giovedì 3 giugno 2010

Vale, ti ucciderò in pista al Mugello» Denunciato l'uomo che tormentava Rossi

Il Tempo

   

ROMA (3 giugno) 

Identificato e denunciato dalla Digos della Questura di Pesaro e dalla Polposta l'uomo che da giorni proferiva minacce di morte via telefono indirizzate al
campione di motociclismo Valentino Rossi, arrivando a dire che l'avrebbe ucciso durante il MotoGp del Mugello. Si tratta di un operaio di 42 anni che vive a Casale Monferrato (Alessandria). Appassionato di moto, era in preda ad una vera ossessione nei confronti del campione di Tavullia. Nei giorni scorsi, coperto da un nome falso, aveva fatto numerose telefonate minatorie e
tempestato di chiamate e messaggi familiari e amici di Rossi, chiamando anche testate giornalistiche della carta stampata e della tv.

La vicenda è stata tenuta riservata fino ad oggi, per non danneggiare le indagini: stamani, la perquisizione in casa dell'indagato, disposta dal procuratore della Repubblica di Pesaro Manfredi Palumbo e condotta in collaborazione con la Digos di Alessandria. Sono state raccolte prove schiaccianti, tanto da indurre l'uomo a confessare. Sarà denunciato per minacce gravi.




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Marsiglia, rapina choc al furgone portavalori: bottino 6 milioni

Il Mattino

MARSIGLIA (2 giugno) - Un vero e proprio assalto, che solo per miracolo non ha fatto vittime, proprio nel cuore di Marsiglia. Nei pressi del porto, un furgone portavalori è stato attaccato da un gruppo di uomini armati, una decina in tutto, che hanno messo le mani su un bottino di 6 milioni di euro. Dopo aver fatto saltare la porta blindata del veicolo, i rapinatori, armati di kalashnikov, hanno sparato all'impazzata rischiando di fare una strage contro polizia e testimoni. "Sono pazzi pericolosi", ha detto il capo della polizia giudiziaria di Marsiglia, Roland Gauze. Il sindacato di polizia francese ha definito molto preoccupante il numero crescente di attacchi compiuti con armi pesanti.

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Alaska, Cessna si schianta su una casa Le immagini dell'incidente

Il Mattino

JUNEAU (2 giugno) - Immagini drammatiche che testimoniano il coraggio di questi uomini nella disperata ricerca di superstiti a bordo di un piccolo aereo precipitato. Il Cessna si è schiantato nel distretto commerciale di Anchorage (Alaska) nell'ora di punta. Nonostante i tempestivi soccorsi nell'incidente aereo ha perso la vita un bambino. Quattro i feriti.

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Piazza Plebiscito, si gioca a pallone davanti ai vigili

Il Mattino

 Partita di pallone con Palazzo Reale come porta (YouTube)

salve,l'idea di presidiare la galleria 24 ore al giorno sarebbe ottima se non fossimo a Napoli. Di fronte ai vigili urbani puo' acacdere di tutto ma non li smuove nessuno. Il 27 maggio, alle 9 circa , piazza Plebiscito era un campo di calcio con tutti i ragazzi che non erano andati a scuola a usare il palazzo reale, monumento nazionale, come porta. Le macchine scorrazzavano tranquillamente nella piazza e due vigili, un uomo e una donna, erano li' a pochi metri senza batter ciglio. Le 8 statue inserite nelle nicchie sono tutte monche o prive di naso a causa delle forti pallonate. E' giusto che i ragazzi debbano avere spazi per giocare ma non devono ne' distruggere monumenti ne' disturbare i passanti. I vigili urbani dovrebbero allontanarli e, negli orari di scuola, dovrebbero anche informare i genitori!
Ben vengano i vigili ma che siano efficaci e che il comune provveda a creare spazi verdi per i ragazzi!!!





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Jobs: suicidi in fabbrica? Ma se hanno la piscina!

Il presidente di Apple preoccupato per le morti da stress nell’azienda cinese dove si producono migliaia di iPhone e iPad.

Nella Foxconn in un anno si sono tolti la vita tredici lavoratori




Un iPhone costa in media 500 euro. Ma chi lo produce, per poterselo comperare, deve lavorare almeno cinque mesi. Questo è il triste rapporto tra lo stipendio degli 800mila dipendenti della Foxconn, il maggior produttore al mondo di prodotti tecnologici per conto terzi, e uno dei tanti gadget hardware che vengono sfornati a ritmi serrati nelle sue fabbriche al sud della Cina e precisamente a Foshan vicino a Shenzhen. Ma da quando nelle fabbriche Foxconn, che fanno capo al magnate taiwanese Terry Gou, sono esplosi i casi dei suicidi a raffica, 13 in un anno e tre nella stessa settimana, i giganti statunitensi e nipponici che producono a basso prezzo nella fabbriche cinesi si sono fatti cauti. Va bene il profitto ma un po’ di etica non guasta. Anche perchè basta che sul web parta qualche iniziativa di boicottaggio dei prodotti per far restare negli scaffali migliaia di iPhone e iPad ma anche di computer Dell, Hp e Sony tanto per citare qualcuno dei blasonati clienti di Foxconn.

Sarà forse anche per questo motivo che Steve Jobs, presidente e fondatore di Apple, ha spezzato una lancia in favore della Foxconn. «Non è una fabbrica di schiavi, anzi è molto carina. Non produce dolciumi, ma hanno anche ristoranti e piscine», ha detto Jobs al limite della gaffe. Poi per precauzione ha aggiunto che si tratta comunque di una situazione difficile. «In questo momento - ha proseguito - stiamo cercando di capire, prima di affrontare direttamente il problema e dire che abbiamo trovato la soluzione». Per Foxconn il vero problema, oltre ai bassi salari, sta nel ritmo serrato di produzione e nelle ore di lavoro.

Una media di 12 al giorno passate ad assemblare telefoni cellulari o computer. «In questo modo - ha spiegato un operaio - pensi che la tua vita non conta nulla e cadi in depressione. Oltretutto con soli 100 euro al mese di salario non si riescono a mandare soldi a casa». Un fatto importante dato che la maggior parte dei dipendenti Foxconn proviene dalle province più povere della Cina. «Si tratta per lo più di giovani che però sono diversi dai loro padri - ha spiegato Ross Gan direttore della comunicazione di Huawei uno dei maggiori produttori di apparati di tlc del mondo -. Sono persone che non hanno mai sofferto la fame e vogliono avere delle prospettive di vita».

E dunque non basta più il campus allestito da Foxconn dove c’è un ospedale e anche una piscina ed è possibile mangiare e dormire in camerate da 8 o magari anche 10 persone. Se ai padri tutto questo poteva sembrare un lusso i giovani operai cinesi, l’età media è 25 anni, si sentono invece in prigione. Vogliono avere una vita privata al di fuori delle alte mura della fabbrica. Del resto Shenzhen, dove è vietato girare in motorino a causa dei frequenti scippi, è comunque una città vera con hotel e ristoranti di lusso. E anche un incredibile centro massaggi con piscina, idromassaggio e ristorante aperto 24 ore al giorno. Shenzhen insomma non dorme mai ma per avere tutto questo servono soldi. Lo ha capito anche la Foxconn che ha già annunciato un aumento dei salari di circa il 30%. Ma dato che la paga media è di 900 yuan (ossia 108 euro al mese) l’aumento è ancora troppo basso rispetto a quanto sarebbe necessario per avere una gratificazione minima.

Secondo Geoffrey Crothall, uno dei curatori del China Labour Bulletin di Hong Kong, «a Shenzhen un salario minimo di 2.000 yuan (che poi sono circa 220 euro ndr) è assolutamente necessario». Si tratterebbe dunque di un aumento del 100% che farebbe scattare immediatamente l’inflazione non solo in Cina ma anche in Europa e negli Usa. Eppure il passo appare sempre più necessario. Perchè anche la fabbrica dell’Honda è stata bloccata per due settimane da uno sciopero dei suoi 1.900 operai. E alla fine ha annunciato di aver proposto un aumento del 24%. Le proteste però non si fermano. Ieri per la prima volta si è avuta notizia di scioperi anche a Shenyang, una città industriale nel nordest della Cina. La guerra del salario in Cina è appena cominciata.




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Raid di ladri al Cardarelli derubati ammalati e familiari

Il Mattino

  
di AnnaMaria Asprone

NAPOLI (3 giugno) - Derubati in ospedale. Ripuliti i portafogli, pieni di soldi, carte di credito e documenti, di alcuni pazienti e dei familiari, che erano andati a trovare i loro cari, ricoverati nel reparto di Neurochirurgia dell’azienda ospedaliera Cardarelli. Un furto con destrezza, che ha fruttato un bottino di oltre un migliaio di euro, messo in atto da una persona (ma forse potrebbero esserci stati anche dei complici) che, con ogni probabilità, si è confusa nel viavai di parenti, giunti nel reparto durante l’orario di visita e che ha operato, approfittando di un momento di distrazione delle vittime.

Il furto è avvenuto martedì, durante l’orario serale di visite. «Sono arrivato in ospedale verso le 18 per andare a far visita a mio padre ricoverato al Cardarelli, nel reparto di Neurochirurgia, da giovedi scorso - spiega Gennaro Alborino, odontotecnico di Grumo Nevano - Dovevamo prendere gli ultimi accordi perché doveva essere dimesso il giorno seguente (mercoledì, per chi legge, n.d.r.). Dopo poco mi hanno raggiunto mia madre e mia cugina e papà mi ha chiesto di poter fare quattro passi in corridoio, così lo abbiamo accontentato e siamo usciti dalla camera».

