venerdì 28 maggio 2010

Il ciclista più fortunato al mondo: illeso nel maxi-tamponamento

Il Mattino

PECHINO (27 maggio)

Un violento tamponamento porta due auto a schizzare a pochi centimetri dalla sua bici. L'uomo si ritrova al centro della carambola e prosegue incurante a pedalare


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Il killer delle prostitute alla Corte «Sono il cannibale con la balestra»

Corriere della Sera

L'uomo sarebbe stato incastrato dalle immagini di una telecamera a circuito chiuso

Lo studente di dottorato in criminologia di Bradford davanti al giudice

Il killer delle prostitute alla Corte «Sono il cannibale con la balestra»


Le tre vittime di Stephen Griffiths
Le tre vittime di Stephen Griffiths
LONDRA - Stephen Griffiths, quarantenne studente di dottorato in criminologia di Bradford (Inghilterra) è comparso venerdì in tribunale, dove è stato incriminato per l'omicidio di tre prostitute. Quando il giudice gli ha chiesto di di confermare la sua identità, Griffiths ha risposto: «Sono il cannibale con la balestra».

LA TELECAMERA - L'uomo deve rispondere della morte di Suzanne Blamires, 36 anni, Shelley Armitage, 31, e Susan Rushworth, 43. Secondo quanto riferiscono i giornali, l'uomo è stato incastrato dalle immagini di una telecamera a circuito chiuso. Un portiere che stava osservando delle registrazioni ha visto un uomo e una donna ripresi mentre entravano nel palazzo nella notte di sabato. Pochi minuti dopo la donna usciva correndo; l'uomo la inseguiva, l'ha sbattuta a terra, e a quel punto ha tirato fuori una balestra, e le ha sparato una freccia che l'ha colpita alla testa. Poi ha portato il corpo via dalla visuale della telecamera. Nel corso del weekend è stato ripreso mentre portava via dalla casa sacchi dell'immondizia e zaini. Griffiths è stato arrestato lunedì. La polizia ha quindi trovato il corpo smembrato di Suzanne Blamires nel vicino fiume Aire. (Fonte: Ansa)


28 maggio 2010





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Caso Telecom, dossier: assolto lo 007 Mancini

di Luca Fazzo

Il giudice Panasiti ha deciso: non ci fu appropriazione indebita ai danni di Tronchetti nelle operazioni condotte dalla Security interna guidata da Giuliano Tavaroli



 

Viene prosciolto da tutte le accuse per il caso Telecom lo 007 Marco Mancini, numero uno del nostro controspionaggio. E contemporaneamente viene sancito che non era una scheggia impazzita, un gruppo di potere fuori controllo, a gestire il delicato ufficio Security di Telecom all'inizio degli anni Duemila. Questa mattina il giudice preliminare Mariolina Panasiti pronuncia la prima sentenza sul caso dei dossier illegati realizzati dalla Security di Telecom sotto la guida di Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere diventato uomo di fiducia di Marco Tronchetti Provera: ed è una sentenza che in pochi ma essenziali passaggi ribalta la linea d'accusa seguita dalla Procura della Repubblica.

Secondo la Procura, dossieraggi e incursioni erano avenuti all'insaputa dei vertici dell'azienda, e con l'obiettivo non di garantirne la sicurezza ma di succhiarne risorse per milioni di euro. Per questo Tavaroli e l'investigatore privato Emanuele Cipriani erano accusati di appropriazione indebita ai danni di Telecom e Pirelli. E proprio questa è l'accusa che il giudice Panasiti spedisce nel cestino della carta straccia. I reati, dice in sostanza la sentenza, vennero effettivamente commessi: furono corrotti poliziotti e finanzieri per spiare l'anagrafe penale dei cittadini, vennero violati i computer delle aziende "nemiche". Ma questo avvenne nell'interesse di Telecom, e non contro di essa.

Per questo il giudice restituisce gli atti dell'udienza alla Procura: perchè riprenda a indagare, e stavolta senza indulgenze verso i top manager dell'azienda. Giuliano Tavaroli viene condannato a quattro anni e due mesi di carcere, quattro mesi meno della pena che aveva patteggiato con la Procura. Tre anni e quattro mesi per l'esperto informatico Fabio Ghioni, che guidava il Tiger Team, - la squadra di hacker di Telecom. A giudizio viene rinviato l'investigatore Emanuele Cipriani, titolare dell'agenzia fiorentina Polis d'Istinto, l'uomo che realizzò le centinaia di indagini sotto copertura: da quelle a carico di Afef Tronchetti provera a quella sui conti esteri dei Ds: ma i cade - ed è questo il passaggio decisivo - l'imputazione di appropriazione indebita.

Quelle indagini, quindi, per il giudice vennero compiute nell'interesse di Telecom. Del tutto di scena esce lo 007 Marco Mancini, già capo del nostro controspionaggio, che era accusato di avere passsato a Cipriani e a Tavaroli materiale coperto dal segreto di Stato: prosciolto, in parte per non avere commesso i fatti che gli venivano addebitati, in parte per prescrizione, in parte perchè sulla vicenda il governo Berlusconi ha apposto il segreto di Stato. Non verrà processato. Per Mancini - che per l'affare Telecom era stato rinchiuso in carcere sei mesi - è la seconda vittoria, dopo il proscioglimento ottenuto nel processo per il rapimento dell'imam estremista Abu Omar.

Telecom e Pirelli (che erano finora accusate solo per responsabilità aziendale nei comportamenti di Tavaroli e Ghioni) hanno chiesto di versare sette milioni di risarcimento allo Stato e alle parte civili. Patteggiamento accolto. Ma i problemi, per il vecchio managememt della compagnia telefonica, potrebbero essere solo all'inizio. In attesa dellemotivazioni della sentenza, è già chiaro che per il giudice Mariolina Panasiti qualcuno molto in alto sapeva delle performance di Giuliano Tavaroli e della sua squadra. E la restituzione del fascicolo alla Procura apre un nuovo scenario dagli esiti imprevedibili.



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Avvistate in cielo due grandi sfere: ufo?

Corriere del Mezzogiorno

Misuravano un metro ciascuna: dopo essere rimaste immobili hanno preso velocemente direzioni opposte

NAPOLI

A volte ritornano. Dopo gli avvistamenti nella notte del 12 maggio scorso dalla collina di Posillipo, a Napoli, di sette puntini infuocati di colore arancione, la notte scorsa a Crispano, in provincia di Napoli, un operatore ecologico di 42 anni, mentre stava raccogliendo i rifiuti in via Cancello - erano circa le due di notte – ha visto in cielo, ad alta quota, due grandi sfere di fuoco di colore rosso vivo, di un metro circa ciascuna che, dopo essere rimaste immobili per un po’ di tempo, avrebbero preso, poi, con manovre veloci, direzioni opposte. A seguito di un sopralluogo dei carabinieri della locale compagnia allertati dal racconto del quarantaduenne, i militari hanno trovato a terra, nella zona vicina allo stadio dei cerchi concentrici e tracce di schiacciamento dell’erba, come se sull’area si fosse davvero posato un disco volante.

CAPANNELLI DI GENTE - La notizia ha fatto subito il giro del paese e molte persone si sono radunate nella zona dove sono state rinvenute le tracce di una presunta presenza aliena. L’area intanto è stata transennata dalla polizia municipale e dai carabinieri, in attesa di conoscere qualcosa in più sull’accadimento «misterioso». Negli avvistamenti del 12 maggio scorso, invece, la sezione campana del Centro italiano Studi ufologici, (Cisu), parlò, in riferimento alla presunta presenza di alieni sui cieli di Napoli, piuttosto di probabili lanterne cinesi che, con una fiammella accesa, riescono ad alzarsi in volo come mini-mongolfiere luminose per poi essere catturate dai venti di alta quota e disintegrarsi, determinando però un effetto di grande impatto visivo.

Francesco Parrella
28 maggio 2010



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Pedofilia, Bagnasco: "Possibili coperture di abusi pure in Italia"

di Redazione

Possibili in Italia casi di vescovi che hanno insabbiato accuse contro preti pedofili.

Bagnasco avverte: "Qualora ciò fosse accertato il giudizio della Chiesa è noto: è una cosa di per sè sbagliata e da superare"



 
Roma

E' "possibile" che ci siano in Italia casi di vescovi che hanno insabbiato accuse contro preti pedofili, secondo il cardinale Angelo Bagnasco che, rispondendo alle domande dei giornalisti e nella conferenza stampa conclusiva dell’assemblea generale della Cei, ha precisato: "Qualora ciò fosse accertato il giudizio della Chiesa è noto: è una cosa di per sè sbagliata e da superare".

Il caso di Pesaro "C’è stata una situazione nella quale ho dovuto verificare le cose", ha continuato Bagnasco ricordando il caso di un prete accusato di pedofilia all’epoca in cui egli era vescovo di Pesaro. "Applicando le norme - anche se non c’erano ancora le ultime linee guida della Santa Sede - ho verificato la verosimiglianza di un’accusa, i rumors", ha ricordato l’arcivescovo di Genova rispondendo ad una specifica domanda dei giornalisti. "Questa è la cosa preliminare da fare ed è la prima fase tesa ad una valutazione e ad una ricerca puntuale. In quel caso non c’era consistenza e lo riferii alla Congregazione a cui ci si deve riferire". "Questa è la situazione più diretta che ho vissuto. Speriamo - ha concluso Bagnasco - di non dover mai affrontare situazioni reali".

