giovedì 24 giugno 2010

Che ne sa la Rai di un campo di grano

Corriere del Mezzogiorno

Fuorigrotta, la Torre dell'informazione di Italia '90 collegata alla sede tv dimenticata tra le «spighe»

La torre della tv di piazzale Tecchio a Fuorigrotta
La torre della tv di piazzale Tecchio a Fuorigrotta
NAPOLI
In occasione dei Mondiali di Italia ’90 lo stadio San Paolo di Napoli e più in generale il grande piazzale compreso tra la struttura e la Mostra d’Oltremare furono oggetto d’ingenti lavori di riqualificazione. Il San Paolo perse l’aspetto che nel ’52 l’architetto Carlo Cocchia aveva progettato per arricchirsi di un un corsello anulare sopraelevato e un avveniristico sistema di copertura. Mandato in pensione il grande tabellone segna punti al suo posto fu installato uno scarno e semplice display elettronico. All’esterno, un nuovo sistema di ingressi composti da ben 33 varchi completò il nuovo assetto funzionale dello stadio . La piazza antistante l’impianto sportivo fu sottoposta anch’essa ad un vigoroso lavoro di restyling. L’obiettivo: realizzare un grande polo di attrazione per il pubblico diretto allo stadio attraverso un confortevole spazio pedonale di oltre cinque ettari.
LA PIAZZA “TECNOLOGICA” - Nacque così la “Piazza Tecnologica” di Pica Ciamarra & Associati caratterizzata dal verde e disegnata secondo un assetto triangolare simbolicamente delimitato ai vertici da tre torri alte all’incirca 40 metri – progettate in ricordo delle antiche “macchine da festa” di tradizione settecentesca napoletana. Nomi avveniristici furono scelti per le moderne strutture.

Le torri nel deserto: fotogallery

«La Torre del Tempo e dei Fluidi» in legno lamellare la cui elica a passo variabile ricorda la struttura del Dna, la «Torre della Memoria» costruita in pietra e ferro e infine la «Torre dell’Informazione» realizzata in alluminio la cui funzione era quella ripercorrere l’evoluzione dei sistemi informativi.

IL DEGRADO - Tuttavia col passare del tempo le torri da orgoglio avveniristico sono diventate simbolo di degrado urbano. In particolare il grande schermo della «Torre dell'informazione» che è collegato tramite fibre ottiche alla sede Rai giace inutilizzato da tempo, non ha mai proiettato negli ultimi anni nemmeno un breve filmato; l’impianto è fatiscente e i pannelli di copertura preoccupano non poco. Alcuni sono venuti giù col passare del tempo con grosso rischio per i passanti; i piloni di sostegno sono spesso utilizzati alla base dagli affittacamere per pubblicizzare le loro offerte rivolte agli studenti fuori sede che transitano numerosi. Poco distante la «Torre del tempo e dei fluidi» non ha avuto sorte migliore. Minata da un tentativo d’incendio appiccato alla base da un ignoto piromane ingenti danni sono stati procurati alla struttura di legno. Le restanti opere della avveniristica “piazza tecnologica”, ovvero, il giardino olfattivo e la zona adibita a sosta sono progressivamente diventate ricettacolo per l’immondizia; un campo di grano selvatico cresce sugli spalti.

SOVRAPASSAGGI PEDONALI, PERICOLO REALE – Dall’incuria al pericolo reale il passaggio è breve. I sovrapassaggi pedonali installati anch'essi durante i mondiali di Italia ‘90 nel quartiere di Fuorigrotta per agevolare il flusso di cittadini e tifosi diretti alle strutture sportive attualmente marciscono in stato avanzato d’abbandono. Visibilmente arrugginiti sono «utilizzati» solo durante le campagne elettorali per affiggere gli striscioni dei candidati di turno.

IL CAVALCAVIA CHE STA CROLLANDO - Preoccupa non poco anche lo stato del sovrapassaggio nei pressi del cinema Med, in stato avanzato di disfacimento. Visibili i segni di cedimento sulla passerella pedonale; una parte della pavimentazione è caduta sulla strada sottostante lasciando un’ ampia buca nella struttura che non preannuncia nulla di buono.

Antonio Cangiano
24 giugno 2010




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Nazismo, gli eccidi dimenticati Documenti inediti su 150 italiani uccisi

Il Messaggero

 

ROMA (23 giugno) - Centocinquanta italiani fucilati dai nazisti in Germania tra il 1943 e il 1945 e altri sei generali giustiziati ad armistizio ormai firmato: due nuovi «eccidi dimenticati» si aggiungono alla lunga lista degli episodi già noti descritti dagli storici, grazie ad alcuni documenti inediti giunti a Famiglia Cristiana, verificati e pubblicati dal settimanale.

A riaprire le ferite di quegli anni è stato un prigioniero di guerra in Germania, classe 1920, Guerrino Brigada di Portalbera (Pavia), che ha spedito al settimanale cattolico alcuni documenti in suo possesso. Il primo riguarda una relazione dal campo di concentramento di Luckenwalde, 60 chilometri a sud di Berlino, datata 14 agosto 1945 e firmata dal colonnello Pagliano, comandante del reggimento Centro raccolta italiani, nella quale si fa riferimento alla fucilazione di 150 prigionieri avvenuta il 23 aprile 1945.

L'altro si riferisce all'eliminazione di sei generali dell'esercito italiano (Vaccanso, Andreoli, De Blasio, Spattocco, Trionfi e Balbo Bertone) fra gennaio e febbraio 1945, in seguito alla ritirata tedesca dopo lo sfondamento della linea sulla Vistola da parte dell'Armata rossa.

