giovedì 22 luglio 2010

La doppia vita dei preti gay nella capitale

Libero



E' destinata a far discutere l'inchiesta sui preti omosessuali della Capitale. Di giorno uomini di Chiesa che predicano gli insegnamenti del Signore in abito talare, di notte uomini "perfettamente integrati" negli ambienti gay. Sono questi i sacerdoti dalla doppia vita immortalati dal settimanale Panorama. Le loro notti brave sono documentate con tanto di video rubati durante le feste dei locali romani.

La telecamera nascosta riprende incontri equivoci, un rapporto sessuale con un partner casuale e una condotta di vita che nulla ha a che vedere con l'obbligo della castità e, più in generale, con l'orientamento della Chiesa sull'omosessualità. L'inchiesta si sofferma in particolare su tre personaggi, tre preti che frequentano con disinvoltura escort, chat e locali, e rivelano la loro doppia "identità" al giornalista e al suo "complice " gay, ignari dell'obiettivo che li riprende.
22/07/2010




Powered by ScribeFire.

Indipendenza del Kosovo: sentenza Aja Nessuna violazione diritto internazionale

Il Messaggero

La Corte di Giustizia: la proclamazione di indipendenza non è un atto contrario al diritto internazionale

BRUXELLES (22 luglio) 




La proclamazione dell'indipendenza del Kosovo non è un atto contrario al diritto internazionale. Lo afferma la Corte di giustizia dell'Onu nel parere consultivo pronunciato oggi all'Aja. «La legge generale internazionale non contiene proibizioni all'indipendenza. Di conseguenza la dichiarazione (di indipendenza del Kosovo, ndr) non ha violato la legge generale internazionale», ha dichiarato il presidente della Corte di giustizia dell'Aja, che sta ancora leggendo le ragioni che hanno portato al verdetto.


La proclamazione di indipendenza del Kosovo è coerente anche con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite in quanto la risoluzione non contiene proibizioni all'indipendenza. Lo afferma la corte di giustizia dell'Onu nel parere consultivo sullo status indipendente del Kosovo reso oggi all'Aja.


A riconoscere il Kosovo come stato indipendente e sovrano sono 69 paesi in tutto il mondo, sui circa 200 rappresentanti nell'assemblea delle Nazioni Unite. Dal momento della proclamazione unilaterale dell'indipendenza dalla Serbia, il 17 febbraio del 2008, il processo di riconoscimento è andato avanti in modo rallentato, rispetto alle attese di Pristina che puntava ad essere riconosciuta da almeno 100 paesi entro la fine del 2008. La comunità internazionale attende il parere della Corte di giustizia dell'Onu che, benchè solo consultivo, è destinato ad incidere molto sulle prospettive future. 


Usa ma non Russia - Gli Usa hanno subito riconosciuto il Kosovo indipendente e anche ieri il vice presidente americano Joe Biden ha ribadito l'appoggio statunitense al nuovo status di quella che viene ormai considerata un ex provincia serba. La Russia invece, paese che fa parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, si è sempre rifiutata di riconoscere la secessione del Kosovo, schierandosi con le ragioni della Serbia. 


Nella Ue sì da 22 stati - Ventidue stati membri della Ue, tra cui l'Italia, hanno riconosciuto il Kosovo indipendente. Sono però ancora cinque i paesi che non si sono uniformati a livello europeo: Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. La maggioranza di loro teme che il Kosovo rappresenti un precedente per rivendicazioni autonomiste interne. 


Dentro il Fmi e Banca mondiale, non Onu - Il Kosovo è diventato il 186/mo membro del Fondo monetario internazionale (Fmi), da cui ha ricevuto proprio oggi un prestito, e della Banca mondiale, ma non è ancora riuscire ad entrare a far parte dell'Onu. La Serbia si oppone nettamente e senza il suo consenso non è possibile l'ingresso.




Powered by ScribeFire.

I mercanti di stoffe che vestono il Papa e i reali d’Europa

Corriere del Mezzogiorno

Caccioppoli, i «sacerdoti del ben vestire»

 

Tasmania, per realizzare giacche leggere come foulard. Tessuti Loropiana dai titoli finissimi, adatti alle esigenze di manager metropolitani. Lini pregiati, per camicie «cucite addosso». E, ancora, sete, sangallo, merletti. È una specie di scrigno delle meraviglie l’universo dei tessuti.

