sabato 17 luglio 2010

Addio al Panino del ministro

Il Secolo xix



Ingredienti: carne nazionale, olio extravergine di oliva, Asiago Dop e crema di carciofi romani. Troppo sano per piacere ai clienti del McDonald’s: il panino del ministro è sparito dall’offerta del fast food. Niente cipolle, niente salsa barbecue, niente fritto. Niente porcherie, insomma, ed è forse questo il motivo principale per cui McItaly, il panino lanciato dall’ex ministro dell’agricoltura Luigi Zaia (ora governatore del Veneto), non ha avuto il successo sperato.
Nonostante il patrocinio del Mipaf (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), sembra che gli italiani non abbiano apprezzato il prodotto 100% made in Italy, che è rimasto nei menu della catena americana solo per qualche mese.
E i maligni sostengono che la sua iniziale tenuta fosse dovuta prevalentemente al gadget – un bicchiere – che veniva abbinato al McItaly. Il panino italiano al McDonald’s era stato promosso da una campagna pubblicitaria, ma anche da qualche polemica, che aveva fatto seguito alle dichiarazioni del “McMinistro” Zaia al momento del lancio: «I gesuiti, a cui veniva chiesto perché parlassero con gli infedeli, rispondevano: meglio evangelizzare chi non crede. McItaly ci consentirà di dialogare con i giovani, lavorando sul loro imprinting gustativo: il 31% dei clienti McDonald’s, infatti, ha un’età compresa tra i 20 e i 35 anni, l’11% tra i 15 e i 19».

Zaia ebbe poi un battibecco con il quotidiano inglese Guardian, che definì il McItaly “un mostruoso atto di tradimento nazionale, il signor Zaia non avvicinerebbe alla sua bocca mai un prodotto tanto offensivo per il palato a meno che non ci sia un fotografo nelle vicinanze”.
Il critico gastronomico del giornale inglese definì il panino orrendo e questa stroncatura non piacque al ministro e scatenò il dibattito politico: “La sinistra e i suoi megafoni – disse Zaia - continuano ad abbaiare alla Luna, sempre più lontani dai problemi reali e rinchiusi nella loro sterile ortodossia morale, che soffoca qualunque tipo di sviluppo, che impedisce loro di avere una visione chiara e trasparente della realtà. Vogliamo dare a questa sinistra una cattiva notizia: Stalin è morto. E non ha mai frequentato McDonald’s”.
Ma forse nemmeno lui e chi ha inventato il panino all’italiana ha frequentato abbastanza la catena di fast food. Altrimenti saprebbe che al McDonald’s, oltre che per i prezzi bassi, si va apposta per mangiare quelle meravigliose porcherie che normalmente ci sono vietate dal medico, da amici e parenti, dalle pagine salute. Il povero McItaly non poteva competere con il doppio strato di carne, pancetta, cipolle di un Big Mac grondante di salse. Chi al junk food preferisce un’alimentazione più sana, va a pranzo dalla nonna.




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Sacerdote settantenne prende il sole nudo Scatta la denuncia

Il Resto del carlino

Alcuni turisti di uno stabilimento balneare di Marina Centro hanno notato la scena e hanno chiamato la Polizia.
Il prete ha cercato di giustificarsi: "Avete visto male..."


Rimini, 17 luglio 2010

Un prete nudo in spiaggia non è spettacolo di tutti i giorni. Non è così per i turisti di un bagno di Marina centro, spettatori impotenti dello ‘spogliarello’ di un sacerdote che è solito prendere la tintarella in costume quasi adamitico, al massimo appoggiandosi il costume sulle parti ‘sensibili’. Una scena che ha sollevato le proteste dei bagnati a tal punto che il bagnino, suo malgrado, è stato costretto a chiamare la Polizia.
Gli agenti, increduli, si sono appostati, scoprendo che era tutto vero. Compreso il fatto che il ‘nudista’ in questione era un prete riminese, settantenne, che hanno denunciato per atti osceni in luogo pubblico.
I fatti risalgono a una settimana fa, ma solo adesso la storia ha cominciato a fare il giro della città. Teatro, uno stabilimento balneare di Marina centro che, dicono, il sacerdote è solito frequentare. Non va in spiaggia tutti i giorni, ma quando scende al mare, raccontano, dà spettacolo. Nel senso che ogni tanto si cala il costume e si sdraia sulla brandina così com’è, o al massimo appoggiando sopra il calzoncini.
Una scena che se la prima volta aveva incuriosito i turisti che si erano limitati a storcere il naso (soprattutto chi aveva bimbi piccoli), una volta che avevano saputo che si trattava di un prete, non l’avevano presa bene per niente. Il malcontento aveva cominciato a serpeggiare tra la sabbia, anche perchè, avevano scoperto a loro spese, lo spogliarello era più una regola che un’eccezione.
ERANO cominciate così le prime proteste dirette al bagnino, il quale imbarazzato si limitava a incassare, senza trovare il coraggio di affrontare il disinibito sacerdote. Il quale, sapeva, non era nuovo a queste abitudini, perchè anche l’anno precedente era successo la stessa cosa. Nella speranza che smettesse, aveva fatto orecchie da mercante, mentre i suoi clienti diventavano via via sempre più insofferenti.
LA voce si era sparsa alla svelta, e anche i frequentatori degli stabilimenti vicini avevano cominciato a ‘mormorare’ contro quella scena poco edificante. Che si trattasse di un sacerdote, non era ormai più un mistero per nessuno, un’aggravante che aveva fatto aumentare le proteste. Alla fine anche il bagnino non aveva potuto più fare finta di niente, ed era stato costretto a chiamare la Polizia. Non era stato facile per lui dire al 113 «qui c’è un prete nudo», e gli stessi agenti c’erano andati con i piedi di piombo, faticando a credere che si trattasse veramente di un sacerdote.
I poliziotti, naturalmente in borghese, avevano così deciso di appostarsi e verificare di persona. E un giorno lui era arrivato, e si era calato il costume in mezzo alla gente, senza il minimo segno di imbarazzo. Quindi si era straiato sul lettino per fare il suo solito bagno di sole, limitandosi ad appoggiare il costume, senza però gran risultati.
DI fronte all’evidenza, le divise erano andati ad identificarlo, e lui per primo si era presentato subito come un prete. Alla richiesta di spiegazioni da parte degli agenti, aveva però protestato vivamente sostenendo che si erano sbagliati, che certo avevano visto male. Una giustificazione smentita dagli stessi turisti che avevano invece confermato le ‘performance’ del sacerdote nei giorni precedenti. Una scena parecchio imbarazzante per tutti e che si era conclusa con la sua denuncia per atti osceni in luogo pubblico.




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Svelata una visita di Blair a Gheddafi Gb, rabbia delle famiglie di Lockerbie

La Stampa

Incontro segreto il 10 giugno «Accolto come un fratello»



LONDRA

Ancora motivi di imbarazzo per Londra nella vicenda della liberazione dell’attentatore di Lockerbie. Il Daily Mail oggi rivela una visita segreta dell’ex premier Tony Blair a Gheddafi lo scorso 10 giugno, solo qualche giorno dopo aver negato di essere consigliere finanziario del leader libico. Secondo quanto riporta il giornale, che cita fonti libiche, l’incontro sarebbe stato organizzato nella massima segretezza e l’ex premier sarebbe stato «accolto come un fratello» da Gheddafi. Blair avrebbe dato al leader «consigli preziosi» sulle opportunità di investimento tra i due Paesi.

La questione, se confermata, potrebbe mettere in serio imbarazzo Blair nel suo ruolo istituzionale di inviato speciale per il Medio Oriente, ma soprattutto il premier David Cameron che proprio martedì sarà a Washington a incontrare Obama. Il giornale inglese sottolinea anche che la vicenda scatenerà «la furia delle famiglie di Lockerbie» in un momento di grande polemica sulla liberazione di Abdelbaset Al-Megrahi. Nella vicenda un ruolo chiave lo ha avuto Bp che il 29 luglio dovrà rispondere al Senato Usa delle accuse di aver fatto pressioni per la liberazione di Megrahi in cambio di concessioni petrolifere in Libia. Consulente della JP Morgan Blair ha sempre avuto legami con la compagnia petrolifera. Nel 2007 l’allora premier fu immortalato in un storica stretta di mano con Gheddafi in occasione della firma del contratto da 450 milioni di sterline tra Bp e la compagnia libica National Oil Corporation.



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Messico: nella guerra dei narcos arriva l'autobomba

Corriere della sera

Tre poliziotti uccisi a Ciudad Juarez: nella vettura c’erano almeno dieci chilogrammi di esplosivo

WASHINGTON – Era solo questione di tempo. Ed è accaduto. I narcos messicani, imitando tattiche colombiane e irachene, hanno impiegato, giovedì, per la prima volta un’autobomba: tre le vittime a Ciudad Juarez, la città più violenta al mondo al confine con il Texas. Il ricorso a sistemi terroristici è la conferma di un pericoloso salto di qualità nella sfida dei cartelli. Per gli esperti è probabile che l’azione compiuta a Ciudad sia presto seguita da altre. Condotte dallo stesso gruppo e da altre fazioni pronte a “copiare”. Esattamente come è avvenuto per le decapitazioni in serie, le impiccagioni in pubblico, le esecuzioni e gli agguati con armi ad alto potenziale. 