«Non è stato semplice effettuare verifiche incrociate dei fatti - scrive il settimanale - ma alla fine, frugando negli archivi, risalendo alle fonti ufficiali e con la collaborazione dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'Esercito, Famiglia Cristiana è stata in grado di accertare la verità di quanto esposto nei preziosi documenti». Gli italiani all'epoca internati in Germania - ricorda Famiglia Cristiana - erano circa 700 mila. Di questi 40 mila non fecero mai ritorno. Fra questi, 17 generali, «èlite di un'aristocrazia guerriera che cinque anni prima si era illusa di vincere la partita a giochi fatti»




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Roma, l'ex pg Vecchione indagato per atti sessuali su una bimba di 6 anni

Il Messaggero

 
di Massimo Martinelli

ROMA (24 giugno) - Dicono che quando gli è arrivato il fascicolo sul tavolo, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara abbia preso carta e penna per evocare la ultratrentennale amicizia con l’indagato e abbia chiesto alla Procura Generale di astenersi. Dicono che lo stesso riverente imbarazzo lo abbiano provato alla Procura Generale, anche se alla fine hanno deciso di spedire l’incartamento a Perugia.

Perché all’epoca dei fatti contestati l’indagato era una toga della capitale. Forse la più potente di Roma: Salvatore Vecchione, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello e, prima ancora, capo della Procura della Repubblica di Piazzale Clodio. Ad iscrivere il suo nome nel registro indagati a Perugia sono stati il procuratore facente funzioni Federico Centrone e il sostituto ”anziano” Giuliano Mignini. Che poi è quello che ha condotto l’indagine su questa vicenda delicatissima, che vista l’età delle persone coinvolte può essere raccontata solo con moltissime cautele e qualche obbligata omissione.

L’ipotesi sulla quale si indaga è che l’ormai ex procuratore Vecchione (in pensione dallo scorso settembre) abbia compiuto atti sessuali su una bambina di sei anni. Gli episodi sui quali la procura di Perugia sta cercando di fare luce si sarebbero verificati nell’arco di alcuni mesi, fino allo scorso settembre. La bambina è figlia di una coppia che aveva una frequentazione assidua con la famiglia Vecchione; e il tenore dei rapporti era tale da consentire che molto spesso la piccola restasse sola con l’ex alto magistrato.

Proprio ieri, a Roma, nei locali protetti della Questura di San Vitale, si è svolta un’udienza forse importante per il prosieguo dell’indagine: il pm Giuliano Mignini e il gip Paolo Micheli sono venuti da Perugia per ascoltare con il rito dell’incidente probatorio la testimonianza della piccola. Oltre ad esperti in psicologia infantile, all’udienza hanno partecipato anche la mamma della bambina accompagnata dal suo legale, Francesco Caroleo Grimaldi, e il difensore di fiducia di Salvatore Vecchione, l’avvocato Giuseppe La Greca. Su quello che è accaduto nel corso dell’udienza è calato il segreto investigativo; anche l’avvocato Caroleo Grimaldi, che rappresenta gli interessi dalla bambina e della sua famiglia, si è trincerato dietro il più assoluto riserbo, limitandosi soltanto a confermare la pendenza del procedimento penale. Impossibile, invece, rintracciare l’avvocato Giuseppe La Greca, seppure informato indirettamente attraverso una sua collaboratrice.

Il procedimento è stato aperto d’ufficio, dopo l’invio a settembre scorso di un rapporto alla Procura di Roma che raccontava gli esiti di una visita effettuata sulla bambina all’ospedale Bambin Gesù. Le circostanze precise le ha raccontate la mamma della piccola nel corso di un interrogatorio reso al pm Mignini alcune settimane dopo quel controllo in ospedale. La donna riferì di aver notato già in passato che l’ex magistrato proponeva alla piccola giochi che comportavano contatti fisici che potevano essere equivocati. E che ne aveva parlato con il marito e con i suoi genitori. Fino a che, in quel giorno di settembre, dopo aver trascorso alcune ore in casa dell’ex magistrato, la bambina fu riconsegnata piangente alla madre. Più tardi, tornata nella sua abitazione, la piccola avrebbe fatto riferimento ad alcuni toccamenti che le provocavano dolore nelle parti intime. Di qui la decisione di condurla in ospedale, dove le furono riscontrati arrossamenti ma nessuna lacerazione. Nel corso dell’interrogatorio la mamma della piccola ha preferito non sporgere querela, lasciando che l’indagine facesse il proprio corso in maniera autonoma.

Da parte sua, l’ex Pg Vecchione ha inviato ai pm inquirenti alcune memorie difensive in cui respinge categoricamente tutte le accusa, addebitandole all’intento calunniatore della mamma della piccola. Secondo Vecchione, all’origine della vicenda ci sarebbe un rancore personale nei suoi confronti da parte della madre della bambina e da parte della sua famiglia. E anche la facile impressionabilità della piccola che soffrirebbe per la sua movimentata situazione familiare.





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Lazio, poltrone per tutti: già il doppio delle commissioni di tutte le altre regioni

Il Messaggero

E la Polverini annuncia: ne faremo altre due

 
di Mauro Evangelisti

ROMA (24 giugno) - Lazio, moltiplicazione delle poltrone. E delle commissioni. Il Lazio ha già il doppio delle commissioni di qualsiasi altra regione. E cosa ha annunciato la nuova presidente Renata Polverini? Faremo altre due commissioni. Più auto blu, più presidenze ben pagate, più vicepresidenze ben pagate. Più spese.

Andiamo per gradi. Non c’è solo la magìa di una Regione che a fronte del disavanzo della sanità, dei tagli dei posti letto e dell’imminente aumento di Irpef e Irap, paga lo stipendio a 87 politici: ai consiglieri regionali eletti (73 più la presidente) aggiunge una giunta formata - 13 su 14 - da assessori esterni indicati dai partiti. Il Lazio - e qui ci sono anche tutte le responsabilità di chi ha preceduto Renata Polverini, la giunta Marrazzo - è di gran lunga la Regione con più commissioni. Sono 16 permanenti più 3 speciali.

