venerdì 2 luglio 2010

L'ira di Lippi contro una troupe della tv: «Andate a farvi un bagno, pezzi di m...»

Il Messaggero

L'ex ct era in vacanza a Capraia


  

ROMA (2 luglio) - Marcello Lippi perde la pazienza e insulta una troupe della trasmissione di Mediaset Bikini. L'ex ct della Nazionale, in vacanza a Capraia dopo l'eliminazione dal Mondiale, alla vista delle telecamere ha invitato gli operatori della tv del Biscione ad allontanarsi in modo molto brusco.

«Guardi capita male lei - ha detto l'ex allenatore azzurro campione del mondo 2006 all'inviato Marcello Vinonuovo, secondo quanto riporta una nota diffusa dall'ufficio stampa Mediaset - se siete in imbarazzo, dopo lo siamo ancora di più. Io vi avverto: dopo lo siamo ancora di più».

L'ex ct ha quindi invitato più volte e con modi bruschi a spegnere la telecamere. «Andate a farvi un bagno, credo che sia la cosa più giusta e più logica - ha inveito ancora Lippi -. Capita male eh; spenga, spenga. Ascolti, glielo dico una volta; Adesso io non ho più intenzione di parlare di calcio...Io non voglio proprio parlare con nessuno...». «Vi ho spiegato i motivi per cui sono venuto via di casa? Per non parlare con gente come voi - le ultime parole di Lippi -. Guarda che pezzi di...».





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Bologna, ruba 90 centesimi: a processo 40enne di Ostuni

Il Messaggero

Il denaro sottratto da una postazione telefonica


 

ROMA (2 luglio) - Per un furto di 90 centesimi, sottratti da una postazione telefonica della stazione di Bologna, un quarantenne di Ostuni, in provincia di Brindisi, verrà processato. Un processo che avrà sicuramente costi molto superiori al bottino del furto. Il colpo ha avuto nel capo di imputazione anche l'aggravante di essere stato commesso «avvalendosi di due asticine metalliche».

Il processo, in programma ieri, è slittato al 18 novembre per l'astensione dalle udienze dei magistrati. Davanti al giudice dovranno comparire due agenti della Polizia feroviaria ed inoltre c'è stata la notifica al legale rappresentate di Telecom Italia a Milano, identificato come persona offesa. Operazioni che hanno un costo.

«Si poteva evitare». L'avvocato difensore ha dichiarato che il processo a carico del suo assistito è del tutto superfluo: «Si poteva già, da quando era stata acquisita la notizia di reato, considerare la palese irrilevanza penale del fatto e quindi archiviare. L'ordinamento prevede infatti in tali casi l'iscrizione nel registro delle pseudo-notizie di reato, il cosiddetto modello 45».





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Rotoli del Mar Morto, fisici italiani scoprono segreti testi biblici più antichi

IL Messaggero

  

ROMA (2 luglio) - Un acceleratore di particelle ha permesso di scoprire il luogo di nascita dei Rotoli del Mar Morto. Secondo la ricerca condotta daiLaboratori Nazionali del del Sud (Lns) dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) a Catania, le pergamene dei testi biblici più antichi del mondo (datati da uno a due secoli avanti Cristo fino a qualche decennio dopo) sono state preparate a Qumran, nella stessa zona sulle rive del Mar Morto in cui mezzo secolo fa sono stati trovati i documenti.

I risultati sono stati presentati in Gran Bretagna, a Surrey, nella conferenza sulla fisica delle particelle Pixe, dal coordinatore dello studio, Giuseppe Pappalardo. A diradare almeno in parte il mistero almeno su una parte di questi documenti antichissimi (che complessivamente sono circa 900) è stato l'uso congiunto di un nuovo sistema di analisi chiamato Xpixe e brevettato proprio dai Laboratori Nazionali del Sud dell'Infn e dell'acceleratore di particelle in funzione negli stessi Laboratori.

Sono stati analizzati sette frammenti delle dimensioni di circa un centimetro quadrato in collaborazione con i ricercatori dell'Istituto per i Beni Archeologi e Monumentali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibam-Cnr). Non tutti i frammenti appartengono a testi biblici. Alcuni, ad esempio, appartengono al Rotolo del Tempio, che descrive la costruzione e la vita di un tempio e stabilisce le norme su come trasmettere la legge al popolo.





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Stalker e omicida Richiesta al Csm: "Indagate sui pm del caso-De Carlo"

Quotidianonet

La richiesta è del togato di Unicost Fabio Roia.

Il procuratore di Crema: "Il Csm fa il suo lavoro, io risponderò a tutte le domande che mi saranno eventualmente poste"


Roma, 2 luglio 2010

Il togato di Unicost Fabio Roia, ha chiesto al Comitato di presidenza del Csm di aprire una pratica per indagare sui pm che si sono occupati del caso di Gaetano De Carlo, l’uomo che ha ucciso due ex fidanzate prima di suicidarsi. Nelle poche righe di richiesta, Roia, riferendosi alle notizie di stampa secondo cui De Carlo era stato "denunciato 7 volte per condotte persecutorie nei confronti delle vittime", fa notare che è "opportuno verificare la veridicità" delle notizie.

L’obiettivo è "valutare se il caso fosse stato adeguatamente trattato e valutato da parte della magistratura procedente", quella di Crema. "È infatti compito della magistratura, in presenza di un quadro probatorio consistente e all’esito di un giudizio di pericolosità sociale pregnante dell’agente violento - spiega il togato di Unicost - intervenire con gli strumenti cautelari già esistenti nel sistema processuale penale e che la nuova legge sullo stalking ha ulteriormente rafforzato".

A distanza gli risponde il procuratore di Crema, Daniele Borgonovo, che commenta: "Il Csm fa il suo dovere e fa bene a farlo. Io risponderò a tutte le domande che mi saranno eventualmente poste". Lo stalker assassino era imputato a Crema per stalking a causa di un’aggressione ai danni di Sonia Balconi, la seconda donna uccisa: per lui era stata fissata l’udienza preliminare a novembre.

In realtà le denunce non sono sette: esiste una sola denuncia relativa all’aggressione, integrata poi con altri episodi di molestie di vario genere a carico di De Carlo, per il quale era già stato chiesto il rinvio a giudizio.





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Cafoni e maleducati: 7 turisti su 10 criticano gli italiani

IL Messaggero

Dalle urla, ai motoscafi che arrivano fino a riva, alla scarsa
conoscenza delle lingue: tutti i difetti del Bel Paese


 

ROMA (1 luglio) - Urla e schiamazzi per strada, motoscafi che arrivano quasi in spiaggia, acquascooter che sfrecciano sottocosta, radio ad alto volume, spintoni e ressa continua e un'incredibile ignoranza delle lingue estere. Ecco il peggio dell'Italia secondo 7 turisti stranieri su 10 che hanno scelto il Bel Paese come meta delle loro vacanze. Almeno secondo uno studio, promosso dalla rivista Vie del Gusto in edicola nei prossimi giorni, condotto su 1.350 turisti stranieri (in maggior parte inglesi, tedeschi e Usa), a cui è stato chiesto un parere sulla loro vacanza in Italia.

Approfonditi corsi di bon ton e galateo, infarinatura di inglese, tedesco e francese e una frenata sui prezzi: queste le richieste degli stranieri per tornare a trascorrere le ferie in Italia. A rovinare le loro vacanze, infatti, sono l'inciviltà e la maleducazione (61%), l'impossibilità di comunicare nella loro lingua (75%) e i prezzi talvolta troppo esagerati (47%). Nonostante il 57% affermi che non si tratta del primo soggiorno in Italia e il 41% ammetta di scegliere lo Stivale almeno una volta ogni 3 anni, non mancano infatti le lamentele che spingono i turisti stranieri a non ritornare sicuramente (4%) o molto probabilmente (24%). Ma uno su tre tornerà sicuramente.

L'Italia è visitata ogni anno da oltre 30 milioni di turisti stranieri; scelgono il sud (24%), le isole (23%) e il centro Italia (21%) in egual misura, e sono alla ricerca di tranquillità e relax (71%), divertimento (57%) e cibo gustoso (49%). A rendere speciale, infatti, il loro soggiorno in Italia, sono l'amore tutto tricolore per la tradizione e la genuinità (78%), la generosità e il calore della gente (67%), l'enogastronomia (51%) e le bellezze paesaggistiche (49%).





