martedì 29 giugno 2010

Scopri le corna rischi il processo

Il Tempo

Chiesto il giudizio di 29 imputati, tra investigatori privati e clienti che volevano smascherare i partner. L'inchiesta è partita da una cimice collegata alla batteria di un'auto.

Investigatore privato Se si scarica spesso la batteria dell'auto è il momento di preoccuparsi. Non perché la vettura ha problemi all'impianto elettrico, ma perché il partner vi sta intercettando. Ascolta qualsiasi conversazione e può sapere anche dove vi trovate in ogni momento della giornata. È questo uno tra i metodi più usati per scoprire il tradimento del partner. Ma è sempre più rischioso. Chiedere di intercettare le conversazioni del marito o della moglie, mettere microspie in auto o in casa per svelare tradimenti può costare caro. Fino a rischiare di finire sotto processo. Pagare un investigatore privato per sapere se il partner ha incontri extraconiugali attraverso l'uso di apparecchi tecnologici o intrusioni informatiche è infatti reato.

La procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 29 imputati, tra 007 e clienti, tra agenti della polizia e dipendenti dell'Agenzia delle Entrate. Tutti uniti dallo stesso scopo: raccogliere informazioni private illecitamente. Secondo la magistratura, avrebbero creato un vero e proprio gruppo dedito a svolgere investigazioni illegali con gravi interferenze nella vita privata di una cinquantina di persone. Tanto da arrivare a «modificare» i telefoni cellulari inserendoci microspie o installando cimici nella macchina collegate alla batteria. Proprio da quest'ultimo caso è partita l'indagine condotta dal pm Pietro Saviotti. Un uomo era costretto a cambiare continuamente la batteria della sua vettura poiché si scaricava molto spesso. Un giorno, dopo un esame accurato del mezzo da parte dell'elettrauto ecco venir fuori la verità: alla batteria era stata collegata una cimice. Fatta mettere dalla compagna. Durante gli accertamenti degli inquirenti, è anche emersa la storia di una donna che era stata presa di mira dagli 007.

Gli imputati dovevano raccogliere informazioni sulla sua vita sessuale e il suo stato patrimoniale per poterla poi ricattare. Oppure la storia di una moglie che utilizzava un'auto dove il marito aveva fatto installare una microspia per tenerla sotto controllo. Le indagini hanno fatto finire nel mirino della procura soggetti legati a diverse agenzie di investigazioni. «La nostra categoria trova molti ostacoli, soprattutto a causa di una normativa obsoleta: è ad esempio difficile reperire elementi di prova nel processo penale», spiega il presidente della Confederazione nazionale degli investigatori privati Leonardo Lagravinese.


Augusto Parboni

29/06/2010





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L'ira di Dell'Utri: "Sentenza pilatesca"

La Stampa

Il senatore: Mangano è un eroe, sulle stragi indagare seriamente



MILANO

«Una sentenza pilatesca che ha dato un contentino alla procura e dall’altra ha dato grande soddisfazione all’imputato perchè ha escluso i fatti dal 1992 che erano un’accusa assurda e demenziale». Così Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl, commenta la condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa emessa stamane dalla seconda sezione della corte d’Appello di Palermo.

Dell’Utri si dice «soddisfatto», ma allo stesso tempo «stupito», perchè «il collegio non è riuscito a chiudere fino in fondo una vicenda che ha cambiato la mia vita». La Corte lo ha assolto «perchè il fatto non sussiste» per tutti gli episodi a partire dal 1992. Un’accusa «assurda e demenziale», una «macchinazione spazzata via». Al senatore del Pdl, però, resta l’amaro in bocca. «Quello che rimane - dice - è il nulla assoluto, se non sette anni di condanna, ma non so che reati avrei commesso prima del 1992». «Sapevo - sottolinea durante una conferenza stampa a Milano - che non ci sarebbe stata l’assoluzione, ma nel caso non avevo in mente di festeggiare, perchè la pena io l’ho già scontata in questi 15 anni di processo».

«Resta la condanna per concorso esterno - è l'affondo del Senatore - e mi devono ancora spiegare in cosa consista. Sette anni per fatti che riguardano una vita di lavoro a Milano con la Fininvest, con Mediaset, con Berlusconi, francamente non si capisce».Fiducioso per la Cassazione, Dell'Utri non dimentica l’amico e stalliere, Vittorio Mangano: «E' stato il mio eroe», torna a ripetere ai giornalisti. Poi citazione dei fratelli Karamazov, quando Andrej viene presentato come un furfante ma eroe. «Era una persona in carcere, ammalata - ha detto - invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. È stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui».

Quanto al premier Berlusconi, Dell’Utri spiega: «È in Brasile, non lo ho ancora sentito. Ma ho ricevuto la solidarietà e i complimenti di tanti». Da imputato «provveduto» suggerisce di «avvalersi della facoltà di non parlare» e confida «in un giudice sgombro di pregiudizi. Spero -conclude- che in Cassazione si dica "ma di cosa stiamo parlando?"».



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Mafia, Dell'Utri condannato a 7 anni

La Stampa

In appello pena ridotta di due anni
I giudici: nessun reato dopo il 1992
Smentito il patto politico con i boss




PALERMO

Il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di reclusione dai giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado al parlamentare del Pdl erano stati inflitti nove anni di reclusione.

I giudici sono rimasti in camera di coniglio per sei giorni. Il procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto la condanna a 11 anni, con un aumento di pena di due anni. La Corte ha invece ridotto la pena di due anni, determiando in 7 anni la condanna del senatore, assolto per i reati successivi al 1992. La Corte ha inoltre dichiarato di non doversi procedere nei confronti di Gaetano Cinà, esponente mafioso che era l’unico altro imputato del processo e che è frattanto deceduto.

I rapporti con la mafia, quindi, ci sono stati, ma il «patto» basato sullo scambio politico no. I giudici della corte d’appello hanno tracciato una linea di confine molto netta tra il «prima» e il «dopo». Il «prima» abbraccia tutto il periodo che va dagli anni ’70 al 1992 quando Dell’Utri, con la mediazione di Gaetano Cinà, morto tra il processo di primo grado e l’appello, avrebbe avuto rapporti con personaggi di spicco di Cosa nostra come Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano poi finito come «stalliere» nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. Questi rapporti, secondo il teorema dell’accusa condiviso ora dai giudici, sono serviti a Dell’Utri per assicurarsi la «protezione» mafiosa alle operazioni finanziarie e imprenditoriali da lui gestite per sè e nell’interesse delle società di Berlusconi. E in cambio i boss hanno trovato la strada aperta verso i salotti buoni della finanza milanese e nazionale.

