martedì 1 giugno 2010

Cassassione: vietato espellere i terroristi tunisini

Libero





La Cassazione ha stabilito che i cittadini tunisini condannati per reati collegati al terrorismo non potranno essere espulsi dall’Italia. La sentenza della Suprema corte è stata emessa in conformità a quella pronunciata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Appellandosi all’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’Uomo che sancisce il divieto di tortura, i legali di quattro cittadini tunisini sottoposti a processo in Italia per reati di terrorismo avevano presentato ricorso alla Corte Europea contro i decreti di espulsione emessi dalla Corte d’Assise di Milano il 10 novembre 2008. La Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso perché dai rapporti di alcune organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch, “corroborati da relazioni del Dipartimento di Stato americano”, emergono le violazioni da parte delle autorità tunisine e per questo l’ordine di espulsione non può essere emanato nei confronti dei cittadini tunisini.

I  quattro clandestini, dunque, sconteranno la pena in Italia.

01/06/2010





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A Guatemala City la "porta dell'inferno"

Corriere della Sera
Impressionante buco in una foto pubblicata dallo stesso governo del Paese.
E' un fenomeno naturale

Le devastazioni nel paese centroamericano

A Guatemala City la "porta dell'inferno"


La voragine
La voragine
Una foto impressionante sta facendo il giro del web: la terra si è aperta a Guatemala City creando una voragine grande abbastanza da inghiottire un intero palazzo. Niente fotoritocco: l'immagine è vera ed è stata pubblicata dal governo del Guatemala sulla propria pagina Flickr, che raccoglie altre immagini delle devastazioni provocate dalla tempesta Agatha nel Paese latino-americano. La voragine, larga 15 metri e profonda decine di metri (da 60 a 100, a seconda delle valutazioni), si deve a fenomeni geologici noti, legati alla natura carsica del suolo, al collasso di un sistema di drenaggio dell'acqua e alla inesistente programmazione urbanistica. Le notizie dalla zona parlano di un palazzo di 3 piani e di una casa inghiottiti dal "buco", ma non ci sono conferme su vittime.

La tempesta Agatha

BILANCIO TRAGICO
- Intanto il bilancio del passaggio di Agatha sull'America Centrale è salito a oltre 150 vittime. Proprio in Guatemala le autoritá hanno confermato 123 vittime, mentre 14 persone hanno perso la vita in Honduras e nove a El Salvador. In tutti e tre i Paesi le autoritá hanno proclamato lo stato d'emergenza, mentre i soccorritori lavorano per portare aiuto ai villaggi più colpiti da piogge e inondazioni. In Guatemala, dove sono caduti oltre 90 centimetri di pioggia, decine di migliaia di persone sono state trasportate in sistemazioni di fortuna, mentre nella capitale si è aperta una voragine nel suolo che ha inghiottito due interi edifici. Il principale aeroporto guatemalteco è ancora chiuso a causa dell'eruzione del vulcano Pacaya della scorsa settimana, provocando un forte rallentamento nell'arrivo degli aiuti internazionali. Secondo il presidente Alvaro Colom, la devastazione che stanno provocando le forti piogge potrebbe rivelarsi peggiore di quella causata dagli urgani Mitch nel 1998 e Stan nel 2005, che fecero rispettivamente 268 e 1.967 morti in Guatemala. p. ott.

01 giugno 2010




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Claps, tolto segreto su perizia: «Il killer tagliò ciocche di capelli dopo la morte»

Corriere della Sera
Sul corpo di Elisa 12 ferite da punta e taglio e una da taglio.
«Colpita con una lama piccola, di almeno 5,5 cm»


MILANO - Il 12 settembre 1993 Elisa Claps è stata colpita almeno 13 volte al torace «con una lama piccola, appuntita, della lunghezza di almeno 5,5 centimetri». È quanto emerge dalla perizia fatta dal medico legale Francesco Introna, messa a disposizione delle parti dopo 50 giorni di secretazione. «Attendibilmente - scrive il perito - fu usato un mezzo monotagliente».

LE FERITE - Sul corpo ci sono 12 ferite da punta e taglio e una da taglio. «Delle prime, nove furono inferte posteriormente e tre anteriormente. Delle nove che attinsero la vittima posteriormente, tre attinsero l'emitorace posteriore sinistro e sei attinsero l'emitorace posteriore destro» si legge nella perizia di 300 pagine. I colpi «erano tutti orientati dal dietro in avanti, sia pure con diversa inclinazione». «Delle tre lesioni anteriori - aggiunge Introna - quella che raggiunse la prima vertebra toracica aveva inclinazione dall'alto in basso, dall'avanti indietro e da destra a sinistra». L'unica lesione rilevabile da taglio - precisa ancora il perito - «attinse la vittima in corrispondenza delle regioni laterali dell'emitorace destro». Il medico legale, infine, sottolinea che non sono risultate rilevabili lesioni «indicative di una morte, o della messa in opera di tentativi asfittici, per strozzamento e soffocamento».

CAPELLI TAGLIATI - L'assassino ha tagliato diverse ciocche di capelli alla vittima: «Alcune - si legge - furono tagliate di netto nell'immediatezza della morte». Un dato che porterebbe dritto a Danilo Restivo, accusato più volte di tagliare ciocche di capelli alle ragazze che incontrava sugli autobus, tanto a Potenza quanto in Inghilterra. Ma nella perizia, secondo il difensore del 38enne Mario Marinelli, «non c'è prova della sua responsabilità in riferimento al reato contestato». Per quanto riguarda l'ipotesi di violenza come possibile movente dell'omicidio, il medico legale sottolinea che gli indumenti e alcune lesioni della salma «fanno supporre» che ci sia stata un'aggressione sessuale. I pantaloni avevano la «cerniera aperta, abbassati al pari delle mutandine al di sotto dei fianchi»; gli slip avevano l'elastico rotto e «il reggiseno era rotto anteriormente, a livello della giunzione delle coppe».

«Tutto questo lascerebbe supporre - scrive Introna - che l'aggressione mortale possa essere occorsa nel corso di atti sessuali». Alla stessa conclusione il perito arriva per alcune lesioni della salma, «all'interno della coscia destra e delle mammelle». Infine, è accertato che la ragazza è arrivata in vita nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza e che la morte è avvenuta nel giorno stesso della scomparsa. «La salma fu trascinata per i piedi - continua il perito -, fatta rotolare lateralmente, fino al sito in cui fu rinvenuta». Lì è avvenuta la successiva decomposizione: gli «effluvi cadaverici» potrebbero essere stati «stemperati per la conformazione del luogo».

RESTIVO - L'unico sospettato per la morte di Elisa Claps è Danilo Restivo. «Le indagini autoptiche - ha ribadito il capo della Procura di Salerno Lucio Di Pietro - hanno permesso di raccogliere elementi di colpevolezza a carico di Restivo». Ma dopo la diffusione della perizia medica la difesa del 38enne avanza dei dubbi: «Quanto affermato dal procuratore generale ci lascia completamente esterrefatti in ordine alla dedotta sussistenza della prova» dice Marinelli, aggiungendo che fino a lunedì non gli era stata notificata l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Salerno. Restivo è stato raggiunto da un mandato di arresto europeo: il provvedimento gli è stato notificato in un carcere inglese nel Dorset, dove è detenuto dal 19 maggio con l’accusa di aver assassinato nel 2002 la sua vicina di casa Heather Barnett. Il corpo di Elisa Claps è stato trovato il 13 marzo di quest'anno, 17 anni dopo l'omicidio.

Redazione online
01 giugno 2010



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Al setaccio i conti dello Ior

Il Tempo

E ora nel mirino della Guardia di finanza finisce lo Ior, la banca della Santa Sede. E precisamente quei misteriosi clienti che avrebbero sfruttato lo scudo vaticano per occulare fiumi di denaro e sfuggire alla legge italiana. I sospetti della polizia tributaria riguardano alcune operazioni a molti zeri, grazie alle quali massice quantità di denaro sarebbero transitate dai conti «protetti» dell'Istituto di credito per finire nei forzieri nascosti e sfuggire alla norma antiricilaggio. Coprendo quindi passaggio di euro e intestatari dei conti.

Il fascicolo processuale aperto presso la procura di Roma per il momento è contro ignoti e non riguarda l'istituto della Santa Sede, sul quale la magistratura italiana non ha competenza a indagare, ma esclusivamente le banche italiane. L'inchiesta è partita circa un anno fa passando al setaccio un conto corrente nella disponibilità della banca vaticana in un'agenzia della Banca di Roma, ora Unicredit. A segnalare agli investigatori del Nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza la possibile non trasparenza della titolarità dei conti correnti era stata l'Unità di informazione finanziaria, struttura di «Financial intelligence» della Banca d'Italia.

In particolare, era stato accertato che il conto sospetto fu aperto nel 2003 presso la filiale della Banca di Roma di via della Conciliazione, al confine con le Mura Leonine. Su quella provvista sarebbero transitati, protetti dalla discrezione che caratterizza la finanza vaticana, milioni di euro. Il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava vogliono capire chi siano i manovratori e chi i destinatari. Una geometria che è la vena centrale dell'inchiesta avviata dagli inquirenti romani e che taglia fuori lo Ior da ogni possibile azione giudiziaria.

Di riciclaggio, banca vaticana e indagati eccellenti si era parlato nei giorni scorsi in relazione alla cricca che avrebbe gestito gli appalti delle Grandi opere per il G8. Rogatorie sono state inoltrate oltre che in Svizzera, anche in Lussemburgo, in Francia, in Belgio e a San Marino. L'Istituto delle opere religiose era saltato fuori ma perché figurasse nella carte con le quali i magistrati chiedevano le rogatorie. Bensì, perché l'ex provveditore alle opere pubbliche Angelo Balducci - coinvolto nella maxinchiesta sul G8 - ha un cont conto corrente.

