venerdì 11 giugno 2010

I «Fratelli del Bosco»: criminali per lo Stato, Rambo per il popolo russo

Corriere della Sera

Sgominata la banda che uccideva i poliziotti corrotti

LA STORIA

I «Fratelli del Bosco»: criminali per lo Stato, Rambo per il popolo russo


Per le autorità era semplicemente una banda di criminali che voleva impadronirsi di armi e mettere in difficoltà le forze dell’ordine allo scopo di condurre in porto i propri «loschi affari». Ma per migliaia di russi quello sgominato ieri dopo giorni di caccia all’uomo era un gruppo di Robin Hood; di Rambo che si erano ribellati alle angherie di poliziotti corrotti e violenti. I «Fratelli del Bosco», come sono stati subito soprannominati, hanno resistito a lungo, nascosti nelle foreste della regione di Primorye, tra il fiume Ussuri e la costa del Pacifico. Alla fine ci sono voluti centinaia di uomini, elicotteri e perfino carri armati per stanarli. Rifugiatisi in un edificio della cittadina di Ussurijsk, quattro dei ragazzi si sono arresi. Altri due si sarebbero sparati prima di cadere nelle mani dei poliziotti. Tra questi ci sarebbe anche Aleksandr Sladkikh, 21 anni, un passato tra gli spetsnaz (le truppe speciali russe) indicato come il capo dei Rambo. Hanno resistito a lungo, come negli anni Quaranta facevano nei paesi baltici i «Fratelli del Bosco»: si opponevano alle truppe sovietiche che avevano rioccupato quelle zone dopo il famigerato patto con la Germania.

GLI EROI DEI BLOG - Le avventure dei ragazzi della Primorye hanno acceso i blog su internet, con centinaia di interventi a loro favore. La prova di quello che tutti sanno in Russia: che la gente comune non ne può più dei privilegi della casta e delle violenze dei poliziotti corrotti. E che la campagna di moralizzazione lanciata dal presidente Dmitrij Medvedev non ha portato finora i frutti sperati. All’inizio della rivolta dei «Fratelli», ci sarebbero stati un paio di pestaggi ingiustificati. Mesi fa ai partiti locali era arrivata una lettera anonima nella quale si chiedeva di sostituire i capi corrotti delle forze di polizia e si minacciava, in caso contrario, una campagna contro le forze dell’ordine. Poi sono partiti gli attacchi: poliziotti uccisi a revolverate mentre si trovavano in auto; un commissariato incendiato. Tutti fatti assolutamente anomali al di fuori del Caucaso dove invece gli attentati alle forze dell’ordine sono frequenti.

LUNGHE INDAGINI - Dopo lunghe indagini, le forze di polizia sono riuscite a individuare diversi nascondigli nei quali sarebbero stati trovati esplosivi e armi. Ma dei ragazzi nessuna traccia: loro si muovevano nella boscaglia, cambiavano covo in continuazione. Fino all’operazione finale, per la quale le autorità non hanno voluto correre rischi, visto lo schieramento di forze. L’ultimo ad arrendersi è stato un giovane di 20 anni, Aleksandr Kovtun, convinto dalla madre che era stata rintracciata dagli inquirenti. Lui avrebbe raccontato del suicidio dei due compagni. Al di la di questa storia particolare, in tutta la Russia cresce l’insofferenza, come si è visto anche da iniziative assai più «leggere». Ad esempio, la protesta contro i lampeggiatori blu delle autorità che ha visto protagonisti molti automobilisti che avevano fissato sul tetto della loro auto un secchiello blu. E il Cremlino, da quanto trapela, si sta seriamente preoccupando.

Fabrizio Dragosei
11 giugno 2010



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Mamma Ebe e il marito arrestati per truffa

Il Secolo xix


Durante un’operazione dei carabinieri di Pistoia, tuttora in corso, è stata arrestata e condotta in carcere Ebe Giorgini, conosciuta come `Mamma Ebe´ o `Santona´. Sono stati tratti in arresto anche il marito della donna ed uno stretto collaboratore del gruppo dedito all’associazione per delinquere finalizzata all’esercizio abusivo della professione medica ed alla truffa aggravata, il tutto riferibile all’Opera di Gesù Misericordioso, fondata da Mamma Ebe.
Sono in corso perquisizioni e sequestri preventivi del rilevante patrimonio immobiliare di Ebe Giorgini. Notificati anche altri 14 provvedimenti cautelari a carico di adepti e collaboratori della santona. Domani mattina è stata annunciata una conferenza stampa dei carabinieri presso il comando provinciale di Pistoia per illustrare i dettagli dell’Operazione.




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Travaglio: «Prendo 1.500 euro a puntata»

Corriere della Sera

Il giornalista rivela il compenso che riceve da Annozero.
Garimberti: «Mio dovere tutelare impresa e dipendenti»

MILANO - «Sono terrorizzato all'idea di quando saranno pubblicati i compensi: io prendo meno dell'ultima gamba destra di una soubrette: 1.500 lorde a puntata». Ha usato l'ironia Marco Travaglio per rivelare il suo compenso ad Annozero, durante la registrazione di Otto e Mezzo. «Parametrate a quanto guadagna, o meglio non guadagna un operaio è un privilegio - prosegue il giornalista -, ma parametrate a un programma da 5 milioni di persone, rispetto alle cifre che si sentono, probabilmente è un po' pochino».
STIPENDI - Il giornalista, che ha ribadito di essere «favorevolissimo alla pubblicazione dei guadagni dei conduttori Rai, non nei titoli di coda, ma in rete», ha dichiarato a proposito del futuro di Annozero: «Non ho la più pallida idea se il programma riprenderà in autunno, ma sarebbe importante che si riveda una trasmissione che il pubblico gradisce. Non conosco le logiche della Rai, ma penso che oggi loro abbiano un problema: devono decidere se sia meglio avere Santoro a piede libero, senza fiatargli sul collo, o se sia meglio tenerselo dentro e continuare a mobbizzarlo con multe, minacce di multe, sanzioni, autorithy e tutto l'ambaradan».
GARIMBERTI - Della situazione Rai (dopo che il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all'emendamento sul taglio degli stipendi) ha parlato anche il presidente Paolo Garimberti: «Credo che sia doveroso da parte mia fare tutto il possibile per difendere la Rai, la sua autonomia e la sua natura d'impresa per consentirle di stare sul mercato in condizioni di parità coi suoi competitor e per tutelare in questo modo il lavoro di tutti i suoi dipendenti. E sono deciso a farlo in tutte le sedi istituzionali forte della coesione del Cda su questo tema». Intanto i sindacati - Slc Cgil, Fistel Cisl, Uil.com, Ugl Tel., Snater - dicono no al taglio dei compensi e «respingono con forza il contenuto e l'impostazione dell'emendamento Calderoli per la Finanziaria sulla Rai», annunciando un presidio davanti al ministero della Semplificazione. «L'operazione Calderoli - spiegano - sposta 5/600 milioni di euro dal costo della produzione alla cassa, senza però chiarire la destinazione del risparmio».
Redazione online
11 giugno 2010



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Golf a Serre, campo chiuso: ha giocato solo Bassolino

Corriere del Mezzogiorno

Inaugurato a febbraio dall'ex governatore e ancora fuori uso.
Il sindaco: «Altri ritardi e rescindo il contratto»

L'allora governatore Bassolino sul green
L'allora governatore Bassolino sul green
SALERNO

Bisognerà aspettare ancora per invitare il mitico Tiger Woods a giocare al «Due costiere Golf Resort» di Serre. Il campo con due percorsi da diciotto buche, che fu inaugurato a febbraio dall’allora governatore Antonio Bassolino, non è ancora pronto. E i golfisti, che sono più di quanto si possa immaginare, a Salerno e nella regione, giustamente si lamentano. «Siamo tutti in attesa - dice Paolo Genovese, presidente del Golf House Salerno, che raccoglie circa 150 appassionati - da golfista e da tecnico credo che il campo non potrà essere prima della primavera prossima. Ma non mi meraviglio, conoscendo la situazione in Campania rispetto al golf, non mi aspettavo una velocità maggiore. Intanto frequentiamo l’unica struttura disponibile in zona, il campo pratica con annesse tre buche all’interno del Quadrifoglio Village in litoranea».
ANCORA 4 MESI - Più ottimista Emiddio Trotta, titolare della società di catering «In Tavola» e responsabile della struttura ricettiva che, entro massimo sei mesi, comincerà a costruire nell’area attrezzata, comprensiva di club house, costata finora quindici milioni di euro, sei dei quali di provenienza Ue: «Il campo è già finito, le diciotto buche sono state ultimate e tutta la parte tecnica di ospitalità con la club house è pronta. Prevedo la giocabilità a partire da ottobre». Strano davvero il destino di questa struttura, considerata volano per il turismo d’elite e nata per volontà di tre soci molto influenti: la «Serenissima», che ha costruito l’autostrada Brescia-Milano, la Mattioli (sì, proprio la ditta della metropolitana di Salerno) e la Sofer: prima i lavori si interruppero perchè vennero alla luce dieci tombe di epoca tardo-romana, oggi custodite al Museo di Eboli.
LA LOTTA CON BERTOLASO - Poi ci fu un secondo stop legato alla discarica a tre chilometri in linea d’aria, la famigerata Valle della Masseria contro la cui apertura il sindaco Palmiro Cornetta sfidò le istituzioni, Bertolaso compreso. A proposito di Cornetta, ma di tutti questi ritardi che ne pensa? «Stanno lavorando e io sono fiducioso - sgombera il campo da eventuali polemiche - quella di febbraio non fu un’inaugurazione ma una presentazione, un po’ per far vedere che i finanziamenti qui non facevano la stessa fine del dopoterremoto e un po’ per dare soddisfazione agli investitori». Sui tempi Cornetta concorda con Trotta: «Penso che apriranno a fine settembre-inizio ottobre». E aggiunge: «Hanno qualche difficoltà tra di loro, al loro interno, succede quando c’è più di un socio». E se pure a ottobre non aprono? «Il campo è lì e si vede, se non si mettono d’accordo rescindo il contratto».

