mercoledì 14 luglio 2010

Pordenone, guardia giurata di Napoli ruba 2mila euro in monete in banca

Il Mattino

Il denaro messo in una scatola e spinto fuori. Denunciato 26enne impiegato nella filiale di Claut della Banca Friuladria

   

PORNENONE (14 luglio) - Ha spinto con i piedi per decine di metri una scatola di cartone con duemila euro in monetine per evitare di essere ripreso dalle telecamere della banca nella quale lavorava come guardia giurata e dove, invece, stava rubando il denaro.

Gli è però andata male ed è stato ugualmente scoperto e denunciato dai Carabinieri. Protagonista dell'insolito episodio è un giovane di San Giuseppe Vesuviano (Napoli) - G.L., di 26 anni - in servizio come guardia giurata nella filiale di Claut (Pordenone) della Banca Friuladria.

Il furto della scatola con i duemila euro è stato scoperto lo scorso 7 luglio e durante le indagini i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Spilimbergo (Pordenone) hanno notato, nelle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso, lo strano comportamento della guardia responsabile delle ispezioni notturne dei locali. L'incrocio delle registrazioni ha consentito di ricostruire l'accaduto, confermato da un versamento che la guardia giurata ha fatto il giorno dopo sul proprio conto corrente in un'altra banca. Il giovane è immediatamente sospeso dal servizio dall'istituto di vigilanza con il quale lavorava.




Powered by ScribeFire.

La 'ndrangheta finirà quando non ci sarà più l'uomo sulla Terra»

Corriere della sera

«Però si può arginare creando un sistema giudiziario forte. L'etica? La convenienza viene prima»

MILANO
 

Video
Video


È rimasto in un angolo della conferenza stampa. E non ha aperto bocca per due ore. L'operazione «il crimine» che martedì ha portato all'arresto di 305 persone legate alla 'ndrangheta è stato un successo importante dello Stato (attraverso l'attività di inquirenti e forze dell'ordine) che ricorda quello del lontano 1983 nella notte di San Valentino. Nicola Gratteri, da sempre magistrato protagonista della lotta alla 'ndrangheta, aveva un'espressione soddisfatta ma certamente non quella di chi canta vittoria. Gratteri è di Gerace, conosce la Locride meglio di chiunque altro. Vive sotto scorta dall'aprile del 1989, attualmente è Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria.

Un duro colpo alla criminalità organizzata. Adesso a che punto è la lotta alla 'ndrangheta?
«A che punto è? Per esperienza le dico che entro due-tre mesi si riuniranno e nomineranno altri capi in sostituzione di quelli arrestati». Il pm Boccassini ha parlato di 500 uomini della 'ndrangheta «affiliati» in Lombardia (guarda il video), dove in due anni vi sono stati ben 40 summit. Quindici locali di 'ndrangheta a Cormano, Pioltello, Corsico, Seregno, Milano, ecc... Qualche mese fa ci fu un'aspra polemica a Milano per le parole del prefetto Lombardi che davanti alla commissione antimafia disse che «a Milano la mafia non esiste».

Un'uscita un po' infelice, parole forse travisate.
«Guardi dell’argomento parlano un po’ tutti anche chi non conosce il fenomeno. La 'ndrangheta non esiste a Milano? Allora le dico che la ‘ndrangheta ha un locale persino in Africa. Da almeno dieci anni sappiamo dello sviluppo nel capoluogo lombardo».

La mafia diceva Falcone «è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio... e una fine». Quando la vedremo questa fine?
«La mafia finirà quando finirà l'uomo sulla Terra. La 'ndrangheta in particolare si può arginare anche dell'80 per cento se si ha il coraggio, la volontà e la libertà di creare un sistema giudiziario forte sempre nel rispetto della Costituzione».

Cioè?
«Cioè bisogna avere il coraggio di cambiare il codice penale, il codice di procedura penale e l'ordinamento penitenziario in modo tale che non sia più conveniente essere 'ndranghetisti. Quindi bisogna lottare la mafia non solo dal punto di vista militare ma dal punto di vista sociale e culturale ma parlando di convenienza economica non di etica o di morale».

E l'etica, la morale le mettiamo da parte?
«Soprattutto ai giovani non si può parlare né di morale né di etica. Per cominciare ai giovani bisogna a parlare in termini di «convenienza». In modo tale da essere credibili subito, un impatto nell'immediato. Solo dopo questa fase si può parlare di etica e di morale. Solo dopo aver conquistato la loro fiducia».

Sembrano parole disincantate, stonano un po' sulla bocca di chi combatte la mafia, scrive libri sul fenomeno e gira per i licei. In realtà sono le parole di colui che conosce meglio di tanti altri le distorsioni del sistema penale-investigativo-penitenziario che permettono alle tre grandi mafie italiane di prosperare. Parole di chi martedì se n'è rimasto in un angolo ma che già pensava come arginare le «convenienze» dei nuovi capi.

Nino Luca
14 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

I conservatori mettono Obama tra i «socialisti» Lenin e Hitler

Corriere della sera

Montaggio fotografico tra il «nazionalsocialista» e il «socialista marxista» contesta il presidente Usa

MILANO

Obama come Hitler e Lenin. Non hanno usato mezze misure gli attivisti conservatori del Tea Party dello Iowa, movimento che contesta la politica del presidente degli Stati Uniti e s'ispira alla celebre protesta fiscale dei coloni a Boston nel 1773, prima scintilla della futura rivoluzione americana. La scorsa settimana un cartellone con l'immagine di Obama affiancato dai due personaggi del ‘900 è comparso ai margini di una strada di Mason City, in Iowa. Lo slogan principale del manifesto recita: «i leader radicali depredano gli ingenui e i paurosi».
SOCIALISTA DEMOCRATICO - Il cartellone definisce Obama «un socialista democratico», non molto diverso dal «nazionalsocialista» Hitler e dal «socialista marxista» Lenin. Infine la parola «cambiamento» campeggia su tutti e tre i personaggi presenti sul cartellone. L'accostamento non è piaciuto a principali leader dei Tea Party che hanno subito preso le distanze. Tuttavia Bob Johnson, fondatore del movimento nello stato dell'Iowa difende il manifesto sottolineando che lo scopo del cartellone è far capire agli americani che Barack Obama è un sostenitore del socialismo.

Opposizioni creative

FOTOMONTAGGI - Non è la prima volta che i denigratori del presidente americano accostano Obama a un personaggio negativo del passato e del presente. Nei mesi scorsi, durante le manifestazioni di protesta contro la riforma sanitaria, i contestatori hanno presentato cartelloni che mostravano il volto di Obama con i baffetti di Hitler o con la barba lunga e il tradizionale copricapo bianco di Bin Laden. Tra i fotomontaggi più utilizzati nelle manifestazioni anti-Obama vi sono quelli che paragonano l’odierno presidente a Che Guevara oppure a Joker, il malvagio avversario di Batman. Per un certo periodo in Cina hanno spopolato le magliette Obamao, t-shirt che mostrano il presidente americano nei panni dello storico leader cinese Mao Zedong.

I sostenitori di Obama invece, negli ultimi anni, hanno affiancato l'immagine del presidente a personaggi positivi della storia e della fantasia. Celebri sono i fotomontaggi che accostano Obama a Superman, ai presidenti Kennedy e Lincoln, al reverendo Martin Luther King e a Spock, il celebre personaggio della saga cinematografica e serie televisiva Guerre Stellari. Ma forse la più simpatica immagine ritoccata di Obama è quella del «presidente pacifista»: l’Obama «peace and love» presenta folti ricci neri e indossa singolari occhiali da sole e gadget antimilitaristi tra cui l’immancabile spilla con il simbolo della pace. E comunque l'hobby di «foto montare» Obama è assai diffuso come dimostrano i ritocchi raccolti da Fark.com, l'aggregatore di notizie e social networking, dove i geni di Phptoshop si sono messi in gara.
Francesco Tortora
14 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Parata africana al Bastiglia-day: polemica contro Sarkozy

Corriere della sera

Sfilano gli eserciti di 13 ex colonie.
Le associazioni dei diritti umani: Sarkozy onora i dittatori

MILANO

Ha suscitato polemiche la parata in stile africano organizzata a Parigi in occasione dell'anniversario della presa della Bastiglia. Per la prima volta le forze armate di tredici nazioni africane, ex colonie francesi, hanno sfilato sugli Champs-Élysées, bagnati da una fitta pioggia, per la tradizionale parata. In tribuna d'onore, insieme al presidente Nicolas Sarkozy e alla consorte Carla Bruni, ac'erano anche dodici leader africani, dal Burkina Fasu, al Camerun, dal Congo, al Gabon, Mali, Niger e Senegal. Martedì i leader africani sono stati accolti all'Eliseo: solo la Costa d'Avorio, i cui rapporti con la Francia restano tesi, ha declinato l'invito. La scelta di Sarkozy però è stata fortemente criticata dalle associazioni dei diritti umani, che hanno fatto notare come tra i militari in uniforme che hanno sfilato per Parigi, ma soprattutto tra i leader africani in tribuna vi fossero anche dittatori che «la Francia invece di perseguire oggi onora», si legge in un lettera delle associazioni al presidente francese.