«Poi, però - continua il suo racconto Gennaro Alborino - mentre stavamo per tornare dentro, abbiamo sentito una paziente di un’altra stanza che gridava: ”mi hanno rubato il portafoglio”. Così siamo tornati in camera e ci siamo resi conto di aver subito la stessa sorte. Il ladro, infatti, non aveva risparmiato nemmeno noi e sebbene il lasso di tempo in cui eravamo rimasti fuori era stato solo di pochi minuti era riuscito ugualmente a ”ripulire” le borse sia di mia madre che di mia cugina».

I tre si sono subito precipitati nel corridoio, alla ricerca del medico di turno che, però, in quel momento si era allontanato e quindi non era in reparto. Dopo una breve ricerca si sono resi conto che oltre a loro e alla paziente che aveva gridato anche altre due persone erano state derubate del portafogli. «Abbiamo controllato ovunque - aggiunge l’odontotecnico - per vedere se il ladro aveva lasciato qualche traccia ma, l’unica cosa che abbiamo ritrovato, è stato il portafoglio di una signora che era stato gettato in una stanzetta adibita al deposito attrezzi per le pulizie. Naturalmente - conclude l’uomo con amarezza - era vuoto».

Immediatamente le vittime hanno chiamato, con i loro cellulari, il 113. Quando gli agenti del commissariato di polizia del Vomero sono poi giunti in ospedale non hanno potuto far altro che raccogliere le deposizioni delle vittime e consigliare loro di recarsi presso il posto di polizia più vicino per denunciare il furto.
«La cosa che mi ha sconcertato di più - conclude Alborino - è che solo dopo ho saputo che un furto analogo si era verificato proprio nella mattinata di martedì presso il reparto di Oculistica dello stesso ospedale Cardarelli. Possibile che nessuno ha pensato di intensificare la sorveglianza?».

Poi aggiunge: «Dopo il fatto gli infermieri ci guardavano attoniti a loro volta, mentre tutt’intorno non c’era né un medico né una guardia giurata. Mi hanno detto, poi che la guardia giurata che di solito è giù all’ingresso aveva finito il suo turno ed era andata via. Io, comunque, - conclude l’uomo - ho portato via mio padre per trasferirlo in una struttura ospedaliera di Bologna dove, dopo un consulto, dovrà essere operato. È vero che il trasferimento era già previsto, comunque dopo quello che è accaduto lo avrei portato via ugualmente».





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L'elmo di Scipio? Sotto il cemento armato

Corriere del Mezzogiorno

Liternum, in totale abbandono e minacciato dagli abusi il parco corrispondente alla tomba dell'«Africano»

Publio Cornelio Scipione detto l'Africano
Publio Cornelio Scipione detto l'Africano

NAPOLI

«Ingrata patria non avrai le mie ossa». La leggenda narra che queste siano le parole scolpite sull’epigrafe voluta da Scipione l'Africano sulla tomba, sepolta nel territorio di Giugliano, in provincia di Napoli. A causa di un diverbio con i tribuni della plebe in seguito al quale fu accusato di «peculato» per aver sottratto alle casse dello Stato ben 500 talenti ricevuti dal re di Siria Antioco III, il generale romano fu costretto a vivere i suoi ultimi giorni nella città di Liternum. Scipione, famoso per la celebre sconfitta inferta ad Annibale nella battaglia di Zama, lega da allora inesorabilmente la sua memoria a questi luoghi. Ebbene, oggi, quegli stessi luoghi sono stati dimenticati e abbandonati: vi insiste un parco archeologico decisamente poco valorizzato e minacciato di tanto in tanto dagli abusi: la costa del giuglianese e quella di Castel Volturno, nel Casertano, sono tra le più disastrate d'Italia dal punto di vista del cemento selvaggio.

MAIURI E GLI SCAVI DEGLI ANNI ’30 – Un po' di storia: a Liternum, Amedeo Maiuri, direttore del museo archeologico di Napoli negli anni '30, celebre per aver portato alla luce buona parte delle città romane di Pompei e Ercolano, in precedenza già individuate dagli archeologi borbonici, affidò l’incarico a Giacomo Chianese, ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità di Napoli, di condurre uno scavo sistematico nell’area dell’antico foro.

Scavi di Liternum: fotogallery

È il 1933: inizia l’operazione “Liternum” per individuare nella zona del Lago Patria (nel Giuglianese) il sito dell’antica cittadina romana. I saggi di scavo danno esito positivo e permettono di fissare il sito della dimenticata Liternum, dove, appunto, Scipione l’Africano si era ritirato con i legionari per dedicarsi alla bonifica e alla coltivazione della terra. Vennero alla luce gran parte delle rovine ancora visibili, il foro e l’antico teatro; individuando tra l’altro ben sei chilometri della via Consolare Campana, oggi irrimediabilmente perduta.

ANTICHI RESTI - Da allora, passati i clamori e gli sfarzi dell’illusione di un rinato impero romano fascista, il sito archeologico di Liternum è diventato il più degradato e dimenticato d’Italia. Ma procediamo con ordine. È l’estate del 1960 e il comitato promotore dei Giochi del Mediterraneo che si disputano quell’anno a Napoli sceglie proprio l’area a cavallo del foro dell’antica Liternum per impiantare un nuovo edificio.

Sui terreni al di sotto dei quali insisteva l’antica colonia romana, e dove si presume si conservino ancora i resti di gran parte delle abitazioni civili - domus e botteghe - vennero realizzate le strutture di un moderno Villaggio Olimpico destinato ad ospitare gli atleti della nazionale jugoslava. Oggi quel villaggio è divenuto un parco privato; all’incirca 400 anime che vivono su una nuova probabile "Pompei". «Proprio in occasione di uno scavo per l’installazione del nuovo condotto fognario all’interno del parco privato» spiega la dottoressa Adriana d’Avella attuale direttrice dell’area degli scavi del parco archeologico di Liternum «abbiamo condotto un saggio che ha riportato alla luce i resti di un’antica fornace per la lavorazione dell’argilla e la fabbricazione dei laterizi, segno dell’elevato grado di sviluppo della colonia romana».

Gli scavi di Liternum
Gli scavi di Liternum

SCEMPIO - Mentre l'archeologa illustra le scoperte portate avanti con competenza e preparazione negli anni recenti, lo scempio operato in passato è purtroppo irrimediabilmente visibile sotto i nostri occhi. In particolare il muro di cinta che delimita la proprietà del parco privato è stato costruito in aderenza con le antiche murazioni romane che ancora affiorano dal terreno. Nell’area attuale degli scavi dove è venuto alla luce l’antico Criptoportico, ovvero un corridoio di passeggio a volta coperto che collegava all’antico foro, si notano i moderi mattoni adoperati per la costruzione del muro perimetrale e la relativa colata di cemento poggiata sui resti di un muro di sostegno d’epoca romana in “opus reticolarum”.

La volta del criptoportico però è orribilmente sventrata da un carotaggio in cemento armato. Ma è solo una parte dello scempio adoperato fino ad oggi. All’interno dell’area sotto tutela della Soprintendenza controversie legali con i discendenti degli antichi coloni proprietari negli anni ’30 dei suoli confinanti, nonché fenomeni di speculazione edilizia selvaggia dei primi anni ’80 hanno prodotto due casi “emblematici” di abusivismo proprio a ridosso dell’ara sacra. Una struttura conserva parte delle antiche mura di una domus romana, l’altra è stata edificata proprio lungo l’antico tracciato della via consolare domitiana che si immetteva nell’area del foro. «Un breve tratto è stato riportato alla luce l’anno scorso sottratto alle coltivazioni locali che lo avevano destinato a una bella vigna» commenta l’archeologa, che poi si dice orgogliosa del ritrovamento di un busto d’imperatore acefalo venuto alla luce durante una campagna di scavo. «Busto attualmente conservato nel museo archeologico dei campi Flegrei».

IL FESTIVAL «UN LIBRO PER AMICO» - «Ti scrivo mentre me ne sto in riposo proprio nella villa di Scipione l'Africano, dopo aver reso onore al suo spirito e all'ara che, immagino, è il sepolcro di un così grande uomo. Sono convinto che la sua anima è ritornata in cielo, sua origine, non perché comandò grandi eserciti [...] ma per la sua straordinaria moderazione e per il suo amore di patria». Così scrisse Seneca nelle sue Epistulae Moralesad Lucilium durante il suo soggiorno a Liternum. E proprio dalla lettura e dal bisogno di cultura quale simbolo di rinascita e civiltà scaturisce l’iniziativa della manifestazione «Un libro per amico» in programma il 4 – 5 - 6 giugno proprio nell’area dimenticata del parco archeologico di Liternum. Dov'è sepolto quell'elmo di Scipio omaggiato pure nell'inno italiano.

Antonio Cangiano
01 giugno 2010(ultima modifica: 03 giugno 2010)



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Turchia, ucciso un vescovo italiano

Corriere della Sera
Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia ammazzato a coltellate a Iskenderun


MILANO- Ancora un sacerdote cattolico italiano ucciso in Turchia, a quattro anni dall'omicidio di don Santoro. Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia, è stato infatti assassinato a coltellate a Iskenderun. L'alto prelato, 63 anni, è stato ammazzato nella sua abitazione. Era stato nominato vicario dell'Anatolia l'11 ottobre 2004 e consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno. Non si conoscono gli autori dell'omicidio né i motivi del gesto ma, secondo l'emittente privata Ntv e anche secondo il sito del quotidiano cattolico Avvenire, Padovese sarebbe stato ucciso nella sua abitazione dal suo autista.

