venerdì 4 giugno 2010

Di Pietro denuncia tutti

Libero





Promessa mantenuta. Antonio Di Pietro, nel vortice dello scandalo sulle case della cricca, ha denunciato tutti i denunciabili. Questo pomeriggio il leader Idv ha depositato una denuncia-querela alla Procura della Repubblica di Perugia nei confronti di plurime persone sulla questione "dell'asserita locazione di due appartamenti che, secondo alcuni, egli avrebbe affittato da Propaganda Fide".

"Siccome tale circostanza non è storicamente vera - si legge in una nota dell'Idv che spiega l'azione legale intentata dall'ex pm - con tale denuncia e con la circostanziata documentazione prodotta, l'onorevole Di Pietro ha così portato all'attenzione dell'autorità giudiziaria le ragioni che stanno a monte di simili strumentali e denigranti ricostruzioni".

Leggi il pezzo di Franco Bechis

Antonio Di Pietro sostiene di non avere mai chiesto favori ad Angelo Balducci, tanto meno quello di trovargli casa per la prole. Il leader dell’Italia dei Valori ieri (mercoledì, ndr) in un’intervista ha spiegato: «Mia figlia pensava di venire a studiare all’Università Luiss di Roma. Chiesi al coordinatore dell’Idv del Lazio, Stefano Pedica, di aiutarmi a trovare un appartamento in affitto. Lui me ne propose tre o quattro e tra questi anche quello di via delle Quattro Fontane. Poi mia figlia cambiò idea e andò a Milano e non se ne fece nulla. Quell’appartamento lo ha affittato Silvana Mura nel novembre del 2006.

Il contratto è intestato a Claudio Belotti, padre di suo figlio, e non ci vedo nulla di male: paga 1.800 euro al mese...»”. Vero? Falso?  In effetti quel contratto esiste ed è firmato da Belotti. Vero che è il padre del figlio della Mura. Vero anche che Belotti è l’uomo a cui Di Pietro si è sempre appoggiato per i suoi affari immobiliari: lo ha nominato amministratore della Antocri, società personale che ha acquistato da Marco Tronchetti Provera un immobile a Milano poi affittato all’Italia dei Valori che di fatto sta pagando il mutuo per una casa personale del politico.

Analoga operazione ha fatto a Roma, salvo poi ribellione del partito che si è trasferito in altra sede (affitto Inarcassa) consentendo a Di Pietro di vendere l’immobile romano a un politico ex Udc e ricavarci sopra una piccola plusvalenza. Sempre Belotti è l’uomo che Di Pietro ha usato come prestanome per acquistare a titolo personale un immobile a Bergamo messo all’asta dalla Scip, società collegata al Tesoro che cartolarizzava gli immobili Inail. A Belotti non riuscì il colpo: l’immobile fu assegnato ad altri e lui escluso dall’asta per documentazione senza timbri regolari.

Ma grazie a Tar e Consiglio di Stato riuscì a farsi riammettere in gara. Chi l’aveva vinta prima non si presentò neppure. Belotti risultò unico offerente e il giorno della firma del contratto nella primavera 2006 invece di lui davanti al dirigente Scip si presentò Di Pietro in persona. Che il contratto di via Quattro Fontane, essendo intestato a Belotti, servisse solo alla Mura, non dimostra alcuna verità. Secondo l’architetto Zampolini quella casa era destinata dalla cricca a Di Pietro, e grazie ad Angelo Balducci fu messa sull’attenti la struttura di Propaganda Fide. Pedica- che era un semplice ex consigliere di politici Udc, non avrebbe avuto spalancata alcuna porta.

C’è un altro particolare taciuto anche sul valore di quell’affitto. Casa Di Pietro mancata, poi conquistata dalla Mura, viene affittata a 1.800 euro al mese. Quale è il valore in quella zona per un appartamento A/10 di 4,5 vani? Risposta del sistema automatico dell’ Agenzia del Territorio: fra 2.700 e 3 mila euro al mese. Oggi a pochi metri di distanza ci sono annunci di affitto di appartamenti e uffici della stessa ampiezza a 3- 3.500 euro al mese. Perché quell’affitto è così basso? Perché dal valore annuale è stato preventivamente scontato l’importo dei lavori di ristrutturazione gentilmente offerti da una ditta di Diego Anemone. Quella era la casa destinata alla figlia di Di Pietro e si pensava di fargli un favore (come è accaduto a gli altri beneficiari, che pagano affitti regolari ma bassi).

C’è un'altra verità di Di Pietro. Quella sull’auditorium di Isernia, grande appalto previsto per i 150 anni dell’Unità di Italia. Zampolini sostiene che fu inserita con pressing su Balducci su richiesta dell’allora ministro delle Infrastrutture. «Non sono stato io lo sponsor dell’opera. Non so nemmeno se poi sia stato costruito», dice Di Pietro. Il che significa che sa: non è stato costruito, è in via di costruzione. L’opera non era prevista, fu inserita per decisione del comitato interministeriale guidato da Francesco Rutelli e di cui Di Pietro faceva parte. Valeva 5 milioni di euro iniziali.

Una volta appaltata il suo costo è salito a 22 milioni di euro. L’appalto è stato assegnato il 31 dicembre 2007, nella notte di Capodanno. Direttore dei lavori fu nominato Riccardo Miccichè, proprio quell’ingegnere messo a capo dei lavori degli Uffizi con Sandro Bondi ministro su cui ci sono state mille polemiche perché risulta titolare di un’impresa che gestisce un negozio da parrucchiere. Fu un’invenzione non di questo governo, quindi, ma del comitato interministeriale Rutelli- Di Pietro. Il leader dell’Italia dei valori oggi sostiene di non averne saputo nulla, anzi. Di avere anche protestato per quegli appalti, e produce una lettera inviata nel dicembre del 2007 a tutti i ministri del governo di Romano Prodi per evidenziare dubbi sulle procedure di appalto dei 150 anni dell’Unità di Italia.

Vera la lettera? Vera. E spintanea. Perché pochi giorni prima a Di Pietro era arrivata analoga lettera da parte dell’Oice, l’organizzazione degli ingegneri. Sosteneva che erano irregolari i bandi di gara per il nuovo Parco della Musica di Firenze, per il nuovo palazzo del cinema di Venezia e per l’Auditorium di Isernia. Di Pietro si appuntò i rilievi e li trasmise a Prodi e ai ministri del comitato per i 150 anni. «Sento l’obbligo di evidenziare alcuni aspetti critici…». E li evidenziò? Sì: ad esempio il Nuovo Palazzo del cinema di Venezia”. E poi «anche l’appalto di Firenze per il nuovo Parco della Musica e della Cultura…». E Isernia? L’Auditorium di Isernia che segnalava l’Oice? No, l’irregolarità di quel bando Di Pietro non la segnalò. Nemmeno una riga nella lettera ai ministri. Già, lui non se ne era interessato: perché mai avrebbe dovuto dare seguito alla denuncia degli ingegneri?

04/06/2010





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A rischio la Festa dell'Unità a Roma»

Corriere della Sera

L'allarme del Pd di Roma: dovevamo farla davanti alle Terme di Caracalla, il Comune ci ha detto no. Interviene il leader. Il sindaco: da me massimo impegno

IN PROGRAMMA DAL 24 GIUGNO AL 25 LUGLIO 2010

ROMA
 
«C'è rischio concreto che la festa dell'Unità a Roma quest'anno non si faccia. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra ad oggi». Questo l'allarme lanciato dal segretario romano del Pd Marco Miccoli nel corso di una conferenza nella sede del gruppo consiliare capitolino del partito.



