domenica 13 giugno 2010

Papa toglie i voti a prete condannato per pedofilia

Il Resto del carlino

Don Andrea Agostini, il sacerdote della Curia di Bologna, che gestiva un asilo nel Ferrarese è stato condannato dal Tribunale Ferrara per molestie sessuali su una decina di bambine.
Benedetto XVI ha dimesso don Andrea dallo stato clericale

BOLOGNA, 13 GIUGNO 2010

Sei anni e 10 mesi dalla giustizia civile. Riduzione allo stato laicale da quella canonica. Don Andrea Agostini, il sacerdote della Curia di Bologna, che gestiva un asilo cattolico nel Ferrarese  condannato dal tribunale di Ferrara per molestie sessuali su una decina di bambine e al pagamento di una provvisionale esecutiva di 28.000 euro, tornerà nuovamente davanti ai giudici per il processo d'appello nel gennaio 2012.

Nel frattempo Benedetto XVI ha dimesso don Andrea dallo stato clericale. La notizia e’ stata data da ‘Bologna sette’, l’inserto domenicale del quotidiano cattolico Avvenire curato dall’Arcidiocesi, a piede della seconda pagina del fascicolo, sotto il titolo ‘Comunicazione del cancelliere arcivescovile’. 

Nella comunicazione, che reca la data di ieri, si legge che il provvedimento pontificio e’ stato trasmesso al card.Carlo Caffarra il 4 marzo ed e’ stato notificato all’interessato il 9 marzo, e si ricorda che dopo la denuncia di abusi su minori al Tribunale ferrarese, Agostini era stato sospeso in via cautelare dall’esercizio di tutte le facolta’ sacerdotali (divieti di celebrare Messa, di confessare, ecc.) l’11 aprile 2005. 

‘’Terminato il periodo degli arresti domiciliari - prosegue la nota - l’Arcivescovo di Bologna, senza abrogare la sospensione di cui sopra, gli impose la residenza presso il Santuario della Madonna di S.Luca. Terminato il primo grado di giudizio di fronte all’autorita’ statale si e’ potuto aprire il processo canonico nel dicembre 2008, conclusosi con l’invio degli atti alla Congregazione per la Dottrina della Fede competente nel merito nell’ottobre 2009’’.

In una nota di commento alla comunicazione del cancelliere, lo stesso supplemento curato dall’Arcidiocesi rileva che ‘’alla luce delle polemiche che a partire dal 10 febbraio trovarono spazio sulla stampa, e che in qualche modo riflettevano l’accusa alla Chiesa di Bologna di una sostanziale insensibilita’ se non addirittira di una copertura offerta al sacerdote, le date dei provvedimenti sono importanti. La riduzione allo stato laicale era gia’ avvenuta quando furono accese quelle polemiche. Non solo, ma il divieto di esercitare il sacerdozio risale addirittura a quasi cinque anni prima. 

Perche’ tutto si apprende solo ora? La logica della giustizia penale ecclesiale e’ diversa da quella della giustizia penale statuale, come ogni vero laico riconosce, ed inoltre si e’ voluto attendere la conclusione dell’Anno sacerdotale’’.





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Treviso, per Zaia il Và pensiero al posto di Mameli. E scoppia il caso

Corriere della Sera

«La Tribuna»: all'inaugurazione di una scuola di Fanzolo eseguito Verdi invece dell'Inno. Il governatore nega

Farefuturo attacca: «Da Zaia l'ultima sparata della Lega

Treviso, per Zaia il Và pensiero al posto di Mameli. E scoppia il caso


Luca Zaia
Luca Zaia
MILANO - Il Và pensiero al posto di Fratelli d'Italia per il governatore del Veneto Luca Zaia. L'episodio è riportato da La Tribuna: all'inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo di Vedelago (Treviso), Mameli avrebbe dovuto essere cantato da un coro al taglio del nastro, ma una ventina di minuti prima il portavoce del governatore avrebbe chiesto di sostituire l'Inno con il Và Pensiero. Il cambio di programma, secondo quanto riportato dal quotidiano locale avrebbe fatto infuriare in particolar modo la direttrice dell'ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, che si sarebbe riservata di denunciare l'accaduto all'assessore regionale Elena Donazzan.

LA NOTA - Il governatore leghista nega la ricostruzione del giornale, spiegando attraverso una nota che l'inaugurazione della scuola di Fanzolo di Vedelago si è svolta come da programma, con l'inno d'Italia. «L'Inno di Mameli - ha rilevato Zaia - è stato regolarmente cantato dal coro al momento del taglio del nastro; credo che queste precisazioni siano utili per chiudere definitivamente una polemica che non aveva e non ha ragion d'essere».

FAREFUTURO ATTACCA - Precisazioni che non hanno comunque evitato a Zaia gli attacchi di Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo (nata per volontà di Gianfranco Fini). Il periodico e «un mese senza criticare la Lega. Ci toccherebbe - viene spiegato - ripetere sempre le stesse cose, ricordare i principi fondamentali della nostra Repubblica, qualche nozione di diritto internazionale, un po' di solidarietà e carità cristiana. E poi perché non conviene prestarsi al gioco. Ma soprattutto perché mentre la Lega si occupa di rassicurare il suo elettorato a suon di proclami, noi vorremmo tifare la nostra Nazionale in santa pace, dato che la loro ha già giocato».

«L'ultima di queste sparate (trita e ritrita) - continua l'articolo - arriva da Zaia: niente Fratelli d'Italia, meglio il Và pensiero. E la penultima, qualche giorno fa, arrivava dal Piemonte governato dal giovane Cota: assumiamo professori e supplenti che siano solo "del territorio". Qualche reazione, qualche sussulto, un po' di indignazione, le solite repliche puntute leghiste e, per ora, basta. Ma tra lezioni di dialetto, esami di cultura locale, graduatorie regionali (che a dire il vero sono state proposte anche, più o meno velatamente, da alcuni esponenti del Pdl), inni mancanti e tricolori usati per altri fini, queste nuove «sparate» pare di averle sentite già mille volte.

E hanno buone probabilità di fare la stessa fine. Nel nulla. Insomma, la parabola delle boutade leghiste è ormai abbastanza chiara. Effetto annuncio (solitamente quando ci sono elezioni in vista o trattative politiche "romane"), dibattiti infuocati sui media e poi il silenzio. Alle volte al silenzio si affianca il fallimento della proposta. Insomma, l'abbiamo capito: perchè preoccuparsi?. Oltretutto, sarà il caldo, sarà la voglia di vacanze, sarà che sono più di tre lustri che sognano la Secessione, ma i leghisti non hanno più lo smalto di una volta. Le loro 'sparatè sono un pò più stanche, un pò più appannate, ma soprattutto molto più prevedibili. E anche, non ce ne vogliano gli amici del Carroccio, molto più innocue«.


13 giugno 2010





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Sfida tra clan nel Casertano per il monopolio della tazzina di caffé

IL Mattino

 
di Rosaria Capacchione

MARCIANISE (13 giugno) - «Che fai qua?» «Ora lavoro, faccio il rappresentante e vendo il caffè. Questi sono due pacchi di crema per il granitone, te li lascio e mi fai sapere». «Ma io il rappresentante ce l’ho già...» «Allora non hai capito. Pure io devo campare. Mo’ ti lascio la crema di caffè, la fai assaggiare e poi parliamo».

