giovedì 8 luglio 2010

Niente padella per il polpo: deve pronosticare le finali I bookie puntano su di lui Zapatero pensa a una scorta

Quotidianonet

Nonostante l'infausta previsione sull'eliminazione della Germania e relativi migliaia di suggerimenti via web su come cucinarlo giunti all’acquario Sealife di Oberhausen, Paul è atteso al pronostico per la finalissima e quindi vivrà



Berlino, 8 luglio 2010

Niente padella per il polpo Paul, divenuto famoso in Germania come oracolo dei mondiali di calcio. Nonostante abbia azzeccato l’infausto pronostico della sconfitta dei bianchi tedeschi nella semifinale con la Spagna, con migliaia di tifosi che via web si sono scambiati ricette su come cucinarlo e dalla Spagna suggerivano di farne l’ingrediente per una paella, non si sa mai per la finale, la star dell’acquario Sealife di Oberhausen continuerà a sfornare le sue previsioni.

Domani gli sarà chiesto di indicare la vincente della finale per il terzo posto tra Germania e Uruguay e, "se non sarà troppo stanco", anche quella della finalissima Olanda-Spagna. Sarà usata la solita tecnica: due ciotole con le bandiere delle squadre riempite con molluschi, in attesa che allunghi i tentacoli su quella della vincente.

E se fino a qui le ha indovinate tutte il polpo Paul, un vero fenomeno dell’1X2, non poteva sfuggire alle grinfie dei bookmaker inglesi che ora lo mettono alla prova per la finale del torneo sudafricano: per il bookmaker inglese William Hill, riferisce Agipronews, si gioca a quota 2,00 che Paul azzeccherà anche il pronostico sulla finale fra Olanda e Spagna. 

Infine Paul si è trasformato a causa delle sue predizioni in una stella mondiale. Perfino il presidente spagnolo, Josè Luis Rodrìguez Zapatero, ha fatto delle allusioni al celebre animale: "Sto pensando di mandare una squadra a protezione del polipo", ha affermato tra le risate dopo la vittoria spagnola contro la Germania in semifinale.





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Coppia italiana sbarca nella Sydney 'sbagliata' E' finita in Canada

Quotidianonet

Per colpa dell'agenzia di viaggi i due giovani, invece che sbarcare nella Sydney australiana sono giunti nell'omonima sull’isola canadese di Cape Breton, in Nuova Scozia, Canada.
Anche la tv locale si è interessata al loro caso

Montreal, 8 luglio 2010

Stavano già pregustando le bellissime spiaggie di Sydney, in Australia, ma una coppia di giovani turisti italiani invece, per un errore dell’agenzia di viaggi, si è ritrovata in una cittadina canadese con lo stesso nome, situata sulla fredda costa atlantica. E la cosa ha incuriosito anche i media locali, anche perché non sono stati i primi a cadere nell'inganno geografico.

Era la prima volta che Valerio Torresi, 26 anni, e Serena Tavoloni, 25, lasciavano l’Europa. E quando sono atterrati martedi’ a Sydney, citta’ di centomila abitanti sull’isola canadese di Cape Breton, in Nuova Scozia, hanno subito pensato che si stava effettuando uno scalo.

Ma quando hanno capito che quella era la meta finale del loro viaggio, ‘’la prima reazione e’ stata la paura’’, ha dichiarato il giovane alla televisione pubblica Cbc. ‘’La seconda e’ stata: ‘no, e’ uno scherzo’. Ma purtroppo era vero’’, ha spiegato.

La loro agenzia di viaggi italiana, all’origine dell’errore di destinazione, attualmente sta facendo le nuove prenotazioni per inviare la coppia, come previsto, in Australia, ha precisato Cbc. Nell’attesa, i due giovani turisti se la godono comunque: ristoranti locali offrono loro pasti a base di astice, la specialita’ del litorale atlantico canadese, mentre alloggiano gratuitamente in un hotel dell’isola.

Secondo l’emittente pubblica, la Sydney canadese e’ abituata a simili errori: una donna argentina ha conosciuto la stessa sorte due anni fa, cosi’ come una coppia di inglesi nel 2002.





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35 milioni di euro per una veduta di Roma Battuto a Sotheby's olio di William Turner

Corriere della sera

Il quadro, con una veduta della capitale inondata di sole è stato messo all'asta dagli eredi di una nobile famiglia scozzese che lo aveva in possesso dal 1878

William Turner, «Modern Rome - Campo Vaccino» olio su  tela, 1839
William Turner, «Modern Rome - Campo Vaccino» olio su tela, 1839
ROMA

35 milioni di euro per una veduta di Roma. Un dipinto di Joseph Mallord William Turner dal titolo «Modern Rome-Campo Vaccino» (Roma Moderna - Campo Vaccino, è stato venduto all'asta a Londra per quasi 30 milioni di sterline, una cifra record per l'artista. Realizzato nel 1839, il dipinto è un olio su tela di 90,2 per 122 cm, con una veduta di Roma inondata di sole, messo all'asta dagli eredi di una nobile famiglia scozzese che lo aveva in suo possesso dal 1878.

«INCREDIBILE MA MERITATO» - A battere l'opera è stata la casa d'aste Sotheby's, che si è detta entusiasta del risultato. «Incredibile ma meritato», ha commentato il vice presidente di Sotheby's David Moore-Gwyn. «L'immagine - ha aggiunto - mostra l'artista nel suo massimo sviluppo e per i collezionisti è perfetta sotto molti aspetti: qualità, condizioni, provenienza e valore sul mercato». L'opera è passata da mani private all'ente National Galleries of Scotland, dove è rimasta in prestito per 30 anni. Il record precedente di vendita all'asta per Turner era stato di 20.5 milioni di sterline (circa 24.5 milioni di euro) per un dipinto che raffigurava una vista di Venezia, battuto nel 2006.

Redazione online
08 luglio 2010



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Chi ordina prete una donna finisce a giudizio nei tribunali del Sant'Uffizio

Corriere della sera

Insieme all'eresia, all'apostasia e allo scisma, sarà tra i delitti più gravi. Inasprimento anche sui preti pedofili

LE NUOVE LEGGI DEL VATICANO

Chi ordina prete una donna finisce a giudizio nei tribunali del Sant'Uffizio



MILANO - L'ordinazione sacerdotale delle donne, l'eresia, l'apostasia e lo scisma. Nuovi delitti del foro ecclesiastico saranno contenuti nell'aggiornamento del Delicta graviora, il documento che accompagnava il Motu proprio «Sacramentorum sanctitatis tutela», firmato nel 2001 da Giovanni Paolo II. Il nuovo documento conterrà anche procedure più restrittive sulla pedofilia. Secondo fonti informali - per ora non confermate nè smentite dal Vaticano - l'aggiornamento cui sta lavorando la Congregazione per la Dottrina della Fede e che sarà reso pubblico la settimana prossima, prevederà che coloro che conferiranno l'ordinazione sacerdotale a esponenti del sesso femminile potranno essere giudicati dai tribunali dell'ex Sant'Uffizio.

SCOMUNICA -L'ordinazione sacerdotale di donne è già proibita dal Vaticano. Il 29 maggio del 2008 l'Osservatore Romano ha pubblicato un decreto firmato dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. William Jospeh Levada, che disponeva la scomunica «latae sententiae» cioè automatica per chi ordina donne prete e per le donne che ricevano l'ordinazione. Ora, secondo le indiscrezioni raccolte, con l'aggiornamento dei Delicta graviora, l'ordinazione delle donne dovrebbe essere«elevata a delitto più grave». I delitti contro la fede più gravi contemplati dal Delicta graviora attualmente previsti sono essenzialmente tre: l'attentato contro l'eucaristia, l'attentato contro la santità della confessione e l'abuso sessuale su un minore.

SPRETATI PER DECRETO - Rispetto agli abusi sessuali su bambini commessi da preti, il Vaticano sottoporrà a una revisione anche la legge che li riguarda, inasprendo uno statuto di limitazioni e introducendo sanzioni sulla pornografia infantile. Lo hanno riferito oggi fonti della Chiesa cattolica. I cambiamenti giungono in un momento in cui Papa Benedetto XVI si sta battendo per contenere i danni causati all'immagine della Chiesa cattolica dagli abusi sessuali negli Stati Uniti ed in diversi Paesi europei. Le revisioni renderanno effettive come norme globali delle procedure legali sui casi di abusi conosciute come «facoltà speciali», che erano consentite solo in circostanze eccezionali.

«Le facoltà speciali sono state trasformate in legge. Sono state scritte sulla pietra», ha detto un prelato che conosce le nuove norme, che si prevede saranno rese pubbliche giovedì prossimo. Lo statuto di limitazioni per i casi di abusi sessuali varrà per 20 anni dopo il 18° compleanno della vittima, rispetto agli attuali dieci anni, cosa che significa che le vittime potranno sporgere denuncia sino all'età di 38 anni. Questo è significativo perché molte persone che hanno subito abusi da preti da bambini non trovano il coraggio o il supporto legale e morale per procedere sino a quando non sono adulti. Le revisioni consentiranno anche ai vescovi locali di spretare sacerdoti di fronte ad abusi sessuali con prove «chiare e gravi» senza processi canonici (ecclesiastici), che possono essere lunghi e costosi.