L'incontro con le vittime Quando una persona si rivolge al proprio vescovo per denunciare di aver subito degli abusi sessuali da parte di un prete, "la si riceve immediatamente, di giorno o di notte". Il porporato ha affermato che il "referente naturale" delle presunte vittime, in una diocesi, è il vescovo. A chi metteva in dubbio la possibilità di parlare direttamente con il vescovo, Bagnasco ha risposto: "Non credo che un vescovo sia inaccessibile. Io ricevo lettere personali e riservate, scritte anche a stampatello su una pagina di quaderno su varie questioni delicate. Molti prendono, scrivono e presentano un problema". Nel caso di denunce d’abuso sessuale, ha proseguito, si tratta di "situazioni così gravi che richiedono una risposta immediata". Dopo di che "la procedura sarà quella che sarà ci vogliono i tempi necessari, i più brevi possibili. La situazione va valutata. È possibile che il vescovo dica di parlare con il proprio vicario generale o con altri rappresentanti della diocesi, ma questo fa parte del suo discernimento".





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Iniezione letale dopo ben 31 anni nel braccio della morte Record in Alabama

Quotidianonet

L'uomo, 63 anni, è è stato giudicato colpevole di aver rapito, violentato, ucciso e fatto a pezzi una donna nel 1976.

E' la 24esima persona giustiziata dall'inizio dell'anno



ROMA, 28 maggio 2010 - E' stato ucciso dopo aver passato 31 anni nel braccio della morte: è un record ben poco piacevole, quello raggiunto da Thomas Whisenhant, 63 anni, giustiziato in Alabama (ed è il 24esimo dall'inizio dell'anno in USa). L'uomo è stato giudicato colpevole di aver rapito, violentato, ucciso e fatto a pezzi, la ventiquattrenne Sheryl Lynn Payton, impiegata in una salumeria, e un’altra donna, nel 76.


Secondo quanto riferito
dalla portavoce dei servizi penitenziari, Whisenhant, dopo aver trascorso meta’ della sua vita nel braccio della morte, non ha voluto fare nessuna dichiarazione prima dell’iniezione letale.





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Piazza Loggia, corona del "Giro" e slogan contro i politici

Bresciaoggi

28/05/2010
Zoom Foto Un momento della commemorazione davanti alla stele che ricorda le vittime della strage del 28 Maggio 1974

Una delegazione del giro d’Italia composta tra gli altri, da Marco Velo e Filippo Pozzato ha deposto oggi una corona davanti alla colonna scheggiata dalla bomba che esattamente 36 anni fa uccise 8 persone e ne ferì 108 a Brescia. I ciclisti sono arrivati in bicicletta, poco prima della partenza, dal capoluogo, della tappa odierna. Da circa una decina di minuti era in atto una decisa contestazione, a suon di slogan nei confronti degli amministratori locali di centrodestra, presenti alla commemorazione. La contestazione, attuata da alcune decine di persone, in prevalenza studenti, non è cessata nemmeno quando i ciclisti hanno deposto la corona.  «Pozzato - ha riferito dopo Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage - mi ha detto ’siamo con voi' e sono state parole molto belle. Li ho ringraziati per il gesto. In quanto alla contestazione, sono rimasto molto amareggiato. Ho visto che si tratta di giovani, di studenti. Preferisco pensare all’impegno dei loro coetanei e ai lavori che hanno preparato per tenere viva la memoria di quello che accadde quel giorno».  Tra chi ha contestato gli amministratori bresciani di centrodestra, c’era chi diceva «almeno oggi la piazza la devono lasciare a noi». Maurizio Margaroli, assessore al commercio del comune di Brescia, ha commentato la contestazione dicendo: «Io quel giorno ero in questa piazza, avevo scioperato per essere alla manifestazione. Forse questi ragazzi non lo sanno».

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Scure di Tremonti sull'Istituto di Marotta «Ci fanno chiudere, scandalo mondiale»

Corriere del Mezzogiorno

Previsto tagli ai fondi per il tempio della filosofia di Palazzo Serra di Cassano.
L'avvocato: «Decisione folle»


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NAPOLI— La notizia l’ha appresa dal cronista e, quando si è reso conto della gravità della situazione, si è fiondato al giornale. Portando una serie di documenti che sanciscono l’eccellenza dell’Istituto di Studi Filosofici e l’«impossibilità» di escluderlo dai contributi. «Considerare il nostro Istituto un ente inutile, un ramo secco da spazzare via è una offesa che non posso accettare. E allora replico volando alto con la cultura: la scuola di Einstein, a Princeton, commentò così un altro momento terribile di Palazzo Serra di Cassano assediato dall’ignoranza: se l’Istituto dovesse chiudere sarebbe uno scandalo mondiale».

Solo un’altra volta avevamo visto Gerardo Marotta così preoccupato, fu la sera del terremoto, trent’anni fa ormai, quando piombò in redazione, terreo in volto, con il cappotto che non riusciva a coprire il pigiama di flanella. Quella di oggi, però, è una rabbia diversa più razionale: «Se non ci rinnovano i contributi— dice— dovremo chiudere anche perché non ho più niente da vendere. L’ultima follia l’ho fatta vendendo un attico di mia moglie a Roma e con quei soldi stiamo andando avanti. Stanno finendo, però». È disperato e ci mostra il rendiconto dei revisori dei conti nel quale è scritto: «Per fronteggiare la situazione debitoria dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici l’avvocato Gerardo Marotta e i suoi figli Valeria, Barbara e Massimiliano hanno venduto l’appartamento al piano attico dell’edificio di piazza Grazioli 18 in Roma per il prezzo di un milione e 570mila euro. Con il ricavato di questa vendita si è riusciti a fronteggiare le spese per i seminari e le ricerche in corso, senza poter tuttavia colmare il vuoto creato dai mancati contributi per gli anni accademici 2002-2003 e 2007-2008». L’avvocato parla quasi con distacco come se non avesse armi per difendersi dai «nemici» che perfino uno come lui ha, ma poi l’orgoglio prende il sopravvento e riprende a squadernare imeriti della sua scuola unica al mondo — l’ha definita così l’Unesco — e della sua famiglia che non si è mai tirata indietro rispetto ai sacrifici che la gestione dell’Istituto imponeva. «È una sciagura, ci costringono ad ammainare la nostra bandiera e questo, per una crudele beffa, avviene il giorno prima della celebrazione del 35mo anniversario dell’Istituto. Ma noi abbiamo una fede incrollabile e faremo lo stesso festa ascoltando il discorso celebrativo di Marc Fumaroli, accademico di Francia».

Gerardo Marotta
Gerardo Marotta

E sul viso ricompare un timido sorriso d’orgoglio, ma è questione di un attimo perchè i motivi di preoccupazione riprendono il sopravvento: «Il nostro bilancio è modesto ma significativo. Distribuiamo borse di studio per 800mila euro a giovani ricercatori delle regioni meridionali, ma non le abbiamo pagate tutte e a questo punto non so come e quando potremo farlo». L’anno 2010, infatti, è del tutto scoperto e dopo il ferale annuncio è ben difficile che il Governo possa approvare l’emendamento alla Finanziaria che autorizzava l’Istituto di Studi Filosofici e l’Istituto di Studi Storici Benedetto Croce a conservare il contributo statale. «Questo privilegio ci venne concesso dal presidente Azeglio Ciampi, che da sempre è un sostenitore del nostro lavoro, ma la legge scaduta il 31 dicembre del 2009 non l’ha riconosciuto. Noi continuiamo a lavorare e a sperare, abbiamo ripresentato la richiesta, ma con quello che sta accadendo la fiducia si sta progressivamente spegnendo». Il meccanismo voluto da Azeglio Ciampi ha funzionato in maniera del tutto trasparente e lineare: l’Istituto presentava i bonifici delle spese che sosteneva — offriva, cioè, una garanzia superiore a quella delle fatture — e otteneva il rimborso. «Quando dal Presidente ricevemmo uno stanziamento di dieci miliardi, ricorda l’avvocato, riuscimmo a contrattualizzare duemila borsisti, ma quella bella stagione è ormai soltanto un lontano ricordo».

Tra i documenti che ci vengono mostrati ce ne sono due ai quali Marotta è profondamente legato: i riconoscimenti ottenuti dal Parlamento europeo e dall’Assemblea delle Nazioni Unite, ma non meno importante è la valutazione fatta da Fabrizio Barca, uno dei dirigenti più autorevoli di quel Ministero del Tesoro che oggi ha imbracciato la scure. «L’attività dell’Istituto ha lasciato un segno profondo nelle scuole e nelle biblioteche del Mezzogiorno e dovrebbe essere ancora di più innervata nei territori del Mezzogiorno per dare quella voce che sola può spingere questa area del paese ad essere convinta dei propri mezzi». Tanta fatica sprecata, la scure del Governo può concellare le tracce del cammino compiuto dall’Istituto. «Lotteremo con tutte le forze che ci sono rimaste— dice Marotta — per impedire che questo avvenga, ma vorrei sentire intorno ame il calore della città nella quale l’Istituto svolge la sua missione. Sono cittadino onorario di decine di città, ma è Napoli la culla del mio sapere e qui voglio portare a termine il mio lavoro». Nobili parole, l’avvocato le ha ripetuto anche all’autore di un documentario che si sta girando in questi giorni. «Anche a loro ho detto quello che ripeto da anni: quando si taglia bisogna saper scegliere. L’Istituto di Studi Filosofici salva l’identità europea, non può essere sacrificato così».

