martedì 22 giugno 2010

Ha i denti il preservativo che intrappola e denuncia gli stupratori

Corriere della Sera

Ideato in Sudafrica, regalato durante i Mondiali. Cattura il pene dell'aggressore, per toglierlo serve il chirurgo

MILANO

Più che un'invenzione del XXI secolo, sembra uno strumento di tortura medievale. L'hanno ribattezzato «il preservativo antistupro» ed è stato ideato da Sonnet Ehlers, dottoressa sudafricana che da decenni aiuta le donne vittime di violenza carnale. Rape-aXe è una membrana di plastica dura che va inserita direttamente nella vagina. Quest’oggetto che assomiglia a un normale condom, ha nella parte esterna diverse protuberanze a forma di denti che una volta a contatto con il pene causano dolori indescrivibili agli uomini: il preservativo antistupro non solo non permette di esercitare violenza sul gentil sesso, ma una volta impigliatosi sul membro sessuale maschile, può essere asportato solo attraverso un intervento chirurgico. Ciò dovrebbe permettere ai dottori di individuare e denunciare gli stupratori.


 

DISTRIBUZIONE GRATUITA - Come racconta al sitoweb della Cnn la Ehlers, 30.000 condom antistupro saranno distribuiti gratuitamente alle donne sudafricane durante i campionati del Mondo. Più tardi il prodotto sarà messo in vendita al prezzo base di due dollari. La dottoressa ha raccontato che l'idea del prodotto le è stata suggerita circa quaranta anni fa da una ragazza stuprata in piena notte da uno sconosciuto: «Mi guardò e disse: "Se avessi avuto dei denti nelle parti intime!". Allora le giurai che un giorno avrei sfruttato la sua idea per aiutare le vittime di violenza carnale». La Ehlers assicura che la sua invenzione è sicura e racconta di aver ottenuto l'approvazione di eminenti dottori, ginecologi e psicologi: «Una volta a contatto con il pene fa male, non permette di urinare e nemmeno di camminare - dichiara alla Cnn - Se lo stupratore tenta di rimuoverlo, proverà ancora più dolore. Tuttavia non si attacca alla pelle e non provoca alcun problema alla circolazione del sangue».



CRITICHE - La dottoressa conferma che Rape-aXe può
la dottoressa Sonnet Ehlers con il Rape-aXe
la dottoressa Sonnet Ehlers con il Rape-aXe
segnare una svolta nella vita delle donne sudafricane. Il suo paese è quello con il più alto tasso di stupri nel mondo. Secondo uno studio del 2009 di Human Rights Wacht il 28% degli intervistati ha dichiarato di aver stuprato almeno una volta nella vita una donna. Inoltre uno su venti ha rilevato di aver esercitato la violenza carnale proprio nel 2009. Tuttavia la stessa organizzazione internazionale non sembra approvare il prodotto ideato dalla dottoressa. Anche altre associazioni hanno fortemente criticato Rape-aXe, sottolineando che il tragico problema degli stupri non si può risolvere con nuova violenza. Inoltre nessun garantisce che, una volta che lo stupratore si rende conto di non poter violentare la vittima, la lascerà andare via e non le farà del male. La dottoressa, da parte sua, controbatte: «Si, Rape-aXe può sembrare un congegno medievale, ma anche lo stupro è un'azione medievale che ha decenni distrugge la vita delle donne. Qualcosa bisognava pur fare. Grazie all'esistenza del condom antistupro gli uomini ci penseranno due volte prima di assaltare una donna».

Francesco Tortora
22 giugno 2010

Bambino invalido per colpa dei medici ma l'ospedale non paga l'indennizzo

Corriere della Sera

Appello della famiglia del dodicenne, menomato alla nascita per un errore dei sanitari, a Napolitano e al ministro della salute. La madre: «Ci serve aiuto»

ROMA - Reso invalido al 100% alla nascita per accertate responsabilità mediche, Daniele G. e la sua famiglia sono da anni in attesa che l’azienda ospedaliera San Giovanni paghi l’indennizzo determinato con sentenza definitiva dal tribunale civile di Roma. Daniele viene al mondo il 21 giugno 1998. Sino al ricovero in ospedale tutti gli esami ne confermavano il sano sviluppo e nessuna sofferenza, ma la mancata presenza del ginecologo di turno quel giorno non permette di rilevare una sofferenza fetale determinandone una grave ipossia cerebrale, tanto da causare gravissimi problemi neurologici concretizzatisi in un accentuato ritardo psicomotorio. Lui, che adesso ha 12 anni, è invalido al 100%.

BATTAGLIE LEGALI - Dopo anni di battaglie legali una sentenza del 2006 della XII Sezione del tribunale civile di Roma condanna l’azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata ad un risarcimento di 2.449.000 euro ma, ad eccezione della quota coperta dall’assicurazione, per la famiglia diviene impossibile recuperare la parte del credito eccedente il massimale assicurativo a carico dell’ospedale. La continua condizione di passività dei conti bancari rende impossibile pignorare il credito presso le banche di riferimento del San Giovanni, perché prive di liquidità ed inoltre, per legge, è impossibile procedere con pignoramento dei beni strumentali delle Aziende Ospedaliere - spiegano gli avvocati Danila Paparusso e Luca Cococcia - possibilità che avrebbe certamente costretto l’ufficio legale ed amministrativo a curarsi della pratica invece di ignorarla volontariamente per anni. «Infine»,

spiegano i legali «la legge non permette il pignoramento diretto dei crediti sanitari alla Regione Lazio che nel frattempo ha, però, attivato delle procedure dirette di pagamento per i crediti sanitari».
Dopo gli incontri con l’assessore al bilancio della giunta regionale guidata da Piero Marrazzo e l’inserimento del risarcimento come voce passiva nel bilancio della sanità del Lazio, non si è mosso molto. Per questo gli avvocati Paparusso e Cococcia hanno deciso di inviare un appello al ministro della salute Ferruccio Fazio e di interessare anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Abbiamo mandato tutti i documenti al governatore Renata Polverini. Speriamo che questa situazione si possa risolvere. Anche se continuano a passare i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, e non si fa fronte alle spese che servono per Daniele. Eppure c’è una sentenza di tribunale che dovrebbe essere rispettata».

LA MADRE: «VORREI PORTARLO IN AMERICA» - «Dentro di me c’è tanta rabbia per quello che è successo a Daniele. Perché la vita è un bene sacro e hanno fatto quello che gli pareva». La signora Loredana è la mamma del ragazzino che per un errore al momento del parto è in uno stato di grave handicap. «Lui riesce a camminare con molta difficoltà, ha lo stabilizzatore. Con le cure e la terapia riesce a stare un po’ più dritto con la testa. Dice ’mamma’ e mi fa piangere quando lo fa. Ma non pronuncia molte altre parola. Si fa capire però.

E’ dolcissimo». Loredana era una impiegata di banca. Una vita tranquilla con il compagno. «Dopo la nascita di Daniele mio marito se n’è andato. Mi sono separata e lui ha perso anche la patria potestà. Io invece sto 24 ore su 24 con Daniele. Ho fatto una scelta di vita». Loredana ha avuto due figli da un’altra relazione. «La piccola ha una forma di diabete, ma speriamo passi», dice con ottimismo. Il maxirisarcimento stabilito dal tribunale civile in favore di Daniele potrebbe essere d’aiuto. «Ma non l’abbiamo mai visto. Vorrei portarlo in America, a fare la terapia con la camera iperbarica. Ma servono soldi. E tanti. Mi serve aiuto». (Fonte: Apcom)

22 giugno 2010




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Ustica, la Francia: «Pronti a cooperare»

Corriere di Bologna

Il portavoce del ministero degli Esteri a Parigi: siamo vicini alle famiglie, capiamo la loro voglia di verità


Appena arriverà una richiesta ufficiale dall'Italia, la Francia è pronta a «cooperare pienamente» sul disastro aereo di Ustica. Parole del portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero, che a Parigi ha risposto all’Ansa in merito alle accuse che parlano di una responsabilità francese nella tragedia del Dc9 dell’Itavia che trent’anni fa, il 27 giugno del 1980, causò la morte delle 81 persone. Lo spunto era arrivato dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga che, nel 2008, ha indicato la marina francese come responsabile dell’abbattimento del Dc9.

LA FRANCIA - «Noi - ha detto Valero - non abbiamo informazioni complementari. Per il momento, ci atteniamo a quella che è stata la fine del processo. Sappiamo tuttavia che la giustizia italiana ha riaperto recentemente un’inchiesta. Non appena le autorità italiane ci invieranno una richiesta ufficiale, una rogatoria internazionale, siamo pronti a cooperare pienamente con l’Italia, come abbiamo già fatto in passato, per fare piena luce su questa vicenda». «Nell’anniversario della tragedia - ha concluso il portavoce del Quai d’Orsay - il nostro pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutti i loro cari: siamo con loro e comprendiamo la loro volontà di far luce sulle circostanze di ciò che è accaduto».

ROGATORIE DA ROMA - E dalla Procura di Roma, titolare dell'inchiesta giudiziaria, alcune rogatorie internazionali sono partite. Dirette, appunto, alla Francia e anche agli Stati Uniti. I pm Maria Monteleone ed Erminio Amelio, magistrati che indagano sulla vicenda, hanno sollecitato una serie di risposte per riscontrare elementi testimoniali relativi al traffico aereo militare di quella sera nello spazio aereo attraversato dal Dc9 partito da Bologna e diretto a Palermo.

