lunedì 21 giugno 2010

La canzone anti-Italia che spopola in Rete

Corriere della sera

Quattro tedeschi ironizzano sul Mondiale azzurro. «Non abbiamo ancora digerito la sconfitta del 2006...»

MILANO

«Non importa chi vince la Coppa. Basta non sia l'Italia!». È questo (in versione un po' più volgare) il refrain della canzone più in voga in questo momento in Germania. Trasmessa dalle radio è già un tormentone in rete. E un caso nei social network.



HIT - «Solo su Internet l'Italia è ancora una hit», titola la Bild. Ed in effetti il beffardo brano della band tedesca «Die vier Sterne» («Le 4 stelle») è tra i più visti su YouTube, scambiato migliaia di volte anche nei vari social network. Dopo il rap di Trapattoni, la canzone «Numero uno» dedicata dal cantante Matze Knop a Luca Toni, in Germania ora spopola «Nur Italien nicht!», un pezzo di dubbio gusto musicale sulla nazionale di Marcello Lippi. È cantato da un gruppo di comici e cabarettisti della Germania - tutti molto noti nel Paese grazie ad una trasmissione tv. «L'idea di fare questa canzone ci è venuta dopo l'1-1 nella partita d'esordio degli azzurri contro il Paraguay», spiegano i quattro membri del gruppo Dittmar Bachmann, Achim Knorr, Lutz von Rosenberg Lipinsky e Sven Hieronymus.

LUOGHI COMUNI - Il brano, assai tagliente (accompagnato da un videoclip alquanto trash), è farcito, ovviamente, di luoghi comuni e termini che caratterizzano lo stereotipo del nostro Paese e del nostro calcio. Il refrain della canzone è più che mai eloquente: «Wer den Cup gewinnt, ist scheiß egal, nur Italien nicht, Italien nicht!». Che tradotto significa: «Non importa un fico secco (per dirla in modo elegante, ndr) chi vince la Coppa. Che non sia l'Italia, che non sia l'Italia!». E prosegue: «Un gol nei primi secondi basta per 90 minuti»; «Spintoni, sputi e insulti: questo è il calcio italiano»; «Catenine e scarpette d'oro; creme e gel, sembrate delle squillo»; «Ci piace il vostro cibo, ma per il calcio non avete tutte le rotelle a posto». E ancora: «Pizza, pasta, mafia - Berlusconi. Questo ci basta, altro non vogliamo».

SCONFITTA 2006 - Ciononostante, interpellati dai media, i membri della band sostengono di non voler offendere o provocare i tifosi italiani. Che la canzone vuole solo essere spiritosa, insomma, «una presa in giro e nulla più». Anche perché «non abbiamo digerito la sconfitta dopo i tempi supplementari del Mondiale di Germania 2006». Al quotidiano Rhein-Zeitung aggiungono: «L'abbiamo prodotta in meno di 48 ore, il successo era inaspettato. Non sappiamo se col singolo incideremo un cd, vediamo dove ci porta l'onda». Per i quattro è però già chiaro quale sarà il team che si porterà a casa il trofeo: «Alemania, certamente», come chiosano nella canzone.

Elmar Burchia

21 giugno 2010

 

Il «Mein Kampf» in vendita a Frascati apologia di reato a 8 euro in bancarella

Corriere della Sera

Sconcertante scoperta di una lettrice romana: tra i libri di una fiera ai Castelli anche il volume di Adolf Hitler

 

La bancarella con il «Mein Kampf»
La bancarella con il «Mein Kampf»
ROMA -
Il «Mein Kampf» di Adolf Hitler in vendita a Frascati, alle porte di Roma, in bella vista tra le bancarelle del mercatino di viale Annibal Caro. Una vendita non occasionale: oltre a varie copie del libro, messe diligentemente in esposizione in mezzo al resto delle bancarelle di oggetti vari, un avviso - una locandina con la bandiera con la svastica - annuncia ai visitatori che si può cogliere l’occasione di un’offerta del raro testo a soli otto euro.

SOLO PER «APPASSIONATI» - Messo all’inizio del mercatino l’avviso costituisce una sorta di biglietto d’ingresso inaspettato. Al gestore della bancarella è stato contestata da alcuni passanti la vendita del testo tristemente noto, ma l’esercente si è rifiutato di ritirarlo dall’esposizione. Le copie appartengono a un ‘edizione del ’92, della Nuova Timec srl di Albairate. All’interno un’avvertenza: «E' un libro per appassionati». La vendita sarebbe a 15 euro, l’offerta ne ha dimezzato il prezzo portandolo a otto.

La locandina che «promuove» il libro
La locandina che «promuove» il libro
LA POSTFAZIONE DEI DEPORTATI -
Del libro esistono pubblicazioni varie, tra le più recenti quella di Kaos edizioni che ha provveduto comunque a far seguire il pensiero di Hitler da una postfazione di Gianfranco Maris, dell’Associazione deportati. Altre edizioni, la Lucciola di Varese e Ar. Tre anni fa altre copie del libro furono scoperte sul bancone delle librerie della Borri’s Books alla Stazione Termini e alla Stazione Tiburtina di Roma.
Di fronte alla protesta dell’allora delegato alla memoria del sindaco Veltroni, Alessandro Portelli, e del presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici, la titolare degli esercizi provvedette in gran fretta a far ritirare dalla circolazione il «Mein Kampf» di Hitler.

Paolo Brogi
21 giugno 2010



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Di Pietro indagato per truffa a Roma L'accusa: illeciti nei rimborsi elettorali

di Redazione

Di Pietro iscritto sul registro degli indagati della procura di Roma per una vicenda di rimborsi elettorali incassati dall’Idv. Truffa è il reato ipotizzato dopo la denuncia presentata da Elio Veltri, sei anni fa candidato in una lista collegata all’ex pm di Milano alle europee. Il leader Idv: "Solita storia trita e ritrita, già archiviata dalle procure"