Il sospetto degli investigatori è che Balducci, Rinaldi ma anche Verdini e Toro abbiamo messo al sicuro all'estero ingenti somme di denaro. Qualche risposta importante, gli inquirenti l'attendono anche dall'analisi dei file del computer del commercialista Stefano Gazzani: secondo l'accusa gestiva le operazioni coperte del gruppo, che potrebbero ampliare il quadro già disegnato da Zampolini e fare chiarezza sui passaggi di denaro. A questo tassello dell'inchiesta è legato anche un altro, quello relativo alla lista Anemone, l'elenco con oltre 350 nomi di persone che avrebbero usufruito di lavori effettuati dalle ditte dell'imprenditore. La lista sarà è stata al centro di un incontro tra gli inquirenti perugini e gli investigatori della Guardia di finanza. L'obiettivo: verificare se quei nomi, e quanti, abbiano a che fare con operazioni di ristrutturazione fatte dalle ditte di Anemone come "compenso" per appalti ricevuti o per altri favori ottenuti dai funzionari pubblici. Fab. Dic.

Fabio Di Chio

01/06/2010





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La flotta battezzata da Hamas

Il Tempo

L'annuncio alla partenza: è un test che porterà alla guerra.
Obiettivo di una parte dell'equipaggio non era aiutare i palestinesi.
Sulle altre navi operazioni in regola.


Di certo qualcosa non ha funzionato nell’assalto dell’esercito israeliano contro la flotta di navi dirette verso Gaza cariche di aiuti umanitari e pronte a forzare l'embargo imposto dal governo di Tel Aviv. L'operazione era nota da mesi, se ne conoscevano dettagli e intenzioni, i rischi erano stati a lungo calcolati da tutte le parti in gioco. Nessuno dunque si aspettava l'epilogo tragico che ha portato a 19 morti e decine di feriti. L'impressione infatti è che il commando israeliano sia arrivato alla fase finale dell'arrembaggio senza essere preparato allo scenario peggiore pur avendo avuto tutto il tempo e tutti i mezzi per prevenirlo.

Quello che è certo però è che almeno una parte dell'organizzazione che ha promosso la «Freedom Flotilla» riteneva l'eventualità di un confronto violento come possibile se non addirittura desiderabile, mentre buona parte dei pacifisti, premi nobel e parlamentati imbracati nell'operazione guardavano altrove. Delle sei navi che componevano la flotta, cinque si sono arrese senza fare resistenza ai soldati israeliani.

Solo su una, la Mavi Marmaris, battente bandiera turca ha ingaggiato una forte resistenza armata innescando la reazione dei militari. La Marmaris era partita da Istanbul il 22 maggio dopo una solenne cerimonia inaugurale dove garrivano le bandiere di Hamas e in prima fila c'erano uomini chiave dell'organizzazione palestinese e dei Fratelli Musulmani. La nave era voluta e finanziata dall'IHH, un'organizzazione molto impegnata nell'assistenza alla popolazione di Gaza e con strettissimi legami con i vertici di Hamas che dall'IHH ricevono importanti finanziamenti.

Un attivista di questa organizzazione impegnato in Giudea e Samaria, Izzat Shahin, è stato recentemente accusato dal governo israeliano di finanziare le famiglie dei terroristi suicidi di Hamas ed è stato estradato in Turchia. Il direttore dell'IHH, Bulent Yilidrim, alla cerimonia inaugurale aveva arringato la folla senza mezzi termini: «La flotta sarà un test per Israele e se ci sarà un tentativo di bloccarla la considereremo come una dichiarazione di guerra. Se Israele proverà a fermarci rimarrà isolata nel mondo e farà molto male a se stessa». È esattamente quello che è successo pochi giorni dopo, quando - a seguito dell'incidente - è addirittura saltato il tanto atteso incontro tra Netanyahu e Barack Obama.

E in molti avranno di che festeggiare per questo. È difficile dunque credere che l'obiettivo principale degli organizzatori del convoglio fosse quello di portare aiuto alla popolazione di Gaza. Anche perché in questo caso sarebbe stata accettata la proposta di Tel Aviv di sbarcare in un porto israeliano e portare gli aiuti via terra dopo un normale controllo di sicurezza. Sembra molto più probabile che lo scopo del «convoglio umanitario», almeno per una parte dei suoi promotori, fosse esattamente quello che si è raggiunto e che Israele sia caduta appieno nella trappola. Ora tutto il mondo chiede commissioni di inchiesta: se ne annunciano già dell'Onu e dell'Unione Europea. Ben vengano. Anche se sappiamo per esperienza, che se si mette da parte ogni residuo ideologico e di propaganda, le commissioni di inchiesta più rigorose, efficaci e impietose sono quelle che l'esercito israeliano è capace di fare su se stesso. E, almeno da parte israeliana, se qualcuno ha sbagliato pagherà. Molto più difficile sarà far emergere tutte le altre responsabilità.


Giancarlo Loquenzi

01/06/2010





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Sarah Ferguson e la mazzetta: «Quel giorno ero ubriaca»

Il Mattino
 

NEW YORK (1 giugno) - Sarah Ferguson era ubriaca quando ha tentato di vendere a un giornalista l'accesso all'ex marito, il principe Andrea: lo ha confidato la stessa Duchessa di York nel salotto televisivo di Oprah Winfrey.

«So che avevo bevuto, che non ero al mio posto», ha ammesso l'ex nuora della regina alla Winfrey. Sarah era stata segretamente filmata dal tabloid News of the World mentre tentava di vendere a un uomo di affari - in realtà un giornalista - la possibilità di incontrare l'ex marito in cambio di 500 mila sterline.





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La Regione butta i soldi nel water Bagni d'oro: costano 665 mila euro

Il Tempo

Lazio, l'appalto prevede la manutenzione per 12 mesi.
La governatrice: rimoduleremo il contratto.
È stato Calderoli a rivelare le spese pazze per le toilette supertecnologiche.
Bilanci, impegnati quasi 366 mila euro nel 2010.


Bagni d’oro alla Regione Lazio: costano 665 mila euro l’anno. Il contratto per la manutenzione dei wc è stato firmato per la prima volta il 16 ottobre 2001 e aggiornato negli anni seguenti. Ora prevede la fornitura di copriwater in plastica nelle toilette del palazzo della Giunta in via Cristoforo Colombo e negli altri uffici dell’amministrazione laziale.  A conti fatti, dunque, il Lazio spende per i bagni quasi 1.824 euro al giorno. All'inizio l'appalto comprendeva soltanto le toilette delle donne. Poi, dopo un lungo braccio di ferro con i sindacati, è stato esteso anche ai bagni riservati agli uomini. La tecnologia dei water è sofisticata: il copritavoletta è in plastica, viene azionato da un pulsante che fa scorrere il nastro e che garantisce la pulizia. Un sistema ingegnoso che costa, precisamente, 665 mila 583,32 euro per dodici mesi.

Le determine sono due: una assegna l'appalto per il periodo da agosto a dicembre 2009, l'altra da gennaio a luglio 2010. La prima, capitolo S23401 del bilancio 2009, assegna alla società Feam, distributrice esclusiva per il Lazio delle apparecchiature prodotte dalla Hygolet di Zurigo, quasi 300 mila euro (166 mila e rotti per il servizio e poco più di 133 mila 580 euro per le forniture). La seconda determina impegna invece sul bilancio 2010 quasi 366 mila euro (più di 232 mila per il servizio e 133 mila 583 euro e rotti per le forniture). All'inizio gli unici bagni a contare sul servizio erano quelli in via Cristoforo Colombo (230 water), poi la tecnologia è stata prevista anche per le toilette dei palazzi regionali in via del Caravaggio (96 bagni), via del Giorgione (33), via Capitan Bavastro (168).

A cui aggiungere anche i 65 sedili con copritavoletta in plastica in via del Tintoretto e i 104 in via del Pescaccio. In tutto 696 water. Ognuno ci costa 956 euro all'anno. È stato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, intervistato due giorni fa dal «Corriere della Sera» a rivelare in un passaggio: «Sa che cosa ho scoperto? Che la povera Renata Polverini, la presidente del Lazio, si è ritrovata un appalto per la manutenzione delle assi dei water delle sedi regionali da 750 mila euro all'anno».

Le carte dicono 665 mila euro ma cambia poco. Altro che tagli nella sanità, qui da tagliare sono i sanitari. Dal canto suo la governatrice del Lazio assicura che interverrà: «Non so come Calderoli lo abbia saputo ma lo confermo. Stiamo vedendo come rimodulare questo appalto». E tanto per soddisfare la curiosità dei cronisti, Renata Polverini, alla fine della conferenza stampa per presentare i decreti firmati in qualità di commissario di governo alla sanità del Lazio, ha regalato ai giornalisti un giro «turistico» nei bagni della Regione.

«Abbiamo splendide tavolette - ha detto ironicamente - ma in compenso non c'è un water che non perda acqua». Dunque il servizio costa caro eppure le toilette non funzionano come dovrebbero. Dal canto suo anche l'opposizione, ex maggioranza guidata da Piero Marrazzo, ha voluto vederci chiaro. È stato il capogruppo del Pd Esterino Montino, alla fine della controconferenza stampa in cui ha illustrato i tagli agli ospedali e il rischio di aumento delle tasse regionali, a telefonare ad alcuni dirigenti che nella scorsa legislatura si sono occupati degli appalti. Nessuna risposta. Anche se il Pd assicura che oggi avrà un rapporto sulle spese di manutenzione delle toilette. L'azienda che realizza i bagni «tecnologici», la Hygolet Toilette Service si tira indietro: «Noi li importiamo solamente, non abbiamo alcun contratto con la Regione Lazio - spiegano dalla società - Piuttosto ci sono altre ditte che si occupano di fornire questi servizi agli enti locali».