La Chiesa sarà in grado di spretare sacerdoti in questi casi per decreto. I cambiamenti rappresentano un aggiornamento del Motu Proprio (espressione latina per «di sua propria intenzione») emesso da Papa Giovanni Paolo II nel 2001 per fronteggiare casi di abusi sessuali. È stato preparato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che Papa Ratzinger ha guidato quand'era cardinale per 25 anni prima della sua elezione nel 2005. La revisione prevede inoltre che i preti trovati in possesso di pornografia infantile, stampata o sui loro computer, siano considerati responsabili di gravi trasgressioni passibili di azione disciplinare anche se non hanno commesso abusi. Cinque vescovi europei si sono già dimessi in seguito allo scandalo. Uno ha ammesso gli abusi, un altro è sotto inchiesta e tre si sono ritirati in seguito al modo in cui avevano trattato casi di abusi.

Redazione Onlin



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Procida, devastato il faro senza guardiano Macerie e degrado nel paradiso Pioppeto

Corriere del Mezzogiorno

L'edificio ottogonale a strapiombo sul mare era la dimora del fanalista, figura scomparsa per tagli

NAPOLI

Una lunga stradina tra muri bianchi e selciato lavico (via Faro), poi 103 scalini odorosi nella macchia mediterranea, infine il mare di Procida oltre gli scogli a strapiombo.

Il faro di Procida, bellezza e degrado

Ma tra le ginestre, la malvarosa e l'azzurro, lo sguardo è interrotto da un edificio ottogonale completamente in rovina: finestre divelte, muri interni picconati come da una furia devastatrice, cumuli di macerie all'interno e all'esterno, materiali di risulta di quello che doveva essere un incantevole appostamento sul mare.

LA DEVASTAZIONE DI PUNTA PIOPPETO - Siamo a Punta Pioppeto, una delle lingue estreme di Prochyta (dal greco prochyo, da cui terra coricata), l'isola «sputata dal vulcano» in mezzo al mare. La struttura, che nonostante il degrado conserva una flebile memoria della bellezza di un tempo, era la dimora dell'ultimo «fanalista», l'addetto al faro di Procida, un mestiere definitivamente scomparso dall'isola nel golfo di Napoli. Questo (invidiabile?) posto, infatti, è stato soppresso dopo il ridimensionamento del personale del settore costiero cosicché il faro, uno dei più importanti di questo angolo di mare - è un punto di osservazione fondamentale con i fari di Capo Misero e Punta Carena - ora è completamente abbandonato. Giovedì sera però un segnale di speranza per il futuro del faro. Aniello Scotto di Santolo, consigliere comunale d'opposizione (Insieme per Procida) ha firmato una mozione per l'acquisizione del bene (ora di proprietà del ministero della Difesa) da parte del Comune.

UN TUFFO OLTRE IL DEGRADO - Il degrado e il pericolo, però, non scoraggiano bagnanti e turisti. Le famiglie, soprattutto di procidani, affrontano i 103 scalini con bambini e retine perché qui l'acqua, di solito (ma sempre di meno purtroppo) è particolarmente limpida e pescosa. I piccoli devono lambire la struttura fatiscente con tanto di inferriate arrugginite per raggiungere i loro compagni di gioco, i granchietti di scoglio con i quali ingaggiano strenui battaglie.

IL FARO SENZA GUARDIANO - Il guardiano del faro? Nessuno. La struttura demaniale è completamente abbandonata e rientra tra i beni che presto potranno essere venduti ai privati. Il Comune di Procida, in passato, aveva mostrato il suo interesse per un eventuale recupero. Di certo era riuscito ad ottenere una servitù di passaggio per i bagnanti. Non solo. Si era addirittura ipotizzata la costituzione di un Centro Studi Internazionale per la tutela e lo sviluppo delle aree isolane e costiere. Per il momento altro che tutela. Uno degli angoli più seducenti e romiti dell'«isola di Arturo» è ferito da questo angolo di devastazione, che sembra frutto di un bombardamento ma senza guerra se non quella carsica e devastante del vandalismo.

Natascia Festa
08 luglio 2010





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L'Ue potrebbe constringere Apple a consentire Flash su iPad e iPhone

La Stampa

Se verranno approvati i principi dell'Agenda Digitale europea, che prevede misure per favorire l'interoperabilità degli standard
FEDERICO GUERRINI
L'Ue potrebbe  constringere Apple a consentire Flash su iPad e iPhoneApple negli ultimi tempi è sotto attacco da più fronti. Dall’indagine dell’antitrust statunitense sulla messa al bando di Flash sull’iPad e iPhone; agli strali di attivisti del software libero come Richard Stallman. Ultima, ma non meno importante, arriva ora un’iniziativa dell’Ue chiamata Digital Agenda, che potrebbe costringere l’azienda di Cupertino a rivedere le sue politiche di chiusura verso l’esterno. All’interno del documento, figura infatti un paragrafo che riguarda la questione dell’interoperabilità che tocca da vicino l’azienda di Jobs.

“Dato che non tutte le tecnologie diffusive sono basate su standard – afferma la Commissione - c'è il rischio, in questi settori, di perdere i vantaggi dell'interoperabilità. La Commissione esaminerà la fattibilità di misure che potrebbero portare attori economici importanti a concedere licenze relative alle informazioni sull'interoperabilità promuovendo nel contempo l'innovazione e la competitività”.

Naturalmente, questo passaggio riguarda tutti gli operatori Ict di un certo peso, ma uno dei casi che viene subito alla mente è quello di Apple, che non solo si rifiuta di ammettere la tecnologia Adobe sui suoi dispositivi, ma impedisce la sincronizzazione degli smartphone basati su Android, dei lettori Palm e di altri player Mp3 concorrenti all’iPod, con iTunes. Un comportamento che da tempo viene stigmatizzato da parecchi Stati europei, fra i quali Regno Unito e Norvegia.

Una mossa della Commissione Europea, avrebbe però tutt’altro peso; la Ue fa sul serio, come ben sa Microsoft, bersagliata a più riprese da sanzioni milionarie e fra le “misure” previste dalla Digital Agenda è possibile che ci siano anche delle sanzioni per comportamenti ostruzionistici delle compagnie.

La Digital Agenda vuole stabilire dei principi affinché la rivoluzione digitale possa trovare pieno compimento in Europa entro il 2020. La filosofia di fondo che la ispira è semplice e perfettamente in linea con lo spirito della Rete: è solo attraverso la condivisione e lo scambio che le idee fioriscono e la conoscenza aumenta: chi pone barriere, tecniche o economiche, va combattuto.

E nel paragrafo sopracitato, relativo all’interoperabilità degli standard, figura un’importante distinguo: a differenza di quanto accade in un normale procedimento antitrust, non si parla di aziende con una posizione “dominante”, (condizione che può essere molto difficile da dimostrare, tranne che per Google e Microsoft), ma soltanto di “attori economici importanti”. Apple è avvisata.




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Camorra, preso a Licola il boss Cesare Pagano Il capoclan degli «scissionisti» di Scampia nella lista dei 30 latitanti più pericolosi

IL Mattino

Diede vita con il clan Di Lauro alla sanguinosa faida di Scampia
Incastrato grazie alla sua passione per la lettura del «Mattino»
Lepore: senza intercettazioni impossibile questo successo


NAPOLI (8 luglio) - Colpo alla camorra: la squadra mobile di Napoli ha arrestato a Licola, sul litorale flegreo, Cesare Pagano, capoclan degli "scissionisti", che negli anni scorsi diede vita con il clan Di Lauro alla sanguinosa faida di Scampia. Il boss, considerato uno dei trenta latitanti più pericolosi, è il capo del clan Amato-Pagano, noto come quello degli "scissionisti" o degli "spagnoli". Clan fortissimo sul territorio napoletano, sia dal punto di vista militare sia da quello economico, controllando il flusso della droga in tutta l'area metropolitana.

IL COVO DEL BOSS PAGANO - FOTO - VIDEO

Era in una villetta di Licola. Pagano era vestito, perché aveva invertito l'ordine delle proprie abitudini, sveglio di notte, a riposo di mattina, ed era in una villetta di via Licola Mare, nel Comune di Giugliano con la moglie, il nipote, il genero e un altro uomo che gli facevano da sentinelle.

Incastrato da una copia de «Il Mattino». Pagano era già sfuggito alla cattura nel marzo scorso. Ma ha lasciato in quella occasione una traccia che ha aiutato gli inquirenti a rintracciarlo. Nel covo dove si era rifugiato, infatti, a Quarto nell'entroterra flegreo, le forze dell'ordine trovarono delle copie delle prime edizioni del Mattino. Da quel momento, gli uomini della Mobile guidati da Vittorio Pisani hanno tenuto d'occhio tutte le edicole eperte di notte e alcuni strilloni: «Una intuizione che ha premiato», ha detto Pisani.

«Intercettazioni indispensabili». Pagano, in quanto boss, è indagato per reati riconducibili al 416 bis e per l'omicidio di Carmine Amoruso, compiuto nel 2005 nell'area nord di Napoli. L'indagine è stata coordinata dal procuratore aggiunto Alessandro Pennaslico nel corso della conferenza stampa con il procuratore Lepore e il questore Santi Giuffrè. Lepore e Santi Giuffrè hanno sottolineato l'importanza della «indispensabile attività di intercettazione telefonica e ambientale, anche per questa inchiesta, e che con la nuova legge non sarebbe stata possibile». Mentre Pennasilico ha ricordato come le vite dei camorristi - anche a livello dei boss - siano vite destinate al fallimento, perché finiscono in carcere o alla morte violenta».

