mercoledì 23 giugno 2010

Il brano per bimbi è un inno al martirio Polemiche contro tv anti-Israele

Corriere della Sera


Prodotta da una compagnia giordana, la canzone parla di Palestina. Èd è una hit in rete e nel mondo arabo

MILANO


Video


Su YouTube conta più di 24 mila visualizzazioni e nel mondo arabo è diventata praticamente una hit. Eppure, o forse proprio a causa di questo grande successo, ha suscitato numerose polemiche il brano cantato da un coro di voci bianche che inneggia al martirio per la Palestina. La canzone, con relativo video, è stata prodotta da una compagnia giordana proprietaria del canale televisivo «Uccelli del Paradiso» (fondato da un uomo d'affari giordano-palestinese, Khaled Maqdad). che già in passato aveva prodotto musiche contro Israele.

IL BRANO - «Quando moriremo martiri, andremo in Paradiso» cantano i bambini. «No, non dire che siamo troppo giovani. Questa vita ci ha reso vecchi. Senza la Palestina, quale significato hanno le nostre vite? Anche se ci dessero il mondo intero, non la dimenticheremo mai» recita un altro verso della canzone, trasmessa dal canale tv durante i programmi per bambini. A un certo punto del brano, appare un uomo che intona: «Bambini, dobbiamo applicare i comandamenti della nostra religione. Non c'è altro Dio oltre ad Allah, e Allah ama i martiri». Al termine della canzone, i piccoli recitano: «Allah proteggi i bambini della Palestina. Allah renderà vere le nostre preghiere».

LE CRITICHE - Per gli esperti la canzone rappresenterebbe un nuovo approccio all’indottrinamento estremista della gioventù, in quanto inserito all’interno di un programma gradito ai bambini. Secondo l'Investigative Project on Terrorism (Ipt), un centro di raccolta dati sul terrorismo internazionale, la canzone è diventata così popolare nel mondo arabo, che su YouTube si possono vedere altri video di bambini che la interpretano o di jihadisti che la usano come colonna sonora. Secondo Al Jazeera, inoltre, il brano è diffusa anche in Gran Bretagna e Canada.

Redazione online
23 giugno 2010



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Rubavano ai terremotati, quattro in manette

Il Secolo xix


Il presidente e tre componenti della sezione di Pescara della Modavi, un’associazione di volontariato, sono stati arrestati dai carabinieri con l’accusa di concorso in peculato per avere “distratto”, per fini personali, beni destinati ai terremotati dell’Aquila e di Haiti. In particolare, avrebbero portato via piccoli elettrodomestici, capi d’abbigliamento, spazzolini da denti, calzature e altro.

Nel dettaglio, in manette sono finiti Franco Giovagnoli (53 anni) e i tre soci Daniele Marinelli (42), Dario e Mirko Francano, padre e figlio (rispettivamente, 62 e 31 anni), tutti residenti nella provincia di Pescara. Due, inoltre, le persone della provincia di Chieti denunciate per ricettazione: si tratta di un uomo di 67 anni (L.N.), titolare di un negozio, e di un 53enne (T.A.).

Gli arresti sono stati eseguiti questa mattina su ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del tribunale di Chieti, Marina Valente, su richiesta del pubblico ministero Rosangela Di Stefano. Contestualmente, sono state eseguite dieci perquisizioni domiciliari e personali e si è provveduto al sequestro di un magazzino nella disponibilità della onlus (per accedere al loro sito, clicca qui), dove erano contenute le merci, per un valore di circa 100.000 euro.

L’attività investigativa è partito nello scorso mese di febbraio, quando i carabinieri della stazione di Casalincontrada (Chieti) sono venuti a sapere che in un negozio di Roccamontepiano (sempre in provincia di Chieti) erano in vendita calzature che dovevano essere destinate ai terremotati dell’Aquila. Le indagini hanno permesso di accertare che effettivamente in un negozi di generi alimentari avveniva la vendita di scarpe e ciabatte destinate ai terremotati e hanno portato alla scoperta l’esistenza di un capannone a Roccamontepiano dove erano accantonate le scarpe provenienti dagli aiuti umanitari.