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Pure Scalfaro difende Silvio

Il Tempo


Persino l’ex capo dello Stato ha sentito il dovere di opporsi ai rinnovati e rivoltanti tentativi di coinvolgere il presidente del Consiglio nelle stragi mafiose del 1993.


Scalfaro Persino l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non sospettabile certamente di simpatie per Silvio Berlusconi ha sentito il dovere di opporsi ai rinnovati e rivoltanti tentativi di coinvolgere il presidente del Consiglio nelle stragi mafiose del 1993. Che, secondo i detrattori del Cavaliere, sarebbero state ideate e realizzate per spianare la strada alla sua avventura politica. Il fatto che ad accreditare in qualche modo una così cervellotica e criminale rappresentazione della storia berlusconiana siano stati in questi giorni anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca di quelle stragi presidente del Consiglio, non ha trattenuto Scalfaro da un dissenso tanto onesto quanto risolutivo. Dico risolutivo sia per il credito di cui egli dispone tra i nemici di Berlusconi sia perché, nel 1993, egli era al Quirinale, dove poteva disporre, anche in veste di ex magistrato, di ex ministro dell’Interno e di ex commissario parlamentare antimafia, di elementi non comuni di conoscenza e di valutazione del fenomeno mafioso.

È quindi con una cognizione di fatti e di uomini superiore a quella di Ciampi, suo successore al vertice dello Stato, e di tanti altri improvvisati esperti ed inquirenti, ch’egli ha ieri ammonito i denigratori di Berlusconi che «occorrono risposte documentate, sentenze, verifiche». E lo ha detto procurandosi questa insofferente domanda dell’intervistatore de La Repubblica: «Perché è così restio a ipotizzare zone grigie e regie uniche» dietro i torbidi fatti del 1993? Perché - gli ha pazientemente spiegato Scalfaro - «continuo a pensare che sia compito della magistratura e degli apparati investigativi darci una verità definitiva» e che «sia compito di noi tutti mantenere misura e sangue freddo fino a quando questa verità sarà accertata». No insomma ai soliti e sommari processi mediatici, che s’intentano a volte per sostituire, altre volte per indirizzare i processi giudiziari ai danni di chi ha poi dovuto aspettare undici anni, come nel caso di Giulio Andreotti, o 16, come nel caso di Calogero Mannino, o 17, come è appena accaduto a Rino Formica, per sentirsi riconoscere la propria innocenza, e vederla relegata in qualche pagina interna dei giornali o addirittura ignorata.

Questa purtroppo è diventata in Italia la giustizia, rigorosamente al minuscolo, per responsabilità - debbo dire - anche di Scalfaro. Che avrebbe potuto fare di più al Quirinale per impedirne la crescita, ma che almeno adesso mostra segni consolanti di ravvedimento e di preoccupazione: sino a invitare i suoi colleghi d’opposizione, come ha fatto ieri, anche a non cercare la scorciatoia di un processo di mafia a Berlusconi in Parlamento, con qualche sonoro dibattito o commissione d’inchiesta, giusto per intorbidare «una realtà politica che fa acqua» e per «spararsi addosso da una parte e dall’altra». Ben detto, finalmente, signor presidente emerito della Repubblica.

Francesco Damato

01/06/2010





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In una mostra il viaggio nelle "case chiuse"

La Stampa

A 58 anni dall'abolizione delle case chiuse un'esposizione per rivivere quegli ambienti del piacere a pagamento.
In "Mi piace un casino", esposizione organizzata da Crazy art di Giancarlo Ramponi, dal 1 maggio al 31 luglio, nella Cittadella del Mastro artigiano di Prarolo vicino Vercelli, in mostra i pezzi raccolti nelle case del piacere genovesi.


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Pirati del Caribe

La Stampa

YOANI SANCHEZ
La tele ronza nella sala anche se nessuno la guarda, la lasciano accesa per ore senza farle caso come se si trattasse di un familiare sbadato. Apprendiamo dalla programmazione che tra mezz’ora inizierà il serial criminologico CSI, seguito poco dopo da un format molto simile chiamato Jordan Forense. Per rilassare un poco, sul canale 21 vedremo i simpatici protagonisti di Friends mentre il film di mezzanotte è stato girato negli studi della 20th Century Fox.

La figlia adolescente non vuol perdere l’ennesimo capitolo de Le ragazze Gilmore, ma il padre pretende di sintonizzarsi su un documentario di Discovery Channel che parla di squali. Alle prime luci dell’alba - quando sono svegli soltanto i guardiani, i ladri e i gatti - forse ritrasmetteranno l’ultima puntata del Dottor House. Il nostro piccolo schermo presenta due caratteristiche fondamentali: l’estrema ideologizzazione di certi spazi e l’abbondanza di materiali rubati a produzioni straniere. Un incendiario discorso antimperialista convive in maniera singolare con la costante diffusione di produzioni realizzate nel paese del Nord. Pellicole che fino a due settimane prima esordivano davanti al pubblico nordamericano, oggi sono diffuse senza pagare un solo centesimo di diritti d’autore.

È chiaro che questa urgenza dell’Istituto Cubano di Radio e Televisione (ICRT) di diffondere programmi stranieri è un beneficio per noi spettatori, ma lascia l’amaro in bocca sapere che senza il contrabbando la nostra programmazione televisiva non andrebbe avanti. Per mitigare la depressione in cui sono cadute le produzioni locali, specialmente serial, telenovelas e programmi a partecipazione, abbiamo attinto a programmi esteri senza compensare - quasi mai - creatori e distributori. Quando il saccheggio viene istituzionalizzato perdono forza i richiami alla popolazione per non sottrarre risorse statali, perché basta sintonizzare un canale per vedere le prove di un furto su vasta scala. Non solo, nel tentativo di nascondere la mancanza, coprono con una banda oscura il simbolo della televisione che ha trasmesso il programma originale, rendendo ancora più evidente la sottrazione.

Frequentemente il sabato notte proiettano riprese realizzate sullo schermo di un cinema, durante le quali a metà della storia uno spettatore si alza per andare al bagno e ci impedisce di leggere una parte del dialogo. I sottotitoli scritti da un appassionato, disseminati di errori di ortografia - tipici delle copie scaricate da Internet - possono vedersi persino nel corso di programmi abbastanza seri di critica cinematografica. Cosa accadrà se in un prossimo futuro il paese non potrà continuare a comportarsi come un corsaro senza etica nei confronti della altrui creazione artistica? I funzionari del Ministero della Cultura staranno già pensando a come saziare i nostri appetiti televisivi senza ricorrere alla pirateria? La soluzione - evidentemente - sta nello stimolare la produzione nazionale, permettere alla televisione di generare introiti da impiegare per miglioramenti e per acquistare diritti di diffusione.

Tutto ciò potrebbe essere incompatibile con le lunghe ore di discorsi ideologici, con i noiosi programmi che piacciono a pochi ma che ci somministrano come dose obbligatoria di indottrinamento. Non si rendono conto che non può esistere una programmazione dinamica, attraente ma nei confini della legge, in una situazione di totale statalizzazione dei mezzi di diffusione?

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi




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E morto il poeta Peter Orlovsky, per 30 anni compagno di Ginsberg

Corriere della Sera


Erano la coppia beat che «bruciava d'amore e poesia». Si giurarono amore con un voto nuziale nel 1955 

MITI LETTERARI
È morto il poeta Peter Orlovsky, per 30 anni compagno di Ginsberg 


Peter Orlovsky e Allen Ginsberg in una storica foto di   Richard Avedon
Peter Orlovsky e Allen Ginsberg in una storica foto di Richard Avedon
MILANO- Peter Orlovsky è morto domenica sera nel Vermont all'età di 76 anni per un tumore ai polmoni. Con Allen Ginsberg aveva formato la coppia gay della Beat Generation. L'annuncio della scomparsa del poeta statunitense è stata pubblicata su un blog del Los Angeles Times.

Orlovsky, che amava definirsi «un poeta buddista», era ricoverato da tempo nel Karmê Chöling Meditation Center di Barnet, nello stato del Vermont. Una coppia che «bruciava di amore e poesia», secondo la definizione di Fenanda Pivano, loro intima amica. Una coppia ritratta molte volte anche da fotografi celebri, come Richard Avedon: una delle immagini più famose è quella in bianco e nero che li mostra nudi ed abbracciati.

Una storia raccontata anche dal film Howl, dall'omonimo titolo del poema di Ginsberg, considerato uno dei manifesti della Beat Generation e sottoposto a processo per oscenità, nel 1957 , perché incentrato su droga e sesso sia etero che omosessuale.




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Assolse Cavour e fu perseguitato

Corriere della Sera
La Chiesa sospese «a divinis» il frate che confessò il conte moribondo senza costringerlo a rinnegare l'Unità d'Italia

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Assolse Cavour e fu perseguitato


Camillo Cavour
Camillo Cavour
PISA

Perseguitato e minacciato dall’Inquisizione, convocato d’urgenza dal Papa per giustificarsi e poi sospeso a divinis e scacciato come l’ultimo dei miscredenti. Eppure l’unico «peccato» del francescano Fra Giacomo da Poirino (al secolo Giacomo Marrocco), rettore della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino, era stato quello di assolvere sul letto di morte un moribondo. Quell’uomo non era un comune miscredente, bensì uno dei nemici della Chiesa: lo scomunicato Camillo Benso di Cavour. A duecento anni dalla nascita del Conte e a 150 dall’Unità d’Italia, un professore dell’Università di Pisa, Lorenzo Greco, pubblica un romanzo storico (Il confessore di Cavour, edizioni Manni, Lecce) dedicato a quel prete atipico e straordinario capace, prima davanti al pontefice e poi sotto le minacce dell’inquisitore, di non tradire se stesso e il suo apostolato, e subire punizioni e persecuzioni e la riduzione allo stato laicale.