Marcianise, bar del centro storico. Un bel locale rimodernato di recente. Ai tavolini ci sono i soliti clienti che assistono in silenzio alla scenetta. Riconoscono il rappresentante, è parente di uno dei capifamiglia del clan perdente, quello dei Quaqquaroni. Torna qualche giorno dopo, la scena si ripete con un pizzico di arroganza in più. La granitona non è piaciuta, il barista riferisce, il rappresentante gli lascia ugualmente uno scatolone di preparato: «Fa quattro euro e cinquanta al chilo, passo la settimana prossima per un’altra consegna».
Marcianise, bar del quartiere Macello. Anche qui arriva il rappresentante del caffè. Ma il marchio è differente, il giovanotto è della concorrenza. È un amico della famiglia vincente, quella dei Mazzacane. Il prezzo è leggermente più alto, le modalità di vendita sono le stesse: prendere e pagare, perché lasciare non si può. Il business non è cambiato, la qualità è sempre scadente. Qualche anno fa, una intercettazione telefonica documentò il disappunto di un rappresentante casalese: «Non lo vogliono, e hanno pure ragione. L’ho assaggiato, è proprio una ciofeca». Niente di più, cioè, di un liquido amarognolo, assai simile all’acqua di cottura della verdura.

Ma questa volta la novità è la guerra sotterranea tra un clan, quello dei Belforte-Mazzacane, duro a morire, e l’altro, eterno concorrente sulla stessa piazza, che cerca una improbabile resurrezione. Si contendono il mercato dei coloniali a colpi di forniture imposte con il sorriso sulle labbra e la minaccia esplicita. Hanno messo le mani sulla rappresentanza di due marchi napoletani: il «Torrefazione caffè Janeiro» con natali a Frattamaggiore e vendita online; e il «Caffè Borbone», distribuito in tutto il Mezzogiorno assieme alle macchinette per le cialde.

È la stessa azienda che di recente è stato al centro di una vivacissima polemica di alcune associazioni di donne, a partire dall’Udi, che hanno chiesto al rimozione dei cartelloni pubblicitari: «Noi te la diamo gratis», recita - con un palese doppio senso - lo slogan sovraimpresso sull’immagine di una donna procace. Le due torrefazioni, a dire la verità, non hanno niente a che fare con la sfida di camorra che si sta consumando nell’area industriale di Caserta. Molto probabilmente la fedina penale dei loro collaboratori è anche sconosciuta all’ufficio del personale.

Ma la guerra, con relativo ritorno in campo della famiglia Piccolo-Quaqquarone, quella sì che interessa agli investigatori. E la vicenda è finita in una recentissima informativa della Squadra mobile di Caserta. Non è ancora un’inchiesta vera e propria, ma la curiosità è fortissima. Anche perché c’è da rilevare il mercato lasciato scoperto, nell’agro aversano e sul litorale domiziano, dalla squadriglia di Giuseppe Setola. Per arrotondare le entrate, i suoi fiancheggiatori erano cooptati dalla rete commerciale di un altro marchio di caffè. Ne parlava la madre di Salvatore Santoro, autista e capo-staffetta del killer, con il mago Filippo, il suo cartomante di fiducia. «Lui portava del caffè, comunque un pentito qua sta parlando, allora... lui ogni tanto portava il caffè... io non posso parlare.... Quello per il lavoro suo, che ha incominciato a fare, sono due mesi che ha incominciato a fare...».





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Napoli, codici di bancomat clonati con il microchip senza fili

Il Mattino

 
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (13 giugno) - L’hanno fatta franca per un soffio. Qualche minuto prima e sarebbero finiti in manette. Invece, almeno per questa volta, è andata bene alla banda di delinquenti specializzati nella clonazione dei codici «pin» delle carte bancomat; sono riusciti a dileguarsi poco prima dell’arrivo dei carabinieri. È successo ieri mattina nella centralissima via Foria.

È qui, e più precisamente presso lo sportello della Unicredit di piazza Cavour 18, che si era concentrato il lavoro dei malviventi: i quali - dopo avere installato una telecamerina di proporzioni minuscole e un’apparecchiatura in grado di «leggere» i numeri seriali della banda magnetica delle tesserine elettroniche - nascosti a qualche decina di metri di distanza riuscivano carpire tutti i dati utili alla clonazione grazie a una trasmissione «wireless», cioè senza fili. Nessuno può dire, al momento, se nella rete dei malviventi sia finito qualche ignaro cliente che si era servito dello sportello bancomat per prelevare somme di denaro. Bisognerà attendere, domani, la riapertura dell’istituto di credito e acquisire i tabulati dell’apparecchio. Ma il rischio che ciò sia accaduto è reale.

Ma come si è giunti alla scoperta dello strumento che riusciva a clonare le carte? È stato grazie ad un passante particolarmente attento, che ieri mattina intorno alle otto ha notato che sul marciapiedi c’era un microchip al quale era stato attaccato del nastro adesivo. L’uomo ha subito telefonato al 112, la centrale operativa dei carabinieri. In pochi minuti sul posto sono giunti i militari del Radiomobile e quelli della compagnia Napoli Centro. Gli investigatori sono convinti che è stato solo grazie a un colpo di fortuna che si è giunti alla scoperta dello stratagemma. L’alta temperatura avrebbe fatto scollare l’adesivo che doveva mantenere incollato il dispositivo wi-fi introdotto nella fessura.

In ogni caso, quando sono giunti i carabinieri (coordinati dai capitani Salvatore Sauco e Melissa Sipala), dei banditi non c’era più traccia. Questo naturalmente non significa che siano riusciti a farla franca. Alla riapertura, domani, della sede dell’Unicredit gli investigatori esamineranno le immagini del sistema di videosorveglianza che inquadra proprio lo sportello del bancomat. Una traccia investigativa, comunque, c’è già ed è su questa che lavorano i carabinieri.

Non è il primo caso di clonazione delle apparecchiature bancomat quello che si registra nella zona di via Foria. Solo un mese fa sempre i carabinieri riuscirono ad arrestare alcuni extracomunitari che si erano specializzati in questo tipo di attività.





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Generosa Toscana, su clima e terzo mondo non bada a spese

di Redazione

La Regione finanzia fondazioni che si occupano di protocollo di Kyoto e sviluppo sostenibile.

E sul sito non una riga sui compensi ai politici


La terra di Toscana conferma la sua rinomata generosità, anche quando si tratta di consulenze. Sul sito della Regione ce n’è un bell’elenco, di cui noi riportiamo solo quelle con gli importi maggiori. A dire la verità a stupire, ancor più che gli importi, sono i percettori delle prebende. La Toscana sembra particolarmente interessata a devolvere denari in non meglio specificate consulenze «verdi» politicamente corrette in genere. Passi per la più ricca, che alla voce Distaf rimanda all’università di Firenze, Dipartimento ambiente e foreste. C’è poi l’Irre Toscana, un istituto che fa capo alla Pubblica istruzione e vara progetti e studi educativi.

Ma i capitoli che meriterebbero maggior approfondimento, sono quelli dal sapore più «no global». Ad esempio, mettendo insieme un paio di incarichi, la Fondazione Toscana sostenibile risulta aver portato a casa in totale 180mila euro. Di che si occupa la fortunata Fondazione? Il sito recita «di promuovere modelli di sviluppo sostenibile». «E che vor di’ ?», avrebbe detto Alberto Sordi.

Ma non è finita. Scorrendo la lista c’è anche una dottoressa Umiliana Grifoni che, stando alle notizie reperibili sul web, sembrerebbe occuparsi di cooperazione internazionale. Tipico tema statutario nell’attività delle Regioni. O no? E vale la pena di annotare anche il contributo da 50mila euro all’Associazione Kyoto Club. Qui non ci si sbaglia: il riferimento è al protocollo di Kyoto, l’accordo internazionale che doveva ridurre le emissioni di gas serra nell’aria e che per ora ha soprattutto creato un opaco commercio di certificazioni e quote di inquinamento.

