lunedì 19 luglio 2010

Silvio show: "Belle laureate Non come Rosy Bindi..." E Di Pietro lo querela

Quotidianonet

Il premier visita l'Università E-campus e si scatena anche contro l'ex pm: "Quando si è laureato, nessuno ne sapeva niente".
La vicepresidente della Camera: "Un segno della fine dell'impero"

Novedrate (Como), 19 luglio 2010

Ironico sulla laurea di Antonio Di Pietro
, senza risparmiare anche una battuta sulla presenza di “belle ragazze laureate con il massimo dei voti, che non assomigliano certo a Rosy Bindi...”.

Il premier Silvio Berlusconi, in visita all’università telematica E-Campus di Novedrate, in provincia di Como, si sarebbe espresso così secondo il racconto di alcuni studenti che hanno partecipato all’incontro. “Quando studiavo io lo sapeva tutto il condominio - avrebbe detto il premier, secondo quanto riferito sempre dagli studenti - quando si è laureato Di Pietro, invece, nessuno ne sapeva niente”. Il leader dell'Italia dei Valori ha subito preannunciato querela contro il Presidente del Consiglio.

Berlusconi avrebbe poi fatto una battuta sarcastica sull’esponente del Pd, Rosy Bindi, facendo riferimento ad alcune ex allieve dell’università presenti alla cerimonia: “Mi accusano sempre di circondarmi di belle ragazze senza cervello - avrebbe detto il premier, sempre secondo quanto riportato dagli studenti - ecco invece qui delle belle ragazze che si sono laureate con il massimo dei voti e che non assomigliano certo a Rosy Bindi...”.

Duro il Pd e la stessa Rosy Bindi. "Faccio i miei complimenti alle studentesse per il conseguimento della laurea", dice Rosy Bindi. Ed è alle battute attribuite a Silvio Berlusconi che la vicepresidente della Camera, e presidente dell’Assemblea nazionale Pd, fa riferimento per dire: "Su quello che ha detto il presidente del Consiglio, mi limito con tristezza a prendere atto che tra i tanti segnali della fine dell’impero c’è anche questa ormai logora ripetitività delle sue volgarità".

Interviene anche Maurizio Migliavacca. "Persino la pazienza ha un limite ma, evidentemente, non il cattivo gusto del Presidente del Consiglio che anche oggi continua a riproporre un repertorio finto-maschilista davvero di infimo livello". Così il coordinatore della segreteria Pd, commenta la battuta del premier. "Rosy Bindi - afferma Migliavacca - non ha certo bisogno di essere difesa da battute che offendono solo chi le fa. Però spiace dover constatare come Berlusconi non perda occasione per lasciarsi andare a giudizi di cattivo gusto anziché impegnare il proprio tempo a occuparsi di problemi urgenti e drammatici che investono il nostro Paese".




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Pannella e Bordin, lite e addio in diretta su Radio Radicale

Il Mattino

ROMA (17 luglio)

Massimo Bordin parla per oltre due ore col suo editore Marco Pannella. E stavolta l' argomento è l'addio del giornalista, dopo 19 anni alla direzione di Radio Radicale. In diretta radiofonica Pannella gli ripete più volte: «Sei più popolare di mee di Emma». E poi lo accusa: «Ti sei preso una responsabilità politica molto grave». Il giornalista replica: «Mi dai del disertore. Ma lo fai sempre».

Vauro l’incoerente si copre di ridicolo

di Luigi Mascheroni

Al Premio Bancarella il vignettista tiene il solito comizio sulla censura e contro Berlusconi.

Ma balbetta solo scuse patetiche quando l’editore Fazi gli chiede perché continua a pubblicare per Piemme (gruppo Mondadori)


 

La censura? Utile, checché se ne dica. Una sano limite alla libertà di espressione risparmierebbe a chi deve ascoltare di sorbirsi banalità. E a chi vuole parlare di rendersi ridicolo.
Come è accaduto l’altroieri a Pontremoli, alla presentazione dei finalisti del premio Bancarella, il famoso riconoscimento letterario in cui a scegliere il vincitore sono 200 librai italiani. Nella cinquina c’è anche Vauro Senesi, noto semplicemente come Vauro, vignettista del manifesto e della trasmissione santoriana Annozero, in concorso con il romanzo La scatola dei calzini perduti, pubblicato da Piemme.

È la storia di un giovane sudanese il quale grazie al talento per il canto e a un amico missionario riesce a giungere a Roma, dove in poco tempo capisce cosa significhi essere extracomunitari in un Paese come l’Italia di oggi, «fino al drammatico epilogo» come recita la scheda editoriale.
Comunque. Vauro, sabato pomeriggio, è chiamato a presentare il suo libro, insieme agli altri quattro finalisti, a Palazzo Dosi, davanti a un pubblico numeroso e ai vertici della Fondazione «Città del Libro» che gestisce il Premio.

Prende la parola e in pochi minuti trasforma la presentazione del libro in un comizio politico-ideologico anticensura, antiBerlusconi, antigoverno, antitutto. Inizia lanciando frecciatine ironiche contro il Governo e la legge sull’immigrazione («una schifezza»), in riferimento al protagonista del suo romanzo, che è un extracomunitario («ma non un clandestino: ma cosa significa poi essere clandestino? Siamo cittadini del mondo, tutti possono stare dove gli pare», affermazione che è uno splendido principio di buonismo ecumenico ma una pessima interpretazione del diritto internazionale...) per finire col cadere nelle dozzinali banalità terzomondiste da manifesto: «Noi italiani prendiamo gli extracomunitari che hanno diritto di restare qui e li rimandiamo a morire nei lager di Gheddafi» eccetera eccetera, tutto in puro stile Vauro.

Fino a che, però, qualcuno si indispettisce, annoiato dalla solita predica ideologicamente corretta e disturbato dal fatto che uno spazio pubblico letterario diventi una tribuna politica privata. Prima una signora del pubblico fa notare che se lei, ad esempio, dovesse andare in Gabon senza passaporto e visto d’ingresso, non la farebbero entrare, extracomunitaria o no che sia; e Vauro, piccato, comincia con il ridisegnare se stesso a vittima sacrificale: «Sapevo che avrei dato fastidio anche qui... stia tranquilla signora, di bolscevichi ci sono solo io ormai».

Poi Giancarlo Perazzini, scrittore che fa parte dell’entourage del presidente della Fondazione «Città del libro», interviene cercando di stemperare l’astioso soliloquio, ma causando un ulteriore attacco polemico del vignettista-romanziere: il premier è impresentabile, in Italia non c’è libertà di stampa, il Governo sta distruggendo la scuola, e tutta la colpa è di Berlusconi, al quale però elegantemente Vauro riconosce almeno un merito: «la sua personale battaglia a favore della ricrescita dei capelli».

Fino a che, a spezzare l’incantesimo del fastidioso sproloquio («Neppure ad Annozero si sarebbe giustificato un intervento così polemico e fuoriluogo sia rispetto al contesto che alle domande fatte», è il commento di Giancarlo Perazzini) interviene l’ospite inatteso.
Dal fondo della sala si alza Elido Fazi, editore non certo ascrivibile alla categoria politica-elettorale del «centrodestra» (anzi!), e a bruciapelo spara la domanda più semplice e intelligente che si possa porre: «Vauro, scusa, ma se ce l’hai tanto con Berlusconi, perché continui a pubblicare per Piemme, che è una casa editrice del gruppo Mondadori?».
Brusii, silenzio, imbarazzo.

Vauro rimane di sasso. Prima balbetta qualcosa, cerca di sviare, poi inizia l’arrampicata sugli specchi: «Sì, è vero pubblico per una casa editrice di Berlusconi, ma non è che tutti quelli che ci lavorano la pensano come lui. Anche Rai2, dove ho un contratto, fa capo al Premier, ma quelli che ci lavorano non sono tutti figli di... Berlusconi. Sarebbe come dire che perché Marchionne è a capo della Fiat tutti gli operai la pensano come lui» (dimenticando il piccolo particolare che gli operai della Fiat non hanno alternative, mentre uno come Vauro può scegliersi la casa editrice che vuole, anche se magari deve rinunciare ad anticipi più sostanziosi, ndr). Poi dall’errore logico è un attimo a passare alla banalità ideologica. «Ammetto - si giustifica il vignettista - che lavoro per un canale Rai e per Piemme... ma come si fa oggi in Italia a non lavorare per Berlusconi: ovunque ci giriamo c’è lui, è tutto suo... la verità è che in questo Paese non c’è libertà».

La verità, purtroppo, è che ce n’è troppa, come dimostra lo stesso successo mediatico di Vauro, stipendiato dalla Rai e da Piemme per poter essere libero di criticare legittimamente chiunque, a partire da chi lo paga. Si chiama democrazia, cosa che in Italia per fortuna abbonda.
Per il resto, non rimane che aggiungere due note di cronaca. La prima sono i mugugni di disapprovazione (per Vauro) e i brusii di solidarietà (a Fazi) da parte di una piazza «rossa» per antica tradizione (il giorno prima al Caffè Bellotti durante la presentazione del libro di Patrizia d’Addario non appena uno spettatore ha accennato un intervento appena appena simpatizzante con l’aria berlusconiana è stato zittito dal resto del pubblico). La seconda è l’«indisposizione» accusata in serata da Vauro, il quale ha preferito non partecipare alla tradizionale Cena dei Librai a Montereggio organizzata dal Premio Bancarella per i 200 librai votanti e i cinque finalisti, che quindi sono rimasti in quattro. Il quinto sarà andato a farsi una vignetta.



