venerdì 18 giugno 2010

Neo-Brigate Rosse: Morlacchi e Virgilio possono lasciare il carcere

Corriere della Sera

I due sono stati rinviati a giudizio.

Il processo si aprirà il prossimo 16 settembre

La Cassazione ha annullato la misura cautelare nei loro confronti

Neo-Brigate Rosse: Morlacchi e Virgilio possono lasciare il carcere




ROMA

Potrebbero lasciare il carcere in mattinata Manolo Morlacchi, 39 anni, e Costantino Virgilio, 34, coinvolti nell'inchiesta della procura di Roma su un gruppo ritenuto interessato alla ricostituzione delle Nuove Brigate Rosse. Giovedì la prima sezione della corte di Cassazione ha annullato la misura cautelare nei loro confronti accogliendo il ricorso presentato dal loro legale. Il giudice ha, invece, respinto quello presentato dalla procura romana.

PROCESSO - Morlacchi, figlio Piero, uno dei fondatori delle Br, e Virgilio furono arrestati il 18 gennaio scorso a Milano e sono attualmente detenuti nel carcere di Catanzaro. I due sono stati rinviati a giudizio, il processo è stato fissato per il 16 settembre assieme a Luigi Fallico, ritenuto dagli inquirenti il capo della cellula; Bruno Bellomonte, 61 anni; Beniamino Vincenzi, romano di 39 anni; Riccardo Porcile, 40 anni, e Gianfranco Zoja, 56 anni, entrambi genovesi; Francesco Palladino e Maurizio Calia. Uno degli imputati, Vincenzo Bucciarelli, 77 anni, ha patteggiato la pena di un anno e 8 mesi di reclusione per violazione della legge sulle armi. Associazione con finalità di terrorismo, banda armata e violazione della legge sulle armi i reati contestati, a seconda delle singole posizioni, agli imputati. Tra gli episodi contestati, il fallito attentato del 26 settembre 2006 alla caserma Vannucci di Livorno, attribuito dagli inquirenti a Porcile, Zoja e Fallico, e il progetto di un attentato alla Maddalena in occasione del G8, poi tenutosi all'Aquila. (fonte: Ansa)


18 giugno 2010





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I giudici Usa: gli sms dei dipendenti pubblici possono essere intercettati

Corriere della Sera

La sentenza riguarda però solo i messaggi (anche
privati) spediti con gli apparecchi aziendali

La decisione della corte suprema

I giudici Usa: gli sms dei dipendenti pubblici possono essere intercettati


MILANO – Il fine giustifica i mezzi, secondo i nove giudici supremi americani che, in una sentenza destinata a far discutere, ammettono unanimamente la liceità delle intercettazioni testuali dei dipendenti pubblici. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza che allarmerà i dipendenti governativi, secondo la quale il Dipartimento di polizia di Ontario, in California, non ha violato il diritto alla privacy di un proprio dipendente controllandone i messaggi di testo inviati attraverso un cerca-persone. La decisione rappresenta uno sforzo preliminare per definire, nell'era digitale, i diritti dei dipendenti pubblici legati al Quarto Emendamento, che difende i cittadini da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli.

CITY OF ONTARIO VS. QUON - Il caso numero 08-1132 vede l'amministrazione della città californiana contrapposta al sergente Jeff Quon, “reo” di aver usato un cerca-persone, datogli in uso per lavoro, per scambiare messaggi con la moglie e l'amante che i giudici stessi hanno definito «per usare un eufemismo, sessualmente espliciti». Il poliziotto sostiene che la lettura dei suoi focosi messaggi di testo da parte del suo comandante abbia rappresentato una violazione della propria privacy. In realtà nella città di Ontario è in vigore una regola, che Jeff Quon aveva sottoscritto, che prevede il monitoraggio dell'uso di Internet e delle comunicazioni via e-mail dei dipendenti pubblici, ma non fa esplicito riferimento ai messaggi di testo, per i quali è comunque previsto un limite di 25 mila caratteri, oltre i quali sono i dipendenti stessi a doverne sostenere il costo.

LA SENTENZA - In completo accordo i nove giudici della Corte Suprema, smentendo una precedente decisione della Court of Appeals for the Ninth Circuit americana che aveva definito i metodi di controllo eccessivamente intrusivi, non hanno rilevato alcuna violazione dei diritti garantiti dal Quarto Emendamento. «La città - scrive il giudice Anthony M. Kennedy - ha un legittimo interesse nel verificare che i propri dipendenti non siano costretti a pagare di tasca loro spese collegate al lavoro e che l'amministrazione comunale non debba sostenere i costi di eccessive comunicazioni personali». L'unico giudice leggermente contrario all'approccio alla questione è stato Antonin Scalia: «Applicare il Quarto Emendamento alle nuove tecnologie talvolta è difficile, ma quando è necessario per dirimere una questione, non abbiamo scelta. Il fatto che i tempi stiano cambiando è soltanto una flebile scusa per non stare alle regole».

Emanuela Di Pasqua
18 giugno 2010



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British Museum: in mostra i papiri inediti del «Libro dei morti»

Corriere della Sera

Alcuni furono acquistati alla fine del XIX secolo, ma mai esposti per la loro fragilità

Dal 4 novembre

British Museum: in mostra i papiri inediti del «Libro dei morti»


La pesatura del cuore dello scriba Hunefer (da  Britishmuseum.org)
La pesatura del cuore dello scriba Hunefer (da Britishmuseum.org)
MILANO 

Il viaggio nell'aldilà secondo gli antichi Egizi. Si annuncia come una delle mostre più affascinanti dell'anno ed è pronta a svelare i segreti del misterioso mondo ultraterreno di una delle civiltà più importanti dell'antichità. In novembre al British Museum di Londra sarà inaugurata l'esposizione Viaggio nell'aldilà: il Libro dei morti nell’antico Egitto: gli appassionati di egittologia oltre a contemplare splendidi sarcofagi, antiche statue e inimitabili gioielli, potranno ammirare per la prima volta decine di inediti papiri che raccontano il percorso che secondo la religione egiziana ogni defunto doveva compiere per guadagnarsi l'immortalità. Non è una «copia unica». Un analogo libro dei morti, infatti, è esposto al Museo Egizio di Torino ed è una delle attraattive più importanti del museo italiano. E' tuttavia la prima volta che il «libro» in possesso del British Museum viene messo a disposizione del pubblico.

RACCOLTA DI OPERE - Il Libro dei morti non era un testo unico, ma una raccolta di opere diverse su papiro e lino che avevano lo scopo di guidare il defunto nell'oltretomba. Alcune di queste illustrazioni furono usate per oltre mille anni e le più antiche risalgono a oltre 3.500 anni fa. Attraverso suggerimenti e ammonimenti, le illustrazioni e i geroglifici presenti sui rotoli raccontano i pericoli del mondo dei morti. Molti papiri furono acquistati dal British Museum alla fine del XIX secolo, ma sono stati per molti anni custoditi in diversi caveau perché ritenuti troppo fragili.

Tuttavia grazie alle nuove scoperte scientifiche e alle più moderne tecniche di conservazione adesso gli esperti del British Museum assicurano che i preziosi documenti non rischiano più di essere danneggiati e finalmente hanno deciso di presentarli al grande pubblico. Tra i documenti più famosi in mostra vi sarà anche Il Libro di Hunefer, un papiro del XIII secolo a. C. che racconta il viaggio nell'oltretomba del potente scriba Hunefer vissuto a Tebe durante la diciannovesima dinastia. Lo scriba sarebbe stato al servizio del faraone Seti I e avrebbe goduto di grande rispetto e stima.

IL VIAGGIO DELLO SCRIBA - Il papiro di Hunefer, celebre per i suoi incredibili colori e per la sua chiarezza, misura 5,50 metri. In una delle prime illustrazioni si può ammirare, accanto al sarcofago che conserva il corpo dello scriba, una stele funeraria su cui è impresso il nome del defunto e una preghiera a Osiride, dio della morte e dell'oltretomba. Nella preghiera si chiede che l'anima dello scriba possa raggiungere l'aldilà. Dopo aver illustrato i tanti sacrifici offerti agli dei per ottenere l'immortalità, arriva la prova della psicostasia: la cerimonia della pesatura del cuore nella «stanza delle due verità» alla quale ogni defunto doveva sottoporsi per poter accedere all'aldilà.