09 giugno 2010(ultima modifica: 10 giugno 2010)




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Oltre 18 milioni di debiti: fallisce la società di Lele Mora

Quotidianonet

La Lele Mora Management ha circa 18 milioni e mezzo di euro di debito, fra erario e fornitori.
Di fronte ai giudici del tribunale fallimentare aveva rinunciato al concordato preventivo presentato nei mesi scorsi

Milano, 11 giugno 2010

I giudici della Seconda Sezione Civile del Tribunale fallimentare di Milano hanno dichiarato il fallimento della Lele Mora Management, accogliendo la richiesta in tal senso del pm Eugenio Fusco. La società è gravata da un debito di circa 18 milioni e mezzo di euro, di cui 15 milioni e mezzo per debiti erariali e previdenziali e due milioni e mezzo verso i fornitori.
Nel corso dell’ultima udienza davanti ai giudici del tribunale fallimentare la stessa società aveva rinunciato al concordato preventivo presentato nei mesi scorsi.

Con la dichiarazione di fallimento la seconda sezione civile del tribunale di Milano "ordina al fallito di depositare, entro tre giorni dalla data di comunicazione della sentenza, i bilanci, le scritture contabili fiscali obbligatorie, nonchè l’elenco dei creditori con l’indicazione dei rispettivi crediti". Inoltre ordina al curatore di procedere con la massima sollecitudine "all’immediata ricognizione informale dei beni esistenti nei locali di pertinenza della fallita e iniziare il procedimento di inventariato di detti beni". Il tribunale ha quindi fissato per il 10 novembre prossimo l’udienza per l’esame delle ‘domande di insinuazione tempestivè e un’ udienza per il 22 febbraio del prossimo anno per l’esame delle domande tardive.





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Donna vive nella sua auto nel giardino dell'ospedale

Libero





ive nel giardino di un ospedale romano e la sua camera da letto è una semplice automobile. Tra i suoi nemici ci sono detersivi, profumi, fertilizzanti e pesticidi. E il suo sogno un camper biologico che le permetta di riprendere in mano la sua vita. Questa è la vita di Ester Lupo, 41 anni, barese di origine e romana di elezione. Il suo unico problema si chiama Mcs: sensibilità chimica multipla, (stando all’acronimo anglosassone per Multiple chemical sensivity).  Questa sindrome si manifesta con la progressiva intolleranza nei confronti di sostanze chimiche di varie origine e che, attraverso una catena di sintomi via via più gravi e invalidanti, può portare chi ne è affetto fino all’encefalopatia tossica. 

La storia di Ester - Oggi la malattia nella donna ha raggiunto uno stadio avanzato per questo Ester non si separa mai dalla sua mascherina, si tiene a distanza di sicurezza dai passanti ed è costretta a chiedere ad amici e parenti che la vanno a trovare di evitare profumi e deodoranti e di non indossare vestiti freschi di bucato. E se un tempo viveva un’esistenza perfettamente normale, adesso della sua vita le resta solo la forza d’animo, l’ironia e l’ottimismo che le permettono di non essere sconfitta dalla malasorte. Fino a dieci anni fa aveva un lavoro, un compagno e si dilettava nel canto. «Poi la malattia è esplosa in tutta la sua verve - racconta Ester -

Sono finita in ospedale dopo aver usato un balsamo per capelli. Avevo pregato i sanitari di non usare medicinali, perché all’epoca avevo già una sensibilità, ma mi è stato comunque somministrato un protettivo per lo stomaco».  Così dopo l’intossicazione da balsamo e quella successiva da farmaci, la vita della donna non è stata più la stessa: si è trasformata in un inferno senza né un nome né una ragione apparente. «Stavo male ma non sapevo perché - prosegue - Ci sono voluti tre anni per capire cosa mi stesse succedendo». Tre anni di indagini e di incessante pellegrinaggio tra tanti ospedali e cliniche private della Capitale. Ester spiega che tra esami e visite private ha speso circa 30milioni di vecchie lire e si ricorda di sua madre che le diceva: «Se continui a fare tutte queste analisi finirai dissanguata».

Certo perché la sensibilità chimica multipla non è rilevabile con le analisi che vengono comunemente fatte per accertare la presenza di allergie. Nel frattempo la sua situazione si era fatta sempre più difficile: non riusciva a sopportare gli oggetti e gli odori che appartengono alla vita di tutti i giorni. Non riusciva a lavorare e aveva sostituito i detersivi e i prodotti per l’igiene personale con bicarbonato, aceto e farina di ceci e sempre più spesso dormiva in automobile. Ma il peggio è che non riusciva a dare una spiegazione a quel disagio.

Alla fine a rivelarle il nome del suo male è stata la tv. La redazione del programma l’ha aiutata a entrare in contatto con altri pazienti. Da quel momento tutto è cambiato fino a due anni fa in cui la situazione è precipitata. Ester ha dovuto togliere i mobili, dipingere le pareti con pittura ecologica, utilizzare solo oggetti in vetro e in acciaio e bandire qualsiasi tipo di detergente per l’igiene del corpo e della casa non è bastato: Ester ha ricominciato a dormire in macchina e poi, a poco a poco, anche a viverci. 

La situazione oggi - E così da un anno ormai vive nella sua auto davanti alla postazione dei vigilanti dell’ospedale. Persino di giorno spesso è costretta a restare rintanata perché anche lo smog e le polveri sottili per lei sono un problema. Si lava negli angoli più nascosti dei dintorni ed evita di entrare in ospedale. Mangia solo riso soffiato, pane e olio. Vede poche persone, ma il suo telefono squilla in continuazione, perché in tutti questi anni ha stabilito contatti e relazioni con tanti altri malati di Mcs sparsi in giro per l'Italia.

Eppure non smette di sperare che prima o poi le cose cambieranno. «Per uscire da questa situazione mi sono rivolta a tutti: al sindaco, al mio municipio di appartenenza, ai servizi sociali- dice- Vorrei un camper costruito con materiali ecologici e non tossici in modo da potermi spostare». Nel mentre prova a non perdersi d’animo e a fare qualcosa di costruttivo: «Ho fondato un’associazione per i pazienti e i loro familiari e sogno, un giorno, di vivere in un villaggio privo di elementi tossici dove le persone con Msf possano condurre in pace la loro esistenza. Io sono ottimista e rimango convinta che le cose un giorno cambieranno».

01/06/2010




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In Italia è povero un pensionato su due

Corriere della Sera



ROMA

Sono oltre 8 milioni i pensionati che ricevono un assegno da poveri, che consente cioè una spesa inferiore a 1.000 euro al mese. Vale a dire quasi la metà dei 16,8 milioni di pensionati totali che si contano in Italia. Secondo le statistiche dell'Istat infatti, circa 3,6 milioni di lavoratori a riposo (pari al 21,4% del totale) percepiscono una o più prestazioni pensionistiche per un importo complessivo inferiore a 500 euro al mese ed altri 4,7 milioni (il 27,7% del totale) ricevono assegni compresi tra i 500 e i 1.000 euro. Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni.
PENSIONATI GIOVANI - Quanto all'età di coloro che sono fuori dal ciclo produttivo e ricevono un assegno dallo stato, emerge che oltre il 30% (il 30,3%) ha meno di 64 anni. L'Istat precisa inoltre che a fine 2008 il 69,9% dei beneficiari dei trattamenti pensionistici risultava avere più di 64 anni, mentre il 26,6% aveva un'età compresa tra i 40 e i 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni.
«I PIU' POVERI D'EUROPA» - «I dati diffusi oggi dall'Istat dimostrano chiaramente come i pensionati italiani siano i più poveri d'Europa - ha sottolineato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi -. Non solo gli importi percepiti da quasi la metà dei pensionati rappresentano una miseria, e non consentono una vita dignitosa, ma addirittura sulle pensioni italiane grava una pressione fiscale ben più alta rispetto a quella di altri paesi europei». Ma il Codacons ricorda che in Italia, a parità di imponibile, l'importo di una pensione al netto delle tasse «è inferiore del 15% rispetto a Francia, Spagna e Germania, paesi dove non esiste tassazione sulle pensioni, mentre in Gran Bretagna la pressione fiscale è minima e di circa l'1,6%». «Possiamo affermare senza dubbio che la metà dei pensionati italiani vive in condizioni di povertà- prosegue Rienzi - un dato che rappresenta una vergogna in un Paese civile come l'Italia».