Carlo Franco
27 maggio 2010



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Guardia di Finanza: preso in Spagna un narcos latitante dei Mazzarella

Corriere del Mezzogiorno

Pasquale Claudio Locatelli era ricercato dalla DDA dal 2009 per traffico internazionale di stupefacenti


NAPOLI

Per il latitante conosciuto nell'ambiente dei narcotrafficanti con il nome di «Mario di Madrid», nonostante si chiamasse Pasquale Claudio Locatelli, è stato fatale un incontro con il figlio Massimiliano proprio nel l'aeroporto del capoluogo Spagnolo.

Ricercato dall'ottobre 2009 per essersi sottratto alla custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, l'uomo di 58 anni è stato fermato dal personale dell' U.D.Y.C.O. - l'unita specializzata per il contrasto al traffico di droga e al crimine organizzato della Polizia Nazionale spagnola.

Locatelli era partito ieri mattina dall'aeroporto bergamasco di Orio al Serio. A pedinarlo, i finanzieri impegnati in un servizio di osservazione transfrontaliera organizzata nell'arco di poche ore grazie alla collaborazione del Servizio Interpol e del II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza.

Il criminale era legato al clan camorristico dei Mazzarella, come è emerso a seguito delle indagini risalenti al 2005 svolte dal G.I.C.O. (Gruppo Investigazione sulla Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli. Il latitante di origini bergamasche era già allora ricercato per essersi sottratto all'esecuzione di una sentenza di condanna definitiva inflittagli dalla Corte di Appello di Brescia, e intanto riforniva il mercato campano di hashish e cocaina. Mario di Madrid era al vertice di un'organizzazione composta anche da sudamericani e balcanici a cui la Guardia di Finanza aveva sequestrato, in tre diverse occasioni, oltre 500 chili di hashish. Durante le operazioni condotte dalla Procure della Repubblica di Napoli Direzione Distrettuale Antimafia, Locatelli era stato arrestato altre due volte, per poi essere scarcerato dai giudici spagnoli per vizi di forma.

Redazione online
28 maggio 2010




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Berlino vieta la religione a scuola

Libero





A Berlino la religione deve restare fuori dalle aule scolastiche. Lo ha stabilito un giudice dell'alta corte della capitale tedesca, dopo che un ragazzino di 16 anni di religione islamica aveva chiesto di poter pregare durante la scuola. Il caso risale al 2007, quando il giovane islamico, del quartire periferico di Berlino, Wedding, aveva chiesto a un tribunale il vedersi riconoscere il diritto di poter rivolgere le sue preghiere alla Mecca durante la scuola. Un permesso che all'epoca, il preside (e pure un tribunale di primo grado) avevano accordato.
In seguito a un contro ricorso, però, il verdetto è stato ribaltato. Per il giudice, il diritto di un singolo studente a professare la propria religione non può prevalere sul diritto del gruppo. "In una scuola pubblica, con studenti di diverse religioni, è necessaria la neutralità per garantire condizioni di apprendimento corrette per tutti".

Il precedente verdetto, nel 2008, aveva concesso al giovane di pregare durante l'orario scolastico in un'aula adibita alla preghiera. E' stata l'autorità per l'educazione della città di Berlino (una sorta di assessorato alla pubblica istruzione) a fare ricorso per evitare di introdurre la religione nelle scuole. Ora il giovane, se vorrà, avrà ancora una possibilità per farsi valere: ricorrere all'equivalente della nostra corte di Cassazione.

28/05/2010





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Margot, Castro e il tentato golpe a Panama

Corriere della Sera
La grande ballerina Fonteyn complottò con il Lider maximo e fu arrestata.
La verità dopo 50 anni

l'artista in coppia con Nureyev ha incantato le platee mondiali

Margot, Castro e il tentato golpe a Panama


Margot Fonteyn con  Rudolf Nureyev
Margot Fonteyn con Rudolf Nureyev
LONDRA - In coppia con il grande Rudolf Nureyev ha incantato le platee mondiali ed è stata celebrata come una delle più grandi ballerine di sempre. Ma nella vita piena di successi di Margot Fonteyn, l'inimitabile artista inglese scomparsa nel 1991, vi è una macchia che è stata tenuta nascosta per 50 anni e che è emersa solo oggi grazie alla declassificazione di alcuni documenti top secret del Foreign Office britannico. Nell'aprile del 1959 la Fonteyn avrebbe organizzato, assieme al marito Roberto Arias, un colpo di stato a Panama contro l'allora presidente Ernesto de la Guardia. Nell'azione, poi fallita, sarebbe stato coinvolto anche Fidel Castro, che avrebbe inviato un contingente di rivoluzionari cubani in aiuto dei ribelli.

AZIONE CLANDESTINA - I documenti, conservati negli Archivi nazionali di Kew e resi pubblici venerdì, dimostrano il «coinvolgimento fino al collo» della Fonteyn che nel 1979 sarebbe stata nominata «prima ballerina assoluta» dal Royal Ballet di Londra. Negli archivi sarebbero stati raccolti telegrammi confidenziali e lettere che raccontano come l'acclamata artista internazionale, allora trentanovenne, assieme al marito Arias, diplomatico panamense, rampollo di una delle più importanti famiglie dello stato centro-americano, abbia contattato e preso accordi con il Lider maximo per portare a termine l'operazione clandestina. Alla fine di gennaio del 1959 la ballerina e il marito avrebbero raggiunto Cuba per incontrare Castro: quest'ultimo avrebbe sostenuto il colpo di stato donando armi e offrendo uomini per l'operazione. Tre mesi dopo, la Fonteyn, il consorte e un gruppo nutrito di complici, tra cui 125 rivoluzionari cubani, sarebbero sbarcati a Panama e avrebbero cercato di fomentare la rivolta. Ma a causa di una soffiata, il blitz fu scoperto e la maggior parte dei ribelli preferì scappare. Roberto Arias riuscì a rifugiarsi nell'ambasciata brasiliana di Panama, mentre la Fonteyn fu arrestata e incarcerata.



CARCERE E RITORNO A LONDRA - La ballerina restò in carcere solo un paio di giorni e le fu assegnata la cella più confortevole. Più che una cella - scrisse malignamente l'allora ambasciatore inglese a Panama Ian Henderson - sembrava «una suite presidenziale». Il governo inglese si attivò prontamente per ottenere il rilascio della ballerina, al tempo una delle personalità britanniche più conosciute al mondo. La Fonteyn fu messa sul primo aereo per New York e più tardi riuscì a ritornare a Londra. L'Inghilterra tenne la storia segreta per non destabilizzare i rapporti diplomatici con i paesi centro-americani. Secondo i documenti, il sottosegretario agli Esteri e futuro premier John Profumo, che tre anni più tardi sarebbe stato coinvolto nel famoso e omonimo scandalo sessuale, volle incontrare la ballerina: «Ho dovuto darmi più volte un pizzicotto durante la sua visita per essere sicuro che non stessi sognando la storia buffa che mi ha raccontato - commentò -. È del tutto evidente che è stata ed è coinvolta profondamente nelle questioni politiche panamensi e nella crisi attuale. Ha ammesso di aver visitato Cuba a gennaio e di aver visto, assieme a suo marito, il signor Castro». L'ambasciatore Henderson fu più duro: «Il suo comportamento è stato altamente riprovevole e irresponsabile – dichiarò il diplomatico britannico -. Spero che i suoi amici e i suoi parenti le consiglino di stare lontano da Panama per un bel po’ di tempo».

Francesco Tortora
28 maggio 2010



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Condanna per terrorismo: revocato l'asilo politico all'ex imam di viale Jenner

Corriere della Sera

Abu Imad aveva chiesto lo status di rifugiato nel 1995
Maroni: quando finirà di scontare la sua pena sarà espulso dal nostro territorio nazionale


MILANO

La commissione centrale del Viminale ha revocato la concessione del diritto di asilo all'ex imam di viale Jenner a Milano Abu Imad. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, presentando il G6 dei ministri dell'Interno iniziato venerdì mattina a Varese. «C'è stata una condanna definitiva per Abu Imad - ha spiegato il ministro -, e quindi la commissione regionale ha rinviato la questione a quella nazionale, che questa mattina ha revocato il diritto d'asilo. Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale», ha concluso Maroni.

