lunedì 28 giugno 2010

Israele: fra 3 anni pronto il «pillolo»

Corriere della Sera

BASTEREBBE UNA SOLA COMPRESSA OGNI TRE MESI

Non utilizza ormoni. Interferisce con una proteina necessaria alla fecondazione.
Ma gli esperti italiani sono perplessi: «Molte le verifiche che vanno ancora fatte»



MILANO – Sono anni che si parla del «pillolo», il corrispettivo maschile del metodo anticoncezionale usato dalle donne di tutto il mondo. Questa sembrerebbe (il condizionale è d'obbligo) la volta buona: i ricercatori della Bar – Ilan University di Tel Aviv hanno messo a punto una molecola in grado di sopprimere la capacità fecondativa degli spermatozoi.

LA PILLOLA – A differenza di quella femminile, basata sulla combinazione di piccole quantità di ormoni (un estrogeno e un progestinico) che inibisce l' ovulazione, la pillola per gli uomini studiata dall’equipe israeliana non ha alcuna componente ormonale. Si tratterebbe di una molecola in grado di neutralizzare una proteina contenuta nello sperma necessaria per la fecondazione. Questo nuovo metodo, pertanto, non andrebbe a inibire la produzione di spermatozoi, che raggiungerebbero comunque l'utero, ma si occuperebbe di neutralizzarne la capacità procreativa. L'uso del pillolo, secondo i suoi inventori, consentirebbe di evitare, al cento per cento, gravidanze indesiderate.

IL TEST – Al momento il farmaco è stato messo alla prova solo su topi da laboratorio che sono risultati sterilizzati, in maniera reversibile, da uno a tre mesi, a seconda del dosaggio. «I topi si comportano normalmente – ha dichiarato il professor Haim Breitbart - mangiano, hanno rapporti sessuali e non mostrano alcun cambiamento comportamentale». Nel mondo, altri esperimenti portati avanti da differenti equipe di ricercatori, e condotti su maschi utilizzando farmaci a carattere ormonale, hanno mostrato invece di avere effetti collaterali prevalentemente sull'umore e molti dei volontari hanno infatti lamentato sensazioni di tristezza, depressione e perdita dell' appetito sessuale.

OSTACOLI CULTURALI – La pillola maschile, da quando è stata formulata solo come ipotesi, è sempre stata guardata con diffidenza da entrambi i sessi. Gli uomini ne temevano l'effetto «devirilizzante», mentre le donne erano spaventate dalla sbadataggine tipicamente maschile. Il farmaco messo a punto nei laboratori israeliani promette di sciogliere finalmente queste paure: ricordarsi di prendere una compressa al mese o al trimestre non richiede certo una memoria da elefante e la dichiarata assenza di compromissione della virilità dovrebbe rassicurare anche il più timoroso degli uomini. I test su volontari umani sono previsti per il prossimo anno.

IL PARERE DEGLI ESPERTI – Secondo il Professor Vincenzo Gentile, Presidente della Società Italiana di Andrologia, quella intrapresa dal team israeliano potrebbe essere la strada giusta, ma le perplessità non sono poche: «L’interazione tra lo spermatozoo e la membrana dell’ovocita è un processo molto complesso e sarebbe strano, anche se non impossibile, trovare un’unica proteina in grado di far saltare l’intero equilibrio». Per certi versi ancor più cauta la Mariacristina Meriggiola, responsabile dell'equipe dell'ospedale Sant' Orsola di Bologna e molto impegnata su questo fronte: «Innanzitutto i topi non sono un buon modello per la spermatogenesi umana e sicuramente dopo i topi sarà necessario un ulteriore passaggio su altri mammiferi (le scimmie) prima di passare alla sperimentazione sugli esseri umani. Inoltre bisognerà appurare che la proteina eliminata non sia coinvolta in altri ruoli importanti». Meriggiola aggiunge comunque che si tratta di studi interessantissimi e che a questo tipo di approccio, che non coinvolge i dosaggi ormonali, si sta lavorando già da tempo: «La contraccezione del futuro sarà sicuramente di questo tipo, sia dalla parte dell’uomo che dalla parte della donna, senza alcuna alterazione degli equilibri ormonali».

Emanuela Di Pasqua
28 giugno 2010



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Addio al padre degli orologi Swatch

Corriere della Sera

Nicolas Hayek aveva 82 anni: l'arresto cardiaco mentre lavorava.
Era uno degli imprenditori svizzeri più noti



MILANO - È morto Nicolas Hayek, fondatore di Swatch Group e "padre" dei colorati orologi di plastica omonimi. Aveva 82 anni: è deceduto a Bienne, in Svizzera, per un arresto cardiaco mentre stava lavorava nella sua amata società, spiega un comunicato.

SUCCESSIONE - Hayek, uno degli imprenditori elvetici più conosciuti e apprezzati, aveva fondato lo Swatch Group, di cui presiedeva il consiglio di amministrazione, ma aveva anche preparato la sua successione cedendo al figlio Nick, nel 2003, la direzione operativa dell'azienda numero uno nel mondo dell'orologeria. Era considerato il fautore della rinascita del settore: Swatch Group, che raggruppa una ventina di marchi tra cui Breguet, Blancpain e Tissot, registra un fatturato annuo di oltre cinque miliardi di franchi e impiega 24mila dipendenti. Nato da padre libanese e madre americana nel nord del Libano, Hayek aveva ricevuto la laurea honoris causa in legge ed economia dalle università di Neuchatel e Bologna.

Redazione online
28 giugno 2010



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Freccia Rossa, passeggeri per due ore bloccati in galleria sull'Appennino

Il Messaggero

Ferrovie: clienti informati e assistiti

 

ROMA (28 giugno) – Due ore fermi in galleria: è toccato ai passeggeri di un treno Freccia Rossa no stop Roma-Milano, partito dalla capitale alle 7 di questa mattina e rimasto fermo per un guasto nella galleria Castello, subito dopo Firenze.

I passeggeri sono arrivati a Milano alle 12,30, anziché alle 10. Ferrovie dello Stato spiega che il guasto è stato serio e per consentire al treno di retrocedere dalla galleria fino alla stazione di Rifredi è servito un locomotore da Firenze. Una volta giunti in stazione i passeggeri che volevano proseguire sono stati fatti salire su un altro Freccia Rossa in transito verso Milano, mentre gli altri sono tornati a Roma. Per tutta la durata del guasto i passeggeri, assicura Ferrovie, sono stati assistiti ed informati.





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Il pacemaker? Torni un'altra volta S.Camillo e S.Giovanni, interventi sospesi

Il Messaggero

Mancano medici e infermieri, pazienti rimandati a casa.
I manager ospedalieri: si profila un'estate molto difficile


di Mauro Evangelisti

ROMA (28 giugno) - Primo caso: una signora di 84 anni deve cambiare la batteria del pacemaker all’ospedale San Giovanni. Ma nel reparto le dicono che non si può fare, «per mancanza di posti letto», racconta il figlio. Secondo caso: un uomo viene accompagnato dalla figlia all’ospedale San Camillo, anche lui deve cambiare le batterie del pacemaker ed è il suo turno. Ma quando arriva in reparto un infermiere spiega che non c’è posto, che dovrà tornare un altro giorno. Si sfoga la figlia, la signora Alessandra, preoccupata per il padre: «Dove andremo a finire? Chi non può permettersi di farsi curare in clinica dovrà sopportare questi soprusi da parte di chi taglia, taglia e taglia le spese socialmente necessarie e continua a non tagliare gli sprechi?».

Giuseppe Scaramuzza di Cittadinanzattiva-Tribunale del Malato: «Da un anno e mezzo a questa parte si è allungata tantissimo la lista delle denunce dei pazienti a causa di degli effetti del blocco del turnover. Un esempio: la geriatria del Sant’Eugenio, che è stata scelta per coordinare il piano caldo del Comune, è passata da 12 a 4 infermieri perché non si possono fare assunzioni. Sono sempre più numerose le segnalazione dei dializzati, stanno per scadere i contratti a tempo determinato nei reparti di nefrologia, non ci sono gli infermieri. E chi deve fare la dialisi? Altra situazione a rischio: l’emergenza, i pronto soccorso. Tutti siamo consapevoli che bisogna razionalizzare, risparmiare... Ma tagli di questo tipo, alla cieca, colpiscono i pazienti che non si possono permettere la clinica privata».

Torniamo al caso del signore accompagnato al San Camillo dalla figlia Alessandra, con l’appuntamento già fissato, come raccontato in una mail al sito del Messaggero. Luigi Macchitella, direttore generale dell’Azienda San Camillo: «Temo che il problema non sia legato ai posti letto, ma alla carenza del personale. Con il blocco delle assunzioni indiscriminato ormai andiamo avanti con gli straordinari... Una coperta corta. E dal primo luglio, con il personale che deve andare in ferie, la situazione sarà ancora peggiore. Il blocco del turnover, della sostituzioni di chi va in pensione, ha effetti devastanti perché è irrazionale: non discrimina fra amministrativi o reparti». Giuseppe Scaramuzza aggiunge: «Ormai dagli ospedali romani e del resto della regione ci sono segnalazioni pazzesche, infermieri che fanno doppi turni, anche 14-15 ore di seguito. Ripeto, c’è un piano di rientro da applicare, bisogna eliminare gli sprechi, evitare il dissesto della sanità laziale. Ma tagliando alla cieca pagano solo i pazienti».