Per capirci: in tutta Italia, fra le regioni a statuto ordinario, solo la Lombardia ha più consiglieri regionali del Lazio (80 contro 74, ma ha anche quasi il doppio della popolazione); ma sul fronte delle commissioni non ci batte nessuno. Quella che sta al secondo posto, la Campania, è parecchio distante, ne ha circa la metà (8 permanenti e 4 speciali), la Lombardia ne ha appena 8, l’Emilia-Romagna 6. Come se non bastasse questo record di poltrone, presidenze e vicepresidenze, l’altro giorno Renata Polverini ha annunciato che ne istituirà altre 2: una su Roma Capitale, una sul federalismo. Non ha precisato se saranno aggiuntive o se ci sarà il taglio (a compensazione) di quelle esistenti.

Quanto costa una commissione? Ogni commissione ha un presidente che incassa, oltre al ricco stipendio di quasi 10 mila euro da consigliere regionale, altri 900 euro. Quindi 900 euro (nette) per 21 presidenti di commissione. Poco? E le vicepresidenze? Ogni vicepresidente prende, sommandoli sempre ai famosi quasi 10 mila euro da consigliere, altri 600 euro mensili. Ventuno commissioni, 42 vicepresidenti, 600 euro mensili in più per 42. In totale al mese questo folto numero di commissioni costerà solo per indennità di presidenti e vicepresidenti circa 45 mila euro al mese, in un anno oltre mezzo milione di euro. Non solo: ogni presidente di commissione ha diritto a una segreteria formata da tre persone, un interno più due esterni. Altri stipendi da pagare. E l’auto blu? Ecco, c’è anche l’auto blu, tutti i ventuno presidenti avranno a disposizione l’auto e l’autista. In teoria, solo nei giorni in cui si riunisce consiglio o commissione. In teoria.

Questa moltiplicazione delle commissioni va poi a consolidare un fenomeno tutto laziale: nessun consigliere regionale è un soldato semplice. In attesa della formazione delle commissioni e della spartizione delle presidenze (in maggioranza si parla di uno schema che prevede 7 alla lista Polverini, 7 al Pdl, 2 all’Udc, 2 a La Destra, il resto alla minoranza), già si può fare un rapido esame. Ci sono 73 consiglieri regionali (più la presidente). 21 di loro saranno presidenti di commissione, 42 vicepresidenti; 1 è presidente del consiglio regionale, 2 sono i vicepresidenti, altri 3 fanno parte della segreteria del consiglio regionale (tutti hanno diritto all’auto blu).

Poi ci sono i capigruppo: altri 13. Con il fenomeno dei ”monogruppo” ancora non regolamentato. Funziona così: mi faccio eleggere in una lista, poi per non fare il soldato semplice esco dal gruppo come Jack Frusciante, ne formo uno nuovo e così ho diritto a ufficio, sette dipendenti per la segreteria, 4.000 euro per le spese. Lo ha già fatto, ad esempio, Rocco Pascucci, eletto nella Lista Polverini, che ha deciso di creare il monogruppo di Mpa (il movimento di Lombardo).

A questa pioggia di poltrone, vanno aggiunti 13 assessori esterni. Donato Robilotta, ex consigliere regionale del Pdl, difende i suoi: «Nella passata legislatura, come Pdl, avevamo provato a presentare un progetto di legge per ridurre a 12 le commissioni». Sarà. Però anche la Polverini ha già fatto sapere che vuole istituire due nuove commissioni. Gran lavoro per le auto blu.





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Radio Padania e il gol della Slovacchia: «Un attacco all'economia del Paese»

Il Messaggero

ROMA (24 giugno)

«Un dramma: hanno segnato gli infidi slovacchi, ha segnato Vittek, sembra una colla a presa rapida». Così Radio Padania commenta il primo gol degli slovacchi all'Italia. Il canale radiofonico, al centro delle polemiche in questi giorni per aver tifato per gli avversari dell'Italia ai Mondiali, durante le loro cronache delle partite degli azzurri, questa volta ha scelto l'ironia. Così Matteo Salvini, uno dei conduttori: «Questo è un attacco all'economia del Paese, pensa a Gianfranco Fini, ora parte una mozione di sfiducia a Vittek. A me spiace per tutti tranne che per Lippi. Io spero che l'Italia vinca, sennò abbiamo finito di fare le telecronache: noi che cosa commenteremo?».




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I potenti del mondo quando erano bambini

In carcere vuole vedere l'Italia

Manovra, sindaci leghisti non protestano «I sindaci campani sprecano i nostri soldi»

Il Mattino

  

VERONA (24 giugno) - «La mancata presenza dei sindaci leghisti e in particolare del sottoscritto alla manifestazione contro i tagli non è certo una forma di adesione a una manovra finanziaria che abbiamo pesantemente criticato e non che non sosterremo a meno che non venga corretta in senso federalista: protestare insieme al Sindaco di Napoli o di altri Comuni campani o della Sicilia (nulla contro le persone ma contro la mala amministrazione e lo sperpero di denaro pubblico che rappresentano) per chiedere che la manovra premi i Comuni virtuosi e penalizzi chi spreca non avrebbe avuto senso». Lo sottolinea, in una nota, il sindaco di Verona, Flavio Tosi (Lega). «Avremmo partecipato ben volentieri, invece, se fosse stata una manifestazione di sindaci virtuosi ma non abbiamo voluto confonderci con chi spreca i nostri soldi», conclude Tosi.