LA STORIA - L'intricata vicenda ha origine nel 1995, quando l'imam ha presentato istanza d'asilo: essa era stata respinta dalla Commissione sullo status del rifugiato dal Ministero dell'Interno. Ma l'egiziano aveva fatto ricorso al Tar della Lombardia che nel 2001 ha annullato la decisione del ministero. Il Viminale, a sua volta, ha fatto appello al Consiglio di Stato, il quale, nel 2005, ha confermato però la decisione del Tar. Nel marzo 2010, quindi, la Commissione asilo ha dovuto dare esecuzione ad una sentenza definitiva della giustizia amministrativa e - puntualizza il Viminale - solo perché tenuto ad applicare una sentenza ha riconosciuto ad Abu Imad lo status di rifugiato. Ma lo scorso 29 aprile è arrivata la condanna definitiva della Cassazione per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Alla luce di questa novità la Commissione nazionale ha riesaminato la vicenda e revocato lo status di rifugiato all'ex imam.

LA CELLULA SALAFITA - Per anni l'egiziano è stato considerato dagli inquirenti milanesi il promotore e il leader di una cellula salafita legata al Gspc, attiva in Lombardia e in particolare a Milano già prima dell'11 settembre 2001, cellula che, stando alle indagini, aveva un programma «inquadrato in un progetto di jihad e che avrebbe pianificato azioni suicide in Italia e all'estero e dato supporto logistico a militanti da avviare nei campi d'addestramento in Afghanistan e in Iraq». Si trattava di un'associazione, per dirla con le parole dei giudici che valutarono la causa in primo e secondo grado, «operante in diretto collegamento con una rete di analoghi ed affini gruppi attivi in altri Stati europei ed extraeuropei» con un «complessivo programma inquadrato in un progetto di Jihad». Per i giudici milanesi era, in altre parole, «una vera e propria struttura militare con legami internazionali» radicata tra Milano, Gallarate, Brescia e Cremona.

I PENTITI - Le indagini che hanno portato alla condanna definitiva l'ex imam erano state avviate dai pm Elio Ramondini e Massimo Meroni, che si erano avvalsi in particolare della testimonianza di due «pentiti», Riadh Jelassi e Chokri Zouaoui. Quest'ultimo aveva raccontato di una cellula dormiente che progettava un attentato al Duomo di Cremona e al Duomo e alla metropolitana di Milano. Jelassi invece, che aveva parlato fin dal 2003 di progetti terroristici risalenti agli anni precedenti in varie parti d'Italia, aveva lanciato pesanti accuse nei confronti di Abu Imad: l'imam, aveva messo a verbale il pentito, faceva «il lavaggio del cervello ai fratelli che cercavano consolazione» e aveva sottolineato il suo ruolo di indottrinatore di «un pensiero estremista». Abu Imad, coinvolto anche nel primo processo milanese a un gruppo di islamici, quello chiamato Sfinge, allora finì solamente indagato e non in carcere poiché la magistratura ritenne avesse dato segnali di un suo allontanamento da«posizioni di radicalismo estremo» e, come scrisse il gip Guido Salvini, di «condivisione di scelte più moderate all'interno del rispetto delle regole di legalità del Paese che lo ospita».

LA COLLABORAZIONE - Proprio il suo atteggiamento, così diverso da quel comportamento da «fanatico» descritto dai pentiti , unito probabilmente a una collaborazione rispetto alle indagini in corso a Milano, avevano determinato i magistrati, già in primo grado, a non chiedere, per lui, quell'espulsione dall'Italia a pena espiata che in molti altri casi, nonostante le polemiche e le accuse dei difensori, è suonata come una condanna aggiuntiva, la più temuta dagli imputati islamici. Richiesta accolta tanto in primo grado quanto in appello, quando i giudici scrissero che l'ex imam non andava espulso «dal territorio dello Stato a pena espiata» in quanto è provato il suo «avvenuto distacco dall'estremismo militante». Ora invece Maroni ha ribadito: «Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale».

Redazione online
28 maggio 2010





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Ubriaco e contromano, uccise 3 persone sulla Pontina: pena sospesa in appello

Il Messaggero

Stefano Masci era stato condannato in primo grado a 8 anni

ROMA (28 maggio)

Uccise tre persone in un incidente stradale sulla Pontina dopo aver guidato ubriaco e contromano per 13 chilometri. Ieri Stefano Masci, responsabile del triplice omicidio colposo e condannato in primo grado a 8 anni, ha ottenuto una consistente riduzione di pena. La Corte d’assise d’Appello di Roma ha riformato la sentenza, stabilendo che Masci dovrà trascorre in carcere 5 anni e 4 mesi. Pena sospesa. Ma l’imputato ha diritto anche a uno sconto di tre anni, perché la tragedia avvenne il 17 aprile del 2006 e Masci usufruirà dell’indulto. La condanna effettiva, alla fine, è di due anni e 4 mesi. Ai quali va ulteriormente sottratto un anno di detenzione già scontato tra carcere ed arresti domiciliari.

Prima che la giuria popolare si ritirasse in camera di consiglio, il procuratore generale aveva esortato la Corte a non diminuire la condanna, spendendosi a sottolineare i benefici di cui comunque avrebbe goduto l’imputato grazie all’indulto. Esortazione rimasta lettera morta, come era stato per la richiesta della procura che voleva condannare Masci per omicidio volontario. I giudici, tra l’altro, hanno stabilito oltre alla sospensione condizionale, anche la concessione delle attenuanti generiche, nonostante la sera della tragedia Masci fosse ubriaco alla guida.

La morte di Maurizio Montanari, Iolanda Ramos e Deborah Borsari, rappresentati dagli avvocati Adriano Izzo e Federico Bianchi, avviene sulla Pontina alla 4 del mattino del 17 aprile del 2006. La Mercedes sulla quale viaggiano le tre vittime si scontra con l’Audi guidata da Masci. L’uomo, ubriaco, ha già percorso 13 chilometri contromano. Una tratto di strada lungo, durante il quale Masci incrocia anche diverse auto che gli segnalano il pericolo. Una donna, alla guida di una Peugeot sulla corsia opposta, tenta di rincorrerlo per farlo accostare. Tentativo inutile. Masci continua a spingere l’acceleratore fino allo schianto mortale con la Mercedes.

Non è la prima volta che, tra il primo e il secondo grado, il responsabile di un incidente mortale ottenga il dimezzamento della pena. È successo per Stefano Lucidi, condannato in via definitiva a 5 anni di reclusione con l’accusa di omicidio colposo per la morte di due giovani fidanzati, investiti passando a 100 all’ora con il rosso; Lucidi, in primo grado, era stato condannato a 10 anni con rito abbreviato per omicidio volontario. Stessa sorte è toccata Vasile Ignatiuc, responsabile della morte di uno studente investito, è passato a 100 chilometri orari con il semaforo rosso: 16 anni in primo grado, otto in appello. Ora si attende l’esito del secondo grado per Friedrich Vernarelli, condannato dal tribunale a 7 anni di carcere per il duplice omicidio colposo di due turiste irlandesi.





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Saviano&co. nelle librerie tedesche con il cd dei canti 'ndranghetisti

Corriere del Mezzogiorno

Scritti dell'autore campano, Gratteri e Rita Borsellino, con le canzoni di ispirazione mafiosa.
È polemica


Audio - Il canto della malavita

«'O malacarne è nu guappo 'e cartone!». Dal grido di sfida di Ben Gazzara-Cutolo nel film Il camorrista (1986) al libro siglato dai personaggi antimafia 2010 il passo è lungo. In mezzo, trent'anni di eccidi, faide, sangue, affari, globalizzazione criminale. I tedeschi, scioccati dalla strage di Duisburg del 2007, sono (abbastanza) sensibili al tema. Perciò l'editore, la Edel ear Books di Amburgo, ha dato alle stampe «Malacarne» con il meritevole intento di far conoscere meglio, attraverso foto e contributi scritti, i tentacoli e la nuova faccia glocal delle mafie italiane. Quale miglior detonatore che la penna e la conoscenza scientifica della materia di autori come Roberto Saviano, Francesco La Licata, Antonio Nicaso e poi del magistrato Nicola Gratteri e di Rita Borsellino. La prima linea della lotta antimafia confluisce in «Malacarne» con una serie di contributi che si alternano alle belle fotografie di Alberto Giuliani.

CANTI «ROMANTICI»? - Tutto bene? Quasi. Al testo l'editore teutonico ha pensato di allegare un cd con canzoni di ispirazione mafiosa. Abbinamento che, pare, venda. Ma il presunto gradimento dei cittadini teutonici è pari alla beffa consumata nei confronti degli scrittori. I brani pescano infatti nel calderone filo-'ndranghetista che dipinge la mafia calabrese in maniera semiromantica, santificata dalla vendetta e dagli uomini d'onore. A curare la parte musicale del libro è Francesco Sbano, un fotografo italiano trapiantato in Germania.