Trovano dunque riscontro le ricostruzioni basate sull’apporto dei primi pentiti, da Francesco Di Carlo a Francesco Marino Mannoia, che hanno delineato un quadro «datato» dei rapporti tra il senatore del Pdl e Cosa nostra che si ferma appunto al 1992. Sul «dopo» la corte si è nettamente distaccata dalla linea dell’accusa sostenuta dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Proprio questo tema era il capitolo più significativo e più attuale del processo perchè prendeva in considerazione l’ipotesi di un «patto» scellerato tra mafia e politica. Ed è anche la parte della vicenda giudiziaria che prendeva in esame, in una prospettiva molto opaca, il ruolo svolto da Berlusconi dopo la sua «discesa in campo». Oggetto del «patto» sarebbe stato uno scambio: sostegno elettorale agli uomini di Forza Italia - Dell’Utri compreso - come corrispettivo di una linea di governo e di scelte legislative «benevole» nei confronti della mafia.

Nella rappresentazione che ne ha fatto Spatuzza, il «patto» sarebbe nato nel 1994 quando Cosa nostra rinunciò a inseguire il progetto di un impegno politico diretto attraverso le bandiere di «Sicilia libera» e decise di appoggiare il movimento di Berlusconi. La vittoria elettorale del 1994 avrebbe sancito l’accordo con piena soddisfazione della mafia. Nell’interrogatorio in aula a Torino del 4 dicembre 2009 Spatuzza ha citato in proposito un colloquio con il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. Nel gennaio del 1994, qualche mese prima delle elezioni politiche, in un bar di Roma Graviano gli avrebbe detto: «Abbiamo ottenuto quello che volevamo: abbiamo il Paese in mano. Stavolta non sono quei i socialisti, ma quello di Canale 5 (Silvio Berlusconi, ndr) e il nostro compaesano Dell’Utri». La difesa del senatore ha sempre contestato la credibilità di Spatuzza e Dell’Utri ha sprezzantemente liquidato le dichiarazioni dell’ultimo collaboratore ammesso in aula come tante «minchiate».

Il processo non ha potuto neppure valutare l’affinità delle tesi di Spatuzza con quelle di Massimo Ciancimino che non è stato ammesso perchè il suo racconto, desunto dai verbali prodotti dal pg Antonio Gatto, è stato ritenuto «contraddittorio» e frutto di informazioni di seconda e di terza mano. Il dato più significativo della sentenza, che ferma le responsabilità di Dell’Utri e i suoi rapporti con la mafia al 1992, non è ora costituito solo dal giudizio di inattendibilità per Spatuzza (o, come dice il Pg Gatto, di «mancato riscontro»). Per questa via la sentenza afferma infatti un principio ancora più rilevante. E cioè che il «patto» politico non c’è mai stato.








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Bimbo affetto da malattia rara, la mamma lancia un appello: «Ci hanno lasciati soli»

Corriere del Mezzogiorno

Simona, 30 anni, assiste da sola il piccolo Giuseppe,
di dieci, paralizzato: «Nessun sostegno dalla Asl»


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SALERNO - «Siamo stati lasciati soli». Sono le disperate parole di Simona Castiello, 30enne di Ascea, in provincia di Salerno, nel Cilento. Da anni, la donna, disoccupata, combatte la sua personale battaglia in difesa del figlio Giuseppe, un bambino di dieci anni affetto da una grave forma di siringomielia, patologia che provoca la paralisi del tronco e degli arti inferiori. Costretto a letto fin dalla nascita, e intubato a causa di complicazioni polmonari sopraggiunte al momento del parto, il bambino sopravvive grazie alla ventilazione assistita e ad un sondino che gli consente di alimentarsi. Ma negli ultimi tre anni la situazione è peggiorata.

LE CURE - «Per sette anni ho vissuto a Castellammare di Stabia per stare vicino al bambino, assistito dai sanitari dell’ospedale Santobono con amore e grande disponibilità: in quegli anni, l’assistenza domiciliare è sempre stata puntuale. I problemi sono iniziati con il mio ritorno ad Ascea, nel 2007», spiega Simona. «Nonostante le richieste continue di assistenza all’ex Asl Salerno 3, me la sono dovuta cavare sempre da sola. Per anni, a casa mia non si è visto nessuno, nè infermieri nè medici», aggiunge, «nessuna assistenza sanitaria di base, nonostante le continue richieste di aiuto. Il bambino richiede un’assistenza continuata. Se non ci fossi stata io a fargli da infermiera e da medico, tutti i giorni dell’anno, il mio Giuseppe adesso non sarebbe qui». Da qualche giorno, però, le cose sembrano cambiate. «Riceviamo la visita di un infermiere mezzora al giorno. È una goccia nel mare» conclude, «la grave patologia di Giuseppe presuppone un’assistenza sanitaria adeguata, cure puntuali e controlli specialistici periodici». (Ansa)


28 giugno 2010
(ultima modifica: 29 giugno 2010)







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Colpo in banca a Frattamaggiore Due arresti

IL Mattino

 

NAPOLI (29 giugno) - Sono stati arrestati gli altri due banditi accusati di aver preso parte ad una rapina il 22 ottobre dell'anno scorso alla Banca Popolare dello Sviluppo di Frattamaggiore (Napoli) con un bottino di oltre 124 mila euro.
A conclusione delle indagini, condotte dal commissariato di polizia di Giugliano Villaricca, diretto dal primo dirigente Bianca Lassandro, è stata eseguita l'ordinanza cautelare della custodia in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari a carico di P.M., di 29 anni e C.G., di 25 anni.

Gli stessi agenti della squadra di polizia giudiziaria del commissariato Giugliano, avevano bloccato, il 24 maggio, su decreto di fermo del Pm, scorso a sottoporre a fermo il rapinatore entrato all'interno dell'istituto di credito, C.P. di 37 anni. Le indagini sono quindi proseguite per l'identificazione delle persone che aggredirono la guardia giurata portandole via la pistola di ordinanza.

L'impulso decisivo alle indagini è stato dato dall'elaborazione delle immagini estrapolate dal sistema di videosorveglianza a circuito chiuso dell'istituto di credito oltre all'attività di intercettazione ambientale disposta dalla Procura ed eseguita dalla polizia giudiziaria.








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Inchiesta Claps, ritrovato l'orecchino destro di Elisa

di Redazione

Il ritrovamento del pedente mancantè è stato fatto dal medico legale Francesco Introna durante lo svolgimento dell’autopsia, dopo essere apparso alla tac

 

Roma - L'orecchino destro pendente di Elisa Claps, la studentessa potentina uccisa nel 1993, è stato ritrovato dal medico legale Francesco Introna durante lo svolgimento dell’autopsia, dopo essere apparso alla tac. La notizia, rimasta finora riservata, è stata confermata all’Ansa da fonti vicine all’inchiesta.

Tra gli accessori che Elisa indossava quel giorno, l’orecchino destro era l’unico oggetto apparentemente mancante al momento del ritrovamento del cadavere: il sinistro fu sfilato dal medico legale durante il primo esame della salma, fatto nel sottotetto il 18 marzo scorso, e fu consegnato alla polizia. Al ritrovamento si è arrivati attraverso i risultati della tac eseguita alla salma nell’ospedale di Matera dai medici Michele Nardella e Claudia Lopez.