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Evasione da 2 milioni di euro, Rocco Siffredi indagato a Chieti

Corriere della Sera

L'accusa: redditi occultati all'erario in paradisi fiscali. La replica: sono una vittima del Comune di Ortona

l'ex attore porno verso accordo con le entrate: recupero di un milione di euro. Evasione da 2 milioni di euro, Rocco Siffredi indagato a Chieti



MILANO


Rocco Siffredi è indagato dalla Procura di Chieti per reati fiscali commessi tra il 2002 e il 2005. L'iscrizione nel registro degli indagati, deriva dagli accertamenti fiscali avviati lo scorso anno dalla tenenza della Guardia di Finanza di Ortona, coordinata dal comando provinciale di Chieti, che hanno portato ad accertare un'evasione complessiva di oltre 2 milioni di euro, con evasione dell'Iva per circa 200 mila euro.

VERSO FIRMA DI UN ACCORDO CON LE ENTRATE - Secondo quanto si apprende, nei prossimi giorni Siffredi siglerà con l'Agenzia delle entrate un verbale con adesione che dovrebbe portare al recupero di poco meno di un milione di euro. I redditi finiti sotto la lente degli investigatori sono quelli che Siffredi, già principe dei pornoattori e oggi produttore di film hard, avrebbe occultato all'erario attraverso la fittizia istituzione di società in diversi paradisi fiscali. Dagli accertamenti effettuati sul conto di Siffredi e della moglie è emerso che i due, residenti fino al 2005 in provincia di Chieti, avrebbero fissato la propria dimora a Roma, in una villa risultata intestata a una società britannica.

LA REPLICA - «Non sono un evasore fiscale. Sono vittima di un malfunzionamento da parte del Comune di Ortona» è la replica dell'ex attore. «Il Comune ha trasmesso con quattro anni di ritardo il trasferimento della mia residenza in Ungheria, dove vivo dal 1997 e dove ho trasferito ufficialmente la residenza, come risulta dal registro dell'Aire, dal 21 settembre del 2001. Avevo la doppia residenza senza saperlo. Non pensavo che fosse un problema».

Quanto all'evasione fiscale di oltre 2 milioni di euro, Siffredi è drastico: «Io ho ricevuto dall'Agenzia delle entrate di Ortona un accertamento relativo a 7-800 mila euro per via di un conto corrente che avevo mantenuto in Italia perché mi serviva per la carta di credito e per pagare le bollette di una casa in affitto. Nei prossimi giorni sottoscriverò un verbale con adesione con cui pagherò circa il 20% di quella somma. Per chiudere qui la vicenda». L'accertamento di 2 milioni potrebbe riferirsi, secondo l'attore, a redditi «del 2002-2003 relativi alla casa di produzione con cui collaboro. Ma io vivo e lavoro in Ungheria, non vedo davvero cosa possa esserci di illegale».

Quanto all'indagine penale, per Siffredi «ci vuole molta fantasia per arrivare a sostenere davanti a un giudice che ho trasferito la residenza in Ungheria per evadere il fisco. Ho un miliardo e mezzo di prove che dicono il contrario. Vivo lì dal 1997. Sono uno dei pochissimi vip che ha la residenza fuori vivendo davvero all'estero. I miei bambini vanno a scuola a Budapest». Per il produttore di film hard il suo disguido con il fisco nasce anche dalla sua professione: «Faccio l'attore hard da 25 anni.

Gran parte della mia carriera si è svolta all'estero perché non si capiva se la legge italiana consentiva questo tipo di attività o no. Questo mette molto in difficoltà la gente del nostro mondo, in Italia si rischia la galera. Dal 1999 io lavoro e produco solo all'estero». Senza considerare che l'hard non sarebbe più redditizio come un tempo: «Siamo stati tra i primi - sostiene Siffredi - a risentire della crisi. Basti pensare che in pochissimi anni i siti che vendevano illegalmente i miei prodotti sono passati da 460 a 11.800». (Fonte: Radiocor)

24 giugno 2010




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YouTube vince la causa da 1 mld di dollari contro Viacom: non ha violato copyright

Corriere della Sera

molti contenuti erano forniti sottobanco dai dipendenti della società avversaria

Il tribunale di New York sentenzia a favore della società controllata d Google


MILANO
 

YouTube (e quindi Google) ha sconfitto Viacom: un giudice di New York ha respinto la causa da un miliardo di dollari intentata dal gigante dell'entertainment (che controlla Mtv, Paramount e DreamWorks) per violazione del copyright contro il sito di scambio di video di Google. Lo ha reso noto il vicepresidente di Mountain View Kent Walker spiegando che la corte ha ritenuto che YouTube fosse protetta dal Digital Millennium Copyright Act.

LA CAUSA - Secondo Viacom, invece, Google attraverso YouTube diffondeva video pirata consapevole della loro provenienza illegale solo per aumentare il numero di utenti. Youtube venne acquistata da Google nel 2006 per 1,65 miliardi di dollari.
Una delle cose che hanno convinto il giudice del tribunale di New York è stato il fatto Google è stata in grado di dimostrare che erano proprio alcuni dei dipendenti di Viacom a fornire sottobanco a You Tube video con contenuti coperti da copyright anche a causa in corso. Il giudice ha quindi ritenuto che il sistema attuale, con cui il possessore del copyright può chiedere la rimozione del singolo video o un compenso per la diffusione dello stesso funzioni bene 

Redazione online
24 giugno 2010





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Trovata la prigione di San Pietro

Il Tempo

Rinvenuto il luogo esatto del carcere Tulliano. È al di sotto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami. Il pubblico potrà visitare il sito entro i primi di luglio.

