mercoledì 9 giugno 2010

Wc multilingue per i turisti? A Napoli è nel negozio di salumi e souvenir

Corriere del Mezzogiorno

Antonio Esposito ha un esercizio di fronte al San Carlo: toilette gratis per stranieri.
«Accogliere è importante»

Video

NAPOLI

Quando si dice accoglienza. Un concetto che a Napoli non è più scontato come una volta, cominciando dall'Abc. Da tempo i bagni di piazza Treste e Trento, una delle zone più battute dai turisti, non sono più accessibili. Per venire incontro alle esigenze di stranieri e non, il negoziante Antonio Esposito l'ha pensata grossa: ha fatto installare fuori dal suo esercizio di souvenir e generi alimentari un cartello con 25 bandiere di nazionalità diverse e altrettanti modi di definire il wc.

Non si tratta di una trovata pubblicitaria, ma un modo di accogliere nel migliore dei modi il turista. «Qui non ci sono servizi pubblici - racconta Antonio - ed i bar e i ristoranti con ritrosia aprono le porte dei loro bagni; spesso capita che ne neghino l’accesso con qualche banale scusa».

Il negozio si trova a metà strada tra piazza del Plebiscito ed il Maschio Angioino ed il suo ingresso, una colorata scenografia di peperoncini, aglio, limoni e pomodori, è tra i più fotografati del centro città. «L’utilizzo dei quattro bagni - tiene a precisare Esposito, tra i promotori di un’associazione di negozianti - è gratis e serve solo a migliorare l’accoglienza per i turisti».

Oltre ai wc multilingue Esposito ha abbellito a sue spese, con piante e posacenere, non solo il suo marciapiede ma anche la piazzetta che condivide con il teatro San Carlo. «Ho cancellato anche le scritte spray sui marmi della galleria Umberto senza che nessuno mi chiedesse se ero autorizzato a farlo. Io - spiega - l’ho fatto per la mia città. Al Comune, tempo fa, chiesi di riaprire il vicino sottopasso già provvisto di bagni pubblici, offrendomi anche di provvedere alla ristrutturazione con la mia associazione. La risposta fu un No, grazie».

Ma. Pe.
09 giugno 2010



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Cogne bis, lo psicopatologo: «Alla Franzoni serve capro espiatorio o si suicida»

IL Mattino

TORINO (9 giugno) - Annamaria Franzoni ha un bisogno psicologico di «trovare un capro espiatorio» per l'omicidio del figlio Samuele «altrimenti si suicida». È questa in sintesi l'opinione che il professore Ugo Fornari ha espresso oggi in tribunale a Torino testimoniando al processo che vede la donna imputata di calunnia nei confronti di Ulisse Guichardaz, un vicino di casa. La donna sta scontando nel carcere di Bologna la condanna definitiva per l'omicidio del figlio.


Annamaria Franzoni «non ha memoria» dell'omicidio del figlio Samuele Lorenzi come di un fatto «riconducibile a un suo gesto». Lo hanno detto oggi in tribunale due consulenti della difesa, i professori Giuseppe Sartori e Pietro Pietrini, al processo Cogne Bis. Per arrivare a questa conclusione i due specialisti hanno sottoposto la Franzoni a un test, chiamato Iat, messo a punto negli Stati Uniti, da un esperto di Seattle, quindici anni fa.
«Il ricordo che la signora conserva nel suo cervello - hanno precisato i due consulenti - è il ricordo della
sua versione dei fatti». La Franzoni, che ha sempre detto di essere innocente, sta scontando nel carcere
di Bologna la condanna per l'omicidio.





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Los Angeles: trovato squalo finto nei rifiuti Era quello che usò Spielberg nel suo film

IL Mattino

Roma (9 giugno) – Nel 1975 terrorizzò milioni di spettatori in tutto il mondo ma, nonostante la sua fama, era finito tra i rifiuti. Si tratta di un modello meccanico di squalo, usato da Steven Spielberg nel celebre film omonimo, che è stato ritrovato in una discarica nella periferia di Los Angeles.

Per la realizzazione del film, Spielberg usò tre squali finti, grazie ai quali gli esperti di effetti speciali che lavorarono al film riuscirono a riprodurre gli attacchi del predatore marino. Il regista chiamava i tre modelli Bruce, che era il nome del suo avvocato di fiducia dell'epoca.





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Gerulemme è stata divisa. Sull'iPhone

Corriere della Sera

Il meteo del palmare prevede due previsioni separate: una per la parte ebraica e l’altra per la quella araba


DAL NOSTRO INVIATO Francesco Battistini

GERUSALEMME

La Road Map, gli accordi di Annapolis, le risoluzioni Onu, la legge israeliana, il piano saudita, i Due Popoli e i Due Stati, i prenegoziati, le mura, le nuove costruzioni degli ultraortodossi, le demolizioni nei quartieri arabi: roba vecchia. E l’avanti-indietro alla Casa Bianca di queste settimane, Abu Mazen e Netanyahu a colloquio con Obama? Roba inutile. Lo status di Gerusalemme, su cui il mondo s’accapiglia da sessant’anni, qualcuno l’ha già definito: diviso in due, l’Ovest di qua e l’Est di là. Per vedere il miracolo diplomatico, basta che accendiate il vostro iPhone e andiate sull’icona del meteo: se provate a chiedere che tempo fa/farà nella Città della Pace, il palmare vi risponderà con lo schermo vuoto. Gerusalemme, non pervenuta. Perché la domanda, secondo l’applicazione della Apple, non è politicamente corretta.

DUE PREVISIONI SEPARATE - E l’unica risposta possibile è quella, surreale, di due diverse previsioni del tempo: una per la parte ebraica e l’altra per la parte araba. Da città senza tempo a città senza meteo. Sotto il cielo di Jahvè, stando all’iPhone, sole e nuvole cambiano a poche centinaia di metri di distanza. La casa produttrice del palmare scarica la responsabilità su Yahoo!, gestore del servizio meteo. Ma da Yahoo! per la verità non sanno che cosa commentare: la scelta di dividere in due la città, dice un responsabile che non vuol essere citato, è stata probabilmente presa in automatico, pescando in qualche banca dati informatica. Strano, però: fino a tre settimane fa, Gerusalemme era indicata come una città unica e non divisa. Chi e perché ha corretto? Piovono commenti, anche questi (ovvio) ispirati alla latitudine. «Non c’è niente di cui stupirsi – osserva il quotidiano Al Quds (Gerusalemme, in arabo) -. La Apple non fa che uniformarsi alle direttive internazionali. Solo Israele ha proclamato unilateralmente Gerusalemme "capitale unica e indivisibile" del suo Stato. Ma nessuno al mondo ne riconosce questa unicità». «Tutto questo è ridicolo – dice un cliente iPhone sul sito ebraico Shalom Life -. Le previsioni, le temperature, la longitudine e la latitudine sono identiche a Est e a Ovest. A meno che, con questo cambiamento, non si sia voluta riconoscere l’idea che Gerusalemme sia già capitale di due Stati diversi».