ATTACCO PREPARATO CON CURA - L’attacco a Ciudad Juarez è stato preparato con cura. I banditi hanno rapito un poveraccio, lo hanno ferito in modo grave e lo hanno vestito da poliziotto. Poi lo hanno abbandonato in strada segnalandolo ad un commissariato con una telefonata anonima. Quando sono arrivate le prime pattuglie ed un’unità paramedica, i narcos hanno fatto saltare l’autobomba. Per attivarla hanno impiegato un telefonino: tecnica già vista con i narcos colombiani e le formazioni estremiste mediorientali. Nella vettura, secondo gli investigatori, c’erano almeno dieci chilogrammi di esplosivo. Una quantità non paragonabile a quelle usate in altri scacchieri ma sufficiente a fare danni.
RIVENDICAZIONE - L’attentato è una ritorsione per l’arresto di Acosta Guerrero, 35 anni, uno dei leader de “La Linea”, formazione di killer al servizio del cartello di Juarez. In un messaggio di rivendicazione scritto sulle pareti di un centro commerciale i banditi hanno accusato le autorità di “coprire” i rivali del cartello di Sinaloa, guidato dal boss dei boss, El Chapo Guzman. E avvisano: abbiamo preparato altre sorprese. Non se ne sente il bisogno, in un paese dove dal 2006 ad oggi la narcoguerra ha provocato quasi 24.800 vittime.

Guido Olimpio
17 luglio 2010

Basta magistrati a braccetto col potere»

Corriere della sera

Di Matteo, Anm Palermo: tradiscono la memoria di Paolo

LE AGENDE ROSSE RICORDANO borsellino «Basta magistrati a braccetto col potere»

PALERMO - «È arrivato il momento di spezzare la catena di quei giudici che frequentano i circoli e i salotti e di quei magistrati che vanno a braccetto con la politica per avere benefici». Il presidente distrettuale dell'Anm di Palermo, Antonio Di Matteo, ha preso la parola davanti ad una platea affollatissima di giovani riuniti nell'aula magna del tribunale di Palermo per la commemorazione di Paolo Borserllino, assassinato il 19 luglio 1992. «Borsellino - ha detto Di Matteo - era libero da ogni forma di condizionamento del potere. E noi vogliamo seguire il suo esempio. Oggi abbiamo bisogno del suo coraggio e del suo rifuggire dal potere. Dobbiamo avere la forza di resistere ad un tentativo di ridimensionamento della nostra autonomia per trovare la forza di resistere a quel tarlo sottile della rassegnazione che rischia di pervadere anche la magistratura».

Distrutte nella notte le statue di Falcone e Borsellino- Guarda

LE AGENDE ROSSE L'agenda rossa scomparsa dalla borsa di Borsellino dopo la strage di via D'Amelio è ormai diventata il simbolo del sacrificio del magistrato antimafia, ma anche di tutta una stagione di veleni e misteri, e del sospetto inquietante del coinvolgimento di apparati dello Stato nella strage. E ieri centinaia di agende rosse sventolavano all'ingresso dei magistrati che hanno preso parte alla cerimonia. «È molto confortante che nell'opinione pubblica ci sia questa fiducia nella magistratura - ha commentato il procuratore di Palermo Francesco Messineo - e l'esortazione ad andare avanti per noi è uno stimolo importante.

Però non bisogna dimenticare che lavoriamo tra molte difficoltà, sia per mancanza di risorse sia per una legislazione che non sempre ci aiuta o ci agevola nelle indagini». Messineo, ha ricordato che «sono stati aperti squarci importanti, ma non so se sarà possibile raggiungere la verità, si è parlato di una verità impervia e io sono d'accordo». Delle inchieste in corso ha parlato anche il procuratore aggiunto Antonino Ingroia, della Dda: «Non c'è dubbio che vi fu un'accelerazione della strage di via d'Amelio, quindi dev'esserci stato un fattore scatenante che ha indotto gli assassini di Borsellino ad accelerare l'esecuzione della strage.

Negli ultimi anni ha preso sempre più corpo l'ipotesi che l'accelerazione fosse dovuta al fatto che si era profilato un Borsellino come ostacolo alla trattativa fra rappresentanti dello Stato e gli stragisti di Cosa Nostra. Ci sono una serie di risultanze importanti: la trattativa vi fu e sono certo che, se Borsellino ne avesse saputo, si sarebbe opposto in tutti i modi».

PEGGIO DEL '92 La commemorazione di Paolo Borsellino durerà tre giorni, coinvolgendo non solo magistrati, ma anche intellettuali e società civile. Un ruolo importante nella custodia della memoria del magistrato scomparso è da sempre ricoperto dal fratello Salvatore. Per lui, punto di riferimento di un vasto movimento di attivisti antimafia, oggi come all'inizio degli anni '90, la magistratura onesta è in pericolo: «I magistrati sono l'unico baluardo per la ricerca della verità sulle stragi di stato, eppure vengono vilipesi nel pavido silenzio del Paese - ha detto Borsellino intervenendo all'assemblea in tribunale -. Ho molta paura, perché sembra di essere molto vicini al '92. Da allora non ci sono stati stragi, è vero, ma ci sono altri mezzi, leggi, intere procure poste davanti a un plotone di esecuzione. E tanto più i magistrati coraggiosi si avvicinano alla verità, tanto più si fa concreto per loro il pericolo. Noi non vogliamo nuovi eroi, peraltro in una paese dove una certa classe politica indica come eroe personaggi come Mangano».

IL PROGRAMMA La commemorazione di Borsellino durerà tre giorni. Dopo l'assemblea in tribunale, in serata, alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, gli stessi Salvatore Borsellino, Antonio Ingroia e Antonio Di Matteo discuteranno con il pm Roberto Scarpinato e con i giornalisti Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco di “Sistemi Criminali. Quanto sono ‘deviati’ gli apparati dello Stato?”. Domenica mattina si mette in moto la “Marcia delle Agende Rosse” verso Castello Utveggio e in serata, all’ex cinema Edison, in zona Ballarò, verrà proiettato il film 19 luglio 1992: una strage di Stato. Lunedì, anniversario della strage, dalle otto di mattina, partirà un presidio in via D’Amelio: alle 16 e 55 un minuto di silenzio ricorderà il magistrato e gli agenti della scorta. L'ultimo saluto sarà infine riservato a Giovanni Falcone, con corteo che partirà alle 18 verso l’albero cresciuto davanti alla casa del magistrato ucciso nel 1991.

STATUE DIVELTE Ma nel giorno della commemorazione uno sfregio insulta la memoria degli eroi dell'antimafia. Alla vigilia dell’anniversario della strage, e proprio nella notte che precedeva l'inizio della commemorazione di Paolo Borsellino, le due statue in gesso raffiguranti il magistrato scomparso il 19 luglio 1992 e quella di Giovanni Falcone, posizionate ieri pomeriggio tra piazza Castelnuovo e Via Quintino Sella, sono state divelte e quasi del tutto distrutte. Dell’accaduto si sono accorti i carabinieri attorno alle 9.30 di mattina, durante un giro di perlustrazione. Le statue, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, erano state poste sul marciapiede parallelamente a via Libertà insieme ai rappresentanti dell`associazione Falcone/Borsellino di Palermo.

Redazione online
17 luglio 2010



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Cuba, la figlia di Castro si ribella: "Abbiamo bisogno di nuove riforme"

di Redazione

Cuba ha bisogno di riforme politiche e di una migliore qualità della vita.

Lo ha detto la nipote del dittatore in un'intervista a un quotidiano tedesco


 


L'Havana - Cuba ha bisogno di riforme politiche. Non sarebbe una frase molto originale se non fosse che a dirlo è Mariela Castro, la figlia dell’attuale presidente cubano Raul Castro, fratello del più celebre Fidel. La donna è anche direttrice del centro nazionale per l’educazione sessuale e promotrice dei diritti degli omosessuali. L’intervista, la prima a un organo di stampa tedesco, è sullo sfondo della sua visita a Berlino prevista per l’inizio di agosto. Mariela Castro ha rilasciato un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel anticipata dal giornale.
Ma sugli yankee la pensa come lo zio "Abbiamo bisogno di cambiamenti - afferma - dobbiamo fare una politica più attraente per i giovani, in modo che anche loro vedano un senso economico nel restare qui. Abbiamo bisogno di crescita e di una migliore qualità di vita per tutti". Non manca un appello agli oppositori interni in seno al Partito comunista cubano. "Gli avversari - dichiara - devono riconoscere che la nostra politica giova anche a molti membri del partito, consentendo loro di fare carriera". Su altri punti però Mariela Castro è in perfetta linea con suo padre e suo zio. A suo avviso i dissidenti sono solo "mercenari pagati da Washington", del resto "a Cuba nessuno viene messo in galera per la libertà di espressione. Se un pensiero libero e scomodo fosse sottoposto a sanzioni, sarei io stesso una buona candidata al carcere".