La homepage della «Mazza music»
La homepage della «Mazza music»

Gestisce la “Mazza music”, con cui ha venduto centinaia di migliaia di copie dei canti di ispirazione ‘ndranghetista (il sito è malavita.com): nella playlist allegata al libro figurano canzoni come «Sangu chiama sangu» e «I cunfirenti» (ascolta) che conta quasi cinquantamila clic su You Tube (l'attacco: "Che fine brutta fanno i cunfirienti\di nascosto fanno li cantanti", cioè i collaboratori di giustizia) e l'inequivoca «Ammazzaru lu generali», sull’omicidio Dalla Chiesa. Si tratta di canti "tradizionali" alla stregua dei brani da sceneggiata napoletana che inneggiano al guappo e dunque portatori di un folklore malavitoso se vogliamo storicizzato. Ma, comunque sia, gli autori non l'hanno presa bene.

PROTESTE INUTILI - Rita Borsellino in particolare si è detta «particolarmente seccata» per non essere stata avvisata dell'operazione. «Mi dissocio, quei canti trasmettono un messaggio negativo» ha dichiarato al Fatto. Risultato: in Italia «Malacarne» verrà distribuito senza musiche. In Germania invece tutto resta invariato: via libera allo strano cofanetto libro di denuncia+disco di canti che mitizzano l'Onorata società.

Alessandro Chetta
27 maggio 2010(ultima modifica: 28 maggio 2010)



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Provincia Caserta, entra il prof. Arena Per lui Bassolino furioso su Report

IL Mattino




NAPOLI (28 maggio)



L’inviato di «Report» Bernardo Iovene piazza sulla scrivania di Bassolino due telecamere, una in posizione frontale, un’altra sulla sinistra. E' il 14 novembre 2006. Il giornalista chiede conto al governatore, per il suo ruolo di ex commissario per i rifiuti, di una consulenza da 500mila euro al professore Umberto Arena, direttore del Dipartimento di Scienze Ambientali della Seconda Università.

In particolare, dopo avergli chiesto se ha letto la relazione della commissione Bicamerale per i Rifiuti (e Bassolino risponde di sì), l’inviato di «Report» insiste nel chiedere al governatore perché, a fronte di una spesa di mezzo milione di euro, lo studio di Arena non sia mai stato attuato. Il presidente abbozza una risposta, ma Iovene lo incalza. Il volto di Bassolino, ripreso in primissimo piano, è tirato.


Il governatore risponde: «Ci siamo mossi sempre nella legalità». Poi... Poi, il seguito a domenica sera. Ma è il fuori onda che scatena la polemica. In tv si vede Bassolino che sbatte un fascicolo sulla scrivania e sbotta: «Dovevate dirmi che volevate sapere anche questo. Ma io che cazzo ne so di questo Arena. Me lo dicevate e io mi informavo e vi rispondevo. Così non va...».
A quanto pare il docente ora è vicinissimo alla nomina nella giunta provinciale guidata da Domenico Zinzi.




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Salerno, mendicanti rumeni multati pagano 500 euro senza discutere

Il Mattino

di Gianluca Sollazzo

SALERNO (28 maggio) - «Va bene la paghiamo, dateci il tempo di andare alle poste». A primo impatto quella rassicurazione abbastanza frettolosa era sembrata agli agenti della polizia municipale un mero contentino buttato lì. Una chiosa tanto sbrigativa quanto superficiale al rito formale della contravvenzione in cui erano incappati. E invece quei due rumeni beccati e sanzionati con tanto di multa salatissima per accattonaggio nel cuore della city hanno riservato il classico colpo di scena.

Fermati a due passi dal Forte la Carnale, precisamente in via Tommaso Scillato, intenti a chiedere la questua insieme ad altri quattro connazionali, non hanno fatto una grinza quando entrambi si sono visti comminare una contravvenzione per 250 euro. Sul groppone una bella cifra pari a 500 euro. Mica spiccioli per due rumeni senza fissa dimora. Identificati e verbalizzati dai caschi bianchi, hanno però accettato di buon grado la sanzione. Mostrando subito un atteggiamento disponibile.

«Nemmeno una contestazione, nemmeno una parola, hanno preso e incassato», fanno sapere dal comando dei caschi bianchi salernitani di via dei Carrari. C.T. ed R.T. le iniziali dei due stranieri puniti dai vigili. Sono stati verbalizzati lo scorso 4 febbraio ma solo ieri i vigili urbani hanno raccontato la loro singolare storia. Per qualche settimana si erano stabiliti nei pressi del Forte la Carnale, in via Scillato, rifugiati in un furgone. Dopo la sortita dei vigili hanno fatto addirittura ritorno in patria.

Vicenda a dir poco curiosa la loro. Nello stesso giorno della notifica del verbale, addirittura a poche ore dal blitz dei vigili in via Scillato, i due rumeni si sono recati al primo sportello postale aperto a Torrione e hanno versato la somma delle due multe. Cinquecento euro tondi tondi che valgono una bella lavata di coscienza per i due stranieri.
Normale immaginare la reazione degli stessi vigili urbani.

«Un gesto più unico che raro», commenta il comandante dei vigili urbani di Salerno, Eduardo Bruscaglin. Eccolo un gesto che fa scalpore. Il pagamento della multa, in questo caso, è una notizia. «Due rumeni senza fissa dimora, potenzialmente non rintracciabili sul territorio italiano, che pagano due multe pesantissime senza scomporsi e con un grande senso di civiltà, lascia più che sorpresi», rimarca la guida dei vigili urbani.

E c'è anche un dato "concreto" da non sottovalutare. Si tratta del provento del pagamento delle due multe, pari a cinquecento euro, che entra nelle casse comunali. Non una cifra esorbitante ma che sicuramente si carica di un forte valore simbolico. «Se solo il cinque per cento delle multe per accattonaggio venisse pagato ci troveremmo di fronte a una bella voce entrate», sussurrano da via dei Carrari. D'altronde non capita ogni giorno che due mendicanti di nazionalità rumena contravvenzionati si precipitino al primo ufficio postale per versare il pagamento della sanzione.

Quella contro i questuanti è davvero una battaglia senza sosta per i vigili urbani diretti dal comandante Bruscaglin. Scopriamo che in soli quattro mesi del 2010 (l'ultimo report risale al mese di aprile) l'offensiva degli agenti, a tutela delle norme per il rispetto dei luoghi e delle aree pubbliche, ha prodotto 544 multe da 250 euro - come stabilito da ordinanza comunale - ai danni di stranieri senza fissa dimora. In pratica si superano i due terzi delle multe effettuate nell'interno arco dell'anno scorso se pensiamo che nel 2009 sono state 741 le sanzioni comminate a vagabondi ed accattoni a Salerno. I controlli dei vigili urbani si sono fatti sempre più stringenti anche perché aumentano le segnalazioni dei cittadini, molte volte infastiditi dalle insistenze dei questuanti.
Voce stonata è quella che fa riferimento al pagamento delle multe. Le uniche entrate si riferiscono proprio alle somme versate dai due rumeni beccati a due passi dal centro cittadino poche settimane fa. Almeno loro hanno deciso di ripianare il debito col Comune.





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Basta scollature in Rai, la mossa della Melandri: abbottonare la televisione

di Valeria Braghieri

Dopo le lotte per la parità dei sessi, gli ex comunisti si risvegliano bacchettoni.

La Melandri fa istituire un osservatorio che sorvegli i "buoni costumi" della rai: sotto accusa star e ospiti con gambe nude



 
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Roma

I germi della moralizzazione si erano già visti nel corso di una puntata di Porta a porta sull’Isola dei famosi qualche settimana fa. Da una parte lei: minimal e radical con il golfino ecocompatibile, gli occhiali nella mano sinistra e la penna (forse era perfino rossa) nella mano destra; di fronte «le altre», che la sua sobrietà faceva sembrare travestite da drag queen, quando in realtà erano solo in abito da sera: Ventura, Luxuria, Lecciso, Galanti. Cercava anche di fare la magnanima ma si vedeva benissimo che guardava a certa tv, con certe donne dentro, con l’aria corrucciata e triste di chi, dopo averla assaggiata sulla punta di un cucchiaio, ha appena capito di aver rovinato una salsa. Beh, naturalmente non era colpa sua se la salsa si era rovinata... Giovanna Melandri, già quella sera, invocava una tv senza sporcature e, già quella sera, sapeva benissimo chi invece l’aveva sporcata, chi aveva rovinato la salsa.

Martedì, in commissione di Vigilanza Rai, la deputata del Pd ha portato un emendamento per l’istituzione di un osservatorio sulla rappresentazione femminile nel servizio pubblico radiotelevisivo e il Parlamento l’ha approvato. Lo scopo è quello di «superare stucchevoli stereotipi che ormai ingolfano i media italiani». A stringere, significa: basta con ’ste minigonne e ’ste scollature in televisione che offendono la dignità della donna, di tutte le donne. E ci mancherebbe, siccome non è nostra intenzione rivoltare il mondo a testa in giù, dello sforzo ringraziamo sentitamente Giovanna Melandri, sul serio.

Chissà quale sarà la traduzione reale dell’intento, chissà quante donne dello star o del sotto star system riusciranno a trovare disposte a ricoprirsi, ma intanto la Melandri ci sta provando.
Decide di muoversi oggi, malgrado la tv sia la stessa di quando al Governo ci stavano «loro», ma la ringraziamo ugualmente. Purché la sua esigenza di moderazione, la sua opera di bonifica, non siano, tanto per cambiare, una sottesa accusa alla goffaggine stilistica di questi tempi nuovi, di questo Governo, insomma.