Tra tanti particolari, l’esame radiografico ha evidenziato la presenza di un oggetto metallico vicino alla mano sinistra del cadavere e di un piccolissimo oggetto circolare tra l’omero e la clavicola destri. In base a tali indicazioni, il 23 marzo - sei giorni dopo il ritrovamento del cadavere - durante lo svolgimento dell’autopsia, il professor Introna ha aperto il sacco per il trasporto della salma e cercato quei due oggetti metallici evidenziati dalla tac: sotto la salma, poco lontano dalla mano sinistra, è spuntato l’orecchino destro di Elisa. Quanto all’altro oggetto, il medico legale ha esaminato con attenzione il collo del cadavere e ha rilevato la presenza di un laccetto al quale era appesa, proprio attraverso un occhiello circolare, una piccola croce in legno del tipo "Tau".

Sono stati, dunque, tutti recuperati e sono ora nelle mani della polizia scientifica gli oggetti personali che Elisa indossava quel 12 settembre 1993, giorno in cui fu uccisa, secondo l’accusa, da Danilo Restivo, ora detenuto in Inghilterra anche per il delitto di una sarta inglese.  





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Assolto Tartaglia per l'aggressione a Berlusconi Il gup: "Non è imputabile, incapace di intendere"

di Redazione

Massimo Tartaglia è stato assolto dal gup di Milano nel processo con rito abbreviato: "Non è imputabile".

Lo scorso 13 dicembre l'uomo aveva aggredito il premier in piazza Duomo colpendolo in testa con una statuetta.

 Il Pdl: "Decisione preoccupante"


 

Milano - "Non è imputabile in quanto era incapace di intendere e volere al momento del fatto". Massimo Tartaglia è stato assolto dal gup di Milano nel processo con rito abbreviato. Lo scorso 13 dicembre l'uomo aveva aggredito il premier Berlusconi in piazza Duomo colpendolo in testa con una statuetta. Ma il Pdl non ci sta e ribatte: "Decisione preoccupante".

La decisione del gup Il gup di Milano, Luisa Savoia ha assolto Massimo Tartaglia "perché non imputabile in quanto incapace di intendere e volere al momento del fatto" per l’aggressione a Silvio Berlusconi contro il quale l’uomo scagliò una statuetta del Duomo, al termine di un comizio il 13 dicembre a Milano. Il giudice ha, inoltre, disposto la misura di sicurezza della libertà vigilata per un anno che Tartaglia dovrà scontare nella comunità terapeutica dove si trova attualmente in cura. All’imputato è stato anche inflitto il divieto di partecipare a manifestazioni pubbliche. "Tartaglia è in cura, ora sta molto meglio", ha detto il suo legale, Daniela Insalaco.

La richiesta dei pm Spataro ha chiesto l’assoluzione perché il fatto è stato commesso da persona non imputabile per incapacità di intendere e volere al momento del fatto, di Massimo Tartaglia, l'uomo che nel dicembre scorso aggredì Silvio Berlusconi in piazza Duomo, a Milano, scagliandogli in testa una statuetta del Duomo. Oltre all’assoluzione Spataro ha chiesto al gup Luisa Savoia, davanti alla quale si svolge il processo con rito immediato, l’applicazione di una misura di sicurezza: in via principale, questa consiste in un anno di ricovero presso la stessa comunità terapeutica in cui attualmente si trova l’imputato; in via subordinata, cioè qualora il gup non dovesse ritenere adeguata questa misura, ha chiesto la libertà vigilata per un anno, sempre con la permanenza nella stessa comunità terapeutica.

Il Pdl: "Decisione preoccupante" "Con tutto il rispetto per le valutazioni giuridiche (opinabili come ogni altra valutazione) che hanno portato all’assoluzione di Tartaglia perché non imputabile, in quanto incapace di intendere e di volere - ha commentato il portavoce del Pdl Daniele Capezzone - la decisione odierna lascia grandi preoccupazioni e perplessità". "Tartaglia, nel dicembre scorso, è giunto a un passo dall’omicidio del premier Berlusconi", ha proseguito Capezzone per poi chiedersi: "Oggi tutto finisce così. Non è un po' poco?".





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Usa, prese 10 spie russe "Avevano finte identità" Da Mosca "No comment"

di Redazione

Operazione del dipartimento della Giustizia in diversi Stati: 10 in manette.

Avevano assunto identità di cittadini americani morti.

Un undicesimo è ancora latitante.

Avevano l'obiettivo di "agganciare" politici americani. Imbarazzo in Russia




New York - Spie russe negli Stati Uniti. A oltre vent'anni dalla fine della Guerra Fredda. Sembra la storiella del giapponese armato nella giungla, invece secondo l'Fbi è tutto vero. Tanto che, ieri, ha compiuto dieci arresti. Per inserirsi nella società americana, avevano assunto, negli anni Novanta, nomi di cittadini statunitensi morti, e per quasi 20 anni sono stati in grado di fornire informazioni sensibili ai servizi segreti russi. Il ministero della Giustizia Usa ha annunciato in serata a Washington l’arresto di 10 spie che operavano da numerosi anni negli Stati Uniti, e una undicesima persona, latitante, è tuttora ricercata. L’obiettivo della loro missione, spiega il Ministero della Giustizia, "era la ricerca e lo sviluppo di contatti in circoli politici americani".

Le accuse Tutti e dieci sono stati accusati di cospirazione a beneficio di un governo straniero (rischiano fino a cinque anni di carcere); nove di loro di riciclaggio di denaro sporco, rischiano fino a 20 anni. Otto delle dieci presunte spie arrestate "avevano da molto tempo incarichi deep cover" per conto di Mosca mentre due facevano parte del programma di intelligence russo, ha precisato l’Fbi.

L'operazione Gli arresti sono stati effettuati ieri a Montclair, in New Jersey, a Yonkers, alle porte di New York, e ad Arlington, in Virginia, a pochi passi di Washington. Le indagini sul loro conto duravano da anni. Tra gli arrestati, sia uomini sia donne, indicati dal dipartimento della Giustizia, solo uno, Mikhail Semenko, ha un nome palesemente russo. Tutti gli altri hanno nomi dal suono inglese, ispanico, italo-americano ("Michael Zottoli", che sostiene di essere un americano di origini canadesi) o greco. Alcuni nomi, secondo fonti del dipartimento della Giustizia citate dalla Cnn, appartenevano ad americani morti. Un undicesimo individuo al centro dell’inchiesta è latitante: è stato identificato come Christopher Metsos.

Messaggi Il governo Usa avrebbe in particolare intercettato un messaggio del quartier generale dell’intelligence russa a Mosca, in cui si diceva che "siete stati inviati negli Usa per una missione a lungo termine. La vostra istruzione, i vostri conti bancari, auto e casa, hanno un solo obiettivo: riempire appieno la vostra missione, ossia cercare e sviluppare legami nei circoli politici americani e inviarci messaggi segreti".