11 giugno 2010






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Claps, un bottone rosso vicino al corpo

Corriere della Sera

Trovate anche fibre di tessuto: elementi decisivi perché potrebbero essere stati strappati dalla vittima al killer

MILANO

Un bottoncino ricoperto di tessuto rosso porpora. Un oggetto che potrebbe dare una svolta alle indagini sulla morte di Elisa Claps: è stato trovato vicino al cadavere della ragazza durante il secondo sopralluogo nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, il 27 marzo scorso. Il bottone era nell'angolo tra pavimento e parete, mentre altre tracce microscopiche di tessuto rosso sono state individuate accanto al cadavere. Un elemento presente nella consulenza redatta dal medico legale Francesco Introna. Il bottoncino e il tessuto, secondo gli investigatori, non appartenevano alla Claps. Dunque potrebbero condurre all'assassino: i reperti sono nelle mani dei periti per le analisi merceologiche. E sono tanto più importanti visto che nel sottotetto non è stato ancora trovato il Dna dell'unico accusato per il delitto, Danilo Restivo. Il bottoncino potrebbe essere stato strappato dalla vittima all'aggressore; le fibre potrebbero essere di un telo o di un frammento di esso, usato, sempre in via ipotetica, per coprire il cadavere.

Claps, i confronti fotografici della perizia

POLEMICHE - Ed è polemica sull'ex pm di Potenza Felicia Genovese, che per prima indagò sulla scomparsa di Elisa Claps, accusata (anche dalla famiglia della vittima) di aver tenuto un atteggiamento «morbido» nei confronti di Restivo. Il legale dell'ex pm, Francesco Saverio Dambrosio, ha avvato azioni legali a tutela della reputazione della sua assistita: «Ritrovato il cadavere di Elisa Claps - sottolinea - si è registrata un'anomala e non casuale ingravescenza di deliberate offese e calunnie da parte di chi è da tempo protagonista di una campagna denigratoria, posta in essere profittando del silenzio al quale il magistrato è tenuto per legge e per il rispetto del lavoro di un ufficio giudiziario ancora oggi impegnato su un caso non definito».

Dambrosio sottolinea che la Genovese «assunse la diretta responsabilità» delle indagini solo due giorni dopo la scomparsa della Claps: dunque non dispose il sequestro degli abiti di Restivo perché tale iniziativa appariva «tardiva» a 48 ore dal fatto e «incoerente con l'ultimo avvistamento di Elisa» fatto da un testimone; inoltre non dispose l'acquisizione di tabulati telefonici «perché non era tecnicamente possibile, essendo allora il distretto telefonico di Potenza servito da una centrale analogica».
TESTIMONE - Il testimone cui fa riferimento il legale dell'ex pm si chiama Giuseppe Carlone: questi, nell'immediatezza della scomparsa di Elisa, avrebbe allontanato con la sua deposizione i sospetti da Restivo. Carlone fu ascoltato dalla polizia alle 23.30 di lunedì 13 settembre 1993, giorno successivo alla scomparsa della ragazza. Disse di aver visto Elisa e di averla salutata, senza avere risposta, in una strada del centro di Potenza, «alle 13.40» del giorno precedente, domenica 12 settembre.

Una data e un orario inquietanti: perché a quell'ora, secondo gli investigatori, Elisa era già morta, essendo il delitto avvenuto «tra le 11.30 e le 13.10»; e perché a quell'ora Restivo, come provano i registri del pronto soccorso, era in ospedale per la medicazione di una piccola ferita alla mano sinistra che - ha detto - si era procurato cadendo in un cantiere di scale mobili in costruzione. «Abito nello stesso palazzo dove abita Elisa Claps - si legge nel verbale della deposizione di Carlone -.

Ieri (giorno della scomparsa, ndr), alle ore 13.40, mentre stavo rincasando, davanti al cinema Ariston, sito in questa via IV Novembre, ho visto Claps Elisa che si dirigeva verso la scalinata che conduce alla sua casa. Dopo averla superata l'ho salutata, senza ricevere alcuna risposta». A domanda della polizia, Carlone ribadisce: «Sono sicuro che era lei, in quanto la conosco bene da molti anni. Elisa era vestita con una maglia bianca e pantaloni blu».
Redazione online
11 giugno 2010



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E' nato Giulio. Figlio di Sara e Margherita

Corriere Fiorentino


È nato Giulio, il figlio della coppia di donne omosessuali di Siena che si sono avvalse nei mesi scorsi dell’inseminazione artificiale in una clinica in Danimarca

SIENA

È nato Giulio, il figlio della coppia di donne omosessuali di Siena che si sono avvalse nei mesi scorsi dell’inseminazione artificiale in una clinica in Danimarca. A darne notizia è La Nazione. «Appena sarà in grado di comprendere, diremo a nostro figlio tutta la verità - ha dichiarato al quotidiano Sara, la madre non biologica del bambino - Gli diremo che lo abbiamo voluto tanto e che non gli faremo mai mancare il nostro amore, così che possa sentirsi bene e a suo agio anche con gli altri». La madre biologica, che ha dato alla luce Giulio con il parto naturale, è invece Margherita. «Un’emozione molto difficile da spiegare a parole. La tenevo stretta e cercavo di aiutarla», racconta ancora Sara ricordando il momento del parto.
L’intervento di inseminazione artificiale è avvenuto mesi fa in una clinica in Danimarca che ha una banca del seme. Sara e Margherita sono senesi, stanno assieme da tempo e da due anni convivono. Sara soffre l’impossibilità di avere un ruolo giuridico riconosciuto nella formazione della nuova famiglia. «Non essendo il padre biologico, ho vissuto il momento dall’esterno, ma avendo eseguito io l’inseminazione mi sentivo importantissima. E da donna potevo capire perfettamente ciò che la mia compagna stava provando, cosa più difficile per un uomo. Essere estranea a questa famiglia è una discriminazione enorme ed è anche colpa dei preconcetti del Vaticano. Credo che non esista il diritto naturale della famiglia: le leonesse crescono da sole i propri figli. È assurdo che se per qualsiasi motivo un uomo dichiarasse di essere il padre verrebbe accettato mentre io legalmente non conto nulla». E aggiunge: «Se Margherita dovesse venire a mancare, tutti i diritti sul bimbo sarebbero di competenza dei suoi genitori e non miei che l’ho cresciuto. Come tutti i genitori omosessuali abbiamo fatto delle scritture private, ma hanno poco valore. Le persone riescono sempre ad accettarci e capire il nostro amore, la gente è nettamente più avanti dei legislatori».
Sara non teme le opinioni della gente: «A Siena non abbiamo mai avuto problemi di omofobia». La donna pensa già al futuro del piccolo e da senese die: «Credo che frequenterà anche la contrada dove spero e credo non verrà discriminato. Anzi potrà essere motivo di crescita anche per il mondo contradaiolo. Inevitabilmente andando a scuola nostro figlio percepirà delle differenze con i compagni». Le famiglie delle due donne hanno accolto favorevolmente la notizia: «Quando l’ho detto ai miei genitori non hanno fatto una grinza, dopo 15 giorni erano già per i negozi a scegliere i regali. La famiglia di Margherita - conclude Sara - è stata più restia per motivi culturali, ma gli è bastato vedere l’amore immenso che ci unisce per superare ogni barriera».

11 giugno 2010




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10 giugno 1940, l'Italia di Mussolini entra in guerra «L'ora delle decisioni irrevocabili»

Il Mattino


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NAPOLI


Dopo dieci mesi di attese, di frustrazioni, di furiose indecisioni, il Duce dell'Italia fascista si convince: l'Italia non può mancare l'ultima fermata del treno della vittoria. Una vittoria che sembra nel pugno di Adolf Hitler che oramai, dopo la rotta di Dunkerque dell'esercito britannico, marcia speditamente verso Parigi. Un Mussolini non più dubbioso dopo un anno di neutralità ha deciso che non può stare a guardare.

Il giorno delle decisioni irrevocabili è il 10 giugno del 1940: l'inizio di una guerra malamente perduta, e della fine del fascismo. E' il 10 giugno del 1940.

Il mese prima Hitler e la Germania nazista, ignorando erano riuscite a spazzare vie la linea Maginot: la Francia era tramortita, Parigi a pronta alla resa. L' Europa assisteva sbigottita al crollo, e all' agonia, di quello che era considerato uno dei più forti eserciti del mondo.

L'offensiva era inesauribile: le tre armate di von Boch, di von Rundstedt, di von Leeb correvano veloci dalla Manica fino ai confini della Svizzera e sgretolavano le disorientate forze franco-inglesi prese in un micidiale schiaccianoci. Uno dopo l'altra caddero tutte le roccaforti francesi e le truppe tedesche comparvero sulla linea La Capelle-Vervins-Marle Laon. La prima grande battaglia sul fronte occidentale si era conclusa con una schiacciante vittoria tedesca.

Passeranno però ancora alcune settimane prima che la disfatta militare si trasformi in una capitolazione totale. Il comando inglese e Winston Churchill diedero l'ordine di salvare i soldati sopravvissuti con uno spettacolare ponte di barche a Dunkerque: battelli di salvataggio, panfili, pescherecci, chiatte e barconi di ogni sorta, qualunque scafo potesse essere utile per il reimbarco dalla spiaggia, cominciarono ad attraversare la Manica come un esercito provvidenziale di coraggiose formiche. Il risultato fu la sopravvivenza dell' esercito inglese: 165.000 uomini, di cui 15.000 francesi, ripararono in Gran Bretagna per continuare la lotta. L'aviazione tedesca, per ordine di Hitler, decise di non attaccare.




