domenica 6 giugno 2010

Porno attore uccide collega con una spada Inseguito, cade da un dirupo e muore

Corriere della Sera

Ripresa dalle telecamere la tragica fine di un 34enne.
Il raptus sul set, dopo aver saputo del licenziamento

Video

MILANO

Uccide un collega con una spada da samurai e ne ferisce altri due sul set di un film a luci rosse, poi tenta una fuga disperata, inseguito da polizia e telecamere. Alla fine precipita da un dirupo: morte in diretta tv. E' degna di un copione hollywoodiano la tragica fine di Stephen Clancy Hill, 34 anni, noto nel mondo della pornografia con lo pseudonimo di «Steve Driver». Il porno attore stava girando un film nella San Fernando Valley, in California, località conosciuta negli Usa come «Porn Valley» per l'industria di film per adulti. La furia di Hill si è scatenata, riportano i quotidiani locali, quando gli è stato comunicato il suo licenziamento in tronco; avrebbe anche dovuto lasciare immediatamente l'alloggio messogli a disposizione dalla produzione. L'uomo, preso da un raptus, ha brandito una spada da samurai che ha trovato sul set e si è scagliato su tutti quelli che ha incontrato. Il suo collega attore Herbert Hin Wong, che si era intromesso per cercare di salvare la vita a uno dei presenti, è stato colpito da un fendente ed è morto; altre due persone sono rimaste ferite. Hill, che aveva già un precedente per aggressione armata nel marzo del 1999 nel Maryland, è fuggito a bordo del suo Suv.

Stephen Clancy Hill
Stephen Clancy Hill
LA FINE - Il porno attore è stato raggiunto dalla polizia dopo che si era arrampicato su una parete rocciosa nel distretto di West Hills, nella San Fernando Valley. Hill è rimasto lì, seduto sul ciglio di un burrone e circondato da decine di agenti, per circa 8 ore, sempre inquadrato dalle telecamere. Minacciava di uccidersi, e intanto preparava una corda per tentare di calarsi più in basso. All'improvviso è precipitato ed è morto. Forse è stato colpito da un'arma stordente usata da un agente, ma Kirk Albanese, vice capo della SWAT di Los Angeles, ha rifiutato di discutere i dettagli: non è chiaro se il colpo abbia raggiunto Hill e l’abbia fatto precipitare di sotto o se il colpo sia andato a vuoto e Hill si sia gettato intenzionalmente. Immediati, ma inutili, i soccorsi. Tutta la scena è stata ripresa da più angolazioni, anche da un elicottero. Proprio come in un film, ma di quelli che finiscono male.

Redazione online
06 giugno 2010



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E durante l'Inno nazionale, Marchisio aggiunge «ladrona» a Roma

Corriere della Sera

Il giocatore della Juventus e della Nazionale «cambia» le parole di Mameli mentre canta prima di Svizzera-Italia.
Il ct Lippi: è un ragazzo serio, non credo proprio

Guarda il video
ROMA - Il centrocampista della Juventus e della Nazionale Claudio Marchisio è finito sotto la lente di ingrandimento. Sul web, infatti, in particolare in alcuni blog di tifosi romanisti subito ripresi da altri, circola un video (guarda) di sabato sera (prima dell'amichevole di Ginevra contro la Svizzera) che immortalerebbe lo stesso Marchisio che durante l'inno di Mameli aggiunge «ladrona» alla frase «che schiava di Roma, Iddio la creò».

I COMPAGNI - Nel video, si nota anche come alcuni compagni di Nazionale si voltino verso di lui con un atteggiamento di sorpresa. E impazza sulla Rete il dibattito su quello che avrebbe detto davvero il bianconero. Secondo molti (soprattutto romani e romanisti) Marchisio avrebbe modificato modifica il testo di Mameli inserendo l'aggettivo «ladrona» dopo le parole «... chè schiava di Roma...». Secondo altri, invece il giocatore avrebbe solo ripetuto due volte «di Roma» perdendo il tempo, scatenando la sorpresa (e la risata) di Fabio Cannavaro e Vincenzo Iaquinta che gli erano accanto.

IL CT LIPPI - «Marchisio è un ragazzo fantastico, serio, esemplare: non credo proprio che abbia detto una cosa del genere...»: così Marcello Lippi commenta le polemiche nate dal video. Il ct, informato mentre è a riposo a Viareggio, è a sua volta sorpreso: «Non credo proprio. Sanzioni a Marchisio? Ma per favore...».

Redazione online
06 giugno 2010




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Polemica sulle crocerossine tra La Russa e la figlia di Strada

Corriere della Sera
Il fondatore di Emergency: non volevamo offendere

Polemica sulle crocerossine

tra La Russa e la figlia di Strada


La crocerossina oggetto di un plateale gesto di  apprezzamento da parte di Silvio berlusconi il due giugno. duranta la  parata militare a Roma per la festa della Repubblica

ROMA

«Di che vi meravigliate? Lei, prima di sposarsi, sfilava a Palazzo Pitti. Lavorava nella moda, faceva proprio l'indossatrice...». Così racconta il fratello Riccardo, progettista di barche a vela per bimbi e persone disabili. Sfilare, insomma, per Barbara Lamuraglia, è sempre stata una passione vera, un'arte, oltreché un lavoro. Perciò, come poteva passare inosservata, il 2 giugno ai Fori imperiali, seppur vestita da crocerossina? (Guarda la foto) E infatti, pur essendo donna riservatissima, madre di due figli e moglie di un famoso chirurgo, il professor Domenico D'Ugo, primario al Policlinico Gemelli, la signora Lamuraglia è finita sui giornali. I fotografi hanno subito immortalato la smorfia d'apprezzamento di Silvio Berlusconi nei suoi riguardi.

E qualcuno, il giorno dopo, ha ravvisato pure una certa somiglianza tra lei e Veronica Lario. Insomma, gossip puro. Se non fosse che la signora Barbara è una volontaria convinta della Croce Rossa Italiana, assiste i malati in sala operatoria e presta servizio attualmente alla Mater Dei, prestigiosa clinica dei Parioli. «L'anno scorso era a L'Aquila per il terremoto e il giorno dei funerali le telecamere la ripresero di nuovo accanto a Berlusconi, ma nessuno disse nulla, nessuno se ne accorse, manco lei...», continua stupito il fratello Riccardo. Tutto questo clamore, però, alla fine ha scatenato le polemiche. È successo quando Cecilia Strada, presidente di Emergency, su Facebook ha espresso un commento: «Ho provato ad immaginare le meravigliose infermiere di Emergency che marciano alla parata militare. Niente da fare, non ho abbastanza fantasia...». Non l'avesse mai detto. Indignato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: «La signora Strada porti più rispetto alla Cri. La sua squallida ironia ha dato il "la" solo a insulti e volgari strumentalizzazioni». Anche il presidente della Cri, Francesco Rocca, è insorto: «La signora Strada dovrebbe rispettare chi dona la propria vita al volontariato e al prossimo, in silenzio».

Cecilia Strada
Cecilia Strada

Un pandemonio. Di fronte al quale il papà di Cecilia, Gino Strada, è rimasto di stucco: «Sì, è vero, le nostre infermiere non sfilerebbero mai a una parata militare. E allora? Non mi pare, però, che Cecilia abbia voluto offendere qualcuno. Se poi vogliamo proprio dirlo, noi quelli della Cri non li abbiamo mai visti nè mai incontrati in Afghanistan, in Sudan, in Cambogia. Ma questo è un altro discorso, mi pare». La figlia, Cecilia, è ancora più sorpresa: «Ragazzi, per favore, niente polemiche inutili. Io non ho mai scritto una riga contro le crocerossine, non solo oggi ma in tutta la mia vita». La verità è che, come spesso accade in internet, dopo il suo commento se ne sono aggiunti altri che invece prendevano in giro pesantemente la signora Lamuraglia: «Ma non possono certo essere imputati a me - osserva Cecilia - Se aprite la pagina di Facebook del ministro Frattini ci troverete anche messaggi tipo "morte a Israele", non certo attribuibili al ministro...Piuttosto, sono i giornali che hanno offeso la signora. Trascurando tutto il suo impegno e divertendosi a paragonarla chi a Veronica e chi a Edwige Fenech...». Così, in serata, la tempesta si è placata. Cecilia Strada è stata al telefono un'ora abbondante col presidente Rocca e una mezz'oretta anche con La Russa: «Tutto chiarito - garantisce il ministro - È stato solo un equivoco. La vicenda è chiusa».

Fabrizio Caccia
06 giugno 2010





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Casini: «Di Pietro è uno sciacallo»

Corriere della Sera
Il leader dell'Udc attacca l'ex pm: «Costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del Paese»


ROMA


«Per me Di Pietro è uno sciacallo, che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del Paese». Lo afferma il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, intervistato da Maria Latella su Sky, a proposito dell'autodifesa che l'ex pm fa di se stesso dalle colonne del Corriere della Sera in merito alle zone d'ombra sulla sua carriera politica. «Di Pietro - aggiunge Casini - ci ha spiegato per anni che un conto sono le verità processuali, un conto sono le necessità che un politico ha di essere al di sopra di ogni sospetto nei comportamenti. Ora Di Pietro valuti se il suo comportamento da magistrato e da uomo politico è stato al di sopra di ogni sospetto. Non è la moglie di Cesare». Casini punta il dito anche contro l'Italia dei valori, la cui politica viene definita «irresponsabile».