Secondo quanto emerso, Giovagnoli, “distraeva”, con l’aiuto degli altri arrestati, gran parte del materiale donato da privati o ditte: per fare un esempio, su circa 15.000 paia di scarpe fornite alla onlus, la metà non sarebbe stata distribuita.



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F1, sarà Pirelli il fornitore unico Battuta la concorrenza Michelin

di Redazione

A partire dal 2011 Pirelli sarà il fornitore unico degli pneumatici. Torna dopo 20 anni tra le monoposto F1. Contratto di 3 anni. Costi condivisi coi team

Ginevra 


La Pirelli sarà il fornitore unico di pneumatici per il campionato del mondo di Formula uno a partire dal 2011: lo ha annunciato oggi la Federazione internazionale automobilismo in una nota pubblicata sul suo sito internet. Pirelli sarà fornitore unico per tre anni. La scelta è stata presa oggi nel corso della riunione del Consiglio della Fia a Ginevra. Pirelli ha superato la concorrenza della francese Michelin a sostituire la casa giapponese Bridgestone. Per l’azienda italiana si tratta di un ritorno in Formula uno dopo 20 anni. Pirelli fornirà tutti i dettagli dell’accordo in una conferenza stampa che si terrà nel prossimo fine settimana allo Street Circuit di Valencia in occasione del Gran Premio d’Europa. I costi industriali e logistici della fornitura di pneumatici di Formula 1 da parte del gruppo Pirelli verranno condivisi con i team. 

Sei tipologie di pneumatici Il contratto, anticipa una nota del gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera, fornirà gli pneumatici del Campionato Mondiale di Formula 1 nel triennio 2011-2013 e "in linea con l’attuale normativa stabilita dal Federation Internationale de l’Automobile" metterà "a disposizione dei team sei differenti tipologie di pneumatici per l’intera stagione". Nel dettaglio si tratta di "quattro slick, caratterizzati da mescole differenti e destinati alle gare con asfalto asciutto; un pneumatico rain sviluppato per le condizioni di pioggia intensa; un pneumatico intermedio, destinato agli asfalti umidi e alle condizioni di pioggia leggera". 

No impatti sul piano finanziario "Il nuovo scenario economico ha imposto un approccio realistico e collaborativo per quanto riguarda una condivisione dei costi industriali e logistici legati alla fornitura dei pneumatici con i team" sottolinea Pirelli in una nota senza però precisare quale sarà il contributo economico delle squadre. La fornitura non sarà comunque esclusivamente a carico di Pirelli e non dovrebbe esserci un appesantimento dei costi. Verranno focalizzati "su questa nuova iniziativa risorse già stanziate e messe a budget dalla società" con investimenti in comunicazione in particolare nei paesi emergenti ma "senza comportare nessuna modifica ai piani economico-finanziari della società" si legge nella nota. Sempre per il triennio 2011-2013 Pirelli si è aggiudicata anche la fornitura in esclusiva del Campionato Mondiale Serie GP2. 




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Su Max «ammazzano» Saviano Lui: «Quella foto è irrispettosa»

Corriere del Mezzogiorno

Fotomontaggio dello scrittore all'obitorio. Il mensile: «Per difenderlo dalle minacce»

La foto-choc di Saviano morto su «Max»
La foto-choc di Saviano morto su «Max»

NAPOLI


Roberto Saviano steso su un tavolino di quelli dell’obitorio, avvolto in un telo verde, con dei ferri a sostenergli la testa e con appeso al piede un cartellino identificativo.

Si presenta così la finta foto shock della morte dello scrittore. Un’immagine che sembra presa da un episodio di CSI o del Commissario Manara ma è (fortunatamente), soltanto un fotomontaggio pubblicato dal mensile Max, in edicola il prossimo 25 giugno.

IL FOTOMONTAGGIO - Il «Saviano morto» occupa le prime due pagine del mensile, una posizione forte, di gran rilievo, che sembra assumere la valenza di un editoriale. L’immagine reca anche il titolo in neretto «Hanno ammazzato Saviano» ed un piccolo testo esplicativo, in un ensemble che ricorda tante morti tristemente celebri, non ultima quella di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia. La rielaborazione è frutto di un ricco lavoro di Photoshop di Gian Paolo Tomasi, uno specialista nel settore e vuole essere in tutto e per tutto una provocazione, come dichiara il direttore di Max, Andrea Rossi. Il periodico ha una certa esperienza in fatto di provocazioni: nello scorso inverno pubblicò infatti l’intervista che costò a Morgan la partecipazione al Festival di Sanremo.

