martedì 8 giugno 2010

Gli amici riprendono con il telefonino lo scontro mortale con la moto

Il Mattino


Video

RIO DE JANEIRO (8 giugno)

Le immagini di questo video amatoriale arrivano dal Brasile. Alcuni giovani dentro un'auto stanno percorrendo una strada, seguendo altri due amici che si trovano davanti a loro in motocicletta, filmandoli mentre sfrecciano sulle due ruote. Ma dopo una curva presa troppo larga, prima i due motociclisti schivano di poco una vettura proveniente nel senso opposto, ma la seconda auto li prende in pieno, frontalmente. Il tutto davanti agli occhi dei loro amici, e soprattutto davanti alla telecamera che riprende tutto. La visione di questo video, che riprende lo scontro praticamente in diretta, è consigliata ad un pubblico con un'età superiore ai 18 anni, in quanto contiente delle immagini molto forti che potrebbero urtare la sensibilità altrui.





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Passeggeri spingono filobus a Milano tra le risate dei passanti

Il Mattino

 Video

MILANO (8 giugno)

Le porte del filobus si aprono, i passeggeri a bordo scendono anche se quella non è la lor fermata. C'è un guasto al mezzo e allora, forse per evitare ulteriori intralci alla circolazione stradale, in cinque si mettono a spingerlo. La scena non sfugge a un passante che lo riprende con il telefonino.





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Diede a Wikileaks il video della strage Arrestato analista dell'intelligence Usa

Corriere della Sera
Bradley Manning, 22 anni, si è vantato del gesto in alcune mail scritte a un ex hacker, che lo ha denunciato

nell'attacco furono uccisi un reporter della reuters e il suo autista

Diede a Wikileaks il video della strage
Arrestato analista dell'intelligence Usa


Bradley Manning
Bradley Manning
WASHINGTON

All'inizio di aprile ha consegnato al sito Wikileaks un video che ha fatto il giro del mondo: quello della strage compiuta da un gruppo di militari americani a bordo di un elicottero Apache a Bagdad. A luglio del 2007 spararono su un gruppo di persone in una via della capitale, scambiandole per terroristi con dei lanciarazzi. In realtà si trattava di teleobiettivi di macchine fotografiche e a morire sono stati Namir Noor Eldeen, reporter dell'agenzia Reuters, il suo autista Said Chmagh, e altre dieci persone. Adesso Bradley Manning, analista dell'intelligence militare Usa di 22 anni, è stato arrestato. L'accusa è appunto quella di aver consegnato il filmato al sito specializzato nella pubblicazione di materiali riservati. Naturalmente le immagini del video fecero il giro del mondo mettendo in grande imbarazzo le forze armate americane.

TRADITO DALLE MAIL - Manning è stato catturato un paio di settimane fa nella base Hammer, a 40 miglia da Bagdad, dopo essersi vantato online di aver allungato a Wikileaks centinaia di migliaia di registrazioni dell'archivio segreto del Dipartimento di Stato, come riporta Wired.com. «Hillary Clinton e centinaia di diplomatici avranno un attacco di cuore quando scopriranno che l'intero deposito dei documenti riservati è ormai disponibile al pubblico - ha scritto Bradley in una mail ad Adrian Lamo, un ex hacker -.

Se ti fossi trovato a contatto per la prima volta nella storia con una marea di documenti segreti, 14 ore al giorno, sette giorni a settimana per mesi, cosa avresti fatto?». Lamo, rendendosi conto della gravità di tali affermazioni, lo ha denunciato alle autorità. Il giovane è stato imprigionato in una base in Kuwait e non sono ancora state formalizzate accuse nei suoi confronti. Sotto choc il padre, Brian, anche lui esperto di intelligence militare: «Ho lasciato l'esercito da 30 anni e in tutto questo tempo non ho mai diffuso un solo segreto, tra tutti quelli di cui ero a conoscenza, attento a rispettare le regole. Non so spiegarmi cosa sia successo a mio figlio, è stato sempre un bravo ragazzo, non ha mai avuto alcun problema di alcol o droga».

L'attacco ai reporter

Redazione online
08 giugno 2010



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Polonia: per pedofili e autori di incesto potrà scattare la castrazione chimica

Corriere della Sera
chi ha stuprato un minore di 15 anni ora rischia fino a 15 anni di reclusione

Al via la nuova legge che prevede che dopo la pena il condannato possa essere sottoposto al trattamento

Polonia: per pedofili e autori di incesto potrà scattare la castrazione chimica


MILANO - Una decisione che riaprirà il dibattito sulle pene applicabili ai condannati. D'ora in poi in Polonia un tribunale potrà ordinare la castrazione chimica per i condannati per pedofilia e incesto. Sono infatti entrate in vigore nuove norme, votate dal parlamento di Varsavia lo scorso settembre, in base alle quali una persona condannata per stupro su un minore di età inferiore ai 15 anni o su un familiare «può essere sottoposto obbligatoriamente, su decisione di un tribunale, ad una terapia farmacologica e una psicoterapia, mirata a diminuire le pulsioni sessuali», una volta scontata la pena in carcere.

NUOVE DISPOSIZIONI - Le nuove disposizioni legali sono volute lo scorso anno dal premier Donald Tusk, sull’onda del caso di un uomo di 45 anni che aveva sequestrato e violentato per sei anni la figlia, oggi 21enne. Sino a lunedì scorso, le pene previste per stupro di minore o di un membro della famiglia andavano dai 2 ai 12 anni di prigione, ora passano da 3 a 15 anni. Sino a tre anni per le persone che cercano di adescare minori via internet. Prima di disporre il trattamento chimico per uno specifico caso, il tribunale dovrà ascoltare l’opinione di psichiatri, sessuologi e psicologi, che dovranno indicare la terapia più adatta.

Redazione online
08 giugno 2010



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Il premier: Rai faziosa, niente contratto

Corriere della Sera
Berlusconi pronto a non rinnovare l'intesa che assegna a viale Mazzini il ruolo di «servizio pubblico televisivo»

ROMA

Il governo potrebbe non firmare il rinnovo del contratto di servizio della Rai, ovvero l'accordo in base al quale a Via Mazzini sono assegnate le prerogative di pubblico servizio. Lo ha lasciato intendere, secondo indiscrezioni raccolte dalla Italpress e poi rilanciate anche da altre agenzie di stampa , lo stesso Silvio Berlusconi che in questa fase si trova nella condizione di essere contemporaneamente il presidente del Consiglio e il ministro ad interim dello Sviluppo economico, non essendo ancora stato nominato il successore di Claudio Scajola, dimessosi dopo le vicende dell'appartamento con vista sul Colosseo che lo ha associato alle vicende di «appaltopoli».