Resta un dubbio, una domanda, che riparte dalla denuncia dei due pazienti che non hanno potuto cambiare le batterie dei pacemaker. Quanto è pericoloso questo rinvio? Senza entrare nei casi specifici, il professor Francesco Musumeci, direttore dell’Unità operativa cardiochirurgica e del Dipartimento cardiovascolare del San Camillo, spiega: «La batteria di un pacemaker in genere dura 5-6 anni. Viene periodicamente controllata e quando si dice al paziente che è il momento della sostituzione si mantiene un margine di tempo prudenziale. Non ci sono rischi. Ed è un intervento che può essere fatto in day hospital. Poi, certo, non posso negarlo: la carenza delle risorse e del personale è reale e sempre più grave. Allunga le liste di attese, rende difficile il nostro lavoro. E’ un fatto estremamente grave. Al San Camillo, ad esempio, abbiamo una carenza significativa di anestesisti, si rischia di non potere assicurare i turni di guardia. Ecco, un blocco generale delle assunzioni non è razionale e può produrre danni seri».





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Smentisce la propria morte, viene ucciso poche ore dopo

La Stampa

Assassinato noto cantante messicano, poco prima aveva assicurato di essere ancora in vita



Sabato notte Sergio Vega, conosciuto con lo pseudonimo di El Shaka, si stava recando a un concerto nello stato messicano di Sinaloa, quando un camion ha iniziato a seguirlo. Poco dopo dal veicolo sono partiti dei colpi diretti alla cadillac del cantante, che ha perso il controllo ed è andato a schiantarsi. A quel punto gli assassini si sono avvicinati e hanno finito El Shaka con diversi colpi di pistola diretti alla testa e al petto. La polizia ha dichiarato di aver ritrovato alcuni bossoli vicino alla portiera del conducente.

Solo poche ore prima della sparatoria, il cantante aveva raccontato al sito “ La Oreja ” che tutte le notizie che annunciavano la sua morte erano false. «Mi capita, da qualche anno a questa parte, che qualcuno dica alla radio o sul giornale che sono stato ucciso o che ho perso la vita in un incidente» ha raccontato Vega al sito di intrattenimento «Ogni volta che accade devo chiamare mia madre, che soffre di problemi di cuore, per rassicurarla»

I musicisti messicani che suonano narcocorridos, un genere musicale che celebra le attività criminali e soprattutto il narcotraffico, sono spesso obiettivo di bande di spacciatori rivali. Durante l’intervista rilasciata a “ La Oreja ” il cantante aveva spiegato che molti suoi colleghi sono preoccupati a proposito, ma che lui si rimetteva pienamente nelle mani di Dio. Ha però ammesso di aver aumentato le misure di sicurezza dopo l’assassinio di Sergio Gomez, membro del gruppo “K-Paz de la Sierra ”, avvenuto nel 2007.

Negli ultimi tre anni lmeno sette musicisti hanno perso la vita per mano dei trafficanti di droga. Il numero di omicidi in Messico è schizzato alle stelle da quando il Presidente Felipe Calderon, poco il suo insediamento nel dicembre del 2006, ha dichiarato guerra ai cartelli della droga . Più di 22.00 persone sono state ucccise da allora.





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Immigrati, Londra mette un tetto "Torniamo ai livelli degli Anni 90"

La Stampa

Cameron vara una quota annuale "Nessun limite per i cittadini Ue"
Si parte nella primavera del 2011 "E' importante attirare i migliori"



LONDRA

Il governo britannico ha ufficialmente annunciato l’introduzione di un tetto all’immigrazione extra comunitaria. Il saldo migratorio «sarà riportato ai livelli degli anni ’90, ovvero a decine di migliaia di persone invece di centinaia di migliaia», ha spiegato il ministero dell’Interno in un comunicato.

Per far questo, sarà imposta una quota annuale per gli extra comunitari che si stabiliscono nel Regno Unito. Nessun limite sarà invece imposto ai cittadini dell’Ue, in virtù dei regolamenti comunitari. L’Home Office ha avviato delle consultazioni, che dureranno fino a metà settembre, per determinare il limite permanente che sarà imposto a partire dal primo aprile 2011. Nel frattempo, è stata fissata una quota provvisoria per il periodo che va dal 19 luglio prossimo al primo aprile 2011 «al fine di fare in modo che non vi sia una esplosione delle domande e che il numero dei visti di lavoro resti sotto il livello raggiunto nel 2009», ha precisato il ministro dell’Interno, Teresa May. La quota provvisoria è del 5% inferiore al livello di immigrati extra Ue raggiunto l’anno scorso, pari a circa 19.000 per i lavoratori altamente qualificati e 24.000 per gli altri.

Il tetto all’immigrazione ha costituito una delle promesse della campagna del Primo ministro conservatore David Cameron alle politiche di inizio maggio. Il progetto aveva suscitato l’opposizione dei liberal democratici che alla fine si sono adeguati all’idea accettando di formare un governo di coalizione con i Tories.

«Ammetto l’importanza di attirare i migliori per garantire una crescita economica forte ma una immigrazione non limitata rappresenta una pressione inaccettabile sui servizi pubblici», ha dichiarato May. «Il governo ha promesso un cambiamento fondamentale al sistema dell’immigrazione britannica ed è quello che facciamo. Oltre ad un limite per i lavoratori extra comunitari, abbiamo già stabilito l’obbligo per coloro che vengono qui a sposarsi di imparare l’inglese», ha aggiunto.



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Taricone in fin di vita dopo un lancio col paracadute

Corriere della Sera

Lo schianto vicino Terni dopo una manovra sbagliata: l'ex gieffino ha riportato emorragia interna e lesioni

Video

MILANO - Pietro Taricone è ancora sotto i ferri. L'attore è ormai dal primissimo pomeriggio in sala operatoria all'ospedale Santa Maria di Terni e i medici stanno cercando di fermare una grave emorragia interna: l'ex gieffino è rimasto ferito gravemente dopo essersi lanciato con il paracadute poco dopo le 13 nell'aviosuperficie di Maratta. Le sue condizioni sono considerate «critiche», come ha spiegato il direttore sanitario dell'ospedale, Leonardo Bartolucci, incontrando i giornalisti. Taricone - hanno riferito ancora i medici - ha tra l'altro avuto un arresto cardiaco subito dopo la caduta. È stato soccorso e rianimato sul posto dal personale di un'ambulanza del 118 e poi trasferito in ospedale. Dopo l'incidente non ha mai ripreso conoscenza. Secondo quanto riferito da Bartolucci, l'attore ha riportato gravi importanti lesioni in particolare nell'area addominale. Il direttore sanitario ha quindi parlato di un «contesto di criticità delle condizioni». Nell'intervento al quale è sottoposto Taricone sono impegnati chirurghi generali e vascolari. «Stiamo dando priorità agli interventi salvavita» ha detto il direttore generale dell'ospedale di Terni Gianni Giovannini.

Lancio col paracadute, Taricone gravissimo

L'INCIDENTE - Nell'ambito di un corso per la sicurezza in volo riservato a otto paracadutisti esperti, Taricone avrebbe ritardato la manovra di frenata prevista a 50 metri da terra, dopo un lancio presso la pista dell'Aviosuperficie di Terni (dove l'ex gieffino abitualmente pratica questo sport). «L'esercizio consisteva nel fare l'ultima virata a centro metri da terra e atterrare eseguendo il flare, la frenata finale che porta ad atterrare in piedi - ha spiegato Riccardo Paganelli, un amico paracadutista di Taricone - non abbiamo capito perché anziché girare a cento metri ha virato a circa 20-30 metri da terra, sbattendo. Quando lo hanno portato via era privo di coscienza, ora sappiamo che lo stanno operando». A provocare l'incidente sarebbe stata dunque una manovra sbagliata di Taricone. Questa almeno l'ipotesi della polizia, in base ai primi accertamenti. Alcuni testimoni hanno infatti visto l'attore scendere regolarmente. Quindi la manovra che, secondo alcuni di coloro che hanno assistito a quanto successo, ha provocato la caduta. Taricone, 35 anni, divenuto noto dopo la sua partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, quella del 2000, ha intrapreso la carriera di attore e di recente ha partecipato con successo alla fiction Tutti pazzi per amore 2 .