LO SCRITTORE: «FOTO DI CATTIVO GUSTO» - Al corrente della notizia, Roberto Saviano non l'ha presa proprio bene: «Trovo il fotomontaggio che mi rappresenta morto in obitorio di cattivo gusto. Un'immagine - ha detto lo scrittore - utilizzata per speculare sulla condizione di chi come me in Italia e all'estero vive protetto. Un'immagine irrispettosa per tutti coloro che per diversi motivi, spesso lontano dai riflettori, rischiano la vita. Tutta questa pressione sulla mia morte, poi, lascia sgomento me e la mia famiglia. Ad ogni modo rassicuro tutti: non ho alcuna intenzione di morire».

UN'IDEA PER DIFENDERE SAVIANO - Max, però, si difende: l’idea del fotomontaggio è nata dai continui attacchi subiti dallo scrittore napoletano, come spiega il direttore Rossi: «Non ce l’abbiamo fatta più a sentir gente attaccare Saviano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le dichiarazioni di Marco Borriello. A quel punto ci siamo detti basta». L’attaccante del Milan aveva dichiarato lo scorso giugno al mensile GQ che Saviano aveva lucrato sulla città di Napoli, esaltandone esclusivamente il lato negativo. Dopo qualche giorno, però, Borriello aveva corretto il tiro, tentando di smussare la durezza di quanto ave va detto.

IL PROBLEMA E’ LA CAMORRA O SAVIANO? - Ma non sono solo i commenti del calciatore ad aver mosso la sensibilità della redazione di Max, come spiega ancora Rossi: «In questi mesi è stato un continuo: Emilio Fede, Berlusconi, che di Saviano è anche l’editore. Ma insomma, qual è il problema, la camorra o Saviano che la combatte? Mi pare che il gioco che si profila sia quello della delegittimazione: svalutate ciò che dice per isolarlo, poi se arriva quello che lo fa fuori». Saviano non era stato avvertito della particolare immagine che lo vede protagonista. «Abbiamo preparato l’immagine senza parlargliene - prosegue Rossi -. Dopo l’ha sicuramente saputo, tramite il quotidiano per cui scrive e il suo agente. Finora, comunque, non mi ha telefonato. Davvero non so come l’abbia presa». L’unica cosa che manca, in questa terribile ipotetica fotografia, sono i nomi dei mandanti, anche se Andrea Rossi non ha dubbi nemmeno su quest’argomento «Possono immaginarseli tutti».

Redazione online
23 giugno 2010




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Negata la libertà condizionale a Renato Vallanzasca

Corriere della Sera

Il legale: «Solo un vizio procedurale. Ripresenteremo la nostra istanza»
 
L'ex re della mala milanese esce dal carcere solo per lavorare. Negata la libertà condizionale a Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca
Renato Vallanzasca
MILANO
- La strada di Vallanzasa verso la libertà non si spiana ancora del tutto, nonostante il permesso per lavorare fuori dal carcere durante la giornata. I giudici del tribunale di sorveglianza di Milano hanno infatti dichiarato inammissibile l'istanza presentata dall'ex capo della Mala milanese, che ha chiesto di essere ammesso alla liberazione condizionale, ossia di scontare la pena fuori dal carcere, in libertà vigilata.

«C'è stato un intoppo burocratico che ha bloccato tutto» ha spiegato il legale di Vallanzasca, l'avvocato Alessandro Bonalume, aggiungendo che i giudici hanno decretato l'inammissibilità dell'istanza per «un vizio procedurale, una cosa che mancava e di cui non c'eravamo accorti». Vallanzasca, condannato a 4 ergastoli e a 260 anni di carcere, detenuto da circa 40 anni inframmezzati da alcune evasioni, era presente all'udienza ed è uscito dall'aula visibilmente adirato.

