farla franca in tutti questi anni.

Intanto la scientifica ha raccolto «un numero significativo di prove» nella villetta di Chatsworth Road, dove il presunto colpevole vive con la moglie Fiamma Basile Giannini e i suoi figliastri e stanno setacciando il giardino. In sei settimane i risultati arriveranno sul tavolo del procuratore Alastair Nisbet. Mentre il campione di Dna richiesto dalla Procura di Salerno è già giunto in Italia. Domani Restivo si presenterà in tribunale a Winchester all’udienza per la richiesta di libertà su cauzione, avanzata dal suo avvocato Tracey Watson. Quasi certamente sarà respinta. Poi sarà stabilita la data di inizio del processo, che potrebbe tenersi a dicembre o nei primi mesi del 2011. L’italiano rischia l’ergastolo con un minimo di 35 anni da scontare in carcere.





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Orlandi, il telefonista riascoltato in Procura

IL Tempo

Carlo De Tomasi chiamò "Chi l'ha visto?" nel 2005.

Nuova audizione in procura per il telefonista che invitò a vedere chi era sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare.

Manifesti per Emanuela Orlandi Gli investigatori non mollano. Nuova audizione in procura per Carlo Alberto De Tomasi, l'uomo che, secondo i magistrati che indagano sul sequestro di Emanuela Orlandi, telefonò nel 2005 alla trasmissione «Chi l'ha visto», invitando a vedere chi era sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare, se si fosse voluto risolvere il giallo del rapimento della ragazza.

Ad incastrare Carlo De Tomasi è una perizia fonica su quella telefonata alla Rai. L'interessato continua a negare. E nega anche il padre Giuseppe De Tomasi, detto «Sergione», il quale sempre secondo una consulenza fonica, sarebbe stato lui a contattare la famiglia Orlandi, spacciandosi per Mario, il 28 giugno '83, sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela. «Sergione» ha persino chiamato «Chi l'ha visto» lo scorso 3 maggio, per ribadire la sua estraneità al caso Orlandi.

De Tomasi ha sostenuto, inoltre, che la tomba del boss della Banda della Magliana, Renatino De Pedis, in Sant'Apollinare sarebbe stata ottenuta dalla famiglia De Pedis in cambio di denaro. Pe rverificare la versione di «Sergione», il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Simona Maisto hanno voluto ascoltare anche la moglie Anna Maria Rossi.

Ai magistrati interessava capire che tipo di rapporti ci fossero tra i De Tomasi ed Enrico De Pedis, il Renatino della Banda della Magliana, considerato l'ideatore del sequestro Orlandi. Rapporti buoni fino a quando De Pedis non è stato assassinato il via del Pellegrino il 2 febbraio del '90. Fu «Sergione», ad esempio, ad organizzare il rinfresco del matrimonio tra Renatino e Carla Di Giovanni al Jackie'O di cui era proprietario attraverso la Srl Centro storico. Inoltre Carlo De Tomasi era amico di Marco, fratello più piccolo di De Pedis e Luciano, il fratello più grande del boss, rilevò un altro ristorante in precedenza gestito da Giuseppe De Tomasi.


Maurizio Piccirilli



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Nathan Falco, Gregoraci smentisce: "Mai detto che non vive senza yacht"

Il Tempo

"Dopo il sequestro dello yacht mio figlio sta vivendo un terribile incubo".
E' quanto pubblicato da Diva e Donna ma  la show girl nega quelle frasi: "Menzogne, sono furiosa".

Flavio Briatore e la moglie Elisabetta Gregoraci "Sono furiosa, mai detto che mio figlio non riesce a vivere senza lo yacht". Elisabetta Gregoraci smentisce, ai microfoni dell'Alfonso Signorini Show' le affermazioni riportate oggi dal settimanale Diva e donna e dai principali quotidiani ("Da quando siamo stati costretti ad abbandonare il nostro yacht il piccolo Nathan Falco piange spesso, non è più tranquillo e sereno come prima, sente la mancanza della sua cameretta bianca, dei suoi spazi, che lo hanno protetto fin dai primi giorni").

"Hanno insultato la mia intelligenza. Non mi sono mai permessa di dire che mio figlio senza lo yacht non riesce a dormire. Si tratta di accuse gravi e infondate, - conclude la signora Briatore - prenderò provvedimenti a riguardo. E' ingiusto strumentalizzare così un bambino".