LE VITTIME - Intanto, le famiglie delle vittime sperano. «Spero che la Francia risponda ai giudici italiani con chiarezza e volontà di cooperazione», ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime. «Mi sembra una risposta dovuta», ha aggiunto la Bonfietti riferendosi alle risposte attese dal Paese d’Oltralpe, ricordando poi che «le accuse nei confronti della Francia non vengono da me ma dal presidente del Consiglio di allora, Cossiga».

22 giugno 2010




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The Beatles a Milano 45 anni dopo

Corriere della Sera


Concerto sul tetto del Pirellone e raduno dei fan per rivivere quel 24 giugno, tra amarcord e cover
 
Foto ricordo per i Beatles sul Duomo, giugno 1965
Foto ricordo per i Beatles sul Duomo, giugno 1965


Il 23 giugno 1965, per la prima e ultima volta, i Beatles arrivarono a Milano per suonare, il giorno dopo, al Vigorelli, tappa iniziale del loro tour italiano. Arrivarono di notte, in treno, da Lione, ed erano in nove: oltre a John, Paul, George e Ringo, il manager Brian Epstein, la segretaria- interprete Wendy Hanson e tre addetti alla sicurezza. L’altoparlante della Centrale, per depistare i fan in attesa, annunciò l’arrivo del convoglio su un binario diverso mentre la stampa era divisa. Se testate come «Ciao Amici» e «Big» regalavano tagliandi-sconto sul prezzo del biglietto (il ticket per i concerti costava 700 lire), il settimanale «Gente» stroncava la band di Liverpool: «Essi non sanno scrivere una nota di musica e hanno composto le loro canzoni fischiettando le arie che poi imparano a memoria».

I Beatles a Milano

Preso alloggio all’Hotel Duomo, fatta la celebre foto-session
tra le guglie e la Madonnina, utilizzata anche per la copertina dell’edizione italiana del 45 giri «She’s a Woman» (oggi una rarità), i Beatles incontrarono i giornalisti per una breve conferenza stampa durante la quale fecero i complimenti all’Inter che aveva appena vinto la Coppa dei Campioni superando in semifinale proprio il Liverpool. Il 24 giugno, i due concerti al Vigorelli: poco più di mezz’ora per esibizione, in scaletta 12 canzoni, primo brano «Twist and Shout», 7.000 paganti per i due show. La sera, a rilassarsi al Charlie Max, club di piazza Duomo, ascoltando l’orchestra di Augusto Righetti che, dieci anni dopo, avrebbe fatto ballare tutta l’Italia scrivendo «Ramaya» cantata da Afric Simone.

Giovedì, 45 anni dopo, Milano tornerà per qualche ora a rivivere il clima beatlesiano di quei giorni. Il «Milano Beatles’ Day 2010», organizzato dai Beatlesiani d’Italia Associati (1.600 soci, un museo a Brescia dedicato al culto dei Baronetti, www.beatlesiani.com) con il patrocinio del Comune e della Regione, prevede il raduno dei fan in piazza Duca d’Aosta davanti alla Stazione Centrale (ore 18), un convegno sui Beatles nel piazzale antistante il Pirellone (18.45), il concerto della tribute band Beatops & Friends, che riproporrà la scaletta del Vigorelli, al 31˚piano del palazzo della Regione. Ospiti attesi: il sindaco Moratti, Peppino di Capri e Fausto Leali (che nel ’65 aprirono i concerti dei Beatles). Evento collaterale, la presentazione del libro «Penny Lane» (Giunti) di Alfredo Marziano e Mark Worden, guida ai luoghi della vita e della musica del quartetto (Fnac, via Torino, oggi, ore 18).

Ideatore della manifestazione è Rolando Giambelli, presidente dei Beatlesiani d’Italia, leader dei Beatops e anima di ogni evento celebrativo che riguarda i Fab Four nel nostro Paese. «Basta un pretesto e organizziamo un tributo», ammette Giambelli. Non è il solo. Ogni anno, in tutto il mondo le commemorazioni al culto del quartetto non mancano, senza dimenticare le pubblicazioni con presunti inediti e rarità che escono a getto continuo. «Crediamo e speriamo che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire», spiega ancora Giambelli. L’ultimo brivido? «L’anno scorso, una foto inedita di John Lennon giovanissimo che suona in oratorio».

Giovedì 24 giugno il «Beatles' Day», che culminerà con un concerto dei Beatops al 31° piano del Grattacielo Pirelli
 
Roberto Rizzo
22 giugno 2010



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I venti chili d'oro del cardinal Sepe

Libero





Di Gianluigi Nuzzi

 
Uno dei più stretti collaboratori di Sepe è titolare di una cassetta di sicurezza allo Ior. È il primo collegamento tra l'istituto di credito e i presunti membri della "cricca"

Spuntano decine di lingotti d’oro tra i beni nascosti di alcuni dei protagonisti dell’inchiesta per corruzione che la procura di Perugia sta conducendo sulle attività immobiliari di De Propaganda Fide e che coinvolge l’ex ministro Lunardi e diversi alti prelati del Vaticano.  Infatti, secondo quanto risulta a Libero, nella banca del Papa, allo Ior, l’istituto opere di religione, sono custoditi oltre 20 chilogrammi in lingotti d’oro in una cassetta di sicurezza riconducibile a uno dei più stretti collaboratori del cardinale Crescenzio Sepe. Protetti da una banale carta da pacchi e riposti in una scatola di cartone, i lingotti sono stati protetti in banca da diversi anni. Non è chiaro se ultimamente questa fortuna sia stata spostata in tutta fretta o se i lingotti siano tuttora siano lì, sebbene le indagini si avvicinino sempre più ai conti e ai beni a coloro che hanno gestito sia Propaganda Fide, sia lo sterminato patrimonio immobiliare.

Prima volta
È la prima volta che si conosce il contenuto segreto di una cassetta di sicurezza aperta allo Ior da uno dei personaggi emersi nell’inchiesta della cricca. Del resto il suo nome compare con evidenza nelle carte riservate dello sterminato archivio di monsignor Renato Dardozzi, rettore dell’accademia pontificia delle scienze e negli anni ’90 consigliere occulto dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano. Chiamato a gestire ogni affare finanziario opaco che potesse imbarazzare i Sacri Palazzi dai tempi dell’Ambrosiano, Dardozzi coltivava un rapporto diretto con la gerarchia vaticana. Sia, quindi, con Karol Wojtyla ma anche con lo stesso Sepe.

Dardozzi avrebbe gestito i primi delicati passaggi di questo tesoro in lingotti d’oro portati in Vaticano e in banca senza che gli impiegati conoscessero il contenuto dei cartoni. La tesi che gli stessi fossero frutto di risparmi e sacrifici è risultata non credibile dallo stesso Dardozzi al punto che entrò in contrasto con lo stretto collaboratore di Sepe, come risulta dalla documentazione raccolta dal monsignore. Quindi sia le operazioni di custodia dei lingotti sia l’apertura e la gestione della cassetta di sicurezza vennero inizialmente seguite in primis da Dardozzi, mentre dal 2004, dopo la scomparsa del prelato, il proprietario dei lingotti ritornò a curare questa fortuna, a gestire quindi direttamente la pratica intestando a un codice alfanumerico la cassetta contenente i chili d’oro.

Una riserva aurea che non compare negli atti di indagine della procura di Perugia ma che risulta in contrasto se non addirittura incompatibile, per valore e misteriosa origine, con il tenore di vita del proprietario. Il periodo coincide sia con il Giubileo sia con la permanenza di Sepe e del suo gruppo di collaboratori alla congregazione De Propaganda Fide. Il papa rosso infatti, come viene soprannominato il prefetto della congregazione visto l’ampio potere che determina la gestione della stessa, arrivò al ponte di comando di Propaganda Fide nell’aprile del 2001 ed era considerato uno dei cardinali più apprezzati e valorizzati da Wojtyla. Chiamato quindi a gestire sia l’impero immobiliare della congregazione (duemila appartamenti solo a Roma), sia il delicato capitolo proprio delle missioni all’estero che si intrecciano inevitabilmente con la nostra cooperazione internazionale.

Forza e potere
Da qui la forza e il potere del cardinale Sepe che già nel 2000 aveva cristallizzato una posizione di rilievo quando Giovanni Paolo II gli affidò calendario eventi e organizzazione del Giubileo. Di fronte a queste prospettive, la procura di Perugia ha deciso di percorrere l’unica strada che si prospettava di qualche fattibilità, ovvero indagare sì il cardinale, viste le emergenze investigative, senza però scivolare nel clamore, negli eccessi o nelle personalizzazioni che hanno azzoppato tante altre indagini.
22/06/2010




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Mezzaluna rossa: la nave iraniana con gli aiuti per Gaza salpa domenica

di Redazione

La nave proverà a forzare il blocco israeliano per portare gli aiuti a Gaza. Non è prevista una scorta militare

Teheran 


Una nave iraniana destinata a portare aiuti a Gaza, forzando il blocco israeliano, salperà domenica dal porto di Bandar Abbas, sul Golfo. Lo ha detto oggi all’agenzia Isna Abdol Rauf Adibzadeh, direttore per gli affari internazionali della Mezza Luna rossa iraniana. Adibzadeh ha detto che non è prevista una scorta militare per la nave, che si chiama "Bambini di Gaza" e che dovrebbe impiegare circa 14 giorni a raggiungere le acque antistanti la Striscia di Gaza. "Quando si troverà là - ha sottolineato Adibzadeh - contatterà i dirigenti della Mezzaluna rossa iraniana, ai quali spetterà una decisione su come fare arrivare gli aiuti".