No comment da Mosca "No comment" da parte dei servizi segreti russi per l’estero (Svr) sulla vicenda dell’arresto. "Noi non commentiamo questa notizia" ha detto all’agenzia Interfax il portavoce dell’Svr Serghiei Ivanov. Il ministero degli Esteri russo ha reso noto che sta esaminando le informazioni sullo scandalo spionistico in Usa e che quelle ricevute sono contraddittorie.





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La Lega: abbandonato l'ultimo italiano rimasto a vivere in via Cairoli a Padova

Il Mattino di Padova

Finisce in Parlamento il caso di Marco Trevisan, l'unico italiano rimasto a vivere nella "strada multietnica", abitualmente frequentata da spacciatori e clandestini.
Il deputato della Lega Nord Massimo Bitonci ha presentato un'interrogazione sul degrado della strada. Accusa il sindaco Flavio Zanonato e la giunta comunale di aver abbandonato al suo destino il concittadino



PADOVA. Arriva in Parlamento l'ultimo grido d'allarme del padovano Marco Trevisan, l'unico italiano rimasto a vivere in via Cairoli, la "strada multietnica" vicino alla stazione ferroviaria abitata per il resto solo da immigrati e frequentata abitualmente da spacciatori e clandestini. Il deputato della Lega Nord Massimo Bitonci ha presentato un'interrogazione sul degrado di via Cairoli, con cui accusa il sindaco Flavio Zanonato e la giunta comunale di aver abbandonato al suo destino il loro concittadino.

La storia dell' "ultimo italian" è  finita più volte su giornali e tv, visto che Trevisan, per dare il segno della sua strenua "resistenza" nella zona strada trasformata in una piccola casbah, aveva anche esposto la bandiera tricolore sul balcone di casa.

''Marco Trevisan è totalmente abbandonato da chi governa la sua città - afferma Bitonci - ma non viene lasciato solo dalla Lega Nord che a livello nazionale e locale sta facendo il possibile per denunciare e risolvere una situazione giorno dopo giorno sempre più critica. Via Cairoli, insieme a via Bixio, costiuisce il crocevia della disperazione, con spaccio, risse, pestaggi e problemi igienici che quotidianamente rendono arduo, se non impossibile, viverci''.

Il parlamentare della Lega chiede quali misure si intendano adottare ''per ripristinare legalità e condizioni di vita decenti, dignitose e - scrive - soprattutto sicure per i nostri cittadini, visto che il Comune di Padova non se ne occupa minimamente''.

Bitonci accusa in particolare il sindaco Zanonato di ''aver prontamente cancellato dalla propria pagina Facebook il messaggio allarmato lasciato da Trevisan''. ''Il sindaco Zanonato eviti di commissionare la replica ai soliti lacchè portaborse - conclude l'esponente della Lega - e si occupi personalmente del degrado di via Cairoli. Da anni i cittadini residenti nella zona lamentano la sporcizia ormai endemica, la frequenza degli atti osceni in luogo pubblico, le risse e lo spaccio della droga, reati impunemente perpetrati sotto l'occhio elettronico di sistemi pubblici di videosorveglianza''



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Australia, sexy-strip su monte sacro: «Va espulsa»

Il Mattino

SYDNEY (28 giugno) - Una danzatrice francese, filmata mentre eseguiva un strip in cima alla montagna sacra degli aborigeni Uluru, nel centro desertico dell'Australia, dovrebbe essere subito espulsa, secondo i proprietari tradizionali.




Il video dell'esibizione è comparso sul sito web del giornale Sunday Territorian, che ha identificato la donna come la danzatrice esotica nata in Francia Alizee Sery, di 25 anni. Il video la mostra mentre scala il monolito, per poi spogliarsi fino a restare in bikini, stivaletti e cappello. Le immagini hanno provocato le ire degli aborigeni locali, per i quali Uluru è un sito sacro legato alle storie della creazione, e contestano che ai turisti sia consentito di scalarla.

David Ross, direttore del Central Land Council che rappresenta i proprietari tradizionali di Uluru e del parco nazionale circostante, ha detto che la donna dovrebbe essere espulsa.

«Troppo spesso Uluru viene usato da individui per qualche dubbia attività a spese delle leggi e della cultura degli aborigeni», ha dichiarato. Sery ha detto al giornale che non voleva offendere la cultura aborigena. «L'ho fatto in omaggio alla maniera in cui loro erano, quando vivevano nudi», ha aggiunto.

Un portavoce della polizia ha detto che se vi sarà una denuncia alla giovane potrebbe essere inflitta una multa di 200 dollari (140 euro).




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Appalti, a Di Pietro rispose la «cricca»

Corriere della Sera

Indagati due consulenti nell’affare Btp
Alla lettera dell'ex ministro replicò il legale vicino al responsabile del Consiglio dei lavori pubblici

ROMA - All’allarme del ministro rispose l’uomo sbagliato. O quello giusto, dipende dai punti di vista. Il parere sui dubbi sollevati da Antonio Di Pietro sugli appalti per il 150esimo dell’Unità d’Italia venne commissionato all’avvocato Guido Cerruti, uomo di fiducia di Angelo Balducci, arrestato con lui lo scorso marzo nell’ambito dell’inchiesta fiorentina sulla Scuola Marescialli, che proprio ieri ha conosciuto una svolta importante. La Procura ha infatti indagato per corruzione i due tecnici che da consulenti decisero con il loro parere la vittoria dell’imprenditore Riccardo Fusi, titolare della Baldassini Tognozzi Pontello (Btp), nel lodo arbitrale contro lo Stato, avviato dopo che alla sua azienda era stato tolto l’appalto della West point toscana per inadempienza. Un affare da 34 milioni di euro.

Un passo indietro. Il 14 dicembre 2007 Di Pietro, allora titolare delle Infrastrutture, scrive ai suoi colleghi che fanno parte del Comitato per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia: esprime dubbi sul funzionamento della Struttura di missione, fa notare come il suo ruolo di «stazione appaltante» non sia quello che si intendeva affidare a un ente «nato con compiti di mera assistenza agli organi di indirizzo politico». Sostiene l’assenza di copertura finanziaria, parla di situazioni «che confliggono in modo evidente con elementari principi di contabilità pubblica». Conclude: «Vi prego, ci stiamo avviando verso una macroscopica violazione di legge». Gli investigatori hanno ricostruito il viaggio compiuto da quella nota.

Il 18 dicembre l’ingegner Enrico Bentivoglio, dirigente delle Infrastrutture, attuale responsabile unico per il restauro degli Uffizi, «già emerso - così scrivono i carabinieri del Ros di Firenze - nell’indagine in quanto appartenente all’Ufficio del Commissario Delegato per il Mondiali di Nuoto Roma 2009 ed in stretti rapporti con Angelo Balducci», manda via fax il testo del ministro all’avvocato Guido Cerruti. «Egregio, occorrerebbe una nota di replica, purtroppo entro domani pomeriggio». Sul frontespizio del documento, accanto al numero di protocollo compare una nota a mano. «Copia a Figliolia e Balducci». Il primo è Ettore Figliolia, avvocato dello Stato. All’epoca, Balducci dirigeva la Struttura di missione per il 150esimo dell’Unità d’Italia.