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Strage di Erba, giudici: "Il movente fu l'odio, vendetta dei Romano"

di Redazione

L’odio e la volontà di "umiliare i potenti Castagna" spinsero Olindo Romano e Rosa Bazzi a compiere la strage.

La prima corte d’Assise d’appello di Milano: "Spietata vendetta compiuta con lucidità"




Milano - E' stato l’odio e la volontà di "umiliare i potenti Castagna" il movente che, secondo i giudici della prima corte d’Assise d’appello di Milano, ha spinto Olindo Romano e Rosa Bazzi a compiere la strage di Erba. Lo scrivono i giudici nelle oltre 90 pagine di motivazioni della sentenza emessa il 20 aprile scorso, che ha confermato le condanne all’ergastolo e a tre anni di isolamento diurno per i coniugi, autori del quadruplice omicidio nel dicembre del 2006.
L'odio come movente Nella strage vennero uccisi Raffaella Castagna, il figlio Youssef, la madre della donna Paola Galli e una vicina di casa Valeria Cherubini. Secondo i giudici d’appello, l’odio di Olindo e Rosa nei confronti della famiglia Castagna era "sorto da anni e a mano a mano cresciuto ed accumulatosi fino a rendere invivibile l’esistenza dei due coniugi". L’odio, secondo i magistrati, è alla base del movente "forte, insistito tanto da Rosa che da Olindo (e da questi così ripetuto ai suo interlocutori, negli appunti della Bibbia, nella lettera a padre Bassani, tanto da costituire una specie di ossessione)". I due coniugi con l’omicidio, si legge nelle motivazioni, volevano "realizzare il desiderio di voler dimostrare a se stessi che loro, due, deboli, ad un certo momento potevano umiliare i potenti Castagna". Olindo e Rosa in passato avevano presentato alcune denunce contro la famiglia Castagna, lamentandosi per i rapporti di vicinato che avevano con loro.
Una "vendetta spietata" La strage di Erba è stata "una vendetta" compiuta con "spietatezza" da due soggetti, Olindo Romano e Rosa Bazzi, che hanno agito con "una notevole lucidità" e mossi da un "accumulo di odio e rancore non tanto nei confronti di Marzouk, quanto contro i Castagna, e Raffaella in particolare". Nella parte delle motivazioni in cui i giudici spiegano che Olindo e Rosa erano capaci di intendere e di volere, e chiariscono i motivi del rigetto della perizia psichiatrica richiesta in secondo grado dalla difesa, i magistrati fanno anche un discorso più generale sul cruento fatto di sangue. "Nel comune sentire - si legge nelle motivazioni - vi è senz’altro la tendenza a riconoscere che un fatto efferato come quello di Erba è possibile metterlo in atto solo se vi è una forma di anomalia psichica rilevante, ma ciò è frutto della tendenza a difendere la propria 'normalità' con l’attribuire solo a soggetti infermi di mente la capacità di commettere gesti di tale ferocia". Il collegio, presieduto da Maria Luisa Dameno, spiega che nella vita di Olindo e Rosa, prima del quadruplice omicidio, "non si ravvisano elementi che indichino un disequilibrio, un’alterazione patologica dei rapporti tra di loro e con l’esterno".




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Fotografato l'animale che si credeva estinto da 60 anni

Corriere della sera

Alcuni ricercatori britannici sono riusciti ad immortalare il «Lori gracile», minuscolo primate notturno

Ci sono voluti 1.000 appostamenti nelle notti delle foreste dello Sri Lanka
Fotografato l'animale
che si credeva estinto da 60 anni


La foto scattata al Loris tardigradus nycticeboides
La foto scattata al Loris tardigradus nycticeboides
MILANO - Con quegli occhioni spalancati, la pelliccia densa e soffice di colore bruno-rossastro, se ne sta lì, su un ramoscello di un albero in una foresta dello Sri Lanka. Quasi impaurito dal flash della fotocamera. E' l'incredibile scatto al lori gracile (o meglio ad un esemplare della sottospecie, il Loris tardigradus nycticeboides). Per la prima volta infatti alcuni ricercatori britannici sono riusciti a fotografare il minuscolo primate notturno considerato oramai estinto da oltre 60 anni.
LO SCATTO - C'è voluto un pizzico di fortuna e tanta pazienza, ma alla fine eccola la preziosa foto al lori gracile. Un team di ricercatori britannici del programma di protezione e monitoraggio degli animali in via d'estinzione della Zoological Society of London (ZSL) hanno fotografato per la prima volta il rarissimo quadrupede arboricolo, un esemplare adulto di sesso maschile senza coda che sta su un palmo di mano (è lungo circa 15cm-25 cm) e tra le specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.
MINACCIATO - Ci sono voluti 1.000 appostamenti nelle gelide notti delle foreste dello Sri Lanka centrale per catturare su pellicola l'animaletto attivo soprattutto di notte e di cui si contano poco meno di 100 esemplari. Il team è anche riuscito a catturare tre esemplari vivi abbastanza a lungo per misurarli. Dall'anno della sua scoperta, nel 1937, l'animaletto è stato avvisato solo quattro volte. Ovviamente soddisfatti i ricercatori: «Siamo felicissimi di aver catturato le prime immagini e di aver così dimostrato che questa specie continua ad esistere, soprattutto dopo che era praticamente sparita per 65 anni», ha spiegato il biologo Craig Turner. Secondo gli esperti questa specie è quasi completamente estinta a causa dalla distruzione del suo habitat naturale nelle foreste tropicali a sud dell'India meridionale e dello Sri Lanka, habitat che ha fatto posto negli anni alle grosse piantagioni di tè.
Elmar Burchia
19 luglio 2010



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In Sudafrica continua la mattanza: ucciso un altro rinoceronte

Corriere della sera

I bracconieri hanno narcotizzato l’animale e poi hanno asportato il suo prezioso corno con una motosega

Allarme degli esperti: dai 65mila esemplari degli anni 70 agli attuali 18mila
In Sudafrica continua la mattanza:
ucciso un altro rinoceronte


Il rinoceronte ucciso con il corno tagliato
Il rinoceronte ucciso con il corno tagliato
JOHANNESBURG (SUDAFRICA) – L’ultimo esemplare è stato abbattuto mercoledì scorso, nel Kruger Park, la più grande riserva naturale in Sudafrica. I bracconieri hanno prima colpito l’animale narcotizzandolo e poi, in pochi minuti, hanno asportato il suo prezioso corno con una motosega. Negli ultimi giorni diverse associazioni animaliste hanno rilanciato l’allarme del rischio d’estinzione dei rinoceronti in Africa. Secondo una recente conferenza del comitato Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie protette) la caccia illegale dei rinoceronti ha raggiunto nel 2010 il suo massimo storico.
NEL 1970 65 MILA ESEMPLARI, ORA 18MILA - Oggi nel continente nero si contano solo 18.000 esemplari di rinoceronti bianchi e neri contro i 65.000 del 1970. Tutta colpa del fiorente mercato clandestino dei preziosi corni di rinoceronte che ormai infesta anche quelle riserve naturali come il Kruger Park che dovrebbero essere iperprotette. Solo quest'anno ben 136 esemplari di rinoceronti sono stati abbattuti dai bracconieri in Sudafrica. Nell'intero 2009 gli animali ucciso nello stesso territorio erano stati 129, contro gli 86 del 2008. Il contrabbando illegale dei corni interessa soprattutto paesi come Cina o Vietnam, dove il corno di rinoceronte è molto richiesto perché considerato di grande valore medicinale (la medicina tradizionale cinese usa il corno per curare la febbre e altre malattie come epilessia, malaria, avvelenamenti e ascessi.). In Medio Oriente, invece, il corno è utilizzato per fabbricare preziosi manici per pugnali (nello Yemen, ad esempio, il manico di corno di rinoceronte è un autentico status symbol per gli uomini).
L’ESPERTO ITALIANO: «BISOGNA FERMARE QUESTA MATTANZA» - Davide Bomben, presidente dell’AIEA (Associazione italiana esperti d’Africa), da anni combatte il bracconaggio illegale nel continente nero. Secondo Bomben un chilo di corno di rinoceronte può valere fino a 20.000 dollari. I corni più grandi possono raggiungere anche il peso record di 10 kg: «Il bracconaggio speculativo è un autentico dramma nelle riserve naturali africane – dichiara al Corriere Bomben – Per riuscire a scongiurare la mattanza bisognerebbe lavorare sul personale locale. Si dovrebbe svolgere un’attività di formazione in modo da creare delle vere e proprie unità antibracconaggio. Un altro metodo, forse più costoso, ma sicuramente efficace, è quello di inserire sui corni dei rinoceronti dei microchip in modo da tenerli sotto controllo ventiquattro ore su ventiquattro».
L’ULTIMO BLITZ OMICIDA – L’ultimo blitz nel Kruger Park ha dimostrato la relativa facilità d’azione dei bracconieri. Wanda Mkutshulwa, portavoce dei parchi nazionali del Sudafrica afferma all'Observer di Londra che il commercio dei preziosi corni è gestito da vere e proprie organizzazioni criminali: «Abbiamo a che fare con professionisti del crimine. La polizia ci dovrebbe aiutare perché noi non abbiamo alcuna possibilità di battere queste organizzazioni. Negli ultimi anni il Kruger Park, che ogni anno è visitato da 200.000 turisti, ha subito un'autentica mattanza di rinoceronti. I bracconieri usano un vicino aeroporto privato per far partire i loro blitz: «L'azione richiede poco tempo - dichiara sconsolata Mkutshulwa - I criminali di solito sorvolano il parco nel tardo pomeriggio per scoprire dove i rinoceronti stanno pascolando. Poi ritornano nella notte e dall'alto sparano agli animali. Il tranquillante impiega meno di sette minuti per agire. I bracconieri tagliano il prezioso corno con una motosega. Non hanno bisogno neppure di spegnere i motori dell'elicottero. Infatti nella notte non si sente niente perché le nostre case sono troppo distanti. L'animale muore o per una dose eccessiva di calmante o per dissanguamento».
Francesco Tortora
18 luglio 2010(ultima modifica: 19 luglio 2010)



