giovedì 15 luglio 2010

Il figlio di Bin Laden: "Mio padre mi voleva kamikaze contro le Torri Gemelle"

Quotidianonet

Omar Bin Laden, 29 anni, si racconta in una video-intervista al 'Sun': rivela particolari della strage dell'11 settembre, parla del padre e dell'amore per l'America

Londra, 15 luglio 2010

Si chiama Omar Bin Laden, ha 29 anni e sarebbe il successore del capo di Al Qaeda. Se non fosse che lui non vuole essere il successore di Osama, per questo ha deciso di vivere alla maniera 'occidentale'.

Durante la video-intervista rilasciata al quotidiano inglese 'The Sun', ricorda particolari agghiaccianti sulla sua vita e sul rapporto con il capo dei terroristi islamici. 

Alla domanda a cui da tanto tempo ormai si cerca risposta, quella su dove si trovi in questo momento suo padre, risponde tranquillamente che non lo sa: potrebbe trovarsi in qualunque parte del mondo, ma di certo non si farà trovare, nè ora nè mai. E' però consapevole che se dovesse morire, nel mondo cambierebbero molte cose: "The world changes if he dies, I want peace".

Omar ha una mentalità occidentale, più aperta rispetto a quella di Osama: gli piace Madonna, ama i film con Jim Carrey, la musica rock e il suo calciatore preferito è l'argentino Messi. L'amore per l'America (e per Drew Barrymore, che definisce la più bella ragazza di Hollywood) potrebbe dipendere dall'infanzia trascora nel deserto del Sudan e nelle fredde caverne di Tora Bora in Afghanistan.

L'odio nei confronti del padre inizia molto tempo fa, quando, da bambino, vedeva i suoi fanatici testare sostanze chimiche sugli animali domestici, una pratica cui partecipava anche Osama. Quando amici del padre gli regalarono un cane, Osama avrebbe voluto usarlo per gli esperimenti chimici come fece Hitler.

La rabbia è esplosa dopo l'11 settembre 2001, data dalla quale si dissocia e di cui ricorda un particolare agghiacciante: fu suo padre in persona a chiedere a lui e ai suoi fratelli se avessero voluto prendere parte come kamikaze all'attacco alle Torri Gemelle.





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Carceri, Marino: «Detenuti legati ai letti, in cella due metri quadri a testa»

Il Messaggero

La denuncia del presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale: scene ottocentesche


 

ROMA (15 luglio) - Scene ottocentesche, spazi ai limiti della vivibilità e sovraffollamento sono solo alcune delle condizioni da denuncia sulla carceri italiane. Durante un ciclo di ispezione negli ospedali psichiatrici giudiziari «abbiamo visto scene ottocentesche: letti di contenzione, lenzuola sporche e nove detenuti nella stessa cella. Inoltre, per tenere in fresco l'acqua, le bottiglie erano lasciate nei water». Lo ha denunciato il senatore Ignazio Marino, presidente della commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, durante una conferenza stampa alla Camera sul sovraffollamento carcerario.

«A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina, ndr) ci sono le situazioni peggiori. Qui i detenuti vengono tenuti legati ai letti con un buco per la caduta degli escrementi». L'ospedale psichiatrico messinese dipende ancora, ha spiegato il senatore, dal ministero della Giustizia, in quanto il governo siciliano non ha recepito il passaggio di competenze al ministero della Salute.

L'ispezione nell'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto da parte della Commissione presieduta da Marino risale all' 11 giugno scorso. In quell'occasione fu trovato un malato in contenzione (legato al letto). Secondo quanto riferisce il senatore, infatti, nella struttura, «che non ha niente dell'ospedale», ma è più simile a un istituito penitenziario, i reclusi vengono sedati farmacologicamente, e quando le medicine non hanno effetto si ricorre alla contenzione fisica. Altri particolari sulla situazione della struttura sono stati forniti dal direttore Nunziante Rosania e dal cappellano Giuseppe Levita, ascoltati in audizione dalla commissione il 16 giugno scorso. Sempre l'11 giugno la Commissione ha visionato anche l'ospedale psichiatrico di Aversa. Qui non è stata riscontrata contenzione fisica. Le ispezioni nei sei Opg (ospedali psichitrici giudiziari) italiani rientrano nell'inchiesta sulla psichiatria, che nell'autunno scorso ha portato alla chiusura di Villa Pini in Abruzzo.

Assessore salute Sicilia: aspettiamo commissione. La Regione siciliana non ha ancora alcuna competenza nella gestione della medicina penitenziaria perchè è in attesa delle decisioni della commissione paritetica Stato-Regione. Per ottenerla, spiegano all'assessorato regionale siciliano alla Salute, è necessaria tutta una serie di provvedimenti e protocolli amministrativi che disciplinino il passaggio di consegne. Quando questo iter sarà concluso i tecnici dell'assessorato potranno avviare un programma operativo per riorganizzare questo sistema medico. «Fino a quel momento - proseguono dall'assessorato - non è possibile compiere alcun intervento».

Lo spazio in cella per ogni detenuto arriva a essere due metri quadrati:
è così nel piccolo Carcere di Pistoia (3 persone nelle celle di 6 metri quadri senza servizi) come in quello di Milano-San Vittore (nella sezione nuovi giunti 5-6 persone in camere di 9 metri con letti a castello a tre piani).

Le presenze sono doppie, quando non quasi triple, come nel caso di Bologna
(450 posti e 1.150 detenuti), rispetto alla capienza regolamentare. Le ore d'aria sono in alcuni casi solo due: succede a Poggioreale (Napoli), dove per altro non si svolgono al momento attività formative o scolastiche. Antigone e A buon diritto, dopo aver visitato 15 tra i più affollati istituti di pena d'Italia, tra il 21 giugno e il 2 luglio, documentano in un dossier, presentato oggi alla Camera, come il sovraffollamento si sommi e aggravi le carenze strutturali che in ogni caso fanno ritenere le «carceri italiane fuori legge» e rappresentano «una violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea: un'ipotesi di tortura o trattamento inumano o degradante».

Patrizio Gonnella (Antigone) e Luigi Manconi (A buon diritto) hanno annunciato anche di aver presentato 15 esposti ai sindaci e ai direttori delle Asl competenti e degli istituti penitenziari visitati chiedendo «di provvedere immediatamente a superare, con ogni provvedimento opportuno o con ogni adempimento relativo al caso di specie, le violazione».





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Con la pistola in pugno mi fecero mangiare le cambiali"

Repubblica

I racconti degli imprenditori torchiati dalla 'ndrangheta. In un santuario la nomina del Capo. L'interrogatorio di Chiriaco, ras della sanità: "I soldi per le elezioni? Solo rimborsi elettorali"  

di PIERO COLAPRICO e DAVIDE CARLUCCI 

 


MILANO

Rapporti, amicizie, appoggi. Di questo vivevano i clan in Lombardia, come mostra il maxi blitz della Dda di Milano, per il quale ieri sono cominciati i primi interrogatori. E forse non farà piacere a Letizia Moratti sapere che uno degli indagati è entrato in largo Treves, in uno degli assessorati più cari al sindaco. La traccia, precisa, è nel fascicolo sugli usurai Valle. Ecco uno del loro giro, Giulio Lampada (fratello di Francesco, arrestato il primo luglio), andare a trovare, insieme all'onorevole Francesco Morelli, del Pdl, Carmela Madaffari.

Andiamo a trovare Carmelina È la superpagata dirigente del settore famiglia, scuola e politiche sociali del Comune di Milano, la cui nomina, voluta dal sindaco in persona, fu molto contestata. Anche perché la dirigente era appena stata mandata via dall'Asl di Locri, commissariata dopo l'omicidio Fortugno. "Andiamo a trovare Carmelina", dicono Morelli e Lampada, considerato dagli investigatori di Reggio e di Milano un "riciclatore" dei soldi dei clan.

Altri consiglieri Pdl Ma chi può saperlo? A Milano Lampada ha costruito un impero immobiliare e imprenditoriale piazzando le sue slot machine nei bar. Poi ha cominciato a comprarli direttamente, i bar - dodici in due anni - spingendosi infine verso le attività finanziario-immobiliari. E, soprattutto, Giulio Lampada è il "braccio politico" della famiglia: fa da ponte tra il mondo della politica calabrese e quella lombarda, mette in contatto Morelli con Armando Vagliati, consigliere comunale a Milano, che lo introduce nel 2006 a una festa per l'elezione della Moratti. Ha contatti anche con Giovanni Pezzimenti, altro consigliere comunale Pdl e, soprattutto, ha ottimi rapporti anche con Antonino Oliviero, ex assessore provinciale dell'Udeur passato poi da Penati a Podestà, indagato nell'inchiesta sulla Perego strade.





Con la pistola in bocca È questa zona grigia, di difficile lettura, che inquieta gli investigatori. Ora i contatti con la politica non sono mai mancati. Carlo Antonio Chiriaco, il direttore generale della Asl di Pavia, comprava i voti per Giancarlo Abelli, braccio destro di Roberto Formigoni sulla sanità lombarda. Delega il boss Pino Neri, che intercettato dice: "Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta, con la pistola in bocca, perché chi non lo vota gli sparo". Nel periodo in cui Chiriaco è stato direttore sanitario nelle cliniche pavesi hanno trovato ospitalità boss come Francesco Pelle, accusato della strage di Duisburg. O come Pasquale Barbaro, ha effettuato ben undici visite. Interrogato dal giudice Andrea Ghinetti, ieri Chiriaco ha parlato per tre ore. "I soldi per le elezioni? Solo rimborsi elettorali". E l'intercettazione in cui si vanta di aver fondato la 'ndrangheta a Pavia? "Pura ironia".