IL SUMMIT DEL PDL - Berlusconi, a margine dell'ufficio di presidenza del Pdl che ha all'ordine del giorno anche le valutazioni sul testo finale del ddl sulle intercettazioni, avrebbe detto che la firma potrebbe non esserci «se la Rai continua ad essere faziosa». L'uscita del premier arriva all'indomani delle nuove polemiche sul caso Santoro, che ha denunciato di sentirsi «mobbizzato» e che aveva chiesto delucidazioni sul futuro del suo programma, «Annozero».

LE REAZIONI DELL'OPPOSIZIONE - Le parole attribuite al premier non sono passate inosservate. Duro il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando: «Siamo stanchi delle minacce e dei ricatti del dittatorello Silvio Berlusconi. Non è il padrone della Rai e non è più sostenibile il fatto che detenga ancora l'interim dello Sviluppo economico. Sono ancora più gravi e inaudite le sue parole perchè lo Sviluppo economico ha anche la delega alle telecomunicazioni. Un maxi-conflittto d'interessi nel conflitto d'interessi. Minaccia giornalisti dalla schiena dritta e vuole imbavagliare la stampa con un ddl anticostituzionale e liberticida». E Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd, aggiunge: «Con la minaccia di non firmare il contratto di servizio il conflitto di interessi del Presidente Berlusconi oltre che una tragedia diventa anche una farsa. È ovvio, infatti, che il proprietario di Mediaset non può firmare quel contratto diventando così anche sul piano formale l'interlocutore-controllore della Rai. Resta la gravità di una minaccia rivolta al vertice Rai in una giornata in cui sono attese importanti decisioni sui palinsesti.

Redazione online
08 giugno 2010



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Anche Marco Travaglio inciampa nella bufala dell'emendamento ammazza-Internet

Fonte: Il Disinformatico


Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di "giubbe" ed "enrico.asso*" ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Gira insistentemente da almeno un anno (dai primi di maggio del 2009, stando ai miei archivi) un appello contro un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia intitolato "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".

Quella che riporto qui sotto è una delle versioni più recenti, presa per buona da Marco Travaglio in questo video recentissimo (7 giugno 2010), dove il giornalista nei primi minuti la legge pressoché parola per parola, parlandone poi (a 8:30 circa) come se fosse un pericolo serio e attuale:

*Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet; la prossima settimana il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della"Casta".

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000. Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!

In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset.

Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il istema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.*

*Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica il concetto di democrazia diventa un problema dialettico.*

L'appello è una bufala e lo era già un anno fa quando iniziò a circolare: come segnalato dal blog il Nichilista, l'emendamento D'Alia è stato soppresso il 29 aprile 2009. L'annuncio è tuttora presente sul blog del deputato Cassinelli (PDL), che linka anche la lapidaria proposta di soppressione. Ne ha scritto, sempre il 29 aprile di un anno fa, Anna Masera su La Stampa. Più recentemente, il sito Perlapace.it citato da Travaglio ha pubblicato la smentita all'appello, visto che alcune versioni dell'appello stesso lo indicavano come fonte.

Travaglio non ha verificato le fonti prima di dare la notizia, e questo è un errore grave, considerato che gli sarebbe bastata una rapida ricerca in Rete. Certo, capita a tutti di sbagliare, ma è importante che gli sbagli siano una lezione di prudenza e di metodo per tutti.

Cosa ancora più importante, la vicenda dimostra come i processi psicologici del cospirazionismo giochino una parte molto importante nelle faccende di tutti i giorni e non si limitino ai cerchi nel grano, agli sbarchi lunari o all'11 settembre: quest'appello funziona perché fa leva sulla paranoia, sulle antipatie politiche e sui pregiudizi, e siccome coincide con questi sentimenti e li rinforza fa scavalcare troppo facilmente la razionalità che imporrebbe la verifica di ogni notizia prima di pubblicarla.

In realtà, diffondendo quest'appello non si ottiene nessun risultato, se non quello di annacquare e ridicolizzare una causa che in realtà è molto reale e importante: quella della difesa delle libertà d'espressione online che tanti, troppi governi, di ogni colore e orientamento, cercano davvero – e continuamente – di imbavagliare, spinti da una caprina ignoranza di Internet ("Gogol" docet).

Gridando "al lupo, al lupo" per gli allarmi bufala non si fa altro che il loro gioco.


Aggiornamento (2010/06/08 11:00)


Per i più dubbiosi e per gli increduli che mi stanno contestando nei commenti al video su Youtube, segnalo che Travaglio ha pubblicato sul proprio blog la smentita delle sue dichiarazioni iniziali:

Errata Corrige
Cari amici, era destino che proprio alla centesima puntata di Passaparola incappassi in una bufala. Quella che vi ho letto in apertura del Passaparola sull'approvazione dell'emendamento D'Alia era una notizia vecchia di un anno che qualcuno ha ricicciato in rete come se fosse nuova: dopo il voto in senato, infatti, l'emendamento liberticida è stato accantonato alla camera. Scampato pericolo, dunque, almeno per ora. Ma conviene restare vigili. Scusatemi per il "procurato allarme".
(m.trav.)




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Delitto via Poma, Volponi vide Simonetta e disse: "Bastardo"

Il Tempo

La vedova di Vanacore smentisce il datore di lavoro della Cesaroni: era già stato lì.
Il figlio del portiere suicida ricorda la ricostruzione dei primi minuti dopo la scoperta del corpo nell'ufficio.

«Bastardo». Una parola che potrebbe nascondere qualcosa. O niente. Ma che, sicuramente, suscita più di un sospetto. E in una storia come quella di via Poma, ricca di presunti retroscena, di colpi di teatro, di indagati poi prosciolti e sulla quale ha aleggiato a lungo l'ombra dei servizi segreti, i sospetti sono materia di riflessione. A pronunciarla sarebbe stato l'ex datore di lavoro di Simonetta Cesaroni, Salvatore Volponi, subito dopo aver scoperto il cadavere della sua dipendente. A rivelarlo, per la prima volta in vent'anni, è stato Mario Vanacore, figlio del portiere che si è tolto la vita a marzo in Puglia. Volponi, che già aveva dato forfait due volte per motivi di salute, ieri a Rebibbia c'era. Ma ha chiesto di rinviare la sua deposizione perché non stava ancora bene.