LA REPLICA DELL'IDV - Non si fa attendere la replica dell'Idv: «L'onorevole Pier Ferdinando Casini abbia più rispetto del nostro impegno a difesa della realtà costituzionale - dice Leoluca Orlando, portavoce dei dipietristi - e non faccia accattonaggio di attenzione da parte del perverso sistema di potere berlusconiano del quale ha fatto parte e nel quale cerca di rientrare attaccando Italia dei Valori, che è e rimane, nonostante tutto e tanti, alternativa coerente al sistema dell'illegalità e dei conflitti di interesse di Silvio Berlusconi e delle sue marionette di ieri, oggi e domani». «L'onorevole Casini - aggiunge l'ex leader della Rete - pensi piuttosto a liberare il suo partito da presenze politiche che sono vere e proprie disgrazie per tante realtà regionali del nostro paese e non si illuda: non riuscirà neanche lui a farci tacere».

DE MAGISTRIS: «CASINI TACCIA» - Sulla vicenda interviene con una nota anche Luigi de Magistris, eurodeputato IdV: «Casini farebbe bene a tacere, visto che la sua strategia è quella dei due forni, che tradotto in parole semplici consiste nella viltà di non scegliere da che parte stare». «L'Udc - prosegue l'ex pm - abdica alla coerenza politica e al coraggio delle idee per seguire solo la strada dell'accordo vantaggioso in termini elettorali o di potere, disinteressandosi del bene del Paese. L'aggressione all'Italia dei Valori, cioè all'unica forza di opposizione che non ha mai fatto sconti al governo, testimonia come sia in atto un riassemblamento dei poteri forti al centro, per spartirsi la guida del Paese magari sulle ceneri di Berlusconi. Un piano puntellato da poteri forti i quali da tempo conducono una campagna di fango verso l'Italia dei Valori. Casini - conclude de Magistris - ricordi al Paese, invece, che senza Cuffaro egli non siederebbe in Parlamento e spieghi le frequentazioni affaristiche del suo segretario nazionale».

Redazione online
06 giugno 2010





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Tronchetti Provera: "Ecco la verità su Telecom"

di Nicola Porro

Il presidente di Pirelli: "L'unica cosa giusta che racconta Tavaroli è che sono indipendente e quindi pago un prezzo.

La politica mi costrinse a cedere l'azienda.

Avevo un'offerta Usa molto più generosa, ma la bloccarono"


 
Tavaroli, Cipriani, Ghioni, tutti ex dipendenti o comunque a contratto con Pirelli e Telecom, dicono che Marco Tronchetti Provera era a conoscenza dei dossier illegali che confezionavano. Possibile che mentano tutti?

«Mettiamo le cose in ordine - dice subito Tronchetti nella sua prima intervista su questa vicenda -. Tutte le persone che lei cita riferiscono cose dette o riportate da Tavaroli (l’ex capo della security Telecom e Pirelli, ndr). Nessuno di questi signori può infatti sostenere di avermi parlato o passato personalmente un documento di carta. Per quanto riguarda Tavaroli, invece, nei suoi numerosi interrogatori davanti ai magistrati dice che sia il sottoscritto sia Buora siamo persone per bene e ammette di non averci mai consegnato alcun dossier. Uno dei motivi per i quali non sono entrato nel processo. Quello che i signori dicono fuori dalle aule giudiziarie è tutt’altra cosa. Pensi che Cipriani riferisce di un Tavaroli che con il dossier sotto il braccio si precipitava di continuo nella mia stanza. Lo stesso Tavaroli nell’intervista di ieri lo smentisce. Insomma sui giornali si legge di tutto».

Ma proprio nell’intervista di ieri a «Repubblica», Tavaroli dice che lei sapeva tutto.
«Tavaroli sostiene cose, ancora una volta, che non sono in linea con la verità e in contraddizione con la sua stessa verità processuale. L’unica cosa corretta che dice è che sono un persona indipendente e che per questo ho pagato e pago un prezzo».

Ritorniamo a quella che lei definisce verità processuale.
«Sia di fronte al giudice Gennari sia davanti ai Pm, Tavaroli dice esattamente l’opposto di quanto ha dichiarato a Repubblica. È agli atti».

E Tronchetti inforca gli occhialini e inizia a leggere l’interrogatorio in cui Tavaroli ammette che pur di uscire di galera sarebbe pronto a dire qualsiasi cosa, ma non può mentire. «E che vi devo dire? - Tronchetti legge un verbale di Tavaroli davanti al Gip nel 2007 -. Cioè vi devo dire che Tronchetti è un delinquente? Ma non è vero. Che Buora è un delinquente? Non riesco. Cioè non mi viene. Mi piacerebbe, non glielo posso dire. Son gente di cui non ho idea di illeciti. Anzi tutto il contrario. È gente che mi ha sempre chiesto di operare nella tutela della legalità».

Ritorniamo ai casi specifici. Tavaroli e il suo amico Cipriani sostengono che lei abbia commissionato dossier sull’universo mondo. Ma anche sui filippini al suo servizio, sulla guardarobiera di sua moglie, sulle sue figlie bloccate alla frontiera di Sankt Moritz. Difficile immaginare che queste pratiche non fossero da lei richieste.
«Non facciamo confusione. Io non ho mai commissionato un dossier a nessuno. Ho in azienda una persona di fiducia, che si occupa di sicurezza. Se ho un piccolo problema, mi viene naturale chiedergli una cortesia per risolverlo. Insomma ho i miei figli bloccati per un errore in frontiera, e gli chiedo di fare una telefonata per controllare cosa sia successo. E altrettanto vale per il figlio di un mio amico che aveva dei seri problemi con la droga. Che poi Tavaroli si rivolgesse a Cipriani mi era del tutto oscuro. È normale che mi rivolgessi a un uomo di fiducia, con un passato nelle forze dell’ordine e che per di più curava la security di un gruppo complesso come il nostro»

Si trattava di semplici telefonate?
«Sì, mai un dossier. Bisogna dunque distinguere bene le cose. In casi eccezionali ho chiesto delle cortesie, banali e semplici, a un uomo della sicurezza. Ma l’attività di dossieraggio era ben altra cosa. E mettere insieme le due vicende è assurdo».

Le si può contestare l’utilizzo di strutture aziendali per uso privato?
«Non mi sembra il caso. In rarissimi casi ho chiesto una cortesia a una persona che per la funzione che ricopre ha dei contatti. La stessa cosa ho fatto in casi eccezionali con un medico, consulente della Pirelli con relazioni in tutto il mondo, quando qualcuno ha avuto un problema di salute serio».

Tavaroli accenna a una riunione al vertice sulla fuga di notizie riguardo a Telecom, in cui si metteva sotto osservazione il sindaco Casiraghi?
«È una cosa dissennata. La dottoressa Casiraghi è stata per anni sindaco del gruppo e non ha mai avuto a che ridire sulle strutture di governance all’interno delle aziende, e attribuirle soffiate alla stampa mi sembra scorretto».

Mi scusi Tronchetti, ma la Casiraghi collaborava con Massimo Mucchetti, che guarda caso è stato oggetto di un tentativo di spionaggio. Insomma sarà pure una cosa dissennata ma il giro, diciamo così, Casiraghi-Mucchetti qualche attenzione illegale l’ha subita?
«Anche qui mi rifaccio alle parole di Tavaroli. Tronchetti si mette a leggere di nuovo il verbale in cui Tavaroli davanti al giudice Gennari dice: “Il dottor Tronchetti non ha mai chiesto un’indagine su Mucchetti e su altri”. Per quanto riguarda i rapporti tra Tavaroli e Mucchetti è interessante vedere un altro passaggio dell’interrogatorio di Tavaroli in cui, chi scrive, legge nel verbale: “Mucchetti è una pessima persona. Mucchetti è uno che quando l’ho incontrato mi ha offerto di tutto perché mi ha detto: Io voglio vedere il dottor Tronchetti in galera. Lo odio. E mi ha offerto di tutto per vendermi qualsiasi cosa del dottor Tronchetti perché lui doveva far un libro per rovinare il dottor Tronchetti perché lo vuole vedere in galera. Queste sono le parole che lui ha detto a me”. Questo è ciò che Tavaroli dice davanti ai magistrati e che dà uno squarcio interessante di quali fossero rapporti e sentimenti».

Ma perché secondo lei Tavaroli la difende a spada tratta davanti al giudice a costo di restare in galera, mentre oggi la molla?
«È certamente un comportamento anomalo, quello di chi ha tante verità quanti sono i suoi interlocutori. Ma non è l’unico in questa vicenda. Pensi a quello di Cipriani. Pochi mesi fa ha chiesto, attraverso i suoi avvocati, un accordo transattivo da 4 milioni. Noi rifiutiamo. E ora viene in Tribunale e come se nulla fosse dice tranquillamente di aver operato su mio mandato. E per quale motivo solo pochi mesi fa allora voleva fare un accordo per restituire dei soldi? Per il suo buon cuore? Si tratta evidentemente di un modo per turlupinare l’opinione pubblica e comunicare il falso».

Ma in realtà tra lei e Cipriani qualche rapporto esiste. C’è una fattura di una società di Cipriani per la sicurezza del matrimonio di sua figlia?
«Io ho la fortuna di avere due figlie che hanno sposato due bravi ragazzi, ma se lei mi chiede chi ha fornito il catering o chi si è occupato dei trasporti o della sicurezza non le sarei in grado di risponderle. Ci saranno sicuramente fatture a mio nome, ma non per questo conosco e ho rapporti con tutti i fornitori del matrimonio».