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Tutte le care regalate ai politici

Libero



A chi pensano di darla a bere, i nostri politici? Parlano parlano di austerità, di sacrifici, di misure anti crisi necessarie per rimettere in sesto l'Italia. Ma loro, quando pagano? Intanto, se si fa il conto di quanto hanno accumulato a carico nostro in questi lunghi anni di mangiate, non basterebbe neppure decurtare lo stipendio del 50% per pareggiare i conti. Un esempio per tutti? La storia di Pierferdinando Casini pubblicata oggi su Libero a firma di Franco Bechis. "A Pier Ferdinando Casini gli italiani hanno regalato un casone - scrive Bechis - Da quando l’ex braccio destro di Arnaldo Forlani è entrato in Parlamento nel lontanissimo 1983 la Camera gli ha corrisposto un rimborso spesa per pagarsi un appartamento a Roma che tenendo conto dell’inflazione da allora ad oggi ammonta a 1.297.007 euro, una cifra che nella capitale vale una casa di lusso".
E l'ex presidente della Camera non è certo il solo ad aver goduto dei super privilegi di parlamentare. Grazie alla diaria, l'indennità corrisposta per i
parlamentari residenti a Roma, onorevoli e senatori si son fatti ricchi. Una manna, quella della diaria, che ha consentito di comprarsi casa (o di pagarsi l’affitto) nella Capitale a spese del contribuente.
I più ricchi sono quelli che hanno registrato una permanenza più lunga in Parlamento. Come Giovanna Melandri, per esempio, "Nonostante figuri da lustri alla voce “giovani promesse della sinistra”, l’ex ministro è alla Camera da un pezzo. Precisamente dal 1994: a oggi fanno cinque legislature tonde, per un totale di 182 mesi. Calcolando la diaria sull’importo attuale di 4.003 euro mensili, il totale dà 728.546 euro. Che, oltre che per quella a Roma, non è da escludere possano essere serviti anche per l’acquisto della seconda casa della Melandri, comprata in Kenya (a Watamu, vicino a Malindi) dalla moglie di Roberto Vecchioni" si legge su libero, nell'articolo a doppia firma Bolloli-Gorra.
"Altro colosso della diaria è Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo del PdL a Montecitorio, fra Camera e Senato, fra Psi, Forza Italia e PdL, ha inanellato 205 mesi da parlamentare (esordio nella settima legislatura, anno di grazia 1976). La diaria accumulata in tale periodo assomma a 820.615 euro. A proposito di ex socialisti, da segnalare il caso di Margherita Boniver. L’ex presidentessa di Amnesty Italia è alla quinta legislatura: per 198 mesi ha ritirato lo stipendio alla Camera o al Senato, trovandoci dentro una voce “diaria” ammontante nel complesso a 792.594 euro. I recordman della Camera, tuttavia, sono Casini e Gianfranco Fini: otto legislature otto (primi timidi passi a Montecitorio nel giugno 1983: presidente del consiglio Amintore Fanfani, Roma campione d’Italia con 43 punti, ultima avveniristica novità dell’automobile la Polo, costo otto milioni). A oggi fanno 306 mesi da parlamentari. Equivalenti all’inezia di 1.224.918 euro complessivi.

 


11/06/2010





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Vietato l'ingresso ai taiwanesi calvi"? Ora non più

Corriere della sera

Scritto da: Marco Del Corona



Chiang Kai-shek esibiva un cranio lucidissimo ed era un nemico giurato della Cina comunista. Certo, la norma fatta decadere quest'anno non era pensata per lui, ma paradossalmente il rivale di Mao Zedong che trasferì il governo nazionalista a Taiwan nel 1949 sarebbe potuto rientrare nella casistica. Sta di fatto che le autorità di Xiamen hanno mantenuto in vigore fino a quest'anno una direttiva che proibiva il rilascio di permessi annuali multi-ingresso a cittadini di Taiwan calvi.

PARRUCCHE La cancellazione della norma risale all'inizio del 2010 ma un organismo di Taipei lo ha confermato solo in questi giorni. Xiamen è la capitale del Fujian, regione costiera della Cina, l'unica provincia del continente - a parte l'isola stessa di Taiwan - di cui alcuni lembi, ovvero alcune isole, rimangono sotto il controllo di Taipei, "capitale" della Repubblica nazionalista che fu di Chiang Kai-shek. La motivazione della regola varata dai fujianesi, che ha poi colpito soprattutto businessmen, è che una persona calva ha più facilità a indossare parrucche: almeno, questa è la spiegazione delle autorità cinesi secondo una tv di Taiwan.

PAURA DELLE SPIE Niente parrucche, niente spie. Niente calvi, niente parrucche. Ma i tempi sono cambiati. Ormai il corteggiamento dell'(ex) isola ribelle da parte di Hu Jintao e compagni è avanzatissimo e, sebbene con qualche ritrosia, mediamente ricambiato, ormai i voli diretti Pechino-Taipei abbondano e le università dell'isola accolgono studenti del continente. E adesso anche l'ultima, anacronistica discriminazione svanisce.




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Così sputtanavano Silvio

IL Tempo

Fuga di notizie su Berlusconi, nel mirino dei magistrati baresi finisce proprio il pm titolare dell’inchiesta sul premier. I giudici della Procura pugliese stanno valutando il comportamento del collega intercettato mentre parla con una giornalista utilizzando il cellulare del tenente colonnello della Finanza, Salvatore Paglino, ai domiciliari da dieci giorni. È Michele Ruggero il sostituto procuratore di Trani sul quale i magistrati di Bari stanno indagando per capire se sia o meno coinvolto nella fuga di notizie sul caso Annozero-Agcom. Non solo. Gli inquirenti baresi stanno anche tentando di accertare se le informazioni date ai cronisti fossero pilotate, se cioè dietro la violazione del segreto istruttorio esistesse un complotto per mettere in difficoltà il governo Berlusconi. Ruggero rischia l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio poiché gli atti erano stati secretati. Nelle indagini sulla fuga di notizie è dunque coinvolto anche l'ufficiale della Guardia di Finanza Paglino.

Per i pm baresi almeno quattro mesi sono durate le fughe di informazioni e le presunte molestie. Da ottobre 2009 a febbraio 2010 giornaliste e una escort sono finite nel mirino del tenente colonnello Paglino, ai domiciliari da undici giorni. Alle prime avrebbe consegnato atti processuali coperti da segreto. Alla seconda invece, secondo la procura di Bari, ha inviato quasi duecento messaggi sms in un mese e mezzo per cercare «approcci diretti a realizzare incontri personali». Una serie di accuse che hanno convinto gli inquirenti pugliesi a chiedere e ottenere la misura cautelare nei confronti dell'alto ufficiale della Guardia di Finanza. Secondo i pm baresi l'indagato avrebbe violato il segreto più volte. A ottobre rivelando a una cronista che la procura stava conducendo indagini nei confronti di un investigatore privato, A.C., «con riferimento a pagamenti effettuati da parte di dirigenti dell'Asl di possibile rilievo penale - scrivono gli inquirenti - e su indagini tese a verificare la liceità delle procedure di accreditamento delle case di cura private della Regione Puglia». Tra il 10 e il 14 dicembre e il 22 gennaio 2010, in base agli accertamenti dei magistrati di Bari, il tenente colonnello Paglino ha riferito a una giornalista indagini contro due responsabili legali in Italia dell'American Express per i reati di usura e truffa commessi ai danni di titolari di carte di credito e che erano in corso verifiche sui tassi usurai che si aggiravano intorno al 250% annuo.

Ma non finisce qui. Il 17 dicembre 2009 l'indagato avrebbe riferito a un'altra giornalista che dovevano essere interrogati il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, e il responsabile del settore Rai fiction, Fabrizio Del Noce. Era invece il 15 gennaio 2010 quando il finanziere faceva visionare e fotografare, secondo la procura di Bari, atti di indagine nei confronti di Gianpaolo Tarantini e dirigenti dell'Asl: gli inquirenti avevano ipotizzato il reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissioni di delitti contro la Pubblica amministrazione. La procura pugliese, comunque, ha contestato a Salvatore Paglino anche l'aver effettuato 86 telefonate per ragioni personali da utenze della Guardia di Finanza e della procura presso il Tribunale di Bari. «L'utilizzo delle apparecchiature telefoniche appartenenti alle amministrazioni dello Stato, da parte di Paglino, per finalità certamente estranee ai compiti d'ufficio - sostengono gli inquirenti - è dimostrato da contenuto delle conversazioni che sono state intercettate: si tratta di comunicazioni che Paglino intratteneva in misura preponderante con giornaliste per motivi di puro diletto o, nelle peggiori delle ipotesi, per rivelare segreti di ufficio». Nel mirino della magistratura barese, ci sono inoltre anche altre fughe di notizie, come quelle sul presidente del Consiglio, il cosiddetto «caso Annozero», e sul giro di escort gestito da Tarantini.

