lunedì 7 giugno 2010

Ecco gli italiani amici di Hamas

di Fausto Biloslavo

Cosa ci fanno i padrini dei pacifisti, con sguardo orgoglioso, in una foto al fianco di Khaled Mashaal, il capo politico di Hamas, sulla lista nera del terrorismo palestinese? Il Giornale pubblica l'immagine scattata a Damasco, dove Mashaal guida i suoi dall'esilio. La foto ritrae l'ex senatore comunista Fernando Rossi, il suo braccio destro Monia Benini, con tanto di velo islamico, e il palestinese Mohammad Hannoun che vive da anni in Italia. I primi due facevano parte dell'esercito pacifista che ha cercato di arrivare a Gaza. Dovevano imbarcarsi a Cipro, ma all'ultimo momento sono rimasti a terra.

Hannoun è il presidente dell'Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, con sede a Genova, che ha raccolto aiuti umanitari per centomila euro caricati nelle stive della flottiglia della discordia. Due suoi uomini, Ismail Abdel Rahim Qaraqe Awin e Abd El Jaber Tamimi stavano seguendo l'operazione per «liberare» Gaza. Solo il primo si è imbarcato a Cipro ed è stato arrestato in mezzo al mare dagli israeliani assieme agli altri cinque pacifisti a senso unico italiani. Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Qaraqe sono stati liberati ieri mattina assieme a centinaia di altri pseudo pacifisti.

Stamattina lasceranno Israele, ma ci si deve chiedere come mai i loro compagni di lotta, votati a parole alla pace, vanno a baciare la pantofola di un personaggio come Mashaal, che sogna la distruzione di Israele ed è responsabile politico dei razzi lanciati sulle città ebraiche da Gaza e degli attacchi kamikaze. Nella foto l'ex senatore Rossi è alla sua sinistra, con la cravatta vermiglia e i baffoni grigi. Al suo fianco si nota la Benini, presidente della lista civica nazionale «Per il bene comune» fondata da Rossi. Ex sindaco comunista e parlamentare del Pdci dal 2006 al 2008, con Angela Lano, una delle “pacifiste” liberate ieri, aveva scritto un peana di Hamas nel novembre 2008.

Dall'articolo si scopre che il premier fondamentalista Ismail Haniyeh lo ha incaricato di «lavorare affinché delegazioni del governo (...) palestinese di Gaza possano uscire dalla Striscia per incontrare ufficialmente i leader europei». Nella conviviale con Mashaal il 19 marzo dello scorso anno, l'ex senatore avrebbe criticato i Paesi arabi che hanno relazioni diplomatiche con Israele reo di «commettere crimini contro il popolo palestinese».

La Benini è una vera e propria pasionaria, che durante le sue visite a Gaza si commuove per le storie dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, ma critica la mobilitazione della comunità internazionale e del Papa «per un unico prigioniero, il soldato Gilad Shalit». In un'intervista la "pacifista" spiega che Mashaal e Haniyeh sono «due persone irreprensibili sul piano etico e umano». Chi raccoglie il verbo filo Hamas? La solita Lano, direttrice dell'agenzia stampa Infopal.it, liberata ieri.

Nella foto dell'incontro a Damasco a destra di Mashaal c'è il "pacifista" Hannoun, che oltre a guidare una onlus di Genova (Abspp) presiede l'Associazione dei palestinesi in Italia. Una costola politica, che tre giorni prima del sanguinoso blitz israeliano aveva già pronto un piano di proteste in 5 punti. Hannoun e la sua onlus erano i capofila degli aiuti italiani della flottiglia kamikaze. Solo pochi giorni fa la procura di Genova ha archiviato un'inchiesta nei suoi confronti per associazione con finalità di terrorismo. L'Abspp raccoglie fondi, che arrivano anche alle famiglie dei terroristi suicidi. Lo stesso Hannoun ha dichiarato alla magistratura: «Fra i nostri assistiti ci sono pure figli di kamikaze, ma questo non è certo un reato. Sono bambini, orfani e hanno bisogno di aiuto, come gli altri».

In Italia oltre 60 milioni di abitanti: 7% stranieri

di Redazione

L'Istat fotografa la popolazione italiana: i dati aggiornati a fine 2009 parlano di un incremento di 295.260 unità nel giro un anno.
La quota di immigrati sulla popolazione totale è del 7%, in crescita rispetto al 6,5% del 2008. Calano le nascite

Roma

In Italia la popolazione residente ha raggiunto quota 60.340.328 persone, con un incremento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine del 2008, dovuto alle migrazioni dall’estero. Lo sottolinea l’Istat. Il movimento migratorio, sia interno sia dall’estero, è indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. Il saldo naturale risulta positivo soltanto nelle regioni del Sud. Di particolare rilievo rispetto al movimento dell’anno precedente sono la contenuta diminuzione delle nascite, la significativa diminuzione delle migrazioni dall’estero e la flessione dei trasferimenti di residenza interni. La quota di stranieri sulla popolazione totale è pari al 7%, in crescita rispetto al 2008 (6,5 stranieri ogni 100 residenti). L’incidenza della popolazione straniera è molto più elevata in tutto il Centro-Nord (rispettivamente, 9,8% e 9,3% nel Nord-est e nel Nord-ovest e 9,0% nel Centro), rispetto al Mezzogiorno, dove la quota di stranieri residenti è solo del 2,7%.

I bimbi nati nel 2009 Nel corso del 2009 sono nati 568.857 bambini (7.802 in meno rispetto all’anno precedente) e sono morte 591.663 persone (6.537 in più rispetto all’anno precedente). Pertanto il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è risultato negativo e pari a -22.806 unità, con un valore che rappresenta il picco negativo dell’ultimo decennio, dopo quello del 2003, anno in cui la mortalità toccò valori elevati per la forte calura estiva. Il saldo naturale è positivo nella ripartizione Sud, specificatamente in Campania e Puglia, ma anche nel Lazio, nelle due province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta. Il numero dei nati è diminuito rispetto al 2008 (-7.802, pari all’1,4%), anno in cui si era registrato un incremento superiore a quello medio degli ultimi anni. Il decremento si registra in tutte le ripartizioni, in particolare nelle regioni del Centro (-3,3%) e del Sud (-1,5%), mentre risulta più contenuto nel Nord-est e nelle Isole (-0,9%) e nel Nord-ovest (-0,3%). Tuttavia, a livello nazionale si conferma la tendenza all’aumento delle nascite già osservato negli ultimi anni. L’ammontare complessivo di nascite nel 2009 risulta, infatti, più elevato di quello relativo ai 17 anni precedenti, con la sola eccezione dell’anno precedente. Una tendenza da mettere in relazione alla maggior presenza straniera regolare. Di pari passo con l’aumento di stranieri che vivono in Italia, infatti, l’incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente è passata dall’1,7% al 13,6% del totale dei nati vivi. In valori assoluti da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 77 mila nel 2009. In particolare, nelle regioni del Centro-Nord si registrano valori percentuali di gran lunga superiori alla media nazionale. Peraltro, già da diversi anni in queste aree del Paese, dove gli stranieri sono più numerosi e gli insediamenti più stabili, il contributo degli stranieri alla natalità è divenuto rilevante.

Le ripartizioni del Nord Nelle due ripartizioni del Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 20%. Nelle regioni del Centro sono il 15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%. Il tasso di natalità è pari al 9,5 per mille. Supera la media nazionale nella ripartizione del Nord-est e varia da un minimo di 7,6 nati per mille abitanti in Liguria al massimo di 10,4 per mille nella provincia autonoma di Bolzano. L’aumento del numero dei nati determina un aumento del numero medio di figli per donna, che per il 2009 si stima pari a 1,41 confermando la leggera ripresa degli ultimi anni (era 1,37 nel 2007). Il numero di decessi, pari a 591.663, è superiore di 6.537 unità a quello del 2008. Il tasso di mortalità è però stabile, pari a 9,8 per mille, ed è più elevato nelle regioni del Centro-Nord, tradizionalmente a più forte invecchiamento. Al contrario di quanto avviene per la natalità, il peso della popolazione straniera risulta irrilevante per la mortalità, a causa della composizione per età particolarmente giovane rispetto alla popolazione italiana. Come già da diversi anni, l’incremento demografico del nostro Paese deriva da un saldo migratorio con l’estero positivo (6,0 per mille), mentre quello interno è pari a 0,3 per mille. Considerando i dati a livello ripartizionale, la somma dei tassi migratori interno ed estero indica il Centro come l’area più attrattiva, con un tasso pari al 9,7 mille. Segue il Nord-est (8,8 per mille). Il Sud acquista popolazione a causa delle migrazioni con l’estero, ma ne perde a causa delle migrazioni interne, con il risultato di un tasso migratorio appena superiore all’1 per mille. A livello regionale, l’Emilia-Romagna risulta essere la regione più attrattiva (11,8 per mille), seguita dall’Umbria (10,2 per mille), dal Lazio (10,0 per mille). Tra le regioni del Mezzogiorno solo l’Abruzzo si stacca nettamente dalle altre con un tasso pari a 6,5 per mille.
I cittadini stranieri Nel corso del 2009 sono state iscritte in anagrafe 442.940 persone provenienti dall’estero. Il numero di iscritti dall’estero è inferiore di più di 90mila unità rispetto a quello del 2008. La significativa diminuzione del flusso di iscritti dall’estero, che rimane comunque molto elevato, è prevalentemente imputabile al progressivo esaurimento dell’effetto congiunturale indotto dall’allargamento dell’Ue del maggio 2007. In seguito all’entrata nell’Unione, infatti, e al contestuale decreto sulla libera circolazione e il soggiorno dei cittadini comunitari, un numero molto elevato di cittadini neo-comunitari - in particolare Rumeni - si è avvalso della possibilità di iscriversi nelle anagrafi italiane senza più l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno. Tale effetto si è progressivamente affievolito già nel corso del 2008 e ancor più del 2009. Tra gli iscritti, gli italiani che rientrano dopo un periodo di permanenza all’estero rappresentano solo l’8,2%, pari a poco più di 35mila persone. La larga maggioranza è costituita da cittadini stranieri, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro. Le cancellazioni dalle anagrafi di persone residenti in Italia trasferitesi all’estero ammontano a 80.597 unità. Tra i cancellati per l’estero prevalgono gli italiani (circa il 60% del totale). Tuttavia, va notato che la maggior parte degli stranieri che lasciano il nostro Paese sono conteggiati tra i cancellati per altri motivi, poichè cancellati per irreperibilità. Complessivamente, il bilancio migratorio con l’estero, pari a +362.343, è dovuto a un saldo fortemente positivo per gli stranieri, superiore a 370 mila unità, che compensa il saldo lievemente negativo relativo alla sola componente italiana (-12 mila unità circa).Il bilancio con l’estero risulta positivo per tutte le regioni e il corrispondente tasso varia dal 2,2 per mille della Sardegna al 9,3 per mille dell’Emilia Romagna, rispetto a una media nazionale del 6,0 per mille. Le regioni del Nord, ad eccezione della Valle d’Aosta, della provincia autonoma di Bolzano e del Friuli Venezia Giulia e del Centro, presentano tassi migratori con l’estero superiori alla media nazionale. Viceversa, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano valori ben inferiori a quello medio.