NUOVA ISTANZA - Vallanzasca, condannato a 4 ergastoli e a 260 anni di carcere, detenuto da circa 40 anni inframmezzati da alcune evasioni, era presente all'udienza ed è uscito dall'aula visibilmente adirato. «Ripresenteremo la nostra istanza - ha chiarito l'avvocato - perché possiamo farlo e siamo convinti che nel merito siamo nel giusto, perché Vallanzasca è la dimostrazione che la detenzione funziona e un cambiamento c'è stato». In brevissimo tempo, ha concluso il legale, «faremo una nuova istanza e così verrà fissata una nuova udienza».

23 giugno 2010




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E morta Edith Shain, l'infermiera del bacio a Times Square

Corriere della Sera

Lo scatto di Eisenstaedt del '45 diventò subito un simbolo di pace e speranza. La donna si rivelò solo 30 anni dopo



MILANO

 
Un marinaio e un'infermiera, avvinti in un bacio appassionato in piena Times Square a New York: è stata la foto simbolo della fine della seconda guerra mondiale. Tanto spontaneo quanto "pensato", è uno degli scatti più celebri del fotografo americano di origine tedesca Alfred Eisenstaedt. L'infermiera di bianco vestita protagonista dell'immagine si chiamava Edith Shain ed è morta domenica a 91 anni nella sua casa di Los Angeles.

SIMBOLO DI SPERANZA - L'istantanea, scattata il 14 agosto 1945, fu pubblicata sulla rivista Life e divenne immediatamente una delle icone della pace e della speranza per un futuro di libertà. Solo trent'anni dopo la Shain scrisse a Eisenstaedt rivelando di essere lei la protagonista della foto: negli anni successivi ha posato per diversi "remake" (GUARDA). All'epoca la donna aveva 26 anni e lavorava al Docotor's Hospital di New York. È tuttora sconosciuto il nome del marinaio in divisa.
Redazione online



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Napoli, spunta un avviso in pizzeria «I leghisti non sono graditi»

Il Mattino

 
NAPOLI (23 giugno) 


Parte da Napoli l’offensiva contro le invettive padane. «Dopo gli ultimi insulti contro i napoletani non sono più graditi i leghisti in questo locale. Firmato: La Direzione». Con questa «comunicazione discriminatoria» alcune pizzerie e locali napoletani hanno accolto turisti «stupiti» e normali avventori «positivamente meravigliati» per il gesto, in fondo, «molto sentito da chi ama questa città». «Siamo stanchi di subire cori contro i napoletani, come accaduto a Pontida, insulti e volgarità dai leghisti che non ci fanno più ridere», spiegano l’ex assessore provinciale e commissario campano dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e il titolare di «Napolimania» Enrico Durazzo, promotori dell’iniziativa.

«Ha ragione il presidente della Camera Gianfranco Fini quando dice che la Padania non esiste e che i leghisti minano l’unità nazionale», sottolineano Borrelli e Durazzo i quali evidenziano: «Meno male che almeno lui ci difende. L’unica cosa che possiamo fare noi napoletani è reagire con forza contro i barbari leghisti». «Oggi tanti turisti del nord - dice a tal proposito Gino Sorbillo, titolare della pizzeria Sorbillo ai Tribunali, tra i locali che hanno esposto il cartello - ci hanno abbracciato e fatto i complimenti, addirittura qualcuno ci ha detto che affiggerà il cartellone nel suo comune in Piemonte e in Lombardia». Altri, riferisce ancora Sorbillo, «ci hanno chiesto scusa e poi sottolineato che non tutti gli abitanti del Nord la pensano in quel modo e si esprimono come i leghisti».

«Di certo la Padania non esiste - concludono Borrelli e Durazzo - ma Napoli, invece, esiste anche se tentano di farla scomparire dall’agenda politica con tutto il Mezzogiorno». L’iniziativa scatena però un dibattito tra i ristoratori napoletani che si dividono sull’opportunità o meno di polemizzare con gli esponenti del Carroccio. Paolo Pagnani, titolare della storica pizzeria Brandi, è scettico: «Non abbiamo aderito alla protesta perché siamo convinti che non sia il caso di abbassarsi a un livello tale, simile a quello dei provocatori - spiega - In ogni caso credo che si debba dare un esempio di civiltà, evitando slogan da stadio o creando una competizione che non appartiene alla nostra cultura».