DOCUMENTO ECCEZIONALE Per ricostruire i fatti, il professor Greco si è basato su un documento eccezionale trovato in un archivio toscano. Si tratta di un racconto autobiografico nel quale, come in un diario, Giacomo da Poirino racconta quei momenti terribili e dimostra il coraggio con il quale, davanti a Pio IX, rifiuta di sconfessare il suo operato (come richiesto dal Papa) e conferma la validità misericordiosa dell’assoluzione davanti a un’anima in cerca di Dio. Fra Giacomo si rifiuta di certificare una mai avvenuta ritrattazione di Cavour del suo operato contro il potere temporale della Chiesa e che invece il papa avrebbe voluto per dimostrare il pentimento del Conte. «Santità, mi perdoni, a fare tale dichiarazione non posso senza tradir la mia coscienza ed infamar me stesso, epperciò sono pronto a soffrir ogni cosa, anche la morte, piuttosto che cedere».

E’ un episodio oscuro quello raccontato da Greco con particolari inediti che anche i maggiori biografi del Conte non conoscevano. «Giacomo fu parroco nella chiesa vicino al palazzo di Cavour – spiega Lorenzo Greco -, e si trovò per insistenza del Conte a promettergli di assisterlo in punto di morte con i conforti religiosi. Cavour era cattolico come tanti, non praticante, però si preoccupava che la sua morte non fosse un giorno occasione di scandalo nella società torinese e nazionale. Essendo Cavour scomunicato per il suo impegno politico nel contrastare i privilegi della Chiesa, e nell’attentare al potere temporale del Papa, il frate non avrebbe potuto dargli i sacramenti». Invece il frate mantenne la promessa. Confessò «il nemico della Chiesa» e gli impartì i sacramenti.

TERREMOTO IN VATICANO La «salvezza spirituale» dello stratega dell’Unità d’Italia, provocò un terremoto in Vaticano. Pio IX, informato della «scandalosa decisione», volle un incontro personale con Fra Giacomo. Appena si trovò davanti a Pio IX questi gli disse: «Alzatevi e mettetevi davanti a me e rispondete alle interrogazioni che sono per farvi. Voi dunque avete confessato Cavour?» «Santità io confesso tutti quelli che mi chiedono di confessarsi da me».” «Intanto: ditemi un poco, questa ritrattazione di Cavour esiste o no? Se esiste pubblicatela. Se no! dichiarate che voi avete mancato al vostro dovere d’imporgliela di fare». (Si pretendeva che Cavour prima di ricevere i sacramenti ritrattasse il suo operato politico)

A tale interrogazione dissi: che di ritrattazione non ne sapevo nulla; l’avrà fatta, o non l’avrà fatta non so! Allora il Santo Padre mi disse: «E chi deve saperlo? Non sapevate che prima di confessarlo dovevate dirgli: ritrattate Signor Conte di Cavour tutto quello che avete fatto contro la Chiesa e poi principiate la vostra confessione?» (Il frate mette la questione sul piano teologico: il dovere di un prete di soccorrere chiunque in punto di morte chieda i conforti religiosi, ma il Papa pensa solo all’aspetto pubblico e politico di un Cavour «nemico» della Chiesa che muore in grazia di Dio e salva l’anima) Io gli ho riposto che il detto Conte mi aveva chiamato per confessarsi, ed io avevo fatto il mio dovere. Allora il Santo Padre, piuttosto in collera, dissemi: «no che voi non avete fatto il vostro dovere, epperciò dichiarate in iscritto che voi mancaste ad un vostro stretto dovere di obbligarlo a ritrattare».

L'INQUISIZIONE Poirino fu poi costretto ad affrontare l’esame dell’Inquisizione. «E qui intimorito e forse minacciato – spiega Greco - il frate soffre ed esita appena, ma decide di tenere testa anche davanti all’inquisitore che lo interroga con grande abilità gli offre vari escamotage logici per risolvere la controversia». Basterebbe che il frate dicesse che nell’emozione del momento era un po’ confuso e non ha pensato a far fare la ritrattazione al Conte, e tutto sarebbe risolto. «Ma il frate non si arrende, si rifiuta di svilire il suo operato – continua Greco -. E quindi i superiori lo prendono per birbante, zuccone, ignorante. Ma egli: “non posso aderire al vostro consiglio perché non voglio agire contro la mia coscienza, sarò vittima, andrò sul patibolo, ma dirò sempre che non posso”»

Quando poi Poirino scrive la dignitosa relazione e la porta al Papa, questi la scorre appena e lo rimbrotta dicendo che quei fogli sono buoni per «avviloppare i salami». «Le minacce sono sottili ma palesi – spiega il professor Greco - : rischia di perdere la libertà, di non tornare più a casa. Poi le pressioni politiche del Piemonte, e il timore di fare del frate una vittima, nel clima politico agitato del momento, consiglia di far partire il padre verso casa. Poco dopo sarà sospeso a divinis, pagando una fermezza e una dignità straordinarie». Fra Giacomo muore povero e solo a 77 anni, quindici anni dopo la Breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale della Chiesa.

Marco Gasperetti
marcogasperetti@corriere.it
01 giugno 2010



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Adozioni, sentenza Cassazione: niente bimbi a coppie razziste

di Redazione

La sentenza della Cassazione: niente bambini alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di determinate etnie


 

Roma - Niente bambini alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di determinate etnie. In questi casi il magistrato, non solo non deve convalidare decreti di adozione che contengono simili esclusioni discriminatorie, ma deve mettere in discussione la capacità stessa della coppia razzista a candidarsi per l’adozione in generale. Lo ha deciso la Cassazione nella sentenza 13332 appena pubblicata e riferita al caso di una coppia siciliana che voleva adottare solo bimbi di razza europea.

La decisione della Cassazione Con il deposito di questa decisione le Sezioni Unite della Cassazione hanno accolto il parere della Procura della Suprema Corte che, come si era appreso lo scorso 28 aprile, aveva chiesto che fossero messe al bando dal nostro ordinamento i decreti di adozione contenenti indicazioni sull’etnia dei minori. La Procura di Piazza Cavour era stata sollecitata da un esposto dell’Aibi - Associazione amici dei bambini - che da anni lotta contro i decreti razzisti. "Il giudice - sottolinea la sentenza scritta dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio - oltre ad escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla disponibilità all’adozione in funzione dell’etnia del minore, dovrà porsi il problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità di una generale idoneità all’adozione".

Avere le carte in regola Insomma, coloro che vogliono solo bimbi di tipo "europeo" non hanno le carte in regola per fare mamma e papà. Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale per guidarle verso "una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria". Con il sostegno psicologico - aggiunge la Suprema Corte - si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere "un bimbo che non sia a propria immagine", o le paure di quanti dicono "no" al bimbo "diverso" "per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento". Ad ogni modo, la Cassazione non ammette che le coppie possano esprimere "preferenze" per "determinate caratteristiche genetiche" del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già "profondamente tormentata" e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con "peculiari doti di sensibilità".





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Babezilla la modella più alta del mondo

IL Secolo xix

Trent’anni, californiana, diplomata in Business Administration, personal trainer e indossatrice. Amazon Eve non è però una modella qualsiasi: il suo soprannome è infatti “babezilla”, un nomignolo che indica una bellezza dalle dimensioni eccezionali.


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Gli 80 anni di Clint Eastwood: quando gli eroi non invecchiano mai

IL Mattino

 Il trailer di Gran Torino  Il buono, il brutto e il cattivo


ROMA

Magro, leggero, un pò rigido, ma col passo ancora atletico, Clint Eastwood, leggenda vivente, si avvia verso gli 80 anni. Li compirà il 31 maggio e ha già detto di non volere festeggiamenti. Ci ha fatto sognare per quasi mezzo secolo, dai tempi di Per un pugno di dollari (1964) a pochi mesi fa, quando è uscito il suo ultimo film da regista, Invictus, che racconta come Nelson Mandela abbia fatto del rugby uno strumento di lotta all' apartheid in Sudafrica. Clint è stato prima attore ma poi anche regista, produttore, compositore. Sergio Leone disse che come attore gli piaceva perchè aveva solo due espressioni: una col cappello e una senza cappello. Può darsi, ma su quelle due espressioni Eastwood ha costruito una delle più longeve carriere.

E poi ha tirato fuori l'asso dalla manica: a partire dagli anni Settanta, si è imposto come uno dei registi più solidi e sensibili. Già il suo esordio, Brivido nella notte (Play misty for me del '71) era un poliziesco di belle atmosfere e di buona fattura. Poi, nonostante qualche scivolone come Pink Cadillac, si è andato sempre più affinando fino ad arrivare a quelli che si possono considerare autentici capolavori: Gran Torino, di cui era anche il solo apparentemente burbero protagonista, i due film sulla battaglia di Iwo Jima (vista da americani e giapponesi, su opposti fronti nella seconda guerra mondiale), e Million dollar baby, vincitore di quattro Oscar 'pesanti': miglior film, miglior regista (Eastwood), miglior attore (sempre Eastwood nel ruolo di un vecchio pugile che forgia una campionessa) e miglior sceneggiatura (a Paul Haggis).