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Indonesia, bimbo di due anni fuma 40 sigarette al giorno

Quotidianonet

Il padre gli diede una sigaretta per la prima volta quando aveva 18 mesi, forse per scherzo.
Da allora “è diventato completamente dipendente” dalla nicotina, racconta la madre



GUARDA IL VIDEO CHOC

Roma, 26 maggio 2010

Tabagista prima di imparare a camminare. Ardi Rizal ha due anni e fuma 40 sigarette al giorno. Mohammed, il padre del bimbo, gli ha dato una sigaretta per la prima volta quando aveva 18 mesi, forse per scherzo. Da allora, Ardi, “è diventato completamente dipendente” dalla nicotina, racconta la madre, Diana, 26 anni. “Se non gli diamo le sigarette si arrabbia, grida, fa i capricci e sbatte la testa contro il muro. Quando non può fumare sta male”.

Le autorità indonesiane, che non vedono di buon occhio questa faccenda, hanno promesso a Mohammed un’automobile nuova se il figlio smetterà di fumare, scrive oggi il quotidiano britannico “The Sun”. 

In Indonesia la tendenza è comunque inquietante: il 25% dei bambini di età compresa tra i 3 e i 15 anni ha già fumato almeno una volta, secondo le cifre della Central Statistics Agency, citate dal Daily Telegraph.





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Evasori, ricambio il vostro odio

Il Secolo xix

Hanno sequestrato la barca al signor Briatore; pare che ci abbia evaso l’Iva per un quattro, cinque milioni di euro, pare che facesse la cresta anche su quel po’ di gasolio che gli serve per farla andare, pare che ci sia qualche altra cosuccia che avrebbe dovuto dichiarare al fisco italiano con più attenzione.

Poveraccio, tra tanti che ce n’è, chissà perché se la sono presa con lui. Secondo me se lo è detto, secondo me ci si è preso su una bella incazzatura. Oltretutto il sequestro è avvenuto con scarsissimo tatto e nessuna sensibilità da parte della Guardia di Finanza, nelle prossimità del weekend, proprio quando il mezzo di trasporto nautico risulta più necessario alle attività di riposo e distensione dell’intestatario. Che, nell’occasione, invece intestatario non è, ma semplicemente, e modestamente, noleggiante, anche se, a seguito di indagini, effettivo proprietario.

Chissà perché proprio a lui, convengo io stesso. Lo fanno tutti, quasi tutti. Barche di lusso, auto di lusso, case di lusso, la crema del lusso sotto ogni forma e consistenza, risulta noleggiata, affittata, leasingata, ma non appartenente a chi se la gode. Si può fare; evadere l’Iva si può, evadere il fisco in generale si può, talmente spesso impunemente che a chi tocca la vergogna di un sequestro e dell’ammenda viene naturale di considerare pensosamente: perché proprio a me?

Difficile farsene una ragione. C’è una cosa davvero buffa da sapere attorno alle barche - le chiamiamo con familiare affetto così anche quando sono lunghe ottanta metri e valgono attorno ai trenta, quaranta milioni di euro: quasi la metà dei noleggianti dichiara un reddito al base al quale non potrebbero pagarsi la rata del noleggio. Quando si dice una faccia come il culo. Il signor Briatore, che dichiara redditi assai più consistenti, ha una ragione di più per costernarsi: perché proprio a me? Mah?! Invidia? Toghe rosse? Tradimento?

Non starò qui a fare una stucchevole tiritera sull’evasione fiscale. È inutile e perniciosa; servirebbe a null’altro che a incrementare l’acidità di stomaco e la gastrite, che, in forma cronica, può evidenziare una malaugurata curva cancerigna. A che pro morire per il signor Briatore? Per la stessa buona ragione, mi astengo dall’evidenziare le responsabilità della classe politica governante nel tollerare, lappare, sostenere e incoraggiare l’evasione dei tributi.

Del resto come prendersela con l’attuale governo – che, solo per inciso, ha provveduto con esemplare celerità ad abrogare le poche norme frustranti l’evasione approvate dal suo predecessore - quando è fatto di storia che se in questo Paese si fosse voluta un’equa spartizione dei tributi, avrebbe già dovuto pensarci il gabinetto De Pretis? Lasciamo perdere.