IL NO DAL COMUNE
- «Avevamo chiesto di farla dal 24 giugno al 25 luglio alle Terme di Caracalla, come l'anno scorso - spiega Miccoli -, e ieri il Comune ci ha comunicato che oggi non si sarebbe svolta la conferenza dei servizi per avviare il cantiere ed utilizzare l'area, a causa del parere negativo della soprintendenza per un vincolo archeologico alle Terme di Caracalla». «Avevamo assicurato che la festa non si sarebbe svolta nello spazio verde delle Terme ma in un parcheggio lì vicino, sull' asfalto, proprio per essere meno impattante - precisa Miccoli -. E il Comune, dopo averci detto che in quest'area non ci sarebbero stati problemi, ieri ci ha comunicato che non possiamo farla neanche qui». Secondo il segretario dei democratici di Roma, data la ristrettezza dei tempi, la festa non è più ricollocabile altrove. «Siamo disponibili ad ulteriori modifiche progettuali nell'area delle Terme ma, se questa questione non si sblocca nelle prossime ore, la festa dell'Unità rischia di saltare. E insieme a lei che venga a mancare un importante momento di dibattito politico e autofinanziamento del partito che - aggiunge -, essendo il principale dell'opposizione, ci fa pensare ad un tentativo di boicottaggio».

LA TELEFONATA BERSANI-ALEMANNO - Una telefonata al sindaco di Roma Gianni Alemanno, è stata fatta dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per chiedere l'impegno dell'amministrazione a risolvere i problemi che mettono a rischio la Festa dell'Unità. Lo riferiscono fonti del partito, che definiscono «cordiale» il coloquio telefonico. Ad Alemanno il segretario del Pd ha sottolineato che la Festa dell'Unità di Roma ha una tradizione decennale, risalendo al 1945 la prima edizione. Per questo all'amministrazione capitolina è stato chiesto un «impegno» per garantire anche quest'anno lo svolgimento della kermesse che ha aspetti non solo politici, ma anche culturali per la città.

IL SINDACO - In una nota il sindaco ha detto: «Da parte mia ci sarà il massimo impegno per tentare di risolvere il problema della collocazione della festa del Partito Democratico. Mi auguro che questa sia l'occasione per affrontare e risolvere, insieme alla Sovrintendenza e definitivamente, la questione dell'utilizzo della città che cambia di volta in volta, a seconda delle diverse angolature con cui si vedono le cose».

Le Terme di Caracalla
Le Terme di Caracalla
«OK COMUNE NON DETERMINANTE»
- «Il sì del Comune è importante ma non determinante. Se la Soprintendenza ha dato parere negativo allora è quello che conta». Così il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro ha commentato l'allarme lanciato dal coordinatore del Partito democratico del Lazio. «Avevano chiesto di fare la festa dal lato Terme - ha aggiunto - e lì non si può fare per due motivi: uno perchè è un'area "ipervincolata", due perchè va a incrociarsi e sovrapporsi con la stagione dell'Opera che si tiene d'estate nelle Terme. Il mio parere personale è che tutta l'area delle Terme di Caracalla non dovrebbe essere adibita a manifestazioni o feste. In particolare le feste di partito che io consiglierei di fare in periferia, tra la gente». Riguardo una possibile soluzione per la collocazione della Festa dell'Unità a Roma Giro ha detto:«La festa potrà essere tranquillamente fatta nell'area lato giardini, dove finora si è svolta. Ovviamente rispettando tutti i vincoli e le prescrizioni».

Redazione online



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Video farsa di Israele sui pacifisti

Corriere della Sera
Si intitola “Flotilla-We con the world” (Flottiglia, noi inganniamo il mondo)
Diffuso per errore dall'ufficio stampa del Governo

Video

WASHINGTON

E’ guerra di immagini sul dramma della flottiglia di Gaza. Gli attivisti mostrano filmati con l’assalto dei soldati alla nave. Gli israeliani replicano con i video dei militari presi a bastonate. Un duello che rischia di andare fuori controllo.

IL VIDEO DIFFUSO PER ERRORE - L’ufficio stampa del governo israeliano ha, infatti, diffuso per errore un video-farsa. Si intitola “Flotilla-We con the world” (Flottiglia, noi inganniamo il mondo) ed è una parodia dove finti attivisti della “Marmara” cantano un nuovo testo sulle note della canzone “We are the world”. «Arriva un momento in cui si deve fare uno show, per il mondo, per il web, per la Cnn…Non c’è nessuno che muore, quindi la cosa migliore è organizzare un bluff», è una delle strofe cantata da un uomo in divisa da marinaio.

IL COMUNICATO - Un portavoce israeliano, qualche ora dopo, ha inviato un imbarazzato comunicato per spiegare l’errore: «Abbiamo inavvertitamente diffuso il link di un video che avevamo ricevuto e dovevamo valutare con attenzione e non diffondere pubblicamente. Il contenuto del video non riflette in alcun modo la politica ufficiale dello stato di Israele». Una correzione che non rimedia al pasticcio combinato.

Guido Olimpio
04 giugno 2010





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Galleria, ignoti si «vendicano»: colla e acido sui negozi di Barbaro

Corriere del Mezzogiorno

«Dispetto» ad Antonio, presidente dei commercianti, che ha ottenuto la vigilanza nel monumento

Antonio Barbaro

Antonio Barbaro

NAPOLI - I «calciatori» dei Quartieri, privati del campo in marmo, o chissà chi, ha deciso di vendicarsi contro la presenza dei vigili urbani in Galleria Umberto I a Napoli. Bersaglio del "dispetto" è il presidente del comitato commercianti, Antonio Barbaro che aveva chiesto e ottenuto la presenza dei vigili che da alcuni giorni provano ad ostacolare attività sportive notturne nel monumento. Barbaro stamane ha scoperto una serie di atti vandalici compiuti contro i suoi negozi di abbigliamento. Ignoti hanno bloccato i catenacci con acido muriatico, che è stato fatto cadere anche sul marmo del pavimento, all’interno della Galleria e imbrattato le saracinesche degli esercizi nella vicina via Roma.

Barbaro aveva chiesto e ottenuto nei giorni scorsi che la Galleria fosse sempre presidiata con controlli dei vigili urbani contro venditori abusivi e per preservare il monumento da azioni di vandali. Il provvedimento è diventato operativo dallo scorso martedì, accolto con particolare favore dai commercianti della zona.


04 giugno 2010





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Usa, una donna decolla con l'auto al casello: illesa

La Stampa

A Dallas, in Texas, un'automobilista prende il volo con l'auto nei pressi dell'aereoporto internazionale DFW.
Secondo i giornali locali la donna è riuscita ad abbandonare il veicolo prima che esplodesse.

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Vicenza, incastrato dal «tovagliometro»: ristoratore pagherà 18.500 euro al fisco

Il Mattino

L'agenzia delle entrate gli ha contestato il reddito sulla base del numero di tovaglioli utilizzati in un anno nel suo locale

  

VICENZA (3 giugno)

L'Ufficio delle Entrate di Bassano del Grappa ha sconfitto in Cassazione, basandosi sul numero di tovaglioli utilizzati, un ristoratore che ora dovrà versare al fisco 18.500 euro, comprensivi di imposte e sanzioni. Dopo la commissione tributaria provinciale di Vicenza e quella regionale di Venezia, spiegano le Entrate, anche la Corte di Cassazione ha riconosciuto corretti gli esiti di una verifica fiscale nei confronti di un ristorante cittadino il cui reddito d'impresa appariva «incongruente alla luce di un elevato costo sostenuto per personale, ubicazione in pieno centro storico, notorietà confermata da una rinomata tradizione culinaria».

I segugi del fisco hanno inoltre riscontrato «parziale divergenza tra i riscontri contabili e quanto dichiarato dalla parte in sede di contraddittorio sull'acquisto delle materie prime e sulla preparazione di primi e secondi piatti».

«Di fronte ai suddetti indizi di evasione - è detto in una nota dell'Agenzia delle Entrate - i verificatori hanno proceduto alla ricostruzione indiretta dei ricavi partendo dal dato oggettivo del numero dei tovaglioli utilizzati nell'anno in discussione, nella ragionevole presunzione che ad ogni tovagliolo utilizzato corrisponda, in linea di massima, un coperto, e tenendo conto del prezzo medio di ciascun pasto».