Roma - Antonio Di Pietro è stato iscritto sul registro degli indagati della procura di Roma per una vicenda di rimborsi elettorali incassati dall’Italia dei Valori. Truffa è il reato ipotizzato dall’aggiunto Alberto Caperna e dal pm Attilio Pisani dopo una denuncia presentata nelle scorse settimane da Elio Veltri, sei anni fa candidato in una lista collegata all’ex pm di Milano alle elezioni europee. "E' sempre la solita storia trita e ritrita su cui già, più volte - ha replicato Di Pietro - si sono espresse le varie procure della Repubblica, archiviando il caso".
La gestione dei fondi elettorali Truffa. In base all’articolo 640 del codice penale. Per questo reato risulta iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. Il fascicolo che lo vede coinvolto riguarda i rimborsi elettorali incassati dall’Idv. Stando alla denuncia di Veltri, l’associazione Italia dei valori si sarebbe sostituita nella gestione dei fondi elettorali al movimento politico di cui è leader Di Pietro. E tutto sarebbe avvenuto con una serie di false autocertificazioni. Al di là dell’apertura del procedimento, a piazzale Clodio si ricorda che da un lato fascicoli scaturiti da denunce analoghe sono finiti in archivio e dall’altro che lo stesso Di Pietro, qualche mese fa, ha firmato davanti a un notaio un atto per sancire che associazione e movimento politico Italia dei Valori sono la stessa cosa. Sulla vicenda, i magistrati hanno delegato una serie di accertamenti alla Guardia di Finanza.
La replica di Di Pietro "E' sempre la solita storia trita e ritrita su cui già, più volte, si sono espresse le varie procure della Repubblica, archiviando il caso. Per cui la Procura della Repubblica di Roma non poteva non procedere, anche questa volta, a seguito del solito esposto", ha commentato il leader dellIdv. "Porteremo, ancora una volta - ha continuato l'ex  - le carte per dimostrare che è tutto in regola, come peraltro hanno accertato ormai da tempo non solo plurime autorità giudiziarie, ma anche, da ultimo, l’agenzia delle entrate e gli organi di controllo amministrativi e contabili. Ci vuole pazienza, ci sono persone che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e continuano ad infangare gli altri".




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Spari di vernice sulle cecene senza velo»

la testimonianza di una delle vittime, coperta da anonimato «Spari di vernice sulle cecene senza velo»
Grozny, la denuncia di un gruppo di attivisti per i diritti umani. «Attacchi della polizia». Accuse a Kadyrov



MILANO 


Spari di vernice contro le donne di Grozny che non indossano il velo. Negli ultimi mesi, episodi del genere si sono verificati nella capitale cecena, dicono i media di Mosca e non solo, almeno una dozzina di volte. Gli attivisti per i diritti umani, e in particolare il movimento Memorial, non hanno dubbi: le aggressioni di questo tipo sono opera della polizia locale e dimostrerebbero la difficoltà del presidente Ramzan Kadyrov di far rispettare regole ispirate alla legge islamica, ma in contraddizione con la costituzione russa.

E a sostegno delle accuse al presidente ceceno ci sarebbe il racconto di una delle vittime dell'ultimo di questi attacchi. «Una vettura con a bordo degli uomini in uniforme militare (indossata in Cecenia da poliziotti o agenti della sicurezza, ndr) ha rallentato e si è avvicinata a noi. Uno degli uomini a bordo ha cominciato a filmarci col suo cellulare e quando la vettura si è allontanata ci siamo accorte che i nostri vestiti erano coperti di vernice» ha raccontato la donna, coperta dall'anonimato. Una versione dei fatti confermata alla Reuters da diversi testimoni.

KADYROV E MOSCA - I poliziotti ceceni punirebbero dunque le donne che non portano il velo usandole come bersagli dei loro attacchi paintball (la disciplina sportiva made in Usa, in cui si elimina l'avversario coprendolo con palline di gelatina piene di vernice colorata). I detrattori di Kadyrov sostengono che il presidente ceceno abbia avuto da Mosca carta bianca, anche in tema di Islam, in cambio dell'impegno a far mantenere una relativa calma nella regione separatista. A Goudermes, città dove il presidente ceceno possiede una lussuosa residenza, sono stati ritrovati dei volantini lasciati presumibilmente dai fanatici del paintball in cui si minacciano le donne di rappresaglie ancora peggiori, nel caso in cui continuassero a non rispettare le regole ispirate alla legge islamica.

Redazione online
21 giugno 2010



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Lite sulla sepoltura: perché Milano non può avere le spoglie di Caravaggio

di Giancarlo Perna

Pretendere che i suoi (presunti) resti siano traslati al Famedio in base a un atto di battesimo è solo una forzatura burocratica


Una commissione scientifica ha appena selezionato tra confusi mucchi di ossa quelle presunte del Caravaggio e già si scatena la battaglia sul luogo dove dargli sepoltura definitiva. L'individuazione dei resti è avvenuta nel cimitero di Porto Ercole, dove il pittore è morto e giace da 400 anni esatti. La certezza che sia lui non è totale ma, dopo l'esame del dna, solo dell'85 per cento. Il dubbio sull'autenticità non ha scoraggiato il leghista Matteo Salvini dal reclamare le spoglie per Milano. Il sindaco Letizia Moratti appoggia l'iniziativa e progetta di sistemarle nel Famedio dei milanesi. La base su cui poggia la pretesa di scippare alla Toscana Angelo Merisi detto il Caravaggio è: a Milano è stato battezzato e le autorità cittadine sono in possesso della relativa certificazione.

L'argomento è il più spoetizzante e burocratico tra quelli mai avanzati per giustificare una sepoltura. Esclusi i casi in cui si muore insepolti - nelle profondità marine o tra le fauci delle iene -, il posto della tomba ha profonde motivazioni autobiografiche. Innanzitutto, tornare là dove si è nati. Nel caso di Angelo Merisi, battesimo a parte, non è affatto certo che abbia visto luce a Milano. È più probabile sia originario, come i genitori, di Caravaggio, in quel di Bergamo. Altro luogo ideale di dimora permanente - per la sua intuitiva semplicità - è quello della morte. Quindi, poiché Merisi ha esalato l'ultimo respiro in zona Argentario, è bene che vi resti come fa ormai da secoli. A questa regola si sono attenuti Dante, Petrarca e Leopardi che giacciono rispettivamente a Ravenna, Arquà e Napoli.

Sono certo possibili eccezioni a questi due principali criteri di sepoltura. Ma per fondati motivi. Per esempio, se c'è una tomba di famiglia. È il caso di due ex re d'Italia, Carlo Alberto e Umberto II che, morti entrambi in esilio, sono poi stati riuniti nel pantheon dinastico di Hautecombe in Savoia. Come è accaduto pochi giorni fa con l'eroe di guerra Amedeo Guillet, spirato a 101 anni. Nato a Piacenza, ha onorato l'Italia con le sue gesta in Africa, Yemen e India, ha vissuto a lungo in Irlanda, è morto a Roma, ma è stato tumulato nell'avello familiare a Capua. 

Lecito anche stabilire in anticipo dove riposare per l'eternità. La scelta, in genere, cade sul suggestivo isolotto di San Michele, cimitero di Venezia, così simile all'Isola dei morti, l'inquietante di dipinto di Boecklin. La riuscita del progetto dipende però dallo zelo con cui i parenti rispettano le ultime volontà. Quelle di Richard Wagner, che lo avrebbe desiderato e che ebbe la fortuna di morire proprio a Venezia, furono disattese ed è stato traslato a Bayreuth. Fu invece accontentato Igor Stravinskij che, morto a New York, è sepolto a San Michele. Senza sbavature il trapasso di Ezra Pound che amava la città lagunare con ogni fibra della sua grande anima: a Venezia è morto e lì riposa. 