Secondo gli egiziani essa serviva a stabilire la purezza d'animo del defunto: il cuore di Hunefer è posto su un piatto di una bilancia da Anubi, il dio dell'imbalsamazione. Sull'altro piatto vi è una piuma che rappresenta Maat, simbolo dell’ordine cosmico e della giustizia. Se il cuore del defunto risulta più pesante della piuma, sarà dato in pasto ad Ammit, il mostro che si trova ai piedi della bilancia e che racchiude in sé gli animali più pericolosi dell'Egitto: il coccodrillo, il leone e l'ippopotamo. Ma come mostrano le successive illustrazioni, il cuore dello scriba è più leggero della piuma e supera la prova. L'ultima scena del papiro mostra un trionfante Hunefer pronto ad accedere all’Aaru, il Paradiso degli antichi egizi.

Francesco Tortora
18 giugno 2010



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Radici lontane per la Shoah

Avvenire

Le parole che usiamo  per definire l’ostilità antiebraica sono nate tardi, assai più tardi del fenomeno che intendono descrivere. È solo in tempi assai recenti che appaiono sia il termine «antigiudaismo», con cui designiamo oggi un’opposizione nei confronti degli ebrei caratterizzata in senso religioso e diretta in particolar modo contro l’ebraismo post-biblico, sia quello di «antisemitismo», con cui designiamo un’ostilità antiebraica a carattere prevalentemente razziale. «Antisemitismo», infatti, è un termine che si afferma nel linguaggio comune soltanto nel 1879, dopo essere stato usato dal giornalista tedesco W. Marr nel corso di una violenta campagna giornalistica contro gli ebrei.

Quanto ad «antigiudaismo», che descrive un fenomeno assai più antico, è termine ancora più recente che appartiene, nella sua forma sostantivata, alla seconda metà del XX secolo, anche se è coniato sul più antico aggettivo «antigiudaico» e sulla tradizione, affermatasi già nella prima età patristica, degli scritti contra Iudaeos. In realtà, fino a che la teologia cristiana aveva considerato naturale considerare gli ebrei come il simbolo dell’errore e accettarne la presenza nella società cristiana solo entro uno statuto di inferiorità, l’ostilità verso di loro non aveva avuto bisogno di un nome. L’insegnamento del disprezzo verso gli ebrei era una parte fondamentale dell’insegnamento religioso, quello che individuava l’errore per esaltare la verità del Cristo.

La teologia sostitutiva, che affermava che Dio aveva sostituito il suo originario patto con gli ebrei con quello con i cristiani, faceva da base a questo «disprezzo», formulato all’interno della stessa liturgia in espressioni codificate di ostilità antiebraica. Ma definirla «ostilità», almeno fino a che restava entro questi steccati, sarebbe apparso, ai suoi stessi sostenitori, del tutto fuori posto.

Naturale, invece, che il bisogno di una definizione emergesse con forza dopo che gli ebrei ottennero, con l’Emancipazione, l’uguaglianza. È in questo momento, in cui le vecchie formule antiebraiche stanno divenendo desuete, che l’ostilità si rinnova e prende un nome specifico, quello appunto di  antisemitismo. Un nome nuovo per qualcosa comunque di nuovo, di radicalmente diverso dalle vecchie formule antigiudaiche, ma che in quegli ultimi decenni dell’Ottocento è talmente mescolato con esse da consentire distinzioni nette solo con grandi difficoltà.

Prendiamo la questione del Talmud, il testo basilare dell’esegesi rabbinica della Torah, che nel 1871 il canonico tedesco August Rohling attaccò come blasfemo ed anticristiano, in uno scritto, Der Talmudjude, volto soprattutto a contrastare l’odiata emancipazione degli ebrei. Erano, le sue, affermazioni che rientravano pienamente nella tradizione antigiudaica più consolidata: opposizione all’emancipazione in quanto parificazione della verità cristiana all’errore ebraico, attacchi ad un testo proibito già dalla Chiesa, nei territori ad essa sottoposti,  fin dal Cinquecento.

Eppure, il libro di Rohling fu accolto con entusiasmo  in Francia dall’alfiere del nuovo antisemitismo razzista, Edouard Drumont, che ne scrisse la prefazione per l’edizione francese. La diffusione dello scritto di Rohling non diede solo adito ad un rinnovarsi delle polemiche anti-emancipatorie, ma traghettò molta parte delle formule antigiudaiche tradizionali nel nuovo antisemitismo politico e razziale.

Ancora più complesso è il caso dell’accusa di omicidio rituale, la credenza cioè che gli ebrei fossero soliti sacrificare un bambino cristiano ogni anno in occasione della Pasqua ebraica, per scopi rituali e anticristiani. Nel Medioevo, questa accusa era stata espressione di violenze dal basso più che della Chiesa, che in molti casi l’aveva condannata formalmente. Non si può quindi, a rigore, definirla come un’accusa antigiudaica, anche se è certamente un’accusa munita di una lunga tradizione nell’Occidente cristiano.

Ebbene, nell’Ottocento essa diventa un tema ricorrente della pubblicistica antisemita, a cominciare dallo stesso Rohling, fino a provocare nell’Est d’Europa pogroms e processi, mentre in Italia fu sostenuta con veemenza anche da molta parte della stampa cattolica, a cominciare dalla rivista dei gesuiti, la Civiltà Cattolica.

Espressione, quindi, dell’antigiudaismo o del nuovo antisemitismo? I confini, in questo caso, appaiono decisamente sfumati. Più facile, forse, nella Francia di fine Ottocento, far rientrare  nell’ambito dell’antisemitismo politico e non dell’antigiudaismo tradizionale le accuse di doppia appartenenza rivolte agli ebrei in occasione dell’affaire Dreyfus: il caso dell’ufficiale ebreo accusato ingiustamente di tradimento in favore della Germania. Quest’accusa non parla infatti il linguaggio della religione, bensì quello del nuovo nazionalismo.

Ma come spiegare, se non con il ricorso all’ostilità antiebraica tradizionale, il fatto che l’intera Francia cattolica sostenne a spada tratta la colpevolezza dell’ufficiale ebreo e appoggiò i moti antisemiti? Dove trarre, qui, il confine tra antigiudaismo e antisemitismo? Più netti sono, evidentemente, i confini tra antisemitismo razziale e antigiudaismo. Per l’antigiudaismo, il battesimo cancella l’appartenenza ebraica, per l’antisemitismo gli ebrei sono una razza diversa, e non esiste battesimo in grado di mutarne la natura. È obbedendo a questa ideologia che ebrei battezzati furono deportati dai nazisti insieme con quelli non battezzati, che Edith Stein, e come lei tanti cattolici di origine ebraica morirono ad Auschwitz e negli altri campi: ciò che contava era la razza, non la credenza.

Eppure, anche qui i confini erano stati abbattuti, o perlomeno confusi, almeno una volta nella storia. Fu nella seconda metà del Quattrocento, in Spagna, quando le leggi di limpieza de sangre considerarono i convertiti, nonostante il battesimo ricevuto, come ebrei, e in quanto tali da discriminare e mettere sotto accusa.

È vero che all’inizio, nel 1449, un papa Niccolò V condannò queste norme come eretiche, in quanto negavano di fatto la validità del battesimo, ma alla fine i pontefici furono costretti ad accettarle, anche se solo per la Spagna. E quando, nella seconda metà dell’Ottocento, la cultura della razza permeò in profondità la società europea, la Chiesa non fu certo partecipe di questa profonda svolta culturale, ma nemmeno si impegnò con forza per metterne in luce la natura profondamente anticristiana. Lo scontro maturò molto più tardi, con l’enciclica Mit Brennender Sorge di Pio XI, del 1937, e la sua condanna nettissima  del razzismo nazista. Ciò nonostante, fra il 1938 e il 1939 l’antisemitismo razzista si richiamò alle secolari discriminazione antiebraiche della Chiesa per sottolinearne la continuità con le leggi del 1938, e tentò in nome di quella convergenza tra antigiudaismo e razzismo di tirare dalla sua esponenti anche autorevoli del mondo cattolico, come padre Gemelli.

Per un momento, sembrò che questa linea di accordo tra razzismo e cattolicesimo, portata avanti non senza esitazioni da Farinacci e Gemelli,  avesse un qualche successo, ma nel settembre 1939 intervenne il Sant’Uffizio, bloccando quest’infiltrazione razzista dentro il cattolicesimo ed eliminando il rischio di un compromesso tra cultura della razza e Chiesa cattolica.
Anna Foa




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Caldoro: «Bassolino licenziò 3mila forestali Al lavoro per il pagamento degli stipendi»

Il Mattino di Napoli

  

NAPOLI (18 giugno) - «Quando la giunta regionale precedente (guidata da Antonio Basslino, ndr) ha firmato lo sforamento del patto di stabilità ha licenziato, dalla sera alla mattina, 3.500 forestali a cui si aggiungono 1.200 stagionali».