«Nel 1999 da noi venne Umberto Bossi - racconta - Si trovava a Napoli insieme con Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Rocco Buttiglione in occasione della prima assemblea di Alleanza nazionale in città. Fuori il leader della Lega Nord veniva contestato dai napoletani, ma noi gli abbiamo offerto la margherita. Quindi, in realtà, ha mangiato un tricolore. E cantò anche Maruzzella».

r.c.




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Lo Stato manda sul lastrico i precari della giustizia

La Stampa

Accusati di lavorare troppo: devono restituire dieci anni di stipendi



RAPHAËL ZANOTTI

TORINO


L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non pagato.

Cosa succederebbe se, dopo dieci anni, il principale di una grande azienda privata dicesse ai suoi dipendenti che si è sbagliato, li ha fatti lavorare troppo e che dunque ora rivuole indietro i suoi soldi? Sciopero. E se non li chiedesse a rate, ma tutti in una botta, cinquantamila euro entro trenta giorni o agirà legalmente? Giusto, la rivoluzione. I più miti, forse, cercherebbero un buon avvocato ignorando il subconscio che continua a far loro aprire le Pagine Gialle alla voce «psicologi».

Ebbene, è successo. Il datore di lavoro, però, è lo Stato (lo psicologo è dunque inutile) e le richieste stanno arrivando ai Got, i giudici onorari di tribunale. Piovono a Venezia come a Enna, passando per Firenze, Perugia, Roma. Richieste che stanno gettando sul lastrico quelli che, già prima, venivano considerati i precari della giustizia.

Questi magistrati, nati nel 1998, non sono dipendenti statali. Sono avvocati che, dietro un compenso basso (73 euro a udienza) avevano il compito di aiutare i magistrati togati a smaltire l’enorme mole di arretrato dei tribunali. Dovevano essere provvisori. Invece, come spesso accade in Italia, sono diventati indispensabili e oggi, se smettessero di lavorare, la Giustizia si bloccherebbe. In questi anni i presidenti di tribunale li hanno subissati con centinaia di fascicoli. Un lavoro che non potevano rifiutarsi di svolgere, pena la revoca. A incarico svolto, gli onorari presentavano un resoconto della loro attività e le cancellerie, dunque un funzionario statale, liquidava le loro spettanze.

Il 4 settembre del 2008, tuttavia, il ministero della Giustizia ha emesso una circolare con la quale ha stabilito che alcuni incarichi non dovevano essere loro retribuiti. E alla circolare è stato dato valore retroattivo. Così, dopo 10 anni, i got del tribunale di Alessandria si sono visti richiedere indietro 225.600 euro. A Venezia ne sono stati richiesti 160.000 e da gennaio ai Got viene trattenuto 1/5 dello stipendio. A Firenze si lavora gratis. Il tribunale, per recuperare il denaro, ha bloccato i pagamenti e per 9 mesi i Got hanno continuato a lavorare a paga zero. A Roma, dove sono stati richiesti 60.000 euro, il dirigente ha stoppato le retribuzioni per chi componeva tribunali collegiali. Risultato: i Got si sono rifiutati di lavorare gratis e, per rifare i collegi, sono saltati processi importanti, come quello a Cecchi Gori.

Non essere pagati per il lavoro svolto è già poco dignitoso, ma a questo si è aggiunta l’umiliazione. A Perugia un magistrato onorario si è visto recapitare il provvedimento direttamente in udienza, mentre stava svolgendo le funzioni di pm davanti a giudici e legali. Un altro è stato fermato in auto da un finanziere mentre si stava recando, insieme a giudice e avvocati, a sentire un testimone in un processo. A un terzo, la notifica, è arrivata proprio mentre era in assemblea insieme ai colleghi a discutere del problema. «Ci hanno fatto lavorare come bestie, e ora ci trattano come ladri» dicono.

Qualcuno ha cominciato a ricorrere al giudice. A Firenze due Got, uno dei quali portatore d’handicap, hanno vinto, ma il ministero ha proposto appello. Cosa che ha fatto scrivere al deputato del Pd Rita Bernardini in una sua interrogazione parlamentare: «Un governo inadempiente alle proprie obbligazioni nei confronti di magistrati che servono lo Stato, rappresenta uno Stato inadempiente verso se stesso».