Per il resto, gli stipendi dei dirigenti della Regione Toscana sono correttamente riportati nel sito. Manca invece il capitolo relativo agli introiti dei politici, consiglieri regionali e assessori. Di recente, il neopresidente Enrico Rossi si è vantato di guadagnare meno dei colleghi del Veneto Luca Zaia e della Puglia Nichi Vendola. Ma nero su bianco, come vorrebbe la norma sulla trasparenza, non c’è nulla. Da notizie giornalistiche, i compensi sarebbero effettivamente più bassi. Piuttosto abbondanti invece i rimborsi esentasse.




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Molestie sessuali, quattro preti sospesi in Puglia

di Redazione

Si tratta di anziani sacerdoti della diocesi di Nardò-Gallipoli, nel Salento: sospesi dai loro uffici pastorali dal vescovo, monsignor Domenico Caliandro.

La notizia è pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno che spiega che "non si parlerebbe di pedofilia ma di episodi di molestie e del venir meno dell'obbligo di castità"


Lecce


Quattro anziani sacerdoti della diocesi di Nardò-Gallipoli, nel Salento, sono stati sospesi dai loro uffici pastorali dal vescovo, monsignor Domenico Caliandro, perché coinvolti in episodi di molestie sessuali. La notizia è pubblicata oggi dalla Gazzetta del Mezzogiorno che spiega che, almeno finora, "non si parlerebbe di pedofilia ma di episodi di molestie e del venir meno dell'obbligo di castità da parte dei quattro sacerdoti". Storie analoghe compaiono nelle pagine dell'edizione di Lecce del 'Nuovo Quotidiano di Puglia' dove di parla di un prete che, d'accordo con il vescovo, si è sospeso dalle funzioni per un anno dopo che la donna con la quale avrebbe avuto una relazione, accecata dalla gelosia per le nuove frequentazioni femminili del prete, ha confessato a monsignor Caliandro di aver avuto una relazione con il prete. Il quotidiano riferisce anche che la curia di Nardò sta vigilando su presunte voci di pedofilia che riguardano un sacerdote, ma nello stesso pezzo si precisa che "si tratta di una vecchia storia che si ripropone" e si specifica che sull'episodio "non c'é nessuna denuncia ufficiale". Sul sacerdote sospettato non è stato adottato alcun provvedimento.




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Quando per educare un figlio la madre chiama i carabinieri

Corriere della Sera

Un ragazzino di 13 anni era ossessionato dai videogiochi. I militari gli hanno sottratto la Playstation

GENOVA

Quando per educare un figlio la madre chiama i carabinieri

Un ragazzino di 13 anni era ossessionato dai videogiochi. I militari gli hanno sottratto la Playstation

Che cosa fare con un figlio adolescente che rimane per giorni attaccato al suo videogioco, rintanato in camera, rinunciando ad andare a scuola e rifiutando persino il cibo? Che cosa fare? Troppo tardi per minacciarlo con il classico: guarda che chiamo il lupo cattivo! Un tredicenne non si fa certo intimorire da così poco, e oggi forse anche un bambino di tre anni ci farebbe su una sana risata. Troppo presto per urlare: o la smetti o ti sbatto fuori di casa! Troppo pericoloso cercare di farlo rinsavire con due schiaffoni: i ragazzi di quell’età, oggi, non si sa mai come possono reagire. E poi le sberle sono decisamente fuori moda. Dunque, che fare?

Una mamma dei dintorni di Genova, dopo averle provate tutte, ha deciso di chiamare i carabinieri, come facevano una volta le mogli di fronte a unmarito violento. E pare, infatti, che il ragazzo ricorresse alla violenza allorché la madre cercava di distoglierlo dalla sua ossessione. Insomma, i carabinieri sono arrivati e, dall’alto della loro autorità, hanno fatto quel che i genitori, a quel punto, non sarebbero mai riusciti a fare: hanno sequestrato al ragazzino la console con alcuni «wargame», il cui uso, peraltro, era autorizzato solo agli adulti. Pare che il giovane avesse da poco scoperto la possibilità di collegarsi online con altri utenti per giochi della durata di diversi giorni.

La notizia è di quelle degne di far riflettere a più livelli, e sono domande pressoché tutte scontate: sulla dipendenza psichica indotta da certi congegni elettronici; sulla reclusione volontaria cui si sottopone un ragazzo isolandosi dal mondo esterno; sul potere (quasi nullo?) che ha la famiglia di rompere questa rassicurante ed estraniante coazione a ripetere; sulle relazioni «deboli» di padri e madri con i figli; sul nuovo rapporto degli adolescenti con la realtà (virtuale e/o fisica) eccetera. Diciamo la verità, anche in tempi di famiglie in bilico come i nostri, non è facile accettare alla cieca l'escamotage di quella madre quarantenne (probabilmente in preda a una crisi di nervi): delegare all'autorità costituita la propria responsabilità, per richiamare al mondo il figlio inebetito o in fuga verso altri pianeti non necessariamente felici, anzi.

Ma pur riconoscendo che non è un gran segno di autorevolezza, non è neanche difficile mettersi nei suoi panni (a proposito, dov'era il padre, nel frattempo?): per rompere la routine autistica dell'isolamento adolescenziale, diciamo alla disperata, possono andar bene anche i carabinieri. In fondo sappiamo che negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di adolescenti depressi rimasti barricati nella propria stanza per anni, vittime di giochi elettronici o di altre prigioni online: ne è nata anche un'ampia bibliografia che classifica questi fenomeni generazionali con il termine giapponese hikikomori, che letteralmente significa «confinati», «chiamati fuori».

Chiamati fuori da chi? Da se stessi, al punto da scegliere una non-vita eremitica (con i piedi in casa delle famiglie d’origine e la testa nella blogosfera) piuttosto che affrontare la velocità angosciante del mondo. E non c’è da meravigliarsi che dal Giappone, dove è nata, questa sindrome ( che porta nei casi più gravi all’ospedalizzazione o al suicidio) sia arrivata da anni nei Paesi occidentali, e dunque in Italia. Certo, il ricorso al carabiniere ha tutta l’evidenza dell’ultima spiaggia per genitori disperati: la stessa che induce, appunto, una moglie maltrattata a chiamare il 118. Una terapia choc.

Sarebbe stato molto meglio non arrivare a tanto, ovvio: evitare l’apartheid domestico (è il sociologo Zygmunt Bauman a ritenere che ormai si vive in tanti bunker privati autosufficienti anche all’interno delle proprie case) e magari favorire nei figli un senso della realtà attraverso l’imposizione di qualche limite senza necessariamente aborrire tutto ciò che crea conflitto e divisione. È pur vero che se in passato si sbagliava per eccesso di sicurezza autoritaria (che si chiamava autoritarismo), oggi i genitori sbagliano perché hanno troppo timore di sbagliare: e preferiscono eclissarsi o evitare di prendere posizione. Una telefonata tempestiva ai carabinieri risolve le emergenze (e può essere una fortuna), non aiuta certo a crescere i propri figli.