Riguardo all’ipotesi che le forze israeliane intervengano per fermare l’unità, il funzionario dell’organizzazione iraniana ha affermato: "Abbiamo seguito speciali canali internazionali (per preparare l’operazione). Accetteremo le difficoltà che si presenteranno per inviare questi aiuti, ma non siamo in cerca di avventurismi e di combattimenti". Secodo Adibzadeh, oltre all’equipaggio sulla nave ci saranno cinque giornalisti e cinque "esperti negli aiuti umanitari". "Il carico sarà di 1.100 tonnellate, delle quali 500 tonnellate di medicinali e viveri", ha aggiunto, senza chiarire da cosa siano composte le altre 600 tonnellate.



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Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra

di Francesco Perfetti



I l 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.

La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose - e anche le ricostruzioni storiografiche - esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore.

Quando, la sera stessa del 28 giugno, Dino Grandi seppe della morte del Maresciallo dell’Aria, considerò il fatto «un evento funesto» e disse ad alcuni amici che erano con lui: «Balbo è un fortunato perché la morte lo ha sorpreso al suo posto di combattimento ed egli non vedrà, come noi vedremo, la rovina dell’Italia». Balbo e Grandi erano stati amici da sempre. In alcune pagine memorialistiche, ancora inedite conservate nelle Carte Grandi presso l’archivio del MAE, Grandi scrisse che la morte del Governatore della Libia gli provocò «un dolore profondo».

Tutti gli italiani, aggiunse, amavano profondamente Balbo «per le sue qualità e anche per i suoi stessi difetti», ma pure «per ripagarlo dell’antipatia profonda che contro di lui aveva sempre sentito Mussolini» e perché «lo sapevano contrario alla dittatura e contrario alla guerra». I due si conoscevano da lunga data: «Eravamo stati compagni di scuola, amici provati e fedeli dal tempo dell’adolescenza, camerati di guerra negli alpini, compagni inseparabili nei primi anni delle battaglie fasciste. Eravamo due caratteri e due nature profondamente diverse e forse anche per questo ci volevamo bene. M. che ci odiava ambedue, odiava ancora più la nostra amicizia ed aveva fatto di tutto per distruggerla con perfidia sottile. Non vi era riuscito. Ma era riuscito tuttavia a tenerci per lunghi anni separati e lontani, l’uno a Londra l’altro a Tripoli».

Forse, le parole di Grandi erano dettate da antico e comprensibile risentimento, ma che Mussolini diffidasse di entrambi è fuor di dubbio, tanto più che, all’inizio degli anni Trenta, si era vociferato di complotti - le voci erano subito rifluite in informative di polizia - che avrebbero dovuto avere per protagonista Balbo. E non è escluso che il rimpasto ministeriale del 1932 abbia avuto origine dalla preoccupazione del Duce di escludere Grandi dal governo e impedire il saldarsi di una temuta alleanza Grandi-Balbo.

I due non ebbero più molte occasioni di incontrarsi, ma si rividero alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia. Ecco come Grandi racconta, nella stesse pagine memorialistiche, l’incontro: «L’ultima volta che ho visto Balbo fu ai primi del mese di maggio 1940 durante una sua breve visita a Roma. Era scoraggiato e triste. “Quest’uomo (Mussolini, ndr) finirà un giorno o l’altro col portarci alla guerra e la guerra, qualunque esito essa possa avere, sarà la rovina del Paese. La Libia è disarmata e non potrebbe giammai resistere su due fronti. Ho domandato a M. armi e materiali ma egli mi ha risposto negativamente dicendo che non occorrono. Ha aggiunto che la guerra non vi sarà. Ma non vorrei che mi avesse mentito e che in cuor suo stia preparandosi a fare trovare la Nazione davanti al fatto compiuto”. Balbo aveva purtroppo ragione».

Anche Grandi era contrario alla guerra. C’è una pagina di diario, pur essa inedita, nella quale Grandi racconta - una volta saputo dell’ordine dato da Mussolini di sferrare l’offensiva contro la Francia - il suo incontro con Badoglio: «Con un pretesto vado a vedere Badoglio. Gli domando se la notizia è vera. “È vera”, mi risponde. Replico: “È un colossale errore. I casi sono due: la guerra sta per finire come credono i tedeschi ed allora è troppo tardi per intervenire aggredendo la Francia sconfitta. Ovvero la guerra sta per cominciare e si prepara ad essere una guerra lunga come sono sempre state le guerre inglesi ed allora è per noi troppo presto…”.

Risponde Badoglio: “Sono d’accordo con lei. Ma il Duce vuole un concreto sacrificio da parte italiana, onde poter sedere con qualche carta in mano, al tavolo della pace”. Congedandomi dico ancora: “Nessun esercito guadagna prestigio ed onore aggredendo un nemico già sconfitto…”. Badoglio si stringe nelle spalle, poi aggiunge: “La responsabilità è del Duce”». La mattina successiva a questo incontro - è il 14 giugno 1940 - Grandi ricevette da Badoglio una lettera manoscritta di questo tenore: «Carissimo Grandi. Ho la più completa fiducia nella nostra vittoria. Vi ringrazio per la Vostra lettera affettuosa. Voi sapete che io Vi voglio bene. Aff.mo Badoglio».

In un primo momento Grandi non se ne spiegò il motivo, poi lo attribuì alla furbizia e alla doppiezza badogliane e annotò, in quella stessa pagina di diario: «La spiegazione mi appare quindi chiara. Badoglio ha riflettuto sul nostro colloquio e alle parole che egli si è lasciato sfuggire vuole, con un trucco da basso politicante, “mettersi a posto” col Duce per l’eventualità di qualche indiscrezione da parte mia. Queste appaiono essere in questo momento le preoccupazioni del Capo di Stato Maggiore Generale, corresponsabile delle nostre operazioni di guerra. Mio Dio, in quali mani è il nostro Paese».
Dopo appena due settimane, o giù di lì, la tragedia nella quale perse la vita Italo Balbo. Il quale, malgrado le difficoltà spesso insormontabili legate alla scarsità di mezzi e di strutture, si adoperò (lo testimoniano gli appunti manoscritti stilati da Nello Quilici fra il 12 giugno e il 17 giugno) non si risparmiò, come sempre, sul piano organizzativo. Una tragedia quasi emblematica e sinistramente premonitrice.



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De Luca: «A Salerno negozi sospetti, attività gestite soprattutto da napoletani»

Corriere del Mezzogiorno

La denuncia del sindaco al Salone del Gonfalone: non sono razzista, ho informato la guardia di finanza

Vincenzo De Luca
Vincenzo De Luca
SALERNO


Non dice chiaramente che sono in odore di camorra. Ma quando il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca riferisce che nella sua città ci sono ristoranti e imprese tessili gestiti da napoletani che rappresentano dei «campanelli di allarme», la denuncia è chiara. E diventa anche pubblica se si considera il contesto in cui il primo cittadino lancia l’allerta: il Salone del Gonfalone dove, ieri, lunedì pomeriggio, la Fiba Cisl di Salerno ha organizzato un convegno sulle norme antiriciclaggio e sui metodi per arginare il fenomeno criminale. «Non sono razzista — dice il capo dell’opposizione in consiglio regionale— ma a Salerno ci sono attività commerciali gestite da napoletani, aperte soprattutto nell’ultimo periodo che fanno pensare». Il sindaco si riferisce chiaramente a quelle attività che gravitano nella ristorazione e nel settore tessile. Poi, però, prende di mira anche i bar. Uno in particolare, di cui non fa nome, ma che — secondo il primo cittadino — ha speso due milioni di euro «solo per la ristrutturazione dei locali».

LA DENUNCIA DI DE LUCA - E’ un De Luca senza freni quello che prende la parola dinanzi ad una platea di imprenditori e funzionari di banca che affollano il convegno. E su cui cade il gelo, perchè tra i partecipanti c’è anche qualcuno che proviene da Pompei. Il sindaco lo sa e perciò corregge il tiro più volte. Eppure, di questa esplosione di attività commerciali, di cui il sindaco insinua presunte irregolarità, De Luca ne ha già parlato con gli inquirenti. Ed è proprio lui a confermarlo quando dichiara pubblicamente che «di questo problema è stata investita anche la guardia di finanza». L’intervento del sindaco dura appena dieci minuti, ma quanto basta per lanciare la seconda stangata anche a chi dovrebbe controllare le imprese che partecipano a bandi pubblici. Le procedure di gara al massimo ribasso sono un vecchio cruccio per il sindaco che, due anni fa, denunciò anche il bando redatto dal suo predecessore Mario De Biase per l’aggiudicazione dei lavori della Cittadella giudiziaria, ancora in fase di completamento.

CONTRO LE PROCEDURE AL RIBASSO - «Le procedure al massimo ribasso — dice — rendono impossibile il controllo di merito e paralizzano le pubbliche amministrazioni. Noi, al Comune di Salerno, facciamo un doppio miracolo». Più complicato, invece, stare dietro alle informative antimafia che arrivano dalla Prefettura. «Se non la seguiamo rischiamo un processo — aggiunge il sindaco — e se, al contrario, le diamo ascolto rischiamo di pagare i danni all’impresa che risulta poi aver vinto il ricorso al Tar». Il risultato è che «l’informativa antimafia non ci tutela affatto». Colpa anche delle disposizioni di legge che regolano la regolano: «non è necessaria presentarla insieme al bando di gara».

