sabato 19 giugno 2010

Il Vaticano contro Saramago: era un ideologo anti-religioso

Corriere della Sera

«Non dormiva per le Crociate, ma dimenticava i gulag.

Banalizzazione del sacro e sconfortante semplicismo»

l'attacco deLL'OSSERVATORE ROMANO

Il Vaticano contro Saramago: era un ideologo anti-religioso




CITTÀ DEL VATICANO - «L'onnipotenza (presunta) del narratore»: sotto questo titolo, l'Osservatore Romano ricorda lo scrittore Josè Saramago, morto venerdì alle Canarie, e ne sottolinea la sua «ideologia» anti-religiosa. È stato, scrive il quotidiano vaticano, «un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all'ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle "purghe", dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi».

BANALIZZAZIONE DEL SACRO - «Per quel che riguardava la religione, uncinata com'è stata sempre la sua mente da una destabilizzante banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni tanto più si radicalizzava - incalza l'Osservatore Romano -, Saramago non si fece mai mancare il sostegno di uno sconfortante semplicismo teologico: se Dio è all'origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l'effetto di ogni causa». Quindi la durissima conclusione dell'articolo: «Un populista estremistico come lui, che si era fatto carico del perché‚ del male nel mondo, avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico-politiche a socio-economiche, invece di saltare al peraltro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza».

Redazione online
19 giugno 2010



Powered by ScribeFire.

Ecco Zefiro, il «tubo aperto» che concorre per l'Alta velocità di Trenitalia

Corriere della Sera

Carrozze con presa per la corrente, luce per leggere, display con dettagli di viaggio e connessione internet

Nella fabbrica Bombardier a Henningsdorf

Ecco Zefiro, il «tubo aperto» che concorre per l'Alta velocità di Trenitalia


BERLINO

Carrozza di seconda classe da Roma a Milano, poi sala per una riunione in videoconferenza nel viaggio verso Parigi. E, di seguito, nuovamente carrozza, ma di prima classe, con televisione e cinema. Nella fabbrica di Henningsdorf che quest’anno festeggia il secolo di attività, Bombardier - la mutinazionale canadese dei trasporti (per quanto riguarda i treni, è presente in 60 paesi con oltre 100 mila veicoli) che nel 2001 ha rilevato lo stabilimento - presenta la «famiglia Zefiro», i treni per l’Alta velocità candidati anche alla gara italiana per i 50 nuovi Frecciarossa. Con 850 treni costruiti negli ultimi vent’anni specificamente per questo settore, con le tecnologie Eco4 lanciate due anni fa (per riusare e risparmiare fino al 30% di energia) e con l’alleanza stretta con Ansaldo Breda, Bombardier promette, oltre ai trasporti rapidi, «la via più veloce per salvare il pianeta».

Ecco Zefiro, in gara per l'Alta velocità

SEGRETI DEL TUBO
- «Tubo aperto» è il termine usato per il design delle carrozze, «trasformabili» grazie ad un sistema di guide scorrevoli (C-rails: un po’ come le guide che si montano sul soffitto per alcuni tipi di tende) che permette di apparire e scomparire o di essere sostituito a pareti divisorie, tavolini, rastrelliere per bagagli, poltrone, supporti per bagagli extra e monitor. Ogni posto ha una presa per la corrente, la luce per leggere, display con i dettagli di viaggio e la connessione internet wi-fi.

LA FAMIGLIA - Sono diversi perché l’Alta velocità non è la stessa per tutti. In Cina, per esempio, dove i percorsi sono lunghissimi, viaggia già il vagone letto più veloce del mondo: lo Zefiro 250, con 8 o 16 carrozze, che può offrire fino a 122 posti a sedere, 480 letti e 16 posti letto extra lusso, ma circola anche nella versione «giorno». C’è poi il V300 Zefiro, che può viaggiare fra i 300 e i 360 Km/h e, in composizioni da 8 o 16 carrozze, ed è la versione proposta anche per l’Italia, in accordo con Ansaldo-Breda.

Dovesse aggiudicarsi la gara da 1,2 miliardi di euro indetta da Trenitalia (l’altro concorrente è Alstom, francese, che firma tra l’altro Italo, il treno ad alta velocità di NTV, la Nuovo Trasporto Viaggiatori di Luca Cordero di Montezemolo e Diego della Valle) negli stabilimenti di Vado Ligure (Bombardier) e Pistoia (Ansaldo) sarebbero costruite non solo i 50 treni «italiani» ma ha anche altri convogli destinati al mercato europeo. Oltre alle carrozze che possono cambiare lay-out, ci sono i vagoni «silenziosi» per chi non vuol saperne di telefoni né di computer, bistrot e ristorante. Infine Zefiro 380, il più veloce, dal «naso» a forma di aeroplano «rubata» dai tecnici «all’esperienza Bombardier nel campo dell’aviazione».