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Sboccia dopo quasi un secolo: un raro albero della famiglia dei salici

Il Mattino

I semi erano stati piantati in Irlanda nel 1919


 

ROMA (19 luglio) - Per la prima volta dopo 91 anni, ai primi di luglio è sbocciato il rarissimo fiore del Carrierea calycina, un albero della famiglia dei salici originario della lontana Cina. Lo staff del Rowallane Garden, vicino Saintfield in Irlanda del Nord, ha aspettato per molto tempo questo momento: l'introvabile albero era stato piantato nel 1919 con i semi portati dal Regno Unito dal famoso botanico esploratore Ernest H. Wilson nel 1908.

Adesso, dopo quasi un secolo di attesa, come riferito qualche giorno fa dalla Bbc online, la pianta si è decisa a far vedere i suoi frutti che, secondo gli esperti, dopo gli iniziali fiori bianco pallido si trasformeranno in lunghi frutti affusolati che assomigliano ad un corno di capra. «Avevamo notato nel mese di giugno che l'albero aveva fatto fiorire delle gemme che si sono poi lentamente sviluppate nel corso della scorsa settimana - ha affermato il capo giardiniere, Averill Milligan - Siamo stati molto incuriositi dal vedere cosa stava per nascere». Un evento «a tutti gli effetti» che tuttavia continua a celare segretamente il motivo di questa lunga attesa.




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Crac dei "Viaggi del Ventaglio" Ecco il vademecum per le vittime

La Stampa

Pioggia di denunce da parte di turisti beffati
Le associazioni di consumatori spiegano come difendersi e chiedono nuove leggi




MILANO

Passano al contrattacco i clienti della società “I viaggi del ventaglio” dichiarata fallita venerdì dal tribunale di Milano. Sono già centinaia le denunce di piccoli creditori che avevano prenotato un viaggio con l’azienda e se lo sono visto annullare a causa del disastro finanziario che ha travolto l’agenzia. E intanto si mobilitano le associazioni dei consumatori: c'è chi chiede interventi normativi per aiutare chi resta con un palmo di naso e chi diffonde un decalogo per salvare il salvabile.

Per ora il pm Luigi Orsi, che aveva chiesto il fallimento, non ha aperto un’indagine penale; per quanto riguarda la possibilità di continuare a prenotare viaggi attraverso il sito web, segnalata da alcuni organi di informazione, dagli ambienti giudiziari si fa rilevare che il curatore, che si occuperà di gestire i postumi del crack, avrà la possibilità di far continuare le attività del gruppo.

Con un esposto presentato alle Procure della Repubblica di Roma e Milano, il Codacons chiede intanto di accertare le responsabilità e gli eventuali profili penali connessi. «Non capiamo come sia stato possibile continuare a vendere pacchetti turistici del Ventaglio nonostante il grave stato di dissesto economico della società, noto a molti soggetti, e addirittura anche dopo la dichiarazione di fallimento - sottolinea il presidente del Codacons, Carlo Rienzi - la magistratura dovrà verificare le responsabilità di quei soggetti che, pur essendo a conoscenza della situazione a dir poco critica, hanno consentito la vendita di vacanze "bufala" a migliaia di ignari cittadini».

Pietro Giordano, Segretario Nazionale Adiconsum, parla di «migliaia di turisti raggirati e gabbati da un sistema e da normative di legge che non tutelano i consumatori-turisti e che finiscono col penalizzare anche i Tour Operator corretti».

Adiconsum chiede «un Fondo paritetico alimentato con le multe comminate dall’Antitrust nei confronti delle Agenzie di Viaggio e dei Tour Operator e da quote, anche minime (1 euro), a carico di tutte le aziende per ogni pacchetto viaggio venduto. Un Fondo a tutela dei viaggiatori».

Ed ecco l'intervento di Confconsumatori secondo la quale «sarà necessario verificare innanzitutto se il Tour Operator aveva stipulato, come era suo obbligo ai sensi dell’art. 99 del Codice del Consumo, una polizza assicurativa per la responsabilità civile verso i consumatori per il risarcimento danni. Chiederemo al curatore fallimentare notizie in merito e, in caso di riscontro positivo, potranno essere aperte le singole pratiche di risarcimento».

Confconsumatori offre una marea di altri consigli. «In secondo luogo il turista dovrà verificare se aveva stipulato una polizza assicurativa individuale, che prevedeva un eventuale risarcimento in caso di annullamento del viaggio. E, in questo caso, potrà chiedere il rimborso delle somme pagate».

Una terza ipotesi è quella relativa alla responsabilità dell’agenzia di viaggi, che ha venduto il pacchetto turistico. Infatti costoro, quali operatori professionali del settore, erano a conoscenza delle condizioni in cui si trovava la società oggi fallita e non dovevano vendere i pacchetti turistici ai consumatori, avendo comunque l’obbligo di informarli delle condizioni in cui si trovava il Tour Operator. Inoltre, anche le agenzie venditrici dei pacchetti turistici hanno l’obbligo, previsto dall’art. 99 del Codice del Consumo, di stipulare una polizza assicurativa. Il consumatore può quindi chiedere il risarcimento all’agenzia di viaggi che direttamente o tramite la propria assicurazione dovrà risarcire i danni. È bene spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno contestando i fatti.

A queste possibilità più immediate per cercare di ottenere il rimborso si aggiungono le altre, dall’esito e dai tempi incerti, ma che comunque non bisogna tralasciare. La prima è insinuarsi al passivo del fallimento, e lo si può fare anche con una semplice raccomandata a/r allegando copia di tutta la documentazione. Fondo Nazionale di Garanzia. La seconda è quella di presentare istanza al “Fondo nazionale di garanzia” mediante raccomandata a/r indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo Ufficio per lo sviluppo del turismo e la gestione degli interventi Servizio IV “Assistenza alla domanda turistica e Vigilanza” Via della Ferratella in Laterano, 51 00184 ROMA. Il fac-simile della domanda da completare è scaricabile dal sito del governo (www.governo.it).

Questa istanza, in seguito ad una modifica del codice del Consumo intervenuta nel 2009, non è più soggetta al termine di decadenza di tre mesi e potrà essere presentata in ogni momento. In entrambi questi due ultimi casi la recente esperienza del fallimento di Todomondo insegna, purtroppo, che le speranze di recuperare qualcosa sono remote.

«Immancabile e puntuale, con l’arrivo delle vacanze, - ha sottolineato l’avvocato Carmelo Calì, di Confconsumatori - arriva il fallimento di un Tour Operator. Quest’anno è il turno de I Viaggi del Ventaglio, mentre per i turisti non vi sono turni: sono sempre fregati! Si rende sempre più necessario un intervento legislativo perché l’attuale normativa, così com’è, non garantisce nulla ai turisti, che, pagando anticipatamente, speravano di andare in vacanza».




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Sangue artificiale, chiesto il primo ok alla Fda per i test sull'uomo

Il Messaggero

 

ROMA (19 luglio) - Il sangue artificiale potrebbe diventare presto realtà. Lo afferma un'industria statunitense, la Arteriocyte, che ha inviato i primi campioni di sangue 0 negativo alla Food and Drug Administration (Fda), l'autorità di controllo Usa, per avere il via libera ai primi test sull'uomo.

Il progetto è stato finanziato dal Pentagono per curare i soldati feriti nelle zone di guerra. Il sangue è stato ottenuto dalla compagnia dell'Ohio, che ha avuto un finanziamento di 2 milioni di dollari per il progetto, a partire da cellule che lo fabbricano (ematopietiche) prelevate da cordone ombelicale e fatte crescere in una macchina che simula il comportamento del midollo osseo umano. A partire dal sangue di un cordone si ottengono con il procedimento 20 unità di sangue al prezzo di 5mila dollari per unità, ma secondo il presidente della compagnia se l'Fda darà la sua approvazione il processo verrà realizzato su scala industriale, riducendo i costi a un quinto.

I primi test sull'uomo potrebbero iniziare nel 2013. «Il sangue artificiale è indistinguibile da quello vero - scrive l'azienda in un comunicato - e potrebbe essere usato anche negli ospedali».