Un «fatto orribile», «incredibile», «siamo costernati»: è questa la prima reazione a caldo - appresa la notizia - di padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, alla notizia dell'uccisione in Turchia di mons. Padovese. Mons. Padovese avrebbe dovuto partecipare, da venerdì, alla visita del Papa a Cipro, e ricevere da lui, insieme agli altri responsabili e patriarchi cattolici della regione, il documento preparatorio del prossimo Sinodo sul Medio Oriente, in cui si parla anche delle violenze contro i cristiani. «Cio che è accaduto - ha detto padre Lombardi- è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue in Turchia, come l'omicidio alcuni anni fa di don Santoro». «Preghiamo - ha aggiunto - perché il Signore lo ricompensi del suo grande servizio per la Chiesa e perchè i cristiani non si scoraggino e, seguendo la sua testimonianza così forte, continuino a professare la loro fede nella regione».

IL PROFILO - Padovese, scrive il quotidiano cattolico Avvenire sul proprio sito, «è stato assassinato a colpi di coltello nella sua abitazione» ed a colpirlo sarebbe stato «il suo autista, al quale ha aperto la porta di casa. Il corpo è stato già trasferito nel locale ospedale». Religioso cappuccino, monsignor Padovese era nato a Milano il 31 marzo del 1947. Il 16 giugno del 1973 fu ordinato sacerdote. é stato professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell'Antonianum e per sedici anni direttore dell'Istituto di Spiritualità nella medesima università. Ha ricoperto una cattedra anche alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana. Per 10 anni è stato poi visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Consulente della Congregazione per le Cause dei Santi. L'11 ottobre 2004 la nomina a vicario apostolico dell'Anatolia e a vescovo titolare di Monteverde. È stato consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno. Nel 2006 Padovese ha concelebrato con monsignor Camillo Ruino i funerali di don Andrea Santoro, ucciso nel 2006 a Trebisonda.

Redazione online
03 giugno 2010





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Sfrattata la donna tricolore che fece infuriare Bossi

Corriere del Veneto

Lucia Massarotto per dodici anni ha alzato la bandiera per dire no alla festa padana in riva Sette Martiri. Ora dovrà cambiare casa

Lucia Massarotto col Tricolore nella sua abitazione in riva Sette  Martiri a Venezia (archivio)

Lucia Massarotto col Tricolore nella sua abitazione in riva Sette Martiri a Venezia (archivio)

VENEZIA — «Il tricolore, lo metta al cesso signora!». L’invito, il 16 settembre del 1997, glielo fece Umberto Bossi. E la signora in questione è Lucia Massarotto. Che per dodici anni ha invece continuato ad esporlo sulla sua finestra di riva Sette Martiri a Venezia, giusto di fronte al grande palco della Festa dei Popoli Padani. Dodici anni ma ora basta. Perché il prossimo 30 luglio alla signora scade il contratto d’affitto e sarà costretta a lasciare quella che dal 1985 è la sua casa. Per lei la casa dei suoi figli, per tutti la casa del tricolore. Che a settembre, con il prossimo raduno leghista, perderà il bianco, il rosso e il verde. «Che dice? Sono un simbolo? Ma no, via. A Venezia ci sono tante persone che la pensano come me per fortuna— dice Massarotto — mica sono sola. Io ho fatto forse un gesto più plateale di altri, quello sì. Ma che cosa vuol dire, i "no" esistono, così come esiste della gente che non la pensa come la Lega».

Lei, il popolo del Carroccio lo conosce bene. Dal terzo piano della sua casa color rosso mattone ha ascoltato, volente o nolente, dodici comizi di decine di parlamentari nel frattempo diventuti ministri, e presidenti di Provincia. Quasi quasi potrebbe scrivere un libro: «Già, i cittadini dovrebbero sapere chi è veramente il popolo leghista. Non è sempre quello che appare in tivù — dice Massarotto—moderato nei toni e accondiscendente con l’interlocutore. Anzi. Dalla mia finestra ho sempre sentito parole forti, manifestazioni di odio e anche molti insulti. In riva Sette Martiri la Lega è un’altra cosa. Sapesse quante critiche, per usare un eufemismo, ho sentito rivolgere dal parlamentare padano di turno a Berlusconi. Ma poi, come vede, le cose cambiano. Ed ora eccoli là tutti assieme. Personalmente detesto le persone che non sono coerenti ». Dodici anni di storia politica e dodici anni di bandiere tricolori esposte alla finestra, incurante degli insulti. Qualcuno ha parlato di provocazione, lei ha sempre rifiutato questa etichetta. Dicendo invece che si trattava semplicemente di una manifestazione di dissenso.

Un «no» che la signora Lucia vorrebbe intonassero anche altri. «Al di là di questi nostri gesti, di noi cittadini, mi piacerebbe nascessero delle prese di posizione forti da parte di partiti e di autorità che non la pensano come la Lega. Che non ne condividono idee e metodi, invece sento molti silenzi, purtroppo ». Lei, da parte sua, in questi anni ha ricevuto molte attestazioni di stima, telefonate di solidarietà e mail di appoggio. Soprattutto dopo alcune minacce che hanno addirittura spinto le forze dell’ordine a tenere sotto controllo la sua abitazione. Che tra un paio di mesi non sarà più la sua. «Mi hanno aumentato l’affitto di 300 euro al mese, da 600 euro a 900, capita. Io però quella cifra non riesco a sostenerla, faccio un lavoro part-time e il mio stipendio si aggira sui 950-1000 euro al mese.

Così ho fatto richiesta di un alloggio popolare partecipando ad un bando del Comune, vedremo come va a finire». Con la signora Lucia in quella casa di Riva Sette Martiri abitano i due figli Mattia e Tommaso di 21 e 15 anni. «Siamo una famiglia molto unita — dice — parliamo molto. Se la pensano come me? Il più grande mi ha sempre dato una mano ad appendere il tricolore alla finestra—sorride—è più forte di me e la bandiera, il giorno della festa leghista, bisogna fissarla bene». Il tema del trasloco preferirebbe non affrontarlo, eppure è là, dietro l’angolo. «Mi vien male a pensarci—mi sa che dovrò buttare via un sacco di cose». Il tricolore non le servirà più... «Come no? A parte il fatto che di bandiere ne ho ormai un sacco perché molte me ne hanno regalate in questi anni, ma non butterei mai via quel tricolore. Fa parte di me».

Massimiliano Cortivo
03 giugno 2010



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Pensioni, ultimatum della Ue all'Italia: nella p.a. le donne lavorino fino a 65 anni

Corriere della Sera
Rischio di deferimento del nostro Paese alla Corte di giustizia europea: disatteso un precedente monito

BRUXELLES

Ultimatum della Commissione Ue all'Italia: se non equiparerà immediatamente l'età pensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico sarà nuovamente deferita alla Corte di giustizia europea. L'avvertimento - secondo quanto apprende l'Ansa da fonti vicine al dossier - è contenuto in una nuova lettera che Bruxelles ha inviato alle autorità italiane, chiedendo loro di adeguarsi al più presto alla sentenza della Corte europea di giustizia che già nel 2008 intimava all'Italia di innalzare l'età pensionabile delle dipendenti pubbliche, portandola a 65 anni, lo stesso livello previsto per i colleghi maschi.

RITARDI E RICHIAMI - Nella missiva - sempre secondo quanto si apprende - si chiedono spiegazioni sui ritardi e si sottolinea come la questione sia rimasta irrisolta dopo i tanti richiami succedutisi negli anni; e nonostante nel giugno 2009 Bruxelles abbia aperto una nuova procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese proprio per la mancata attuazione della sentenza della Corte.



LA POSIZIONE DELL'ITALIA - Della questione il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, parlerà lunedì a Lussemburgo con la commissaria Viviane Reding. «Cercherò di agire al meglio per una soluzione che sia definitiva» ha detto Sacconi. L'obiettivo del ministro è quello di capire «quanto sia cogente la richiesta europea e quanto minacci di tradursi in infrazione». Per Sacconi, infatti, la gradualità attuata per il pensionamento delle dipendenti pubbliche era stata già trattata con convinzione da parte del governo italiano. «È pur vero che l'anticipo del pensionamento delle lavoratrici pubbliche non pone i problemi di disoccupazione che ci sono nel privato e quindi di assicurazione del reddito» per le donne che dovessero perdere il lavoro e dover attendere per andare in pensione. Attualmente è prevista un innalzamento graduale del pensionamento delle donne del pubblico impiego che porterà ad un innalzamento a 65 anni solo nel 2018.

Redazione online
03 giugno 2010



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L’ombra di Balducci su Tonino. Ma lui non ci sta

di Redazione

L’ex magistrato, chiamato in causa nei verbali dell’architetto Zampolini, nega tutto: "Calunnie, ho le prove".

Ma la "sua" casa è nella lista Anemone.

La tesoriera Mura, nega ma non spiega: "Affitto regolare".

Nuova tegola su Di Pietro: i magistrati di Perugia vogliono interrogarlo ancora


 
Paolo Bracalini - Gian Marco Chiocci

Roma

«Via 4 Fontane Prete». Nella famosa lista Anemone c’è questo criptico appunto, rubricato nei lavori eseguiti nel 2006, precisamente il 29 giugno del 2006. Ma cosa c’è in via delle Quattro Fontane? E cosa c’entrerebbe un prete? Chissà. L’unica certezza è che proprio in quella via, la centralissima via delle Quattro Fontane, la Congregazione di Propaganda Fide possiede due appartamenti rispettivamente al civico 27 e 28, e ben tre piani al numero 29. E che al primo piano del civico 29, interno 2, abita (proprio da quel 2006) l’onorevole Silvana Mura, custode dei conti Idv, insieme al compagno ed ex marito Claudio Belotti, intestatario del contratto di locazione da 21.600 euro annui.