D'altra parte, non è stato rilevato nessuno scarto e nessun pasto per soci e dipendenti. L'Agenzia sottolinea quindi «la validità del "tovagliometro" come metodo di accertamento analitico-induttivo anche in presenza di una contabilità formalmente corretta».





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La Campania dell’emergenza rifiuti vuole insegnare la differenziata ai cubani

Corriere del Mezzogiorno

Delibera choc: sotto Bassolino stanziati 662 mila euro per finanziare un progetto di eco-sostenibilità ai Caraibi

Fidel Castro
Fidel Castro

NAPOLI

Da che pulpito: la Campania vuole insegnare la raccolta differenziata agli Stati dei Caraibi: Cuba, Repubblica Dominicana, Haiti. La stessa regione che sconta un’eterna emergenza rifiuti, tipo fatica di Sisifo, sotto Bassolino ha stanziato 662mila euro di fondi europei per inviare consulenti in Centroamerica. Il loro compito, in sintesi, è spiegare le politiche di sostenibilità ambientale a cubani e haitiani. Urca. Come se i tecnici della British Petroleum, in piena tragedia in Louisiana, andassero per convegni a parlare di soluzioni ai disastri petroliferi. Una cifra notevole (un miliardo di vecchie lire) prevista dalla vecchia giunta regionale con una delibera approvata a San Silvestro, il 31 dicembre 2009, a poche ore dal cenone e dai fuochi d’artificio. Nello specifico: il decreto dirigenziale è il numero 214 dell’area generale di coordinamento 12 del settore sviluppo economico. Titolo: «Impegno risorse per cofinanziamento progetto europeo Caribbean sustainable waste management for a better life » ovvero, tradotto dall’inglese, gestione delle politiche ecosostenibili (dei rifiuti) ai Caraibi per migliorare la qualità della vita. Misura a favore di paesi svantaggiati che rientra nel piano regionale Paser— al centro di infuocate polemiche per le consulenze — sotto la voce «Promuovere il sistema produttivo su scala nazionale e internazionale».

Emergenza rifiuti a Napoli
Emergenza rifiuti a Napoli

SOLIDARIETA' TROPICALE - Caraibi: parola che nell’immaginario collettivo evoca sole, mare, palme, turismo, ma anche socialismo tropicale castrista e povertà diffusa. Campania: parola che evoca attitudini tutt’altro che ecocompatibili, visto che la soglia di raccolta differenziata a stento tocca il 13 per cento complessivo. Non solo: appena tre giorni fa il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha parlato di crisi rifiuti campana non ancora risolta. Ma tant’è. Uno stanziamento di seicentomila euro e passa finito sotto la lente d’osservazione degli esperti di Palazzo Santa Lucia incaricati, per volontà del nuovo governatore Stefano Caldoro, di passare al setaccio delibere e consulenze dell’ultimo anno e cassare di diritto eventuali sprechi.

Riccardo Marone, che nel dicembre 2009, era assessore alle Attività produttive, spiega al Corriere del Mezzogiorno: «Non ho memoria di un simile progetto, anche perché il decreto dirigenziale è stato approvato a fine anno, laddove l’ok iniziale della giunta viene dato molti mesi prima, se non anni, ed io ero assessore solo da giugno. Inoltre— aggiunge— al Paser attingono tanti assessorati, non solo le attività produttive». Qual è allora l’assessorato competente? Arcano che poteva essere svelato dal coordinatore dell’area 12, la dottoressa Maria Carolina Cortese, la quale però, come riferiscono dalla segreteria, risulta un giorno in riunione e l’altro non in sede.

LA «MISSIONE» INTERCONTINENTALE - Tornando al programma «caraibico», l’iniziativa non nasce naturalmente in Campania. Ha una dimensione internazionale che coinvolge più Stati, tra cui Brasile, Canada e Unione europea. Una missione che muove da princìpi di solidarietà: formare le autorità locali caraibiche sulla gestione dei rifiuti solidi urbani, che lì è un disastro. Anche se si tratta di isole tropicali che per mancanza di materia prima hanno da riciclare quantità di rifiuti decisamente inferiori rispetto ai ricchi cugini occidentali.

CONSORZIO DI BACINO SALERNO 1 - Investiti della mission di trasferire le nostre conoscenze in tema di rifiuti ai volenterosi della Repubblica Dominicana, Cuba e Haiti (ora alle prese, in verità, col post-terremoto) sono gli esperti del consorzio di bacino Salerno 1 sulla base di un partenariato con la stessa Regione Campania e organismi dell’Havana, Santo Domingo e Port-au-Prince. Pare anche che i tecnici siano già volati ad inizio anno un paio di volte in Centroamerica per questi «corsi di formazione». Il Consorzio opera nella popolosa area a nord di Salerno e, c’è da dire, a differenza degli omologhi soggetti napoletani e casertani raggiunge buone percentuali di raccolta differenziata (anche pari al 45%). Tecnici bravi, dunque. Ma detto questo, bisogna anche sottolineare, come fa il neoassessore regionale all’ambiente Giovanni Romano «che con quei soldi avremmo organizzato almeno tre isole ecologiche in Campania: costano duecentomila euro l’una. In effetti— prosegue Romano, ex sindaco di Mercato San Severino — la cifra stanziata è sicuramente alta, anche se non si discute il valore del progetto di solidarietà internazionale. Certo — ammette — suona un po’ paradossale se vogliamo che consulenti della Campania girino il mondo per insegnare tecniche virtuose di smaltimento rifiuti...».

Alessandro Chetta
04 giugno 2010



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In Cina «disarmonizzato» il porno online

Corriere della Sera
Diversi siti con contenuto per adulti tornano visibili.
«È un errore del sistema di censura, non una scelta politica»



DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO

Disarmonizzati. Diversi siti web che in Cina erano censurati per il contenuto pornografico sono tornati accessibili. Misteriosamente. I siti osceni, oltre a quelli politicamente sensibili, sono di regola bloccati dalla cosiddetta "muraglia della rete", mentre dall’inizio della settimana – stando al tam tam su Internet – l’opera di "armonizzazione", come i netizen cinesi chiamano la censura online, sembrava meno stagna del solito.

Immagine tratta da Internet
Immagine tratta da Internet
Non è stata fornita alcuna spiegazione ufficiale del fenomeno, tanto più che nei mesi scorsi le autorità avevano condotto una pubblicizzatissima operazione di bonifica del web, chiudendo centinaia e centinaia di siti pornografici o anche solo con testi volgari. Il clima di moralizzazione della società si è esteso nelle ultime settimane grazie ad alcune misure che, senza alcun legame con il blocco dei siti, parlano il linguaggio di un'"armonizzazione" dei costumi. A Nanchino è stata inflitta una condanna di 3 anni e mezzo di carcere a un professore, Ma Raohai, colpevole di aver organizzato orge e scambi di partner: un verdetto che ha sollevato perplessità nell’opinione pubblica perché si trattava di attività fra tra adulti consenzienti e condotte in privato. A Pechino, invece, il nuovo capo della polizia Fu Zhenghua ha scatenato un’operazione a tappeto contro locali dove lavoravano prostitute e contro bordelli più o meno mascherati: rispetto al passato, dove potenti connection avevano protetto i titolari dei club, stavolta sono state ordinate chiusure forzate di 6 mesi.

Il perché della resurrezione dei siti porno armonizzati resta un mistero. Secondo Kaiser Kuo, un analista interpellato dalla Associated Press, si tratta di una falla del sistema, di un errore: «Non c’è nessuna politica dietro questo fenomeno», ha detto. Ironia della sorte: questo avviene nel giorno esatto del 21° anniversario della repressione della Tienanmen. E i maggiori siti sensibili restano inaccessibili.

Marco Del Corona
04 giugno 2010



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Ragazza sviene sulla pit-line e il cinico pilota urla: guardate che ha combinato?