Paolo Di Stefano
13 giugno 2010



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Pentagono a caccia dell’uomo degli scoop

Corriere della Sera
Il fondatore di Wikileaks potrebbe mettere online migliaia di file top secret

Il sito ha già imbarazzato la Difesa con il video di una strage in Iraq

Pentagono a caccia dell’uomo degli scoop


Julian Assange
Julian Assange
WASHINGTON — Migliaia di documenti segreti della diplomazia americana potrebbero entro breve fare la loro apparizione sulla rete e mettere in serio pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. I servizi del Pentagono stanno freneticamente cercando di rintracciare l'australiano Julian Assange, fondatore del sito Internet Wikileaks, specializzato nella pubblicazione di carte top secret, in un disperato tentativo di convincerlo a non far uscire il materiale apparentemente in suo possesso, la cui pubblicazione metterebbe in grave imbarazzo Washington, rivelando analisi, giudizi riservati e orientamenti strategici degli Usa sull'intera regione mediorientale.

Secondo il Daily Beast, il quotidiano online diretto da Tina Brown, le autorità americane sono convinte che Assange abbia ricevuto in tutto o in parte i 260 mila fascicoli riservati del Dipartimento di Stato, che un analista dello spionaggio militare, Bradley Manning, ha scaricato dai computer governativi e trasmesso al fondatore di Wikileaks per farli pubblicare. Manning, 22 anni, era di stanza in Iraq ed è ora agli arresti in Kuwait, in attesa che un’indagine chiarisca l'entità dell'infrazione. «E' una cosa che prendiamo molto sul serio. Il danno potenziale ai nostri interessi è molto alto», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, P. J. Crowley.

Manning avrebbe avuto accesso ai cable, anche vecchi di alcuni anni, preparati dai diplomatici americani in tutto il Medio Oriente, riguardanti il lavoro dei governi arabi e dei loro leader. Le memorie fisse dei computer da cui ha scaricato i file sono attualmente all'esame degli specialisti del Pentagono. «A Hillary Clinton e ai suoi ambasciatori verrà un infarto, quando una mattina scopriranno che un intero archivio riservato di politica estera è a disposizione del pubblico» avrebbe detto Manning a Adrian Lamo, l'ex hacker che lo ha denunciato al Pentagono, dopo una serie di conversazioni online, durante le quali l'analista si era vantato delle sue imprese. Fra le altre cose, Manning avrebbe anche ammesso di essere stato lui a fornire a Wikileaks il video del 2007, mandato in rete da Assange nello scorso marzo, dove si vede l'attacco di un elicottero americano a Bagdad nel quale vennero uccisi 12 civili, compresi due dipendenti dell'agenzia Reuters.

L'uscita del video mandò in bestia i comandi militari Usa. Ma anche se coronata da successo, la caccia del Pentagono ad Assange potrebbe non servire a nulla. Gli stessi inquirenti coinvolti nella ricerca dell'australiano ammettono che non sia affatto chiaro cosa potrebbero legalmente fare per bloccare la pubblicazione dei documenti sul suo sito. Cerchiamo la sua cooperazione», ha detto al Daily Beast uno dei funzionari coinvolti nell'inchiesta. Assange non ha una dimora fissa. In marzo ha trascorso alcune settimane a Reykjavik, in Islanda, dove aveva organizzato il lancio del video dell'elicottero, titolato «Collateral Murder », assassinio collaterale.

In aprile era stato negli Usa, dove aveva rilasciato alcune interviste. Ma la scorsa settimana, atteso a New York al Personal Democracy Forum, si era collegato via Skype dall'Australia, dicendo che i suoi avvocati gli avevano raccomandato di non tornare in America. Venerdì mattina infine Assange doveva parlare a una conferenza internazionale di giornalisti investigativi a Las Vegas, ma all'ultimo momento ha cancellato per email l'impegno, invocando «problemi di sicurezza». Nel frattempo, Wikileaks mantiene un atteggiamento di ambiguità sulle sue intenzioni. Dapprima ha definito «non corrette », ma non le ha smentite del tutto, le informazioni secondo cui il sito avrebbe ricevuto i 260 mila cable di Manning. Poi, ieri mattina, ha messo le mani avanti, annunciando via Twitter che «ogni segno di comportamento inaccettabile da parte del Pentagono o dei suoi agenti verso di noi sarà condannato». Secondo gli inquirenti federali, il sito fa dei «giochetti semantici », mentre si prepara alla pubblicazione del materiale top-secret: «Forse non hanno tutti i 260 cablogrammi, ma ne hanno abbastanza per combinare guai», ha commentato un analista della Difesa.

Paolo Valentino
13 giugno 2010



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Con le auto in doppia fila metto a posto la pensione»

Il Secolo xix


Una vita in doppia fila. Ai margini. Dei permessi, della legalità, delle strisce bianche, gialle o blu. Senza molestare. Pronti a levare il disturbo al momento giusto. E il giorno dopo ancora lì: al proprio posto, appena fuori dal posteggio. Per ventiquattro anni. 

Chi pensa che parcheggiare in doppia fila sia una cosa “da cinque minuti” dovrebbe passarli, quei cinque minuti, a parlare con Alfredo Bellantonio. Che le auto degli altri le sistema, in un modo o nell’altro, da un quarto di secolo. Lui che, di anni, ne ha ottantaquattro, ma non si direbbe. Probabilmente, (ma si capisce che nessuno gli abbia mai rilasciato un titolo ufficiale) il decano, il grande vecchio dei posteggiatori in città. Forse del mondo, visto che non sono tanti i paesi in cui un anziano si ritrova ad arrotondare la pensione minima con le mance raccolte sull’asfalto di un parcheggio in periferia.

«Tutto regolare», premette lui. Ed estrae dal portafogli un permesso “per attività ambulante” datato 1990, sindaco Campart, tutto spiegazzato. Poi gonfia il petto, se c’è da mettere in mostra l’esperienza: «Ho avuto diciassette auto. Senza contare quelle che mi hanno affidato nella mia carriera da posteggiatore». Mani sicure, quelle di Bellantonio. Delicate quando serve, mani da artigiano. Non a caso: «Lavoravo il legno - spiega - prima, da giovane».

Fino ai sessanta, insomma. «Ebanista. A casa ho ancora statue lignee antiche, roba di Giotto, Michelangelo...», esagera. «La mia bottega era proprio qui vicino». Dice “qui” e indica l’entrata laterale del cimitero monumentale di Staglieno. Il luogo dove il signor Alfredo passa le sue mattinate. Sotto il sole di giugno così come nella pioggerella di novembre, quando l’affluenza al camposanto è al massimo e si raggranella qualche soldo in più.

Non si direbbe, visto il luogo, ma fuori dal cancello c’è parecchio movimento. C’è il baretto dove si fermano tutti coloro che gravitano intorno al cimitero per lavoro. Le macchine che arrivano per i funerali. E chi viene a trovare i propri cari. E poi c’è Bellantonio, in piedi tra le auto. Basette, baffi, cappello da baseball, pelle bruciata dal sole. Una faccia scritta dalle rughe come un vecchio pescatore. Vede chi si aggira alla ricerca di un posteggio e si offre:

«Ci penso io, signora». In un modo o nell’altro, il posto si trova: la Punto, davanti ai cassonetti, la Polo, attaccata al muro di cinta. La seicento in doppia fila, tra i motorini. Arriva un uomo brizzolato, sulla cinquantina, gli lascia un euro, lo saluta, lo ringrazia e si prende le chiavi della sua auto. Una Jaguar. «Mi conosce da tempo - dice tra i baffi il posteggiatore - sa che ci si può fidare». E quanto vale questa fiducia? «Quando va bene, faccio venti euro in un giorno. Praticamente sempre la stessa cifra. Solo che una volta erano quarantamila lire ed erano bei soldi, adesso non ci fai neanche la spesa».