La bottiglia incendiaria Ma esistono storie molto curiose, in politica, come quella minore che succede il 4 giugno 2009 a Desio: davanti al suo ambulatorio, un medico trova una bottiglia con la benzina e attaccati "i santini elettorali raffiguranti il cognome del figlio" e quattro proiettili. Il figlio, Giuseppe Cuva, racconta allora ai carabinieri che "circa due settimane prima del rinvenimento della bottiglia riceveva una telefonata con la quale lo invitavano ad allontanarsi da Cesano Maderno per andare a procurarsi i voti a Desio altrimenti avrebbe passato dei guai fino al termine della campagna elettorale. E circa sei giorni prima, sulla vettura aveva trovato la scritta "vai via da Cesano" con pennarello rosso".

Il capitale sociale Gli 'ndranghetisti, scrivono i magistrati, dispongono di un "capitale sociale", una serie di rapporti con uomini delle istituzioni, delle forze dell'ordine e dell'economia. Cosimo Barranca, leader della locale più importante, quella milanese, ha rapporti con Pietro Pilello, presidente del collegio sindacale dell'Ente Fiera di Milano e sindaco di varie società, dalla MMspa alla Finlombarda, dall'Agenzia Milano Metropoli alla Fiumicino Emergia, fino alla Rai Way. Pilello, che con lui è in una "condizione di sudditanza", vuole presentargli dei candidati a un'elezione locale. Il direttore sanitario del carcere di Monza, Francesco Bertè, chiede un appoggio elettorale al boss Rocco Cristello. Si mette a disposizione dei clan anche un comandante di polizia locale, un funzionario dell'Agenzia delle Dogane, un ufficiale della Guardia di Finanza, e alcuni carabinieri, uno dei quali in servizio presso la Direzione distrettuale antimafia.

La cambiale mangiata Decine di imprenditori, negli atti raccolti da Ilda Boccassini, per colpa della crisi, si sono rivolti a chi denaro ne aveva, e tanto. Ma restituire il prestito non è facile. I carabinieri riescono a parlare con Fabio, un "usurato", un debitore delle cosche. Il quale racconta: "Sono stato invitato a prendere un caffè, ero tranquillo perché Alessio Novella (un boss, ndr) con me non era mai stato aggressivo". Insomma, ci si poteva fidare: "Sorpassato il bar in auto, siamo andati nei box, Novella mi ha fatto sedere rimanendo tranquillo, poi ha chiamato qualcuno con il citofono, sito all'interno del box. Ha preso una pistola automatica e mi ha colpito. Quindi ha tirato fuori due cambiali che non avevo pagato e mi ha chiesto di mangiarle". Fabio mangia, nel box arrivano altri a guardare la scena, compreso "un ragazzo che non avevo mai visto e mi ha dato un calcio dicendo che dovevo guardare le persone quando parlavo".

A polsi Al vertice della Cupola calabrese c'era Domenico Oppedisano, incoronato nel santuario di Polsi, come hanno mostrato i filmati dei carabinieri. "Se non abbasso la testa io... su una cosa... non c'è niente per nessuno!", diceva il boss. Ieri i fedeli del santuario erano indignati: "Siamo qui per pregare".

(15 luglio 2010)

Uccise un pedone durante una gara di auto arrestata una ragazza, inchiodata da un video

Repubblica

Ha travolto e ucciso un uomo di 45 anni durante una 'corsa' nel centro del paese assieme ad altri giovani ubriachi. Ad inchiodare la giovane le foto e i video della bravata. Deve rispondere di omicidio colposo, omissione di soccorso e favoreggiamento

di LAURA SPANO'
 

TRAPANI - Sono pochi frame, ma da questi attimi raccolti da alcune telecamere poste lungo la strada che da Alcamo conduce ad Alcamo Marina, gli investigatori dei carabinieri sono riusciti ad incastrare chi la notte dello scorso 11 giugno ha ucciso e lasciato sull'asfalto senza neppure curarsi di quanto era accaduto un pedone, Vito D'Alcamo 45 anni, operaio sposato e padre di una bambina. In manette con l'accusa di omicidio colposo aggravato e omissione di soccorso è finita Antonietta Rizzo, 24 anni, alcamese. Con lei sono state denunciate altre cinque persone, quattro suoi amici con i quali quella notte dopo avere bevuto abbondantemente aveva improvvisato una gara di automobili lungo quel rettilineo.



Assieme a loro è stato denunciato anche un carrozziere amico del gruppetto di giovani, che la stessa notte dell'incidente mortale aveva provveduto a riparare la Peugeot 106, che ora è sequestrata e sulla quale sono in corso accertamenti di natura tecnica che hanno già permesso di appurare l'avvenuta sostituzione di alcune parti dopo l'incidente. Quella notte Vito D'Alcamo stava rientrando a casa assieme ad alcuni amici dopo avere trascorso una serata fuori. Stava attraversando la strada, quando è stato investito: per lui non c'è stato scampo. Ha fatto un volo di alcuni metri morendo sul colpo. Gli amici che si trovavano sul posto per il forte shock non riuscirono a descrivere cosa era avvenuto. Solo quell'automobile ricordavano. L'autovettura sarà esaminata anche dai Ris per la ricerca di eventuali tracce ematiche.

Per un mese gli investigatori dei carabinieri della Compagnia di Alcamo, dopo avere individuato l'automobile e il proprietario, ricostruito pista e dinamica  hanno attentamente monitorato la ragazza e il gruppetto di amici che in più occasioni si sono ritrovati insieme in luoghi isolati e discreti per concordare meglio una comune versione dei fatti. Più volte interrogati tutti hanno cercato di ostacolare le indagini. Poi l'arresto e le denunce.
(15 luglio 2010)

Messico: i reporter minacciati dai soldati

Repubblica

La video-testimonianza dello scontro fisico e verbale tra i militari e gli operatori televisivi, intervenuti sul luogo di una sparatoria in cui sono morti tre narcotrafficanti

Atleti presentano il passaporto irochese Ingresso vietato in Gran Bretagna

Corriere della sera

«Documenti non validi»: bloccati i nativi d'America. A rischio il campionato del mondo

LO STOP INGLESE DOPO UN BRACCIO DI FERRO DI 5 GIORNI CON GLI USA, RISOLTO DALLA CLINTON
Atleti presentano il passaporto irochese
Ingresso vietato in Gran Bretagna


Indiani che giocano a lacrosse
Indiani che giocano a lacrosse
MILANO -

Respinti alla frontiera perché privi di documenti validi per le leggi britanniche, visto che il passaporto irochese non è riconosciuto al di fuori dei confini statunitensi. Rischia di finire, ancora prima di essere iniziata, l’avventura Oltreoceano della nazionale irochese di lacrosse, sport popolarissimo nell’America del Nord da oltre 1000 anni, simile alla pallamano ma giocato con delle retine come quelle della caccia alle farfalle, inventato proprio dalla tribù indiana. Giovedì sera, la nazionale irochese dovrebbe debuttare proprio contro l’Inghilterra ai campionati del mondo, in programma a Manchester. Il governo inglese ha però negato alla squadra l’ingresso in Gran Bretagna, perché i documenti presentati (e liberamente utilizzati dagli irochesi negli ultimi 30 anni) non sono più in regola: alla luce delle nuove e più restrittive disposizioni in materia di spostamenti da una nazione all’altra, infatti, il loro passaporto non è più ritenuto legale e pertanto, se vogliono viaggiare, i membri della tribù (discendente da una delle sei Grandi Nazioni indiane d’America) devono usare un documento statunitense, che però i nativi non riconoscono.
L'INTERVENTO DELLA CLINTON - Una situazione di stallo dunque, che arriva al termine del braccio di ferro tra i giocatori e il governo federale degli Stati Uniti: la nazionale di lacrosse è rimasta bloccata per cinque giorni alla partenza per la Gran Bretagna, fino a quando un intervento diretto del Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha permesso di risolvere l’empasse, concedendo agli irochesi una deroga speciale. «Considerate le caratteristiche uniche del viaggio – ha spiegato il portavoce del dipartimento di Stato, PJ Crowley – si è optato per la flessibilità con una soluzione una tantum».