Torniamo alle accuse mediatiche di Tavaroli. È vero che lei ha organizzato una colazione con il giudice Caselli per approfondire una vicenda legata a Luca Cordero di Montezemolo, a ridosso della sua elezione alla presidenza di Confindustria?
«È vero, l’ho detto anche ai magistrati nella mia testimonianza. È avvenuto per il tramite di don Ciotti ed evidentemente Tavaroli ne era al corrente».

Ma quale era il problema con Montezemolo e perché se ne occupava lei?
«C’era stato un attacco fatto in Assolombarda, l’associazione industriali di cui faccio parte, e riguardava alcune vecchie storie. Il giudice Caselli mi ha confermato che non c’era nulla a sua conoscenza che riguardasse Montezemolo di recente. E non c’era dunque nessuna ragione che gli impedisse di ricoprire un ruolo pubblico».

In tutta questa brutta vicenda ricompare come un fiume carsico un famigerato dvd di Cipriani contenente tutti i dossier illegali. Tavaroli dice che lei era preoccupato perché la Procura ci aveva messo le mani sopra e aveva la password per decrittarlo.
«Dobbiamo fare un passo indietro. A fine 2005 ci rendiamo conto che mancava una parte della documentazione che giustificasse fatture di società estere riferibili a Cipriani. Per farla breve dopo una certa consultazione tra legali, Tavaroli mi disse che era in grado di produrre le pezze giustificative. Quando a marzo-aprile del 2006 non ottenemmo alcun riscontro capimmo che il rapporto fiduciario con Tavaroli si era rotto. Gli abbiamo chiesto di lasciare l’azienda e abbiamo inviato alla magistratura copie delle fatture. In questa fase si inserisce la storia del dvd. Prima dell’uscita di Tavaroli c’era arrivata attraverso un legale di Cipriani l’offerta di un dvd dove, stando a quanto dicevano, erano conservati i dossier e altro materiale. Rifiutammo. E dicemmo di inviarli direttamente alla magistratura».

Quindi voi avete detto di inviarlo alla magistratura?
«Non so cosa ci fosse nel dvd. Ma la cosa certa è che noi non abbiamo mai avuto nessun timore che il dvd finisse ai magistrati. Anzi siamo stati noi a chiederlo»

Non era neanche interessato a sapere chi si celasse dietro al misterioso fondo Oak che partecipò all’Opa di Colaninno su Telecom? Per anni si è fantasticato di partecipazioni nascoste e scottanti.
«Ma si figuri. Quando entrammo in possesso di Telecom il problema non era quello dell’Opa passata, ma semmai dell’indagine Telekom Serbia. E sulla vicenda demmo l’incarico all’ex presidente della Corte costituzionale Corasaniti di dialogare con la commissione parlamentare di inchiesta avendo pieno accesso a tutte le carte dell’azienda, perché non volevo coinvolgere l’azienda. Quando nel 2002 negoziammo l’uscita totale da Telekom Serbia, Tavaroli, che in un viaggio aveva accompagnato Buora nell’operazione, mi disse che gli avevano offerto della documentazione che poteva interessare le indagini. Dissi a Tavaroli di consegnarle alla magistratura se rilevanti».

Va bene, ma la sua security passò un bel po’ di tempo a occuparsi di Oak found. E anche in questo caso l’interesse poteva apparire aziendale. Semplifico: lei non era molto gradito al governo Prodi, dimostrare che D’Alema e amici avessero avuto un ruolo nel fondo le avrebbe dato in mano un arma nucleare.
«E anche in questo caso le rispondo come ha fatto Tavaroli nell’interrogatorio che ha avuto davanti alla Procura il 31 maggio 2007. Si consuma il solito rito delle carte e degli occhiali e Tronchetti inizia a leggere il verbale in cui Tavaroli dice, e siamo nel gennaio 2006: “Il presidente Tronchetti mi chiese conferma del fatto se nei dossier vi fossero indagini riguardanti politici. Risposi che mi ricordavo, oltre a quelle che stavano emergendo, che vi era l’operazione Oak found, nelle cui conclusione si attribuiva il fondo al partito Ds. Il presidente si inquieta chiedendomi conto di questo incarico”. Lo stesso Tavaroli davanti ai giudici ammette quindi che io non ne sapevo nulla e che quando lo seppi mi inquietai, come dice lui. E se vuole le dico che è uscito sui giornali che il fondo era gestito da Magnoni ed era partecipato dall’ex proprietario della Campari, Rossi».

È vero che Tavaroli però le procurava dei buoni rapporti con alcuni politici?
«La questione D’Alema a cui si riferisce è presto detta. È una balla. Avevo un rapporto diretto, come è naturale, con D’Alema. Credo piuttosto che Tavaroli, alla ricerca di un modo per accreditarsi, abbia cercato per fatti suoi di metterci in contatto: cosa che però non serviva. Operazione che avrà fatto anche con altri politici. Brancher l’ho conosciuto una volta allo stadio, grazie a una occasionale presentazione di Tavaroli. Ma poi non l’ho più rivisto. Anche in un altro punto Tavaroli si contraddice. A Repubblica afferma che ero io a chiedere il suo ritorno alla security di Telecom. Ai magistrati invece dichiara: “Preciso che nel gennaio 2006 pareva che dovessi rientrare in Telecom; ebbi un colloquio alla presenza di Giancarlo Valente con il presidente Tronchetti nel suo ufficio di Piazza Affari a Milano. In quella circostanza il presidente mi comunicò che non trovandosi alcune pratiche degli incarichi affidati a Cipriani era inopportuno che io tornassi in azienda”».

Tavaroli dice che si stavano anche occupando di Calciopoli?
«È vero ciò che dice. Moratti si era rivolto a Tavaroli, su mio consiglio, perché aveva delle questioni delicate da affrontare su vicende arbitrali che poi portarono a Calciopoli. Quello che è successo è un po’ diverso: Moratti è andato direttamente dalla Boccassini a denunciare ciò che aveva saputo. Ma alla fine il giovane arbitro che poteva svelare tutta la vicenda non se la sentì di testimoniare e tutto è saltato».

Era la stessa security che teneva d’occhio Vieri...
«C’era il timore che Vieri conducesse una vita non da sportivo e Moratti si chiedeva cosa facessero le altre squadre in tema di sicurezza. È stato normale chiedere al responsabile della sicurezza Pirelli cosa si potesse fare. Si trattava solo di una consulenza».

Ma tutte queste attività, diciamo così collaterali, e per di più svolte con Cipriani e altri consulenti non facevano scattare un campanello di allarme nei costi della security?
«Non è così semplice. Le dico solo che un funzionario dell’amministrazione era riuscito dal 1999 al 2003 a sottrarre 10 milioni all’azienda senza che nessuno se ne accorgesse. Poi ne abbiamo recuperati quattro. Ma i campanelli d’allarme in due società che complessivamente avevano oltre 120mila dipendenti, esborsi per gli acquisti che solo per Telecom ammontavano a circa 12 miliardi di euro all’anno, possono non suonare immediatamente. Nel caso della Security il budget annuo ammontava a 50 milioni. Quelli relativi a servizi affidati ad esterni erano meno di 10 milioni. Il resto erano acquisti di apparati per la sicurezza di rete, software, centraline, generatori in caso di black out. Non è facile cogliere anomalie».

Mentre era piuttosto facile cogliere l’anomalia dei media vicini all’ingegner De Benedetti nei suoi confronti è dunque molto suggestivo il pensiero che lei avesse potuto chiedere alla sua struttura di darle qualche informazione riservata, come dice Tavaroli?
«In quella fase gran parte dei media, come scrisse anche il pm Napoleone, hanno contribuito a creare l’illusione collettiva delle intercettazioni telefoniche. Si continuavano a pubblicare foto che alludevano a grandi orecchi Telecom che ascoltavano per mio conto il Paese. Tutto ciò si è rivelato una grossa balla: come ha anche denunciato Guido Rossi al Copaco nell’ottobre 2006 non vi è evidenza di una sola intercettazione. Era un modo per deleggittimarmi. Dice la verità Tavaroli quando dice che volevano fare fuori un imprenditore indipendente. Dal gennaio del 2005 a fine 2006 milioni di italiani sono stati bombardati dall’illusione delle intercettazioni. Quando lascio la gestione di Telecom la cosa svanisce e perde appeal».

E il dossier su De Benedetti?
«L’unica cosa che so è grazie a De Benedetti stesso. Davanti a un testimone mi ha riferito che nel dossier che lo riguarda non c’è nulla. Anzi no, sostiene di essersi stupito del fatto che ci sono i numeri di telaio di tutte le sue automobili. Ma io quel dossier non l’ho visto».

E l’ingegnere come ha fatto?
«Non lo so lo chieda a lui».

Lei ha visto qualche dossier?
«Neppure uno».

Erano tutti nel famoso dvd?
«Così hanno detto. Anche se una parte li abbiamo trovati noi, in un ufficio della Bicocca che era utilizzato dalla security. Non appena li abbiamo visti, li abbiamo sigillati e inviati alla Procura».

Tavaroli nella sua intervista allude a un sua spallata, che avrebbe dato a Leopoldo Pirelli con Tangentopoli...
«Questa è la cosa che mi ferisce di più, capisco l’amarezza per una persona che si è trovata nella situazione in cui si è trovato Tavaroli, però certe cose superano anche dal punto di vista umano la soglia accettabile. Leopoldo lasciò gli incarichi operativi dell’azienda tra la fine del ’90 e l’inizio del ’91, prima di Tangentopoli. Mediobanca nelle persone di Cuccia, Maranghi e Braggiotti mi chiese di assumere la responsabilità dell’azienda. Io dissi che non la avrei assunta senza la richiesta di Leopoldo e senza che a quest’ultimo fosse conferita la presidenza».