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Saida e Amira ritrovate in Tunisia: l'incontro con la mamma

La Nazione

Dopo un anno e tre mesi la madre, Laura Dini, livornese, ha potuto riabbracciare le sue piccole.
Le due bambine erano state sottratte dal padre nel paese nordafricano

Livorno, 16 luglio 2010

Dopo il ritrovamento di Saida e Amira, le due bambine di cinque e tre anni di madre livornese e padre tunisino sottratte dal genitore nell'aprile del 2009, dopo mesi di dolorosa attesa e lontantanza, oggi Laura Dini, la mamma, ha finalmente potuto riabbracciare le sue bimbe.
''Le ho viste questa mattina in tribunale dopo 15 mesi e ora sono qui accanto a me, può immaginare la mia gioia''. Ha la voce ridente Laura Dini, raggiunta per telefono all'ambasciata italiana a Tunisi dove si trova con le sue bambine Saida e Amira.  Le sono state restituite questa mattina nel tribunale di Ben Arous (alla periferia sud di Tunisi) dopo che il padre tunisino, in seguito alla richiesta di separazione della moglie, le aveva rapite e nascoste nonostante una sentenza di un tribunale di Tunisi le avesse affidate alla mamma.
''Erano un po' frastornate - ha raccontato Laura Dini, livornese di 36 anni - non ci siamo dette molto perché le bimbe parlano arabo, solo Saida, la più grande, capisce e parla un po' in italiano. Mi ha chiesto dove ero stata in tutti questi mesi, perché non ero con loro. Ho risposto che ero qui che le ho cercate tanto e in ogni quartiere di Tunisi e dei villaggi vicini''.  Il padre le ha nascoste spostandole continuamente perché la polizia non potesse ritrovarle e infatti Saida ha raccontato alla mamma che spesso venivano portate da un posto all'altro, da una casa all'altra e quando uscivano le camuffavano con cappelli e sciarpe perché nessuno le riconoscesse.
La ricerca delle bimbe è stata lunga, complessa e con qualche timore per lo stato di salute delle piccole sino ad oggi pomeriggio, quando il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi ha annunciato il loro ritrovamento e ha ringraziato le autorità tunisine per la collaborazione.  ''Una bellissima notizia'' ha commentato Rosa Calipari, vicepresidente dei deputati Pd, che ha ricordato l'interpellanza presentata in febbraio al ministro degli Esteri Franco Frattini insieme ad Alessandra Mussolini, presidente della commissione infanzia.
''Non mi sono mai rassegnata a vivere lontana da loro - ha detto Laura Dini - ho fatto di tutto, ma non sarei mai riuscita a rivedere le mie bambine senza l'aiuto di molti, il governo italiano, l'ambasciatore, gli avvocati, i miei amici e mio padre Elio che ha lanciato numerosi appelli perché le sue nipotine fossero ritrovate e restituite alla mamma''.  Questa mattina Laura Dini è stata accompagnata al tribunale di Ben Arous dalla polizia tunisina che continuerà a vegliare su di lei, perché è intenzionata a restare a Tunisi dove lavora e ha una casa. ''Adesso non ho più paura - ha spiegato - ora è tutto cambiato, anche il mio ex marito e la sua famiglia hanno capito. Quanto alla possibilità di comunicare non mi preoccupo, i gesti parlano più delle parole e le bambine impareranno presto anche l'italiano''.
L'annuncio del ritrovamento delle bambine era stato dato questa mattina dal Sottosegretario agli Affari Esteri, Stefania Craxi. "La polizia tunisina - si legge in una nota - ha rintracciato Saida e Amira dopo mesi di crescenti ricerche, ed a seguito delle incessanti sollecitazioni del Sottosegretario Craxi e della personale attenzione dedicata al caso dall'Ambasciatore italiano a Tunisi, Piero Benassi. La signora Laura Dini ha potuto riabbracciare questa mattina le sue bambine, che sono in buone condizioni fisiche".
Agi






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Torre del Greco, 33 anni per una sentenza Ma alla fine l'eredità sarà decisa da riffa

Il Mattino

 

TORRE ANNUNZIATA (17 luglio)

Giustizia lumaca a Torre del Greco. Ci sono voluti 33 anni e la denuncia del Mattino per smuovere la vicenda giudiziaria legata ad un’eredità contesa fra cinque fratelli e sorelle. Ieri, però, dopo oltre sei lustri, i giudici non sono andati al di là di un verdetto a dir poco sorprendente: la contesa sarà decisa da un vero e proprio sorteggio. Un risultato che arriva dopo oltre tre decenni dalla prima udienza. E qualcuno si chiederà se forse non poteva essere emesso subito. In compenso, non dovrebbero esserci problemi per la «riffa» che ripartirà l’edificio conteso dai cinque eredi: il tribunale ha già stabilito la data per il 20 ottobre prossimo.




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Il sesso di un eunuco manda in tilt un carcere indiano

Il Secolo xix

Un eunuco indiano, condannato a 4 anni di prigione, ha mandato in tilt le autorità carcerarie dello stato settentrionale del Punjub che non sanno se metterlo nella sezione maschile o in quella femminile.
A raccontare la curiosa vicenda di Sudhesh Kumar, detto «Baba», è oggi il Times of India nelle pagine di cronaca locale. «Una serie di esami medici, dai risultati contraddittori, hanno aumentato la confusione. Mentre il penitenziario di Patiala considera Sudhesh una donna, per quello di Ludhiana è un uomo» scrive il giornale.
Il detenuto, incarcerato ad aprile per tentato omicidio, si proclama «maschio», ma secondo i dottori «è privo di organi genitali maschili». Dopo essere stato rinchiuso nella sezione femminile della Ludhiana Centrale Jail, ha chiesto un «riesame». Trovato «privo di utero e ovaie», ha ottenuto il trasferimento in un carcere maschile nella città di Patiala, dove però è stato rifiutato per «rischio di aggressioni sessuali». In attesa di una soluzione al dilemma, è ora detenuto in una cella singola. Gli eunuchi, o «hijras» come sono chiamati i travestiti e castrati indiani, hanno un ruolo di «portafortuna» secondo la superstizione indiana e per questo sono spesso chiamati a pagamento ad assistere a matrimoni e nascite.

È una comunità povera e emarginata, ma che negli ultimi ha fatto valere i propri diritti attraverso associazioni e partiti politici.




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Collezione De Henriquez, il "museo della guerra per la pace"

Repubblica



FOTOGALLERIA

La preziosa raccolta di pezzi di Diego De Henriquez, immaginata come "museo della guerra per la pace", dopo anni di oblio e il rischio di venire dispersa o rovinata dall'incuria, troverà collocazione negli spazi museali  di via Cumano, adibiti appositamente dal Comune di Trieste, e verrà aperta al pubblico. Quella che vediamo è piccola parte del ricco materiale, finalmente catalogato e repertato al termine di un lavoro certosino da parte degli esperti. Leggi l'articolo



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Altri otto cristiani espulsi dal Marocco

Libero





Era uno dei Paesi a religione mussulmana più tollerante dell’intero pianeta, sia per le sue radici storiche che per la vicinanza geografica con l’Europa e la Spagna. Tuttavia in questo 2010 in Marocco qualcosa sembra essere cambiato.
Confermando una tendenza preoccupante in questa prima metà dell’anno, in questi ultimi quindici giorni altri otto stranieri di religione cristiana sono stati espulsi dallo Stato africano con l’accusa di proselitismo, ossia il tentativo di conversione dei mussulmani ad altre religioni.

Lo ha reso noto l'associazione Portes Ouvertes (Porte Aperte) che difende i diritti dei cristiani nel mondo e che denuncia una vera e propria "epurazione a sfondo religioso".
Nello specifico, le ultime espulsioni riguardano due francesi, due svizzeri, un egiziano, un nigeriano, una spagnola e una libanese, sposate entrambe con dei marocchini. Il fatto più eclatante è che la donna libanese è stata costretta a lasciare sul posto la figlia di sei anni: secondo l'associazione, le autorità marocchine sono state irremovibili.

Precedenti –
Con le ultime otto espulsioni salgono a 130 i provvedimenti simili dall’inizio dell’anno.
Il certificato di via più ingente rimane sempre quello dello scorso marzo, quando le autorità marocchine arrestarono 27 cristiani, espellendone altri 26. Tra questi c’era anche un monaco francescano (primo cattolico espulso da 30 anni), il cui allontanamento ha provocato la chiusura dell'orfanotrofio Village of Hope di Ain Leuh, sui monti dell'Atlante, dove sono stati espulsi i 16 evangelisti che assistevano i 33 bambini ospitati nel centro.
16/07/2010




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Palermo, le "agende rosse" ricordano Borsellino

di Redazione

Tutti in piedi con le "agende rosse" di Paolo Borsellino nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo.