Maroni presto a Napoli. Telefonate di congratulazioni sono arrivate a Lepore e Santi Giuffrè dai presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani e dai ministri Alfano e Maroni, il quale ha anticipato una prossima visita a Napoli per incontrare i protagonisti della cattura.

Il boss era latitante da un anno ed era accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Pagano, inserito nell'elenco dei primi trenta latitanti più pericolosi, non era mai stato arrestato in precedenza.

GUARDA LA PAGINA DEL BOSS PAGANO SUL SITO DEL MINISTERO DELL'INTERNO

Pagano era nascosto in una villa a poca distanza dalla spiaggia, insieme con due guardaspalle, il nipote Carmine, soprannominato "Angioletto", anch'egli latitante, e il genero. La polizia ha circondato l'abitazione e ha fatto irruzione, sparando colpi di pistola in aria, a scopo intimidatorio. I tre non hanno opposto resistenza.

Pagano era latitante dal maggio 2009, quando era riuscito a sfuggire alla cattura in occasione di un'operazione della polizia che portò all'arresto del cognato, Raffaele Amato. I due sono considerati i capi del clan degli "scissionisti" che nel biennio 2004-2005 diede vita con il clan Di Lauro alla faida di Scampia, per il controllo della più grande piazza di spaccio d'Europa, che provocò una settantina di morti. Da quello scontro gli "scissionisti" uscirono vincitori e presero il sopravvento sugli avversari nel controllo delle attività criminose, in particolare dello spazio di droga, in tutto il quartiere di Secondigliano.

Il boss dormiva di giorno e restava sveglio la notte. Per sfuggire alla cattura aveva preso l'abitudine di dormire di giorno e stare sveglio di notte. Quando l'hanno arrestato, infatti, il boss degli «scissionisti» Cesare Pagano era vestito di tutto punto, ma non è riuscito a scappare come invece riuscì a fare lo scorso marzo a Quarto, nel Napoletano. In quella circostanza, ha spiegato il capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, proprio l'abitudine di restare sveglio di notte gli consentì di sfuggire all'arresto. Pisani ha anche rivelato che la Polizia si accorse del «trucco» perché trovò nel covo i quotidiani appena stampati, che gli erano stati portati nel corso della notte.

Le accuse. Cesare Pagano è accusato di associazione camorristica, omicidio e traffico di stupefacenti. Oltre a numerosi delitti avvenuti durante la faida con il clan rivale dei Di Lauro, il boss è ritenuto responsabile di altri omicidi avvenuti agli inizi degli anni '90 nel corso di un'altra faida, quella contro il clan Ruocco di Mugnano. Tra quegli omicidi particolarmente odioso quello di Angela Ronga, l'anziana madre dei fratelli Ruocco, assassinata a Mugnano per vendetta trasversale nei confronti dei figli.

Lepore: ne arrestiamo 10 e ne escono 11. «Abbiamo preso tutti i capi degli scissionisti, purtroppo però vediamo sempre che ne arrestiamo dieci e ne escono undici». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, oggi a margine di una conferenza stampa. Lepore ha commentato con soddisfazione la cattura del boss Pagano, sostenendo che effettivamente la criminalità organizzata a Scampia è stata decapitata. Alla domanda se gli Scissionisti siano ormai in decadenza, Lepore ha risposto: «Penso proprio di sì. Cominciano a diminuire sempre di più e dovrebbero arrivare ad ingaggiare i bambini. Non credo proprio che lo faranno».




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Partorisce nel wc di un aereo in volo Neonato nello scarico: grave. India-choc

IL Mattino

NEW DELHI (8 luglio) - Una giovane ha partorito in segreto un bambino nella toilet di un aereo della compagnia Turkmenistan Airlines in volo fra Ashgabat e la città di Amritsar, nello Stato indiano del Punjab, gettandolo nel water , e cercando di dileguarsi dopo l'atterraggio. Lo riferiscono oggi i media a New Delhi.

La ragazza, Amandeep Kaur Mann, ha 26 anni ed è nubile e secondo la stampa rientrava a casa dopo aver terminato gli studi in Turkmenistan. La scoperta del corpicino incastrato nel water è stata fatta dal personale di bordo, durante controlli di routine al termine del volo.

Informata, la polizia ha fermato la giovane Mann che in un primo momento ha negato ogni responsabilità, ma che ha ammesso successivamente di essere la madre del neonato, che ora è ricoverato in condizioni preoccupanti.





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Napoli, caos in sette ospedali Niente stipendi, stop alle pulizie

Il Mattino

E i dipendenti delle aziende (senza stipendio da maggio)paralizzano la città: cassonetti rovesciati nelle strade del centro

  
di Maria Pirro

NAPOLI (8 luglio) - Torna la protesta contro i ritardi nel pagamento degli stipendi. Incrociano le braccia, questa volta, gli addetti alle pulizie al lavoro negli ospedali e nei distretti sanitari dell'Asl Napoli 1 Centro. E scoppia anche la protesta in strada nel centro di Napoli. Cassonetti dei rifiuti, infatti, sono stati ribaltati per bloccare via Michelangelo Schipa dove si trova l'ospedale Loreto Crispi. A protestare i dipendenti della ditta di pulizie che si occupano dell'igiene della
Asl Napoli 1. I dipendenti reclamano lo stipendio di giugno che non è stato ancora erogato.

Già ieri i dipendenti avevano protestato salendo sul tetto della struttura. In agitazione anche i dipendenti delle pulizie dell'ospedale San Paolo, nel quartiere Fuorigrotta, che sono saliti sul tetto per protestare.
Disagi segnalati anche in altri distretti della Asl Napoli 1 dove, questa mattina, il contenuto dei cestini è stato ritrovato sui pavimenti.

E l'assistenza (fatta eccezione per le prestazioni di emergenza, garantite senza soluzione di continuità) è di nuovo a rischio. È infatti sospesa la pulizia di reparti e ambulatori. «La situazione è di grande disagio - avverte Maurizio di Mauro, direttore sanitario del San Paolo - mi auguro che la vertenza si risolva immediatamente. Altrimenti, già da domani saremo in difficoltà nel garantire i servizi. Potrebbe essere inevitabile il blocco dei ricoveri».

Al San Paolo i 40 operatori hanno affisso cartelli che strillanno la loro condizione di precarietà. Uno di questi è stato posizionato accanto al poliambulatorio dedicato a Mariarca Terracciano, l'infermiera della protesta choc, pure causata dall'incertezza nei pagamenti degli stipendi nell'Asl. Recita l'avviso: «Siamo stufi! Dateci lo stipendio, abbiamo figli. Gli addetti delle pulizie».

I lavoratori delle ditte che fanno parte dell'Associazione temporanea di imprese che gestisce il servizio hanno anche occupato gli uffici della direzione del San Paolo, al pianterreno, per sollecitare una risposta da parte dei vertici dell'Asl e della Regione. In ospedale è intervenuta la polizia. «Contattare le forze dell'ordine, è un atto dovuto in queste circostanze», spiega di Mauro che esprime «solidarietà ai lavoratori», ma chiede loro «la garanzia dei livelli essenziali di attività». Auspica una rapida soluzione del caso anche il direttore sanitario del San Giovanni Bosco, Giuseppe Matarazzo: «L'igiene è un'assoluta priorità: senza, è difficile portare avanti la gestione dell'ospedale». Aumenta infatti il pericolo di infezioni. Per tamponare l'emergenza provocata dall'agitazione del personale, aggiunge Matarazzo, ieri «l'amministrazione dell'Asl ha comunicato di impegnare nel servizio il personale ausiliario dipendente, che però è insufficiente per sopperire alle necessità».

Gli addetti in agitazione assicurano, al momento, solo la pulizia nel pronto soccorso, nelle sale operatorie e negli ambienti della rianimazione e della medicina d'urgenza, lo smaltimento dei rifiuti nei reparti e la pulizia dei bagni. «Quindi tutte le strutture sanitarie cittadine sono in difficoltà: Cto, ospedale dei Pellegrini, Loreto Mare, Annunziata, Ascalesi, San Gennaro, insieme con i presidi San Giovanni Bosco e San Paolo, solo per citare alcuni esempi.

L'elenco dei disagi è decisamente più lungo: lo stop alle prestazioni non urgenti colpisce anche i 10 distretti sanitari e le altre sedi dell'Asl», sottolinea Pasquale Capoluongo, dirigente regionale del sindacato Orsa.

«Siamo in 1300 impegnati nel servizio di pulizia dell'Asl. Un servizio delicato, a stretto contatto con malati. Non è giusto che ci trattino come lavoratori di serie B. È necessario ridare dignità al nostro ruolo», interviene Gennaro Scherillo, componente della segreteria provinciale della Cgil. A far esplodere la rivolta, spiega il sindacalista, «è stato il mancato rispetto di un accordo raggiunto scorso con i vertici dell'Asl: prevedeva che l'Associazione temporanea di imprese ottenesse i fondi necessari per provvedere al pagamento degli stipendi entro questa settimana». A catena, le nuove incertezze sui tempi di accredito dei compensi colpiscono i lavoratori.

«Siamo disperati, abbiamo ricevuto l'ultimo stipendio il 27 maggio scorso. Come possiamo sopravvivere senza denaro, con mogli e figli a carico?», è l'appello rivolto al presidente della giunta regionale Stefano Caldoro. Della vicenda, è informata anche la commissione regionale sanità.