PAESE CHE VAI… - L’Italia, con tratti relativamente brevi, ha bisogno di treni capaci di accelerare velocemente, oltre che di viaggiare in fretta. La Cina, accanto ai treni-letto, adotterà i velocissimi 380. Ma anche gli Stati Uniti - dove il basso costo dei carburanti ha sino ad ora favorito i trasporti aerei e le automobili - stanno scoprendo il treno. E nonostante la crisi mondiale, il settore ferroviario dell’alta velocità è in espansione: le stime indicano nel 135% la crescita del 2009 rispetto ai tre anni precedenti. Ai 10.739 chilometri di linee veloci esistenti l’anno passato in tutto il mondo, se ne aggiungeranno presto altri 13mila chilometri già in costruzione. I super-treni corrono già in Belgio, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Taiwan, Taipei, Giappone, Corea e Stati Uniti; stanno per arrivare in Olanda e Turchia ed hanno progetti Argentina, Brasile, India, Marocco, Polonia, Portogallo, Russia e Arabia Saudita. La Cina pensa di allungare la sua rete per arrivare ad un’estensione di 5mila chilometri nel 2020.

Laura Guardini
19 giugno 2010



Powered by ScribeFire.

Milano, il party di Dolce e Gabbana 800 gli invitati a Palazzo Marino

di Marta Bravi

Gli stilisti festeggiano i vent’anni di attività: "Orgogliosi di essere milanesi". Domani mostra aperta al pubblico fino alle 19

 

«Siamo orgogliosi di essere milanesi e di essere italiani» con queste parole Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che festeggiano in questi giorni i vent’anni della collezione Uomo, hanno ringraziato il Comune e la città per «le opportunità che ci ha dato, per averci permesso di realizzare un sogno che vent’anni fa appunto consideravamo irrealizzabile». Per questo i due stilisti hanno organizzato un mega party da 800 invitati - tra cui Monica Bellucci, Morgan Freeman, Juliette Binoche e Roberto Bolle - a palazzo Marino, la casa dei milanesi, che sarà proiettato in diretta sui 4 schemi - cubi in piazza della Scala. Una festa ma anche una grande «mostra multimediale, ma semplice» come la definiscono gli stilisti, che racconta il percorso fatto in questi anni, dalla prima passerella a oggi, ma anche la città grazie alle immagini della vecchia Milano donate da cittadini e istituzioni. Sala Alessi, la sala Gialla, l’anticamera del Consiglio comunale e la sala Urbanistica saranno invase da immagini di sfilate, dettagli di abiti, attori e icone immortalate per il marchio, angoli e prospettive inedite di com’era Milano, accompagnata dalle note di Giuseppe Verdi.

La mostra sarà aperta al pubblico domenica dalle 10 alle 19. «Il nostro obiettivo è raggiungere più persone possibili per far conoscere l’amore e la passione che mettiamo nel nostro lavoro e per essere di esempio per tanti ragazzi che hanno un sogno». Per ringraziare la città Dolce e Gabbana hanno contribuito con 400mila euro al restauro del trono e del manto che indossò Napoleone per la sua incoronazione custoditi a Palazzo Reale che a breve sarà visibile al pubblico.

Elegantissima e illuminata da un sorriso smagliante Letizia Moratti: «L’evento di domani sera (stasera per chi legge, ndr) è molto importante per noi perchÉ mette Milano sotto i riflettori di tutto il mondo, dal moemento che la festa sarà trasmessa a tutto il globo. Milano si conferma dunque capitale della moda, e a dirlo sono i numeri: 7000 imprese del settore, un fatturato annuo di 100 miliardi di euro, 14 scuole con 6mila iscritti. La nostra città crede nella moda e vuole investire in progetti condivisi come questo. Non solo, per la settimana di Moda Donna a settembre stiamo organizzando con la Camera della mnoda e tuttte le griffe un calendario ricco di eventi e iniziative che durerà sette giorni». «La moda rappresenta il 21% del pil cittadino - osserva l’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi -. Per noi è un onore che Dolce e Gabbana abbiano scelto Milano per celebrare i vent’anni di attività»





Powered by ScribeFire.

Pomigliano, Marchionne si scaglia sul sindacato: "Hanno scioperato solo perché giocava l'Italia"

di Pierluigi Bonora

Il numero uno del Lingotto infuriato: "Ci prendono per i fondelli".

Poi avverte: "La Fiom vuol rinunciare a un piano da 20 miliardi, se continua così ammazzerà l’industria italiana".

Il paradosso: "Per portare un'auto in Italia oggi bisogna parlare con 12 persone: è incredibile"


Sergio Marchionne si è stufato. E non riesce a capacitarsi di come, davanti a 20 miliardi di investimenti, che permetteranno al gruppo Fiat di fare in pochi anni dell’Italia un grande polo automobilistico, certi sindacati e uomini politici siano ancora legati «a storie vecchie di 30, 40 e 50 anni fa e a cose, come il padrone contro il lavoratore, che non esistono più». Alla vigilia del referendum tra i 5.200 dipendenti Fiat di Pomigliano d’Arco, l’amministratore delegato del Lingotto si sfoga e pone un problema preciso: «Se vogliamo uccidere l’industria italiana lo si dica, e lo facciamo».