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Balducci, casa in affitto dai Legionari di Cristo»

Il Secolo xix

Clicca qui e leggi il verbale dell’interrogatorio

 

Favori e regalie. Così funzionava il magico mondo degli appalti al tempo della cricca. Dall’incarico a un figlio all’assunzione di un parente. Lo scorso 11 maggio i pm di Firenze interrogano Patrizio Cuccioletta, provveditore ai lavori pubblici al Veneto, Friuli, Trentino e presidente del Magistrato alle Acque di Venezia. In passato è stato al ministero delle Infrastrutture. Il passaggio più clamoroso riguarda Angelo Balducci, l’ex potente numero uno del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. Durante l’interrogatorio emerge il nome di una congregazione religiosa finita negli ultimi mesi al centro delle polemiche: i Legionari di Cristo. Come si arriva a questo passaggio? 

Pm: 6 luglio 2009 , lei parla con De Santis: “stanno tutti ad aspettare, capito? Il grande capo gli ha detto: Coccobello, io ti do il tempo, il sistema di uscirne fuori da solo. Se non ne esci fuori tu sai quali sono le decisioni che devi prendere… Mo’ tra un po’ gli diranno della casa che c’ha come è riuscita a prendere la casa. ecco… questa, questa sua… osservazione a che cosa si riferiva? Al ministro?
P.C.: della casa? Il ministro è quello che gli ha chiesto le cose. Vuole che risponda alla seconda parte?
Pm: Intanto della prima.
P.C.: la prima è il ministro.
Pm: Quindi “il sistema di uscirne fuori da solo, se non ne esce fuori… tu sai quali sono le decisioni”… questo è il ministro.
P.C.: sì.
Pm.: ecco. In questa seconda parte, come è riuscito a prendere la casa?
P.C.: eh… perché la voce che girava… che era di una cosa di… del Vaticano, dei sacerdoti, non so di quale organizzazione. Che era molto chiacchierata, molto, era molto descritta in bello, sull’Appia antica, vicino al consolato tedesco, con tutti i sistemi di videocamera…
Pm: diciamo però dove l’ha presa questa casa? Come l’ha presa? Come… come ne è venuto in possesso?
P.C.: che era… cioè l’ha presa… da quello... dicevano che era in affitto attraverso un’ organizzazione di questi… dei Legionari di Cristo… mi scusi, ma me so’ innervosito… Potrei avere un gocciolo d’acqua?

Cuccioletta va chiaramente in agitazione e l’accenno ai Legionari di Cristo rimane senza sviluppi, nel corso dell’interrogatorio. Eppure rimane un utile spunto per comprendere certe dinamiche. Angelo Balducci è stato un Gentiluomo di Sua Santità, qualifica che ha perso dopo che, dall’inchiesta, sono emerse abitudini sessuali ritenute non consone dal Vaticano. Della sua vicinanza ai “Legionari” si è sussurrato da quando l’inchiesta è decollata, ma la circostanza non ha mai trovato conferme né smentite.

Ma chi sono i Legionari di Cristo? La congregazione religiosa fondata nel 1941 dal sacerdote messicano Marcial Maciel. Nel 2006 viene sospeso a divinis dalla Congregazione per la dottrina della fede per gli atti di pedofilia compiuti su alcuni seminaristi. Nello scorso maggio il Vaticano emette un comunicati durissimo: «I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti di Padre Maciel, confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano, talora, in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso».

L’interrogatorio prosegue. Si parla dei rapporti tra Balducci e Matteoli.

Pm: senta, e poi lei continua “purtroppo se lui non risolve, tu hai letto il coinvolgimento del ministro, no? Matteoli e lui lo ha premiato, nominandolo”. Cioè “nominandolo”, evidentemente, si fa riferimento alla nomina di presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.
Ma a questo punto Cuccioletta “scagiona” Matteoli: «La cosa non attiene a questo governo, attiene all’altro governo. Nonostante tutto ti premiano, ti portano al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ma al momento opportuno, quando succedono certe cose, te scaricano tutti, arrivederci e grazie».
Si parla di raccomandazioni. I pm chiedono di Aldo Linguiti (avvocatura dello Stato) e dell’avvocato Guido Cerruti.
Pm: Linguiti lo conosce lei?
Patrizio Cuccioletta:
Pm: ecco… dico lo conosce bene? Ha avuto modo di incontrarsi?
P. C.: lo conosco, perché è avvocato dello Stato con gli incarichi che ho avuto io più di una volta l’ho incontrato e lo conosco.
Pm: lo conosce bene. Senta e… dunque, ad un certo punto, siamo nell’agosto del 2009 Cerruti si rivolge a lei… per una cosa che interessa Linguiti e in particolare il figlio di Linguiti. Cioè cosa voleva da lei? Cosa volevano? Quale aiuto volevano?
P.C.: noi lì c’abbiamo… lei sa che a Venezia ci sono… i cantieri aperti. Il figlio svolge attività di… per la sicurezza e quindi c’aveva chiesto la possibilità di aiutare il figlio con un incarico in un cantiere.
Pm: l’ha avuto poi l’incarico?
P.C.: penso di sì… penso di sì.





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La lotta continua di "Repubblica"

di Massimiliano Parente

Intercettazioni, contro la legge in discussione, il quotidiano diretto da Ezio Mauro fa come "Lotta continua" negli anni di piombo Sofri, Bocca e Saviano agitano gli animi dei lettori, ma così il rischio è che uno squilibrato giochi a fare il partigiano


 

Non bastavano la continua invoca­zione alla piazza, i girotondi, i popoli vio­­la, gli appelli, i V-day e i No B-day, man­cava la ribellione, la chiamata alle armi vera e propria. Così La Repubblica si im­possessa ormai da settimane di un ger­go militaresco da comunicato delle Br, e solo rimanendo agli editoriali di prima pagina di ieri sembra di leggere una ri­stampa di Lotta continua , e sì che tra gli editorialisti c’è un Adriano Sofri ormai pentitissimo, tra poco lo licenzieranno perché troppo peace and love . Non si tratta più di fare opposizione e criticare una normale legge votata dal Parlamento (e come ricordato ieri dal Giornale già votata due anni fa dal gover­no Prodi), piuttosto di incitare il popolo oppresso alla sovversione.

Poiché c’è un regime, ossia poiché, tradotto in linguag­gio repubblichino, sta governando una maggioranza liberamente eletta e non l’opposizione, Saviano pensa che «ogni persona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta permettendo di salvare il racconto del paese, di dare la possibilità al giornalismo - e non agli sciacalli del ricatto - di resistere. In una parola: sta difendendo la democrazia ». A parte che «in una parola » sono quattro parole, ma tra le parole chiave (oltre alla «democrazia » da usare come il prezzemolo fingendo di tutelarla) ci sono: ricatto, battaglia, sciacalli, bavaglio, e infine, ora e sempre, «resistenza».

A fianco di Saviano un drammatico editoriale di Nadia Urbinati, intitolato, tanto per essere originali: «Disobbedire, per la democrazia». Per dire che «questa legge va fermata nell’interesse della democrazia» (come se non esistesse una Corte costituzionale e come se la maggioranza parlamentare non fosse espressione della democrazia) e quindi invocando la «disobbedienza civile », «ovvero il limite oltre il quale obbedire può contribuire a riconoscere una legge ingiusta ». Non si capisce bene quale sia il limite della disobbedienza e come vada attuata in un paese dove è in atto una «pericolosa politica anticostituzionale», dove si vuole «silenziare le opinioni », «spegnere la mente dei cittadini », renderli «bambini idioti davanti a una televisione che commercia il nulla», ossia «un serraglio di docili sudditi».