Il gesto ha aperto l’iniziativa con cui la sezione distrettuale dell'Associazione nazionale magistrati commemora il giudice ucciso 18 anni fa


 

Palermo

Tutti in piedi con le "agende rosse" di Paolo Borsellino nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo. Il gesto ha aperto l’iniziativa con cui la sezione distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati commemora il giudice ucciso 18 anni fa nella strage di via D’Amelio. L’aula è piena di gente, in gran parte esponenti e simpatizzanti del comitato "Scorta civica" che questa mattina ha organizzato anche un presidio davanti al palazzo di giustizia, esponendo come simbolo proprio l’agenda rossa di Borsellino fatta sparire subito dopo l’eccidio.

Presidio fuori dal palazzo di Giustizia Alcune centinaia di persone si sono radunate questa mattina sul piazzala antistante il Palazzo di giustizia di Palermo per partecipare al presidio organizzato dal comitato "Scorta civica" per i magistrati di Palermo, il gruppo nato nel solco di quello delle "agende rosse", in vista del 18/o anniversario della strage di Via D’amelio avvenuto il 19 luglio del ’92. Nell’eccidio furono uccisi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Al presidio sono presenti gruppi e associazioni provenienti da tutta Italia. Numerosi gli striscioni esposti a sostegno dei magistrati della Procura. Su uno di questi è scritto a caratteri cubitali: "Con voi contro la mafia". I manifestanti, che proseguiranno il presidio per tutta la mattinata, indossano la maglietta con le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e la scritta "Verità e Giustizia" e agitano le "agende rosse", che ricordano quella che fu trafugata dalla borsa del magistrato subito dopo la strage di via D’amelio e che non è stata ancora trovata. Sempre in mattinata, nell’aula magna del Palazzo di Giustizia, si svolgerà la cerimonia ufficiale di commemorazione di Paolo Borsellino organizzata dalla sezione distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati. 





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Divorzio, è la guerra avvocati-notai

di Manila Alfano

Legali infuriati per l’idea di Alfano di affidare le separazioni consensuali e senza figli ai professionisti esperti in contratti e testamenti


 

È la guerra, europea, delle toghe: avvocati contro notai. I signori della difesa dicono no. Quella proposta di mettere i notai al posto degli avvocati per le separazioni consensuali non va giù. Eppure il problema è sempre quello: cinque milioni di cause civili arretrate. È lo «zaino di piombo» della giustizia che preoccupa anche l’Unione Europea. Le pratiche arretrate sono sempre tante, troppe, più di tutti gli altri Stati europei. E allora ecco che per snellire arriva la proposta dal ministro della Giustizia Alfano, un’idea, quasi un lampo, gettata lì in chiusura della prima riunione del nuovo Consiglio dei notai agli inizi di luglio: «consultazione permanente con il notariato per individuare soluzioni per il funzionamento della giustizia civile». Il ministro vuole individuare nuove competenze da assegnare ai notai per alleggerire il lavoro dei magistrati. Insomma, la separazione dal notaio anziché in tribunale, ma solo se è consensuale e se non ci sono figli in mezzo da tutelare. È solo un’ipotesi ma basta a far insorgere gli avvocati.

Paolo Giuggioli, il presidente dell’ordine degli avvocati di Milano salta sulla sedia quando legge la notizia. «Ma come? Si vuole dare del lavoro a chi guadagna già dieci volte più di noi? Al momento si parla di giudici, ma è ovvio che il passo è breve, coi notai a gestire le pratiche noi avvocati non saremo più coinvolti». E loro non vogliono passare palla. «No, noi siamo fermamente contrari e lo dimostreremo. Stiamo riunendo le forze, abbiamo chiesto chiarimenti urgenti, ci stiamo attivando per lanciare l’allarme tutti insieme».

Soffiano venti di guerra, gli avvocati fanno gruppo, si incontrano tra i corridoi e parlano. «Abbiamo ricevuto centinaia di adesioni, gli ordini degli avvocati di tutta Italia sono con noi», dice Giuggioli. È una mobilitazione generale. C’è una delibera che chiede ufficialmente chiarezza. «Vogliamo prima di tutto capire, vederci chiaro. Possibile che nessuno ci abbia ancora parlato, che l’Avvocatura sia venuta a conoscenza della proposta di Alfano solo leggendo i giornali?». Eppure l’idea era venuta fuori nel 2009. Un’indagine dell’Eurispes lo aveva dimostrato: se i divorzi li facessero i notai si risparmierebbe fino a un miliardo di euro all’anno. «Ma chi lo dice che i costi sarebbero inferiori?», si chiede il presidente degli avvocati milanesi.

Da parte loro, i notai preferiscono tacere. Al telefono preferiscono dire «No comment. Alfano ha lanciato l’idea di aprire un tavolo di confronto permanente. Al momento non ci sono elementi per commentare». Un chiusura, quella dei notai che si è fatta di giorno in giorno più tenace. Intanto nei tribunali cresce la rabbia: «Non può essere, non può finire così. L’arretrato deve restare tra noi», dice Giuggioli. «Il problema dell’arretrato in effetti esiste, nessuno lo nega, ma queste cause devono essere smaltite qui, e il prima possibile.

Non ha senso che vadano a finire nelle mani di notai. E poi noi cosa stiamo qui a fare?». Nei corridoi della nona sezione di Milano c’è agitazione. «La soluzione non sono i notai, ma lo sbarramento. Solo così i tempi si potrebbero dimezzare e le pratiche smaltire» dice un avvocato milanese. È Giuggioli che ribadisce: «Ci sono avvocati più che specializzati, che da anni si occupano di separazioni, di come arrivare a raggiungere un accordo tra moglie e marito. Non si può certo paragonare una separazione con la vendita di una casa».

Il giorno della riunione con Alfano era stato Giancarlo Laurini, il presidente del Consiglio dei notai a sbilanciarsi: «I dati dimostrano che laddove come categoria siamo stati chiamati a coadiuvare i giudici, le cose hanno funzionato bene. All’estero ci sono Paesi nei quali l’intera separazione e anche il divorzio sono affidati ai notai». Un argomento che fa infuriare gli avvocati. «In Francia per risolvere il problema, hanno introdotto l’atto autenticato dell’avvocato». Hanno aggirato l’ostacolo, ampliando le funzioni dell’avvocato. «In Italia invece si vorrebbe fare il contrario, togliere pratiche agli avvocati per affidarle ai notai. Ma le sembra un Paese serio?».



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Bersani scopre i wc del Pentagono

di Diana Alfieri

Il leader democratico per 7 giorni in trasferta negli Stati Uniti Il diario dello staff in rete: "Abbiamo fatto pipì al ministero"




Roma

Dal 1492 in poi la scoperta dell’America riesce sempre a dare grandi emozioni. Soprattutto nella sinistra italiana, per la quale l’evento risale a tempi più recenti.

Qualche anno fa, D’Alema premier rimaneva stupefatto nello scoprire che Wall Street era piena di broker «ragazzini» che solo spingendo un bottone decidevano le sorti della Borsa. Luciano Violante si accorgeva che New York è piena di «manicure» e che si poteva girare con lo zainetto in spalla. Lapo Pistelli e Federica Mogherini, dalla Convention democratica del 2007, raccontavano entusiasti quanto erano grosse le porzioni americane e si esaltavano a vedere dal vivo Clinton.

Inevitabile, quindi, che anche i resoconti del primo viaggio in Usa da segretario di Pier Luigi Bersani si trasformassero in lettura di culto sul web. La responsabilità, va detto, non è del leader Pd (che si limita a concedere dichiarazioni ufficiali dalla East Coast) ma dei suoi accompagnatori, che non resistono al pericoloso fascino di Facebook. Due in particolare: il portavoce Stefano Di Traglia e la direttrice di YouDem, la tv Pd, Chiara Geloni. Grazie ai loro aggiornamenti da oltre oceano, il pubblico di Facebook può gettare uno sguardo indiscreto sui retroscena del viaggio. Che a volte sfiorano vertici da Totò, Peppino e la malafemmina, quando i due sbarcavano a Milano col colbacco.

Mercoledì la delegazione Pd è a Washington, e va in visita al ministero della Difesa, oltre il fiume Potomac. Racconta Geloni ai suoi 688 «amici» di Facebook: «Sono stata al Pentagono e ci ho fatto anche la pipì». Ah, beh. Obietta una delle sue interlocutrici dall’Italia: «Fare pipì al Pentagono non ha prezzo, ma così dai ragione a chi dice che le donne devono sempre fermarsi a far pipì!». Precisa subito Geloni: «Io ho fatto pipì perché il segretario faceva pipì. Altrimenti avrei resistito, chiaro». «Geloni è sempre in sintonia col segretario», commenta un utente. Lo scopo della visita, però, non era tutto nella toilette, spiega la Geloni: «Abbiamo incontrato il dirigente del dipartimento europeo e parlato della situazione in Afghanistan e di come Obama intende gestire l’exit strategy. Poi, uscendo, abbiamo fatto la pipì». Dopo aver parlato di exit strategy, meno male.