L'atelier Caccioppoli: le foto
 
Un mondo che però anche a Napoli, città legata a doppio filo alla sartoria, può contare su pochissimi «templi». L’indirizzo dove un uomo che ama vestire «su misura» non può non trovare tutto quel che cerca è Caccioppoli, alle spalle di piazza Nicola Amore. Novanta anni di storia, quattro generazioni, 800 metri quadrati su tre piani, 12 soci titolari, mille pezze, 50 mila metri di tessuti, sono alcuni dei numeri che raccontano una storia che ha resistito al cambio delle mode e all’avanzata del pret à porter.

«Il nostro settore tuttavia è quello che ha avvertito meno la crisi» racconta Cosimo Caccioppoli, quarta generazione della famiglia. Cosimo ha 35 anni, una laurea — titolo di studio che buona parte dei soci hanno conseguito prima di entrare in azienda— e un impegno concentrato sui mercati esteri. Paolo Caccioppoli, terza generazione, è invece il manager che ha assunto decisioni importanti quando si è trattato di resistere ai cambiamenti mantenendo il negozio sempre uguale a sé stesso, eppure in linea con le nuove esigenze del mercato e delle mode che, quando si tratta di tessuti, sono sussurri impercettibili da cogliere con un fiuto particolare.

«Mi piace pensare a noi— dice Paolo— come a sacerdoti che hanno, nel nome del bel vestire, una missione di civilizzazione». Il mercato si è «assottigliato» ma i Caccioppoli sono andati alla ricerca di altro, continuando a garantire un assortimento per tutti i gusti e tutte le tasche. In negozio si trova tutto quel che cercano le sartorie e i privati. Intanto è stata allargata la rete vendita a tutta Europa grazie ad internet, ma anche con l’utilizzo di agenti a Parigi, Londra, oltre che a Tokyo e negli Stati Uniti.

«Così abbiamo mantenuto i livelli degli anni Sessanta» racconta Cosimo, che rivela l’identità di alcuni clienti celebri. Caccioppoli ha fornito la casa reale spagnola e quella inglese, e (attraverso la sartoria Formosa) anche Daniel Westling, vestito made in Naples per le nozze con la principessa Victoria di Svezia. E poi Lapo Elkann, molti parlamentari (quelli che vestono da Biagio Mazzuoccolo) e Benedetto XVI. Dall’uomo alla donna. Da Caccioppoli a Valli. Da piazza Nicola Amore al Ponte di Tappia, nel cuore della City.

Il negozio, presente in tutte le città più importanti d’Italia, tocca picchi insuperati sul fronte sposa e cerimonia. «Siamo fra i primi, anzi siamo i primi» dice il direttore Giancarlo De Lucia, che però ammette che la sartoria per il quotidiano si è un po’ persa. «Troppo alti i costi. Fra stoffa e sartoria, per un abito buono, vanno via mille euro. E la voce più alta è proprio quella della sarta». Da Valli in vetrina ci sono manichini «vestiti» con stoffe drappeggiate mirabilmente. L’effetto è quello di abiti veri e propri, magnificenze «architettoniche» assolute.

Il nuovo fronte sono i tessuti elasticizzati. «E proprio questo è un po’ il limite della sartoria: gli elasticizzati e i tessuti tecnici». Ma il fascino di un vestito realizzato su misura resta inarrivabile. Le tendenze della prossima stagione? Per la sposa l’avorio, che ormai ha surclassato il bianco. Poi i pizzi, i ricami e il «sogno» che alla fine si arrende alla tradizione. «Tante entrano chiedendo tessuti rossi o blu per l’abito delle nozze. Poi tentennano e infine cedono al bianco», racconta De Lucia. Clienti famose? Tante, molte signore della antica nobiltà partenopea. Ma niente nomi: sono segreti, come i difetti che ciascuna minimizza con l’aiuto di un ottimo tessuto e di una buona sarta.

Anna Paola Merone
22 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

Dal pavimento spuntano i geologi Viaggio nel sottosuolo di Napoli

Il Mattino

 
di Paolo Barbuto


NAPOLI (22 luglio) - Toc-toc. Toc-toc. La dottoressa Natalia Sanna aveva già sentito un po’ di rumori strani nel suo studio veterinario, nei giorni precedenti; stavolta però il rumore non era strano, era decisamente chiaro. Qualcuno che bussava, come se fosse dietro la porta. Solo che si trovava sotto al pavimento.