Col coraggio di cambiare che lo ha sempre contraddistinto, Eastwood ha pagato il suo tributo a tanti generi cinematografici: dal carcerario (Fuga da Alcatraz), al road movie (Filo da torcere e Honkitonk man), persino alla commedia romantica: nei Ponti di Madison County (1995) era un fotografo giramondo innamorato di una casalinga che non si era mai mossa dallo Wyomig, interpretata da Meryl Streep. Ma ci sono due generi che ha sempre prediletto: il western e il poliziesco.

Generi in cui ha potuto recitare la parte che gli riesce meglio, quella del duro. Il western è stato il primo amore e gli ha dato la grande notorietà, ma dopo il personaggio col poncho (una sua trovata), il cappello e il toscano in bocca della trilogia di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo) Clint ha continuato a cavalcare nelle praterie e non si è più fermato. Ted Post lo ha diretto in Impiccalo più in alto, Don Siegel in L'uomo dalla cravatta di cuoio (western contemporaneo) e in La notte brava del soldato Jonathan.

Poi comincia a dirigersi da solo e arrivano Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio, Bronco Billy, Il cavaliere pallido, Gli spietati (dedicato a Don e Sergio e anch'esso premiato con quattro Oscar). Nel poliziesco ha trovato una vena altrettanto ricca: Dirty Harry ossia Harry Callahan, diventato in Italia l'ispettore Callaghan, è stato una delle sue frequentazioni più assidue e incisive, «un amico che si torna a trovare volentieri per vedere come è cambiato», ha detto.

Ma nella sua filmografia di polizieschi ce ne sono molti altri, da Potere assoluto a Corda tesa, al perfetto Mystic River con Sean Penn. Amante della musica, autore di tante colonne sonore tra cui quelle di Million Dollar Baby e Gran Torino, Clint ha espresso questa sua passione dirigendo prima Bird, biografia del grande sassofonista Charlie Parker cha ha amato dalla prima volta che lo vide suonare, e poi firmando un episodio dell'opera collettiva voluta da Martin Scorsese sulla Storia del blues.

Asciutto, scarno, essenziale, concreto, diretto, il suo stile colpisce dritto il bersaglio come l'ispettore Callaghan, commuove e emoziona senza troppr perifrasi. Ora che lo ha consacrato anche la critica, ora che la vita gli ha dato sette figli da cinque donne diverse, ora che i segni della vecchiaia cominciano ad apparire sul suo volto e sul suo corpo rendendolo più fragile ma non meno determinato, piace vederlo ancora al lavoro per un pubblico che non ha smesso di aspettare il suo prossimo film, che negli Usa uscirà il 22 ottobre. Si intitolerà Hereafter e sarà un thriller soprannaturale con Matt Damon.

Poi si dedicherà ad una biografia del leggendario e discusso capo dell' FBI J.Edgar Hoover, probabile protagonista Leonardo DiCaprio. Sono due film in cui non reciterà, quando tornerà a farsi vedere sullo schermo? «Non si scrivono molti ruoli per gente della mia età - ha detto - ed io mi trovo bene dietro la macchina da presa. Non devo mettermi la cravatta, nessuno viene a dirmi cosa devo fare. Ci sono un sacco di vantaggi. Ma non è detta l'ultima parola, sono come Lo squalo 2. Quando pensi che non sia più pericoloso entrare nell'acqua....».





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Intercettazione su Fassino Paolo Berlusconi indagato a Milano

Corriere della Sera

I pm accusano l’editore del «Giornale»: ricettazione

L’inchiesta - La pubblicazione del colloquio tra IL leader Ds e Consorte

Intercettazione su Fassino
Paolo Berlusconi indagato a Milano


MILANO — L’editore del quotidiano Il Giornale e fratello del presidente del Consiglio, Paolo Berlusconi, è indagato dalla Procura di Milano per ricettazione dell’intercettazione segreta del luglio 2005 tra il presidente di Unipol Giovanni Consorte e l’allora leader Piero Fassino del partito (Ds) contrapposto a quello di Silvio Berlusconi: intercettazione pubblicata da Il Giornale il 31 dicembre 2005 allorché non soltanto non era ancora depositata agli atti, né trascritta o riassunta, ma esisteva solo come file audio nei computer esclusivamente dei pm, degli ufficiali della Guardia di Finanza, e dell’azienda privata Research control system (Rcs) che per conto della Procura svolgeva le intercettazioni. A essere indagato per ricettazione è Paolo e non Silvio Berlusconi, benché entrambi abbiano partecipato la vigilia di Natale del 2005 ad Arcore all’incontro durante il quale il titolare dell’azienda (Roberto Raffaelli), insieme a un amico sia di Raffaelli sia di Paolo Berlusconi, e cioè Fabrizio Favata, secondo il racconto di quest’ultimo avrebbero recato in dono ai Berlusconi l’audio delle telefonate, facendolo ascoltare sia a Silvio sia a Paolo, e poi in seguito consegnandolo a Paolo.

«PROVE CONVINCENTI» Quando martedì ha arrestato Favata per la successiva estorsione da 300 mila euro ai danni di Raffaelli, il gip Giordano ha ritenuto «acquisite prove convincenti del fatto che sia effettivamente avvenuto l’incontro della vigilia di Natale» (ammesso da Raffaelli solo per gli auguri), ma che «non è rilevante accertare se la circostanza » della consegna del file ai Berlusconi «sia vera o no» (Raffaelli nega lo sia): «Qui basta evidenziare come appaia verosimile agli occhi di Raffaelli, così da giustificarne gli ingenti pagamenti a Favata» (il quale nega d’aver ricevuto soldi, non creduto dal gip che ieri ne ha respinto la scarcerazione). Adesso Paolo Berlusconi è indagato per ricettazione e Silvio no: perché?

La ricettazione è il reato commesso da chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta qualcosa che proviene da un furto o altro delitto. Il presupposto, dunque, è la consapevolezza della provenienza illecita di ciò che si riceve. Sinora la Procura sembra non volersi ancora avventurare sull’attribuzione di questa consapevolezza in capo a Silvio Berlusconi, almeno non soltanto sulla base della dinamica dell’incontro ad Arcore per come l’hanno raccontata sia Favata sia de relato il suo amico e partner di fatture false con Raffaelli, Eugenio Petessi: «Mi dissero che erano stati ricevuti da Silvio Berlusconi, molto stanco, seduto sul divano» vicino «un pino bianco secco», e «stava con il capo reclinato all’indietro e gli occhi socchiusi, aveva poco tempo, di lì a poco avrebbe dovuto assistere alla messa di don Verzè.

MATERIALE PERICOLOSO Al Presidente riferirono della conversazione intercettata o forse gliela fecero sentire, e lui disse che poteva essere interessante ». La differenza di trattamento giuridico di Paolo Berlusconi, dunque, starebbe piuttosto nel fatto che Favata afferma d’avergli portato l’intercettazione già uno o due mesi prima dell’incontro di Arcore a Natale. A suo dire, gliel’avrebbe portata direttamente nella sede milanese de Il Giornale, dove Paolo Berlusconi l’avrebbe ascoltata su pen-drive in una stanza riservata; al termine, l’editore avrebbe raccomandato a Favata di portarsela via, proprio perché era un materiale pericoloso.

Da questo racconto — sommato al fatto che dopo l’incontro natalizio Favata aggiunge di «aver consegnato» l’audio «a Paolo Berlusconi il quale gli aveva detto che per quel regalo gli sarebbe stato riconoscente », e alla circostanza che le intercettazioni segrete vennero pubblicate dopo pochi giorni dal quotidiano edito da Paolo Berlusconi a fine dicembre 2005 e inizio gennaio 2006 — gli inquirenti sembrano desumere nel fratello del premier la consapevolezza della provenienza illecita delle telefonate. Sinora Paolo Berlusconi era indagato per millantato credito in un altro filone dell’inchiesta: nell’ipotesi cioè che dal giugno 2005 al luglio 2006 abbia ricevuto 560.000 euro da Favata, ma per conto di Raffaelli, «col pretesto di dover comprare il favore di pubblici ufficiali» (come il non indagato capo dell’Ufficio del presidente del Consiglio, onorevole Valentino Valentini) «che avrebbero dovuto consentire un finanziamento dell’Italia alla Romania per l’attuazione » di un appalto di intercettazioni «la cui esecuzione sarebbe stata affidata anche all’azienda di Raffaelli».

Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella
01 giugno 2010



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Una piazza a Falcone e Borsellino? Che c’entrano questi con noi?»

Così ha risposto il sindaco ad una proposta di un consigliere comunale di Vallo di Nera in Umbria

ROMA


«A me Falcone e Borsellino non hanno fatto niente di male. Ma si potrebbe discutere anche di altri nomi, come Aldo Moro, Bettino Craxi, Bazzoli Alessandro». E chi sarebbe questo Bazzoli Alessandro? «Un nostro concittadino che ha donato al Comune il terreno vicino alla piazza. Merita una ricompensa». Fausto Dominici è il sindaco di Vallo di Nera, meno di 500 abitanti in uno degli angoli più belli dell’Umbria. È stato lui a bocciare la proposta di dedicare una piazza del paese ai due magistrati uccisi dalla mafia. Per loro nessuna ricompensa. 

LA BOCCIATURA - L’idea era venuta ad un consigliere dell’opposizione, Marco Morganti. E sembrava destinata a filare liscia tanto più che in questo delizioso borgo della Valnerina i nomi delle strade non sono proprio creativi: via del fiume, via del fosso, via di mezzo, via del fondo... Il consigliere ne parla con il sindaco, iscritto al Pd ma eletto con una lista civica. «E cosa c’entrano questi con noi?» si sente rispondere. D’accordo il federalismo ma Falcone e Borsellino non sono eroi per tutta l’Italia, Umbria compresa? Il consigliere, anche lui eletto per una lista civica, insiste. Pochi giorni prima dell’anniversario di Capaci, fa mettere ai voti una mozione per intitolare ai due magistrati una piazza della frazione di Meggiano, quella vicino al terreno donato al Comune. Ma la bocciatura è rotonda: due sì e otto astenuti, sindaco compreso.