Parata africana al Bastiglia-day

Video

AUSTERITY -
La Festa del 14 luglio quest'anno per il resto si è svolta all'insegna dell'austerity: niente grande ricevimento all'Eliseo, una misura che, secondo il portavoce Luc Chatel, consentirà allo Stato di risparmiare 780 mila euro. Annullato anche il ricevimento al Quai d'Orsay del ministro degli Esteri Bernard Kouchner. (Fonte Agi)
14 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Elettrosmog, i genitori delle vittime scrivono al Papa: sospendere trasmissioni

Corriere dlla sera

Dopo la perizia del gip che stabilisce un nesso tra i decessi per leucemia e le antenne di Radio Vaticana, da Cesano la lettera al Pontefice

ROMA

« Santità, noi, che oggi ci permettiamo di rivolgerci alla Sua Santità, siamo genitori provati dal dolore per i nostri figli. Alcuni di noi se li sono visti strappare in tenera età dalla leucemia infantile, altri, più fortunati, hanno visto loro negata la serenità dell’infanzia, trascorsa tra ospedali e delicati interventi…». I genitori di Cesano, il paese alle porte di Roma confinante con gli impianti della Radio Vaticana, hanno scritto una lettera al Papa. Ricordano i risultati della perizia che è stata resa nota da poco nel nuovo procedimento per omicidio colposo intentato contro i vertici della radio pontificia.
LA RICHIESTA - «Le chiediamo, Santità, in ragione del medesimo senso di umana partecipazione che ha sempre ispirato i Suoi atti, di voler valutare l’opportunità di sospendere l’utilizzazione degli impianti di Santa Maria di Galeria almeno fino a quando non sia maturato nel mondo scientifico una ragionevole certezza sugli effetti delle onde elettromagnetiche sui bambini…», scrivono i genitori dei 19 bambini colpiti dalla leucemia, un dato che oltre dieci anni fu già dichiarato “anomalo” dalla prima indagine epidemiologica effettuata dal servizio dell’Asl. (Leggi il testo integrale della lettera)
IL COMITATO «BAMBINI SENZA ONDE» - A rendere pubblica la lettera è Augusto Rossi, il papà che molti anni fa decise di condividere nel paese il dramma di una figlia ammalata, lo fece affiggendo accanto alla porta del forno un manifesto scritto a mano in cui si invitavano i residenti colpiti dallo stesso tipo di malattie a incontrarsi. «Era il 1998 – spiega Augusto Rossi -. Eravamo andati a vivere nel paese tre anni prima, nel ’96 mia figlia che era piccolissima si ammalò, ad ematologia dell’Umberto I dove fu ricoverata scoprimmo nei lettini vicini altri due bimbi colpiti da leucemia, due bimbi di Cesano, Giulia e Francesco che ora purtroppo non ci sono più».

Il comitato che sorse – “Bambini senza onde” - raccolse rapidamente buona parte del paese, al primo incontro con il presidente della XX circoscrizione i cesanesi scoprirono che c’erano già grossi faldoni accumulati sul problema delle potenti trasmissioni in onde corte della Radio del Vaticano, emissioni che furono controllate solo in seguito dall’Asl Rme con la scoperta di una situazione fuori controllo: 18 volt metro intorno alle abitazioni più vicine all’impianto radiofonico. Scattò allora la denuncia che ha portato al primo processo al termine del quale Costantino Pacifici e il cardinale Tucci, i due imputati superstiti (Pasquale Borgomeo, direttore della radio, era nel frattempo deceduto) sono stati condannati al risarcimento in sede civile con prescrizione però del reato di “getto pericoloso di cose”. La perizia attuale è scaturita invece da un nuovo grado di giudizio che su iniziativa dei Pm Pesci ed Amendola procede per omicidio colposo nei confronti dei vertici della radio pontificia. La perizia consegnata da poco, che stabilisce il nesso tra emissioni radiofoniche e malattie oncologiche infantili, è stata ordinata cinque anni fa.
Paolo Brogi
14 luglio 2010






Powered by ScribeFire.

Melfi, 3 operai Fiat licenziati: bloccavano carrelli

di Redazione

Tre operai del reparto montaggio dello stabilimento di Melfi della Fiat sono stati licenziati: l’azienda li aveva sospesi giovedì scorso con l’accusa di aver ostacolato il percorso di un carrello robotizzato durante un corteo interno.

Dei tre operai due sono delegati Fiom




Potenza - Tre operai del reparto montaggio dello stabilimento di Melfi della Fiat sono stati licenziati dall’azienda, che li ha sospesi giovedì scorso con l’accusa di aver ostacolato il percorso di un carrello robotizzato durante un corteo interno. Dei tre operai, uno ha ricevuto questa mattina, attraverso un telegramma, la comunicazione del licenziamento. Gli altri due, che sono delegati della Fiom, non hanno ancora ricevuto finora alcuna comunicazione, ma i dirigenti della loro organizzazione sono sicuri del provvedimento.
Bloccato il carrello robotizzato La sospensione fu decisa perché il blocco del carrello robotizzato, secondo l’azienda, impediva ad altri operai, che non partecipavano allo sciopero e al corteo interno, di lavorare. I tre operai licenziati circa un’ora fa sono saliti sulla "Porta Venosina", un antico monumento situato a Melfi, nel centro storico. Emanuele De Nicola, segretario regionale della Basilicata della Fiom, ha annunciato che la manifestazione in programma venerdì prossimo, 16 luglio - con sciopero di otto ore anche nelle fabbriche dell’indotto - si svolgerà non più a Potenza ma proprio a Melfi. Un corteo raggiungerà la Porta Venosina partendo da una delle piazze principali della città. 





Powered by ScribeFire.

Rai, ultimatum di Santoro "Masi deve sbloccare tutto Annozero andrà in onda"

di Redazione

Lettera del conduttore al dg: "Non c'è più spazio per un accordo tra noi.

La trasmissione deve andare in onda, quindi firma i contratti dei miei collaboratori".

Masi lo gela: "Il palinsesto lo propongo io". Il Cda rinvia sulle nomine: Mineo resta a Rainews24


 


Roma
Adesso pesta i pugni sul tavolo e piedi per terra. Non c'è più spazio per nessuna transazione: "Annozero deve andare in onda la prossima stagione". A chiarirlo è stato lo stesso Michele Santoro, in una lettera al direttore generale della Rai, Mauro Masi. "Non c’è più spazio per rinvii e ambiguità. E non c’è più tempo per trovare alcun accordo tra noi che non preveda la messa in onda di Annozero" ha scritto Santoro." Ti prego di provvedere di conseguenza a sbloccare le pratiche che con i miei collaboratori sono state già tutte opportunamente istruite e consegnate alla Rete dopo aver definito con il direttore Liofredi e gli uffici competenti della Rai date e modalità produttive" ha aggiunto. Ma Masi lo gela: "Sul punto sollevato la governance aziendale è estremamente chiara: i palinsesti sono proposti al Cda esclusivamente dal dg in base a considerazioni di merito specifico".
Danno al servizio pubblico "La mancata messa in onda del programma sarebbe un grave danno per il servizio pubblico" ha ammonito Santoro "e mi costringerebbe a impiegare tutte le energie per difendere diritti miei, dei miei collaboratori e degli spettatori". "Gentile direttore" si apre la lettera "al termine di una stagione faticosa, durante la quale sono stato costretto a lavorare più per contrastare manovre politiche e impedimenti burocratici che per realizzare un prodotto televisivo, solo al fine di trovar modo di continuare a svolgere la mia professione con un minimo di serenità, avevo accolto il tuo invito a valutare una ipotesi transattiva che ponesse fine all’interminabile vicenda giudiziaria che mi riguarda. Ma siccome nessuna azienda seria rinuncerebbe a cuor leggero a una trasmissione come Annozero e nessuna azienda libera discuterebbe di materie contrattuali riguardanti i suoi dipendenti come ha fatto la Rai, addirittura dedicando intere trasmissioni alla nostra cosiddetta trattativa, si è scatenata una incredibile concatenazione di errori di comunicazione e polemiche" ha ricordato.
Mai senza "Oggi sono costretto a constatare che non si è ottenuto il risultato sperato: individuare soluzioni che appaiano e siano dalla parte del pubblico" ha sottolineato. "È, invece, risultato evidente che Annozero, perfino da chi esprime nei suoi confronti critiche violente, è considerato un elemento assai importante del panorama informativo italiano" ha aggiunto "il clamore suscitato dalla eventualità di una sua soppressione, al di là delle critiche ingiustificate e immotivate sulla portata e il valore del possibile accordo, ha dimostrato inequivocabilmente che un pubblico enorme non vuole rinunciare a uno dei suoi appuntamenti preferiti. Perciò lasciami dire che, indipendentemente dalle tue intenzioni, la tattica di rinviare continuamente la conferma in palinsesto del programma, anche dopo quanto emerso dall’inchiesta di Trani, conferma nell’opinione pubblica la convinzione di un carattere strumentale dell’interesse manifestato per le nuove trasmissioni alle quali avrei potuto dar vita" ha insistito.
Cda Rai, rinvio sulle nomine Le nomine che dovevano essere decise oggi dal Consiglio di amministrazione della Rai, tra cui quella del nuovo direttore di Rainews24, sono stata rinviate a una prossima riunione. Il Cda di viale Mazzini si è riunito alle 14.30, con all’ordine del giorno la discussa sostituzione di Corradino Mineo, da tempo direttore del canale pubblico "all news" e destinato a guidare secondo alcuni media la testata d’informazione parlamentare della Rai. A difesa di Mineo in questi giorni si sono pronunciati esponenti politici, anche del centrodestra, e culturali, che hanno criticato la prevista nomina di Francesco Ferraro, caporedattore di TgSky24 e considerato vicino alla Lega. Tra gli altri possibili ricambi di cui si è parlato in questi giorni, quello del direttore di Rai 2 Massimo Liofredi con la giornalista del Tg1 Susanna Petruni.




Powered by ScribeFire.

Ha l'Aids ma allatta lo stesso la figlia e la infetta: Austria sotto-choc

Il Mattino

 

VIENNA (15 luglio) - Nonostante fosse malata di Aids, ha allattato tranquillamente sua figlia, credendo che il virus non fosse contagioso . E' finita sotto processo Barbara Seebald, 41enne sieropositiva da circa 20 anni, così come suo marito Leonhard. I due, seguaci del discusso guaritore tedesco Ryke Geerd Hamer, erano convinti che i pericoli del virus dell'HIV fossero dei veri e propri 'miti', inventati dai medici e dalle case farmaceutiche a scopo di lucro. Barbara, dopo aver contratto il virus, per anni è rimasta nel pieno della salute, particolare che ha avallato la sua convinzione.


"Sto benissimo, non ricordo l'ultima volta che sono stata male", ha detto la donna in tribunale a Graz, in Austria. Stando a quanto raccontano i giornali, la donna si sarebbe prima rifiutata di partorire con il cesareo (che avrebbe diminuito i rischi di un contagio) e poi avrebbe insistito per allattare al seno la piccola Muriel, che ora, a 10 mesi, si ritrova sieropositiva anche lei. Barbara è stata condannata a 10 mesi di carcere, pena sospesa (ora è a piede libero), ma ha dichiarato di voler appellare la sentenza.




Powered by ScribeFire.