Il numero uno della Fiat, negli ultimi giorni, è stato alla finestra, assistendo pazientemente, in silenzio, agli sviluppi seguiti all’accordo separato con i sindacati sulla riorganizzazione del lavoro a Pomigliano. Ma ieri ha perso le staffe: «Stiamo cercando di portare avanti un progetto industriale italiano che non ha equivalenti nella storia dell’Europa. E non conosco in Europa - ha detto Marchionne riferendosi all’impianto in Polonia e alla scelta di realizzare in Campania la futura Panda - nemmeno un’azienda che ha avuto il coraggio ed è in grado di spostare la produzione da un Paese dell’Est di nuovo in Italia». Quello lanciato dal top manager, a margine della cerimonia del conferimento del Master honoris causa a Mario Draghi, è proprio l’ultimo avvertimento: «Il mondo è cambiato e allora: o decidiamo di competere veramente a livello internazionale o, altrimenti, l’Italia non avrà un futuro a livello manifatturiero».

Il braccio di ferro continua e la Fiom, nel continuare a ritenere «illegittimo» il piano Fiat per Pomigliano, invitando i lavoratori napoletani a votare «no» martedì prossimo, non si rende conto che se anche dovesse riuscire a vincere la sfida al termine delle consultazioni, il successo si trasformerebbe subito dopo in una gravissima sconfitta. È chiaro, infatti, e lo stiamo scrivendo da giorni, che il test di Pomigliano per l’amministratore delegato del Lingotto ha una valenza nazionale. Senza la stragrande maggioranza dei «sì» (almeno l’80%) il progetto «Fabbrica Italia» salta, gli operai di Pomigliano si presenteranno il 27 di ogni mese a chiedere lo stipendio alla Fiom e, come ha sottolineato l’osservatore Stefano Aversa, presidente di AlixPartners, proprio da queste pagine, «a pagare per tutti sarà alla fine lo Stato, cioè i suoi contribuenti». «Non mi riconosco - ha aggiunto Marchionne - nei discorsi che vengono fatti dalla Fiom. Io sono orgoglioso di essere italiano e se la Fiat non avesse voluto bene all’Italia non avrebbe mai fatto una mossa simile: 20 miliardi di investimenti e il raddoppio della produzione. E invece che cosa succede? Si parla di un affronto alla Costituzione italiana. Ma stiamo scherzando?».

Il capo operativo del Lingotto, orgoglioso di essere italiano e allo stesso tempo abituato a ragionare con il fuso orario americano, è l’uomo che è riuscito a portare a casa la Chrysler a zero dollari, il top manager che dopo aver resuscitato la Fiat sta facendo altrettanto con il gruppo Usa. Unica differenza: a Detroit, nel giorno in cui le linee di montaggio hanno sfornato il nuovo Jeep Grand Cherokee, gli operai della Chrysler gli hanno tributato un applauso; a Pomigliano (e non solo) il piano di rilancio produttivo del Paese, una scommessa sicuramente non facile, ha invece acuito divisioni e lotte politico-sindacali, riesumando logiche del passato. «O si lavora seriamente - ha tagliato corto Marchionne - o la Fiat non è interessata». Per Marchionne, infatti, vale lo schema americano (Uaw) o quello tedesco (Ig Metall): «Abbiamo bisogno di un solo interlocutore con cui parlare; anche il fatto che i nostri operai si siano divisi in gruppetti dà fastidio e non è la cosa più efficiente. Se per portare una macchina in Italia occorre parlare con 10-12 persone non è possibile procedere. È una cosa incredibile, mai vista altrove».

A mandare su tutte le furie il top manager è stato anche lo sciopero, indetto lunedì scorso a Termini Imerese, la fabbrica Fiat che chiuderà il 31 dicembre 2011, in coincidenza con la prima partita ai Mondiali degli azzurri («l’azienda avrebbe comunicato ai dipendenti che i maxischermi concordati non sarebbero stati allestiti così come negli altri stabilimenti del gruppo», questo il motivo dello stop). «Cerchiamo di smetterla di prenderci per i fondelli - ha tuonato Marchionne - perché come lo fanno in Sicilia, lo hanno fatto a Pomigliano e in tutti gli altri impianti italiani». La stoccata finale è sempre rivolta alla Fiom: «Posso fare l’elenco di tutti i Paesi europei e fuori Europa che si sono messi in fila per fare la Panda. In Polonia, poi, finora la Panda l’hanno prodotta bene e a livelli di qualità altissimi, mai raggiunti in una fabbrica italiana». «Il 22 giugno - ha commentato da Milano il presidente della Fiat, John Elkann - sarà un giorno importante non solo per il futuro della fabbrica campana, ma per l’intero sistema industriale italiano». È proprio l’ultimo treno, insomma.




Maxi sequestro dei Nas: "70mila mozzarelle blu" Vengono dalla Germania

di Redazione

Settantamila mozzarelle "blu" sono state sequestrate dai Nas a Torino.

La metà degli alimenti sono di provenienza straniera.