Il parere di Cerruti viene recapitato il 19 dicembre. La posizione «fortemente critica» del ministro appare ingiustificata, a parere dell’avvocato. Lo svolgimento del ruolo di stazione appaltante, «ancorché non espressamente previsto nel provvedimento istitutivo, rientra ontologicamente nei compiti della Struttura di missione». La copertura economica degli appalti? «Ad avviso di chi scrive i progetti sono stati intrapresi senza alcuna violazione dei principi regolatori della contabilità pubblica». Certo, sono stati finanziati in più tranche successive, «ma la suddetta soluzione si è resa necessaria in ragione dell’urgenza delle opere da realizzare ».

Infine, sulla legittimità delle gare d’appalto, non c’è problema perché il 150esimo dell’Unità d’Italia è stato dichiarato «grande evento» e finisce sotto la legislazione speciale. Guido Cerruti è stato arrestato lo scorso 6 marzo. È accusato di corruzione. Viene considerato parte integrante della presunta «cricca», molto vicino a Balducci, al punto che quest’ultimo lo impone a Fusi, voglioso di riprendersi l’appalto della Scuola Marescialli. La tangente per l’ex provveditore alle Opere Pubbliche e per il suo funzionario Fabio De Santis sarebbe dovuta transitare nel compenso stipulato dall’avvocato per la sua consulenza. Il parere che gli fu affidato in risposta a Di Pietro dimostrerebbe, se non altro, che la «rete» di Balducci era ben stretta.

I magistrati fiorentini sono da sempre convinti che l’affaire della Scuola Marescialli sia marcio in ogni suo passaggio, gonfiato ad arte per spremere denaro pubblico. E il lodo arbitrale vinto dalla Btp contro lo Stato farebbe parte di questa filiera. I nuovi indagati sono il consulente di parte Paolo Leggeri e quello d’ufficio, Sandro Chiostrini. Quest’ultimo, teoricamente arbitro imparziale, avrebbe aiutato la Btp guidandola nella controversia, concordando con l’azienda i quesiti che il collegio arbitrale avrebbe sottoposto ai consulenti d’ufficio, e questo ancora prima di essere nominato.

La sintesi dei magistrati: «Chiostrini ha messo a disposizione della Btp la propria funzione di consulente tecnico fin dal momento della nomina (essendo stato individuato dalla Btp per questa sua disponibilità) compiendo successivamente una serie di attività in violazione del dovere di imparzialità cui era tenuto ». In cambio, i dirigenti dell’azienda si sarebbero adoperati per garantirgli una «utilità» di centomila euro, ovvero la retribuzione per l’incarico di consulente d’ufficio. In primo grado Fusi e la Btp hanno vinto il lodo contro lo Stato, guadagnando così 34 milioni.

Marco Imarisio
29 giugno 2010



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Napoli, la truffa dei falsi invalidi «Ecco come compravano i voti»

Il Mattino

Raccomandazioni dei politici per le pensioni
Alajo: pratiche fasulle per i consensi elettorali

  

NAPOLI (29 giugno) - Non era solo un malaffare per fare quattrini a palate, quello della truffa dei falsi ciechi, sulla quale indaga la Procura di Napoli: dietro le pratiche taroccate c’era infatti il più classico dei meccanismi, la compravendita di voti elettorali.

A rivelarlo il pentito Salvatore Alajo, ex consigliere della Municipalità di Chiaia eletto in quota Pdl, arrestato e mente dell’operazione truffaldina: in un dossier Alajo precisa che la trama era rivolta a ottenere consensi elettorali per le amministrative del 2006. E punta l’indice contro il dirigente della Municipalità Antonio Sacco, anch’egli in carcere da due settimane perché accudìsato di essere il socio occulto di Alajo nel Palazzo.

Questi racconta come avveniva la truffa, lasciando nei luoghi indicati da Sacco le pratiche false. Quindi il movimento di denaro: l’accordo con Sacco era che avrebbe incassato 5mila euro per ogni pratica falsificata.





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Raid vandalici, erbacce e onde radar: in Cilento sul Monte dell'antica Petilia

Corriere del Mezzogiorno

La chiesa di Santa Maria è in uno stato di degrado
Vicino ai resti della vecchia città un traliccio di 20 metri

SALERNO

Il degrado accoglie i visitatori da subito. Appena giunti sul sagrato della Cappella di Santa Maria sul Monte della Stella, nel Cilento, ci si rende conto che la malerba la fa da padrone, cingendo la struttura in un abbraccio di sterpaglia e ortiche. Volgendo lo sguardo in su ci si accorge poi che il simbolo della croce cristiana posto in cima all’antica cappella ha perso un pezzo e la grondaia sta cedendo. Ma sono solo i primi timidi segnali dell’abbandono che pervade questa piccola ma importante testimonianza di fede cristiana: il peggio deve ancora venire. È alle spalle dell’antica chiesetta che incontriamo il vero scempio: una batteria per automobili è stata incendiata ai piedi della cabina elettrica. Il bagno di recente ristrutturato è completamente distrutto. Affianco, un cumulo di calcinacci ricopre l’antico ambiente destinato alle funzioni corporali, un' importante testimonianza - minacciata da balordi e dall’incuria - che daterebbe il complesso ben al di là del periodo attualmente ipotizzato. Il rifacimento attuale risale infatti al 1683 ma si ritiene appunto che la chiesa insista su di un più antico impianto medioevale. Ma i recenti atti di vandalismo ai danni dell’antica cappella sono solo la punta di un iceberg ben più grande operato sul Monte della Stella. Ma procediamo con ordine.

Vandalismo e incuria sul Monte della Stella

LE EMISSIONI ELETTROMAGNETICHE - Nei pressi della chiesa un traliccio alto 20 metri sostiene decine di antenne che irradiano segnali televisivi e radiofonici. Le potenze erogate dai trasmettitori televisivi sono dell'ordine delle decine di kilowatt mentre di quelli radiofonici possono raggiungere anche potenze di 5 Kw. San Mauro Cilento è il paese più esposto, a meno di 500 mt in linea d'aria dal traliccio. Le statistiche delle malattie tumorali nel centro abitato parlano di una media nettamente superiore a quella nazionale.

IL RADAR - La base radar posta per il controllo del traffico aereo dei settori est del Tirreno Centrale e del Tirreno meridionale è gestita dalla Vitrociset. L’area è protetta da grossi muri in cemento armato probabilmente contenenti anche lastre di piombo, che servono per schermare la base. Nulla è dato sapere circa la potenza del radar e soprattutto la sua eventuale pericolosità. Di certo si sa che spesso alle auto in sosta capita che al momento dell’accensione vada in tilt la centralina.