Giappone, strangola la figlia di 5 anni Per tortura la rinchiudeva nella lavatrice

Il Mattino

 

TOKYO (14 luglio) - Una madre giapponese di 34 anni è stata arrestata con l'accusa di aver strangolato il mese scorso la figlia di 5 anni, dopo averla ripetutamente rinchiusa all'interno della lavatrice, azionando anche l'acqua, per motivi di «disciplina».

La donna, di nome Junko Egashira, residente nella prefettura meridionale di Fukuoka, ha confessato agli investigatori di aver rinchiuso la figlia nella lavatrice per almeno tre volte, tenendola prigioniera per due-tre ore consecutive, e di aver anche sigillato l'oblò dell'elettrodomestico con il nastro adesivo per impedire alla bambina di fuggire. La madre, secondo quanto riferito dal quotidiano Asahi, ha ammesso di aver coperto la bocca della figlia con il nastro e di aver azionato la centrifuga, un comportamento dettato a suo dire dalla necessità di «inculcare la disciplina» alla piccola, di nome Mone.

La polizia è al lavoro per delineare un quadro preciso del comportamento della donna, che avrebbe agito in un'escalation di punizioni quotidiane fino a causare la morte della bimba. All'origine, con ogni probabilità, c'è il divorzio dal marito avvenuto nel 2008, con l'inizio delle violenze quando la madre e figlia si trasferirono in un nuovo appartamento.




Powered by ScribeFire.

Il padre toglie il figlio al dente... con un razzo!

Il Mattino

NEW YORK (14 luglio)

Al bambino sta cadendo un dente di latte ma decide di accelerare la caduta con un curioso metodo più pericoloso che intelligente: lega il dentino a un filo, dall'altra parte un razzo, accende la miccia..e il padre riprende tutto con la telecamera








Powered by ScribeFire.

Delfino fa il salto in piscina e piomba sulle tribune. Pubblico nel panico

Il Mattino

OKINAWA (14 luglio) Ad Okinawa, in Giappone, durante uno spettacolo presso l'"Okinawa Churaumi Aquarium", il delfino Kuru ha superato il bordo della piscina da cui si esibisce da sei anni, per poi cadere sul pavimento procurandosi qualche escoriazione.

Molta paura tra il pubblico ma fortunatamente gli addetti dell'acquario sono intervenuti prontamente salvando il povero delfino. Guardate questo filmato ripreso da uno degli spettatori che erano presenti allo spettacolo..








Powered by ScribeFire.

Capri, multe ai carrellini elettrici che effettuano la raccolta dei rifiuti

Il Mattino

 

CAPRI (13 luglio) - Multe ai carrellini elettrici a Capri che effettuano servizi di raccolta dei rifiuti solidi urbani. A elevare le contravvenzioni sono stati due agenti di polizia municipale che in due zone diverse hanno sanzionato la società «Capri Servizi», azienda comunale che gestisce i servizi della nettezza urbana.

Uno degli agenti in servizio a via Roma ha multato un carrellino che era stato lasciato fermo in divieto di sosta. Il conducente, un operatore ecologico, ha spiegato che la sosta si era resa necessaria per poter effettuare servizio di raccolta dei sacchetti dei rifiuti ma ha spiegazione non ha impedito al vigile di elevare la contravvenzione.

Sull'altro versante, in Piazzetta, il carrellino che trasportava i sacchi di rifiuti è stato multato perché il suo carico aveva superato di qualche centimetro di altezza i limiti consentiti dai regolamenti comunali. L'assessore alla gestione operativa della Capri Servizi Roberto Russo ha dichiarato che «se la stessa attenzione e solerzia fosse rivolta da parte degli agenti nei confronti di tutti i carrelli elettrici la cosa sarebbe normale, ma i fatti dimostrano che avviene esattamente il contrario».




Powered by ScribeFire.

Anacapri, torna la guerra dei tassisti «Sequestrati» due clienti del Palace

Corriere del Mezzogiorno

I tassisti non sopportano di vedere i potenziali clienti di fascia alta a bordo dei pullmini di cortesia degli hotel

NAPOLI

La tensione covava da mesi. E ieri ha prodotto un episodio mai visto. Verso le 10, un ospite straniero del Capri Palace di Anacapri, uno dei più prestigiosi alberghi dell’isola (cinque stelle lusso, spa, décor d’artista, ristoranti stellati, meta di molte star internazionali da Mariah Carey a Bianca Jagger) ha chiamato telefonicamente un taxi per farsi accompagnare al porto. Da Capri, il tassista è arrivato al Palace, ma due suoi colleghi di Anacapri hanno sbarrato la strada a lui e allo shuttle dell’albergo, che a sua volta doveva accompagnare al porto un altro ospite. Urla, strepito, minacce, il rischio di perdere aliscafi e aerei; poi l’intervento dei vigili e la fine del sequestro poco prima dell’arrivo dei carabinieri. Un brutto quarto d’ora e niente più? Macché.

Il fatto è che a Capri continua il braccio di ferro tra la potente lobby dei tassisti (42 a Capri e 30 ad Anacapri) e gli alberghi e ristoranti che offrono alla clientela anche un servizio-navetta. In tempi di crisi la tensione cresce: i tassisti non sopportano di vedere tanti potenziali clienti di fascia alta a bordo dei pullmini di cortesia invece che sulle loro Fiat Marea e Nissan Serena modificate. Il problema è soprattutto anacaprese: Capri è in larga parte pedonale e ha adesso andremo fino in fondo». E gli albergatori? Per il loro presidente, Sergio Gargiulo, abolire il servizio di cortesia sarebbe semplicemente impensabile. «Si fa in tutto il mondo, non averlo sarebbe di pregiudizio per l’immagine di Capri». E dell’immagine si preoccupa anche Paolo Signorini, patron del Caesar Augustus, che mastica amaro e dice: «Di queste cose sarebbe meglio discutere d’inverno. Non sono in grado di parlare in punta di diritto, però il servizio di cortesia mi sembra ormai una cosa necessaria. Tra l’altro, non riguarda soltanto i grandi alberghi. Penso ai tanti bed&breakfast sparsi sul territorio, lontani dal porto e frequentati da clienti che magari non possono permettersi il taxi».

Molto arrabbiato è infine Ermanno Zanini, general manager del Capri Palace: «Consideriamo quest’episodio grave e lesivo dell’immagine del territorio e di quella del Capri Palace, che investe risorse cospicue per la promozione della propria attività. Senza considerare la violazione del diritto che le persone hanno di muoversi liberamente senza subire pressioni e violenze da chi dovrebbe svolgere un servizio pubblico. I tassisti di Anacapri dicono che il servizio da noi offerto è illegittimo? Ma se lo si fa in qualsiasi città d’Europa! La verità è che i tassisti vorrebbero conservarne il monopolio, incuranti delle ripercussioni in termini d’immagine per il territorio e le aziende».

Facile previsione: questa storia ci accompagnerà per tutta l’estate. Collegamenti più facili (la funicolare), Anacapri è lontana dal porto e nel suo più vasto territorio non sono pochi i luoghi d’ospitalità fuori mano. «Ad aprile», spiega il sindaco di Anacapri Franco Cerrotta, «abbiamo siglato con Federalberghi e i tassisti un accordo che riconosce la possibilità per alberghi e ristoranti di effettuare un servizio di cortesia su percorsi stabiliti: per gli alberghi, da e verso il porto o l’eliporto e, nel caso di alberghi che abbiano anche un’appendice sul mare (come il Palace, che ha il ristorante ‘‘Il Riccio’’ sulla costa della Grotta Azzurra, ndr), con l’intesa che il servizio si effettui non oltre le 18. Per i ristoranti che si trovano in luoghi non raggiungibili dai taxi, è invece previsto che i pulmini circolino soltanto fino alle fermate dei bus o al parcheggio dei taxi.

Ci sembra un accordo equilibrato, che mira a tenere insieme le esigenze di tutti, e l’abbiamo siglato anche se abbiamo appurato che in teoria il servizio di cortesia sarebbe illegale: potrebbero farlo soltanto le auto da noleggio o i taxi». L’accordo, comunque, i tassisti ormai lo giudicano decaduto. «Speravamo che venisse rispettato», dice il rappresentante di categoria, Lucio Di Palma, «ma non è così. I pullmini fanno di tutto e di più, così non si va avanti. Abbiamo fatto un esposto in Procura e adesso andremo fino in fondo». E gli albergatori? Per il loro presidente, Sergio Gargiulo, abolire il servizio di cortesia sarebbe semplicemente impensabile. «Si fa in tutto il mondo, non averlo sarebbe di pregiudizio per l’immagine di Capri».

E dell’immagine si preoccupa anche Paolo Signorini, patron del Caesar Augustus, che mastica amaro e dice: «Di queste cose sarebbe meglio discutere d’inverno. Non sono in grado di parlare in punta di diritto, però il servizio di cortesia mi sembra ormai una cosa necessaria. Tra l’altro, non riguarda soltanto i grandi alberghi. Penso ai tanti bed&breakfast sparsi sul territorio, lontani dal porto e frequentati da clienti che magari non possono permettersi il taxi». Molto arrabbiato è infine Ermanno Zanini, general manager del Capri Palace: «Consideriamo quest’episodio grave e lesivo dell’immagine del territorio e di quella del Capri Palace, che investe risorse cospicue per la promozione della propria attività. Senza considerare la violazione del diritto che le persone hanno di muoversi liberamente senza subire pressioni e violenze da chi dovrebbe svolgere un servizio pubblico. I tassisti di Anacapri dicono che il servizio da noi offerto è illegittimo? Ma se lo si fa in qualsiasi città d’Europa! La verità è che i tassisti vorrebbero conservarne il monopolio, incuranti delle ripercussioni in termini d’immagine per il territorio e le aziende». Facile previsione: questa storia ci accompagnerà per tutta l’estate.