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Droga, Spice e n-Joy da oggi vietata la vendita: rientrano tra gli stupefacenti

Il Messaggero

Erano in commercio anche online



ROMA (2 luglio) – Stop alla vendita di Spice e n-Joy, derivati sintetici della cannabis. Insieme ad altre due sostanze, Catinone e Mefedrone sono stati inseriti nella tabella delle sostanze stupefacenti e quindi sottoposte alla legislazione antidroga. Lo rende noto il Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga.

I cannabinoidi sintetici Jwh-018 e Jwh-073, conosciuti con il nome di Spice e n-Joy e spesso venduti come miscele aromatizzanti e profumatori d'ambiente, insieme a Catinone e Mefedrone sono dunque diventate ufficialmente sostanze poste sotto controllo. La procedura che ha avviato il controllo di queste sostanze è cominciata con un'allerta, trasmessa dal Sistema nazionale di allerta precoce del Dipartimento nell'aprile scorso.

Il ministero della Salute
sulla base delle evidenze della documentazione scientifica raccolte, aveva emanato un'ordinanza con cui si vietava la «fabbricazione, importazione, immissione sul mercato e commercio - compresa la vendita online - dei prodotti denominati e relative presentazioni commerciali, venduti come miscele aromatizzanti e profumatori di ambiente» nei quali era stata individuata a presenza di questi cannabinoidi sintetici.

Questi prodotti, reperibili su drugstore online e in smart shop, riportavano in etichetta indicazioni di uso non umano e ingredienti differenti da quelli realmente presenti. Pertanto, la commercializzazione e l'uso improprio di queste sostanze sono stati ritenuti rischiosi per la salute pubblica dei cittadini, con il conseguente ritiro dei prodotti. Il 16 giugno scorso, infine, è stato pubblicato il decreto, consultabile nella Gazzetta Ufficiale n. 146 del 25 giugno 2010.





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Nasce "Inspire" la prima rivista online di Al Qaeda

Libero





Al Qaeda si butta nel mondo della comunicazione, proprio come fanno le aziende, lanciando il suo primo giornale online: “Inspire”. Sarà gestita dal ramo dell'organizzazione terroristica che ha sede in Yemen, responsabile del fallito attentato del Natale scorso contro un aereo diretto negli Usa. La rivista, dunque, non si occuperà di attualità ma di informazione e consigli. Nel primo numero? “Come cucinare una bomba nella cucina della propria madre” pezzo in cui si afferma di poter garantire "un manuale dettagliato e conciso, facile da comprendere, su come confezionare una bomba usando gli ingredienti che si trovano in ogni cucina".

Servono pochi intrugli a tutti gli aspiranti jihadisti che vogliono aiutare a portare a compimento missioni terroristiche in ogni parte del mondo. L'iniziativa rivela l'intento dell'organizzazione di estendere la propria influenza all'interno degli Stati Uniti e dell'Europa. «Questa nuova rivista è chiaramente rivolta ad aspiranti jihadisti negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che potrebbero emulare l'omicida di Fort Hood o l'attentatore di Times Square», sottolinea l'ex agente della Cia, Bruce Riedel, oggi studioso della Brookings Institution.

La rivista è composta da 67 pagine, stando a quanto riferito dal gruppo di intelligence SITE che supervisiona i movimenti dei jihadisti sul web e che ne ha ottenuto una copia, ma si possono leggere solo le prime tre. Nell’introduzione si invitano i lettori a “inviare i propri articoli, commenti o suggerimenti".

Artefice dell'intento propagandistico di al Qaida è Anwar al Awlaki, l'imam radicale nato negli Stati Uniti che oggi vive in Yemen. Le autorità ritengono che i suoi sermoni, diffusi tramite Internet, abbiamo ispirato diversi progetti di attentato negli Stati Uniti. Secondo l'intelligence americana, l'imam avrebbe avuto forti legami con gli attentatori dell'11 settembre, con Umar Farouk Abdulmutallab il cittadino nigeriano che ha tentato di far esplodere a Natale un aereo diretto a Detroit, e infine con Nidal Malik Hasan lo psichiatra che ha ucciso 13 persone a Fort Hood lo scorso novembre.

Sulla rivista compare anche un articolo dello stesso al Awlaki, intitolato "Possano le nostre anime essere sacrificate a te", ma non è stato possibile leggerlo nella versione della rivista in circolazione. Fino a oggi, Al Qaeda aveva fatto affidamento solo sui siti arabi per diffondere i propri messaggi, riuscendo a reclutare lo stesso cittadini americani.

02/07/2010





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Il "New York Times" contro il Papa

La Stampa

Per il quotidiano "ci fu rimozione ed esplicito ostruzionismo sui casi di violenze sessuali"



NEW YORK

Dopo la decisione della Corte Suprema americana sulla possibilità di processare la Santa Sede per un caso di molestie sessuali perpetrate dal clero locale, il New York Times torna oggi ad affrontare lo scandalo degli abusi con un lungo articolo che prende in esame il ruolo svolto da Benedetto XVI prima e dopo essere diventato Papa. E l’autorevole quotidiano statunitense in prima pagina sottolinea come «il futuro papa è stato parte della cultura della non responsabilità, della rimozione, di rinvii cavillosi ed esplicito ostruzionismo» da parte della Chiesa.

«Più di ogni altro responsabile del Vaticano, fatta eccezione per Giovanni Paolo II, il Cardinale Joseph Ratzinger», al tempo in cui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, «avrebbe potuto prendere misure decisive negli anni ’90 per evitare che lo scandalo (della pedofilia, ndr) si diffondesse come una metastasi da un paese all’altro, crescendo in proporzioni tali da minacciare adesso di consumare il papato», scrive il New York Times.

Il quotidiano ricorda come il Vaticano abbia tenuto un «meeting segreto» nel 2000 - dopo le ripetute preoccupazioni espresse dai vescovi anglosassoni sull’argomento - che l’anno successivo produsse la decisione di attribuire all’allora Cardinale Joseph Ratzinger l’autorità di occuparsi direttamente dei presunti scandali.

Ma il New York Times ricorda che l’ufficio guidato dal futuro pontefice, la Congregazione per la Dottrina della Fede, «aveva assunto già la competenza sui casi di abusi sessuali da circa 80 anni, nel 1922». «Ma per i due decenni in cui è stato a capo di quell’ufficio, il futuro papa non ha mai affermato quella autorità», aggiunge il quotidiano.

Il New York Times ricorda poi che «come Papa, Benedetto ha incontrato le vittime di abusi sessuali per tre volte», ma il quotidiano non manca di sottolineare che «oggi la crisi degli abusi sta divampando nel cuore cattolico dell’Europa» e «il Vaticano sta rispondendo ancora agli abusi dei preti con il suo (personale, ndr) ritmo, mentre è assediato da un mondo esterno che vuole che si muova più velocemente e con più decisione».



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Mozzarella blu, la Ue: "Stop a produzione" Ma l'azienda resiste: "Noi andiamo avanti"

Quotidianonet

La Commissione Ue conferma il suo 'stop' alla produzione, mentre l'azienda produttrice - la Milchwerk Jaeger GmbH - assicura di non aver intenzione di fermare la propria produzione

Bruxelles, 2 luglio 2010

Braccio di ferro sulle mozzarelle blu. Mentra la Commissione Ue conferma il suo 'stop' alla produzione e ovviamente alla vendita del formaggio, l'azienda produttrice - la Milchwerk Jaeger GmbH - assicura invece di non aver mai fermato la propria produzione e non intende farlo perche’ finora nessuna autorita’ europea ha imposto alcun divieto in questo senso.

LA COMMISSIONE UE -  È stata bloccata la produzione e la vendita della fabbrica bavarese di prodotti lattiero caseari, responsabile della ‘mozzarella blu', riferiscono fonti della Commissione Ue. La mozzarella contaminata era stata indivuduata in Italia (circa 70mila tonnellate), ma è stato anche esportato in Paesi come Slovenia, Francia, Bielorussia e Russia, ha spiegato Frederic Vincent, portavoce del commissario europeo alla salute, John Dalli.