  Svolta storica nella ricerca dell'antico carcere Tullianum nel Foro Romano, il sito riconosciuto dalla tradizione cristiana medievale come il luogo di prigionia dell'apostolo Pietro. Il carcere è stato rintracciato ieri al di sotto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, costruita nel XVI secolo. Il ritrovamento è arrivato alla conclusione di una lunga e complessa campagna di scavi, condotta dalla Soprintendenza speciale archeologica di Roma. Gli archeologi della Soprintendenza hanno potuto in questo modo ricostruire in dettaglio le varie fasi di trasformazione del sito, dall'epoca arcaica a quella paleocristiana, focalizzando l'attenzione sulla conversione del carcere a luogo di culto.

Grazie al ritrovamento, gli archeologi possono finalmente avallare il complesso delle testimonianze cristiane legate alla prigionia di San Pietro. Queste le fasi storiche del sito: il primo insediamento, che risale all'età arcaica (VIII-VII secolo a.C.) era utilizzato come luogo di culto legato alla fonte d'acqua sorgiva. Il secondo risale all'età Repubblicana (VI-I secolo a.C.), quando il luogo è stato trasformato in carcere. Si può quindi dire con certezza che La trasformazione definitiva in chiesa è avvenuta in epoca paleocristiana.

Particolare interesse rivestono le tracce precise di questa conversione particolarmente rapida in luogo di culto, consistenti anche in frammenti di affreschi che avvalorerebbero la tradizione cristiana del carcere di San Pietro. Alla conclusione degli scavi archeologici, il sito sarà aperto al pubblico. Il progetto dell'Opera Romana pellegrinaggi - che gestisce il sito essendo di proprietà del Vicariato - è quello di inserire il carcere Tulliano nel tour della Roma cristiana.

L'apertura è prevista con molta probabilità dai primi di luglio, si sta solo attendendo che venga allestita la grande sala didattica multimediale presso il convento della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami. Il progetto prevede di offrire al pubblico, come introduzione alla visita archeologica, una ricostruzione virtuale dell'intero sito, con la possibilità di ammirare tutte le fasi costruttive del monumento.




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Strage di Ustica, il pm: "A un passo dalla verità"

Il Resto del Carlino

A trenta anni dal disastro aereo parla il titolare della nuova inchiesta : "Se Parigi intende collaborare risponda in rogatoria alla tesi di Cossiga"

ROMA 24 giugno 2010



«NON ci può essere ragione di Stato o malinteso senso del dovere che siano più forti della voce delle vittime. Anzi, la cosa forse più sconvolgente delle vicende legate alla strage di Ustica è come non ci sia nessun servitore dello Stato che senta il dovere di dire qualcosa». Su questo il pm Erminio Amelio, che con Maria Monteleone sta lavorando alla nuova inchiesta sulla strage di Ustica, è netto. Il magistrato è prudente sulle prospettive dell’indagine, le cui ragioni pure difende.

L’ex presidente Cossiga è tornato ad accusare la Francia e il portavoce del ministero degli Esteri transalpino ora ha promesso collaborazione. Crede che finalmente si stia muovendo qualcosa?
«E’ opportuno che io non faccia previsioni. Solo la Francia ci potrà dire se la tesi avanzata da Cossiga è vera. Vogliono collaborare? Bene. Noi abbiamo già inviato una richiesta di rogatoria sia alla Francia sia agli Usa. Vedremo le risposte. Punto». 

Dopo trent’anni ha una realistica prospettiva di successo indagare per cercare la verità?
«Ha un senso e ha una prospettiva. Magari è possibile dire adesso quello che non si poteva rivelare 30 anni fa. Per questo lancio l’appello: chi sa, e c’è chi sa, parli. Sono convinto che di fronte alla verità e al pentimento, i parenti potrebbero anche perdonare». 

Alla luce delle indagini svolte, cosa ci racconta il relitto? Causa interna o esterna?
«Le indagini svolte finora fanno escludere l’evento interno, cioè la bomba e mi fanno ritenere che ci sono evidenze a favore dell’evento esterno: cioè o il missile o la “quasi collisione” come fu ipotizzata dai professor Casarosa e Held». 

Qual è quindi lo scenario nel quale si inserisce il Dc9?
«E’ uno scenario radaristico complesso, nel quale si evidenziano molte tracce non identificate, alcune delle quali certamente riconducibili ad aerei militari come l’Awacs, l’aereo radar che incrocia nell’Alto Tirreno e che per gli strumenti a bordo, ha certamente visto tutto, ma che nessun paese ha riconosciuto come proprio. Eppure di qualcuno sarà stato...». 

E poi ci sono l’aereo o gli aerei presunti aggressori, che vengono da Occidente.
«Certamente. Si tratta presumibilmente di due aerei che volano parallelamente al Dc9. Poi virano e ne intersecano la rotta esattamente nel punto in cui l’aereo civile scompare dai radar. Abbiamo tre “battute radar”. Disegnano uno scenario compatibile sia con una manovra d’attacco con lancio di un missile che con una “quasi collisione”». 

Dato per scontato che nessuno volesse intenzionalmente abbattere il Dc9, quale è l’ipotesi più realistica?
«Se si pensa al missile, l’ipotesi è che fosse indirizzato all’aereo che si nascondeva sotto il Dc9. Se si propende invece per la “quasi collisione” la manovra spinge l’aereo che sta sotto il Dc9 a fuggire a tutta velocità, creando quello in aeronautica viene chiamato “vortice di estremità”, capace di causare danni come la frattura riscontrata al “tip”, il vertice dell’ala sinistra del Dc9, una frattura dall’alto verso il basso, che non è spiegabile nè con il missile nè con la bomba». 

L’aereo sotto il Dc9 era il Mig libico poi ritrovato sulla Sila?«E’ un’ipotesi che ho sostenuto nella requisitoria. Non lo possiamo sapere con certezza. E’ la più plausibile, ma su questo al momento non abbiamo riscontri probatori».