Francesco Durante
13 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

Flop dei dissuasori, in piazza Dante parcheggia la polizia municipale

Corriere del Mezzogiorno

La zona in teoria «impenetrabile» diventa area
di sosta per i mezzi dei vigili urbani

Auto parcheggiate nell'area pedonale

Auto parcheggiate nell'area pedonale

NAPOLI - L’isola pedonale violata dalle auto della polizia municipale. Anzi, la piazza che i dissuasori dovrebbero rendere impenetrabile, diventa zona di sosta per i mezzi dei vigili urbani. Quello che in qualsiasi altra città è impensabile, a Napoli accade. E accade con una motivazione che vuole sembrare logica. Sì, la logica del paradosso. Ecco la seconda municipalità. «La scelta di lasciare far parcheggiare le auto della Polizia Municipale nell’area di piazza Dante è precisa e ragionata», dichiarano il presidente Alberto Patruno e l'assessore alla Vivibilità, Gianfranco Wurzburger. «Abbiamo deciso di riservare lo spazio pedonale alle auto dei vigili proprio per sbarrare l'accesso ad auto e motorini. La polizia municipale non invade nessuna area: al contrario la presidia. È quanto ci eravamo preposti per evitare a motorini di scorazzare nell'area riservata ai pedoni».


Dichiarato ufficialmente il fallimento dei dissuasori: «Abbiamo messo paletti e dissuasori per tutelare la piazza e il centro storico: il nostro lavoro sul territorio si è distinto e si distingue sempre in tal senso. Salvaguardare le aree pedonali, evitare parcheggi indiscriminati, vigilare sulle aree di sosta: nessuna preferenza, nessuna incongruenza, nessun paradosso». Ma i dissuasori in piazza Dante, come dimostra la foto (e ce n’è una per ogni periodo dell’anno) proprio non hanno funzionato. L’area pedonale è diventata parcheggio abusivo per auto e scooter e la centralina dei pilomat un cestino dell’immondizia aggiunto.

Espedito Vitolo
14 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

Schiaffo a un giornalista nel 2008, Sementa processato per lesioni

Corriere del Mezzogiorno

Il comandante dei vigili urbani di Napoli citato a giudizio per la violenza contro il cronista Migliaccio

Un frame dello schiaffo di Sementa a Migliaccio, filmato dal  cronista

Un frame dello schiaffo di Sementa a Migliaccio, filmato dal cronista

NAOPOLI

Molti ricordano ancora lo schiaffo che il comandante dei vigili di Napoli, generale Luigi Sementa, inflisse al cronista de «Il Napoli» Alessandro Migliaccio nel 2008, che riuscì a filmare l'accaduto.

Ora il comandante Sementa sarà processato per le lesioni causate al giornalista. Il pm, vicepretore onorario Mariaelena De Iuliis, ha infatti emesso un decreto di citazione a giudizio davanti al giudice di pace penale Calabrò; l’udienza è stata fissata per il prossimo 8 ottobre.

Il pm non ha invece riconosciuto la sussistenza del reato di sequestro di persona. La vicenda risale al dicembre del 2008. Migliaccio fu invitato ad andare nell’ufficio di Sementa dopo avere scritto un articolo sul caos del centro storico, zona nella quale peraltro il comandante della polizia municipale abita. Sementa protestò perchè, a suo dire, l’articolo lasciava capire quale fosse il suo indirizzo, mettendo così a repentaglio l’incolumità della sua famiglia. Tra i due nacque un diverbio, che Migliaccio filmò con la telecamera che aveva con sè. Alla presenza di altri due giornalisti (che saranno convocati come testi) il generale schiaffeggiò Migliaccio, che riportò un trauma cranico, facciale e cervicale guaribile in sei giorni.

Redazione online
14 luglio 2010





Powered by ScribeFire.

Roma, arriva il documento per nomadi: Dast per chi rispetta le regole

Il Messaggero

 

ROMA (13 luglio) - Da oggi 750 nomadì che abitano nel campo autorizzato di Salone hanno il primo documento di residenza regolare: il Dast (documento di autorizzazione allo stazionamento temporaneo), consegnato questa mattina personalmente dall'assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso.

Il documento, che riporta generalità e foto di ognuno, è stato rilasciato a tutti coloro che hanno dimostrato di avere un permesso di soggiorno o carta d'identità valida, che hanno dimostrato la presenza sul territorio da almeno 10 anni e che non avevano alle spalle condanne per reati gravi. Due anni la durata del Dast, prorogabile per altri 24 mesi. I residenti di Salone prima di ricevere il documento si sono impegnati ad osservare norme come il canone mensile per l'uso della piazzola e dei servizi del campo, le utenze per i consumi familiari, l'assolvimento dell'obbligo scolastico per i bambini e la frequenza alle attività di integrazione sociale previste dal campo.

«Oggi inauguriamo una nuova fase - ha detto Belviso rivolta agli abitanti di Salone -, aggiungiamo un nuovo tassello al Piano Nomadi. L'amministrazione vi dà fiducia e con questo documento potrete avere una formazione ed un lavoro. Abbiamo anche graziato, sotto indicazione del commissario per l'emergenza nomadi, reati come piccoli furti in età giovanile, (che si è voluto giustificare), ma da questo momento l'osservanza delle regole è un prerequisito fondamentale».





Powered by ScribeFire.

Pesata davanti ai compagni di scuola perde l'anno e scrive «mi uccido»

Il Messaggero

Il calcolo del peso voluto dall'insegnante di educazione fisica
I genitori della 13enne: problemi psicologici, un calvario


 

VERONA (13 luglio) - A dicembre era tornata a casa dicendo che non sopportava più che il professore di educazione fisica la facesse pesare davanti a tutti e da quel momento, una ragazzina di 13 anni veronese, ha cominciato ad avere problemi psicologici con conseguenti lunghe assenze da scuola.

Alla fine non è stata ammessa all'esame di terza media. La vicenda è al centro di in una lettera inviata dai genitori della studentessa al dirigente della scuola e poi agli organi superiori scolastici in cui si ripercorrono le diverse fasi di quello che viene definito «un calvario».

Dopo aver saputo da un compagno di non essere ammessa all'esame la ragazza gli ha risposto «con due parole: mi uccido». Fortunatamente il compagno ha avvisato la madre che ha subito contattato i genitori ella ragazza. Qualche giorno dopo, la ragazza ha trovato la forza di dire ai genitori che la pesatura davanti ai compagni è stata «la prassi per tutti e tre gli anni della scuola media». Il padre dice che altri genitori non sarebbero stati d'accordo con il metodo usato dall'insegnante, ma questi l'avrebbe difeso indicando che serviva a una verifica del corretto sviluppo dei ragazzi.

«Il giusto obiettivo di una corretta educazione alimentare e motoria - rileva da parte sua la dirigente scolastica regionale Carmela Paslumbo, interpellata dall'Ansa - su un piano generale non giustifica l'utilizzo di qualsiasi mezzo. Nello specifico, bisognerà comprendere se la strada seguita è stata pedagogicamente corretta o se ha sconfinato nella lesione della dignità della persona. La prima cosa quindi è capire cosa e come è avvenuto. Sarà cura del preside dell'istituto ricostruire dettagliatamente la vicenda e se necessario interverremo».





Powered by ScribeFire.

Una laguna del Ghana è la discarica mondiale dei rifiuti high-tech Spazzatura-killer

La Stampa

FEDERICO GUERRINI

Sulle rive della laguna di Korle, nel sobborgo di Agbogbloshie della città di Accra, in Ghana, si trovano strane montagne bianche e grigie. Sono le discariche della spazzatura hi-tech dei Paesi occidentali: computer, monitor, cellulari, vecchie stampanti e tv.



Secondo l’Onu, ogni anno si producono nel mondo fino a 50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici, che dovrebbero essere smaltiti e riciclati nel Primo Mondo, in impianti dotati delle attrezzature per recuperare le parti più preziose senza rischi per la salute e l'ambiente. Ma lo smaltimento è costoso e così è più economico spedire i materiali obsoleti in Africa, India e Cina e in altre aree. Sebbene si tratti di pratiche illegali, le leggi si possono aggirare, facendo passare i rifiuti come beni di seconda mano, donazioni di produttori e organizzazioni allo scopo di superare il «digital divide». In realtà, secondo i dati della Commissione Europea, tra il 25% e il 75% di questi oggetti sono inutilizzabili e il meccanismo delle donazioni, in questo caso, serve ad aggirare la Convenzione di Basilea, un trattato dell’89 che vieta l'export di «e-waste» al di fuori dei Paesi Ocse. L'accordo è stato firmato da 172 Stati, ma 3 Paesi - Usa, Afghanistan e Haiti - non l'hanno ratificato.

Destinazioni principali sono Cina, India, Nigeria e, appunto, Ghana. Nel porto di Tema, il principale del Paese, arrivano ogni mese centinaia di container: «Siamo diventati la tomba - racconta il giornalista ghanese Mike Anane, intervenuto in videoconferenza a Milano nell'ambito dell'incontro “Hi-Tech&ambiente” - di tutti i televisori, condizionatori e vecchi pc scartati altrove». Lì non ci sono impianti di recupero. Ad Agbogbloshie folle di ragazzi estraggono a mani nude le parti più pregiate. Oro, argento, rame e palladio vengono rivenduti e le carcasse bruciate, sprigionando fumi tossici. Alla fine gli involucri vengono abbandonati nella laguna, mentre i metalli pesanti di schermi e circuiti, come piombo, mercurio, arsenico, cadmio e bario, entrano in circolo nell'ambiente, avvelenando acqua, aria e suoli.

«Ora è importante aumentare la consapevolezza dei consumatori occidentali - spiega Anane -: devono sapere che i rifiuti che producono danneggiano le popolazioni e gli habitat di molti Paesi poveri. È importante poi monitorare le società di riciclaggio e incentivare il design “verde”, quello che mira a ridurre il più possibile la presenza di piombo e altri materiali inquinanti nei pc». Un caso emblematico è l’impatto del passaggio dalla tv analogica a quella digitale, con una massa di apparecchi destinati al macero: solo il 18% dei 24 milioni buttati in un anno negli Usa è stato riciclato correttamente.



Powered by ScribeFire.

De Carli, una vita con i Papi

Il Tempo

Ci lascia a 58 anni il vaticanista de Il Tempo e fondatore di Rai Vaticano. Dopo la carriera di giornalista voleva tornare a fare il contadino.