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Falsi invalidi, maxitruffa a Napoli Frodati all'Inps dai 5 ai 10 milioni

IL Mattino

 
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (8 luglio) - Duecentoventi indagati e una truffa colossale. Il grande imbroglio del secolo, la grande manna che da anni nutre un esercito di nullafacenti o di impostori che intascano sussidi mensili dall’Istituto nazionale di previdenza sociale, è sotto i riflettori della Procura di Napoli. Questa volta non c’entrano i falsi ciechi.


È tutto un altro business, decisamente più esteso come fenomeno, e molto ben coperto. Tra le pieghe di questa che in Procura qualcuno già definisce «la madre di tutte le truffe» ai danni dell’Inps sono riusciti a penetrare i militari della Guardia di Finanza del comando provinciale di Napoli. In sei mesi di lavoro serrato le fiamme gialle hanno scandagliato i fondali di un pantano che, di giorno in giorno, finiva col riservare nuove sorprese.

Reati su reati. Le conclusioni di questa indagine coordinata dai pubblici ministeri della sezione Reati contro la pubblica amministrazione, guidata dal procuratore aggiunto Francesco Greco, dimostrano come il volume di denaro percepito illecitamente da questo esercito di falsi invalidi si aggiri tra i cinque e i dieci milioni di euro. Cifra sicuramente approssimata per difetto e destinata a lievitare. Dragando il fondo di questo diffuso malaffare gli inquirenti avrebbero scoperto i meccanismi della frode. E qui è necessario chiarire un punto. L’Inps eroga gli assegni di invalidità a chi riesce a dichiarare un limite di reddito massimo di 15mila euro l’anno; diversa è la cosiddetta indennità di accompagnamento, prestazione che viene corrisposta a titolo di sussidio a quei soggetti che dimostrano la parziale o totale incapacità di provvedere a se stessi.

Ed è soprattutto su questo secondo versante che si sarebbe perpetrato lo scempio di un malaffare che riaccende i riflettori sulle truffe ai danni dell’Inps. I fatti contestati riguardano un lustro che va dal 2005 ad oggi. La Procura è riuscita a ricostruire i tasselli di un mosaico che non era affatto semplice da ricomporre: perché tra certificazioni e documenti contraffatti non è risultato facile scremare la parte sana - quella composta cioè da chi effettivamente ha i titoli per rivendicare l’accompagnamento - da quella malata, dal novero composto dai truffatori. I quali per anni hanno continuato a intascare impunemente lauti assegni.

Ma com’è possibile che ciò sia accaduto senza che la macchina dei controlli interni si accorgesse dell’imbroglio? Il trucco, ancora una volta, si nascondeva nella documentazione acclusa alle pratiche per richiedere la pensione di invalidità: alcune erano corredate addirittura da referti scritti su carta intestata di alcuni ospedali, altre portavano la firma di medici privati. Ora sono in corso ulteriori accertamenti per valutare l’eventuale coinvolgimento dei professionisti che hanno firmato quei documenti. Ma prende corpo il sospetto che si tratti - per la stragrande maggioranza dei casi - di atti e documenti abilmente contraffatti: dai fogli e dalle carte intestate alle firme, per finire ai timbri.

Che il sistema presenti maglie larghe e vulnerabili lo ha capito da tempo anche l’Istituto nazionale di previdenza sociale, tanto è vero che il suo presidente - Antonio Mastrapasqua - ha deciso di varare una riforma capace di garantire solo a chi realmente ne abbia diritto gli emolumenti. Ricordiamolo: in Italia, un invalido su cinque riesce a intascare le rate mensili per l’accompagnamento senza averne diritto. E il Sud, purtroppo, in questa triste graduatoria di scrocconi resta al primo posto.





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Medici obbligati a parlare 'facile' "Stop allo sfoggio di tecnicismi"

Cnn, giornalista licenziata per frasi pro-Imam

di Redazione

L'emittente telvisiva statunitense ha messo alla porta la sua massima esperta di Medio Oriente.

Octavia Nasr ha postato su Twitter un messaggio in cui esprimeva rispetto per l'ayatollah Fadlallah, noto per le sue posizioni anti-statunitensi e anti-israeliane


 

New York - La Cnn ha licenziato la sua massima esperta di Medio Oriente, Octavia Nasr, per aver messo in giro un messaggio Twitter in cui esprimeva "rispetto" per il Grande Ayatollah Mohammed Hussein Fadlallah, negli anni Ottanta vicino agli Hezbollah libanesi e da tempo una delle figure più illustri del mondo sciita. L’imam, noto per le posizioni anti-americane e anti-israeliane, è morto domenica in Libano dopo una lunga malattia. La Nasr ha lasciato mercoledì il suo ufficio alla Cnn di Atlanta: "Abbiamo deciso che non poteva più lavorare in questa azienda", ha annunciato Parisa Khosravi, vice-presidente della rete per gli affari internazionali.

Il tweet incriminato La giornalista era alla Cnn da 20 anni: domenica aveva scritto su Twitter di aver appreso della morte di Fadlallah, "uno dei giganti di Hezbollah che rispetto molto". Il micro-messaggio era stato immediatamente attaccato da difensori di Israele: "È anche lei una simpatizzante di Hezbollah?", si era chiesto il sito Honest Reporting impegnato a difendere Israele "dal pregiudizio dei media". In un altro messaggio su Twitter la Nasr aveva cercato di correggere il tiro: "Sembrava che appoggiavo tutte le opinioni di Fadlallah. Non è cosi", e spiegato che il "rispetto" per l’Ayatollah era legato alla sua "unica" posizione tra gli imam siiti a favore dei diritti delle donne. La giustificazione non è bastata alla Cnn: "La sua credibiltà per occuparsi di affari mediorientali è compromessa", ha detto la Khosravi, che l’ha messa alla porta.



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Cassazione: mostra il dito medio, condannata

di Redazione

Una donna di Domodossola aveva mostrato il pugno con il dito medio alzato rivolgendosi al proprio marito, da cui era in fase di separazione, incontrandolo in automobile.

Condannata, ha fatto ricorso fino in Cassazione.

Ma ha perso: volontarietà offensiva del gesto


 

Roma - Qualcuno si metterà a ridere ma la questione è molto seria:  mostrare il dito medio per ingiuriare una persona è reato. Lo si evince da una sentenza con cui la quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna per ingiurie inflitta ad una donna dal giudice di pace di Domodossola. L’imputata aveva mostrato il pugno con il dito medio alzato rivolgendosi al proprio marito, da cui era in fase di separazione, incontrandolo in automobile.

Volontà di offendere La Suprema Corte, con la sentenza n. 26171, ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna contro il verdetto del giudice del merito: "l’attenta motivazione della decisione ricorda la volontarietà offensiva del gesto, perché si inseriva in un contesto di tensione, preceduto, in altro momento, da esplicita offesa verbale resa dalla prevenuta". Ben "articolata", aggiungono i giudici di piazza Cavour, la giustificazione "anche nel supporre l’esistenza di una pregressa offesa verbale, secondo le parole della vittima del delitto, condotta che con logica è stata ritenuta distinta da quella gestuale".





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Il romeno derubato della sua fisarmonica: gara di solidarietà sul web

Il Mattino

La web tv sociale «lamiastrada.tv» con la comunità la tenda lancia una non stop musicale per raccogliere fondi e comprare un nuovo strumento

  

NAPOLI (8 luglio) - Romeno senza fissa dimora derubato della fisarmonica, si mobilita il mondo del web. La notizia del furto ai danni di Arel Serben, ex musicista di una importante orchestra romena costretto a lasciare il suo paese 5 anni fa per sfuggire alla fame, ha innescato il tam tam sui social network per rispondere all’appello dell’anziano artista che, tra le lacrime aveva chiesto che gli venisse restituita la fisarmonica, suo unico mezzo di sostentamento e consolazione.

Le dichiarazioni di solidarietà in poche ore si sono concretizzate in un’iniziativa promossa dalla web tv sociale “lamiastrada.tv” e dalla Comunità La Tenda dove Arel ha trovato ospitalità. L’idea partorita dal direttore della web tv Salvatore Sparavigna è semplice: usare la musica per far tornare a suonare un musicista. Così per il 22 luglio prossimo è stata organizzata una non stop musicale presso la Comunità La Tenda di via Sanità 96 per raccogliere fondi e comprare una fisarmonica nuova al clochard romeno.

L’appello lanciato sulle pagine di Facebook ha già raccolto le adesioni del musicista Marcello Colasurdo e del gruppo ‘O Rom mentre in queste ore si stanno rendendo disponibili a partecipare alla maratona tanti artisti del panorama musicale partenopeo. L’evento sarà reso possibile anche grazie al Centro Servizi per il Volontariato di Napoli che si è reso disponibile a fornire le attrezzature necessarie per la riuscita della non stop musicale.

Ma la storia di Aurel ha suscitato un movimento di solidarietà così ampio da prospettare la possibilità di andare oltre la restituzione della fisarmonica al musicista romeno. Privati cittadini ed esponenti politici sono pronti a mettere insieme fondi e mezzi con i quali sarà possibile fornire strumenti musicali ad altri senza fissa dimora che hanno alle spalle un passato da musicisti in modo da poter formare una vera band con la quale Arel potrà realizzare il suo sogno, quello di tornare a suonare non più da solo in strada ma in una vera e propria formazione musicale.