In questi anni i tribunali della Penisola si sono liberati di polverosi fascicoli fermi anche da anni grazie all’attività di Got e Vpo. «L’Italia – spiega Paola Bellone della Federmot - ha evitato, grazie al loro lavoro, migliaia di condanne dalla comunità europea o una pioggia di ricorsi per la Legge Pinto, quella che prevede un risarcimento alle parti di un processo quando la sentenza arriva con troppi anni di ritardo».

Sui giornali campeggiano parole d’ordine come lotta ai fannulloni, meritocrazia, incentivi per chi lavora. Il retroscena ha tutto un altro sapore.




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Nessuno difende Di Pietro. E spunta un altro filone

di Paolo Bracalini

Dagli alleati politici ai compagni di partito fino alla stampa amica: tutti zitti. Nel terremoto giudiziario il leader Idv scopre di non piacere più. E spunta un'altra inchiesta: una lista civica per le Regionali 2005 in Calabria accusa l'Idv: "Ci devono i rimborsi, c'è l'accordo firmato"



Roma
 

Vuoi vedere che finisce in paradosso, coi suoi fedeli che arrivano a paragonarlo all’arcinemico, all’outsider della politica per eccellenza, al leader estraneo ai poteri forti e sotto attacco dalla magistratura, ovvero a sua diabolicità Silvio Berlusconi? Succede anche questo nel day after dipietrista, il giorno dopo la notizia delle indagini sull’indagatore massimo Antonio Di Pietro. «Un atto dovuto», si affretta a dire la truppa Idv in Transatlantico, rispondendo pavlovianamente all’input dettato dal capo.

Sì però... Però, che una Procura metta sotto inchiesta l’ex Pm fa un effetto disorientante in un partito abituato a procedere a braccetto con procuratori e pubblici ministeri. «Dovevano aprire quel fascicolo, tutto in regola», ripetono, sì però... Però quei titoli su tutti i giornali, «Di Pietro indagato per truffa», qualcosa hanno smosso nelle profondità della pancia dipietrista. Soprattutto ha colpito un fatto: la solitudine del leader, lasciato in ammollo dagli «alleati» del Pd, che finora l’avevano usato come ariete contro il berlusconismo (giocando pericolosamente col fuoco, chiedere ai due ex segretari Democratici bruciati nel giro di un annetto anche grazie al logoramento dell’amico Tonino...).

Nemmeno uno scarno comunicato di solidarietà, neanche due misere righe alle agenzie, per dire poi niente di che, semplicemente un gesto di fair play tra compagni di opposizione, nel momento in cui tocca a Tonino cuocere sul barbecue giudiziario. Invece dai vertici del Pd mutismo assoluto, quasi che l’incidente di Di Pietro risultasse alla fine un punto a proprio favore, visto che lui non perde occasione per mettere becco in casa democratica, agitando la questione morale o l’eterno ripetersi di Tangentopoli, quando da quelle parti arrivano avvisi di garanzia o arresti. Chi la fa l’aspetti, sembra essere l’inconfessato motto nel Pd sul caso Di Pietro.

Qualcosa di preoccupante, anche alla luce di un disegno persecutorio più vasto, che Tonino comincia a prendere dannatamente sul serio. Quando il Corriere della sera, organo dei potentati economici (banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali...) che siedono nel patto di sindacato di Rcs Media Group, ha pubblicato le foto di Tonino con Bruno Contrada, e poi è tornato sui buchi neri della sua carriera provocando due sue piccate richieste di rettifica, Di Pietro ha evocato chiaramente uno scarto nello scenario abituale: «Contro di me si stanno organizzando i poteri forti», disse.

L’erompere in questo quadro di un’inchiesta giudiziaria sui conti del suo partito e sulla sua persona, lui che è il paladino della magistratura che finora aveva sempre archiviato le accuse dei suoi moltissimi accusatori (tutti ex amici), beh, è un tassello che aggiunge un’ulteriore tonalità di giallo alla nuova stagione dipietresca. «C’è una regia dietro tutte queste cose all’apparenza scollegate: vecchie foto che escono dai cassetti, accuse infondate dalla cricca sugli affitti di Propaganda Fide al partito, ora l’apertura di un’inchiesta al tribunale di Roma su un fatto già noto e già archiviato...» ragiona un parlamentare Idv. Da Grande Inquisitore a Gran Perseguitato? Solo una suggestione, forse, a cui qualcuno vuol legare la presenza di un noto fustigatore di banche, assicurazioni e altri Poteri con la p maiuscola: Elio Lannutti, storico presidente Adusbef e senatore dell’Idv.