Angela Cappetta
22 giugno 2010



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Quando Franco spediva a Hitler le liste degli ebrei da sterminare

Il Messaggero

Scoperti documenti inoppugnabili con 6mila nomi

dal nostro corrispondente Josto Maffeo

MADRID (21 giugno) 



Una lista di ebrei sefarditi da avviare verso l’Olocausto, seimila nomi, un regalo del “generalissimo” Francisco Franco ad Adolf Hitler. O meglio, un “omaggio” di José Finat Escrivá de Romaní, conte di Mayalde, direttore generale per la Sicurezza franchista e poi ambasciatore a Berlino, all’amico Heinrich Himmler, capo delle SS.


È stato il lavoro certosino di un giornalista ebreo, Jacobo Israel Garzón, a far luce su un episodio che la polvere della Storia stava occultando da troppo tempo. Un documento custodito miracolosamente all’Archivio Nazionale, sul quale ha poi lavorato il quotidiano El País, sembra poter dimostrare che il 13 maggio 1941 i governatori civili, corrispondenti ai nostri prefetti, ricevettero da Madrid l’ordine di elaborare liste dettagliate degli ebrei sefarditi. Ne vennero fuori seimila nomi e non fu facile perché, come precisavano le autorità franchiste, i sefarditi passavano inosservati “per le similitudini” con “il temperamento spagnolo”. In realtà, i sefarditi erano spagnoli a tutti gli effetti.

Secondo El País, che ricostruisce la vicenda nelle sue pagine culturali del supplemento domenicale, la circolare di José Finat ai governatori di tutte le province nacque dopo alcuni incontri del marchese di Mayalde con Himmler e lo spagnolo già pensava di portare le liste dei sefarditi a Berlino quale presente per Himmler. Già, perché il capo della sicurezza di Franco sapeva che sarebbe stato nominato ambasciatore presso Hitler.

Le schedature erano accurate. Nomi, professioni, composizione familiare, amicizie, ideologia e inclinazioni finivano nelle schede personali degli ebrei identificati come tali dalla polizia del regime franchista. Il dossier con i seimila nomi fu consegnato ai nazisti poco prima che sulle rive del Wannsee, alle porte di Berlino, i gerarchi del Terzo Reich decidessero la nuova strategia della “soluzione finale” per “ottimizzare” e rendere sistematico lo sterminio degli ebrei.

Ma più tardi, caduto il Terzo Reich, la Spagna franchista tentò di rifarsi una verginità e tirarsi fuori dagli orrori. Madrid tentò di cancellare ogni traccia, ogni documento che potesse provare la benché minima collaborazione o connivenza nello sterminio. Finché la pazienza di un giornalista ebreo è riuscita a portare alla luce un documento inoppugnabile, una delle circolari del conte di Mayalde, quella al governatore di Saragozza. Che inchioda ancora una volta il franchismo.




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Bimba autistica cacciata dal ristorante

La Stampa

Polemiche a Reggio Emilia per il comportamento del vigilante in un megastore
REGGIO EMILIA


Polemiche a Reggio Emilia per il presunto allontanamento forzato dal ristorante di un grosso centro commerciale di una bambina autistica che, mangiando alla mensa, sarebbe stata colpevole di «allarmare la clientela» con la sua presenza.

La vicenda, raccontata oggi dalla Gazzetta di Reggio, è avvenuta ieri al mega store Free Flow di via Kennedy. Verso le 13 una bambina autistica di 10 anni e la terapista che la accompagnava si sono accomodate per pranzare nel self service del centro Meridiana. Dopo poco, però, uno degli addetti al servizio di sicurezza le avrebbe spinte ad allontanarsi. «Quello non era il posto giusto per noi - racconta la dottoressa Maddalena Algeri - io la imboccavo e le tenevo ferme le mani, ma ci è stato detto che allarmavamo la clientela che ci circondava».

Dal responsabile del servizio di sicurezza al responsabile del servizio mensa, sino ai responsabili del Meridiana stesso, tutti hanno chiesto conto al vigilante di cosa fosse realmente accaduto. Questi ha però fornito una versione dei fatti contrastante con quella della terapista, sostenendo «non ho mandato via nessuno» e di essere intervenuto dopo aver notato una sorta di aggressività della dottoressa nei confronti della bambina.

Dalla parte della guardia, riferisce ancora il quotidiano, coloro che gli lavorano accanto: «Ha figli anche lui, impossibile che si sia comportato male. Forse è intervenuto perché i clienti l’hanno sollecitato a capire cosa stesse accadendo». Il presidente dell’associazione Aut Aut (una onlus di Famiglie con portatori di Autismo) ha denunciato il fatto ai carabinieri. Ma il presidente dell'associazione Aut Aut non ammette giustificazioni. Ha dichiarato al giornali emiliano:

«Quanto accaduto è semplicemente vergognoso, la mamma di quella bambina sta ancora piangendo per il trattamento riservato alla figlia. La terapista è una professionista seria che fa questo mestiere da tanti anni. Tutti i giorni accompagna bambini autistici a pranzare fuori, proprio per far sì che si ambientino, e mai, mai le era capitata una cosa del genere. I dirigenti del centro mi hanno chiamato costernati per chiedere scusa alla ragazzina e a sua madre: nessuno mi ha raccontato una differente versione dei fatti. Anzi. Da quel che so, il vigilante ha avuto il coraggio di dire alla dottoressa "tanto non hai testimoni". I testimoni, invece, ci sono. E vedremo chi è che non racconta la verità».




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Mozzarelle blu, ecco le marche sotto accusa

Il Secolo xix

Ci saranno nelle prossime ore i primi indagati, a Torino, per il caso delle mozzarelle blu. Gli inquirenti, secondo quanto appreso, vogliono accertare eventuali responsabilità dei produttori tedeschi, ma anche degli importatori. Si procede per violazione della legge del 1962 sugli alimenti e per commercio di prodotti pericolosi.

Sequestri anche in Puglia e Sardegna
Poco meno di 70 chilogrammi di mozzarelle presumibilmente contaminati dal batterio Pseudomonas sono stati sequestrati dai carabinieri del Nas di Bari in un supermercato Lidl in via Valentini a Turi, piccolo centro dell’hinterland barese. Il sequestro cautelativo è stato operato dopo la segnalazione di un cittadino il quale aveva acquistato nel supermercato una confezione di mozzarelle e, dopo un primo assaggio, aveva accusato disturbi, notando che il prodotto era diventato di colore blu. La partita di prodotto sequestrata è marca Lovilio e risulta prodotta in Germania. Si tratta del primo sequestro di mozzarelle blu operato in Puglia.

Casi di «mozzarelle blu» sono stati riscontrare anche in Sardegna, all’Isola della Maddalena. È quanto avrebbero accertato gli inquirenti che a Torino si occupano dell’inchiesta aperta dopo i primi casi di mozzarella blu. Una delle ipotesi al vaglio è che una partita di mozzarelle di questo genere fosse destinata anche alla Slovenia. Sempre secondo quanto appreso la Commissione Ue avrebbe disposto accertamenti presso la casa produttrice in Germania.

Le marche
Il fatto che il sequestro di mozzarella `blu´ proveniente dalla Germania riguardi anche il marchio Malga Paradiso sembra configurarsi come un ulteriore inganno per i consumatori che acquistano senza saperlo un prodotto che non ha nulla a che fare con le malghe alpine. È quanto afferma Coldiretti nel rilevare che i sequestri delle mozzarelle riguardano tre marchi: «Land» (venduto da Eurospin), «Lovilio» (venduto da Lidl) e «Malga Paradiso» (venduto da MD discount), tutti prodotti in Germania dalla ditta Milchwerk Jager Gmbh & Co, secondo quanto comunicato dal Ministero della Salute.

Il fatto che la scoperta dell’alterazione sia avvenuta in Italia e non in Germania dove la mozzarella viene prodotta - conclude Coldiretti - è significativo della capillarità dei controlli sul mercato nazionale dei prodotti alimentari sul quale vigilano oltre un milione di verifiche ed ispezioni all’anno tra Nas dei Carabinieri, Istituto Controllo Qualità, Agenzie delle Dogane, Capitanerie di Porto, Corpo Forestale e Carabinieri delle Politiche Agricole, Asl, ai quali si aggiunge l’attività degli organismi privati. Ma gli importanti risultati delle attività di controllo vanno accompagnati - sottolinea Coldiretti - da misure strutturali come il divieto ad utilizzare denominazioni ingannevoli (da prosciutto di montagna al formaggio di fattoria che non rispondono a verità) o l’obbligo di estendere al latte e a tutti i prodotti derivati l’indicazione in etichetta dell’origine per smascherare l’inganno del falso Made in Italy rischioso per la salute.

Il ministro: le mozzarelle italiane sono sane
`Vorrei rassicurare i nostri consumatori: le mozzarelle italiane sono buone e sane, soprattutto in virtu´ dei controlli e della qualità che contraddistingue il Made in Italy’’. Lo afferma il ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan, nel sottolineare che «Prezzo e data di scadenza rappresentano elementi fondamentali per guidare il consumatore all’acquisto. Chi compra prodotti come le mozzarelle dovrebbe essere sempre accorto in questo senso e prediligere il più possibile un rapporto diretto con il venditore, quindi il Made in Italy, e la freschezza stessa del prodotto».

«Tuttavia, per dare ancora maggiore garanzia ai nostri consumatori - aggiunge Galan - il ministero delle politiche agricole alimentari e forestali - come già annunciato sabato, in merito al sequestro delle cosiddette «mozzarelle blu» - ha avviato, tramite l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari, ulteriori controlli e prelievi, che si sommano a quelli che vengono già effettuati di routine, presso le principali piattaforme di distribuzione di prodotti lattiero-caseari in Italia, in particolare nel Nord».