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Nuova flotta anti-Israele pronta a salpare dall'Italia

di Fausto Biloslavo

L’operazione è stata preparata in gran segreto dai militanti filo Hamas in una riunione all’ambasciata turca di Roma.

Gli israeliani, che parlano di una "nuova flottiglia della guerra santa", puntano il dito contro gli organizzatori italiani


 

I «pacifisti» a senso unico ci riprovano a mettere in piedi una nuova flottiglia per sbarcare a Gaza. Gli amici italiani di Ha­mas sono in prima linea. Si in­contrano con i diplomatici tur­chi dell'ambasciata a Roma e an­nunciano che sono già pronte sei navi delle 20 previste. L'istitu­to israeliano per l'antiterrori­smo di Herzilya denuncia che si tratta di «una nuova flottiglia del­la guerra santa» pronta a salpare in settembre e punta il dito con­tro gli organizzatori italiani.

Il 7 giugno l'ambasciata della Repubblica turca a Roma apre le porte ad una variegata delegazio­ne. Ne fanno parte Mohammad Hannoun, dell'Associazione pa­lestinesi in Italia, Izzeddin el-Zir, presidente dell'Unione del­le comunità islamiche in Italia, e rappresentanti di centri musul­mani vari. All'incontro ci sono anche Angela Lano e Manolo Luppichini, giornalisti militanti fermati dagli israeliani a bordo della flottiglia che il 31 maggio aveva cercato di rompere l'em­bargo attorno a Gaza. L'interven­to dei corpi speciali israeliani e la violenta reazione di militanti turchi mascherati da umanitari provocò nove morti.

Adesso ci riprovano, dopo aver incontrato Semih Lütfü Tur­gut, consigliere turco che viene presentato come facente funzio­ne dell'ambasciatore. Secondo il resoconto del sito Infopal, filo palestinese, il diplomatico di Ankara avrebbe dichiarato agli ospiti che «togliere l'assedio (a Gaza, nda ) è l'obiettivo principa­le della Freedom Flotilla. Un al­tro obiettivo era quello di rivela­re il vero volto di Israele, che è venuto fuori durante e dopo l'at­tacco alla flotta umanitaria».

Hanno un, palestinese con cit­tadinanza italiana, ha ringrazia­to il governo turco per il soste­gno e annunciato «l'allestimen­to della Freedom Flottilla 2, che si comporrà di circa 20 navi e 5000 passeggeri». Secondo lui «sono già pronte sei navi e si par­­tirà a settembre ». Hannoun è pu­re fondatore dell' Associazione Benefica di Solidarietà con il po­polo palestinese (Abspp) che ha sede a Genova. Sul sito della onlus si raccolgono fondi per la nuova flotta, da depositare pres­so la Banca popolare etica. Il 5 luglio i filo palestinesi hanno ac­quistato la loro barca per Gaza, ma «ora ci tocca pagare la prima rata del 15% e tra due settimane il resto», scrivono in rete.

Jonathan Fighel, ricercatore dell'Istituto internazionale per l'antiterrorismo di Herzilya, punta il dito contro «la nuova flottiglia della guerra santa». L'onlus di Genova è affiliata al cartello internazionale «Unione del bene», guidato dal leader del­l­a Fratellanza musulmana Yous­sef Qaradawi. Secondo Fighel i fondi raccolti in beneficenza sono finiti come «compenso sociale» alle fami­glie dei terroristi palestinesi. Po­co tempo fa la procura di Geno­va aveva archiviato un'inchiesta nei confronti di Hannoun per as­soc­iazione con finalità di terrori­smo.

Lo stesso italo-palestinese aveva però ammesso: «Fra i no­stri assistiti ci sono pure figli di kamikaze, ma questo non è cer­to un reato». Gli israeliani, invece, hanno se­questrato «lettere, appunti, rice­vute bancarie e altro materiale che provano come l'onlus di Ge­nova Abspp abbia garantito do­nazioni e appoggio finanziario» a organizzazioni caritatevoli, al bando in Israele, che servono da copertura per Hamas. Fighel de­nuncia che i soldi giunti anche dall'Italia «venivano poi distri­buiti in quote mensili alle fami­glie degli attentatori suicidi, a quelle dei prigionieri di Hamas (nelle carceri israeliane, nda ) e dei terroristi».



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Assalto a casa Berlusconi

di Alessandro Sallusti

La sinistra prende 5mila abruzzesi come scudi umani e li manda a scontrarsi con la polizia


Le foto di due ragazzi con la faccia insanguinata per le ferite (lievi) conseguenza della rissa per forzare i blocchi delle forze dell'ordine. Questa l'immagine dell'Italia che Massimo Cialente, sindaco di sinistra dell'Aquila, consegna ai circuiti internazionali dell'informazione. Per lui operazione riuscita: uno Stato cinico e violento che bastona terremotati disperati. Ovviamente non è così: Cialente ha preso cinquemila aquilani, li ha portati nella capitale e li ha scagliati contro l'abitazione privata del presidente del Consiglio, Montecitorio e Palazzo Madama. Il corteo non era autorizzato, carabinieri e poliziotti non hanno potuto far altro che difendere come hanno potuto gli obiettivi dell'assalto. A conti fatti è andata ancora bene, sarebbe bastato un niente e il bilancio della giornata avrebbe potuto essere ben più pesante.

Usare scudi umani per fini propagandistici è quanto di più irresponsabile e pericoloso si possa fare. Costringere poliziotti, alcuni dei quali probabilmente abruzzesi, a usare il manganello per sedare una rabbia non gestita da chi dovrebbe, cioè la politica, è da vigliacchi e lo aveva già capito Pasolini ai tempi dei moti di piazza del '68. No, caro sindaco Cialente, per nessuna ragione al mondo un primo cittadino mette deliberatamente a rischio l'incolumità dei suoi cittadini, neppure per la più giusta e nobile delle cause.

Che cosa avrebbero dovuto fare le forze dell'ordine? Permettere a cinquemila persone di fare irruzione nella casa del premier? Oppure fare invadere Montecitorio? Se ieri ci sono stati degli eroi, questi sono i poliziotti che sono riusciti a gestire una situazione delicata con tanta fatica, limitando i danni. È evidente che oggi i commenti dei giornali illuminati e progressisti saranno di segno diametralmente opposto. Ed è proprio questo il motivo dell'impasse che sta vivendo la ricostruzione dell'Aquila. Cioè aver arruolato anche il terremoto e il suo post nell'antiberlusconismo militante.

A sinistra infatti non si sono dati pace che un governo di centrodestra, e il presidente del Consiglio in prima persona, avessero compiuto un miracolo che in Italia, e non solo, si pensava impossibile. Tutto perfetto, nel limite consentito da un disastro naturale di quelle proporzioni. I soccorsi, le cure ai feriti, il primo intervento, la costruzione a tempo di record di case vere, i grandi del mondo portati sul cratere ancora fumante per sensibilizzare la comunità e l'opinione pubblica internazionale.

Troppo per passare impunito. E così ha preso il via la grande campagna di disinformazione e odio. Trasmissioni tv, reportage, persino un film, firmato Sabina Guzzanti, premiato a Cannes, per gettare fango e discredito sulla più efficiente macchina di soccorsi mai messa in piedi. Disfunzioni, ritardi e ingiustizie, inevitabili e contenute, sono state elevate a regola, le cose fatte oscurate e ridicolizzate, le paure della gente enfatizzate, i problemi ingigantiti.

Quello che è successo ieri è la ovvia conseguenza di tutto questo. Ricordo che Berlusconi, in giorni non sospetti, cioè a ridosso del sisma, disse che per ricostruire i centri storici e far rientrare la gente ci sarebbero voluti dai dieci ai quindici anni e una quantità di milioni di euro ancora non definibile. Non parlava a caso, ma era una previsione supportata da unanimi pareri tecnici. Chi ha illuso gli aquilani che in pochi mesi sarebbe stato ripristinato un territorio così tanto ferito ha mentito sapendo di farlo. E ora, per non perdere la faccia, scarica le colpe su altri. Fino a metterli nel mirino usando un esercito di gente per bene vittima due volte: del terremoto e dell'incoscienza della sinistra.




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Arrestato un islamico che picchiava la moglie: "Posso farlo, è mia"

di Ida Magli

La legge di Maometto in Italia: arrestato dalla polizia un marocchino di 36 anni si giustifica così: "L'ho comprata con un regolare contratto e per il diritto del mio Paese sono a posto".

Ma la nostra Costituzione, che lo vieta, vale per tutti: anche per gli islamici


 

La sua donna: una schiava comprata al mercato. Di cui disporre a piacimento, di cui fare ciò che si vuole, con potere di vita e di morte su di lei. Sembra una storia antica come quelle dei gladiatori. Eppu­re si ripete ancora nel Terzo millennio. Protagonista una coppia marocchina, trapiantata in Italia, a Montecchio,in Emilia. L’immi­grato viveva da tempo in Italia e all’inizio del 2009, dopo il matrimo­nio a Casablanca, era stato raggiunto dalla moglie ventiduenne. Ora è in cella e deve rispondere di maltrattamenti in famiglia, vio­lenza, lesioni, violenza sessuale.