C'è poi chi non può decidere nulla perché la sua grandezza lo eleva a simbolo e la palla passa alla nazione di appartenenza. Foscolo sognava di tornare nella natia Zante, Alfieri di essere sepolto tra i cavalli, Rossini era perfettamente ambientato a Parigi, ma tutti e tre sono stati invece sistemati d'autorità nella basilica di Santa Croce a Firenze tra i padri della Patria. C'è anche chi si preordina la sepoltura decantando in vita il suo luogo ideale. Così ha fatto il poeta francese, Paul Valéry, autore del celebre Cimitero marino che altro non era che il camposanto di Sète in Provenza dove poi è stato effettivamente inumato. 

Fin qui, è tutto abbastanza lineare. Le complicazioni nascono nei casi di tombe multiple delle medesime spoglie mortali. È il destino dei santi. Le diverse parti dei loro corpi, col nome pio di reliquie, sono sparpagliate ai quattro venti in base alle devozioni locali. Analogo trattamento hanno subito i resti di alcuni sovrani, soprattutto delle dinastie francesi. I cuori sono conservati nella magnifica chiesa di Saint Denis poco fuori Parigi, la parte restante in altri pantheon cittadini.
Itineranti infine le vicissitudini di alcuni campioni della cristianità dopo le invasioni musulmane. 

I Re Magi, a lungo sepolti nell'attuale Iran, furono sottratti all'Islam dando loro rifugio prima a Costantinopoli, poi in Sant'Eustorgio a Milano e infine nella tedesca Colonia di cui sono diventati protettori e dove aspettano il giorno del giudizio in una mirabile teca d'oro incrostata di preziosi. Simile la vicenda di San Nicola, vescovo di Mira, l'attuale Dembre in Turchia. Il corpo, custodito nella cripta della diocesi, dopo l'occupazione maomettana fu trafugato da marittimi pugliesi. Portato con ogni onore a Bari ne è divenuto il patrono scalzando il predecessore San Sabino dei cui resti, nella foga del nuovo culto, si sono perse le tracce. Idem, per l'evangelista San Marco. Ucciso ad Alessandria d'Egitto e ivi sepolto, fu sottratto alla profanazione islamica da due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che lo portarono avventurosamente a Venezia. 

La scena del trafugamento è immortalata dal Tintoretto in una grande tela nella quale compare un terzo e ignoto sequestratore della salma, forse frutto di mera fantasia del pittore. Giunto in laguna, San Marco si è imposto alla devozione dei veneziani malgrado i mercanti ne avessero dimenticato in Africa il cranio che dovrebbe tuttora trovarsi a Bucoli (oggi Cairo). A fare le spese del nuovo arrivo fu il precedente patrono, San Teodoro, dimenticato all'istante. Il defenestrato si è però preso la rivincita diventando il santo protettore di Chartres (Francia) sia pure all'alto prezzo di uno smembramento: parte delle sue reliquie sono ancora a Venezia, le altre in terra francese. 

Tutto quanto precede, nella sua vivida drammaticità, per dire che i milanesi non possono pretendere il Caravaggio a tavolino sulla base di un banale documento parrocchiale. Per conquistarsi l'onore di una spoglia di rilievo ci vogliono lacrime e sangue.




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Corriere.it Il calendario radiologico

Fonzie autore di best seller per bambini

L’ATTORE HA SOFFERTO DI DISLESSIA NELL’INFANZIA 
 
Fonzie autore di best seller per bambini. Henry Winkler, star di «Happy Days», si è reinventato come scrittore. Ha venduto due milioni e mezzo di copie


Henry Winkler, lattore che intepretava Fonzie in «Happy  Days»

MILANO

Chi non ricorda il meccanico rubacuori in giubbotto di pelle della serie Happy Days che esclamava «Hey!» e faceva stragi di cuori? Diversamente da molti personaggi-icona rimasti incastrati in un ruolo per tutto il resto della loro vita, Arthur Fonzarelli al secolo Henry Winkler, ha saputo riciclarsi e rinnovarsi, scrivendo libri incentrati sul personaggio di Hank Zipzer, ragazzino dislessico che gli ha fruttato due milioni e mezzo di copie vendute negli Stati Uniti e che ora si prepara a conquistare il mercato britannico.

LA STORIA DI FONZIE Approfondendo la sua storia non stupisce del resto che Henry Winkler, ex bulletto nato a New York, abbia una tale vena artistica e sappia parlare ai ragazzi e dei ragazzi con tanta sensibilità. Già dall’interpretazione della celebre serie si poteva intuire una certa vena comunicativa da parte del giovane Henry, oggi sessantaquattrenne padre di famiglia, tanto che Winkler riuscì a farsi scegliere per la parte di latin lover rivoluzionando i cliché estetici maschili al tempo in vigore.

LA DISLESSIA - Si aggiunga che lo stesso Fonzie soffrì di dislessia durante l’infanzia, ma all’epoca molte difficoltà scolastiche non venivano ricondotte a questo disturbo dell’apprendimento, tanto che in seguito a un test Fonzarelli venne catalogato come appartenente al 3% degli studenti più scarsi d’America e il suo disagio venne liquidato come semplice ignoranza. Fonzie insomma soffrì doppiamente per le proprie difficoltà, sentendosi oltretutto incompreso, e questa sofferenza lo portò nell’età adulta a impegnarsi con particolare forza contro la dislessia.

Attraverso il suo amato personaggio Hank Zipzer, Fonzie tiene conferenze in tutto il mondo sull’argomento e promuove una sensibilizzazione capillare su questo tema che gli sta evidentemente molto a cuore. Winkler sta inoltre per iniziare una nuova serie, intitolata Ghost Buddy, che racconta la storia di un tredicenne e del suo amico immaginario. Un altro racconto che parla non a caso di ragazzini e del loro mondo, di quelle che appassionano lo spavaldo ex-meccanico Arthur Herbert Fonzarelli il cui motto era «Le ragazze si cambiano, gli amici no», ma che in realtà era pieno di timidezze e non sapeva guidare la moto.

Emanuela Di Pasqua
21 giugno 2010



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Napoli, confessione choc di un rapinatore: «Un gelato dopo l'omicidio»

Il Mattino

 di Leandro Del Gaudio



NAPOLI (20 giugno) - Il segreto è tutto lì, nelle ore successive al colpo. È solo allora che si capisce la differenza tra un professionista e un balordo, una testa calda. Anche se le cose vanno male, se magari per sbaglio ammazzi una persona, devi rimanere freddo. E fare quello che farebbe un professionista delle rapine a mano armata: «Devi tornare sul luogo dell’omicidio, stare lì a cazzeggiare un poco, magari con la fidanzata, meglio se con un gelato da leccare a poco a poco».