LA CITTA’ PERDUTA – Documenti risalenti all’anno mille indicano la presenza di un grosso centro abitato fortificato presente sul Monte della Stella; identificato come Castellum Cilenti, l’antico insediamento longobardo avrebbe dato poi il nome all’intera regione del Cilento. Eppure le ipotesi circa l’origine dell’antico insediamento vanno molto più indietro nel tempo. Osservando le rovine sulla cima del monte l’insigne studioso Vincenzo Capobianco negli anni ‘40 ebbe a sostenere che si trattasse dell’antica città di Petilia, capitale dei lucani. La forma dei grossi monoliti in pietra sapientemente intagliati che si riscontrano sulla cima del monte infatti ricordano da vicino le costruzioni del IV – V sec A.C. Ma una ricerca sistematica è impossibile da condurre: l’impianto della base radar ha sconvolto irrimediabilmente il vertice del monte alterando lo stato dei luoghi fino ad una profondità di 7 metri; a stento è stata risparmiata l’antica cappella di Santa Maria che come vediamo è minacciata purtroppo da nuovi e più moderni mali: l’incuria dell’uomo.

Antonio Cangiano
24 giugno 2010
(ultima modifica: 25 giugno 2010)






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Balotelli e gli spari al centro di Milano «Chiedere scusa? E a chi?»

Il Messaggero

L'attaccante dell'Inter all' Istituto per l'esame di ragioneria
Una tesina e poi la richiesta di fare l'orale a porte chiuse


 

MILANO (29 giugno)

Scarpe da tennis fucsia, jeans, t-shirt bianca con un paio di collane bene in vista e occhiali da sole: è questo il look con cui l'interista Mario Balotelli si è presentato oggi per sostenere l'esame orale, ultimo atto per ottenere la maturità in Ragioneria. Alle 7.50 Balotelli ha parcheggiato la sua fuoriserie nera poco distante dalla scuola, l'istituto privato Milano, in zona Viale Monza, e senza tanta voglia di parlare si è infilato nel portone. Dall'attaccante interista poca voglia di commentare l'episodio della scacciacani: «È stata solo una stupidata. Chiedere scusa? A chi?», ha tagliato corto il maturando prima di entrare a scuola.

Balotelli si riferisce all'episodio
di cui si è reso protagonista ieri, fermato e perquisito dalla polizia, dopo aver sparato in pieno centro di Milano con una pistola giocattolo. Balotelli aveva chiesto scusa, definendo il suo gesto una «ragazzata». Nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti da parte delle forze dell'ordine.

La tesina con cui Mario Balotelli si presenta all'orale dell'esame di maturità «è incentrata sul calcio e lui sarà interrogato in italiano, storia, economia aziendale, diritto e materie di area sportiva». Lo ha spiegato Attilia Ferrari, la direttrice dell'Istituto dove l'interista stamani sostiene l'ultimo esame per ottenere il diploma giuridico economico aziendale. «Balotelli ha fatto una richiesta scritta alla presidente della commissione per fare l'orale a porte chiuse e la legge glielo consente», ha chiarito la direttrice alla decina di giornalisti presenti fuori dell'istituto, che chiedevano di poter assistere alla sessione.

«Ho visto Mario molto tranquillo e sereno per quanto sia sempre un esame di Stato, alla fine di un percorso di sei anni (l'interista non è riuscito a maturarsi l'anno scorso, ndr) in cui lui e gli altri ragazzi non hanno mai mollato», ha sottolineato Attilia Ferrari, che dirige l'istituto convenzionato con l'Inter, in cui si diplomerà anche un altro nerazzurro, Davide Santon, e alcuni giocatori della Primavera.





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Riciclaggio di denaro: scacco alla mafia cinese in Italia, arresti a Capri

Il Mattino

24 arresti. Perquisizioni e sequestri anche in Campania
L'organizzazione criminale ha riciclato dal 2006 2,7 miliardi



FIRENZE (28 giugno)

Maxi-operazione contro la criminalità organizzata cinese. Dalle prime ore di questa mattina oltre 1.000 uomini delle Fiamme Gialle del Comando Regionale Toscana hanno eseguito arresti, perquisizioni e sequestri di beni immobili, auto di lusso quote societarie e denaro. L'operazione si è snodata in otto regioni: Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia; arresti anche a Capri.

Nel corso dell'operazione contro il riciclaggio e la criminalità organizzata cinese la Guardia di Finanza ha arrestato 24 persone tra italiani e cinesi per associazione di stampo mafioso. Inoltre ha sequestrato 73 aziende, 181 immobili e 166 auto di lusso. Sull'operazione denominata «Cianliu» ulteriori particolari saranno resi noti nella conferenza stampa.

L'associazione mafiosa contestata ai cittadini cinesi arrestati in mattinata era finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai reati di evasione fiscale, di favoreggiamento dell'ingresso e della permanenza nel territorio dello Stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento nell'impiego al lavoro, di sfruttamento della prostituzione, contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali con marchi falsi o in violazione delle norme a tutela del «Made in Italy», ricettazione, appropriazione indebita.

L'organizzazione criminale individuata dalle Fiamme gialle ha riciclato dal 2006 ad oggi oltre 2,7 miliardi di euro è uno dei dati centrali emersi dal maxi blitz della Gdf contro la criminalità organizzata cinese. Delle 24 persone arrestate 17 sono cittadini cinesi e 7 italiani (per due di essi è stata prevista la custodia cautelare domiciliare, 134 le persone indagate a piede libero. L'attività di riciclaggio di denaro sporco era messa in atto tramite una rete di agenzie di «Money transfer».

Le 24 ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal Gip del tribunale ordinario di Firenze, Michele Barillaro su proposta del Pm Pietro Suchan. Le 100 aziende coinvolte sono tutte riconducibili a operatori di nazionalità cinese ubicati tra le province di Firenze e Prato.





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Addio a Maddalena Fallucchi, una vita dedicata al teatro

Il Messaggero

Dal 2007 le era stata affidata dal Comune di Roma cura e ideazione del Teatro di Tor Bella Monaca

 

ROMA (28 giugno) -

E' morta la regista teatrale Maddalena Fallucchi. Era nata a Foggia il 17 aprile del 1957. Mercoledì alle 10,30, nella chiesa degli Artisti a piazza del Popolo a Roma ci saranno i funerali. La sua vita è stata dedicata con grande impegno ed entusiasmo nella creazione e nell'organizzazione del teatro italiano. Da prima come aiuto regista con i più importanti registi italiani (Lavia, Sbragia, Scaparro e altri) poi come regista in proprio gli spettacoli di prosa e di teatro lirico. Nel 1984 entra come aiuto regista al Piccolo Teatro di Milano, dove rimane accanto a Giorgio Strehler per tre stagioni.

Nel 1987 fonda insieme a Fulvio Fo la Cooperativa teatrale «Il carro dell'orsa» della quale è direttore artistico. Con questa compagnia dirigerà numerosi spettacoli, favorendo l'affermazione di nuovi autori e attori. Intorno a Il carro dell'orsa, infatti, ruotano molte tra le autrici più affermate della scena italiana: Valeria Moretti, Antonia Brancati, Cinzia Villari, Francesca Satta Flores, Letizia Compatangelo. Maddalena dà vita con la stessa compagnia anche al festival di promozione teatrale per le nuove generazioni «Spoleto teatro giovani», che lancia attori come Sergio Rubini, Margherita Buy, autori come Ugo Chiti. Lei stessa scrive numerose commedie rappresentate e premiate.