"Tutti i prodotti sono stati eliminati dal mercato", ha assicurato Vincent. L’origine dell’alterazione era in un batterio, lo ‘pseudomonas fluorescens’. Il Comitato Permamente della Catena Alimentare dell’Ue, formato da esperti dei 27, ha stabilito in una riunione nei giorni scorsi che la fabbrica responsabile non produca nè commercializzi alcun tipo di prodotto lattiero-caseario, "fino a che si verifichi che ha risolto" il problema e che gli alimenti sono «adatti al consumo».

Nel corso della riunione, la commissione ha presentato i risultati delle ispezioni e concluso che l’azienda non informò adeguatamante le autorità competenti quando accertò la contaminazione. La Germania ha informato il Comitato delle misure adottate dalla fabbrica e si è impegnata a rafforzare i controlli; la Ce ha dichiarato che solo quando le autorità daranno garanzia che è stata eliminata la causa della contaminazione e ristabilita la qualità dei prodotti, la fabbrica potrà riprendere la sua attività.

LA SOCIETA' TEDESCA - La Milchwerk Jaeger GmbH in realtà  non ha mai fermato la propria produzione e non intende farlo perchè, dice,  finora nessuna autorita’ europea ha imposto alcun divieto in questo senso. Lo specifica il proprietario del caseificio bavarese, Hermann Jaeger, che ha "garantito la sicurezza" della mozzarella prodotta dalla Milchwerk Jaeger, sottolineando che la qualita’ del prodotto e’ stata "verificata e confermata", anche dalla Commissione europea e dalle autorita’ competenti della Baviera.






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Pedopornografia on line, sei arresti: c'è anche un insegnante di sostegno

Il Messaggero

 

TORINO (2 luglio) - C'è anche un maestro tra i sei pedofili arrestati in Italia nell'inchiesta sull'organizzazione mondiale di diffusione e possesso di materiale pedopornografico, scoperta dalla polizia postale di Torino in collaborazione con l'Europol e l'Fbi.

Sei italiani arrestati in altrettante regioni e circa 70 stranieri residenti in 26 Paesi individuati. È questo il bilancio di una vasta operazione contro la pedopornografia condotta dalla polizia postale di Torino che, nel corso di un'indagine durata due anni e svolta con personale sotto copertura, ha individuato una vera e propria organizzazione internazionale dedita alla produzione e alla diffusione via internet di immagini e filmati a sfondo sessuale con persone di età inferiore ai 18 anni.

L'uomo ha 30 anni, è celibe e risiede in provincia di Matera. Fa l'insegnante di sostegno in una scuola elementare. Nel suo computer aveva 83mila file pedopornografici.

Il profilo degli altri cinque arrestati sul territorio nazionale è pressochè il medesimo: giovane, non sposato e insospettabile.
A finire in manette sono stati uno studente di 25 anni della provincia di Catania, un programmatore informatico di 33 anni di nazionalità tedesca residente in provincia di Bolzano, un disoccupato di 29 anni della provincia di Caserta, un operaio di 23 anni della provincia di Cagliari e un operaio di 34 anni della provincia di Forlì. A quest'ultimo spetta il poco edificante primato del materiale pedopornografico detenuto: oltre 200mila file.

L'operazione era partita due anni fa quando la Polposta fermò un ingegnere informatico di Milano a Settimo Torinese (Torino), incastrato mentre scambiava materiale con un agente sotto copertura. Da qui gli agenti sono arrivati all'organizzazione che aveva creato una vera e propria rete mondiale, alternativa ai circuiti tradizionali, di produzione e scambio di materiale pedopornografico. Le vittime erano principalmente i bambini di età compresa tra zero e 12 anni, talvolta adescati in chat, che nei filmati venivano sottoposti a ogni tipo di angheria.





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Caserta, allarme della Guardia di Finanza «Cresce il numero di banconote false»

Il Mattino

  

CASERTA (2 luglio) - Il comando provinciale della Guardia di Finanza di Caserta ha intensificato negli ultimi tempi l'attività di contrasto alla circolazione di banconote false. Speciali servizi sono stati disposti dal comandante, Francesco Saverio Manozzi, anche a seguito del crescente numero di sequestri registrato dal gennaio 2009 al maggio scorso.

In particolare, è spiegato in una nota del comando provinciale, nel periodo in esame sono state inviate alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere circa 300 informative di reato, relative al ritiro dal circuito commerciale di quasi 2.500 biglietti falsi in euro, di vario taglio, per un ammontare superiore a 105 mila euro. Un dato allarmante - è sottolineato nella nota - se si considera che il totale delle banconote accertate nell'intero anno 2008 è stato inferiore ai 2.000 esemplari, per circa 80 mila euro.

Si tratta di banconote spacciate in prevalenza in aree di servizio autostradali, distributori di carburante, nonchè in occasione di versamenti di contante agli istituti di credito. La lotta contro la spendita di monete false ha portato nell'agosto dello scorso anno alla scoperta di una stamperia clandestina, nella quale furono rinvenute banconote contraffatte per oltre 7 milioni e mezzo di euro, pronte per essere immesse nel circuito legale. Dal raffronto con il consuntivo del precedente anno - è ancora spiegato nella nota della Guardia di Finanza - emerge una dinamica del fenomeno in crescita, con un'allarmante propensione allo spaccio delle banconote anche di taglio medio/piccolo (da 20, 50 e 100 euro), rispetto a quelle da 200 o 500 euro, ordinariamente preferite in quanto più idonee a soddisfare la combinazione tra la massima remuneratività e la facilità di collocazione sul mercato.

«Su tutte - conclude la nota - rilevano i quantitativi dei pezzi da 100 Euro, pari a 1.514 unità (circa il 20% del totale), rilevati da gennaio 2009 a maggio 2010, rispetto a quello accertato nell'intero anno 2008, di poco superiore alle 600 unità, nonchè delle banconote da 20 euro, pari a 1.610 unità (circa il 65% del totale), che hanno già superato il numero complessivo delle banconote false segnalate nella decorsa annualità, oltre 900, a riprova della maggiore sicurezza dei falsificatori nel porre in circolazione tagli di valore maggiore, in genere più difficili da piazzare, ma che testimoniano la capacità degli stessi di elevare la potenzialità ingannevole della cartamoneta, che rasenta sovente la perfezione, attraverso la continua ricerca di soluzioni e ritrovati tecnici sempre più idonei allo scopo illecito».




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Napoli, trasferito il prete anticamorra fedeli in rivolta a Secondigliano

IL Mattino

   
di Giuliana Covella

NAPOLI (2 luglio) - A 53 anni sarà trasferito da quell'inferno nel quale ha vissuto e dal quale ha salvato tanti giovani per volontà dei suoi superiori. La motivazione ufficiale è che gli alti gradi dell'Opera Don Guanella hanno deciso per lo spostamento in un'altra comunità perché «fa parte della regola dell'avvicendamento che ogni comunità religiosa si pone per svariati motivi». Ma quali siano, di preciso, questi motivi non è dato saperlo. Don Aniello Manganiello, prete anticamorra di Scampìa e Secondigliano non potrà più salvare decine di giovani della periferia Nord da droga e criminalità organizzata. Il suo operato finisce qui, secondo quanto stabilito dai superiori della Confraternita.

Ma sia il parroco che i «suoi» giovani non ci stanno e per far sentire la loro voce hanno organizzato per stasera, alle 19.30, una protesta nel cortile dell'oratorio al Rione Don Guanella.
Secondo i bene informati, infatti, sarebbero altre le motivazioni che hanno spinto i religiosi guanelliani a dislocare altrove don Aniello. In primis per i suoi continui attacchi alla malavita, dal pulpito ma anche in altre occasioni. In secondo luogo per i suoi duri atti d'accusa all'indirizzo delle istituzioni locali, prima di tutto il Comune, che poco fanno, a detta del sacerdote, per gli enti religiosi e laici che si occupano di minori a rischio. Un prete «scomodo» dunque, non soltanto per i clan che governano il territorio della periferia settentrionale.