Non solo. Giuseppa De Luca, vedova di Pietrino, ha confermato quanto già dichiarato a suo tempo: «Quella sera (il giorno del delitto ndr) Volponi mi chiese se mi ricordavo di lui - ha raccontato - Io l'ho riconosciuto perchè veniva lì quando facevano le riunioni, ogni 15 giorni circa, insieme a tutti gli altri». L'ex datore di lavoro della vittima, invece, ha sempre dichiarato di non sapere dove si trovasse la sede regionale dell'Aiag. La sera del 7 agosto del '90 lo negò anche alla sorella di Simona, Paola, che la cercava preoccupata perché era in ritardo. Una «dimenticanza» che fece ritardare il ritrovamento del corpo senza vita della poveretta di almeno tre ore. La De Luca ha anche ricostruito quel maledetto martedì pomeriggio: «Quel giorno ho visto uscire di casa una persona bionda, ma non un giovane. L'ho visto di spalle ma posso dire che era un uomo di una certa età e che aveva una busta nera in mano - ha detto - È una bugia che io non diedi le chiavi quando la polizia me le chiese. Le diedi subito. Le avevo in mano».

La vera «novità» della decima udienza, però, è emersa durante la deposizione di Mario Vanacore. Dopo essere entrato nella stanza dell'assassinio e aver visto Simonetta a terra, Volponi si mise le mani in testa e disse: «Oddio, oddio! Bastardo!», ha dichiarato Vanacore junior. «Volponi venne a bussare in portineria e ci chiese di salire negli uffici dell'Aiag - ha riferito Mario Vanacore - Alla mia matrigna domandò: Si ricorda di me? E lei rispose: Sì, adesso che la vedo, mi ricordo». Quindi il gruppo salì al terzo piano e Volponi entrò nell'ufficio. Fece una prima, parziale perlustrazione e non si accorse di nulla: «Ci disse che non c'era niente», ha spiegato ancora il teste.

«Noi gli dicemmo di controllare anche nelle altre». Lui, dopo essere uscito dalla camera del direttore dove si trovava il cadavere, pronunciò tre parole: «Oddio, oddio! Bastardo!». A chi era riferito l'insulto? Perché l'uomo lo declinò al singolare? «Ci deve dire chi è, o chi ritiene possa essere stato ad uccidere Simonetta», è il commento fuori udienza di uno dei legali della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro. Volponi è lì, seduto finalmente sul banco dei testimoni. E potrebbe spiegare il senso di quella parola, ammesso che ne esista uno. Ma non lo farà. Il suo difensore, Maria Antonietta Lamazza, chiede un rinvio per consentire allo staff medico che lo segue da tempo di valutare la sua capacità a testimoniare. La III Corte d'assise, presieduta da Evelina Canale, lo accorda. Qualcuno propone di interpellare anche il il diretto interessato. Lui sceglie di nuovo il silenzio: «Preferisco aspettare - dice - perché non sono in condizioni...». Si dovrà ripresentare in aula il 19 luglio.


Maurizio Gallo

08/06/2010







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Cuneo, ragazza marocchina picchiata dalle compagne: era uscita con un italiano

Quotidianonet

Ad aggredirla, dopo l'uscita da scuola, quattro studentesse italiane tra i 15 e i 17 anni, tutte di Alba.
Sono state denunciate ai tribunale di minori per minacce e lesioni

Cuneo, 8 giugno 2010

Hanno aggredito a calci e pugni una compagna di scuola marocchina per punirla di essere uscita insieme a un ragazzo italiano: quattro studentesse italiane tra i 15 e i 17 anni sono state denunciate per minacce e lesioni personali dai carabinieri della Stazione di Alba (Cn).


L’aggressione si è verificata dopo l’uscita da scuola, intorno alle 13,30. Tutte le regazze frequentano un istituto professionale di Alba. La vittima si era recata alla stazione per prendere il treno per casa (è residente a Bra), quando le quattro compagne di scuola l’hanno aggredita, prima con insulti e minacce e poi passando alle mani.

La ‘colpa' della ragazza marocchina, a loro avviso, era quella di essere uscita sabato pomeriggio insieme a un ragazzo italiano loro amico, fatto che ha scatenato la loro gelosia e ha originato la spediszione punitiva. Alcuni pendolari presenti sul posto hanno segnalato ai carabinieri quanto stava accadendo.

La ragazza picchiata è stata trasportata all’ospedale San Lazzaro dove è stata emessa una prognosi di 5 giorni: i medici le hanno riscontrato contusioni alle gambe, distorsione del collo e varie escoriazioni e graffi a braccia e labbra. I militari intanto hanno rintracciato le quattro ragazze responsabili dell’aggressione, denunciate ai tribunale dei minori di Torino.


Non si esclude che le le giovani denunciate, tutte di Alba, siano responsabili di altre aggressioni a coetanee.





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Briatore, il Force Blue pronto a servire lo Stato

Il Secolo xix

Flavio Briatore

Dopo la decisione del tribunale del Riesame di Genova di respingere la richiesta di dissequestro del megayacht Force Blue, ritenuto proprietà di Flavio Briatore, sequestrato dalla Finanza per sospetti di contrabbando ed evasione fiscale, il sostituto procuratore, Walter Cotugno, dovrà ora «consegnare» l’imbarcazione all’Agenzia delle Dogane, per procedere poi all’assegnazione temporanea a enti pubblici o alle forze dell’ordine. Qualora si giungesse alla confisca, la nave verrà assegnata definitivamente.

Il pubblico ministero, nelle prossime ore, firmerà il provvedimento per il passaggio e il nome della lussuosa imbarcazione sarà inserito nell’elenco del ministero dell’Interno dei beni sequestrati, in modo tale che nei 40 giorni successivi un ente interessato possa fare richiesta di assegnazione. Le domande saranno vagliate dall’Ufficio delle Dogane, con un parere del Pm. Se nei 40 giorni nessuno dovesse fare richiesta, la barca potrebbe essere anche demolita.