Nel 2007 le è stata affidata dal comune di Roma la cura e l'ideazione dei laboratori del teatro di Tor Bella Monaca, considerato il progetto pilota a livello nazionale del «Teatro nelle periferie». Fra i suoi ultimi incarichi quello di membro della commissione consultiva per il Fus del ministero per i Beni Culturali.





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Il giallo della ragazza del carabiniere

La Stampa

Scomparsa dopo aver troncato la relazione clandestina
L'ultimo sms alla madre: "Dormo fuori"




MARCO NEIROTTI
INVIATO A OLEGGIO (Novara)

E’ un giallo al rallentatore, tenuto al guinzaglio, questo che da ventitré giorni muove squadre nei boschi del parco del Ticino. Rallentato e al guinzaglio perché c’è chi conosce molto della scomparsa di Simona Melchionda, 26 anni, di Oleggio, impiegata in uno studio commercialista ad Arona, un amore tormentato appena vissuto, uscita di casa domenica 6 giugno dopo che dalla sua stanza veniva la voce alterata da una lite al telefono. Ultimo segno di vita un sms: «Dormo fuori», chissà se scritto da lei. Qualcuno sa e tace, però qualcuno continua a indicare - per sentito dire o per intervento di sensitivi - dove fare la prossima battuta senza esito. Come in tutti i casi del genere si raccolgono voci e testimonianze di chi conosce la persona, si prende atto che può essere un allontanamento volontario protetto dall’età adulta e dalla privacy, si cerca con i cani e si aspetta, mentre da un bar all’altro volano ipotesi credibili e supposizioni fantastiche ingigantite dal passaparola. Ma qui c’è una galleria di inquietudini, deposizioni in contrasto con la fuga, troppi segnalatori di un possibile cadavere. E a «Chi l’ha visto?» (tornata sull’argomento ieri sera) la famiglia ha diffuso sensazioni cupe, accennato alla sua vita, tanto che persone citate si sono affrettate a chiarire il loro ruolo nella sua vita.

Simona Melchionda, capelli biondi e occhi castani, alta un metro e cinquantasei, piercing sul labbro superiore, tatuaggio cinese sulla caviglia, «orme» di gatto sulla pancia, una stellina tra pollice e indice della mano sinistra, è persona gioviale, con amiche e amici del sabato sera. Vive con genitori e fratello a Oleggio, 13 mila abitanti, cittadina d’agricoltura e allevamento a metà strada tra Novara e il Lago Maggiore. Lavora ad Arona, in uno studio commercialista dove la descrivono ineccepibile, «va a lavorare con la febbre», per un piccolo ritardo avverte. Nella sua allegria era spuntato un affetto intenso, un uomo di 28 anni, carabiniere. A novembre avevano festeggiato il loro rapporto con un viaggio in Giamaica. Poi, secondo ricostruzioni sommarie, al ritorno lui aveva ritrovato l’ex fidanzata, scoprendo che sarebbe diventato padre. Iniziavano i giorni delle responsabilità e delle scelte, delle sofferenze e della chiarezza sul futuro. Sabato 6 giugno Simona partecipa con amiche a una festa reggae: «Alle 5 di mattina mi ha riaccompagnata a casa», dice una delle più care. La domenica è tranquilla. Ma la madre, Giovanna Cerra, nel pomeriggio la sente parlare al telefono, è tesa, le sente ripetere: «Lo sa che non deve chiamarmi» e poi - conferma il padre, Leonardo Melchionda - rumori secchi come calci e pugni, scatto d’ira sfogato contro qualcosa. «Tutto bene?», chiedono. «Tutto bene», tranquillizza.

Esce alle 23,30. Non usa la sua Nissan Micra, chiede in prestito alla madre la Punto Rossa. La donna assocerà telefonata e auto all’ex fidanzato: «A lui poteva riferirsi dicendo: non deve più chiamare. La Punto la usava quando usciva con lui per non essere riconosciuta». Si ferma qui, non fa illazioni. Lui rilascia una deposizione: «Io non l’ho chiamata». E la sua attuale donna aggiunge: «Gettano fango su di noi», passa a un contrattacco determinato: «Forse fa comodo dire che girava con un carabiniere. Andate a vedere chi frequentava ultimamente: la realtà è diversa».

L’ultima traccia è un sms partito domenica sera dal suo cellulare: «Dormo fuori». La madre lo vedrà la mattina dopo. In ufficio non arriva. Scatta l’allarme, l’indagine dei carabinieri del capitano Mele, comando provinciale di Novara. Martedì mattina la Punto viene ritrovata, in ordine, porte serrate, nel parcheggio di un centro commerciale a Pombia, cinque o sei chilometri di strada. Poi il telefono sarà spento sempre, il bancomat inutilizzato. Cominciano le battute di ricerca, l’interessamento di «Chi l’ha visto?». Qualcuno dice d’averla notata con amici il lunedì stesso davanti a una banca, vicino a una gelateria la sera: «Abbiamo salutato, ha risposto. Era allegra».

E infine, mentre si parla di killer o di messe nere nel Parco («la mattina ci sono i resti dei fuochi») il girotondo di segnalazioni non è più di chi l’ha avvistata, ma di chi indirizza uomini e cani in boschi dove chi indica la via non pensa a una comitiva al picnic ma a una tomba improvvisata. Un anno e mezzo fa, era la mattina del 31 ottobre 2008 a Ghevio, piccolo paese del Novarese, massacrò a coltellate il padre Luigi e rese in fin di vita anche la madre Franca. Un raptus d’ira scoppiato dopo le pressanti richieste dei genitori di usare i suoi soldi per far fronte a debiti e spese di famiglia. Da ieri Aldo Yari Vigorelli, 26 anni, ha lasciato il carcere: la Corte d’Assise di Novara l’ha assolto perché non imputabile e rimesso in libertà perché «non socialmente pericoloso». Lo ha fatto sulla base di due diverse consulenze, una del perito nominato d’ufficio e l’altra fornita dalla difesa dell’imputato, che hanno dichiarato il giovane incapace di intendere al momento del fatto. Forti dubbi su queste valutazioni erano state espresse dal pm Nicola Mezzina, che aveva chiesto 16 anni di carcere. Il difensore invece aveva chiesto il ricovero in una comunità di recupero, ma la Corte ha disposto un periodo di libertà vigilata e il divieto di dimora con la madre, sopravvissuta alla tragedia.




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Un mare di caffè

La Stampa

Spopola su YouTube il video-beffa che "Ucb comedy" ha dedicato alla dirigenza di Bp, immortalata alle prese con una tazzina di caffè rovesciata sulla scrivania. Una "marea nera" in miniatura che scatena la fantasia del board della compagnia petrolifera, impegnata a tappare la falla in Louisiana. Il filmato, che ha giù raccolto oltre tre milioni di click, è diventato in pochi giorni un piccolo cult della Rete. I costi che Bp sta sostenendo per mettere una toppa al disastro finora sono saliti a 2,65 miliardi di dollari. Come se non bastasse è arrivata la tempesta tropicale Alex a complicare i lavori: le operazioni di contenimento del greggio rischiano di slittare di una settimana.