Coldiretti: "Fenomeno grave, mette a rischio la salute dei consumatori"


 

Torino

La vicenda delle 70mila mozzarelle blu ’made in Germany’ sequestrate dai NAS di Torino è la spia di un fenomeno grave che mette a rischio potenzialmente la salute dei consumatori ingannati: lo dice Coldiretti complimentandosi coi carabinieri. La metà delle mozzarelle in vendita in Italia, afferma l’associazione, sono fatte in toto o in parte con semilavorati o latte provenienti dall`estero. E per fortuna il Parlamento Europeo ha votato finalmente a favore dell`obbligo di indicare il luogo di origine/provenienza per carne, pollame, prodotti lattiero caseari, ortofrutticoli freschi, tra i prodotti che si compongono di un unico ingrediente (che oltre al prodotto agricolo prevedono solo degli eccipienti come acqua, sale, zucchero) e per quelli trasformati che hanno come ingrediente la carne, il pollame ed il pesce.

Dalle frontiere italiane sono passati in un anno - sostiene Coldiretti - ben 1,3 miliardi di litri di latte sterile, 86 milioni di chili di cagliate e 130 milioni di chili di polvere di latte di cui circa 15 milioni di chili di caseina utilizzati in latticini e formaggi all’insaputa dei consumatori e a danno degli allevatori. Il risultato è che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura con cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio indicarlo in etichetta. Secondo un’indagine Coldiretti-Swg la quasi totalità dei cittadini (97 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato in etichetta il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti.

Il formaggio blu La segnalazione sulla mozzarella "blu" era arrivata ai carabinieri dei Nas di Torino da una signora che ha ripreso col telefonino l’inquietante cambio di pigmentazione del formaggio una volta aperta la bustina. Già l’azienda distributrice, che rifornisce molti discount del Nord, a fronte di numerosi reclami aveva iniziato a richiamare il prodotto, contestando la fornitura allo stabilimento industriale tedesco di provenienza. Secondo i Nas per ora sono ignote le cause del colore ’da puffì della mozzarella aperta, e non vi sono elementi per configurare ipotesi di reato. L`intera partita di mozzarelle tedesche è stata rintracciata e bloccata.



Powered by ScribeFire.

Avvistamento Ufo a Padova: «Trenta sfere di fuoco in cielo»

IL Mattino

Una coppia ha filmato l'evento misterioso: «Erano luci
accecanti a forma di rombo e non facevano alcun rumore»


 

PADOVA (18 giugno) 


Luci dal cielo. Luminose, accecanti e velocissime. Una coppia di Cadoneghe ne ha contate una trentina, ma altri testimoni descrivono uno schieramento di almeno cento palle di fuoco che si sono ricorse sopra il cielo di Cadoneghe.
Guarda il video dell'avvistamento trasmesso da Telenuovo

Oggetti non identificati che domenica sera, poco dopo le 22.30, hanno tenuto Domenico Zanardino, 33 anni, e sua moglie Erika Camparin, 30 anni, con i residenti di via Garibaldi con il naso all'insù. Un insolito avvistamento che Zanardino, è riuscito a filmare con la sua videocamera.

«Ne abbiamo contate trenta: erano luci infuocate a forma di rombo e dalla fessura che s'intravedeva il fascio di luce accecante - racconta la moglie Erika, - eravamo in salotto e siamo stati entrambi attratti dalla strana luce che arrivava dal cielo. Siamo usciti in terrazzo e abbiamo queste strane luci venirci incontro. Erano tantissime, allineate una dietro l'altra, e si muovevano rapidamente. Quello che mi ha colpito è che non si sentiva alcun rumore. Arrivavano da lontano e man mano che si avvicinavano erano sempre più veloci».

Le palle di luce hanno attirato l'attenzione anche di altri residenti e degli avventori del bar. Tra loro c'è chi giura di averne contate addirittura cento. «Tutti ci chiedevano cosa mai fossero quelle luci e da dove venissero. Poi mio marito ha preso la telecamera e si è messo a filmare. Altre persone hanno provato con il telefonino».

Le luci, al momento non ancora identificate, si sono rincorse per circa un quarto d'ora tra lo stupore della gente che le ha poi osservate sparire nel cielo. Aerei? Asteroidi? Palloncini sonda? Ufo? L'interrogativo rimane.




Powered by ScribeFire.

Non affitto più la casa agli italiani»

IL Secolo xix



«AFFITTASI appartamento. SOLO extracomunitari». Segue un numero di telefono. Il cartello era affisso sino all’altroieri in un portone di piazza della Vittoria. Lì lo ha scoperto un cronista della “Padania”, il giornale ufficiale della Lega Nord. E la polemica per il “razzismo al contrario” e la discriminazione agli italiani è sorta immediatamente.

A quel numero di telefono risponde il cameriere di un locale: è il “Parador” di piazza della Vittoria, teatro prediletto per gli aperitivi di buona parte degli occupanti degli uffici della zona, per l’abbondanza di scelta dei piattini. E Pardo Franco («Pardo è il nome», precisa prima ancora che qualcuno gli faccia la domanda), titolare del bar, è proprio l’autore dell’annuncio che ha scatenato la reazione indignata dei vertici locali della Lega. Una reazione che, spiega l’uomo, lo ha insieme stupito e divertito: «Dare del razzista a me è davvero una roba fuori di testa.