Nel momento in cui un amico muore è sempre difficile trovare le ragioni per fermare il pianto, ma se questo amico è Giuseppe De Carli il modo più efficace per consolarsi consiste nel pensare alla fortuna che si è avuta nell’averlo incontrato. De Carli, per tutto il pubblico televisivo della Rai, nonché per i lettori de Il Tempo, è stato un grande giornalista, vaticanista di lungo corso  tra i più preparati e intelligenti del panorama informativo italiano. Ma per chi giorno dopo giorno ha avuto l'onore di lavorare con lui, Giuseppe è stato semplicemente un uomo buono. Buono anzitutto nella professione: voleva e sapeva, con la più grande naturalezza, mettere a disposizione di noi «giovani» collaboratori la sua esperienza, le sue fonti, il suo mestiere. Tutto ciò con straordinaria spontaneità e senza chiedere nulla in cambio, se non una dose di vulcanico entusiasmo almeno pari alla sua.

Molti, anche tra i colleghi, lo hanno spesso scambiato per una persona rude: non hanno capito niente del suo cuore. Giuseppe voleva bene al suo prossimo e al suo lavoro, un mestiere che viveva quotidianamente abbeverandosi a una fede autentica, profonda, sempre discreta, fatta di amore per la Chiesa e di reale comprensione delle cose. Era nato a Lodi, 58 anni fa. E ogni giorno, mangiando insieme in mensa, mi confidava che il suo sogno, una volta andato in pensione, era di poter tornare a fare il contadino. Di quel mondo conservava l'intuizione diretta ed elementare, poi modellata da fini studi filosofici e teologici. Il giornalismo lo ha avvinto quasi subito, per Il Popolo, per Il Tempo e per la Rai, l'azienda in cui ha compiuto quasi tutta la sua carriera.

Da vaticanista del Tg1 ha seguito per un ventennio l'amatissimo Giovanni Paolo II nei suoi innumerevoli viaggi. Per poi fondare Rai Vaticano, la struttura che attualmente dirigeva. Tra le iniziative più clamorose da lui pensate e realizzate «La Bibbia giorno e notte», un'idea unica e incredibile: far leggere l'intero testo sacro, Antico e Nuovo Testamento, integralmente e senza interruzioni da oltre milleduecento lettori che si sono alternati sul leggìo della chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme.

Per merito di Giuseppe De Carli la più lunga diretta televisiva mai realizzata dalla televisione pubblica italiana ha avuto come tema la fede, la religione, il senso del sacro. E fu proprio Benedetto XVI, il Papa da lui tanto amato, ad aprire l'evento, con la lettura del primo capitolo della Genesi. Tra i canti e letture bibliche, in quei giorni e in quelle lunghe notti, più volte l'ho visto piangere scosso dall'emozione della fede. Dal letto del Gemelli, dove era ricoverato, qualche giorno fa mi ha sussurrato: «Benedetto XVI ha capito tutto, ha compreso che la sorte del cristianesimo in Occidente si gioca soprattutto sul piano culturale».

E mi ha parlato di progetti, di analisi e convegni sullo stato dell'informazione religiosa in Italia, di spinose questioni ecumeniche, di articoli da scrivere per il nostro blog. Già, il blog: perché De Carli era talmente moderno da aver proiettato la struttura Rai Vaticano sul web, attraverso uno spazio internet stracolmo di contenuti e un blog che è diventato punto di incontro abituale per decine di migliaia di utenti della rete. E in tutto questo aveva anche il tempo e la volontà di scrivere tanti libri. L'ultimo, tradotto in dieci lingue, ristampato e più volte riedito, scritto con il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, aveva come oggetto l'ultimo segreto di Fatima. Oggi che le mie lacrime davvero non vogliono fermarsi, spero che anche il lavoro di quest'uomo a cui io ho voluto profondamente bene possa continuare attraverso i progetti che ha lasciato a me a i miei colleghi. Ciao Giuseppe, il tuo affetto non è stato vano.





Powered by ScribeFire.

L'affare dei rimborsi ai consiglieri romani

Il Tempo

Sono tredici gli eletti in aula Giulio Cesare e settanta nei Municipi. Ottengono da 1.500 a 40 mila euro ciascuno. Nel 2008 impegnati prima 100 euro, poi altri 216 mila.


Da 1.500 a 43 mila euro ciascuno. Ecco i rimborsi per 13 consiglieri comunali e 70 municipali riferiti al 2008 ma pagati poco tempo fa. Le spese aumentano, tanto che un gruppo di consiglieri ha pensato di stabilire un tetto ai contributi che il Comune di Roma trasferisce ai politici.

Nei prossimi giorni il provvedimento approderà in Aula Giulio Cesare. Il meccanismo è consolidato: un eletto in Campidoglio o nei Municipi, che non chiede l'aspettativa all'ente pubblico o privato in cui lavora, ottiene dall'amministrazione un rimborso che copre le assenze dal lavoro per svolgere l'incarico politico. Basta avere in tasca una busta paga. Ci sono consiglieri che hanno chiesto rimborsi per le assenze in enti pubblici, agenzie regionali o, anche, società «familiari». Tutto in regola, per carità. Lo prevede una legge del 2000 che chiarisce: «Gli oneri per i permessi retribuiti per i lavoratori dipendenti da privati o da enti pubblici economici sono a carico dell'ente presso il quale gli stessi lavoratori esercitano le funzioni pubbliche. L'ente, su richiesta documentata del datore di lavoro, è tenuto a rimborsare quanto dallo stesso corrisposto, per retribuzioni e assicurazioni, per le ore o giornate di effettiva assenza del lavoratore».

 
Eccoli gli «oneri per i permessi retributivi dei consiglieri comunali». Si riferiscono al 2008. Gianluca Quadrana (lista Rutelli), dipendente Cotral spa, da gennaio a dicembre ha avuto 22.517,12 euro, Maurizio Berruti (Pdl), della Società cooperativa Coeuropa '93, quasi 10 mila euro: 3.634,08 per giugno e luglio, 3.412,24 per agosto e settembre, 2.727,83 per ottobre. Lavora all'Unicredit Banca di Roma Gilberto Casciani, adesso consigliere regionale, allora comunale: ha ottenuto per gennaio e febbraio, sempre del 2008, 4.142,35 euro e per maggio e giugno 1.657,65 euro.

A Giuseppe Ciardi, dipendente del Gruppo Servizi Generali, attualmente delegato alla Sicurezza del sindaco Alemanno, sono stati assegnati 4.868,76 euro per settembre 2008, poco meno ad Andrea De Priamo, presidente della Commissione Ambiente, impiegato della società Mazzoni & Bizzaglia srl: 4.735,55 euro per giugno e luglio 2008. Al presidente della Commissione Urbanistica Marco Di Cosimo, dipendente della Camaran srl, sono andati 38.159 euro per il periodo maggio-novembre 2008.

Paolo Masini (Pd), della Società Lsg Sky Chefs spa, ha avuto 3.347,37 euro per gennaio-febbraio 2008 mentre Massimiliano Parsi, presidente della Commissione Commercio, (Italia Media Eventi srl) 15.863,64 per luglio-novembre. Rimborsi più alti per Samuele Piccolo (Pdl), dipendente de La Romanina srl, che per i periodi gennaio-febbraio e giugno-luglio 2008 ha ottenuto 43.170,28 euro. Giordano Tredicine, presidente della Commissione Politiche sociali, (Società Servitalia 2002 srl) ha avuto 3.397,63 euro (maggio-giugno 2008), Massimiliano Valeriani (Pd), dipendente Trambus, 26.636 euro (periodo 2006-2007).

Infine, a Marco Visconti, delegato del sindaco per l'Emergenza Casa, (Greenertech srl), sono andati 4.741,20 euro per luglio 2008 e 1.573,38 per agosto mentre all'ex capogruppo di An, ora deputato, Marco Marsilio 2.425,95 euro per dicembre 2007. Ma questo è niente. Nei Municipi della Capitale sono 70 i consiglieri che hanno richiesto rimborsi. Record nel Quinto: 314.600 euro per il 2009. Poi il Quarto: 206.733,73 per 9 consiglieri (anno 2007). Il Qundicesimo: 7 consiglieri hanno ricevuto in tutto 204 mila euro. Segue il Sedicesimo: 7 consiglieri hanno ottenuto 155.170 euro.

Poi ci sono il sesto Municipio: 117 mila euro per 4 consiglieri, l'Undicesimo: 81 mila euro per 5 consiglieri, il Settimo: 78.286,59 euro per 4 rappresentanti, il Secondo: 72 mila 839,43 euro per 7 consiglieri, il Terzo: 71.053,81 euro per 5 consiglieri. Quasi 64 mila euro per i 6 consiglieri municipali del Diciassettesimo e 49 mila per i 5 del Ventesimo. Poco più di 37 mila euro di rimborsi per il Diciottesimo per 3 eletti e 34.850 euro per l'Ottavo, sempre per tre consiglieri. Il Dodicesimo ha speso 23.524,78 euro per 5 consiglieri, il Tredicesimo 20 mila euro, il Decimo 19.442,25 per 2 eletti. Risparmia il primo Municipio: «soltanto» 14.800 euro per 4 consiglieri. «Non ancora quantificabili» le richieste di rimborsi del Diciannovesimo Municipio. Alberto Di Majo





Powered by ScribeFire.

Sequestrate 24 tonellate si "Mozzarella Cheese"

Libero





Sono state sequestrate oltre 24 tonnellate di formaggio dai militari del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Taranto.
Le forze dell'ordine, a seguito di specifici controlli condotti per contrastare operazioni di contraffazione, a favore della tutela del "Made in Italy", hanno rilevato le confezioni di "Mozzarella cheese" presso lo scalo marittimo locale.
Il prodotto era ben nascosto all'interno di un container frigo, di proprietà di una società tedesca, operante proprio nel settore lattiero- caseario.
Il formaggio, a pasta filata, era congelato e sarebbe dovuto essere trasportato in Libia.
I militari hanno osservato che le confezioni recavano le denominazioni fasulle "Mozzarella cheese" e il simbolo del tricolore italiano, atti a ingannare il consumatore, ma in realtà erano stati lavorati proprio in Germania.

14/07/2010





Powered by ScribeFire.