Pietro Taricone

I PRECEDENTI - Il 3 aprile e il primo maggio scorsi due paracadutisti sono morti in seguito a incidenti avvenuti proprio presso l'aviosupeficie di Terni, una sorta di piccolo aeroporto dove è accaduto l'incidente a Taricone. Il primo il 3 aprile scorso quando un giovane di 27 anni, romano e considerato molto esperto - aveva alle spalle circa 450 lanci - è morto scontrandosi con un altro paracadutista rimasto a sua volta gravemente ferito. I due si erano lanciati da un piccolo aereo decollato dall'aviosuperfice. A una quarantina di metri da terra il 27enne è finito contro il compagno dopo aver eseguito una virata. A quel punto i paracadute si sono intrecciati e la vela della vittima si è sgonfiata, facendolo precipitare al suolo e l'uomo è morto sul colpo. Un secondo incidente è costato la vita il 1° maggio a Paolo Capretti, 38 anni di Ripatransone (San Benedetto del Tronto). In questo caso a causare la morte dell'uomo la mancata apertura del paracadute d'emergenza. Prima dell'apertura delle vele infatti Capretti si è scontrato con un altro paracadutista. Dopo lo scontro ha tentato di aprire il paracadute di emergenza che però non si è aperto.

Redazione online
28 giugno 2010



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Cammina nel sonno e cade dal balcone al terzo piano: dodicenne perde la vita

Corriere del Mezzogiorno

È precipitato da un palazzo del centro di Salerno
Andrea aveva una grande passione per i videogame


SALERNO - Precipita di notte dal terzo piano e si schianta sul marciapiede. E’ morto così Andrea Leuzzi, dodicenne di Salerno, la scorsa notte nel cuore della city. La sua abitazione infatti è ubicata in piazza XXIV Maggio, a ridosso di corso Vittorio Emanuele. La tragica scoperta l’ha fatta un’automobilista di passaggio che si è trovata a transitare nella strada poco dopo la mezzanotte, proprio quando si è verificato lo schianto fatale. Un urlo e poi l’immediata telefonata al 118. Inutile l’arrivo sul posto di due autoambulanze, i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Nessuno dei suoi familiari si era accorto di nulla e l’intero condominio non si è reso conto del trambusto delle autoambulanze e della pattuglia dei carabinieri giunta poco dopo sul posto.

Salerno, 12enne sonnambulo si schianta dal terzo piano

Sono stati proprio i carabinieri, dopo aver svegliato tutti i condomini, a rintracciare la famiglia del ragazzino. Il padre Guido è stato il primo a scendere giù ed a riconoscere il figlio ormai privo di vita. La madre, colta da malore, è giunta dopo alcuni minuti in preda ad una crisi di pianto e di disperazione. Secondo gli amici e i vicini di casa, sembra che Andrea soffrisse da tempo di crisi di sonnambulismo ed avesse allo stesso tempo anche una grande passione per i videogame. Queste due circostanze fanno ipotizzare che il ragazzino possa essersi svegliato nel sonno e in preda ad uno stato di dormiveglia si sia portato sul balcone di casa per emulare – forse – qualche personaggio dei suoi videogame preferiti. Meno probabile invece l’ipotesi del suicidio o dell’incidente, vista anche la tarda ora. I funerali del dodicenne si terranno domani mattina alle dodici nella chiesa dell’Immacolata di piazza San Francesco.

Umberto Adinolfi
28 giugno 2010




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Pedofilia, via libera ai processi in Usa Nuovo dicastero per l'evangelizzazione

Corriere della Sera

La Corte suprema non si esprime sul ricorso del Vaticano.
Il Papa: «Combattere la secolarizzazione della società»



NEW YORK - Via libera ai processi civili contro i preti accusati di pedofilia negli Usa. La Corte suprema ha deciso di non esprimersi sul ricorso del Vaticano nel caso di un cittadino dell'Oregon che ha denunciato di avere subito abusi da un sacerdote e ha tolto l'ultimo ostacolo all'avvio del processo civile. Esaminando il fascicolo "Anonimo contro Santa Sede", i giudici hanno riconosciuto che il Vaticano può essere considerato civilmente responsabile delle azioni dei preti pedofili.

EVANGELIZZAZIONE - Ma c'è un'altra importante novità che riguarda la Santa Sede: Benedetto XVI ha istituito un nuovo dicastero, nella forma del Pontificio Consiglio, con il compito di «promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi dell'Occidente che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di eclissi del senso di Dio». Il Papa ne ha dato l'annuncio durante la celebrazione dei primi vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura. Rivolgendosi alla delegazione ortodossa presente, il Papa ha sottolineato la valenza ecumenica della decisione di creare un nuovo Consiglio: «La sfida della nuova evangelizzazione interpella la Chiesa universale e ci chiede di proseguire con impegno la ricerca della piena unità tra i cristiani». Fonti non ufficiali del Vaticano hanno riferito nelle scorse settimane che il Papa avrebbe scelto monsignor Rino Fisichella, attualmente presidente della Pontificia Accademia per la vita, come guida del nuovo dicastero, ma nell'omelia Benedetto XVI non ha fatto menzione alla personalità prescelta.

IL CASO - Il caso analizzato dalla Corte suprema americana riguarda il reverendo irlandese Andrew Ronan, morto nel 1992. Il Vaticano è accusato di averlo trasferito in diverse città, nonostante ripetuti casi di molestie sessuali su minori. Il cittadino dell'Oregon, John V. Doe, ha denunciato di aver subito abusi negli anni '60 nella scuola cattolica che frequentava. La Santa Sede ha presentato un ricorso invocando il diritto all'immunità che spetta agli Stati sovrani: questo diritto, su cui si era espressa favorevolmente l'amministrazione Obama, è stato poi respinto in vari gradi di giudizio. La Corte suprema ha ora deciso in via definitiva di non fermare l'azione legale, che considera il Vaticano corresponsabile degli abusi.

Ronan fu mandato a Chicago all'inizio degli anni Sessanta, dopo la sua ammissione di molestie su un minore in Irlanda, dove guidava una parrocchia. Il prelato ha poi lavorato alla St. Phillip High School nella città dell'Illinois fino al 1965, ma anche lì è stato protagonista di almeno tre atti di pedofilia. È stato infine trasferito alla St. Albert Church di Portland, nell'Oregon, dove Doe lo conobbe quando era quindicenne come «prete, tutore e consigliere spirituale».

I LEGALI - «L'azione della Corte è una risposta alle preghiere di migliaia di sopravvissuti alle molestie sessuali dei preti, che finalmente avranno una chance di avere giustizia - ha commentato Jeff Anderson, il legale che difende la vittima -. Ringraziamo i giudici per il coraggio con cui hanno lasciato che l'azione legale vada avanti. Finalmente c'è la possibilità di chiudere le ferite». Il legale del Vaticano Jeffrey Lena sottolinea che avrebbe preferito risolvere la questione a livello della Corte suprema, ma - aggiunge - la decisione «non significa che eravamo in errore nell'interpretazione della legge»: «I giudici di Washington hanno valutato che il caso non meritava di essere esaminato al loro livello per ora».

Secondo Lena, il fatto che il ricorso non sia stato accolto «non è una indicazione di mancanza di accordo con la nostra posizione, è semplicemente una determinazione da parte dei giudici che non volevano scegliere questo caso come veicolo per chiarire la legge su questo punto». L'"Anonimo contro Santa Sede" torna ora alla Corte distrettuale dell'Oregon e il dibattito sarà incentrato sulla teoria che il prete in questione era dipendente del Vaticano. «Tutto il resto è stato eliminato. Per prevalere, l'altra parte deve dimostrare che, in base alla legge, Ronan era impiegato della Santa Sede» conclude Lena.

BELGIO - Sempre sul fronte dello scandalo pedofilia, in Belgio si è dimessa la commissione nominata dalla Chiesa per esaminare i casi di abusi sessuali sui minori, guidata dallo psichiatra Peter Adriaenssens. Questi ritiene che le contestate perquisizioni della polizia siano state la dimostrazione della mancanza di fiducia delle autorità giudiziarie nel lavoro del team: «Non potevano che agire in questo modo solo a fronte della convinzione che noi volessimo nascondere le cose, truffarli in un qualche modo. Invece io mi sono fatto come punto d'onore quello di lavorare in piena trasparenza».

Il professore si è dichiarato «scioccato» per le perquisizioni della Procura di Bruxelles, dicendosi preoccupato per la privacy delle vittime che avevano scelto di riferire alla commissione gli abusi sessuali subiti dai preti. Istituita nel 2000 come organo indipendente, la commissione intendeva essere un interlocutore privilegiato delle vittime di presunti abusi da parte di sacerdoti, diaconi, catechisti o operatori pastorali, ricevendo le denunce e fornendo un'adeguata assistenza psicologica, medica e legale. Nel sito web si riferisce che l'ente informa i vescovi e le autorità ecclesiastiche competenti delle denunce.



SCUSE - In Vaticano l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schoenborn, ha presentato le proprie scuse al Papa: a maggio aveva accusato l'ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano di aver offeso le vittime di abusi sessuali e di aver insabbiato a suo tempo l'inchiesta sugli atti di pedofilia compiuti dall'allora capo della diocesi viennese Hans Hermann Groer. Ricevuto in udienza a San Pietro, Schoenborn ha espresso a Benedetto XVI il proprio «dispiacere» per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni. Dopo l'udienza riservata, sono stati invitati all'incontro anche lo stesso Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio, e il segretario di Stato in carica, il cardinale Tarcisio Bertone.