Uno scenario da incubo che fa sembrare autori come Orwell e Asimov dei neorealisti senza fantasia. In ogni caso occorre questa extrema ratio : la disobbedienza civile, e quando si disobbedisce si disobbedisce e un regime è un regime, mica c’è bisogno di aver letto Wittgenstein per sapere che le parole sono azioni. Non per altro a chi ha messo una bomba in via Rasella gli abbiamo dato una medaglia e un seggio in parlamento, e senza neppure dirgli che almeno poteva presentarsi e farsi fucilare eroicamente lui anziché farne giustiziare 335 che non c’entravano niente. Infatti non poteva mancare, tra i maestri di ribellione, l’eroe dei due mondi Giorgio Bocca, che ripubblica lo stesso articolo di sempre che dice: Berlusconi è un dittatore e vuole demolire la democrazia.

Così io mi chiedo sempre: ma che razza di vita fa un lettore di Repubblica ? Gli editorialisti alla fine li si capisce, è una pacchia scrivere ogni giorno le stesse cose, ma i lettori? Ci credono? Cosa vedono per strada ogni giorno? Gli omini verdi? L’invasione degli ultracorpi? Come fanno a sopravvivere? Per soddisfare ogni curiosità su Repubblica ieri c’era un bello stralcio di società civile, un contorno armato di tanti postit inviati dai lettori aspiranti resistenti e pronti all’azione, con una Bruna che scrive «vogliono impedirci di sapere. Ribelliamoci », un Pierluigi «sta vincendo la P2», una Letizia «ormai la democrazia è un dettaglio trascurabile », un altro più filosofico «uomini sono morti per la libertà e la verità, oggi muoiono la libertà e la verità».

A forza di leggere Mauro e Bocca in alcuni lettori addirittura i dittatori si moltiplicano, come in Matrix , e quindi «i ladri, i corrotti, la malavita, i potenti, i dittatori e i loro amici non vogliono essere intercettati» ma il biglietto non è firmato, dallo stile potrebbe essere Scalfari o Scalfari, uno dei suoi due io. Alla fine, però, non si capisce una cosa seria: se qualcuno in questo paese dove viene attentata la democrazia, dove si stanno lobotomizzando i cittadini, dove bisogna resistere e disobbedire in ogni modo e con ogni mezzo, se un cittadino civile una mattina si alzasse e prendesse una pistola e la puntasse contro un esponente di questo regime dei Visitors, cosa scriverebbero su Repubblica ? Sarebbe considerato un compagno che sbaglia o gli darebbero una medaglia al valore civile, magari consegnata dal partigiano Saviano?




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Il prestigiatore del calendario è riuscito a superare Giulio Cesare e Gregorio XIII

di Stefano Lorenzetto

Pietro Margiotta, sa dirti automaticamente il giorno corrispondente a qualsiasi data.

"Ma con la mia riforma il primo del mese cadrebbe sempre di lunedì".

Laureato, in attesa di stabile occupazione.

Vive a Sora, il paese della Ciociaria dove nacque Vittorio De Sica.

La sua memoria ha stupito Gerry Scotti. Però a volte dimentica la pappa del cane


 

Lasci perdere, non sono in grado di se­guirla.
«È solo questione di memoria. Il cervello umano può contenere un numero di infor­mazioni enorme. Gli scienziati devono anco­ra trovare un valore definitivo, ma la capacità di stoccaggio, parlando in linguaggio infor­matico, è quantificata tra i 3 e i 1.000 terabyte. Il suffisso “tera” indica la quarta potenza di mille, ossia 10 alla dodicesima potenza, un 1 seguito da 12 zeri, ovvero 1.000 miliardi. Vo­lendo semplificare, un cervello umano può contenere circa cinque volte il numero di in­formazioni della più grande enciclopedia esi­stente».
Il suo di sicuro. Mai assunto Acutil fosfo­ro o altri medicinali, immagino.
«Mai».
Vediamo se riesco a capire la «matesifica­zione del calendario».
«Viene da matèsi , voce dotta caduta in disu­so, dal greco máthesis. Significa matematica . Da manthánein, imparare».
Qualcosa di più semplice proprio non le veniva, eh.
«È un mio pallino creare neologismi per evi­tare le ripetizioni, che detesto. Biotelìa per morte, da bios , vita, e télos , fine, termine. Eli­cònide per poeta, da Elicona, il monte sacro alle muse. Cliòlogo per storico, da Clio, la mu­sa della storia. Non capisco perché Enzo Bia­gi sul mio libro di storia delle medie potesse usare coventrizzare al posto di radere al suo­lo, da Coventry, la città inglese distrutta du­rante la seconda guerra mondiale, e a me debba essere vietato inventare nuove paro­le».
Si diceva del calendario.
«Nell’antica Roma si produceva uno sfasa­mento fra l’anno tropico, solare, e quello civi­le, lunare, ed era approssimativa anche l’ag­giunta del mese intercalare, cosicché i mesi finirono per non corrispondere più alle sta­gioni. Alla situazione pose rimedio Giulio Ce­sare nel 46 a. C., che affidò la riforma all’astro­nomo greco Sosigene. Di qui il calendario giuliano, con un anno bisestile ogni quattro. Ma l’anno tropico non è di 365,25 giorni,ben­sì di 365,2422, e questo creò un’altra sfasatu­ra rispetto al ciclo solare. Ci volle Papa Grego­rio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, duca di Sora, per sistemare un po’ le cose».
Duca di Sora?
«All’incirca. Nel 1580 aveva acquistato il ducato di Sora dai Della Rovere e lo aveva regalato al figlio naturale Giacomo. Tre anni dopo il pontefice decise di intro­durre il calendario gregoria­no, tuttora in vigore, che considera bisestili gli anni di fine secolo soltanto se perfettamente divisibili per il divisore 400. Però in questo modo si crea ugual­mente uno scarto di tre ore ogni 400 anni. Dopo 3.200 anni manca all’appello un giorno».
Urge un’altra riforma del calendario. Mi lasci indovinare: la sta prepa­rando lei.
«Ci ho scritto un libro. Impossibile spiegarla in un articolo di giornale».
Si sforzi.
«In due parole: nel mio calendario qualsiasi giorno, di qualsiasi mese, è uguale. Il 1˚ sareb­be sempre lunedì, il 3 sempre mercoledì, il 21 sempre domenica. Un bel vantaggio, no? Ammesso che tutti i Paesi lo applicassero, visto che il calendario gregoriano in Russia fu in­trodotto solo dopo la Rivoluzione d’otto­bre».
Ma resterebbe valida la filastrocca «30 giorni ha novembre, con april, giugno e settembre, di 28 ce n’è uno, tutti gli altri ne han 31»?
«No, i mesi sarebbero 13 di 28 giorni ciascu­no».
Nessuna discordanza col ciclo solare?
«Be’,non proprio. Ogni cinque anni e mezzo andrebbe introdotta una settimana intera di recupero alla fine di febbraio o di qualsiasi altro mese. Il tutto spiegato in estrema sinte­si, perché il calcolo, lo ripeto, è più complica­to».
Vabbè, torniamo alla sua specialità. Sa dirmi il nome di un personaggio famoso nato di lunedì?
«Alessandro Manzoni, 7 marzo 1785».
Di mercoledì?
«Niccolò Machiavelli, 3 maggio 1469».
Di sabato?
«Leonardo da Vinci, 15 aprile 1452».
Non vado a controllare. Semmai la figu­raccia la fa lei.
«Tranquillo».
Ho letto che ha applicato la matematica ai giochi a premi.
«Molti giocatori che fanno la schedina si ri­volgono a me perché gli dica quante probabi­lità hanno di vincere e io gli faccio subito il calcolo a mente».
E quante sono queste probabilità?
«Al Totocalcio ci sono 531.441 combinazioni per il 12 e 1.594.323 per il 13. Siccome la gioca­ta minima è di due colonne, chi voglia tenta­re la fortuna spendendo il meno possibile ha una possibilità su quasi 800.000 di azzeccare l’intera combinazione. Al lotto c’è una proba­bilità su 400,5 che esca un ambo, una su 11.748 il terno, una su 511.038 la quaterna, una su 43.949.268 la cinquina».
Si ricorda in che anno fu scoperta la peni­cillina?
«Nel 1928».
Ma Alexander Fleming ne diede l’annun­cio solo il 13 febbraio 1929.
«Era mercoledì».
Si ricorda la data dello schiaffo di Ana­gni?
«E ci mancherebbe altro: 7 settembre 1303. Un sabato. Sciarra Colonna, emissario di Fi­lippo IV il Bello, schiaffeggiò Papa Bonifacio VIII per intimargli di ritirare la bolla di scomu­nica del re di Francia. Anagni sta qui in Cio­ciaria, a due passi».
Per quello gliel’ho chiesto. Come si vive in Ciociaria?
«Malissimo. Poco lavoro e tanta mafia. Quel­la dei colletti bianchi. Sì, insomma, mafia po­litica. Mio padre dice sempre che si può trat­tare soltanto con quelli che abitano dalla To­scana in su. Non ha tutti i torti».
Perché ciociaro è diventato sinonimo di beota, come il Martufello che lo incarna in televisione?
«Perché è un tipo alla buona, vissuto per lun­go tempo sotto il dominio spagnolo. E gli spa­gnoli, si sa, proprio campioni di efficienza non sono».
Ma lei non dimentica mai nulla?
«Di dar da mangiare a Diana, il nostro levrie­ro russo di purissima razza Borzoi».
Non lo sa che il nostro cervello è program­mato per cancellare periodicamente i ri­cordi nocivi?
«Sì, lo so, ma che posso farci? Anche fra 50 anni io mi ricorderò che l’11 dicembre 2009, un venerdì, mio fratello è stato sottoposto a cardioversione farmacologica per una fibril­lazione atriale. Il giorno peggiore della mia vita».
Che cosa fanno i ragazzi a Sora?
«Niente, purtroppo. Ozia­no nei bar. Manca il lavoro, gliel’ho detto».
Se ne andrebbe da Sora?
«Sì. Mi basterebbe trasferir­mi ad Avezzano. Lì lavoro ce n’è».
Sembra che lei guardi l’Italia con un cannoc­chiale rovesciato: ingran­disce particolari super­flui e non si occupa del quadro d’insieme. Da un laureato in economia ci si aspetterebbe di più.
«E lei pensa che se io potes­si esporre le mie idee qual­cuno mi offrirebbe il modo per realizzarle?».
Di che vive?
«Sopravvivo a 1.000 euro al mese. Sono già più fortunato della maggio­ranza dei miei coetanei ciociari».
Il giorno che la memoria comincerà a de­clinare, per lei sarà una tragedia.
«Spero di no. Lo considero un evento più fi­siologico che patologico. Non è che la vita de­gli uomini sia poi questa gran cosa: 880 mesi, 3.810 settimane, 27.000 giorni, 648.000 ore, 39 milioni scarsi di minuti, 2 miliardi e mez­zo di battiti cardiaci, mezzo miliardo di respi­ri, 700 tagli di capelli».