Confessioni di uno stalker pentito

Corriere della sera

La confessione di un magazziniere di 60 anni.
«Ogni volta che penso a lei vado dallo psicologo»

Storia di un’ossessione e di una cura
Confessioni di uno stalker pentito

«Sentivo dentro queste parole: "Morta lei, starai bene". Era un altro me stesso che mi diceva quello che dovevo fare». È la confessione di uno stalker che chiameremo Angelo: 60 anni, magazziniere a Milano. Avrebbe voluto uccidere Maria, l’ex fidanzata. Si è fermato in tempo, con l’aiuto degli psicologi dell’Osservatorio nazionale dello stalking.
MILANO — «"Morta lei, starai bene": le parole che sentivo nel sonno, come un altro me stesso che mi diceva quello che dovevo fare». E seguendo quella voce da incubo Angelo (nome di fantasia), 60 anni, magazziniere di Milano, si trova con un coltello in mano, lungo la strada diretta a casa dell’ex fidanzata, deciso a eliminare lei, amata-odiata, «unica fonte del mio dolore». «Mi fermarono i carabinieri, fu come svegliarmi da un brutto sogno, al momento non mi spiegai come avessi fatto ad arrivare fin lì». Ma oggi Angelo lo sa. Dopo un percorso di anni (ancora non è finito), con l’aiuto dell’Osservatorio nazionale sullo stalking (www.stalking.it), l’uomo ha ricostruito le tappe di un’ossessione assurda che poteva sfociare in tragedia.

«Conobbi Maria (nome di fantasia) in azienda, aveva qualcosa di speciale, anche lei era molto attratta da me». Una storia di pochi mesi: lui sposato con un figlio; lei, quasi trent’anni di meno, con qualche problema di salute. Per questo Maria si trasferisce al Sud, nel paese natale. Angelo la sostiene, e la relazione continua al telefono: «Ero sicuro di lei, mi chiamava in continuazione, l’aiutai a comprare una macchina ». È Angelo a consegnarle l’auto in paese: «Fu l’occasione per stare tre giorni insieme, ma alla stazione successe l’inverosimile». Maria, senza spiegazioni, come spesso accade, lascia intendere che la liaison non avrà seguito: «Ci sentiamo a Natale, non prima». Angelo incassa, poi si sente male. «Era come se mi fosse crollato il mondo addosso, finii all’ospedale, la cercai al telefono, lei non rispose».

Quella frase alla stazione fa scattare il delirio. «Da quel giorno non fui più lo stesso, stavo male, sentivo un bisogno irresistibile di chiamarla». Così Angelo da innamorato si trasforma in instancabile persecutore: «Lei aveva tirato su un muro, ma ogni volta che trovavo il telefono spento, mi saliva la rabbia e una forza incontenibile mi spingeva a cercarla con ogni mezzo. Ero diventato uno stalker». Quaranta telefonate al giorno con quattro cellulari diversi, centinai di messaggini, fax: per farle sapere che non intende sparire. Non solo: «Verrò da te per vedere il tuo nome scritto sulla tomba»; poi: «Stai attenta a quando attraversi la strada»; e ancora: «Non vedo l’ora di sapere che sei morta», «La tua vita non vale nulla, ogni giorno che passa è un giorno in meno che vivrai». Le frasi più ricorrenti. Con uno scopo: «Volevo farle capire quanto male mi aveva fatto e quanto io volevo fargliene».
Ma il conflitto non manca: «A volte rileggevo quelle parole, emi vergognavo di me stesso, allora le inviavo nuovi messaggi: "Scusami cucciola, sei la cosa più importante della mia vita». Angelo si pente, ma dura poco. Dopo quattro mesi, Maria lo querela per molestie (non esisteva la legge sullo stalking). I carabinieri di Milano convocano Angelo, gli spiegano che è meglio lasciar perdere. Ma la denuncia ha l’effetto contrario: «Per me fu come una sfida, presi un treno la sera stessa». Inizia così un pendolarismo settimanale che dura quasi due anni: «Sentivo il bisogno di vederla, la seguivo a 40 metri di distanza, mi accontentavo che sapesse che c’ero». Placare l’ansia, ridurre la sofferenza, provare soddisfazione nel farla soffrire: Angelo vive per questo, per farle sapere che lei, con la sua querela, non è riuscito ad allontanarlo. Intanto iniziano i problemi fisici: l’uomo perde 30 chili, non regge più la tensione. Decide così di trasferirsi nel paese di Maria.

«Desideravo respirare la sua aria, solo così mi sentivo tranquillo». Ma gli incubi continuano, di notte «la voce» gli parla di progetti di morte. «Cercai di farla finita più di una volta, per smettere di soffrire. Ma confidavo anche nella sua morte». «Via lei, via il dolore»: l’ossessione prosegue, Angelo sta per toccare il fondo. Ma in qualche modo cerca aiuto e parla con il padre della ex fidanzata: «Ebbi da lui il nome di Massimo Lattanzi, presidente dell’Osservatorio sullo stalking, così è iniziata la mia ripresa». Angelo inizia una sorta di terapia: di fatto quando vuole vedere Maria, chiama Lattanzi e ne parlano insieme. «Se non lo avessi incontrato, sarebbe finita male, e solo in un modo». La morte di Maria e forse anche la sua: «Dico solo che quando si fanno certe cose, si è costretti ad agire così, è un impulso irresistibile. Io ci sono caduto dentro e conosco il meccanismo, per fortuna sono stato fermato in tempo». E Maria?: «Grazie alla mediazione dello psicologo siamo in rapporti civili, a volte ci sentiamo. Se un’altra donna mi abbandonasse? Non rifarei le stesse cose: nessuna sarà mai importante come Maria, lei era l’altra metà della luna, l’unico grande amore. Ancora oggi penso a lei».
Grazia Maria Mottola
14 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Partito verso Teheran lo scienziato iraniano sparito e riapparso in Usa

Corriere della sera

Secondo l'Iran era stato rapito dagli americani

Shahram Amiri scomparso un anno fa in Arabia Saudita
Partito verso Teheran lo scienziato iraniano sparito e riapparso in Usa


Amiri in un fermo immagine da Youtube
Amiri in un fermo immagine da Youtube
WASHINGTON – Sviluppo incredibile nel giallo dello scienziato nucleare iraniano Shahram Amiri scomparso un anno fa in Arabia Saudita. L’uomo è riapparso martedì all’ambasciata pachistana a Washington e ha chiesto di poter tornare in Iran. In una dichiarazione diffusa dalla tv iraniana, Amiri ha sostenuto che gli americani, dopo averlo rapito, volevano organizzare il suo rientro in patria in modo soft: «Hanno tentato di imbarcarmi su un aereo di un altro Paese per farmi tornare in Iran ma non ci sono riusciti». Gli agenti, ha precisato l’emittente Press Tv, lo hanno allora consegnato alla sede diplomatica pachistana che ospita una sezione di interessi iraniana. Diversa la versione statunitense. Nessun sequestro o tortura, ribattono da Washington, Amiri è venuto di sua volontà negli Usa e può andarsene liberamente. Quindi un messaggio agli ayatollah affinché, in cambio, rimettano in libertà tre escursionisti americani arrestati con l’accusa di spionaggio. Amiri ha in seguito lasciato il territorio americano diretto in Iran via un Paese terzo, ha poi confermato il portavoce del ministero iraniano degli Esteri, Ramin Mehmanparast.
L’intrigo Amiri nasce nell’estate di un anno fa quando lo scienziato scompare durante il pellegrinaggio alla Mecca. Teheran denuncia il suo rapimento mentre voci non ufficiali sostengono che abbia raggiunto gli Usa dove avrebbe iniziato a raccontare importanti segreti. Indiscrezioni apparse sulla stampa statunitense confermavano questa tesi aggiungendo anche particolari interessanti. Compresa la storia che il presidente Obama sia riuscito a convincere Russia e Cina a votare nuove sanzioni contro l’Iran presentando dati forniti dal transfuga. In giugno, però, Amiri è riapparso con diversi video diffusi su Internet o dai media iraniani. Nel primo lo scienziato, parlando con una webcam, ha sostenuto di essere stato sequestrato da sauditi e americani. In un secondo, invece, diceva di trovarsi bene negli Usa e faceva accenni alla famiglia. Poi ancora un altro per raccontare che era riuscito a scappare dalle mani della Cia in Virginia. E, come contorno, circolavano ricostruzioni su pesanti minacce del regime contro i familiari di Amiri. Al punto che la Cia temeva che potesse decidere di tornare a casa. Infine l’ultima mossa: alle 18.30 di lunedì arriva all’ambasciata pachistana a Washington.
Su cosa sia accaduto in questi mesi possiamo solo fare delle ipotesi. Primo. Amiri è stato davvero rapito e gli 007 non sono riusciti a gestirlo. Secondo. Amiri si è offerto agli Usa e lo hanno spremuto ottenendo tutte le informazioni possibili. Ma, come spesso accade ai transfughi, dopo un certo periodo si è sentito solo, con la famiglia lontana e minacciata. Quindi si è pentito. Terzo. Gli Stati Uniti lo volevano rimandare indietro, fingendo un pentimento o avvalorando la storia del sequestro, per continuare ad avere una fonte. Quarto. Ci sono motivi e moventi diversi. Qualcosa legato alla guerra sotterranea sul programma nucleare o alla complessa partita di ostaggi/prigionieri nelle mani delle due parti. Siamo sicuri, non mancheranno altre sorprese.
Guido Olimpio
13 luglio 2010(ultima modifica: 14 luglio 2010)



Powered by ScribeFire.