Benedetto XVI ha ricordato a Schoenborn che solo il Papa può criticare o muovere accuse a un cardinale. «Si ricorda che nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa - si legge nella nota ufficiale della Santa Sede -; le altre istanze possono avere una funzione di consulenza, sempre con il dovuto rispetto per le persone». In alcune conversazioni con i giornalisti, Schoenborn aveva criticato il termine "chiacchiericcio" - usato da Sodano in merito allo scandalo pedofilia - perché considerato offensivo verso le vittime degli abusi.

L’arcivescovo di Vienna aveva poi accusato Sodano di essere il capofila dell’ala della Curia romana che, negli anni passati, ha insabbiato le accuse di pedofilia che condussero il suo predecessore, Groer, alle dimissioni nel 1995. Schoenborn, spiega la nota, «aveva chiesto di poter riferire personalmente al Sommo Pontefice circa la presente situazione della Chiesa in Austria». Con Sodano e Bertone, aggiunge, «sono stati chiariti e risolti alcuni equivoci molto diffusi e in parte derivati da alcune espressioni del cardinale Schoenborn, il quale esprime il suo dispiacere per le interpretazioni date. In particolare, la parola "chiacchiericcio" sarebbe stata usata per indicare "il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti"». Schoenborn ha poi chiarito il senso di recenti dichiarazioni su alcuni aspetti dell'attuale disciplina ecclesiastica.

Redazione onli




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La Karbon si difende dall'accusa di frode fiscale: «Colpa dell'agenzia»

Corriere della Sera

«La gestione non era trasparente ho revocato il mandato e provveduto a regolarizzare la mia posizione»


BOLZANO - Addossa ogni responsabilità ad un'agenzia la campionessa altoatesina di sci Denise Karbon, indagata in Alto Adige per frode fiscale. «Per la gestione delle sponsorizzazioni - ha detto - sono stata consigliata di affidarmi ad un'agenzia del settore, che già aveva in gestione altri atleti. Mi sono affidata totalmente a questa agenzia. Resami conto che la gestione non era trasparente ho revocato il mandato e provveduto a regolarizzare la mia posizione».

LE INDAGINI - La Guardia di Finanza starebbe indagando su somme già depositate su conti bancari esteri da un intermediario altoatesino, che si ipotizza riconducibili alla sciatrice azzurra, e poi rientrate in Italia. Karbon ha inoltre precisato: «Tutti i miei compensi vengono dichiarati e tassati in Italia».


28 giugno 2010





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Balotelli spara per strada La sfida di Storace a Fini: "Ci dica chi è lo stronzo"

di Redazione

SuperMario fermato dagli agenti milanesi dopo aver esploso dei colpi con una pistola scacciacani in centro a Milano.

E Storace: "Viene santificato ogni giorno da Fini come un nuovo italiano: è lui lo stronzo?"


 

Milano - Non poteva mancare la bagarre politica da far contorno alla bravata notturna dell'interista Mario Balotelli. L'attaccante nerazzurro è stato fermato e controllato dagli agenti milanesi dopo aver esploso dei colpi con una pistola scacciacani nel pieno centro del capoluogo lombardo. Immediata la reazione del segretario della Destra, Francesco Storace, che interroga il presidente della Camera Gianfranco Fini: "Si può dire che lo stronzo è lui?".

Le accuse di Storace L’attaccante nerazzurro era in compagnia di tre amici a bordo della sua Audi di colore nero. Qualcuno ha chiamato la polizia e gli agenti sono intervenuti per un controllo. Balotelli ha ammesso di aver sparato con una pistola giocattolo con tappo rosso e ha chiesto scusa, parlando di una "ragazzata". "Balotelli viene santificato ogni giorno dal presidente della Camera come un nuovo italiano - tuona Storace - ma è solo un bullo che offre un pessimo esempio ai nostri ragazzi. Mettersi a sparare con una scacciacani nel centro di Milano è indegno". Poi chiede: "Onorevole Fini, si può dire che lo stronzo è lui?".





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Fisco, Italia quinta in Europa per pressione fiscale

Corriere della Sera

Nel 2009 scalati due posti: era settima nel 2008. Peggio di così nel lontano 2007



MILANO - Aumenta la pressione fiscale complessiva rispetto al Pil nel 2009: secondo l'Istat, in Italia è passata dal 42,9 per cento del 2008 al 43,2 per cento. Nel 2008 era al settimo posto. Per tornare ad una pressione fiscale più alta in Italia, bisogna tornare indietro al 1997, l'anno dell'Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). In Europa, siamo allo stesso livello della Francia ma inferiore a quella di Belgio (45,3 per cento) e Austria (43,8 per cento), oltre che rispetto ai paesi scandinavi, i cui più evoluti sistemi di welfare hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Danimarca e Svezia, infatti, presentano i valori più elevati della pressione fiscale (rispettivamente 49,0 per cento e 47,8 per cento), mentre quelli più bassi si riscontrano in Lettonia (26,5 per cento), Romania (28,0 per cento), Slovacchia e Irlanda (29,1 per cento), Lituania (29,3 per cento) e Bulgaria (30,9 per cento). Tornando all'Italia, l'Istat segnala che il risultato del 2009 è «l'effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3 per cento) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in c/capitale), cresciute in valore assoluto di quasi dodici miliardi di euro».

Tra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base al cosiddetto «scudo fiscale», per un importo di circa 5 miliardi di euro, e i versamenti una tantum dell'imposta sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell'economia, in particolare quello bancario. Tutte le altre componenti del prelievo fiscale sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2 per cento (dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008), le imposte dirette del 7,1 per cento e i contributi sociali effettivi dello 0,5 per cento. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1 per cento) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell'Iva (-6,7 per cento) e dell'Irap (-13,0 per cento). L'andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell'importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell'occupazione.

I CONTI PUBBLICI - Dalle statistiche sui conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche diffuse oggi dall'Istat risulta che la spesa pubblica nel 2009 ha sfiorato gli 800 miliardi di euro e ha superato, in valori percentuali, oltre la metà del prodotto interno lordo, tornando ad un 'pesò che era tale solo negli anni Novanta. La spesa pubblica totale lo scorso anno è stata pari a 798,854 miliardi di euro, il 52,5% del Pil. Risulta in crescita, in rapporto al prodotto interno lordo, per il terzo anno consecutivo. Per tornare ad un peso tale sull'economia, oltre la metà della ricchezza prodotto in Italia, bisogna tornare al 1996 quando il rapporto spesa-Pil era al 52,6% (ma nel '93 era arrivata anche al 56,6%). Come in tutta Europa hanno pesato i costi degli ammortizzatori sociali. - Nel confronto con gli altri Paesi europei, la spesa complessiva dell'Italia in rapporto al Pil, al lordo delle vendite di beni e servizi e al netto degli ammortamenti, è stata più alta di 1,3 punti percentuali rispetto alla media dei sedici Paesi dell'area dell'euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei paesi dell'Ue. Nell'ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell'1%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%).

Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4% contro una variazione del 2,2% rilevata nel 2008. Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche è aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008. «Il contributo più importante alla crescita della spesa, in Italia, come negli altri paesi Ue, proviene - sottolinea l'Istat - dalle prestazioni sociali in denaro (pensioni, sussidi, ecc.): nel 2009 queste hanno segnato un'incidenza di oltre il 36% sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1%, dovuta all'effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali». Nel 2009, la diminuzione dei tassi d'interesse ha avuto «un importante ruolo di contrasto alla crescita della spesa pubblica», rileva l'istituto di statistica. In Italia, la riduzione della spesa per interessi passivi (-12,2%), con un'incidenza pari a quasi il 9% sul totale delle uscite, e dopo un biennio in aumento, ha liberato risorse per circa 10 miliardi di euro, equivalenti a oltre mezzo punto percentuale di Pil.

Redazione online
28 giugno 2010



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Doppia fila, da oggi le multe a strascico

Corriere della Sera

Venti pattuglie in quattro zone a caccia di trasgressori con video e pc.
De Corato: «Lotta agli ingorghi»


MILANO - Si chiama Street Control, ma la sicurezza per una volta è solo un aspetto secondario. La traduzione libera non lascia invece dubbi: multe a strascico. Ovvero: stangata in arrivo per gli automobilisti con il vizio della doppia fila. La sperimentazione comincia oggi. Venti pattuglie di vigili urbani, con a bordo telecamera e pc portatile, gireranno per la città a caccia di macchine in doppia fila. Il meccanismo è semplice: la telecamera scatterà in automatico due foto, la prima alla targa della vettura in divieto e l’altra all’interno dell’abitacolo per registrare che effettivamente a bordo non ci sia nessuno.

In un primo periodo, come atto di «cortesia», i ghisa lasceranno un avviso sul parabrezza per avvertire della contravvenzione. Poi la multa arriverà direttamente a casa e il proprietario potrà andare a verificare su Internet la foto del veicolo, il giorno e l'ora dell’infrazione. La «tonnara» scatterà inizialmente in quattro zone: Sarpi, Manzoni-Turati, Monza-Loreto, Marghera-corso Vercelli. «Ma nel corso della settimana— spiega il vicesindaco e assessore ai Trasporti Riccardo De Corato — le pattuglie con a bordo il sistema di street control si sposteranno lungo viale Abruzzi e via Padova, in piazza San Babila, lungo il perimetro del tribunale, in viale Papiniano e in corso Magenta. Per poi trasferirsi lungo le due Cerchie, in piazzale Maciachini e in via Ripamonti».