Di Traglia fornisce altri aneddoti. La prima sera della missione, il (comprensibile) obiettivo era quello di riuscire a trovare un televisore sintonizzato sulla finale dei Mondiali, possibilmente in italiano. Il secondo giorno è invece «dedicato ai think tank», e si incontrano esponenti dello staff dell’ex presidente Clinton, tra i quali John Podesta: «Inutile dirvi come sia stato interessante sia dal punto di vista degli scenari politici sia dal punto di vista della comunicazione». Chiosa Geloni dal suo account: «Diciamolo, a Washington non sei nessuno se non incontri John Podesta». «Chi, il fratello di Rossana?», chiede impertinente un utente.

Qualche ora dopo la direttrice di YouDem annuncia: «Va beh, ho capito un po’ di cose, domani ve le dico. Ora si va al Museo ebraico». Stavolta è lo stesso Di Traglia (dalla stanza accanto, si immagina) a commentare in romanesco: «Ma de che?».

Il giorno dopo, 13 luglio, arrivano puntuali le notazioni dagli Usa: «Ho capito che gli americani si stanno convincendo che se l'Europa non è forte sono guai anche per loro, e sono anche un po’ preoccupati». Perbacco. «Poi ho capito che alla Casa Bianca c'è veramente gente che ha intenzione di rendere il mondo un po’ meglio di com’è». Che bello. «E infine ho soprattutto capito che agli americani della questione Pse o non Pse non gliene importa un fico secco». Cosa di cui, in effetti, nessuno dubitava, anche senza varcare l’Oceano. Coi piedi più per terra, Di Traglia riferisce che prima di partire per New York la delegazione Pd ha mangiato hamburger e patatine. Intanto Geloni posta foto in posa ai cancelli della Casa Bianca, e ammonisce: «A certi giornali italiani fa tantissimo ridere che Bersani sia venuto in Usa a discutere di politica e di economia. Non si immaginano quanto ridono gli americani quando glielo raccontiamo». Immaginiamo, immaginiamo.





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Eolico, quando Repubblica era socia della cricca

di Redazione

L'ex presidente dell'Espresso Caracciolo e Carboni erano azionisti della Nuova Sardegna.

Hanno avuto rapporti per trent'anni documentati nel processo sul crac Ambrosiano e riscontrati pure nell'indagine sull'eolico. Ma per Scalfari va criticato solo Verdini




Roma

A proposito di Flavio Car­boni. L’uomo nero per tutte le stagioni, descritto come «il gran maestro della P3» in un ar­t­icolo del 10 luglio sulla Repub­blica , a firma Alberto Statera, viene definito «intrinseco al­l’album di famiglia proprio del berlusconismo». A questa sua vicinanza al premier veniva fat­ta risalire l’ostilità dei giornali del centrodestra impegnati a sostenere che l’associazione segreta, visti i personaggi, era da ridere. Ai sostenitori del «pi­tresismo sfigato » Statera ha po­sto un interrogativo: «Perché mai il coordinatore del partito Denis Verdini deve riunire nel­la casa romana il sottosegreta­rio alla Giustizia Caliendo, i magistrati Martone e Miller, con il condannato Dell’Utri e il noto pregiudicato Flavio Car­boni? ».

A proposito di pranzi, incontri a casa, frequentazio­ni con Carboni, Statera dovreb­be sapere che Carlo Caraccio­lo, presidente del gruppo L’Espresso , fondatore con Eu­genio Scalfari nel 1976 del (suo) quotidiano La Repubbli­ca , deceduto a dicembre 2008, con Carboni è stato in strettissi­mi rapporti per trent’anni, al­tro che Berlusconi. Rapporti documentati nelle sentenze sull’inchiesta sul crac del Ban­co Ambrosiano, ribaditi negli atti giudiziari sulla morte di Ro­berto Calvi, riscontrati persi­no in quest’ultima inchiesta sulla P3. Perché le cene di Ca­racciolo vanno bene e i pranzi di Verdini no? Proviamo a capirlo. Interro­gatorio del 19 agosto 1982 di Carlo Caracciolo, presidente del gruppo L’Espresso ,proces­so di primo grado per il crac.

Il verbale si apre con la ricostru­zio­ne dell’acquisto del giorna­le La Nuova Sardegna , dei rap­p­orti con l’ex capo della masso­neria Armando Corona al­l­’epoca presidente dell’Assem-blearegionalesarda. «Èinque­st’epoca (1980) che data l’ini­zio dei miei rapporti con il si­gnor Flavio Carboni, che peral­tro avevo avuto modo di cono­scere in una precedente occa­sione » e che poi entrò in socie­tà nel giornale sardo acquista­to da Caracciolo. «Devo dire ­prosegue l’ex editore-che si in­staurarono dei rapporti di cor­dialità e di confidenza, e che prendemmo a darci del tu e a chiamarci per nome. Ovvia­mente le occasioni di incontro erano molto frequenti e nume­rose­sono le conversazioni tele­foniche fra me e lui.

Ci si vede­va piuttosto spesso a casa mia o ne l mio ufficio». Proprio co­me Carboni con Verdini, tale e quale. Il giorno dell’elezione a premier di De Mita (beniami­no di Scalfari) «il Carboni com­binò un incontro a casa sua ( sic !) che avvenne prima della formalizzazione della stessa». Purtroppo per Statera, Carac­ciolo non aveva rapporti solo con Carboni ma anche con un altro «faccendiere» noto alla cronache di Repubblica . «Pro­prio Carboni - afferma Carac­ciolo - nell’autunno del 1981 combinò un incontro a casa mia con Roberto Calvi, che ave­vo già incontrato nella prima­vera perché contattato da tal Francesco Pazienza che avevo conosciuto quattro o cinque mesi prima come uomo d’affa­ri ».

In quell’occasione Calvi eb­be a lamentarsi con Caraccio­lo, presente il «faccendiere» Pazienza, per gli attacchi da parte dei giornali di cui era edi­tore. Caracciolo riferì delle ri­mostranze ai direttori Scalfari e Zanetti. Per il tramite di Car­boni, via Calvi, fece altrettanto successivamente. «Alla fine gli dissi che se proprio voleva avrei potuto vedere Calvi, pe­rò a casa mia ( sic !) ed infatti eb­bi modo di incontrare Calvi tre o quattro volte, in una sola oc­casione partecipò il direttore di Repubblica , Eugenio Scalfa­ri », presente Carboni che con Calvi parlò dell’operazioni Eni-Tradinvest. Calvi si lamen­t­ava di essere una vittima di fai­de fra banche, gruppi politici ed editoriali: «A un certo pun­to Carboni mi disse, e la circo­stanza mi lasciò di stucco e al contempo incredulo, che Cal­vi intendeva riparare all’este­ro giacché non reggeva più (...).

Il giorno prima, o due gior­ni prima della sparizione di Calvi, Carboni mi disse, credo in un incontro a casa mia ( sic !) che Calvi era in procinto di spa­rire perché aveva un buco da 2mila miliardi di lire». I giudici fanno presente un dato clamo­roso: nei giorni della scompar­sa e della morte di Calvi a Lon­dra, l’editore era il solo al mon­do a sapere (oltre a Carboni) che il banchiere si era nasco­sto dove poi è stato trovato im­piccato. E anche dopo la scom­p­arsa di Calvi i due continuaro­no a sentirsi. Di queste telefo­nate riservate Carboni dà con­to a verbale il 14.11.1991: «In genere lo informavo di tutto... anche che stava presso (in­compr.)... lo chiamavo via via che mi spostavo, lo aggiorna­vo... ».

Il pm: Per consigliarsi o perché cosa? Carboni: «Si sa­peva che io mi occupavo di Cal­vi, mi sembrava normale... gli dicevo, guarda che quello che sta succedendo è abbastanza clamoroso». L’editore l’ha spiegata così:«Ero preoccupa­to che in quei fran­genti interve­nisse l’aumento di capitale del­la Nuova Sardegna ». Nel corso del processo si è parlato di un patto fra Calvi e il gruppo L’Espresso , per intercessione di Carboni, al fine di attenuare gli attacchi. Caracciolo, a ver­bale, lo ha escluso categorica­mente. Emilio Pellicani, facto­tum di Carboni, l’ha smentito in un noto memoriale riporta­to nella sentenza del crac Am­brosiano di secondo grado: «Per quanto riguarda la stam­pa il Carboni si era adoperato con l’amico Caracciolo affin­ché fosse raggiunto un patto di non belligeranza, cosa che av­venne per qualche mese, in quanto gli attacchi di Repubbli­ca e L’Espresso garantirono un tregua, rotta solo da qualche sporadico attacco».

Carboni ­concludono i giudici - si era messo all’opera rivolgendosi a un gruppo di potere che potes­se aiutarlo a raggiungere gli obiettivi concordati con Calvi. «Tra i componenti del gruppo, con il quale avrebbe dovuto di­videre il premio promesso da Calvi, Carboni elencava (fra gli altri, ndr ) Carlo Caraccio­lo(...). Carboni spiegava che al­cuni risultati erano stati rag­giunti e che Calvi era “soddi­sfattissimo, come diceva a tut­ti”. E proprio perché soddisfat­to aveva deciso di gratificarlo con i primi 10 milioni di dolla­ri » dei 100 complessivi pro­messi in cambio di un aiuto su più fronti. Arriviamo così ai giorni del­la famelica P3 ben descritti da Statera.