Soldi del Sisde per ristrutturare le case di Scajola e Pittorru

Corriere della sera


PERUGIA

La procura di Perugia ha avviato l’ascolto delle telefonate rimaste finora segrete tra i componenti della «cricca» e i politici. Migliaia di conversazioni intercettate in oltre due anni di indagine che riguardano gli affari legati agli appalti dei Grandi Eventi, ma anche le nomine e gli accordi avvenuti all’interno delle strutture che hanno gestito l’organizzazione del G8 a La Maddalena e poi a L’Aquila, i Mondiali di Nuoto, le celebrazioni dei 150 dall’Unità d’Italia. E che potrebbero aggiungere nuovi dettagli a quanto è stato scoperto negli ultimi mesi attraverso le verifiche dei conti correnti degli indagati e i controlli effettuati sulle ristrutturazioni compiute dalle ditte del costruttore Diego Anemone. L’ultima informativa consegnata dalla Guardia di Finanza ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi fornisce nuovi dettagli sulle operazioni immobiliari effettuate per favorire l’ex ministro Claudio Scajola e il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru. È stato infatti accertato che le fatture da decine di migliaia di euro per il rifacimento dei loro appartamenti furono emesse a carico del Sisde e pagate con i soldi destinati al rifacimento della nuova sede degli 007 in piazza Zama, a Roma.
Nove vani sul Colosseo
Comincia tutto il 2 aprile del 2004 quando l’architetto Angelo Zampolini versa 285.000 euro per l’acquisto di un appartamento per Pittorru. «Il sistema—racconterà poi il professionista— è stato messo in piedi da Anemone che mi consegnava soldi in contanti e mi chiedeva di cambiarli in assegni circolari da mettere a disposizione al momento del rogito». Proprio come avvenuto per l’allora ministro per l’Attuazione del programma Scajola che di euro ne ha avuti 900.000 per la dimora vista Colosseo. Ma evidentemente non è bastato. E infatti, qualche mese dopo, quando in tutti questi immobili vengono avviate le ristrutturazioni, si trova il modo di regalare anche i lavori, materiali compresi. Il 16 settembre successivo, come risulta dalla Dia (la denuncia di inizio lavori) depositata al comune di Roma, è lo stesso Zampolini a dare il via al progetto per il rifacimento di casa Scajola affidata alla A.M.P srl di Daniele Anemone, fratello dell’imprenditore e lui stesso finito nel registro degli indagati per concorso in corruzione. Le piantine dimostrano che dai nove vani iniziali sono state ricavate altre due stanze e due bagni, per un prezzo che alla fine supererà i 150.000 euro. Meno fastosi ma pur sempre impegnativi sono i lavori effettuati nelle case di Pittorru. Il generale incontrava spesso Anemone e il commercialista Stefano Gazzani che a lui si sarebbero rivolti sperando di avere notizie sulle indagini in corso, anche tenendo conto che per anni era stato nella Guardia di Finanza. Da qui la decisione di far scattare l’accusa di corruzione.
I fondi riservati
Gli accertamenti condotti nelle ultime settimane proprio dagli investigatori delle Fiamme Gialle aprono però un nuovo scenario che potrebbe fornire ulteriori elementi a sostegno della contestazione. Proprio nel 2004 un’altra azienda del Gruppo, la «Anemone di Anemone Dino», è impegnata in un appalto ben più remunerativo: il rifacimento della caserma Zignani destinata a diventare una delle prestigiose sedi del Sisde, ora Aisi. I costi, inizialmente fissati in tre milioni di euro, lieviteranno fino a portare nelle casse della società circa 12 milioni. Dal 10 ottobre di quell’anno il direttore del Dipartimento tecnico-logistico del Sisde—l’ufficio che si occupa di sovrintendere a questo tipo di appalti—è proprio Pittorru. La Finanza ha acquisito le fatture emesse per le ristrutturazioni degli appartamenti dello stesso generale e di Scajola, le ha confrontate con gli atti acquisiti al Sisde. Poi ha interrogato i responsabili delle ditte che se ne occuparono per sapere chi pagò i conti. «Ci dissero — hanno spiegato — che tutto andava addebitato al Sisde come se quei lavori fossero stati compiuti all’interno della Zignani e così abbiamo fatto». Ora bisognerà scoprire se fu Pittorru ad autorizzare i mandati di pagamento, ma già si sa che sono stati utilizzati i fondi riservati, che la legge destina esclusivamente agli 007.
Dischetti e brogliacci
E proprio per verificare se nuovi elementi investigativi possano arrivare dalle telefonate rimaste finora segrete che i pm hanno ordinato l’ascolto di tutti i nastri e la trascrizione di quelli ritenuti utili all’inchiesta. I brogliacci trasmessi dai colleghi di Firenze danno conto di conversazioni registrate sui telefoni di Angelo Balducci, di Diego Anemone e degli altri indagati, compreso il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Ci sono vari contatti istituzionali e dunque con interlocutori di palazzo Chigi, del ministero delle Infrastrutture e del Turismo coinvolti nell’organizzazione dei Grandi Eventi, della Santa Sede. Ma ci sono anche colloqui privati tra personaggi che sono entrati nell’inchiesta soltanto nelle ultime settimane. Al termine di una prima verifica si era ritenuto che non ci fossero elementi rilevanti, ma alla luce di quanto è emerso in seguito si è deciso di effettuare una «rilettura» completa del materiale partendo proprio dalle sintesi contenute nei registri compilati dai carabinieri del Ros.
Fiorenza Sarzanini
14 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

Sciopero, furbetti del Tg1: Ferrario si mette di riposo Giornata di paga incassata

di Paolo Bracalini

L'ex conduttrice del Tg1, alla guida della frangia interna contro il direttore Minzolini, ha spinto i colleghi a incrociare le braccia. Però in occasione dell'agitazione si è messa in riposo


 
Roma
In piazza Navona, nel no bavaglio day, era lì sul palco insieme all’attrice Ottavia Piccolo per guidare la contestazione della libera stampa contro il disegno di legge sulle intercettazioni. «Sciopero contro il bavaglio», fu uno degli slogan della giornata di protesta, con l’inviata del Tg1 a fare da testimonial dell’informazione con la schiena dritta. Una premessa per il grande sciopero del 9 luglio, con l’invito a tutti i colleghi, dalla carta stampata alle agenzie alle tv, di aderire in massa per dare un segnale forte alla maggioranza imbavagliatrice. Peccato però che poi la Ferrario non abbia, tecnicamente, scioperato.
La cosa non è sfuggita ai colleghi della Rai, che hanno fatto notare la seguente curiosità: il 9 luglio, giorno dello sciopero, Tiziana Ferrario non era segnata presente, ma di recupero riposo. Funziona così, chi vuole scioperare si segna presente e poi avvisa la segreteria di redazione che quel giorno non lavorerà perché in sciopero. A fine mese, quel giorno di mancato lavoro verrà tolto dalla busta paga, che quindi «dimagrirà» dell’importo corrispondente ad una giornata di lavoro. Se invece si è in riposo (o in recupero riposo) dal punto di vista formale non si è in sciopero. Altri colleghi del Tg1 hanno seguito la normale trafila, e a fine mese se ne accorgeranno con la busta paga. La Ferrario, pasionaria dello sciopero e tra l’altro, consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, invece no. Come lei, però, la maggioranza di finti scioperanti del Tg1, che quel giorno si trovavano - fatalità - segnati di riposo, recupero riposo o ferie. Una semplice «tecnicalità»? Mica tanto, a sentire i commenti degli scioperanti, quelli veri, che si sentono gabbati dalla «dimenticanza» della Ferrario e di altri giornalisti in pseudo-sciopero retribuito.
Anche perché, fanno notare alcuni giornalisti di Saxa Rubra, i turni settimanali della settimana del 9 luglio, sono stati decisi il 2 luglio, ovvero il giorno dopo la manifestazione di Piazza Navona capitanata dalla storica conduttrice del Tg1. Dunque, già si sapeva che quel venerdì sarebbe stato sciopero. Perché allora segnarsi di «recupero riposo», godendo quindi di una giornata retribuita? Malignità, certo, come è naturale ce ne siano in una redazione. In particolare quella del Tg1, che negli ultimi tempi pare essersi trasformata in un campo di battaglia, tra pro-minzoliniani e anti-minzoliniani. Tra questi ultimi, ovviamente, la Ferrario, che dopo il suo avvicendamento alla conduzione con colleghe più giovani (una «rimozione politica» secondo lei) è diventata insieme alla Busi la paladina della rivolta contro l’«occupazione del telegiornale più importante del servizio pubblico», come se la politica fosse entrata al Tg1 solo con Minzolini, e non già con Riotta, Gad Lerner, Albino Longhi, Demetrio Volcic e gli altri direttori.
Minzolini aveva motivato il turn over alla conduzione del Tg come un’operazione di rinnovamento e ringiovanimento dei volti alla conduzione. Si faceva notare, tra l’altro, che la Ferrario era fissa in quel ruolo da 28 anni, quando c’era l’Urss di Breznev. «Non è vero», scrisse lei sulla bacheca della redazione, una sorta di cahier de doleances dei colleghi del Tg1, «io conduco da 31 anni», precisò lei. «Quello che mi è stato fatto è una grande porcata», disse poi la Ferrario a proposito della scelta del direttore. Da lì, la nuova carriera barricadiera dell’inviata Rai, dalla resistenza a Minzolini a quella contro la legge bavaglio. Tutto, anche a costo di uno sciopero. Fatto dagli altri



Powered by ScribeFire.

I verbali imbarazzanti che Bocchino non legge

di Gian Marco Chiocci

l deputato finiano tace sugli atti giudiziari che lo riguardano ma oer gli altri fa fuoco e fiamme e sollecita le dimissioni. Quando fu chiesto il suo arresto tagliò corto: "Si tratta di una vicenda kafkiana"

 