Sabato, a sorpresa - come svelato dal Secolo XIX - il Riesame ha respinto la richiesta dei legali di Briatore di togliere i sigilli al Force Blue. In sostanza, il collegio ha accolto quanto sostenuto nell’ordinanza di sequestro dal Gip, Ferdinando Baldini, secondo cui «si sarebbe evidenziata la ricorrenza di un’interposizione fittizia tra il natante e Briatore: costui risulta infatti avere creato un doppio schermo di interposizione tra sé e l’imbarcazione mediante l’utilizzo di una società (la Autumn) posseduta da un trust. Quando tuttavia il soggetto disponente e beneficiario conservi pregnanti poteri di disposizione della cosa potendo impartire ordini e disposizioni al trust, l’ordinamento italiano considera la struttura interposta sostanzialmente inesistente e ricollega il bene con l’effettivo proprietario. In base agli elementi acquisiti appare dimostrato che l’effettivo proprietario è proprio Flavio Briatore».

Il Force Blue attraccato a Genova Sestri Ponente

Questa mattina, uno degli avvocati dell’ex manager di Formula Uno incontrerà il Gip per valutare le modalità di conservazione dell’imbarcazione: lo yacht, che si trova a Genova Sestri Ponente, non può essere messo in disarmo e dev’essere sottoposto a continua manutenzione. Le spese sono state sinora sostenute dalla società, ma potrebbe darsi che dal passaggio in poi, mantenere l’imbarcazione passi a carico dello Stato.





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L'infermiera confessa: «Avevo abortito Avrei restituito il piccolo stamattina»

Corriere della Sera
Il movente: voleva dimostrare all'uomo che amava di aver avuto un figlio da lui, quindi ha rapito il neonato

NOCERA INFERIORE (SALERNO)

Era agitatissima all'inizio, ha negato tutto e si è mostrata molto aggressiva con gli inquirenti. Poi però ha ceduto Annarita Buonocore, l'infermiera di 42 anni che lunedì ha rapito un neonato nell'ospedale di Nocera Inferiore a pochissime ore dalla nascita. A chi l'ha interrogata la donna ha detto che avrebbe voluto restituire alla sua famiglia il piccolo Luca Cioffi stamattina. La donna, Madre di due figlie, una di 11 e l'altra di 19 anni, ha alle spalle un matrimonio e una convivenza. agli investigatori in un primo momento avrebbe detto «il bimbo me l'hanno portato per accudirlo» e ha raccontato di essere stata incinta davvero ma che ha avuto un aborto spontaneo. Per questo ha rapito il piccolo Luca, per fare credere all'amante di avergli dato un figlio.

LA STORIA - Quella della Buonocore è una relazione con un uomo sposato, di Napoli, un amministrativo dello stesso ospedale in cui lavora come infermiera, e da lui avrebbe dovuto avere un figlio proprio in questi giorni. La gravidanza però non è andata a buon fine: la donna ha dichiarato agli inquirenti durante l'interrogatorio di aver subito un aborto naturale nei primissimi mesi. Della circostanza non aveva informato l'amante, che invece, a quanto pare, avrebbe voluto diventare padre. All'amante aveva chiesto proprio lunedì una visita a casa: così in mattinata aveva rapito il piccolo Luca Cioffi dalla stanza di sua madre, poche ore dopo il parto, e lo aveva portato a casa sua, spacciandolo per suo figlio.

La donna avrebbe anche detto ai suoi figli, un minorenne e una maggiorenne, di dover accudire il neonato perché la madre non era stata bene. Un racconto al quale i suoi familiari avevano creduto. Sentito nell'imminenza del ritrovamento del neonato rapito, l'uomo, che non è indagato, ha risposto agli agenti che gli chiedevano chi fosse il piccolo Luca Cioffi: «Questo è mio figlio». La Buonocore era riuscita dunque a simulare una gravidanza in tutti questi mesi. Arrivata al giorno del presunto parto era riuscita ad evitare una visita del padre del bambino, che era andato a trovarla solo ieri, a casa sua, dopo il rapimento del piccolo Cioffi. La donna, che non ha precedenti penali, né risulta affetta da patologie psicologiche, è ora in stato di arresto per sequestro di persona.

IL PERDONO DELLA MADRE - Intanto le prime parole di Annalisa Fortunato, mamma del piccolo appena nato, ancora sofferente dopo il parto cesareo ha perdonato l'infermiera: «Mi dispiace molto per questa persona, perché molto probabilmente non sta bene, non la odio, non provo niente. Sì, la perdono». «È nato per la seconda volta». Annalisa Fortunato ha espresso così la sua fortissima emozione poi ha iniziato a raccontare: «È entrata, era molto tranquilla. Non tremava. Era un'infermiera, aveva il camice». La rapitrice era riconoscibile, perché ha agito a viso scoperto: «Aveva gli occhiali e uno spillone nei capelli - ha raccontato la donna -. Aveva un comportamento normale. Ha parlato normalmente. Era un'infermiera dolcissima».

Quella donna, che Annalisa ha dichiarato di non conoscere, si è presa cura di lei: «Mi ha aggiustato il catetere, mi ha aggiustato la flebo. Mi ha detto anche che è un peccato che certe donne abbandonino i bambini». Annalisa è disposta a perdonare chi le ha portato via suo figlio: «Non gli ha fatto del male - ha continuato - l'ha fatto pure mangiare. Lunedì quando è arrivato qui Luca dormiva». «Mi dispiace per questa persona - ha aggiunto - molto probabilmente non sta bene. La perdono, sì». Ritornando ai momenti di angoscia provati, la donna dice soltanto: «Ho pregato, pregato». «Finalmente è finita - ha concluso - è andato tutto bene. Grazie a tutti». Annalisa sa che tutto il paese ha partecipato: «Lo so bene, me lo hanno detto, anche se non ho visto la televisione. Voglio ringraziare davvero tutti. Ieri mio figlio è nato per la seconda volta». Che farà per prima cosa Annalisa, quando uscirà dall'ospedale? «Andrò al santuario di San Gerardo», risponde piangendo«.