Toc-toc: sotto al pavimento, a bussare con le nocche, come si fa dietro a una porta, c’era Gianluca Minin, presidente dell’associazione «Borbonica sotterranea» che gestisce il tunnel borbonico. Minin, trovato un percorso inesplorato, ha iniziato nei mesi scorsi a ripulirlo con il supporto del vicepresidente Enzo De Luzio e di tutti i membri dell’associazione. Risalendo lungo la nuova cavità, ha scoperto una scala colma di detriti.

Portando via un secchio di detriti a testa, gli uomini e le donne della «Borbonica sotterranea» hanno lentamente risalito otto tese di scale fino ad arrivare a un blocco di cemento moderno. Quello dove Minin s’è messo a bussare. Le due vicende parallele, una vissuta in superficie l’altra nelle cavità, si sono incontrate esattamente sulle scale alle spalle della zona-toletta dello studio veterinario in via del Grottone, una traversa senza uscita alle spalle di piazza del Plebiscito. 




Dietro allo scalino che si era incredibilmente spostato la dottoressa Sanna ha visto il volto impolverato di Minin; davanti allo scalino che aveva appena spostato, Minin ha visto il volto sorridente della dottoressa Sanna. Solo Napoli è capace di costruire e raccontare certe storie. Solo qui è possibile scoprire percorsi nascosti, bussare a un pavimento, entrare e trovarsi di fronte una persona disposta a condividere l’entusiasmo per la nuova scoperta.

Oggi la dottoressa Natalia Sanna, donna solare e sognatrice, ha lasciato spazio alla follìa dei geologi. Ha rinunciato con un pizzico di magone a quella zona del suo studio dove per anni s’è presa cura degli animali, e ha consentito agli esperti di «Borbonica sotterranea» di installarsi in quell’area per ricostruire i percorsi che legano la Napoli di sopra con quella di sotto. Lo studio veterinario non è stato dismesso. Ci sono ancora le vasche per il bagno degli animali, le gabbie dove venivano ospitati, e anche la scala che è rimasta bucata esattamente nel punto dove è avvenuto il faccia a faccia.

Quello studio veterinario, nei progetti di Minin e del suo gruppo, potrebbe diventare una delle porte per le visite turistiche all’interno del tunnel borbonico. Non è ancora aperto ai turisti quel percorso sotterraneo, ma entro la fine del 2010 le attività dovrebbero decollare e l’associazione lavora di buona lena per accelerare il più possibile. Il tunnel borbonico si apre su via Morelli, nella stessa cavità che ospita il garage oggi in rifacimento.

Quel cunicolo venne realizzato nell’800 dai Borbone che vollero creare un percorso protetto dal palazzo reale fino alla caserma Vittoria e verso il mare. Probabilmente quel percorso non venne mai utilizzato dai Borbone. Finì dimenticato, poi riscoperto come rifugio dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e infine utilizzato come deposito comunale. Lì dentro venne gettato il materiale ritenuto inutile dal Comune, comprese le memorie di epoca fascista.

Proprio il nostro giornale nel mese di marzo rivelò in anteprima la presenza di statue di quell’epoca, che raffiguravano Aurelio Padovani e facevano parte di un gigantesco monumento situato in piazza Santa Maria degli Angeli. In quelle grotte furono portate, e dimenticate, anche auto e moto sequestrate ai napoletani degli anni ’50. Le auto e le statue sono ancora dentro al tunnel borbonico nel quale lavora L’associazione culturale «Borbonica Sotterranea». Le operazioni di ripulitura dai detriti hanno richiesto quasi due anni di lavoro.

Man mano che il materiale veniva rimosso, si aprivano davanti agli occhi dei nuovi «esploratori», ambienti dimenticati: cisterne, aree destinate a rifugio. Oggi il tunnel è quasi pronto per l’apertura alle visite turistiche, eppure non smette di regalare emozioni e novità. Basta accorgersi di un percorso inesplorato, armarsi di forza per pulire e pazienza per procedere. E infine sperare che quando si bussa sotto a un pavimento, dall’altro lato ci siano persone appassionate e ben disposte. L’apertura all’interno dello studio veterinario potrebbe essere utilizzata inizialmente come via d’ingresso e d’uscita per le visite al tunnel borbonico.

Quando i lavori al garage saranno conclusi, l’ingresso avverrà da via Morelli e i turisti usciranno, certamente meravigliati, in una zona diversa della città, dentro un luogo impensabile. Magie di Napoli. Magie del sottosuolo della città.




Powered by ScribeFire.