C’è chi ritiene che ci sia un certo occhio di riguardo da parte della Procura di Milano nei suoi confronti e di quelli di un’azienda storica come Pirelli. Un po’ sul modello della Fiat a Torino?
«Se lei guarda gli interrogatori che il giudice e i Pm hanno fatto a Tavaroli vede quante volte è costretto a ripetere che sa benissimo che se mettesse in mezzo il sottoscritto o il dottor Buora sarebbe la via più facile per uscire di galera ma come le ho già detto non lo fa, nonostante Pm e giudici lo incalzino. Oggi Tavaroli sostiene che ci sono prove importanti contenute nei computer. È stato quasi un anno in prigione, bastava che tirasse fuori un documento, una mail per uscire e tornare a casa dai suoi figli, perché non lo ha fatto? Forse perché le prove non esistono, né nei pc né da nessuna altra parte».

Teme che con il rinvio delle carte alla Procura fatto dal gup si possa riaprire la sua vicenda processuale?
«Noi abbiamo denunciato dei comportamenti illeciti. Tutto ciò che avevo da dire l’ho testimoniato in quattro diverse occasioni durate qualche decina di ore».

Ma il fatto che Cipriani & Co. non siano stati rinviati a giudizio per appropriazione indebita ma «solo» per associazione a delinquere e corruzione non apre scenari nuovi?
«Occorre leggere le motivazioni».

È tranquillo dunque?
«Ma veda, un risultato tutta questa vicenda lo ha avuto. È stato alimentato un processo mediatico che ha contribuito ad indebolirmi nel momento in cui cercavo un percorso di sviluppo per la Telecom. Inoltre oggi qualcuno vorrebbe usare questi ultimi schizzi di fango per condividere le responsabilità che come emerge da quanto detto sono chiare e definite».

Lei pensa che senza la campagna di stampa, oggi sarebbe ancora in Telecom?
«Penso che senza le pressioni mediatiche e le ingerenze politiche sarebbe stato possibile portare avanti quel percorso di sviluppo cui facevo riferimento».

E il governo Prodi, la politica ci hanno messo il loro zampino?
«Questo lo lascio valutare a lei. Pensi però al fatto che il prezzo che mi venne pagato dalle banche per cedere tutta Telecom è pari all’offerta che mi avevano fatto At&T e American Moviles per una minoranza e non già per tutta la mia partecipazione. Ancora più chiaramente: oggi avrei incassato dagli americani la stessa cifra che ho preso dalle banche, ma in più sarei rimasto al 33 per cento del gruppo. Fui costretto a rinunciare a quell’offerta per le ingerenze esterne che subii in quella fase. Ne è testimonianza l’inusuale presa di posizione che fece in quell’occasione l’ambasciatore americano sul Corriere della sera e che denunciava la difficoltà di fare investimenti in Italia».





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Nave da sogno, una mail inguaia Briatore

IL Secolo xix

«Caro Flavio...ma sei matto? Vuoi che alla fine un pm si occupi della società e della gestione della barca?». A volte ci si può rovinare (quasi) da soli. E oggi si scopre che, a tradire Flavio Briatore facendogli perdere lo yacht, è stato un datato scambio di mail con uno dei suoi legali. Un carteggio telematico nel quale il manager, e chi oggi lo assiste, certificavano in tempi non sospetti qualche dubbio sulla regolarità nella gestione del “Force Blue”, il sessanta metri sequestrato il 20 maggio dalla Guardia di finanza al largo della Spezia.


È un documento scovato a sorpresa dalle Fiamme Gialle, che ha rappresentato una delle prove principali con cui il tribunale del Riesame nelle ultime ore ha respinto la richiesta di dissequestro dell’imbarcazione. Il gioiello resta insomma nelle mani della giustizia, almeno per il momento, dopo che i giudici hanno depositato in gran segreto il provvedimento che accoglie le tesi del sostituto procuratore Walter Cotugno.

Tecnicamente, Briatore avrebbe «contrabbandato» il carburante pagandoci assai meno tasse (4 milioni di euro) del dovuto, e per questo era stato pure iscritto sul registro degli indagati. Dopo l’udienza di venerdì, il Riesame si era riservato la decisione e tutti si aspettavano un pronunciamento per domani, ma il «no» è stato anticipato d’un paio di giorni.





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Jesolo, compra falsa griffe: 1000 euro di multa

di Redazione

Compra sulla spiaggia per sette euro un borsellino griffato e viene sanzionata con una multa da 1000 euro dai vigili urbani che avevano assistito alla scena.

Il sindaco: "E' doveroso combattere questo fenomeno"


 
Jesolo - Compra sulla spiaggia per sette euro un borsellino griffato ma autenticamente falso da un vu cumprà e viene sanzionata con una multa da 1000 euro dai vigili urbani che avevano assistito alla scena. È accaduto sulla spiaggia di Jesolo, dove da qualche giorno è stata dichiarata guerra al commercio abusivo. A vedersi consegnare il primo verbale di multa della stagione è stata una turista austriaca di 65 anni, in vacanza nella località balneare veneziana. La donna è stata colta sul fatto da due agenti della polizia locale appostati con il binocolo in una altana di salvataggio nei pressi di Piazza Mazzini, che le hanno contestato l’acquisto, avvenuto tra gli ombrelloni della spiaggia. Dopo aver atteso il pagamento del borsellino, come riportano i giornali locali, i due vigili urbani sono entrati in azione. "È doveroso combattere un fenomeno - spiega il sindaco Francesco Calzavara - che rischia di diventare ingestibile: ricevo lamentele tutti i giorni, in una un turista mi ha segnalato di aver avuto 48 visite di ambulanti in spiaggia". Sulla stessa linea anche l’assessore comunale alla sicurezza Andrea Boccato. "Mi spiace per la turista - commenta - ma questa estate non ci sarà nessuna tolleranza".



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Il pm, la privacy e Google: loro vogliono il Far West

Corriere della Sera
Robledo al contrattacco: aggressione mediatica

L’intervista - Il magistrato di Milano che ha ottenuto la condanna della società

Il pm, la privacy e Google: loro vogliono il Far West


MILANO — «L’intervista di Schmidt al Financial Times fa cadere le braccia…». Alfredo Robledo è il pm di Milano che con il collega Francesco Cajani, ha ottenuto la condanna di Google per violazione della privacy di un bambino down. Da buon napoletano, tende a sorridere. Anche dei cow boy del web.

Dottor Robledo, l’amministratore delegato di Google ha giudicato come bullshit (str…, ndr) la sentenza di Milano.

«È sconfortante. Mi sembra di risentire Nicole Wong, la responsabile legale di Google. Quando le chiedemmo se in casi di emergenza, con la vita delle persone in gioco, Google fosse disposta a dare subito informazioni agli inquirenti, la signora Nicole rispose che ci voleva una rogatoria internazionale, alla quale la società avrebbe risposto a sua discrezione. I dati, aveva aggiunto, li cancelliamo ogni 30 giorni. Abbiamo dimostrato in giudizio che le cose stanno diversamente. E che fa Schmidt? Dice che la procura prende tre persone a caso e il giudice le colpisce, che insomma spariamo nel mucchio.. Non lo faccio perché, come diceva Buffon, lo stile è l’uomo, ma per farmi capire da lui dovrei usare quella sua stessa parola».

Come avete individuato gli imputati?

«Abbiamo attribuito le responsabilità penali sulla base delle funzioni esercitate nel caso specifico. Non è stato agevole».

Già, Google è ovunque e al tempo stesso in nessun luogo.

«Non nel nostro caso. Ci siamo attenuti ai fatti. Anche i fatti fessi».

Sarebbe a dire?

«Come altrimenti qualificare l’episodio di uno dei tre condannati che, raggiunto a Milano durante un convegno dagli agenti che gli devono consegnare l’avviso di garanzia e di comparizione per l’interrogatorio, nega di aver a che fare con Google?».

Chi è costui?

«Peter Fleischer, allora direttore della policy Google per la privacy in Europa e poi promosso a livello mondo».

Google vi accusa di voler innescare censure con la scusa della privacy.

«Vuole una battuta o una risposta seria? ».

Una risposta seria che faccia sorridere.

«Ci provo: il primo emendamento della Costituzione americana pone la libertà di espressione sopra qualsiasi altra iniziativa legislativa, ma la Costituzione americana è una norma locale».

Locale?

«Sì. In Italia e in Europa la libertà di espressione trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra i quali spicca quello alla privacy. Bisogna che Google se ne faccia una ragione».

Patriottismo giuridico.

«Primo, a inquisire e giudicare Google sono stati magistrati indipendenti della Repubblica Italiana. Secondo, il diritto italiano ed europeo ha origini antiche. Senza risalire, come pur si dovrebbe, all’epoca classica, è con Martin Lutero e la Rivoluzione francese che nasce e si consolida la libertà di coscienza. Dunque, piano con le lezioni ex cathedra…».

Non rischia la retorica?

«No. La libertà non esiste senza responsabilità. Rispettare le sentenze è principio di libertà e di democrazia. Capirle aiuta a rispettarle».

Eric Schmidt non capisce?

«Non proprio. La sua è volontà esibita di non comprendere nel quadro di un’aggressione mediatica che ha avuto, tre le sue conseguenze, le minacce on line al giudice Oscar Magi».

In verità, il capo di Google solleva anche problemi reali. Per esempio, il diritto fatica a tenere il passo di Internet.