Redazione online
08 giugno 2010



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Insulta il Papa su Internet: denunciato

Il Secolo xix

Invitava su vari social network a compiere attentati contro il Papa, il presidente della Repubblica e il segretario di stato del Vaticano cardinale Tarcisio Bertone: per questo un uomo di 38 anni di Rieti, ma domiciliato a Roma, è stato denunciato dalla Polizia Postale della Spezia. Si tratta di Francesco Diana, disoccupato. L’uomo inneggiava con filmati su Youtube e Facebook a emulare gli attentati come quello contro la caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti di Milano, esaltava Bin Laden e rivolgeva ingiurie contro le istituzioni. Aveva migliaia di contatti specie fra i giovani. Solo su Facebook aveva superato i 1.300. I filmati sono stati sequestrati e rimossi da Youtube e sono stati oscurati gli account su Facebook e Twitter.



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Balducci e cricca: Di Pietro riconvocato dai pm

di Massimo Malpica

L’ex ministro delle Infrastrutture nuovamente ascoltato dopo la deposizione del superteste Zampolini sugli immobili di Propaganda Fide e il ruolo dell’Idv.

Citati 32 testimoni. Tra loro il ministro Matteoli, l’ex titolare delle Infrastrutture Lunardi e il coordinatore Pdl Verdini


nostro inviato a Perugia

Tonino deve chiarire. Di Pietro dopo il faccia a faccia con i magistrati toscani un paio di settimane fa, ha appuntamento tra oggi e domani con i pm del capoluogo umbro. Che per l’occasione scenderanno nella capitale per interrogare l’ex collega, uno degli ex ministri delle Infrastrutture quando il business della cricca era fiorente.
Con Tonino i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono dare un nome a un po’ di cose. Per esempio, cosa sa l’ex ministro dei rapporti tra Angelo Balducci e il Vaticano, e in particolare dei legami tra l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e la congregazione di Propaganda Fide. Domanda legittima, visto che secondo quanto raccontato a Perugia dall’architetto di Diego Anemone, Angelo Zampolini, Di Pietro avrebbe affittato due case dall’ente che gestisce gli immobili d’Oltretevere per il tramite proprio di Balducci. Al quale l’ex ministro, sempre stando al racconto di Zampolini, avrebbe anche chiesto di introdurlo negli ambienti vaticani.

Ma a Di Pietro i pm perugini chiederanno anche altre delucidazioni sul ruolo di Claudio Rinaldi, successore di Balducci come commissario straordinario per i mondiali di nuoto di Roma, e come Balducci indagato a Perugia per cantieri e appalti legati a quel «grande evento». Di entrambi i dirigenti, tra l’altro, Tonino aveva già parlato con i magistrati fiorentini, con i quali però si era intrattenuto soprattutto sul ruolo dell’aggiunto romano Achille Toro. A Perugia però bolle in pentola anche altro: domani è in calendario l’udienza per il commissariamento delle aziende del gruppo Anemone, vicenda sulla cui definizione potrebbe pesare l’eventuale cambio di strategia dell’imprenditore, che finora si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, dettaglio naturalmente non gradito dai magistrati perugini.

L’inchiesta perugina va avanti con la sua sfilata di pezzi grossi. Trentadue nomi da chiamare perché testimonino in difesa di Angelo Balducci. Tra loro, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, l’ex ministro Pietro Lunardi e il coordinatore del Pdl Denis Verdini. I legali dell’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Franco Coppi e Roberto Borgogno, insistono nel rivendicare la nullità del giudizio immediato (per violazione del diritto di difesa), che il gip di Firenze ha fissato per il 15 giugno. Ma comunque si preparano all’appuntamento, indicando politici, funzionari e imprenditori che dovrebbero chiarire il ruolo di Balducci nella vicenda dell’appalto per la scuola Marescialli.
Cantiere che, secondo l’accusa, si tentava in ogni modo di togliere all’Astaldi e di riassegnare alla Btp di Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei. Oltre a ministri ed ex ministri, nell’elenco compaiono anche il capo di gabinetto di Matteoli, Claudio Iafolla, il consigliere della Corte dei conti Antonello Colosimo, il segretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Malinconico, l’avvocato dello Stato Ettore Figliolia e l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania Mario Mautone, quest’ultimo già coinvolto nell’appaltopoli napoletana che vede indagato anche il figlio di Antonio Di Pietro, Cristiano.
È il momento di vedere le carte. Ieri la procura fiorentina ha concesso ai legali degli indagati che verranno processati con giudizio immediato (oltre a Balducci l’ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, l'avvocato Guido Cerruti e l’imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli) di ascoltare su richiesta, senza registrare né prendere appunti, la massa di intercettazioni che non erano state messe a disposizione dei difensori. Oltre centomila telefonate tra una settantina di soggetti intercettati.




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Chiude studio dentistico Scomparsi i titolari I clienti: ci hanno truffati