È quanto afferma il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, in relazione alla questione del mancato pagamento degli stipendi ai forestali che oggi hanno protestato a Napoli. «Si tratta di 5mila persone in tutto - ha detto a margine del convegno Europa-Cina, in corso a Castel dell'Ovo - e stiamo lavorando per garantire loro il pagamento degli stipendi dopo un atto di licenziamento».

Il punto è che i fondi per gli stipendi, come ha precisato Caldoro, «sono stati inseriti nella parte di indebitamento del bilancio regionale». Ma lo sforamento del patto, come ha ribadito Caldoro, «non consente il ricorso all'indebitamento. Chi ha sforato sapeva che non avrebbe potuto pagare».

«È un obbligo nostro risolvere il problema - ha aggiunto - e dobbiamo farlo con una manovra di bilancio e trovare all'interno del bilancio i tetti entro i quali per una soluzione». «Quella dei forestali - ha concluso - rispecchia la situazione economica della Campania».





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Indagini su coop padovane "Processateli per truffa all’Ue"

Il Mattino di Padova

Conclusa l’indagine sui fondi europei alle cooperative padovane dell’area di Comunione e liberazione. Più di mezzo milione di euro dall’Ue, dal ministero del Lavoro e dalla Regione Veneto, incassati per prestazioni mai avvenute, come corsi di formazione spesso fantasma

PADOVA Oltre 561.476 euro, finanziati dal Fondo Sociale Europeo, dal Ministero italiano del Lavoro e dalla Regione Veneto, incassati sulla base di fatture emesse soltanto per giustificare prestazioni, in realtà, mai avvenute. Una vera e propria truffa. Anzi, una consorteria della truffa con un marchio di fabbrica illustre: quello della Compagnia delle Opere, braccio operativo di Comunione e Liberazione, nella cui galassia ruotano dirigenti e società che rischiano di finire a processo per essersi intascati, in modo del tutto indebito, soldi pubblici. Ovvero danaro di tutti i cittadini, oggi chiamati proprio dall’Europa, dal Governo nazionale e dalla Regione Veneto a sopportare pesanti sacrifici e a patire i tagli di molti servizi di fronte a una crisi che sembra senza fine.

A tre anni dall’avvio della complessa indagine svolta dalla Guardia di Finanza di Padova e passata per le mani di tre magistrati tra non pochi ostacoli e difficoltà, sono ormai definiti due dei tre procedimenti che hanno scoperchiato il truffaldino meccanismo svelato grazie a un accertamento delle Fiamme Gialle e all’«incazzatura» di un collaboratore malpagato che ha vuotato il sacco su un sistema all’apparenza burocraticamente perfetto, dietro il quale c’era, almeno in parte, il nulla. Un nulla fatto da flussi di erogazioni pubbliche giustificate da cartastraccia: fatture, buste paga, note contabili, rapportini relativi alle ore prestate da personale dipendente o collaboratori esterni che avrebbero svolto attività di progettazione, coordinamento, tutoraggio, orientamento e amministrazione nell’ambito di corsi di formazione avviati nelle più disparate materie come il development enterprise tourism, il business administration & finance, il business and sales management, le procedure catastali, la cooperazione internazionale, i servizi fieristico-congressuali, la valorizzazione delle produzioni agro-alimentari, la progettazione di siti web e la comunicazione pubblica.

Corsi gonfiati per quanto riguarda la presenza del numero dei docenti e le ore di lavoro effettive: il personale utilizzato fatturava un costo orario, mentre le società, impiegate dalla capofila Dieffe per creare la rendicontazione contabile indispensabile a far lievitare i costi, fatturavano un costo orario più alto o redigevano lettere per incaricare propri docenti a realizzare dei corsi, talvolta anche corredando i documenti con la voce «rimborso spese». Corsi risultati fantasma. A gestire la macchina organizzativa il manager Fabio Di Nuzzo sia nel procedimento penale aperto nel 2008 che riguarda i corsi sostenuti con il Fondo europeo 2000-2002, sia in quello del 2006 relativo a un’altra serie di attività formative. Specifico il ruolo degli imputati: Di Nuzzo aveva autorizzato le società terze a provvedere ad alcuni progetti di formazione, motivando tale scelta con la necessità di operare in settori altamente specialistici; Federico Pendin aveva dato disposizioni per la compilazione dei falsi rapporti sulle ore lavorate; Paola Bertoldo aveva steso quei rapporti indicando nelle rendicontazioni ore di attività mai svolte; Simone Zanon aveva sollecitato i collaboratori di Dieffe a emettere falsi documenti fiscali per attestare le prestazioni mai avvenute.

E i legali rappresentanti delle società delegate? Tutti avrebbero concordato con la capofila il conferimento alla rispettiva società di un incarico di collaborazione destinato alla ricerca e al reperimento di docenti per i corsi di formazione. Prestazioni mai svolte: i docenti mantenevano rapporti diretti con Dieffe e il giochetto serviva solo a moltiplicare i costi. Così era avvenuto pure per l’Istituto Romano Bruni, all’epoca in mano a Graziano Debellini, figura storica di Comunione e Liberazione: è accusato di un ingiusto profitto per 10.328 euro, la differenza tra gli importi delle fatture e i compensi denunciati dagli insegnanti dei corsi.

(17 giugno 2010)




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Vendevano false Ferrari d’epoca Nei guai dinasty padovana del caffè

Il Mattino di Padova

Denunciati i quattro fratelli Dubbini. La polizia ha sequestrato sul piazzale della ditta in via Savonarola tre vetture rifatte. Due imprenditori lamentano pesanti danni: decisiva la perizia dei tecnici di Maranello. A presentare la denuncia il presidente del Cavallino Luca Cordero di Montezemolo

di Paolo Baron


PADOVA.
Assemblavano repliche perfette di auto d’epoca Ferrari (utilizzando anche i numeri di telaio dei veicoli originali di loro proprietà) con le quali partecipavano a gare automobilistiche o, peggio, rivendevano (è questa una delle ipotesi dell’accusa) come fossero vere, guadagnando un sacco di soldi (anche 650 mila euro a 'pezzo'). Nei guai sono finiti i quattro fratelli della dinastia dei Dubbini, famiglia famosa in tutta Italia per la produzione di caffè commercializzato con il marchio Diemme. La polizia, nei mesi scorsi, ha sequestrato sul piazzale della loro ditta in via Caprera (quartiere Savonarola) tre Ferrari 'clonate' e un motore (una quarta, invece, è stata dissequestrata perché in regola).

I quattro fratelli Dubbini - Gianandrea 39 anni, Sebastiano 41 anni, Federico 44 anni e Manuela 47 anni - insieme al meccanico Vittorio Nardo, 73 anni, di Padova - che deteneva in casa quattro scatole di punzoni per 'correggere' i numeri di telaio e due motori Ferrari) dovranno rispondere a vario titolo di falso e ricettazione per aver utilizzato in strada (per gare) o venduto (ad un imprenditore austriaco) auto d’epoca Ferrari false.

L’indagine, durata sei mesi e condotta dalla squadra Mobile di Padova diretta dal vice questore aggiunto Marco Calì e dal suo vice Dante Cosentino in collaborazione con la Polstrada, è partita da un esposto anonimo spedito alla direzione nazionale dell’Inail di Roma, che, in maniera dettagliata, spiegava il meccanismo di «clonazione» delle Ferrari di proprietà della famiglia Dubbini, che poi venivano esposte durante le fiere o commercializzate all’e stero.

Ma lo stesso Luca Cordero di Montezemolo, legale rappresentante della Ferrari - tramite il suo avvocato Andrea Mattioli del Foro di Modena - aveva chiesto formalmente e per lettera al procuratore del tribunale di Padova "la punizione del o dei colpevoli", per fatti "di estrema gravità, commessi in danno anche di ferraristi e della Ferrari stessa".

Gli investigatori, partendo proprio dagli esposti, sono riusciti a dar corpo alle accuse sentendo anche alcuni imprenditori in Austria e a Bergamo. Uno di questi, aveva acquistato una Ferrari risultata clonata alla perfezione. Imprenditore che, di colpo, si è ritrovato in mano un clone, assemblato anche con pezzi originali (il meccanico inquisito prima della pensione riparava Ferrari), che valeva molto meno rispetto al prezzo d’acquisto. Tuttavia, la denuncia è scattata solamente quando i tecnici specializzati della casa di Maranello hanno certificato che si trattava di repliche perfette, ma comunque di repliche. La querela ha investito indistintamente tutti e quattro i fratelli, che hanno già fatto sapere di essere all’oscuro della clonazione delle auto storiche, un pallino del loro papà Giulio, deceduto da tempo.