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Guida in stato di ebbrezza, no al ritiro della patente se il veicolo utilizzato non la richiede

La Stampa



Chi viene beccato ubriaco alla guida di un veicolo che non richiede la patente non può subire, come sanzione amministrativa accessoria, il ritiro del titolo di guida. La sospensione della patente, infatti, sarebbe illegittima perché la guida di quel mezzo non necessita per legge di nessuna abilitazione.
Così la Cassazione con la sentenza 19646/10 ha annullato senza rinvio il provvedimento di sospensione della patente di guida inflitto ad un uomo colto dalla polizia in stato di ebbrezza alcolica mentre era alla guida della sua Piaggio Ape 50 cc. Il ciclomotore condotto dall’imputato non richiede, ai sensi degli articoli 50 e 116 Codice della strada, il conseguimento - per la guida - di una patente. Di conseguenza, non poteva essere irrogato nei confronti dell’imputato il ritiro della patente come sanzione amministrativa accessoria. Verdetto in linea con la giurisprudenza di legittimità secondo cui la sospensione della patente, conseguente per legge a illeciti posti in essere con violazione delle norme sulla circolazione stradale, non può essere applicata a colui che li ha commessi conducendo veicoli per la cui guida non è richiesta alcuna abilitazione.



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L’America, repubblica fondata sulle pistole

La Stampa

La Corte Suprema: il diritto a possedere armi è inalienabile Pistola libera anche in città



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

L’America deve essere a mano armata. A dirlo è la Corte Suprema che con cinque voti a favore e quattro contrari ha dichiarato incostituzionale la messa al bando in vigore nella città di Chicago, spiegando che il diritto a difendersi con le armi previsto dal Secondo Emendamento della Costituzione si applica «egualmente sia per il governo federale che per quelli statali».

E allora via libera alle pistole nelle case, a tamburo o automatiche, purché cariche e pronte a essere usate. Ne circolano già 200 milioni, possedute da 90 milioni di persone. Saranno ancora di più. Le lobby delle armi e le frange conservatrici della cittadinanza brindano, mentre per le associazioni per i diritti civili e le autorità locali il rischio è che si ripiombi in un clima da Far West metropolitano come quello di qualche decennio fa. Lo stesso immortalato nella San Francisco dell’ispettore Callaghan, o nella New York del Giustiziere della Notte e dei Warriors.

Sebbene la Corte abbia riconosciuto che sono applicabili alcune «ragionevoli misure di controllo», la sentenza ha in sostanza dato ragione ai pistoleri americani, prima fra tutte la National Rifle Association (Nra) of America, istituita nel 1871 «per promuovere ed incoraggiare l’uso delle armi da fuoco su base scientifica». Due anni fa la Corte si era già pronunciata sul Secondo emendamento confermando il diritto a possedere pistole almeno come strumento per difesa personale in casa. La sentenza venne applicata a livello federale e andò così ad abrogare un divieto istituito nella capitale, città unica nel suo genere perché risponde a ordinamento federale.

In questo modo la sentenza ha costituito un precedente giuridico sulla base del quale è stato presentato ricorso al tribunale federale contro un simile divieto vigente da oltre trenta anni a Chicago. A farlo è stato Otis McDonald, 76 anni, cittadino di un sobborgo di Oak Park, alla periferia della metropoli dell’Illinois, che chiedeva il diritto di possedere un’arma a casa per difendersi dai delinquenti che infestavano il suo quartiere. Ad appoggiarlo è stata proprio l’Nra con i suoi potenti mezzi finanziari e di pressione. «Sembrava che la città si curasse più dei malviventi che di me, ed io sono un cittadino onesto, pago regolarmente le tasse».

Era il 1982 quando le autorità di Chicago adottarono quel bando in risposta al dilagante fenomeno di omicidi e violenze. Ed è su questo che si è pronunciata ieri la Corte spaccandosi di nuovo tra favorevoli e contrari in base all’orientamento ideologico dei suoi nove membri. I cinque conservatori e moderati di centro-destra, tra cui Samuel Alito e il giudice capo John Roberts, hanno votato a favore del diritto a possedere armi, mentre i quattro di orientamento più progressista o liberal hanno votato contro. Chi ha lavorato alla costituzione «ha giudicato il possedere e girare con le armi uno di quei diritti fondamentali necessari e funzionali al nostro sistema di regole e di libertà», spiega nella sentenza Alito, un cattolico ultraconservatore. Per il suo collega Stephen Breyer, uno dei quattro oppositori, «il possesso di armi è invece diverso per natura rispetto agli altri diritti definiti dalla Costituzione».

Sulle gradinate del massimo tribunale, poco dopo la sentenza, McDonald si è fermato a parlare ha ringraziato «Gesù Cristo e le persone meravigliose di tutta l’America che hanno appoggiato il secondo emendamento ed il nostro diritto all’autodifesa». «È un ritorno al Far West e alla giustizia sommaria - grida una donna poco lontano - avrete sulla coscienza tante altri morti». Con la «pistola libera» a rischio sono tante realtà dell’America a mano armata come Los Angeles dove le gang sono sempre più forti e presenti sul territorio, o nelle zone del confine meridionale battute dalle rotte dei narcos e dell’immigrazione clandestina. «Le pistole sono le armi con cui si commettono il maggior numero di omicidi in questo Paese e in questa città in particolare», avverte Mara Georges, consigliere comunale che denuncia come nel 2008, a Chicago su 412 omicidi compiuti con armi da fuoco 408.




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Pietro Taricone non ce l'ha fatta

Corriere della Sera

L'attore è morto in ospedale dopo un intervento di 9 ore.
Lunedì il tragico incidente dopo un lancio in paracadute




TERNI - Pietro Taricone è morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Terni, dopo un'operazione durata più di nove ore. Il decesso è stato provocato da improvvise complicazioni. Nel primo pomeriggio di lunedì l'ex concorrente del primo Grande Fratello era rimasto gravemente ferito dopo un lancio con il paracadute dall'aviosuperficie di Terni. Rianimato sul posto da personale del 118 dopo avere subito un arresto cardio-circolatorio, era stato trasferito in ospedale dove i medici hanno riscontrato diverse fratture, in particolare alle gambe e al bacino. L'attore aveva anche traumi alla testa e all'addome, con emorragie «importanti». L'intervento ha permesso di risolvere il problema legato alle perdite di sangue e di ridurre le fratture, ma poi la morte è arrivata senza che Taricone avesse mai ripreso conoscenza. Fino all'ultimo gli è rimasta accanto la compagna, l'attrice Kasia Smutniak, che si era lanciata con il paracadute poco dopo di lui dallo stesso aereo. Taricone lascia una figlia di sei anni.





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