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Francia, detenuto cannibale a processo‎ Mangiò il polmone del compagno di cella

Il Mattino


PARIGI (21 giugno) 


È iniziato oggi a Rouen, in Francia, il processo a Nicolas Cocaign, accusato di aver ucciso il suo compagno di cella, nel gennaio del 2007, e di aver mangiato un pezzo del suo polmone per «strappargli l'anima».

L'uomo, 35 anni all'epoca del fatti, detenuto nella prigione di Rouen per stupro, aveva preso a pugni e calci il suo compagno di cella, Thierry Baudry, 41 anni, prima di ferirlo con delle forbici e soffocarlo con una busta della spazzatura.

Tra i due era scoppiato un diverbio riguardo all'igiene della loro cella. Dopo averlo ucciso, Cocaign ha sezionato il torace della vittima e prelevato un pezzo di polmone che ha fatto cuocere con delle cipolle prima di mangiarlo. Soprannominato dalla stampa il «cannibale di Rouen», Cocaign è accusato di omicidio, aggravato da atti di tortura e barbarie. Il verdetto è atteso per giovedì.




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Ischia, ostie consacrate rubate in chiesa Fedeli sotto choc: prima volta che accade

IL Mattino

  

ISCHIA (21 giugno) 


Un furto di ostie consacrate è avvenuto nella serata di ieri nella chiesa della confraternita S. Maria di Costantinopoli a Testaccio, nel comune di Barano d'Ischia.

Verso le 19,00, mentre era in corso la celebrazione eucaristica nella chiesa parrocchiale di S. Giorgio Martire, il sacrestano è entrato in chiesa per la chiusura della chiesetta ed ha scoperto che la custodia della pisside era stata forzata, e la stessa pisside contenente le ostie consacrate gettata per terra e vuota.

Immediatamente il sacrestano ha chiamato il parroco, don Carlo Busiello, che ha avvisato il vescovo e le forze dell'ordine. Dalla chiesa si è appurato che sono state sottrate le ostie consacrate e null'altro. Sgomenti i fedeli per un fatto questo che nella frazione di Testaccio non è mai avvenuto. Al momento la chiesa è stata chiusa.




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La lettera di Sepe pubblicata su Facebook

Il Mattino


NAPOLI (21 giugno) 


Ha affidato anche al web la sua lettera alla diocesi. Il cardinale Sepe ha sempre creduto che anche attraverso Internet si potesse incontrare la gente. E in un'occasione delicata come questa ha avuto ragione: tantittimi messaggi di solidarietà e di sostegno, accompagnati da parole di stima immutata. E con l'augurio di ritrovare serenità al più presto. E tutti gli “amici del Cardinale” su Facebook hanno concluso il loro pensiero con l'invocazione propria di Sepe: “‘A Maronna c’accumpagna!”


Ecco il testo integrale della lettera


Cari fratelli e sorelle,
è a voi della mia amata Chiesa di Napoli che sento di dovermi rivolgere, perché un pastore deve rendere conto, in ogni momento, delle speranza che deve sorreggere la comunità a lui affidata. 

Fondamento di ogni speranza è la verità.

Ora il pastore della vostra Chiesa si trova a essere interpellato, come ampiamente riportato in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sul fronte di una vicenda giudiziaria, che nella sua essenza, per la fiducia che si deve alla giustizia e per il rispetto al valore della legalità, impone procedure e chiarimenti per i quali mi sto attivando nelle sedi opportune.

Ma prima di consegnarla, nei modi dovuti, nelle mani della giustizia, vorrei che questa verità passasse da una verifica ancora più impegnativa che riguarda il rapporto, anzi il legame, del vescovo con la sua gente. Voi avete il diritto di chiedere e di sapere; a me resta il dovere di esaudire le vostre richieste.

Tre sono gli addebiti che mi vengono fatti, per la responsabilità che ho avuto in quanto Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, e riguardano la gestione del patrimonio immobiliare che ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le finalità, rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più poveri e dimenticati della terra.

Il primo caso riguarda la concessione in uso di un alloggio al dott. Guido Bertolaso, la cui esigenza mi venne rappresentata dal dott. Francesco Silvano. In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il Seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dott. Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono più occupato, né sono venuto a conoscenza, sia in ordine alla ubicazione e sia in ordine alle intese e alle modalità.

Altro coinvolgimento concerne la vendita all’on. Lunardi di un palazzetto in via dei Prefetti. Ebbene, si trattava di un immobile che presentava, in maniera evidente e seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli stessi inquilini. Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa per le casse della Congregazione, per cui venne presa in considerazione l’opportunità della vendita.

Gli stessi tecnici ne stimarono il valore, tenendo conto, evidentemente, delle condizioni dello stabile e del fatto che era occupato da inquilini il che, di per sé, comportava una sensibile decurtazione, come è noto. Fu detto che l’on. Lunardi aveva espresso il proprio interesse all’acquisto e fu avviata una trattativa che si concluse sulla base della valutazione fatta e di quella che si aggiunse attraverso il coinvolgimento di un istituto di credito, per la concessione di un mutuo. La somma, incassata peraltro immediatamente, fu quella riportata dalla stampa e che venne trasferita all’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), perché fosse destinata a tutta l’attività missionaria nel mondo.

La terza questione interessa i lavori di messa in sicurezza statica di un lato del Palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna a Roma, che aveva subito una modificazione strutturale, nel senso che era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana. Fu accertata la competenza dello Stato Italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione.

In tutta questa attività e rispetto ai casi sopra indicati, come pure in altre situazioni precedenti o successive, mi sono sempre avvalso della consulenza specifica di tre persone che avevano titoli ed esperienza per assicurarmi, in ragione della loro attività professionale, un qualificato contributo di pensiero e di soluzione: il dott. De Lise, magistrato; il dott. Balducci, all’epoca Provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio; il dott. Silvano, amministratore dell’Ospedale Bambin Gesù, mio collaboratore già durante il Giubileo.

Tutto ho fatto, comunque, nella massima trasparenza, avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale, con una lettera, inviatami a conclusione del mio mandato di Prefetto, volle finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa.

Dico questo per amore della verità, nella consapevolezza di avere sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa.

Questi i fatti, come li ricordo. Ma neppure una vicenda giudiziaria può giustificare una così fredda elencazione di eventi, senza mettere in campo una serie di altri elementi essenziali, primo fra tutti, il percorso di una vita sacerdotale, nel quale la Croce non è mai un intoppo ma il segno della appartenenza a Cristo.

Accolgo così, in tutta umiltà, la prova che oggi mi tocca; ma accanto ad essa avverto anche la forza di una serenità che non può nascere a caso, maturata via via attraverso i diversi passaggi che da sacerdote, nel servizio diplomatico alla Santa Sede, prima in Brasile poi come assessore in Segreteria di Stato, mi hanno condotto all’ordinazione episcopale, con la nomina a segretario della Congregazione per il Clero. Ho poi vissuto l’esaltante esperienza del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, uno straordinario evento ecclesiale, nella scia aperta dal Concilio Vaticano II.

Giovanni Paolo II lo volle come un evento profetico, passaggio tra due millenni, annuncio del Vangelo nel cambiamento del mondo. L’esperienza della gioia vissuta in quel grande evento l’ho portata nel mio servizio a Propaganda Fide, nei tanti viaggi internazionali, nei continui contatti con i Vescovi, nell’accoglienza di chiunque avesse avuto bisogno di incoraggiamento e di aiuto nel ministero missionario.

Infine la chiamata a Napoli, la terra che il Signore aveva scelto per il mio ministero pastorale di Padre. Il Santo Padre Benedetto XVI mi disse che, da più parti, si indicava il mio nome per Napoli e mi chiedeva che ne pensassi. Chiesi un po’ di tempo per riflettere e poi diedi la mia risposta: “Santità, il mio cuore già batte per Napoli! Vorrei, Santo Padre, che gli ultimi anni della mia vita fossero al servizio della Chiesa nell’azione pastorale, tra la gente! Il Papa mi ricordò che avrei potuto svolgerlo ancora nella curia romana, ma io ero felice di aver scelto di ubbidire allo Spirito che mi inviava in questa nostra amata terra.

Felice resto di quello che con voi, sacerdoti e fedeli, ogni giorno riesco a vivere in obbedienza alla verità di Cristo, al servizio degli ultimi, nel proclamare la giustizia. Ma non posso dimenticare che questo viaggio, brevemente ripercorso, nasce dall’esempio di mio padre e mia madre, gente di sudore e di terra che conosce il patire e la parola data , che mi hanno insegnato l’onore e il coraggio della verità. Se a loro debbo tanto, innanzitutto la vita, a loro debbo consegnare la fedeltà a quella verità che oggi, senza paura, professo e testimonio.

Perciò, carissimi, vado avanti con serenità, accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi.

Guardo, con rinnovata fiducia a Cristo che servo, senza risparmiarmi, nella sua santa Chiesa, sempre perseguitata.

La verità vincerà!

Sono convinto che da questa inattesa prova usciremo tutti più forti, per continuare a compiere insieme la missione che Cristo ci ha affidato!
Chiedo a tutti di sostenermi con la preghiera e, con amore di Padre, vi benedico!

‘A Maronna c’accumpagna!

(21 giugno)




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Si comprano il palazzo per non avere la moschea

di Stefano Filippi

In un ex laboratorio artigianale avrebbe dovuto sorgere un centro religioso islamico, ma i 15O abitanti di Tomasoni, nel Veneto, si sono autotassati soffiando l’area ai musulmani: "Il loro arrivo avrebbe stravolto la vita della nostra comunità"

nostro inviato a Cornedo (Vicenza)


Il preliminare era già firmato con tanto di caparra: il centro culturale islamico Annur avrebbe comprato un vecchio laboratorio tessile da trasformare in moschea. Proprio in questo angolino di Veneto, contrada Tomasoni, una cinquantina di case, una corte, la fontana, la chiesetta, dove si vive come cinquant'anni fa, che quando vai in vacanza il vicino ti arieggia le stanze, sfama il cane e innaffia le piante. Veneto profondo, Veneto leghista (49% alle ultime regionali) e laborioso. Dove la gente è disposta a mettere mano al portafoglio pur di dirottare altrove i musulmani. 