(499. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Le Regioni autonome tra spese e privilegi: ecco chi fa e chi disfa

di Marcello Foa

Sorpresa, record di uscite in Valle d’Aosta: 8.744 euro per abitante

Nelle isole per scuola e giustizia sprecato oltre il 50% delle risorse.

Nessuna delle cinque amministrazioni risulta in attivo.

Le differenze sono però abissali. 

In Sicilia gli assessori costano il quadruplo che in Lombardia



 

Tre al Nord, due al Sud; unite dai privilegi. E dai miliardi. Tanti miliardi. Da sempre le cinque Regioni a statuto speciale se la cavano egregiamente. Vecchia storia, che suscita non poche invidie tra i contribuenti delle Regioni ordinarie. Vecchia, ma in gran parte inesplorata. Quanto ci costano davvero? E come spendono i fondi? Il viaggio nei conti di Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna inizia con una sorpresa.

CHI SPENDE DI PIÙ?
È opinione condivisa, anche se non sempre gradita, che il Nord mantenga il Sud. Il che è vero per l’Italia nel suo insieme, ma esaminando solo le cinque Regioni a statuto speciale, emerge un quadro alquanto diverso. Qual è la Regione con la spesa pubblica pro capite più elevata? Secondo i calcoli dal Centro Studi Unioncamere del Veneto riferiti a bilanci del 2009, il poco onorevole primato spetta alla Valle d’Aosta con 8.744 euro. Al secondo posto il Trentino-Alto Adige con 5.830 euro, poi il Friuli-Venezia Giulia con 4.481 euro, quarta la Sardegna con 3.723, ultima la Sicilia che con 3.163 euro spende mediamente per ogni cittadino, meno di tutte le altre.
Possibile? Sì. Il sociologo Luca Ricolfi conferma. Elaborando i dati del 2006 con il criterio della spesa discrezionale, la graduatoria risulta analoga. Dunque: la Sicilia è la regione meno assistita. In teoria, la realtà è diversa. Molto diversa.

ENTRATE E DISAVANZI
Per scattare una fotografia più nitida, la spesa da sola non basta; bisogna considerare anche le entrate e dunque il cosiddetto residuo fiscale. Gergo strano, quello degli economisti, e non di immediata comprensione. Il residuo fiscale è semplicemente la differenza fra tutte le entrate (fiscali e di altra natura) che le amministrazioni pubbliche prelevano e le risorse che spendono in un determinato territorio. La ricerca più recente è quella della Cgia di Mestre.

Premessa: nessuna delle cinque Regioni è in attivo. Sebbene possano trattenere gran parte delle imposte raccolte e godano di una spiccata autonomia legislativa, sono tutte in rosso. Ma con differenze sostanziali. Al primo gruppo appartengono Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Aldo Adige con un deficit pro capite attorno ai 2mila euro; le altre sfondano quota 4mila con il primato negativo della Valle d’Aosta che sfiora i 5mila euro. Un altro duro colpo alla reputazione dei valdostani.
Eppure considerando le cifre assolute il quadro cambia ancora.

Il deficit della Valle D’Aosta risulta di appena 617 milioni di euro, quello della Sicilia di quasi 22 miliardi, la Sardegna segna 7 miliardi, le altre due regioni si limitano a rossi di due miliardi ciascuna. Dunque, riepilogando: le tre regioni settentrionali costano alla collettività 4,8 miliardi, le due del sud ben 28,8 miliardi.
Un abisso, che fa riflettere. E che ribalta il responso della prima tappa. La Sardegna da sola genera un deficit che è una volta e mezzo quello delle tre regioni del Nord, la Sicilia addirittura quattro volte e mezzo. E non è finita qui.

IL VERO SPRECO
Luca Ricolfi è piemontese. I suoi modi sono garbati, l’eloquio è raffinato, ma il suo spirito è libero. Contrariamente a molti accademici non cerca di seguire l’onda, né di assecondare il pensiero dominante; ma va a verificare, di persona, dati e situazioni. Nel bel saggio Il sacco del Nord (Guerini e associati editore), il sociologo ha indossato anche i panni dell’economista, con risultati sorprendenti.
«Il residuo fiscale indica quanto di spende, ma non come si spende», dichiara al Giornale.