È quello uno dei due appartamenti (l’altro si trova in via della Vite) di cui ha parlato l’architetto Zampolini ai Pm di Perugia. «Zampo», come lo chiamava la cricca, sostiene che fu Balducci a procurare quell’abitazione a Di Pietro, per sua figlia Anna, e che Anemone fece «dei lavori di ristrutturazione per il ministro» in quella casa. È a questi lavori che si riferisce lo scarno appunto nell’agenda dell’imprenditore della cricca? Difficile dirlo. I vicini di casa, però, raccontano di una ristrutturazione avvenuta qualche anno fa, probabilmente nel 2006, esattamente in quell’abitazione.

Il leader Idv è sicuro che si tratti soltanto di calunnie: «Non ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide né per me o mia figlia né per la sede dell’Idv» tuona sul suo blog, allegando copia del contratto d’affitto di via delle Quattro fontane 29 e altri documenti per far capire che «né io, né Mura e - men che meno - mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con il sig. Anemone, persona che nessuno di noi conosce... Non è proprio vero quanto affermato da Zampolini al quale evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni, per mettere tutti nello stesso calderone».

Di Pietro smentisce, Zampolini accusa, restano le date di una intricata matassa. Il 29 giugno 2006, dunque, giorno in cui Anemone annota un intervento in via delle Quattro Fontane, segnando accanto la parola «Prete». A quel tempo Angelo Balducci è ancora consultore di Propaganda Fide ed è ancora presidente del Consiglio dei Lavori pubblici (ci rimarrà fino al 31 agosto) presso il ministero delle Infrastrutture. Ministero in cui siede, da circa due mesi, Antonio Di Pietro.

Dopo qualche settimana Di Pietro non rinnoverà l’incarico a Balducci, che verrà nominato dal Cdm - su sua proposta - capo del dipartimento per le infrastrutture statali. «Balducci l’ho spostato due volte, volevo una rotazione continua tra le cariche, non avevo nulla contro di lui, ma la legge non mi avrebbe comunque permesso di chiederne le dimissioni» ha spiegato qualche tempo fa Di Pietro. Spiegazione, anche questa, abbastanza sibillina. Se non aveva nulla contro di lui, perché lo spostò? Se invece sapeva qualcosa, perché gli diede un altro incarico, facendo peraltro «ruotare» soltanto lui? A dar invece credito a Zampolini, sarebbe stato Balducci a «dimettersi», stanco delle pressioni di Tonino «che voleva essere introdotto in Vaticano». Ma è una versione tutta da confermare.

Un altro elemento che riguarda l’appartamento di via delle Quattro Fontane 29 è la presenza di Claudio Belotti. Oltre ad essere compagno della deputata Idv, Belotti è stato anche nel Cda della Antocri, società immobiliare di Di Pietro. E sempre Belotti è stato il prestanome per l’acquisto di una casa ex Inail a Bergamo, che altrimenti Di Pietro non avrebbe potuto comprare. Gli immobili, tra Di Pietro, Mura&Belotti: una vera passione.

L’altra casa citata da Zampolini, quella di via della Vite 3, sempre di proprietà di Propaganda Fide, ha ospitato dal 2006 al 2007 la redazione di Italia dei valori, il quotidiano del partito. Antonio Lavitola, amministratore dell’Editrice Mediterranea, smentisce però seccamente (come anche fa Di Pietro) la ricostruzione dell’architetto. «Non ho mai conosciuto il signor Zampolini, il signor Anemone o lo stesso Balducci o persone che li rappresentavano - spiega al Giornale l’ex editore del quotidiano Idv - l’immobile fu da me personalmente affittato con regolare contratto ancora prima della nascita della società Cooperativa che in seguito avrebbe editato il quotidiano. Tutti i canoni di affitto sono stati pagati dalla società che rappresento ed escludo categoricamente che il prezzo di tali canoni sia stato un prezzo di favore (euro 3.500 mensili)». Dunque, solo una sfortunata coincidenza.





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Di Pietro deve chiarire

Il Tempo

Anche l'ex magistrato in procura, deve spiegare chi gli ha affittato due appartamenti nella Capitale.
Il proprietario di casa in via Giulia: "Mi pagava l'architetto Zampolini".


Appalti e case ancora una volta si intrecciano tra loro. Da una parte opere milionarie, dall’altra lavori di ristrutturazione e affitti di case nei luoghi più belli di Roma. E dietro questo binomio d’affari, appaiono sempre gli stessi politici e imprenditori. Un’«alleanza» che però i pm di Perugia, che indagano sugli appalti per il G8 alla Maddalena, hanno intenzione di mettere a fuoco. Cercando anche di smascherare presunte bugie riferite nel corso della maxi inchiesta. Mettendo a confronto le dichiarazioni rilasciate fino ad oggi sia dagli indagati sia dalle persone informate sui fatti. E l'ultima accelerazione alle indagini è stata data dalle parole dell'architetto Angelo Zampolini.
 

Proprio lui, infatti, ha tirato in ballo il capo della Protezione civile Guido Bertolaso e il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Entrambi per tre appartamenti legati alla cricca. I magistrati di Perugia hanno dunque intenzione di anticipare l'interrogatorio del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e non è escluso che possano convocare in procura anche l'ex magistrato. Il capo della Protezione civile sarà infatti sentito nei prossimi giorni a Perugia. L'interrogatorio era già stato concordato dai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi con il legale di Bertolaso, l'avvocato Filippo Dinacci, per la seconda metà di giugno. Alla luce però delle ultime dichiarazioni di Zampolini e della richiesta del capo della Protezione civile di essere sentito al più presto, potrebbe essere anticipato già alla prossima settimana. Ai pm l'architetto Zampolini avrebbe raccontato di aver pagato sempre in contanti l'affitto per la casa di via Giulia, nel cuore di Roma, dove Bertolaso soggiornò per qualche tempo nel 2003. Secondo Zampolini, invece, Antonio Di Pietro, avrebbe usufruito di due appartamenti: una in via delle Vite e una in via Quattro Fontane, entrambe nel centro storico della Capitale.


Tutte e due sarebbero state messe a disposizione da Angelo Balducci e nelle quali avrebbero effettuato lavori alcune ditte di Diego Anemone. «L'appartamento di via Giulia mi venne messo a disposizione gratuitamente da un mio amico personale che, come ho già detto, non era Diego Anemone. È in atto una macelleria mediatica». «A pagare l'affitto di casa era l'architetto Zampolini», ha invece detto ai pm Raffaele Curi, il proprietario dell'abitazione in via Giulia dove abitò Bertolaso, confermando quindi la versione dell'architetto considerato il «riciclatore» della cricca degli appalti. Stando alla versione di Curi, però, non sarebbe lui «l'amico personale» che avrebbe messo a disposizione «gratuitamente» la casa a Bertolaso, che dice di non conoscere. Curi, sentito dai sostituti procuratori avrebbe confermato: «Non conosco assolutamente Bertolaso, a pagare era Zampolini». Sono diversi, comunque, i nomi fatti davanti ai magistrati da Zampolini. Tra questi, anche quello di Romano Prodi, Walter Veltroni e Francesco Rutelli. «Il signor Zampolini spara nel mucchio sapendo benissimo che non ho mai indicato alcun nome per la realizzazione delle costruzioni del G8 alla Maddalena: evidentemente spera di poter dimostrare che siamo tutti eguali.


Ma poiché non è così, ho dato mandato ai miei avvocati di adire alle vie legali», ha tuonato l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi. Non solo. In seguito alle parole dell'architetto, anche l'ex sindaco della Capitale Veltroni ha dato mandato ai suoi legali di avviare querele per calunnia: «Ho già dato incarico di sporgere querela nei confronti di questo signore, per grave calunnia e con richiesta di risarcimento danni che devolverò interamente per iniziative di solidarietà». Ieri non poteva mancare neanche la reazione dell'ex magistrato Di Pietro: «Mi ha fatto piacere leggere le dichiarazioni di Zampolini, così ho saputo esattamente di cosa mi si accusa, cioé di aver preso due case in affitto: una per me e l'altra per il partito. Non è vero nel senso materiale del termine e ho la prova documentale di quanto affermo».

E ancora: «Sono ben felice di consegnare questa prova alla magistratura e all'opinione pubblica. Così i commentatori da strapazzo dovranno pagare le spese per le gravi calunnie che mi hanno rivolto». A conferma delle parole di Di Pietro, quelle dell'onorevole Silvana Mura (IdV), che abita in via Quattro Fontane: «Antonio Di Pietro non è mai stato affittuario di questo appartamento, né che me lo abbia ceduto sotto alcuna forma. Come tesoriera del partito Italia dei Valori, dichiaro, inoltre, che è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui il partito Italia dei Valori avrebbe preso in locazione un appartamento in via della Vite».



Augusto parboni

03/06/2010





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Ryanair: "Bastardo chi chiede i danni"

di Erica Orsini

Michael O’Leary se la prende con i risarcimenti intentati da chi è rimasto a terra a causa del vulcano.

"Non possono volere indietro 3mila sterline per un biglietto costato trenta"


 
Londra

Rimborsare i passeggeri rimasti a terra a causa della nube vulcanica? Non diciamo sciocchezze. Sono richieste assurde. Sempre il solito Michael O'Leary, leader del colosso irlandese low-cost Ryanair. Tutte le commissioni europee che hanno a che fare con lui sono ormai avvezze ai suoi modi sbrigativi, così simili ai viaggi aerei che vende: imbattibili, sia che si parli di prezzo che di scomodità. Gli aerei di questa compagnia partono quasi sempre, sono il massimo per quanto riguarda la puntualità, ma le loro poltrone non sono reclinabili e non hanno più nemmeno la tasca portamenù dietro lo schienale perchè sarebbe un costo ulteriore. Tutto sommato quindi, l'ultima crociata del boss O'Leary contro i rimborsi a quei poveretti di passeggeri lasciati in giro per il mondo il mese scorso a causa dell'eruzione vulcanica in Islanda, non dovrebbe sorprendere molto. La Ryanair ha deciso di chiamarsi fuori dal regime di compensazioni stabilito dall'Unione Europea almeno per quanto riguarda le richieste di quei malcapitati turisti che appaiono «assurde» agli occhi del boss O'Leary.