Un marocchino che picchia la moglie non fa quasi più notizia in Italia. Abbiamo purtroppo dovuto commentare casi ben più gravi, addirittura l'uccisione di una moglie o di una figlia sulla base di motivazioni assolutamente incomprensibili e inaccettabili per la legge e per il costume italiano. Questa volta, però, non sarà inutile tornarci sopra, per due aspetti particolari. Il primo è che si tratta di un caso non di una singola esplosione di violenza motivata da una ragione particolare, ma di maltrattamenti continuati e gravissimi da parte di un marocchino che vive da parecchio tempo in Italia e che la giovane moglie, sposata con regolare contratto a Casablanca, ha poi raggiunto nella sua sede italiana. Un uomo, quindi, violento e brutale di per sé, a prescindere dalla sua cultura e dal comportamento della moglie. Ci chiediamo perciò: che mestiere fa questa persona? A che titolo, per quali meriti è ammesso a vivere regolarmente in Italia? Come mai è stato concesso il ricongiungimento familiare? Siamo pieni di psicologi, di assistenti sociali nelle nostre strutture sanitarie: nessuno segue e assiste il processo di adattamento psicologico degli immigrati?

Il secondo aspetto è quello che riguarda noi, e soprattutto i nostri politici, i quali si sono sempre rifiutati di riflettere sull'abisso che esiste fra la società europea e quella musulmana. La nostra è una civiltà sostanziata dall'unico concetto laico di diritto esistente nell'antichità, quello creato da Roma, sul quale si è poi radicato il dettato evangelico che ha messo alla pari uomini e donne condannando ogni discriminazione e ogni gesto di violenza (ovviamente padri e mariti violenti ce ne sono sempre stati, ma si trattava appunto di casi singoli diventati sempre più rari). Quale punto di contatto può esistere con la cultura musulmana? Maometto ha costruito il Corano sui primi cinque Libri della Bibbia (i più antichi), riguardanti una popolazione di pastori nomadi il cui senso della giustizia si fondava sulla legge del taglione, ossia sulla pena fisica.

Su questo «diritto» è basata la legge islamica. «La donna è di un grado inferiore all'uomo», recita la Sura della Vacca. Essendo inferiore, dipende dagli ordini dell'uomo, padre o marito che sia, lo deve servire. Questa è la fede dei musulmani: che vivano in Marocco o in Italia non fa nessuna differenza. In che modo far capire ai musulmani che esiste un codice di diritto «laico» che non ha nulla a che fare con il Corano? Credo che sia impossibile.

I nostri politici si debbono convincere che, contrariamente a quanto prescritto dalle norme europee, le religioni vanno giudicate e criticate quando affermano o prescrivono concetti e valori che confliggono, prima che con le nostre leggi, con ciò cui noi abbiamo dato il massimo valore: l'uguaglianza delle persone, in primis l'uguaglianza fra uomo e donna. In alcuni Stati d'America si è creduto di risolvere i problemi giudiziari della numerosa popolazione musulmana permettendo l'instaurazione di tribunali coranici. Si tratta di una decisione vergognosa per una democrazia che si vanta di essere la migliore del mondo. Di fatto una cittadina americana di religione musulmana è «di un grado inferiore all'uomo».

L'Europa, ma per prima l'Italia, patria dei maggiori giuristi che siano mai apparsi nella storia, deve impegnarsi a trovare il modo, insieme alle autorità islamiche, per eliminare quest'affermazione. Sono i principi della Costituzione italiana che devono essere affermati, al di là dagli eventuali reati, affinché questa Costituzione non sia «falsa» per i musulmani che vivono da noi.





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Le spiagge coperte di mozziconi E’ l’Italia maltrattata dai suoi cittadini

Corriere della Sera

Il senso civico cala anche nel traffico e le auto in doppia fila aumentano

inchiesta

Le spiagge coperte di mozziconi
E’ l’Italia maltrattata dai suoi cittadini


Le cicche per terra (di gomma o di tabacco fa lo stesso) e gli ecomostri di cemento che devastano le coste (e non solo le coste). Sono i due estremi della nostra «Italia maltrattata». Maltrattata dai nostri comportamenti sadomaso. Cominciamo un viaggio proprio da quell’(apparentemente) insignificante mozzicone lungo, in media, tre centimetri che giace a terra per ore, giorni, settimane, mesi, anni.


Peccato che i tre centimetri di ogni mozzicone devono essere moltiplicati per... Se prendiamo Roma vanno moltiplicati ogni anno per un miliardo e 700 milioni. A metterli in fila si arriverebbe a 5 miliardi e 100 milioni di centimetri, un bel 51 mila chilometri, più della circonferenza del pianeta Terra. Al Quirinale ci pensa la signora Clio Napolitano: «Se vedo qualcuno che butta una cicca per terra gli dico: guardi, le è caduto qualcosa. E semi risponde: ma è una sigaretta che ho finito di fumare; io incalzo: perché a casa sua le cicche le butta per terra?».

Nel resto d’Italia è più difficile trovare questo senso civico. Anche sulle spiagge, dove il 27 per cento dell’immondizia raccolta tra la sabbia è fatta di mozziconi. E se non vengono raccolti, l’impasto di catrame, nicotina e filtro impiega da uno a cinque anni per degradarsi. La nicotina che resta intrappolata in una cicca vale 4,5 milligrammi. Vuol dire che vengono riversate nell’ambiente 320-350 tonnellate ogni anno. E, si sa, la nicotina è un veleno.

E poi c’è il polonio 210, un elemento radioattivo ad alto potenziale cancerogeno. Sempre e solo attraverso le cicche, si riversano nell’ambiente quasi 1.900 milioni di bq (becquerel, l’unità di misura della radioattività di una sostanza). Per completare il micidiale cocktail, i mozziconi trascinano a terra anche 1.800 tonnellate tra benzene, acetone, formaldeide, toluene che si capisce già dai nomi come non siano proprio salutari; 22 tonnellate di elementi tossici tra cui ammoniaca e acido cianidrico; 12 mila e passa tonnellate di acetato di cellulosa.

Sul piano della prevenzione, tranne qualche sortita privata, finora iniziative zero. A meno di non considerare quei posticci posacenere aggregati ai gettacarta per strada un invito a non buttare le cicche per terra anziché un’istigazione a provocare piccoli incendi metropolitani.

Sul piano della repressione alcuni sindaci (tra cui quelli di Trento, Varese, Erba, Parma, Padova) hanno emesso ordinanze antimozziconi con multe sui 300 euro. Nel Salernitano il piccolo municipio di Pollica Acciaroli, la Capri del Cilento, ha adottato la penale fino a mille euro e ha invitato i tabaccai a mettere a disposizione dei fumatori i Pat (pocket ash tray), i posacenere da tasca o da borsa.

Encomiabile, anche per il territorio in cui si muove, l’internauta che si definisce «Primavalle. Malato di Lazio». Sul sito degli ultrà ha avviato una campagna e invita i Fratelli Biancocelesti a diffondere il suo messaggio: «Fumo, ma da tempo immemore (almeno da quando qualche anno fa, ho cominciato ad usare maggiormente il cervello) non mi capita di buttare mozziconi per terra. Non è difficile: quando la sigaretta è finita, cerco un secchio/cestino, cassonetto in cui spegnerla e buttarla. Perché? Beh, i mozziconi sono rifiuti e i rifiuti non si gettano a terra. Quanti di voi, onestamente, fanno altrettanto?».

Per terra c’è anche un’altra cosa: l’automobile. Finché se ne sta ferma dentro le righe affiancate al marciapiede non fa del male a nessuno, ma quando si addormenta, magari sbattendo a intermittenza gli occhioni arancioni, in seconda fila... Eppure succede una cosa strana. Nella percezione di noi italiani questo comportamento (evidentemente dannoso per ovvie ragioni e non tollerato in tutto l’Occidente) si sposta sempre più dall’area della illegalità a quella della legalità. La percentuale di chi considera la doppia fila una «necessità» (perché non si trova parcheggio) è salita dal 30,5 per cento del 2005 al 34,5 per cento del 2009. Per quello che vale: l’84 per cento di chi vive nelle grandi città denuncia di essere «abitualmente » intralciato da chi sosta in mezzo alla strada.

La percentuale scende al 65 per chi vive in centri con meno di 250 mila abitanti e al 36 per cento nei Comuni con meno di 50 mila abitanti. I più corretti: i parcheggiatori del Trentino-Alto Adige (9 per cento di tasso di disturbo), i più scorretti in Campania (77 per cento).

Resta il fatto che resiste, anzi aumenta, il senso di tolleranza da parte di chi si comporta legalmente nei confronti di chi si comporta illegalmente. Il decano dei parcheggiatori in doppia fila — non perché parcheggi lui, ma perché procura e tiene d’occhio i parcheggi altrui — non è napoletano, ma genovese. Alfredo Bellantonio ha fatto questo mestiere per 24 anni. Una vita da mediano in doppia fila. Lui di anni ne ha 84 e senza la sua illegalità tollerata, anzi richiesta, con la pensione che si porta a casa non camperebbe. Una faccia bruciata dal sole come i pescatori, lui ha pescato per decenni i suoi clienti dalle parti del cimitero di Staglieno. Ricorda di aver avuto 17 auto sue e non è in grado di ricostruire quante ne abbia parcheggiate — più o meno — abusivamente. «Ma sempre senza mai intralciare troppo il traffico, anzi, forse, rendendolo più scorrevole ».