Devi tornare sul posto, sangue freddo, lì a due passi dal cadavere, tra poliziotti, giornalisti, parenti della vittima: «L’importante è farsi vedere». A raccontare come si diventa rapinatori di pistole d’ordinanza strappate dalle fondine dei vigilantes, è uno che il mestiere l’ha fatto per davvero. Si chiama Vincenzo De Feo, oggi pentito, di recente ammesso al programma di protezione con tutti i benefici del caso, anche se sulla sua carriera di collaboratore in erba non mancano clamorose stroncature in fase di giudizio. Ha soli vent’anni ed è stato condannato a vent’anni come concorrente dell’omicidio del vigilantes Gaetano Montanino (piazza Mercato, tre agosto 2009). 


Il suo racconto, però, risale al delitto di un’altra guardia giurata, Umberto Concilio (via Tribunali, 18 gennaio 2009), vicenda processuale che si è chiusa pochi giorni fa in primo grado dinanzi al Tribunale dei minorenni: assolto Manuel Brunetti, diciottenne da qualche mese, scagionato da un video che smentisce buona parte della ricostruzione dell’accusa. Eppure, tra decine di omissis, nomi e soprannomi, lo stile di vita del gruppo del Vasto è tutto nero su bianco. È agli atti. Ci sono strategie, affari, modi di colpire. Ma anche, atteggiamenti plateali, tic di gruppo, violenza inutile e improvvisa.

Omicidio di Umberto Concilio, partiamo dalla fine: mercoledì scorso l’assoluzione di Manuel Brunetti, inchiesta al palo. Indagini da rifare, probabilmente vanificate da un video che inquadra un killer sparare all’impiedi, esattamente al contrario della ricostruzione fatta dagli investigatori. Difeso dal penalista Giuseppe Ricciulli, Manuel Brunetti sfugge così a una condanna a trent’anni di reclusione (chiesta dal pm Raffaella Tedesco), ma non lascia il carcere. Già, perché il ragazzo è alle prese con un processo per sequestro di persona, evasione e rapina, dopo essere scappato la scorsa estate dal carcere di Airola.

Eppure, a giudicare dall’attenzione con cui la Procura minorile ha selezionato le accuse di De Feo rese note alle parti, si capisce che c’è un’altra indagine contro giovanissimi rapinatori. Branco armato, molto vicino alla camorra del clan Contini, ma un tempo in rapporti d’affari con i Mazzarella. Parla il pentito Vincenzo De Feo che spiega come ci si comporta dopo un delitto, specie se la rapina sfocia in omicidio. Le sue accuse investono Manuel Brunetti (che, lo ripetiamo, è stato ritenuto innocente dai giudici) ma anche un presunto complice, che finora non è stato neppure coinvolto dalle indagini. Parla De Feo, partendo dai soprannomi: «Ho saputo ogni particolare dell’omicidio Concilio, se ne parlò molto nei giorni successivi al fatto».

Le accuse a questo punto investono un secondo soggetto, a sua volta arrestato nel corso delle indagini sull’omicidio di Gaetano Montanino, il secondo vigilante ucciso più o meno dallo stesso gruppetto di rapinatori: «Poco dopo l’omicidio, i due assassini tornarono sul luogo dell’omicidio, a bordo di due differenti autovetture. Ricordo che ”omissis” era in compagnia della fidanzata, perché voleva farsi vedere in giro, perché non si pensasse che erano stati loro. Rimasero lì a guardare, comunque rimanendo ben in vista in modo da ostentare un comportamento normale. Avviene spesso - aggiunge - che sul luogo dell’omicidio ci sono proprio i diretti responsabili».

Fatto sta che attorno al corpo della malcapitata guardia giurata si ritrovarono in tanti. Non tutti, va detto, erano responsabili del brutale assassinio, ma il gruppetto si ricompattò proprio a due passi dagli investigatori, dai flash della scientifica e dagli scatti dei giornalisti: Sasi, ’o biondo, ’o chicco (soprannome di Brunetti), ’o chiattone. Tutti lì a guardarsi negli occhi, a fare spalle larghe, magari accompagnati dalle rispettive fidanzate. Ma non è tutto. La storia della banda dei baby rapinatori passa attraverso rapporti commerciali con il clan Mazzarella.

È ancora Vincenzo De Feo a raccontare perché sono tanto ricercate le armi impugnate dai vigilantes: «Rapine commesse con il via libera dei Contini, bottino assicurato: le pistole vengono vendute a quelli del clan Mazzarella o ai Rullo delle case nuove». Soldi: maledetti e subito. E poco importa se nel giro di qualche mese sono stati uccisi due agenti di polizia privata. Poco importa se si colpiscono agenti che si limitano a difendere la pistola d’ordinanza, a sentire la ricostruzione messa agli atti. Verbali che fanno luce su uno stile di vita. Notti brave, dopo i colpi, in giro per la città in sella a potenti scooter. 


È ancora De Feo a fare i nomi: Davide Cella (condannato per l’omicidio di Montanino), Salvatore Panepinto, di cui De Feo parla a proposito di entrambi i delitti, ma anche di gente poi coinvolta in un altro fatto di sangue, accaduto la scorsa estate: nell’omicidio di un diciassettenne, di Ciro Fontanarosa, un ragazzino cresciuto in fretta che da grande sognava di imporsi, neanche a dirlo, sul mercato delle rapine in proprio, nella trama dei colpi notturni contro negozi e guardie giurate. Storia di assalti rapaci, di delitti inutili e violenti, di notti passate in sella a potenti moto, così tanto per conquistare la prima fila davanti a tutti quando a terra c’è un morto ammazzato.




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Zaia: basta con romani e napoletani in tv Lega, cori anti-Napoli a Pontid

Il Mattino

Il presidente della Regione Veneto: «Non c'è bisogno di immigrati, prima pensiamo ai nostri lavoratori»

VENEZIA (21 giugno) 


«Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano». Lo ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia parlando dal palco di Pontida. «Ci sono decine di migliaia di persone - ha spiegato - che parlano e pensano in veneto. Non capiamo per quale motivo sarebbe un'offesa parlare in veneto e in bergamasco in televisione». «Siamo stufi di sentir dire che c'è bisogno degli extracomunitari - ha aggiunto Zaia -, perché certi lavori qui non si vogliono più fare. Noi vogliamo pensare prima ai nostri lavoratori, gli altri si arrangino. È una superballa dire che c'è bisogno degli extracomunitari. Noi vogliamo fare liste di collocamento differenziate per pensare prima ai nostri cittadini, poi a quelli del resto del mondo».