Roma
Rapporti imbarazzanti, in­chieste politicamente a ri­schio, intercettazioni scivolo­se. E gli immancabili «comitati d’affari». No, non parliamo di Denis Verdini indagato per as­sociazionismo segreto. Parlia­mo di Italo Bocchino, ex garan­tista, novello giustizialista di quello stesso coordinatore del Pdl che insieme a tutto il parti­to l’ha sempre difeso allorché è stato Italo a finire nei guai con l’emergere dicerti rappor­ti imbarazzanti, in inchieste politicamente a rischio, per in­t­ercettazioni altrettanto scivo­lose, su immancabili «comita­ti d’affari». Del tipo di quello raccontato nell’inchiesta na­poletana sui grandi appalti per la gestione del patrimonio immobiliare (noto come Glo­bal service, legato al suicidio dell’assessore Nugnes) poi fi­nita nel nulla per decisione del Gup.
Quando scoppiò il casi­no e Italo venne indagato per associazione per delinquere e concorso in turbativa d’asta (con allegata richiesta d’arre­sto), il Nostro definì la vicenda «kafkiana». Al contrario di quanto fa oggi per Verdini, non chiese le dimissioni per se stesso, non preannunciò inter­cettazioni espl­osive che effetti­vamente uscirono sul suo con­to allorché si apprese che dava del tu al principale indagato (poi condannato insieme al provveditore Mautone) a cac­cia di appoggi politici per i suoi affari. «Quindi, poi, ormai sia­mo una cosa consolidata, un sodalizio, una cosa solida, una fusione dei due gruppi» recita la celebre intercettazione fra l’imprenditore e il deputato, successiva al ritiro di emenda­m­enti proposti dal gruppo con­siliare di An durante la discus­sione in consiglio comunale della delibera sul «Global servi­ce ».
Una decina le chiamate agli atti dell’indagine. Prece­dentemente, il 18 marzo 2007, Bocchino si metteva a disposi­zione di Romeo. Lo rassicura­va riguardo il suo intervento sui consiglieri comunali allo scopo di «indirizzare» bene il loro operato: «Non ti preoccu­pare perché domani sera c’è una riunione con tutti a cui vie­ne spiegato qual è la tesi da so­stenere (...). Stai tranquillo». Dello stesso tenore altre chiac­chierate in tema, tant’è che poi i Pm sostengono l’esisten­za di una «struttura organizza­ta unitaria» in «un’ottica di contiguità, stabile comunan­za e reciprocità di interessi che lega tra loro molti degli indaga­ti », come comproverebbe la soddisfazione di Bocchino per il ritiro degli emendamenti che infastidivano Romeo. In­te­rcettazioni scomode con rife­rimento ai rapporti fra Romeo, un magistrato di Napoli che fu l’estensore di una precedente sentenza favorevole allo stes­so Romeo, e Bocchino «al pun­to che questo giudice - scrive­va il Gip- era ammesso a parte­ci­pare a pranzi e incontri riser­vati in cui l’imprenditore e il deputato dovevano trattare di delicati affari di natura econo­mica ». In altre telefonate Ro­meo e Bocchino parlano poi di un nuovo progetto imprendi­toriale: un hotel. Il 28 marzo 2008, osserva il Pm, «gli interlo­cutori discutono se affidare il ristorante allo chef Gennaro Esposito e concordano un so­pralluogo del cuoco».
Grandi amici, altro che grandi appalti. E Bocchino se la cava, anche grazie al partito che gli fa qua­drato intorno. Il Nostro restò in sella anche quando incauta­ment­e se la prese con il sottose­gretario all’Economia, Nicola Cosentino, colpito da un’ordi­nan­za d’arresto in relazione al­l’ affaire camorra-rifiuti. La fi­guraccia fu doppia perché dal­la lettura delle intercettazioni e degli interrogatori allegati al­­l’atto d’accusa, emergevano le rivelazioni dell’imprenditore­pentito Gaetano Vassallo, per sua stessa ammissione legato alla sanguinaria cosca del casa­­lese Francesco Bidognetti, che lo tiravano pesantemente in ballo. A proposito del presun­to sostegno elettorale dato dai clan a Cosentino, il pentito ag­giunse a verbale quanto a lui riferito da uno degli esponenti di spicco della famiglia casale­se: «Tornando alla riunione in cui venne arrestato Raffaele Bi­dognetti ricordo si fecero i no­mi anche di alcuni politici na­zionali. In particolare Raffaele Bidognetti, alla mia presenza e alla presenza di Antonio Di Tella, riferì che Italo Bocchi­no » e altri politici di centrode­stra «facevano parte del nostro tessuto camorristico». Anche in quel caso Bocchino procla­mò la sua estraneità ai fatti, e il partito non lo abbandonò nemmeno quella volta. Così come nessuno, a cominciare da quel galantuomo di presi­dente della commissione d’in­chiesta su Telekom Serbia che è Enzo Trantino, volle infierire su quel che scoprì il radicale Giulio Manfredi, poi riscontra­to nell’inchiesta della Procura di Torino a pagina 30 della sen­tenza. E cioè che una parte dei proventi dell’intermediazio­ne riguardante l’ affaire col re­gime di Belgrado finirono nel­la disponibilità di Bocchino, che poi era anche membro del­la stessa commissione d’in­chiesta.
«Ciò che costituisce una singolare emergenza mes­sa in luce dalle indagini- si leg­ge nelle motivazioni - riguar­da la destinazione di una parte delle risorse di Vitali (uno dei due “facilitatori”dell’affare Te­lekom Serbia, ndr ) a loro vol­ta, come è stato reiteratamen­te chiarito, proventi dell’affa­re Telekom Serbia. In effetti Bassini (Loris, titolare di una finanziaria di San Marino, la Fin Broker a cui Vitali aveva af­fidato la gestione di 22 miliar­di di lire, ndr ) erogò nel corso del 2001 1,8 miliardi di lire a una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell’onorevole Italo Bocchi­no, successivamente compo­n­ente della commissione d’in­chiesta; e 2,4 miliardi alla so­cietà Edizioni Roma, di cui so­cio e presidente del Cda era lo stesso On. Bocchino». Un po’ come Scajola, il finiano doc ha sempre detto di non aver mai saputo da chi provenissero quei soldi. Men che meno da un tale che conosceva bene e che era impelagato nell’ affai­re su cui indagava la commis­sione, di cui sempre Italo face­va parte. Bassini l’ha prima smentito («Italo l’ha sempre saputo del mio coinvolgimen­to nella vicenda Telekom Ser­bia e sapeva che i soldi della Fin Broker provenivano dalla mediazione del conte Vitali») e poi gli ha mandato l’ufficiale giudiziario a pignorargli casa. Vanta un credito di 800mila eu­ro con la società della signora Bocchino, la figlia di Eugenio, imprenditore napoletano no­to alle cronache per una lati­tanza datata 1993.




Powered by ScribeFire.

Macchè Cuba, per l’Onu il male è l’Italia

di Vittorio Macioce

Un consulente per i diritti umani delle Nazioni Unite dimentica i giornalisti trucidati dai vari regimi del mondo e attacca il nostro Paese: se passa il ddl la democrazia è a rischio. Frattini: "Sono sconcertato: norme in linea con le nazioni liberali"


Cuba libre e l’Italia con il bavaglio. Accadono strane cose nel mondo. Erano le due e un quarto della notte e, meno di una settimana fa, Guillermo Fariñas ha portato alle labbra un bicchiere di plastica di colore rosso e ha bevuto un po’ d’acqua. Non avveniva da 134 giorni. Questa è Cuba, dove i giornalisti si lasciano morire di fame e di sete perché scrivono quello che vedono o pensano in un blog o in un foglio in ciclostile. Lì, nell’isola di Fidel e di Raùl, ci sono ancora liste di proscrizione. Basta poco per finire in carcere e uscirne, se va bene, dopo vent’anni.

Basta scrivere articoli per giornali stranieri o online. Basta un bit. Arrivano i guardiani della revoluciòn e ti prendono, pestano a sangue, chiudono a chiave. I nomi dei dissidenti sono carichi di cicatrici e molte croci. Si chiamano Guillermo, Yosvani Anzardo Hernandez o Moran, Carmona, Sainz, Avila, Acosta, Ocana o Yoani Sanchez, voce della generazione Y. Si chiamano Orlando Zapata Tamayo, che per la libertà si è lasciato morire. Tutto questo accade da sempre. Forse è per questo che i fari delle Nazioni Unite non si accendono lì, nei Caraibi, dove si muore, ma illuminano in un giorno caldo e appiccicoso l’Italia di Berlusconi. I caschi blu non sbarcano a Cuba, ma a sentire il chiacchiericcio politico di Montecitorio e dintorni sono pronti a circondare il Mediterraneo.

Tutto comincia di buon mattino, quando il professore Frank Le Rue, che lavora gratis come consulente per il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, lancia un’allarme disperato. Se passa la legge sulle intercettazioni addio libertà di stampa. Servono appunto i caschi blu. E il professore annuncia che il prossimo anno verrà inviata in Italia una missione dell’Onu.

Il resto può attendere. Questo è l’effetto che le parole di Le Rue creano da queste parti. L’Italia è il caso. Non la Cina. Non il Venezuale di Chavez. Non la Corea di Kim Jong Il. Non Cuba, che pure ha un posto nel Consiglio dei diritti umani. Non l’Iran, che fino a qualche mese fa bussava per una candidatura. L’Italia. Ancora l’Italia. E qui succede di tutto. Il ministro degli Esteri Frattini cerca di far capire al mondo che l’Onu ha gli occhiali distorti e invita, «sconcertato e sorpreso», i signori del palazzo di vetro a leggere il testo prima di parlare.

E aggiunge: «In ogni Paese liberale e democratico non è consentito alla pubblica accusa di divulgare prima della sentenza definitiva elementi di indagine che devono restare segreti. In democrazia si tutelano anche i diritti degli indagati». L’opposizione accusa Frattini di voler dichiarare guerra a l’Onu. Il procuratore antimafia Grasso commenta l’arresto di 300 persone con queste parole: «È stata violata la privacy di molti ’ndranghetisti». L’Onu in serata ci ripensa e scarica il professore: «È un esperto autonomo». Fa caldo e si sente.

Una cosa sta cominciando comunque a diventare evidente. Questa legge sulle intercettazioni fa bene agli antiberlusconiani. Ci si abbeverano. Evocano il regime. Si vestono da martiri. Gridano che la libertà è morta. Piangono. Esagerano. Si strappano i capelli. È perfetta, insomma, per mettere in scena il solito copione. Una legge con molti tarli diventa così una bandiera del male. Non ci si limita a dire: non mi piace, non mi convince. No, qui è tutto rosso e nero. Le voci di un’Italia sull’orlo del bavaglio diventano un passaparola e puntano verso l’estero.

Il gioco è facile. Questo è un Paese che si riflette sempre davanti a uno specchio deforme. Sono anni che si parla di limitare la fuga di notizie dalle procure, le parole rubate scaraventate in prima pagina, la necessità di evitare processi mediatici. Ora tutto questo è diventato un sì o un no alla dittatura. C’è qualcosa che non funziona. Si può ancora dire che questa legge magari non ci piace ma che l’Italia non è Cuba? Si può chiedere all’Onu di risparmiarci i caschi blu? Qualsiasi tentativo di ragionare sulla legge e sulle intercettazioni in questo modo diventa grottesco. L’Onu, ancora una volta, non è la soluzione.




Powered by ScribeFire.