Il Mattino

HOCKENHEIM (3 giugno)

Non si conosce il motivo del malore della ragazza protagonista di questo video, che sviene all'improvviso davanti alla Porsche del pilota Ronald van de Laar, prima della partenza degli ADAC GT Masters in Germania. Si sa però che van de Laar non è stato certo molto educato nell'occasione. Anziché scendere dall'auto e sincerarsi delle condizioni della ragazza, svenuta praticamente sul cofano della sua auto, il pilota urla ai suoi collaboratori di verificare la condizioni della carrozzeria. "Controlla la macchina, quella ragazza mi è svenuta sul cofano", ha urlato van de Laar, frase condita anche da qualche parolaccia. Non certo il massimo della cavalleria.


Video



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Soldi pubblici all’Idv: nuova inchiesta a Roma

di Redazione

La Finanza sta passando al setaccio i documenti sui rimborsi elettorali che finirebbero all’associazione, non al partito.

Il vero "soggetto giuridico" che dovrebbe incassare i fondi non ha neanche il codice fiscale


 

Paolo Bracalini - Gian Marco Chiocci

Roma

Ancora un’inchiesta sui soldi di Tonino & co. Ancora approfondimenti sull’«Associazione» di famiglia che nell’ipotesi investigativa intascherebbe i quattrini dei rimborsi elettorali al posto del «Partito» chiamato allo stesso modo: Italia dei Valori. Insomma, la solita questione della gestione «privata» e «personale» dei soldi della collettività da parte dell’ex pm di Mani Pulite e del suo più ristretto entourage. Vero? Falso? Tonino a più riprese ha sdegnatamente respinto le accuse, sostenendo l’«equiparazione» fra Associazione Italia dei Valori e Movimento-Partito Italia dei Valori. Buon ultimo, a dicembre, il leader del gabbiano è corso a cambiare lo statuto. Per fare luce sulla querelle la Procura di Roma ha aperto un fascicolo affidando alla Guardia di finanza tutta una serie di segnalazioni sulla gestione dei finanziamenti dell’Idv, non ultime quelle presentate dall’(ex)amico di Antonio Di Pietro, quell’Elio Veltri che dopo aver corso nelle elezioni del 2004 insieme ad Achille Occhetto a fianco dell’Italia dei Valori, ancora lamenta la sua parte di indennizzo.

In particolare gli accertamenti delle Fiamme Gialle, che stanno svolgendo interrogatori e acquisendo atti, vertono per l’appunto su questa dicotomia fra «Associazione» e «Partito» quale presunto meccanismo di sostituzione dell’una rispetto all’altro per incamerare i tanti milioni di euro dovuti come rimborsi elettorali. Un’indagine fotocopia rispetto a quelle già avviate a Roma dalla corte dei Conti e a Milano dalla Procura, a sua volta sollecitata a indagare direttamente dal presidente del Tribunale, Livia Pomodoro.

Il pool della Gdf sta cercando di venire a capo del meccanismo che starebbe all’origine del rompicapo finanziario che tecnicamente vedrebbe l’Associazione (composta per parecchio tempo da tre persone: Antonio Di Pietro, la tesoriera Silvana Mura e la moglie di Tonino, Susanna Mazzoleni) «soggetto giuridico non legittimato» a percepire i fondi elettorali che per legge sono destinati solo ai partiti e non alle associazioni, come peraltro evidenziato dall’ordinanza del tribunale di Roma del 23 luglio 2008 che sottolineava la diversità dell’una dall’altro. Da parte sua, il soggetto «Associazione» ha invece sostenuto in sede di giudizio di essere assolutamente legittimato a incassare i denari dei contribuenti essendo di fatto lei «il partito». Tra i documenti acquisiti dalla Guardia di Finanza una parte farebbe riferimento proprio al «soggetto giuridico» che, di volta in volta, nelle varie tornate elettorali, presso le corti d’appello e il ministero dell’Interno, si è presentato per portarsi a casa il rimborso previsto.

L’accusa di Veltri si sostanzierebbe in questo: l’Associazione di famiglia si sarebbe sostituita al Movimento-Partito ricorrendo ad autodichiarazioni non rispondenti al vero così da far confluire i milioni dei rimborsi sul conto corrente dell’Associazione nella disponibilità dei soci Di Pietro, Mazzoleni e Mura, anziché sul conto del Partito-Movimento «che mai ha potuto esercitare alcuna ingerenza - si legge in una memoria - tanto che non risulta aver mai richiesto un codice fiscale».





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Disegni tossici sui bicchieri di Shrek: McDonald ne ritira 12 milioni di pezzi

Quotidianonet

Los Angeles, 4 giugno 2010

McDonald’s ha ritirato dai mercati 12 milioni di bicchieri con l’immagine di Shrek. Il materiale utilizzato per il disegno contiene infatti una sostanza tossica, il cadmio.

La nota catena di fast-food ha lanciato un appello ai suoi clienti affinché smettano di utilizzare i bicchieri, venduti in quattro differenti versioni a 2 dollari l’uno, per promuovere il nuovo film di “Shrek”.

Il cadmio - utilizzato principalmente per produrre pigmenti, rivestimenti e stabilizzanti per materie plastiche - è una sostanza cancerogena: i composti del cadmio. Oltre a danneggiare i reni causano anche osteoporosi e osteomalacia. Nel caso dei bicchieri di Shrek, il cadmio contenuto del disegno potrebbe facilmente passare dalle mani dei bambini alla bocca.



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Diploma e dieci giorni di selezioni, la crocerossina che ha «colpito» il premier

Corriere della Sera
ALLA FESTA DELLA REPUBBLICA

Scelta per il portamento «che esprime dignità, decoro e senso di appartenenza».
La donna ha 46 anni




ROMA


Alta, elegante, viso luminoso. L'infermiera statuaria che ha strappato l’apprezzamento del premier e delle alte cariche sul palco durante la parata del 2 giugno è un’ufficiale della Croce Rossa. Diplomata infermiera volontaria del Corpo fondato nel 1908 e «selezionata dopo dieci giorni di addestramento» in caserma, così come solitamente accade con le crocerossine che partecipano alla Festa della Repubblica. E che si esercitano lungamente per la prestigiosa occasione. In questo caso, però, la consorella è stata scelta per guidare la compagnia di volontarie di scorta alla bandiera della Repubblica italiana. Su di lei, riserbo assoluto da parte della Croce Rossa. Restano le immagini che fotografano il suo passaggio davanti al palco delle autorità e il visibile apprezzamento del premier, Silvio Berlusconi (guarda). Apprezzamento accompagnato, racconta chi c’era, da un’entusiastica valutazione espressa anche verbalmente: sebbene non abbia ancora delicate missioni al suo attivo, i vertici della Croce Rossa l’hanno scelta per il portamento «che esprime dignità, decoro e senso di appartenenza». Il corso di crocerossina, va ricordato, equivale a due anni di accademia militare. Piccola nota di conforto per il pubblico femminile che l’abbia notata in una delle foto simbolo della parata: la signora ha già compiuto quarantasei anni.

Ilaria Sacchettoni
04 giugno 2010





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Senza pergamena di laurea da 7 anni E su Facebook parte la rivolta

Corriere della Sera
Il caso di Andrea: sul social network ha creato il gruppo dei dottori senza «pezzo di carta».
Molti gli iscritti università «magna graecia» di CATANZARO

Senza pergamena di laurea da 7 anni
E su Facebook parte la rivolta



ROMA

Tra i candidati al «Guinness» dei ritardi, l'università Magna Graecia di Catanzaro, a sentire i suoi ex studenti, dispone di buone chance per aggiudicarsi il titolo. Nel salotto di casa Cantelmi, nel capoluogo calabrese, una parete mostra da molto tempo una spazio vuoto: avrebbe dovuto accogliere la «pergamena» di laurea di Andrea. Dal marzo 2003, quando in famiglia di festeggiò il conseguimento del titolo di dottore in Scienze motorie e venne fatto il versamento di euro 25,82 propedeutico al rilascio del diploma, sono passati più di sette anni. Andrea, che oggi ne ha 34, dopo decine di richieste, solleciti e proteste, è ancora in attesa dell’attestato. Un altro piccolo segno dei grandi problemi dell’istituzione universitaria.