I PRECEDENTI - L’iPhone non è il primo strumento elettronico a doversi confrontare con le divisioni geopolitiche del Medio oriente. Anche molti navigatori per automobili, per esempio, contengono spesso programmi diversi per Israele e per i Territori palestinesi. Parecchie strade di Gerusalemme Est, nella parte araba, sono segnalati dai gps con i nomi ebraici (per esempio, è quasi impossibile trovarvi luoghi come la più famosa via di negozi, la Salaheddin, o arterie di comunicazione come la Nablus Road). E quando si va da quelle parti, in genere non restano che le cartine. O il caro, vecchio sistema di chiedere ai passanti: sempre che il meteo non dia pioggia e ci sia gente in giro, a Gerusalemme Est.

Francesco Battistini
09 giugno 2010



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Soldi a Berger? Insulto alla miseria

di Luigi Mascheroni

L'attore austriaco vive con un contributo dell'Italia di 200 euro al mese e chiede aiuto.

Ha sprecato miliardi e vuole vivere sulle nostre spalle.

Possiede quadri di valore che non vuole vendere: gli piacciono troppo


 

Se fosse vera la sentenza Ars gratia artis vivremmo in un mondo buono e giusto, cosa che notoriamente non è. Raramente infatti si è dimostrata credibile l’idea dell’«arte per l’arte», cioè che quando si ha a che fare con la cultura non bisogna pensare ai vantaggi pratici, perché l’arte deve essere superiore e perseguita solo per il piacere - appunto - dell’arte. E il fatto che la Metro-Goldwyn-Mayer, major del business cinematografico, abbia scelto la frase latina come proprio motto, è solo una di quelle simpatiche contraddizioni di cui sono capaci gli americani, e la dimostrazione che Hollywood fabbrica sogni, non realtà.

Perché in realtà l’arte quasi mai basta a se stessa. O perlomeno, quasi mai basta all’artista. Il quale nella lunga storia della civiltà ha dovuto fare quotidianamente i conti con la poco poetica verità che la cultura non arricchisce. Ecco perché gli stessi latini, per correggere l’utopia dell’«arte per l’arte», apposero pragmaticamente la chiosa carmina non dant panem.
I carmi certo no, e neppure la filosofia, o la letteratura, o il mondo dell’arte, a parte ultimamente le arti-star. Ma il cinema ha sempre pagato. Ha sempre strapagato – per stare alla cronaca recente – nomi come quelli di Laura Antonelli e Helmut Berger, due attori la cui fama e i cui contratti, per decenni, sono stati pari alla loro bellezza. Straordinari.

Oggi l’una e l’altro chiedono aiuto. Hanno lavorato per l’arte, la settima, l’hanno onorata con le loro indimenticabili interpretazioni, ci hanno fatto sognare, ridere, piangere, e ora - giunti abbondantemente a fine carriera e oltre i limiti economici della sopravvivenza materiale - lanciano un appello perché sia garantita loro la dignità che l’essere stati grandi artisti richiede.
Laura Antonelli, è stato detto, si è ridotta a sopravvivere con 510 euro al mese e la beneficenza di una parrocchia. Helmut Berger ha fatto sapere di tirare avanti con la pensione italiana di 200 euro e che rischia l’ospizio. Per entrambi si è già ventilata la possibilità di un intervento dello Stato.

Al netto dell’immancabile partecipazione al dramma dei due attori, ci sembra però che sbandierare la concessione della famigerata legge Bacchelli (o affini provvedimenti) per alleggerire la situazione di difficoltà di Laura Antonelli e di Helmut Berger (che ha l’aggravante, pur vivendo a Roma e avendo lavorato molto in Italia, di essere austriaco) significhi, cinematograficamente parlando, inquadrare male il problema. L’attrice di Pola è stata una superstar per un paio di decenni.

Dopo che ottenne il Nastro d’argento come migliore protagonista per Malizia il suo cachet lievitò da 4 a 100 milioni di lire per film. Erano i primi anni Settanta, e i titoli delle pellicole che girò da quel momento in avanti occupano una pagina di Wikipedia. Fatti due conti, una fortuna. L’attore di La caduta degli dei e Ludwig, sull’onda della propria bravura e della relazione con Luchino Visconti (del quale peraltro conserva ancora parecchi quadri di valore), ha girato più di 80 film e per anni fu richiestissimo dai produttori. Fatti altri due conti, una gigantesca fortuna.

Poi, per entrambi, arrivarono le sfortune: depressione, vita sregolata, droga, alcol, amori sbagliati e amicizie azzardate, scialo e dissipazioni. Dalla nobiltà alla miseria.

L’arte non pagherà, ma le scelte sì. Prima o poi presentano sempre il conto. E che poi a pagarlo sia lo Stato, cioè noi, non deve essere una decisione presa sull’emozione del dramma esistenziale messo in scena dai media. Pensiamoci un attimo.

Riccardo Bacchelli, che ha lasciato il proprio nome alla legge numero 440 del 1985 che concede un vitalizio a quei cittadini distintisi nel mondo della cultura e dello spettacolo ma che versano in situazioni di indigenza, era il primo di cinque fratelli, figlio di uno stimato ma modesto avvocato bolognese, dedicò la sua vita alla scrittura e le «dorate» luci della ribalta le intravide da lontano solo quando trasformò I promessi sposi in uno sceneggiato della Rai. Per il resto, condusse una vita come quella dei suoi personaggi romanzeschi. Fatta di sacrifici. Ed è tutto da dimostrare che Il mulino del Po abbia minori meriti artistici, sebbene sia indubbiamente più pesante, del Merlo maschio.

Antonelli e Berger sono due icone del nostro cinema. Ma sono state riconosciute come tali dal mercato e (stra)pagate per le loro opere. Dall’arte sono stati ipernutriti, vezzeggiati, idolatrati. Con la cultura, alta o bassa che sia, capolavori e b-movies che siano, ci hanno fatto soldi, ville, spider e Veuve Clicquot. Oggi devono accontentarsi dell’ospitalità degli amici e della spesa pagata dalla parrocchia. Spiace.

Altri non hanno mai avuto neppure l’utilitaria, né un appartamento. Gavino Ledda, beneficiato dalla Bacchelli, vive da eremita nello stesso paesino del Sassarese dove è nato. Ha scritto Padre padrone, narrando storie di miseria, ma senza mai piangerla. Alda Merini, prima di ricevere il sussidio, ha dovuto penare a lungo. E anche dopo, seppure per poco, ha continuato a vivere (anche per scelta, certo) in mezzo alla sporcizia in un monolocale sui Navigli. Ed è la poetessa italiana più conosciuta del secondo Novecento. E Valentino Zeichen, la cui scrittura è tra le maggiori di oggi, sopravvive francescanamente (anche per vezzo, certo) sulla Flaminia. Senza neppure la Bacchelli. Ma scrive poesie. Che notoriamente, a differenza dei film, non dant panem. Vuol, dire che ce lo toglieremo di bocca noi. Per darlo a Helmut Berger.