ALESSANDRO FARRUGGIA




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Pozzuoli: maxiblitz contro i clan flegrei 84 arresti per racket e droga

Il Mattino

POZZUOLI (24 giugno) 



È in corso una vastissima operazione anticamorra nell’hinterland partenopeo. I Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli stanno eseguendo una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura partenopea a carico di 84 persone accusate di associazione camorristica, tentato omicidio, estorsioni, traffico e spaccio droga ed altro.

Nel corso di indagini sul clan camorristico dei “Longobardi-Beneduce” operante nell’area di Pozzuoli coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia partenopea i militari dell’Arma hanno scoperto il controllo del clan “Longobardi-Beneduce” sulle attività imprenditoriali e commerciali, un vasto giro di estorsioni ed il controllo delle “piazze di spaccio” della zona nonché documentato una scissione del sodalizio criminale e l’alleanza delle due fazioni risultanti con gruppi criminali di Napoli.




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Roberto, il cacciatore di tombe che ritrova i dispersi nei lager

di Luciano Gulli

Un artigiano veronese è riuscito a dare un nome a 10mila deportati. Tanto da guadagnarsi una medaglia al merito


«Chissà che fine ha fatto lo zio Luciano», si domandava ogni tanto Roberto, suo nipote. Che fosse morto in un lager in Germania, a Flossemburg, era l'unica cosa certa; ma dove fossero le sue spoglie, quali peripezie fossero state riservate al suo cadavere dopo la morte, a casa non lo sapeva nessuno. Finchè Roberto Zamboni, 47 anni, di Montorio Veronese, titolare di un piccolo calzificio, non decise di vestire i panni dell'investigatore privato.

Da allora, e sono passati quindici anni, accanto alla sua attività di imprenditore ne ha avviata un'altra: quella del cacciatore di tombe. Come se avesse sentito una «chiamata», una sorta di obbligo morale: dare una risposta, un luogo su cui piangere, ai parenti della moltitudine di soldati e civili italiani internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, vennero sepolti in Germania, in Austria e in Polonia. Sicchè sono circa 10mila i «desaparecidos» italiani della Seconda Guerra Mondiale di cui Zamboni ha ricostruito le ultime ore: un’opera meritoria per la quale a Zamboni è stata assegnata una medaglia al merito.

Uno di questi poveri morti si chiamava Francesco Pezzotta. «Quel soldato era mio padre - ha raccontato ieri Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, all'Eco di Bergamo, che aveva pubblicato un lunghissimo elenco di nomi di soldati, avuto da Zamboni, di deportati in Germania dopo l'8 settembre. Lì, stampato nero su bianco, sul giornale della sua città, l'"orso bergamasco" - come lo chiamavano quando da sindacalista strillava e batteva i pugni sul tavolo - ha visto scritto per la prima volta il nome del luogo dove suo padre è sepolto, e anche tutto il resto. "Pezzotta Francesco, nato l'11 agosto 1914, internato nello stammlager IB, deceduto a Hohenstein/Witajno (voivodato di Varma-Masuria) il 9 giugno 1944 per malattia; attualmente sepolto a Bielany (polonia), cimitero militare italiano d'onore, posizione tombale da richiedere al ministero della Difesa».

Aveva appena sei mesi, Savino Pezzotta, quando il padre, un artigliere alpino della Tridentina, morì. «Era stato catturato al Brennero e portato in Germania. Dopo l'8 settembre gli chiesero se voleva entrare nella repubblica di Salò. Rispose di no, firmando così la sua condanna a morte».
I militari italiani internati in Germania dopo l'8 settembre 1943 furono 650 mila. I morti furono circa cinquantamila. I civili deportati nei lager del Reich furono attorno ai 44 mila. Il novanta per cento perse la vita. Di molti , le loro famiglie ancora non conoscono il luogo dove sono sepolti. Ecco, la missione che si è scelto Roberto Zamboni è questa. Scoprire l'ultimo domicilio conosciuto di questi poveri cristi. Una ricerca condotta sui libri, sui documenti dei Corpi di spedizione, parlando con gli ex deportati, scavando tra le carte degli uffici ministeriali.

Di suo zio, il cui nome figura inciso su una lapide del paese, alla voce «disperso», Roberto Zamboni sapeva che era stato internato nel lager di Flossenbürg. «Ma non sapevamo che cosa gli fosse successo. Soltanto, non era mai più tornato a casa. Ecco, io penso che vedersi portar via un figlio poco più che ventenne per poi scoprire che è morto di stenti e maltrattamenti in un campo di concentramento è una cosa terribile. Non avere una tomba su cui piangerlo, è difficilmente sopportabile». Che cosa ha scoperto? «Che i caduti italiani nei lager che furono raccolti in sei sacrari militari furono circa sedicimila. Scoprii che buona parte dei parenti di questi caduti non vennero mai a sapere della traslazione dei loro congiunti, perché nel gennaio del 1951 era stata approvata una legge che vietava il rimpatrio delle salme.

Dall'entrata in vigore di questa normativa assurda, chi avesse avuto un parente morto in un campo di prigionia per mano tedesca, traslato senza il consenso dei parenti, in uno dei cimiteri militari italiani, non avrebbe più avuto la possibilità di rimpatriarne le spoglie». Fu allora che cominciò la battaglia di Roberto Zamboni contro la legge, poi abolita, «anti rimpatrio». «Di recente ho ottenuto dal ministero della Difesa l'elenco di tutti i caduti sepolti in Germania, Austria e Polonia. Una lista di oltre 15 mila caduti italiani, contenente i dati di base (cognome, nome, provincia e data di nascita, data di morte e cimitero di attuale sepoltura). Ma il lavoro da compiere è ancora lungo».