GRUPPO SU FACEBOOK -L’ultima telefonata agli uffici dell’ateneo l’ha fatta quattro giorni fa. «Dicembre? È difficile, non ci conti», è stata la risposta. Però, a differenza delle altre volte, il personale della segreteria ha assicurato al signor Cantelmi che probabilmente l’annuncio del nuovo ritardo sarebbe stato certificato con una comunicazione scritta. Andrea, che nel 2006 ha aggiunto alla triennale una magistrale in Management dello sport, a quel punto ha deciso di rendere pubblica la sua protesta e ha fondato su Facebook il gruppo «X chi non ha ricevuto la pergamena di laurea UniCz». In due giorni, si sono iscritte 85 persone. E sul social network, tra ex studenti in attesa del fatidico «pezzo di carta», comincia a prendere forma l’idea di un’azione legale collettiva.

CAUSA AL TAR - La ragione del ritardo, ha capito Andrea Cantelmi conversando per anni col personale amministrativo, sarebbe da attribuire a una causa al Tar Calabria tra l'ateneo e l'azienda che cura le stampe delle pergamene. Misteri della «Magna Graecia».

Giulio Benedetti
03 giugno 2010(ultima modifica: 04 giugno 2010)



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Catturato il misterioso 'Jason Bourne'

Corriere della Sera
Brian Alexik, chiamato come l'agente segreto, è un uomo enigmatico: frequenta il bel mondo e nasconde dei segreti

Dopo sei settimane di latitanza

Catturato il misterioso 'Jason Bourne'


Brian Alexik
Brian Alexik
WASHINGTON - Dopo sei settimane di latitanza, le teste di cuoio hanno catturato Brian Alexik. Sulle tracce c’erano la polizia di Los Angeles e il Secret Service, che oltre a proteggere il presidente Usa si occupa di falsari. Alexik, 34 anni, con diversi precedenti penali alle spalle, è una figura enigmatica. Non a caso la stampa lo ha soprannominato "Jason Bourne", il misterioso agente segreto interpretato da Matt Damon.

FUGA DI GAS - Tutto inizia il 19 aprile, quando gli agenti arrivano all’appartamento di Brian a Los Angeles dopo la segnalazione su una fuga di gas. Lui si barrica, non vuole aprire la porta. Poi riesce a fuggire per le scale anti-incendio: i testimoni lo vedono scappare tenendo due sacchi in mano. Nell’appartamento la polizia trova un Kalashnikov, un fucile, munizioni, alcune centinaia di dollari falsi, materiale per la contraffazione di documenti, droghe di vario tipo. Poi sul pavimento un grande mosaico che riproduce il logo della Cia. In alto un ritratto del leader venezuelano Chavez. Su un mobile un paio di fotografie di Brian con il cantante degli U2 Bono: una è forse stata scattata in Francia. Altre foto lo ritraggono con la modella Janice Dickinson. Gli investigatori faticano a delineare un profilo nitido di Alexik.

DOLLARI FALSI - Frequenta il bel mondo, in apparenza ha disponibilità finanziaria ma poi si comporta in modo strambo. Scrive al governatore della California Schwarzenegger e al sindaco Villaraigosa per contestare una multa. Ritarda il pagamento dell’affitto. Non nasconde sentimenti "anti Stato". Un ex vicino ricorda che Brian e un altro uomo passavano molto tempo nella lavanderia della palazzina. Per il Secret Service usavano il locale per stampare dollari falsi. «Di ottima qualità», aggiungono gli investigatori. La polizia non esclude che avesse in mente un colpo clamoroso in una banca vicina alla sua casa. Sarà interessante vedere se l’arrestato fornirà spiegazioni e permetterà di capire davvero chi è Brian Alexik.

Guido Olimpio
04 giugno 2010



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Lo strano paradosso del Parmigiano Quando la qualità non aiuta i conti

Corriere della Sera
«Modello superato». E ora punta sulla Cina



Protagonisti del racconto un giovane storico e un coetaneo avvocato, entrambi di Parma, che si recano negli States per sventare una manovra degli yankee per appropriarsi del prestigioso marchio del Parmigiano Reggiano. I nostri eroi riescono nell’intento replicando quanto realmente accaduto nel 1896, quando i lodigiani volevano appropriarsi della preziosa denominazione e furono sconfitti grazie a un tal Carlo Rognoni che vergò un inoppugnabile «Per la storia del formaggio grana». I dilemmi del made in Italy sono dunque sbarcati nella letteratura di tendenza, autore del racconto è infatti Wu Ming, il collettivo di giovani che agisce sotto pseudonimo e che è riuscito a rendere l’atmosfera di un microcosmo, quello del Parmigiano, in bilico tra tradizione e modernità. Non è un caso, infatti, che nonostante le vendite abbiano retto alla Grande Crisi, si susseguano in Emilia convegni e tavole rotonde sul futuro del prezioso formaggio. Il Parmigiano è diventato materia da think tank perché c’è la sensazione di essere arrivati al capolinea, «alla fine di un modello produttivo basato su una realtà che nel frattempo è profondamente mutata» spiega Filippo Arfini, professore all’università di Parma e studioso del settore agro-alimentare.

La leggenda che si tramanda tra Reggio e Parma narra di agricoltori, casari e stagionatori che si passano religiosamente le regole del gioco e che si attengono scrupolosamente agli standard di qualità. Ma ora i piccoli caseifici chiudono, in 15 anni infatti sono passati da 600 a 400 e le previsioni dicono che potranno fermarsene a breve altri 70 nella sola provincia di Parma. In zona anche gli agricoltori che producono il latte per il formaggio segnano il passo, tra il 2006 e il 2008 hanno chiuso in 150. I casari, in alcune realtà, continuano ad essere lavoratori cottimisti e spesso gli stessi caseifici di tipo cooperativo seguono la sola strategia di trasformazione del latte «da liquido a solido» perdendo il valore aggiunto della qualità e non seguendo il formaggio nel percorso commerciale. Produrre Parmigiano Reggiano, nonostante prestigio e notorietà del marchio, non equivale a usufruire di una rendita di posizione, tutt’altro.

Sarà perché i caseifici sono mono-prodotto e perché devono affrontare una stagionatura di 24 mesi che comporta pesanti oneri finanziari, non è un Bengodi. In tanti preferiscono vendere a metà percorso a grossisti-stagionatori che a loro volta non potrebbero vivere solo di questo lavoro e quindi in diversi casi sono produttori anche di Grana Padano, il formaggio diretto concorrente. I critici parlano di un evidente conflitto di interesse perché i padanisti giocano con una doppia casacca e non sono votati alla religione del Parmigiano. Altri sostengono invece che bisogna lasciarsi il passato alle spalle e guardare più che alla sopravvivenza delle singole aziende a una nuova organizzazione della filiera. Per Corrado Giacomini, docente a Parma e relatore di molti convegni, la ristrutturazione in corso è tutt’altro che negativa e ha già permesso la nascita di aziende più strutturate. È il caso di Parmareggio - che fa capo alle Coop rosse - arrivata a controllare il 20% del mercato del Parmigiano e abile al punto da sviluppare un suo brand da abbinare a quello collettivo del Consorzio.

La rivalità tra Parmigiano e Grana Padano è crescente e assume i toni del derby. Da una parte c’è una tradizione di 900 anni, dall’altra la spregiudicatezza e l’innovazione di un prodotto meno blasonato che però ha saputo in pochi anni rubare spazio ai più titolati cugini. Il Grana - che alla produzione costa all’incirca 3 euro in meno al kilo - occupa il 57,7% del mercato dei formaggi duri lasciando il Parmigiano a quota 31,4% (dati 2009). Ce n’è abbastanza perché a Parma suonino le trombe contro la padanizzazione e in questo caso non è l’avanzata della Lega Nord in Emilia a preoccupare i big del Consorzio, bensì l’aggressività commerciale del Grana Padano. «Noi diamo alle mucche solo foraggio locale mentre loro usano additivi» dicono a mezza bocca i signori del Parmigiano. E si spingono fino a dotte disquisizioni sulla biologia del rumine, che vista da qui appare una scienza esatta.