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Questo buffo Paese dove scioperano i ricchi, non i poveri

Quotidianonet



PER FORTUNA ci pensano i napoletani a tenerci allegri. Lo dico senza irridere, perché l’avrò già ripetuto mille volte che ho per loro una simpatia vera e sconfinata. Così si è scoperto che la giunta Bassolino, un genio della fantasia, il giorno di San Sivestro, in mezzo ai botti e ai fuochi d’artificio, si faccia attenzione anche alle date perché sanno di commedia di De Filippo, il 31 dicembre scorso insomma, proprio allo scadere del mandato, deliberò lo stanziamento di quasi 700 mila euro per andare a Cuba, Haiti e Santo Domingo, insomma nei Caraibi, mica fessi da andare in Corea del nord, per insegnare come si fa la raccolta dei rifiuti. Sì, avete letto bene, la raccolta dei rifiuti, perché loro lo sanno bene come si fa e come la fanno a Napoli non la fanno da nessuna parte. Purtroppo credo che quella delibera sarà cancellata, anzi il nuovo governatore Caldoro che non è uno spiritosone ha già detto che l’annullerà. Invece penso che sarebbe stato più intelligente consentire che si tenessero quei corsi sui rifiuti all’Avana e avremmo dovuto mandarci anche un bel regista per farci un film, tipo Draquila. Avremmo vinto l’Oscar, sono sicuro.
Ma alla comicità, come si sa, non c’è limite. E c’è un’altra storia che fa ancora più ridere di questa sui rifiuti. E’ quella che riguarda i magistrati, che faranno sciopero perchè dicono di guadagnare poco. Uno si sarebbe aspettato che lo sciopero, visto che sono una categoria ad alta moralità, l’avessero deciso perché guadagnano troppo, invece no, l’incontrario. Dicono che non ce la fanno a tirare avanti e sono soprattutto preoccupati per i più giovani, che a 30 anni hanno un reddito di soli 40 mila euro e con le nuove regole di Tremonti fra tre anni non potranno avere lo scatto da 40 a 55 mila euro, ovvero di 15 mila euro d’un botto com’è tradizione. A me pare che anche questo sciopero faccia molto ridere, perché qualcuno dovrebbe spiegarci come mai non fanno sciopero i carabinieri, anzi loro no perché sono militari, allora i poliziotti, che hanno stipendi miserevoli o i vigili urbani o a maggior ragione gli insegnanti. Perché in questo paese buffo lo sciopero ora lo fanno quelli che guadagnano di più e non quelli che guadagnano di meno? Mah.




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Ora la sinistra ci ripensa: basta fango su Israele

di Fiamma Nirenstein

Roma - Israele è una discussione primaria nel mondo odierno, è il pomo della discordia, il pretesto preferito per attaccare l’Occidente, la migliore arma di legittimazione della vecchia bandiera sovietica totalitaria della pace a strisce, è il tarlo che rode l’anima degli ebrei di sinistra che adorano la loro legittimazione narcisistico-diasporica che li esime dalla poco elegante vicenda di essere un popolo, anzi, una nazione; e soprattutto è la questione che dà agli antisemiti la possibilità di esprimersi sotto copertura e alle maggioranze automatiche dell’Onu quella di farsi forti. È anche il migliore degli stendardi rossi da sventolare davanti al toro islamista, come hanno fatto da Istanbul Ahmadinejad, che di nuovo ha promesso di cancellare Israele, Bashar Assad dalla Siria ed Erdogan, il presidente turco che sta costruendo una carriera islamista per il suo Paese sulla minaccia a Israele.
Ma il troppo stroppia e l’immensa quantità di fango rovesciata in questi giorni su Israele ha nauseato anche Bernard-Henri Lévy, uno dei critici più attivi (è autore del documento detto Jcall della sinistra contro il governo israeliano, e ha subito criticato Israele dopo la vicenda della flottiglia) della politica israeliana: proprio su Haaretz, foglio pacifista e ipercritico, pur conservando le sue riserve sulla «stupidità» dell’operazione e del governo Netanyahu, condanna la disinformazione e la criminalizzazione antisraeliana.
Il mondo ci ripensa, e forse è anche perché la lenta presa di coscienza indebolisce la pressione, Israele si fa coraggio sulla questione della commissione. Gerusalemme ha molte buone ragioni perché Israele rifiuti una commissione internazionale che, secondo il Consiglio per i diritti umani dell’Onu (l’Italia ha votato contro), dovrebbe indagare sul comportamento dello Stato ebraico durante lo sfortunato arrembaggio alla nave Marmara. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner la trova una buona idea e per rafforzare il senso della commissione chiede che ne faccia parte la Turchia.
Strano, dato il ruolo certo non neutro della Turchia nella vicenda e dato che Erdogan soffia sul fuoco e minaccia, insieme ad Ahmadinejad, di andare sulle coste di Gaza con le proprie navi, e addirittura personalmente. In genere, le esperienze di Israele con le commissioni di inchiesta e in genere con le istituzioni dell’Onu sono disastrose: valga per tutti quella che, diretta dal giudice Goldstone, ha utilizzato solo fonti simpatetiche con i palestinesi per stilare un rapporto devastante sulla guerra di Gaza. Di fatto, esso proibisce a Israele di difendersi e cita solo i testimoni-attivisti che chiamano «civili» corpi armati e scudi umani di Hamas.
Israele, che sa giudicarsi molto severamente da sola, come dimostra la commissione Winograd che fu spietata sulla guerra in Libano del 2006 e fece dimettere molti civili e militari, pianifica dunque al momento due commissioni di indagini indipendenti, anche se Netanyahu sta ancora aspettando l’approvazione americana per la seconda. In realtà col passare delle ore, via via che molti osservatori internazionali, la stampa, le tv, Bernard-Henri Lévy e compagni fanno il mea culpa, le circostanze della vicenda della Marmara sono sempre più chiare. Si critica, come molti fanno, la modalità militare dell’attacco, ma che la nave dei «pacifisti» trasportasse dei ceffi armati appartenenti a un’organizzazione che ha fornito armi a Hamas, alla Jihad Islamica e anche ad Al Qaida e che fosse punteggiata di personaggi che volevano guadagnarsi il paradiso diventando shahid, è certo.
Quello che non si riesce a chiarire bene invece è il ruolo della Turchia, che ha varato la flotta benché avvertita del pericolo che comportava; che sapeva chi fossero gli uomini dell’Ihh e che tuttavia ha lasciato che si imbarcassero in numero cospicuo senza check in da un porto diverso, che cavalca adesso la vicenda nel modo più plateale, usando Istanbul come piattaforma di lancio di operazioni bellicose.
La Turchia agisce con foga in ogni campo: si è presa una reprimenda da Angela Merkel per essersi definita primo ministro dei turchi che vivono in Germania; ha fatto sollevare qualche sopracciglio quando di fatto ha cercato di salvare l’Iran dalle sanzioni offrendosi di arricchirne l’uranio; quando un’installazione di radar dentro la Turchia è crollata improvvisamente mentre la Nato avrebbe avuto bisogno di informazioni sulla Georgia, raggiunta dal radar. Di grande rilievo il fatto che Abu Mazen si sia recato personalmente da Erdogan per spiegargli che ciò che sta facendo avvantaggia Hamas contro il suo peggior nemico, Fatah. Un incendio come quello che la Turchia minaccia di voler appiccare ai danni di Israele può diffondersi anche a danno degli incendiari.