Non solo, la compagnia ha anche minacciato di portare in tribunale i governi nazionali e richiedere a questi un risarcimento dei danni derivanti dalla chiusura dello spazio aereo europeo durante l'eruzione del vulcano e nessuno dubita che sia pronta a farlo insieme ad altre colleghe come ad esempio la EasyJet. Proprio quest'ultima ha fatto sapere di recente che molte altre linee aeree stanno valutando l'ipotesi di un'azione congiunta in questa direzione. Mister O'Leary poi non ci pensa nemmeno - questo è quello che ha dichiarato ieri al quotidiano The Guardian - a soddisfare le richieste di «quei bastardi che hanno pagato 30 sterline di biglietto e ne vogliono indietro 3mila».

Ha aggiunto inoltre che il regolamento approvato dall'Ue che richiede alle linee aeree di farsi carico dei costi di vitto e alloggio per i passeggeri rimasti a terra si è trasformato in «un invito alla frode». La compagnia ha quindi deciso di aprire dei contenziosi per le richieste ritenute inammissibili discutendone prima nei tribunali locali sottoponendo poi i casi al vaglio della Corte europea, sperando in una sentenza a favore. È probabile però che qualche rimborso alla fine lo debba pagare anche la Ryanair. Sarà per questo forse che l'azienda ha deciso qualche cambiamento nelle tariffe relative ai bagagli per i viaggi programmati in luglio e agosto.

Il Daily Mail ha scoperto che in questi mesi il prezzo della prima valigia salirà dalle solite 15 a 20 sterline, ma quello della seconda, che è già di 35, arriverà a 40 sterline. Seppoi ci si dimentica di effettuare il check-in online - già obbligatorio per tutti da un anno a questa parte - il costo della prima valigia sale a 40 sterline e quello della seconda a 80. Sempre secondo quanto racconta il Mail la compagnia starebbe pure pensando di «tassare» i viaggiatori di una sterlina per l'uso della toilette, ma in questo caso l'ipotesi sembra essere difficilmente percorribile. Una volta in aria infatti, ci si chiede che cosa potrebbe accadere se un passeggero si rifiutasse di pagare e l'hostess negasse l'accesso al servizio. Pipì e popò in libertà nei già angusti corridoi tra le file di poltrone? Mah.

Quanto ai vari sovrapprezzi previsti, O'Leary è stato accusato dagli esperti del settore di cinismo soprattutto verso le famiglie. Balle, ha replicato lui, spiegando che gli aumenti vogliono incentivare le persone a viaggiare «leggere». «Vi stiamo soltanto dicendo che non vogliamo a bordo la vostra seconda valigia - ha spiegato O'Leary - come potete accusarci di non andare incontro alle necessità delle famiglie se non facciamo altro che rendere i nostri viaggi sempre più accessibili?». Se poi uno insiste, paga e la compagnia chiude un occhio. Dopotutto anche O'Leary tiene famiglia. E proprio la sua famiglia - ha raccontato - soltanto lo scorso anno ha pagato 100 euro di tasse per bagaglio extra sui voli Ryanair. Che poi non si vada in giro a dire che sui loro aerei si fanno favoritismi.



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La leggenda del Cavaliere evasore


Berlusconi negli ultimi otto anni ha versato al Fisco cento milioni di euro, circa 34mila euro al giorno.

E la Fininvest, che non ha sedi di comodo all’estero, 7 miliardi in tredici anni


Può uno che paga trentaquattromila euro di tasse al giorno sentirsi dare in televisione del fautore dell’evasione fiscale e rimanere calmo? No, non può. Anche il più compassato dei filosofi (e Berlusconi non rientra certo nella categoria), potendo farlo, avrebbe alzato il telefono e mandato giustamente a quel paese il vicedirettore di Repubblica Giannini e il coro di Ballarò guidato dal maestro di cappella Floris che martedì sera si erano lanciati in diretta nella ridicola accusa al presidente del Consiglio. Cifre alla mano, se tutti i contribuenti italiani evadessero come evade le tasse Silvio Berlusconi avremmo le strade lastricate di metalli preziosi e come infermiere negli ospedali delle top model.

I conti sono presto fatti: le denunce dei redditi di Berlusconi sono cosa nota in quanto tutte le dichiarazioni dei redditi dei parlamentari sono pubbliche. Dal 2000 all’ultima dichiarazione nota (quella relativa all’anno fiscale 2008) si evince una tassazione sulla base delle normali aliquote di circa cento milioni di euro negli otto anni considerati che, appunto, corrisponde a più di 34.000 euro ogni volta che è sorto il sole, da otto anni a questa parte. Le imposte dirette della persona fisica Silvio Berlusconi, poi, non sono che l’aperitivo: la Fininvest, vale a dire il gruppo che fa riferimento a lui e alla sua famiglia, è una rarità come struttura, in quanto tutte le holding di controllo sono rigorosamente italiane e quindi fiscalmente trasparenti.

Sappiamo bene che la normalità sarebbe la scelta di qualche Paese particolarmente benevolo fiscalmente per posizionare una holding di controllo: il Lussemburgo in testa, ma anche Austria e Irlanda non sono male se si vuole restare in ambito comunitario senza ricorrere alla solita Svizzera, dove ha scelto di prendere cittadinanza per esempio l’editore di Repubblica Carlo de Benedetti. Niente di tutto ciò, solo Italia nelle sedi dell’impero della famiglia Berlusconi. Ebbene, risulta che il gruppo negli ultimi tredici anni abbia pagato più di sette miliardi fra tasse e contributi, come ricordato da Marina Berlusconi stessa in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro. Anche qui il conto è facile: stiamo parlando di quasi un milione e mezzo di tasse al giorno da più di un decennio. Mica male per uno che «favorisce l’evasione».

Certo, ci fosse stata un minimo di onestà intellettuale si sarebbe potuto tranquillamente ricordare che quella frase che si rimprovera a Berlusconi, vale a dire che «se lo Stato domanda al cittadino un terzo dei suoi guadagni egli lo percepisce come cosa giusta, mentre se gli preleva più del 50% viene visto come un sopruso e provoca elusione ed evasione», è ben lungi dall’essere un invito a evadere, ma si tratta di un concetto banalissimo che viene spiegato a ogni studente di economia al primo anno, quando si studia la cosiddetta «curva di Laffer».

Si tratta infatti di una conosciutissima teoria che afferma l’inutilità di alzare a dismisura le tasse perché oltre un certo livello si registra il fenomeno che all’aumento delle aliquote il gettito cala invece di aumentare. Niente di più e niente di meno, e di sicuro Giannini, che non è certo digiuno di economia, lo sa benissimo, anche se fa finta di non saperlo pur di strumentalizzare le parole di un vecchio discorso del premier.





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Il vero terrorismo sono le bugie contro Israele

di Fiamma Nirenstein

Davvero è uno choc, come ha detto Ban Ki Moon, come hanno detto i governi che scandalizzati hanno richiamato gli ambasciatori, la Turchia, la Svezia, la Grecia, la Giordania, è uno choc, oh sì, come ha detto Hillary Clinton e come anche Tony Blair ha dichiarato. È un orrore come ha detto la ministro degli Esteri dell’Unione Europea la signora Ashton… è un grande scandalo: ma non stiamo parlando della battaglia compiutasi, purtroppo con nove morti, fra gli attivisti armati della nave Marmara e le forze israeliane che cercavano di condurre il convoglio carico di beni e di personaggi non identificati a Ashdod per evitare che fossero consegnati a Hamas doni esplosivi adatti a continuare, fino a Tel Aviv, il lancio di seimila missili in territorio israeliano.

No, il maggiore scandalo, il vero orrore è legato alla foga con la quale, da muro a muro, tutto il salotto internazionale si è affrettato a brandire lo stendardo antisraeliano senza nessuna cura per la verità, fregandosene dei video in cui si vede come i soldati che volevano ispezionare il contenuto del convoglio sono stati accolti a mazzate, coltellate, bombe a mano, spari; non importa alla Clinton o alla Ashton la verificata origine aggressiva e la dichiarata intenzione terrorista suicida delle organizzazioni filo-Hamas imbarcate sulla Marmara. Anche il contesto internazionale non è stato preso in considerazione, quello di una Turchia legata all’Iran fornitore di armi di Hamas, sempre più determinata a trovarsi un posto al sole dell’islamismo radicale.

Lo scandalo che avvertiamo è per la mancanza di moralità, di integrità, di civiltà del mondo che ha subito dichiarato Israele criminale, riguarda il Consiglio di sicurezza dell’Onu, la commissione per i diritti umani, riguarda la corsa dei più svariati Paesi a dichiarare la loro disapprovazione per Israele: questo sì che è uno scandalo immenso, l’ondata di odio delle classi dirigenti europee e americane, della «main stream», della stampa internazionale con i titoli a tutta pagina eguali a condanne senza appello; l’odio soddisfatto degli accademici, degli studenti del movimento: un mucchio di paglia che aspetta solo che il fiammifero venga sfregato, divampa, e poi arriva miserevolmente a minacciare gli ebrei del ghetto di Roma.