Zaia ha affrontato anche il tema del federalismo: «Fatta salva la stabilità dei conti pubblici, per il resto diciamo a tutti arrangiatevi». Il presidente della Regione si riferiva al deficit di molte regioni, in particolare per quanto riguarda il bilancio della sanità. «Noi - ha concluso Zaia - ne abbiamo le tasche piene e agli altri diciamo arrangiatevi». E una frase è stata dedicata anche al crocifisso nelle scuole: «In Veneto noi facciamo ancora il presepe e nelle scuole vogliamo il crocifisso. Il crocifisso è il segno della fede ma anche dell'identità di un popolo».

Cori anti-Napoli a Pontida. Al tradizionale raduno di Pontida del carroccio, ritornano anche i cori razzisti (video) dei sostenitori della Lega contro Napoli: «Noi non siamo napoletani», hanno scandito in senso di disprezzo gli uomini del carroccio in un clima da osteria, brindando alla «Padania libera». E invitando anche il ministro della semplificazione, Roberto Calderoli, a spaccare l’Italia. «Si spacca da sola», ha replicato l’esponente del governo con una punta di ironia. Il «noi non siamo napoletani» gridato ieri è il seguito - stesso luogo, stesso tono - di quel coretto che lo scorso anno fu guidato dall’europarlamentare leghista Salvini. Faceva così: «Senti che puzza, scappano i cani, sono arrivati i napoletani. Son colerosi, son terremotati, col sapone non si sono mai lavati....».




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Yacht intestati a nullatenenti, la Finanza setaccia i porti

Corriere del Mezzogiorno

Controlli in tutta la provincia, nel mirino anche auto e moto. È la seconda fase dell'operazione «Clippers»

SALERNO


Controlli in mare e a terra contro l’evasione fiscale. Gli uomini del comando provinciale della guardia di finanza di Salerno, guidata dal comandante Angelo Matassa, stanno passando al setaccio tutte le barche di lusso ancorate nel porto salernitano. Dalla scorsa settimana, i proprietari di yacht sono obbligati a compilare un questionario fornito dalle fiamme gialle, in cui bisogna dichiarare la proprietà del mezzo di lusso posseduto, il costo, da chi e quando è stato acquistato e, soprattutto, a che prezzo. Una volta compilato, il questionario sarà inviato alla banca dati centrale per comparare il prezzo del bene al reddito dichiarato dal proprietario. E, da qui, poi, scatteranno ulteriori controlli volti ad accertare se via sia corrispondenza tra il reddito dichiarato al fisco e il tenore di vita tenuto. Non solo: saranno controllati anche i flussi di denaro per verificare se ci sia stata evasione fiscale.

L’operazione di verifica, cominciata la settimana scorsa, è rivolta anche ai proprietari di auto di grossa cilindrata. Sono già un centinaio i proprietari, o presunti tali, di barche di lusso e di auto di grossa cilindrata che hanno dovuto sottoporsi agli accertamenti avviati per stroncare il fenomeno dell’evasione fiscale. Che non risparmia neanche Salerno, come hanno dimostrato, lo scorso anno, i risultato dell’operazione «Clippers» condotta dal nucleo tributario della finanza. Delle 759 barche di lusso con lunghezza superiore ai dieci metri, del valore di 300mila euro, la maggior parte sono risultate intestate a pensionati ottantenni e a fantomatiche società finanziarie.

Le persone trovate al bordo delle imbarcazioni dichiararono di averle ricevute in prestito per trascorrere una giornata di mare o di averle prese in leasing o a noleggio da una società del settore. Nella rete dei controlli fiscali finirono i diciotto i porti turistici salernitani, da Positano a Sapri. L’epilogo fu l’apertura di 316 dossier per altrettante situazioni da approfondire. Delle mille persone identificate, un terzo risultò essere di Salerno e provincia, mentre una buona parte risiedente tra Napoli e Caserta. I controlli incrociati con l’Agenzia delle Entrate di Salerno fecero emergere già alcune incongruenze fiscali. E non solo. Oltre a ottantenni prestanome e nullatenenti, alcuni dei soggetti controllati dai finanzieri risultarono collegati a clan camorristici napoletani.

Prima dell’operazione «Clippers», la guardia di finanza di Salerno chiuse il 2008 con un’attività di controllo capillare tra i cosiddetti «finti poveri». Coloro cioè che dichiaravano un reddito quasi al di sotto dei livelli di povertà, non facendosi però mancare barche di lusso e auto di grossa cilindrata. Il blitz denominato «Arianna» individuò 33 persone, di cui la metà presentano delle situazioni fiscali irregolari per svariati milioni di euro. L’operazione «Suv», invece, indirizzata ai proprietari di auto di grossa cilindrata, fece emergere le modalità con cui imprenditori e professionisti acquistassero, con leasing taroccati, fuoristrada extralusso, dichiarando nel contempo redditi da fame.

21 giugno 2010




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Greenpeace porta le balene a Roma cetaceo di 15 metri in piazza di Spagna

Corriere della Sera


Blitz di attivisti per protestare contro i «lavori truccati» della Commissione baleniera riunita dal 21 ad Agadir 

ROMA

Greenpeace protesta sulla scalinata di Piazza di Spagna, nel cuore di Roma, esponendo una balena gigante di 15 metri con uno striscione che recita: «Le balene non sono in vendita». Il blitz degli ambientalisti arriva il giorno dell'apertura della 62sima riunione della Commissione baleniera internazionale (Iwc), che inizia oggi ad Agadir in Marocco.

CORRUZIONE - «Con la promessa di soldi e la metodica corruzione - spiegano gli attivisti di Greenpeace - i Paesi balenieri stanno cercando di raggiungere la maggioranza mentre si è veramente a un passo dalla riapertura della caccia commerciale alle balene che potrebbe compromettere la moratoria in vigore da ben 24 anni». L'Italia, aggiunge Greenpeace, è complice dei killer di balene a causa del suo silenzio.

«Il nostro Paese tace - dicono gli attivisti italiani dell'associazione ambientalista - sulla compravendita di voti nella Commissione baleniera che minacciai grandi cetacei». Pur sottolineando che «apprezziamo la posizione dell'Italia fortemente contraria alla caccia baleniera - afferma Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace - questo non basta per salvarle. È necessario che tutti i Paesi contrari alla caccia alle balene denuncino la compravendita dei voti all'Iwc e impediscano a pochi Paesi di pagarsi il diritto di cacciare le balene».

LETTERA AI MINISTRI - Greenpeace riferisce quindi di avere inviato «in tal senso» il 14 giugno scorso una lettera ai ministri dell'ambiente e delle politiche agricole. In merito alla presunta compravendita dei voti, Greenpeace riferisce la vicenda di due attivisti, Junichi Sato e Toru Suzuki, che rischiano più di un anno di carcere per aver denunciato la corruzione e il contrabbando di carne del programma giapponese di caccia alle balene.  Anche la credibilità della commissione baleniera, ricorda ancora Greenpeace, è in crisi: una recente inchiesta del Sunday Times ha rivelato che il voto dei Paesi più poveri è spesso pilotato dal versamento di somme di denaro concesso da Paesi come il Giappone. (fonte Ansa).