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Scatta la trappola di Rosy Bindi: la maggioranza va sotto in aula

di Laura Cesaretti

RomaGoverno battuto per 18 voti, decreto anti-demolizioni decaduto, bagarre nell’aula di Montecitorio. Con la maggioranza che insorge contro la presidente di turno, Rosy Bindi, accusandola di aver chiuso la votazione troppo in fretta, favorendo la sua parte politica.
La scintilla che ha dato il via all’incendio è partita ieri pomeriggio alle 18.30, orario in cui era fissata (con comunicazione a tutti i deputati) la votazione delle pregiudiziali di costituzionalità sul decreto che sospende la demolizioni di edifici abusivi in Campania. Per tutta la giornata, nelle votazioni che si sono susseguite su vari provvedimenti, la maggioranza era stata in bilico, oscillando tra i 2 e i 12 voti di vantaggio. Tanto che una quindicina di membri del governo erano stati precettati per rimpolparne le fila. Il Pd invece aveva blindato i propri parlamentari, ordinando la convocazione «senza eccezione alcuna».

Alle 18.30, quando la Bindi ha chiuso il dibattito e dato il via alla votazione cruciale, i deputati ritardatari sono spuntati da ogni angolo di Montecitorio e hanno cominciato a caracollare verso l’Aula: chi fumava in cortile ha spento la sigaretta, chi sorseggiava un aperitivo alla buvette ha mollato il bicchiere, chi faceva le sue telefonate ha attaccato. Tutti a votare: persino il solitamente composto Walter Veltroni è schizzato lungo il Transatlantico con uno sprint da giamaicano. Scatti olimpionici anche nel centrodestra, ma non è bastato: quando la Bindi ha dichiarato chiusa la votazione, la pregiudiziale delle opposizioni che bocciava come incostituzionale il decreto è risultata approvata con 249 sì di Pd e Idv contro 231 no di Pdl e Lega.

Dai banchi del centrodestra è partito un coro di «vergogna» all’indirizzo della presidenza, e una raffica di interventi per sollecitare la ripetizione del voto. «Si rivoti o si sospenda la seduta e si convochi la capigruppo, perché non accettiamo questa prevaricazione di cui la Bindi si è resa responsabile», tuona il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. Il leghista Luciano Dussin va ancora oltre: «Presidente Bindi, si dimetta! Ne guadagnerà il Parlamento». Mentre il collega di vicepresidenza della Bindi, Maurizio Lupi (Pdl) denuncia: «Lei non ha garantito il diritto di tutti i deputati presenti di votare. Bisogna verificare le presenze, e valutare se ripetere il voto, è in gioco la democrazia del Paese». «Lei ha offeso il

Parlamento con un blitz!» rincara la dose Amedeo Laboccetta.
L’imputata Bindi però tiene duro e si difende, sottolineando di aver lasciato la votazione aperta per ben 51 secondi, più di quanti se ne concedano di solito: «Non c’è stata nessuna irregolarità. E il diritto di votare è per chi sta seduto al suo posto», replica. Il capogruppo Pd Dario Franceschini le dà manforte: «Si cerca di scaricare sul presidente di turno i risultati dell’assenza di 64 deputati del Pdl e di fare ripetere un voto perché sfavorevole», accusa.

I numeri ufficiali registrati sui tabulati d’aula parlano in effetti di 64 assenti Pdl (il 23,7% del gruppo), 15 della Lega (25%), 10 del Pd (presente al 94%). Più assenteisti i deputati Idv: mancava il 20% del gruppo. Ma la maggioranza contesta il calcolo: «C’erano almeno una trentina di deputati che erano entrati nell’aula, alcuni anche dell’opposizione, ma non è stato consentito loro di votare», assicura Giuseppe Calderisi. E anche dal Pd, qualche esperto d’aula ammette che «la Bindi ha peccato di protagonismo: c’erano molti deputati che stavano entrando in aula e ha chiuso il voto prima che arrivassero». La patata bollente è comunque finita sul tavolo di Fini, che ha convocato per stamane i capigruppo per valutare l’accaduto.



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Processo Meredith, spunta un pentito del clan Mariano: «Amanda è innocente»

Il Mattino

di GIgi Di Fiore

NAPOLI (9 giugno)

Nella redazione del Mattino sembrava a suo agio. Aveva poco più di vent’anni, Luciano Aviello, e aveva chiesto di raccontare la sua esperienza di «giovane sveglio nel clan camorristico dei Mariano». Altri tempi, impazzava la guerra ai Quartieri spagnoli tra il clan Mariano, i «picuozzo», e la famiglia Di Biase, i «faiano». Non esisteva ancora la Dda, ma Federico Cafiero de Raho era già pm impegnato nelle inchieste sulla criminalità organizzata. Era lui ad occuparsi di quella guerra sanguinosa. Vent’anni dopo, Aviello diventa personaggio da rotocalco. Entra nel processo di Perugia per il delitto di Meredith Kercher, come teste a suo dire «risolutivo».

Il 19 aprile dello scorso anno scrisse due paginette a penna indirizzate al presidente della corte d’Assise perugina, Giancarlo Massei. Si diceva pronto a raccontare la verità, svelava che aveva per due volte dato incarico a dei suoi amici di violare i sigilli nella casa del delitto. Il 31 marzo scorso, i difensori di Amanda Knox hanno videoregistrato le dichiarazioni di Aviello, ormai quarantunenne. Lui ha riferito, come scrive il settimanale «Oggi»: «È stato mio fratello ad uccidere Amanda. Posso farvi recuperare il coltello del delitto e le chiavi di quella casa». Non si smentisce mai, quel ragazzo che arrivò al terzo piano di via Chiatamone indossando un casual con pretese di eleganza e sforzandosi di cercare sempre parole appropriate per rendere al meglio le sue «rivelazioni».

Lentine a contatto, esile, un cugino ucciso perché affiliato al clan Mariano, Aviello parlava svelando una personalità di contorno, in un sottobosco di millanteria sempre ai magini degli affari e delle violenze degli allora potenti clan dei Quartieri. Era finito in carcere, accusandosi di un omicidio. Non era vero, ma gli avevano promesso 5 milioni, un avvocato e una rendita. Il clan non rispettò i patti e lui cominciò a parlare a ruota libera. Abbagliato dalla bella vita, dal denaro facile, aveva cominciato a fare il «galoppino» per vendere le «bollette» del lottonero. Si sentiva inportante. Guadagnava 500mila lire a settimana.

Non era male. Poi «ambasciate», piccoli servizi, ma mai grandi salti criminali. I clan lo consideravano «poco affidabile». Fu coinvolto nell’inchiesta sulla camorra dei Quartieri spagnoli, condannato. Oggi, dice di lui Federico Cafiero, ormai procuratore aggiunto e coordinatore nella Dda delle indagini sui clan della provincia di Caserta: «Era del tutto inaffidabile, nonostante periodicamente ne inventasse una nuova. Una rivelazione, a suo dire, che poi si rivelava una vera e propria sciocchezza».

Come quando disse che sapeva dove si trovava Angela Calentano, o di conoscere i rifugi dei principali latitanti del clan D’Alessandro di Castellammare. Per le «rivelazioni» contro Tiziana Maiolo, ex presidente della commissione Giustizia della Camera, si beccò nel 1997 un processo per calunnia. Due anni fa, poi la sparò più grossa: accusò un pm di Potenza nel famoso processo sulle «toghe sporche» tra Catanzaro e Salerno. Venne sentito a Salerno dal pm Rosa Volpe. Aveva annunciato rivelazioni. Le sue contraddizioni uscirono subito allo scoperto.