Così, dopo un lavorìo durato un anno, i 150 abitanti dei Tomasoni hanno deciso di comprare loro l'edificio destinato a luogo di ritrovo e di culto per i fedeli del Corano che vivono lungo il torrente Agno, una vallata che da Recoaro Terme scende verso Montecchio Maggiore. Dodici mesi fitti di incontri, vertici in comune, mediazioni con il proprietario del laboratorio artigianale. «Un'ora e mezzo dopo la mia elezione erano già sotto casa mia a chiedere udienza», ricorda il primo cittadino Martino Montagna, 44 anni, giornalista prestato alla vita amministrativa, insediato un anno fa a chiudere 15 anni di giunte monocolore verde padano. Evidentemente quelli di Cornedo giudicavano i leghisti locali troppo mollaccioni. 

È stata una battaglia estenuante. Il padrone dello stabile aveva già firmato il compromesso di vendita con l'associazione Annur e intascato la caparra. «I residenti si lamentavano per non essere stati informati da nessuno, a cominciare dal comune - spiega il sindaco che guida una lista civica -. Non c'era ostilità verso i musulmani, ma una questione di ordine pubblico». Una sola strada, niente parcheggi, dalle 300 alle 500 persone che ogni venerdì pregano Allah e raddoppiano nelle principali festività dell'Islam. 

«Nella contrada si vive benissimo come una volta», racconta Gaetano Dalla Gassa, uno dei leader della protesta, titolare di una ditta di palificazione e consolidamento di terreni e membro del direttivo delle Piccole industrie di Valdagno: «È un nucleo tradizionale di 150 persone molto unite, facciamo tre sagre all'anno, una piccola comunità coesa che sarebbe stata stravolta dall'arrivo di centinaia di musulmani». Gente molto pratica, che ha capito in fretta l'unico modo per rovesciare la situazione: mettere sul piatto una bella cifra e ricomprarsi lo stabile, anche se non sono tempi favorevoli per investire nel mattone. 

Ci sono voluti lunghi mesi di trattative complicate, assemblee ogni lunedì sera, la collaborazione del sindaco, il coinvolgimento dell'associazione Annur. «Persone per bene e disponibili al dialogo - assicura Dalla Gassa -. Noi non ce l'abbiamo con gli stranieri, ai Tomasoni vivono una trentina di extracomunitari, famiglie provenienti dall'India e dall'Europa orientale. Anche alcuni di loro partecipano alla nostra operazione immobiliare». Dove operava l'artigiano delle confezioni verranno costruiti quattro o cinque appartamenti da 80-100 metri quadrati. La gente della contrada e qualche amico stanno per sborsare 50mila euro (che saranno restituiti a cose fatte) per stracciare il vecchio preliminare e firmarne uno nuovo. 

Un'impresa edile realizzerà le opere con un po' di sconto: il valore dell'operazione supera i 200mila euro. Alcuni abitanti, tra cui Dalla Gassa che ha un figlio da sistemare, hanno già garantito l'acquisto degli alloggi: ne resta ancora uno da piazzare. Il centro culturale islamico ha riavuto i soldi versati ed entro l'anno troverà un accordo con il comune di Cornedo per una sistemazione alternativa, più grande, con un piazzale comodo per le auto, che non dia problemi di ordine pubblico. E sia lontana dal piccolo mondo antico dei Tomasoni.




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Il pm senza casacca che mette sotto accusa l’ex pm

di Anna Maria Greco

Roma

Romano, cinquant’anni, Attilio Pisani da oltre un decennio è sostituto procuratore nella capitale. Il pm che ha indagato per truffa l’ex collega Antonio Di Pietro, insieme all’aggiunto Alberto Caperna (responsabile del pool di reati a danno della pubblica amministrazione e in questi giorni impegnato nelle inchieste sugli appalti al G8), in passato è stato nel gruppo «colpe professionali» ed è ritenuto un esperto di responsabilità medica.

Si è infatti occupato di questioni legate ai camici bianchi e di problemi come l’eutanasia e ha seguito inchieste che riguardavano la questione delle trasfusioni ai Testimoni di Geova, come nel 2004, operazioni come quella del 2007 al Policlinico romano a una donna alla quale si sospettava fosse stato asportato per errore un organo sano o, nel 2008, un’email ritenuta diffamatoria che circolava all’università Cattolica di Milano quando scoppiò lo scandalo Parentopoli, perché un posto di ricercatore in Medicina era stato attribuito a una laureata in Lettere.

Pisani è anche stato vari anni alla Corte costituzionale, dove ha lavorato prima all’ufficio ruolo in massimario e, dal ’93, come assistente del giudice Fernando Santosuosso, che veniva dalla Cassazione ed è un grande esperto di bioetica. Passò alla Procura di Roma prima che il mandato del giudice costituzionale scadesse nel 2001.

Ai suoi colleghi non risulta che sia un pm impegnato «politicamente», in una o nell’altra delle correnti della magistratura. Qualcuno anzi lo definisce «un battitore libero».
Sui giornali il suo nome è finito recentemente, per la vicenda della lettera su Dagospia che criticava il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, riguardo allo stupro avvenuto a La Storta.

Fu lui a chiedere 3 mesi di reclusione, per diffamazione, per Barbara Palombelli, l’ex assessore regionale Mario Di Carlo e Nicoletta Ercole, che proprio questo mese sono stati invece condannati solo a una multa.
Nel 2005 il pm Pisani ha anche indagato sulla morte della pornostar Moana Pozzi, dopo la pubblicazione di un libro che sollevava dubbi sulla sua scomparsa.
L’anno dopo si è occupato di liti familiari tra vip, in particolare della denuncia della moglie dell’arbitro Massimo De Santis, che rimase fuori casa perché lui aveva cambiato la serratura.



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Tutti gli scheletri del supermoralista

di Paolo Bracalini


E adesso, che fine farà la campagna per il «Parlamento pulito», adesso che tra i non puliti, gli onorevoli inquisiti da tenere a debita distanza, c’è pure lui, il campione dei valori, il Mastrolindo della politica italiana, l’eroe della legalità, Antonio Di Pietro? Azzardiamo un pronostico: non cambierà assolutamente niente, tutto come se nulla fosse. In fondo è la specialità di Tonino, capace come pochi altri di ficcarsi sempre in tremendi pastrocchi ma di uscirne sempre con la stessa olimpica nonchalance. Anche perché, diversamente da molti suoi nemici, il più delle volte peones o moralisti improvvisati (mentre lui ha il master in quella materia), non sono minimamente all’altezza del suo talento comunicativo e della sua micidiale capacità - ereditata dai vecchi mestieri di poliziotto e magistrato - di archiviare, raccogliere e ritrovare all’occorrenza carte giudiziarie e documenti per controbattere, «carte alla mano», alla accuse.

Usando tra l’altro tutte le risorse tecnologiche disponibili, come un vero smanettone: Twitter, YouTube, Facebook, le pagine web del suo blog, quelle del sito Idv. Quando non funziona, passa alle querele, di cui è indiscusso leader in Parlamento. Anche quando si parla di vicende che diventano poi oggetto di indagini giudiziarie, come appunto la questione dei rimborsi elettorali per l’associazione Idv. Nel dubbio, Di Pietro cita in giudizio, chiedendo solitamente un bel patrimonio di risarcimento. È capitato quando il Giornale ha scritto della strana ambiguità tra partito e associazione di famiglia. Tonino si è sentito diffamato e ci ha portati in tribunale. Ora però un altro tribunale, quello di Roma, vuol veder chiaro, proprio su quella storia.

La carriera da supermoralista è dura, non ammette macchie, e se ogni tanto ne spuntano, Di Pietro ha pronto un suo speciale smacchiatore istantaneo: negare qualsiasi evidenza. Spuntano le foto di lui e Bruno Contrada pochi giorni prima dell’arresto del questore per collusioni mafiose? Era solo una cena con dei servitori dello Stato. Affiorano foto di Di Pietro con mafiosi bulgari? Sì ma lui non sapeva che fossero criminali. Ci sono foto di Tonino con un esponente della ’ndrangheta di Varese? Sì, ma non lo sapeva. La tesoriera del suo partito abita in una casa di Propaganda Fide, presa all’epoca Balducci? È un altro caso. Il giornale dell’Idv prese la sede in un appartamento di proprietà di Propaganda Fide, epoca Balducci? Ma che volete, ancora un caso.

Di Pietro aveva rapporti con quel Saladino al centro dell’inchiesta «Why not»? Ma suvvia, lo conosceva appena. Tonino ebbe Balducci come presidente del Consiglio dei lavori pubblici al ministero? Sì ma lo conosceva appena, e lo spostò subito. Anche Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche della Campania e del Molise, indagato a Napoli, era con lui al ministero? Un altro che conosceva appena, e poi lo spostò subito. Ha fatto ristrutturare a spese del partito un appartamento a Roma che risulta sua proprietà privata e non sede di partito? Ma no, in quei mesi era adibita temporaneamente a sede di partito. Acquistò in svendita una Mercedes da Giancarlo Gorrini, imprenditore poi accusato di bancarotta fraudolenta, e vari favori da Antonio D’Adamo, costruttore inquisito? Macché, tutte malignità, tutto in regola. Nel partito riciclati, inquisiti e impresentabili? Sì vabbè, ma le mele marce ci sono anche nei cesti più pregiati, se ci sono non se n’era accorto, e prossimamente metterà le cose a posto.