«NON FAREMO IN TEMPO AD ARRIVARE» - Tutto sistemato, dunque? Neanche a parlarne. Perché ottenuto il via libera dal governo americano, è arrivato lo stop da quello inglese, che ha vietato l’ingresso della nazionale di lacrosse, adducendo come spiegazione l’inasprimento delle norme sui viaggi, applicate dopo l’11 settembre. «Siamo lieti di dare il benvenuto alla nazionale irochese di lacrosse – ha detto un diplomatico inglese al Guardian – ma come tutti quelli che vogliono entrare nel Regno Unito, anche loro sono tenuti a presentare documenti che ci permettano di completare i nostri controlli sull’immigrazione. E se la squadra presenterà il passaporto irochese insieme con quello americano o canadese, non avrà alcun bisogno di visto». Come detto, però, il problema sta proprio qui, perché gli irochesi non riconoscono il governo statunitense o canadese e, considerandosi nazione sovrana, non ammettono l’utilizzo di documenti diversi dai propri. «Questo non è davvero il modo migliore per preparare un campionato del mondo - ha spiegato il presidente del team irochese, Oren Lyons – e a questo punto non faremo in tempo ad arrivare per la partita d’esordio».
Simona Marchetti
15 luglio 2010



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Abusi sessuali, nuove norme dal Vaticano Introdotto il reato di pedopornografia

Corriere della sera

La Congregazione della Dottrina della fede aggiorna normativa sui «delitti eccezionalmente gravi»: novità su eresia e scisma, stretta sulle donne prete

ROMA

Giro di vite in Vaticano sui «delitti eccezionalmente gravi». La Santa Sede ha pubblicato l’aggiornamento delle norme canoniche sui delicta gravior che, oltre all’attesa sezione dedicata alla pedofilia, stabilisce norme più dure in materie come l’ordinazione femminile e l’eresia. In particolare, il Vaticano attribuisce maggior potere alla Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero responsabile dell’ortodossia cattolica guidata a lungo dall’attuale Papa Ratzinger. «Più specificamente - spiega il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi - sono stati inseriti: i delitti contro la fede (cioè eresia, apostasia e scisma), per i quali sono normalmente competenti gli Ordinari, ma la Congregazione diventa competente in caso di appello; la registrazione e divulgazione compiute maliziosamente delle confessioni sacramentali, sulle quali già era stato emesso un decreto di condanna nel 1988; l'attentata ordinazione delle donne, sulla quale pure esisteva già un decreto del 2007».
LA CONGREGAZIONE - La Congregazione della Dottrina della fede, il dicastero responsabile dell’ortodossia cattolica guidata a lungo dall’attuale Papa Ratzinger, ha pubblicato oggi nuove norme sugli abusi sessuali. «Si ripropone - aggiunge Lombardi - la normativa sulla confidenzialità dei processi, a tutela della dignità di tutte le persone coinvolte». Inoltre, precisa il portavoce vaticano, «trattandosi di norme interne all'ordinamento canonico, di competenza cioè della Chiesa, non trattano l'argomento della denuncia alle autorità civili». «Tuttavia - chiarisce Lombardi - l'adempimento di quanto previsto dalle leggi civili fa parte delle indicazioni impartite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede fin dalle fasi preliminari della trattazione dei casi di abuso, come risulta dalle Linee guida già pubblicate in merito». La Congregazione per la Dottrina della Fede «sta anche lavorando a ulteriori indicazioni per gli episcopati, affinchè le direttive da essi emanate in tema di abusi sessuali su minori da parte del clero o in istituzioni connesse con la Chiesa siano sempre più rigorose, coerenti ed efficaci».



LA LETTERA AI VESCOVI - Le nuove norme sono contenute in una Lettera indirizzata ai vescovi di tutto il mondo che è in attuazione del motu proprio di Giovanni Paolo II «Sacramentorum sanctis tutela» che nel 2001 stabilì la competenza della Congregazione della Dottrina della Fede sui «delitti più gravi». «Le norme dell'ordinamento canonico per trattare i delitti di abuso sessuale di membri del clero nei confronti di minori sono state pubblicate oggi - rileva padre Lombardi - in forma organica e aggiornata, in un documento che si riferisce a tutti i delitti che la Chiesa considera eccezionalmente gravi e che perciò sono sottoposti alla competenza del Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede: oltre agli abusi sessuali si tratta di delitti contro la fede e conto i sacramenti dell'eucarestia, della penitenza e dell'ordine».
PIU' POTERE ALLA CONGREGAZIONE - In particolare, il Vaticano attribuisce maggior potere alla Congregazione per la dottrina della fede: «Più specificamente - spiega padre Federico Lombardi - sono stati inseriti: i delitti contro la fede (cioè eresia, apostasia e scisma), per i quali sono normalmente competenti gli Ordinari, ma la Congregazione diventa competente in caso di appello; la registrazione e divulgazione compiute maliziosamente delle confessioni sacramentali, sulle quali già era stato emesso un decreto di condanna nel 1988; l`attentata ordinazione delle donne, sulla quale pure esisteva già un decreto del 2007».
Redazione online
15 luglio 2010



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E uscita dal coma con un sorriso» Socci e la «rinascita» della figlia

Corriere della sera

Lo scrittore racconta la storia di Caterina: un miracolo, ora aiuto gli altri

Il libro «È uscita dal coma con un sorriso» Socci e la «rinascita» della figlia


La copertina del libro
La copertina del libro
Cuore di babbo: «Caterina è sempre stata uno splendore, fin da piccola. Buona, dolce, silenziosa ». «Caterina, diario di un padre nella tempesta» (Rizzoli) racconta il dramma (lungo un anno) di Antonio Socci, giornalista e scrittore. Cronaca dolorosa di un trauma affettivo (non completamente riassorbito) e viaggio nella fede di un credente.

Tutto inizia a settembre 2009 con l’arresto cardiaco che precipita Caterina, figlia ventiquattrenne dell’autore in un coma di mesi da cui poi si risveglia. Miracolosamente. Emozioni di un padre, misteriose anche per l’indagatore seriale di enigmi cristiani, dai «Segreti di Karol Wojtyla» al «Segreto di padre Pio» fino al «Quarto segreto di Fatima». Eppure scrive Socci «La mattina di quel 12 settembre ero baldanzoso come un bambino e non sapevo che la mia Caterina doveva morire». È solo l’inizio per un credente sottoposto alla prova peggiore: il coma di una figlia. Caterina, oggi, è tornata indietro da quei mesi di buio.

Quasi per caso. Un giorno, nel silenzio protetto di una camera ospedaliera, la madre legge alla figlia un brano del giovane Holden di Salinger. La ragazza è in ascolto e il suo ritorno ha inizio con una risata. Il coma è alle spalle e inizia, così, la riabilitazione. La scelta di scrivere un libro viene soprattutto dalla volontà di testimoniare «ciò che mi ha sostenuto finora, che mi ha dato conforto, coraggio, forza e anche gioia pur fra le lacrime» dice Socci che, per prima cosa, ringrazia «i moltissimi che hanno pregato e pregano per Caterina» (lui stesso ha aperto un blog, oggi molto cliccato, in cui parla della figlia). L’altro obiettivo è quello di trasformare il dramma privato in un gesto di aiuto per gli altri (secondo l’insegnamento cristiano).

I diritti d’autore del volume, è scritto nell’introduzione, andranno a sostegno del Meeting Point International e di Rose Busingye la volontaria che aiuta le ammalate di Aids in Uganda (a cui è dedicato Greater il documentario premiato a Cannes da Spike Lee). Non solo, ma anche «ai ragazzi delle periferie di Lima» perché possano studiare e serviranno a finanziare le adozioni a distanza delle bambine cristiane del Pakistan. Nel nome di Caterina, viva dopo essere morta.

Il. Sa.
15 luglio 2010



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Istat: due milioni di famiglie povere Peggiorano le condizioni degli operai

Corriere della sera

Nel 2009 il 10,8% delle famiglie residenti in Italia in condizioni di povertà relativa

dato è stabile rispetto al 2008 ma crescono le difficoltà degli operai, soprattutto al Sud
Istat: due milioni di famiglie povere
Peggiorano le condizioni degli operai




MILANO

In Italia, nel 2009, le famiglie in condizioni di povertà relativa sono state 2 milioni 657 mila e hanno rappresentato il 10,8% dei nuclei residenti nel nostro Paese: si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell'intera popolazione. Il dato è pressoché stabile rispetto al 2008, visto che l’effetto della crisi è stato mitigato da due ammortizzatori (Cig e famiglia), ma la situazione si aggrava comunque tra gli operai e nel Mezzogiorno. Peggiorano infatti le condizioni delle famiglie povere del Sud e cresce la povertà assoluta (che misura i più poveri tra i poveri) di quelle operaie.
3 MILIONI IN CONDIZIONI DI POVERTÀ ASSOLUTA - Secondo i numeri forniti dall'Istituto di statistica, nel 2009, 1.162 mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) sono risultate in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell'intera popolazione). Sia la povertà relativa, che quella assoluta, sono risultate sostanzialmente stabili rispetto al 2008, sia a livello nazionale sia a livello di singole ripartizioni. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona, che nel 2009 è risultata di 983,01 euro (-1,7% rispetto al valore della soglia nel 2008). L'incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
SUD IN DIFFICOLTÀ - Il Mezzogiorno conferma gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa e 7,7% per l’assoluta) e mostra un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%) dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate. L’incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertà relativa per queste famiglie aumenta solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%). L’incidenza diminuisce invece a livello nazionale tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3% per l’assoluta), più concentrate al Nord rispetto al 2008.
Redazione online
15 luglio 2010



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Stalking, lasciato dalla fidanzata le telefona da ventiquattro anni

Camorra, il grande businees dello zucchero Sequestrata la fabbrica dei Casalesi

IL Mattino

 
di Rosaria Capacchione

NAPOLI (15 luglio) - Il pezzo più pregiato si era salvato. La somma di circostanze favorevoli, non ultima la difficoltà di dimostrare il collegamento tra il vecchio e il nuovo, aveva messo al riparo la «Commerciale europea», società specializzata nella produzione e nella vendita dello zucchero. Stesso core business della Ipam, stesso cognome del titolare, indiscutibile legame di parentela tra Dante e Franco Passarelli, padre e figlio, titolari dell’una e l’altra impresa.