Un’emergenza cittadina. Secondo le recenti stime dell’Aci, le auto parcheggiate irregolarmente ogni giorno in città oscillano tra le 60 mila e le 90 mila. «Ma Street Control — assicura lo stesso Riccardo De Corato— vuol dire anche sicurezza: il dispositivo sarà impiegato anche per il riconoscimento di auto sospette e per riprendere situazioni di pericolo». Perplessi i sindacati di categoria. Roberto Miglio della Rsu del Comune confessa un sospetto: «Serve solo a fare cassa». «Macché — replica De Corato —, l’obiettivo è solo quello di combattere code e ingorghi nelle zone più trafficate». Daniele Vincini del Sulpm è nettamente contrario: «La macchina non può e non deve sostituire l’uomo. La telecamera potrà anche essere più " produttiva", ma non sarà certo in grado di valutare situazioni di vera emergenza o necessità. Preferiamo una produzione inferiore di multe, ma salvaguardando i valori della valutazione e dell’educazione». E poi c’è il rischio ricorsi: «C’è una sentenza della Cassazione che dice che le sanzioni devono potere essere contestate al momento dell’avvenuta infrazione». Andrea Senesi

28 giugno 2010



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Furti di zaini a Gardaland: arrestati otto minorenni, figli della "Milano bene"

Corriere della Sera

I giovani sono stati bloccati dai carabinieri in borghese all'interno del parco divertimenti

VERONA

Avevano chiesto ai genitori di passare una giornata a Gardaland. Ma dopo aver provato alcune delle attrazioni più celebri del parco divertimenti, hanno deciso di fare qualcosa di più «emozionante». E così hanno rubato gli zaini a una ventina di coetanei. Per questo motivo, otto minorenni, fra cui cinque figli di noti imprenditori e professionisti milanesi, sono stati arrestati per furto dai carabinieri. Un fatto analogo si era verificato lo scorso anno nello stesso parco divertimenti: anche in quel caso i protagonisti erano ragazzini incensurati e di buona famiglia.

LA BRAVATA - I cinque ragazzi di buon famiglia avevano chiesto ai loro genitori come regalo per la fine della scuola, una delle più prestigiose di Milano, di passare una giornata a Gardaland - hanno raccontato loro stessi ai carabinieri in caserma - ma dopo aver provato alcune attrazioni tra le più emozionanti, come il «Blu tornado» e «Space vertigo», hanno pensato a qualcosa di provare qualcosa di più forte: rubare degli zaini, così come avevano fatto alcuni loro amici, reduci da un raid la settimana precedente. Dopo aver scelto attentamente le loro vittime, hanno aspettato che salissero sui giochi lasciando gli zaini sugli scaffali appositi (che non hanno sportelli) e sono entrati in azione. I carabinieri, in borghese, si sono messi sulle loro tracce e dopo alcuni appostamenti e pedinamenti li hanno bloccati, recuperando tutti gli zaini da cui i ladruncoli non avevano asportato né soldi, né cellulari: alcuni non li avevano neanche aperti. Volevano solo provare il brivido del furto, tanto che - hanno raccontato ai carabinieri - li avrebbero poi abbandonati fuori dal parco.

IL PRIMO CELLULARE - Gli zaini sono stati riconsegnati tutti ai legittimi proprietari, rintracciati attraverso i cellulari, compreso un ragazzino di 14 anni che, avvilito dalla perdita del suo primo telefonino ricevuto in regalo per la promozione, quando ha incrociato in caserma uno dei ladruncoli ha tentato di aggredirlo per sfogare la rabbia.

Redazione online
28 giugno 2010

Rampolli della «Milano bene» derubavano i turisti a Gardaland (4 giugno 2009)




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Il fisco e la «lista Falciani» Indagini sui primi cento nomi

Corriere della Sera

Perquisizioni della Finanza in abitazioni e uffici

Evasione - I depositi degli italiani in Svizzera nella banca inglese Hsbc

Il fisco e la «lista Falciani» Indagini sui primi cento nomi


ROMA

Sono stati scelti in base ai «canoni di pericolosità fiscale». Vuol dire che hanno movimentato milioni di euro e per questo potrebbero essere chiamati a pagare multe salatissime: dal 20 al 50 per cento delle somme nascoste al fisco, oltre alla tassa sul reddito maggiorata fino al 400 per cento. Sono i primi 100 nomi della «lista Falciani» sottoposti a verifica dalla Guardia di Finanza. I controlli sono appena cominciati. Tecnicamente si chiamano «accessi», in realtà si tratta di vere e proprie perquisizioni nelle abitazioni e negli studi professionali alla ricerca di elementi utili a ricostruire le disponibilità economiche e dunque gli elementi per avviare la procedura amministrativa e l’eventuale segnalazione alla Procura competente per il reato di omessa dichiarazione.

Nell’elenco sottoposto ad accertamenti ci sono soltanto persone fisiche, nessuna società. Tra loro: 24 risultano residenti in Lombardia, altri 24 nel Lazio, 7 in Toscana, 7 in Emilia, 5 in Campania, i rimanenti sono sparsi tra Piemonte, Veneto e Trentino. Professionisti, ma molte sono casalinghe, presumibilmente prestanome di chi ha così trovato il modo di occultare i propri risparmi. Avevano scelto la filiale di Ginevra della banca inglese Hsbc, mai immaginando che Hervè Falciani—il responsabile del sistema informatico dell’istituto di credito — si sarebbe portato via 127.000 schede di conti correnti dei clienti di mezzo mondo tentando di venderle prima alla concorrenza e poi al fisco tedesco. Dopo la fuga a Beirut, lo hanno arrestato a Nizza i gendarmi francesi riuscendo a recuperare il bottino. Poi hanno deciso di trasmettere i vari elenchi divisi per nazionalità a chi ne avesse fatto richiesta.

La Procura di Torino si è fatta avanti con una rogatoria, ma prima le Fiamme Gialle sono riuscite ad ottenere copia dei dati relativi ai 5.728 contribuenti (le posizioni finanziarie sono 6.936, ma alcune sono riconducibili alla stessa identità) italiani grazie alla procedura prevista da un trattato di collaborazione tra Roma e Parigi.

I finanzieri hanno in mano la movimentazione completa di ogni deposito con il saldo finale aggiornato al 2007, ma anche il dossier titoli, gli eventuali acquisti di valuta, i fondi di investimento. Complessivamente la somma accantonata in Svizzera era di circa cinque miliardi e mezzo di euro da avvocati, medici, commercialisti, ma anche attori registi, due giornalisti, svariati stilisti, sportivi e diplomatici. Il 63 per cento, vale a dire 6 su dieci, sono residenti in Lombardia, l’11 per cento nel Lazio, il 7 per cento nel Piemonte. Alcuni di loro hanno potuto contare anche su una provvista che supera i dieci milioni di euro e tanto basta per farsi un’idea delle multe che potrebbero essere inflitte e dunque dell’interesse dell’Erario affinché ci si muova con tempi rapidi per recuperare le somme sottratte al fisco e avere una boccata di ossigeno in questo momento di crisi.

Le verifiche avviate in queste ore riguardano persone che non hanno mai presentato denuncia dei redditi oppure che hanno presentato dichiarazioni «incongrue» rispetto ai soldi che possedevano invece all’estero. La prima circostanza da accertare riguarda l’eventuale ricorso allo scudo fiscale: chi ha deciso di non avvalersene dovrà provare la legittimità del trasferimento del denaro in Svizzera, in base all’inversione dell’onore della prova che scatta in materia fiscale. Entro il 31 luglio i nuclei di polizia tributaria delle varie città dovranno consegnare i risultati di questi primi 100 nomi e subito dopo scatterà l’indagine a tappeto, privilegiando naturalmente chi risulta avere il «tesoretto» più grosso.

Fiorenza Sarzanini
28 giugno 2010



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Ustica, un missile sull’aereo Me lo disse subito un generale»

Corriere della Sera

Era il pilota di Nenni, escluse il cedimento strutturale. Furono i francesi? L’ha detto Cossiga, sto con lui»

ROMA


A sentire Rino Formica, il socialista che era ministro dei Trasporti nel governo guidato da Francesco Cossiga quando precipitò il Dc9 dell’Itavia, i casi sono due. O la verità sulle 81 persone morte nel volo su Ustica si trova in archivi italiani, e allora il personale che ha governato l’Italia dopo la fine della Prima Repubblica, «proveniente dall’estrema destra all’estrema sinistra», non è stato in grado di rivelarla per volontà o inadeguatezza. Oppure la verità sul 27 giugno 1980 è all’estero, e l’incapacità di ottenerla dimostra che il nostro Paese non è autorevole a livello internazionale come molti di quegli stessi politici lo descrivono.

Sarebbe interessante una sua intervista su Ustica...
«Mi vergogno a parlarne», è la prima risposta di Formica, 83 anni, al Corriere.