I trasferimenti di residenza Nel corso del 2009 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e 350mila persone e, secondo un modello migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati prevalentemente da uno spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l’Abruzzo) a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -3,9 per mille della Basilicata e il 2,6 per mille della provincia autonoma di Trento, seguito dal 2,5 per mille dell’Emilia-Romagna. Tuttavia, rispetto al 2008, si è registrato un apprezzabile flessione del numero di trasferimenti interni, pari a circa 100 mila unità. Le migrazioni interne sono dovute anche agli stranieri residenti nel nostro Paese, che seguono una direttrice simile a quella delle migrazioni degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità. Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 7,0% della popolazione, contribuiscono al movimento interno per più del 16%. Il numero di iscrizioni e cancellazioni per altri motivi risulta piuttosto ridotto rispetto agli anni precedenti, nei quali in tale voce venivano contabilizzate le rettifiche post-censuarie, ormai residuali. I valori registrati sono da attribuirsi principalmente alle reiscrizioni di persone già cancellate e successivamente ricomparse e alle cancellazioni per irreperibilità ordinaria e di stranieri cancellati per scadenza del permesso di soggiorno.

I Comuni più popolosi Nei 12 grandi comuni con popolazione superiore ai 250mila abitanti risiedono poco più di 9 milioni di abitanti, pari al 15,1% del totale. Nel complesso di questi comuni si registra un incremento di popolazione rispetto all’anno precedente pari a 30.377 unità. In termini percentuali l’aumento è dello 0,3%, un valore pari a oltre la metà dell’incremento totale della popolazione (+0,5%). Tutti i grandi comuni del Nord e del Centro, con la sola eccezione di Verona, si presentano in crescita, e in particolare Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%), mentre tutti i grandi comuni del Mezzogiorno presentano un decremento di popolazione. Tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%). In tutti i grandi comuni il tasso di crescita naturale è negativo, con la sola eccezione di Palermo. Il tasso migratorio interno è sempre negativo, a parte Bologna e Firenze che presentano un tasso lievemente positivo (+0,6 per mille), a evidenziare un processo di reinsediamento della popolazione che penalizza i grandi centri urbani, in particolare Palermo (-7,1 per mille), Verona (-5,2 per mille) e Torino (-5,0 per mille). Si conferma una generale capacità di attrarre le migrazioni dall’estero. Il tasso migratorio estero risulta positivo in tutti i grandi comuni, secondo il consueto gradiente Nord-Sud.

Le mete più importanti In particolare, Firenze e Milano presentano i tassi più elevati, ma in termini assoluti sono Roma e Milano le mete dei più rilevanti flussi migratori dall’estero. Il 99,5% della popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2009 vive in famiglie. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila circa. Il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e risulta stabile rispetto all’anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e si rileva in Liguria, mentre il massimo è di 2,8, riscontrato in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 320 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di riposo, carceri, conventi). Nel corso del 2009 sono stati eletti i consigli provinciali delle tre nuove provincie di Monza e della Brianza, Fermo e Barletta-Andria-Trani. Le nuove province sono nate attraverso il distacco di comuni rispettivamente dalle province di Milano (Monza), Ascoli Piceno (Fermo), Foggia e Bari (Barletta-Andria-Trani). Nello stesso anno sette comuni della provincia di Pesaro e Urbino, a seguito di referendum consultivo, sono stati trasferiti alla provincia di Rimini, provocando un incremento di popolazione per quest’ultima provincia (e per l’intera regione Emilia-Romagna) pari a +14.372 residenti, e un corrispondente decremento della provincia e regione di precedente appartenenza.

Padovese, Asianews: "Omicidio rituale islamico"

ilgiornale.it


Secondo l'agenzia stampa del Pontificio istituto missioni estere l'assissino di monsignor Padovese non era pazzo ma avrebbe compiuto un omicidio rituale al grido di "Allah è Grande". I medici: "Coltellate su tutto il corpo"

Ankara

L’assassino di mons. Luigi Padovese non era pazzo ed ha compiuto un assassino rituale al grido di ’Allah è grandè secondo "Asianews", agenzia stampa del Pontificio istituto missioni estere, che invita il Vaticano e il governo turco a rivedere le proprie iniziali posizioni. "Mentre i giorni passano, si aggiungono nuovi particolari alla vicenda dell`assassinio e alla presunta ’insanità’ dell`uccisore", scrive oggi Asianews.

"Coltellate in tutto il corpo" "I medici che hanno effettuato l`autopsia hanno rilevato che mons. Padovese presentava coltellate in tutto il corpo, ma soprattutto dalla parte del cuore (almeno 8). La testa era quasi completamente staccata dal tronco, attaccata al corpo solo con la pelle della parte posteriore del collo. Anche la dinamica dell`uccisione è più chiara: il vescovo è stato accoltellato in casa. Egli è riuscito ad avere la forza di andare fuori, sulla soglia della casa, sanguinante e gridando aiuto e là avrebbe trovato la morte. Forse solo quando egli è caduto a terra, qualcuno gli ha tagliato la testa. Testimoni affermano di aver sentito il vescovo gridare aiuto. Ma ancora più importante, è che essi hanno sentito le urla di Murat subito dopo l`assassinio. Secondo queste fonti, egli è salito sul tetto della casa è ha gridato: ’Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!’. Questo grido - prosegue ’Asianews’ - coincide perfettamente con l`idea della decapitazione, facendo intuire che essa è come un sacrificio rituale contro il male. Ciò mette in relazione l`assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia"". Davanti a questi nuovi e agghiaccianti particolari - scrive ’Asianews’ - sono forse da rivedere le dichiarazioni del governo turco e le prime convinzioni espresse dal Vaticano, secondo cui l`uccisione non avrebbe risvolti politici e religiosi".

Le carte e la laurea dell'ex pm

Gela, incendia la pizzeria ripreso dalle telecamere di sicurezza

Il Mattino

 

GELA (7 giugno) - Come nei film sui gangster americani. Solo che il proragonista è un ragazzo di 18 anni di Gela, in Sicilia. Il video mostra le immagini, riprese dalle telecamere a circuito chiuso della pizzeria, in cui il giovane fa irruzione nel ristorante con una tanica di benzina e dà fuoco a tutto. A quanto pare, il 18enne avrebbe avuto un'accesa discussione con il titolare della pizzeria, e per vendetta è entrato ed ha trasformato tutto in un Inferno. Secondo la polizia di Gela, il ragazzo farebbe parte di una baby gang, spesso controllata da alcuni clan mafiosi.

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Gli orrori della «clinica cinese» Coinvolti anche sei medici napoletani

IL Mattino

 

NAPOLI (7 giugno) - L’inventario dei prodotti farmaceutici scoperti è ancora in corso, ma già si profilano nuovi orizzonti investigativi per la clinica degli orrori di Terzigno. E mentre si cercano i cittadini di nazionalità cinese - sia i presunti medici e paramedici, sia i pazienti che si sono fatti curare - sembra confermata la pista che all’interno della struttura si praticassero aborti clandestini.
Ma è adesso un altro il punto sul quale si sofferma l’attenzione dei carabinieri di Torre Annunziata guidati dal colonnello Andrea Floris e degli agenti della polizia municipale di Terzigno (che indagano sul presunto coinvolgimento di farmacisti della zona). Si cerca di capire se e quale ruolo possano avere svolto alcuni medici italiani, gli stessi che avrebbero prescritto ricette mediche che sono state trovate in un archivio della «clinica».

Sei nomi. Professionisti che, presto, potrebbero anche essere ascoltati in qualità di persone informate sui fatti, ma la cui posizione potrebbe modificarsi se a loro carico dovessero emergere indizi.
Come ci sono finite quelle ricette nei locali umidi e sporchi scoperti nella notte tra venerdì e sabato dai carabinieri? La struttura era totalmente abusiva. Altre domande inquietanti: è possibile che - oltre a pazienti orientali - si siano compiute operazioni anche su cittadini italiani? Nessuno può escludere - in questa prima fase di indagini preliminari - che anche donne italiane si siano sottoposte a interruzioni di gravidanza, preferendo una struttura anonima a quella pubblica. Si cerca anche un elenco.