Corriere della Sera

Fuggiti con acconti dei pazienti e stipendi

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Un mare d’impronte e nessuna traccia. Gli armadietti degli studi sono pieni di calchi delle dentature di mezzo viale Monza e tanta Milano. Urla e pugni picchiati e «rivoglio i miei soldi! » della gente imbestialita. Sono seimila, spiega una, nonostante tutto il trambusto, gentile dipendente alla reception, i pazienti passati negli ultimi due anni dalla «Clinica odontoiatrica ». Quattordici dentisti, dieci centraliniste e segretarie, due titolari, spagnoli, Angel Aranda Gonzalez e Carlos Munoz Penalver, entrambi di 39 anni. Dal 31 maggio non si fanno vedere e sentire (cellulari spenti). Dove sono finiti? Sono finiti, questo è certo, i soldi in cassa. Soldi frutto, anche, degli acconti versati dai pazienti. Che si ritrovano con impianti in sospeso, dentiere non consegnate, rate da pagare con finanziarie e banche che hanno anticipato il denaro.
Siamo in viale Monza 79, alla «Clinica odontoiatrica»; saracinesche abbassate, un foglio con sopra scritto «Chiuso». Qui davanti, stamane, medici, dipendenti, pazienti, tutti quanti, si ritroveranno per parlare, più che altro per fare, i dipendenti per recuperare gli stipendi che non riceveranno. Già ieri una prima delegazione è andata alla Guardia di finanza per denunciare, oggi la seconda potrebbe essere più numerosa.
Aranda Gonzalez e Munoz Penalver sono amministratori della «Milan quattro srl», società registrata alla seguente voce: «Gestione uffici temporanei e residence». Al 31 dicembre 2008, ultimo aggiornamento che abbiamo potuto leggere, i ricavi erano stati di un milione e 539 mila euro. «Milan quattro srl» si era affiliata in franchising al marchio di centri dentistici «Vital Dent». A ottobre, per inadempienze contrattuali, «Vital Dent» aveva disdetto l’accordo. Fino alla metà di novembre «Milan quattro srl» aveva continuato a operare con quel marchio, prendendosi (il 17 dello stesso mese) un esposto da «Vital Dent», che, per voce del direttore della comunicazione Jaime Varela, fa sapere: «Siamo pronti ad aiutare i pazienti in passato nostri clienti».
Il problema sono gli altri clienti, i nuovi, che da novembre sono finiti nelle mani di Gonzalez & Penalver: sono senza paracadute. Di Aranda Gonzalez c’è un riferimento geografico (residenza a Cubelles, paesino in Catalogna), mentre dell’altro no. In ufficio il duo ha lasciato una valigia. Valigia-trucco. Ricorda un’impiegata: «Arrivarono, la posarono. Dissero: "Siamo di fretta, un incontro di lavoro, poi dobbiamo ripartire. Torniamo a prenderla entro qualche ora"». Non tornarono. Nella valigia un paio di calzini e delle scarpe logore, da buttare. Raggiunta a casa sua, la responsabile del centro dentistico, un’italiana, cade giù dalle nuvole, lei pure raggirata, non sa da dove girarsi; poveretta, è al nono mese di gravidanza ed è fresca di matrimonio, sabato.
In clinica anziani e mamme aprono la bocca e mostrano voragini, mostrano ricevute di pagamenti a grosse cifre, e che tenerezza gli ignari pazienti che entrano, «buongiorno, ho un appuntamento con il dottor...», però li guardano come marziani, sono un po’ fuori luogo, fuori posto, fuori tempo, allora loro: «Scusate, per caso sono troppo in anticipo?».
Andrea Galli
Cesare Giuzzi
08 giugno 2010



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Muro anti-rom, se lo fa la sinistra diventa chic

di Guido Mattioni

A Sesto San Giovanni il sindaco del Pd ha optato per un intervento tradizionalmente di destra e, per questo motivo, sempre criticato.

Ma ora che la barriera è alzata da un’amministrazione rossa, l’opera diventa subito politically correct 


 

Milano

Anche in un utopistico, irrealizzabile, e forse nemmeno tanto auspicabile mondo di uguali (sai la noia mortale!), ci sarebbe sempre qualcuno più uguale degli altri. Di certo, in una ben più terrena democrazia come quella italiana, esiste comunque chi viene puntualmente considerato più democratico dei suoi simili. Basta che si collochi a sinistra e gli sarà consentito tutto. Anche una politica di destra. Di più. Perfino scelte forcaiole. Quelle che se decise e attuate da altri, della sponda politica avversa, verrebbero coperte da vituperio e da una corale, indignata riprovazione. È successo. Succede. Succederà ancora.

Succede per esempio a Sesto San Giovanni, antico baluardo rosso di quella che fu la cintura industriale milanese. Succede che proprio lì, nell'ex Stalingrado d'Italia, a due passi dalla stazione ferroviaria, ieri mattina alle 8.30 sia stato dato il via alla costruzione di un muro. Un muro anti-rom voluto dall'amministrazione comunale di sinistra guidata da Giorgio Oldrini. Più che di un muro si tratta di una barriera di cemento armato e rete grigliata, lunga 400 metri e alta tre. Qualcosa che nelle intenzioni dovrebbe tenere lontani gli zingari dai portafogli e dalle altre proprietà dei sestesi. Succede inoltre che all'alba, due ore prima dell'avvio ai lavori, i nomadi siano stati fatti sloggiare da quell'accampamento abusivo additato da anni dai cittadini di ogni colore politico come una minaccia alla propria sicurezza.

Sicurezza, appunto. La parola è questa. Perché è proprio ai fondi voluti e destinati dal governo Berlusconi per riportare in condizione di legalità le aree degradate del Paese, che ha legittimamente attinto anche l'amministrazione di sinistra di Sesto San Giovanni. Dove sono presenti in giunta, udite udite, anche i compagni di Rifondazione comunista. Insomma, quella politica di «tolleranza zero» contro l'illegalità, che tanto scandalo solleva a sinistra quando a proporla è per esempio il vice sindaco milanese del centrodestra, Riccardo De Corato, passa invece inosservata se ad attuarla è
un'amministrazione di compagni. Loro democratici. Lui (De Corato) qualcosa di innominabile, collocabile più o meno alla destra di Hitler.

Era peraltro già successo, avevamo ricordato poc'anzi. Era successo una prima volta a Padova, dove il 9 agosto 2006 l'amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Ds (oggi Pd), Flavio Zanonato, aveva fatto innalzare una recinzione metallica di 80 metri per tre in via Anelli, nella prima periferia cittadina. Tale era stato l'impatto visivo e psicologico, che lo avevano chiamato «muro». Lo scopo, peraltro assolutamente meritorio, era stato quello di tutelare gli abitanti dell'adiacente via De Besi (nonché la loro sicurezza e le rispettive proprietà) dalla minacciosa e pericolosa colonia di spacciatori di droga maghrebini che avevano trasformato da anni quell'angolo della città veneta - proprio la città del Santo! - in una terra di nessuno. O meglio, in una terra che era diventata esclusivamente loro. Una repubblica indipendente dove l'unica legge era ormai soltanto quella del commercio del veleno bianco. Con i suoi immancabili corollari: violenza e intimidazione.

Rovistando nella memoria e nei vecchi taccuini da cronista, ritorna poi a galla un altro episodio analogo. L'area è ancora il Veneto, l'anno è sempre il 2006 e perfino l'amministrazione comunale in questione è puntualmente di centrosinistra. Amministrazione dal polso fermo, incline alla tolleranza zero. Era quella guidata dal sindaco Luigi Dalla Via, della Margherita, al governo della cittadina di Schio in compagnia di Ds, Verdi e di una lista civica. L'unica differenza era che rispetto ai reticolati - o «muri» che dir si voglia, innalzati cioè verso il cielo - a Schio si era scavato. Un fossato lungo 200 metri, profondo uno e largo 70 centimetri per impedire che in quell'area di zona industriale tornassero a installarsi indisturbate le roulottes degli zingari.