Di che cosa si vergogna?
«Parlarne dopo 30 anni e dire alle famiglie che c’è ancora da scavare sulla verità è, per il Paese, un segno di impotenza o di ipocrisia».

Dovuto a che cosa?
«Questo è un sistema politico che non conta niente. Quando si rideva della storia del missile (la tesi che fosse stato un missile ad abbattere l’aereo, ndr), fui il primo al Senato, di fronte a tutti i gruppi parlamentari che accettavano la teoria del "cedimento strutturale", ad affermare: attenti, potrebbe esser stato qualcosa di esterno. C’era la tesi del generale Rana».

Era stato il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico italiano, a dirle che il Dc9 poteva essere stato colpito da un missile.
«Valutando i dati dei radar, Rana lo riteneva razionalmente possibile. Siccome è escluso si trattasse di un missile di batteria italiana, e deve essere straniero, dovremmo ricavarne un paio di elementi».

Quali?
«Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c’è forza politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese. Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e sinistra...».

Quando Rana le parlò di missile, il ministro della Difesa Lelio Lagorio, Psi, non diede seguito.
«Nel dire "cosa un po’ fantasiosa", doveva reggersi sullo stato maggiore. Che poteva dire?».

E lei?
«Io non disponevo di alcun elemento certo, ma della valutazione di uno del quale avevo grande fiducia. Di Rana mi fidavo del tutto, non solo perché era stato il pilota di Pietro Nenni, anche perché lo conoscevo come uomo specchiato, onesto, impastato della storia dell’Aeronautica. Rana escludeva il collasso strutturale, non stabiliva chi era l’esecutore. Il problema era che, vista l’assenza del collasso...».

Formica, ma lei che idea si è fatto? Chi buttò giù il Dc9?
«Sto alle osservazioni di Cossiga. Ha detto: i francesi».

La strage di Ustica dimostra la scarsa sovranità dell’Italia.
«Il problema non è quanto è avvenuto fino agli anni ’80, quando la sovranità era determinata dalla divisione del mondo in blocchi, ma dopo».

Questo non è un palleggio? Al governo c’era lei, allora.
«No, non lo è. Perché tutti quelli al governo dopo si sciacquano la bocca sul fatto che la Prima Repubblica era assoggettata all’estero. Scusi, Obama se non sa che fare non chiede consiglio a Berlusconi? Putin non sa da qui i calzini da mettere? Non daremmo tanti consigli? Tanti consigli, tanti pernacchi. E Gheddafi? Vanno sempre sotto la sua tenda. E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure all’orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a sinistra. Senta, sò tutti dei girella».

Maurizio Caprara
28 giugno 2010





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Gaza, ritorsione turca: chiuso lo spazio aereo a Israele "Deve chiederci scusa"

Quotidianonet

Parlando in Canada ai giornalisti, Erdogan ha precisato che la misura è stata adottata dal suo governo dopo il blitz israeliano del 31 maggio scorso contro la ‘Freedom flottiglia’ diretta a Gaza



Ankara, 28 giuGNO 2010

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa turca Anatolia, il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha detto che la Turchia ha chiuso il suo spazio aereo a Israele.
Parlando in Canada ai giornalisti, Erdogan ha precisato che la misura è stata adottata dal suo governo dopo il blitz israeliano del 31 maggio scorso contro la ‘Freedom flottiglia’ diretta a Gaza, in cui hanno perso la vita nove attivisti turchi.

A seguito di questo incidente le tensioni tra Israele e Turchia, un tempo stretti alleati regionali, si sono acuite e Ankara ha ritirato il suo ambasciatore da Tel Aviv e ha annullato delle esercitazioni militari congiunte. Il governo turco ha detto anche che manterrà a un livello ridotto gli scambi commerciali bilaterali fino a quando Israele non si scuserà per il blitz.

Ieri il quotidiano israeliano Yediot Ahronot ha riportato la notizia che la Turchia non ha autorizzato il passaggio nel suo spazio aereo di un velivolo che trasportava ufficiali dell’esercito israeliano che si stavano recando in Polonia, per una commemorazione ad Auschwitz.
L’aereo da trasporto, con oltre cento persone a bordo, è stato costretto a fare una deviazione, ha aggiunto il giornale. Le autorità militari israeliane non hanno commentato l’episodio per non inasprire ulteriormente i rapporti, ha aggiunto lo Yedioth Ahronot.





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Sinistra da Paperissima e la Hunziker censurata

di Paolo Bracalini

Chi cancella la rubrica della soubrette e della Bongiorno e scoppia il caso

Per la stampa no Cav è una vendetta del premier contro la deputata finiana


 

Ma quale giallo, al massimo biondo, biondo platino. Nel nuovo pantheon democratico degli imbavagliati dal regime, dopo Bertolino, la Dandini, Luttazzi e la Gialappa’s band, mancava solo lei, Michelle Hunziker da Sorengo, Svizzera. Ci entra di diritto, con un bel bavaglio rosa su t-shirt griffata e fisico modellato dal pilates, insieme alla compagna di rubrica giornalistica imbavagliata, l’avvocata finiana Giulia Bongiorno, altrettanto scattante ma leggermente più ferrata su codici e intercettazioni. Il diabolico disegno del Cavaliere, attuato con gelido calcolo assoldando i migliori censori sul mercato, doveva rimanere segreto ma è stato purtroppo scoperto.

Si è atteso un po’, solo qualche annetto, con la scusa di un restyling radicale del mondadoriano Chi, ma è tutto calcolato: la rubrica della coppia Hunziker-Bongiorno, due nemiche del governo, doveva saltare e così è stato. Non solo per via della dispettosa finiana, che in Commissione giustizia alla Camera non perde occasione per mettere i bastoni tra le ruote ai provvedimenti berlusconiani, ma anche per la Hunziker, una pericolosa sovversiva sotto le vesti (di solito poche) di amabile polentona della porta accanto, in realtà un disfattista e amica delle Procure politicizzate, che solo per una distrazione del regime ha ancora un contratto milionario con la Mediaset di casa Berlusconi.

Una tremenda svista anche il fatto che un famoso spot anti-stalking della Onlus di Hunziker-Bongiorno sia stato patrocinato proprio da Mediafriends, l’associazione benefica di Rti, Mediaset e Mondadori, trasmesso su tutti i canali Mediaset, presentato a Striscia la notizia (Canale 5), e interpretato tra gli altri anche da Silvia Toffanin, fidanzata di Pier Silvio Berlusconi e madre dell’ultimo nipote del Cav. Tutte coincidenze che non devono ingannare: questo governo vuole imbavagliare le persone libere come la Hunziker. Ora chissà che la falce illiberale non si abbatta su altre soubrette progressiste.

La nuova frontiera della resistenza passa dalle pagine patinate del settimanale di indiscrezioni, avvistamenti vipposi, rubriche glamour e foto di deretani preferibilmente desnudi. Che ci faceva lì «Doppia difesa», la rubrica di passione civile anti-stalking delle Thelma&Louise (copyright Dagospia) de’ noantri? Spazzata via dal restyling grafico dell’ultimo numero, occasione nella quale di solito i periodici rivedono, ridecidono e, se è il caso, cassano le rubriche meno efficaci e meno lette...

Che tra queste ci fosse proprio lo spazio della coppia dissidente finian-svizzera, dev’essere sicuramente una malignità messa in giro dalla solita propaganda di regime. Che poi la rubrica di denuncia sociale non rientrasse più negli obiettivi del marketing Mondadori, che punta a catturare più investitori tra le grandi maison della moda e nella fascia glamour, è solo un’astuzia per depistare dal tremendo sopruso alla libertà di stampa.

La lezione di Santoro ha fatto scuola, gli epigoni si moltiplicano. In Rai l’ufficio legale ha registrato un picco di cause di reintegro, dal momento che ogni spostamento nel palinsesto, governando Berlusconi, equivale ipso facto a una odiosa radiazione dei nemici politici. E anche la nuova opposizione, quella degli amici finiani, segue le orme di Don Michele. E quindi è giusto che Flavia Perina, altra finiana di ferro e direttrice del Secolo d’Italia, accorra in aiuto della compagna di partito imbavagliata, e anche della pasionaria Michelle.

«È una meschina ritorsione per il ruolo svolto dalla Bongiorno», ha spiegato scaldandosi. Così anche il Fatto è rimasto colpito da quest’ultima bassezza del regime arcoriano, evidenziando un particolare di inaudita gravità antidemocratica: «La Hunziker non è stata nemmeno avvisata, lo ha scoperto aprendo il numero in edicola questa settimana». Allarmi più che legittimi, un Paese che non avvisa la Hunziker della soppressione della sua rubrica difficilmente può dirsi democratico.

Perciò, a ben vedere, qui si apre un altro filone bavagliesco nella questione Chi. Perché non è solo la rubrica di Hunziker-Bongiorno ad essere finita sotto le forbici dell’intelligence berlusconiana, ma anche «Vippissime news», una paginetta di notizie gossippare evidentemente sgradite al governo che ha provveduto a farle rimuovere con opportuno editto bulgaro. Certo, sempre meno bulgaro di quello che ha colpito la Bongiorno e la Hunziker. Qualcuno le restituisca il maltolto. Oppure, in alternativa, le consegni un Tapiro d’oro.