Mentre don Aniello si è chiuso in un silenzio inusuale per chi, come lui, non si è mai tirato indietro di fronte alle domande dei cronisti (da ieri, infatti, è all'oratorio per il campo estivo con i ragazzi del rione), si prepara la protesta di stasera promossa dai fedelissimi del parroco che hanno creato anche un gruppo su Facebook. «Con grande rammarico e profonda tristezza - afferma Rosario Ranno - i superiori dell'Opera Don Guanella hanno deciso il trasferimento di don Aniello in un'altra comunità. Vani sono stati i tentativi da parte del Consiglio pastorale che martedì scorso ha incontrato il superiore provinciale per dissuaderlo da questa decisione. Ma noi non ci arrendiamo e vogliamo che don Manganiello resti qui per portare avanti quel processo di innovazione che tutti conosciamo e in cui siamo stati coinvolti».

Le proteste dei residenti di Scampia e Secondigliano non si fermano qui. Stamattina, alle 10, alcuni ragazzi del gruppo di don Aniello lanceranno un appello dagli studi della trasmissione «Uno Mattina» su Rai1 alle istituzioni e ai vertici guanelliani, «per spiegare loro perché padre Manganiello non può e non deve andare via dal quartiere e dalla città». Alle proteste dei più giovani si uniscono quelle delle mamme, dei tanti genitori cui il sacerdote ha salvato i figli. Come Silvana (il nome è di fantasia), 58 anni, madre di tre figli, di cui due finiti dietro le sbarre per spaccio di stupefacenti. «Uno si è salvato - dice in lacrime la donna - solo grazie a don Aniello e a ciò che ha fatto per i nostri giovani». Storie che, da domani, potrebbero non ripetersi più se il parroco anti camorra sarà allontanato.



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Portici, lettera di minacce al sindaco «Fai l'eroe, ma ricordati che hai famiglia»

IL Mattino
  

PORTICI (2 luglio) - Una lettera di minacce è stata recapitata al sindaco di Portici (Napoli) Vincenzo Cuomo. La missiva è giunta in Municipio il 29 giugno (ma la notizia si è appresa solo oggi) scritta a penna su foglio A4, chiusa in una busta da lettera ed è stata aperta dal personale della segreteria. «Caro sindaco Cuomo - si legge - non hai capito un c... Te ne devi andare al tuo paese Casola, Portici è nostra e pure il Granatello. Vuoi fare l'eroe ti scordi che tieni famiglia, tu sei solo, noi siamo assai e dobbiamo campare questo è l'ultimo avvertimento poi passiamo ai fatti».

Sotto alla lettera vi erano quattro croci disegnate a penna, probabilmente riferite ai componenti della famiglia. L'episodio è stato denunciato dal sindaco alla polizia.

Solo pochi giorni fa il ministero dell'Interno, attraverso il sottosegretario, Michelino Davico, aveva sottolineato, rispondendo a interrogazione del deputato Pd Salvatore Piccolo che il sindaco di Portici è una personalità a rischio per le battaglie contro la criminalità, annunciando così l'attivazione di misure di protezione.

Dieci giorni fa un'altra lettera minatoria era giunta al Comune indirizzata al primo cittadino di Portici.





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Spara con un fucile a pallini in un asilo Feriti 4 bimbi a S. Giuseppe, preso 17enne

IL Mattino

Arrestato, aveva sparato dalla finestra di casa: «Volevo colpire dei barattoli». Grande paura ma i piccoli non sono gravi


 

SAN GIUSEPPE VESUVIANO (2 luglio) - Un ragazzo di 17 anni, T.L., ieri pomeriggio ha sparato dal balcone di casa con un fucile ad aria compressa in direzione del cortile di una scuola materna, ferendo 4 bambini. Gli agenti del commissariato di polizia lo hanno arrestato: è accusato di tentato omicidio plurimo e detenzione illegale di armi e munizionamento.

I bambini, tra i 2 ed i 6 anni di età, sono stati feriti in maniera lieve. Due sono stati medicati nella clinica "Santa Lucia", una bimba è stata portata all'ospedale di Sarno e uno di 4 anni è stato ricoverato presso l'ospedale pediatrico di Napoli «Santobono».

Gli agenti sono riusciti a risalire ad un'abitazione poco distante dall'asilo d'infanzia "Striano", e dopo una perquisizione, il responsabile è stato individuato. In un ripostiglio della casa c'era il fucile ad aria compressa e i piombini.

Il ragazzo ha tentato di giustificarsi affermando voleva allenarsi nello sparare dal balcone contro dei barattoli posti in un terreno poco distante.

Ora è al centro di prima accoglienza per minori dei Colli Aminei a Napoli.





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Cateteri equini alle donne, il pm chiede il processo per Ambrosini jr e altri 6

Messico, la strage di Tubutama È tornato il vecchio West

Corriere della Sera

Oltre venti morti a soli 20 chilometri dal confine con l’Arizona. Usati fucili d’assalto, granate e pistole



WASHINGTON – Venti o forse trenta morti. Nessuno sa con esattezza il numero delle vittime di una battaglia con armi moderne ma che ricorda gli scontri della frontiera nel vecchio West avvenuta nell'area di Tubutama, località messicana a soli 20 chilometri dal confine con l’Arizona. Una prima versione sostiene che lo scontro ha opposto una banda di narcos ad una gang di «polleros», i trafficanti di clandestini. Tubutama è, infatti, su una delle strade battute dai contrabbandieri ed vicina ad Altar, la base di partenza degli immigrati che cercano fortuna negli Usa. Per la polizia i banditi avrebbero usato fucili d’assalto, granate e pistole. Non c’erano, invece, veicoli blindati: una precisazione delle autorità che la dice lunga sull’arsenale a disposizione dei criminali.

LA SENCONDA VERSIONE - Un giornale della regione ha poi aggiunto che testimoni avrebberocontato decine di veicoli con a bordo gangster armati in modo pesante. Una seconda versione, raccontata dall’esperto Michel Marizco, presenta uno scenario da guerriglia. Un gruppo di fuoco dei Los Zetas sarebbe circondato da giorni in una zona impervia. Un assedio posto dall’organizzazione rivale di Sinaloa. Senza rifornimenti, i Los Zetas avrebbero chiesto aiuto ai complici che risiedono a Nogales.

Due di loro sono partiti per portare benzina ma sono caduti in un agguato. Una terza versione sostiene invece che i Los Zetas starebbe cercando di conquistare territorio in una zona importante per i traffici illegali attraverso il confine. La strage di Tubutama è solo uno degli episodi violenti avvenuti nelle ultime ore in Messico. Ne ricordiamo solo alcuni: il rapimento del figlio del boss Arturo Beltran Leyva (ucciso mesi fa), l’attacco mortale contro una donna magistrato e la scorta a Ciudad Juarez, l’assassinio di due bambini e il ferimento di altri quattro centrati dai colpi dei sicari che volevano eliminare i genitori.

Guido Olimpio
02 luglio 2010



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Ho comprato queste droghe online» La provocazione del presidente ucraino

Corriere della Sera

Gesto-sfida di Yanukovich contro il narcotraffico in Rete. L'opposizione attacca: è perseguibile penalmente

Dal palazzo presidenziale a Kiev hanno fatto sapere che i pusher sono stati arrestati
«Ho comprato queste droghe online». La provocazione del presidente ucraino


Il presidente Viktor Yanukovich mostra davanti alle  telecamere uan serie di droghe. «Le ho acquistate in rete»
Il presidente Viktor Yanukovich mostra davanti alle telecamere uan serie di droghe. «Le ho acquistate in rete»

MILANO

Cocaina, marijuana e una serie di pillole illegali sul tavolo del Consiglio dei ministri: Viktor Yanukovich ha presentato in diretta tv il frutto del suo ultimo acquisto online. Con un'azione decisamente controversa, il presidente ucraino ha voluto dimostrare a ministri e autorità del Paese come è facile procurarsi ogni tipo di stupefacente navigando in rete. E che le politiche in fatto di lotta alla droga sono «totalmente inefficienti». Il gesto del capo dello Stato ha suscitato numerose critiche, soprattutto da parte dell'opposizione: «Dovrebbe essere incriminato», ha attaccato il blocco dell'ex premier Yulia Tymoshenko.