Dirò solo una cosa sul tema. Odio, dico proprio così: odio che quelli parlino. Parlano nelle pubbliche piazze, rilasciano interviste, ti prendono a tu per tu. Odio sentir querelare i pochi presi con le mani nel sacco del fatto che così va il mondo, che dal punto di vista pratico quello che conta è far girare i soldi, che più girano più ce n’è per tutti.

Fossero almeno usi a rubar tacendo, si chiudessero almeno in un riottoso riserbo. Parlano, e nel farlo estrinsecano il loro disprezzo non solo per le regole – e chi se ne importa più delle regole? - ma per me e per quelli che stanno peggio di me: per i morti di fame, per le maestre di scuola, per i facchini, per i camerieri, per i tornitori, per i poliziotti, per gli impiegati del catasto.

Ci guardano in faccia e ci ridono sopra: ma va là che rubano tutti. Nutrono e palesano un puro e semplice odio di classe nei miei confronti, io che sono la classe dei contribuenti. E io me ne faccio una questione non politica, non etica, non più. Me ne faccio una questione personale, e ricambio il loro odio.

Chi dice che le classi sociali si sono disintegrate? Chi osa parlare di fine dello scontro sociale? Di quale concordia vogliamo parlare?

Qui, come sempre, c’è chi vince e c’è chi perde, chi ruba e chi è derubato, le brave persone e i delinquenti. E bisognerà pur ammettere che è, come sempre, una questione di classe.





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Denaro dell'Udeur usato dai Mastella per l'acquisto di case a Roma

IL Mattino

Nuovi documenti depositati dal pm nell'inchiesta Arpac
I fondi a società intestate ai figli della coppia di politici

NAPOLI (26 maggio)

Denaro dell'Udeur sarebbe stato utilizzato da una società che fa capo ai due figli dei coniugi Mastella per acquistare immobili a Roma. Lo si evince da alcuni documenti depositati questa mattina dal pm di Napoli Francesco Curcio nel corso dell'udienza preliminare sull'inchiesta Arpac che è in corso davanti al gup Eduardo De Gregorio.

Il pm, in particolare, ha depositato nuove intercettazioni telefoniche, informative della polizia giudiziaria, perizie e verbali. Proprio dal verbale dell'ex parlamentare Tancredi Cimmino, anch'egli appartenente all'Udeur, risulterebbe lo storno dei fondi del partito per l'acquisto di ville.

Gli avvocati hanno già avanzato richiesta di entrare in possesso dei nuovi atti e potranno visionarli nei prossimi giorni.

Nel corso dell'udienza di oggi, il gup ha respinto l'istanza di spostare il processo a Benevento per competenza territoriale, avanzata dall'avvocato di Sandra Lonardo, Alfonso Furgiuele.





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Ondata di suicidi, la Foxconn chiede un impegno scritto ai propri dipendenti

Corriere della Sera

Costretti a firmare una lettera in cui promettono di non farsi del male.
E lo stabilimento apre le porte alla stampa

nello stabilimento di Shenzhen, in cina, viene anche assemblato l'ipad

Ondata di suicidi, la Foxconn chiede un impegno scritto ai propri dipendenti




MILANO

«Giuro che non mi suiciderò». Potrebbe suonare più o meno così l'impegno, verbale e scritto, chiesto dai vertici del gruppo taiwanese Foxconn ai propri dipendenti dopo l'ondata di suicidi nel gigantesco stabilimento di Shenzhen, nel sud della Cina, finiti sui giornali di tutto il mondo anche perché la società, partner della Apple, assembla tra l'altro l'arcinoto iPad. Il quotidiano Southern Metropolis Daily ha pubblicato la foto di un uomo che mostra una lettera, su carta intestata della Foxconn, quella che gli operai hanno dovuto firmare. L'impegno che viene chiesto è di non farsi del male e a denunciare ai propri superiori eventuali difficoltà o problemi. Gli impiegati devono anche autorizzare la società a sottoporre coloro che abbiano un «comportamento mentale anormale» a trattamenti medici. I dieci suicidi e i due tentativi andati a vuoto si sono verificati nell'ultimo anno, tutti nello stabilimento di Shenzhen e tutti nello stesso modo: lancio da piani altissimi degli edifici del complesso.