Il supermoralista lo ripete spesso: appena c’è un sospetto, bisogna correre dai magistrati e raccontare tutto per aiutare le indagini. Ecco, il fatto curioso è che ultimamente a Di Pietro tocca correre spesso dal magistrato. È successo due anni fa, quando corse alla Procura di Napoli e parlò per tre ore con i pm che indagavano il figlio Cristiano nella vicenda degli appalti e raccomandazioni a Napoli e in Molise. È risuccesso recentemente, con la Procura di Perugia, dove Tonino si è precipitato per raccontare due o tre cose sul conto della cricca, che lo aveva tirato in ballo per gli appartamenti a Roma e altre faccende come l’Auditorium di Isernia (ma Di Pietro è totalmente estraneo, come sempre). È ri-risuccesso adesso, con la Procura di Roma, a cui Tonino dovrà fornire carte e informazioni per dimostrare, come dice lui, che è tutto in regola nell’amministrazione delle casse del partito. Fuori e dentro dalle aule giudiziarie, ma sempre per sbaglio, perché lui non c’entra mai. È come Jessica Rabbit: non è che sia ambiguo, sono gli altri a dipingerlo così.




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Di Pietro nei guai: indagato per truffa sui rimborsi all’Idv

di Gian Marco Chiocci


Che la gestione dei soldi all’interno dell’Italia dei Valori fosse un gran casino, il Giornale l’ha scritto e documentato almeno venticinque volte. L’ultima il 4 giugno scorso quando ha spiattellato i dettagli di una nuova inchiesta della procura di Roma che oggi ha portato il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, ad essere iscritto sul registro degli indagati. Il reato ipotizzato? Quello previsto dall’articolo 640 del codice penale: truffa.

La vicenda è nota ai lettori e riguarda presunti illeciti collegati alla riscossione dei rimborsi elettorali da parte del presidente del partito del gabbiano a far data dal 2004 (e forse prima), anno in cui l’ex pm di Mani Pulite si alleò per le Europee con il gruppo politico di Achille Occhetto, denominato il Cantiere, e con Elio Veltri, suo vecchio amico. Aperte le urne, conosciute le intenzioni di Tonino di tenersi i rimborsi per sé, Occhetto e Veltri promossero due, anzi tre iniziative. La prima contro l’Idv. La seconda contro la Camera (nei confronti della quale ottennero un clamoroso decreto ingiuntivo di rilevante importo). La terza sulla dicotomia Associazione Idv-Partito Idv approdata anche negli uffici giudiziari delle Capitale e sfociata in una serie di accertamenti della Gdf che hanno «obbligato» i pm romani Attilio Pisani e Alberto Caperna a mettere sott’inchiesta Di Pietro.

Stando agli esposti presentati a più riprese da Veltri, il politico di Montenero di Bisaccia avrebbe costituito ad hoc un’«associazione» privata composta da tre persone (lui, la moglie Susanna Mazzoleni, la tesoriera del partito Silvana Mura) spacciandola per il «movimento-partito» che al pari degli altri «partiti» è il solo autorizzato a presentare le liste e a incassare i fondi. Sostituzione giocata sull’omonimia se è vero che l’Associazione privata ha la stessa denominazione del Partito-Movimento. In questo modo, sempre secondo le carte in mano alla procura, l’«Associazione Italia dei Valori» si sarebbe sostituita al «Movimento-Partito Italia dei Valori» ricorrendo ad autodichiarazioni false al fine di ingannare i controllori della Camera dei Deputati e far confluire i rimborsi in un conto corrente bancario nella sola disponibilità dei soci dell’Associazione (Di Pietro, Mazzoleni, Mura) anziché in quella del Partito. Nonostante l’ordinanza del tribunale di Roma del 23 luglio 2008 abbia sancito la «diversità» fra i due soggetti giuridici, Di Pietro continua a rivendicare onestà e limpidezza di comportamenti sostenendo che l’Associazione «è il Partito».

Quando la questione dei soldi nel partito venne sollevata dal Giornale, Di Pietro corse (da solo) dal notaio e modificò (sempre da solo) lo statuto. Così a dicembre 2009, sulla scia di nuove carte che dimostravano la «diversità» dell’Associazione dal Partito, Tonino si è recato nuovamente dal notaio per evitare confusione, di nomi e di ruoli, per sanare eventuali anomalie e per ufficializzare, una volta per tutte, l’unicità dei due diversi soggetti. A differenza del solito, però, erano presenti anche i componenti dell’ufficio di presidenza del Partito (Donadi, Orlando e Belisario) che nero su bianco hanno ratificato la circostanza - essenziale per il percepimento dei fondi elettorali - che il codice fiscale del Partito (sino ad allora inesistente) era in realtà il numero «90024590128», guarda un po’ lo stesso, identico codice fiscale dell’Associazione di «famiglia» utilizzato per incassare i rimborsi elettorali.

E così, come scrivevamo il 6 febbraio scorso, finiva in procura la prova documentale dello scippo del codice fiscale di un soggetto giuridico non legittimato a recepire i fondi pubblici (l’Associazione) a un soggetto giuridico che quella legittimazione ce l’avrebbe avuta ma non l’avrebbe potuta esercitare essendo sprovvisto del codice fiscale (il Partito). Ma non a Roma, bensì a Milano. Dove il presidente del tribunale, in persona, sollecitava gli ex colleghi di Tonino ad approfondire le contestazioni evidenziate da Veltri. Il pm Eugenio Fusco, esperto in questioni finanziarie, iscriveva la pratica a modello 44 ( notitia criminis infondata). Nemmeno quattro mesi dopo, quella stessa notizia infondata è stata giudicata fondata a Roma che ha iscritto Di Pietro a modello 21.

Dal suo blog Tonino ha diffuso una lunga memoria preannunciando querela all’ex amico Elio. «È sempre la solita storia trita e ritrita - scrive - già più volte si sono espresse le varie procure, archiviando il caso. Roma non poteva non procedere, anche questa volta, a seguito del solito esposto», ma ancora una volta «porteremo le carte per dimostrare che è tutto in regola, come peraltro hanno accertato ormai da tempo non solo plurime autorità giudiziarie, ma anche, da ultimo, l’Agenzia delle Entrate e gli organi di controllo amministrativi e contabili. Ci vuole pazienza, ci sono persone che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e continuano ad infangare gli altri. Male non fare, paura non avere».



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Inchiesta G8, Sepe: «Tutto trasparente Mi chiesero una casa per Bertolaso»

Il Messaggero

Il cardinale si difende: la segreteria di Stato approvò i bilanci. Chiesta autorizzazione a procedere contro Lunardi

 

ROMA (21 giugno) 




«Ho fatto tutto nella massima trasparenza». Il cardinale Crescenzio Sepe, in una conferenza stampa, legge una lettera dove tenta di confutare, punto per punto, gli addebiti che gli vengono fatti dalla procura di Perugia «per la responsabilità che ho avuto in quanto prefetto della Congregazione di Propaganda Fide». Sepe è indagato per corruzione nell'ambito di un filone dell'inchiesta di Perugia sugli appalti per il G8.

«Ho sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa», ha aggiunto il cardinale. «Ho fatto tutto avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla segreteria di Stato la quale con una lettera inviatami a conclusione del mio mandato di prefetto volle finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa», ha quindi aggiunto Sepe, ribadendo che in merito a quanto da lui fatto da prefetto della Congregazione di Propaganda Fide registrò anche la stima da parte della Segreteria di Stato.

La disponibilità di una casa per Guido Bertolaso fu chiesta dal professor Francesco Silvano al cardinale Sepe, che incaricò lo stesso collaboratore di trovarne una, senza però esser poi messo a conoscenza né dell'ubicazione né delle modalità con cui l'appartamento fu concesso, ha poi spiegato lo stesso Sepe. «L'esigenza» di una casa per Bertolaso, ha detto l'arcivescovo, «mi venne rappresentata dal dottore Francesco Silvano. In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dottor Silvano di trovare altra soluzione». Soluzione della quale, prosegue Sepe, «non mi sono più occupato nè sono venuto a conoscenza sia in ordine alla ubicazione sia in ordine alle intese e alle modalità». «Come è stato scritto sui giornali - ha concluso Sepe - Bertolaso aveva bisogno di vivere in un ambiente più sereno poichè aveva qualche difficoltà».

Una rogatoria in Vaticano su tutta l'attività svolta da Propaganda Fide
tra il 2004 e il 2006 potrebbe essere presto chiesta dalla procura di Perugia. I magistrati del capoluogo umbro sembrano infatti intenzionati a svolgere nuovi accertamenti su appalti, mutui e conti riconducibili a quella che attualmente è denominata la Congregazione per la evangelizzazione dei popoli. La richiesta, come prassi, dovrà comunque essere valutata dalle autorità italiane e poi eventualmente inoltrata alla Santa Sede.

«Sarà una difesa molto poco impegnativa perché dalla ricognizione dei fatti che abbiamo eseguito insieme mi sembra che nella sua condotta non ci sia niente, e dico niente, di penalmente rilevante», ha detto l'avvocato Bruno Von Arx,legale del cardinale di Napoli.