Un brogliaccio nel quale - seppur sommariamente - chi gestiva la «clinica» potrebbe avere annotato nomi, date e tipo di trattamenti sanitari eseguiti.
Resta poi aperto anche il capitolo dei farmaci scoperti. La stragrande quantità è costituita da prodotti cinesi: balsami, olii medicamentosi, lozioni, medicinali per lo stomaco, sedativi, sonniferi, analgesici, antinfiammatori e altre tipologie di farmaci sconosciuti (e probabilmente vietati dall’Unione Europea).

C’è però anche una parte di farmaci riconosciuti dal prontuario del nostro Sistema sanitario nazionale, e anche sulla loro provenienza vanno svolti approfondimenti. Sono stati venduti regolarmente? O, magari, trafugati in una delle tante rapine che avvengono nei depositi di grossisti?
Tante domande, insomma, ancora senza risposte certe.

A rendere più difficile l’indagine c’è il fatto che al momento dell’irruzione da parte dei carabinieri alcuni dei presenti nella struttura abusiva sono riusciti a darsi alla fuga. Il solo a poter eventualmente collaborare è il cittadino cinese bloccato in una delle stanze dell’edificio di Terzigno. Ma nei suoi confronti è scattata solo una denuncia in stato di libertà.





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Marchisio e Roma ladrona: amo l'Italia e non sono né spaccone, né scemo

Il Mattino

Il centrocampista azzurro e il giallo sul web:io canto sempre l'inno, anche davanti alla televisione

 

ROMA (7 giugno) - «Non ho mai detto Roma ladrona perché ho l'Italia nel cuore, non sono uno spaccone e non sono neanche scemo». Parola di Claudio Marchisio, centrocampista juventino e azzurro, al centro di una polemica per una incerta interpretazione di un video on line. Ho sempre cantato l'inno anche quando non ero in Nazionale. Insieme a Cannavaro ci siamo guardati ed abbiamo sorriso» riso perché la banda era fuori tempo».

Marchisio ha così archiviato la polemica e nello stesso modi sì è comportato il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete: «È video poco decifrabile, ma fare un processo alle intenzione mi sembra esagerato. Le dichiarazioni fatte da Marchisio sono chiare e mi fermerei qui». Dopo le polemiche su De Rossi ecco quelle sul giocatore della Juventus: «Tra Marchisio e De Rossi è diverso - sottolinea Abete - De Rossi nella stessa giornata si è scusato e immediatamente giustificato. La situazione di Marchisio mi sembra inesistente, le polemiche nel calcio sono fondamentali ma diamogli il giusto peso».

Molto più duro è stato il capitano della Nazionale, Fabio Cannavaro, che ha archiviato il caso Marchisio e le parole di Calderoli, con una battuta amara: «La verità è che siamo un paese ridicolo».





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Oggi l’Italia è solo una escort"

di Barbara Benedettelli

Lo scrittore Alberto Bevilacqua spiega il suo rapporto con le donne: "Mi hanno usato, ma per loro provo nostalgia e pena"


 
«Avevo solo sei anni e mezzo quando subii un’aggressione dura, violenta. Ero con un mio amico. Quella donna gli disse: “a te non la do perché sei brutto”. E darla significava spaccare tutto quello che c’era da spaccare. Sotto violenza si ricorda tutto. Tutto. E se c’è qualcosa che combatto con tutto me stesso è la pedofilia. Sparerei continuamente». A parlare è Alberto Bevilacqua, l’immortale, perché è così che si sente un autore arrivato, in vita, ai «Meridiani» Mondadori. Una città in amore, La Califfa, Questa specie di amore, L’occhio del gatto, Una scandalosa giovinezza,

I sensi incantati, La polvere sull’erba, sette «narrazioni» in cui, attraverso l’esperienza personale, Bevilacqua offre «a questo Paese e all’Europa, sette specchi in cui potersi osservare». Libri che raccontano «un passato capace di anticipare il futuro» e in cui, insieme alle storie dei protagonisti con il loro «tramestio» interiore, si legge la Storia. L’epopea personale di uno scrittore figlio di due mondi diventa lo specchio del paese. Parma, la sua città, nettamente divisa in due dal torrente e dalla condizione economica, lo fa sentire il protagonista di una tragedia shakespeariana. Da una parte il popolo con le sue genialità e le sue meschinerie, dall’altra i responsabili della dittatura.

Bevilacqua, lei da che parte stava?
«In Una città in amore racconto la provincia, la condizione popolare durante la rivolta del ’22. Un momento terribile che vide gli uni contro gli altri. Io mi sentivo come dentro una forcella, ero diviso fra l’ambiente colto, geniale, ma povero, al quale apparteneva mia madre e quello dell’ex corte, degli industriali, di cui faceva parte mio padre. Un fascista. Un maresciallo dell’aviazione agli ordini di Balbo. Un “divo” che stava spesso lontano da casa per attraversare i mari in imprese straordinarie». 

Nel 1955, giovanissimo, ha scritto La polvere sull’erba, il suo primo libro. Perché uscì solo nel 2000?
«Mi dissero: “Se pubblichi questo racconto facciamo male a tuo padre!». E io lo diedi proprio a mio padre. Gli dissi che non ne volevo sapere niente. Quando è morto mia sorella me lo ha mandato, ed è uscito da Einaudi. È un libro scomodo in cui si parla di un segreto di Stato, di fatti accaduti in quel “triangolo della morte” che andava dall’Emilia in su, verso il Po, dove morirono migliaia di civili innocenti. Luoghi dove anche quando finì la guerra ideologica si continuò ad ammazzare per vendetta. Io mi aggiravo in queste terre. Vedevo cose tremende». 

Tipo?
«Ciò che mi colpiva era l’impassibilità di chi veniva tirato fuori dalle case, fosse ex fascista o ex partigiano, chiedeva una sigaretta e trac. Lo falciavano. C’era una certa abitudine a morire». 

Un’infanzia difficile, la sua.
«Ho visto mia madre soffrire le pene dell’inferno. L’ho vista entrare in una grave depressione che le è costata la clinica psichiatrica a vita, e tre elettroshock. Una pratica orrenda». 

E lei dove stava mentre sua mamma era in clinica e suo padre a compiere le sue imprese?
«Stavo con mia nonna che aveva nove figlie, che lavorava. Mi arrangiavo». 

Anche pranzando con le prostitute di una casa di tolleranza?
«Siccome mia nonna, cosa poteva fare?, arrivava quando poteva, un giorno chiese a queste donne se mi potevano far mangiare con loro. Nella loro cucina. Solo che poi la tentazione mi portò fuori dalla stanzetta del pranzo. Avevo quattordici anni. Devo dire che per quanto riguarda la pedofilia gli uomini primeggiano, ma anche le donne non scherzano!». 

La violenza da bambino, i bordelli poi. Che sentimento nutre verso la donna?
«Le sembrerà strano, ma nonostante tutto questo provo grande nostalgia. Credo che sia un essere a cui si fa pagare in tutti i modi l’esistenza. La prima a essere cieca, crudele e stupida con il sesso femminile è proprio la natura. Pensi per esempio al martirio che la donna deve patire ogni mese per perseguire i suoi intenti. Natura mia, non andiamo mica bene! Anche la religione ha le sue colpe. L’ha relegata lontano dalla sua verità. Maria Vergine viene sempre considerata come una poveretta, invece era una che aveva anche una collocazione sociale. E la letteratura, anche quella alta, del secolo scorso? Non ha usato la donna solo ed esclusivamente per le scene di sesso? Per le scene amorose?». 

Per questo ha creato La Califfa?
«Credo che sia stato un libro atteso, in Italia e all’estero. Mancava una figura femminile raccontata nella sua verità, nella sua normalità, senza abusarne mai. La Califfa è protagonista della sua vita, è il centro di una storia con molti aspetti sociali importanti». 

Nella società contemporanea c’è ancora la califfa?
«C’è stata. Adesso c’è il pompadourismo, ci sono le categorie, le escort. Mi sembra che la causa femminile sia ampiamente tradita da fenomeni di rigurgito storico». 

Secondo lei davvero le donne con i loro s-vestiti, inviano all’uomo un messaggio che più o meno dice: «violentami»?
«La violenza carnale fa parte della delinquenza, dell’assassinio. Non credo che la pubblicità di Belén, per fare un esempio, possa influenzare in questo senso. Per chi vive di provocazioni la donna era molto più stimolante un tempo, quando era coperta ma allusiva. Il problema su larga scala è un altro. È nella crisi della sessualità che manca di respiro. Non è più come una religione che va interpretata con passione profonda. È diventata marcia, mediocre. Non c’è più dialogo tra i due sessi. Non c’è più quell’intercapedine necessaria. Guardi cosa succede quando ci si lascia: ci si odia, ci si ammazza». 

Lei è molto attratto da tutto ciò che è mistero. Dall’inconoscibile.
«Io ho una “sensitività” spinta oltre, che è una disgrazia perché si manifesta anche con cose spiacevoli». 

Per esempio?
«Quando ero giovane, avevo diciannove anni, sono entrato nella simpatia di uno scrittore, Mario Colombi Guidotti, l’inventore della prima pagina letteraria per la Gazzetta di Parma. Una sera mi chiese di accompagnarlo a una festa, mentre mi parlava sentii tra di noi una presenza terza. Dissi: “No. Non posso”. Ci andò da solo. Al ritorno ebbe un incidente e morì. Premonizioni. Solo che raccontare storie come queste in un Paese come il nostro non fa bene. Qui c’è il vilipendio. Ti fanno male». 

Che cos’ha oggi questo Paese che non va?
«Ha due problemi gravi. Il primo è che non ha una psiche unitaria, una psiche della collettività: siamo troppo individualisti. Il secondo è che siamo fratturati dalla presenza delle mafie, stati e antistati che operano attivamente anche all’estero. Veri e propri governi difficilissimi da scardinare. Non c’è altro Paese così torturato. Siamo logori».