Il razzismo io l’ho provato sulla mia pelle, quarant’anni fa, quando sono arrivato in questa città. Poliziotto e meridionale (è originario del Molise, ndr), a Genova negli anni ‘70. Praticamente era una condanna al disprezzo, da parte di molta gente. A volte dicevo di fare il pastore sul Monte Moro per evitare gli sguardi obliqui».




Powered by ScribeFire.

Fucilato in Usa, ecco la sedia dell'esecuzione

Derubavano cadaveri, orrore a Genova

La Stampa

Denunciati 7 dipendenti comunali.
Per anni hanno depredato i morti riesumati di protesi, anelli e monili
GENOVA

Orrore a Genova. Sette dipendenti comunali, quattro tumulatori e tre ispettori, sono stati denunciati dai carabinieri del comando provinciale di Genova per avere sistematicamente e per anni depredato i cadaveri riesumati di protesi dentali e ortopediche, anelli e monili lasciati loro addosso dai parenti.

I reati contestati sono vilipendio di tombe, sottrazione, distruzione e soppressione di cadavere, peculato, furto di arredi di interesse storico ed artistico, con l’aggravante di essere stati commessi in un luogo di sepoltura. I sette, tutti in servizio presso il cimitero monumentale di Staglieno, secondo i militari che hanno depositato presso la procura della Repubblica di Genova una dettagliata informativa, erano soliti rubare anche materiali pregiati, come marmi e arredi, nonchè statue e fregi. Tutto il materiale era selezionato, stoccato e rivenduto. Le protesi dentali, se non d’oro, erano piazzate su un mercato nero di cui persino i carabinieri ignoravano l’esistenza.

Dalle protesi ortopediche, gli "sciacalli" ricavano le leghe pregiate ed il metallo raro, come il titanio, che riuscivano a rivendere senza problemi. La stessa fine faceva l’alluminio delle bare che venivano svuotate, pressate e rivendute a peso. I cadaveri erano violati all’interno della «sala lavori» del cimitero di Staglieno. Il materiale rimosso dalle salme veniva suddiviso in bacinelle e stoccato all’interno degli armadietti dei tumulatori. Le dentiere, secondo i militari, erano acquisite in blocco da un ex dipendente dei servizi cimiteriali del Comune. Questi si recava con la moglie nella zona di Staglieno - dove sono sepolti alcuni suoi parenti - e passava le buste contenenti denaro all’ex collega in cambio degli oggetti sottratti ai morti.

Le protesi ortopediche seguivano un "iter" più complicato. Ciascun impiegato del Comune conosceva personalmente singoli acquirenti. Talvolta passavano settimane prima che gli oggetti potessero essere venduti. E spesso venivano raggruppati e venduti a blocchi. I militari avrebbero fotografato lo scambio di denaro e protesi, annettendo all’informativa anche un dossier fotografico. Un’altra fonte di guadagno proveniva, secondo i militari, dalla compressione nei loculi delle bare in zinco, senza attendere la mineralizzazione delle ossa come previsto dal regolamento, così da ricavare maggiore spazio, che assicuravano dietro compensi «in nero» ai parenti degli estinti desiderosi di trovare una sistemazione ai propri cari




Powered by ScribeFire.

Fermi tutti, sfila il funerale della cultura

Corriere del Mezzogiorno

Il corteo degli artisti salernitani contro i tagli inseriti nella manovra di governo: ci hanno tolto soldi e libertà

Uno dei manifestanti
Uno dei manifestanti
SALERNO — Vestiti di nero, con un fiore tra le mani, hanno sfilato lungo corso Vittorio Emanuele fino a piazza Portanova per urlare «silenziosamente» il proprio no ai tagli imposti dal governo nazionale al mondo della cultura. A inscenare un vero e proprio corteo funebre martedì sera sono stati gli artisti salernitani che aderiscono alla Federazione nazionale autonoma artisti vari, che in tutta la provincia ha ormai raccolto oltre cento adesioni e poco più di trecento simpatizzanti. Il raduno era fissato in piazza Vittorio Veneto alle diciotto. Tutti si sono presentati vestiti a lutto, armati di cartelloni e volantini, oltre che di fiori. C’erano un po’ tutti: attori di teatro, musicisti, ballerini. Ma qualche volto noto mancava e da qui è scattata la polemica aspra di Antonella Parisi nei confronti di quegli artisti salernitani «che hanno le mani legate e stanno zitti».

Corteo funebre: la cultura è morta

«SILENZIO DEI POLITICI LOCALI» -
«Ci hanno tolto soldi e libertà di espressione— ha esordito Antonella Parisi del Teatro Bis — oggi siamo qui a rivendicare il nostro spirito critico. L’assenza di molte facce note dello spettacolo salernitano dipende dal fatto che proprio loro, e magari sono quelli che fanno spettacoli per far ridere, sono seduti proprio vicino a quegli altri che occupano le poltrone del potere, che contano. Quindi non protestano perché devono dare conto a qualcuno. Mi riferisco ovviamente non ai politici nazionali ma a quelli locali. Evidentemente a loro va bene così». Il riferimento è chiaro e lampante, ma nessuno fa nomi e cognomi. Fatto sta che la protesta non ha registrato presenze importanti nel panorama artistico locale.