Le repliche delle Ferrari sono state trovate in una delle proprietà dei Dubbini. Ora sarà il tribunale a stabilire se tutti o solo uno o più dei quattro fratelli sono responsabili del raggiro.
(15 giugno 2010)




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Ferrari taroccate, i Dubbini si difendono "Niente truffa, Montezemolo si sbaglia"

Il Mattino di Padova

Giannandrea Dubbini, contitolare della storica azienda Diemme Caffè, si difende dall'accusa di avere venduto, assieme ai fratelli, false Ferrari d'epoca. "Tutto è cominciato con una lettera anonima che presumiamo provenga da un ex dipendente infedele. Noi ci siamo limitati a vendere venti auto ereditate da nostro padre Giulio"

La Ferrari 400i La Ferrari 400i

PADOVA.
È amareggiato Giannandrea Dubbini per essersi ritrovato sotto i riflettori, insiema ai fratelli Federico, Sebastiano e Manuela, con l'accusa di aver venduto Ferrari «taroccate». Ma è combattivo e deciso a difendere l'onore della famiglia: «La lettera anonima che ha provocato tutto ciò presumiamo provenga da un ex dipendente infedele, già condannato in sede civile in primo e secondo grado per comportamenti che hanno causato danni alla Diemme Caffè e alla nostra famiglia tra il 1988 (anno della morte di nostro padre) e il 1997, anno del suo allontanamento».

Un dipendente, per decenni uomo di fiducia del padre, condannato al pagamento di un milione di euro per la «malagestione» dell'azienda dove aveva assunto una posizione di responsabilità con la morte del patron: ora la causa è in Cassazione. «La nostra convinzione che la lettera anonima (destinata a dare il via all'indagine) provenga da questa persona, sentita anche come teste, è data dal fatto che in essa sono riportate esattamente le marche e i modelli delle auto possedute negli anni '60, '70 e '80 da nostro padre. Solo una persona a lui molto vicina poteva conoscere tali dettagli».

Ma Giannandrea Dubbini, al timone della storica azienda del Caffè fondata dal nonno Romeo nel 1927, si difende nel merito. E, fiducioso nell'operato della magistratura, spiega di essersi subito messo a disposizione: «L'8 marzo scorso ho chiesto di essere sentito dal pm. E proprio ieri sera, dopo l'uscita della notizia sui quotidiani, è arrivata finalmente la convocazione per l'interrogatorio previsto il 23 giugno».

Dubbini non si sottrae alle domande ed è un fiume in piena quando risponde: «Noi fratelli Dubbini non abbiamo mai acquistato auto d'epoca se non una Mini Cooper del valore di 3 mila euro. Ci siamo semplicemente limitati a vendere, come è nel nostro diritto, ciò che ci era stato lasciato in eredità da nostro padre Giulio, il più importante organizzatore di eventi e gare di auto d'epoca dagli anni '60 in poi oltre che importante collezionista conosciuto anche a livello internazionale...».

Con la morte del padre «ereditammo una collezione di una ventina d'auto d'epoca, tra cui alcune Ferrari, e di svariati pezzi di ricambio... Nessuno di noi nutriva la sua stessa passione... Solo Federico ha partecipato a qualche competizione... Così, spinti dalla necessità di rafforzare patrimonialmente l'azienda che in quel periodo stava passando un momento non facile, abbiamo deciso di vendere alcune vetture». In garage ne sono rimaste 6. Eppure nessuna denuncia o lamentela è mai arrivata dai compratori. «Le macchine ereditate sono state vendute per il loro reale valore di mercato a esperti consapevoli di ciò che compravano».

Tuttavia in procura c'è una denuncia firmata dal presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. Non fa paura: «Se Montezemolo non avesse agito con eccessiva leggerezza, inviando in procura la lettera anonima, infamante e calunniosa ricevuta in Ferrari, ma avesse accertato i fatti, questa storia si sarebbe chiarita senza strascichi giudiziari». Una delle quattro Ferrari sequestrate è stata restituita: è un originale.
(18 giugno 2010)




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I segreti del Duce? Sono sepolti in Valle Spluga

di Luigi Mascheron

Giacomino Della Morte, figlio dell’ex console a Berlino: "Mussolini nell’aprile ’45 consegnò a mio padre una borsa piena di documenti e gli chiese di non aprirla fino al 2025".

Le carte sarebbero a Campodolcino, dove la famiglia ha una villa.

Ma gli storici sono scettici. 

Dal Telegraph a Dell'Utri: una caccia lunga 60 anni


 

Sugli ultimi giorni di vita di Mussolini, dalle convulse ore negli uffici della Prefettura di Milano alla raffica di mitra a Giulino di Mezzegra, esiste una cronaca dettagliatissima, come ben sanno tutti gli storici. Eppure, fra una testimonianza diretta e un «racconto raccontato», c’è sempre lo spazio per una rivelazione inedita, come altrettanto bene sanno tutti i giornalisti. E ieri, improvvisamente, dall’infinito archivio dei misteri del Duce è uscito l’ennesimo dossier.

L’autore dello scoop è Pier Paolo Gratton, corrispondente da Udine per l’agenzia Ansa, che di prima mattina ha lanciato il flash su «I Diari di Mussolini custoditi in Valle Spluga», dando conto, in un lungo servizio successivo, del fatto che importanti carte personali del Duce sarebbero nascoste in un luogo segreto in Valle Spluga, a pochi chilometri dal confine svizzero, chiuse in una cassa di zinco. A rivelarlo al giornalista dell’Ansa è il figlio dell’ex console italiano a Berlino Guglielmo Della Morte, convocato a Milano in quei drammatici giorni di aprile del 1945 da Mussolini, il quale gli consegnò «una borsa chiusa con un lucchetto marchiato “B.M.” contenente documenti segreti e una somma di denaro in franchi svizzeri».

«Il Duce - riferisce il figlio del diplomatico - lo invitò a nasconderla e a rendere pubblico il contenuto non prima del 2025. Se fossero stati solo soldi, quella richiesta non avrebbe avuto alcun senso. È logico pensare che dentro ci fossero documenti importanti, magari coppie di lettere inviate ai leader occidentali per “trattare” la sua fuga, oppure i suoi diari. Insomma, materiale che avrebbe potuto compromettere altre persone, da qui la richiesta a mantenere il segreto per 80 anni». «E vorrei mantenere fede alla promessa fatta da mio padre al Duce - ha aggiunto il figlio di Della Morte - e al segreto rivelatomi quando compii 18 anni, il 18 giugno 1954. Ho fatto un sopralluogo in questi anni in Valle Spluga e ho constatato che la borsa, protetta da una cassetta di zinco, è ancora là».

La notizia, come è immaginabile, ieri ha fatto il giro delle redazioni di tutti i giornali, subito rilanciata dalla Rete, ed è stata oggetto di curiosità, commenti e sospetti. Qualcosa di più, rispetto al lancio di agenzia, lo abbiamo saputo in altro modo qui al Giornale: e cioè che il figlio di Guglielmo Della Morte si chiama Giacomino (e ha un figlio che porta il nome del nonno, Guglielmo), che attualmente risiede a Fiumicello, in Friuli; che ha deciso di parlare solo adesso perché è già avanti con gli anni (ne compie oggi 74); che ha deciso di farlo con un giornalista di cui si fida, friulano, che conosce da 15 anni; e che ha già definito con un atto notarile l’iter per l’apertura della borsa e la pubblicazione dei documenti, indicando persino il quotidiano che avrà l’anteprima (quale, non è dato sapere), nel 2025. Ma potrebbe anche decidere di anticipare i tempi, se le circostanze lo rendessero necessario...

Altro non si sa. Se non che Guglielmo Della Morte, nato a Milano nel 1902, già negli anni Venti aderì al Fascismo e intraprese una carriera diplomatica che lo portò prima a Kassel, poi a Breslaw, Moulhouse, Saarbruken e infine a Berlino, a stretto contatto con i gerarchi del Terzo Reich. Sposatosi con Brigitte von Plotho, lasciò la Germania dopo l’8 settembre 1943 per trasferirsi in Valle Spluga, dove i Della Morte sono una famiglia ancora oggi molto nota, e dove possiedono una villa, a Campodolcino. Ancora: nell’immediato dopoguerra l’ex console fu vittima di un attentato che per poco non gli costò la vita e morì, a Milano, nel 1961. Questo è ciò che risulta verificabile.