Eppure la produzione di Kerò, venduto attraverso una ramificatissima rete commerciale che ha coperto le piazze italiane fino al nord del Lazio (aveva conquistato pure le forniture dei traghetti della Tirrenia), isole comprese, era passata indenne attraverso le indagini patrimoniali sul gruppo agroalimentare, sulle ricchezze del clan dei Casalesi, sulle attività di riciclaggio effettuate in Terra di Lavoro.

Poi, un anno e mezzo fa, la svolta, con il coinvolgimento di Franco Passarelli, primo dei sei figli dell’uomo che fu - è scritto nella sentenza Spartacus - il cassiere di Francesco Schiavone-Sandokan, in una nuova indagine. In quella circostanza, i carabinieri di Caserta dimostrarono il collegamento tra lui e un gruppo di camorristi di Maddaloni, indicandolo quale terminale di una serie di estorsioni ai danni del titolare dei supermercati Alvi (gruppo salernitano recentemente fallito). Estorsioni fatte attraverso la richiesta di denaro e l’imposizione di forniture. Di zucchero, naturalmente.

Quell’inchiesta aveva portato, a marzo del 2009, all’arresto di Franco Passarelli. E nell’aprile scorso al sequestro, ordinato dalla sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dell’intero patrimonio di famiglia, quello ereditato da Dante Passarelli morto a novembre del 2004, dieci mesi prima della sentenza del processo Spartacus.

Solo lo zuccherificio Kerò, con sede a Pignataro Maggiore, si era salvato. Ieri mattina l’anomalia è stata sanata. I carabinieri del Reparto operativo di Caserta hanno eseguito, infatti, il decreto di sequestro preventivo firmato dai pm Federico Cafiero de Raho, Raffaello Falcone (titolare dell’inchiesta sulla camorra a Maddaloni) e Alessandro D’Alessio. Il provvedimento è stato notificato a Franco, Biagio, Davide e Gianluca Passarelli, oltre che a Susanna Cantelli e Clelia Natale, mogli di due dei figli di Dante Passarelli. Sono accusati di riciclaggio...




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Grinta e dolcezza, addio alla nostra collega Chiara

Il Resto del carlino

Lutto nel nostro giornale. All'età di 52 anni si è spenta, dopo una lunga malattia, Chiara Freato, Iaia, Chiaretta per tutti noi colleghi



Bologna, 15 luglio 2010

SULLA sua scrivania, in redazione, tra le carte, è appesa la stampa di un vecchio titolo, ormai ingiallita: gliel’aveva regalato Aldo, il collega che prediligeva. Così per scherzo, perché c’era il suo nome. Per tutto questo tempo ha segnato il suo posto, l’attesa del ritorno. Chiara Freato (foto), giornalista del Carlino, aveva 52 anni. Iaia, Chiaretta, qui al giornale. E’ morta ieri, a casa di una sorella, nelle campagne di Siena. Stroncata da un tumore, una battaglia lunghissima. Era in coma da lunedì. Sarà seppellita a Camisano Vicentino, il paese dove vivono il babbo Sereno, che è stato tra i più stretti collaboratori di Aldo Moro, e la mamma Maria Antonietta. Il funerale sarà celebrato domani mattina alle 9,30.
CHIARA aveva cominciato la sua carriera alla Nazione, nell’85. Prima, da impiegata, era stata per tre anni nella segreteria delle province. Da giornalista, aveva lavorato nella redazione Spettacoli, gli amici conoscevano bene la sua grande passione per il cinema. Poi si era trasferita a Bologna. Dopo l’esperienza ad Extra, era passata all’ufficio regionale del Carlino, quattro anni fa.
SEMPRE più magra, da ultimo, il volto illuminato però da occhi chiari, vivacissimi. Stava agli scherzi, ripensandoci non si ricorda di averla mai sentita alzare la voce. Sarà per questo che quando c’era un problema in tipografia, quando all’ultimo minuto si doveva fare una modifica nella pagina, i capi mandavano sempre lei.
Chiara aveva la figura elegante e un caschetto biondissimo, nemmeno la chemioterapia gliel’aveva sciupato. Pareva fragile, in realtà era fortissima. Il tumore la aggrediva da tutte le parti ma lei non mollava. E ne parlava con una leggerezza che lasciava di stucco. Mettendo tutta l’energia possibile anche nel rispondere al telefono, è stato così fino agli ultimi giorni. Dissimulava il male.
CURIOSA e sensibile, era riuscita a creare un clima di amicizia anche all’ospedale. Si curava al Sant’Orsola. Sapeva sempre tutto di tutti, in quel corridoio in attesa della chemio si parlava del mondo. La nonna del gruppo da ultimo portava le torte, discuteva delle ricette. Le volevano un gran bene, si intuiva da come le parlavano. Chiamava per nome le infermiere e appena arrivata si preoccupava di ‘prenotare’ quella con cui s’intendeva meglio. Aspettava il suo turno senza lamentarsi mai. Finché non la chiamavano: «Eccoci Chiara, si è liberato il letto». Lei ogni volta si presentava in ordine, elegante e truccata. Si preoccupava: «Si vede che mi sono caduti i capelli?». No Chiara, non si vedeva davvero.
di Rita Bartolomei




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Corsi di bon ton per i centralinisti

Il Secolo xix

Francesco Margiocco

Dopo l’indagine su tempi e modi di risposta ai numeri telefonici pubblici il Comune annuncia: lezioni da settembre per migliorare il servizio

A settembre il Comune di Genova manderà i suoi operatori telefonici a lezione di bon ton. Un corso di formazione per imparare a non perdere mai la calma con i cittadini: anche con quelli - e sono molti - che scambiano il centralino comunale (010-557111) per uno sfogatoio delle proprie ansie quotidiane. Il difficile compito sarà affidato ad un esperto, psicologo del lavoro, che dovrà «curare gli aspetti relazionali dei centralinisti, per migliorare - spiegano da Palazzo Tursi - il loro rapporto con il pubblico».
La decisione, maturata negli ultimi mesi, è stata resa nota ieri, dopo che il Secolo XIX ha pubblicato i risultati di un’indagine interna sulla qualità dei numeri telefonici, verdi e non, che il Comune mette a disposizione dei cittadini. E che, a giudicare da quell’indagine, sono di qualità non sempre eccelsa. A volte, addirittura, scadente. Non è la prima volta che il Comune interviene sulla qualità dei suoi centralini. Nel 2008 il sindaco Marta Vincenzi aveva lanciato il cosiddetto “numero unico”, in grado di inoltrare le chiamate a qualsiasi ufficio comunale. Una soluzione tecnologicamente innovativa, molto diffusa nelle aziende e già adottata anche da alcune città italiane. Un progetto ambizioso, ma anche costosissimo, e che si è momentanemante arenato. «I tagli della Finanziaria - spiegano dagli uffici comunali- non ci permettono di realizzarlo».




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Taxisti in bermuda multati dai vigili

Il Secolo xix

Emanuele Rossi

Sanzioni da 77 euro perché l’abbigliamento è contrario al regolamento comunale sul decoro. Valerio Giacopinelli di Radiotaxi: «Allora ci diano delle divise»

IL TRIANGOLO dei bermuda, per i tassisti di Genova, è un’area vasta come la città stessa in cui vivono e lavorano ogni giorno. Quella in cui, se beccati con i pantaloni (indosso, beninteso) troppo corti, rischiano di vedersi comminare una sanzione da 77 euro. Per non aver rispettato adeguatamente «il pubblico decoro». E a nulla vale come scusa il caldo africano di questi giorni, l’afa che non dà tregua alla città, l’aria condizionata che non si può sempre tenere accesa anche quando l’auto è ferma.
“Strano ma vero” in salsa genovese: è accaduto a cinque tassisti, sotto la Lanterna, negli ultimi giorni. A seguito di controlli della polizia municipale si sono visti multare perché i loro pantaloni non raggiungevano la lunghezza “regolamentare”. Ma il loro prevedibile stupore ha lasciato indifferenti i cantuné che hanno scritto le sanzioni. A norma di regolamento. Come conferma l’assessore comunale alla città sicura Francesco Scidone: «Mi sembra giusto che ci siano stati dei controlli. I tassisti, al pari di altre categorie, danno un servizio di carattere pubblico». Motivo per cui, specialmente se fermi in attesa di qualche turista, «non devono dare un’immagine della città sciatta e trasandata: il regolamento parla di pantaloni lunghi ed è giusto che i vigili lo facciano rispettare». Anche, se è il caso, con una multa da 77 euro.
Non si tratta, però, di una “crociata” contro i guidatori di taxi da parte della polizia municipale, ci tiene a precisare il vicecomandante dei vigili Marco Speciale: «Non so con certezza in quali occasioni siano state date queste sanzioni - spiega - ma non ci sono stati controlli “mirati” sui centimetri di pelle scoperta delle gambe dei taxisti. Credo che queste multe siano la conseguenza di un’attività più ampia di monitoraggio del traffico cittadino».
Certo la misura non sarà stata gradita al massimo tra i guidatori delle auto bianche. Il rappresentante di Radiotaxi Valerio Giacopinelli se la cava con una battuta: «Il regolamento esiste. Ma siamo proprio sicuri che sia così dannoso per il decoro della città un tassista che indossa dei “pinocchietti” o dei bermuda? Allora se il nostro aspetto è così importante ci diano delle divise. Pagate dal Comune».