I post comunisti che la Melandri rappresenta sono passati dai sovietici tailleur di Nilde Iotti alle compagne Alba Parietti e Sabrina Ferilli, hanno imposto il permissivismo, hanno difeso L’espresso con le donne nude e incinte in copertina, hanno accusato la Dc bacchettona e promosso la «famigliastra», per non stare a riparlare di quella vecchia e trita storia dei reggiseni e delle gonnellone hippy indossate dalle sessantottine senza slip sotto. Per Walter Veltroni Quel gran pezzo dell’Ubalda, tutta nuda e tutta calda, è stato una pietra miliare del cinema italiano.

Perciò loro vengono anche da questa recente storia qui, e qualcosa vorrà dire. E questa è anche la loro storia da ben prima che Berlusconi irrompesse sulla scena televisiva con il suo Drive In e le sue Veline che da oggi «parlano, ma solo sul digitale» come dice Gad Lerner che non pronuncia «La5» perché parte anche «La7d». Lerner che oggi fa vedere anche a L’Infedele, in certe puntate giudicanti e indignate, che però fanno il record di ascolti, le desnude delle cronache, le «disposte» del piccolo schermo. Le disapprova, ne prende le distanze, ma le fa vedere. Perché da un certo disinteresse si ricava un guadagno.

Dai varietà vogliono togliere le tette e i sederi, che sono le tette e i sederi del 2010 esattamente come c’erano le tette e i sederi negli anni Cinquanta e Sessanta e Settanta... Un tempo a far scandalo o a surriscaldare il pubblico bastavano la tv di Bernabei con le gambe delle Kessler, oppure l’ombelico scoperto nel Tuca tuca della Carrà. Oggi tocca salire di volume con tutto, e scendere con le scollature. C’è tanta di quella carne in video, che manco nelle vetrine di Peck che, tanto per intendersi, è una gastronomia milanese.

E va benissimo allungare le donne e cucire le maglie di Monica Setta e di tante altre, per carità. Va meno bene che tutto questo chiasso di cosce sia solo colpa del berlusconismo, che questo stordimento di seni sembra vada in onda solo con il Biscione sotto.

La sinistra non è meno attenta a scegliere con cura le proprie icone, a sedurre con le sue donne, però è più abile. Come in molte cose con cui ha una dimestichezza antica. La sinistra è più concettuale anche nel vestire gli istinti. La destra è più naïf nello svestirli.

Intanto non si è mai vista una con le carie ad Annozero. Non si è mai visto Santoro ignorare l’estetica delle sue inviate: dalla Jebreal alla Borromeo passando per la Granbassi. E non si è mai visto Lerner chiudere le sue elitarie puntate a certe signorine invischiate con la vicenda Tarantini, con Vallettopoli e con altre faccende pruriginose. Perfino lui ha lasciato che le sue linde telecamere si soffermassero, stazionassero, ragionassero su certe incresciose faccende. Però era sempre carne che veniva da lontano. Che faceva ben vedere dove stava il male: verità di «forme», falsità d’intenti. Rivestiamole. Tutte però.







Claps "Fu colpita da 13 coltellate dopo il rifiuto dell'approccio sessuale"

La Stampa

Elisa Claps uccisa con 13 coltellate a 16 anni



Parla il procuratore di Salerno
"Restivo agì con crudeltà e per motivi abbietti"
SALERNO

Danilo Restivo «uccise Elisa colpendola con 13 coltellate al torace dopo un approccio sessuale rifiutato». Così il pg di Salerno Lucio Di Pietro descrive la morte di Elisa Calps avvenuta il 12 settembre 1993. Contro l’uomo, aggiunge, «ci sono gravi precisi e concordanti indizi di colpevolezza» per questo delitto. Per il procuratore generale Danilo Restivo ha agito «per motivi abbietti» e «con crudeltà». 

Dopo aver colpito al torace Elisa Claps, provocandone la morte, Restivo - ha spiegato Di Pietro - «l’ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di vario tipo, fra cui tegole e materiale di risulta». Restivo «ha commesso il fatto - ha aggiunto il Procuratore generale di Salerno - per motivi abbietti e ha agito con crudeltà».

«I risultati indizianti su Restivo - ha continuato Di Pietro - sono stati trovati nel corso degli anni. Il ritrovamento del corpo ha offerto i riscontri che sono alla base della richiesta d’arresto». Alla Procura di Salerno, titolare delle indagini sul caso Claps, s'è tenuta una conferenza stampa nel Palazzo di giustizia per illustrare le fasi che hanno portato alla richiesta di arresto di Danilo Restivo. Il provvedimento è stato notificato ieri in Inghilterra dove Restivo, 38 anni, è detenuto per l’omicidio della sua dirimpettaia Heather Barnett.

In Italia Restivo è accusato di omicidio volontario, violenza sessuale e occultamento di cadavere di Elisa, i cui resti sono stati ritrovati lo scorso 17 marzo nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità del capoluogo lucano. La chiesa è il posto in cui la ragazza, il giorno della scomparsa, aveva appuntamento con Restivo.

Dall’esame autoptico del professor Introna emerge che Elisa è stata uccisa la mattina del 12 settembre e che il corpo della ragazza è rimasto sempre nel posto dove è stato ritrovato.




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Pedinata e molestata dal colonnello»

di Massimo Malpica

Gian Marco Chiocci

Massimo Malpica


Appuntamento sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De Nicolò, protagonista suo malgrado dell’inchiesta che ha finito per portare in carcere l’ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su un’utilitaria rossa. Accosta, scende dall’auto, lo sguardo nascosto da un paio di occhiali scuri. «Di che cosa si tratta, ’sta volta?».

Le diciamo un nome, quello del tenente colonnello Salvatore Paglino, l’uomo che indagò su Berlusconi e la D’Addario, l’ufficiale che poi, a Trani, ha condotto l’inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune testimoni dell’inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su quell’episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la destinataria. E non credo d’essere l’unica. Ne ho già parlato mesi fa ai magistrati».
L’inchiesta ora è chiusa.

Ci racconta com’è andata?

«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano sulla vicenda Tarantini-D’Addario mi convocano. Incontro per la prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto al pm Scelsi, e non solo lì».
E quindi?
«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell’inchiesta Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».

Prego?

«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre ricomincia. Devo dire la verità: all’inizio era gentile, quasi formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte quelle chiamate, frequentissime, ossessive».

Quanto frequenti? Quanto ossessive?

«Un’infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora, piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai. Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino a notte, qualche volta».

Cosa scriveva, messaggi attinenti all’inchiesta?

«Macché. “Dai vediamoci”, oppure, “sono sotto, fammi salire a casa”, roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici, tipo al bar. Una volta mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì. Ma invece di parlare dell’inchiesta si guardava intorno e parlava di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati sempre falliti.

Lui diceva “no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è meglio”. Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non lo so. Di certo l’ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».

E alla fine l’ha fatto salire?

«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto, seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai sola in casa nell’arco della giornata. È capitato anche che citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non rispondevo. Insomma, era un’ossessione, e io ero in preda all’ansia».

Lo ha denunciato?
«No».
E perché, scusi?

«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici, avvocati, magistrati. Non si parlava d’altro che del premier, delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato. Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che per me era il capo degli investigatori della procura? Di chi avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa, non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia. Speravo solo che finisse».

Lei però poi ne ha parlato a verbale.

«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l’hanno chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I pm».
Quando?
«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di Bari. Pensavo all’ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti telefonici...».

E lei?

«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano un numero di cellulare. “Le dice niente questo?”. Lì per lì non lo riconosco. Insistono: “Ci sono centinaia di chiamate e messaggi che lei ha ricevuto da questo numero”. A quel punto sudo freddo, ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e, chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: “Colonnello”. Capisco e sbianco».

Che cosa aveva capito?

«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle insistenze. Di fronte all’evidenza, e alle loro domande dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non farlo mai salire a casa».

Da allora l’ha più sentito?

«Sì, dopo l’interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di controllare quel numero, involontariamente feci partire uno squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...».

Morale della storia?

«Non so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi marcata stretta da un ufficiale che l’ha interrogata, manco fosse uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare quel che è toccato a me. A nessuno».



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Nascosti al Fisco 112 milioni Evasori incastrati dal Telepass

di Redazione

Como

Galeotto fu il telepass. In tempi di lotta ad alzo zero all’evasione fiscale quello inferto ieri dalla Guardia di finanza di Olgiate Comasco è un colpo che fa indubbiamente bene alla causa. I militari hanno infatti accertato, al termine di un’operazione iniziata nel mese di febbraio, una maxievasione fiscale per circa 112 milioni di euro messa in atto da due aziende ticinesi, operanti su vasta scala in territorio italiano.

Il reato contestato è di omessa dichiarazione di redditi prodotti nella penisola: in base alle normative nazionali, infatti, anche le aziende straniere che intrecciano rapporti commerciali con l’Italia hanno l’obbligo di denunciare i guadagni prodotti sul nostro territorio e, di conseguenza, pagare le tasse come tutti i cittadini. Cosa che, stando all’inchiesta, non hanno mai fatto, almeno nel periodo dal 2004 al 2008 oggetto dell’indagine. Per questo reato le Fiamme gialle hanno provveduto a denunciare a piede libero l’amministratore unico e legale rappresentante delle due aziende, un cittadino di nazionalità elvetica.