Ciò che non è confermato, invece, è il «peso» politico di Guglielmo Della Morte negli anni del fascismo. Di certo non fu - come sembra suggerire il figlio - «un personaggio di spicco del Regime». Secondo tutti gli storici contattati dal Giornale è, anzi, un perfetto sconosciuto. Ciò non significa che tutta la storia sia inventata, ma di sicuro aggiunge mistero al mistero, e un ulteriore dubbio ai dubbi. Perché mai - è la domanda che tutti si fanno - il Duce avrebbe dovuto affidare carte così importanti a un personaggio il cui nome, oggi, non è noto neppure agli specialisti?

Lo storico Roberto Chiarini, direttore del Centro studi e documentazione della Rsi, non ha trovato il nome di Guglielmo Della Morte neppure nei “suoi” archivi di Salò («Non significa nulla, però aumenta gli elementi di incredulità. Perché raccontare la cosa soltanto ora? E perché aspettare fino al 2025 prima di tirar fuori le carte? La borsa di Mussolini, che pure esiste perché in molti l’hanno vista in quei giorni, ormai è diventa una creatura mitologica»). Luciano Garibaldi, che la “pista” di Dongo la batte da una vita, cade dalle nuvole: «Mai sentito questo Della Morte. Mai sentito di una borsa finita in Valle Spluga». Silvio Bertoldi, superesperto di fascismo, neppure crede che i famosi diari esistano: «E se esistono, sono falsi». E Roberto Festorazzi, altro noto cacciatore di misteri “duceschi”, non ha mai incrociato il nome di Guglielmo Della Morte: «Certo, tutto è possibile. Ma sulla fine di Mussolini se ne sentono così tante...». Appunto.

IL COMMENTO Quante incongruenze attorno a quella cassetta di zinco / di Francesco Perfetti





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La sparatona di Di Pietro

Il Tempo

Tonino senza freni: "Qui vien voglia di far saltare il palazzo". Il leader dell'Idv fa il rivoluzionario e pensa al Colpo di Stato. Un ultimo disperato tentativo per sovvertire l'ordine delle cose dopo una lunga serie di insuccessi.

Il leader dell' Italia dei Valori Antonio Di Pietro Alla fine non è rimasto che il golpe. Le hanno tentate tutte per sconfiggere Silvio Berlusconi e ora ai suoi detrattori sta venendo voglia di «far saltare il Palazzo». E così, esaurite tutte le strade per mettere fuori gioco il presidente del Consiglio più longevo della storia della Repubblica, ecco che proprio Tonino dei Valori, l'uomo che si ritiene essere l'ultimo difensore della democrazia e della Costituzione, fa il rivoluzionario e pensa al Colpo di Stato. Un ultimo disperato tentativo per sovvertire violentemente l'ordine delle cose dopo una lunga serie di insuccessi.

Non ce l'hanno fatta con le elezioni tanto che, non solo non sono riusciti a sconfiggerlo, ma lo hanno addirittura rafforzato. Allora hanno tentato di scagliargli contro i magistrati ma, neppure in questo caso, sono riusciti a farlo finire dietro le sbarre. Poi hanno cercato di cavalcare l'onda degli scandali D'Addario, Villa Certosa e delle statuette in piazza duomo a Milano, ma neppure in quei casi sono riusciti ad abbatterlo. Anzi, per l'ennesima volta Berlusconi ha vinto potendo contare su un sempre maggior numero di italiani che non gli hanno voltato le spalle e, nel segreto dell'urna, hanno continuato a dargli il proprio consenso.

Eppure, secondo loro, il dittatore, il piduista o, addirittura, il diavolo è sempre lui tanto che il solito Di Pietro tenta di tracciarne un profilo: «Il modello Berlusconi altro non è che un modello rivisto e corretto del regime di Mussolini con l'aggiunta del piduismo di Licio Gelli». Ironia della sorte, proprio mentre il leader dell'Idv tira in ballo l'ex capo della loggia massonica P2, il venerabile Gelli, ormai ultra novantenne, boccia l'esecutivo: «Gli uomini al governo si sono abbeverati al mio Piano di Rinascita, ma l'hanno preso a pezzetti. Io l'ho concepito perché ci fosse un solo responsabile, dalle forze armate fino a quell'inutile Consiglio superiore della magistratura.

Invece oggi vedo un'applicazione deformata». Ma è solo l'inizio e infatti, dopo avere sparato ancora sugli uomini del governo («Sono gli stessi di vent'anni fa e non valgono nulla»), aver attaccato il Parlamento («È pieno di massaggiatrici, di attacchini di manifesti e di indagati») e aver definito la Lega «un pericolo che sta espropriando la sostanza economica dell'Italia», si sfoga contro Berlusconi: «Certamente non condivido ciò che accade per sua volontà. Deve essere meno goliardico».

Un'intervista nella quale Gelli sembra quasi la pensi come Di Pietro, tanto che nelle ultime battute dichiara: «Qui siamo oltre i margini della rivolta. Siamo alla Bastiglia». Eppure lo scenario proposto dall'ex capo della loggia P2 non è abbastanza catastrofico per i fedelissimi di Tonino tanto che, il capogruppo alla Camera dell'Idv attacca: «Le parole di Licio Gelli sembrano quelle di un moderato rispetto a quelle che di solito pronuncia Berlusconi. Ormai il premier ed il suo governo sono oltre la P2». E poi aggiunge: «Se persino il capo della P2 sente la necessità di dire che siamo "alla Bastiglia", vuol davvero dire che la situazione politica, sociale ed economica del Paese è degenerata».

Insomma i dipietristi hanno dato un'ulteriore dimostrazione di coerenza. Fino a ieri non avevano perso occasione per sparlare di massoneria e di loggia P2, poi, è bastato che il venerabile Gelli attacchi il governo e Berlusconi che sono disposti a fare marcia indietro e applaudirlo. Da dal quartier generale dell'Idv lo stratega Di Pietro sta valutando anche altre strade per mettere in difficoltà Berlusconi nel caso in cui il golpe risultasse una strategia impraticabile. E allora la parola chiave del piano "b" diventa impeachment. Tonino infatti rispolvera il caso Unipol chiedendo una commissione d'inchiesta parlamentare sulla vicenda dell'intercettazione del colloquio tra Piero Fassino e Giovanni Consorte che sarebbe finita sul tavolo di Silvio Berlusconi, nel 2005.

«Gli americani mandarono a casa Nixon per molto meno» tuona Di Pietro chiedendo le dimissioni del premier nel caso in cui risultasse vero che il premier avesse ascoltato illecitamente il file della conversazione. Infine, come non attaccare il governo anche sul caso delle dichiarazioni dell'ex uomo di "cosa nostra" Spatuzza? Un'occasione per tornare a denunciare rapporti tra Berlusconi e la mafia che, questa volta, è l'eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris a non lasciarsi sfuggire: «L'esecutivo con Spatuzza, vuol colpirne uno per educarne 100: chi parla di Berlusconi e mafia è esposto all'abbandono dello Stato». Così si chiude il cerchio. In un solo giorno per l'Italia dei Valori, Berlusconi torna ad essere dittatore, massone e mafioso. Chissà cosa sarebbe successo se avesse detto lui e non Di Pietro: «Vien voglia di far saltare il palazzo».

Alessandro Bertasi

18/06/2010





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Castelli fonda il comitato: «Giù le mani dalla Nutella»

Il Secolo xix

Il viceministro Castelli ha fondato il comitato «Giù le mani dalla Nutella». Il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota ha aderito all’iniziativa, a tutela della celeberrima azienda piemontese.
«Se vanno avanti operazioni di questa natura - sostiene il viceministro Castelli - occorrerà mettere la scritta `Nuoce gravemente alla salute´ sul Parlamento Europeo. Qualcuno in passato disse che a pensare male si fa peccato, ma molto spesso si indovina. Ebbene, è solo dello scorso anno il sondaggio secondo il quale Ferrero è risultato il marchio più affidabile in tutto il mondo, superando ogni altra compagnia, non solo alimentare. Guarda caso, il Parlamento Europeo interviene per cercare di minarne l’immagine».
«Del dirigismo di Bruxelles - conclude Castelli - non se ne può più. Per una volta spero che i giornali abbiano esagerato. Auspico che, se fossero vere le nuove regole annunciate, il governo italiano si opponga in maniera fermissima affinché non vengano applicate in Italia».