Siamo al’iniziodell’in­chiesta sull’eolico, l’anno è il 2008. Trent’anni dopo rispun­ta Carboni ancora in contatto con i vertici del gruppo edito­riale L’Espresso . C’è una telefo­nata fra Carboni e il sodale Martino dove disquisiscono di una notizia da far circolare sui maggiori giornali del mondo ( Le Figaro , Wall Street Jour­nal ). Carboni rassicura l’ami­co che ha già avuto l’ok da Re­pubblica , ma sui nomi - come spesso gli capita- prende abba­gli. Cita Gad Lerner che, pur amico di Scalfari e De Benedet­ti, sta a La7 e non all’ Espresso : «Io domani devo incontrare Caracciolo, non so se ci sarà an­che la Marella».

E più avanti: «Me lo hanno già detto ieri. Adesso devo verificare come e chi va. Ecco questo Lerner che il vicedirettore dell’ Espresso , è legato a Eugenio, hai capito, Eugenio!(...). E domani ne par­lo pure con Giacaranda», che poi è Jacaranda Caracciolo Falk, l’unica figlia riconosciu­ta dell’editore defunto. Anco­ra lui, Caracciolo. Che secon­do l’ Unione Sarda poco prima di morire avrebbe ricevuto Carboni il quale - su mandato dell’assessore Asunis-chiede­va un trattamento di favore sui giornali del gruppo, per il cen­trodestra, in vista delle regio­nali. L’editore parlò effettiva­mente con Carboni, ma gli ri­spose picche. Carboni se ne la­mentò ovviamente al telefono «L’incontro a casa Caracciolo s’è rivelato inutile».Proprio co­me a casa Verdini.



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Scompaiono 21 club professionistici

La Stampa

Ancona e Pro Vercelli escluse dai prossimi campionati. «Nel 2011 sarà ancora peggio»



SIMONE DI SEGNI
ROMA

Il disastro era annunciato. Con i ricorsi respinti, ventuno società sono sparite dai campionati professionistici 2010/11. Il pallone, in altrettante piazze, sarà confinato a uno spettacolo dilettantistico.

I conti non sono tornati alla Covisoc, la commissione che vigila sull'equilibrio finanziario dei club, né le documentazioni presentate dalle dirette interessate sono state sufficienti a dimostrare il contrario: così il veto è stato confermato in serie B sul reclamo dell'Ancona, in Prima Divisione su quello del Figline, mentre la Seconda Divisione ha visto bocciate Legnano, Potenza, Sangiustese e la storica Pro Vercelli, che non si è fatta trovare in regola con gli emolumenti. Sei "niet", che si sommano alle quindici società già condannate: in sette non avevano presentato ricorso (Arezzo, Real Marcianise, Alghero, Cassino, Manfredonia, Olbia e Pro Vasto), in otto avevano reputato vano persino il tentativo di iscrizione (Rimini, Mantova, Gallipoli, Perugia, Monopoli, Itala San Marco, Pescina e Scafatese). Per i ripescaggi bisognerà attendere il Consiglio Federale del 5 agosto, quando anche Coni e Tar si saranno espressi sulla materia.

Sul falò della Lega Pro, il presidente Macalli non può gettare acqua: «È un tributo di sangue, ma è una situazione che denunciamo da almeno tre anni. Il prossimo anno sarà anche peggio». Lo stesso Macalli ha ricevuto la delega per la riforma dei campionati, tappa obbligata se si vorrà rispettare il blocco dei ripescaggi dall'anno venturo: «Non impiegherò molto ad avanzare le mie proposte. Certo, questa è una brutta serata: due club, Figline e Sangiustese, hanno presentato fideiussioni tarocche, se avessero applicato gli stessi parametri, almeno quindici società di B sarebbero saltate. Senza contare che le squadre salve non avranno un euro a disposizione per sostenere la stagione». Il climax di Macalli tocca l'apice quando si parla della spartizione dei diritti televisivi: «E' uno scandalo, io non ci sto più! Esigo equità».

Di fronte al dramma, quasi scema l'interesse attorno alla querelle tra le leghe di A e B, che oggi hanno disertato il Consiglio, e la Figc. Se il presidente Beretta rincara («Ridicolo far passare l'idea che i club siano responsabili del flop ai Mondiali: si è scelto di andare con una selezione, avremmo potuto andare con un’altra, probabilmente l’Italia sarebbe stata in grado di portare due selezioni competitive»), Abete alza il solito muro: sugli extracomunitari non si torna indietro.

Quanto alle polemiche sulla Legge 91, quella che regola i rapporti tra club e atleti, e sul decreto Melandri, che impone la rappresentatività del 30% di atleti e tecnici nelle federazioni, il presidente si è trincerato dietro alla competenza dello Stato. Più delicata la questione legata all'accordo collettivo: sul vuoto attuale è stato chiesto parere all'Alta Corte di Giustizia del Coni.
Nel frattempo, la presidenza del Club Italia è stata assegnata a Demetrio Albertini: «Il Mondiale non c’entra», assicura Abete. In molti, però, sospettano che se all’ultimo minuto Pepe avesse fatto gol contro la Slovacchia, tutto sarebbe rimasto come prima.




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Facciamo luce sulla bolletta

Repubblica



di Agnese Ananasso

L’arrivo della tariffa elettrica bioraria ha riportato in primo piano la questione dell’apertura del mercato. Ancora pochi coloro che hanno cambiato gestore, tra difficoltà e truffe

Switch. La frustrazione di non riuscirci
La bioraria: come funziona
Il contatore è intelligente. Ma non si applica

Sono ancora pochi gli italiani che scelgono il libero mercato dell’elettricità (solo l'11 per cento in tre anni dall'avvio della liberalizzazione) ma sono tanti coloro che ricorrono alle associazioni di consumatori e all'Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg) per lamentare scarsa trasparenza delle tariffe, cambi di gestore non autorizzati e bollette salate, per chilowattora mai consumati. Sono ben 12mila le segnalazioni arrivate all’associazione di consumatori Altroconsumo nell’ultimo anno per problemi con vecchi e nuovi gestori.

«I consumatori si rivolgono a noi perché non c’è trasparenza nelle bollette, i costi non sono chiari e spesso si trovano anche con doppie fatturazioni o importi maggiorati» spiega Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. «Anche questa scarsa migrazione verso nuovi gestori è dettata in parte dalla difficoltà a capire i reali vantaggi economici al passaggio a un nuovo operatore».
C’è anche da dire che il margine su cui i gestori possono agire è veramente minimo, siamo nell’ordine di una manciata di centesimi di euro per chilowattora, per un risparmio del 10-15 per cento rispetto al mercato di maggior tutela (quello cioè basato sulle tariffe stabilite dall’Autorità), per cui diventa anche difficile essere particolarmente aggressivi sull’offerta commerciale.

Eppure succede che qualche gestore “ci provi” comunque, ossia attui autonomamente il cosiddetto switch senza che l’utente finale se ne accorga. «Qui si tratta di comportamenti scorretti, che vanno segnalati, o venendo da associazioni come la nostra o, in seconda battuta, rivolgendosi al all’Autorità» continua Martinello. «In questi casi spesso l’utente è stato solo contattato dal gestore ma non ha mai sottoscritto lo switch e si ritrova con la fatturazione di un altro operatore o addirittura con una doppia fatturazione. Per risolvere questo tipo di problemi in tempi brevi abbiamo aperto un tavolo di conciliazione per risolvere la controversia in tempi rapidi, ritornando al vecchio gestore, ricevendo un risarcimento in tempi ragionevoli (in caso di doppia bolletta o di fatturazione maggiorata) a costi contenuti, senza metter di mezzo avvocati. I tempi si allungano se per esempio il contatore funziona male o se sono addebitati consumi anomali, per effetto di dispersione di corrente».

Altroconsumo proprio per favorire il dialogo tra consumatori e operatori sta portando avanti la campagna Controcorrente per richiedere maggiore trasparenza e bollette più semplici da leggere, anche se il dilemma tra semplificazione e dettaglio delle voci non è facile da risolvere. «Ci rendiamo conto di questa difficoltà oggettiva ma si potrebbe per esempio iniziare a semplificare le trafile per il cambio di operatore (abolendo per esempio il tempo di disdetta di 30 giorni) o sveltire i risarcimenti» puntualizza Martinello. «Snellire la burocrazia in altri paesi è un servizio a valore aggiunto, uno strumento di marketing aggressivo per attrarre nuovi clienti. Possibile che qui in Italia, a tre anni dall’avvio delle liberalizzazioni, questo non sia ancora chiaro?».