LOTTA ALLA DROGA - «Ho comprato queste droghe su Internet», ha esordito Yanukovich davanti alle telecamere della tv a Kiev, salvo correggere il tiro poco dopo, specificando che gli stupefacenti erano stati ordinati online dai suoi collaboratori. Ciò nonostante, il messaggio del presidente è stato chiaro: l'impegno messo in campo dal ministero della Salute nella lotta alla droga è debole, e «la legislazione ucraina continua a proteggere gli interessi di tossicodipendenti e spacciatori». Solo 180 tipi di droga sarebbero vietati in Ucraina, contrariamente ai Paesi vicini «dove sono il doppio».
Le droghe mostrate dal presidente Yanukovich
Le droghe mostrate dal presidente Yanukovich
«Di quale impegno stiamo parlando se ognuno può acquistare l'intera gamma di narcotici nei negozi su Internet?», ha chiesto Yanukovich parlando davanti a diversi ministri, alti funzionari della sicurezza e al procuratore generale. La lotta delle forze di sicurezza contro il traffico di droghe «è inadeguata e forse anche criminale», ha aggiunto.

PERSEGUIBILE - Dall'opposizione si sono levati duri atti di accusa: il «Blocco Yulia Tymoshenko», partito della ex premier, chiede che vengano intraprese azioni legali contro Yanukovich, che il presidente cioè venga«perseguito penalmente per traffico di droga». «Per questo suo gesto può andare dietro le sbarre per almeno dieci anni», ha dichiarato il capogruppo in Parlamento, Andrey Kozhemyakin, all'agenzia di stampa russa Rosbalt. Dal palazzo presidenziale a Kiev fanno sapere che i pusher di Yanukovich sono stati arrestati in flagrante. Inoltre, il presidente ha bruciato pubblicamente tutte le droghe dentro un bidone della spazzatura nel cortile interno del palazzo subito dopo la conferenza stampa. L'azione inusuale sarebbe semplicemente stato «un modo per attirare l'attenzione sul grave problema».

Elmar Burchia
02 luglio 2010



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Imbrattata la Scala Santa: scritte ingiuriose contro il Papa

IL Messaggero

 


ROMA (2 luglio) - Scritte ingiuriose sulla Scala Santa a Roma. L'atto di vandalismo è avvenuto la scorsa notte e la gendarmeria vaticana stamani, dopo averle scoperte, ha avvisato il Campidoglio.

Alcune scritte sembrano in lingua straniera, altre appaiono incomprensibili e riporterebbero lettere e numeri al contrario altre ancora sono frasi ingiuriose contro il Pontefice. Le scritte si trovano sul sagrato e all'ingresso esterno della Scala Santa che si trova di fronte alla basilica di San Giovanni. Alcuni testimoni la scorsa notte, intorno all'una e trenta, avrebbero visto una persona fuggire dopo aver fatto le scritte.

Il sindaco Alemanno, gesto da imbecilli. «L'ennesimo gesto da imbecilli che cercano la ribalta mediatica con atti di assoluta inciviltà che hanno profanato la Scala Santa, un luogo santo e caro ai romani e ai pellegrini che vengono nella nostra città da tutto il mondo. A nome mio e della Giunta comunale - ha detto Gianni Alemanno - voglio esprimere la piena solidarietà al Pontefice per le scritte rivolte alla sua persona, prontamente rimosse già questa notte dall'Ufficio Decoro urbano».

Enrico Gasbarra (Pd), shock per i romani. «La notizia del grave atto di teppismo alla Scala Santa - ha detto Enrico Gasbarra - luogo sacro per la cristianità, è un vero shock per i romani e i pellegrini di tutto il mondo. Vorrei rivolgere al santo padre, papa Benedetto XVI e ai Padri Passionisti la più profonda vicinanza e solidarietà, nella speranza che le forze di polizia riescano ad assicurare alla giustizia gli autori dell'incredibile gesto».




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L'incubo della studentessa Preso l'uomo che ha sparato

Corriere della Sera


L'agguato per motivi d'onore. Stazionarie le condizioni della ragazza e dell'uomo ferito, vero obiettivo del killer

NOTTE DI LAVORO PER la squadra mobile: visionati filmati delle telecamere a circuito chiuso


Laura Salafia
Laura Salafia
CATANIA
- Svolta nella notte a Catania. La Squadra Mobile della città etnea ha arrestato Andrea Rizzotti, 54 anni, incensurato, l'uomo che giovedì ha seminato il panico in città, ferendo in modo grave una studentessa, Laura Salafia, e un uomo, Maurizio Gravino, presunto mafioso, vero obiettivo del sicario.

SI È CONSEGNATO - L'agguato, secondo quanto ricostruito dalla polizia, si lega a vicende personali di Gravino e del killer, non a fatti direttamente connessi con Cosa Nostra. Il pregiudicato ferito era fuggito con una nipote dell'uomo che gli ha sparato, per vendicare l'onore familiare. La donna è infatti sposata. Dopo essersi allontanati da Catania, la coppia vi era tornata e Gravino avrebbe mantenuto atteggiamenti spavaldi e provocatori nei confronti dei familiari di lei. L'arrestato è incensurato, ma la sua famiglia non è estranea a un contesto mafioso: un figlio infatti era stato coinvolto in un'inchiesta sui clan catanesi. Decisive per le indagini, oltre alle immagini delle telecamere, anche le descrizioni del killer fornite dai molti studenti universitari che avevano assistito alla sparatoria in piazza Dante, di fronte all'ex monastero del Benedettini dove ha sede la facoltà di Lettere. L'indagato è stato così identificato e sono scattate le ricerche.



Audio

IMPIEGATO COMUNALE - L'arrestato è un impiegato comunale, Andrea Rizzotti, di 54 anni, che lavora anche in un'area di servizio vicino a piazza Dante, luogo della sparatoria. L'uomo è stato arrestato in una villetta a Ippocampo di mare, un villaggio marinaro alla periferia sud di Catania. I suoi vestiti sono stati trovati lavati per evitare di trovare tracce della sparatoria. Alla sua identificazione la squadra mobile è arrivata grazie alle testimonianze raccolte, alla visione delle immagini di telecamere di sicurezza di esercizi della zona, ma soprattutto a indagini «tradizionali» con numerosi interrogatori. L'uomo avrebbe ammesso le sue responsabilità ma avrebbe detto di avere agito per legittima difesa e perché stanco degli insulti subiti quotidianamente.

Secondo la ricostruzione di Rizzotti, Gravino che aveva avuto una relazione con una sua parente passava tutti i giorni davanti al distributore di carburanti insultandolo sempre allo stesso modo: mostrandogli il mignolo e l'indice a mò di «corna». Giovedì l'episodio si sarebbe ripetuto. Rizzotti al culmine dell'ennesima lite avrebbe visto Gravino estrarre una pistola e avrebbe sparato diversi colpi perché provocato e infuriato. L'uomo si era nascosto in una sua villetta al mare, ma saputo che la polizia era stata a casa sua per delle perquisizioni ha deciso di costituirsi, consegnandosi alla squadra mobile.

IL PM - «La dinamica e la ricostruzione fatta dalla polizia e dallo stesso indagato portano a escludere il movente di mafia nella sparatoria». Lo ha affermato il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catania, Pasquale Pacifico, titolare dell'inchiesta. «Tutto lascia fare pensare - spiega il pm Pacifico - che dietro alla sparatoria ci siano forti rancori e contrasti personali durati nel tempo». Non hanno dubbi neppure alla squadra mobile della Questura da dove si conferma «l'estraneità della mafia nella tragica vicenda».

L'ipotesi dell'agguato era stata fatta da magistrati per la personalità di Maurizio Gravino, ritenuto elemento vicino al clan Zuccaro, una delle «frange» maggiormente attive della cosca Santapaola. Un figlio di Andrea Rizzotti, l'uomo arrestato e reo confesso della sparatoria, Francesco, è stato arrestato in passato nell'ambito dell'operazione antimafia Revenge. Ma il padre, secondo gli investigatori, è un «incensurato estraneo a ambienti criminali».