«Non ci vuole un genio per porre il problema. È per trovare la soluzione che servono intelligenza, volontà, senso di responsabilità e, ancor più, la disponibilità ad accettare la pluralità delle culture, e dunque delle legislazioni. In questo contesto, per noi, italiani ed europei, sono irrinunciabili i diritti della persona. Mi par di capire, invece, che Schimdt teorizzi, pratichi e difenda il Far West e poi lamenti l’inadeguatezza della legge. Un po’ troppo comodo, non le pare?».

Google dice: prova e correggi.

«Ottimo. Ma la sentenza dice che non ci ha provato».

La magistratura esige controlli ai fini della privacy su quanto organizzato dal motore di ricerca che Google reputa impossibili.

«Mistificazione. La magistratura non ha mai detto quali controlli effettuare. Non viola la libertà delle imprese. Ma ha fatto emergere come Google non avesse messo in atto gli accorgimenti che già aveva disponibili dal 2003. Per esempio, la possibilità di togliere subito i contenuti offensivi. Filtri…».

Potrebbe essere censura.

«Stiamo parlando di privacy, non di notizie od opinioni».

Tanto per capire, lei, il pm di Google, che cosa pensa del decreto sulle intercettazioni?

«Del decreto non saprei: non è ancora stato approvato. Delle intenzioni che lo ispirano, invece, direi che, con la scusa di affrontare problemi reali, cerca di risolvere i problemi di autoconservazione delle caste e delle cricche, di impedire il formarsi di un’opinione pubblica sui poteri politici ed economici. Nel nostro caso, invece, la censura è un meme che ha messo in giro Google ».

Un meme?

«Sì, il meme è una sorta di virus informatico che tende a riprodursi da solo».

Il confine tra tutela della privacy e censura non è sempre chiaro.

«Per questo chiediamo uno sforzo comune, direi di autoregolazione. E interveniamo sui fatti specifici. Le dice niente che, dopo l’acquisizione di YouTube, Google ha cominciato a usare i filtri che prima aveva e non usava?».

Mi dice che, prima, c’era da fare concorrenza e dopo meno.

«Appunto. D’altra parte, il romanticismo libertario di Schmidt si manifesta nella sua pienezza quando dice che non ce l’ha comunque con l’Italia visto che è parte del molto redditizio mercato europeo».

Massimo Mucchetti
06 giugno 2010



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L'inno di Mameli suonato a Bolzano scatena Eva Klotz: «Un atto di violenza»

Il Messaggero

L'esecuzione durante la festa dei carabinieri: «Queste celebrazioni esprimono una volontà di occupazione»

BOLZANO (5 giugno) -

«La celebrazione del 196esimo anniversario dei carabinieri con l'esecuzione dell'inno di Mameli in piazza Walther a Bolzano è un atto di violenza nei confronti della storia ed espressione di una mentalità di occupazione». Lo sostiene la consigliera provinciale di Süd-Tiroler Freiheit, Eva Klotz.

«Centonovantasei anni fa - dice la pasionaria sudtirolese - il Tirolo era un'entità politica che non apparteneva all'Italia, in cui il potere statale italiano non aveva nulla da dire». Klotz contesta quindi che le celebrazioni si tengano «in quella parte che è stata separata con violenza e contro il volere della popolazione dal resto del Tirolo e che fino ad oggi viene occupata». La celebrazione dell'anniversario della fondazione dell'Arma dei carabinieri è stata tenuta a Bolzano nella piazza principale della città, con lo schieramento dei reparti di tutte le specialità d'Arma.





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La Cassazione: vietato zittire il vicino che canta

Il Messaggero

 

Roma (5 giugno) -

La Cassazione sancisce il “diritto di canto” in condominio e mette in guardia i condomini intolleranti del gorgheggio, dicendo loro che tentare di «zittire» una persona «mentre dà libero sfogo al canto sul balcone della propria finestra equivale a tenere un comportamento quantomeno inopportuno se non addirittura potenzialmente atto a ledere i diritti della persona, garantita nella manifestazione esteriore come “singola” pure nella carta costituzionale».

La Cassazione si è pronunciata sul caso di un 58enne fiorentino che chiedeva la condanna per ingiuria della vicina di casa, perché, di fronte alla sua richiesta di «farla finita» di cantare sul balcone, lei aveva reagito «con parole offensive» dicendogli sostanzialmente di farsi gli affari suoi.

In base alla ricostruzione della Quinta sezione penale non è dato sapere quali fossero i gorgheggi, tantomeno le canzoni intonate dalla 42enne che, comunque, era abituata affacciarsi alla finestra per dare libero sfogo ad un canto melodioso. Poi la lite con il vicino che, il 5 maggio di otto anni fa, interrompendola, le aveva detto a chiare lettere di smetterla. Lei a sua volta aveva reagito «con parole offensive» ed era stata denunciata per ingiuria. Il giudice di pace di Firenze, nel gennaio 2005 aveva assolto "l'ugola d'oro" dall'accusa di ingiuria ritenendo anzi che avesse reagito a fatto ingiusto. Anche il Tribunale del capoluogo toscano, nel giugno 2008, aveva sostanzialmente condiviso la decisione.





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Scrisse il nome del killer sul divano.

Corriere della Sera
Il giallo - Il caso della prof Falcidia riaperto grazie a un libro di Lucarelli.
Chiesto il processo per il primario di Taormina


CATANIA — Sono passati quasi 17 anni e già un primo arresto è stato annullato. Nonostante ciò i magistrati sono convinti di aver trovato la chiave per risolvere uno dei grandi gialli italiani, l’omicidio della professoressa Antonella Falcidia, 44 anni, assassinata con 23 coltellate nel salotto della sua casa di Catania. Dopo mesi di attesa il procuratore aggiunto Giuseppe Toscano ha dato via libera alla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ex marito della donna, il professore Enzo Morici, primario di chirurgia a Taormina. Se infatti i pm Papa, Ursino e Faro sono stati sempre convinti che sia lui l’assassino, non altrettanta sicurezza c’era nei vertici della Procura.

Che infatti hanno tenuto a lungo fermo il fascicolo prima di vistare la richiesta di rinvio a giudizio. «All’inizio ero molto scettico — spiega Toscano — poi ho valutato che ci sono alcune circostanze da chiarire. È stata una decisione sofferta». Affermazioni che fanno capire quanto sia complesso il caso. Sulla richiesta il gip deciderà il prossimo 4 ottobre. Se dovesse essere accolta si aprirebbe comunque un difficilissimo processo indiziario. La svolta in quello che era ormai considerato un caso chiuso è arrivata nel marzo 2007 con l’arresto dell’ex marito da sempre al centro dei sospetti. Lo spunto per riaprire il caso uno dei pubblici ministeri lo aveva trovato in un libro di Carlo Lucarelli sui grandi gialli italiani. I magistrati avevano fatto ricorso a nuovi mezzi di investigazione e ad un potente scanner che aveva «catturato» delle tracce di sangue sul lembo del divano dov’era riverso il cadavere. E ingrandendo l’immagine hanno ritenuto di leggere tre lettere «ENZ». Secondo l’accusa la Falcidia prima di morire aveva voluto indicare col proprio sangue il nome dell’assassino.

Elemento suggestivo ma anche fragile anche perché il divano non esiste più e tutto è stato ricavato da una foto. Più interessanti invece alcune testimonianze e l’analisi del comportamento di Morici dopo il delitto scaturito da una lite: secondo i pm la moglie aveva scoperto sul telefonino dell’uomo che l’ultimo numero digitato era quello dell’amante. E proprio per cancellare ogni traccia, secondo i pm, Morici dopo il delitto fece una telefonata ai parenti della moglie gridando «me l’hanno ammazzata».

Accuse sempre rigettate da Morici che tornò in libertà dopo 25 giorni di carcere: «Quella del divano è stata presentata come una prova regina invece è una bufala regina». I legali Enzo ed Enrico Trantino parlano di «ostinato accanimento giudiziario». «Non temiamo il processo — dicono — ma i guasti che provocherà a Morici e ai suoi contesti familiari e professionali».

Alfio Sciacca
06 giugno 2010



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Tutti in fila per farsi pubblicare dall’editore che ha 18 anni

di Stefano Lorenzetto

A 14 anni fonda una rivista, a 15 diventa scrittore, a 16 parte con Historica, che ogni mese sforna un libro.

"Ho dovuto nominare presidente mia nonna pensionata: non avevo l’età per la partita Iva"


 

Oggi l’editore ha «fatto buco», come dicono i ragazzi a Cesena, insomma non è andato a scuola, nel suo caso il liceo scientifico Augusto Righi, dove frequenta la classe quinta. Assente (quasi) giustificato: doveva mettersi a disposizione della stampa per un’intervista. Lo sorprendo perciò nel salotto di casa mentre sta guardando un film di Batman, Il cavaliere oscuro. Siccome ha l’età di mia figlia, mi viene spontaneo redarguirlo: poteva almeno studiare, mentre m’aspettava. La risposta ha una sua logica irrefutabile: «Eh, lo so, però My Sky è così comoda...».

Ginnastica 9, storia 8, italiano 7, fisica 6, matematica 5: a giudicare dall’ultima pagella, si direbbe che Francesco Giubilei, nato il primo giorno dell’anno 1992, e quindi diciottenne da sei mesi, ami molto di più pubblicarli, i libri, che studiarli. Mai fermarsi, però, alle apparenze: non diventi editore e direttore di un trimestrale, Historica, a 14 anni e poi editore di libri a 16, il più giovane d’Italia e forse del mondo, senza avere una bella testa. E men che meno diventi scrittore a 15 senza una buona cultura di base. Fu a quell’età che Giubilei diede alle stampe Giovinezza, seguito tre anni dopo dal romanzo Bastola la signora del fuoco, editi rispettivamente da Il Ponte Vecchio e da Arpanet, «perché non è etico autopubblicarsi». Più giudizioso di così.