Foxconn, porte aperte ai giornalisti

OPEN DAY
- Ma non solo. I responsabili dell'azienda hanno deciso di aprire le porte dello stabilimento alla stampa per mostrare che cosa avviene all'interno. I cancelli sono stati aperti a centinaia di giornalisti, nonostante nei giorni scorsi il management avesse sostenuto che l’attenzione dei media non avrebbe che peggiorato la situazione. Il boss della Foxconn Technology Group, Terry Gou, ha guidato i giornalisti nel complesso aziendale alle porte della città di Shenzhen, una mossa senza precedenti per un’azienda - la maggiore produttrice al mondo di componenti elettroniche per la Apple iPods, per la Dell computer e la Nokia - dove vige un rispetto quasi maniacale del segreto industriale. L’ultimo suicidio si è verificato martedì: un dipendente di 19 anni, Li Hai, si è gettato dal tetto di uno dei padiglioni del complesso. Lavorava alla Foxconn da appena 42 giorni. A luglio un 25enne, Sun Danyong, si era tolto la vita dopo essere stato interrogato per il presunto furto di un prototipo di iPhone.

Redazione online
26 maggio 2010



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Ultimo atto prima dell'addio: l'arcivescovo Pierro inaugura la sua statua al Seminario

Corriere del Mezzogiorno

Stupiti i sacerdoti presenti a Pontecagnano Faiano

SALERNO - Nessuno dei sacerdoti, convocati ieri al Seminario metropolitano di Pontecagnano Faiano per il consueto ritiro spirituale, si sarebbe aspettato che la statua scoperta rappresentasse proprio l’arcivescovo di Salerno, Gerardo Pierro. Che, in procinto di lasciare ufficialmente il proprio mandato, ha voluto dimostrare così il suo attaccamento al seminario intitolato a Giovanni Paolo II.

Dove, avrebbe chiesto alla Santa Sede, di poter restare quando a Salerno arriverà il suo successore. La statua è stata scoperta ieri, dinanzi alla maggior parte dei sacerdoti salernitani, al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e al primo cittadino di Pontecagnano, nonché assessore regionale all’Avvocatura, Ernesto Sica. «A monsignor Gerardo Pierro, arcivescovo primate metropolita di Salerno Campagna Acerno al compiersi del suo 75˚anno di età con viva gratitudine l’arcidiocesi eresse», è scritto sul piedistallo.

L'arcivescovo «di pietra»

Non c’è stato nessun discorso di addio o di congedo
da parte di Sua Eccellenza, che si è limitato a mostrare e decantare la bellezza e l’operosità della struttura che, nel 2000, gli creò problemi giudiziari (poi finiti in una archiviazione). Intanto, sulla successione di Pierro, da Roma non arriva nessuna notizia ufficiale. Tante le voci che si rincorrono, ma nessuna indiscrezione è stata finora confermata. Angela Cappetta
26 maggio 2010



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Omeopatia o medicina tradizionale? Ecco le ragioni in cinque domande

Corriere della Sera
Faccia faccia fra Christian Boiron, francese, presidente dell'azienda leader in prodotti omeopatici e Silvio Garattini direttore dell'Istituto Mario Negri, di Milano

L'IINCONTRO ORGANIZZATO DALLA «FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA»

Omeopatia o medicina tradizionale?
Ecco le ragioni in cinque domande


Christian Boiron e Silvio Garattini
Christian Boiron e Silvio Garattini
MILANO - L'attacco più forte all'omeopatia è arrivato una settimana fa da parte dai medici inglesi riuniti intorno alla British Medical Association: durante la conferenza annuale hanno bollato la medicina alternativa come «stregoneria», spiegando che il servizio sanitario inglese non dovrebbe sperperare i soldi per una pratica senza efficacia terapeutica. Di contro, ci sono le statistiche a confermare l'interesse crescente nei confronti della «medicina dolce»: soltanto in Italia, negli ultimi 15 anni, il numero di pazienti che si affidano all'omeopatia è cresciuto del 65 per cento. Il rapporto Eurispes del 2010 segnala che i pazienti sono passati in dieci anni dal 10,6 al 18,5 per cento. Omeopatia o medicina tradizionale? A discutere della validità dei due metodi sono intervenuti ieri pomeriggio, durante un convegno organizzato dalla Fondazione Corriere, Christian Boiron, presidente dei Laboratoires Boiron, leader mondiale nella produzione di farmaci omeopatici, e il professor Silvio Garattini, direttore e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche «Mario Negri». Moderati dal dottor Luigi Ripamonti, si sono scambiati pareri e qualche reciproca frecciata. «L'unica cosa che noi due abbiamo in comune è possedere una casa nella stessa località francese», ha detto Garattini. «Sono colpito dallo scetticismo del professor Garattini ogni volta che parla di omeopatia». In cinque domande sintetizziamo il pensiero dei due scienziati.