E se soprattutto sia esistito un complotto per danneggiare il governo in carica: il tenente colonnello si occupava di inchieste coordinate dalle procure di Bari e di Trani. Proprio per verificare questi aspetti, i pm baresi hanno avviato accertamenti anche nei confronti del collega della procura di Trani, il pubblico ministero Michele Ruggero. Si tratta del magistrato che indaga sul premier Silvio Berlusconi. In seguito alla fuga di notizie, il procuratore capo di Trani, Carlo Maria Carispo, ha deciso di affiancare al pm Ruggero, fino al quel momento l'unico titolare dell'inchiesta, altri tre colleghi, creando quindi un pool composto da quattro magistrati. Una decisione che era stata presa a distanza di poche ore dalla decisione del ministro Angelino Alfano di inviare un gruppo di ispettori a Trani. Se dovessero emergere responsabilità contro il pm Ruggero, l'inchiesta passerà alla procura di Lecce per competenza. Per ora sul tavolo degli inquirenti ci sono le conversazioni registrate dalla Mobile di Bari.

È il 17 dicembre 2009 quando Paglino passa il cellulare a Ruggero per parlare con la giornalista. Ruggero: «Ehi». Giornalista: «Pronto?». R: «Ciao dimmi». G: «No niente volevo sapere se era tutto a posto (...) è stato contento l'ultimo?». R: «Tutti contenti sono stati... ». G: «Ho capito, ma l'ultimo lo hai, come dire... incontrato tu o non lo hai incontrato, perché agli altri non li hai degnati di uno sguardo, mi è parso di... o quasi». R: «L'ultimo l'ho incontrato io... sì... sì». G: «Ah, anche l'ultimo sì... ah, diciamo che hanno parlato con la Finanza, ho scritto che hanno parlato con la Finanza... ». R: «Sì, sì hai fatto bene». Gli inquirenti stanno dunque svolgendo accertamenti sia sul tenente colonnello Salvatore Paglino sia sul pm Michele Ruggero, ma non è escluso che possano ascoltare nei prossimi giorni anche l'ex colonnello della Finanza, Mario Ortello, intercettato mentre parlava con Paglino, amico da trent'anni, pochi giorni prima che finisse agli arresti domiciliari.

È stato lo stesso ex ufficiale a chiedere alla procura di essere interrogato per chiarire quella conversazione. Intanto un ricorso al Riesame di Bari per la revoca dei domiciliari del tenente colonnello Paglino è stato depositato dal difensore dell'ufficiale, l'avvocato Michele De Pascale. E Amedeo Laboccetta (Pdl), ha chiesto l'intervento del Csm e del ministro Alfano nei confronti del pm di Trani Ruggero.


Augusto Parboni

11/06/2010





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Napolitano boccia Tonino

Il Tempo

Sì del Senato al ddl Intercettazioni. Botta e risposta tra il Colle e Di Pietro.
Il Quirinale: i professionisti della richiesta al Presidente della Repubblica di non firmare parlano a vanvera.
La Ferazione della stampa in sciopero il 9 luglio.

L'aula di Palazzo Madama aveva appena dato il via libera al maxiemendamento sul disegno di legge sulle intercettazioni e immediatamente si è creato un duro botta e risposta tra Antonio Di Pietro e il presidente della Repubblica. La strategia di Tonino dei Valori è sempre quella: non appena il Parlamento democraticamente vota una legge che per qualsiasi motivo non gli piace, lui lancia l'appello a Napolitano affinché si rifiuti di controfirmarla. E così è successo anche ieri quando il leader dell'Idv è tornato a fare il rivoluzionario e mentre i suoi colleghi di partito stavano calpestando la democrazia occupando l'aula del Senato, lui si permetteva di dettare la linea al Colle. Un tranello nel quale Napolitano non solo non è caduto ma ha anche, prontamente, rispedito al mittente: «I professionisti della richiesta al Presidente della Repubblica di non firmare spesso parlano a vanvera. Per il resto non ho nulla da aggiungere».


Un vero e proprio affronto per Di Pietro, che non ha perso l'occasione per replicare: «Noi dell'Italia dei Valori non abbiamo né intenzione né soprattutto tempo per polemizzare con il Capo dello Stato». Un botta e risposta che comunque non è riuscito a modificare quello che stava accadendo all'interno del Senato dove, grazie ai 164 voti favorevoli di Pdl e Lega, il governo ha incassato la trentaquattresima fiducia. Una fiducia fortemente ostacolata dalle opposizioni che, anche in questo frangente, si sono spaccate. Infatti, se i senatori dell'Idv, del gruppo dell'Udc-Svp-Autonomie, dell'Api e dai Radicali, hanno bocciato il testo, il Pd ha optato per l'abbandono l'aula non partecipando, così, al voto di fiducia. «Abbiamo rispetto per quest'aula. Vogliamo che risulti con evidenza che da qui inizia il massacro della libertà» è il duro attacco di Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, nel corso del suo intervento.


E proprio mentre i Democratici sfilavano davanti ai banchi della maggioranza prima di abbandonare l'emiciclo è arrivata, secca, la risposta del capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri: «Il Parlamento si rispetta con il voto e con il dibattito. Siamo orgogliosi di avere fatto un confronto perché il Pdl si confronta e applica al suo interno la democrazia che voi oggi ignorate e calpestate». Un duro scontro tra maggioranza e opposizione che aveva dato le prime avvisaglie fin dall'apertura dei lavori nell'emiciclo di Palazzo Madama quando i senatori dell'Italia dei Valori, dopo aver occupato per l'intera notte l'aula, avevano deciso di accomodarsi impropriamente sugli scranni riservati ai componenti del governo. Un gesto che, dopo tre richiami all'ordine da parte del presidente Schifani, è costato ai parlamentari dipietristi l'espulsione dall'aula per tutto il periodo delle dichiarazioni di voto. Alla fine, comunque, nonostante tensioni, polemiche e proteste, il provvedimento, che contiene le nuove norme che limitano l'utilizzo delle intercettazioni e i divieti sulla pubblicazione delle conversazioni telefoniche raccolte nel corso delle indagini, è pronto per passare all'esame della Camera per una nuova lettura e un voto che potrebbe essere quello definitivo.


E se da un lato Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sembrano aver raggiunto un'intesa che dovrebbe blindare il provvedimento e metterlo al riparo da ulteriori sorprese, dall'altro qualche finiano, come il deputato Fabio Granata, la pensa diversamente e propone di modificare il testo per quanto riguarda le intercettazioni ambientali per i reati "spia" di attività mafiose. Lo scoglio più difficile da superare sarà però il muro che l'opposizione ha già annunciato di voler costruire. E così se, Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera ha minacciato che il partito userà tutti gli strumenti che il regolamento mette a disposizione per fare dura opposizione, il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, torna a riproporre uno spettacolo già visto: «Dopo aver occupato il Senato, l'Idv occuperà anche la Camera per tentare di bloccare un provvedimento antidemocratico, di regime fascista e piduista nel nostro Paese». Anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è voluto intervenire commentando il voto sul disegno di legge: «Le intercettazioni rappresentano uno strumento che sarà possibile usare in termini tali da evitare l'abuso. Si tratta di uno strumento da utilizzare ma di cui non abusare, poiché l'abuso delle intercettazioni confligge e contrasta con l'inviolabile diritto alla riservatezza dei nostri concittadini».


Dichiarazioni che non avranno trovato d'accordo né l'Associazione nazionale magistrati, né la stampa in generale. I magistrati infatti, per voce del loro presidente Luca Palamara, ha protestato sostenendo che, con il ddl, si «mette in ginocchio l'attività dei pm e delle forze di Polizia impegnate nelle indagini», mentre la Federazione nazionale della stampa, dopo un presidio a piazza Navona, ha dato l'annuncio del black out dell'informazione il 9 luglio. Uno sciopero che dovrebbe coincidere con la giornata finale di discussione alla Camera del disegno di legge.


Alessandro Bertasi

11/06/2010





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Come cambiano cronache e indagini

La Stampa

Con la nuova legge i magistrati e i giornali avranno più difficoltà



A cura di FRANCESCO GRIGNETTI

1- Le intercettazioni telefoniche
Intercettazioni possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni di carcere. I telefoni possono essere messi sotto controllo per 75 giorni al massimo. Se c’è necessità, motivata dalpme riconosciuta dal giudice, è possibile un periodo aggiuntivo di tre giorni, prorogabili di volta in volta con provvedimento delpm controfirmato dal giudice fino a che esista la necessità. Per i reati più gravi (mafia, terrorismo, omicidio, ecc.) le intercettazioni sono possibili per 40 giorni, più altri venti prorogabili. Inoltre, le intercettazioni disposte per un reato potranno essere utilizzate anche per provarne un altro, purché il fatto sia lo stesso.

2- Divieti e sanzioni
Gli atti delle indagini in corso possono essere pubblicati solo per riassunto. Gli editori che ne consentono la pubblicazione in maniera testuale rischiano fino a 300mila euro di multa. Le intercettazioni sono off limits per la stampa fino a conclusione delle indagini: per gli editori che violano il divieto, sono previste sanzioni oltre i 300 mila euro, che salgono a 450mila euro se si tratta di intercettazioni di persone estranee alle indagini o che devono essere espunte dal procedimento perché illecite o irrilevanti ai fini processuali. Condanne dure anche per i giornalisti: fino a 30 giorni di carcere o una sanzione fino a 10.000 euro se pubblicano intercettazioni durante le indagini o atti coperti da segreto.