È ingiusto che, mentre Hillary Clinton assieme al suo governo abbandona Israele ai «Paesi non allineati», tutti ignorino la notizia che un drone americano ha ucciso insieme al leader di Al Qaida Mustafa Abu al Yazid sua moglie e i suoi tre figlioletti. Non abbiamo sentito che sia stato convocato per questo e per tanti episodi analoghi il Consiglio di sicurezza, né la Commissione per i Diritti umani. I turchi hanno ucciso nel sud est dell’Anatolia e nel nord Irak qualcosa come 32mila curdi. Dov’è lo shock? In Darfur si parla di 300mila morti e due milioni di sfollati. Ah sì? E allora? Nello Sri Lanka, proprio mentre Israele fermava il lancio di missili sulla sua popolazione civile, in due mesi furono fatte 6500 vittime civili. In Cina, per la violenta repressione degli uiguri a Urumqi l’alto commissario dell’Onu che ha condannato Israele 27 volte su un totale di 33 condanne, ha pigolato che c’era stato «uno straordinario numero di uccisi in meno di un giorno di manifestazione». Non risulta che la Cina sia sotto inchiesta, come non lo è l’Iran per tutti gli impiccati, i perseguitati, gli uccisi.

Su Israele l’ossessione moralizzante costruisce invece un mito che disegna nei particolari l’indegnità di Israele a esistere. Le bugie sono ossessive: gli ebrei, disse Arafat e da allora viene ripetuto di continuo, non sono mai stati a Gerusalemme, il Tempio non è mai esistito. Una madornale menzogna, funzionale alla tecnica di delegittimazione che si nutre della asserita crudeltà di Israele: Israele ha ucciso intenzionalmente il bambino Mohammed Al Dura, che invece è probabilmente morto per una pallottola palestinese in uno scontro a fuoco; Israele ha compiuto una strage immane a Jenin, dove invece si è verificato che i morti quasi in numero pari caddero in una battaglia cui i palestinesi erano assai ben preparati; le conferenze di Durban del 2001 e poi del 2009 hanno fatto di Israele, col coro mondiale, uno «Stato di apartheid», menzogna ripetuta senza sosta. I giudizi di condanna sulla barriera di difesa della Corte dell’Aia nel 2003 e il rapporto Goldstone contro Israele nel 2009 hanno semplicemente proibito a Israele di difendersi.

Perché dovrebbe farlo, se non ha diritto di esistere? Le élite europee, e si è purtroppo letto anche nel pezzo di uno scrittore come Alessandro Piperno sul Corriere della Sera, ripetono variamente questo oscuro presagio, espressione di nihilismo dietro al quale danza la selvaggia vitalità di Ahmadinejad. Ma Israele sta benissimo. Lo dicono i suoi magnifici scrittori, l’economia fiorente, la scienza medica, la musica, il cinema, i ragazzi capaci di sacrificio e di una vita complessa fra guerra e amore per la pace. In tutto questo siamo fieri che all’Onu l’Italia abbia votato contro la richiesta d’indagini sul blitz israeliano.





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Claps, Restivo formalmente incriminato: notificato il mandato di arresto europeo

Il Mattino

  

ROMA (3 giugno) - Danilo Restivo, detenuto in Gran Bretagna per l'omicidio della sarta Heather Barbett, è stato tradotto ieri a Londra dove, nel corso di una breve udienza, un giudice inglese gli ha notificato il mandato di arresto europeo con il quale viene formalmente incriminato per l'omicidio della studentessa potentina Elisa Claps. La notifica - si è appreso da fonti diplomatiche - è avvenuta su richiesta della Serious Organised Crime Agency britannica, l'ente che gestisce i mandati internazionali d'arresto, alla quale il provvedimento, emesso la scorsa settimana dalla magistratura di Salerno, è stato inviato tramite il Ministero della Giustizia italiano. 

L'udienza è stata poi rinviata al 30 giugno. In quella data dovrebbero essere notificati a Restivo altri atti giudiziari legati all'omicidio di Elisa Claps. La ragazza - che aveva 16 anni - era scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 ed il suo cadavere è stato trovato il 12 marzo scorso nel sottotetto della Chiesta della Santissima Trinità di Potenza. L'esame autoptico ha stabilito che la studentessa è stata uccisa lo stesso giorno della scomparsa, tra le 11.30 e le 13.10, con almeno 13 colpi di una piccola arma da taglio, probabilmente nel corso di un'aggressione con movente sessuale. L'assassino ha poi reciso alcune ciocche di capelli.

Danilo Restivo ha sempre ammesso di aver incontrato brevemente Elisa Claps la mattina di quel 12 settembre, ma si è detto estraneo alla vicenda della scomparsa. La polizia ha accertato che in passato l'uomo aveva reciso ciocche di capelli ad alcune ragazze potentine.




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Napoli, sparò contro poliziotto ai decumani Arrestato latitante

Il Mattino

NAPOLI (2 giugno) - Un latitante, Pietro Perez, 20 anni, è stato arrestato nel primo pomeriggio di ieri dagli agenti della squadra mobile in un appartamento di Casalnuovo.

Perez, che era in compagnia di una donna, al momento dell' irruzione degli agenti si trovava a letto e non ha potuto opporre alcuna resistenza. Il pregiudicato, ritenuto vicino al clan Mazzarella, era latitante dal 22 aprile, quando, per sfuggire ad un controllo di una Volante del commissariato Decumani, sparò contro un poliziotto.

GUARDA IL VIDEO

La donna che era con lui, A.L, 22 anni, residente ai Quartieri spagnoli, è stata denunciata per favoreggiamento personale. Perez ha precedenti penali per rapina, spaccio di droga e reati concernenti le armi.





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Il don: "soldi al canile? Immorale"

Libero





Se c'è crisi, gli animali si arrangino. Anzi, aiutarli è perfino immorale. Lo ha detto dall'altare il prevosto di Dese, don Enrico Torta, una località della città di Venezia a nord-est di Mestre. «Voglio bene agli animali, ma in questo momento di crisi ritengo ci siano altre priorità che non realizzare il canile», ha spiegato. Sconcerto tra i parrocchiani, che fino a l'altro giorno erano tutti impegnati a dare un tetto nuovo alle bestiole randage. Il parroco ha detto ai fedeli che fuori, sul sagrato, si poteva firmare la sottoscrizione per il mantenimento del canile a San Giuliano, un paese vicino, ma «adesso - ha agginuto - c’è gente che non sa come tirare la carretta, ci sono persone senza lavoro, che si ammazzano per portare a casa la pagnotta. Non sono certo contro l’obiettivo di dare un nuovo rifugio ai cani, ma ritengo che in questo particolare momento storico avviare un simile cantiere spendendo denaro è molto sbagliato. Non accetto che si pensi agli animali quando ci si dimentica delle persone che sono più importanti, lo trovo immorale».   La sottoscrizione dei cittadini è nata per chiedere al Comune di risistemare il canile esistente, anziché crearne uno nuovo. Quindi, in sostanza, per una ristrutturazione. Nemmeno questo sembra morale al parroco. Gli animali possono pure vivere male, dopotutto.



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Nuova tegola sul leader Idv I magistrati di Perugia vogliono interrogarlo ancora

di Redazione

Verrà interrogato ancora Guido Bertolaso. E la stessa sorte potrebbe toccare anche ad Antonio Di Pietro. All’indomani delle rivelazioni dell’architetto Zampolini, difeso dall’avvocato Grazia Volo, la procura di Perugia fa sapere che è sua intenzione approfondire le parole del braccio destro dell’imprenditore Diego Anemone a proposito dell’appartamento di via Giulia dove ha dimorato Bertolaso e dei due appartamenti di Propaganda Fide che Zampolini dice esser stati «smistati» grazie all’interessamento del leader dell’Italia dei Valori.

Tonino, dunque, con ogni probabilità tornerà a sfilare davanti ai magistrati umbri dopo la convocazione del 17 maggio scorso (anche se il leader Idv disse di essersi presentato spontaneamente ai Pm dell’inchiesta sui Grandi Eventi) nella quale sostenne di aver rimosso Balducci da presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici per spostarlo a capo del dipartimento per le Infrastrutture statali. Proprio sui rapporti fra l’ex Pm e Balducci si sarebbe concentrata l’attenzione dei Pm. A precisa domanda (scaturita dall’interrogatorio di Di Pietro quale persona informata sui fatti) Zampolini avrebbe risposto che i rapporti erano «ottimi» tanto è vero che il numero uno dell’Italia dei Valori, sempre secondo Zampolini, avrebbe fatto continue e pressanti richieste di tutti i generi al provveditore alle opere pubbliche, non ultima quella di essere introdotto in Vaticano.

Siccome le alte sfere ecclesiastiche fecero capire a Balducci che la figura di Antonio Di Pietro non era gradita, e siccome Di Pietro insisteva col suo interlocutore (scaricato nel precedente faccia a faccia coi magistrati) affinché esaudisse i suoi desiderata, Balducci - sempre a dar retta alla versione di Zampolini - dopo avergli procurato la casa di Propaganda Fide in via della Vite e in via Quattro Fontane nel centro di Roma, decise lui di andarsene via dal ministero delle Infrastrutture. Non avvenne il contrario. Altro capitolo tutto da sviluppare la morosità di uno degli appartamenti citati da Zampolini con riferimento a Di Pietro, morosità che avrebbe indispettito oltremodo i locatari dell’istituto religioso.