Non solo. Perché al termine della seduta il primo cittadino si avvicina al consigliere: «Ho sentito alcuni cittadini sulla tua proposta, pensano che tu sia scemo». Una frase che il sindaco smentisce. Ma che ha portato un sito d’informazione locale (www.tuttoggi.info) a lanciare una raccolta di firme per protestare contro di lui ed intitolare la piazza ai due magistrati. Esploso il caso, il sindaco di Vallo di Nera prova a metterci una toppa: «Non sono contrario a Falcone e Borsellino ma se ne potrebbe discutere con calma. Magari facendo una commissione». Agli atti resta la sua astensione. Insieme all’amarezza del consigliere Morganti, sfortunato autore della proposta: «Mi sa che finalmente a Vallo di Nera diventeremo famosi. Ma solo perché abbiamo fatto una figuraccia».

Lorenzo Salvia
31 maggio 2010

Stefania Craxi: «Parco per mio padre, la Moratti se ne è dimenticata?» (22 febbraio 2010)




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Ora i cinesi rinnegano i "compagni"

di Luigi Mascheroni

Anche la Repubblica popolare ripugna l’appellativo comunista.

Ad affermarlo un comunicato ufficiale della compagnia di trasporti: "La parola non è più gradita, meglio usare signore o signori"


 

Contrordine, tongzhi. Da «compagni» si torna a essere «signori».
La Cina comunista che a grandi balzi in avanti si avvicina sempre di più all’Occidente liberale sta per abolire una delle parole d’ordine del suo ultimo mezzo secolo e oltre di storia: tongzhi, «compagno». Creatura mitologicamente e zoologicamente solitaria, il dragone cinese divora le ultime briciole semantiche legate ai concetti di comunità, uguaglianza e condivisione dei valori, e inizia a sputare concetti borghesi. Primo pericoloso passo verso la triade ideologica occidentale «capitalismo», «consumismo» e «materialismo». La caduta di una muraglia lessicale.

Addio, compagno. Come riferisce il China Youth Daily di Pechino, la Beijing Public Transportation Holding, ossia la compagnia pubblica che gestisce i trasporti della capitale, ha invitato i suoi dipendenti ad abbandonare l’appellativo «compagno» - parola che in cinese è composta dalle sillabe tong, «uguale», e zhi, «ideale», a indicare una persona che lotta per una causa comune, in particolare i membri dello stesso partito politico - e a rivolgersi ai propri clienti chiamandoli «signore» o «signora».

Unica eccezione alla nuova norma sono i giovani che, secondo la circolare, possono essere chiamati «studente» o «studentessa». Nella stesso comunicato ufficiale della compagnia di trasporti, che essendo la Cina Paese eminentemente ferroviario acquista una sorta di valore nazionale, il termine tongzhi è indicato ormai solo come esempio negativo, da non usare in alcun caso. Impostosi nel Paese dopo la rivoluzione comunista del 1949, l’appellativo “compagno” - recita laconicamente e perentoriamente il documento - «non è più indicato per rivolgersi al pubblico». Da parola sacra a parolaccia.

E così la Repubblica popolare cinese, un miliardo e 330 milioni di tongzhi - circa il 20% della popolazione mondiale e il 99% del comunismo residuo sul pianeta - cancella dall’uso comune un simbolo della storia del Partito comunista. Negli anni Cinquanta tongzhi era un termine che aveva in sé qualcosa di sacro. Poiché la società coincideva in tutto e per tutto con la politica, l’espressione «compagno» era usata senza distinzioni di classi sociali, di età, di sesso o di professione, finendo - socialisticamente - per esprimere l’idea di «essere uno dei nostri». Scomparsi dal vocabolario comune parole usate nella “vecchia” Cina come «signore», «signora», «padrone», «direttore» o «commesso», tutti erano compagni e tutti si chiamavano compagno, dai quadri di partito agli spazzini.

E persino tra parenti ci si rivolgeva come tongzhi. Chiamare «vecchio compagno» le persone anziane, «piccolo compagno» i giovani e persino dare del «compagno» a persone sconosciute, era non soltanto un’espressione cordiale ed educata, ma anche politicamente corretta. Una parola meravigliosa che illuminava come il sol dell’avvenire l’immenso Paese governato dal Partito (unico) comunista cinese. Poi, a partire dalla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria lanciata proprio dal compagno Mao Zedong, l’uso di tongzhi comincia lentamente a cambiare. Non è più l’appellativo «unico» - si diffondono sempre più laoshi, «maestro» o daifu, «dottore» oppure xiansheng, «signore» - pur rimanendo il più diffuso, soprattutto tra i responsabili di partito, gli uffici pubblici e i quadri dell’esercito. Infine, a partire dagli anni Ottanta-Novanta, il lento tramonto lessicale e ideologico di un appellativo, e di un mondo, che oggi con l’annuncio della Beijing Public Transportation Holding sembra spegnersi definitivamente. Ma che forse era già in fase terminale, se vero che i documenti ufficiali non fanno che recepire, con i tempi necessari alla burocrazia, ciò che l’uso comune ha già sdoganato da un pezzo. Del resto, in un primo momento fra i cinesi di Hong Kong e Taiwan, e poi all’interno della stessa Repubblica popolare cinese, il termine tongzhi si è colorato negli ultimi anni di un nuovo significato, del tutto diverso rispetto alla sua gloriosa storia. Finendo per indicare, in maniera colloquiale, gli omosessuali, più aulicamente tongxinglian. In qualche modo, «compagni che sbagliano».



Si definiscono pacifisti ma sono seminatori d’odio

di Gian Micalessin

La grande paura israeliana, il sospetto che ha spinto il governo di Benjamin Netanyahu a mandare gli incursori della marina a bloccare il convoglio in navigazione verso Gaza si nasconde dietro la sigla Ihh. Le tre lettere, abbreviazione dell’organizzazione umanitaria turca «Insani yardim vakfi», ovvero «Fondo di aiuto umanitario», sono per l’intelligence israeliana il simbolo dei legami sempre più profondi tra i fondamentalisti di Hamas e i gruppi islamici turchi.

E non soltanto per le foto che documentano l’incontro del 2009 a Damasco tra Bulent Yildirim, fondatore e capo indiscusso di Ihh, e il segretario generale di Hamas Khaled Mashaal. Più di quelle foto preoccupano il tentativo della «Ihh» di espandersi da Gaza alla Cisgiordania e gli antichi legami con esponenti della jihad internazionale, tra cui alcuni militanti transitati dalla moschea milanese di via Jenner ai campi di battaglia di Bosnia, Afghanistan e Cecenia. Preoccupazioni diventate sempre più assillanti quando l’Ihh ha assunto il coordinamento dei cosiddetti «pacifisti» confluiti a Cipro mettendo a disposizione della flotta per Gaza tre navi pagate con i propri fondi.

Gli italiani dell’«Onlus Abspp» o del «Comitato Gaza vivrà», gli inglesi del «Palestinian return centre», gli austriaci dello «European-Palestinian Council Koordination Forum zur Unterstützung Palestina» e gli svizzeri di «Droit pour tous» - tanto per citare alcuni dei partecipanti - si sarebbero insomma ritrovati sotto il controllo di un’organizzazione con un preciso obbiettivo politico. Dietro le attività umanitarie dell’Ihh si cela, secondo l’intelligence israeliana, l’intenzione di provocare gravi incidenti, allargare il fossato tra la Turchia e Israele e contribuire all’isolamento d’Israele.

Un programma politico confermato dalla stessa Ihh con il profetico monito a Israele pubblicato sul proprio sito il 23 maggio. «Gestite bene questa crisi perché se ci fermerete rimarrete isolati e vi farete del male da soli». Quell’«avvertimento» alla luce dei fatti della scorsa notte acquisisce, dal punto di vista d’Israele, il sapore di una provocazione attentamente studiata. Non a caso l’operazione iniziale degli incursori israeliani si concentra proprio sulla «Mavi Marmaris», l’ammiraglia delle tre navi sponsorizzate dalla Ihh trasformata nel centro comando della spedizione. Dietro alla Mavi Marmaris, da cui distribuivano ordini i capi e i militanti di Ihh navigavano altri due mercantili carichi di aiuti sponsorizzati dall’Ihh.

Per meglio capire le preoccupazioni israeliane bisogna anche sfogliare un dossier pubblicato nel 2006 dall’Istituto danese di studi internazionali. Secondo il dossier, firmato dall’analista americano Evan Kohlman, l’Ihh oltre a fornire appoggi all’insurrezione irachena è nel mirino dell’antiterrorismo turco fin dal 1997 quando una perquisizione del suo quartier generale di Istanbul portò alla scoperta di armi, esplosivi, istruzioni per confezionare bombe e documenti che collegavano l’organizzazione a militanti impegnati in Bosnia, Cecenia e Afghanistan.

Ulteriori prove emergono da un memorandum del 1996 dell’Uclat, il centro di coordinamento francese d’antiterrorismo. Secondo quel dossier Bulent Yildirim, il fondatore di Ihh, era direttamente coinvolto nel reclutamento di volontari dell’internazionale islamica. Sospetti comprovati - stando al rapporto - dalle numerose telefonate intercettate tra Yildirim e i militanti della moschea milanese di via Jenner impegnati negli anni Novanta sui fronti della Bosnia.