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Lisbona, 2 donne a nozze E' il primo matrimonio gay

di Redazione

Due donne celebrano il primo matrimonio gay dopo l’approvazione della legge che consente nozze tra persone dello stesso sesso: Helena Paixao e Teresa Piresa avevano condotto una battaglia legale di 4 anni


 

Lisbona - Due donne hanno celebrato il primo matrimonio gay in Portogallo dopo l’approvazione della legge che consente nozze tra persone dello stesso sesso. Le due donne, Helena Paixao e Teresa Piresa, avevano condotto una battaglia legale durato quattro anni. Una trentina di persone ha presenziato alla cerimonio con tanti applausi.

La nuova legge in Portigallo Il presidente Anibal Cavaco Silva, cattolico praticante, aveva firmato, a metà maggio, con grande ritrosia la legge sui matrimoni gay, pochi giorni dopo la visita di Papa Benedetto XVI. In quell’occasione, il Pontefice aveva ampiamente criticato le nozze omosessuali. La legge era stata approvata già in parlamento a febbraio, nonostante la forte opposizione dei partiti di centro-destra, 90mila firme sono state raccolte per chiedere un referendum contro la nuova normativa. Al contrario, gli attivisti dei movimenti gay definiscono le legge insufficiente soprattutto perchè nega la possibilità di adottare figli. Il Portogallo ha seguito l’esempio della Spagna che ha autorizzato i matrimoni gay già nel 2005 e permette anche le adozioni.





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La mail che incastra Briatore

Corriere della Sera
Intercettato un messaggio del legale. Il pm: colloquio tra amici, si può utilizzare

L’avvocato sconsigliava di denunciare il capitano dello yacht

La mail che incastra Briatore


Lo yacht «Force Blue» di Flavio Briatore (archivio  Corriere)
Lo yacht «Force Blue» di Flavio Briatore (archivio Corriere)
GENOVA — Quando, al termine dell’udienza davanti al Tribunale del riesame di Genova, il pm Walter Cotugno ha prodotto la trascrizione di un messaggio tra Flavio Briatore e uno dei suoi avvocati, c’è stato un attimo di gelo. In discussione era il sequestro del mega-yacht Force Blue, fatto dalla Guardia di Finanza di Genova il 20 maggio, con l’accusa— per Briatore ed altre tre persone— di aver evaso le tasse sullo yacht e sul carburante per un valore di quasi 5milioni di euro, un reato che si configura anche come contrabbando. Il punto — per sostenere l’accusa— è che lo yacht di sessanta metri sia in realtà di proprietà di Briatore e non di una società di charter con sede nelle isole Vergini Britanniche che l’avrebbe noleggiato anche ad altri. E per dimostrare che il Force Blue — stesse iniziali dell’imprenditore del «Billionaire» — è proprio di esclusiva proprietà di Briatore il pm ha esibito un messaggio elettronico (sembra, una mail mandata su cellulare) che esordisce: « Caro Flavio... ma sei matto? Vuoi che alla fine un pm si occupi della società e della gestione della barca?».

Lo yacht di Flavio Briatore

L’avvocato risponde all’intenzione di Briatore di presentare una denuncia penale
contro il capitano dello yacht e lo sconsiglia con foga: in questo modo attirerai l’attenzione dei magistrati. L’episodio si riferisce a cinque anni fa, il capitano — accusato di comportamenti sleali — fu veramente licenziato, ma senza denunce di sorta. Quel messaggio— forse— non ha pesato troppo sulla decisione del tribunale e sulla discussione tutta in punta di diritto sulla sequestrabilità dello yacht da parte della Guardia di Finanza e sulla posizione di Briatore. Certamente però ha creato un certo scompiglio. In conclusione il Riesame — come anticipato dal Secolo XIX — ha respinto il ricorso degli avvocati e confermato il sequestro del Force Blue, un vero gioiello di lusso ora ancorato nel porticciolo di Sestri Ponente.

«Non so niente di questa storia — ha detto Massimo Pellicciotta, uno degli avvocati di Briatore— sono all’estero e non ho potuto leggere il provvedimento. Prima leggeremo le carte poi vedremo i passi da intraprendere». A sostegno dell’utilizzabilità del colloquio fra Briatore e uno dei suoi legali il pm Cotugno ha prodotto una sentenza della Cassazione: al momento dell’intercettazione fra i due non c’era rapporto professionale bensì un vincolo di amicizia, è la tesi, quindi i colloqui non sono protetti come quelli fra difensore e assistito.

Come un colloquio avvenuto cinque anni fa sia arrivato sotto la lente della Guardia di Finanza tanto da essere depositato agli atti del pm è, per ora, alquanto oscuro. Al momento del sequestro del Force Blue nelle acque liguri a bordo si trovava la moglie di Briatore, Elisabetta Gregoraci con il figlioletto di pochi mesi Falco Nathan. Entrambi sono stati sbarcati dalla Guardia di Finanza e la Gregoraci ha detto di aver perso il latte per la paura e lo choc dell ’«abbordaggio». Briatore si è lamentato della «spettacolarizzazione» del sequestro: «Io sono perfettamente in regola» ha ripetuto. Ma lo yacht — per ora — rimane sequestrato e rischia la confisca.

Erika Dellacasa
07 giugno 2010



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Puzza troppo»: anziana lasciata a terra Doveva volare da Catania ad Hannover

Corriere della Sera



La donna, malata, è stata presa in consegna da personale della Croce rossa. «Puzza troppo»: anziana lasciata a terra. Doveva volare da Catania ad Hannover. La decisione sarebbe stata adottata dal comandante del volo Air Berlin dopo le lamentele di altri passeggeri

MILANO - Un'anziana tedesca che stava rientrando in Germania da Catania è stata fatta sbarcare dall'aereo perché «puzzava» troppo. La decisione sarebbe stata adottata dal comandante del volo per Hannover della compagnia Air Berlin dopo le lamentele di altri passeggeri. La donna, ricostruisce il quotidiano La Sicilia citando fonti della Sac, la società che gestisce lo scalo, è stata presa in consegna da personale della Croce rossa perché aveva delle piaghe e un piede particolarmente gonfio; quindi è stata condotta in ospedale. (Ansa)

07 giugno 2010




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Sei mesi dopo la tragedia Dove sono finiti i soldi per ricostruire Haiti?

di Fausto Biloslavo

Grandi organizzazioni umanitarie che non utilizzano i fondi raccolti per le vittime del terremoto di Haiti, la gente terrorizzata di tornare a vivere fra quattro mura, che vuole abitazioni in legno e scuole sotto le tende per i propri figli. Un piano per la ricostruzione ancora in alto mare, nonostante sulla carta siano disponibili 15 miliardi di dollari. Non solo: Le scosse hanno fatto saltare anche le elezioni e il presidente, René Perval, viene additato come un «dittatore» per aver esteso il suo mandato fino al prossimo anno.

Sei mesi dopo il terribile terremoto che il 12 gennaio ha falciato 220mila persone (secondo i dati forniti dal governo), l'isola caraibica sta ancora cercando la strada giusta per il futuro. Un'inchiesta della tv americana Cbs ha dimostrato che le grandi organizzazioni umanitarie, legate soprattutto alle donazioni negli Stati Uniti, stanno spendendo con il contagocce i fondi raccolti per l'emergenza Haiti. Proprio negli Usa si era mobilitata, come in nessun’altra parte al mondo, la macchina della solidarietà. La fondazione Clinton-Bush, messa in piedi con grande pubblicità dai due ex presidenti Usa, non ha voluto neppure fornire i dati ai giornalisti. Dal suo sito si scopre, però, che su 52 milioni di dollari raccolti in beneficenza ne ha spesi appena 7. Un altro colosso del bene, l'ong Care, ha messo a disposizione 34,4 milioni di dollari, grazie a donazione e altro, utilizzando ad Haiti solo il 16%. In pratica 5,75 milioni di dollari, 2,5 dei quali in prefabbricati per la prima emergenza.

Ancora peggio la Catholic relief services (Crs) che dei 165 milioni di dollari raccolti, sotto forme diverse, ne ha spesi solo l'8% (12,2 milioni). Va un po' meglio la Croce rossa americana, che su 444 milioni a disposizione ne ha utilizzati 111, il 25 %. La metà in aiuti di emergenza, ma sei mesi dopo il terremoto Haiti deve guardare avanti.

Forse aveva ragione Guido Bertolaso, che dopo essere sbarcato sull'isola per una breve missione aveva criticato soprattutto gli Stati Uniti per il mancato coordinamento negli aiuti.

Dall'Italia, la costola nazionale della Croce rossa, ha raccolto molto meno soldi di quella americana, ma in termini percentuali ne ha già utilizzati una bella fetta. Su 2 milioni e 253mila euro raccolti con le donazioni, un milione è servito per ridare una boccata d'ossigeno alla sanità di Haiti, 350mila euro per attività sul campo e 100mila per famiglie haitiane curate in Italia. Una fonte della Croce rossa spiega: «La nostra linea è investire bene e presto i soldi della beneficenza. Talvolta ci troviamo di fronte a ong, come il network italiano Agire, che raccoglie fondi, anche attraverso convenzioni con la Rai e poi non li spende tutti, come è capitato per lo tsunami. E staremo a vedere cosa succederà per Haiti».

Il vero nodo è la ricostruzione. I 15 miliardi di dollari della comunità internazionale dovranno servire a rimettere in piedi Haiti nei prossimi 10 anni. L'obiettivo è non solo ricostruire le città distrutte, ma fare uscire il paese dalla crisi e dalla povertà endemica che lo attanaglia da sempre. Molti ministeri, distrutti dal terremoto, continuano a funzionare a singhiozzo e il governo non ha le idee chiare sul piano di ricostruzione. Le grandi organizzazioni umanitarie temono di compiere passi sbagliati o affrettati, come capitò dopo l'emergenza tsunami. Per questo hanno il braccino corto. L'impasse politica e l'ombra della corruzione fanno il resto. I soldi raccolti in beneficenza restano in cassa per i progetti a lungo termine. E nel frattempo fruttano non poco, grazie agli interessi.