Andando a Guido Bertolaso, invece, la posizione si complica ulteriormente. Perché oltre alle «omissioni» sull’appartamento in via Giulia frequentato per un periodo del 2003, stando a quanto emerso con la pubblicazione della cosiddetta Lista Anemone, Bertolaso dovrà ribattere alle affermazioni di Zampolini che ha raccontato di aver pagato personalmente l’affitto per conto dell’imprenditore Anemone. Una versione smentita dallo stesso Bertolaso che ha definito quelle di Zampolini «illazioni» ribadendo che l’appartamento gli fu prestato da un amico, senza però specificare quale. Raffaele Curi, proprietario dell’appartamento in via Giulia, ascoltato dai Pm perugini smentisce clamorosamente Bertolaso. Dice a verbale: «I soldi dell’affitto? Me li ha dati Zampolini, era lui a pagare»




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Pensioni, la revisione delle finestre riguarda un milione di lavoratori»

Mastrapasqua: inviate 20 milioni di lettere con la mappa dei contributi versati

ROMA

Saranno un milione i lavoratori dipendenti e autonomi che, dal 2011, subiranno un rinvio dell’assegno dell’Inps, come previsto dalla manovra. Il presidente, Mastrapasqua: ecco perché stiamo inviando ai lavoratori 20 milioni di lettere con il loro estratto conto previdenziale. Saranno poco meno di un milione i lavoratori dipendenti e autonomi che, a partire dal 2011, subiranno un rinvio dell’assegno dell’Inps, in base al nuovo sistema «a scorrimento», imposto dalla manovra, che determinerà un risparmio di 3 miliardi entro il 2013. Un meccanismo che il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha curato personalmente e che, a suo giudizio, elimina le sperequazioni dello schema a «finestre fisse», finora adoperato, che affidava la sorte del pensionando alla sua data di nascita. «Il senso di questa manovra sta proprio nella maggiore equità che viene introdotta con strumenti, come quello dello "scorrimento", ma anche con l’inasprimento della lotta all’evasione contributiva e al fenomeno delle false invalidità».

Il presidente spiega così il nuovo meccanismo di rinvio del pensionamento che porta il nome di «lodo Mastrapasqua»: «Per i lavoratori dipendenti coinvolti, l'assegno, sia di anzianità che di vecchiaia, arriverà 12 mesi dopo il raggiungimento dei requisiti, per gli autonomi, dopo 18 mesi». In passato, con le finestre fisse, il lavoratore dipendente che maturava i requisiti nel primo semestre dell’anno, poteva andare in pensione dal primo gennaio successivo, quello che li maturava nel secondo, doveva aspettare il primo luglio dell'anno dopo. La conseguenza era che bastava essere nati il primo di luglio per avere uno slittamento doppio rispetto a chi era nato il 30 giugno. «Insomma ora la nuova finestra viene in qualche modo personalizzata». Il sistema sarà anche perequativo ma è stato pensato per poter determinare un rinvio del pensionamento più consistente rispetto al vecchio meccanismo. Un esempio? Il lavoratore dipendente che maturerà il requisito nel mese di giugno 2011, avrà la pensione con decorrenza luglio 2012, mentre con il vecchio sistema sarebbe andato in pensione nel gennaio 2012, cioè sei mesi prima.

La manovra sulle pensioni è stata completata in questi stessi giorni dal regolamento di attuazione della norma che lega l'età pensionabile all'aspettativa di vita certificata dall'Istat. In questo modo, a partire dal 2015, la spesa previdenziale comincerà a ridursi di 200 milioni l'anno. Il sistema italiano può dunque dirsi in equilibrio? «Il combinato disposto delle riforme adottate finora e delle importanti novità appena introdotte fa della normativa italiana una tra le migliori d’Europa». Non servono altre riforme? «Direi che sulle pensioni si è fatta la riforma strutturale più coraggiosa della manovra — afferma il presidente —: si tratta del miglior biglietto da visita per i mercati che devono valutare il nostro bilancio». Intanto la manovra detta una stretta sui requisiti per la pensione d’invalidità: per le associazioni che assistono le categorie coinvolte non è un buon metodo per fare emergere i falsi invalidi. «La situazione attuale è intollerabile: l’Inps vi ha già fatto fronte scovando molte situazioni irregolari. La nuova norma mi pare efficace perché introduce meccanismi di trasparenza e tempi certi, ma sono pronto a recepire suggerimenti sulla sua attuazione ».

Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nell’ultima relazione, ha acceso i riflettori sui giovani che «non possono da soli far fronte agli oneri crescenti della popolazione che invecchia». «E’ finita un’epoca — spiega Mastrapasqua —: con l’introduzione del sistema contributivo ognuno costruisce la propria vita pensionistica con la propria vita lavorativa». Non sarà facile per chi entra nel mondo del lavoro più tardi e in modo spesso precario: da qui a 30 anni, si passerà da una pensione pari al 75-80% dell’ultimo stipendio a un trattamento pari al 50-55%. «Ognuno deve prendere coscienza di quella che è la propria situazione contributiva per provvedervi: non è più possibile pensare al proprio trattamento il giorno prima di andare in pensione. Ecco perché stiamo inviando ai lavoratori 20 milioni di lettere contenenti il loro estratto conto previdenziale, cioè l’ammontare dei contributi finora accumulati». Saranno in tanti a rendersi conto della necessità della previdenza complementare, che finora però non sembra decollata: «I tempi di attuazione della riforma si sono rivelati più lunghi del previsto, forse per mancanza di informazioni sulla sua necessità, cui ora stiamo rimediando ».

Parlando ancora della manovra, colpisce la fuga di molti dirigenti pubblici che stanno chiedendo il pensionamento dopo l’introduzione della rateizzazione della buonuscita: 1.500 solo all’Inps. «Mi sembra che il fenomeno vada ridimensionandosi dopo che il tetto è stato portato a 90 mila euro». Ma se invece l’emorragia non si fermasse? «Se dovessero esserci elementi destabilizzanti, ci porremo il problema di porvi rimedio» dice Mastrapasqua, alludendo probabilmente a un’ipotesi di blocco che però non specifica. Intanto s’inasprisce la lotta all’evasione contributiva: «E’ un passaggio importante della manovra: anche l’Inps potrà avvalersi dell’aiuto dei Comuni per scovare gli evasori. E poi c’è un’accelerazione nel recupero perché, a decorrere dal gennaio 2011, la notifica di un avviso di addebito avrà valore di titolo esecutivo». Entro 90 giorni bisognerà pagare. Un ultimo accenno riguarda le casse previdenziali private, cui la manovra impone l’obbligo di acquisire un nullaosta ministeriale preventivo per gli atti di gestione del patrimonio. Lo considera un abuso? «Non mi pare—replica Mastrapasqua —: queste casse sono già sotto vigilanza. Chi non ha nulla da temere dalla vigilanza, non può temere questa nuova disposizione».

Antonella Baccaro
03 giugno 2010



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L'appello di Lino Banfi: aiutiamo Laura Antonelli oggi dimenticata da tutti

Corriere della Sera
«L'ho incontrata, dice che le resta poco da vivere.
Ciha fatto sognare, ora ha solo la pensione di 510 euro»

«Tutto passa, tutto si cancella, tutto si lascia», dicono i francesi. «Ogni cosa se ne va quando finisce il ciclo dell’età» dice invece una bella canzone di Califano. «La vita si intristisce, la bellezza sfiorisce», dicono i poeti. Va bene… tutto questo dovrebbe essere lapalissianamente logico, ma non è giusto, non riesco a convincermene… e anche se sono in Argentina a girare una fiction, ne ho parlato a Lucia (mia moglie) prima di partire e lei stessa mi ha consigliato di scrivere a un importante quotidiano.

La persona di cui voglio parlarvi è Laura Antonelli, l’oggetto del desiderio e delle fantasie erotiche di giovani e meno giovani da Malizia in poi. Bellissima e anche brava attrice. Vi ricordate le sue tristi vicissitudini, negativamente esasperate da un punto di vista mediatico? Io avevo lavorato con lei prima nel film Peccato veniale di Salvatore Samperi, dove c’erano anche la giovane Monica Guerritore e Alessandro Momo, prematuramente scomparso a soli 19 anni; le musiche erano di Fred Bongusto e l’aiuto regista era Neri Parenti. Poi nel 1987 girammo Roba da ricchi (film che incassò bene) con la regia del grande Sergio Corbucci. Laura faceva mia moglie e io le insegnai la cadenza pugliese. E chi faceva nostra figlia? Una giovanissima bella e brava Claudia Gerini.



Laura Antonelli

Perché vi racconto tutto questo?
Perché quello fu l’ultimo film di Laura con la sua prorompente bellezza. Fotografata da tutti i giornali europei perché era il periodo del suo grande amore con Jean Paul Belmondo. Poi successe quel che successe… Laura cercò di tornare al cinema con Malizia 2000, poi quasi le sfigurarono il viso con una specie di chirurgia plastica e infine è sparita: non si è più vista. In tutti questi anni, in qualunque trasmissione televisiva o radiofonica mi capitasse di parlare di tutte le belle attrici con le quali ho avuto la fortuna di lavorare, nominavo e salutavo sempre Laura Antonelli.

Qualche anno fa, per farla breve, riesco a parlare al telefono con lei. Provai chiederle - in quella occasione e poi altre volte dopo di allora - se ci saremmo potuti vedere: per salutarci, riabbracciarci. Ma lei mi ha sempre risposto: «No... Lino, non sono pronta, non sono più quella del mondo dello spettacolo, ho cancellato tutto. Se un giorno deciderò di farlo, tu sarai il primo amico attore che rivedrò». Giorni fa, finalmente, mi ha chiamato e mi ha detto: «Vuoi venire a trovarmi? So che parti per l’Argentina, ma mi farebbe piacere riabbracciarti». E poi ha pianto… Le ho risposto: «Entro un’ora sono da te». Sono andato a Ladispoli e purtroppo mi sono rattristato molto: ci siamo riabbracciati dopo 22 anni; ci siamo commossi tutti e due. Ma poi Laura ha fatto un gesto rassegnato allargando le braccia, come per dire «Hai visto come sono ridotta…».