21 giugno 2010




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Somalia, obbligo di barba a Mogadiscio

La norma imposta da Hezb al-Islam, gruppo di insorti islamici: «È un dovere morale imposto da Maometto»

MOGADISCIO


Hezb al-Islam, un gruppo di insorti islamici somali, ha ordinato a tutti gli uomini che vivono nelle zone di Mogadiscio sotto il suo controllo di lasciarsi crescere la barba. Lo ha annunciato Moalim Hashi Mohamed Farah, uno dei capi del movimento, dando una sua personale interpretazione del dettato musulmano. «A partire da oggi gli uomini devono lasciarsi crescere la barba, chiunque non rispetterà questa regola ne subirà le conseguenze» ha detto Farah in conferenza stampa. E ha aggiunto che «farsi crescere la barba è un dovere morale, ordinato dal nostro profeta Maometto e noi dobbiamo difendere questa pratica religiosa».

IL PRECEDENTE - Un analogo ordine era stato imposto mesi fa da un altro gruppo rivale di ribelli musulmani, gli Shebab, che si rifanno ad Al Qaeda. I due gruppi controllano il centro sud della Somalia e la maggior parte dei quartieri di Mogadiscio dove hanno imposto regole assai severe in nome di un'interpretazione fondamentalista dell'Islam. In particolare gli Shebab, che dispongono anche di una polizia religiosa, sono attivissimi nell'imporre regole e restrizioni, praticano amputazioni, lapidazioni, esecuzioni, distruggono le tombe dei santi del sufismo (espressione religiosa tradizionale in Somalia) con il pretesto di lottare contro l'"idolatria". Tradizionalmente l'Islam praticato in Somalia è moderato, con una forte influenza di sufismo, mentre il wahhabismo rivendicato dagli Shebab e mutuato dalla vicina penisola arabica è di solito considerato estraneo alla cultura locale. (Ansa)

21 giugno 2010




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Termini in sciopero contro Marchionne Gli operai Fiat: "Non siamo fannulloni"

di Redazione

Gli operai hanno deciso di fermare la produzione per protesta contro le parole di Marchionne che aveva accusato i lavoratori siciliani di avere scioperato solo per poter vedere Italia-Paraguay. Le accuse: "Noi vogliamo lavorare, ma è la Fiat che non ci permette di farlo"





Palermo - Sciopero alla Fiat di Termini Imerese. Gli operai hanno deciso di fermare la produzione per protesta contro le parole dell’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne che aveva criticato i lavoratori siciliani accusandoli di avere scioperato lunedì scorso solo per poter vedere la partita di calcio dei Mondiali Italia-Paraguay. 

Operai contro Marchionne Sciopero di un’ora allo stabilimento Fiat di Termini Imerese. I lavoratori, dopo una riunione dei delegati sindacati, hanno deciso di incrociare le braccia dalle 9.20 alle 10.20. A scatenare la rabbia degli operai sono state le parole pronunciate nei giorni scorsi dall’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne secondo cui i lavoratori avrebbero scioperato, lunedì scorso, solo per riuscire a vedere la partita dell’Italia contro il Paraguay. "Marchionne - spiega all’AdnKronos il delegato Fiom Cgil, Roberto Mastrosimone - ci ha praticamente considerati dei 'fannulloni' e noi non lo accettiamo. Forse ha dimenticato che è stato lui ad avere annunciato la chiusura del nostro stabilimento. Noi vogliamo lavorare, ma è la Fiat che non ci permette di farlo, dal momento che il Lingotto ha deciso di chiudere e di lasciare sul lastrico più di 2.200 persone portando alla rovina migliaia di famiglie". Subito dopo la fine dello sciopero, ci sarà un’assemblea dei lavoratori.




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Waterloo, 195 anni dopo

Pd, giovani in rivolta: "No alla parola compagni"

di Redazione

Il discorso di Pier Luigi Bersani al Palalottomatica di Roma ha messo in "ansia" l’ala moderata del Pd. Che in massa si è chiesta se il partito non sia "sbandando" troppo a sinistra. A far scatenare il dibattito nel partito è stato il saluto dell’attore Fabrizio Gifuni

Roma

 
Un po' sarà stato per quel "anche i ricchi paghino", un pò per altri piccoli segnali come la "benedizione" della Cgil con la presenza in prima fila della futura leader del sindacato Susanna Camusso, poi l’attore Fabrizio Gifuni ci ha messo del suo con il saluto (applauditissimo) "compagni e compagne", fatto sta che il discorso di Pier Luigi Bersani al Palalottomatica di Roma ha messo un po' di "ansia" all’ala moderata del Pd. Che in massa si è chiesta se il partito non sia "sbandando" troppo a sinistra. 

No alla parola "compagni" "Siamo domocratici, non compagni", ha detto Gero Grassi, deputato di Area democratica, sottolineando tra l’altro l’assenza di Cisl, Uil, piccoli imprenditori e artigiani. "Per certi versi, nella forma, la manifestazione di ieri è sembrata quella di un partito intenzionato a gestire l’opposizione ed una parte dell’Italia", ha sostenuto Grassi usando anche toni ultimativi: "Continuando così i democratici e le democratiche che vogliono il partito del domani, prima o poi, lasceranno quanti continuano a vivere una storia che è solo quella di ieri". Gli ha fatto eco Giorgio Merlo: "I Gifuni di turno, con tutto il rispetto del caso, disegnano solo un ruolo di eterna opposizione". Con l’attore che ha interpretato, tra gli altri, Alcide De Gasperi, se l’è presa anche Lucio D’Ubaldo: "Bersani faccia a meno di Gifuni. Guai se trasformiamo la manifestazione dell’Eur nella coperta di Linus di un’opposizione soddisfatta di se stessa". 

Il dibattito interno al Pd Per D’Ubaldo, "serve a poco elaborare proposte innovative, capaci di corregere gli aspetti negativi della manovra finanziaria del governo, se poi la modalità e la sostanza dell’iniziativa politica consegna Bersani alla ridotta, evocata di fronte alla 'sezionata' platea del Palalottomatica, dei vecchi 'compagni e compagne'". Mentre Rodolfo Viola, deputato democratico, ha criticato nel merito l’intervento di Bersani all’Eur: "Il Pd decida se professionisti, artigiani, commercianti fanno parte dei complessi interessi sociali che devono essere valorizzati e tutelati.