Nutella a rischio: per la Ue è “poco sana”
Vogliono far diventare una legge scritta, quella che è una legge non scritta, ovvero che le cose più buone sono anche quelle meno sane. E così la Nutella è a rischio dopo il primo sì del Parlamento Ue all’introduzione, per ogni alimento, del miglior profilo nutrizionale. L’allerta è del vicepresidente del Gruppo Ferrero, Francesco Paolo Fulci, che avverte: il voto di oggi, se confermato, potrebbe «mettere fuori legge la Nutella e la stragrande maggioranza dei prodotti dolciari».
Non è esattamente così, ma questi alimenti - privi dell’etichetta che dovrebbe garantirne il buon proflo nutrizionale e dei messaggi promozionali - rischiano di finire nel libro nero sugli scaffali dei negozi.
Oggi a Strasburgo il Parlamento europeo in seduta plenaria ha respinto l’emendamento dell’eurodeputata tedesca Renate Sommer (Ppe) che chiedeva l’eliminazione dei profili nutrizionali dalla normativa con cui l’Europa punta a regolamentare l’informazione sulle etichette alimentari al consumatore, ed in particolare i messaggi promozionali. La Sommer chiedeva di rispettare la libertà di scelta e di gusto dei consumatori, i quali hanno già la lista degli ingredienti per farsi un’idea. Ma sul suo emendamento il voto è stato di perfetta parità, il che vuol dire bocciatura, per i regolamenti dell’assemblea di Strasburgo.
«La nostra grande preoccupazione per la Nutella, come per la stragrande maggioranza dei prodotti dolciari - ha spiegato Fulci - e’ che oggi ci dicono di non fare messaggi promozionali, ma domani - e ci sono gia’ alcune organizzazione di consumatori che spingono in questo senso - ci faranno scrivere come sulle sigarette: ‘Attenti e’ pericolosa, favorisce l’obesita’, o magari ci metteranno delle tasse fortissime come hanno previsto di fare in Romania (nel caso dei fast food, ndr)».
Questo modo di procedere - aggiunge Fulci - «mette veramente in ginocchio l’intera industria dolciaria, piccola, media e grande, e per questo dobbiamo continuare la nostra battaglia che e’ una battaglia di liberta’ per il consumatore».


«Che mondo sarebbe senza Nutella?»
Una storia lunga 46 anni quella della Nutella la cui `sopravvivenza´, insieme chiaramente a quella di tutti i dolci più calorici, oggi ha spaccato esattamente in due l’assemblea del Parlamento europeo. Il primo `vasetto´ - come riporta infatti il sito a `lei´ dedicato dalla Ferrero - nasce il 20 aprile 1964 nello stabilimento Ferrero di Alba (Cn). L’idea inizialmente fu di Pietro Ferrero che mise a punto la ricetta per un dolce dei poveri: il Giandujot che doveva servire a fornire un’alternativa valida alla colazione dei contadini che alla mattina erano soliti acquistare qualche pomodoro e una pagnotta come primo pasto della giornata. L’origine della Nutella è legata al cioccolato Gianduia, che contiene pasta di nocciole. Il Gianduia prese piede in Piemonte nel momento in cui le tasse eccessive sull’importazione dei semi di cacao cominciarono a scoraggiare la diffusione del cioccolato convenzionale.
Fu a quel punto che balenò l’idea a Pietro Ferrero che possedeva una pasticceria ad Alba, nelle Langhe, area nota per la produzione di nocciole. Nel 1946 vendette il primo lotto costituito da 300 chili di `Pasta Giandujot´, la `nonna´ della Nutella: si trattava di una pasta di cioccolato e nocciole, venduta in blocchi da taglio. Nel 1951 nasceva invece la Supercrema, conserva vegetale venduta in grandi barattoli. Ma solo nel 1963, Michele Ferrero, figlio di Pietro, decise di rinnovare la Supercrema, con l’intenzione di commercializzarla in tutta Europa.
La composizione venne modificata, così come l’etichetta e il nome: la parola `Nutella´ (basata sull’inglese nut, nocciola), e il logo vennero registrati verso la fine dello stesso anno, e restano immutati fino ad oggi. Il primo vaso di Nutella uscì dalla fabbrica di Alba il 20 aprile del 1964. Il prodotto ebbe successo istantaneo, e rimane oggi estremamente popolare e ricordato con affetto in romanzi, canzoni e opere cinematografiche. Nota ai più la scena di Nanni Moretti che nel film `Bianca´ fa colazione davanti ad un enorme vaso di Nutella.

Ma le citazioni non finiscono certo qui. Il termine Nutella appartiene al linguaggio quotidiano, è presa quale termine di paragone (es. Gnutella che è una rete Peer to Peer di condivisione di file aperta) e ha costituito oggetto di studi sociologici. Su di essa sono addirittura stati scritti saggi riferiti al costume italiano (l’ultimo in ordine di tempo è `Nutella un mito italiano´ del giornalista Gigi Padovani, edito da Rizzoli nel 2004), libri di ricette e svariate relazioni accademiche che indagano sulle motivazioni dell’apprezzamento di un prodotto trasversale a più generazioni. Giorgio Gaber usò il nome della crema nella sua canzone `Destra-Sinistra´: «se la cioccolata svizzera è di destra, la Nutella è ancora di sinistra».

Alberto Tomba in un’intervista al periodico Panorama il 20 gennaio 1995 confessò: «Quando dovevo dimagrire prendevo il Weetabix, ma di nascosto lo spalmavo di Nutella». `Nutella Nutellae´ il titolo di un libro umoristico di Riccardo Cassini del 1995, dove vengono riviste parti di celebri opere in chiave Nutella. Insomma 40 anni di storia e ora poche certezze sul futuro ma, come recita lo slogan della Ferrero: «che mondo sarebbe senza Nutella?».




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Cosi l'Espresso usa le vittime della mafia

LIbero



’Espresso insulta la memoria di Falcone e Borsellino con un fotomontaggio apparso, anche se solo per qualche ora nella mattinata di ieri, sul sito internet della testata giornalistica. I due magistrati antimafia portano il bavaglio, "incollato" sui loro volti con un giochino grafico. La tesi a cui si accompagna l’immagine è che i due, a causa della legge sulle intercettazioni, al giorno d'oggi non potrebbero svolgere egregiamente il proprio compito, come avevano fatto quand'erano in vita. Un accostamento a dir poco stridente tra lotta alla mafia, stragismo e isterie di sinistra. Pessimo gusto. A certe schiere sinistre non resta che riesumare i due magistrati vittime di Cosa Nostra e arruolarli come "testimonial" contro quella che travaglini e compagnia hanno definito "legge bavaglio", poco importa se tocca ricorrere a un escamotage di bassa lega allo scopo di dare un pugno allo stomaco del lettore.



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Morte di Cucchi, chiesti tredici rinvii a giudizio

Il Secolo xix

Sono 13 tra medici, infermieri, agenti penitenziari ed un dirigente dell’amministrazione penitenziaria, a rischiare di finire sotto processo a Roma per la morte Stefano Cucchi. Secondo la Procura il geometra romano dapprima fu malmenato in una cella di sicurezza del tribunale, all’indomani del suo arresto per possesso di droga, il 15 ottobre scorso, e poi lasciato morire in un letto d’ospedale. I pm Vincenzo Barba e Francesca Maria Loy hanno firmato oggi la richiesta di rinvio a giudizio per Aldo Fierro, responsabile del reparto penitenziario del Sandro Pertini, il nosocomio in cui Cucchi, geometra di 31 anni, morì il 22 ottobre, i medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici nonchè il direttore dell’ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (Prap) Claudio Marchiandi.

«Quella gente - ha commentato Ilaria, la sorella del giovane - deve andare dove è stato Stefano. In carcere». Per i medici, gli infermieri ed il dirigente del Prap le accuse sono, a vario titolo, di favoreggiamento, abbandono di incapace (non attribuita a Caponetti), abuso d’ufficio e falsità ideologica. Per i pm i tre agenti penitenziari devono essere processati per lesioni ed abuso di autorità. Secondo l’accusa, i medici del Pertini non fecero nulla, neanche la messa in atto delle più elementari procedure, come la somministrazione di un cucchiaino di zucchero, che avrebbe potuto salvare la vita di Cucchi.

Per i pm i medici evitarono i più «elementari presidi terapeutici e di assistenza». Per i pm Barba e Loy, dopo il pestaggio (fu preso a calci e spinto) a piazzale Clodio, dove Cucchi si trovava in attesa dell’udienza di convalida del suo fermo, è scattata una vera e propria operazione di copertura per impedire che la verità venisse fuori. In particolare il funzionario del Prap, è detto nel capo di imputazione, avrebbe istigato uno dei medici indagati «a indicare falsamente nell’esame obiettivo riportato nella cartella clinica redatta all’ingresso del paziente che le condizioni generali di Cucchi erano `buone´».

Il responsabile regionale dell’amministrazione penitenziaria, inoltre, «si sarebbe recato in orario extralavorativo (sabato 17 ottobre alle 18) al Pertini redigendo la richiesta di disponibilità del posto letto per il ricovero di Cucchi che si trovava presso il pronto soccorso del Fatebenefratelli». I pm, infine, accusano il medico di turno nella struttura protetta del Pertini, Flaminia Bruno, di aver dichiarato il falso nel certificato di morte di Cucchi. La dottoressa «avrebbe falsamente attestato che si trattava di morte naturale, pur essendo a conoscenza delle patologie di cui era affetto».