Le scosse hanno cancellato pure le elezioni e la decisione del presidente Perval, ratificata dal parlamento, di rinnovarsi il mandato fino al 14 maggio 2011 ha scatenato proteste di piazza. Gli oppositori parlano di «nuova dittatura», in un paese abituato a golpe e tiranni.

Poi c'è il problema dei senzatetto, che non vogliono, per ora, tornare nella case in muratura. Un milione e mezzo di persone è stato colpito dal terremoto. Quattro mesi dopo fra 500mila e 700mila vivevano ancora in condizioni di emergenza. La gente non vuole saperne di edifici in muratura. Preferisce case in legno e scuole sotto le tende per i propri figli. L'Avsi, una delle più importanti ong italiane presenti a Haiti manda a scuola circa 3.000 bambini organizzandoli in classi sotto le tende, dalla materna alla sesta elementare. E sta costruendo strutture temporanee in legno dove verranno allestite 10 istituti scolastici, 7 ambulatori sanitari per una capacità di assistenza medica a10.000 bambini e 2.000 donne incinte e in fase di allattamento.

Con i primi di giugno si sono ritirati dall'isola i 22mila soldati americani, che l'avevano «invasa» per evitare che il paese sprofondasse nell'anarchia. Rimarranno solo 500 uomini della guardia nazionale e la portaerei Iwo Jima per l'assistenza medica specialistica a bordo. Invece l'Onu ha rinforzato la missione dei caschi blu presenti ad Haiti dal 2004, per garantire una minimo di stabilizzazione e sicurezza. Fino a ottobre continueranno a venir dispiegati circa 10mila uomini, che proteggono pure le organizzazioni umanitarie e gli aiuti per la popolazione.
www.faustobiloslavo.eu





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Napoli, la folla picchia il «rapina-taxi» La polizia lo salva in piazza Dante

Il Mattino

NAPOLI (6 giugno) - È stato riconosciuto in strada come l'autore di alcune rapine ai danni di tassisti. La notizia ha immediatamente fatto il giro tra alcuni passanti presenti al momento in Piazza Dante.


Solo grazie al tempestivo intervento degli agenti in servizio di volante del Commissariato di Polizia 'Dantè e di alcune pattuglie nella notte, si è evitata una sorte peggiore per S.P., pregiudicato di 33 anni, residente nel quartiere Scampia. È quanto spiega una nota della questura di Napoli.

Intorno a lui, infatti, si è creata una ressa di persone, che dopo aver bloccato l'uomo, lo hanno malmenato con calci e pugni procurandogli contusioni e lesioni. Per questo motivo è stato ricoverato in ospedale presso il reparto di neurochirurgia.

La ressa di persone, che aveva letteralmente accerchiato l'uomo, si è però subito allontanata alla vista della Polizia. L'uomo, come hanno accertato i poliziotti, era in compagnia di un ragazzo di 17 anni. Quest'ultimo risultato estraneo ai fatti si era reso responsabile però nella notte di sabato e il 13 maggio scorso di almeno due rapine.

S.P., ricoverato in ospedale, è stato denunciato dai poliziotti, in stato di libertà. Il minore, che ha riportato contusioni lievi guaribili in tre giorni, è stato affidato dagli agenti alla madre




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Napoli, tra i tesori sconosciuti la statua del guerriero senza nome

Il Mattino

 
di Paolo Barbuto

NAPOLI (7 giugno) - Percorrendo salita San Raffaele c’è un antico palazzo che non attira l’attenzione. È protetto da un grosso cancello, moderno, di ferro. Su quel cancello è stata montata una grata di rete fitta fitta, probabilmente per evitare che si infilassero gatti o cani randagi.
Uno sguardo più attento, però, consente di scoprire che in fondo al cortile interno del palazzo c’è una statua, bella e antica. La vedete nella fotografia qui a destra: rappresenta un nobile, vestito con abiti che ricordano gli spagnoli del ’500 o del ’600. È di marmo un po’ maltrattato dal tempo, sul petto del cavaliere brilla ancora un cuore rovesciato rosso fuoco che si incrocia con due gigli. Al centro della statua c’è una rientranza, uno spazio scavato nel marmo che, secondo gli abitanti della zona, nell’antichità conteneva la reliquia di un santo. Ai piedi della statua c’è un cagnolino fedele; la mano destra probabilmente reggeva il bastone del comando che oggi non c’è più, spezzato.

Alle spalle della statua il muro antico è stato martoriato dal passaggio di cavi elettrici e canaline per i tubi, però anche chi ha lavorato lì dietro ha avuto rispetto per quel monumento nascosto che ha resistito per centinaia di anni.

Non ha resistito, invece, il basamento. E questo particolare non è di poco conto. Dove ora c’è una base di pietra rovinata, probabilmente un tempo c’era il nome del personaggio così ben raffigurato, o almeno avrebbe potuto esserci qualche particolare che avrebbe consentito di risalire alla provenienza.
Gli abitanti del palazzo non sanno dire chi fosse, gli anziani della zona sostengono di non aver mai saputo il nome di quell’uomo severo che si trova nel cortile.

Nel suo «Napoli, atlante della città storica», Italo Ferrara pubblica una fotografia della statua e chiama il palazzo nel quale è conservata «Palazzo del cavaliere», proprio per l’impossibilità di risalire al nome del personaggio raffigurato.

È uno dei tanti misteri, piccoli e grandi, che avvolgono la nostra città. Un mistero che, però, potrebbe essere risolto, magari anche con l’aiuto di voi lettori. Chi sa qualcosa in più sulla statua del cavaliere si faccia avanti...

...Un lettore (Davide Babo) avrebbe riconosciuto nel decoro della corazza il simbolo dell'ordine militare spagnolo di San Giacomo della Spada. Simbolo di cui alleghiamo una foto in gallery. C'è qualcuno che ne sa ancora di più?...





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Il costo dei prof sindacalisti

La Stampa

Circa trenta milioni di euro l'anno per permettere a oltre ottocento docenti di fare attività sindacale.
La Cgil: 'un diritto per la collettività'



FLAVIA AMABILE


Ma perché dobbiamo pagare 30 milioni l’anno per i prof sindacalisti? A chiederselo sono in molti da anni. Qualcuno ogni tanto prova anche a intervenire ma la voce resiste ed in tempi di crisi e di tagli indiscriminati nelle scuole come questi, diventa un movimento molto più deciso e compatto. A guidarlo è l’associazione dei dirigenti siciliani, l’Asasi. 

Un mese fa sono andati al ministero dell’Istruzione e al sottosegretario Giuseppe Pizza l’hanno detto chiaro e tondo. «Non capiamo il perché di questi tagli alle cattedre e alle scuole quando invece sarebbe molto più semplice e efficace intervenire con razionalizzazioni e eliminazione di sprechi come quello dei distacchi sindacali nelle scuole», spiega Roberto Tripodi, presidente regionale dell’associazione. 

Il meccanismo che regola i distacchi è semplice: alcuni professori, invece di fare lezione in classe, vengono inviati a svolgere un lavoro sindacale. Al loro posto nelle aule va un supplente. Tutto questo ha un costo, ovviamente. E il ministro Renato Brunetta che dei sindacati non ha grande stima sta provando a intervenire. Ha infatti ottenuto un taglio del 15% dei distacchi nelle scuole che ha portato da 1023 a 868 il numero dei prof sindacalisti. In particolare la Cgil è scesa da 304 a 258, la Cisl da 292 a 248, lo Snals da 211 a 179, la Uil da 145 a 123, la Fgu da 71 a 60. 

Ancora troppi secondo l’Asasi. Nel loro ultimo bollettino è pubblicato un calcolo dei costi, firmato da Libero Tassella, docente napoletano, e le cifre sono di tutto rispetto. Bisogna infatti considerare come pari a 1600-1800 euro lo stipendio degli insegnanti che vengono distaccati e moltiplicarlo per tredici mesi. Ma bisogna anche mettere in conto lo stipendio dei loro supplenti, circa 1100-1200 euro, anche questi moltiplicati per 13 mesi. Il totale è pari a oltre 30 milioni di euro, per l’appunto. Mentre lo scorso anno era di quasi 40 milioni. 

Libero Tassella non ha dubbi: «Non intendiamo pagare lo stipendio a persone esonerate dai sindacati ma pagate dallo Stato, cioè da tutti noi. Quello che so è con 1/3 dei loro bilanci, i sindacati potrebbero tranquillamente pagare i loro sindacalisti in esonero. Questo accade solo in Italia e nel settore pubblico, nel settore privato i sindacalisti sono a carico dei sindacati come all’estero. Non basta aver ridotto il numero al 45%, gli esoneri, lo ripeteremo fino alla noia, non devono ricadere sulla collettività. Mi auguro che i sindacati diano il buon esempio in un momento di crisi economica». 

Ma i sindacati rispondono alle accuse parola per parola. «Mi sembra una campagna del tutto insensata - spiega Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, il sindacato con il maggior numero di distacchi - il meccanismo è stato previsto per permettere a delle persone di esercitare un diritto nell’interesse di tutti». Anche di chi non è iscritto al sindacato e non se ne sente rappresentato? «Certo, perché la Costituzione prevede che i sindacati abbiano il ruolo di partecipare alla contrattazione e di firmare intese che poi sono valide per tutti. Per questo è un costo che viene pagato dalla collettività. E comunque non è vero che non esiste un trattamento simile in altre parti del mondo. Basta guardare alla vicina Francia». 

L’Asasi intende andare avanti comunque. «Al ministero ci hanno risposto che eliminare alcuni sprechi avrebbe provocato troppe reazioni. Come se tagliare cattedre e togliere i fondi alle scuole non ne provocasse di altrettante», spiega Tripodi.