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Spara contro due operai che chiedevano la paga: arrestato

Il Secolo xix

Salvatore Scarmato, operaio calabrese di 48 anni, è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver sparato cinque colpi di arma da fuoco contro due operai tunisini di 43 e 50 anni, che volevano essere pagati per alcuni lavori effettuati nella sua villetta, a Civezza, piccolo comune a ridosso di Imperia.



I fatti risalgono a sabato scorso: alla vista dei due operai, che gli avevano bussato alla porta di casa, l’uomo è uscito armato di una “Mab” calibro 765, di fabbricazione francese, avvolta in alcuni stracci ed ha iniziato a sparare.
La dinamica è ancora da completare (sono in corso indagini) e va chiarito se il proprietario della villetta abbia voluto o meno colpire i due, o solo spaventarli per toglierseli di torno. E’ certo invece che i due tunisini si sono dati alla fuga, ma che uno di loro, inseguito, è stato raggiunto e colpito alla testa con il calcio della pistola. Alcuni vicini hanno allertato il 112 e all’arrivo dei carabinieri, l’uomo ha detto di aver sparato con una pistola giocattolo, mostrando l’innocua arma.






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Alla ricerca del dito che non c'è

Il Tempo

Piazza Navona, notte di lavoro dei pompieri dopo la telefonata dell’Ama: danneggiata la Fontana dei Quattro Fiumi. Mezzi schierati e sirene spiegate, ma la falange è stata staccata dagli Alleati nel ’44.






Dario Martini
19/07/2010







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Salerno, sequestrati dalla Dia beni per un milione ad ex cutoliano

Il Mattino

 

SALERNO (19 luglio) - Sequestrati beni per un valore di un milione e mezzo di euro a Macario Mariniello, alla fine degli anni '80 elemento di spicco della N.C.O. di Raffaele Cutolo, poi capo dell'omonimo clan egemone a Nocera Inferiore (Salerno) e nei vicini comuni.

Attualmente detenuto, a Mariniello la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato un patrimonio di beni mobili e immobili: tra i quali un'impresa di costruzione, 21 box auto, due locali magazzino, un appartamento ma anche un terreno ed un fuoristrada.

La richiesta di applicazione della misura di prevenzione di carattere personale e patrimoniale è stata avanzata dal direttore della Dia, generale dei carabinieri Antonio Girone, sulla base di indagini anche di natura patrimoniale condotte dalla Dia di Salerno. F

itto il 'curriculum' di Mariniello: innanzitutto elemento della N..C.O di Cutolo, che operava nell'agro nocerino agli ordini di Salvatore Di Maio.
Poi, con il prevalere della 'Nuova famiglia' - che faceva capo a Carmine Alfieri e Pasquale Galasso - capo dell'omonimo clan




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Marrazzo torna in Rai "Farà inchieste e documentari Ma niente conduzione"

Quotidianonet

A rivelarlo è Nino Rizzo Nervo a Klaus Kondicio: "La sua vicenda personale lo ha molto provato, ma vuole giustamente tornare a fare il giornalista.
Ha delle ottime idee"





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A Roma i semafori sonori per non vedenti Ma niente percorsi tattili per raggiungerli

Corriere della sera

Per attivare il segnale acustico si pigia un pulsante, ma mancano i Loges che permettono ai ciechi di trovarlo

I nuovi semafori sonori installati a RomaROMA

A Roma ci sono dei semafori sonori per segnalare ai non vedenti quando scatta il verde; in corrispondenza dei pali, però, mancano spesso le segnalazioni tattili per raggiungerli. Da alcuni mesi nella Capitale si sta passando dalle vecchie lanterne ai nuovi apparecchi a tecnologia Led che consentono una maggiore visibilità, consumano meno e dispongono, come prevede la normativa in vigore (decreto del presidente del Repubblica n. 503/1996), di avvisatori acustici.
«Hanno "dimenticato" che a terra spesso non ci sono i segnali tattili in corrispondenza dei pali del semaforo» fa notare Giulio Nardone, presidente dell’Associazione disabili visivi. Si tratta di quelle caratteristiche righe a rilievo coi codici del linguaggio tattile Loges, riconoscibili sotto i piedi e col bastone bianco. Segnali cui i ciechi si affidano per muoversi autonomamente.
UNA «BUSSOLA» PER ORIENTARSI - «Il segnale acustico si attiva pigiando un apposito pulsante - spiega Fabrizio Marini, che ogni giorno col suo bastone bianco sfida il traffico della Capitale per andare al lavoro -. Ecco perché devo poter individuare con esattezza la posizione del palo. Quando premo il tasto, non quello per la prenotazione della chiamata ma l’altro, posto sotto la scatola, si attiva un bip che mi conferma il regolare funzionamento del dispositivo acustico». La "bussola" sonora posizionata sopra le lanterne è orientata sulle strisce pedonali per indicare al non vedente la direzione in cui muoversi.

Appena scatta il verde, il cicalino emette un suono intermittente: è il segnale del via libera. Il suono diventa incalzante quando scatta il giallo, poi cessa col rosso. «Le segnalazioni tattili in corrispondenza dei pali mancano un po' ovunque: in centro, dove lavoro, in prossimità di fermate della metro come Garbatella o Pontelungo. Se c’è il semaforo sonoro e non posso raggiungerlo è come se non ci fosse», dice Marini. I Loges mancano anche lungo la via Appia e la Tuscolana, dove quasi dappertutto le nuove lanterne a Led hanno preso il posto di quelle vecchie. Vicino a una chiesa, oltre a non esserci i segnali tattili sul marciapiede, il pulsante per i ciechi, posto sul nuovo palo del semaforo, già non funziona. All’incrocio successivo la scatola coi pulsanti è addirittura staccata dal palo.
PICCOLI ACCORGIMENTI - «Per rimediare all’assenza degli indicatori tattili basterebbe incollare sul pavimento pochi metri di segnali in gomma speciale per esterni - sottolinea Nardone -. I costi sarebbero davvero irrisori». Nei prossimi anni a Roma circa 15mila semafori sonori sostituiranno quelli vecchi. «Ci auguriamo che siano eliminate le barriere sensoriali, come prevede la legge - dice il presidente dell’Associazione disabili visivi -. Finora molti marciapiedi della Capitale sono stati ristrutturati senza gli indicatori tattili a terra; così gli scivoli, privi del segnale di pericolo valicabile, in alcuni casi i percorsi sono inutilizzabili o addirittura pericolosi per un cieco. Andrebbero smantellati e rifatti. In base a un protocollo stipulato con l’amministrazione capitolina, per evitare il ripetersi di errori avrebbero dovuto consultare esperti in tiflomobilità designati dalle associazioni dei non vedenti. Finora non è stato così».
MAPPATURA A BREVE - «Ho già predisposto dei sopralluoghi per verificare dove installare i Loges mancanti in corrispondenza dei semafori con segnale acustico - assicura Antonio Guidi, delegato del sindaco di Roma alle politiche per la disabilità -. Le segnalazioni che mi arrivano e la mappatura che presto avrò a disposizione saranno trasmesse all’assessorato per i Lavori pubblici che ha già programmato gli interventi per rendere fruibile da parte dei non vedenti l’utilizzo dei nuovi semafori sonori».
Maria Giovanna Faiella
19 luglio 2010



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Passaporti regalati, Moldavi pronti a invaderci

di Gian Micalessin

Truffa ai danni dell'Europa: il presidente Basescu insegue il sogno della Grande Romania, così centinaia di migliaia di diseredati della Moldavia, cui Bucarest assegnerà i propri passaporti, entreranno liberamente nell’Ue.


 
Siamo in 28 e manco lo sapevamo. A regalare all’Unione europea il suo ennesimo, invisibile e indesiderato Paese membro ci pensa Bucarest. Che - tanto per non sbagliare - ci aggiunge anche un corollario di migranti allo sbando. Per capirlo basta farsi un giro nel quartiere delle ambasciate di Chisinau, la capitale della Moldavia, il più derelitto Paese europeo, un residuato d’impero sovietico dove l’economia non supera gli standard di quella del Sudan. In quella miseropoli dimenticata, famosa un tempo solo per i traffici d’auto rubate e le ragazze destinate ai mercati della prostituzione, la gente passa le giornate in fila davanti all’ambasciata di Bucarest. Lì per ordine del presidente romeno Trian Basescu si sono aperti i confini di un Nuovo Eldorado. Lì lavora a pieno ritmo la macchina del perverso laboratorio destinato a creare la Grande Romania. Lì è in piena incubazione il nuovo flagello che spingerà in Italia e negli altri Paesi dell’Unione nuove orde di derelitti.
Negli uffici dell’ambasciata i funzionari sfornano a tutto spiano nuovi passaporti romeni capaci di garantire ai moldavi il diritto di libera circolazione in Italia e negli altri 27 Paesi dell’Unione. Fino a oggi la politica di Bucarest ha regalato il magico documento a oltre 120mila moldavi. Ma è solo l’inizio. Per imprimere maggior lena alla moltiplicazione dei moldavi con passaporto romeno Bucarest ha appena fatto aprire due nuovi consolati nella città di Balti a nord e in quella di Cahul a sud. Tutto è pronto, insomma, per il miracolo destinato, a regalare all’Italia e all’Unione europea 800mila indesiderati turisti alla ricerca di lavoro o attività succedanee nel settore del crimine.
Il sortilegio che promette di trasformare i 3,6 milioni di moldavi in un’appendice della Romania - e in un nuovo disastrato angolo d’Europa - inizia un anno fa. Dopo le contestate elezioni del luglio 2009 quattro partitini riuniti sotto il nome-miraggio di Alleanza per l’integrazione europea riescono a sconfiggere l’egemone Partito comunista sopravvissuto al crollo dell’Unione sovietica e a formare un nuovo governo. Dietro quella vittoria si nasconde la regia accorta di Bucarest, lo zampino del loro discusso presidente e il sogno che i nazionalisti romeni più moderati chiamano “futuro comune” e i meno discreti “Grande Romania”. Le radici del sogno risalgono alla fine della prima guerra mondiale quando la piccola Moldavia, allora chiamata Bessarabia, sfugge al controllo bolscevico facendosi annettere dalla Romania. Ma alla fine della seconda guerra mondiale la Grande Romania si sgretola e la Moldavia viene annessa all’Unione Sovietica. La rinascita di quel sogno rischia - 65 anni dopo - di rivelarsi fatale per l’Unione europea e per un’Italia già oggi meta privilegiata di tanti clandestini moldavi.
Nel frattempo il governo dell’ Alleanza per l’integrazione europea sembra anelare all’assimilazione forzata. Nove dei 53 ministri di Chisinau esibiscono già ora un passaporto romeno e altri 11 sono in attesa di ottenerlo. Il nuovo documento non serve certo a favorire la libertà di circolazione tra i due Paesi fratelli. A quello c’hanno già pensato i decreti con cui sono stati di fatto cancellati i controlli di frontiera regalando totale libertà di movimenti ai moldavi residenti in una fascia di 30 chilometri dal confine tra i due Paesi. Grazie ai nuovi passaporti tutto è invece pronto per il nuovo balzo verso Occidente. E così, mentre Bruxelles sta a guardare, la Moldavia è già tra di noi.