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La nave libica attracca in Egitto

La Stampa

Amalthea che trasportava aiuti umanitari per Gaza è arrivata ieri sera nel porto di El Arish



GERUSALEMME

E' approdata questa notte in Egitto la nave libica Amalthea con aiuti per la popolazione palestinese. Si è così conclusa senza le temute violenze la vicenda che aveva fatto mobilitare la diplomazia internazionale da quando il cargo, battente bandiera moldava ma promosso dalla Fondazione Gheddafi, era partito dalla Grecia sabato con l'intenzione di arrivare direttamente a Gaza, forzando il blocco isrealiano.

La nave, con a bordo attivisti umanitari e un carico di 2.000 tonnellate di aiuti, sotto blocco navale israeliano, ha attraccato ieri sera nel porto di El Arish, nel nord del Sinai, una cinquantina di chilometri a sud-ovest della Striscia. Da qui i medicinali oggi verranno scaricati e diretti via terra attraverso il valico di Rafah, mentre le derrate alimentari verranno trasportate dal valico di Awja.

Il cambio di rotta del cargo verso l'Egitto era stato annunciato poco prima dalla tv di stato egiziana e confermato a Tripoli dalla Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif al Islam Gheddafi, figlio del leader libico Muammar. «L’obiettivo dell’Amalthea - ha dichiarato Yussef Sawan, direttore esecutivo della Fondazione Gheddafi, citato dall’Afp - è stato raggiunto senza spargimenti di sangue», motivando la decisione di cambiare rotta per «salvaguardare la sicurezza di tutte le persone a bordo». «Gli israeliani - aveva detto in precedenza Sawan, prima dell’annuncio del cambio di rotta - ci hanno fatto scegliere se tornare indietro o dirigerci verso il porto egiziano, minacciando di ricorrere alla forza e di scortare la nave verso il porto israeliano di Ashdod».

Già diverse ore prima dell’annuncio della Tv egiziana, i segnali che giungevano da Israele erano comunque ispirati a un cauto ottimismo. Un portavoce militare aveva detto che unità della marina stavano seguendo costantemente i movimenti della nave e che il cargo si stava dirigendo verso El Arish. Al tempo stesso aveva avvertito che la marina restava pronta a impedire anche con la forza un eventuale tentativo di forzare il blocco marittimo israeliano davanti alla Striscia. La scorsa notte il cargo era stato costretto a fermarsi per alcune ore a causa di un asserito guasto al motore, mentre da una delle navi della marina israeliana che l’accompagnavano giungevano via radio al comandante imperiose richieste di spiegazioni sulle cause dell’arresto.

Per giorni, malgrado i ripetuti avvertimenti israeliani, un’ incertezza, forse voluta, e segnali contraddittori avevano coperto la vera destinazione dell’Amalthea. La Fondazione ancora mercoledì mattina aveva insistito sul fatto che l’equipaggio della nave era deciso a raggiungere Gaza. In realtà, dietro le quinte sembra si sia svolta una serrata partita diplomatica per arrivare a una soluzione pacifica, mentre è ancora vivo nella memoria il sanguinoso arrembaggio israeliano alla nave turca Mari Marmara, il 31 maggio scorso, nel corso del quale furono uccisi nove attivisti turchi filopalestinesi.

La stampa israeliana, riprendendo notizie apparse su alcuni media arabi, ha riferito di una mediazione che avrebbe visto coinvolto un uomo d’affari austriaco, Martin Schlaff, che ha legami economici con la Libia e anche con Israele.



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Balotelli: genio o asino?

di Luigi Mascheroni

L'attaccante dell'Inter è stato promosso, alla maturità, con il minimo dei voti.

Ora pensa di iscriversi all'università.

Ai calciatori non servono lauree, devono solo giocare bene E poi: fa più cultura sapere o saper fare qualcosa?

 
Ci sembra di sentire già i cori ironici levarsi dalle tribune del benpensanti di fronte alla prestazione, ai limiti della sufficienza, di quell’improbabile squadra di studenti-calciatori che ieri ha superato l’esame di Maturità in «zona Cesarini», che vuol dire con il minimo in pagella: 62 su cento nel migliore dei casi (la promessa dell’Inter Davide Santon), 60 nel peggiore (la superstar Mario Balotelli).
I professorini della morale e i paladini della meritocrazia non ci risparmieranno l’indignazione di fronte allo scandalo del consueto «diplomificio» dei vip né il sarcasmo davanti all’ennesima riconferma dello stereotipo «calciatore uguale ignorante», o «buzzurro». Insopportabili fantasisti del luogo comune. Ci sembrano, come si dice in questi casi, discorsi da bar.
In realtà, al netto sia del talento del fuoriclasse quando strappa l’applauso sul campo di calcio sia dell’irresponsabilità del ragazzo quando spara con la scacciacani in mezzo alla strada, non ha senso chiedere a Balotelli di essere bravo anche a scuola. Gioca in un’altra categoria, quello dello sportivo. Perché giudicarlo per il suo rendimento da studente? È chiaro a tutti che l’importante, semmai, è che un domani ci faccia vincere la Coppa del Mondo, visto che lui non aprirà mai uno studio di Commercialista (permettendogli la sua dichiarazione dei redditi di vivere di rendita a oltranza) e nessuno di noi, anche nell’eventualità, gli affiderebbe la propria (non essendo il «saper far di conto» la sua qualità più spiccata).
Dopo il tema «fatto molto bene» - come garantiscono i suoi insegnanti - e l’orale «andato così così», ieri Balotelli si è ufficialmente diplomato all’Istituto commerciale a indirizzo economico-aziendale, ossia la «vecchia» Ragioneria. Alle otto di mattina, mentre si preparava per andare all’allenamento, ha ricevuto la telefonata della direttrice dell’Istituto «Milano»: «Mario ce l’hai fatta, hai preso 60!». Dall’altra parte del cellulare c’è stato un urlo di gioia, neppure avesse segnato un gol in Champions League: «Ora posso fare qualsiasi lavoro!», pare abbia commentato il giocatore, il quale ha subito fatto sapere di volersi iscrivere all’università.
Potremmo anche augurare a Balotelli un luminoso futuro da professore di Educazione fisica, dopo la laurea alla facoltà di Scienze motorie all’Università Cattolica, magari. Ma francamente non ne vediamo la necessità, né per lui né per noi. Tramontata da un pezzo l’epoca in cui il famoso «pezzo di carta» era raccomandato anche ai campioni di serie A, «perché dopo non si sa mai...», oggi alle stelle e alle stelline del calcio non servono più paracaduti «professionali». Un tempo il diploma da geometra era un’assicurazione sulla vita anche per un capocannoniere. Oggi lo star system garantisce persino alle riserve un posto da allenatore o da stilista, e se proprio va male da commentatore televisivo. Dalla Rai a Telelombardia le poltroncine a disposizione sono tante.
Salviamo l’atleta Balotelli. Il ragionier Mario non ci interessa. Sa fare, bene o benissimo a seconda dei punti di vista, il calciatore. Non possiamo pretendere che sia anche un genio. Tra «sapere» e «saper fare», il destino e la natura hanno riservato a SuperMario la seconda delle due. Il suo esame di Maturità è il rendimento (e il comportamento) in campo, non sui banchi. È nel «sapere fare» al meglio il calciatore che si deve giudicarlo, non nel «sapere» di Economia aziendale.
«Mario ha preso il minimo, ma ha finito la scuola con dignità perché ha cercato di conciliare gli impegni calcistici con lo studio - ha assicurato la direttrice d’istituto - e nessuno gli ha regalato nulla». E - per quanto sull’ultima parte dell’asserzione è lecito dubitare - non ce n’era neppure bisogno. Senza voler fare l’elogio del calciatore ignorante, Balotelli e i suoi compagni di Maturità sono esentati dalla valutazione scolastica. Per i loro padri, così come per i loro professori e i loro allenatori, il primo e più importante giudizio dovrà essere formulato in base a quanto e fino a che punto hanno realizzato l’obiettivo per cui si sono preparati, e sono stati «formati», nella vita. Vale a dire essere buoni giocatori di calcio. Che poi possano finire col diventare anche mediocri ragionieri, è del tutto superfluo.




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Chavez attacca la Chiesa: "Rivedere il concordato Il cardinale? Troglodita"

di Redazione

Il presidente Chavez ha chiesto al suo ministro degli esteri di riesaminare il concordato per verificare eventuali "privilegi" concessi alla Chiesa cattolica nei confronti di altre religioni. Poi l'attacco al clero venezuelano

 
Caracas - Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha chiesto oggi al suo ministro degli esteri di riesaminare il concordato in vigore dagli anni ’60 tra Caracas e il Vaticano, per verificare eventuali "privilegi" concessi alla Chiesa cattolica nei confronti di altre religioni. Chavez ha d’altra parte detto di rivolgersi "con tutto il rispetto al Vaticano e al Papa, che non è l’ambasciatore di Cristo nella terra. Cristo non ha bisogno di ambasciatore, è nel popolo e tra quelli che lottiamo per la giustizia e la liberazione degli umili". Durante un intervento nel quale si è rivolto al ministro degli esteri, Nicolas Maduro, Chavez e gli ha chiesto di rivedere insieme ad un gruppo di esperti l’accordo in vigore tra lo Stato venezuelano e il Vaticano.
"Violazione della Costituzione" "Dobbiamo riesaminarlo e verificheremo il concordato che assegna alla Chiesa venezuelana un privilegio in rapporto ad altre chiese". Tale fatto rappresenterebbe "una violazione della Costituzione", ha aggiunto il presidente durante una cerimonia organizzata dal Psuv, il partito controllato dallo stesso leader ’bolivarianò. Nel suo intervento Chavez è tornato a definire "troglodita, cavernicola e oligarca" il cardinale Jore Urosa, il quale aveva affermato che il governo venezuelano sta cercando di imporre nel paese "un socialismo marxista" tramite leggi che - aveva precisato - violano la costituzione del Paese.