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Uno stipendio a romeni? No, datelo ai pensionati

Il Tempo

Per strada e on-line i romani bocciano Alemanno.
Il piano: 200 euro al mese per sei mesi a chi decide di tornare a casa.
125 mila presenze in città: quasi la metà vorrebbe andarsene.


«Ma come, 200 euro a loro? E a noi chi ce li dà? In Italia c'è chi 200 euro al mese neanche li guadagna, magari ha pure studiato...». È questo il parere di Michele, operaio di 48 anni, riguardo il progetto presentato venerdì dal sindaco Gianni Alemanno, che, in visita ufficiale a Bucarest, ha proposto un contributo pari a 200 euro mensili per per agevolare il rientro in patria dei cittadini romeni residenti nel Lazio (160 mila in totale, di cui 3400 in condizioni disagiate) che desiderano tornare a casa. Secondo Massimo è «una grande fesseria» che «peserà ancora di sulle nostre già povere tasche».


In molti, invece, puntano sull'integrazione, come Daniele: «La proposta non va bene, bisogna investire quel denaro sull'integrazione e formazione». Tra i contrari c'è anche chi, come Alessandra, ritiene il piano del sindaco «una forma di elemosina» e altri, che si oppongono categoricamente: «Mia nonna prende 500 euro al mese di pensione - dice Mattia - ma lei ha lavorato in Italia, nel suo paese, per tutta la vita, senza fare male a nessuno. Perché non li aggiungono alla sua pensione quei soldi?». Ma c'è anche chi trova interessante l'idea, anche se con alcune riserve. «Mi sembra giusto - dice Serena, 31 anni - tanti romeni sono qui senza fare niente, perché sprovvisti di titolo di studio e senza conoscenze tecniche. Magari a casa loro, con quei soldi, possono dare un senso alla propria vita». Roberto chiede sicurezze: «La proposta va bene, ma chi ci dice che poi non intascano i soldi e ritornano? Servirebbero controlli accurati e, forse, troppo costosi».


Altri scenderebbero in campo in prima persona per «aiutare» i cittadini romeni a tornare a casa: «Se fosse per me aggiungerei 200 euro di tasca mia - scherza Giuseppe, autista di 51 anni - così facciamo 400 in totale e magari non tornano più in Italia». Secondo Lorenzo, promoter di 35 anni, è centrale la formazione: «So che il progetto prevede anche una formazione professionale. Bene così, altrimenti se tornano a casa e non sanno fare niente, alla fine ritornano e si dedicano al crimine». Intanto continua la missione di Alemanno a Bucarest. Ieri, il sindaco ha speso parole in difesa del popolo romeno, chiarendo che «non bisogna identificare la Romania con Mailat», riferendosi all'autore dell'omicidio di Giovanna Reggiani, avvenuto nel'ottobre del 2007 nei pressi della stazione di Tor di Quinto. Il sindaco ha poi manifestato l'intenzione, di comune accordo con il sindaco di Bucarest Sorin Oprescu, di creare una struttura di assistenza per romeni a Roma. Una sorta di punto di riferimento per dare e ricevere informazioni anche di natura medica e legale ai romeni residenti nella Capitale. Un'iniziativa ben accolta dal primo cittadino di Bucarest, che ha definito il progetto «una specie di call center umano».


Call center che è già disponibile nella Capitale, al numero 060606, ma che secondo Alemanno necessita di un potenziamento. Chi non ha accolto con favore le proposte del sindaco è Francesco Storace. L'ex presidente della regione ieri ha lanciato una frecciata a Alemanno: «Oltre a offrire quattrini ai romeni, sarebbe opportuno che dal sindaco venisse un segnale di solidarietà ai consiglieri municipali. Chi è eletto e lavora per la comunità cittadina non deve essere offeso dal governo».


Stefano Silvestre

06/06/2010





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Più zucchine per tutti ecco le priorità del Pd

Il Tempo

Il governo lavora per affrontare la crisi economica, i Democratici presentano una proposta di legge per favorire l'agricoltura pensile.


agricoltura L'appuntamento è per oggi, quando si riunirà il comitato Economia e Finanza del Pd, l'organismo che raccoglie tutti i parlamentari democratici che fanno parte delle commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato. Da decidere c'è l'atteggiamento da tenere in Aula dopo che Silvio Berlusconi ha fatto sapere che la Manovra potrà essere modificata. E chissà che nella discussione non si trovi il tempo per approfondire due proposte di legge appena depositate dai Democrat. Due proposte che potrebbero cambiare il futuro del Paese e che il governo dovrebbe veramente tenere in grande considerazione.

La prima riguarda il gratta e vinci. La prima firmataria è la senatrice Colomba Mongiello che ha finalmente deciso di risolvere una delle piaghe che affligge la nostra società. Il testo, infatti, propone l'etichettatura dei biglietti delle lotterie istantanee esattamente come avviene da qualche tempo con i pacchetti di sigarette. Il messaggio è ovviamente diverso. Al posto del famosisissimo «Nuoce gravemente alla salute», troverebbero posto frasi tipo «il gioco provoca dipendenza», «il gioco eccessivo può ridurti in povertà», «questo gioco può nuocere alla tua salute»; «proteggi la tua famiglia, non giocare in modo eccessivo».

E ancora «il tuo medico può aiutarti a smettere di giocare»; «il gioco crea un'elevata dipendenza, non eccedere». I messaggi dovranno occupare almeno il 20% della superficie del biglietto e non potranno essere «in alcun modo dissimulati, coperti o interrotti da altre indicazioni o immagini». Ora nessuno vuole mettere in dubbio che quello della dipendenza dal gioco sia un problema da non sottovalutare ma in un momento in cui in tutta Europa si parla di crisi e di come far ripartire la crescita, il commento nasce spontaneo: chissenefrega del gratta e vinci.

Così come chissenefrega degli orti sui tetti, oggetto di un'altra lungimirante proposta depositata, questa volta alla Camera, dal Pd. La prima firma in calce è quella di Gianpiero Bocci. L'idea è di prevedere detrazioni fiscali fino al 55% delle spese per chi investe su pomodori e zucchine, ma solo sul tetto di casa. Secondo i deputati democratici, infatti, l'incentivazione dell'agricoltura urbana sarebbe una delle strade da percorrere per recuperare il microclima delle nostre città e difendersi meglio dall'inquinamento. Ma la proposta del Pd si spinge oltre prevedendo l'istituzione, presso il ministero dell'Ambiente, di un Fondo per la forestazione urbana con una dotazione di 50 milioni di euro l'anno per il primo biennio dall'entrata in vigore della legge.

E così, al grido di «più zucchine per tutti», lo Stato dovrebbe spendere 100 milioni. Niente male, non c'è che dire. In fondo che il Pd non avesse proprio le idee chiare sulla condizione economica del Paese lo si era già capito nel corso dell'ultima assemblea nazionale del partito, quando aveva lanciato la proposta di un contributo annuale di 3.000 euro per ogni figlio fino alla maggiore età a cominciare dalla fascia 0-3 anni. Un giochetto da 8 miliardi di euro. Restando però alle proposte di legge vale la pena di citarne alcune depositate nelle ultime settimane. Oltre a quelle citate finiscono sul podio: un testo del senatore Francesco Sanna sulla rappresentanza di genere nei consigli e nelle giunte provinciali, una del collega Roberto Di Giovan Paolo sull'integrazione dei rom e sinti nel territorio italiano e quella dell'onorevole Ivano Miglioni sull'utilizzo a fini terapeutici di farmaci contenenti derivati naturali e sintetici della cannabis indica. Così magari, la prossima volta, potranno dire di aver elaborato certe idee sotto effetto di sostanze stupefacenti.



Nicola Imberti

07/06/2010





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Bhopal, 8 colpevoli a 25 anni dalla strage

Corriere della Sera

NEW DELHI

Un tribunale distrettuale di Bhopal, in India, ha emesso una sentenza in base alla quale otto persone sono riconosciute colpevoli, per negligenza, della tragedia avvenuta più di 25 anni fa in una fabbrica della Union Carbide. Gli otto imputati rischiano una pena massima di due anni. Anche se domenica molti familiari delle vittime sono tornati a chiedere la pena capitale per i responsabili. Fra gli otto, vi sono sette ex dipendenti indiani della fabbrica e l'americano Warren Anderson, ai tempi della tragedia di Bhopal presidente della Union Carbide Corporation e oggi latitante. Arrestato nel 1984 e rilasciato dietro cauzione da un tribunale dello Stato del Madhya Pradesh Anderson, 81 anni, è considerato il responsabile principale del disastro, ma essendo in stato di latitanza non ha potuto essere processato. Il 31 luglio 2009 la magistratura indiana ha formato un mandato di arresto nei confronti di Anderson che però fino ad oggi non è stato eseguito dalla polizia.

IL DISASTRO - Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, una nube altamente tossica fuoriuscì dalla fabbrica della Union Carbide India Limited (UCIL) di Bhopal, filiale indiana di uno dei giganti americani della chimica: i morti furono migliaia, tra 8.000 e 10.000 secondo il Centro di ricerca medica indiana, oltre 25.000 secondo Amnesty International. Ad oggi si calcola che le vittime siano 20.000 e che 500.000 persone abbiano subito patologie di differente gravità per le conseguenze dell'inquinamento di terra, aria e acqua.

IMPIANTO ABBANDONATO - A un quarto di secolo di distanza, l'impianto giace abbandonato e dietro i suoi pesanti portoni d'acciaio c'è quello che gli ambientalisti definiscono «un disastro nel disastro», un luogo ormai altamente inquinato che, secondo nuovi studi, sta lentamente avvelenando l'acqua potabile per migliaia di indiani.