3- Intercettazioni ambientali
Niente più microfoni piazzati in casa o in auto per registrare le conversazioni degli indagati. Le «cimici» saranno consentite per un massimo per tre giorni, prorogabili di tre in tre con provvedimento delpmcontrofirmato dal giudice.

4- Pm in televisione
Se il responsabile dell’inchiesta passa alla stampa atti coperti dal segreto d’ufficio o rilascia dichiarazioni pubbliche su un’inchiesta a lui affidata può essere sostituito dal capo del suo ufficio. La sostituzione non avviene più per automatismo,ma occorre la volontà del capo dell’ufficio.

5- Norma transitoria
Le nuove regole si applicano ai processi in corso. Quindi, anche se erano già state autorizzate intercettazioni con le vecchie regole, dovrà essere applicato il tetto dei 75 giorni. Dal giorno di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, inoltre, saranno necessari 15 giorni di vacatio ordinaria per consentire alle Procure di allestire il registro segreto e un luogo dove conservare le intercettazioni, di cui è responsabile il capo dell’ufficio.

6- Riprese dei processi
Sulle riprese tv per i processi decide il presidente della Corte d’Appello, che può autorizzarle anche se non c’è il consenso delle parti.

7- Registrazione
Le registrazione carpite di nascosto sono permesse solo ai servizi segreti e ai giornalisti professionisti e pubblicisti.

8- Preti e onorevoli
Se nelle intercettazioni finisce un sacerdote bisogna avvertire la diocesi; se l’intercettato è un vescovo il pmdeve avvertire la segreteria di Stato vaticana. Per quanto riguarda i parlamentari, occorre il via libera della Camera di appartenenza. Vietato ascoltare assistenti e familiari degli onorevoli se sono estranei ai fatti per cui è in corso l’indagine.

Ecco alcuni casi clamorosi che non potremmo più sapere

Mafia, nulla su Ciancimino e addio a Gomorra
La vera vita di don Vito Ciancimino, raccontata dal figlio Massimo, i suoi rapporti pericolosi con la mafia, gli incontri dell’ex sindaco di Palermo con Bernardo Provenzano, e poi la misteriosa trattativa con lo Stato. Quindi il Papello mafioso, le richieste di Totò Riina, le intuizioni di Paolo Borsellino, i contatti con gli ufficiali del Ros dei carabinieri, forse la chiave occulta che sottostà alle stragi del ‘92. Tutto questo e molto altro non si sarebbe mai potuto raccontare con la nuova legge perché guai a riferire di un atto giudiziario, come sono gli interrogatori di un testimone quale è Ciancimino jr. Il libro «Don Vito», scritto da Francesco La Licata, non sarebbe mai arrivato in libreria. Ma anche «Gomorra» di Saviano.

La «cricca», tre anni per far emergere gli affari sui grandi appalti
La Cricca è un termine azzeccato per raccontare la consorteria di Balducci & soci che viene fuori, guarda caso, da un’intercettazione. E’ uno degli indagati che ne parla al telefono, e si lamenta perché è rimasto escluso da certi appalti fiorentini, a dire: «Ecco, vedi, questa è la cricca romana...». Sapeva di che cosa parlava. Ma quelle intercettazioni, con la nuova legge, non ci sarebbero mai state. I carabinieri di Firenze, infatti, sotto la guida della procura, hanno intercettato i protagonisti dei Grandi Appalti per quasi tre anni. Sono centinaia di migliaia le conversazioni captate. Una montagna. E mai, in tre anni, una fuga di notizie che abbia messo in forse l’inchiesta. Solo quando sono scattate le manette, nel febbraio scorso, e con le ordinanze dei giudici è iniziata la «discovery» degli atti, i media hanno scoperto l’esistenza stessa di quest’inchiesta. Molti retroscena sarebbero rimasti ignoti. E con la nuova legge anche i resoconti sarebbero stati ben diversi, parziali, minimali. I giornalisti avrebbero potuto raccontare «per riassunto» gli atti, non per esteso. E mai un’intercettazione sarebbe finita sulle pagine di un giornale.

Furbetti del quartierino, le imprese di Ricucci e la caduta di Fazio
Aho, qua stamo a fa’ i furbetti del quartierino...». Indimenticabile Stefano Ricucci. Era l’estate del 2006. L’immobiliarista dall’accento romanesco, partito dal nulla e entrato nel salotto buono della finanza italiana, era stato appena arrestato. E l’Italia scoprì, scorrendo avidamente le pagine dei giornali, le gesta di un nuovo ceto d’imprenditori. Le intercettazioni finirono a pacchi sui giornali, anche quelle francamente ininfluenti, tipo l’sms di Anna Falchi al marito. Di tutto ciò, un domani, nulla si saprà fino al termine delle indagini preliminari. E forse Antonio Fazio, l’ultimo Governatore a vita, che con sé ha trascinato nel fango anche questa prerogativa di Bankitalia, sarebbe ancora al suo posto.

Caso Scajola, addio alle notizie sulla casa con vista sul Colosseo
Era e rimane un testimone, Claudio Scajola. Il suo, è un caso di ministro della Repubblica che si dimette prima ancora di avere ricevuto un avviso di garanzia o di essere iscritto al registro degli indagati. A suo carico insomma non c’è nulla di rilevante dal punto di vista penale a tutt’oggi. Ma politicamente parlando, la questione è diversa. Quando si è scoperto che il costruttore Diego Anemone aveva fatto arrivare novecentomila euro alle due signore che vendevano la celebre casa con vista sul Colosseo, tramite i buoni uffici dell’architetto Zampolini, e che quindi quella compravendita era quantomai misteriosa, i sondaggi ordinati da Berlusconi hanno segnato una scossa tellurica. Ed è caduta una testa. La storia dell’appartamento di Claudio Scajola non ha neanche a che fare con le intercettazioni. C’entrano gli accertamenti bancari, la testimonianza di Zampolini e delle due sorelle Papa, alcuni buoni articoli di cronaca giudiziaria. Gli italiani hanno saputo e si sono formati un’opinione. Di tutto ciò, con la nuova legge in arrivo, non si sarebbe potuto sapere nulla. E il ministro Scajola sarebbe sempre al suo posto.

Protezione civile, le discutibili amicizie di Bertolaso
Macelleria mediatica», dice Guido Bertolaso. L’immagine è forte. Denota l’esasperazione di un sottosegretario al centro della curiosità dei media. Ma in quale paese al mondo, dove ci sia la libertà di stampa, potrebbe passare inosservata la vicenda di un sottosegretario potentissimo, commissario straordinario in un’infinità di situazioni di emergenza reale e non, che è costretto penosamente ad ammettere una volta che conosce sì Diego Anemone e ha con lui rapporti familiari, ma «so come evitare le trappole»; che proprio ad Anemone ha affidato lavori di falegnameria per il suo villino ai Parioli, ma «erano tapparelle»; che sua moglie aveva avuto un incarico professionale da Anemone per 90 mila euro; infine la storia non chiara dell’appartamento di via Giulia che forse lo pagava Anemone e forse no; e che i massaggi della fisioterapista del Salaria Sport Village gli avevano fatto «vedere le stelle perché mi aveva “sconocchiato” la schiena»? La storia dei Grandi Appalti è ancora da scrivere, ma quello che è emerso finora dall’inchiesta, in futuro non più pubblicabile se non per estremo riassunto, racconta di comportamenti forse non censurabili sul piano penale, ma sicuramente sul piano dell’opportunità per chi manovra miliardi di euro a sua discrezione.

La caduta di Prodi, dopo le telefonate di Lady Mastella
L’ ultimo governo Prodi, qualcuno se lo ricorda ancora? Accadeva due anni fa: ministro della Giustizia era Clemente Mastella; sua moglie, la signora Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania. L’Udeur compagno di strada della sinistra, ma in perenne lite con i dipietristi e con la sinistra radicale. In questo instabile equilibrio politico piombarono due inchieste penali. Una partiva dalla Calabria, titolare era Luigi De Magistris. L’altra veniva dalla Campania, procura di Santa Maria Capua Vetere. Furono due mazzate. Fu svelato il sistema-Mastella di nomine e di clientelismo. Indimenticabile quell’intercettazione in cui la signora Mastella diceva di un ex del suo partito, tale Gigi Annunziata, direttore generale della Asl per grazia di partito: «Allora per quanto mi riguarda lui è un uomo morto! E lo è anche per mio marito. Quindi per cortesia tenetevene alla larga: dal punto di vista professionale tu incontri chi vuoi. Ci mancherebbe. Ma dal punto di vista politico le cose passano attraverso di noi». L’intercettazione finiva sui giornali il 17 gennaio 2008. Pochi giorni dopo cadeva il governo Prodi.