LA CRITICA - Ma la denuncia di Antonella Parisi va oltre la critica ai tagli imposti dal governo Berlusconi e colpisce gli enti locali, rei comunque di non avere la giusta attenzione per il mondo della cultura: «A livello teorico— conferma ancora l’attrice salernitana — tutti ci vorrebbero sostenere ed in maniera forte, ma alla fine, quando bisogna stringere, ci viene detto che devono fare i conti con il bilancio e che non ci sono risorse. Figuratevi che dobbiamo essere ancora pagati per gli spettacoli 2009, non solo dalla Provincia ma anche dai singoli comuni. Ma queste cose non le possiamo dire altrimenti qualcuno si arrabbia». Intanto il raduno fa registrare la presenza dei due principali promotori del sindacato autonomo degli artisti, ossia Tullio Ragusa e Giuseppe Masullo.

IL SINDACATO DEGLI ARTISTI - Proprio Ragusa ci tiene a precisare come sia stato difficile organizzare un movimento sindacale degli artisti locali: «Non è affatto facile organizzare un sindacato. Oltre alla protesta contro il governo per i tagli alla cultura— conferma il musicista — noi crediamo comunque di portare avanti degli obiettivi concreti per il nostro territorio. Abbiamo bisogno di dare dignità a questa categoria, magari con l’istituzione di un albo professionale che possa garantire chi fa questo per mestiere e non per hobby». Alla fine, dopo quasi un’ora di attesa, il corteo funebre parte con gli artisti che iniziano a marciare in fila indiana, sfilando tra una folla a tratti distratta, a tratti attenta a chiedere il motivo della singolare forma di protesta.

SOLIDARIETÀ TRANSNAZIONALE - «Cosa succede, perché questo corteo?» chiede un turista inglese con un ottimo italiano. «Protestiamo perché non ci vogliono far sopravvivere» è il commento di un giovane attore. «Non preoccupatevi più di tanto — risponde il turista — anche da noi è la stessa cosa, tagli del governo ovunque. Good luck». Il corteo giunge così in piazza Portanova dove vengono distribuiti volantini ed avvicinati i salernitani di passaggio per metterli al corrente di quanto sta accadendo al mondo della cultura salernitana.

Umberto Adinolfi




Powered by ScribeFire.

Polla, Sant'Antonio «piange» e i fedeli gridano al miracolo

Corriere del Mezzogiorno

Sulla statua del Santo di Padova è stato notato del liquido.

Il vescovo Spinillo: «Cautela, bisogna capire»

La statua di Sant'Antonio nel santuario a lui intitolato a Polla

La statua di Sant'Antonio nel santuario a lui intitolato a Polla

SALERNO

Si parla di miracolo a Polla, in provincia di Salerno perchè sulla statua di Sant’Antonio, all’interno del santuario a lui intitolato, è stato notato del liquido: per alcuni fedeli si tratterebbe di lacrime. Qualcuno grida al miracolo, ma la vicenda è tutta da accertare. Da quando si è diffusa la notizia della presunta lacrimazione sempre più fedeli si stanno recando al santuario del comune salernitano. I monaci hanno deciso di bloccare le visite e anche il vescovo della diocesi di Teggiano-Policastro, monsignor Angelo Spinillo, si è personalmente recato a vedere la statua.

STATUA SECRETATA - «Ho constato che, soltanto nella parte circostante un occhio della statua si notava, leggermente, la presenza di una sostanza liquida incolore; ma ciò non vuol significare assolutamente che la statua del Santo lacrimasse», ha detto monsignor Spinillo, aggiungendo: «Si tratta di fenomeni che facciamo fatica a decifrare perchè non ne conosciamo l’origine: bisogna studiarli approfonditamente e trovarne, appunto, un significato». Che la statua del Santo non sia più visibile perchè secretata, al vescovo sembra «una scelta quanto mai opportuna»: «Secretare la statua significa evitare visite spinte da semplice curiosità che non aiutano affatto in questi giorni particolari», ha sottolineato. Ad assistere per la prima volta al fenomeno della lacrimazione, che a quanto si è saputo continua tutt’oggi, sarebbero stati i tre monaci del convento: padre Candido, padre Ippolito e padre Tommaso. Tutti e tre non rilasciano, al momento, alcuna dichiarazione.

CAUTELA - Il primo cittadino di Polla, Massimo Lo Viso, dal canto suo, esprime cautela sulla vicenda. «In questo frangente bisogna essere quanto mai cauti» dice, «Da parte mia posso soltanto dire che attendo ansioso, come tutti i miei concittadini, ulteriori sviluppi che chiariscano il presunto fenomeno che si sarebbe verificato in coincidenza con due avvenimenti svoltisi a Polla: il primo è rappresentato dalla coincidenza con la festività del Santo a cui la comunità pollese è fortemente legata, il secondo è dovuto al completamento degli interventi di restauro del convento e delle aree vicine, interventi che, inaugurati giovedì dieci giugno scorso, hanno restituito agli antichi splendori l’intera struttura conventuale».