La notizia è che il sindaco Dalla Via è stato rieletto dai suoi cittadini nel giugno 2009, pur in un Veneto abbondantemente tinto di verde Lega. Perché se è la giunta di sinistra che traccia il solco, è l'elettore (anche lui di sinistra) che poi lo difende.



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Sposi nelle catacombe, gioia e tanti amici Mariasole per le nozze sceglie le tenebre

Corriere del Mezzogiorno

La prima volta da oltre duemila anni un matrimonio nelle viscere di Napoli dedicate al santo patrono

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NAPOLI

Si è celebrato sabato per la prima volta da oltre duemila anni un matrimonio in una catacomba. La sposa non ha tradito il suo nome: Mariasole ha disceso le scale delle Catacombe di San Gennaro bella e raggiante. Ad attenderla in uno scenario suggestivo che sembrava evocare l'alba del cristianesimo, nella basilica di Sant’Agrippino, oltre duecento invitati.
In apertura di cerimonia Padre Antonio Loffredo ha esordito scherzando. «Ma dove mi hanno fatto venire i due sposi?». Ha poi ricordato la storia della Basilica, unica nel suo genere sia per la collocazione all'interno delle Catacombe e sia per essere stata la prima in Italia. Ha sottolineato poi l'importanza nella scelta del luogo, che da luogo di morte è stato trasformato in luogo di vita sia per l'occasione e più in generale per i tanti sforzi che i volontari come Mariasole profondono nel recupero della Sanità proprio partendo dalle catacombe. Sui volti dei due sposi tanta gioia divisa con gli amici volontari della Sanità; gioia accresciuta quando, durante la funzione, hanno saputo di aver ricevuto la benedizione di Papa Benedetto XVI.
Luca Mattiucci
07 giugno 2010



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Vi spiego perché pago i romeni per lasciare Roma"

Il Tempo


"Un’interpretazione errata del progetto presentato a Bucarest e condiviso dalle autorità romene". Il sindaco di Roma interviene dopo il sondaggio on line pubblicato sul quotidiano Il Tempo.


Gianni Alemanno Gentile Direttore,

l’articolo a firma di Stefano Silvestre apparso a pagina 42 della cronaca di Roma del quotidiano da Lei diretto, nel quale si riportano i risultati di un sondaggio on-line, si basa su un’interpretazione errata del progetto presentato qualche giorno fa a Bucarest da questa amministrazione e condiviso dalle autorità romene. Si tratta in realtà di un piano che permetterà alle casse del Comune di Roma di risparmiare una notevole somma e che, nello stesso tempo, garantirà a chi vive da anni a Roma in condizioni disagiate il reinserimento lavorativo nel proprio Paese d’origine.

A fronte dei 16 milioni di euro che il Comune dovrebbe infatti spendere in un anno solo per l’assistenza alloggiativa di quei romeni privi di mezzi, circa 3.400 persone, che si trovano nella Capitale, il nostro progetto prevede di risparmiare circa 15 milioni di euro dando un contributo di 200 euro mensili per sei mesi a ogni nucleo familiare con una spesa di circa 800.000 euro. Dopo aver frequentato un corso di formazione messo a punto dal Comune in relazione alla richiesta delle aziende italiane che si trovano in Romania, e in futuro anche di quelle romene, chi aderirà al progetto rientrerà in patria con un lavoro e un indennizzo. Questo permetterà di ridurre le sacche di marginalità che provocano i conflitti che abbiamo conosciuto in passato, senza limitarsi all’assistenzialismo e nello stesso tempo abbassando di molto i costi per l’amministrazione.



Il sindaco di Roma Gianni Alemanno
07/06/2010




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Ritrovato il neonato rapito a Nocera Decisivo il riconoscimento di un medico

Corriere della Sera

Il bimbo era a casa di un'infermiera che lavora al Cardarelli di Napoli.
La donna, arrestata, non parla

MILANO - E' stato ritrovato in casa di un'infermiera a Nocera Inferiore Luca Cioffi, il neonato rapito a poche ore dalla nascita all'ospedale locale «Umberto I». L'annuncio del ritrovamento è stato dato poco dopo mezzanotte dal padre del bimbo: «Luca sta bene». Annarita Buonocore, la donna nella cui abitazione è stato ritrovato il piccolo Luca, un'infermiera che lavora in un altro ospedale, il Cardarelli di Napoli, subito dopo il blitz della squadra mobile e dello Sco è stata portata al commissariato di Nocera Inferiore per l'interrogatorio. Con la Buonocore è stata in un primo tempo fermata anche la figlia ventenne, poi rilasciata: non risulta coinvolta nel reato. Annarita Buonocore è separata e vive con le sue due figlie. Ancora ignoti i motivi che avrebbero spinto la donna a sequestrare il neonato. Annarita Buonocore di fronte agli inquirenti si sarebbe chiusa in un mutismo totale. Il sostituto procuratore di Nocera Giancarlo Russo, che si occupa del caso, è ancora in commissariato.
IL MEDICO - È stato un medico dell'ospedale Umberto I di Nocera a consentire alla polizia di arrivare ad Annarita Bonocore. L'uomo, secondo quando si apprende, conosceva la Bonocore e stava uscendo dall'ospedale quando l'ha incrociata, con un bambino in braccio. Al momento non ha fatto caso alla cosa ma quando è stato diffuso l'identikit della «falsa» infermiera che aveva rapito un bimbo, ha riconosciuto nell'immagine Annarita Bonocore. A quel punto il medico ha immediatamente avvertito la polizia, che ha mostrato una foto della donna alla madre di Luca, che ha riconosciuto l'infermiera. Venti minuti dopo il riconoscimento è scattato il blitz degli uomini della squadra mobile e del Servizio operativo centrale della polizia. Nell'appartamento, gli agenti hanno subito immobilizzato la donna e hanno trovato il bambino in un lettino, dove era stato accudito dalla Bonocore.
IL QUESTORE - «Ha agito da sola in ospedale la rapitrice del neonato, ma stiamo verificando altre situazioni», eventuali coinvolgimenti di altre persone: lo ha detto il questore di Salerno, Vincenzo Roca, giunto in nottata all'ospedale di Nocera Inferiore, subito dopo il ritrovamento. La donna «aveva esperienza in materia sanitaria - ha aggiunto e questo era chiaro da come si è comportata nella stanza della mamma. Una serie di dettagli ci hanno fatto capire che sapeva muoversi in un reparto maternita». Il questore ha sottolineato il valore della sinergia tra tutte le forze dell'ordine messe in campo nel corso delle ricerche e l'importanza dell'intuizione avuta sulla pista giusta. «Abbiamo ottenuto un risultato in pochissimo tempo».
APPENA NATO - Al momento del rapimento il bimbo era nato da appena tre ore. L'allarme è scattato con ritardo e per molte ore il bambino è stato cercato invano, mentre i genitori, il papà Fabio e la mamma Annalisa Fortunato, precipitavano nella disperazione.
Nocera: il bimbo rapito