IN OSPEDALE - Intanto rimangono gravi ma stazionarie le condizioni di salute di Laura Salafia, la studentessa di 34 anni, originaria di Solarino (Siracusa), ferita nella tarda mattinata di giovedì davanti l'ex monastero dei Benedettini di Catania, che ospita che ospita le facoltà di Lettere e Lingue straniere. Un proiettile vagante l'ha colpita alla colonna procurandole delle lesioni importanti alla seconda e alla terza vertebra cervicale. La donna è ricoverata nel reparto di rianimazione dell'ospedale Garibaldi con la prognosi riservata.

Laura, prossima alla laurea, aveva finito di sostenere l'esame di Spagnolo, ottenendo il voto massimo: 30 e lode. Era uscita dalla facoltà con un'amica quando è stata centrata accidentalmente da un proiettile al collo. Uno dei cinque proiettili sparati, tra la gente, contro Maurizio Gravino. Anche l'uomo è rimasto ferito gravemente ed è ricoverato nell'ospedale Vittorio Emanuele con la prognosi riservata. Le sue condizioni sono definite stazionarie.

IL FIDANZATO - «È una notizia bellissima». Antonio Guarino, fidanzato di Laura Salafia, commenta l'arresto dell'uomo che ha sparato. «Ha anche confessato? Allora - aggiunge - il processo non lo devono fare in un'aula del Palazzo di giustizia ma in piazza e i giurati devono essere giovani studenti universitari....». «Abbiamo mantenuto la promessa che giovedì ho fatto ai genitori della studentessa ferita, andandoli a trovare in ospedale, garantendo loro che avremmo fatto di tutto per prendere chi aveva sparato» ha detto il questore di Catania, Domenico Pinzello. «I genitori di Laura Salafia - ha aggiunto il questore Pinzello - sono due persone splendide e dolcissime. Prima di divulgare la notizia dell'arresto li ho chiamati e li ho avvertiti. Ci hanno ringraziato visibilmente commossi dicendo che erano certi del fatto che la polizia si sarebbe impegnata al massimo, e così è stato».

Redazione online
02 luglio 2010




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Maxitruffa, in ospedale reclutavano prestanome

di Redazione

Reclutavano negli ospedali, tra persone malate o con handicap motori, i prestanome per società costituite al fine di emettere fatture false. Al termine di due anni e mezzo di indagini, i finanzieri hanno denunciato otto persone, che avevano messo in piedi un’ingegnosa "frode carosello", legata al commercio di prodotti informatici

 
Genova

Reclutavano negli ospedali, tra persone malate o con handicap motori, i prestanome per società costituite al solo fine di emettere fatture false: un’associazione per delinquere, attiva in alcune regioni del centro-nord, con un vorticoso giro di fatture false per quasi mezzo miliardo di euro e Iva evasa per 15 milioni di euro è stata smantellata dai militari del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Genova. Al termine di due anni e mezzo di indagini, i finanzieri hanno denunciato otto persone, che avevano messo in piedi un’ingegnosa "frode carosello", legata al commercio di prodotti informatici. I particolari dell’operazione saranno diffusi in una conferenza stampa che si terrà stamani, alle 10.30, presso la sede del Comando Provinciale di lungomare Canepa a Genova.




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La sinistra va in piazza a litigare con la D’Addario

di Massimiliano Scafi

Roma

«No al bavaglio». A Roma l’hanno scritto su uno striscione, a Napoli, con il pomodoro, su una pizza. Sì, una vera pizza, una margherita con il bordo alto, la bufala di Aversa e il basilico. L’hanno esposta in piazza Trento e Trieste, l’hanno portata un po’ in giro e poi ovviamente se la sono mangiata. A Piazza Navona invece vogliono mangiarsi Patrizia D’Addario che, non invitata, si presenta alla manifestazione contro la legge sulle intercettazioni. Foto, sorrisi, capelli al vento, sobrio tailleur nero, finché, dietro il palco, non riesce a intercettare i giornalisti e a pubblicizzare il suo secondo libro, fresco fresco di stampa.

«No, nessuna pubblicità - spiega - sono qui per difendere il vostro lavoro e la vostra libertà. Del resto questa legge riguarda anche me. Se fosse già stata in vigore, voi sareste in carcere e la mia verità non sarebbe mai venuta fuori. Io l’icona del corteo? Sarei felice di esserlo. Io in politica, con Di Pietro? Sono molto impegnata a difendermi da chi mi ha infangata, ma, semmai, perché no?».

Furibondi gli organizzatori: la presenza della signorina bionda può effettivamente mandare tutto in vacca. «Mi sembra davvero eccessivo che una escort sia venuta qui nel retropalco per farsi la sua conferenza stampa - sbotta Benedetta Buccellato, dell’Associazione teatro italiano -, reclamizza il suo libro in una manifestazione per la dignità della cultura. Lei non è una scrittrice, è una escort. Mi denunci pure, ma io la chiamo così». Fischi, proteste, pure qualche pernacchia per la D’Addario, nonostante la sua timida autodifesa: «Non credo che quella signora avrebbe mai il coraggio che ho avuto io a raccontare la verità a un magistrato».

Altri fischi. «Fanno bene a contestarla - è il commento di Roberto Natale, presidente della Fnsi -, qui da noi non è per nulla gradita. Il nostro è un appuntamento aperto, non c’è servizio d’ordine, ma c’è chi vuole speculare. Questa non è la piazza della D’Addario». Indignato Enzo Carra: «Sono qui per la libertà di informazione e trovo davvero squalificante che un evento così importante e imponente venisse monopolizzato dal protagonismo della signorina D’Addario. Bene Natale, meno i colleghi che l’hanno intervistata». Rosy Bindi è più comprensiva: «Che volete farci, siamo un Paese libero... E poi chi ascolta è in grado di valutare i singoli interventi».

Sul palco tocca a Tiziana Ferrario, Tg1, aprire la manifestazione leggendo l’articolo 21 della Costituzione e moderare gli interventi. Sotto, un caleidoscopio multicolor di associazioni: il Popolo Viola, la Valigia Blu, le Agende Rosse, giornalisti, addetti ai lavori, ma anche attori, scrittori, registi, Vip, sindacati di polizia. Tanti soprattutto i politici del centrosinistra: Walter Veltroni, Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Piero Fassino, Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto. C’è pure Antonio Di Pietro, particolarmente bellicoso: «Siamo pronti ad occupare la Camera contro il disegno di legge. Fissare l’esame ad agosto è una truffa, un raggiro per bypassare la ribellione dell’opinione pubblica che in estate è in ferie».

Arriva la solidarietà dell’Anm e della Cgil. Parla Franco Siddi, segretario della Fnsi: «La libertà è soprattutto conoscenza, non ci rendiamo conto dei rischi che corriamo. Se sarà il caso, ricorreremo alla Corte europea per i diritti dell’uomo». Si collega telefonicamente Dario Fo: «Berlusconi è in difficoltà, sta perdendo colpi. Non insultiamolo, ignoriamolo». Interviene la cantante Fiorella Mannoia: «Anche il centrodestra dovrebbe bloccare questa legge vergognosa». Prendono la parola la mamma di Federico Aldovrandi e la sorella di Stefano Cucchi: «Se non avessimo fatto pubblicare le foto e gli atti, i due casi sarebbero stati archiviati». Dacia Mariani vede «un Paese in trance che sta trovando la forza di reagire, grazie al coraggio dei giornalisti». E Claudio Guiardullo, a nome dei sindacati di polizia, difende l’utilità delle intercettazioni nella lotta contro il crimine. Ma la D’Addario ha già rubato la scena.



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Non si difende la libertà di stampa con D'Addario e Bindi in piazza

Il Tempo

Surreale manifestazione a piazza Navona.

Alla protesta spunta la escort barese.

Il monito di Napolitano: "Chiarire i punti critici". 

DDL Quale libertà di stampa?