Redazione online




Powered by ScribeFire.

La fucilazione? La barbarie più onesta

di Giordano Bruno Guerri

Sono contrario alla pena di morte per almeno tre buoni motivi. 1) I cittadini e lo Stato non possono e non debbono mettersi sullo stesso piano di un assassino, applicando la selvaggia e primitiva legge del taglione; non è con la violenza che si risolvono i problemi sociali. 2) L’ergastolo - ovvero passare il resto della vita chiusi in una cella - mi sembra una pena se possibile ancora peggiore della morte; ma questa è una sensazione personale. 3) Non è una sensazione personale, invece, che spesso si siano condannati degli innocenti: un errore che non si può correre, in nessun caso.

Finita la premessa indispensabile, l’argomento da dibattere è la decisione di Ronnie Lee Gardner, pluriassassino di 49 anni (oltre 25 trascorsi in carcere), che all’iniezione letale ha preferito il plotone d’esecuzione, come consentivano le leggi dell’Utah. A molti è sembrata un’ulteriore barbarie. Io dico - ribadita la mia contrarietà alla condanna capitale - che è un segno di civiltà.
Se è civile consentire a un condannato di scegliere l’ultima cena, è ultracivile consentirgli un’alternativa al modo in cui gli verrà somministrata la morte: pensare il contrario significa mettersi sullo stesso piano di chi, di fronte a un assassino efferato, sostiene «io gli farei questo e quest’altro», elencando le torture più tremende.

In questo caso la scelta era fra l’iniezione letale e la fucilazione. «Iniezione letale», che passa per il metodo più civile, vuol dire iniettare nel sangue del condannato un misto di barbiturici, agenti chimici paralizzanti e rilassanti. In realtà vengono fatte tre iniezioni (a distanza, in modo completamente asettico), da tre persone diverse, in modo che nessuno possa sapere quale delle tre è quella mortale; e non sempre la faccenda è indolore, tutt’altro: e il cuore può continuare a battere fino a quindici minuti dopo.

Fucilazione significa che cinque tiratori scelti ti sparano al cuore: anche in questo caso uno dei fucili è caricato a salve, ma la morte è istantanea, dunque la più indolore che si possa immaginare.
Eppure, persino l’Utah, l’unico Stato americano che consentiva la scelta, nel 2004 è tornato all’iniezione letale obbligatoria. Ronnie Lee Gardner ha potuto scegliere in quanto condannato prima che la legge cambiasse. La fucilazione viene considerata barbara perché è un metodo antico e perché si versa il sangue, perché un uomo viene messo faccia a faccia con altri uomini che lo uccidono. Abbiamo cercato di cancellare la barbarie con strumenti tecnologici «puliti», come la sedia elettrica, e che comunque non implichino il rapporto frontale ucciso/uccisore. È un’ipocrisia.

Anche io avrei scelto di venire fucilato. E non soltanto per essere sicuro di soffrire il meno possibile. Avrei scelto di essere fucilato perché avrei voluto morire come da sempre muoiono gli uomini ritenuti colpevoli: colpito al cuore, non avvelenato come una cavia da laboratorio o fritto su una sedia come uno sciame di zanzare. Vorrei che lo Stato, il quale si ritiene in diritto di uccidermi, lo faccia a viso aperto, mettendomi di fronte a un gruppo di suoi uomini, rappresentanti delle forze dell’ordine. Volontari, beninteso, e quindi fieri, o lieti, di spararmi al cuore. Proprio come loro, avrei voluto che - almeno in quel momento supremo - non ci si nascondesse dietro il dito modesto dell’ipocrisia.

Per fortuna, in Italia non abbiamo di questi problemi. Ma ne stiamo per affrontare un altro, ancora più delicato, nel già delicato tema dei trapianti: la possibilità che i carcerati possano donare degli organi, per il momento un rene. C’è chi si oppone sostenendo che potrebbe essere una donazione non del tutto disinteressata, bensì con la speranza di ricavarne vantaggi di pena. E se anche fosse? Pure la «buona condotta» - non sempre spontanea - consente sconti di pena. Qui, semplicemente, correndo dietro la spaccatura dell’etica in quattro, si perde di vista il problema principale: che qualcuno ha disperato bisogno di un rene. Ed essere carcerati - cioè privati della libertà - non può privare di tutte le libertà, soprattutto di quelle che possono far del bene al prossimo.

www.giordanobrunoguerri.it



Powered by ScribeFire.

L'Europa vuole toglierci la Nutella

IL Tempo


L'allarme della Ferrero: "Ci faranno scrivere sulle etichette che favorisce l'obesità". Il Parlamento europeo approva la norma sul "miglior profilo nutrizionale" per ogni alimento. A rischio il settore dolciario.