Anche allora, fonti dei suoi racconti furono articoli di giornali o chiacchierate con compagni di cella. Come Raffaele Sollecito, o Gennaro Cappiello per l’inchiesta sulle «toghe sporche». Mitomane, ricercatore di pubblicità? Vent’anni fa, Aviello sembrava un egocentrico, che si compiaceva di mostrarsi testimone di «fatti importanti». Ma non è mai riuscito ad ottenere un programma di collaborazione continuo. Per reati diversi, ha scontato finora 17 anni di carcere. Ora spunta nel processo di Perugia. Chissà.





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La sposa è in ritardo alle nozze, il prete si irrita e comincia la messa senza di lei

Il Mattino

Lui si difende: «Avevo chiesto a loro di essere puntuali»
Lo sposo: «Ha rovinato il giorno più bello della nostra vita»


ROVIGO (8 giugno)

Alle 11 in punto il prete ha fatto suonare la marcia nunziale e ha cominciato a officiare la messa. Peccato che la sposa non fosse ancora arrivata, e che sia comparsa sull'altare solo a rito ben iniziato, con la visibile apprensione dello sposo. Per i due novelli sposi quella di domenica è stata certo una giornata che non dimenticheranno mai.

Don Claudio Ghirardello, 57 anni, parrocco della chiesa di Sant'Andrea apostolo a Pontecchio (Rovigo), è stato preciso come un orologio svizzero: alle 11 ha fatto suonare la marcia nuziale mentre fuori lo sposo, Fabio Marzotti, insieme agli invitati, attendeva l'arrivo della promessa sposa, in comprensibile - e tradizionale, vien da dire - ritardo.

Non appena si è reso conto di quel che stava accadendo, il ragazzo si è precipitato all'interno della chiesa per assistere alla messa. Alessia, invece, è giunta all'altare solo sette minuti dopo l'inizio della liturgia della Parola.

«Don Ghirardello - dice lo sposo - è riuscito a rovinare il giorno più bello della nostra vita. L'ha reso unico, purtroppo. Quando mia moglie è arrivata all'altare, lui ha proseguito impassibile. Solo nel momento in cui è iniziata la celebrazione del sacramento del matrimonio si è degnato di annunciare la nostra presenza e il motivo della celebrazione».

Il parroco conferma punto su punto quanto successo: «Non ci trovo nulla di strano. Avevo chiesto agli sposi di arrivare in orario, perché avevo la messa domenicale. Se il matrimonio fosse stato di sabato, potevo anche aspettare».





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Il giallo dello scienziato iraniano: fuggito negli Usa o sequestrato?

Corriere della Sera
Teheran: lo hanno costretto a rivelare segreti sul nostro Paese.
La replica: è venuto in Occidente di sua volontà

Video

WASHINGTON

Lo scienziato nucleare Shahram Amiri è fuggito negli Usa rivelando importanti segreti? Oppure, come sostengono a Teheran, è stato sequestrato? Due verità sostenute a colpi di video. Un intrigo spionistico sullo sfondo delle nuove sanzioni contro l’Iran.

IL PRIMO VIDEO – A riaprire il mistero, due giorni fa, la tv iraniana che manda in onda un video di 4 minuti dove vi compare il presunto Amiri. Nel breve filmato si vede un uomo con le cuffie che parla rivolto ad una videocamera. Per le fonti iraniane si tratta proprio dello scienziato. Che fornisce la sua ricostruzione della sua sparizione. Questi i punti chiave: 1) Sono stato sequestrato da agenti americani e sauditi durante il pellegrinaggio alla Mecca nell'estate di un anno fa. 2) Mi hanno portato a Tucson, Arizona, dove sono stato sottoposte a torture. 3) Mi hanno estorto delle informazioni facendomi raccontare di aver portato come me un computer pieno di dati sensibili. Gli iraniani aggiungono che è stata la loro intelligence ad entrare in possesso del video, ma non hanno spiegato come. Alle rivelazioni è seguita una protesta diplomatica.

IL SECONDO VIDEO – Martedì, su Youtube, appare un secondo video. È di buona fattura, quasi professionale, è stato caricato da un utente che si è firmato Shahramiri2010. Sembra di nuovo lo scienziato sparito. Dice di essere felice negli Usa, di voler proseguire i suoi studi ed esclude di aver operato contro il suo paese. Una versione che conferma le ricostruzioni uscite in questi mesi: lo scienziato sarebbe scappato in Occidente di sua volontà. Ma, secondo diverse fonti, avrebbe passato agli americani informazioni cruciali sul programma nucleare dell'Iran. Dati che Washington avrebbe presentato ai membri del Consiglio di sicurezza Onu per dimostrare lo stato avanzato delle ricerche iraniane.

Video

LE REAZIONI
– Gli Usa negano di aver rapito Amiri. Gli iraniani ribattono che il filmato di Youtube è un falso. Teheran, poi, smentisce che lo scienziato possa essere la moneta di scambio per il rilascio di tre escursionisti statunitensi arrestati dai mullah con l'accusa di spionaggio. In realtà baratti di questo tipo sono già avvenuti in passato e l'ultimo ha riguardato una ricercatrice francese. E il regime ha anche presentato una lista con una decina di cittadini iraniani (spariti o detenuti in Occidente) che vorrebbe vedere liberi. Gli Stati Uniti, invece, oltre alla vicenda dei turisti, chiedono di sapere che fine abbia fatto un ex agente dell'Fbi scomparso durante un viaggio in Iran. I mullah hanno sempre risposto di non sapere nulla. Una storia intrigante come quella di Amiri e del generale Asghari, un altro transfuga scappato negli Usa. Guido Olimpio
09 giugno 2010



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Di Pietro torchiato 4 ore dai pm, poi scappa

di Redazione

Inchiesta sulla cricca: il leader dell'Idv sentito a Roma in una caserma sulle case ai vip.

Si indaga su Tonino e i legami con Balducci. Lui si difende: "Ciò che dice Zampolini non è la realtà".

Poi la fuga dai fotografi attraverso un’uscita laterale


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Lo scorso anno a Napoli era arrivato in una procura per l’occasione blindata e «depurata» dai giornalisti, roba da incidente diplomatico. Antonio Di Pietro fiutò l’autogol, e lasciando la procura dopo aver incontrato i pm partenopei che gli avevano indagato il figlio, Cristiano, scelse di fermarsi a chiacchierare di fronte a taccuini e telecamere.

Ieri, nella sede romana del Ros a Ponte Salario, dove sono scesi per interrogarlo come persona informata dei fatti i pm perugini Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, Tonino è invece scivolato via da un’uscita laterale, eludendo i cronisti che l’avevano aspettato per ore. Era entrato poco dopo le 17, ed è rimasto con i magistrati umbri per circa tre ore e mezza. La delusione è stata enorme per chi si aspettava chiarimenti, spiegazioni, delucidazioni su tutta una serie di questioni che hanno tenuto banco negli ultimi tempi.

Nessuna dichiarazione dal leader Idv, muti anche i due pm, che sarebbero però ripartiti per Perugia «soddisfatti» per l’esito dell’interrogatorio, il secondo sostenuto da Di Pietro nell’ambito dell’inchiesta sui grandi eventi: era già stato sentito il 17 maggio a Firenze, allorché Di Pietro giurò di essersi presentato spontaneamente quand’invece era stato convocato come persone informata sui fatti.