Da sinistra Patrizia D'Addario e Rosy Bindi Alla manifestazione contro il ddl intercettazioni spunta Patrizia D'Addario. Proprio accanto alla presidente del Pd, Rosy Bindi. Una giornata decisiva e una protesta bizzarra. Eppure tutto era cominciato secondo copione. Il Capo dello Stato ha fatto notare l'esistenza di alcuni punti critici nel provvedimento in attesa di valutare se «saranno apportate modifiche adeguate alla problematicità di quei punti messi in evidenza». Il presidente del Senato Schifani ha assicurato che l'esame del ddl «si farà in Senato comunque dopo l'estate». Nelle stesse ore a Roma si riempiva piazza Navona per protestare «contro il bavaglio».

Insieme con Bersani, Di Pietro, Finocchiaro, Veltroni, e tanti altri esponenti dell'opposizione, c'era la escort barese. Dietro il palco, sempre circondata dai fotografi. Nella stessa zona anche politici e giornalisti noti, ma lei è stata la più gettonata. «Sono qui per la libertà di stampa, per il vostro lavoro - ha spiegato ai cronisti - Questa legge, però, riguarda anche me: è passato un anno da quando ho raccontato ai giudici la verità e ancora sto pagando». Qualcuno non le crede: «Via da qui! Fuori le escort!». «Se ne deve andare, siamo qui per difendere la cultura, la stampa dovrebbe raccontare quello che avviene sul palco e in piazza. Lei invece è qui a raccontarci la sua biografia, a far pubblicità al suo libro».

A strillare è stata Benedetta Buccellato, attrice e segretaria dell'associazione per il Teatro Italiano. E se la escort barese ha spedito le accuse al mittente promettendo querele, c'è chi l'ha eletta testimonial della piazza. Franco Siddi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, organizzatore della manifestazione, non ci sta: «La D'Addario è una delle 12 mila persone presenti. Nessuno si permetta di dire che questa è la manifestazione della D'Addario. Lei come è libera di entrare a Palazzo Grazioli è libera di venire a manifestare in piazza Navona, ma le nostre bussole sono altre. Mi riferisco a Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Giuseppe Donati, Antonio Gramsci, Walter Tobagi, Carlo Casalegno e ad altri giornalisti che hanno dato la vita per il loro lavoro».

Dopotutto la D'Addario rappresenta un unicum: è stata la sola «quasi candidata» del centrodestra presente. Per il resto è stato tutto uno sventolare di bandiere della sinistra. L'opposizione ha messo il cappello anche a questa manifestazione. Siddi non condivide: «La nostra è una battaglia per il soddisfacimento di uno dei diritti fondamentali, stiamo combattendo per un'informazione completa, libera e plurale».


Nadia Pietrafitta

02/07/2010





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Basta traffico e code in auto Arriva la macchina volante

Quotidianonet

Tra un anno ci sarà la “Transition”. Il veicolo costruito dalla statunitense Terrafugia più che una macchina volante, è un aeroplano in grado di correre su strada. Sarà consegnata dal 2011 dopo il via libera delle autorità




Washington, 2 luglio 2010

Come nei migliori film di fantascienza le vetture potranno librarsi nel cielo evitando le code del traffico anche volare e questo sarà possibile a partire dal prossimo anno se la “Transition” manterrà le promesse.

Il veicolo costruito dalla statunitense Terrafugia dovrebbe infatti essere consegnato ai primi clienti nel 2011, dopo il via libera dell’ente federale per la sicurezza aerea (Faa): il prezzo di listino dovrebbe essere di 194mila dollari.

Più che una macchina volante, la “Transition” è un aeroplano in grado di correre su strada: le ali si dispiegano in un minuto ma per il decollo e l’atterraggio è comunque necessaria una pista; oltre alla patente auto, è necessaria anche quella per gli ultraleggeri.





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Australia, "abusi sadici" su 25 ragazzi, condannato prete a 20 anni di carcere

Quotidianonet

Tra il 1968 e il 1986 John Sidney Denham, 67 anni, aveva abusato di almeno 25 ragazzi in diverse scuole a Sidney e nel Nuovo Galles.
Il giudice ha sottolineato l’aspetto "sadico" degli abusi "pianificati" dal religioso

Sidney, 2 luglio 2010

Un prete australiano è stato condannato a quasi 20 anni di carcere per pedofilia. John Sidney Denham, 67 anni, aveva abusato di almeno 25 ragazzi in diverse scuole a Sidney e nel Nuovo Galles tra il 1968 e il 1986.

Il giudice Helen Syme ha sottolineato l’aspetto "sadico" degli abusi "pianificati" dal prete, che aveva creato un clima di "paura e di depravazione" grazie al quale il religioso è rimasto impunito per anni. La confessione del prete non è servita a intenerire il giudice, che gli ha inflitto 19 anni e dieci mesi di reclusione.

agi





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Don Lu e lei, in moto, a benedir case»

La Stampa

Quattro amichette della dodicenne raccontano. La difesa: solo fantasie, lo dimostreremo

 

A maggio dell’anno scorso, quando ci furono le presunte violenze, erano andati insieme in scooter a benedire le case dei parrocchiani sulle alture di Alassio, in frazione Moglio. Don Luciano Massaferro -accusato di violenza sessuale, in carcere da più di sei mesi- e la sua chierichetta dodicenne presunta vittima, erano insieme, solo loro due. Ma sarebbero stati visti.

«È falso, lei non c’era, e lo dimostreremo, era un’altra bambina», la tesi degli avvocati difensori.
Ieri mattina in Tribunale al processo per violenza sessuale sono state ascoltate come testimoni non soltanto due donne, che avevano ricevuto la visita del sacerdote, ma anche quattro coetanee della presunta vittima. Le amichette del catechismo, della parrocchia, dei campi solari. Maglietta e coda di cavallo. Ragazzine dodicenni depositarie delle confidenze e dei racconti sulle violenze riferite.

Hanno parlato per mezz’ora ciascuna. E poi invece dopo di loro, ma soltanto per pochi minuti, alcune residenti della frazione L.D.M. e G.S. e un altro prete, G.C., di Vigevano, a cui don Massaferro avrebbe promesso di regalare il pc, poi ritrovato dalla polizia. Accompagnate dai loro familiari ieri mattina le quattro ragazzine sono state riprese e ascoltate dai giudici in un’audizione protetta, in una saletta appartata del tribunale.

Dove di solito si tiene la camera di consiglio, al secondo piano. La stanza in cui si trovavano, era collegata tramite video con l’aula in cui c’era il pubblico ministero e gli avvocati. Un’aula con finestre e porte sigillate da cartoni per celare all’esterno le immagini proiettate in diretta, e dove i microfoni, i banchi e le gabbie avrebbero potuto turbare il loro equilibrio. Il capo d’imputazione è infatti «atti sessuali con minorenne» (articolo 609 del codice penale).

La pena va dai 5 ai 10 anni di reclusione. Le quattro ragazzine hanno ripetuto gli abusi riferiti dalla chierichetta. «Giochi» a cui era costretta sullo scooter, in biblioteca, nel capanno di campagna. Le domande del pm Giovanni Battista Ferro, e degli avvocati Alessandro Chirivì e Mauro Ronco (Massaferro) e Mauro Vannucci (parte civile), sono state filtrate e poste con estrema delicatezza dal presidente del collegio giudicante Giovanni Zerilli (a latere i giudici Marco Rossi e Laura De Dominicis).

«Racconti riferiti, ma basati su fantasie e lo dimostreremo in base alle nostre indagini difensive» è la convinzione dei legali del sacerdote che ieri non era in aula, scegliendo di rimanere in carcere a Sanremo. «Con noi don Lu non si comportava così» hanno spiegato le piccole ai giudici.