Le attività più preoccupanti per gli israeliani sono però quelle svolte direttamente a Gaza. Secondo «Intelligence.org», un sito molto vicino ai servizi di Gerusalemme, l’ufficio aperto dall’Ihh a Gaza non solo coordina gli aiuti ma li concorda preventivamente con i capi di Hamas. Questi rapporti sempre più stretti hanno portato nel gennaio 2009 all’incontro a Damasco tra Bulent Yildirim e il riconoscente segretario generale di Hamas Khaleed Meshaal.

Parallelamente a quell’incontro l’Ihh espande le sue attività in Cisgiordania trasferendo fondi e aiuti alla «Società islamica di carità» a Hebron e alla «Società di carità Tadhamun» di Nablus, due organizzazioni controllate da Hamas e messe fuorilegge da Israele. A rendere più sospetta l’attività della Ihh contribuiscono i suoi legami con la «Union of Good» una confederazione di organizzazioni umanitarie islamiche a cui nel novembre 2008 il dipartimento del Tesoro americano ha congelato tutti i fondi dopo aver trovato le prove del «trasferimento di milioni di dollari alle associazioni consociate con Hamas».

La sinistra difende l’ente in rosso: giù le mani dalla Casa del Cinema

di Cinzia Romani

L’istituto creato da Veltroni ha chiuso il 2009 con un buco di 405mila euro.

Alemanno vuole destinare il palazzo ad altre funzioni.

I radical chic strillano all’abuso


 

Roma

«Mi troverete più qui che altrove: questo è il mio giocattolo», gongolava Walter Veltroni quel 18 settembre 2004, che lo vide inaugurare, insieme ai due Gianni più importanti di Roma, Letta e Borgna (all’epoca, assessore alla Cultura), la Casa del Cinema, a un tiro di schioppo da Via Veneto, la solita strada della solita, sepolta per sempre, Dolce Vita. In perfetto gemellaggio con Mosca, l’unica altra capitale mondiale dotata d’una specifica «DomKino», l’Urbe si regalava un luogo adatto per le «chiacchiere informali» tra cineasti (così il portale della Casa del Cinema), un posticino elitario, dove, tra un cocktail in terrazza, con vista sui pini di Villa Borghese e la presentazione d’un film, Cinelandia usava celebrarsi.

Ora, però, la crisi internazionale morde con rabbia ogni cassa e, trovandola vuota (com’è deserta quella del Campidoglio, dopo decenni di reiterati sperperi, consumati dai «ragazzi di Walter») s’imbestia: non vuole giocattoli per un pugno di cinefili, ma ha fame di fatti, soldi e numeri che funzionano. L’unico dato certo è questo: il prestigioso immobile, già vaccheria quando Roma era un paesone papalino pieno di pecore, poi Oberkommando dei nazisti in tempo di guerra e infine casa di piacere fino agli anni Cinquanta (da lì, il declino), è di proprietà del Comune di Roma. E se il proprietario decide di cambiare destinazione d’uso, com’è nelle intenzioni del sindaco di Roma Gianni Alemanno, magari allargando il campo di attività delle tre sale, finora adibite a sempre più magre rassegne per pensionati e disoccupati e diluite presentazioni di film, ottime per il gettone di presenza di quattro critici, può farlo? Non senza sollevare un vespaio.

Lo si è visto ieri, alla Casa del Cinema, ormai luogo del frusto videogame Cinema contro Governo. Ad agitare le acque, il manager culturale in quota Pd Felice Laudadio, direttore artistico della cinebomboniera, il quale non ci sta a non vedersi rinnovare il contratto e, pertanto, ricorre all’accusa di spoil system nei suoi confronti. «Non vogliamo i soldi del Comune: nel 2011 la Casa del Cinema può gestirsi da sola, governata da un consorzio di associazioni del cinema», attacca. Ma il profondo rosso del 2009, con i 405mila euro persi dalla DomKino capitolina, mentre il mercato languiva? Roba da niente, per il bene pubblico.

Intanto che i vispi over 70 Citto Maselli, Giuliano Montaldo ed Ettore Scola incolpavano la destra d’ignoranza e miopia, l’assessore alle Politiche culturali Umberto Croppi, costretto alle nozze con i fichi secchi, è salito sul banco degli imputati. «È in malafede chi accusa questa amministrazione di spoil system. Se fosse stato praticato, Laudadio non sarebbe più qui da due anni e mezzo. Invece, da quando ci siamo insediati ci è sembrato giusto intervenire caso per caso. Chi è chiamato a governare ha non solo il diritto, ma il dovere di scegliere». Dargli torto è dura.



Stragi del '93: il finto giallo contro Berlusconi

di Salvatore Tramontano

Dopo 17 anni ex presidenti, ministri, procuratori ritrovano all'improvviso la memoria ed evocano il rischio golpe.

A supporto del presunto mistero non c'è prova.

Ma la tesi da dimostrare è chiara: Berlusconi è l'origine di tutti i mali


 

Il 1993 sta diventando un giallo. All’improvviso presidenti, ministri, comparse, procuratori e testimoni retroattivi hanno cominciato a sussurrare che quello non era un anno qualsiasi perso nel passato. Sorpresa. Il 1993 è una sliding door, una porta scorrevole, un passato ipotetico. Gli attentati a Roma, Milano e Firenze non erano solo mafiosi, ma nascondevano una strategia della tensione. Qualcuno agiva nell’ombra per fare un golpe. Chi? Pezzi dello Stato. Come? C’era un vuoto politico e tirando bombe si creava l’occasione per un bel governo forte.

A vantaggio di quale potere occulto? A questa domanda nessuno risponde con chiarezza, ma ammiccando, dicendo e non dicendo, spatuzzando qua e là si fa capire che la risposta è quella solita: Silvio Berlusconi. Ci risiamo. Il Cavaliere origine di tutti i mali. Carlo Azeglio Ciampi, premier tecnico chiamato a Palazzo Chigi per far digerire una manovra di lacrime e sangue agli italiani, diciassette anni dopo si ricorda che quelle bombe facevano pensare a un colpo di Stato. Nicola Mancino, allora ministro degli Interni, si accoda: «Anch’io temevo fosse in atto un colpo di Stato».

Il procuratore antimafia Piero Grasso conferma il sospetto: «C’era un vuoto politico che poteva riempire chiunque». Pierluigi Vigna parla di servizi deviati e quelli d’altra parte non mancano mai. È come accusare il maggiordomo. Male che vada risulta banale. Oscar Luigi Scalfaro si adegua: «In quella notte terribile delle bombe la democrazia era debole». Suspense. Qualcosa è accaduto. Non c’è la prova di un golpe. Non si sa chi doveva farlo. Non si sa bene neppure come. Ma tutti i protagonisti di quegli anni ritrovano la memoria e concordano su una cosa: «C’è del marcio in Danimarca».

Il resto del Paese non ha ancora capito bene di cosa si sta parlando, ma questi saggi signori evocano scenari ambigui e terrificanti. C’è qualcosa che non torna.
Fortuna che Walter Veltroni tira fuori qualcosa di concreto. Prima la tesi: «Quelli erano delitti dell’antistato». Poi la pistola fumante: «Gli italiani soffrono di una sorta di Alzheimer collettivo. Nessuno ricorda più nulla». Ohhhh. La prova? «I sintomi di questa malattia sono individuabili nel proliferare di dvd su Mussolini».

Ecco, questo è un fatto che inchioda. L’ultima metamorfosi di Zelig Veltroni si è compiuta. Politico, collezionista di figurine, critico cinematografico, missionario in Africa, Obama bianco, futuro premio Nobel della letteratura, e alla fine investigatore con tanto di spolverino alla Bogart. Magnifico.
A questo punto uno potrebbe dire, citando Giuliano Ferrara: ma cari signori, a che servono tutti questi misteri? Se avete prove parlate, altrimenti smettetela di insinuare scenari fantapolitici.

Visto che tutti questi teorici del golpe a scoppio ritardato non stavano in vacanza in Australia o persi nello spazio intergalattico, ma ben radicati al cuore dello Stato, come mai allora non hanno capito nulla? Il consiglio è: chi sa parli.
Il discorso dell’Elefantino è saggio e razionale. Ma qui abbonda la fantasia. Si consiglia agli amanti delle commissioni d’inchiesta (tutte tranne quella per fare luce su chi ha rubato i miliardi di Rizzoli) di mettere insieme gli indizi targati 1993. Eccoli.

Cosa è accaduto quel maledetto anno? Enrico Ruggeri vince Sanremo con Mistero. Bill Clinton è il quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti. Un’autobomba esplode nei sotterranei del World Trade Center (le Torri gemelle); dell’attentato, che provoca 5 morti e circa 300 feriti, sono sospettati gli integralisti islamici (obiettivo sponsorizzare la discesa in campo di Berlusconi). Viene abolita la Cassa del Mezzogiorno. Uno squilibrato tedesco di 38 anni pugnala alla schiena la tennista Monica Seles.

Lorena Leonor Gallo evira il marito John Wayne Bobbitt. Fausto Bertinotti viene eletto segretario di Rifondazione comunista. Cagliari e Gardini si suicidano. Entra in vigore il trattato di Maastricht. Il Vaticano riconosce lo Stato d’Israele. Giulio Andreotti viene processato per mafia.
Mettete tutte queste cose nel piatto, mescolate bene, chiamate Dan Brown e qualcosa verrà fuori. Il risultato è lo stesso. Ciampi e compagnia non sono dei romanzieri. Ma qualcosa di molto più ambiguo. Gettano fango e nascondono la mano. O sanno troppo o il golpe, con un bel governo tecnico, pensano di farlo loro.