In effetti anche questo famoso switch non è un’operazione così agevole e veloce come si vuol fare intendere con le parole “Facciamo tutto noi”. L’intoppo, anche quando lo si faccia via web, è dietro l’angolo (leggi il caso). E ora con l’arrivo della tariffa bioraria arriverà nuova confusione e nuovi problemi perché chi prima, come avvertono da Domusconsumatori, era abituato a usare energia durante la giornata, la pagherà di più (rispetto a prima del primo luglio) se non cambia abitudini, spostando la maggior parte delle attività legate ai consumi di energia elettrica domestica nelle ore serali, al mattino presto e durante i week end, quando cioè non si registrano i cosiddetti “picchi” – legati alle attività industriali. Questa bioraria (leggi l’articolo) ha quindi già destato preoccupazione in chi la casa la vive di giorno e non può certo postare le attività casalinghe alla sera o al fine settimana. «La bioraria riguarderà chi appartiene al mercato a maggior tutela e solo chi ha già il contatore elettronico» conclude Martinello. «Il passaggio alla bioraria avverrà in modo graduale e si completerà entro la fine del 2011. L’operazione, se funzionerà, come sostiene l’Autority e come speriamo noi, dovrebbe spingere gli italiani a essere più responsabili nell’uso dell’energia e meno passivi d fronte al problema della scarsità di risorse e al rispetto dell’ambiente».
Per districarsi nel ginepraio delle offerte si www.autorita.energia.it e su www.altroconsumo.it si ha a disposizione uno strumento on line per trovare l’offerta più vantaggiosa tagliata sulle proprie abitudini. Inoltre l'AEEG ha anche attivato sul suo sito uno sportello per il consumatore cui rivolgersi, via telefono o via internet, per risolvere o avere chiarimenti su situazioni controverse.

Per qualsiasi problema riscontrato in bolletta ecco cosa fare:
1. inviare un reclamo scritto (via raccomandata) al gestore, o a entrambi i gestori nel caso si tratti di switch inconsapevole o di doppia fatturazione;
2. informare un’associazione di consumatori per attivare le strutture di conciliazione
3. se entro 40 giorni dal reclamo non si riceve risposta o non si è soddisfatti, si può ricorrere direttamente all’Autorità per l’energia elettrica e il gas.
www.altroconsumo.it/controcorrente/
www.autorita.energia.it




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I gay non possono donare sangue" E un altro ospedale chiude le porte

Repubblica

Il milanese "Gaetano Pini" si aggiunge alla lista degli istituti che non accettano sangue da uomini dichiaratamente omosessuali. La denuncia nel blog di un donatore "storico" della struttura, Gabriele, messo alla porta dopo oltre 20 prelievi. Paola Concia (Pd) annuncia un'interrogazione al ministro della Salute. Il Network Persone Sieropositive: "Non c'è alcun fondamento scientifico"

di MARCO PASQUA
 
MILANO

Il servizio trasfusionale del Gaetano Pini chiude ai gay, e si aggiunge alla lista di ospedali italiani che non accettano sangue da uomini dichiaratamente omosessuali. Un cambio di rotta, quello del nosocomio milanese, sperimentato sulla propria pelle da un ragazzo, donatore "storico" nella struttura, che ha denunciato la vicenda sul suo blog e su Facebook.

"Arrabbiato, amareggiato, deluso e triste" si definisce oggi Gabriele, che da 8 anni donava regolarmente il sangue, tanto da entrare in una lista dei donatori che avrebbero dovuto ricevere un riconoscimento (avendo superato i 20 prelievi). Una vicenda sulla quale ha subito deciso di intervenire Paola Concia, deputata Pd, che presenterà un'interrogazione al ministro della Salute, nella quale riporterà una serie di statistiche che dimostrano chiaramente come non ci sia alcun fondamento scientifico a questa decisione del Gaetano Pini: "E' ora che le cose cambino", dice la deputata. L'interrogazione sarà firmata anche da Livia Turco, ministro della Salute dal 2006 al 2008.

Il racconto che Gabriele fa, sul suo blog, è quello di una persona che si è sentita offesa e discriminata. "Stamattina sono andato a donare il sangue, come da otto anni a questa parte, come oltre venti donazioni già fatte. Le infermiere, gentili e simpatiche come sempre, mi danno da compilare il solito foglio con domande su eventuali contatti con sangue infetto, sulle abitudini sessuali, su viaggi all'estero, nell'attesa della visita

Nudo dentro al Pantheon

IL Tempo

La performance in costume adamitico di un uomo, forse uno squilibrato, al centro del monumento romano. Un ingresso da bronzo di Riace e un'uscita scortato dai poliziotti.







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Palermo, festa di S. Rosalia: insulti e sputi al critico Philippe Daverio

IL Mattino

PALERMO (16 luglio) -

I senzatetto di Palermo contro il critico d'arte, Philippe Daverio, consulente del sindaco Diego Cammarata. Con i senza casa che che sfilano con un contro carro a forma di barca e vengono bloccati dalla polizia in assetto antisommosa ai Quattro Canti Il Festino di Santa Rosalia, è targato Philippe Daverio e la festa è ad altissima tensione.

Che ieri per le strade del Cassaro era rappresentata soprattutto dalle sette famiglie di senzatetto che da oltre un mese dormono con tredici bambini sotto Palazzo delle Aquile. E Daverio li ha sfidati. Da qui è scoppiata una rissa, con insulti e sputi indirizzati al critico d'arte. Uno scontro ripreso con i telefonini e messo in rete da YouTube








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Totti: "Roma è la città più bella, Lega invidiosa" Il Carroccio: "Vero, ma con i soldi della Padania"

di Redazione

Il capitano giallorosso: "Ringraziamo i Sensi e speriamo che il nuovo padrone sia uno sceicco che abbia a cuore la Roma".

Poi la bufera dopo la battuta sull'invidia dei leghisti per la città eterna, Garavaglia: "E' pulita, ma con i nostri soldi"




Roma - Una dichiarazione d'amore, una serenata del Pupone alla sua Roma. "E' la città più bella del mondo, mi piace tutto, i romani, il sole, la montagna, il mare, il clima. E una stoccata alla Lega. Perché a loro non piace? "Perché sono invidiosi". Immediata la replica del Carroccio. "Roma è la città più bella del mondo? Senza dubbio è vero, magari è un po' da pulire ed è anche bella perché ogni anno arrivano tanti soldini dalla Padania". Così il senatore della Lega Massimo Garavaglia, vicepresidente della Commissione Bilancio del Senato,
Uno sceicco per la Roma "Spero compri la Roma qualche sceicco che la ama". Francesco Totti si appresta a iniziare la 19esima stagione con la maglia della Roma e per il futuro compratore del "suo" club tifa petrodollari. "Speriamo qualche sceicco, che l’abbia a cuore però". Senza dimenticare che "dobbiamo ringraziare la famiglia Sensi per quello che ha fatto e che farà". Il capitano ha espresso l’auspicio rispondendo alle domande della scrittrice Chiara Gamberale, su Radio2, nel programma "Io, Chiara e l’Oscuro".
Il calcione di Balotelli Totti ha parlato anche delle polemiche seguite al calcio rifilato a Balotelli nella finale di Coppa Italia: "Quel giorno penso sia stato storico, per la Roma, per me, è come se avessimo fatto Roma contro Italia, perch‚ s’è messo in mezzo il presidente Napolitano, poi tutto il contorno di chiacchieroni... Il popolo di Roma quella domenica mi ha trasmesso l’amore che ha nei miei confronti, i romani sono capaci di trasmettere qualsiasi cosa a una persona, anche di perdonare: alla fine io sono una persona, un essere umano".
Il Mondiale Dell’ultimo Mondiale, invece, dice: "Non ho visto neanche una partita dell’Italia, ho sempre viaggiato negli orari in cui giocava, purtroppo. Nessuno si sarebbe aspettato di non passare il primo turno, ma il calcio è bello per questo". Passando a temi più intimi ("Farei l’amore tutti i giorni") Totti ammette: "Il mio più grande difetto? Sono permaloso. All’inizio tutta quell’ironia su di me... insomma, rosicavo, me la prendevo. Poi ho detto divertitevi, anzi, divertiamoci insieme".




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Si dimette Maria Jepsen, la prima donna vescovo luterana

Corriere della sera

Ha sotto stimato le denunce del 1999.
Ha mentito sulla sua conoscenza degli abusi: «Non sono più credibile.