Se è così potremo avere l’ambizione di tornare a governare 'tutto' il Paese anzichè limitarci ai rappresentare le istanze di una parte". Nel dibattito, via Facebook, si inserisce anche Stefano Ceccanti che richiama la memoria agli Stati generali del ’98 in cui nacquero i Ds: "Il leader dei Cristiano sociali, Ermanno Gorrieri, suscitò vibranti proteste chiedendo che nel nuovo partito, affinché ciascuno potesse sentirsi a casa propria, la si smettesse di chiamarsi 'compagni'. Ancora una volta, con Gifuni alla platea del Pd, a farci andare indietro, persino rispetto ai Ds, ci aiutano i ceti medi riflessivi". 

La linea di difesa A difendere la linea del Palalottomatica è stato invece Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani: "Ieri Bersani ha colpito nel segno dimostrando che si tratta di una manovra sbagliata e dannosa che non risolve i problemi del paese e non lo aiuta a ripartire. Non piace veramente a nessuno, tanto che oggi neanche Berlusconi la difende preferendo attaccare l’opposizione per distogliere l’attenzione e fare un appello all’unità della sua maggioranza". Ma è su Facebook che il segretario ha raccolto molto più di una pacca sulla spalla per i torni del discorso della manifestazione. Entusiasmo sulla bacheca del partito: "Finalmente!", posta telegrafica Isabella Deiana. 

"Un discorso più vigoroso, più degno del nostro passato", fa eco Federico Fiordigigli. Ma è sulla pagina dello stesso Bersani che i toni (e il numero degli interventi) salgono: "Finalmente Pierluigi incomincia a sparare a zero, meglio tardi che mai", sostiene Domenica Bavaro. E Fabrizio Montoro: "Grande segretario. Chiaro, efficace e anche trascinante". Per Alessio Bassi Bersani è stato "grande", mentre per Francesco Vescovo "emozionante". Telegrafici, ma espliciti, Luciano Ognibene ("finalmente il Pd") e Lino Pallotta ("seeeeee"), mentre Majid chiede: "C’è chi ancora vuole un altro segretario?".




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Li ho visti depredare cadaveri e tombe»

Il Secolo xix

Un artigiano che opera nel cimitero svela i traffici di protesi e oro

 

«Li ho visti con i miei occhi spolpare le salme come avvoltoi». È un manovale di quarant’anni, non un dipendente del Comune, ma un artigiano accreditato e quindi autorizzato a operare all’interno del cimitero. È il super testimone che ha squarciato il velo di omertà e paura dietro al quale per anni hanno prosperato i «quattro soci del carretto», come nell’ambiente vengono definiti.
È lui ad aver imposto l’accelerata decisiva all’inchiesta sulle razzie di Staglieno, condotta dal sostituto procuratore Vittorio Ranieri Miniati, concentrata sull’attività di sette dipendenti di Palazzo Tursi, cinque operai addetti alle sepolture e due ispettori cimiteriali la cui complicità consentiva ai predoni di arraffare tutto quanto, tra salme e bare, potesse trasformarsi in ricchezza.

L’inchiesta, che ipotizza reati come il vilipendio e la soppressione di cadavere, e il peculato sulla base di un primo dettagliato esposto raccolto dai militari della compagnia di Portoria, è solo agli esordi e per il momento non ha indagati. Le foto, le indicazioni precise sul dove, sul come e sul quando degli interventi sulle salme, hanno permesso agli inquirenti di focalizzare un certo numero di episodi e quindi di accuse già sufficientemente fondate. Ma è stata la testimonianza dell’artigiano ad aver dato l’impulso decisivo.





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Il cardinale Sepe e il restauro fantasma

Corriere della Sera



L'INCHIESTA 

Il cardinale Sepe e il restauro fantasma. Le carte dell'inchiesta: 2,5 milioni ricevuti per lavori mai completati. L'architetto Zampolini diresse il cantiere
ROMA - Nell’autunno del 2003 la facciata del palazzo di Propaganda Fide in piazza di Spagna viene completamente avvolta da un ponteggio esterno. «Manutenzione provvisoria e restauro» si legge sulla targa che segnala lo stato dell’opera. Il progettista è l’architetto Angelo Zampolini, che sette anni dopo diventerà noto per essere l’uomo di fiducia di Diego Anemone, il custode di molti dei suoi segreti. L’impresa a cui sono affidati i lavori è la ditta Carpineto, che in una recente informativa del Ros viene definita «vicina» ad Angelo Balducci, ex Provveditore alle Opere Pubbliche.

«Incongruo»
È solo l’inizio di quegli interventi che nel 2005 beneficeranno di un finanziamento statale da 2,5 milioni di euro, sul quale anche alcuni organi di controllo avevano sollevato molte perplessità. Il primo allarme, infatti, arrivò dalla Corte dei conti, sollecitata da una denuncia del sindacalista della Uil Gianfranco Cerasoli. L'iscrizione nel registro degli indagati del cardinale Crescenzio Sepe, presidente di Propaganda Fide del 2000 al 2006, e dell’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, è stata decisa dalla Procura di Perugia dopo l’acquisizione di una relazione della Corte dei conti nella quale si definisce «incongruo» e «non motivato» lo stanziamento della cifra, destinata a un palazzo extraterritoriale, essendo di proprietà del Vaticano.


La stranezza di quella vicenda, e il fatto che i lavori non ebbero mai fine, hanno convinto i pubblici ministeri di essere in presenza di una contropartita concessa da Lunardi - firmatario del decreto insieme all’ex ministro della Cultura Rocco Buttiglione - in cambio dell’acquisto a prezzi decisamente vantaggiosi di una palazzina di Propaganda Fide in via dei Prefetti, a Roma. L’andamento di quel restauro ha sempre avuto una sorte accidentata. Il primo ponteggio venne smontato nel febbraio 2004. I lavori ripresero nell’estate del 2005, sempre con lo stesso progetto, dopo che all’interno degli «interventi in materia di spettacolo ed attività culturali» previsti per il varo di Arcus, la spa governativa che si occupa di edilizia culturale, venne deciso uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il restauro del palazzo. Cambiò la ditta appaltante, con l'ingresso della Italiana Costruzioni.

La Corte dei conti
Il totale delle spese previste per un secondo blocco di 26 lavori deliberato da Arcus era di 24,70 milioni di euro. La voce più alta nel capitolo riguardante gli ultimi 13 interventi previsti era proprio quella relativa alla palazzina del Vaticano. Al secondo posto, i lavori per la Metropolitana di Napoli, nelle stazioni Duomo e Municipio (1.5 milioni). In una relazione sul funzionamento generale di Arcus, la Corte dei conti critica pesantemente l’assenza di un regolamento attuativo, previsto in origine ma mai redatto. In questo modo, scrivono i giudici, le scelte non vengono mai fatte da Arcus, ma direttamente dai vertici dei ministeri, senza la necessità di alcuna spiegazione.