Chiariamo subito: qui non stiamo parlando di un liceale che gioca a fare l’editore, ma di un imprenditore vero, che ha già in catalogo 23 titoli - in pratica stampa un libro al mese - di autori spesso già famosi, come Francesca Mazzucato, la quale in passato aveva pubblicato con Einaudi, Marsilio e Aliberti. Anche se, burocraticamente parlando, la presidente di Historica Edizioni risulta essere Norina Battelli, 71 anni, casalinga e pensionata: «Data l’età, non potevo aprirmi una partita Iva. Così ho chiesto aiuto alla mia nonna materna, che s’è prestata. Il commercialista è stato molto comprensivo: per far registrare la società s’è accontentato di 100 euro».

Giubilei ha un occhio di riguardo per i conti, considerato che Historica è in passivo: «Appena 500 euro, niente di preoccupante. La Banca di Macerone me ne ha concessi 800 di finanziamento a fondo perduto». Quanto al «fare buco» per incombenze d’ufficio, i suoi professori ormai hanno dovuto abituarcisi. Solo in quest’anno scolastico, 14 assenze il venerdì e il sabato per la partecipazione ad altrettante fiere letterarie: Roma, Torino, Milano, Modena, Pisa, Belgioioso e Chiari. «Ho saltato Imperia il 31 maggio, altrimenti mi bocciavano».

Al Salone internazionale del libro al Lingotto, dal 13 al 17 maggio, il primo giorno a tenergli aperto lo stand ha provveduto suo padre, un chirurgo toracico che per un decennio è stato in Canada, tra Québec e Montreal, e oggi lavora all’ospedale di San Piero in Bagno. «Si sono presentati correttori di bozze e illustratori che cercavano lavoro. “Potrei parlare con l’editore?”, e mi indicavano il babbo. Restavano un po’ spiazzati quando gli spiegavo che ero io la persona che cercavano. La spesa per l’affitto del chiosco, 1.600 euro, è stata sostenuta da un imprenditore, di cui non posso fare il nome, che vorrebbe investire nell’editoria».

Col tacito assenso della moglie Clara Maria, pediatra, il dottor Giuseppe Giubilei, capace d’impugnare tanto il bisturi quanto il pennello, ha aiutato il figlio anche come art director. L’estro l’ha ereditato da due antenati: Gigetto Novaro, pittore ligure discepolo di Filippo Tommaso Marinetti e amico fraterno del poeta Camillo Sbarbaro, e Giuseppe Discepoli, artista ottocentesco di Gualdo Tadino, paese d’origine della famiglia. Sono opera del chirurgo il fascio e il fez che campeggiano sulla copertina di Giovinezza.

Con disappunto della sorella Margherita, 15 anni, il precocissimo editore ha monopolizzato il computer e lo studio di casa. È da lì che aggiorna il suo sito Historicaweb.com. Due volte la settimana, lavora di colla, forbici, timbri e carta da pacchi per spedire i libri, più di 300 al mese, ai distributori e ai lettori che li ordinano via Internet. «Le Poste hanno abolito la tariffa editoriale. Prima spendevo 30 centesimi a spedizione. Adesso, col piego di libri, pago 1,28 euro. Un salasso».

Ma quanto tempo sottrae allo studio?
«Tre ore al giorno».

Siamo sicuri che sia il più giovane editore d’Italia?
«Che io sappia, c’è solo Noemi Verriotto ad aver fondato nel 2008, a Forte dei Marmi, una casa editrice che si chiama La Nuova Rosa. Ma lei ha due anni più di me».

In Italia escono 170 nuovi libri al giorno, il 40% dei quali non vende neppure una copia. Il 43,6% dei giovani fra i 15 e i 29 anni - dato Istat di ieri - nel 2009 non ha letto neppure un libro. Come le è saltato in mente di impegolarsi in quest’avventura?
«Passione per la scrittura e il giornalismo. È tutta colpa di Lauraetlory».

Non ho sentito bene.
«Laura Costantini e Loredana Falcone. Un sodalizio nato sui banchi di scuola. Laura fa la giornalista nella redazione della Vita in diretta, il programma di Raiuno. Loredana fa l’insegnante e la mamma. Pubblicavano sul loro blog un romanzo a puntate, Le colpe dei padri. M’è parso avvincente. Alla decima puntata ho inviato una mail, chiedendo l’intero manoscritto: 440 pagine. Me lo sono letto in tre sere. Ho proposto di pubblicarlo come allegato a Historica. Prima tiratura: 110 copie. La rivista ne vendeva 300. Prezzo di copertina del libro: 9 euro. La fattura della tipografia era di 400 euro, pagamento a 60 giorni. Avevo due mesi di tempo per vendere le 110 copie e rientrare nelle spese. Ci sono riuscito e ho pure messo da parte qualcosa».

Ma lei non sarà per caso uno di quelli che chiedono soldi agli scrittori per pubblicargli i libri?
«Mi offende. Historica fa editoria di progetto e di qualità. Non sono un editore a pagamento, non millanto chissà quali servizi né una distribuzione nazionale, non inganno autori esordienti. Sono un talent scout che va in cerca di letterati esclusi dal grande giro».

Tipo?
«Enrico Gregori, caposervizio della cronaca nera al Messaggero: dopo aver scritto due thriller per Bietti Media, ha pubblicato con Historica un romanzo noir, Le mille facce della morte. Oppure Remo Bassini, direttore del bisettimanale di Vercelli, La Sesia, che in passato ha scritto per Mursia e Newton Compton e adesso ha esordito da noi con Tamarri. Oppure Maria Giovanna Luini, pseudonimo dietro cui si cela l’oncologa Giovanna Gatti, chirurga senologa e comunicatrice scientifica dell’Istituto europeo di oncologia di Milano diretto dal professor Umberto Veronesi, autrice di Diario di Melassa».

Che cos’è? Un remake del romanzo erotico 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P., alias Melissa Panarello?
«Ma per carità, quello ha venduto tre milioni di copie, qui stiamo parlando di meno di mille, anche se la Luini affronta tematiche forti, come l’abuso minorile. Fra l’altro un collaboratore di La7 ha minacciato di farmi causa perché lui sta per uscire con Diario di Melassa P., una parodia. Ho dovuto spiegargli che non ci abbeveriamo alla stessa fonte».

Ma i suoi genitori non hanno cercato di dissuaderla da questa impresa?
«All’inizio sì. Quando ai primi di giugno del 2008 gli esposi a tavola il mio progetto, non volevano saperne: “È una cosa più grande di te, non puoi farcela”. Due mesi dopo si sono arresi ed è nata la casa editrice».

Perché l’ha chiamata Historica?
«Perché la storia è la mia passione. Ero molto legato a mio nonno Italo, morto a 84 anni, un maestro elementare che leggeva tantissimo. D’estate andavo in vacanza nella sua casa in Umbria. Il mio amore per i libri è nato nella sua biblioteca, immensa. Mi raccontava sempre della sua giovinezza».

Quindi il romanzo d’esordio, Giovinezza, parla di lui?
«Sì, un antifascista della prima ora. Amico di don Luigi Sturzo, aveva fondato il Partito popolare a Gualdo Tadino. Finita la guerra, non ebbe bisogno di fingere, come il resto degli italiani, di non essere mai stato ciò che invece fu. Così, anziché bruciare i cimeli del Ventennio, li custodì in soffitta: tessere, diplomi, foto, perfino il fucile da balilla e l’elmetto. Il giorno che me li mostrò, rimasi incantato».

Perché Giovinezza ha come sottotitolo Partitura per mandolino e canto?
«In soffitta c’era pure quella, la partitura dell’inno del Partito nazionale fascista. Oltre a copie ingiallite del Corriere della Sera e del Messaggero con eventi storici in prima pagina, dalla firma dei Patti Lateranensi alla visita di Adolf Hitler a Roma il 3 maggio 1938».

Il bestsellerista di Historica chi è?
«Francesca Mazzucato, definita dal supplemento culturale del Sole 24 Ore la più importante scrittrice erotica italiana. Per me non scrive di erotismo, chiaramente».

Non capisco il senso dell’avverbio.
«Be’, chiaramente non sono interessato all’argomento dal punto di vista editoriale. Infatti Francesca dirige la collana Cahier di viaggio, dedicata a narrazioni di luoghi, che sta avendo successo anche per il prezzo, 3,50 euro. Ho appena pubblicato Sogno di Skopje di Biljana Petrova, una traduttrice nata nella capitale della Macedonia, e Frames di Graziano Cernoia, nel quale il fonico dei Public Enemy, degli After Hours, di Loredana Bertè e di Julian Marley, figlio di Bob, racconta Berlino, Palermo e Tel Aviv. Frames ha venduto 500 copie in un mese».

I suoi amici pensano alle ragazze e alle discoteche, non a impaginare e a correggere bozze.
«Infatti a Historica queste incombenze le sbrigano l’editor Valentina Silvestri e il grafico Sacha Naspini. Comunque tutti i sabati sono o al Vidia rock club di Cesena, o alle Indie di Pinarella, o allo Shaki di Cervia, o alla Mecca di Rimini».

Fidanzato?
«Lo sono stato, con Martina».

Perché vi siete mollati?
«È una storia lunga e privata. Non c’entra con l’editoria. L’abbiamo deciso di comune accordo nel novembre scorso».