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Rifiuti pericolosi e amici politici «Lo devono votare, se no sparo»

Corriere della sera

Un testimone: eternit e amianto per riempire i cantieri pubblici

’Ndrangheta
Rifiuti pericolosi e amici politici «Lo devono votare, se no sparo»




MILANO — I boss e le aziende di ’ndrangheta in Lombardia: fatti loro? Chi ancora si ostina a pensarlo non sa magari di vivere a due passi da dove i clan hanno sotterrato i rifiuti pericolosi dei loro affari. «Posso dire—testimonia ai pm milanesi un dipendente della "Perego General Contractor", cioè del gruppo vampirizzato dalle cosche e utilizzato per entrare negli appalti pubblici del movimento terra per una nuova palazzina del Tribunale di Milano, per l’ospedale Sant’Anna di Como o per la statale Paullese — che, in tutti i cantieri dove ha lavorato la Perego, nel corso degli anni sono stati utilizzati per le opere di riempimento materiali fortemente inquinanti, come eternit, amianto e in genere materiali provenienti da demolizioni indifferenziate e quindi anche pericolose, senza il dovuto smaltimento previsto dalla legge».
I lavori dell’ospedale
Qualche esempio? «Nei lavori per il rifacimento del tratto ferroviario Airuno-Usmate, nello smantellare la vecchia ferrovia sono stati estratti i traversini dei binari che venivano accantonati perché dovevano essere frantumati, cosa che non è stata fatta: sono invece stati prelevati, portati in un altro luogo sempre sul tratto della ferrovia e sotterrati. Ed è ovvio che questo materiale era fortemente inquinante perché conteneva l’amianto che derivava dai freni del treno». E nei lavori all’ospedale di Como «ricordo la presenza di diverso materiale pericoloso, in particolare bentonite, che veniva caricata sui camion e poi da me ricoperta con terra di scavo normale al fine di occultarne la qualità».
I ricatti agli operai
A ordinare queste prassi agli autisti e operai erano, dicono i testimoni, Salvatore Strangio (l’amministratore-ombra imposto dalla ’ndrangheta), il suo trasportatore di fiducia Tommy Ghezzi, e il titolare ufficiale (ma di fatto esautorato dalle cosche) dell’azienda, Ivano Perego: «Chi provava a ribellarsi e chiedere spiegazioni a Perego —ricorda un lavoratore—veniva minacciato di licenziamento, quindi ognuno per mantenere il proprio posto di lavoro si adeguava ad una situazione di illegalità».

L’ovvia priorità all’esecuzione dei 300 arresti lunedì notte ha fatto sinora rimandare agli inquirenti gli accertamenti su questo filone, che però hanno già individuato almeno due significativi casi di illecita gestione di rifiuti, ora sottoposti al vaglio della Procura di Como: in tutto 2.025.336 chili di rifiuti, di cui 689.160 kg dal cantiere di Canzo e 1.336.176 kg dal cantiere di Bellinzona sempre della Perego Strade srl, «con una frequenza nei viaggi largamente superiore alla media e alcuni autisti che risultano aver effettuato fino a 4 viaggi al giorno per una percorrenza di 85 km. Ciascuno con destinazione ignota». E «presso il cantiere di Bellinzona le indagini hanno rilevato la presenza di amianto».
«Il capitale sociale»
A questo tipo di ’ndrangheta, «non solo rete criminale ma vero e proprio sistema di potere che entra in rapporto con altri poteri (economico, politico, imprenditoriale)», serve «instaurare relazioni stabili non solo di carattere corruttivo ma anche di vicinanza e contiguità». È quello che il pm Storari chiama «il capitale sociale » delle cosche, costituito non solo dai politici emersi già ieri. C’è il direttore sanitario dell’Asl di Pavia, «risorsa indispensabile » dei clan, entusiasta convogliatore di voti di ’ndrangheta sul parlamentare pdl Abelli e pirotecnico nella metafora per cui «giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta, con la pistola in bocca, perché chi non lo vota gli sparo».

Ma c’è anche il medico del carcere di Monza che chiede i servigi del capo della «locale» di ’ndrangheta di Mariano Comense. E poi i 4 carabinieri di Rho che danno informazioni, il comandante della polizia municipale di Lurago d’Erba disponibile, l’ispettore che cerca appoggi per fare il dirigente in una costituenda polizia della Provincia di Monza. C’è il presidente del collegio sindacale dell’Ente Fiera di Milano e sindaco della Metropolitana milanese «in contatto con i capi delle locali di Milano e di Pavia», ma anche il colonnello comandante dei carabinieri di Vercelli che per i pm parla con Strangio di schede telefoniche e della propria aspirazione di candidarsi alle elezioni europee, o il funzionario dell’Agenzia delle Dogane che si presta ad avere un rapporto privilegiato con il capo della «locale» di Cormano. E perfino una società a partecipazione pubblica, la Infrastrutture Acque Nord Milano, agli occhi dei pm «si presenta fortemente collusa con il capo (Mandalari) della "locale" di Bollate ».
Luigi Ferrarella
15 luglio 2010



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Lufthansa vara a Malpensa il suo «gigante dei cieli»

Corriere della sera

MALPENSA

È solo un volo dimostrativo, ma ha un valore simbolico molto alto. I dirigenti di Lufthansa portano oggi il loro «gioiello» di famiglia a Malpensa, l’Airbus A380, l’aereo più grande del mondo, appena acquistato, e lo fanno bruciando sul tempo un analogo atterraggio che il 29 luglio aveva pubblicizzato su Milano la Emirates. «In realtà era un volo già programmato » fanno sapere dalla casa tedesca, smentendo i propositi di battere sul tempo i concorrenti. Ma soprattutto è un messaggio di attenzione, il segno che la compagnia aerea tedesca punta molto su Malpensa, tanto da organizzarvi un evento aeronautico e strizzando l’occhio al marketing sul territorio: «La decisione di presentare il nostro nuovo Airbus A380 a Milano Malpensa deriva dalla volontà di dimostrare la grande cooperazione con Sea e il forte legame con l’aeroporto di Malpensa—confermano dalla compagnia area—lo scalo è strategico per noi ed è già la base di Lufthansa Italia; l’iniziativa conferma anche il legame con la regione. L’Italia è il nostro secondo mercato in Europa dopo la Germania ed il terzo a livello internazionale dopo gli Stati Uniti, quindi ci è sembrato doveroso presentare qui il nostro primo Airbus A380».

Video

Da Milano ringraziano, tanto che oggi alle 17.15 ad accogliere il «gigante dei cieli» ci saranno il sindaco Letizia Moratti, il presidente della provincia Guido Podestà, oltre al presidente di Sea Giuseppe Bonomi, a fianco di Jurgen Raps del board della compagnia e della presidente di Lufthansa Italia Heike Birlenbach. Dalla Sea sottolineano come l’aeroporto sia pienamente attrezzato per tutti modelli di velivoli che solcano rotte intercontinentali: «Accogliere un aereo che trasporta 520 persone disposte su due piani — spiegano dalla società aeroportuale — comporta un impegno doppio in termini di finger, trasporto bagagli, check in e movimento passeggeri, che lo scalo può tranquillamente sostenere». Il matrimonio italo tedesco prosegue. I numeri dicono che la sola Lufthansa Italia offre attualmente oltre 170 voli diretti settimanali da Malpensa verso 15 destinazioni europee grazie a 9 Airbus A319.
Nel 2009 l’hangar per la manutenzione che era stato realizzato per Alitalia è stato adottato dalla compagnia di Francoforte, che vi ha installato la manutenzione di Lufthansa Tecnik. Un’azienda del gruppo che sta progressivamente aumentando i posti di lavoro, e che ha appena annunciato 200 assunzioni, di cui 120 gestite grazie ai centri per l’impiego della provincia di Varese. Ma c’è anche un dato di grande curiosità che riguarda il volo di oggi. Il primo atterraggio italiano dell’A380 sarà seguito da 150 appassionati a bordo pista, ospiti selezionanti da Sea e da tre blog di «patiti» dell’aviazione civile. Chi non ha l’invito ha però una grande possibilità. «I veri appassionati dello spotterismo aeronautico, la fotografia sull’aviazione, vogliono riprendere gli aerei in movimento e senza ostacoli — spiega Gaetano De Salve Ria, a sua volta pilota e presidente della associazione Clipper —. Molti andranno a piazzarsi dalle 16.30 nella zona detta del bunker, a sud delle piste, per seguire l’atterraggio, mentre per il decollo, intorno alle 20, si posizioneranno sulla collinetta della chiesa di Santa Maria, a est, nel comune di Ferno. Alcuni aeroporti hanno addirittura aree attrezzate per l’osservazione, con affitti di postazioni, un business che finora in Italia nessuno ha considerato».
Roberto Rotondo
14 luglio 2010(ultima modifica: 15 luglio 2010)