Quanto verbalizzato ieri dovrebbe dunque essere utile all’indagine, e i due magistrati avrebbero avuto alcuni dei riscontri che cercavano. Sarebbero emerse novità rilevanti sul coinvolgimento dell’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, e protagonista dell’inchiesta sulla «cricca», Angelo Balducci, uno dei «temi caldi» trattati nel lungo faccia a faccia.

A Firenze Di Pietro non aveva approfondito il capitolo del super-burocrate, ma i rapporti tra l’ex ministro e il dirigente delle Infrastrutture erano tornati d’attualità dopo le dichiarazioni dell’architetto di Anemone, Angelo Zampolini. Il quale aveva dichiarato che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto due immobili di proprietà di Propaganda Fide proprio grazie all’intercessione di Balducci, che della congregazione era consultore e gran dispensatore di alloggi per vip e potenti.

E sempre a Balducci si sarebbe rivolto il politico dell’Idv, stando al racconto fatto da Zampolini ai magistrati, per ottenere entrature negli ambienti del Vaticano. Dopo aver smentito l’architetto a mezzo stampa, Di Pietro avrebbe replicato con le toghe, consegnando un bel po’ di carte per confutare punto per punto le affermazioni di Zampolini e ribadire la trasparenza di quegli affitti, con argomenti che i pm avrebbero trovato sufficienti: «Quanto detto da Zampolini sulle case non corrisponde alla realtà».

L’ex pm avrebbe, tra l’altro, tenuto a rimarcare la sua estraneità rispetto alle «liste» dell’imprenditore Diego Anemone diffuse nelle ultime settimane, liste dove per l’appunto risultava uno degli appartamenti incriminati: quello di via Quattro Fontane, alle spalle del Quirinale. Dal tema delle case direttamente riferibili a Di Pietro, argomento che avrebbe a lungo tenuto banco nel corso dell’interrogatorio, si sarebbe poi scivolati più in generale sul ruolo che Balducci, alto dirigente del ministero delle Infrastrutture, aveva nella gestione degli immobili della congregazione di Propaganda Fide.

Nelle tre ore e mezza si è parlato anche di Claudio Rinaldi, commissario straordinario per il grande evento dei mondiali di nuoto, del quale Di Pietro aveva discusso più diffusamente, ma in termini pare non troppo lusinghieri, nell’interrogatorio fiorentino. I due pm sono tornati a domandare al leader dell’Italia dei valori anche di Achille Toro, prima «collega» in magistratura, poi capo di gabinetto del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. Sottani e Tavarnesi avrebbero tra l’altro chiesto se la scelta di un magistrato come capo di gabinetto fosse ortodossa, e sul punto Di Pietro avrebbe escluso l’anomalia della nomina, ricordando di aver anche lui, da capo del dicastero, chiamato a collaborare suoi ex colleghi in toga.




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L’opinionista 4 Oliviero Beha

di Redazione

Oliviero Beha, amico di Santoro, compagno di mille epurazioni.
«Amico non direi. Anzi direi che gli sto sulle palle. Non mi invita mai».
Suvvia, un po’ di solidarietà.
«Guardi, premetto che Michele fa un programma importante che deve restare in Rai perché fa inchieste che appassionano il pubblico. Basta vedere gli ascolti che ha».
Finita la premessa, passiamo allo svolgimento.
«Ecco, ma non parliamo di censura».
Come no?

«L’idea di una censura assoluta è una favola che non esiste».
Guardi che Travaglio la toglie dal borderò del Fatto quotidiano.
«Mi spiego. Il criterio su cosa voglia dire “censura” e su chi è o non è “censurato” o “epurato” in Rai è molto relativo».
Per esempio lei.
«Ecco, io per esempio. Nel ’96, quando al governo c’era Prodi, e in Rai il presidente era Enzo Siciliano, chiusero tranquillamente la mia trasmissione Radio Zorro, che faceva un milione di radio ascoltatori, e non fregò niente a nessuno, nessuno parlò di censura».
E perché per Santoro sì e per altri no?
«Perché in Rai ci sono censurati di serie A e censurati di serie B. Io non facevo parte né della destra né della sinistra, e quindi ero fuori da ogni gioco, il mio destino non interessava alle segreterie di partito».
Mentre Michele...

«Michele è un grande professionista, verso cui ho molta stima, ma ha una biografia che conosciamo».
Riassumo: entrato in Rai col Pci, poi organico a Telekabul, poi parlamentare europeo del centrosinistra.
«Santoro, senza parlare della sua bravura, del suo narcisismo e dei soldi che prende, adesso è diventato poco digeribile dai partiti, ma fino all’altro ieri è rimasto dentro il gioco destra-sinistra, lui ha condotto un percorso all’interno del sistema politico. Io invece sono stato un meteco, senza diritto di cittadinanza. E c’è una bella differenza tra un meteco e un bravissimo conduttore fazioso come Santoro, col suo maoismo salernitano».

Cioè, Santoro lamenta l’invadenza dei partiti in Rai, ma ne ha fatto parte lui stesso.
«Be’ ma non scopriamo nulla. È o non è stato candidato ed eletto al Parlamento europeo? Se non vuol dire far politica questo... La Gruber stessa. Adesso che fa? Lavora su La7, sganciata dalla politica? C’è qualcuno che pensa davvero che in Italia si possa occupare posti di responsabilità in tv sganciati dalla politica?».
Però Santoro è campione della libertà di espressione.

«Ma l’atteggiamento da censurato non gli si addice. La vera censura è quando non parlano di te. Finché Santoro, se rischia di essere chiuso, sta in prima pagina a nove colonne sui giornali, questa è una censura relativa. La censura è l’altra faccia della libertà di stampa, c’è una lotta continua tra le due, è fisiologico che sia così».
La Rai ha diritto di scegliere cosa e chi mandare in onda?
«Il problema sono le motivazioni. Santoro fa ottimi ascolti, ma fa buona informazione? Secondo me sì, ma il vero problema è chi lo deve decidere».
E chi lo deve decidere?
«Il pubblico? La Commissione di Vigilanza? Il direttore generale della Rai? Il presidente della Rai? Il leader dell’opposizione? Chi deve decidere se Annozero è una buona o cattiva trasmissione? Secondo me il pubblico. Se è il consenso che decide, allora valga anche per i conduttori tv».

Santoro è rientrato in Rai grazie a una sentenza.
«E io ne ho avute quattro di sentenze di reintegro, e non mi hanno mai reintegrato».
Ci sono reintegrati di serie A e di serie B. Lei però è sempre in B, Santoro sempre in A.
«Quindi purtroppo non basta la sentenza, è un discorso un po’ più complesso. Conta la notorietà, la visibilità, la storia personale. Lui si è meritato il proscenio, le sue battaglie lo hanno portato a questo punto che ogni cosa che fa diventa un caso nazionale».

Ma perché è convinto di stare sulle palle a Santoro?
«Perché quando rientrò in Rai, con i capelli tinti di biondo, io scrissi in prima pagina sull’Unità che se avessero dato la prima serata a me mi sarei tinto di rosso per superarlo a sinistra».
E lui non si divertì...
«La considerò una presa in giro, un atto di lesa maestà, un insulto alle istituzioni, nemmeno avessi detto che il presidente della Repubblica è pederasta. Da allora mi detesta, anche se difendo a spada tratta le sue trasmissioni».