I caseifici del Grana, in verità, hanno il vantaggio di non essere mono-prodotto, producono provolone se operano in Lombardia e Asiago se lavorano in Veneto e il mix permette loro di mettersi al riparo dalle fluttuazioni dei prezzi e compensarle tra un prodotto e l’altro. A questo punto l’idea che il modello di business del Parmigiano debba essere rivisitato si sta facendo strada. Del resto è come avere a disposizione una Ferrari, obbligarla a viaggiare a 100 chilometri all’ora e magari venderla accanto a delle utilitarie. Il rischio, che esperti come Giacomini sottolineano, è di trattare il Parmigiano non come un prodotto di eccellenza ma come una commodity a qualità indifferenziata, insomma una merce qualsiasi. E stiamo comunque parlando di uno dei mercati meno trasparenti del mondo, il formaggio si vende a partita e il primo che compra fa il prezzo per tutti.

Per reagire gli uomini del Consorzio hanno alzato l’asticella della qualità dando la possibilità ai produttori di riconoscere un prodotto ancor più stagionato, da 24 a 30 mesi, segnalato con un bollino colorato. La novità ovviamente è stata salutata con grande favore dagli aficionados emiliani ma non è detto che consenta lo sfondamento commerciale, tutt’al più fidelizzerà chi già crede. Così si battono altre strade. Quando si cominciarono a vendere nei supermarket le confezioni di Parmigiano grattugiato (e non intero) in tanti la considerarono una bestemmia, ma poi la novità è stata ruminata e le mosse successive sono state altrettanto innovative. Si è arrivati persino a un accordo con Mc Donald’s per mettere Parmigiano nell’insalata, una scelta che per i tradizionalisti è come per gli americani andare a braccetto con Bin Laden.

Altri accordi sono previsti con singoli produttori per sfornare tortelli al Parmigiano Reggiano o creme al sapore del Re dei formaggi. Che in zona la dialettica tra modernisti e tradizionalisti sia destinata a perpetuarsi lo testimoniano le parole di Andrea Zanlari, presidente della Camera di Commercio di Parma. «Da un lato è bene sondare nuove strategie e nuovi canali di vendita, dall’altro occorre rivolgere lo sguardo alla grande tradizione millenaria: è veramente il caso di svenderla?». L’avversario comunque è la grande distribuzione che, lamenta Zanlari, tratta il Parmigiano come «un prodotto civetta, basato su un rapporto quantità-prezzo che finisce per richiedere quantitativi sempre maggiori e costringe i produttori a una corsa al ribasso».

L’arma segreta per sconfiggere concorrenti e commercianti infedeli sarebbe la pubblicità comparativa, i parmigianisti sognano uno spot in cui poter dimostrare le differenze con il Grana, ma purtroppo non si può, la comparativa tra prodotti Dop è vietata. È vero che nei primi mesi del 2010 le vendite negli Usa - forse per l’euro in calo e i sussidi all’esportazione targati Ue - sono segnalate in crescita e già il 27% dei ricavi del Parmigiano sono fatti all’estero ma visto che assai difficile che i consumi interni salgano, la scommessa è di guadagnare punti ancora sulle esportazioni e insieme allo Studio Ambrosetti «stiamo valutando un progetto Cina, uno studio sulle potenzialità del mercato e le caratteristiche del consumatore cinese, uno studio da mettere a disposizione degli esportatori» anticipa Paolo Bandini, presidente della sezione di Parma del Consorzio. Del resto a tutti piacerebbe un Parmigiano poco industrializzato e molto naturale, ma come si fa a reggere l’urto della concorrenza e non perdere la primogenitura? La ricetta di Arfini sa di buon senso: «Bisognerebbe fare uno scatto in avanti e segmentare il prodotto in maniera da raggiungere target diversi di consumatori, ognuno con la formula giusta. Del resto quella che esistano 3 milioni di forme tutte, proprio tutte uguali è una favola».

Dario Di Vico
04 giugno 2010



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La fragilità di Israele

Corriere della Sera

E’un noto circolo vizioso: l’ossessiva, e di per sé giustificata, ricerca di sicurezza da parte di chi vive in costante pericolo, può indurlo in errori che ne accrescono ancor di più l’insicurezza. È capitato ad Israele. Cadendo stupidamente nella trappola preparata dai simpatizzanti di Hamas e spargendo sangue, il governo israeliano ha fatto un regalo ai suoi nemici (e sarà un bene se ne pagherà il conto sul piano elettorale). E ha dato altra linfa alla generale ostilità per Israele, l’unico Paese al quale non si perdona niente.

Pur essendo anche l’unico Paese che vive in permanente stato d’assedio dalla sua fondazione. Nulla misura la «popolarità» di Israele meglio dell’atteggiamento delle Nazioni Unite. Dove si passa spesso sopra ai delitti di qualunque sanguinario regime ma mai a quelli, veri o presunti, della democrazia israeliana. Lo si chiami pure lapsus freudiano ma molti ricordano la mappa del Medio Oriente che faceva mostra di sé all’Onu e sulla quale non v’era traccia di Israele. La volontà della maggioranza del Consiglio per i diritti umani di metterlo oggi sotto inchiesta (con i soli voti contrari di Stati Uniti, Italia e Olanda) è in linea con una consolidata tradizione onusiana di ostilità preconcetta verso quello Stato.

Alessandro Piperno (Corriere, 2 giugno) ha dato un giudizio che merita attenzione sui sentimenti odierni degli israeliani: «Mi sono fatto l’idea — scrive — che Israele sia un Paese in cui la gente, più o meno consapevolmente, si sente spacciata (...) Forse hanno capito di poter vincere qualche altra battaglia ma che alla lunga la guerra sarà perduta. Hanno constatato che la violenza non è più utile alla causa di quanto lo sia stata l’utopia del dialogo ». Contro la sopravvivenza di Israele giocano tre forze: la demografia, la geo-politica e i sentimenti di ostilità di tanta parte del mondo (rilevanti pezzi di Europa inclusi). La demografia, ossia i differenti tassi di crescita della popolazione ebraica e di quella arabo- israeliana. La geo-politica, ossia il declino della potenza americana e i suoi effetti sul Medio Oriente. La rottura dell’alleanza fra Turchia e Israele è parte di un più generale distacco dello Stato turco dal mondo occidentale, accelerato dalla perdita di potenza degli Stati Uniti. Israele ha fin qui dovuto la sopravvivenza alle sue armi e alla protezione statunitense. Se quest’ultima si indebolirà, le armi non basteranno ad assicurare la salvezza.

C’è poi l’avversione di tanta parte dell’opinione pubblica mondiale. Chi finge che il pregiudizio antisemita non c’entri nulla deve spiegare questa mancanza di equanimità verso la democrazia israeliana. E deve spiegare perché la legittima difesa dei palestinesi si accompagni spesso alla cecità di fronte alla natura dei movimenti islamisti e alla ferocia dei nemici di Israele. Ricordo una lettera che mi inviò un tale a seguito di un articolo sul conflitto arabo-israeliano. Dopo avermi accusato di negare l’evidenza, ossia la «natura criminale» di Israele, quel tale concludeva con una domanda: «Ma perché difende Israele, lei che non è nemmeno ebreo?».

Checché ne dicano i suoi nemici, Israele è una realtà fragile, precaria. Se un giorno venisse distrutto c’è chi brinderebbe anche in Europa. Ma quella tragedia anticiperebbe o accompagnerebbe una grande sconfitta occidentale: la vittoria di concezioni, modi di vita, istituzioni, antitetici ai nostri e a noi ostili.