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A Hong Kong si guida a sinistra, in Cina a destra: un ponte contro gli incidenti

Corriere della Sera

L'ingegnoso progetto olandese, una costruzione a forma di otto con le carreggiate separate, è apprezzato in Rete

ma il concorso È stato vinto da un trio di architetti cinesi

A Hong Kong si guida a sinistra, in Cina
a destra: un ponte contro gli incidenti

L'ingegnoso progetto olandese, una costruzione a forma di otto con le carreggiate separate, è apprezzato in Rete

MILANO - La Cina è un Paese diviso: sull'isola di Hong Kong - ex colonia britannica - si guida sul lato sinistro della strada, come nel Regno Unito e in Australia. Sulla terraferma cinese, invece, il senso di marcia è a destra. Un bel dilemma per gli automobilisti, che rischiano di restare coinvolti in pericolosi incidenti stradali. Per risolvere questo pasticcio infrastrutturale è stato concepito il ponte "Flipper", una costruzione molto particolare che non fa altro che deviare il traffico. Senza che le macchine debbano per forza invertire la rotta.

SOLUZIONE - Gli automobilisti in Cina non hanno vita facile: nel tragitto tra la terraferma cinese e Hong Kong devono necessariamente fare attenzione su quale lato della carreggiata è consentito guidare. Gli abitanti di Hong Kong e Macao si mantengono infatti sulla sinistra, quelli a Zuhai, invece, sulla destra. Per evitare incidenti, code, insomma, un traffico caotico nella zona di confine, un gruppo di architetti di Amsterdam ha elaborato una soluzione tanto brillante quanto semplice: la costruzione del ponte Pearl River Necklace Bridge, ribattezzato "Flipper". Lo riferisce il portale Fastcompany.

Il ponte "Flipper"

PROGETTO - Flip significa "inversione". La costruzione è a forma di otto. E ciò permette, senza grosse difficoltà, di separare i due lati del traffico. Un lato della carreggiata si trova sotto l'altro. È dunque possibile deviare i mezzi di trasporto che viaggiano sulla sinistra verso il lato destro, e viceversa. Evitando così una collisione frontale con le auto che arrivano in senso contrario, come evidenziato in un filmato esplicativo su YouTube.

INTERESSE - Il ponte degli architetti olandesi ha partecipato al maxi-concorso internazionale di idee lanciato per la progettazione del ponte destinato a collegare le centralità di Hong Kong, Zhuhai e Macao. Una costruzione complessa fatta di gallerie e ponti con lo scopo di congiungere entro il 2016 la terraferma della Cina, ovvero Zhuhai nella provincia del Guangdong e il sud della Cina, così come Hong Kong e Macao. L'idea non ha però convinto la giuria. Il primo premio del concorso è stato assegnato recentemente a un progetto che porta il nome "Sotto un unico tetto". Ciò nonostante, lo spunto lanciato dagli architetti olandesi dello studio NL ha avuto un grande riscontro nella blogosfera, tanto da attirare l'interesse dei colleghi australiani e inglesi.

TEORIA - Ad aggiudicarsi il concorso per la progettazione dell'Hong Kong Boundary Crossing Facility, il ponte-terminal destinato a collegare le centralità di Hong Kong, Zhuhai e Macao, è stato un trio di architetti cinesi. Il terminal, che occuperà 130 ettari della costruenda isola artificiale sul delta del fiume Pearl, ospiterà un mega hub per i bus e un interporto per la movimentazione delle merci. Probabilmente l'idea degli olandesi era fin troppo buona, riassume il magazine online Fastcompany. «Uno dei grandi paradossi mentre si guida - sottolinea l'esperto statunitense Tom Vanderbilt (autore del bestseller "Trafficologia. Perché le donne causano ingorghi e gli uomini incidenti mortali") - è che le strade apparentemente pericolose sono quelle effettivamente più sicure, visto che su queste gli automobilisti tendono a guidare con più prudenza e particolare accortezza». Il che spiegherebbe il fascino a prima vista inspiegabile delle innumerevoli rotatorie in Europa.


Elmar Burchia
18 giugno 2010



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Ue, Idv colta con le mani nella Nutella

di Redazione

È stata un’italiana, Sonia Alfano dell’Idv, a dare il voto decisivo che a Bruxelles ha affossato l’emendamento salva Nutella. L’Europa certifica che i dolci fanno male, ma noi resisteremo.




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Debora Serracchiani ha la promessa facile Ma la memoria corta

di Paolo Granzotto

Forse lei ne è già al corrente, caro Granzotto, ma se così non fosse la informo io. Ebbene, la «sua» cara, sincera democratica Serracchiani, segretaria del Partito democratico del Friuli Venezia Giulia, è risultata essere ultima (67%) tra i parlamentari del nord-est come presenze alla sedute dell’assemblea del Parlamento europeo (fonte Messaggero Veneto del 13 giugno, pag. 6). Mi par già di sentire il suo «Caspita!!», in attesa di un suo commento.
Venzone (Ud)

Era il 28 maggio dello scorso anno, caro Calderari. In quel fausto giovedì Luciano Vecchi e la nostra gagliarda Serracchiona, entrambi candidati del Partito democratico alle elezioni europee nella circoscrizione nord-orientale, si attivarono «per garantire che i cittadini siano pienamente informati sulle attività dei loro rappresentanti all’Europarlamento». Seguì pubblico e solenne giuramento: «Debora Serracchiani e Luciano Vecchi si impegnano - qualora eletti al Parlamento Europeo - a mettere a disposizione via internet tutti i dati relativi a presenze, interventi, emendamenti e proposte di risoluzione presentati dagli eurodeputati italiani in tutti gli organi parlamentari».

Questo perché, aggiunsero il Vecchi e la nostra simpatica patatona, «il Parlamento Europeo deve essere una casa di vetro ed i cittadini hanno il diritto di conoscere esattamente l’attività dei loro rappresentanti». Ad apporre all’iniziativa vecchiserrachianesca il certificato di garanzia ci pensò poi - e da par suo - il Partito democratico rendendo noto d’aver «compiuto la scelta di candidare esclusivamente persone competenti e che - se elette - parteciperanno con costanza ed impegno ai lavori del Parlamento Europeo. Purtroppo gli altri partiti italiani non hanno seguito lo stesso esempio. Noi ci impegniamo a garantire che gli elettori possano giudicare chi intenderà onorare il mandato ricevuto dagli elettori e chi no».

Rimasero tutti a bocca aperta: però, si commentò al Bar dello Sport, è proprio vero che questi giovani (nonostante il cognome, Vecchi è un giovane e la Serracchiani, occorre dirlo?, è la giovane per antonomasia) portano nella politica una ventata di freschezza democratica, di trasparenza che manco il Vetril, di serietà, diligenza, impegno e competenza. Questo, dicevo, accadeva il 28 maggio del 2009. Dieci giorni dopo si andò a votare e la simpatica patatona fu eletta a furor di popolo sinceramente democratico (Vecchi non so, e non mi interessa).

Credo che anche dalle vostre parti, caro Calderari, abbia corso legale il detto «Passata la festa gabbato lo santo». E stando ai fatti, grande gabbatrice se non di santi sicuramente di elettori (gonzi) è stata la Serracchiani. Giovane? All’anagrafe forse, ma come politica vecchia, vintage si potrebbe dire. Fra lei e un D’Alema, un Bersani, un Fassino, una Bindi e una Iervolino non ci corre un mese. Infatti, sul suo spassosissimo sito che io, puntiglioso, settimanalmente sbirciavo, mai comparve ciò che solennemente la patatona (e il Piddì) giurò di far comparire: i dati relativi alle presenze in aula.

Ora ne capisco la ragione: altro che «partecipare con costanza e impegno ai lavori del Parlamento», nell’euroaula ci mette piede, la patatona, raramente. Cioè quasi mai e renderlo noto le scoccia (non deve nemmeno scomodarsi per passare alla cassa, tanto i 45mila euro mensili, che sborsiamo noi contribuenti, le vengono accreditati per bonifico sul conto corrente. È l’Europa, bellezza!).



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I blogger chiedono la verità per la morte del giovane Khaled

di Orlando Sacchelli

Massacrato di botte ad Alessandria d'Egitto, scoppia la polemica in rete.