Redazione online
07 giugno 2010



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Gli intoccabili: ecco chi non paga La manovra salva solo i privilegiati

Il Tempo

Politici, magistrati, medici e banche. Stipendi da favola e privilegi ma anche stavolta riusciranno a scamparla.

Proteste e propaganda per evitare di fare sacrifici, come tutti gli altri.


Gli intoccabili: politici, medici, magistrati e banche La manovra è servita: ci sono quelli che pagano, quelli che protestano, quelli che potrebbero caricarsi il peso dei sacrifici ma non lo faranno. Salvo colpi di scena.
Di sicuro non sfuggiranno gli statali, che dovranno «resistere» qualche mese in più prima di andare in pensione e accettare una liquidazione a rate. Quelli che restano nei loro uffici avranno la vita più difficile visto che le assunzioni sono bloccate.

Ci sono poi quelli che non pagano. Innanzitutto le banche. Tassate in mezzo mondo ma non in Italia. Poi i politici. «Daremo il buon esempio», hanno detto deputati, senatori e ministri. Per alcune settimane non si è parlato d’altro: la norma, inserita nella bozza della manovra, prevedeva di ridurre del dieci per cento la parte di stipendio dei parlamentari sopra gli ottanta mila euro. Ma è stata depennata. Del resto Camera e Senato dispongono dell’autonomia di bilancio. Dovranno decidere loro se e quanto tagliare gli stipendi. Eppure nella manovra del governo un articolo intitolato «Riduzione dei costi degli apparati politici» c’è, come anche il tanto discusso taglio del dieci per cento.

Ma riguarda soltanto gli esponenti di governo «che non sono membri del Parlamento nazionale». Meglio di niente, si penserà. Il punto è che ministri e sottosegretari che non sono stati eletti sono dieci. Bello sforzo. Non resta che sperare che i presidenti Fini e Schifani prendano in mano le forbici nei prossimi giorni. Poi ci sono i magistrati. Quelli in servizio da tempo guadagnano tanto ma non vogliono riduzioni e sbraitano contro il governo. Inoltre c’è la questione delle toghe più giovani che rischiano di pagare il conto più salato. Non solo: protestano i medici e i farmacisti. Se a questo si aggiunge che le Regioni, a cui hanno tagliato i trasferimenti, non si risparmiano leggine per promuovere i dipendenti, allora il quadro è completo. Piove sempre sul bagnato.

Alberto Di Majo



POLITICI: invocano tagli ma solo sulla carta - In principio, quando ancora si stava lavorando alla manovra anticrisi, sembrava di assistere ad una gara a chi la sparava più grossa: i politici erano tutti in prima linea, ben disposti a mettere le mani nel portafogli. Nel loro, per una volta. Ad aprire le danze Roberto Calderoli: «Proporrò in sede di governo, quando affronteremo la manovra finanziaria, un taglio almeno del 5 per cento agli stipendi dei ministri e dei parlamentari come hanno fatto in Inghilterra e Portogallo», aveva detto il ministro della Semplificazione legislativa. «I tagli alle spese comporteranno sacrifici per tutti, i politici devono dare il buon esempio», aveva aggiunto.

Giulio Tremonti, che l’entità di quei sacrifici la conosceva, aveva replicato a suo modo: «Il 5 per cento? Mi viene da sorridere. Per me è solo un aperitivo». Giù allora con la corsa al rilancio. Gli italiani non credevano alle loro orecchie. «Via il 10 per cento degli stipendi», proponeva Daniela Santanchè, sottosegretario all’Attuazione del programma di governo. «Ho intenzione di proporre ai capigruppo e al consiglio dei ministri di devolvere un mese di stipendio della politica in caso di ulteriori sacrifici richiesti ai cittadini», rilanciava Ignazio La Russa, ministro della Difesa. Applausi. «Due mensilità», superava Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl alla Camera.

Tutti in piedi. «Tre mensilità e non per demagogia» strillava Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma. Standing ovation.
Nel frattempo cominciava a circolare una bozza provvisoria della manovra. Le prime indiscrezioni facevano ben sperare: tagli a tutti gli organi costituzionali compreso il Quirinale. Ridotte del dieci per cento le indennità di deputati e senatori, azzerate quelle per le commissioni ministeriali. Scure su consulenze, auto blu, cocktail e ricevimenti. Sembrava quasi che il monito di Napolitano, che aveva predicato sacrifici distribuiti con equità tra tutti i cittadini - nessuno escluso -, fosse stato rispettato. E invece no.

Quando la manovra viene presentata, si scopre che a pagarla saranno i cittadini, gli statali, i pensionati, i turisti. La norma, inserita nella bozza della manovra, che prevedeva di ridurre del dieci per cento la parte di stipendio dei parlamentari sopra gli ottanta mila euro è stata depennata. Camera e Senato dispongono, infatti, dell’autonomia di bilancio. Dovranno decidere loro se e quanto tagliare agli stipendi dei loro membri. Il provvedimento non può essere contenuto nel decreto legge del governo sulla manovra. In realtà, un articolo intitolato «Riduzione dei costi degli apparati politici» esiste. È il numero quattro. Esiste pure il tanto discusso taglio del dieci per cento: avranno stipendi più bassi gli esponenti di governo «che non sono membri del Parlamento nazionale». A conti fatti, sono dieci persone: Gianni Letta, Guido Bertolaso, Giancarlo Galan, Ferruccio Fazio, Bartolomeo Giachino, Giuseppe Pizza, Francesco Belsito, Enzo Scotti, Giuseppe Reina e Daniela Santanché, che è l’unica ad essere stata accontentata.

Nadia Pietrafitta



BANCHE: Non ne vogliono sapere di ridurre i costi - A fare da apripista è stato il presidente americano Barack Obama che come misura anticrisi ha messo a punto una tassa sulle banche tale da ricavare fino a 120 miliardi di dollari. L’obiettivo è recuperare le somme sborsate dal governo per affrontare la crisi e ridurre il deficit. L’operazione americana però ha avuto scarso seguito in Europa. Al momento ci sono solo delle dichiarazioni di intenti da parte di Francia e Germania ma nulla di più. La riunione di martedì dell’Ecofin dovrebbe affrontare il tema ma nella prospettiva di creare con il gettito dell’imposta un fondo per finanziare i possibili salvataggi futuridi banche in difficoltà.

E in Italia? Nella manovra economica di Tremonti non c’è traccia di interventi sulle banche. Gli istituti fanno parte di quella categoria di intoccabili che vengono puntualmente risparmiati dalle operazioni contro la crisi. Eppure le commissioni bancarie non conoscono crisi.
Lo stesso Governatore di Bankitalia Mario Draghi è più volte intervenuto sui costi delle attività degli istituti. Da una relazione della Commissione europea su questo tema emerge che l’Italia è tra i paesi i cui cittadini spendono di più per la gestione dei conti correnti e, assieme ad Austria, Francia e Spagna, presenta risultati insoddisfacenti in materia di trasparenza.

Tra i problemi specifici vi sono le informazioni che in molti casi sono di difficile comprensione, costi bancari opachi, problemi con la consulenza e un livello piuttosto basso di cambio di banche.
Secondo le rilevazioni della Federconsumatori nelle banche vengono ancora praticati tassi e condizioni fuori della media europea, con i mutui che costano interessi più elevati dello 0,59% della media Ue e del 2,16% in più sui prestiti personali, che costringono i cittadini italiani a sborsare ben 361 euro in più l’anno per un mutuo di 100.000 euro, con una maggiorazione di 10.830 euro a fine mutuo vero handicap competitivo rispetto ai cittadini d’Europa.

Inoltre i prestiti personali hanno un costo superiore del 2,16% che comporta un maggiore esborso di 368,40 euro l’anno.
Ci sono costi che vengono applicati ai correntisti più sprovveduti come l’invio di estratti conti cartacei o dell’informativa riguardante il cambiamento del tasso applicato; la media è di 2-3 euro a invio. Altra spesa è quella per la chiusura di un conto. La banca chiede praticamente sempre di pagare qualcosa se negli anni precedenti si è andati in rosso, oppure non si sono rispettati i tempi per il rientro di un prestito o di un finanziamento ipotecario. C’è il rischio che con una chiusura che sfori temporalmente il trimestre ci sia l’obbligo di pagare interessi e spese trimestrali. C’è poi la spesa per versare assegni, operazione che riesce a costare oltre 10 euro anche da una banca italiana verso un’altra banca italiana. Un onere è la gestione dei risparmi.

Laura Della Pasqua



MEDICI: parcelle d’oro ma scendono in piazza - Si dividono tra l’attività ospedaliera e quella professionale privata e nelle cliniche. Molti di loro hanno parcelle d’oro eppure quando vengono chiamati a contribuire alla manovra anticrisi si tirano indietro, fanno le barricate, proclamano lo sciopero e sono pronti a bloccare le attività nelle Asl e negli ospedali. I sindacati dei medici del servizio pubblico incroceranno le braccia per due giorni il 12 e il 19 luglio contro le misure prese con la manovra. Sostengono che il blocco del turnover determinerà una carenza di circa 20.000 medici e dirigenti sanitari necessari al funzionamento degli Ospedali e dei Servizi Territoriali; il licenziamento dei precari che da anni vicariano le mancate assunzioni soprattutto nei settori legati all’emergenza e alla prevenzione; il taglio di 10 miliardi delle risorse alle Regioni con inevitabili ricadute sul settore socio sanitario che rappresenta il 70% del loro bilancio. La protesta è stata decisa nonostante il voto contrario della Cisl e Uil Medici. Sostenuto quindi dalla sola Cgil ha il carattere di una mobilitazione politica.