Angelo Panebianco
04 giugno 2010



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L’Anm sul piede di guerra

di Redazione

Roma

Una manovra «ingiusta e punitiva», che taglia gli stipendi mirando a «un’ulteriore destrutturazione» della giustizia. Si sentono vittime, i magistrati di ogni ordine e grado, «pizzicati» dalle misure di Tremonti direttamente nel portafogli. Scendono sul piede di guerra e proclamano il primo sciopero da cinque anni a questa parte, la cui data verrà decisa domani assieme ad altre azioni di lotta.

Le motivazioni sono prevalentemente di categoria, tanto da far esultare la componente di Magistratura indipendente (area centrodestra): «Finalmente il nostro sindacato s’è svegliato, e ha cominciato a fare il sindacato», commenta il togato del Csm Cosimo Maria Ferri. La decisione dello sciopero, presa dalla giunta dell’Anm e dal Comitato intermagistrature, non ha mancato di suscitare polemiche nel mondo politico. E se il leader dell’Idv, Tonino Di Pietro, si precipita come paladino degli ex colleghi, «che hanno diritto a non essere criminalizzati fino al punto di togliere loro una parte considerevole dello stipendio, umiliandone ruolo e funzioni», il capo dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, sostiene che «lo sciopero proclamato dall’Anm conferma che ci troviamo di fronte a un’associazione che fa politica in modo continuo e organico».

Al responsabile della Consulta Giustizia del Pdl, Luigi Vitali, invece non sfugge la «novità». «Almeno, questa volta, ci sono non solo motivazioni squisitamente politiche ma anche sindacali, in quanto si contesta una norma che ha effetti economici sulla categoria. Però i sacrifici li devono fare tutti». Sferzante, al riguardo, l’ex guardasigilli leghista Roberto Castelli: «È un po’ triste che la magistratura italiana, che vede emolumenti al vertice dell’Unione europea, scenda in sciopero perché non accetta di partecipare ai sacrifici che vengono richiesti a tutti. Almeno contro di me scioperarono con la Costituzione in mano... Adesso cosa faranno, infuocate assemblee sventolando le bollette della luce?».

La questione degli stipendi, in effetti, è quella che fa salire a quaranta la febbre nella categoria. I magistrati negano di volersi «sottrarre al loro dovere di cittadini e contribuenti». Ma, dicono, «devono denunciare che le misure approvate dal governo sono ingiustamente punitive nei loro confronti e di tutto il settore pubblico: è inaccettabile essere considerati non una risorsa, ma un costo o addirittura uno spreco per la giustizia». L’Anm non lesina critiche alla filosofia di una manovra che colpisce gli statali ma non «gli evasori fiscali (già beneficiati da numerosi condoni), i patrimoni illeciti, le grandi rendite e le ricchezze del settore privato, paralizza l’intero sistema giudiziario e scredita e mortifica il personale amministrativo, svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura».

I più colpiti, denuncia l’Anm, sono soprattutto i magistrati nella prima fase della carriera, «che subiscono una riduzione dello stipendio fino al 30 per cento», cosa che non mancherà di «allontanare i giovani dalla magistratura». Secondo l’esempio del sindacato, «un pubblico dipendente (magistrato o altro funzionario) con uno stipendio lordo di 150mila euro subirà un taglio di stipendio di 3mila euro lordi l’anno (cioè il 2 per cento della retribuzione), mentre un magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40mila euro subirà tagli complessivi per circa 10mila euro lordi l’anno (circa il 25 per cento della retribuzione)».

L’Anm lamenta di essere stata ignorata, quando ha avanzato più volte proposte per risparmiare. La soppressione dei piccoli Tribunali, delle sezioni distaccate di Tribunale e della metà degli uffici del giudice di pace consentirebbe di risparmiare, a regime, «decine di milioni di euro», dicono. Un altro miliardo circa l’anno potrebbe venire dal «recupero delle pene pecuniarie e delle spese di giustizia», così come converrebbe sospendere i processi con imputati irreperibili, che «costano decine di milioni di euro solo per il pagamento delle spese di patrocinio».



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C’è il terremoto? Arrestate gli scienziati

di Redazione

Sette scienziati indagati per omicidio. Motivo? Non hanno previsto il terremoto. Detta così sembra una barzelletta e difatti quando hanno saputo la notizia da Mauro Dolce, il direttore dell’ufficio rischio sismico della Protezione civile che è uno dei destinatari dell’avviso di garanzia, i sismologi di tutto il mondo riuniti ieri a Washington sono scoppiati a ridere. Invece è una cosa terribilmente seria. Perché il 6 aprile 2009 in Abruzzo sono morte oltre 300 persone e i familiari chiedono di sapere se i loro cari potevano essere salvati, se sono stati vittime di una tragica fatalità o se invece ci sono responsabilità da individuare e perseguire. Pretesa più che legittima. E difatti sono già state aperte inchieste a carico di chi è sospettato di non aver rispettato le norme nella costruzione di alcuni edifici sbriciolati come grissini dal sisma.

Però l’ultima mossa della Procura dell’Aquila va oltre. Molto oltre. E accusa appunto alcuni eminenti studiosi, riuniti all’epoca nella Commissione grandi rischi, di non aver saputo preconizzare quanto sarebbe successo di lì a qualche giorno e di non aver quindi disposto l’allontanamento dei cittadini dalle abitazioni. Rendendosi colpevoli di «negligenza, imprudenza e imperizia». E qui la faccenda si fa delicatissima. Perché è vero che la scossa fatale era stata preceduta da una sequenza di fenomeni di minor entità durata settimane. Ma è altrettanto vero che la comunità scientifica internazionale ha sempre negato che sia possibile sapere in anticipo se, dove e soprattutto quando si verificherà un terremoto distruttivo.

Adesso arrivano i magistrati abruzzesi e dicono che no, non è così: la catastrofe può, anzi deve, essere prevista. E chi non lo fa è un omicida da mettere in galera. Un bel salto, non c’è che dire. Una rivoluzione copernicana. Con alcuni corollari non di poco conto. Poiché, pur non avendo le capacità e le conoscenze dei pubblici ministeri dell’Aquila, gli studiosi sono comunque arrivati a individuare alcune zone nelle quali il rischio di eventi sismici è molto elevato e altre dove addirittura si può affermare con certezza che prima o poi qualcosa di grosso succederà, che si fa? Si sgombera, è ovvio. Quindi, chiudiamo Napoli. Via tutti, subito. Abbiamo letto quel che può succedere in caso di risveglio del Vesuvio: un disastro, nessun napoletano può ritenersi al sicuro.

E Messina? Città ad altissimo rischio, lo si è visto nel 1908: 120mila morti. Se ricapitasse (ed è tutt’altro che escluso) altro che omicidio: l’imputazione sarebbe di genocidio. Meglio evitare: via tutti, non c’è un minuto da perdere.
Da evacuare al più presto anche Irpinia, Molise e Friuli: regioni desertificate per futuro sisma terremoto. E vedrete che anche a Los Angeles, non appena sapranno delle scoperte scientifiche che facciamo qui nelle nostre Procure, correranno ai ripari. Altro che star lì ad aspettare il Big One: svuotiamo la California (che ci vuole) e tutti sulle montagne del Colorado. Anche se a pensarci bene, il pericolo valanghe... Ma è obbligatorio per legge prevedere anche le valanghe? Chissà. Però gli tsunami certamente sì: in fondo non sono altro che terremoti subacquei. Quindi almeno le zone costiere dell’Oceano Indiano andrebbero spopolate. Avete visto che cosa è successo appena quattro anni fa, no?.