«Il soggetto societario in mano pubblica è stato trasformato in un organismo che in concreto ha assolto prevalentemente una funzione di agenzia ministeriale per il sostegno finanziario di interventi, decisi in via autonoma dai ministri e non infrequentemente ed a volte anzi dichiaratamente, indicati come integrativi di quelli ordinari, non consentiti dalle ridotte disponibilità correnti del bilancio». La mancata esplicitazione della logica delle decisioni operate «dai ministeri e non da Arcus», scrive nel 2007 la Corte dei Conti, «avrebbe portato a decisioni apparentemente non ispirate a principi di imparzialità e trasparenza».

Il sospetto
L’episodio della palazzina di piazza di Spagna viene considerato importante perché fa emergere il contesto di presunte reciproche utilità tra il ministro e il religioso. Ma all’esame degli investigatori c’è la gestione complessiva del nutrito comparto immobiliare di Propaganda Fide ai tempi in cui la congregazione era presieduta dal cardinal Sepe. Tra il 2001 e il 2005 molti appartamenti e palazzi di Propaganda Fide vennero ristrutturati proprio da Diego Anemone. Nei giorni scorsi i carabinieri del Ros di Firenze hanno acquisito dal ministero delle Infrastrutture altri appalti e stanziamenti decisi da Lunardi, per verificare se tra quelle carte non vi sia qualche altra utilità fatta giungere tramite Balducci e il ministero a Propaganda Fide.


Inoltre sarebbero in corso accertamenti sull’assunzione di un nipote del cardinal Sepe presso l’Anas, azienda pubblica dipendente dalle Infrastrutture. Candidamente, Lunardi ha raccontato che a gestire gli immobili della congregazione era Balducci insieme a Pasquale De Lise, ex presidente del Tar laziale, recentemente nominato presidente del Consiglio di Stato, e al genero di quest’ultimo, l’avvocato Patrizio Leozappa. Gli investigatori avevano già segnalato in una informativa gli «stretti contatti» tra Balducci e De Lise, senza ulteriori precisazioni.


In una conversazione del 4 settembre 2009 l’alto magistrato chiama Balducci e gli accenna al fatto che, su input di Leozappa, si è anche «occupato» - le virgolette sono dei carabinieri del Ros - di un provvedimento di rigetto del Tar del Lazio che avrebbe favorito il Salaria Sport village, la struttura riconducibile a Diego Anemone dove Guido Bertolaso avrebbe usufruito di alcune prestazioni sessuali. È un provvedimento per il quale Leozappa incassa i complimenti telefonici di Anemone, per poi replicare: «Io il mio lo faccio». Neppure il nome di Leozappa è inedito. Appare nell’inchiesta fiorentina sulla presunta cricca, perché lavora spesso con l’avvocato d’affari Guido Cerruti, scelto da Balducci per aiutare l’imprenditore Riccardo Fusi in un suo contenzioso con lo Stato e arrestato lo scorso marzo.

Il magistrato
L’ultimo nome noto ricorrente in questa nuova fase dell’inchiesta perugina è quello di Mario Sancetta. Il regolamento di Arcus del quale la Corte dei conti lamenta la mancanza era stato affidato in origine proprio a lui, magistrato di quell’organismo, attuale presidente di sezione, indagato a Perugia per corruzione. Gli investigatori si stanno rileggendo alcune intercettazioni riportate in una informativa del Ros dello scorso settembre. Il 25 giugno 2009, Sancetta è al telefono con Rocco Lamino, socio del Consorzio Stabile Novus, di cui faceva parte anche Francesco Piscicelli, l’imprenditore che rideva la notte del terremoto dell’Aquila.


Sancetta si lamenta dell’atteggiamento inconcludente che hanno nei suoi confronti Lunardi e «il cardinale», identificato poi come monsignor Sepe, perché «non sufficientemente solleciti al soddisfacimento di richieste di commesse» che il magistrato gli avrebbe fatto pervenire. «Non è che sia molto conclusivo, sto’ cardinale - dice -. Io spero allora di incontrarlo, così gli do sto’ depliant… perché l’altra volta gli diedi tutto quel fascicolo che non serve a niente, insomma… come pure ora devo vedere la prossima settimana a coso… Lunardi… anche lui, perché lui mi ha obbligato… ma la gente si piglia le cose degli altri e non gli fa niente… quella è una cosa indegna».

Il canovaccio si ripete in altre telefonate, nelle quali Sancetta accenna alla possibilità di sfruttare il suo rapporto con Lunardi per far avere a Lamino qualche commessa da parte di Impregilo («Ma non so se dargli fiducia…») oppure nell’ambito dei lavori post terremoto, magari facendo leva sul fatto che l’ex ministro ha ancora un procedimento pendente presso la Corte dei conti. «Con Lunardi - dice - c’abbiamo una questione ancora in sospeso».

Marco Imarisio
Fiorenza Sarzanini
21 giugno 2010





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Kuwait, lite tra principi per le auto di lusso E lo zio ammazza il nipote dopo una cena

Corriere della Sera


 

SANGUE NELL'EMIRATO


Kuwait, lite tra principi per le auto di lusso
E lo zio ammazza il nipote dopo una cena
I due erano soci nell'import di vetture di alta gamma
Un delitto eccellente alla corte reale del Kuwait. Il principe Basel Al Sabah, 52 anni, è stato assassinato dallo zio Faisal – molto più giovane, ha solo 32 anni - al termine di una burrascosa cena. Per ora le autorità hanno negato qualsiasi motivazione politica ed hanno invece parlato di un contrasto personale legato al mondo delle corse automobilistiche e dei motoscafi. Basel era stato il grande promotore di gare ed aveva guidato uno speciale comitato sportivo mentre Faisal, il killer, era stato fino a poco tempo fa il vice presidente dello «Auto & Motorcycle Club». Una carica che però aveva perso in seguito a contrasti sulla gestione. E, secondo diverse fonti, la cena doveva probabilmente servire a ridefinire gli incarichi.

IL BUSINESS DELLE AUTO - La stampa del Golfo non ha neppure escluso che all’origine della lite ci sia stata una disputa sull’import di vetture di lusso, un business che zio e nipote avevano in comune. Ma la riunione, alla quale erano presente altre personalità dell’emirato, si è trasformato in un regolamento di conti. Faisal ha estratto all’improvviso una pistola ed ha sparato cinque volte contro il rivale «che aveva appena finito di lavarsi le mani». L’assassino è stato poi immobilizzato dagli altri commensali, che lo hanno legato con un cavo del telefono. Il Kuwait è un paese relativamente tranquillo, anche se la vicinanza all’Iraq e all’Iran lo espone a tensioni ben nascoste dai principi. Le autorità hanno più volte neutralizzato cellule qaediste, legate a gruppi operanti nel teatro iracheno e in Arabia Saudita. Più di recente, i servizi di intelligence hanno smascherato una rete spionistica al servizio di Teheran.

Guido Olimpio
20 giugno 2010



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