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iPhone4, gli hacker annunciano la “liberazione”: jailbreak avvenuto

Il Messaggero

Foto e video su YouTube mostrerebbero “l'attacco” riuscito a soli tre giorni dal debutto dell'ultimo gioiello della Apple



 
di Laura Bogliolo

ROMA (27 giugno)

Hacker contro Apple: uno a zero. Un'altra battaglia sembra essere stata vinta dagli smanettoni dell'iPhone4, l'ultimo gioiello di Steve Jobs che ha debuttato il 24 giugno su cinque mercati (in Italia arriverà a metà luglio). La notizia che sta facendo il giro dei blog specializzati è: iPhone4, jailbreak avvenuto. Tradotto: gli hacker avrebbero "liberato" l'iPhone, consentendo agli utenti
di utilizzare non solo le funzioni previste dalla Apple.

Il jailbreak dell'iPhone rende lo smartphone un sistema "aperto" consentendo di eliminare ogni tipo di restrizione (o quasi) e di accedere ai file di sistema. Il risultato? Si potranno installare applicazioni non originali e modificare (migliorandole) le funzioni già presenti. Dopo aver fatto il jailbreak il passo successivo è quello di installare Cydia, applicazione con la quale si possono scaricare numerosi programmi gratis o a pagamento. La pratica, ovviamente, è illegale così come ha ricordato la Apple poco tempo fa spiegando che l’iPhone è stato progettato per ottenere nuove applicazioni soltanto tramite l’App Store.

Una “prova” del jailbreak avvenuto sull'iPhone 4 sarebbe un'immagine messa online da MuscleRed (hacker di Los Angeles, del Dev-team blog cui appartiene Comex, già noto per imprese simili). L'immagine (vista oltre 40mila volte) mostra lo screenshot. Se gli hacker fossero davvero riusciti nell'impresa sarebbe un altro duro colpo a Steve Jobs, dopo le critiche sulla ricezione del segnale telefonico se si tiene in mano il dispositivo toccandolo sul lato sinistro, dove sono posizionate le antenne. La risposta di Jobs al problema? «Cambiare il modo di impugnare il telefono», frase che ha scatenato numerose critiche tra gli appassionati.

Su YouTube viene annunciato l'"iPhone4 Jailbreak". Un utente mostra l'installazione di Cydia, il passo successivo allo sblocco dell'iPhone. Il tool non è ancora stato rilasciato e c'è già chi nei commenti del video propone di pagare dai 30 ai 50 dollari per avere le informazioni necessarie per sbloccare il proprio iPhone4, chi invece parla di fake, di un falso.

Molti continuano a puntare su George Hotz (aka geohot) hacker di "professione" che tempo fa mostrò sul suo blog il jailbreak su un iPad e che alla convention di Parigi "Nuit du Hack" aveva annunciato l'arrivo di un sistema in grado di eseguire il jailbreak su ogni versione dell'iPhone (il video dell'annuncio). Il giovane guru degli hacker dal suo account su Twitter però avverte : "Nessun piano per il prossimo jailbreak, basta domande". Ma ormai migliaia di appassionati si sono scatenati nella caccia del tool "liberatorio". Molti puntano su "pwned4life", il nome con cui il guru degli hacker ha battezzato il nuovo jailbreak.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it





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Pechino contro Pyongyang

La Stampa



Per il 60/o anniversario della fine della guerra fredda la Cina prende le distanze con il Nord Corea mentre si avvicina sempre più a Taiwan e agli Usa
di Francesco Sisci

PECHINO

Nella Cina da sempre semi atea e poco religiosa, due sono le vere ragioni di preghiera e le fonti di adorazione, l’idea della Cina stessa e la sua storia, elementi che poi si confondono e forse sono la stessa cosa. Così, ogni una volta una, riscrittura della storia è un modo per ridefinire la propria identità nazionale e il proprio destino per il futuro.

Ieri, in occasione del 60° anniversario dell’inizio della guerra di Corea, che diede poi ifuoco alle polveri della guerra fredda e cementò per decenni lo scontro politico e ideologico in tutto il mondo, Pechino si è discostata dalla vecchia linea ufficiale, che dava la colpa del conflitto a una presunta aggressione americana.

L’agenzia ufficiale “Nuova Cina” ha freddamente affermato: “il 25 giugno 1950, l’esercito nordcoreano attraversò il 38° parallelo e cominciò l’attacco. Tre giorni dopo Seoul cadde.”

D’altro canto il giornale “Tempi Globali”, costola populista dell’ufficialissimo “Quotidiano del Popolo”, esortava gli studiosi cinesi a “compiere sforzi maggiori e più grandi per scoprire la verità sulla guerra di Corea”.

Nel nostro paese dove la tradizione è il Gattopardo, tutto cambia per cambiare niente, o il melodramma, urlacci e grida che nascondono spostamenti appena millimetrici, questi accenni paiono nulla.

Ma in Cina, dove gli avvertimenti o i grandi cambiamenti sono appena sussurati, favori e sfavori sono indicati con un giro di sguardi, frasi così dicono ai cinesi, ai nordcoreani (che certamente capiscono) e al resto del mondo (che spesso non capisce) che Pyongyang oggi è molto più sola.

Il riferimento oggi non è certo alla storia antica, ma molto più concretamente alla vicenda della corvetta sudocreana affondata a marzo probabilmente da un siluro arrivato dal nord.

Pechino finora si è opposta a sanzioni contro Pyongyang, chieste a gran voce dal Sud Corea, dal Giappone e dagli Usa dopo l’evento. Ma d’altro canto queste dichiarazioni provano che la Cina non è più disposta a sostenere il peso della vecchia alleanza stretta come “labbra e denti”.

In altre parole, se Pyongyang attacca di nuovo Pechino non correrà più in soccorso per salvarla. Si tratta quindi di un durissimo avvertimento a Pyongyang nel momento in cui la Cina sta ricalibrando molte delle sue carte politiche regionali.

Infatti, molti storici cinesi oggi affermano apertamente che proprio l’intervento di Mao nella guerra di Corea perse la possibilità di una riunificazione con l’isola di Taiwan. Forse, senza un intervento cinese in Corea, gli americani non avrebbero protetto il traballante regime del generalissimo Chiang Kai-shek rifugiatosi a Formosa.

Oggi la riflessione è particolarmente importante perché proprio in questi giorni il presidente taiwanese Ma Ying-jiu, del partito nazionalista (Kmt), ha approvato l’accordo di libero scambio con il continente cinese.

L’accordo dovrebbe essere una manna per l’anemica economia dell’isola. Nei fatti Pechino si incaricherà di importare da Taiwan senza dazi, miliardi di beni di ogni tipo e aprirà anche all’industria dei servizi taiwanese sul continente.

L’accordo però è controverso, perché di fatto legherà ancora di più la società di Taiwan alla Cina continentale, anche senza un accordo per la riunificazione.

Infatti, migliaia di sostenitori del partito di opposizione, il Democratico progressista (Dpp), sono scesi in piazza per protestare contro l’accordo e chiedere un referendum popolare per la sua ratifica.

Il Dpp vorrebbe una dichiarazione unilaterale di indipendenza dal continente, visto che Taiwan è di fatto indipendente ma formalmente è parte di un’unica Cina.

A Pechino è chiaro che oggi come allora, una concessione sul Nord Corea significa un maggiore sostegno americano su Taiwan, e il Kmt, partito del presidente in carica nell’isola, è da almeno 80 anni il grande alleato degli Usa in Asia.

Ciò non significa che la Cina lascerà crollare il Nord Corea nelle prossime settimane. Nessuno nella regione vuole in realtà questo crollo, a cominciare dai sudcoreani, che certo non hanno voglia di fermare per decenni la loro economia per i giganteschi costi della riunificazione con il nord.

Di certo però si percepiscono grandi movimenti nella geografia politica della regione che oggi come 60 anni fa, potrebbero portare a una situazione politica molto diversa a livello globale.

In questo caso, più che nelle sedi dei grandi vertici internazionali, si vede una crescente convergenza con l’America sui grandi temi di fondo e sui giudizi storici profondi, cosa che in Cina più di ogni altra cosa rivela l’atteggiamento politico mentale.

 

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Dolomiti, isole, spiagge, palazzi In vendita i "tesori" del demanio

La Stampa



Ecco la lista dei beni dei quali gli enti locali possono fare richiesta:sono 19mila tra fabbricati e terreni.
Spunta anche il cinema di Moretti
ROMA

Non colmerà esattamente i tagli della Finanziaria per i quali sono sul piede di guerra ma con il federalismo demaniale agli enti locali può arrivare di certo un bel tesoretto. Dalle isole ai mercati, dalle montagne agli ex aeroporti, il valore di inventario di tutto il patrimonio che diventa disponibile per le autonomie che potranno "scegliere" alcuni di questi beni con un progetto di valorizzazione, è di poco oltre i tre miliardi. Ma è chiaro che può diventare molto di più. Anche perchè a disposizione, a titolo gratuito, di Comuni, Province e Regioni c’è un patrimonio consistente di beni, messi nero su bianco dall’agenzia del demanio in un elenco al momento ancora provvisorio.