Ma ve lo immaginate un mondo dove ogni due per tre qualche esperto, nel timore di incorrere nelle ire della magistratura, si mette a gridare: «Pericolo, tutti fuori dalle vostre case»? E quanti giorni (minuti) passerebbero prima che altri Pm cominciassero ad aprire pile di fascicoli per procurato allarme?
Forse bisognerebbe accettare il semplice fatto che c’è un limite alla pretesa di portare qualsiasi cosa accada al mondo in un’aula di tribunale. Un limite naturale. Varcandolo, si rischia di passare dal proverbiale ma innocuo «piove, governo ladro» all’inquietante «trema la terra, governo assassino». Sembra francamente troppo.



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Laura Antonelli: dimenticatevi di me

Corriere della Sera

MILANO

Lino Banfi ha deciso di chiedere pubblicamente, dalle pagine del Corriere, un intervento in suo favore. E il ministro Sandro Bondi questo appello lo ha raccolto promettendo un intervento da parte dello Stato. Ma lei, Laura Antonelli, attrice cult degli anni Ottanta caduta in disgrazia e oggi costretta a vivere con una pensione di circa 600 euro al mese, non vuole che i riflettori tornino ad accendersi su di lei. «Ringrazio Lino Banfi e tutti coloro che si stanno preoccupando di me - ha detto tramite il suo avvocato, Lorenzo Contrada -. Mi farebbe piacere vivere in modo più sereno e dignitoso anche se a me la vita terrena non interessa più. Vorrei essere dimenticata».

IL SI' DI BONDI - Laura Antonelli vive a Ladispoli, non vede la televisione, ascolta solo Radio Maria e vive la propria esistenza solo ed esclusivamente in senso spirituale. «Non posso che essere soddisfatto - ha dichiarato l'avvocato Contrada - se Laura riesce ad avere un aiuto che le consenta di vivere meglio. Fa piacere che ci siano delle persone che si occupino di lei, perchè è sola». Il ministro Bondi aveva fatto sapere, dopo la pubblicazione della lettera di Banfi, di essere pronto a far partire al più presto il riconoscimento della legge Bacchelli per l'ex protagonista di Malizia. La legge Bacchelli prevede l’assegnazione di un assegno straordinario vitalizio a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo e dello sport, ma che versano in situazioni di indigenza: fu già concessa a alla poetessa Alda Merini, ai cantanti Umberto Bindi, Ernesto Bonino e Joe Sentieri, alle attrici Alida Valli e Tina Lattanzi, all’eroe di guerra Giorgio Perlasca.

SONO MORTA DA ANNI - Banfi e la Antonelli si sono rivisti pochi giorni fa dopo 22 anni di lontananza: «Io sono morta da anni», gli ha detto la Antonelli mostrandogli la dispensa, con del cibo regalato da qualche benefattore e dalla parrocchia. «Tanti hanno abusato della mia bontà - gli ha raccontato - forse anche della mia fragilità e dicono che non sono capace di intendere e volere. Ti prego Lino parla con qualcuno, tu sicuramente, amato da tutti, sarai ascoltato. Io non credo di avere ancora molto da vivere, però vorrei vivere dignitosamente». Da qui un appello di Banfi anche al presidente del Consiglio: «Caro Silvio, per quel poco che credo di conoscerti sono certo che farai qualcosa». La Antonelli, attrice diventata una icona sexy del cinema italiano da Malizia in poi, fu coinvolta in una storia di droga nel 1991, e fu prosciolta dalle accuse, poi tentò il ritorno sulle scene con Malizia 2000 ma, sottoposta a una operazione di chirurgia plastica, le fu quasi sfigurato il viso e sparì dalle scene.

Redazione online
03 giugno 2010







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Ristrutturazioni in regalo ai potenti Spunta una nuova «lista Anemone»

Corriere della Sera
Un elenco con 30 nomi «vip». Accertamenti su Propaganda Fide

ROMA - Decine e decine di lavori inseriti nella «lista Anemone» non sono mai stati pagati. I primi accertamenti compiuti dalla Guardia di finanza dimostrano come gli interventi servissero soprattutto a soddisfare i desideri dei potenti. Gli investigatori hanno acquisto i contratti stipulati con i fornitori, i preventivi, alcune fatture. E dopo aver esaminato la contabilità aziendale hanno scoperto che in moltissimi casi non risultano versati soldi da proprietari e affittuari. Ora si va avanti, confrontando questi dati con quelli acquisiti nei computer di altri collaboratori del costruttore Diego Anemone, indagato di associazione per delinquere e corruzione. In particolare ci sarebbe un elenco trovato presso uno l'ufficio di uno dei geometri, che conterrebbe una trentina di nomi con accanto alcune cifre. Clienti famosi che avrebbero avuto contatti con lo stesso Anemone e sui quali si stanno svolgendo ulteriori accertamenti, anche per stabilire se alcuni possano aver ottenuto incarichi di consulenza.

MATTONELLE E PARQUET - L'imprenditore è stato convocato questa mattina per essere interrogato, ma avrebbe già deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. La prossima settimana dovrebbero essere invece ascoltati Guido Bertolaso e Antonio Di Pietro. Entrambi chiamati a fornire spiegazioni sulle case in affitto che avrebbero avuto nella propria disponibilità, così come è stato rivelato dall'architetto Angelo Zampolini, che era stato delegato a compiere operazioni immobiliari. Il professionista ha dichiarato di aver pagato, per conto di Diego Anemone, il canone mensile dell'appartamento di via Giulia utilizzato dal capo della Protezione civile dal 2003 al 2006. E ha svelato l'esistenza di altre due abitazioni della congregazione Propaganda Fide che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto grazie all'interessamento di Angelo Balducci. Dimore che sarebbero state tutte ristrutturate dalle aziende dell'imprenditore finito sotto inchiesta.

Nei giorni scorsi è stato ascoltato il fratello del costruttore, Daniele, che custodiva nel suo computer presso la sede della Anemone Costruzione la lista ritrovata durante una verifica fiscale. Ai finanzieri avrebbe detto che molti interventi annotati «erano in realtà sopralluoghi ai quali non si è poi dato seguito». Una versione che non appare affatto credibile. Più concreta appare l'ipotesi che si trattasse in realtà di favori e per questo i controlli si stanno concentrando sulle ristrutturazioni concesse ai politici, ai funzionari dello Stato e agli enti pubblici che avrebbero poi agevolato le ditte di Anemone nell'aggiudicazione degli appalti. E dunque, proprio per verificare la corrispondenza tra fatture emesse e pagamenti, sono stati acquisiti tutti i contratti stipulati con i fornitori. Mattonelle, parquet, sanitari: sono proprio gli accertamenti sugli ordinativi del materiale utilizzato per i lavori negli appartamenti a dimostrare che in molti casi nulla è stato versato dai committenti. Oppure che la cifra richiesta fosse di gran lunga inferiore al valore reale dei lavori effettuati.

GLI AFFARI CON I PRELATI - Controlli mirati sono stati disposti dai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi pure sui rapporti tra il costruttore e Propaganda Fide, certamente favoriti da Angelo Balducci che era uno dei componenti del comitato dei saggi della Congregazione, nominato dal cardinale Crescenzio Sepe. Bisogna infatti verificare come sia riuscito a ottenere l'esclusiva della manutenzione degli stabili. Una traccia concreta è arrivata dal racconto dell'autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi, il primo a raccontare che «Diego effettuava lavori per politici e prelati» e gli incontri «con monsignor Francesco Camaldo, dove lo accompagnavo spesso».

Il nome del cerimoniere del Papa è contenuto nella lista accanto all'Università Cattolica San Giovanni. E nell'elenco ci sono molte altre annotazioni che si riferiscono a immobili del Vaticano. Oltre alla Congregazione del preziosissimo sangue dove economo era don Evaldo Biasini, ci sono la «Casa di santa Rita», «S. Agostino», alcune chiese, «via 4 fontane, prete», «Ancona, Duomo». Il sospetto degli investigatori è che nei rapporti con la Santa Sede Anemone si facesse pagare soltanto una piccola parte della cifra e che poi si tenesse il resto come provvista in contanti da utilizzare al momento del bisogno, anche per versare tangenti.

Fiorenza Sarzanini
04 giugno 2010





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