Il senso della perdita della linea di confine tra legalità e illegalità lo fornisce anche un episodio milanese: è di questi giorni l’iniziativa del Comune di colpire, con il sistema delle multe a strascico (una telecamera installata nelle auto dei vigili), chi parcheggia in doppia fila. Persino il Codacons, l’associazione dei consumatori che da sempre tutela il cittadino maltrattato, ha protestato. Per il solito motivo: i parcheggi mancano e in tema di viabilità il Comune di Milano non ne azzecca una.

E questa è anche la denuncia di un panettiere imprenditore: si chiama Rocco Princi. «Sono andato via da Reggio Calabria 30 anni fa per non subire angherie, per non dover barattare favori con favori e ritrovo una situazione analoga qui».

«Qui» vuol dire in piazza XXV Aprile a Milano, dove da quattro anni si lavora (molto al rallentatore e nessuno sa spiegare perché) per costruire un grande parcheggio sotterraneo. Risultato: il parcheggio non c’è mai, i negozi sono imprigionati da transenne che li rendono di fatto irraggiungibili, c’è chi come Princi è costretto a licenziare. Intanto il parcheggio non si trova, forse nemmeno in seconda fila. E gli ecomostri sonnecchiano silenziosi e tranquilli...

Francesco Cevasco
08 luglio 2010



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Onorevoli stufi dei panini Ristorante sempre aperto

Il Tempo

Mai più senza buvette alla Regione Lazio.
Cambia il contratto alla società che prepara i pranzi.
"Al lavoro dal lunedì al venerdì ma solo per i consiglieri e i loro ospiti".
MENU Basta panini: amatriciana e filetto


Basta con il pranzo alla mensa o col panino al bar della Pisana. Da oggi i consiglieri regionali del Lazio potranno mangiare sempre alla buvette. Pochi giorni fa, infatti, l'ufficio di presidenza del Consiglio regionale ha modificato il contratto della società che gestisce il ristorante. Adesso la sala con i quadri, le tovaglie ricamate e le poltroncine sarà aperta ogni giorno e non solo quando si riunisce l'assemblea, cioè più o meno una volta a settimana. Del resto come si fa a rinunciare alla pasta al salmone con zucchine a la julienne o al filetto di manzo? Sarebbe davvero impensabile. «Sembra che gli onorevoli abbiano fatto parecchie pressioni alla presidenza - racconta un cameriere del ristorante - Per noi va bene: prepareremo i pranzi dal lunedì al venerdì». Ovviamente è stata mandata una lettera a tutti i consiglieri regionali per avvertirli della novità e, allo stesso tempo, ricordargli che la possibilità di sedersi ai tavoli e ordinare «è riservata ai consiglieri e ai loro ospiti».

I rappresentanti alla Pisana saranno più contenti: meglio la cucina del ristorante che la mensa o, addirittura, il panino e la mezza minerale al bar sempre affollato. Come tocca ogni giorno agli altri dipendenti della Regione. I prezzi restano comunque accessibili. Non che i consiglieri, che partono da uno stipendio di 8 mila euro al mese ma possono arrivare anche a superare i 12 mila, abbiano problemi per mangiare al ristorante eppure se si può risparmiare è sempre meglio. Dunque il pranzo alla buvette aiuterà anche i portafogli dei politici nostrani. Minimizza il presidente del Consiglio regionale, Mario Abbruzzese: «Ho chiesto alla società che gestisce il ristorante di aprire tutti i giorni perché spesso ci troviamo in difficoltà. La Pisana è una sede decentrata, quando riceviamo degli ospiti dobbiamo prendere la macchina e raggiungere un ristorante magari nel centro di Roma. Ci vuole almeno mezz'ora, invece così è tutto molto più comodo».

Anche perché, precisa sempre il numero uno del Consiglio regionale del Lazio, «questo non è un servizio a carico dei cittadini. Anzi l'apertura della buvette tutti i giorni permetterà agli eletti di non allontanarsi dal loro posto di lavoro». Insomma per Abbruzzese non si tratta di un altro privilegio dei politici, insostenibile in tempi di sacrifici richiesti a tutti gli altri cittadini. «Mica sono stupido - dice sicuro - Non avrei mai fatto una cosa del genere, soprattutto in questo periodo. Vedrà, invece, i consiglieri gradiranno il nuovo servizio, è un'esigenza di tutti». Chissà che non gradiranno anche i dipendenti che continueranno invece a mangiare al bar o alla mensa. Di certo dovranno fare meno file.

Alberto DI Majo

08/07/2010





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E' morto Lelio Luttazzi

Corriere della Sera

Il compositore è scomparso a 87 anni a Trieste. Soffriva da tempo di una neuropatia


Fonte WIKIPEDIA


MILANO

Il maestro e compositore Lelio Luttazzi è morto stanotte nella sua casa, a Trieste. Lo si è appreso dal suo amico e agente, Roberto Podio, portavoce della famiglia. Aveva 87 anni e soffriva da tempo di una neuropatia.

IL RITRATTO - Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la «sua» Trieste) il 27 aprile del 1923: aveva compiuto 87 anni. È stato uno dei personaggi di maggior successo della canzone italiana degli anni '50 e '60 ma soprattutto un protagonista della televisione, dell'epoca d'oro di Studio Uno, della radio e del cinema. Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre "swingato" che ha il suo primo esempio in «Muleta mia», una canzone scritta per Teddy Reno. Ma, rimanendo nell'ambito musicale, i titoli delle composizioni di Luttazzi comprendono «Una zebra a pois», cantata da Mina, «Il giovanotto matto», il classico di Ernesto Bonino, «Il favoloso Gershwin», «Promesse di marinaio» fino a quella che rimane la sua interpretazione più famosa e nostalgica, «El can de Trieste». Luttazzi è cresciuto nella stagione in cui nascevano la radio e la televisione moderne e, come tanti altri suoi colleghi, aveva iniziato la sua carriera nella rivista teatrale dove aveva scritto le musiche soprattutto per i testi di Scarnicci e Tarabusi come «Barbanera bel tempo si spera» con Ugo Tognazzi ed Elena Giusti, «Tutte donne meno io» con Macario e Carla Del Poggio nella quale era inserita la celebre «Souvenir d'Italie». Luttazzi apparteneva a quella figura tipica della televisione, del musicista con capacità comiche ed intrattenitore, un ruolo che lo ha portato a condurre programmi come «Ieri e Oggi», «Studio Uno», «Il Paroliere». Probabilmente l'apice della popolarità lo ha toccato grazie ad «Hit Parade» uno dei più longevi programmi radiofonici, uno dei primi esempi italiani di trasmissione dedicata alle classifiche trattate con lo spirito del varietà. L'annuncio con il titolo dilatato ('Hiiiiiit Parade!!) come in uno spettacolo di Broadway è rimasto nella memoria del pubblico italiano che seguiva la radio negli anni '60-'70. Così come molti suoi colleghi dell'epoca, Lelio Luttazzi ha frequentato molto anche il cinema, scrivendo colonne sonore e partecipando anche come attore. Nel primo ruolo ha firmato anche alcuni film di Totò come il celebre «Toto, Peppino e la Malafemmina» o «Totò lascia o raddoppia?». La sua più conosciuta apparizione di attore è del 1965 ne «L'Ombrellone» di Dino Risi. Buon musicista, pianista innamorato del jazz, Luttazzi è stato un personaggio che ha visto interrompersi bruscamente la sua parabola artistica quando è rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti della quale è risultato in un primo tempo responsabile di colpe che non erano tutte sue. Questo episodio, insieme all'atteggiamento di alcuni colleghi che gli erano più vicini e che certo non lo hanno aiutato in quel momento così difficile, hanno spinto Luttazzi ad una volontà di esilio da quale è uscito soltanto raramente per qualche piccolo spettacolo con alcuni musicisti amici.

Redazione online
08 luglio 2010






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Londra: maestri possono picchiare

La Stampa

Riforma inglese contro "la dittatura degli studenti":tornano anche le uniformi



ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Cresciuto alla Maidstone Grammar School, aristocratico edificio Tudor in cui i ragazzi dagli 11 ai 18 anni vengono educati assieme agli allievi della Marina, dell’esercito e dell’aviazione, Nick Gibb, cinquantenne ministro dell’Istruzione, ha comunicato alla nazione le regole destinate a «rimettere in equilibrio la bilancia del potere tra gli studenti e i professori, invitati a utilizzare le maniere forti quando queste sono necessarie per ristabilire l’ordine all’interno della classe».

Abituato a fare i conti con la disperazione di insegnanti che si portano addosso la stanchezza molle di coloro che hanno definitivamente desistito, costretto a confrontarsi con i raggelanti dati relativi al 2009 del servizio nazionale scolastico - 2.300 ragazzi espulsi dagli istituti per avere aggredito i propri educatori o i propri compagni, due professori su cinque fatti oggetto di violenze personali - Gibb ha preparato, con l’approvazione dell’etoniano David Cameron, il più spettacolare giro di vite che la Gran Bretagna ricordi. «Solo così possiamo tutelare i diritti di chi vuole crescere e studiare davvero».