Per i poliziotti era un trafficante di droga. Familiari e amici negano e chiedono la verità


 
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Milano - Quello che segue è il triste epilogo della vita di un giovane di 28 anni, morto dopo essere stato arrestato dalla polizia egiziana. La vittima è Khaled Mohammed Said, un ragazzo che la settimana scorsa ha avuto la brutta idea di protestare contro quelli che considerava dei veri e propri soprusi da parte dei poliziotti. Gli agenti sarebbero intervenuti con la mano un po’ pesante e alla fine il volto del giovane, fotografato ormai senza vita dai genitori, era irriconoscibile dalle botte ricevute. Le autorità hanno minimizzato l’accaduto, la polizia locale ha fornito una versione in cui si puntava il dito contro le responsabilità del giovane. I suoi amici non l’hanno mandata giù ed hanno scatenato una protesta davanti al ministero dell’Interno. Una sola cosa è certa: le versioni sono diverse e contrastanti. Il primo a parlarne è stato un blogger italiano, Luca Bocci. La notizia dopo circa 36 ore è stata rilanciata anche dall’Associated Press e dalla stampa internazionale. Quasi nessuno in Italia ne ha parlato.

Cosa è accaduto La sera di martedì 8 giugno Khaled si trovava, con alcuni amici, in un internet caffè nel quartiere “Cleopatra” di Alessandria d'Egitto. Alcuni agenti di polizia entrano nel locale per fare dei controlli (a quanto pare perché qualcuno ha segnalato il non rispetto delle pratiche d’identificazione delle persone che si collegano alla rete). All’improvviso scoppia il diverbio tra il giovane imprenditore e gli agenti, forse per una frase “pesante” che un poliziotto avrebbe rivolto a un suo amico. Il problema è che il diverbio è degenerato e Khaled, secondo quanto racontano i suoi amici, sarebbe stato preso a calci e pugni, sbattuto con la testa su un bancone di marmo e, alla fine, portato in commissariato. Dopo qualche ora un’auto si è avvicinata alla casa della famiglia di Khaled e ha scaricato il corpo senza vita del giovane proprio di fronte al portone.

La versione della polizia Secondo i rapporti della polizia Khaled sarebbe stato un corriere di droga inseguito da ben quattro mandati di cattura. E la sua morte sarebbe stata causata dall’ingestione di una busta intera di stupefacenti. La versione è stata riportata in questo modo da quasi tutti i giornali egiziani, che però hanno dedicato alla vicenda solo pochi trafiletti. Un banale fatto di cronaca nera.

Cosa dice la famiglia I familiari e gli amici di Khaled non si danno pace e vogliono che sia fatta piena luce sulla vicenda. Negano con tutte le forze che il loro caro fosse uno spacciatore e danno una versione dei fatti completamente diversa. Hanno organizzato una protesta ufficiale davanti al ministero dell’Interno, cercando di far arrivare la notizia all’estero, bucando in qualche modo la censura (questi sono i video della protesta).

La protesta su internet E' solo grazie al tam-tam della rete che si parla di questa brutta storia. Bocci, che per primo ne ha parlato in Italia sul suo blog, dice che la segnalazione gli è arrivata da alcuni amici egiziani, che l'hanno pregato di dar loro una mano per rompere il muro di gomma dell'informazione. Intanto sono più di 170mila le persone che hanno aderito, su facebook, al gruppo "My name is Khaled". E le organizzazioni umanitarie egiziane, insieme ad Amnesty international, chiedono un'inchiesta che faccia piena luce sui fatti. Anche il Dipartimento di Stato Usa ha auspcicato che l'Egitto indaghi a 360 gradi su quanto accaduto. Lentamente, molto lentamente, la comunità internazionale si sta muovendo. Grazie soprattutto alla Rete. Che qualcuno, però, vorrebbe censurare. 





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Usa, giustiziato Gardner Ha scelto la fucilazione: quattro proiettili nel cuore

di Redazione

l governatore dello Stato Herbert ha rifiutato l'ultima richiesta di sospendere la condanna a morte.

Alle 8 l'uomo è stato fucilato da un plotone di esecuzione di 5 cecchini. Aveva rifiutato l'iniezione letale

 
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Washington - Fucilato. E' stato messo a morte nello stato Usa dello Utah con questo sistema Ronnie Lee Gardner. L'uomo all'iniezione letale ha preferito il plotone d'esecuzione. Le autorità penitenziarie dello Utah hanno ricordato che le domande di clemenza del condannato sono state tutte respinte, fra cui quella al Board of Pardons and Parole dello Utah e quella del governatore dello stato, Gary Herbert. Ronnie Lee Gardner era stato condannato a morte nel 1985. Aveva ucciso un avvocato, mentre tentava di fuggire dal tribunale dove veniva giudicato per un omicidio commesso l’anno precedente. Nello Utah l'ultima fucilazione di un condannato a morte risaliva a 14 anni fa, quella di John Albert Taylor.

La fucilazione Il plotone di esecuzione era composto da cinque cecchini, tutti volontari. Gardner è la prima vittima di una condanna a morte per fucilazione negli Stati Uniti negli ultimi 14 anni. "Ha voluto che nessuno lo vedesse mentre lo fucilavano. Avrei voluto essere lì per lui. Gli volevo molto bene, era il mio fratello minore" ha detto Randy Gardner, poco dopo l’annuncio della morte di Ronnie. Secondo quanto riferito da una fonte carceraria, il detenuto ha atteso il momento dell’esecuzione senza lasciare tradire alcuna emozione. È rimasto calmo, ha letto un libro e guardato un film, "Il signore degli anelli". Lo Utah ha abolito le esecuzioni per fucilazione nel 2004, ma i condannati a morte prima di questa data conservano il diritto di scegliere il modo in cui morire. Anche se è diventata rarissima, la fucilazione conosce un proprio rituale.

All’ora designata, il condannato, che indossa una tuta blu, viene legato a una sedia nera, nella camera d’esecuzione, posta davanti a un pannello a prova di proiettile e circondato da sacchi di sabbia per evitare che i colpi vaganti rimbalzino nella stanza. Cinque rappresentanti delle forze dell’ordine armati di carabine Winchester 94 si sistemano a otto metri dal condannato: uno di loro ha l’arma caricata a salve, in modo che nessuno di loro possa essere sicuro di avere partecipato effettivamente all’esecuzione. Un cerchio in tessuto bianco viene appuntato all’altezza del cuore del detenuto con il veltro, mentre un recipiente viene posto ai suoi piedi per raccogliere il sangue. Dopo avere pronunciato le sue ultime parole, la testa del condannato viene coperta con un cappuccio e i boia fanno fuoco, senza sapere chi tra loro causerà la sua morte. I testimoni presenti non possono vedere il viso dei cecchini. 

No alla grazia Il governatore dello Utah, Gary Herbert, ha rigettato la richiesta presentata dai legali di Gardner di sospendere temporaneamente l'esecuzione del loro assistito, prevista per la mezzanotte di oggi (le 8 in Italia).  Il governatore Herbert ha precisato che la sua decisione è stata presa perché l'imputato "ha avuto piena e giusta opportunità" per illustrare il suo caso di fronte alla giustizia. Gardner, che tra l'opzione dell'iniezione letale e quella della fucilazione ha optato per quest'ultima, nei giorni scorsi fa aveva chiesto clemenza al Board of Pardons and Parole dello Uath, che però aveva respinto la richiesta. Martedì scorso i suoi legali avevano inoltrato un'ulteriore, analoga richiesta sia ad una corte d'Appello Federale a Denver, in Colorado, sia alla Corte Suprema. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta. La Corte Suprema non si è ancora pronunciata, limitandosi a precisare di avere altri appelli da esaminare.





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Don Gelmini a giudizio per molestie su giovani ospiti della sua comunità

di Redazione

Don Pierino Gelmini è stato rinviato a giudizio per avere molestato sessualmente alcuni giovani quando era ospiti della Comunità Incontro di Amelia.

Il religioso si è sempre proclamato estraneo alle accuse e non ha presenziato alla lettura del provvedimento


 

Terni - Don Pierino Gelmini è stato rinviato a giudizio per avere molestato sessualmente alcuni giovani quando era ospiti della Comunità Incontro di Amelia. La decisione è stata letta poco fa in aula dal gup di Terni Pierluigi Panariello.

Dodici episodi di presunte molestie La procura di Terni aveva chiesto il rinvio a giudizio di don Gelmini per 12 episodi di presunte molestie. Nel dispositivo letto in aula, a porte chiuse, il gup ha oggi indicato genericamente il rinvio a giudizio del sacerdote. Il processo nei suoi confronti comincerà il 29 marzo 2011. Don Gelmini, che si è sempre proclamato estraneo alle accuse, non ha assistito alla lettura del provvedimento. 





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