Lo scandalo escort, inutilizzabili i nastri della D'Addario
In Parlamento, la norma che vieta in futuro di autoregistrarsi «fraudolentemente» le telefonate, l’hanno chiamata assai maliziosamente Emendamento D’Addario. Inevitabile infatti il riferimento a quelle registrazioni che la escort più famosa d’Italia, la barese Patrizia D’Addario, effettuò in casa Berlusconi la sera che fu ricevuta dal premier e poi, il giorno dopo quando il premier la chiamò al telefono per salutarla e chiacchierare sulla notte bollente trascorsa assieme. Quelle autoregistrazioni finirono agli atti di un’inchiesta penale, l’inchiesta sui maneggi di Giampi Tarantino (ancora in corso) e poi in un libro («Gradisca presidente», Aliberti editore) che l’ha buttata sul felliniano. La novità è davvero rivoluzionaria perché fino ad oggi le autoregistrazioni erano un caposaldo delle difese, un modo considerato più che lecito per tutelarsi, e molti big della politica sono più che abituati a registrare tutti i colloqui che si svolgono nel loro studio. All’Emendamento D’Addario sono seguite alcune specifiche deroghe per gli agenti segreti, per le forze di polizia e per i giornalisti professionisti perché il divieto era parso francamente esagerato. Resta lecito autoregistrarsi anche per i normali cittadini, ma solo per utilizzarle nel corso di controversie davanti a un giudice o per farne oggetto di esposti.

Il caso Minzolini, le pressioni sul Tg1 e l'Authority
Trani, in Puglia, oltre che per lo splendido centro storico, è divenuta famosa per la sua piccola procura da dove qualche mese fa s’intercettava tutto il mondo. A margine di un’inchiesta su certi imbrogli che si consumano con le carte di credito, era finito sotto ascolto il telefono di Augusto Minzolini, il direttore del Tg1, e quello di Giancarlo Innocenzi, membro dell’Authority sulle Comunicazioni. Non indagati, ma intercettati. E s’è finiti per registrare le telefonate di Berlusconi che chiama Minzolini «direttorissimo» oppure che chiede la testa di Michele Santoro. Fuga di notizie, intercettazioni sui giornali, grande scandalo di questi (per il tono usato da Berlusconi) e di quelli (perché le intercettazioni sono già a disposizione del grande pubblico). E intanto si va a votare alle Regionali, che il Cavaliere stravince, a dimostrazione che la via giudiziaria non aiuta granché sul piano elettorale.

La morte di Cucchi, le foto del pestaggio non le avreste viste
U n atto giudiziario può anche essere una fotografia, inserita nel faldone di un’inchiesta. La foto del giovane detenuto Stefano Cucchi, per dire, morto in un ospedale romano dopo un sicuro pestaggio e una lunga agonia. Per scelta della famiglia la foto finì sui giornali e fu chiaro a tutti che erano volate le botte. Nel clima di commozione alcuni testimoni trovarono la voglia di collaborare. Disse la sorella Ilaria: «Con la nuova legge non avremmo potuto far conoscere la verità». Per chi volesse rivivere la vicenda, è appena uscito un libro («Non mi uccise la morte», Castelvecchi editore) con le foto della vergogna. In futuro sarebbe impossibile.

Le dimissioni di Saccà, c'erano una volta le veline raccomandate dal Cavaliere
C’era una volta un potente direttore di Raifiction di nome Agostino Saccà che spesso e volentieri era al telefono con Silvio Berlusconi, amico di lunga data. Anche per lui la buccia di banana furono alcune intercettazioni, ordinate dalla procura di Napoli, effettuate nel dicembre 2007, che portarono alla luce le trattative di Berlusconi con alcuni senatori per arrivare alla «spallata» contro il governo di sinistra. Con l’occasione si scoprì che Saccà si dava un gran daffare per agganciare politici e portarli da Berlusconi, ma che quest’ultimo, a sua volta, implorava Saccà di dare lavoro a qualche attrice a lui cara. Tre anni dopo, le inchieste sono finite nel nulla, ma si cominciarono a conoscere le gesta del Cavaliere sotto le lenzuola.

Rignano Flaminio, nessuno spazio ai dubbi sulle violenze
Non soltanto la grande politica, ma anche la cronaca sarà rivoluzionata dopo questa legge che vieta di entrare nei dettagli di un’inchiesta. Si prenda il caso dei presunti pedofili di Rignano Flaminio. Una vicenda assolutamente controversa: tre maestre, una bidella, un benzinaio di colore, un autore tv, nell’aprile 2007 finiscono in carcere perché accusati di atti di pedofilia; il paese si spacca. Davvero è stata scoperta una banda di perversi o è un caso di suggestione collettiva? Tra continui colpi di scena il processo sta iniziando ora. Nel frattempo l’opinione pubblica è stata informata minuziosamente e le difese hanno potuto spiegare i loro argomenti. Quantomeno il dubbio è stato insinuato: e se fossero innocenti? Non è poco se poi venissero assolti.




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Lo scivolone giudiziario di Gifuni l’uomo coperto d’oro da Ciampi

di Massimiliano Scafi

La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex segretario del Colle che ottenne dall’allora presidente benefici e privilegi ad hoc


 
Roma
Era un canile, adesso è una villa nel verde selvaggio in mezzo ai cinghiali e ai daini di Castel Porziano. No, non la butteranno giù, non vale la pena sprecare altri soldi. Anzi, stanno pensando come riciclarla per «attività istituzionali». Nel dare la linea, Giorgio Napolitano è stato molto chiaro: severità, rigore, collaborazione massima con l’autorità giudiziaria, ma basso profilo e soprattutto nessun gesto che suoni come rivalsa o polemica contro le passate gestioni. Del resto non c’è bisogno di prendere ulteriormente le distanze dal «moralizzatore» Ciampi: non è stato proprio il segretario generale Donato Marra a notare il buco di bilancio e a chiamare i giudici? Non è da lì che vengono l’inchiesta, gli arresti, lo scandalo, la scoperta dei quattro milioni e mezzo spariti dalla casse della tenuta presidenziale? Adesso toccherà ad Augusto Santacatterina, il nipote di Giuseppe Saragat, dare una bella ripulita all’amministrazione dei parchi.
Era l’uomo più potente d’Italia. Era lui, dicevano tutti, il vero presidente della Repubblica. Quattordici anni da «vicerè del Colle», da principe dei grand commis. Adesso Gaetano Gifuni è all’angolo, con una richiesta di rinvio a giudizio per falso sulle spalle e un nipote, Luigi Tripodi, finito in galera per abusivismo edilizio, peculato, falso e truffa. L’inchiesta penale farà il suo corso. Intanto ce n’è abbastanza per offuscare una lunga e onorata carriera nelle istituzioni. Segretario generale del Senato, ministro, poi numero due del Quirinale durante le presidenze Scalfaro e Ciampi, gran tessitore di rapporti, asse portante della Repubblica. «Prudenziano», così lo chiamavano nei palazzi. Ma col nipote non è stato molto prudente. A metterlo nei guai la disinvolta gestione dei due milioni 700mila euro destinati ogni anno al Servizio tenute e giardini. Gran parte di questi soldi, secondo i magistrati, dal 2002 in poi sarebbero finiti nelle tasche di un ristretto gruppo di funzionari. Il nipotino Tripodi appunto, poi il direttore di Castel Porziano Alessandro De Michelis e i cassieri Paolo Di Pietro e Gianni Gaetano.
Sparivano, a quanto risulta, 50-60mila euro al mese. Intanto crescevano delle case. Il vecchio canile, usato per anni dal nucleo cinofilo dei carabinieri, si è magicamente trasformato in una villa a due piani di 180 metri quadri con tettoia coperta per le macchine e duemila metri di giardino. Tripodi ci si era installato con la famiglia e non voleva lasciarlo nemmeno dopo essere stato messo in pensione. A raccontare tutto è stato il cassiere Gianni Gaetano, il pentito dell’inchiesta. «Tripodi ci diceva: “Come se ne va mio zio, me la squaglio”. Invece lo zio è rimasto e lui ha viaggiato tranquillo».
La svolta nel 2006. Ciampi, come tutti i suoi predecessori, ha sperato fino all’ultimo di essere confermato. Gifuni invece ha capito subito che, con Giorgio Napolitano sul Colle, non avrebbe più potuto mantenere il suo posto, Così, uno degli ultimi atti del presidente uscente, è stato quello di promuovere Gifuni segretario generale onorario, una carica inedita, mai sentita prima, che ha permesso a Prudenziano di conservare privilegi, benefit e un po’ di potere.
Poche settimane dopo Gifuni però era giù, ai margini del nuovo Quirinale. Napolitano ha voluto subito imporre il suo stile austero, molto diverso dal precedente. Ciampi, eletto con un’ampissima maggioranza bipartisan, aveva impostato la sua presidenza su alcuni punti chiave: il patriottismo, l’unità d’Italia, nuovo lustro alle istituzioni. I simboli della Repubblica dovevano essere visibili, imponenti. Non si badava a spese. È stato Ciampi a rivolere la sfilata ai Fori per il 2 giugno, a organizzare grandi manifestazioni al Vittoriano, a viaggiare in tutte le oltre cento province italiane e in mezzo mondo. Quando volò a Buenos Aires in visita di Stato, la delegazione ufficiale italiana occupò 150 stanze nel più caro albergo argentino.
Napolitano, forse perché eletto da una risicatissima maggioranza, ha cambiato progressivamente tutto. Stile più sobrio, cerimonie riportate nel palazzo, meno viaggi e più brevi e un tentativo di trasparenza finanziaria. Piccoli tagli, blocco delle assunzioni, bilancio per la prima volta pubblico, addirittura su internet. Poca roba ancora, ma insomma, rispetto allo sfarzo di Ciampi è tutta un’altra cosa. Per carità, in pubblico nessuna polemica. Anche se il 2 giugno Napolitano si è tolto un piccolo sfizio. Ciampi aveva riaperto la pagina delle stragi del 1993, parlando della paura di un colpo di Stato. Lui ha risposto con un’alzata di spalle. «Sono cose di 17 anni fa... se il presidente Ciampi ha percepito un allarme nel 1993, be’, ora siamo nel 2010. Dal punto di vista giudiziario mi auguro che si faccia chiarezza anche sui servizi. Il resto è storia, riflessioni, memorie che si incrociano...».