Due i «filoni» che hanno inguaiato le aziende svizzere - la Flitex Sa e la Kotema Sa entrambe con sede a Chiasso in via Valdani 1 -: il primo è stato l’anomala presenza di robusti conti correnti in essere presso istituti di credito di Como a loro riconducibili; il secondo è stato il continuo via vai di mezzi delle due ditte rilevato al casello autostradale di Grandate e ai vari caselli dislocati sulla rete autostradale italiana attraverso i passaggi con il telepass.

Stando agli accertamenti della Gdf di Olgiate Comasco, le due aziende che commerciano all’ingrosso tessuti per abbigliamento e biancheria per la casa realizzavano almeno il 70-80 per cento del loro fatturato proprio in Italia attraverso il direttore del comparto commerciale e il vicedirettore amministrativo e gestionale che sono poi risultati essere padre e figlio. Il primo già residente a Campione d’Italia e ora trasferitosi a Chiasso, il secondo abitante nel capoluogo lariano e al quale erano anche delegati compiti come lo sdoganamento della merce venduta, l’organizzazione del trasporto al cliente finale e i rapporti con le banche.

Gli uomini del capitano Salvatore Mirarchi hanno infatti accertato dalla documentazione sequestrata che la Flitex e la Kotema potevano contare su una clientela dislocata in numerose città italiane: Roma, Napoli, Parma, Torino, Piacenza, Bergamo e Rimini. È bastato incrociare i documenti contabili tra fornitore e cliente per scoprire il traffico. Ma soprattutto - attraverso la collaborazione della società Autostrade - è stato facile ricostruire la mappa dei viaggi effettuati dai mezzi che, dotati di telepass, hanno lasciato le proprie tracce indelebili in tutti i caselli autostradali dove sono transitati. La mappa, a quel punto, era completa e si trattava solo di tirare le fila dell’operazione per giungere all’accertamento fiscale.

Il reato contestato è quello di omessa dichiarazione di redditi prodotti in Italia: la legge, infatti, prevede la possibilità di perseguire aziende che abbiano sedi anche all’estero se esse, operando sul territorio nazionale, non denunciano i redditi generati in Italia, sfuggendo così alle maglie del nostro fisco. Oltretutto il vicedirettore delle due ditte svizzere che operavano in Italia è italiano e depositava il denaro ricavato su alcune banche di Como. Ma anche il direttore delle due aziende era, secondo gli investigatori, una presenza abituale in territorio italiano al punto da attribuirgli un ruolo determinante nell’ambito della frode fiscale.

L’operazione della Guardia di finanza ha portato anche alla denuncia a piede libero dell’amministratore unico e legale rappresentante delle due società, Luigi Barattolo, 36 anni, cittadino elvetico con residenza a Vacallo, proprio a due passi dal confine con la dogana di Chiasso e di Brogeda.



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Ramallah, dall'Intifada alla finanza

La Stampa

Premier palestinese Fayyad lancia il boicottaggio di prodotti israeliani
«Una nuova resistenza: colpisce i nemici e giova ai nostri mercati»

LUCIA ANNUNZIATA

RAMALLAH

A Hebron, l'ultima fabbrica di kefiah, il leggendario copricapo a scacchi neri e bianchi dei Palestinesi sta per chiudere. L'ultima fabbrica di kefiah soccombe lentamente davanti alla Cina che ha invaso il mercato di kefiah stampate invece che cucite a mano. D'altra parte l'economia della Palestina è cresciuta, nel terribile anno scorso, del 7%, non male per un Paese che non ha nemmeno sovranità nazionale.

Su questa transizione fra identità frantumate e globalizzazione, all’inizio dell’ennesimo giro di colloqui fra Israele e Autorità Palestinese, cerca di spiccare il salto verso la leadership nazionale della Palestina un uomo che non è né di Hamas, né di Fatah, che non viene dai ranghi di nessuna delle Intifade precedenti, un tecnocrate, ex Banca Mondiale, di cui Obama, come dicono qui, «parla come delle sue figlie ». È il primo Ministro Salam Fayyad, che sta lanciando un’Opa sul futuro del suo popolo con un programma innovativo, di grande incertezza, che si può racchiudere in una sola fase: trasportare i Palestinesi dal mitra alle regole del Fondo Monetario. Che questo uomo abbia successo o meno, il tentativo basta a illustrare a che bivio si trovi la politica della Cisgiordania.

Val la pena di cominciare, nel racconto di questa fase, dalla più recente iniziativa presa dal Primo Ministro. Tre mesi fa il governo dell'Autorità Palestinese ha lanciato un boicottaggio dei beni di consumo prodotti negli insediamenti israeliani. Si sottolinea qui insediamenti, perché il commercio con lo Stato di lsraele è legale in quanto riconosciuto dagli accordi internazionali fin qui firmati. Gli insediamenti invece sono illegali e sono infatti oggi il principale oggetto del contendere. Sono ormai 177 e hanno fiorenti attività, il cui maggiore mercato è proprio la Cisgiordania araba nel cui fianco sono collocati. Non si parla di piccole cifre. Il ragionamento del governo di Fayyad è conseguente: se illegali sono i territori, rendiamo illegali i loro prodotti. Una campagna che è partita, per altro, in vari Paesi europei. C’e un apposito istituto, Karameh, fondato dal governo per guidare e implementare questa campagna: il fondo iniziale per la sua attività è stato di 1,5 milioni di dollari, raccolti in buona parte dal settore privato.

La battaglia non è esattamente di principio. Se il commercio di Israele con gli ex Territori è preponderante, con 2 miliardi annui, quello degli insediamenti vale comunque 500 milioni di dollari annui. In più in queste città ebraiche in Palestina lavorano almeno circa 25 mila arabi, in condizioni di illegalità. Gli insediamenti producono di tutto, come si vede da un pamphlet stampato da Karameh, per far riconoscere alla popolazione i prodotti da sabotare: frutta, latte, computer, telefonini, mobili e, soprattutto, materiale di costruzione. I negozi arabi vengono visitati a uno a uno dagli ispettori di Karameh, ogni settimana ci sono grandi fuochi per distruggere il materiale sequestrato, dove in giacca e cravatta si affaccia regolarmente anche il Primo Ministro, che fa il suo simbolico lancio.

Ci racconta Ghassan Khatib, stretto collaboratore di Fayyad e suo portavoce: «L'idea è quella di trovare un differente modo di fare resistenza. Invece delle armi, noi abbiamo individuato protesta pacifica, che si intrecci con lo sviluppo delle strutture del nostro futuro Stato». La protesta «è legale, in quanto non contro Israele, ma può far male agli insediamenti. Nel frattempo questo boicottaggio apre nuove opportunità al nostro settore privato, che ha così modo di sviluppare il mercato interno». Questo è il progetto di Fayyad. Uscire dalle secche della vecchia resistenza armata, e fare una politica che, anche nella protesta, aiuti il progetto di «costruzione dello Stato», cioè delle infrastrutture nazionali: «Case, banche, strade, servizi, fogne, questo programma da oggi fa della Palestina un grande cantiere con grandi opportunità per tutti». Ma è anche un’idea politica, dice ancora Khatib: «Quando lo Stato sarà pronto, chi potrà negarcelo? La comunità internazionale certo ci aiuterà».

Ma è realistico, questo approccio? E' popolare? Soprattutto, è condiviso dai partiti politici, Fatah - per non dire Hamas? Qui si arriva al vecchio serpente palestinese, quello strisciante istinto alla divisione, allo scontro interno, che da sempre divora e paralizza la politica di questo popolo. Prima forse val la pena guardare all’efficacia delle cose fatte da Fayyad e alla sua biografia, per capire bene in che contesto si muove il dibattito politico in corso. Il Primo Ministro, nato nel 1952 vicino a Tulkarem, si laurea all'Università americana di Beirut, prende un Mba all’Università di Austin, Texas, insegna in Giordania, viene chiamato alla Banca Mondiale (1987-1995) e poi, fino al 2001, è il rappresentante palestinese al Fondo Monetario.

Quando torna nei Territori, come direttore della Arab Bank, la seconda Intifada è già finita, lui non ha nessun cursus honorum nella «causa»,ma se ne trova ben presto uno, in una maniera che dice molto su come funziona la politica qui. Quando, tra il marzo e il maggio del 2002, Arafat è messo sotto assedio, Fayyad va a trovarlo, come molti altri - ma a differenza degli altri rimane con lui per tutto il tempo, unico della società civile a fare questo gesto. La mossa è fruttuosa. Un Arafat che alla fine del suo regno è messo sotto pressione dalle critiche delle organizzazioni internazionali sulla corruzione e la mancanza di trasparenza nel suo governo, sceglie proprio il direttore di Banca per mettere ordine nella casa finanziaria palestinese.