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Gaza, attacco alla modernità

Corriere della sera

Spiagge vietate alle donne, artisti sotto tiro. Ma anche frustate quotidiane e cantine diventate stanze di tortura

così, nel silenzio internazionale, si rafforzano i diktat di hamas
Gaza, attacco alla modernità

GAZA - Chiede ai pacifisti stranieri che promettono la ripresa dei loro viaggi sulle navi di portare, assieme agli aiuti per i palestinesi, anche un mixer per il suo gruppo musicale. Ma lo fa in contrasto con quello stesso regime nella striscia di Gaza che i pacifisti più o meno indirettamente aiutano contro l’embargo imposto da Israele. «Il nostro vecchio mixer è stato sequestrato dalla polizia di Hamas», spiega, con il timore che anche quello nuovo subisca la stessa sorte del primo. «Siamo vittime di una teocrazia repressiva che in nome della sua lettura distorta dell’Islam vieta la musica libera. Il loro Allah in verde non ci piace per nulla». E’ l’ironico paradosso vissuto dal ventenne Basher Bseiso, cantante molto popolare del “Gruppo della pace” (Fariq Salam) tra i giovani di Gaza amanti del “rap”. Ben riassunto dall’appello che lancia dalla sua casa Jamal Abu Al Qumsan, 43enne direttore della più nota galleria d’arte nella “striscia della disperazione”: «Grazie ai democratici di tutto il mondo che lottano contro l’embargo israeliano su Gaza. Però, per favore, potete in parallelo denunciare anche la repressione di Hamas contro le libertà intellettuali?».

La gente di Gaza

ATTACCHI CONTRO LE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI
- Le loro sono solo due storie tra le infinite che si possono trovare nella regione. La più scottante ultimamente è quella degli attacchi contro le organizzazioni giovanili. E’ avvenuto il 23 maggio e il 28 giugno, quando una ventina di militanti armati e mascherati di Hamas hanno dato fuoco al campo estivo organizzato per gli studenti sul lungomare dalle Nazioni Unite. E alla fine di maggio, proprio il giorno del blitz dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista che ha causato 9 morti, la polizia di Hamas qui ha chiuso ben cinque organizzazioni non governative locali.
La più nota, Sharek (17 filiali nei territori palestinesi, di cui 5 nella striscia di Gaza), a sua volta si è vista bruciare due campi estivi studenteschi sulla spiaggia. Accusa uno dei dirigenti, Mohammad Aruki: «Vogliono obbligarci a chiudere i campeggi misti. Ci dicono che ragazzi e ragazze vanno separati. Così mirano a sradicare la cultura laica, cercano il monopolio sull’educazione». E’ l’ennesimo capitolo della guerra culturale in atto da tempo. Le ali più oltranziste del fronte religioso vogliono fermare la spiaggia alle ragazze, vietano la privacy alle coppiette non sposate, vedono la musica e le mode occidentali come un pericolo per la “moralità” pubblica.

A chiedere spiegazioni agli esponenti di Hamas la risposta è in genere la stessa: «I ministeri, le nostre autorità civili, non c’entrano. Occorre rivolgersi alla polizia». Ma dagli agenti impera il no comment. Il più esplicito è stato Ahmed Yussef, vice ministro degli Esteri e presidente del Comitato contro l’embargo: «Israele ha il monopolio della forza. Hamas è molto più debole e cerca unicamente di imporre una sola sovranità nella striscia».
VERO REGIME - Il problema maggiore è che i testimoni, le stesse vittime, hanno paura a parlarne. Hamas è ormai un regime padre-padrone della sua gente. Punizione non vuole solo dire prigione, o persino tortura, ma piuttosto ostracismo, perdita del posto di lavoro, denigrazione, isolamento sociale. Bseiso parla con rabbia del pestaggio subito lo scorso 28 aprile. «Mi stavo spostando in moto, quando sono stato affiancato da un gruppo di miliziani delle Ezzedin Al Qassam, che mi hanno buttato a terra e picchiato con bastoni. Pochi giorni prima avevano fatto irruzione nel nostro studio e sequestrato video, telecamere, cassette.

Ora, con mezzi di fortuna sto preparando una canzone di accusa contro la repressione di Hamas», dice. Il suo compagno nel gruppo, Ibrahim Ghonem, ricorda che sino al 2005, quando a Gaza e in Cisgiordania governava la stessa autorità dell’Olp costituita da Yasser Arafat nel 1994, la situazione era molto migliore: «In quel periodo nacquero almeno cinque gruppi rap a Gaza. Nessuno interferiva. Ora ci dicono che siamo agenti del Satana americano, corruttori di giovani. E il risultato è che chiunque può se ne va, emigra. Addirittura so di alcuni amici di altri gruppi rap che hanno approfittato di inviti a concerti all’estero per imboscarsi e non tornare più».

A Jamal Abu Al Qumsan è andata peggio. Sino a qualche giorno fa non poteva sedere o sdraiarsi sulla schiena per le frustate subite a intermittenza tra il 5 e 12 maggio. Una punizione curiosa e molto diffusa la sua. Vieni convocato alla polizia nei centri carcerari. Non c’è molta scelta. La famigerata Saraya, nel cuore di Gaza city, è stata rasa al suolo dai bombardamenti israeliani della “Piombo Fuso” nel gennaio 2009. Restano però i Mashtal, i cinque carceri provinciali, e Ansar, dove si trovano i capi dei servizi di sicurezza. Qui inizia l’interrogatorio. «Dalle sette di mattina a sera tarda, talvolta oltre mezzanotte.

La punizione più comune è tenerti conto un muro tutto il pomeriggio in pieno sole e obbligarti a esercizi assurdi. Per esempio viene ordinato di fare il ciclista, per ore e ore costretto a fingere di pedalare. Poi ti rimandano a casa. Così non figuri nell’elenco dei prigionieri, non devono neppure sfamarti. Solo ogni tanto un bicchier d’acqua. E la mattina devi essere puntuale di fronte al portone», racconta Jamal. A lui comunque è andata male. «Mi hanno accusato di corrompere le ragazze, di lasciar loro fumare il narghilè nei locali della mia galleria, addirittura di abusi sessuali. Così hanno usato cinghie e bastoni».
STANZE DI TORTURA - Ma poteva andar peggio. Fosse finito nella ex villa sul lungomare del presidente dell’Autorità palestinese a Ramallah, Abu Mazen, sarebbe restato in isolamento per mesi. Qui raccontano che le cantine sono adibite a stanze per la tortura dei “nemici dell’Islam”. Sono tecniche raffinate. Ci sono spie mischiate ai prigionieri. Meccanismi imparati direttamente dai carceri israeliani. Non esiste militante palestinese sopra i trent’anni che non li abbia sperimentati sulla sua pelle. La pressione psicologica è spesso molto più efficace di quella fisica. Fin qui tutto normale. Nei carceri del Fatah in Cisgiordania, dove la caccia ai militanti di Hamas resta aperta, le tecniche persecutorie sono molto simili.

«La novità di Gaza sta nella crescente influenza dei sistemi utilizzati dai Basiji iraniani. Le teste di cuoio tra i gruppi scelti delle Ezzedin Al Qassam sono stati direttamente istruiti da loro. Il fine è quello di imporre una sorta di totale e totalizzante conformismo politico e culturale. Chiunque non si omogeneizza deve sapere che è a rischio. E pochi sono gli eroi. Spesso bastano alcune velate minacce per ottenere l’effetto voluto», sottolinea un noto commentatore locale, che parla sotto la promessa del più assoluto anonimato. Asma Al Ghuol, giornalista impegnata nella difesa delle libertà intellettuali, si è vista di recente sequestrare il computer e minacciare personalmente di essere “amorale” per la sua denuncia pubblica contro la censura a musicisti e scrittori. Una sua collega che collabora con la tv Al Arabya è stata arrestata pochi giorni fa perché scoperta dagli agenti viaggiare in auto in compagnia di un ragazzo che non era membro della sua famiglia.
SCENARIO SIMILE ALL'IRAQ - Abu Omar (è un nome finto), anziano militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, esprime la sua dissidenza in privato: produce vino di nascosto nel campo profughi di Jabalia e ne vende 100 litri l’anno. «E’ la mia sfida contro il divieto dell’alcool imposto dagli islamici, contro le ingerenze nel nostro privato, come se fossimo sotto i talebani», dice mostrando la foto di Hassan Mohammad Hajazi, suo amico e attivista assassinato da Hamas nel gennaio 2009 approfittando del caos generato dall’attacco israeliano. «Il dramma è che se mostro questa foto per la strada vengo arrestato». Sono gli effetti perversi dell’embargo israeliano.

Uno scenario che ricorda da vicino quello imposto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta sino alla guerra del 2003. Il blocco economico, l’isolamento, la messa all’indice generano enormi difficoltà sul piano internazionale per il regime colpito, ma lo rafforzano internamente e gli forniscono indirettamente la legittimazione agli abusi anche più gravi nei confronti delle proprie popolazioni. Sostiene Atef Abu Saief, brillante docente di scienze politiche alla locale università Al Azhar: «Hamas controlla Gaza molto meglio che un paio d’anni fa. Anche se la sua popolarità è in diminuzione. Ma questo non lo potremo verificare.