L’ente diretto da Maurizio Prato metterà infatti sul suo sito online a fine luglio l’elenco ufficiale e aggiornato dei beni. Intanto, mercoledì ci sarà la relazione del ministro del Tesoro sui numeri del federalismo fiscale in Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda il federalismo demaniale si va, al momento, da Porta Portese all’intero Idroscalo a Roma, da San Pietro in Vincoli alla facoltà di Ingegneria della Sapienza, dalla montagne delle Dolomiti alla piazza d’Armi dell’Aquila, al faro di Mattinata sul Gargano fino all’ex forte Sant’Erasmo a Venezia. Ecco, in pillole, una sintesi dei beni dello Stato che potrebbero andare in mano alle autonomie che, per legge devono prioritariamente valorizzarli ma eventualmente anche ’alienarlì a patto che gli introiti vadano a riduzione del debito.

PALAZZI STORICI
Roma la fa da padrona. C’è il museo di Villa Giulia, dal quale potrebbe essere sfrattata la famosa coppia di sposi Etruschi, presente in tutti i libri di storia dell’arte antica e il cui valore di inventario è poco più di quattro milioni e mezzo di euro. Sempre nella Capitale risultano a disposizione, tra gli altri, un immobile a piazza delle Coppelle, in pieno centro e attualmente in uso al Senato che vale oltre 22 milioni e mezzo di euro; l’Archivio generale della Corte dei Conti alla Bufalotta (quasi 67 milioni di euro); un complesso immobiliare (che risulta tra i più preziosi dell’intero faldone) a via della Rustica del valore di quasi 90 milioni di euro. In centro a Bologna c’è l’ex convento della Carità a 330mila euro, mentre a Trieste c’è l’Archivio di Stato (del valore di inventario di quasi 5 milioni di euro). A Genova c’è l’ex cinta fortilizia detta "Mura degli angeli". Mentre a Venezia è reso disponibile l’ex forte di Sant’Erasmo (quasi 7 milioni di euro).

A RISCHIO VENDITA IL SACHER DI NANNI MORETTI E L’IDROSCALO DI PASOLINI
Ma ce ne è anche per il mondo del cinema: nella lista dei beni a disposizione degli enti locali entrano il fabbricato del cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti, stimato 4 milioni e mezzo di euro, e l’intero Idroscalo di Ostia, dove morì Pier Paolo Pasolini, per circa 6 milioni e settecento mila euro di valore di inventario.

DOLOMITI, DA TOFANE A SORAPIS
Anche le montagne entrano a far parte dei beni trasferibili alle autonomie: si va dalle Tofane al monte Cristallo alla Croda Rossa el Sorapis, all’Alpe di Faloria, tutti nel bellunese, in zona Cortina.

CAMPO DA GOLF NEL "REGNO" DELLA MARCEGAGLIA

Sull’isola di Albarella, di proprietà del gruppo della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, è a disposizione il campo da Golf a 18 buche per un valore di 4 milioni 650mila euro.

FARI, FERROVIE E ACQUEDOTTI
Potrebbe andare ai "foggiani" il faro di Mattinata sul Gargano, così come il vecchio faro di punta Palascia a Otranto o ancora, tra l’altro, il faro Spignon di Venezia. Ma sono anche trasferibili pezzi di ex ferrovie come l’antico tracciato della direttissima Roma-Napoli fino a un pezzo del raccordo ferroviario a Briosco (in provincia di Milano). In lista ci sono anche acquedotti come quello di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli.

CAMPI PROFUGHI ED EX CASE DEL FASCIO
Nell’elenco, l’ex campo prigionieri di guerra in provincia di Ragusa ma anche diverse ex case del fascio, da quella di Desio in provincia di Milano a quella di Lentini in provincia di Siracusa.

EX CASERME SUL CONFINE
Anche se le caserme fanno storia a sè con la "Difesa Spa" incaricata in primis (prima degli enti locali) della loro valorizzazione, nell’elenco del Demanio ce ne sono numerose, in particolare nelle zone di confine, dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia.

ISOLE E SPIAGGE DALLA SPIGOLATRICE DI SAPRI AL LAGO DI COMO
Ci sono gli isolotti in prossimità di Caprera ma anche l’isola di Santo Stefano vicino a Ventotene, ceduta ’pezzo per pezzò dall’ex carcere all’attracco agli arenili; poi diversi terreni e fabbricati nell’isola di Palmaria vicino a Portovenere. Ma c’è anche un pezzo di spiaggia a Sapri come la ’spiaggia del lago di Comò di manzoniana memoria a Lecco.

EX AEROPORTI, RIFUGI E BASI MISSILISTICHE
Si va dall’ex aeroporto di Bresso (Milano) a quello di Bagno Piana all’Aquila; c’è l’ex base missilistica di Zelo in provincia di Rovigo e i numerosi rifugi ’anti-aereì della città di Siena. Domani sul sito dell’Ansa sarà pubblicato l’elenco completo del patrimonio demaniale italiano che potrebbe essere trasferito alle autonomie locali.




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Obama potrà spegnere Internet

La Stampa

Primo sì alla legge contro il cyberterrorismo: in caso di attacco grave, black-out totale per la Rete
FRANCESCO SEMPRINI

NEW YORK

La Casa Bianca è pronta a ordinare il black-out forzato di Internet in caso di emergenza. È quanto prevede un provvedimento di legge approvato dalla Commissione per la Sicurezza nazionale e gli Affari governativi del Senato americano che conferisce al Presidente il potere di bloccare i circuiti della rete nel caso si presenti il rischio di «un cyber-attacco in grado di causare danni elevati e perdite di vite umane».

Il provvedimento prende il nome di «Protecting Cyberspace as a National Asset Act» (Pcnaa), ma è anche conosciuto come «Internet Kill Switch» (ovvero l’interruttore che uccide Internet) e coinvolge un certo numero di aziende del settore individuate dagli esperti del governo americano. In sostanza una serie di provider di servizio a banda larga, motori di ricerca e società produttrici di software, dovranno «immediatamente adeguarsi a ogni misura di sicurezza e di emergenza decisa dal dipartimento dell’Homeland Security», spiega la legge secondo cui ogni violazione sarà punita con multe e provvedimenti cautelativi.

L’idea da cui nasce il «Kill Switch» non è del tutto nuova. Una bozza di legge proposta in Senato lo scorso agosto già prevedeva il conferimento alla Casa Bianca del potere di «dichiarare lo stato di emergenza in materia di cyber-sicurezza», mentre un altro proposto nei mesi passati dal senatore democratico Jay Rockefeller e da quello repubblicano Olympia Snowe consentiva più semplicemente di chiudere alcuni siti Internet o network in caso di necessità. «Si tratta di un’autorità che permette al governo federale di tutelare reti virtuali, asset strategici e garantire la sicurezza del nostro Paese e della nostra gente», spiega il senatore Joe Lieberman, presidente della commissione per l’Homeland Security e tra i primi sostenitori del Pcnaa.

Ogni società operativa nei settori Internet, telefonia, o sistemi informativi degli Stati Uniti, iscritta nella lista strategica del governo sarà soggetta al controllo e sottoposta al comando del nuovo Centro nazionale di cyber-sicurezza e comunicazioni (Nccc) creato dall’Homeland Security per cui sono previsti pieni poteri. L’unica eccezione riguarda le intercettazione telefoniche, motivo di grande polemica durante la presidenza di George W. Bush a causa dei programmi segreti voluti dalla precedente amministrazione per la raccolta di informazioni senza la autorizzazione delle autorità giudiziarie. Su questo punto il provvedimento prevede che la Nccc non possa ordinare agli operatori di «condurre attività di sorveglianza» senza una chiara e precisa richiesta del giudice.

Alla Nccc viene invece conferito il potere di monitorare «lo stato di sicurezza» dei siti Internet privati, dei provider di banda larga e di altri componenti Internet. L’agenzia «deve sorvegliare sulla sicurezza» della porzione di Web all’interno del territorio degli Stati Uniti e inoltre di quelle che, sebbene siano fuori dal territorio nazionale, «possano causare danni significativi se danneggiate», spiega Lieberman.

Le misure di sicurezza richieste dal governo prevedono meccanismi di controllo degli hardware, linguaggio criptato o codificato, e tecniche di sorveglianza che abbiano ottenuto previa approvazione del direttore dell’agenzia. Quest’ultimo in caso di violazione può emettere un’ingiunzione e procedere con sanzioni. Per rendere alle aziende meno pesante e oneroso il provvedimento è stata introdotta l’immunità da qualsiasi causa civile. In sostanza se una società telefonica provoca danno ai propri clienti, o un provider interrompe le comunicazioni su richiesta delle autorità federali, non ne dovranno rispondere dinanzi al giudice civile. Allo stesso modo non sono previsti risarcimenti economici nel caso di danni causati in seguito a situazioni di cyber-emergenza. E’ stato tuttavia ridotto il tempo massimo per cui il Presidente può mantenere il controllo su Internet: il Presidente chiedere l’autorizzazione al Congresso per prolungare il black-out forzato della rete oltre i 120 giorni.





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