Secondo i sndacati la manovra sottrae risorse indispensabili al funzionamento del sistema sanitario ed al mantenimento dei livelli essenziali di assistenza. Il rischio, dicono in coro i medici, è quello che la manovra taglia le prestazioni mediche ai cittadini del 10% con il rischio di un notevole allungamento delle liste di attesa. Il segretario dei medici della Cgil, Massimo Cozza, sottolinea in questo senso che anche l’assistenza territoriale viene penalizzata e che le regioni saranno costretto a tagliare le prestazioni sociali e sanitarie a partire dall’assistenza domiciliare e quella per i non autosufficienti. Fra gli altri effetti anche quelli segnalati gli anestesisti, convinti che saranno «fortemente a rischio una parte dei 50.000 interventi chirurgici che quotidianamente vengono effettuati negli ospedali italiani».

C’è poi il fenomeno degli sprechi che nessun governo è finora riuscito a debellare. Un esempio? Un defibrillatore a Trento costa 13.500 euro e pochi chilometri dopo, a Bolzano, per lo stesso strumento sanitario bisogna pagare 16.100 euro. Non tutte le Asl regionali rendicontano gli acquisti sanitari anche se a chiederli è direttamente il ministro della Salute. Uno dei casi più eclatanti sembrerebbe quello della Regione Sicilia che, pare non abbia mai inviato alle direzioni ministeriali i dati relativi agli acquisti sostenuti dalle proprie Asl.

Altra situazione è quella del mercato delle attrezzature sanitarie. Produce un fatturato da sette miliardi l’anno. Ogni anno, spiega Andrea Messori, vicepresidente della Società italiana di farmacia ospedaliera (Sifo), in ciascun ospedale si spendono in media 110 milioni per l’acquisto di dispositivi medici soprattutto per la cardiologia interventistica, contro 90 milioni per i farmaci. Mentre per i farmaci c’è una governance, l’Aifa (agenzia italiana sui farmaci), un organo di controllo simile manca per i dispositivi. Col risultato che in questo settore il prezzo è libero con gare che si svolgono ospedale per ospedale, con un’eterogenità di prezzi enorme che possono raddoppiare o triplicare da zona a zona dell’Italia.


MAGISTRATI: scioperano con il portafoglio pieno - Nel 2008 l’Istat fece una mappa delle retribuzioni medie in Italia. I meno pagati erano i lavoratori della pulizie (15.877 euro lordi l’anno), mentre la categoria con il portafoglio più pesante (oltre 110.000 euro lordi l’anno) era quella dei magistrati. Nello stesso anno Umberto Bossi propose di tagliare gli stipendi a politici e toghe. Il segretario dell’Anm Luca Palamara commentò secco: «Prima portiamo gli stipendi a livello dei parlamentari e poi preoccupiamoci di tagliarli».

Va sempre così. Chi tocca le tasche dei magistrati «muore». E poco importano le statistiche dell’Istat. Appena qualcuno ci prova si becca, come minimo, una bella protesta. È successo anche stavolta. Ieri l’Associazione nazionale magistrati ha infatti proclamato uno sciopero per il primo luglio mentre ha fatto sapere che, dal 21 al 25 giugno, saranno organizzate «una o più giornate di sospensione dell’attività di supplenza». L’obiettivo, ovviamente, sono i tagli messi a punto dal governo.

Secondo le toghe, infatti, la manovra economica, «colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e casuale. Ad esempio, un pubblico dipendente (magistrato o altro funzionario) con uno stipendio lordo di 150.000 euro subirà un taglio di stipendio di 3.000 euro lordi l’anno (cioè il 2% dello stipendio), mentre un magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40.000 euro subirà tagli complessivi per circa 10.000 euro lordi l’anno (circa il 25% dello stipendio)».

Insomma, i magistrati «ricchi» protestano per difendere quelli «poveri». Peccato che sul problema sia già intervenuto il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha fatto sapere che si batterà al fianco delle giovani toghe cui «è stato chiesto un sacrificio di gran lunga più elevato rispetto ai colleghi anziani».

Colleghi anziani che, tra l’altro, non hanno alcuna intenzione di sacrificarsi maggiormente. Al punto che, mentre invitano il governo a intervenire altrove (soppressione dei piccoli tribunali e delle sezioni distaccate di tribunali; recupero delle pene pecuniarie e delle spese di giustizia; sospensione dei processi con imputati irreperibili), fanno candidamente sapere che gli effetti degli interventi previsti sono già visibili.

Quali sono? «La manovra - spiega il comunicato - sta già provocando un massiccio "esodo" di magistrati, gravemente penalizzati dalle misure concernenti il trattamento di fine rapporto, con conseguente grave scopertura degli organici già in sofferenza». Che tradotto vuol dire che un bel numero di magistrati, pur di non perdere i propri privilegi, sta anticipando la pensione.

È sempre la solita storia: i sacrifici devono farli tutti, ma è meglio se iniziano gli altri. Tant’è che il Guardasigilli prova a lanciare un appello disperato: «I magistrati sono un pezzo del Paese. All’Italia in questo momento viene chiesto un sacrificio per il bene di tutti. I giudici non dovrebbero sottrarsi a questo sacrificio».
E mentre Pd e Idv si schierano compatti al fianco della toghe, l’Udc trova lo sciopero del primo di luglio assolutamente incomprensibile. « In una fase di crisi in cui a tutti, compresi i politici, è chiesto un sacrificio economico - commenta il segretario centrista Lorenzo Cesa -, stupisce la decisione dei magistrati di indire uno sciopero contro i tagli al loro stipendio». E pensare che Petronio diceva che «dove comanda il denaro, le leggi non valgono niente».
Nicola Imberti





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La «Gomorra rossa» di cui nessuno parla

di Gian Marco Chiocci

La «Gomorra Rossa» di cui nessuna parla. A Castellammare di Stabia, dove un consigliere comunale del Pd, Luigi Tommasino, è stato ammazzato il 3 febbraio 2009 da un killer iscritto al suo stesso partito, la Commissione d’accesso voluta dalla prefettura di Napoli ha riscontrato di tutto: infiltrazioni della camorra, dipendenti lasciati al loro posto nonostante condanne per omicidio e narcotraffico, appalti pilotati, gare falsate per la privatizzazione delle Terme, abusivismo edilizio eccetera. La «Stalingrado del Sud» che solo alle ultime amministrative è passata al Pdl (col neosindaco Luigi Bobbio) dopo trent’anni di governo rosso viene tratteggiata come un porto sicuro per l’illegalità. La commissione d’indagine ha scavato negli atti amministrativi a partire dal 2005 riscontrando gravi «violazioni di legge che hanno compromesso l’imparzialità dell’amministrazione». Per questo più dirigenti comunali sono stati sospesi.

Solo il capitolo edilizia registra 600 costruzioni abusive (di cui solo in sette casi si è deciso l’abbattimento). Uno dei manufatti è in mano al «sorvegliato speciale» A. O., contiguo al clan D’Alessandro e su cui pesano precedenti per estorsione, traffico di droga, associazione mafiosa. Una seconda costruzione fa capo alla figlia del noto pluripregiudicato R. R., dipendente comunale in quiescenza, ai domiciliari, «già elemento di primo piano della cosca D’Alessandro». La camorra spunta nella gara per il contratto di quartiere, profumatamente finanziato, attraverso un paio di società comunque contigue ai clan. Capitolo dolente quello del personale: un addetto alla scuola materna è detenuto per 416 bis, un operatore dell’ufficio impianti ritenuto organico al clan Paglialoni e condannato a 5 anni di reclusione, non è mai stato licenziato, non c’è traccia di procedimenti disciplinari per altri impiegati condannati per droga, truffa, omicidio, rapina.

E non è tutto. Le mani della camorra spuntano anche sugli alberghi che ricadono nel complesso delle Terme. Una società che gestisce un noto hotel di Castellammare ha fra i suoi dipendenti Renato Cavaliere, componente del commando che ha ucciso Tommasino mentre nello stesso albergo è stato catturato il latitante Antonio Lucchese, affiliato al clan D’Alessandro. Nonostante ciò, sempre a questo albergo una giunta comunale di centrosinistra ha anche rilasciato una concessione demaniale per ben 29 anni. E che dire poi dell’assegnazione di alcuni chioschi dove, secondo la relazione prefettizia, «tutti i concessionari hanno precedenti di polizia per occupazione abusiva di spazio demaniale e inosservanza di limiti ala proprietà. Alcuni sono imparentati con affiliati al clan D’Alessandro e alla famiglia Fontana (…)». Quanto all’assegnazione dei servizi sociali e assistenza alle persone, il 60 per cento delle risorse, oltre 5 milioni di euro, è finito in mano a due sole cooperative sociali a causa di «rilevanti irregolarità nell’iter» e che il personale di una di esse è vicino ai clan.

Anche nella vendita delle Terme di Stabia, affidata a una società comunale, la Sint, si addensano ombre. Anomalie erano state riscontrate proprio dal consigliere comunale ucciso, Tommasino, che ne aveva informato la stessa Sint. E una delle piste seguite dagli inquirenti per scoprire perché Tommasino venne assassinato riguarda proprio la vendita delle attività termali. Per i commissari, le Terme rappresentano un «centro d’interesse particolare per la criminalità organizzata, che il processo di privatizzazione avrebbe potuto sottrarre all’influenza dei clan».

Il neosindaco Luigi Bobbio del Pdl: «I risultati della commissione d’accesso sono francamente preoccupanti perché hanno evidenziato irregolarità amministrative riconducibili a vario titolo e in varia combinazione ai dirigenti comunali sospesi. Lo spaccato che emerge dalla gestione comunale passata, straziata da anni di malaffare e di torbide connivenze, è assolutamente allarmante. Gli unici che oggi hanno reale motivo di soddisfazione e di nuova e rafforzata speranza per il futuro sono i politici perbene e i cittadini onesti di Castellammare, che, come si è visto nell’ultima tornata elettorale, sono ancora la maggioranza».



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