Le libere elezioni, così come nel 2006, sono ormai impossibili. Al meglio, nel caso si torni alle urne, vedremo un accordo sottobanco per la spartizione dei voti con Fatah. La teocrazia di Hamas segna la fine del sogno democratico». Commenta un noto giornalista assunto dalle agenzie stampa straniere che assolutamente chiede di restare anonimo: «La differenza con l’Iraq è che nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 le elezioni parlamentari del gennaio 2006 sono state stravinte in modo pulito da Hamas contro Fatah. Tra le sinistre occidentali fanno bene a puntare il dito contro i loro governi che rifiutano quel voto.

Non è possibile accettare in democrazia solo i risultati che ci piacciono e rifiutare quelli sgraditi. Però adesso non ci si accorge che la popolarità di Hamas a Gaza è in caduta libera. E’ una situazione curiosa e riflette l’antica propensione palestinese a schierarsi sempre contro chi vince. Se oggi si andasse alle urne, in Cisgiordania potrebbe ottenere la maggioranza Hamas, ma a Gaza il Fatah». «Hamas come Hitler, o meglio, come gli islamici in Algeria», rincara Saief. «Ecco perché Yasser Arafat, sino alla sua morte nel novembre 2004, si rifiutò sempre di tenere elezioni con Hamas. Sapeva che un voto libero con gli islamici al governo non avrebbe mai più potuto aver luogo per il fatto molto evidente che la dottrina dei Fratelli Musulmani non dà alcun valore alla democrazia».

A suo dire qui sta la debolezza di Abu Mazen: aver permesso ad Hamas di presentarsi al voto del 2006. «Si illudeva di battere il suo avversario nell’Olp locale, Mahmoud Dahlan, che in veste di capo della polizia di Arafat a Gaza e a causa dei suoi stretti legami con la Cia era fortemente impopolare. Ma non ha capito che apriva le porte a Hamas. Ora si dovrebbe tornare alle urne. Ma non avverrà più in modo pulito».
HAMAS E L'IRAN - Saief ripete la teoria che va per la maggiore da Gaza al Cairo: Hamas non ha alcun interesse a mettere a rischio lo status quo, non cerca un vero accordo con Abu Mazen, non vuole il voto e neppure contatti con Israele. «Hamas è legata ai Fratelli Musulmani e l’Iran. Controlla una base territoriale, ha un progetto più pan-islamico e molto meno nazionalista. Non cerca il compromesso, vede Gaza come il rilancio della guerra santa globale. Ecco perché a farne le spese sono ora gli intellettuali e qualsiasi entità indipendente nelle zone sotto il suo controllo», aggiunge. Non è da nascondere che i perseguitati sono in genere militanti dell’Olp, o comunque legati al vecchio fronte laico della sinistra palestinese.

«Atef non è credibile. E’ un intellettuale organico del Fatah, nostro nemico ideologico per eccellenza», replica per esempio Taher Al Nunu, portavoce di Hamas. E infatti Atef nel giugno 2009 si è fatto oltre una settimana di “carcere giornaliero”. Ricorda: «Non c’era violenza vera. Solo fastidio, tanta sete al sole, grande perdita di tempo e interrogatori spossanti». Ora è preoccupato. Ai primi di giugno è stato riconvocato alla polizia per 24 ore. Teme censurino il suo libro di short stories appena pubblicato in arabo: «Natura morta. Storie dal tempo di Gaza». La censura è strisciante, minacciosa, immanente. Ne parla Mohammad Aruki mostrando la zona del suo campo di tende devastato dal fuoco.

Tra i capi di accusa nei loro confronti c’è anche un sondaggio condotto tra i giovani di Gaza in cui si conclude che almeno il 41% spera di emigrare all’estero. E il motivo portante di tanta disaffezione è la crescita delle accuse contro la corruzione e il nepotismo dei dirigenti islamici. I toni sono simili a quelli che imperavano contro i capi di Fatah prima del voto del 2006. Lo stesso leader di Hamas, il cinquantenne Ismail Haniyeh, si vede messo in dubbio tra l’altro per aver sposato come seconda moglie la vedova 22enne di una delle guardie del corpo di Said Siam, noto militante ucciso dalle bombe israeliane nel 2009. Sottolinea Aruki: «Per Hamas il nostro sondaggio è una grande debacle.

Dimostra che i giovani non vogliono più lottare. L’embargo israeliano è terribile, ci impedisce ogni movimento, siamo in una grande prigione a cielo aperto. Però è morto lo spirito delle due intifade. Si vuole fuggire nel privato, stare bene individualmente. Una volta c’erano studenti che rifiutavano le rare borse di studio all’estero pur di restare a combattere collettivamente l’occupazione sionista. Oggi tutti vorrebbero emigrare e a bloccarci non è solo Israele. L’Egitto fa passare con il contagocce la gente da Rafah. E Hamas concede il permesso di emigrazione unicamente ai suoi militanti. Gli altri sono solo sudditi da convertire alla sua lettura dell’Islam».
Lorenzo Cremonesi
14 luglio 2010(ultima modifica: 15 luglio 2010)



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Amiri di nuovo in Iran accusa gli Usa: «Mi hanno sequestrato e torturato»

Corriere della sera


TEHERAN

Lo scienziato nucleare iraniano Shahram Amiri è atterrato alle 5 del mattino (le 3 ora italiana) a Teheran, dopo un'assenza durata 13 mesi. Amiri ha ribadito che la sua scomparsa è legata ad un rapimento orchestrato dalla Cia e dai servizi segreti dell'Arabia Saudita. Il sequestro, secondo il suo racconto, sarebbe avvenuto durante un pellegrinaggio alla Mecca e Medina nel giugno del 2009.
«MI HANNO TORTURATO» - Amiri, parlando con i cronisti dopo lo sbarco, ha ringraziato gli iraniani per avere avuto fiducia in lui nonostante quelle che ha definito «le menzogne che sono state diffuse». Vale a dire le notizie circolate sulla stampa regionale e americana secondo le quali aveva fatto defezione negli Stati Uniti. Amiri è stato accolto all'aeroporto dalla moglie, dal figlio e dal vice ministro degli Esteri per gli affari legali e consolari, Hassan Qashqavi. Quanto alla sua permanenza negli Usa, lo scienziato l'ha descritta come una esperienza drammatica. «Nei primi due mesi dopo il sequestro sono stato sottoposto a torture», ha affermato, aggiungendo di essere stato minacciato di essere consegnato a Israele se non avesse cooperato e affermando che agenti dell'intelligence israeliani erano presenti ad alcuni degli interrogatori. Amiri ha aggiunto che la Cia gli ha offerto anche una somma di denaro ingente per cercare di indurlo a rimanere negli Usa e dichiarare che aveva fatto defezione. Amiri ha concluso ringraziando le autorità iraniane per quella che ha definito la sua «liberazione».
«NO, HA PRESO SOLDI DALLA CIA» - Dagli Stati Uniti, tuttavia, viene ribadita una diversa versione, ovvero che lo scienziato si sarebbe allontanato volontariamente dal suo Paese e che negli Usa avrebbe collaborato con il Pentagono e l'intelligence. Secondo il Washington Post, che cita funzionari americani, avrebbe ricevuto dalla Cia 5 milioni di dollari in cambio di informazioni sul programma nucleare iraniano. L'uomo, hanno precisato le fonti interpellate dal quotidiano, non è tenuto a restituire la somma percepita, ma avrà comunque difficoltà ad accedere a quel denaro: «Tutto ciò che ha avuto non è più alla sua portata, grazie alle sanzioni finanziarie contro l'Iran». «Se ne è andato ma non è stato così per il suo denaro. Abbiamo le sue informazioni, e gli iraniani hanno lui». Quanto alla scelta di Amiri di rientrare in Iran - scelta che ha stupito i suoi interlocutori americani secondo i funzionari citati dal Washington Post, che parlano di una collaborazione durata oltre un anno con lo scienziato, essa può essere legata, spiegano ancora le fonti, al timore di rappresaglie da parte del governo di Teheran contro la sua famiglia.
LA VICENDA - Amiri, che era svanito nel nulla durante un pellegrinaggio in Arabia Saudita nel giugno del 2009, è ricomparso misteriosamente martedì nella sezione d'interessi iraniana a Washington (l'ufficio che fa le veci di una ambasciata). Le autorità americane hanno affermato che lo scienziato era arrivato negli Stati Uniti di sua iniziativa e che liberamente ha deciso di fare rientro in Iran. Una fonte dell'amministrazione di Washington ha tuttavia detto che gli Stati Uniti hanno ottenuto da Amiri informazioni «utili». Ma Amiri, ricercatore presso l'università Malek Ashtar di Teheran, legata ai Guardiani della rivoluzione, ha negato di lavorare nel programma nucleare. «Non ho niente a che fare con Natanz o Fordo», ha affermato, riferendosi ai due siti del Paese per l'arricchimento dell'uranio, il primo già attivo e il secondo in costruzione. I lavori presso il sito di Fordo erano stati ammessi nel settembre dello scorso anno da Teheran dopo che alcuni servizi d'Intelligence occidentali avevano detto di esserne già venuti a conoscenza.
Redazione online
15 luglio 2010



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