L'IDENTIKIT DELLA RAPITRICE -
Fino al ritrovamento, si pensava che la rapitrice si fosse solo travestita da infermiera. Dopo l'avvio delle ricerche, il primo ordine di servizio per gli agenti impegnati nell'operazione era stato di concentrare l'attenzione su di un'auto con a bordo due donne e forse anche altre due bambine. Ma le segnalazioni sono state tante e contrastanti. Qualcuno ha riferito di avere notato una donna con un bimbo piccolissimo prendere il treno e dirigersi verso sud; altri si sono spinti a parlare di una donna di etnia Rom e diversi controlli, senza esito, sono stati effettuati nei campi nomadi della zona.

Il foto-identikit della rapitrice
Il foto-identikit della rapitrice
Pian piano sono emerse altre certezze. Prima di tutto che si trattava di una donna italiana: alcune parole scambiate con la mamma e la nonna del bambino, cui aveva detto che si sarebbe occupata lei del piccolo e che lo avrebbe accompagnato al nido dell'ospedale, non lasciavano dubbi sulla nazionalità.
RICERCHE A TAPPETO Al Tg1 delle 20 era stata data la notizia del ritrovamento del neonato, poi rivelatasi infondata. Il capo della polizia, Antonio Manganelli, aveva inviato a Nocera una squadra speciale dello Sco, il servizio criminalità organizzata. La scientifica aveva effettuato tutti i rilievi del caso, nella speranza di raccogliere elementi utili all'identificazione di quella che si pensava fosse una falsa infermiera. E in tutta la regione erano stati ordinati posti di blocco e perlustrazioni. Un appello alla collaborazione alle indagini era stato rivolto ai farmacisti: si presumeva infatti che la rapitrice o suoi complici potessero aver acquistato presso farmacie, anche distanti dalla zona del rapimento, latte in polvere e disinfettante per medicare la zona del cordone ombelicale.
I GENITORI - Fabio Cioffi è un maresciallo dell'Esercito ed era appena tornato da una missione in Libano proprio per stare vicino alla moglie e all'altro figlio. Annalisa Fortunato, invece, è una ragioniera. Per loro sono state ore di angoscia. Avevano gioito nel sentire i primi vagiti di Luca, attorno alle 11, e nell'apprendere che il parto era stato regolare e tutto era andato per il meglio. Tre ore dopo stavano vivendo l'incubo peggiore per ogni neo-genitore. Le indagini sono state rese difficili dal fatto che le telecamere dell'ospedale Umberto I sono fuori uso da diverso tempo come ha confidato il direttore amministrativo, Maurizio D'Ambrosio.
Redazione online
07 giugno 2010(ultima modifica: 08 giugno 2010)






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Helmut Berger: «Ridotto a vivere con 200 euro al mese di pensione»

Corriere della Sera

«Dopo aver girato 80 film vivo con l'assegno mensile che mi riconosce lo Stato italiano»

La Bild racconta la triste storia dell'attore, tra i preferiti da Luchino visconti
Helmut Berger: «Ridotto a vivere con 200 euro al mese di pensione»


Helmut Berger
Helmut Berger
BERLINO - Ha guadagnato somme enormi, spendendo però sempre più di quanto aveva in tasca. Il risultato è che adesso Helmut Berger - l'attore tedesco, tra i più amati da Luchino Visconti - è ridotto in miseria, costretto a vivere ospite di amici perché non ce la fa ad andare avanti con i 200 euro di pensione al mese che percepisce dallo Stato italiano. Il quotidiano «Bild» ha incontrato il protagonista del «Ludwig» di Luchino Visconti a Ibiza, nella villa della sua amica contessa Sylvia Serra di Cassano, che attualmente lo ospita.
PENSIONE ITALIANA - Alla domanda su cosa gli sia rimasto delle enormi somme guadagnate, l'attore scuote la testa e spiega che «dopo aver girato 80 film vivo con la pensione italiana di 200 euro al mese. I produttori dovevano versare i contributi, ma non l'hanno fatto, così adesso dovrò chiedere l'intervento di un avvocato». Insomma, una condizione di miseria e ristrettezze cui Berger non poteva immaginare di trovarsi. Sembra quasi un atroce scherzo del destino per lui che interpretò - con la celebre scena in cui si esibisce travestito da donna in calze a rete e guêpière - il celebre film la «caduta degli dèi». Che, alla luce della sua condizione attuale, risuona con insopportabile ironia.


IL RAPPORTO CON LA GUIDATO - Quando gli viene chiesto se abbia mai pensato di sposarsi, Berger risponde a sorpresa: «Ma io sono ancora sposato», anche se il matrimonio contratto nel 1994 con l'attrice Francesca Guidato è sempre rimasto sulla carta. «Quando volevo divorziare», spiega Berger, «lei ha cercato di approfittarne economicamente. Adesso sono io che non voglio divorziare. Quando starò ancora peggio toccherà a lei mantenermi».
I QUADRI DEL MAESTRO - L'attore afferma di possedere ancora parecchi quadri di valore di Luchino Visconti e qualche gioiello della madre, deceduta a Salisburgo lo scorso ottobre all'età di 89 anni. «Non riesco a separarmi da queste cose», dice, «piuttosto preferisco regalarle. Quando non avrò più nulla, me ne andrò all'ospizio». Sui motivi per cui non gira più un film da tempo, Berger dichiara che «hanno tutti paura di me», poi annuncia che intende lasciare Roma per trasferirsi nell'abitazione in cui visse la madre a Salisburgo.
Redazione online
07 giugno 2010



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