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La violenza in famiglia sulle donne? Per lo Stato è un affare privato

di Annamaria Bernardini De Pace



 

Il punto cruciale è che c'è scarsa, scarsissima, sensibilità, da parte delle istituzioni, per tutto ciò che riguarda le vicende familiari. Lo Stato è invasivo, al limite dell'insopportabile, quando si tratta di punire una famiglia (per esempio strappando il figlio a una famiglia conflittuale o non assentendo a un'adozione); è del tutto latitante  quando, invece, dovrebbe impegnarsi a prevenire quelle che poi si rivelano autentiche tragedie. Nessuno può immaginare quante denunce connesse a rapporti familiari vengano trascurate, archiviate o rimesse. Magistrati e forze dell'ordine fanno, troppo spesso, i preti che mediano inutili e ipocriti accordi pseudopacificatori: dovrebbero invece onorare il loro ruolo, anche, cercando di capire che, la maggior parte delle volte, la vittima ritira la denuncia perché è ricattata dal violento o dal persecutore.

L'ultimo pluriassassino, in ordine di tempo, aveva precedenti penali per minacce e danneggiamenti, era stato denunciato dalla vittima e da altre per una decina di volte. Chi, sapendo, ora si deve sentire corresponsabile dei suoi due sanguinari e mostruosi omicidi? Certamente, anche chi è pagato per prevenire, fermare, giudicare la violenza e non l'ha fatto. Per incuria, incapacità, cinica indifferenza.

Eppure le leggi ci sono. Ma restano inapplicate. A Milano, in verità, c'è un efficiente «pool familiare» ben coordinato tra polizia e procura: il personale è stato appositamente formato a comprendere e gestire al meglio i patologici rapporti interfamiliari. Dunque, chi ne è investito, di volta in volta sa comprendere, soprattutto in caso di stalking, se c'è il rischio della ripetizione più grave del reato e, di conseguenza, agisce con la rapidità e la concretezza indispensabili in questi casi. Quasi sempre e con un po' di stalking da parte dell'avvocato, però...
Gli strumenti giuridici ci sono e, se non sono attivati dai legali esperti, vengono suggeriti alle vittime dai poliziotti e dagli agenti scrupolosi: chi è vittima di violenza può richiedere l'ammonimento del

Questore al denunciato, ma anche misure protettive diversamente modulate, dal divieto di incontro e di contatti con luoghi e pertinenze della vittima, all'obbligo di dimora, fino agli arresti domiciliari. In via preventiva, però, senza aspettare la tragedia quasi sempre annunciata. Se la vittima è costretta a difendersi da sola, a modificare le proprie abitudini di vita, a vivere nell'ansia e nel terrore, il reato di stalking è già in atto e già provato: se chi deve agire non lo fa, è colpevole lui stesso; se non di stalking, quantomeno di omissione di atti d'ufficio. Intanto.

Siamo circondati dalla violenza, soprattutto all'interno delle mura domestiche: molestie, maltrattamenti, crudeltà mentale, aggressioni morali, fisiche e specificamente sessuali, minacce, terrorismo psicologico, sadismo comportamentale. La vittima spesso non la riconosce, poi se ne vergogna, nel frattempo ne diventa dipendente o ha paura del persecutore. Si fa presto ad arrivare al crimine, quando «l'amore» è malinteso, delirante, ossessivo e non accetta la frustrazione del rifiuto e della fuga.
Tanto per cominciare, smettiamola di giustificare gli assassini dicendo «a suo modo l'amava».



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I divieti del 2010

La Stampa

Le ordinanze più strane in vigore in Italia e punite con multe salate



In parte è colpa di un decreto legge quasi «balneare» a giudicare dalla data di approvazione, il 5 agosto 2008. Erano i primi passi del governo Berlusconi, cancellata l’Ici della prima casa per promessa elettorale, si offriva però la possibilità ai sindaci di emettere ordinanze «su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico». E i sindaci hanno ordinato divieti e multe a volontà: l’ultima statistica pervenuta ne ha contate 156, ed era qualche mese fa. Nessuno li ha contati, ma gli articoli di scherno della stampa nazionale e straniera sono molti di più. 

Spiagge. E’ la terza estate di slalom fra i divieti che spesso nemmeno si conoscono. A Eraclea in provincia Di Venezia sono fra i più severi: vietato andare in giro in spiaggia senza indossare una maglietta. Ma è proibito anche giocare a pallone, costruire castelli di sabbia, raccogliere conchiglie e prelevare sabbia. Anche a Lerici non si può uscire in costume ma nemmeno stendere gli asciugamani fuori dai balconi e dalle finestre. A Is Aruttas, in provincia di Oristano, non si può fumare. A Mintumo, in provincia di Latina, non si usano i risciò a pedali durante i fine settimana di luglio e durante tutto il mese di agosto (Mintumo).

 Niente massaggi da personale ambulante sui litorali toscani e romagnoli altrimenti si rischia una multa da 2 mila euro a 10 mila. Al Lido di Dante, storica spiaggia naturista in provincia di Ravenna non si ascolta la musica ad alto volume dalle 13:00 alle 16:00, non si fa volantinaggio, non si prende il sole in topless e da quest’anno per i primi 200 metri di spiaggia è possibile passeggiare ma non fermarsi a prendere il sole. In molte spiaggie è proibito portare cani e gatti ma sono davvero poche quelle che lo segnalano. A Sirolo non si occupa il posto in spiaggia lasciando un asciugamano. Chi pensava di andare a Capri o a Positano e mangiare un panino in spiaggia rischia grosso ma anche calzando un normale paio di zoccoli nelle strade delle due località. 

Sempre a Positano un’ordinanza del sindaco impedisce i fuochi d’artificio durante le feste private, tranne il sabato. Multa fino a 500 euro: troppo alto il rischio che qualcuno poco abile provochi incendi, ma perché allora il rischio non esiste il sabato, allora? I fuochi sono banditi dalla maggior parte delle spiagge italiane per lo stesso motivo mentre a Sorrento un’ordinanza vieta agli artisti di strada di sostare nello stesso posto per più di quindici minuti: bisogna spostarsi di almeno 500 metri. E’ lo stesso sindaco che ha proibito ai ristoratori di invitare i turisti a entrare usando «una forma petulante e molesta». A Scario, in provincia di Salerno, è vietato girare per le strade in costume da bagno per questioni di decoro e a Maiori, sempre nel salernitano, è vietato riverniciare e pulire imbarcazioni sulla spiaggia. 

Monumenti. A Brescia una donna marocchina è stata costretta a pagare cento euro di multa perché si è seduta sui gradini di un monumento in piazza della Loggia. La donna, 54 anni, con regolare permesso di soggiorno, voleva far riposare la madre ultraottantenne ma il vigile non ha voluto sentire ragioni. Anche a Brescia è vietato sostare in prossimità di monumenti storici. E a Reggio Emilia non ci si può sedere sui gradini degli edifici storici.
Cibo. Da due anni nelle città chi mangia in strada è un mezzo delinquente. Il divieto esiste a Roma, Firenze, Trapani e in molte città. Qualche mese fa a Gallarate, un ventottenne del posto passeggiava intorno a mezzanotte in centro con la sua fresca birra in mano è stato fermato dalla polizia locale che gli ha contestato «il porto abusivo» di bottiglia di birra. E’ finita con 500 euro di multa. A Lucca e Capriate (Bg) il problema non è solo quello di mangiare ma anche di aprire negozi di kebab nel centro storico 

Piccioni. In molte località dare da mangiare ai piccioni è tabù: a Bergamo si rischiano 333 euro di multa e chi avesse per propria sfortuna un nido di piccione vicino alla propria casa ha anche l'obbligo di chiuderlo. A Venezia e Lucca la multa per gli amici di questi pennuti sale fino a 500 euro. Anche a Cesena la multa arriva fino a 520 euro, e non solo per chi dà da mangiare ai piccioni: anche per chi nutre i gatti randagi. 

Gli altri divieti. A Pordenone è preferibile non litigare con fidanzati o amico? Si rischia una multa da 25 a 500 euro perché nelle vie principali sono vietati gli assembramenti di persone «che assumono atteggiamenti o fanno cose che non consentono la fruizione degli spazi pubblici da parte di altri cittadini». Anche se sono solo in due. A Eboli divieto di darsi un bacio in auto: 500 euro di multa. A Termoli è proibito mettere vasi e fioriere sul suolo pubblico senza autorizzazione. A Sanremo non si parla con le prostitute, a Lecco è vietato chiedere l’elemosina ma l’elenco è lungo e nessuno sa davvero quanto e che cosa comprende
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