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Salvate il soldato Francesco Cossiga

di Marcello Veneziani

In un libro l'ex capo dello Stato si definisce "morto", invece nella seconda Repubblica il suo stile è più vivo che mai: da picconatore ha mandato in frantumi la Dc e ha inventato l'anti-politica. Ora minaccia di piucconare se stesso

Ma che fine ha fatto Francesco Cossiga? Si dichiara già morto. Ha annunciato per cinque anni la sua volontà di ritirarsi a vita privata, e tutti avevamo smesso di credergli vedendolo sparire. Poi l'ha fatto sul serio. Da tempo langue in un preoccupante silenzio. Depressione, annunci di catastrofe, ora ha deposto un ordigno-testamento in forma di libro in cui rivela di essere defunto. 

Cossiga non è solo un ex capo dello Stato, un esternatore folle, o l'inventore del Cazzeggio istituzionale. Giusto vent'anni fa, col suo formidabile piccone, Cossiga mise in cinta la Repubblica italiana, anche se poi non riconobbe la figlia che ne nacque. Voi dite Mani pulite, i referendum di Segni, la Lega, la discesa in campo di Berlusconi. Tutto vero, ma vennero dopo. In principio fu Cossiga. Che per cinque anni se ne stette a cuccia al Quirinale, rispettoso del mandato istituzionale, rigoroso osservante del ruolo e della norma, per far dimenticare le fuoruscite dal protocollo del suo predecessore Sandro Pertini. Poi, vent'anni fa, dopo che era caduto il Muro e prima che il Pci si suicidasse, Cossiga cominciò a dar di matto. 

Picchiò duro sui pregiudizi fradici su cui si fondava la Repubblica consociativa e partitocratica. E per due anni colpì, disse la verità, suscitò la voglia di cambiare, cavalcò per primo l'antipolitica, portò la fantasia al potere. Fu il nostro De Gaulle, ma solo nella pars destruens. Infatti a De Gaulle si ispirò quando fondò il suo partito, l'Udr, che poi lui stesso sconfessò. Tentarono l'impeachment, come avevano tentato di inguaiarlo ai tempi oscuri del suo ministero degli Interni, dopo il caso Moro. Ma oggi non saremmo qui se non ci fosse stato lui. Ricordo che in quel tempo io fondai un settimanale che guardava a lui per fondare una nuova repubblica. 

Gli dedicai molte copertine e appelli. Sperai in lui, ma lui in cambio mi offrì un paio di belle interviste, qualche brillante conversazione e il privilegio di entrare in Senato senza cravatta, vestito da extraparlamentare ed extracomunitario. Cossiga non è un fondatore ma un affondatore, non fondava seconde repubbliche come Pacciardi; era piuttosto uno Spacciardi, perché dichiarò spacciata la Repubblica che egli stesso incarnava. Un presidente kamikaze che aveva pilotato con sorriso beffardo la prima Repubblica a sfasciarsi sul nemico. La fortuna e la disgrazia di Cossiga fu che andò al Quirinale praticamente da ragazzo, al paragone con gli altri presidenti. 

E tuttora, 25 anni dopo, è il più giovane capo dello Stato vivente. Siede al Senato nello scranno col numero 007, lui che amava giocare con le spie. Ma si è barricato in casa e ha depositato una bomba a orologeria. Parlo di un bel libro dal brutto titolo, Fotti il Potere, che ha scritto con Andrea Cangini. Non va in giro a presentarlo, come ci si aspetta da ogni autore e ancor più da uno come lui. Si rifiuta, si nasconde, vive la sua solitudine depressa e dichiara di essere già morto. Al di là di alcuni lati comici e grotteschi, Cossiga è un personaggio tragico. Dai tempi di Moro ai tempi del Piccone, Cossiga ha dovuto sparare il colpo di grazia a chi più amava: la Dc e i suoi capi, la cultura del diritto, la repubblica dei partiti in cui aveva prosperato. 

Più il Vaticano, i grembiulini, la Gladio, il Mossad, i poteri forti (Cossiga sostiene che ci furono interessi economici alle origini di Mani pulite, citando un'inchiesta dell'Italia settimanale sulla spartizione dell'Italia a bordo dello yatch Britannia). E non si è riconosciuto nelle creature che ha via via messo al mondo, il Nuovo e tutti i suoi Testimoni, il Partito e i suoi straccioni di Valmy, come li battezzò lui. Senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato né il primo comunista alla guida del governo, dico D'Alema, né la destra postfascista al potere, e forse nemmeno l'antipolitica, dico Di Pietro, Bossi e Berlusconi. Fu precursore perfino di Sgarbi e Dagospia. 

È lui stesso in questo libro a notare il paradosso di D'Alema portato da lui al governo con l'okay dell'America, con il compito di far entrare l'Italia in guerra con la Serbia: e D'Alema, primo comunista al potere, fu colui che bombardò con la Nato l'ultimo regime comunista d'Europa, provocando, sempre secondo Cossiga, «535 morti tra vecchi, donne e bambini». È lui lo sdoganatore dell'Msi, che poi ha criticato la svolta nel vuoto di Fini, come criticò la deriva giacobina del rustico Di Pietro, che pure era suo figliastro: la sua vanga era la versione rurale del piccone. E non solo: qui vaticina il fallimento di Berlusconi, a cui pure mostra umana simpatia e sostegno, e di cui riconosce la voglia di lasciare un segno nella storia e non di pensare alle leggi ad personam, come dicono i suoi avversari. 

E a differenza loro lo critica non per l'autoritarismo ma per la sua debolezza. Cossiga è tragico quando sostiene che la vita regge sulla menzogna, e la vita politica ancora di più: «La verità è che la menzogna ben più della verità è all'origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a se stessi», Cossiga si diverte a dire la verità che coincide paradossalmente e tragicamente con la menzogna. La sua visione tragica è ancora accompagnata da un sardonico sorriso (l'aggettivo non è casuale per il sassarese). Ma Cossiga è tragico soprattutto perché in questo libro si sente odor di morte e di sfacelo, al punto da concludere il suo libro: «Io ero già morto ma la gente non se n'era accorta». Non vorrei spargere falsi allarmi e invadere la sua vita privata, ma temo che Cossiga stia accarezzando la tragica idea di rivolgere il piccone contro se stesso.