1.La medicina omeopatica ha la stessa efficacia di quella tradizionale? Si tratta di una scienza «nuova» o al contrario la sua efficacia è stata testata su un elevato numero di pazienti che ne testimonia la validità?

Christian Boiron- Una scienza antica praticata in 50 Paesi

Non c’è nessuna idea che possa durare oltre due secoli se nel frattempo non ne è stata dimostrata l’efficacia: l’omeopatia è una scienza antica, conosciuta fin dal V secolo ed è stata reintrodotta nel XIX secolo dal medico tedesco Hahnemann. Oggi è praticata da moltissimi medici in oltre 50 nazioni diverse: dove alcuni rimedi della medicina tradizionale falliscono, l’omeopatia riesce a dare delle risposte. Ora vorremmo che l’omeopatia entrasse a far parte dei protocolli di cura ospedalieri.

Silvio Garattini -Usata per patologie lievi, i raffreddori
Il fatto che ci siano delle persone che usano un prodotto non è per forza la dimostrazione della sua efficacia. La scientificità dell’omeopatia è già stata contraddetta dal numero di Avogadro (quando si supera una certa diluizione omeopatica all’interno del rimedio omeopatico non è presente più nessuna molecola). Questo è testimoniato dal fatto che l’omeopatia viene spesso utilizzata per curare patologie lievi come raffreddori e tosse, che con il passare dei giorni guarirebbero anche spontaneamente.

2.Quali sono i principi attivi di una preparazione omeopatica e qual è la loro validità rispetto ad un preparato della medicina comune? Si possono curare con l’omeopatia patologie come diabete e neoplasie?

Christian Boiron- I preparati si studiano per ogni paziente
La diagnosi in omeopatia sta nell’individuare il preparato giusto per ogni paziente. La scelta del medicamento dipende dalla reazione individuale alla malattia, anche mentale: nei farmaci omeopatici il principio attivo, presente nei farmaci tradizionali, è costituito da una quantità di molecole ottenute per diluizioni successive in acqua. Anche il premio Nobel Montagnier sostiene che le molecole hanno la capacità di mantenere inalterate le proprie capacità biologiche anche se fortemente diluite nell’acqua.

Silvio Garattini -Senza principi attivi sono acqua fresca
L’assenza di principi attivi all’interno dei farmaci omeopatici li rende simili ad «acqua fresca». Sostituendo per gioco le etichette di un certo numero di flaconi omeopatici, nessun scienziato saprebbe successivamente ricollocarle al loro posto originario: questo perché non ci sono molecole specifiche che rendano riconoscibile un prodotto rispetto all’altro. Neanche lo stesso Boiron utilizzerebbe un farmaco omeopatico per curare patologie come tumori, diabete, ma anche una più banale cervicale.

3.Quali sono le controindicazioni della medicina omeopatica? C’è il rischio che un preparato possa rivelarsi dannoso per la salute del paziente oppure la diluizione rende la medicina più tollerabile rispetto a un farmaco tradizionale?

Christian Boiron- Elimina gli effetti collaterali
La medicina omeopatica, grazie all’alta diluzione, non ha alcun effetto collaterale sui pazienti ai quali viene somministrata. I medicamenti omeopatici sono sicuri anche per bambini molto piccoli, e per le donne che ne fanno uso durante la gravidanza. Anche per questo motivo l’omeopatia si pone come una valida alternativa alla medicina tradizionale, che invece, ogni anno miete vittime per gli effetti collaterali: il numero delle morti per uso di farmaci allopatici è in crescita.