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Il boss in manette in tribunale ordinava omicidi con segnali «labiali»

Il Mattino

 

NAPOLI (19 luglio) - «Ordinavo di uccidere durante i processi». Ma, Ciro Sarno, il boss della camorra rivela anche che nell’aula dove si svolgevano le udienze, c’era un affiliato che aveva soltanto un compito: decifrare i suoi messaggi leggendo il labiale e trasferire poi gli ordini agli uomini del clan.

Un dialogo a distanza, senza parole, fatto di sguardi e di labbra che pronunciano un nome. Una mimica elementare ma sufficiente per trasferire dalle celle di un’aula di tribunale agli spalti del pubblico precisi ordini di morte. Un dialogo che, secondo il racconto fatto ai pm dal boss pentito, è avvenuto spesso, fino a poco tempo fa.




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La prima intervista di Eleonora Moro Dall'archivio de "La Stampa"

La Stampa

A trent'anni dalla morte dello statista ucciso dalle Br la vedova ne parlò con il giudice Imposimato



FERDINANDO IMPOSIMATO

Questa, a trent’anni dall’uccisione di Aldo Moro, è la prima intervista rilasciata dalla moglie Eleonora su quei tragici momenti. Lo sfogo della vedova dello statista democristiano è stato raccolto da Ferdinando Imposimato, magistrato, docente, parlamentare, che lo pubblica nel volume “Doveva morire - Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta”.

Aldo Moro ha scritto: «Le cose saranno chiare, saranno chiare presto». Lo ha scritto in una delle sue lettere più belle. È una lettera che rileggo spesso...
«Non lo faccia perché è troppo triste...»

Quando ho riletto le dichiarazioni che lei ha fatto alla Commissione Moro, sono rimasto sconvolto. Lei afferma fatti e circostanze con precisione e verità assolute. Lei denuncia le inerzie del potere.
«Quella gente desiderava eliminarlo perché era scomodo. La gente scomoda sta dalla parte della giustizia e della verità. E poi c’è da dire che tutti avevano una paura terribile perché lui sapeva tutto di tutti, e quindi si sentivano sotto un riflettore che li inquadrava. Purtroppo non avevano capito che Aldo non avrebbe mai fatto del male a qualcuno se non fosse stato necessario per il bene comune...».

Nelle sue testimonianze, davanti alla Commissione Moro e alla Corte di Assise di Roma, lei fa un’affermazione che mi ha colpito. Dice che la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà era stata scoperta molti giorni prima...
«Certo».

Lei domanda: perché, se questa tipografia era stata individuata, non è stata fatta alcuna perquisizione? E aggiunge: perché i documenti trovati nell’appartamento brigatista di via Gradoli non sono stati esaminati? Perché nessuno li ha letti? Perché sono rimasti imballati per tanto tempo? A lei chi aveva detto tutto questo?
«Erano cose che sapevano tutti. Le conoscevo io perché ero in contatto con la segreteria di Aldo. E le conoscevano quelli che avevano potere nel governo. Vede, Aldo Moro era un uomo che non aveva paura. Camminava verso la sua morte tranquillo, come se andasse a fare una passeggiata. Quando una persona non la si può corrompere, né spaventare, l’unica possibilità è quella di eliminarla perché troppo pericolosa. Aldo conosceva fatti che risalivano a dieci, vent’anni prima. Loro si rendevano conto di essere i veri prigionieri. E che c’era un’unica cosa da fare: ucciderlo. Anche perché, conoscendo la profonda onestà di Aldo Moro, erano certi che egli non aveva lasciato scritto la storia di ognuno di loro su dei pezzi di carta, consegnandoli a un notaio».

Moro, dopo gli episodi avvenuti in via Savoia, davanti al suo studio, disse: «Questa è la prova generale».
«Anche gli uomini della sua scorta, che erano ragazzi buoni, dicevano: “Noi siamo i bersagli di un tiro a segno”. Lo dicevano continuamente. Quindi Moro e i suoi custodi avevano la sensazione di essere sotto tiro. Era una sensazione che aveva anche il portiere di casa nostra. Erano tutti sorvegliati».

Ma perché non ci fu alcun controllo da parte dello Stato?
«Perché lo Stato voleva la morte di Aldo Moro. Quelli che erano nei vari posti di comando lo volevano eliminare». Può indicare qualche persona? «Io non posso indicare nessuno. Non li ho visti operare. Io sono una cristiana e se non ho la prova sicura che quello è un mascalzone, io non lo accuso. Prego Dio per lui. Prego affinché gli tenga la Sua santa mano sul capo».

Comunque in quei giorni prima del sequestro c’era una percezione di pericolo imminente.
«Gli uomini della sua scorta, e soprattutto l’autista, vivevano con l’idea chiara che un giorno o l’altro li avrebbero ammazzati. Perché Moro doveva essere ammazzato. Gli uomini della scorta erano sicuri di essere nel mirino di qualche gruppo, ma non erano intimoriti. Mi dicevano: “Signora, noi siamo certi del pericolo, ma non morirà da solo, noi siamo pronti a sacrificarci con lui”».

A un certo punto della sua audizione davanti alla Commissione Moro, usa questa espressione: «Quei poverini mi hanno detto che era stata trovata la tipografia delle Br molti giorni prima dell’uccisione di Aldo Moro e che non era stato fatto nulla». Chi erano quei poverini?
«Credo gli autisti e anche la sua segreteria. Ad Aldo la gente voleva bene. E tutti quelli che gli volevano bene non hanno mai smesso di interessarsi alla sua sorte in quei terribili giorni. Vede, a coloro che lo hanno fatto uccidere non posso stringere la mano. Se li incontro, li saluto da lontano e filo via rapidamente».

Non riesce a dar loro la mano?
«Io non sono una cristiana così santa. Sono una cristiana molto semplice...».

E questo accade quando ci sono le cerimonie commemorative?
«Sì. Ma succede anche quando li incontro per strada».

Quindi quando ci sono le cerimonie lei è costretta a incontrarli?
«Non vado mai alle cerimonie. Non ci volevo andare quando Aldo era vivo, ma lo dovevo fare come moglie di mio marito. Figuriamoci adesso. Ma il mondo è piccolo. Incontri la gente quando meno te l’aspetti. Per esempio: vado al funerale di una mia amica dell’Azione cattolica, ed ecco che me li trovo lì. Vede, dopo la morte di mio marito mi sono messa a studiare, dal punto di vista cattolico, la difficoltà del perdono. Perché uno può dire: li voglio perdonare. E io, nel profondo, li ho perdonati. Ma quando li vedo, attraverso la strada e vado dall’altra parte. Più che la morte di mio marito, mi ferisce il fatto che sia morto un innocente a causa delle perverse mire di quattro stupidi mascalzoni. Se solo fossero stati modestamente intelligenti avrebbero capito che al potere non si arriva mai attraverso il delitto».

Aldo Moro si è sacrificato per tutti.
«Io glielo dicevo: guarda come cammini verso la tua morte. E lui lo sapeva benissimo. Era il suo abito mentale, il suo modo di vivere. Era un uomo che amava il merito, la pulizia morale, l’onestà delle persone, la bontà. È un dato di fatto che Aldo, arrivato al potere, non lo abbia usato per fare del male a qualcuno. Continuamente il male gli cadeva sotto gli occhi: il tale aveva rubato, quell’altro aveva imbrogliato, l’altro ancora aveva messo nei guai tutta la famiglia. Lui cercava sempre di riparare, ma poi cercava di mettere chi aveva sbagliato in un angolino, in modo che non potesse nuocere più di tanto. In un paese come l’Italia, con la voglia di fare carriera che hanno tutti, non era poco».