Ovvero: i fondi generosamente elargiti dallo Stato centrale sono usati per arricchire il territorio o finiscono nel nulla? Il responso di Ricolfi è netto: «Il livello della spesa pubblica delle tre Regioni a statuto speciale del nord è eccessivo, ma i risultati che ottengono sono spesso eccellenti». Qualche esempio: la Giustizia civile di Bolzano è la più efficiente d’Italia e ogni anno contende il primato a Torino. I livelli scolastici del Friuli o del Trentino sono ottimi, ben sopra gli standard europei. Insomma, molto spesso c’è un ritorno sul territorio, a beneficio, diretto o indiretto, del cittadino, confermato dai dati sulla ricchezza personale. Le tre Regioni del Nord registrano redditi pro capite di circa 23 mila euro, oltre la media della Ue. E sperperano poco.

Il sociologo torinese ha esaminato le voci che riguardano sanità, scuola, giustizia civile e sistema carcerario, che rappresentano il 75 per cento della spesa complessiva. Nelle tre Regioni settentrionali il tasso medio di spreco è molto basso, inferiore al 15 per cento.
Nel Mezzogiorno è un’altra storia. Il livello di spesa di Sicilia e Sardegna è accompagnato da un pessimo utilizzo delle risorse finanziari. In queste due regioni il tasso di spreco è superiore al 50 per cento. Dunque, i servizi pubblici costano molto e rendono poco, meno della metà di quanto dovrebbero. I redditi pro capite crollano sotto i 14mila euro.

Se si considera l’evasione fiscale, il contesto diventa ancora più fosco. Ricolfi definisce l’intensità dell’evasione (contributiva e fiscale) come il rapporto tra gettito evaso e gettito proveniente da redditi occultabili (praticamente tutti eccetto le pensioni e gli stipendi pubblici). Seguendo questo criterio il Friuli-Venezia Giulia è la regione più virtuosa con un’intensità di evasione pari al 24,7%, seguita dal Trentino-Alto Adige con il 26,2% e la Valle d’Aosta con il 27,6%. Poi si apre una voragine: la Sardegna è al 51,3%, la Sicilia al 63,4%. Dunque, a Cagliari e dintorni solo un cittadino (o un’azienda) su due pagano il dovuto al fisco, a Palermo meno di quattro su dieci.
E tutto torna. Anche a statuto speciale, e dunque privilegiate rispetto a quelle ordinarie, le Regioni del Nord sono di gran lunga più efficienti e trasparenti di quelle del Sud. Rendono di più e costano, in assoluto, di meno.

http://blog.ilgiornale.it/foa





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Cricca, un milione di regali agli amici

La Stampa

In cambio di favori case ma anche Rolex, cene e vacanze di lusso
GUIDO RUOTOLO
INVIATO A FIRENZE

Che banda di scrocconi quelli del «sistema gelatinoso». Insomma, la «cricca» e i personaggi entrati in contatto con questo mondo un po’ ministeriale e un po’imprenditoriale. Si sapeva dei regali, degli orologi, delle cene, delle vacanze. A conti fatti - si legge in un allegato del Ros - la cricca in due anni ha fatturato circa un milione di euro in regali.

A voler essere ancora più precisi nella stima del fatturato degli scrocconi, dovremmo poi aggiungere, per esempio, i lavori di ristrutturazione degli appartamenti di Diego Anemone e, naturalmente, le case degli Scajola, Incalza, Pittorru comprate con il contributo di Anemone. E poi quelle in affitto garantito sempre da Anemone, come quella di Guido Bertolaso in via Giulia. E poi uno si dovrebbe porre una domanda semplice semplice: si tratta di banda di benefattori o la cricca ha investito un milione e molto di più in regali perché in cambio ha ottenuto lavori, favori, e appalti? Perché è vero che alcuni beneficiari dei regali la Procura di Firenze li ha iscritti nel registro degli indagati, ma per esempio in questa inchiesta sono coinvolti anche personaggi come Mauro Masi, direttore generale della Rai, o l’ex segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, oggi presidente della Federazione editori, Carlo Malinconico. Il primo si impegna per fare assumere un suo protetto, il secondo si fa offrire vacanze in alberghi di lusso - come «Il Pellicano» di Porto Ercole - per un importo complessivo di circa 20.000 euro.

Negli atti finali depositati a Firenze, si documenta, per esempio che Angelo Balducci, tramite Anemone, ha coinvolto l’imprenditore Francesco Piscicelli nell’organizzazione di una vacanza (a spese di Piscicelli) del professore Carlo Malinconico in un albergo dell’Argentario, «Il Pellicano» appunto. «Dal successivo riscontro documentale - si legge nella informativa del Ros - è stato rilevato in sintesi che, tra il 2007 e il 2008, il prof. Malinconico ha soggiornato più volte presso la struttura alberghiera «Il Pellicano», e le relative spese quantificate in complessivi euro 19.876,00 sono state pagate, con varie modalità, da Francesco Maria Piscicelli».

Un solo accenno alle intercettazioni telefoniche, che rappresentano gli spunti investigativi che sono stati verificati (attraverso le prove documentali e gli interrogatori). Dunque «alle ore 16.21 del 28 aprile 2008, Diego Anemone, facendo capire che la sollecitazione perviene da Angelo (Balducci), chiede a Piscicelli di prenotare all’hotel Pellicano un soggiorno per Carlo con la “M” il cognome, per il periodo ricompreso tra il 1° e il 5 maggio». E al telefono spiega: «Ma più tardi ci possiamo vedere due minuti? Perché mi chiede questo quel signore... tu un certo Pellicano l'1 ... il 2 il 3 e il 4, pensavo diciamo all'altro discorso io insomma o lui ... Angelo no! ... andrebbe fatta una riservazione per l'1 il 2 il 3 e il 4 .... dicendomi che tu c'hai possibilità di farlo per quel signor Carlo ... con la “M” il cognome no? E poi ci vediamo insomma e mi dici tutto no, perché l'ha chiesto a lui e quindi lui ci tiene ... Angelo».

C’è poi il capitolo degli orologi che il povero Piscicelli è costretto a comprare (a metà) per regalarli a Fabio De Santis, il provveditore alle opere pubbliche in Toscana, e a Maria Pia Forleo, dirigente di via della Ferratella, per «ricompensarli», come spiega al telefono al cognato Pierfrancesco Gagliardi lo stesso Piscicelli, «del loro apporto per la positiva risoluzione del problema del "cantiere Scuola Marescialli"».

Gli scrocconi ne approfittano anche delle cene. Come quella documentata al ristorante romano «Il Bolognese». E’ sempre il tartassato Piscicelli la vittima sacrificale. E’ lui che viene sollecitato da Balducci a organizzare e pagare la cena. Il 20 ottobre del 2009, Piscicelli chiama il ristorante. Parla con il direttore Antonello: «Buongiorno, è Piscicelli... una cortesia, un tavolo per 16 persone, per stasera, a nome Balducci». Verifica documentale: fattura per 15 coperti, tavolo 82, importo 1.870 euro. C’è un’altra chicca, tra le carte depositate. Il riferimento è al ricevimento al Four Seasons di Firenze offerto dal neo provveditore alle opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis. I carabinieri hanno recuperato i nomi degli invitati. E la fattura pagata per la serata: 21.795 euro. Auguri alla cricca.




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