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Israele alla Reuters: «Ritoccate due foto dall'assalto alla nave turca»

Corriere della Sera

Fatti sparire i coltelli con i quali sono stati feriti i soldati di Gerusalemme.
Haaretz: «Come in Libano nel 2006»

Guarda

TEL AVIV - Il ministro israeliano per l'Informazione, Yuli Edelstein, si è rivolto alla direzione dell'agenzia Reuters per chiarire «la scomparsa di un coltello» in una foto distribuita dall'agenzia di stampa relativa al blitz israeliano sulla nave turca Mavi Marmara. Secondo quanto riferisce la stampa israeliana, la foto in questione era stata pubblicata dal quotidiano turco Hurryet e mostrava un soldato israeliano circondato da passeggeri, uno dei quali aveva un coltello in mano. Ma nell'immagine rilanciata dalla Reuters quel coltello non compariva.
SVISTA - L'agenzia ha replicato di aver inoltrato la stessa immagine due volte. Nella prima i margini della immagine erano stati effettivamente tagliati per considerazioni di carattere grafico. Ma subito dopo, precisa la Reuters, la svista è stata notata e ed è stata diffusa anche l'immagine originale e completa del giornale turco. «Tutte le immagini trasmesse dal nostro servizio vengono sottoposte a un severo processo di valutazione e selezione editoriale», ha risposto la Reuters. «Le immagini in questione provenivano da Istanbul e secondo la normale pratica redazionale sono state preparate per la trasmissione, con un procedimento che include anche il taglio dei bordi. Quando ci siamo accorti che un coltello era stato inavvertitamente tagliato dalle immagini, Reuters ha sostituito quelle tagliate con quelle originali nel suo intero servizio». Secondo il quotidiano israeliano Haaretz le foto «contestate» sono due. Il giornale si basa su una ricerca condotta in merito dal blog indipendente Little green footballs. Secondo Haaretz anche in Libano nel 2006 la Reuters era incappata in una infortunio analogo. (fonte: Ansa)

08 giugno 2010






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Bocelli su Youtube: ringrazio mia madre che non volle abortire

Corriere della Sera

E le associazioni pro vita esaltano il cantante



MILANO

Un teatro, un uomo al pianoforte. È Andrea Bocelli. In platea non c’è nessuno. Il grande tenore è lì per registrare un video-messaggio dedicato a un missionario, padre Rick, che lavora ad Haiti. «Allora — dice —, per questa occasione ho pensato di raccontarvi una piccola storia ». E parla di una giovane donna che arriva in ospedale con dolori che fanno pensare a un problema di appendicite. Lei non sa di essere incinta. «I dottori le misero del ghiaccio sulla pancia—racconta Bocelli — e poi, quando il trattamento era finito, le dissero che avrebbe fatto meglio ad abortire. Che era la soluzione migliore, perché il bambino sarebbe venuto al mondo con qualche forma di disabilità. Ma la giovane e coraggiosa sposa decise di non interrompere la gravidanza e il bambino nacque ». E poi: «Quella signora era mia madre, e il bambino ero io». Quindi aggiunge: «Sarò di parte, ma posso dirvi che è stata la scelta giusta e spero che questo possa incoraggiare altre madri che magari si trovano in momenti di vita complicati ma vogliono salvare la vita dei loro bambini». Alla fine accenna un canto: «Voglio vivere così... col sole in fronte...». Bocelli è nato con una forma di glaucoma congenito che lo ha reso quasi cieco.
Il video, 2 minuti e 28 secondi, è su Youtube da qualche giorno. «Ma Andrea lo ha registrato fra fine ottobre e inizio novembre—ricorda la compagna, Veronica Berti —. Io ero lì e quando ho sentito le sue parole sono dovuta uscire perché mi stavo mettendo a piangere ». Spiega che quel messaggio, quel racconto, serviva per una serata organizzata da «Nph-Italia», branca della fondazione «Nuestros Pequenos Hermanos» (I nostri piccoli fratelli ndr) che si occupa di bambini e con la quale Bocelli collabora. In particolare, era un omaggio all’opera di padre Rick, un prete-chirurgo che ha dedicato venticinque anni ai bimbi di Haiti. «Padre Rick cura tutti i bambini—dice Veronica Berti — ma ha costruito un centro per le mamme con figli disabili. Perché in quel Paese, capita che i bimbi con menomazioni più o meno gravi non vengano accettati e curati ». Parla di prima, di prima del terremoto che a gennaio ha devastato l’isola. «Il sisma non c’era ancora stato—spiega Veronica —. Ma Andrea voleva dire alle persone di quel un Paese tanto povero, dove i bambini disabili rischiano di non essere accettati dalle famiglie, che anche lui aveva rischiato di non vedere la luce a causa di una forma di disabilità».

Lui, che poi avrebbe venduto 70 milioni di dischi e conquistato il mondo. E che adesso è diventato l’idolo delle organizzazioni che si battono per la difesa della vita e contro le interruzioni di gravidanza. Il video, scrive il Daily Mail, è stato messo in rete da «Whole life initiative », un’organizzazione pro-life statunitense. E i commenti di chi lo ha guardato sono tra il commosso e il fanatico: «Aborto = omicidio» scrive qualcuno che si firma BulgariaWillRise. E subito è ripreso l’eterno dibattito fra chi difende la vita sempre e comunque e chi non vuole che una scelta del genere venga affidata a governi e Stati invece che alle persone. Bocelli che ne pensa? «Andrea è molto religioso, quindi non c’è bisogno di rispondere — dice la compagna —. Io non mi permetto di giudicare, credo che bisogna trovarsi in situazioni simili per poterne parlare. Certo, però, quella storia colpisce. Io l’ho fatta vedere ai nostri figli: quando hanno sentito il racconto di loro padre è calato il silenzio».
Mario Porqueddu
09 giugno 2010




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Casa all’estero per Bertolaso, ricerche in Costa Azzurra

Corriere della Sera

Bankitalia: 50 transazioni sospette di Anemone e gli altri.
Via dai «Grandi eventi» l’amico di Toro



ROMA


Una casa all’estero a disposizione di Guido Bertolaso. La traccia per gli investigatori è arrivata ascoltando alcune intercettazioni telefoniche. E adesso la ricerca della dimora si concentra in Costa Azzurra, visto che nei colloqui si parla di Montecarlo. Chiarimenti saranno chiesti allo stesso capo della Protezione civile che sarà nuovamente interrogato la prossima settimana. L’inchiesta dei magistrati di Perugia appare entrata in una fase cruciale: dalla Banca d’Italia sono arrivate una cinquantina di segnalazioni per «operazioni sospette » riconducibili al costruttore Diego Anemone e agli altri componenti della «cricca» effettuate tra San Marino e il Lussemburgo. Ai professionisti che hanno avuto rapporti con loro sono stati invece revocati tutti gli incarichi. Tra i primi a farne le spese, l’avvocato Edgardo Azzopardi che grazie ai suoi contatti con l’allora procuratore aggiunto Achille Toro, sarebbe riuscito ad avvisare che «guai giudiziari sono in arrivo ».