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Amarcord Telerisse tv, quando Tequila e Pappalardo si insultarono a Domenica In

IL Mattino

ROMA (17 luglio)

Una valanga di insulti. E' la "Domenica in" del 22 gennaio 2006: Antonio Zequila, "er mutanda" reduce dell'Isola dei famosi incontra Adriano Pappalardo. Lo scontro tra i due era cominciato la settimana prima. Inizia la diretta, Zequila si alza come una furia: «Come ti permetti di dire certe cose?» ha gridato a Pappalardo «Ti spacco la testa, ti ammazzo, ti uccido.... Str..... Non ti permettere mai più di parlare di mia madre». «Mi vuole uccidere, sono stato minacciato, l'avete sentito tutti? Mara, fai qualcosa!» risponde Pappalardo, accusando Zequila di aver insultato sua nuora. E' la telerissa più famosa della tv italiana, costata alla Venier una sospensione e ai due l'embargo dalle reti Rai.




Zequila vs Pappalardo Domenica In (integrale)



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Borsellino-Palermo, via D'Amelio deserta nell'anniversario della strage

Il Mattino

PALERMO (19 luglio)

È una via D'Amelio semi deserta quella che si presenta stamani a Palermo nel giorno dell'anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. Alle 8 era previsto un 'presidio delle agende rossè della società civile, ma alle 9.30 sono pochissime le persone presenti.

Gli organizzatori sperano «in una maggiore partecipazione al corteo» che raggiungerà l'albero Falcone previsto per le 17 dopo il minuto di silenzio. In mattinata in via D'Amelio dovrebbero esserci giochi con bambini del quartiere a rischio Zen e letture di brani antimafia.

«Mi sono stufata di contare le persone e di fare i confronti con l'anniversario della morte di Falcone». Lo ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, giunta in via D'Amelio, dove si svolgono le manifestazioni per la commemorazione del magistrato ucciso nel '92 assieme agli agenti di scorta della polizia di Stato.

«Oggi c'è la gente - ha aggiunto - che sceglie di esserci. La vera antimafia comunque si fa ogni giorno senza stare attenti ai numeri». A proposito delle statue che raffigurano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone danneggiate nei giorni scorsi e riparate, Rita Borsellino ha sottolineato: «È una dimostrazione di quanto Giovanni e Paolo facciano ancora paura se c'è chi si scaglia contro delle statue».

Sulla partecipazione delle istituzioni alle manifestazioni per la strage di via D'Amelio, Rita Borsellino ha osservato: «La loro indifferenza è forse da attribuire alla paura di ricevere delle contestazioni da parte della società civile. Comunque proprio nelle istituzioni e negli alti vertici ci sono personaggi che hanno perso il diritto di piangere Paolo».





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Editoriale/ Il caso Borsellino la mafia e il passo del gambero

IL Mattino


 
di Virman Cusenza

NAPOLI (19 luglio)

Non è colpa del solleone. Sarebbe un grave errore liquidare quel gruppo sparuto in corteo per ricordare Paolo Borsellino come l’effetto del caldo e della fuga dalla città. Come sarebbe un delitto derubricare lo strazio delle due statue di Falcone e Borsellino riverse per strada come una bravata o la provocazione di qualche smidollato. In diciotto anni, tanti ne sono passati da quella terribile estate del '92, Palermo, la Sicilia e l’intero Sud hanno compiuto la marcia del gambero. Un percorso a ritroso che desta stupore e sgomento.
Che l’isola vivesse da anni come una chiatta alla deriva era ormai chiaro ai più, tenendosi oggi a Palermo una battaglia per la legalità che sembra più rivolta a regolare i conti con un passato che non passa piuttosto che ingaggiare una guerra di liberazione dalla mafia e dalla sua mentalità, che richiederebbe ben altre energie e impegno.

L’unica certezza che così si delinea è l’aver assistito a una finta guerra civile che ha smosso solo la superficie e non le radici della società. Abbiamo fatto da spettatori a parate e show antimafia, nati magari con sane intenzioni, che però non erano la punta dell’iceberg di una rivolta più profonda. Dietro c’era l’acquiescenza di una certa Palermo, come oggi c’è quella di una certa Napoli che si accontenta di leggere Gomorra, quando lo fa.

Così le grandi assemblee pubbliche, l’aeropago siciliano o campano del momento, i cortei, le fiaccolate e l’indignazione popolare che pure abbiamo visto e raccontato nei ruggenti anni Novanta, erano piuttosto una manifestazione della paura che per la prima volta toccava nel profondo e fin giù nel privato i cittadini.

Quel gran cratere sull’autostrada Palermo-Capaci fumante come l’ara di un sacrificio umano, quello di Falcone, della moglie e della scorta, scosse i siciliani dimostrando che nella trappola dei macellai di Cosa Nostra quel sabato di maggio avrebbe potuto trovarsi qualunque cittadino. E che in quel tranquillo condominio di via D’Amelio finito in pezzi per l’autobomba di mafia avrebbe potuto abitarci chiunque.

Insomma, la paura e il terrore 18 anni fa mobilitarono tanti solo perché la minaccia sembrava entrare sulla strada o nel cortile di casa. Una follia criminale incontrollabile e quindi destabilizzante. Oggi che tutto si è globalizzato, l’indifferenza dei siciliani e dell’intero Sud sembrano figli della sindrome planetaria di Nimby, not in my backyard. Fate crimini dove volete ma non nel mio cortile di casa. Dimenticare è facile.





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Quelli che boicottano l’Italia del lavoro

di Nicola Porro

Sono due storie solo apparentemente scollegate. La vicenda dei supermercati Esselunga che si dicono, e a buon ragione, sfavoriti da una giunta locale che strizza l’occhio alle locali cooperative. E la protesta dei dipendenti della Scala, che decidono di scioperare per una rappresentazione, ma non accettano di essere lasciati a casa per le prove della medesima rappresentazione. Morale: lo sciopero dei furbetti. Si paghi e poi si vedrà; si corrisponda il salario per il tempo necessario a fare le prove e gli esercizi, e poco (...)
(...) importa se proprio quegli esercizi non serviranno a un accidente.
Ebbene c’è un filo rosso che lega queste due storie. C’è un’Italia che la mattina si sveglia, si prepara un rapido caffè e corre a lavorare. E c’è un’Italia che la mattina si sveglia, magari un po’ più tardi, e come primo pensiero ha quello di «fottere» i simili.

La storia di Caprotti è davvero incredibile. Il fondatore dell’Esselunga dicono che abbia un cattivo carattere. Dicono che abbia fatto fuori dall’azienda financo suo figlio, perché non gli aggradava il suo modo di intendere il futuro dei supermercati. In realtà il signor Caprotti non esercita l’ipocrisia come mezzo di sopravvivenza. Si confonde dunque il carattere con il «democristianismo», con la capacità di fare un sorriso al proprio nemico, di arrivare a tutti i costi al compromesso.

Caprotti non ha un brutto carattere, semplicemente ne ha uno. Se compra un terreno a Modena, dove un piano di riqualificazione prevede che si costruisca un supermercato e lo paga tutto sull’unghia, pretende che il market si costruisca. E se arrivano gli emissari delle potenti coop che gli chiedono di «fare a mezzi», insomma di mettersi insieme senza farsi una guerra commerciale, non ci sta. Ecco se si presentano questi signori, Caprotti dice di no. E se lo minacciano di trasformare l’area acquistata in una destinazione d’uso diversa da quella originariamente pensata, Caprotti compra due pagine intere sui quotidiani e spiattella tutta la storia.

Ha più di ottanta anni, Caprotti, e non ha alcuna voglia di farsi prendere per i fondelli. Soprattutto non ha alcuna voglia di cercare un compromesso. Ci si batte contro la presunta violazione della libertà di stampa che questo governo con una brutta legge starebbe cancellando e nessuno alza un dito su una presente, attuale, conclamata violazione del diritto di proprietà. Un ente locale contribuisce a calpestare un diritto sacrosanto e naturale e noi ci voltiamo dall’altra parte: è il solito Caprotti, con il suo caratteraccio. Eh no, non è il solito Caprotti.

È qualcuno che si batte per tutti noi. È qualcuno che quella zona grigia di traffici con la politica non l’accetta. Sia chiaro abbiamo preso il caso Esselunga e Modena, e dunque la sinistra, perché abbiamo trovato un imprenditore che in modo clamoroso ha fatto la sua denuncia. Ma ogni ente locale, nel suo piccolo, alimenta interferenze di questo tipo contro i nostri sacrosanti diritti di proprietà e di libera impresa. Quanti hanno la forza di comprare due pagine sui quotidiani? Quanti, in tanti settori, hanno la forza di sbattere in faccia al potente di turno la propria indisponibilità a trattare su un proprio diritto?

Un nostro lettore ci ha scritto raccontandoci di come per costruire un piccolo ricovero per attrezzi nel suo campo, del costo di 8mila euro, abbia speso 11mila euro per produrre la documentazione necessaria e passato le pene, burocratiche, dell’inferno. Questo piccolo imprenditore che cosa poteva fare, se non arrendersi all’impasto perverso fatto da politica e burocrazia locale. Non tutti hanno la forza di Caprotti. Il sovrintendente della Scala, che è pagato con le nostre tasse, pretende che i propri dipendenti, che sono pagati con le nostre tasse, non facciano i furbetti dello sciopero.