Dieci morti per una verità capovolta

di Fiamma Nirenstein

Nessuno parla di organizzazioni filo Hamas coinvolte nell’assalto, nessuno di provocazione

Ma l’associazione turca protagonista dell’azione è sempre stata amica degli jihadisti

 

L’episodio di ieri notte, con i suoi morti e feriti sulla nave turca, ha qualcosa di diabolico. Perché diabolico è il rovesciamento, la bugia che si sta disegnando nell’opinione pubblica internazionale, come per la battaglia di Jenin, come per la morte di Mohamed Al Dura: la verità, salvo quella tragica e che dispiace assai, dei morti e dei feriti, ne esce capovolta, capovolte le responsabilità. Le condanne volano, e hanno tutte un carattere nominalista: chi era sulle navi si chiama «pacifista» o «civile», i soldati israeliani coloro che ne hanno sanguinosamente interrotto la strada verso una «missione di soccorso». Nessuno parla di organizzazioni filo Hamas, nessuno di provocazione: ed è quello che davvero veniva trasportato da quelle navi. Oltre naturalmente, all’essenza umana di chi ci spiace comunque di veder sparire.

Ma non basta dichiararsi pacifista per esserlo. L’organizzazione turca Ihh, protagonista della vicenda, è sempre stata filo terrorista, attivamente amica degli jihadisti e di Hamas, essa stessa legata ai Fratelli Musulmani, i suoi membri ricercati e arrestati e la sua sede chiusa dai turchi stessi per possesso di armi automatiche, esplosivo, azioni violente. Ma ora poiché era sulla nave Marmara, è diventata «pacifista», come le altre varie Ong molto militanti in viaggio sulle onde del Mediterraneo. Non basta più nemmeno dichiararsi «civile»: nelle guerre odierne, anzi, l’uso dei civili come scudi umani, e anche come guerrieri di prima fila è la novità più difficile in una quantità di scenari.

La divisa non separa i buoni dai cattivi: abbiamo visto l’uso delle case e delle moschee come trincee dei «civili» militarizzati; al mare non eravamo abituati, ma è un’invenzione interessante per la jihad. Prima di partire una donna ha dichiarato: «Otterremo uno di due magnifici scopi, o il martirio o Gaza». Ma chi ascolta una dichiarazione così rivelatrice e scomoda quando canta la sirena delle imprese umanitarie? Il capo flottiglia ha dichiarato che il suo scopo era portare aiuti umanitari e non è importato, anzi è garbato alle anime belle dei diritti umani che andasse verso Gaza, striscia dominata da Hamas, organizzazione terroristica che perseguita i cristiani e ha condannato a morte tutti gli ebrei, che usa bambini, oggetti, edifici, tutto, nello scopo di combattere Israele e l’Occidente intero. Ma le navi viaggiavano verso Gaza per aiutarla, incuranti dei missili e degli attentati che ne escono.

Israele aveva più volte offerto agli organizzatori della flotta di ispezionare i beni nel porto di Ashdod, e quindi di recapitarlo ai destinatari. Essi avevano rifiutato, e questa sembra una prova abbastanza buona della loro scarsa vocazione umanitaria, come quando hanno detto che di occuparsi anche di Gilad Shalit, come chiedeva loro suo padre, non gli importava nulla. Un’altra volta.

La flottiglia si era dunque diretta verso Gaza e lo scopo degli israeliani era dunque quello di evitare che un carico sconosciuto si riversasse nella mani di Hamas, organizzazione terrorista, armata. La popolazione di Gaza aveva bisogno di aiuto urgente? Israele afferma che si tratta di scuse: nella settimana dal 2 all’8 maggio, per limitarsi a pochi beni di un lunghissimo elenco, dai valichi di Israele sono passati alla gente di Gaza 1.535.787 litri di gasolio, 91 camion di farina, 76 di frutta e verdura, 39 di latte e formaggio, 33 di carne, 48 di abbigliamento, 30 di zucchero, 7 di medicine, 112 di cibo animale, 26 di prodotti igienici. 370 ammalati sono passati agli ospedali israeliani etc etc... Non era la fame dunque che metteva vento nelle vele delle navi provenienti da Cipro con l’aiuto turco; sin dall’inizio è stata la pressione politica a legittimare Hamas, e la delegittimazione morale di Israele che non colpisce mai i cinesi per la persecuzione degli uiguri, o i turchi per la persecuzione dei curdi... E così l’aspirazione antisraeliana che caratterizzava la Marmara è saltata come un tappo di champagne quando i soldati, nel tentativo di controllare la nave per portarla ad Ashdod, sono scesi con l’elicottero.

Alle quattro di mattina, secondo la testimonianza di prima mano di Carmela Menashe, cronista militare che ha scoperto senza pietà molti scandali nell’esercito, quando i soldati della marina hanno tentato di scendere sulla nave Marmara, sono stati accolti da spari, ovvero: «C’erano armi da fuoco sulla nave» dei pacifisti; i soldati che hanno toccato il ponte hanno affrontato un linciaggio «come quello di Ramallah» in cui membra umane furono gettate alla folla: sono state usate con foga enorme, dicono i testi, sbarre di ferro, coltelli, gas... i soldati sono stati buttati nella stiva nel tentativo di rapirli, o in mare. Questo per spiegare perché i loro compagni hanno sparato. Di certo i naviganti non erano militari, erano dunque civili: ma ormai nella guerra asimmetrica i civili sono scudo umano e combattenti. Israele doveva cercare di fermare la Marmara; se l’ha fatto con poca accortezza, non sappiamo. Ma di certo i soldati non hanno sparato per primi, è proibito dal codice militare israeliano, non è uso di quei soldati. Adesso se il mondo vuole semplicemente bearsi delle solite condanne a Israele faccia, ma proprio con il suo sostegno alle forze che hanno provocato il carnaio dell’alba di domenica prepara la prossima guerra.



Gaza, l'Onu: "Liberare i 480 attivisti" E Israele: "Pronti a fermare altre navi"

di Redazione

Dopo l'attacco israeliano alla flottiglia di pacifisti per Gaza, l'Onu si è riunito a New York per oltre 12 ore e ha chiesto un'inchiesta e il rilascio degli attivisti e delle loro imbarcazioni.

Arrestati 480 pacifisti della ong turca: sei sono italiani.

E Ankara guida l'attacco mondiale a Israele.

Così un'operazione giusta rischia la sconfitta politica


New York - "Liberare immediatamente gli attivisti arrestati". Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito a New York per oltre 12 ore per esaminare l'attacco israeliano alla flottiglia di pacifisti per Gaza, ha chiesto un'inchiesta e il rilascio dei 480 attivisti e delle loro imbarcazioni. Ma la Difesa israeliana fa sapere: "Siamo pronti a fermare altre navi".

Frizioni tra gli Stati Uniti e la Turchia Secondo fonti diplomatiche, i rallentamenti sono dovuti a un disaccordo tra la Turchia, che ha redatto la bozza della risoluzione, e gli Stati Uniti che si sono rifiutati di inserire nel testo una forte condanna di Israele. Nel corso del suo intervento, il vice ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Alejandro Wolff ha dichiarato che gli aiuti trasportati dalla flottiglia avrebbero dovuto ricevere l'ok dai meccanismi internazionali istituiti in virtù dell'embargo israeliano a Gaza. "Questi meccanismi non provocatori dovrebbero essere quelli utilizzati per fornire aiuti a Gaza", ha detto Wolff secondo quanto riportato dalla Cnn. "La consegna diretta via mare non è né appropriata né responsabile, ma soprattutto non efficace, vista la situazione".

Israele: "Non faremo passare altri attivisti" Il ministero della Difesa israeliano ha dichiarato che sarà impedito l'ingresso a Gaza a qualsiasi nuova nave di aiuti. La dichiarazione è venuta dal vice ministro della Difesa Matan Vilnai secondo il quale Israele impedirà a qualsiasi altra nave umanitaria internazionale di entrare nelle acque antistanti alla Striscia di Gaza.

Gli attivisti arrestati Sono 480 gli attivisti della flottiglia internazionale arrestati dagli israeliani dopo il blitz di ieri contro la spedizione umanitaria internazionale, mentre altri 48 stanno per essere espulsi. Le 480 persone arrestate sono raggruppate nella prigione di Ashdod, nel sud d'Israele, mentre gli altri 48 sono stati condotti all'aeroporto internazionale di Ben Gurion per essere espulsi verso i loro paesi d'origine. Altri 45 attivisti, per la maggior parte di origine turca, sono stati ricoverati in diverse strutture. In ospedale anche sei soldati israeliani, secondo i media locali. Sono sei gli italiani: oltre ai quattro italiani già menzionati ieri difatti vi sono fra gli arrestati due cittadini con doppia nazionalità, un italo tedesco e un italo palestinese. I sei saranno oggi visitati in carcere da un funzionario dell’ambasciata italiana a Tel Aviv.

Frattini: "Sia un'opportunità di pace" Un "errore inesplicabile" che può trasformarsi in "una grande opportunità" di pace. Così, secondo il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, Israele può ribaltare le conseguenze politiche e diplomatiche della strage di ieri su una delle navi che portavano aiuti a Gaza. "Credo che in questo momento Israele abbia una grande opportunità, dopo questo gravissimo gesto - ha detto il capo della Farnesina al Tg1 - dopo questo errore francamente inesplicabile e grave in assoluto, potrebbe fare un gesto di distensione". Lo stato ebraico, ha aggiunto Frattini, potrebbe esprimere la volontà di "moltiplicare gli sforzi per la pace; accelerare il negoziato; dare al più presto ai palestinesi uno Stato".