Come sceglie gli autori?
«Devono rientrare in una delle cinque collane di Historica. Tassativamente esclusa la poesia. Ricevo cinque manoscritti a settimana. Il catalogo è già chiuso fino a febbraio 2011».

Ne respinge molti?

«Sì, senza rimpianti. Una signora mi ha cercato alla fiera del libro di Modena e mi ha consegnato il suo biglietto da visita dicendo: “Io scrivo romanzi”. Le ho consigliato uno dei nostri volumi di narrativa, affinché capisse qual è lo stile della casa. La risposta è stata raggelante: “Spiacente, ma non leggo narrativa”».

Mi conferma che molti suoi colleghi si fanno pagare per pubblicare gli esordienti?
«Con le case piccole e medie capita spesso. Alcuni squali fanno soltanto quello. È una rovina per l’editoria. Io non ho mai chiesto nemmeno un contributo».

Anzi, gli paga i diritti.
«Certo, tra il 6 e il 10 per cento sul prezzo di copertina, una volta l’anno, come da contratto. Ovviamente non posso permettermi di versare anticipi. Ne darò uno simbolico, 200 euro a testa, a Massimiliano Spanu e Fabio Zanello, che hanno curato Il cinema dello sguardo, un saggio di vari docenti universitari sul regista Brian De Palma. Uscirà a settembre, per il Festival di Venezia, ed è già stato adottato alla Sapienza di Roma, negli atenei di Trieste e Torino e al Dams di Bologna».

Sui giornali qualche volta ci arriva?
«Io le copie saggio le spedisco. Ma è difficile ottenere udienza. Del resto la parola critica deriva dal greco kritike, che è l’arte di giudicare secondo i principii del vero, del buono e del bello. Quando vengono meno questi tre principii, e nelle pagine culturali dei giornali vengono meno sovente, non si parla più di kritike bensì di marketta».

Intanto per fare l’editore va male a scuola.
«Non benissimo. Ho difficoltà evidenti nelle materie scientifiche. Lei mi dirà: e allora perché ti sei iscritto al liceo scientifico? Vede, da piccolo ho frequentato la primina, sono in anticipo sui miei compagni, e a 13 anni non puoi decidere il tuo futuro. Nel Regno Unito si fanno sei anni di scuola primaria e poi tre di liceo generalista. Gli ultimi tre sono di specializzazione. A quel punto hai la maturità per scegliere. Invece in Italia gli studenti devono sapere tutto di tutto. E così finisce che non imparano nulla di nulla».

Concluso il liceo che cosa farà?
«M’iscriverò a lettere a Roma».

Che c’è che non va a Cesena?
«Niente. Ma a Roma penso d’avere più opportunità».

L’alloggio come se lo pagherà?
«È un dovere dei genitori, credo».

I suoi autori preferiti?
«Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Gabriel García Márquez. Fra gli italiani, Dante, Petrarca, Boccaccio, Gabriele D’Annunzio, Dino Buzzati, Umberto Eco».

Un libro che salverebbe dal diluvio universale?
«La Bibbia».

Che consiglio darebbe ai giovani che vivono ancora in casa con i genitori e non riescono a trovare un lavoro?
«Inseguite le vostre passioni. Se fate con impegno ciò che vi piace, prima o poi sfonderete».

E a quelli che devono scegliere il corso di studi?
«Non lasciatevi influenzare dai genitori o dagli insegnanti. E abbiate il coraggio di cambiare scuola se vi accorgete d’aver sbagliato indirizzo. Io, ahimè, non l’ho fatto».

Com’è che il lavoro manuale è sparito dall’orizzonte dei giovani?
«Viene concepito come inferiore. È una patologia di questa società fatta di lustrini. Ma la laurea non è un diritto. Deve studiare solo chi ha i numeri per farlo, non chi punta a diventare un fuoricorso».

Mi indichi un esempio da seguire.
«Vivo o morto?».

Decida lei.
«Rupert Murdoch, fondatore della News Corporation, la più grande holding editoriale del mondo. Ho appena finito di leggere la sua biografia, scritta da Paul La Monica. Un genio».

Che cosa la spaventa del mondo d’oggi?
«La deriva nichilista».

(498. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it





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Appello alla destra: non spegnete Rai3 E non regalate martiri alla sinistra

di Marcello Veneziani

Oscurare Saviano, Fazio, la Dandini e compagnia sarebbe un errore infantile e dilettantesco


 

Se rispettate la libertà ma soprattutto la vostra intelligenza, non tagliate dalla Rai Saviano, Fazio, la Dandini, Bertolino e chi volete voi. Non commettete questa ennesima sciocchezza. Non regalate alibi a nessuno né martiri alla causa o simboli a chi detestate. Entrate nell’ordine (penoso) delle idee che in Italia la libertà e la democrazia si traducono con spartizione della Rai e lottizzazione delle reti per aree politiche. E allora lasciate Raitre in mano alle opposizioni, alle sinistre e ai gendarmi dipietristi. E lasciate a loro persino di decidere se preferiscono accettare l’ingerenza dei giudici nel palinsesto e negli organigrammi e reintegrare Ruffini alla guida di Raitre o se tenersi Di Bella. Che si scornino tra loro, dipietristi e margherite, dalemiani e veltroniani. Masi intervenga solo se i programmi costano troppo e rendono poco, soprattutto in ascolti; o se qualcuno compie scorrettezze penalmente rilevanti. E basta.

Sì, è vero, li pagano anche con i nostri soldi, ma pretendete che tra le merci televisive esposte ce ne siano almeno alcune di vostro gradimento, anziché pensare di eliminare quelle che piacciono ad altri. Assodato che in Rai non ci possono essere programmi che hanno il consenso di tutti, nemmeno le previsioni meteo, accontentatevi di pretendere la vostra fetta.

Anzi, visto lo sciame sismico di Santoro, che dopo il movimento sussultorio per il costoso addio alla Rai è passato al movimento ondulatorio perché non si sa se resta o va via e ondeggia, è il momento buono per rispedirlo su Raitre. Non si può tradire l’identità di una rete offrendo un programma che cozza con la linea editoriale e diciamo pure politica di Raidue. E se s’indignano, prospettate loro la soluzione simmetrica: Paragone, Sallusti o Belpietro su Raitre in cambio di Santoro, Floris o chi volete voi su Raidue. Ci state? Sarebbero corpi estranei.

Raitre è loro, Raidue è vostra, Raiuno muta con i governi. È brutto ma è così. Lasciate che tornino su Raitre tutti i veri o presunti epurati: da Ruffini alla Guzzanti, da Luttazzi a Rossi, da Travaglio a Crozza, fino a Beppe Grillo. Che se la sbattano loro di dirimere la controversia di far coabitare Santoro e Floris come Ruffini e Di Bella, più la marea di comici. Scegliete voi, commissari politici di Raitre, o mandateli tutti in onda in una non-stop di direttori, conduttori, animatori, cortei, forche e cotillons. Libertà. Gli italiani sanno distinguere almeno il vino dall’aceto o dalla birra, e il vino rosso dal vino bianco; e sanno che su quella rete troveranno quei programmi con quella precisa linea, quei toni, quegli attacchi. Libertà, lasciate libertà. Se non credete che sia giusto, accontentatevi di pensare che è più conveniente, o meno dannoso, se preferite.

Follia doppia sarebbe poi regalare Saviano al martirologio di sinistra, attraverso la censura o il mezzo taglio. Avete visto come Saviano viene attaccato anche da sinistra, sappiate distinguere in lui la scuderia di Repubblica dalle sue opinioni, spesso rispettabili; e la strumentalizzazione che ne fanno, spesso con il suo consenso, dai suoi testi che non pendono a sinistra. Non condannate il suo coraggio nel nome del teatrino che si ricama sopra, non cancellate la drammaticità delle sue denunce con lo sfruttamento commerciale e un po’ vanesio che Saviano stesso ne fa. Su di lui ripeto due obiezioni: non si può ridurre il sud intero a malavita e non si può rappresentare l’Italia nel mondo solo con le sue opere e i film tratti dai suoi libri. Nessuna censura, preferirei solo che Gomorra fosse proiettato a scopo educativo a Scampia o tra i casalesi, piuttosto che a Hollywood come unico ritratto italiano.

So bene che Saviano in video verrà usato in chiave antigovernativa, tramite l’untuoso precettore Fazio. Ma l’effetto si disinnesca se Saviano diventa un personaggio positivo anche per l’altra Italia, invitato anche su altre reti; se si ricordano alcune sue idee tutt’altro che sinistre e se si evita di farne un martire della Rai governativa, che così apparirebbe - per una perversa proprietà transitiva - il braccio armato della camorra. Sapete bene che sul piano politico il miglior argomento da opporre al savianesimo sono i fatti: dite quel che volete, teorizzate quel che vi pare, indignatevi pure, ma resta il fatto che in questi due anni si è colpita la camorra e la mafia come non era accaduto con nessuno dei precedenti governi: tra arresti, confische di beni, controllo di settori inquinati. È ancora poco, ma è tanto se lo paragonate ai precedenti. Lo dice pure Saviano.