E che se decidono di astenersi dal lavoro e mandare così a monte una trasferta programmata da tempo, non ci prendano per i fondelli ammazzandosi di lavoro nel provare esattamente per quella trasferta che hanno già deciso di non fare. Ecco scatta così un meccanismo opposto al caso Esselunga. Poveri dipendenti degli enti lirici: sfruttati da quattro mascalzoni di politici che per di più tagliano le risorse per i medesimi enti lirici.

Qua si taglia la cultura in Italia; qua si gioca con il nostro futuro. Qua si gioca con la nostra tradizione secolare. No cari: qua si gioca solo con quattro rumorosi furfanti (tanti lavoratori lirici immagino che siano di altra pasta) che se ne approfittano. Se la nostra tradizione viaggia sulle gambe di questi sindacalisti, meglio cancellarla per sempre. E il sovrintendente della Scala faccia come Caprotti, si vesta, diciamo così, di cattivo carattere o almeno di un carattere, e continui per la sua sacrosanta strada.



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Il teatrino dei furbetti: fanno saltare il concerto e vogliono essere pagati

di Sabrina Cottone

Gli orchestrali cancellano l’agitazione in extremis e i "Carmina Burana" non vanno in scena.

Però pretendono lo stipendio per giorni di prove inutili


Milano

È successo di tutto alla Scala. E non solo sul palcoscenico. Alla seconda dell’Aida (per fortuna non era la prima) il tenore Roberto Alagna lasciò l’opera a metà per protestare contro i fischi e gli spettatori si ritrovarono a guardare il sostituto Radames in jeans. Gli artisti hanno vezzi e imprevedibilità e un po’ fanno parte dello spettacolo, perché a chi è bravo - si sa - viene perdonato molto di più che agli altri.

Succede ai cantanti, ma anche a musicisti e coristi, che da sempre tengono in scacco il teatro con agitazioni, minacce di sciopero e serrate programmate con cura nei momenti in cui la lirica, da passione riservata a pochi, diventa oggetto di attenzione nazionale. Come a sant’Ambrogio: a memoria d’uomo, non c’è stato anno in cui il rischio dello sciopero non mantenesse alta la tensione fino alla vigilia del 7 dicembre. Nel 2005 sono riusciti nell’impossibile, cioè costringere alle dimissioni due sovrintendenti di fila e il maestro Riccardo Muti: nel braccio di ferro con loro ha perso lui.

Adesso è tempo di tournée, che significano impegni presi con altri teatri, altri pubblici, altre istituzioni, ma il teatro è in agitazione per la legge Bondi sulle fondazioni liriche e inoltre per dopodomani è fissato un incontro il sindaco di Milano, Letizia Moratti, che dà un’altra ribalta politica alla trattativa. Per farla breve, sono tornati gli scioperi. Con una variante che ha fatto imbufalire persino il sovrintendente Stéphane Lissner, solitamente disponibile a trattare: i sindacati hanno ritirato lo sciopero dopo l’ultima data limite possibile per organizzare la tournée. Ovvero, chiedono il pagamento delle prestazioni anche se il concerto non si può più fare proprio a causa dello sciopero che era stato proclamato. Complicato persino da capire.

A scatenare la guerriglia la decisione di Lissner di non pagare le prove, eseguite in vista del concerto che la Scala non farà a causa dello sciopero. I sindacati Cgil e Fials hanno reagito con una lettera in cui si parla di «serrata ritorsiva nei confronti dello sciopero e come tale sanzionabile ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori». Come ognun sa, dedicato alla repressione della condotta antisindacale. Insomma, un altro terremoto di cui a pagare il conto saranno gli spettatori, ma anche l’immagine della Scala nel resto d’Italia e nel mondo.

La tournée cancellata a Pompei prevedeva che le orchestre della Scala e del San Carlo di Napoli suonassero insieme e la defezione milanese ha scombinato i piani di tutti, a partire da coloro che avevano già comprato il biglietto. La protesta inarrestabile mette a grave rischio anche la trasferta a Buenos Aires, in programma dal 29 al 31 agosto per i duecento anni dello Stato argentino: un appuntamento tra l’istituzionale e il musicale con due rappresentazioni di Aida sotto forma di concerto. Lo sciopero è stato proclamato, Lissner ha messo un nuovo ultimatum e per domani è fissato un incontro per capire se si riuscirà a salvare la situazione e la trasferta argentina.

Lavoratori e sindacati sono spaccati. La frattura è talmente profonda che 58 coristi della Scala (su un totale di 105) hanno firmato un documento contro lo sciopero: ritengono illegittimo il voto che ha cancellato le trasferte e intendono chiedere i danni ai sindacati. Se si cancellano le due trasferte, tra prove e tournée vera e propria evaporerebbero molti soldi.

Cgil e Fials hanno sì ritirato lo sciopero, ma fuori tempo massimo e solo su Pompei, continuano la loro battaglia feroce contro la legge Bondi, che è una specie di manovra Tremonti della lirica con l’obiettivo di salvare i teatri in condizioni disastrate. La Scala, che è ente virtuoso, ha già ottenuto di essere salvata dai tagli, con una norma ad hoc che esclude dalle restrizioni gli enti con i conti in ordine. Poiché la Fondazione Scala (di cui è vicepresidente Bruno Ermolli, imprenditore, abituato a far di conto) chiude da cinque anni in pareggio o in attivo, l’allarme è scampato. Né i dipendenti né gli stagionali rischiano il posto. Lissner si è tranquillizzato e molti orchestrali con lui, insieme a buona parte dei sindacati. Sulle barricate solo Cgil e Fials, ma bastano per paralizzare. E anche per far saltare i bilanci.





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Esselunga: guerra a Coop rosse e Comune

di Paolo Bracalini

Il gruppo di Caprotti denuncia la "concorrenza sleale" con due pagine sui giornali: "Per non farci aprire un centro, a Modena, cambiano la destinazione del terreno". Il pioniere del carrello che scrive bestseller


 
Roma

 
Dieci anni di ricorsi e pub­bliche denunce per finire, se an­drà male, con quasi 45mila metri quadrati di terreno edificabile, ma non per usi commerciali. Una beffa se il proprietario del lot­to si chiama Esselunga, che co­me è noto non vende villette a schiera. La questione va avanti da dieci anni ed è uno dei peggio­ri crucci di Bernardo Caprotti, fondatore della storica catena di supermarket con un lunghissi­mo conto in sospeso con le Coop rosse (cui ha dedicato un bestsel­­ler, Falce e carrello ). Su alcuni giornali di ieri si potevano legge­re due pagine comprate apposita­mente da Esselunga per raccon­tare il caso «Modena, via Canalet­to », un caso lampante, secondo la società lombarda, di violazio­ne della libera concorrenza e di ingerenza politica. 

La vicenda parte nel 2000, quando Esselunga si aggiudica per 24 miliardi di lire un terreno vicino al centro di Modena, sulla base di un Programma di riquali­ficazione urbana approvato dal Comune l’anno prima e che avrebbe consentito la costruzio­ne di un supermercato in una por­zione limitata dell’area acquisita dal gruppo di Caprotti. Però sia­mo a Modena, nel cuore dell’Emi­lia rossa, ed Esselunga gioca fuo­ri casa, perché lì il distributore più forte si chiama Coop Estense, un competitor con delle ottime frecce nascoste nella faretra. Ba­sta meno di un anno per accorger­sene. Perché nel febbraio 2001, la Coop estense partecipa ad un’asta giudiziale che mette in vendita la parte rimanente del­l’area, in tutto nemmeno 9mila metri quadrati. Però fondamen­tali, perché la norma fissa al 75% la quota di proprietà sufficiente ad essere padroni della destina­zione del terreno, e con i suoi 44mila e passa metri quadri, Esse­lunga ne controlla circa il 72%. 

Al­l’asta si presentano dei delegati di Esselunga da una parte e Ma­rio Zucchelli, presidente di Coop Estense, dall’altra. Il quale rilan­cia a suon di miliardi fino ad ag­giudicarsi il piccolo lotto per la spaventosa cifra di 23 miliardi, cinque volte al metro quadro più di quanto pagato da Esselunga in precedenza. Un esborso enor­me, però sufficiente a rimettere in gioco tutto.Il senso dell’opera­zione verrà così descritto dalla Gazzetta di Modena del giorno dopo: «La Coop estense ha paga­to quell’area quattro volte il valo­re di stima pur di impedire l’aper­tura di un concorrente “scomo­do” come Esselunga». 

In effetti da quel momento ini­zia un valzer di incontri con i tec­nici del Comune, con assessori e sindaco, per capire come risolve­re la matassa e a quale dei due contendenti assegnare l’«esclusi­va » del nuovo supermarket. Si ar­riva così al 2008 e l’assessore al­l’Urbanistica Daniele Sitta (Pd, già esponente del Pci dal 1968 e già alto funzionario di società del­la galassia cooperativa) «propo­ne ancora una volta ai rappresen­tanti di Esselunga di insediarsi in altro luogo e cedere a Coop Esten­se il proprio lotto in via Canalet­to. Altrimenti il Comune avrebbe cambiato le «destinazioni d’uso» cancellando «l’uso commercia­le ». 