Silvio Garattini -La controindicazione è la sua inefficacia
La controindicazione della medicina omeopatica è principalmente la sua inefficacia perché, in estrema sintesi, tutto ciò che viene somministrato non contiene nulla. Rovesciando la prospettiva, è lo stesso motivo per cui i rimedi omeopatici non possono essere ritenuti dannosi. Nessuno prende un farmaco perché non «faccia male», ma piuttosto perché «faccia bene»: l’effetto collaterale dei farmaci tradizionali è compensato dalla sua scientifica efficacia.

4.Perché un preparato omeopatico può essere commercializzato senza autorizzazione dell’Emea? Dove si acquistano i farmaci omeopatici e qual è il loro costo?

Christian Boiron- In Italia li prescrivono 25 mila medici
In Italia i farmaci omeopatici della Boiron dal 1995 ottengono l’autorizzazione al commercio sulla base di una notifica al ministero. L’Emea (Agenzia Europea dei Medicinali) riceve solo le autorizzazioni «centralizzate»: noi ci preoccupiamo invece di ottenerle Paese per Paese. I farmaci omeopatici sono rintracciabili nelle comuni farmacie e il loro costo è basso. I medici che li prescrivono in Italia sono oltre 25 mila: è il terzo mercato europeo per i prodotti omeopatici dopo Francia e Germania.

Silvio Garattini -Nessuna indicazione terapeutica
In molti Paesi europei i rimedi omeopatici non possono contenere l’indicazione terapeutica, perché non sono considerati medicinali, bensì prodotti. Gli omeopati sostengono che le diluizioni sono accompagnate da «scuotimenti» della soluzione: questi scuotimenti permetterebbero alla sostanza chimica di lasciare una traccia nell’acqua in cui la sostanza è stata disciolta. È la «memoria dell’acqua», più volte smentita. Bisogna stare attenti a usare farmaci inefficaci quando la medicina ufficiale offre strumenti sicuri.

5.La medicina omeopatica ha un largo seguito tra persone di cultura medio-alta. Come si spiega questa coincidenza? Maggior informazione legata al livello d’istruzione o piuttosto una moda?

Christian Boiron- Una presa di coscienza, non una moda
Non amo definire moda, né tantomeno come uno status symbol, quella che invece mi sembra una presa di coscienza. Il nostro paziente tipo è di cultura medio-alta, ma chi ci rappresenta davvero sono le donne. Soprattutto le mamme, che dopo aver provato a curare il proprio figlio con metodi tradizionali, risolvono le ricorrenti rinofaringiti invernali grazie all’impiego dei granuli. I medicamenti omeopatici sono atossici e non posseggono additivi.

Silvio Garattini -Non c’è un’impennata delle vendite
Non credo molto alle «impennate» di vendita dei prodotti omeopatici perché mi risulta che il fatturato delle case farmaceutiche specializzate sia ancora modesto. Per quanto riguarda l’utenza, non mi meraviglia che anche una persona mediamente colta possa essere sedotta dall’idea dell’omeopatia: questo è dovuto dalla mancanza di un’educazione scientifica nelle scuole. Chi studia Giurisprudenza o Filosofia non viene mai a conoscenza della legge di Avogadro, che smantella l’intero impianto della omeopatia.

Michela Proietti
26 maggio 2010



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Cassazione: "No a rimborso spese legali ai politici inquisiti anche se assolti"

Quotidianonet

Rrespinto il ricorso di sei ex amministratoti di un comune dell'astigiano.
La Suprema corte: gli amministratori pubblici non sono dipendenti ma sono eletti dai cittadini ai quali rispondono del loro operato

Roma, 25 maggio 2010

I politici locali che finiscono sotto inchiesta in relazione all’esercizio delle funzioni di pubblici amministratori non hanno diritto ad ottenere dal Comune il rimborso delle spese legali nemmeno se alla fine vengono assolti. Lo ha stabilito la Cassazione (I sezione civile, sentenza 12645) che sottolinea come "gli amministratori pubblici non sono dipendenti dell’ente ma sono eletti dai cittadini ai quali rispondono del loro operato".


La Suprema Corte ha così respinto il ricorso di sei ex amministratori del Comune astigiano di Montegrosso che chiedevano di essere rimborsati dal Comune per il quale avevano lavorato dal 1985 al 1993 in relazione alle spese legali sostenute per la propria difesa in sede penale per reati che erano stati a loro contestati in relazione alla loro funzione di pubblici amministratori, dai quali erano stati poi assolti.