Da allora Fayyad ha mantenuto il ruolo di Ministro delle Finanze in quasi tutti i governi, spesso attaccato dalla sua stessa parte politica, certamente attaccato da Hamas, che lo considera un filoamericano. Primo Ministro brevemente nel 2007 dopo la rottura con Hamas, è oggi di nuovo in carica dal 2009. Per il suo insediamento il congresso americano ha dotato l’Autorità Palestinese di 200 milioni di dollari. In cambio Fayyad ha presentato il suo programma di ricostruzione dello Stato Palestinese, secondo le regole del mercato e delle autorità internazionali, come il Fondo Monetario.

Aggiungono in coro i suoi amici e nemici, «visto che il Presidente Abu Mazen è un vero debole, oggi Fayyad è il solo uomo che conta in Palestina». Val la pena però di andare a vedere se la ricetta di Fayyad sta funzionando. Lo stato delle cose ci viene illustrato da Jihad Al Wazir, Governatore della Banca Centrale Palestinese, istituzione nuovissima, la cui solo esistenza è in sè la prova delle novità. La Banca Centrale non ha ancora questo nome (ufficialmente è Autorità Monetaria Palestinese) perché lo Stato Palestinese non esiste, ma nello studio impeccabile del Governatore si vedono già alle pareti le bozze della nuova moneta nazionale. Forse si chiamerà «pound palestinese», dice, come durante il Protettorato Britannico.

Al Wazir ci parla subito del suo primo intervento: il consolidamento delle banche, passate da 50 a 19 in un anno, e il microcredito aperto nelle zone rurali. Per quanto riguarda la crescita economica, i dati forse più rivelatori riguardano il rapporto nella formazione del bilancio dello Stato fra donazioni e attività produttiva: «Nell'ultimo anno questo rapporto ha visto scendere il peso delle donazioni del 30%, compensato dal contributo locale ». Questo significa che c’è business e che lo Stato è in grado di organizzare la raccolta delle tasse. L’altro risultato è la formazione di ranghi statali: oggi la Palestina ha 160 mila dipendenti, comprese le forze di sicurezza. «E la sicurezza, come si sa - dice il Governatore - è il prerequisito per ogni investimento». Queste cifre si riflettono bene in un solo sguardo alla capitale, Ramallah. Un ex villaggio divorato oggi da un incredibile boom di grattacieli, palazzi di uffici, condomini di lusso, nuovi quartieri, caffè e locali vari, che le hanno meritato la fama di «piccola città che non dorme mai».

Proprio uno di questi locali, «Pesto», dove si riunisce la borghesia locale, ci conferma l’ottimismo della comunità economica Samir Huleileh, executive manager di Padico, la «Palestine development and investiment Company» che fa a capo a Munib Masri, il più ricco arabo dei Territori. Huleileh è un giovane cresciuto nella politica palestinese, e la sua approvazione prende subito questa angolazione: «Il vero passo avanti che Fayyad ci ha fatto fare è la riconciliazione fra politica e affari. Per lungo tempo in Palestina le due cose erano in contrasto. Non per ragioni morali, ma politiche: fare affari, agli occhi della Resistenza, ha sempre significato mettere in secondo piano la lotta per l'indipendenza nazionale».

Spiega Mahdi Abdul Hadi, direttore dell'istituto di studi Passia, e forse l'analista più sincero degli affari interni del Paese: «Nella nostra politica si mischiano, e si condizionano, cinque elementi: Fatah, Hamas, la società civile, Abu Mazen e Fayyad. Il risultato finale uscirà dall'impatto di questi elementi fra di loro ». Il parere della politica su Fayyad, dice Mahdi, è questo: «Hamas considera il Primo Ministro un uomo degli americani, e su di lui ha posto il veto. Fatah non lo vede certo bene: ci sono troppe ambizioni per raccogliere l’eredità di Arafat, e ci sono ancora i vecchi signori dell’Olp che mantengono le loro zone di influenza, stanno a guardare Fayyad ma non si pronunciano». Uno dei potenziali competitor di Fayyad per l’eredità di Arafat è il nipote stesso del vecchio leader, uomo di Fatah, ex diplomatico a lungo in Usa, molto interno al partito, nonché presidente della Fondazione Arafat.

Nasser Al Qudwa ci riceve nel suo ufficio, anche questo impeccabile e moderno. Dello zio ha solo le palpebre. Ma, a parlargli, si rivela erede anche dell'astuzia veloce. «Fayyad - dice - sta facendo uno straordinario lavoro da Ministro dell' economia, ma involontariamente, e sottolineo questo aggettivo, la sua posizione può offrire il fianco ai nostri nemici». Meglio detto: «La sua non è una posizione politica. La costruzione dello Stato va bene, ma non può venire prima della conquista dello Stato». È, insomma, la divisione fra politici e tecnocrati, con i primi che spingono per la supremazia delle «visioni» e gli altri che credono nell’inflessibile capacità delle regole e dei numeri. Forse, come spesso succede nella nostra società ai tecnocrati, si rivelerà presto che le intenzioni buone di chi maneggia i numeri sono buonemanon sufficienti a governare.




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Falciani, l'uomo della lista «Così si nascondono i soldi»

Corriere della Sera
«Sono nato in un paradiso fiscale, certe cose si imparano come da voi il calcio
«I nomi degli evasori italiani? Ho il dovere di tacere»



NIZZA

A vederlo da vicino, camicina a righe, jeans e l’accento alla ispettore Clouseau, non diresti proprio che è lui Hervé Falciani: l’uomo che ha messo sotto scacco un colosso mondiale della finanza come la banca britannica Hsbc. Invece è proprio quel trentottenne lo stratega informatico che un giorno ha levato il velo sui segreti inconfessabili del principale istituto bancario privato al mondo.

Mentre lo racconta lo sguardo si accende, come quello del cane Toto mentre tira via la tenda e scopre il Mago di Oz. Ma su ciò che c’è dietro il velo Hervé Falciani mette in guardia: «I nomi degli evasori sono un piccolo problema. Ce n'è uno enorme. Le banche sono senza controlli reali. Non esistono più le valigie di soldi portate oltre frontiera. Ora basta un clic di computer e la somma viene trasferita. Il denaro è diventato una scrittura informatica. Ma l’informatica non ha controlli. Questo significa che la finanza, che senza l'informatica non esiste, non ha regole. Tutti lo sanno. Io l'ho provato. Non c'era protezione nemmeno per quei nomi ».

Ecco, appunto, chi c’è nella lista italiana? Lui alza le mani da pianista: «Ho il dovere di non dirlo. C’è il segreto bancario e le indagini». Ma non era indagato perché offriva i dati sottratti alla banca? «Falso. Mai venduto nulla. Mai stato in carcere. Io ho denunciato i meccanismi oscuri con cui le banche violano gli accordi internazionali. La mia banca non mi ha ascoltato. La polizia svizzera non ha fatto nulla. Allora l'ho denunciato alla brigade anticorruption francese e 10 mesi dopo la polizia svizzera mi ha arrestato per poche ore». E i politici di cui ha parlato? «Mai detto. Tutti si fermano ai nomi. Ma è stupido. Lì ci sono pesci piccoli. Non è questo. Se io premo un tasto il denaro va in Cina o in Malesia. Quando la polizia lo cerca è già altrove. Così può esserci il riciclaggio e la speculazione che ha portato alla crisi. Gli Stati non riescono a controllare. La finanza è internazionale anche le regole devono esserlo. Si può fare. È semplicissimo».

C’è chi sospetta che sia una spia. «Andato via dalla banca ho aiutato molte indagini sul denaro sporco e anche i servizi. Poi si saprà. Ma sono nato in un paradiso fiscale: a Montecarlo. Lavoro da dieci anni in una banca svizzera, come mio padre e come tantimiei amici. Come si fa a nascondere il denaro, lo impariamo da piccoli come voi il football ». Resta l’enigma del perché lo ha fatto. «Ho visto che dati molto sensibili non erano protetti. Ho visto decine di migliaia di strutture off shore. Quelle utilizzate dalla criminalità. Davanti a quei numeri si poteva capire che l’opacità era voluta. Non era più artigianale come quella che avevo visto a Monaco, ma era diventata industria. La banca privata rappresenta la cassaforte della finanza e con i sistemi di garanzie bancarie si può speculare con più soldi di quanti ne hai. Il denaro dei clienti permette di emettere garanzie bancarie a chi partecipa alle speculazioni come gli Hedge Fund. Chi ha un milione di dollari può arrivare a spenderne fino a due miliardi. È qui che servono i controlli. E la tracciabilità totale del denaro. Basta vedere cosa è stato fatto con il fondo europeo. Sono 750 miliardi di euro, ma in garanzie bancarie. Serve a pagare i debiti dei Paesi, come la Grecia. Ma i debiti dove sono? Nelle banche. È come prendere da una tasca per metterla nell’altra. La differenza c’è. Sono gli interessi. Chi li paga? Noi cittadini. E a chi? Alla banca. Questo è la base del sistema finanziario che mette in pericolo l’economia. Questo ho visto. Non potevo chiudere un occhio. E chiunque io sia, vale la pena che il mondo li apra».

Virginia Piccolillo
28 maggio 2010





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