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Barcellona: investiti sui binari dal treno ad alta velocità, 12 morti e 15 feriti

Corriere della Sera


Il gruppo una trentina di ragazzi, non aveva preso il sottopassaggio ma stava scavalcando la massicciata

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MILANO


Una tragedia che ha avuto come vittime soprattutto dei ragazzi. Un treno ad alta velocità è piombato poco prima delle 23.30 di mercoledì sera su un gruppo di una trentina di persone che, invece di prendere il sottopassaggio, stavano attraversando i binari alla stazione di Castelldefels Playa, vicino a Barcellona: il bilancio è di almeno 12 morti e una quindicina di feriti, alcuni in gravi condizioni. 

GIOVANI VITTIME - Secondo quanto riferiscono media spagnoli online, le vittime, in maggior parte giovani, erano arrivate con un altro convoglio per andare a celebrare sulla spiaggia la notte di San Giovanni. Il treno che li ha investiti proveniva da Alicante ed era diretto a Barcellona. Nessuno dei passeggeri a bordo è rimasto ferito. Il quotidiano El Pais riferisce che i soccorritori sono rimasti sconvolti dalla scena presentatasi ai loro occhi.

«Ci sono corpi completamente fatti a pezzi - ha detto uno di loro - Il treno li ha investiti mentre andava a tutta velocità e membra umane sono sparse dappertutto». Sul luogo della tragedia sono arrivate 24 ambulanze e 15 veicoli dei vigili del fuoco. I feriti sono stati trasportati in diversi ospedali della zona: tre, secondo l'agenzia Europa Press sono in condizioni critiche. In maggioranza si tratta si ragazzi fra i 16 e i 26 anni. Si tratta - affermano i media spagnoli - del più grave incidente ferroviario in Spagna degli ultimi trent'anni dopo quello del giugno 2003 a Chinchilla, nel sud est, quando 19 persone persero la vita nello scontro fra un treno merci e un passeggeri.

Redazione online
24 giugno 2010



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Fondazioni liriche, seduta fiume a Montecitorio Ostruzionismo Idv, ma il sonno vince Di Pietro

di Redazione

Alla Camera seduta fiume sul decreto che contiene le disposizioni sulle fondazioni liriche. Ostruzionismo Idv con interventi a raffica: "Avete deliberato la seduta per vedervi la partita nel pomeriggio ma possiamo tenervi qui alle 15". Ma Di Pietro si addormenta

Roma

 
In corso alla Camera la seduta fiume deliberata dall'Assemblea di Montecitorio sul decreto legge che contiene le disposizioni sulle fondazioni liriche. La seduta procederà ad oltranza, concludendosi soltanto alla fine dell'esame dell'intero decreto legge. L'Idv sta praticando ostruzionismo con interventi a raffica. "Avete deliberato la seduta fiume per vedervi la partita dell'Italia, nel pomeriggio - ha urlato il dipietrista ha urlato Antonio Borghesi - ma i tempi che abbiamo a disposizione ci permetteranno di tenervi qui a votare fino alle 15". 

Di Pietro dorme in Aula In Aula c'è anche Antonio Di Pietro, ma il sonno su di lui ha la meglio, e l'ex pm dorme al suo posto nell'emiciclo: si sveglia solo al momento di votare. Di Pietro non è il solo fra le braccia di Morfeo. Sui divani della sala lettura e su quelli del Transatlantico diversi deputati sono distesi per schiacciare un sonnellino tra una votazione e l'altra, mentre i colleghi dell'Idv parlano. Gli altri vanno regolarmente alla buvette per un caffé o per mangiare un cornetto. E Franco Barbato fa il "vivandiere" per i colleghi di gruppo: alla buvette svuota due ciotole di ciliege in un tovagliolo e lo porta nell'Emiciclo, in barba al divieto di consumare cibi in questo spazio di Montecitorio. A votare ci sono circa 350 deputati: poco più dei 630 componenti dell'assemblea. Vero stacanovista è il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi: non ha mai abbandonato il suo posto al banco del governo. 

Di Pietro: "L'ostuzionismo continua" Di Pietro rivendica "con orgoglio" l'ostruzionismo attuato dall'Idv: "Non solo noi ma tutto il Parlamento ed il governo stiamo facendo il nostro lavoro. Rispettiamo gli altri ed agli altri chiediamo rispetto". Di Pietro, che in questa seduta fiume non è mai intervenuto, torna sulla divisione tra il suo partito da una parte e Udc e Pd dall'altra rispetto all'atteggiamento da mantenere per opporsi a questo decreto. "Facciamo quello che facciamo senza dividerci con il resto dell'opposizione e senza prenderci in giro - ammonisce Di Pietro - I colleghi dell'Idv rispettino le ragioni di quelli di Pd e Udc e viceversa. Ciascuno illustri più le proprie ragioni che i torti degli altri". 

Il giallo delle tessere Chi ha rubato le tessere di votazione di alcuni deputati dell'Idv? Alla Camera scoppia un simpatico "giallo" durante la seduta fiume. Al momento del voto, alcuni deputati dipietrista si accorgono che le loro tessere non sono più al loro posto, inserite nella fessurina del meccanismo di voto, forse per uno scherzo di qualche collega vicino e chiedono alla presidenza di averne di nuove per poter votare. "Dai colleghi, qui di ladri di tessere non ce ne sono...", dice la vicepresidente Bindi mentre arrivano le tessere sostitutive e si vota. Ma dai banchi del Pdl qualcuno grida: "Dai, Di Pietro, apri un'inchiesta..."



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