Io ho vigliaccamente cercato di cavarmela con una battuta: «Anch’io mi sono ingrassato...». Ma lei ha replicato con amarezza: «Sì, ma non come me, io sono morta da anni». Sguardi, silenzio… C’era una donna con lei che va due o tre volte a settimana a farle compagnia. Si sentiva una musichetta dall’altra stanza e io per rompere l’imbarazzo le ho chiesto che cos’era, se guardava la tv. Risposta: «Sono più di vent’anni che non vedo la televisione. Ascolto sempre Radio Maria e prego». In quella specie di camera da letto c’era solo un lettino, piccolo... Lei si è riscossa un attimo: «Lino vieni a vedere la dispensa, guarda quanta pasta, pomodori, olio... Sai, la parrocchia, qualche benefattore…». Mi si è stretto il cuore. Quanto prendi di pensione?, le ho chiesto. «510 euro al mese». E tutto quello che avevi: case, gioielli…?

«È troppo lunga, caro Lino, la storia… Tanti hanno abusato della mia bontà, forse anche della mia fragilità e dicono che non sono capace di intendere e volere. Ti prego Lino parla con qualcuno, tu sicuramente, amato da tutti, sarai ascoltato. Io non credo di avere ancora molto da vivere, però vorrei vivere dignitosamente». Ecco perché io, cittadino italiano, Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, mi rivolgo al ministro Bondi: «È giusto tutto questo? So che esiste una legge già esecutiva, dopo il caso Salvo Randone. Mi hanno detto anche che Isabella Biagini è nelle stesse condizioni. Queste persone hanno rappresentato una parte della storia del cinema e della televisione che tutti abbiamo gradito. Hanno lavorato in questa nazione, hanno guadagnato, hanno pagato le tasse… è giusto finire così?». Mi rivolgo anche al presidente del Consiglio, a Berlusconi, che è anche mio amico da più di trent’anni: «Caro Silvio, per quel poco che credo di conoscerti sono certo che farai qualcosa».

P.S. Sono sicurissimo che molte persone, costrette a vivere in uno stato di indigenza, leggendo questo mio appello penseranno: «Caro Banfi, anche noi stiamo così… ma allora?». Lo capisco perfettamente. Però la storia di Laura Antonelli mi tocca davvero da vicino e io spero che, smuovendo le acque - che molte volte anzi troppo spesso sono ferme e stagnanti - le cose possano cambiare anche per altri.







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Ecco gli italiani amici di Hamas

di Fausto Biloslavo

Cosa ci fanno i padrini dei pacifisti, con sguardo orgoglioso, in una foto al fianco di Khaled Mashaal, il capo politico di Hamas, sulla lista nera del terrorismo palestinese? Il Giornale pubblica l'immagine scattata a Damasco, dove Mashaal guida i suoi dall'esilio. La foto ritrae l'ex senatore comunista Fernando Rossi, il suo braccio destro Monia Benini, con tanto di velo islamico, e il palestinese Mohammad Hannoun che vive da anni in Italia. I primi due facevano parte dell'esercito pacifista che ha cercato di arrivare a Gaza.

Dovevano imbarcarsi a Cipro, ma all'ultimo momento sono rimasti a terra. Hannoun è il presidente dell'Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, con sede a Genova, che ha raccolto aiuti umanitari per centomila euro caricati nelle stive della flottiglia della discordia. Due suoi uomini, Ismail Abdel Rahim Qaraqe Awin e Abd El Jaber Tamimi stavano seguendo l'operazione per «liberare» Gaza. Solo il primo si è imbarcato a Cipro ed è stato arrestato in mezzo al mare dagli israeliani assieme agli altri cinque pacifisti a senso unico italiani. Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Qaraqe sono stati liberati ieri mattina assieme a centinaia di altri pseudo pacifisti.

Stamattina lasceranno Israele, ma ci si deve chiedere come mai i loro compagni di lotta, votati a parole alla pace, vanno a baciare la pantofola di un personaggio come Mashaal, che sogna la distruzione di Israele ed è responsabile politico dei razzi lanciati sulle città ebraiche da Gaza e degli attacchi kamikaze. Nella foto l'ex senatore Rossi è alla sua sinistra, con la cravatta vermiglia e i baffoni grigi. Al suo fianco si nota la Benini, presidente della lista civica nazionale «Per il bene comune» fondata da Rossi.

Ex sindaco comunista e parlamentare del Pdci dal 2006 al 2008, con Angela Lano, una delle “pacifiste” liberate ieri, aveva scritto un peana di Hamas nel novembre 2008. Dall'articolo si scopre che il premier fondamentalista Ismail Haniyeh lo ha incaricato di «lavorare affinché delegazioni del governo (...) palestinese di Gaza possano uscire dalla Striscia per incontrare ufficialmente i leader europei». Nella conviviale con Mashaal il 19 marzo dello scorso anno, l'ex senatore avrebbe criticato i Paesi arabi che hanno relazioni diplomatiche con Israele reo di «commettere crimini contro il popolo palestinese».

La Benini è una vera e propria pasionaria, che durante le sue visite a Gaza si commuove per le storie dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, ma critica la mobilitazione della comunità internazionale e del Papa «per un unico prigioniero, il soldato Gilad Shalit». In un'intervista la "pacifista" spiega che Mashaal e Haniyeh sono «due persone irreprensibili sul piano etico e umano». Chi raccoglie il verbo filo Hamas? La solita Lano, direttrice dell'agenzia stampa Infopal.it, liberata ieri.

Nella foto dell'incontro a Damasco a destra di Mashaal c'è il "pacifista" Hannoun, che oltre a guidare una onlus di Genova (Abspp) presiede l'Associazione dei palestinesi in Italia. Una costola politica, che tre giorni prima del sanguinoso blitz israeliano aveva già pronto un piano di proteste in 5 punti. Hannoun e la sua onlus erano i capofila degli aiuti italiani della flottiglia kamikaze. Solo pochi giorni fa la procura di Genova ha archiviato un'inchiesta nei suoi confronti per associazione con finalità di terrorismo. L'Abspp raccoglie fondi, che arrivano anche alle famiglie dei terroristi suicidi. Lo stesso Hannoun ha dichiarato alla magistratura: «Fra i nostri assistiti ci sono pure figli di kamikaze, ma questo non è certo un reato. Sono bambini, orfani e hanno bisogno di aiuto, come gli altri».



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Volevano fare i martiri". In Turchia tutti sapevano

di Gian Micalessin

Nella sede dell’organizzazione a Istanbul non c’era sorpresa per l’esito tragico del blitz.  Anzi, c’era un clima da «obiettivo raggiunto»


 

Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell’ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente - come le nove vittime dell’incidente (quattro dei quali turchi) - militanti islamici reclutati dall’organizzazione “umanitaria” turca Ihh (Insani Yardim Vakfi”, - “Fondo di aiuto umanitario”) proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza. 

Un’organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell’internazionale jihadista. Un’organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l’inviato del quotidiano israeliano Yediot Ahronot arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell’Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti... l’unico obbiettivo era usare al meglio l’opportunità mediatica, concedere interviste, ripetere gli stessi slogan e amplificare al massimo la portata dei fatti. Sembrava quasi un film... nulla succedeva per caso.... tutta quella gente recitava una parte studiata a lungo e preparata accuratamente». 

L’incontro con Isat Yilmanz, un militante dell’organizzazione convinto che suo fratello Ilyas fosse morto sulla nave, contribuisce a rafforzare l’impressione del giornalista. «Io gli chiedevo perché ne fosse così certo e lui continuava a spiegarmi che suo fratello era partito con la precisa intenzione di morire martire per la Palestina». Il racconto di Genz è confermato anche da altri parenti delle vittime turche, tutti concordi nello spiegare ai giornali locali che i loro cari «cercavano il martirio».
«Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto», racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan, amico del 39enne Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari di Diyarbakir inserito nell’elenco dei quattro morti turchi. 

«Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire», conferma la moglie di Bengi rimasta sola con quattro figli. Anche Ali Ekber Yaratilmis, 55 anni, padre di cinque figli e volontario dell’Ihh, «desiderava da sempre una morte da martire», spiega al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, originario del sud est del Paese e militante di un partito legato al fondamentalismo islamico viene descritto dal cognato Nuri come «un uomo e un filantropo esemplare... il martirio gli si addiceva proprio... Allah gli ha concesso la morte che desiderava». 

Sulla base di queste dichiarazioni riprese dai quotidiani turchi anche il mistero dei cinquanta uomini senza nome nelle mani degli israeliani risulta più chiaro. La somma di qualche migliaio di dollari in biglietti dallo stesso taglio trovata nelle tasche di ciascuno di loro era la ricompensa riconosciuta dall’Ihh alla punta di lancia della spedizione. Una sorta di paga anticipata destinata a chi aveva il compito di mettere a repentaglio la propria vita per innescare una reazione israeliana e costringere i soldati di Tsahal ad aprire il fuoco. Quell’avanguardia “kamikaze” strutturata come la punta di lancia della spedizione aveva visori notturni per individuare i movimenti degli israeliani, giubbotti antiproiettile per sopravvivere alle prime fasi dello scontro, spranghe, biglie d’acciaio e coltelli per massacrare i soldati scesi sulle navi e indurre i loro colleghi ad aprire il fuoco per salvarli. Un film scritto in anticipo e trasformato in realtà all’alba di lunedì.