La richiesta di cancellare dai palinsesti la carovana della sinistra televisiva non nasce da pulsione autoritaria ma infantile. Non c’è il furore giacobino che alberga dalla parte opposta, non c’è la negazione dell’avversario alla radice, il suo disprezzo integrale, tipico della sinistra illibertaria e dei suoi alleati questurini. Ma c’è dilettantismo ritorsivo, c’è infantilismo politico, con punte di rozzezza naive. C’è un’indole infantile che porta taluni a non voler sentire critiche, pur distorte, o chi prende in giro i suoi. E invece ci vorrebbe pazienza e saggezza, condita di piccola furbizia d’estrazione curiale, democristiana e volpino-liberale. Ma soprattutto ci vorrebbe una «destra» adulta che sappia accettare le critiche anche velenose e ingiuste, sappia circoscriverne la portata e misurare il modesto effetto che ne consegue, e sappia pensare in positivo rispondendo con i fatti o con opinioni opposte. Costruite programmi omeopatici su Raidue, chiamate chi volete voi, senza remore e timori, una volta accettati in video i telemilitanti della videosinistra. Via, siate più sicuri di voi e delle vostre idee, e fate anziché disfare, avanzate voi anziché fermare gli altri, procreate voi anziché curarvi degli aborti altrui. Su, non fate i bambini.





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La milizia politico-religiosa di Erdogan

Corriere della Sera
L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco

WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.

OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.

PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. Il capo del governo ha visto in Yldirim e nell’IHH un formidabile strumento di propaganda. E’ cresciuta così la collaborazione e sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. L’IHH ha potuto in questo modo estendere in modo più “pulito” le attività messe in piedi negli anni ‘90 da alcuni militanti poi entrati nella formazione. All’epoca erano emerse sponde «interessanti» con elementi sospettati di terrorismo.

I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.

Guido Olimpio
06 giugno 2010



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Dalla laurea agli appartamenti In queste carte la mia verità»

Di Pietro: mai fatto uso privato dei soldi del partito la lettera - «Per vedere riaffermata la realtà dei fatti non mi è rimasto che ricorrere alla giustizia». «Dalla laurea agli appartamenti In queste carte la mia verità»

Caro Direttore, il Corriere della Sera di ieri, con un articolo in prima pagina a firma Marco Imarisio, ha adombrato il sospetto di miei «silenzi ed ambiguità» riguardo la mia storia personale. Vorrei rispondere ai rilievi mossi, documentando punto per punto. Mi scuso, innanzitutto e preliminarmente, per la pignoleria e per la montagna di carte processuali a cui faccio riferimento e che le invio.
Ma — mi creda — ad un persona come me — invisa a molti e con pochi strumenti di informazione a disposizione — non rimaneva e non rimane altra scelta che ricorrere alla Giustizia per vedere riaffermata, nero su bianco, la verità rispetto alle mille menzogne che sono state scritte sul mio conto in tutti questi anni. E veniamo al merito dell’articolo:

1. Non sono stato affatto convocato dai magistrati di Firenze con «tanto di apposito decreto di notifica».

2. Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo. Mi sono iscritto all’Università di Milano nell’anno 1974 e mi sono laureato nel 1978, rispettando appieno il piano di studio all’epoca previsto da quell’Università per la laurea in legge. Sono certo che anche Lei e il dottor Imarisio avete rispettato il piano di studio e vi siete laureati senza andare fuori corso. E’ semmai anomalo il comportamento di quegli studenti che sforano il piano di studio e vanno «fuori corso», non di chi lo rispetta e si laurea nei tempi previsti.

Lo stesso giornalista, peraltro, riferisce che «l’istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola». Il mio certificato di laurea e il mio libretto degli esami sono già stati pubblicati una miriade di volte e, comunque, invio anche a lei un’ulteriore copia. Le invio anche copia della causa per danni da me notificata al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver sostenuto nella trasmissione "Porta a Porta" del 10 aprile 2008 che la mia laurea fosse falsa. Causa, ad oggi, ferma alla Camera dei Deputati, a seguito della sua ric h i e s t a d i insindacabilità ex art. 68 Cost.

3. Le accuse del Gico di Firenze circa miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia che, dopo due accurate e meticolose inchieste, hanno sentenziato che «i fatti non sussistono ». Al riguardo, Le invio copia della sentenza numero 3940/96 del 18 febbraio 1999 (riguardante la vicenda D’Adamo-Pacini) e della sentenza n.ro 189/96 del 29 marzo 1996 (riguardante la vicenda Gorrini);

4. Non è vero che io abbia mai avuto a che fare con i Servizi segreti, né italiani, né stranieri. Sul punto si sono espressi, già diverse volte, i magistrati (ai quali mi sono rivolto per tutelare la mia onorabilità) che hanno riconosciuto che io non ho mai avuto alcun rapporto con strutture di tal tipo. Allego al riguardo, e in via esemplificativa, la sentenza del 17 marzo 1997 del Tribunale di Milano con cui è stato condannato in primo grado l’allora senatore Erminio Boso per aver sostenuto una panzana del genere.

Allego anche la richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Torino n.ro 5981/98 del 26 ottobre 1999 che ha rinviato a giudizio Bettino Craxi sempre per aver falsamente sostenuto che io fossi un agente dei Servizi segreti (il processo poi non si è svolto perché Craxi nel frattempo è deceduto). Se si ha l’onestà intellettuale di valutare le cose in buona fede, (come sono certo farà Il Corriere della Sera) tali sospetti non possono essere alimentati strumentalizzando la mia relazione all’Autorità giudiziaria circa la presenza del latitante Francesco Pazienza alle Seychelles, né la mia partecipazione alla cena natalizia del 1992, svoltasi presso il Reparto dei Carabinieri di Roma, su invito del Comandante col. Vitaliano, cena a cui partecipò anche il questore Bruno Contrada, allora dirigente del Sisde.

Comunque, e proprio al fine di non essere accusato di reticenza, le allego l’atto di citazione (con annessi 18 documenti allegati) che ho proposto nei confronti di Mario Di Domenico per le false dichiarazioni dallo stesso rilasciate circa l’asserito mio coinvolgimento nella vicenda Contrada e di cui proprio "Il Corriere della Sera", tempo addietro, ha dato notizia con grande risalto (atto di citazione che, come potrà constatare, non ha riguardato né "Il Corriere della Sera", né il giornalista Cavallaro, proprio perché ho ritenuto e ritengo legittimo e doveroso il vostro mestiere).

Allego anche l’atto di citazione che ho proposto nei confronti di Francesco Pazienza ed altri, in relazione alle elucubrazioni montate in ordine alla mia segnalazione all’Autorità giudiziaria sulla sua permanenza da latitante nello stesso posto in cui io e la mia futura moglie ci trovavamo in vacanza. Anche in questo caso, sarebbe stato anomalo il mio silenzio su quanto avevo visto e sentito circa il rifugio di Pazienza e non la pronta relazione al mio Capo Ufficio, una volta rientrato in Italia. Peraltro faccio presente che la legge impone a tutti i pubblici ufficiali di segnalare all’Autorità giudiziaria fatti e circostanze penalmente rilevanti ed io ero all’epoca magistrato!

5. Non è vero che io abbia fatto un uso privato dei soldi del partito. Su questa questione, sono già intervenuti ben tre provvedimenti del giudice penale che ha archiviato tutte e tre le volte altrettanti esposti del denunciante Di Domenico per assoluta infondatezza dell’accusa. Allego al riguardo il decreto di archiviazione n.ro 4620/07 - GIP Imperiali di Roma del 14 marzo 2008, il decreto di archiviazione n.ro 15233/09 - GIP Silvestri di Roma del 26 maggio 2009 ed il decreto di archiviazione n.ro 860/09 - GIP Marzagalli di Busto Arsizio del 12 ottobre 2009.

6. Non è vero che io abbia mai fatto—con riferimento alle proprietà immobiliari di mia proprietà— una commistione tra patrimonio mio personale e patrimonio del partito Italia dei Valori. Allego, al riguardo, la sentenza del Tribunale di Monza n.ro 760/10 del 2 marzo 2010 che condanna il quotidiano Il Giornale, il direttore dell’epoca Mario Giordano e il giornalista Chiocci a risarcirmi, con 60.000 euro, il danno per le falsità e le diffamazioni pubblicate il giorno 4 agosto 2008 con un dossier intitolato: "Di Pietro ha investito 4 milioni di euro in case, ecco il suo patrimonio".

7. Non è vero che io abbia fatto un "uso non associativo" dei soldi del partito, come pure da taluni sostenuto. Allego, al riguardo, la memoria esplicativa (con annessi 65 documenti allegati) che ho consegnato alla Procura della Repubblica di Milano (PM dottor Fusco). Dalla disamina dei documenti in questione si evince in modo evidente — sempre se si ragiona in buona fede — che i soldi del partito sono sempre finiti nelle casse del partito.

8. Non è vero che io abbia acquistato case tramite "prestanome", nel senso dispregiativo del termine, o che abbia acquistato "immobili proibiti per legge ai parlamentari in carica", come pure si afferma nell’articolo (credo in buona fede a seguito di una martellante campagna denigratoria, svolta da altre testate giornalistiche). Allego, al riguardo, l’atto di citazione promosso nei confronti del quotidiano "Il Giornale" che, per primo, ha sostenuto tale falsità, con annessi 18 documenti allegati, dai quali si evince in maniera incontrovertibile che non è affatto vero che io abbia acquistato un immobile "proibito per legge", né che io abbia intestato ad altri l’immobile acquistato.

Spero, caro Direttore, che la documentazione inviata e le spiegazioni fornite possano essere sufficienti per rivedere «i dubbi e le ambiguità» che "Il Corriere della Sera" ha nei miei confronti. Nel caso dovessero permanere ulteriori perplessità, non si faccia scrupolo, me li chieda o me li faccia chiedere.

Antonio Di Pietro
(Leader di Italia dei valori)





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