Se l’accerchiamento giudiziario-plutocratico di Tonino resta ancora fantapolitica, l’isolamento invece è un fatto certo. I veri amici si vedono nel momento del bisogno, e in questo momento le spalle di Tonino sono piuttosto deserte, a parte l’appoggio scontato degli uomini che senza di lui il Parlamento lo avrebbero visto solo in tv. Ce ne sono altri invece che hanno un’aura di autonomia, tipo Luigi De Magistris, che non hanno dimostrato grande attaccamento alla causa. L’ex Pm napoletano ha fatto la dichiarazione più fredda e neutrale che si potesse immaginare: «Lasciatemi vedere le carte, poi dirò cosa penso...». Le carte? Bella fiducia nel leader, si lascia sfuggire un senatore dipietrista. E non è l’unico a criticare la prudenza pelosa di De Magistris (che ieri evocava una congiura dei «poteri forti»...).

«Sbaglia politicamente dicendo di voler leggere le carte, forse pensa di fare ancora il Pm - attacca il deputato Idv Franco Barbato, l’unico che ha il coraggio di uscire allo scoperto - io metto la mano sul fuoco sulla regolarità dei conti Idv e sull’operato di Antonio. L’unica mia perplessità semmai riguarda la presenza della moglie (Susanna Mazzoleni, ndr) nell’organismo che riscuote i rimborsi, visto che non fa parte del partito. Ma sulla trasparenza non ho dubbi, tant’è vero che prenderò la tessera dell’Idv, perché va sostenuta la trincea della resistenza». Anche chi si aspettava un editoriale difensivo di Marco Travaglio sul Fatto di ieri, è rimasto a bocca asciutta. Come dicono i proverbi contadini, è solo sulla famiglia che si può contare. È per questo, forse, che nel partito di Tonino son tutti cognati, fratelli, figli, mogli...



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Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te» Spese pazze per 178 sedi nel mondo

Corriere della Sera



La Regione Marche ha 9 presenze all’estero, di cui ben quattro in Cina. Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te» Spese pazze per 178 sedi nel mondo. Veneto, Lombardia e Piemonte sono al top della classifica. E nessuno vuole rinunciare all'ufficio di Bruxelles

ROMA




Seguendo le orme di Marco Polo anche i moderni Dogi del Veneto hanno fatto rotta a Oriente: puntando dritti alla Città Proibita. Magari, esagerando un tantino. Il leghista Luca Zaia si è quindi ritrovato a governare una Regione che ha 10 (dieci) uffici in Cina. Avete letto bene: dieci. Ma la moltiplicazione dei «baili», come si chiamavano anticamente gli ambasciatori della Serenissima, non si è certamente fermata lì. Poteva forse il Veneto rinunciare ad aprire un ufficetto in Bielorussia? O un appartamento in Bosnia? Un paio di punti d’appoggio in Canada? Tre in Romania? Quattro negli Stati Uniti e altrettanti in Bulgaria (sì, la Bulgaria)? Un pied à terre in Vietnam? Un appartamento in Uzbekistan? Una tenda negli Emirati arabi uniti? Un bungalow a Porto Rico? E un consolato in Turchia, alla memoria dell’ambasciata veneziana alla Sublime Porta, quello forse no?

Si arriva così a 60 sedi in 31 Paesi: alla quale si deve aggiungere, ovviamente, quella di Bruxelles. E si sale a 61. Irraggiungibile, il Veneto: a elencarle tutte, sarebbe già finito l’articolo e non ci sarebbe spazio per raccontare quello che combinano invece le altre Regioni italiane. Perché scorrendo i dati che sono in un dossier del Tesoro su questo incredibile fenomeno della diplomazia regionale «fai da te», il Veneto è soltanto in cima a una piramide molto più grossa. Le Regioni italiane hanno all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles. Per un totale di 178. Già: a un’antenna nel quartier generale dell’Unione europea non ha voluto rinunciare proprio nessuna.