Non posso più annunciare la buona novella»

IL TERREMOTO PEDOFILIA SCUOTE ANCHE LA CHIESA TEDESCA
Si dimette Maria Jepsen, la prima donna vescovo luterana


Maria Jepsen, è stata
Maria Jepsen, è stata
BERLINO – Aveva scritto una pagina di storia, nel 1992, quando era stata la prima donna al mondo a essere eletta vescovo della Chiesa luterana. Ieri, Maria Jepsen, 65 anni, ne ha scritta una più modesta e triste: è il primo vescovo protestante tedesco a dimettersi per avere coperto e sottovalutato un caso di violenza sessuale avvenuto nella sua diocesi. «La mia credibilità è messa in discussione – ha detto la signora Jepsen, vescovo di Amburgo – Di conseguenza non mi vedo nella condizione di annunciare la buona novella come avevo promesso dinanzi a Dio». È la conferma che la lunga serie di violenze e abusi sessuali denunciati in Germania nei mesi scorsi non riguardano solo la Chiesa cattolica – che ha visto le dimissioni del vescovo di Augusta Walter Mixa – ma anche altre parti del sistema che cura i giovani, compresi protestanti e istituti scolastici non confessionali.
LA BUGIA - Il caso che ha portato alle dimissioni di Frau Jepsen si riferisce a una serie di violenze sessuali condotte negli Anni Settanta e Ottanta da un pastore di Ahrensburg, nel nord della Germania, Dieter K. Secondo alcune testimonianze, K. avrebbe abusato di una serie di ragazzi e ragazze, forse anche di tre dei suoi figliastri: facevano parte di un gruppo giovanile che egli seguiva. Nelle settimane scorse, la signora Jepsen aveva sostenuto di essere venuta a conoscenza delle accuse solo in marzo e di essersi mossa di conseguenza ordinando un’indagine.

In realtà, sulla base di un’inchiesta del settimanale Der Spiegel, è poi risultato che il caso le era già stato presentato nel 1999 e la signora vescovo di Amburgo lo aveva sottovalutato e trattato in modo indeciso e lento. Dimissioni, sia per non avere agito quando e come doveva, sia per avere mentito. Per la Chiesa evangelica tedesca e per le donne in essa impegnate è un colpo duro che segue le dimissioni, qualche mese fa, di Margot Kässmann, anche se per tutt’altre ragioni. Da poco eletta presidente delle Chiese evangeliche tedesche, prima donna in quel ruolo, Frau Kässmann fu trovata al volante di un’auto in stato di ubriachezza dopo essere passata con un semaforo rosso. Meno grave che coprire un abuso sessuale. Ma si sentì comunque in dovere di dimettersi.
Danilo Taino
16 luglio 2010



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Kafka, i manoscritti segreti escono dalle casseforti

di Redazione

Manoscritti e disegni dello scrittore Franz Kafka saranno tirati fuori dalle cassaforti della banca svizzera Ubs, la prossima settimana, nell’ambito di una controversia giudiziaria tra gli eredi dei documenti e le autorità israeliane


 


Zurigo - Manoscritti e disegni dello scrittore Franz Kafka saranno tirati fuori dalle cassaforti della banca svizzera Ubs, la prossima settimana, nell’ambito di una controversia giudiziaria tra gli eredi dei documenti e le autorità israeliane. Stando a quanto scrive oggi il quotidiano svizzero Neue Zuercher Zeitung, lunedì prossimo verranno aperti quattro compartimenti delle casseforti di Ubs, dove da oltre 50 anni sono depositati manoscritti e disegni dell’autore del Processo, morto di tubercolosi nel 1924 in Austria. Contattata dalla France presse, l’Ubs non ha voluto commentare la notizia, sottolineando che è prassi non rivelare informazioni sulle "attività della clientela".
Processo a Tel Aviv L’apertura delle casseforti a Zurigo avverrà in contemporanea con un’operazione simile in due banche a Tel Aviv, su ordine di un tribunale israeliano. Il professore di letteratura Itta Shedletzky sarà la prima persona ad avere accesso a questi documenti e a farne l’inventario. Nato nel 1883 a Praga, Kafka avevano incaricato il suo amico Max Brod di bruciare la sua opera alla sua morte, ma, venendo meno alla volontà dello scrittore, Brod, emigrato a Tel-Aviv nel 1939 per sfuggire al nazismo, pubblicò i testi. Prima di morire designò il suo segretario, Esther Hoffe, come suo erede che, a sua volta, ha lasciato tutti i suoi beni alle figlie. Alla morte della madre, tre anni fa, queste ultime hanno voluto farsi confermare l’eredità dalle autorità israeliane. A Tel Aviv è quindi in corso un processo per stabilire se le eredi possano disporre liberamente di questo patrimonio. La Biblioteca nazionale di Israele a Gerusalemme ha colto l’occasione per tentare, secondo il direttore Shmouel Har-Noï, di "recuperare i manoscritti di Kafka".



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Ground Zero: trovati resti veliero XIII secolo invia a un amico

Il Giornale

I resti di un veliero del XVIII secolo sono stati trovati a sorpresa nel cantiere di Ground Zero. I legni sono stati notati dagli operai che stanno lavorando agli scavi per le strutture che sorgeranno al posto delle Torri Gemelle. Gli archeologi sono a lavoro per recuperare tutti i pezzi. A cura di Apcom

 

Azouz Marzouk diventa padre

Corriere della sera

È la prima figlia, nata dal secondo matrimonio, dopo
la strage di Erba. Partorita in Italia. Ma lui è in Tunisia

IN UNA CLINICA DI COMO
Azouz Marzouk diventa padre



MILANO - Si chiama Melika che tradotto dal tunisino significa "Principessa". È la prima figlia femmina nata dal secondo matrimonio di Azouz Marzouk, il vedovo della strage di Erba nella quale perse, oltre alla moglie e alla suocera, il primogenito Youssuf di soli tre anni e tre mesi. La bimba è nata in una clinica di Lecco dove la seconda moglie, la giovanissima Michela Lovo, è ospite. Azouz non ha assistito al parto. Si trova in Tunisia, suo Paese d'origine, in quanto colpito da un provvedimento di espulsione dall'Italia per le vicende di droga emerse prima e dopo la strage per la quale poche settimane fa sono stati condannati all'ergastolo anche in Appello Olindo Romano e Rosa Bazzi. Non appena Michela sarà dimessa partirà con la neonata per la Tunisia dove pare intenda rimanere «almeno fino a quando Azouz potrà tornare il Italia» come ha ribadito ancora il suo legale, Roberto Tropenscovino ricordando che «stiamo facendo tutti i passi necessari e Azouz ha tutti i diritti a tornare perchè non è più quella persona».
Redazione Online
16 luglio 2010



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La lotta contro le zanzare frenata da un ricorso al tribunale

Corriere della sera

  Il concerto del tenore Carreras sul tetto del Duomo rovinato dalle punture
  Un bando vinto dalla facoltà di Agraria per il «monitoraggio» è stato annullato dal Tar




MILANO

A Milano, l’altra sera, centinaia di ospiti
per il concerto del tenore Carreras sul tetto del Duomo sono stati tormentati da nugoli di insetti affamati. Niente le ferma. Non l’altezza, a cento metri, tra le guglie della Basilica. Non la disinfestazione avviata dal Comune a metà marzo, con una spesa di oltre 200mila euro. Una lotta scientifica e mirata, dai tombini alle risaie, che però ha rischiato uno stop. Colpa di un bando vinto dalla facoltà di Agraria per il «monitoraggio» (il controllo della popolazione di zanzare durante l’estate) e annullato dal Tar per un ricorso. «Pensare di debellare le zanzare è utopia. Gli interventi sul verde pubblico non possono bastare nelle grandi città. I privati dovrebbero fare la loro parte — spiega Carlo Lozzia, entomologo dell’Università Statale di Milano —. Il monitoraggio, invece, è cruciale per seguire l’andamento della popolazione».

È il loro momento. E lo sarà fino ai primi di agosto. Il caldo umido, che toglie le forze a chi resiste in città, accelera la schiusa delle uova: in sei-otto giorni, la larva diventa zanzara. Per ognuna che muore, trecento in media ne nascono. Cattive, mordaci, fastidiose quelle notturne che si risvegliano a partire dal crepuscolo, pericolose le diurne, le zanzare tigre, vettore potenziale di malattie tropicali che tengono in allerta da giorni i servizi di sorveglianza sanitaria in tutto il Paese.
È allarme zanzare anche in Emilia Romagna. Per due giorni a Parma, un intero quartiere, dove risiedeva un cittadino risultato positivo alla febbre emorragica Dengue, è stato oggetto di una gigantesca operazione di bonifica, con nebulizzatori. L’obiettivo: azzerare l’intera popolazione di Aedes albopictus, le zanzare tigre appunto, in grado di diffondere il virus. Ed è allarme in Lazio, dove si prevede un aumento del 28% delle zanzare tigre. Mentre il Comune di Genova si affiderà ai chirotteri per contrastarle e introdurrà nei parchi cittadini le batbox, casette per pipistrelli. «Le crepuscolari sono attratte dalla luce e dalle emissioni di anidride carbonica delle persone», aggiunge Lozzia.
Cinema all’aperto e concerti nelle Arene sono momenti d’oro per le femmine di zanzara che hanno bisogno «del sangue umano per far maturare le uova prima di deporle», conclude. Ma la vera allerta è per le tigre, che «importate» negli anni Novanta, stando ai parassitologi dell’Istituto superiore di Sanità, oggi rappresentano il 50% della popolazione soprattutto nelle regioni Nord Orientali. Dove nel 2007 diffusero il virus Chikungunya (200 infettati) e la scorsa estate la febbre del Nilo.
Paola D’Amico
16 luglio 2010