In I grado il Tribunale di Asti condannava il Comune a rifondere gli ex amministratori per le spese legali sostenute. Decisione ribaltata dalla Corte d’Appello di Torino nel settembre 2004. Inutile il ricorso degli ex amministratori in Cassazione.


Piazza Cavour ha respinto i rilievi della difesa, rilevando che non si tratta di un vuoto legislativo ma di una scelta del legislatore pagata sulla "diversità" tra i politici locali eletti come amministratori pubblici e i pubblici dipendenti. I primi sono eletti dai cittadini e a loro rispondono del loro operato mentre i dipendenti sono direttamente collegati all'Ente che, quindi, si fa carico delle spese per la loro difesa.





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Elio Germano, che qualunquismo: meglio una dedica alla mamma

di Valeria Braghieri

Con la Palma d'oro in mano si sente il bisogno di proclamare da che parte si sta



 
Magari suo fratello fosse figlio unico... Invece sono in tanti, i Germano. Premiati e arrabbiati. Italiani e dissociati. Un altro comunista con la pancia piena, come direbbe tra sé e sé la nonnina d’Italia posando il giornale sul tavolinetto del salotto e riponendoci sopra, con cura, i suoi occhiali bifocali con quel gesto misurato, pacato, saggio, terribilmente familiare. E suo marito, un Attilio, un Bruno, un Aldo... un qualcosa così, chioserebbe sospirando in lombardo: «Son minga pirla cheschì». Che in napoletano, il suo amico Gennaro, conosciuto ai tempi del militare, tradurrebbe con: «Piangono e fottono».

Elio Germano ha trionfato al Festival di Cannes con il film di Daniele Luchetti La nostra vita. Ha vinto, ex aequo con Javier Bardem, il premio per la miglior interpretazione maschile. Era dal 1987 che all’Italia non andava un simile riconoscimento, dai tempi di Oci Ciornie, con Marcello Mastroianni. Germano ha trent’anni, era comprensibilmente euforico e parlare non costa niente. Però è noto ciò che ha approfittato per dire, in occasione della Palma: «Siccome i nostri governanti rimproverano gli artisti di parlare male dell’Italia, dedico il premio all’Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere migliore il nostro Paese nonostante la classe dirigente».

Che bello quando uno, in simili circostanze, si limitava a ringraziare la mamma (peraltro quella di Germano era a casa, emozionatissima e in lacrime e una parolina le avrebbe magari anche fatto piacere). Che bello quando le vittorie restavano personali e il «morettismo» non aveva ancora pervaso tutto il cinema dello stivale. Che bello quando uno se ne usciva da un Festival come da un esame all’università superato col trenta e aveva solo voglia di ridere e di esser grato e di bere birra con gli amici. Invece si è ammalato tutto. E Germano, bravo, gagliardo e in smoking, è salito sul palco della Croisette come il Che entrava nella rivoluzione.

Certo, la battaglia non l’ha aperta lui. Si erano sentiti accusati per il fatto di essere, sostanzialmente, un po’ dei «fannulloni» gli attori e i registi nostrani, tipi inacapaci di raccontare la nostra realtà, chiusi in intorcinamenti nichilisti. E c’è da capirli: non l’avevano presa bene. E allora, quando uno riceve un premio per il cinema italiano, si sente in dovere di difenderlo il cinema italiano. E dal «loro», dal suo punto di vista, c’è sempre e solo qualcuno contro cui difendere il cinema e non solo quello: il governo. Quello per colpa del quale piove, perfino. Premiano i film, ma è sempre lo stesso film. «Il bello di essere insignito è che posso dire tutto quello che penso» ha spiegato l’attore. Come se non fosse possibile dirlo sempre ciò che uno pensa.

Come se non fosse possibile, anche oggi, e anche in Italia, dirlo dalla tv, dalle piazze, dai giornali e dai festival del cinema. Non è stato il premio, è stato l’eccesso di euforia, l’orgoglio d’appartenenza, la necessità di appartenenza. Nei confronti di un cinema monocolore e monopensiero al quale è un dovere appartenere. Se si vuol essere considerati, se si vuole andare a Cannes, se si vuole stare sul lato giusto della Croisette. Germano è giovane e ipoteca il futuro.





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