«D’altra parte», ha spiegato il governatore lombardo Roberto Formigoni, «è importante avere un presidio a Roma e Bruxelles. Non è affatto un lavoro inutile quello che i nostri funzionari svolgono organizzando a esempio numerosissimi incontri istituzionali per aziende, centri culturali, organizzazioni non governative e così via, che vengono supportati nel dialogo con le autorità nazionali ed europee». La Lombardia, che ha quasi 10 milioni di abitanti: ma il Molise? Che senso ha per una Regione con 320 mila abitanti come quella di Michele Iorio mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600 mila euro, oltre ai due di Roma?

Per non parlare dei valdostani, che sono 124 mila. Peccato però che la Lombardia non abbia solo un presidio Roma e uno a Bruxelles. Bensì, secondo il Tesoro, altri 27 sparsi in giro per il mondo. Ce n’è uno in Argentina, un paio in Brasile e Cina, quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto), e poi uno in Giappone, Lituania, Israele, Moldova, Polonia, Perù, Uruguay, Kazakistan... E il Piemonte? Che dire del Piemonte? La Regione appena conquistata da un altro leghista, Roberto Cota, presidia 23 Paesi esteri. Con la bellezza di 33 basi. Frutto di scelte apparentemente sorprendenti. Per esempio, ce ne sono due in Corea del Sud.


Altrettanti in Costa Rica (perché il Costa Rica?). Altri due in Lettonia (perché la Lettonia?). Roba da far impallidire i siciliani, che avevano riempito mezzo mondo di «Case Sicilia»: dalla pampa argentina a Boulevard Haussmann, Parigi. Poi la Tunisia, e New York, Empire state building. Ma volete mettere il fascino della Grande Mela? Dove gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro si ritrovarono in ottima compagnia. Quella dei dipendenti della Regione Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Nientemeno.

Costo: un milione 140 mila euro l’anno. A quale scopo, se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una struttura il cui responsabile, parole della signora, «viene solo alcuni giorni ogni mese ». Struttura per la quale venivano pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava «alcun esponente americano », ma nessuno «che parlasse inglese». Quello che colpisce, però, sono sempre i luoghi. La Regione Marche, tanto per dirne una, ha nove basi all’estero. Di queste, ben quattro nella Cina.


Il Paese decisamente più gettonato: alla Corte di Hu Jintao ci sono ben sette enti locali italiani, con addirittura ventitrè uffici. Il doppio che nella federazione russa. Quattro, in Cina, ne ha pure il Piemonte. Regione che si distingue da tutte le altre per avere attivato anche una sede a Cuba. Oltre a due in India, dove hanno un punto d’appoggio pure le Marche. Ma non l’Emilia-Romagna, che paradossalmente ha meno presidi esteri della piccola Regione confinante: cinque anziché nove, numeri a cui bisogna sempre aggiungere quello di Bruxelles. Quasi tenerezza fanno gli ultimi in classifica. Il Friuli-Venezia Giulia, che si «accontenta» (si fa per dire) di tre «consolati» oltre a quello europeo: in Slovacchia, Moldova e Federazione russa.

La Basilicata, andata in soccorso ai lucani dell’Uruguay e dell’Argentina. La Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles ne ha pure una in Francia. Ma dove, altrimenti? Infine la Puglia: come avrebbe fatto senza un comodo rifugio dai dirimpettai albanesi? Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale. Per saperlo bisognerebbe spulciare uno a uno i bilanci degli enti locali. Dove intanto non è sempre facile trovare i numeri «veri». E soprattutto non è spiegato a che cosa serva tutto questo Ambaradam. A favorire gli affari delle imprese di quelle Regioni? Al prestigio dei governatori presenti o passati?

A mantenere qualche stipendiato illustre?

Il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia perlomeno discutibile. Come quel Federico Badoere, nel 1557 ambasciatore veneziano a Madrid presso la corte di Filippo II, autore di una strepitosa relazione spedita al Senato della Serenissima nella quale liquidava come una trascurabile quisquilia ciò che stava succedendo dopo la scoperta dell’America, evento che un suo predecessore si era addirittura «dimenticato» di riferire a Venezia: «Sopra le cose delle Indie non mi pare di dovermi allargare, stimando più a proposito compatire il tempo che mi avanza a narrare le cose degli altri stati di Sua Maestà».

Sergio Rizzo
23 giugno 2010



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