Fan della Nutella in piazza Che mondo sarebbe senza Nutella? Non lavorate troppo di fantasia: magari non l'intero orbe terracqueo, ma almeno l'Europa potrebbe avviarsi verso un'epoca grama, dai devastanti effetti per la psiche e per il palato. Private della possibilità di gustare la deliziosa crema figlia del gianduia, intere popolazioni reagirebbero in modo sconsiderato, in una atroce altalena fra depressione e aggressività. Con i bambini a frignare per pretendere la loro colazione preferita, e gli amanti a dover riconsiderare tutta una gamma di giochi erotici dal sapore casareccio.
Ma cos'è accaduto? Un fatto meramente tecnico, a guardarlo distrattamente. Il Parlamento Ue ha approvato, in prima battuta, l'introduzione del "miglior profilo nutrizionale" sulle etichette degli alimenti. A tradurre dal burocratese continentale ci pensa Francesco Paolo Fulci, vicepresidente del Gruppo Ferrero: «Questo voto, se confermato, potrebbe mettere fuori legge la Nutella e la stragrande maggioranza dei prodotti dolciari. Oggi ci dicono di non fare messaggi promozionali, ma domani ci faranno scrivere come sulle sigarette: "Attenti, è pericolosa, favorisce l'obesità", o magari ci metteranno delle tasse fortissime».
Il rischio c'è. E in una congiuntura storica come questa, dove la crisi ci morde i polpacci, vorrebbero anche impedirci la consolazione di una ricarica - magari notturna - con l'impareggiabile dolciume? Miope Europa: piuttosto che mortificare la dispensa, dovrebbero arricchirla, semmai. Con i bond di mezza Ue diventati carta straccia, e i posti di lavoro che diminuiscono di ora in ora, questi illuminatissimi governanti si preoccupano di qualche caloria in più, vengono a svuotarci la cucina, ci abituano a tirare la cinghia prima del tempo. Se c'è un elemento surreale, in questa legislazione strasburghese, è proprio l'accanimento sul menu. Ora mirano ai dolciumi, ma non si è certo chiusa la ferita sullo stop alla pesca di telline e cannolicchi, in vigore dal primo giugno. Nel frattempo la Ue ha lavorato attorno alle mense con una fantasia che neanche i sofisticatori alimentari professionisti: la Coldiretti ricorda che è già stato dato il via libera al formaggio praticamente senza latte, e del vino che non conosce l'uva, ottenuto con la fermentazione di lamponi o ribes, con la gradazione esasperata dall'aggiunta di zucchero.
Si possono commercializzare aranciate senza arancia (non in Italia, non ancora), mentre nei supermercati oltreconfine impazza la vendita della Fontina svedese, della palenta (con la "a") montenegrina, del Parmi olandese, del barbera bianco romeno, come in una orrenda satira del gusto nazionale. Ma la Nutella no: è la linea del Piave dello stomaco e dell'anima. Ci si organizzerà in trincee più profonde del barattolone di pasta di cioccolata e nocciole entro cui scavava famelico il Nanni Moretti di "Bianca" e non si lascerà passare lo straniero. È storia patria, questa: il primo vasetto - erede della "Supercrema" Ferrero - era uscito dagli stabilimenti di Alba il 20 aprile 1964. Ci sono almeno tre generazioni di italiani pronte a difendere la Nutella (non importa, in fondo, quale sia la destinazione d'uso) con cucchiaio e coltello. Sarà lotta all'ultima spalmata.




Powered by ScribeFire.

E' morto lo scrittore Josè Saramago

La Stampa

  

 

Portoghese, aveva 87 anni. Fu premio Nobel per la letteratura

MADRID

È morto lo scrittore portoghese Josè Saramago. Aveva 87 anni. Saramago è spirato nella sua casa di Lanzarote, a causa di una leucemia cronica. Il decesso è avvenuto oggi intorno alle ore 13. Al suo capezzale c'era la moglie Pilar del Rio. Aveva passato una notte tranquilla e fatto colazione. Poi si è sentito male.

Poeta, romanziere e giornalista, Saramago è stato l'unico autore di lingua portoghese ad avere ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Saramago nacque nel 1922 ad Azinhaga, primogenito di una povera famiglia contadina che tre anni dopo si trasferì a Lisbona: trascorse l'infanzia lavorando per mantenere al famiglia, dopo essere stato costretto ad abbandonare la scuola. Il suo primo romanzo - che non ebbe successo - fu "Terra do pecado", pubblicato nel 1947; dopo trent'anni di silenzio, segnato però dalla pubblicazione di alcuni libtri di poesie e dalla pratica del giornalismo, uscì "Manuale di pittura e calligrafia", vero inizio di una carriera letteraria riconociuita internazionalmente con "L'anno della morte di Ricardo Reis" (1984) e culminata nel Premio Nobel concessogli nel 1998.

Ateo confesso, ebbe problemi con il governo portoghese che rifiutò di presentare il suo "Vangelo secondo Gesù Cristo" al Premio Letterario Europeo, abbandonando per protesta il Paese e tarsferendosi a Lanzarote.



Powered by ScribeFire.