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La Puglia di Vendola fa mangiare un esercito di consulenti

di Redazione

La Regione Puglia, diventata roccaforte del governatore Nichi Vendola e del suo partito «Sinistra, ecologia e libertà» conta su un esercito di circa tremila dipendenti. Eppure la giunta Vendola, quella della prima legislatura almeno (per quella attuale i dati non sono ancora disponibili), sembra aver deciso che le truppe non erano sufficienti: la fioritura di consulenze e collaborazioni varie se non è da record, poco ci manca.

Una valanga di consulenze, tirate in ballo proprio dall’entourage vendoliana, confluite, poi, in quelle che la puglia conosce come «Fabbriche di Nichi». Dal 2006, anno la giunta regionale pugliese ha sfornato 500 contratti fra collaborazioni e Co.co.co. Numeri da capogiro. Basti pensare che 38 consulenti e collaboratori hanno superato il tetto dei 50mila euro, con punte di 80mila euro per una singola prestazione (sono quelli che riportiamo nella tabella in questa stessa pagina). In realtà alcuni di essi hanno collezionato più incarichi, arrivando a raggranellare anche 300mila euro.

Tra i più fortunati collaboratori di Vendola c’è il capo dell’avvocatura regionale, Nicola Colaianni, vanto della politica «modernista» del governatore pugliese, che ha una retribuzione da 168mila euro. Ma, come se non bastasse durante tutto il primo mandato, non sono mancati gli incarichi ad avvocati esterni. Persone di fiducia tanto per capirci. Buttando giù la linea delle somme la cifra diventa mostruosa: 11 milioni e mezzo di euro in contratti.

C’è poi il capitolo delle spese per la politica, che sono però meno clamorose. Sulle spese per la casta, quelle più visibili agli elettori, ma come abbiamo visto non più ingenti. il governatore ha avviato una campagna di «contenimento» dei costi. Attualmente la Puglia ha un presidente di consiglio regionale, undici assessori, sessanta consiglieri regionali, che in questa seconda legislazione del « presidente rosso» sarebbero potuti essere molti di più se non ci fosse stato un dietrofront dell’ultim’ora. Le retribuzioni annue comprese dei politici vanno comunque dai 117mila euro che finiscono in tasca ai consiglieri regionali (il presidente del Consiglio regionale però ne riceve 142mila) fino ai 167mila del più pagato: Vendola Nichi.



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Coppola "fa pace" col Fisco: verserà quasi 200 milioni

Corriere della Sera

Chiuso il contenzioso con le Entrate. L'immobiliarista: «Ora posso tornare a fare il mio mestiere»
Per sanare il debito, il gruppo opererà serie di dismissioni e piano di ristrutturazione

MILANO

Danilo Coppola fa pace con il Fisco. L'immobiliarista ha chiuso infatti il contenzioso con un accordo che farà arrivare nelle casse dell'Agenzia delle Entrate 198 milioni di euro. Una transazione record se si pensa, ad esempio, che Valentino Rossi si era accordato sul pagamento di 20 milioni di euro. I soci della Bell, invece, pagarono 150 milioni per le mancate tasse legate alla vendita di Telecom. L'accordo è stato siglato oggi a Roma presso la direzione generale dell'agenzia delle Entrate e riguarda l'estinzione di tutti i debiti fiscali di tutte le società riconducibili a Danilo Coppola e al suo gruppo, che nella transazione è stato assistito dall'avvocato Dario Romagnoli.
DISMISSIONI E RISTRUTTURAZIONE - L'intesa, anticipata dal quotidiano La Stampa, prevede che Coppola versi una somma complessiva di 198.042.299 euro, di cui 60.662.233 già pagati: «Si tratta di una soluzione unitaria, uniforme e condivisa - spiega una nota - che porterà alla copertura dei debiti e alla chiusura delle posizioni aperte dell'immobiliarista romano nei confronti del fisco, ad oggi suo unico creditore». Per sanare il debito, il gruppo Coppola opererà una serie di dismissioni e un piano di ristrutturazione industriale in continuità finanziato dalle banche. In particolare, nei prossimi mesi, alcune società del gruppo saranno fuse e assorbite dalla Tikal.
Danilo Coppola: fotostory


«TORNO AL MIO MESTIERE» - «Sono soddisfatto per gli esiti dell'accordo - ha dichiarato Danilo Coppola nella nota - Abbiamo dimostrato di essere in grado di assumere quegli impegni con il fisco che abbiamo da sempre, negli ultimi anni, dichiarato di voler onorare e di poter adempiere». Per il gruppo la transazione con l'Agenzia delle Entrate significa «finalmente chiudere una parentesi troppo lunga, durante la quale non siamo riusciti a svolgere al meglio il nostro lavoro e a chiudere vicende come quella che oggi volge al termine», prosegue l'immobiliarista. «Siamo consapevoli della solidità del gruppo e fiduciosi nella nostra capacità di affrontare una congiuntura critica, ripartendo da un'organizzazione più razionale e da un gruppo di collaboratori qualificati e di professionisti indipendenti». L'accordo con il fisco consente anche a Coppola di poter nuovamente guardare alla sua attività di imprenditore: «Per quanto mi riguarda, posso finalmente dedicarmi al mestiere che so e che voglio fare, quello dell'imprenditore, concentrandomi sulla realizzazione dei progetti di sviluppo immobiliare su cui ho deciso di puntare».

10 giugno 2010




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Il piano nomadi che non c’è»

di Redazione


Il sindacato attacca il piano nomadi del Comune ed è subito polemica. È della FP Cgil Roma e Lazio la nota che fa infuriare il centrodestra. «Il prefetto - scrive il sindacato - annuncia il piano nomadi che non c’è. Dietro questa facciata di efficienza che tra “segreti e bugie” sciroppa alla nostra città sempre la stessa ricetta: i rom sono dei terremotati a vita, non c’è, per loro, nessuna prospettiva di un inserimento sociale e abitativo degno della capitale d’Italia, bensì un progetto (piano) fatto di ghetti precari, costosi e forieri di futura emarginazione e possibile devianza. In particolare, siamo rimasti folgorati dalla possibilità ventilata dal duo Alemanno-Pecoraro che per i rom si prospettino anni di villeggiatura negli accoglienti camping dismessi della capitale. Ma il punto politico vero, che sembra emergere dalle dichiarazioni del prefetto è quello della presunta necessità di segretezza intorno alle aree individuate per i nuovi campi».

Apriti cielo. Insorge il Pdl, con il vicepresidente della commissione Politiche Sociali del Comune, Ugo Cassone, che difende l’operato dell’amministrazione Alemanno, puntando il dito contro l’immobilismo di quelle precedenti. «Dopo anni di silenzio - dice - la Cgil si sveglia e specula sul piano nomadi della capitale. Spiace, però, che la sigla sindacale non abbia utilizzato la stessa solerzia quando a governare la nostra città erano le giunte di centrosinistra di Rutelli e Veltroni, che hanno permesso che vergogne come Casilino 900 esistessero nella capitale.

Il piano previsto dal prefetto e attuato dal Campidoglio è una realtà che va oltre i disastri che ci sono stati lasciati: sono stati smantellati i campi abusivi prevedendone altri autorizzati, sono stati portati acqua e luce negli insediamenti, condotte campagne di vaccinazione per i bambini, promosso il progetto Retis per l’inserimento lavorativo. Iniziative, queste, che sono state concertate a tutti i livelli con le associazioni del settore. Non vorremmo che ora la Cgil, per ruolo ideologico, si senta costretta a criticare un piano necessario con il quale si va oltre il lassismo buonista del passato, facendo polemiche completamente inutili».

Critico anche Samuele Piccolo, delegato del sindaco per lo Sviluppo delle periferie: «Probabilmente la Fp Cgil si è resa conto solo adesso che esiste un problema nomadi che questa amministrazione con fermezza sta cercando di risolver, altrimenti non si spiega il motivo per cui durante i mandati elettorali del centrosinistra non ha usato gli stessi toni astiosi che usa ora nei confronti di questa giunta». Polemiche a parte, il piano nomadi va avanti. La settimana prossima, presso il V dipartimento politiche sociali, ci sarà un tavolo tecnico-politico, a cui parteciperanno tutti i soggetti interessati, per analizzare le aree stabilite dal prefetto dove sorgeranno i nuovi campi attrezzati e per delineare le urgenze dopo i trasferimenti dei campi della Martora e di Tor de Cenci.



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