Il Vaticano ieri ha dato la sua solidarietà al cardinale e ha precisato che la sua collaborazione con gli inquirenti dovrà avvenire nell'ambito del Concordato, che tutela gli enti ecclesiastici. Sepe è accusato di aver favorito l'ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci e il costruttore Diego Anemone in cambio di 2,5 milioni di euro di fondi pubblici per la sede di Propaganda Fide.

L'autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro Lunardi è stata intanto chiesta dai pm di Perugia che indagano sugli appalti per i grandi eventi. Nel capoluogo umbro l'exresponsabile delle infrastrutture è indagato per corruzione. Un'udienza per esaminare la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro sarà fissata nel giro di uno o due giorni dal tribunale dei ministri del capoluogo umbro. In quella sede sarà esaminata la richiesta della procura perugina che poi sarà eventualmente inoltrata al Parlamento. La richiesta è ora al vaglio del presidente del tribunale dei ministri di Perugia. Nel capoluogo umbro Lunardi è indagato per corruzione, lo stesso reato contestato al cardinale Crescenzio Sepe. Per ora non sarebbe in programma l'interrogatorio di nessuno dei due.

«Non ho parlato di favori, ho usato il termine cortesie. Sto aspettando che la magistratura mi convochi, ho qui con me le fatture dei lavori realizzati da Anemone, è tutto regolare», afferma intanto in un'intervista a Repubblica Lunardi, indagato anche lui a Perugia. In merito ai finanziamenti di Stato al Vaticano, Lunardi aggiunge «in quel decreto c'è il mio nome, ma non ho scelto io i lavori da finanziare. Arcus, la società privata organizzata dai Beni Culturali, faceva il lavoro istruttorio: cercava i siti, proponeva i finaziamenti». Per il palazzetto da acquistare in via dei Prefetti l'ex ministro spiega poi che parlò con il cardinale Sepe: «Sì, certo, era lui il responsabile del patrimonio di Propaganda Fide. Mi aveva organizzato il contatto il mio funzionario Angelo Balducci».




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Media Ma la notizia viene nascosta dai siti «amici»

di Redazione

Quando la notizia dell’iscrizione di Antonio Di Pietro nel registro degli indagati per truffa arriva nelle redazioni sono da poco passate le 15. A distanza di ore, però, per alcune testate online come «Repubblica» e «l’Antefatto» (sito internet del «Fatto quotidiano» di Travaglio & co.) è come se non fosse successo nulla. Alla fine della giornata la notizia si guadagna faticosamente l’homepage di «Repubblica» all’ottavo posto dietro lo sport, Berlusconi, l’inchiesta G8, la manovra, le intercettazioni e persino gli esami di maturità. Tema che fa letteralmente impazzire il sito del «Fatto». Che dell’inchiesta su Di Pietro proprio non parla.



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Il Pdl sceglie l'ironia: "Si auto-assolverà?" E nell'Idv c'è chi chiede conto al capo"

di Redazione

Poche parole dal centrodestra. Gasparri: "Dopo le vicende immobiliari il popolo è viola di vergogna". Fronda interna. Vatinno (esponente della minoranza interna all'Idv): "Abolire l'associazione Italia dei valori come chiesto all'ultimo congresso"

Roma
 

Se il Pdl, ipotesi assurda, avesse nelle sue fila un Belisario, un Donadi, un Pedica, una Sonia Alfano o addirittura un Di Pietro, alla notizia dell’indagine per truffa sul leader dell’Italia dei valori si sarebbe scatenata quantomeno una canea di dichiarazioni. Avrebbero fatto il tifo per il pm Attilio Pisani e per il procuratore aggiunto Alberto Caperna; avrebbero tirato fuori dalle tasche un paio di manette per farle tintinnare sotto il naso dell’avversario politico; avrebbero invocato le dimissioni, il confino, l’esilio, la galera per l’indagato; avrebbero scatenato la piazza, il popolo azzurro (viola); avrebbero raccolto firme, indetto manifestazioni, promosso comizi, sollecitato processi nei tribunali e nei talk show delle tv di Stato; avrebbero punzecchiato gli alleati troppo morbidi nei confronti del «mascalzone», «inquinato», «poco chiaro», perfino «dittatore».

Ma il Pdl, non avendo in squadra né un Belisario, né un Donadi, né un Pedica, né una Sonia Alfano e nemmeno un Di Pietro, sceglie il silenzio. Forse perché nelle vene degli azzurri oltre al sangue scorrono le piastrine del garantismo, dai vertici del Popolo della libertà nessuno se la sente di cavalcare il ruvido giustizialismo, inchiodando Di Pietro quanto meno alla sua ipocrisia. A parte il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, lesto a dettare alle agenzia di stampa una dichiarazione più che altro carica di ironia, gli altri big pidiellini tacciono.

«Di Pietro dice di avere i conti a posto e che finirà tutto in un’archiviazione. Vedremo che accadrà - dice cauto l’ex aennino -. E vedremo anche se il suo popolo, dopo questioni antiche di case e scatole di scarpe, non finirà “viola”... di vergogna». Soltanto una battuta, come quella di Amedeo Laboccetta («Di Pietro pensa di esser un superprocuratore in grado di autoarchiviarsi») che ha reso infelice Felice Belisario: «Non abbiamo scheletri nell’armadio, con un po’ di pazienza Gasparri troverà sul nostro blog tutti i documenti necessari per ricostruire i fatti e chiarirsi le idee»; e che ha fatto uscire da gangheri Leoluca Orlando: «L’Idv ha sempre agito nel nome della trasparenza e continuerà a farlo».

Tesi, questa, non proprio condivisa da tutti all’interno del partito dell’ex pm. Giuseppe Vatinno, esponente della minoranza interna, infatti, inchioda il suo leader: «Rimane come punto politico il tema che abbiamo portato al congresso “Base Idv” e cioè l’incongruità della presenza dell’associazione Italia dei Valori insieme al partito». Non solo: «Sarebbe opportuno abolirla l’associazione e anche riguardo la questione delle case, sarebbe bene che ci fosse quanto meno l’abbandono di quelle contestate». FCr




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Lo sciopero suicida di Termini

di Massimo De Manzoni


Per dimostrare al mondo di non essere dei fannulloni, gli operai Fiat di Termini Imerese ieri mattina non hanno trovato di meglio che smettere di lavorare. Proprio così: un bello sciopero improvviso a bloccare uno stabilimento il cui destino corre già sul filo del rasoio. Un’idea geniale. Così motivata: «Sergio Marchionne ci ha offesi». Ma che cosa ha detto il gran capo della Fiat per irritare gli sgobboni di Termini? Ha sostenuto che il lunedì precedente avevano scioperato al solo scopo di assistere alla partita della nazionale contro il Paraguay.

«Falso», hanno protestato gli stakanovisti in tuta blu: «Ci siamo astenuti dal lavoro perché l’azienda non ha allestito due maxi schermi all’interno della fabbrica». E a che cosa dovevano servire i maxi schermi? Ovvio: a seguire la partita dell’Italia! Quindi Marchionne ha perfettamente ragione quando afferma che la «protesta sindacale» aveva come unico obbiettivo la visione delle (presunte) prodezze dei pedatori di Lippi.

Solo che ai permalosi Cipputi siciliani non piace che si vada in giro a raccontare le cose come stanno. Perciò, linee produttive ferme: ancora un po’ di soldi buttati nell’illusione che lo stantio rito dello sciopero riesca a cancellare la verità e a restituire all’operaio colto in fallo la verginità perduta.
Il tutto alla vigilia di un referendum, quello di Pomigliano d’Arco, cruciale per capire se la Fiat continuerà a costruire auto in Italia o riterrà più conveniente trasferire tutta la produzione all’estero. Detto in altri termini, una consultazione dal cui esito dipendono migliaia di posti di lavoro. 

Non i 2.500 di Termini Imerese, poiché l’azienda ha già fatto sapere che non intende accollarsi i costi aggiuntivi che comporta tenere in vita la fabbrica. Ma sono in piedi alcune trattative per far sì che lo stabilimento non debba chiudere i battenti. Due, in particolare. Una con un’impresa che vorrebbe realizzare lì auto elettriche; l’altra con l’ex de Tomaso, i cui nuovi proprietari vorrebbero che la loro vettura «anti Mini» vedesse la luce sotto il sole di Trinacria. 

Bene, pensate che razza di biglietti da visita possono essere stati, presso gli aspiranti compratori, gli scioperi di ieri e di lunedì scorso, con le loro motivazioni una più lunare dell’altra. Un vero sprone a cacciare quattrini pur di assicurarsi le prestazioni di mano d’opera così puntuale e affidabile. Soprattutto se si fa il paragone con quanto avviene all’estero. In Polonia, per esempio, dove pur di tenersi la linea della Panda gli operai si sono detti pronti a rinunciare al sabato festivo. O in Germania, dove i dipendenti di Mercedes, Bmw e Audi hanno acconsentito a saltare le ferie, cancellare la settimana corta, allungare di un’ora i turni normali. 

C’è la crisi, ci si adatta. Pronti a molto (se non a tutto) per conservare l’impiego e, magari, mettersi in saccoccia qualche euro in più con gli straordinari. Ma sono tedeschi, mica dei furbissimi italiani. Loro non sono disposti a candidarsi alla disoccupazione facendo il tifo per Schweinsteiger. Quanto ai polacchi, non si sono nemmeno qualificati per i mondiali... Volete mettere i nostri operai: con che cuore privarli degli impeccabili interventi difensivi di Cannavaro, delle imprese balistiche di Gilardino, delle aperture illuminanti di Camoranesi? Giovedì, poi, gioca pure Pirlo: lotta dura senza paura per il maxi schermo. E pazienza se alla fine faranno tutti la figura dei pirla.




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