Un’eventualità sciagurata per Esselunga, ribadita però dal sindaco di Modena Giorgio Pighi l’anno scorso, e nuovamente da Sitta pochi giorni fa («è arrivato il momento di “sfilare” a quello spiazzo il futuro centro commer­ciale e di programmarne la co­struzione altrove»). Una normale “guerra” tra ope­ratori che si contendono, anche ferocemente, una promessa di business? Non sembrerebbe, per­ché l’area acquistata a carissimo prezzo da Coop Estense pare del tutto inadatta alla costruzione di un ipermercato (un pezzo di ter­ra che dà sulla ferrovia...). E che dunque, secondo Esselunga, rive­la chiaramente «l’intendimento originario», cioè «l’eliminazione dell’unico supermercato possibi­le in via Canaletto, quello di Esse­lunga ». 

Accuse già tradotte in un ricorso al Tar, da cui la società lombarda è uscita sconfitta, e che adesso è al vaglio del Consiglio di Stato. Il sindaco di Modena re­spinge ogni accusa e annuncia querele. Esselunga Spa fa sapere però che «non accetterà questa condotta» e farà di tutto per op­porsi facendone un caso naziona­le (in effetti ieri già ripreso dal Pdl nazionale ed emiliano). Per far vincere, contro falce e carrello, «concorrenza e libertà».




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Addio alla vedova di Aldo Moro Non perdonò mai la Dc

Corriere della sera

La signora Eleonora si è spenta a 94 anni



ROMA — La vedova di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, è morta a Roma. Aveva 94 anni. A lei il presidente della Democrazia cristiana indirizzò alcune delle 86 lettere inviate dal carcere delle Brigate rosse. In una scriveva: «Ti abbraccio forte, Noretta mia, morirei felice se avessi il segno della vostra presenza, sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla». Le Brigate rosse non consegnarono questa lettera che venne ritrovata solo anni dopo che Moro era stato ucciso.
Nessuno conosceva la signora Noretta Moro fino al giorno in cui suo marito venne sequestrato dai terroristi il 16 marzo 1978. Subito dopo l’agguato che provocò l’uccisione degli uomini della scorta, balzò in primo piano questa donna riservata, decisa, che per salvare la vita del marito cominciò a bussare a tutte le porte, senza mai arrendersi. La sua composta fermezza convinse perfino il pontefice Paolo VI a compiere un gesto clamoroso. Dal Vaticano il papa scrisse una lettera toccante «agli uomini delle Brigate rosse». Uno spiraglio di speranza la signora Moro credette di trovarlo nella posizione del leader socialista Bettino Craxi, che voleva rompere il fronte della fermezza e percorrere una via della trattativa. Quando però il 9 maggio del 1978, dopo 55 giorni di prigionia, Aldo Moro fu trovato cadavere in via Caetani, la signora Moro cominciò a rovesciare tutto il suo livore e il suo astio contro quelli che, secondo lei, non avevano permesso al marito di tornare vivo.
Ce l’aveva soprattutto con il segretario della Dc Benigno Zaccagnini, che fu devastato dalla tragedia dell’uomo al quale lui era politicamente legato. «Il mio sangue— aveva scritto Moro ai capi della Dc — ricadrà su di voi». Durante i processi alle Brigate rosse, la signora Moro ha ripercorso varie volte la tragedia di quei giorni raccontando che suo marito aveva a volte percepito minacce e pericoli per la sua vita. In particolare una volta, dopo un incontro con il segretario di Stato americano Henry Kissinger, il presidente della Democrazia cristiana si era sentito male e venne soccorso dal suo medico personale. Ciò fu dovuto, secondo la vedova, al fatto che Kissinger lo aveva minacciato, dicendogli in modo molto rude che gli Stati Uniti non gradivano affatto la sua politica di apertura verso i comunisti. «Provo a ricordare le esatte parole che mio marito mi riferì— disse la signora Eleonora ai giudici —. Disse che Kissinger lo aveva ammonito pesantemente: o lei la smette di corteggiare i comunisti o la pagherà cara».
Questa ricostruzione è stata però sempre smentita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e da Giulio Andreotti. Cossiga ha spiegato che Kissinger era semplicemente stupito dal modo in cui parlava Moro, molto involuto, e non riusciva a capirlo. Uno dei misteri che ancora avvolgono il caso Moro è stato prospettato proprio dalla vedova, quando ha raccontato che suo marito portava sempre con sé 5 borse, mai ritrovate. Chi le ha prese?

Marco Nese
19 luglio 2010




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Morto l'attore Renato De Carmine

Il Mattino

 

ROMA (18 luglio) - Renato De Carmine, attore e doppiatore, 87 anni, è morto nel pomeriggio di oggi al Policlinico Gemelli di Roma, dove era stato ricoverato giorni fa per una forte anemia. Nato a Roma il 25 gennaio 1923, De Carmine aveva debuttato allo Stabile di Napoli per poi lavorare a lungo al Piccolo teatro di Milano con Giorgio Strehler.

Era noto al pubblico televisivo per aver partecipato ai primissimi sceneggiati televisivi, come Piccole donne e Piccolo mondo antico, negli anni Cinquanta, proseguendo la sua attività attraverso i decenni (Lungo il fiume e sull'acqua, Nero Wolfe) fino alle fiction come La Piovra 7 e Linda e il brigadiere.




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Ed è scandalo al cimitero delle Fontanelle Diventa un set per foto molto osé

Il Mattino

 
di Paolo Barbuto

NAPOLI (18 luglio) - Un set fotografico allestito nel giro di un’ora, una modella in abiti succinti davanti alle ossa del cimitero delle Fontanelle. Tema degli scatti la «vedova inconsolabile», che pur essendo vedova e nonostante sia inconsolabile non esita a mostrare le sue forme e a stracciarsi, letteralmente, gli abiti di dosso fino a rimanere seminuda.
Il servizio fotografico, realizzato per un mensile internazionale, ha inizialmente provocato incredulità, poi ha scatenato la polemica. A raccontare la vicenda è Antonio Loffredo sacerdote della Sanità che si batte per la riapertura libera del cimitero: «Mi hanno chiamato i volontari che si trovavano lì. Mi hanno raccontato dell’arrivo di una troupe, della presenza di una modella vestita con poco o nulla. L’ho trovato scandaloso ma voglio credere che si sia trattato di un errore».

Le fotografie sono state scattate domenica scorsa, di pomeriggio, a ridosso dell’orario di chiusura del cimitero. Intorno alle 16 si sono presentati davanti all’ingresso del cimitero un grosso camper, un camioncino e qualche automobile. Da un’auto è scesa una modella che agli occhi degli astanti è apparsa «bellissima e snellissima», almeno così la raccontano. Mentre la modella è andata sul camper per truccarsi e cambiarsi d’abito, la troupe si è presentata al varco del cimitero e ha mostrato ai custodi un regolare permesso rilasciato dall’Amministrazione per entrare nel cimitero e realizzare il servizio.

Le strutture per realizzare le foto professionali sono state sistemate all’interno, l’allestimento ha richiesto molto tempo. Dopo circa un’ora, secondo il racconto dei presenti, dal camper è scesa la modella che doveva evidentemente rappresentare una vedova. La parte più coperta del corpo era la testa sulla quale era appoggiato un cappellino nero con una veletta sul volto. Per il resto indossava poco o niente. Un minuscolo corpetto dal quale debordava il seno e una minigonna che, sempre secondo il racconto dei presenti, ad ogni passo lasciava intravedere «tutto, fino agli slip» (ovviamente le parole utilizzate da chi ha visto e ha raccontato sono state differenti, ma il senso era proprio questo).

La donna era già concentrata sugli scatti che avrebbe dovuto fare ed aveva già l’aria contrita della vedova disperata.

Quel che è accaduto all’interno del cimitero delle Fontanelle durante il servizio fotografico, però, nessuno è in grado di raccontarlo. È stato ammesso solo il personale della troupe: fotografi, tecnici, truccatori, nessun altro ha potuto assistere al momento in cui sono state scattate le fotografie che hanno richiesto una lunga lavorazione tanto che, all’uscita, c’erano già le prime ombre della sera.
La notizia della presenza di una bella modella discinta ha fatto subito il giro del quartiere e ha fatto radunare all’esterno del cimitero una piccola folla di curiosi.

C’era anche una porzione dei volontari che presidiano il cimitero e si battono per ottenerne la gestione. I volontari hanno protestato chiedendo di verificare attentamente i permessi e urlando a gran voce le loro ragioni. Durante i giorni di tensione delle settimane scorse, in cui fu pretesa la riapertura della struttura a tempo pieno, fu reiterato il divieto di culto, imposto nel 1969 per evitare episodi di fanatismo e feticismo che circondavano le «anime pezzenti». Quel divieto comprendeva l’impossibilità di depositare lumini dinanzi alle ossa e ancora l’altra settimana è stato fatto rispettare: «I lumini non possono essere accesi - hanno urlato i volontari - ma i flash della macchina fotografica sì. C’è qualcosa che non va».

Proprio per discutere del futuro del cimitero delle Fontanelle, la prossima settimana è previsto un incontro tra i rappresentanti delle associazioni di volontariato e l’Amministrazione. Potrebbe anche essere un’occasione per chiarire la vicenda delle foto discinte davanti alle ossa dei morti pezzentelli.




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