Il rifugio estero
Sono centinaia le conversazioni che erano nel fascicolo e sono state trascritte nelle ultime settimane. In alcune si fa riferimento esplicito a una casa che si trova all’estero messa a disposizione di Bertolaso da Anemone. Il capo della Protezione civile non ne ha parlato nel suo precedente interrogatorio, ma questo non appare indicativo visto che aveva omesso di raccontare anche dell’appartamento di via Giulia e del contratto di consulenza che l’imprenditore aveva stipulato con sua moglie. L’ipotesi degli inquirenti è che possa essere intestata a una società e per questo sono state disposte visure sulle imprese eventualmente utilizzate per l’acquisto. I pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi ne chiederanno conto allo stesso Bertolaso, convocato per contestargli quanto emerso sui pagamenti dell’affitto di via Giulia. Dopo l’ammissione dell’architetto Angelo Zampolini che ha raccontato di aver versato il canone con i soldi consegnati da Anemone, è stato il proprietario del pied à terre a confermare come fosse proprio l’architetto ad eseguire i versamenti in contanti.

Tracce di altri versamenti arrivano dalle verifiche sui conti correnti gestiti dal commercialista Stefano Gazzani e intestati a prestanome. Tra loro, il suo collaboratore Fernando Mannoni e la segretaria di Anemone, Alida Lucci. Decine di milioni di euro sarebbero stati movimentati dal professionista che nel suo archivio custodiva anche una lista con una trentina di nomi di privati e istituzioni —tra gli altri l’Inps, il Viminale e il ministero della Difesa — dove le imprese Anemone portarono a termine svariati appalti. La donna è stata ascoltata nei giorni scorsi, ma ha rifiutato di fornire elementi sostenendo che «tutte le pratiche sono regolari». Per ricostruire i passaggi del denaro sarà dunque depositata una nuova richiesta di rogatoria in Lussemburgo che nelle scorse settimane ha già fornito collaborazione comunicando quanto era stato accantonato sui depositi esteri di Balducci e del commissario per i Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi: tre milioni al primo, due al secondo.

L’amico di Toro
Revoca dell’incarico, senza pagamento dei compensi. Dopo l’allegra gestione di Balducci e dei suoi collaboratori più stretti, alla Ferratella — la struttura che gestisce i lavori per i "Grandi Eventi" — sembra essere arrivato il momento dei tagli. E uno dei primi a essere mandato via è stato Edgardo Azzopardi, l’avvocato accusato di aver ottenuto notizie sulle indagini in corso dall’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, a sua volta indagato per corruzione e rivelazione di atti. Il legale era amico di famiglia del magistrato, parlava con suo figlio Camillo che incontrò anche il 30 gennaio scorso, poco prima che scattassero gli arresti ordinati dal giudice di Firenze. Proprio quel giorno, sottolineano gli inquirenti, avvisò dei guai giudiziari in arrivo, usando un linguaggio in codice: «Piove, speriamo che non ti piova anche dentro casa».

Azzopardi aveva ottenuto due contratti di consulenza per 200 mila euro: per l’Auditorium di Firenze e la Mostra del cinema di Venezia. Sono stati annullati entrambi. «Non ho ritenuto che ci fossero gli estremi per continuare — chiarisce Giancarlo Bravi, dal primo aprile nuovo responsabile della struttura—e posso dire che sono già una decina gli incarichi annullati con un risparmio di 500 mila euro. Voglio precisare che non si tratta soltanto di persone finite nelle indagini, perché non è stato questo il criterio utilizzato. Il mio obiettivo è abolire gli sprechi, per questo andrò avanti». Nelle conversazioni intercettate Azzopardi invitata il figlio di Toro, Stefano, a presentare una fattura per farsi pagare il 50 per cento dei compensi. «Non risulta che Toro abbia avuto incarichi — chiarisce Bravi—ma verificheremo se ha lavorato in società con Azzopardi».
Fiorenza Sarzanini
09 giugno 2010





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Avvistato un Ufo nei cieli di Roma: c'è il filmato dei militari della Contraerea

Il Mattino

  
di Claudio Marincola

ROMA - La notizia è quella che gli appassionati di ufologia sognano (o temono) da sempre: misterioso avvistamento nei cieli di Roma. Tre oggetti volanti sospesi nell’aria sono stati visti e filmati mentre si sollevavano verso il cielo. L’avvistamento è avvenuto l’altra notte alle 4 in via Giacomo Medici, nel quartiere di Monteverde. Quante volte è già successo? Allucinazioni? Segnalazioni agli alcolisti anonimi? La reazione in questi casi è sempre la stessa. Meglio non forzare l’infinito, tenersi coi piedi ben piantati per terra. Senonché la notizia in realtà è anche un’altra. I tre oggetti, che volteggiavano praticamente nell’orbita del Cupolone, non sono stati avvistati da qualcuno che aveva tirato a far tardi o da un passante occasionale. Bensì da tre militari del 17 Reggimento di stanza a Sabaudia (Lt). Che vuol dire in pratica la Contraerea. Militari che sanno distinguere le traiettorie di volo. Un aereo da un oggetto volanti non meglio identificato o da una mongolfiera.

I tre erano in servizio di piantonamento, davanti alla residenza dell’ambasciatore americano presso la Santa Sede. Un obiettivo diplomatico. E questo spiega anche il loro comportamento. Dopo l’avvistamento hanno fermato una pattuglia dei carabinieri. Qualcuno li ha sentiti parlare in linguaggio tecnico, accennare ad un «repentino allontamento verso il cielo», a «formazioni a delta», e «punti luminosi sospesi a circa cento metri da terra e non distanti da loro», e che «un velivolo normale queste cose non può farle».

La pattuglia ha preso molto sul serio la segnalazione. E’ stata avvisata la centrale, controllata la zona. Il filmato girato dai 3 militari, lungo più di un minuto, è stato acquisito per ulteriori accertamenti. Senza evocare Orson Welles, che all’età di 23 anni gettò l’America radiofonica nel panico totale con la sua “Guerra dei Mondi”, è il caso di aggiungere una singolare coincidenza. Proprio domenica scorsa, ma alle 20, cioè 8 ore prima del Gianicolo, numerosi automobilisti che percorrevano l’Aurelia e l’Autostrada A12 nel tratto compreso tra Civitavecchia e Santa Marinella, hanno dichiarato di aver visto un oggetto «di forma circolare e molto luminoso attraversare il cielo». Direzione: verso il mare. I testimoni lo hanno visto fermarsi per alcuni secondi e ripartire a velocità supersonica.

L’oggetto è stato avvistato anche da alcune persone che in quel momento si trovavano sul lungomare delle due cittadine laziali. Allucinazioni collettive? Forse. Ma la procedura in questi casi segue un protocollo preciso. Dal 1978, presidente del consiglio Giulio Andreotti, l’organismo istituzionale delegato a «garantire la sicurezza del volo e nazionale» è l’Aeronautica militare. E la stragrande maggioranza delle segnalazioni trova una spiegazione in breve tempo. Sarà così anche per il Gianicolo? I tre militari della Contraerea hanno compilato un modulo, quello previsto per il ”Rilevamento ottico di Ufo”. Nella descrizione, a quanto pare, si parlerebbe di tre «oggetti di forma sferica particolarmente luminosi» «e sospesi a circa 100 metri da terra». Scomparivano e riapparivano per brevi attimi con improvvisi cambiamenti di quota prima di allontanarsi in direzione Ovest formando un angolo di 40 gradi. Torneranno?




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