Quattro i cardini del percorso. Uno: i professori hanno diritto di fare ricorso alla forza fisica, con l’unica avvertenza di non ferire i ragazzi, per impedire comportamenti antisociali. Due: gli insegnanti possono intervenire non solo perché spinti dall’uso di armi, droghe e alcol da parte degli allievi come previsto dalla legge vigente, ma anche per dissuaderli dal maneggiare telefoni cellulari, mp3, dispositivi elettronici, materiale pornografico e ogni altro oggetto considerato improprio. Tre: gli educatori possono imporre i cosiddetti «provvedimenti di detenzione» senza le 24 ore di preavviso previste dal governo Brown. Il ragazzo punito, in sostanza, può essere costretto a fermarsi nelle ore pomeridiane per essere sottoposto a lezioni di recupero senza passare da casa. Quattro: ai professori che vengono accusati di maltrattamenti o di comportamenti scorretti è assicurato l’anonimato per non esporli a possibili calunnie.

«Lo facciamo per gli studenti, non per gli insegnanti», assicura Gibb, che per il primo giro di rappresentanza ha scelto di visitare la St. Gregory’s School, l’istituto cattolico premiato lo scorso anno come scuola più disciplinata del Paese. «Qui i ragazzi portano splendide divise blu. Dal 2011 vorrei che in ogni istituto primario e secondario fosse indossata una divisa». Avete capito che tira un’aria diversa?

La progressista Christine Blower, responsabile del sindacato degli insegnanti, abituata a essere abbandonata come una spiaggia in ottobre nelle sue battaglie a difesa della categoria, ha commentato secca: «È giusto intervenire sui ragazzi che superano il limite, i tentativi di violenza sessuale e l’uso dei coltelli sono ormai il nostro pane quotidiano». Solo l’Università di Hull ha prodotto una ricerca per mettere in guardia il governo. «Tra telecamere negli istituti e minacce di ritorsioni corporali i giovani, terrorizzati, smetteranno di avere fiducia negli adulti, ameranno di meno lo studio e dunque impareranno di meno».

Quando gli hanno comunicato le perplessità del prestigioso consesso, Nick Gibb ha inarcato appena il sopracciglio e ha canticchiato tra sè e sè il ritornello in latino della canzone dei suoi tredici anni: «Maidstonenses gaudemaus Laudibus, et efferamus Scholam nostram, quae oramus Sempiterna floreat» («Maidstoniani rallegriamoci con lodi, esaltiamo la nostra scuola, che preghiamo prosperi in eterno»), poi si è allontanato con una risata vittoriosa immobile nella bocca.




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Brasile: l'ombra dell'omicidio sul portiere del Flamengo, ora è in carcere

Corriere della Sera

Bruno de Souza, 25 anni, è accusato di aver fatto rapire e uccidere l'amante da cui aveva avuto un figlio


RIO DE JANEIRO - E’ un idolo della torcida del Flamengo, la squadra più popolare del Brasile. Aveva davanti una brillante carriera in Europa, sulle orme dei suoi colleghi Julio Cesar e Dida: di recente se n’era interessato anche il Milan. Ma il portiere Bruno de Souza, 25 anni, è caduto vittima del cocktail tra violenza, sesso e amicizie pericolose, sempre più comune tra i calciatori brasiliani. Oltre e peggio di tutti. Da giovedì sera è in galera a Rio de Janeiro, con il sospetto di aver fatto sequestrare e uccidere una ragazza con la quale aveva avuto una relazione, e un figlio. Di Eliza Samudio, però, non si trova il corpo. Potrebbe essere stata fatta a pezzi e i suoi resti gettati ai cani. Il mistero appassiona il Brasile da settimane, ma sembra essere finalmente arrivato al punto di svolta.
RAGAZZA DI VITA - Eliza aveva anche lei 25 anni, era una tipica bellezza brasiliana. Aveva tentato una carriera come modella, poi finita sui set dei film porno. Eliza era fiera delle sue amicizie nel mondo del calcio, mostrava tra le altre una foto abbracciata a Cristiano Ronaldo, e partecipava ai loro “festini”, probabilmente a pagamento, in varie città del Brasile. «L’ho conosciuta in un’orgia, e purtroppo è scoppiato il condom», ha tagliato corto Bruno. Lei sosteneva invece che i due avevano avuto una relazione segreta (il portiere è sposato, con due figli), si diceva innamorata e anche per questo aveva deciso di tenere il bambino quando ha scoperto di essere incinta.
MESI DI MINACCE - E’ accertato che Bruno aveva minacciato Eliza in passato, tentando di farla abortire. La ragazza aveva resistito, e dopo la nascita del bambino voleva il riconoscimento di paternità e gli alimenti. Il portiere aveva precedenti con la giustizia, aggredito tifosi e giocatori ed era già stato denunciato da prostitute. Quando alcuni mesi fa il suo compagno di squadra Adriano si era cacciato in uno dei soliti pasticci con banditi e ragazze, Bruno era stato il primo a difenderlo. Ma sul campo, non faceva che progredire. Grande portiere, tranquillo e affidabile, parava rigori con frequenza e si era persino specializzato a batterli, insieme alle punizioni. Del Flamengo era diventato capitano. Un idolo soprattutto per i bambini.



VERSO LA SOLUZIONE - Elisa è sparita da un paio di settimane, Bruno sostiene di non vederla da tempo, di non saperne nulla. Per giorni è sospettato e il Flamengo lo sospende dagli allenamenti. Ma non ci sono prove. Intanto il bambino, oggi di quattro mesi, riappare dopo una spiegazione tortuosa fornita da alcuni personaggi vicini al portiere, e viene affidato al padre di lei. Martedì la svolta: la polizia di Rio perquisisce la casa del portiere e vi trova un ragazzino di 17 anni, che dice di aver visto tutto. Sostiene che Eliza è stata sequestrata su ordine di Bruno, poi affidata ad alcuni banditi, suoi amici, nello stato di Minas Gerais. Infine strangolata e gettata a un branco di rottweiler. Per far sparire le ultime tracce ne avrebbero bruciato persino le ossa. Bruno e un amico si sono consegnati alla polizia in serata, dopo una latitanza di poche ore. I legali del portiere tenteranno ora di dimostrare che non è stato lui a volerne la morte.
Rocco Cotroneo
08 luglio 2010







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Cuba libererà 52 prigionieri politici»

Corriere della Sera

In cinque saranno scarcerati già nelle prossime ore, gli altri 47 nel giro di tre-quattro mesi

Lo hanno annunciato fonti della Chiesa cattolica E LO HA CONFERMATO IL GOVERNO CUBANO. «Cuba libererà 52 prigionieri politici»

L'AVANA -

Il governo cubano libererà 52 prigionieri politici: cinque verranno rilasciati nelle prossime ore e «potranno trasferirsi a breve in Spagna» mentre gli altri 47 saranno liberati nel giro di tre-quattro mesi: anche loro potranno «lasciare il Paese». Lo ha annunciato in una nota la Chiesa, mentre fonti locali hanno ricordato che il gruppo fa parte dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta «Primavera nera». Altri sei detenuti, infine, saranno trasferiti «nelle province di residenza». Poco dopo, anche il governo cubano ha confermato l'annuncio fatto dalla Chiesa. L'attenzione del mondo è tornata a concentrarsi sull'isola e sui prigionieri politici grazie al sacrificio del dissidente Guillermo Farinas, le cui condizioni dopo 133 giorni di sciopero della fame, sono disperate.

«NO ALLE DEPORTAZIONI FORZATE» - Tiepida la reazione di alcuni oppositori. «Vogliamo una libertà che sia vera. Se ci sono deportazioni forzate non si può certo parlare di passi avanti sul fronte dei diritti umani», ha per esempio commentato Laura Pollan, portavoce del gruppo delle «damas de blanco», familiari e mogli dei dissidenti in carcere. Nonostante il silenzio delle fonti ufficiali, sia all'Avana sia a Madrid si parlava da tempo della possibilità del rilascio di un consistente gruppo di dissidenti. L'annuncio fatto all'Avana rappresenta quindi un altro passo dopo l'incontro del 20 maggio tra il cardinal Ortega e il presidente Raul Castro, a seguito del quale le autorità avevano scarcerato Ariel Sigler, dissidente malato e condannato a 20 anni, accettando inoltre di trasferire altri dodici detenuti in prigioni pi— vicine ai loro luoghi di residenza.

INCONTRO MORATINOS-CASTRO - Mercoledì, poco prima di rientrare a Madrid, Moratinos è stato ricevuto dal presidente Castro, in un colloquio al quale erano presenti anche lo stesso cardinale Ortega e il ministro degli esteri cubano, Bruno Rodriguez. I 52 prigionieri che saranno rilasciati fanno parte del gruppo di 75 oppositori incarcerati nella primavera del 2003, hanno precisato fonti locali, ricordando l'incontro avuto ore fa da Moratinos con il cardinal Ortega. Al termine di tale colloquio, avvenuto nell'arcivescovado, Moratinos si era augurato che tale dialogo potesse dare risultati concreti: «Sono molto soddisfatto per il lavoro che sta portando avanti la Chiesa nel suo dialogo con le autorità. Speriamo, ovviamente, che tale lavoro dia poi risultati». «Con questa sua visita - aveva a sua volta detto l'arcivescovo - viene ribadita la speranza che avevamo già annunciato precedentemente circa la questione dei prigionieri». Da Madrid giungono d'altra parte notizie di un'eventuale disponibilità sia di Spagna sia di Francia ad accogliere detenuti cubani, così come ha già annunciato, ufficialmente, il governo del Cile. (Fonte Ansa)

07 luglio 2010





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