Tutu: «Mi ritiro dalla vita pubblica»

Corriere della sera

L'arcivescovo che lottò contro l'apartheid:«Porterò la cioccolata a mia moglie ogni mattina»

 


SUDAFRICA

 


Ingresso per non bianchi ai tempi dell'apartheid
Ingresso per non bianchi ai tempi dell'apartheid
JOHANNESBURG - Dopo aver cantato «Siamo tutti africani» al concerto di apertura degli ultimi mondiali in Sudafrica, è arrivato il momento della pensione. Il premio Nobel per la Pace Desmond Tutu lascia la vita pubblica. «Il 7 ottobre compirò 79 anni e mi ritirerò - ha annunciato l'arcivescovo sudafricano -. Il tempo dedicato al lavoro sarà limitato ad una giornata alla settimana fino alla fine di febbraio, quando il mio ufficio chiuderà del tutto». L'unico incarico che manterrà sarà la partecipazione agli «Elders», il gruppo di saggi creato da Nelson Mandela per lavorare sulle emergenze mondiali. Tutu, campione della lotta all'apartheid, premiato con il Nobel nel 1984, ha motivato la decisione di ritirarsi con il desiderio di dedicarsi alla famiglia: «Penso di aver fatto tutto quello che potevo e che ho veramente bisogno di tempo per tutte le altre cose che ho sempre voluto fare». Come dedicarsi alla moglie Leah: «Sposarla è stata la migliore decisione della mia vita» ha detto. E ha promesso pubblicamente che d'ora in poi le servirà tutte le mattine «una tazza di cioccolata calda a letto, come ogni marito devoto dovrebbe fare».

22 luglio 2010




Powered by ScribeFire.

Sfondo tricolore contro verde padano La politica si fa sulle strisce pedonali

Corriere del Veneto

Nel Veronese il confronto a distanza fra Veronella e Isola della Scala

 

Le strisce pedonali «nazionaliste» a Isola della Scala
Le strisce pedonali «nazionaliste» a Isola della Scala

VERONA — In origine erano semplici: bianche e nere come le zebre. E come l’animale talvolta venivano indicate. Poi è arrivato il colore e le strisce pedonali da allora non sono più state le stesse. Sempre bianche, le strisce, e dapprima, rosso il fondo, perché in questo modo dovevano risaltare di più sul grigio dell’asfalto. Ma dato che una norma precisa su quale deve essere il colore del fondo in prossimità degli attraversamenti non c’è, i sindaci hanno pensato che, oltre a servire per la sicurezza, le strisce si potevano abbinare al colore del paese.

Meglio ancora al colore (politico) della giunta, con il quale potrebbero fare un perfetto pendant. E così le strisce talvolta sono bianche e rosse, talvolta bianche su fondo blu, talvolta rosa, come in centro a Verona, per ricordare le battaglie contro xenofobia e razzismo. Ma l’ultima moda è farle bianche e verdi come a Veronella. Verde padano, per la precisione.

«Il rosso è efficace - spiega il sindaco leghista, Michele Garzon -ma è troppo aggressivo per il nostro paese, che è un piccolo comune di campagna. E visto che è un colore che io amo, ho proposto di farle verdi. Ho avuto il via libera dal geometra comunale e dal comandante dei vigili». Anche il sito del Comune, per altro, è realizzato su sfondo color smeraldo, nonostante quel colore non compaia affatto nello stemma comunale.

Appare però, e pure splendente, nella giunta che è di un granitico monocolore leghista. Se si è al top della moda, però, si corre sempre il rischio di passare e diventare vecchi in fretta. E infatti, l’ultimissimo grido in fatto di strisce pedonali lo ha lanciato, proprio ieri mattina, il sindaco di Isola della Scala, nonché presidente della Provincia di Verona, Giovanni Miozzi (Pdl sponda An) che le strisce le ha rese «nazionaliste»: bianche, rosse e verdi.

«Visto che si tratta proprio dell’attraversamento pedonale che porta in municipio - scherza Miozzi - mi è sembrato l’abbinamento più adatto. Senza mancare di rispetto ai colori nazionali, è un modo per sdrammatizzare le argomentazione di chi pretende di inserire la politica anche nei passaggi pedonali ». D’altro canto, il sindaco Miozzi proviene da Alleanza Nazionale, così come buona parte della giunta che lo sostiene, e quei colori non gli sono certo sgraditi. Pronta la replica del collega Garzon: «Almeno però che la polemica non sia solo con me. Miozzi dovrebbe farla anche con chi le ha fatte rosse. Con chi le ha fatte azzurre no, però, perché anche lui fa parte del Pdl».

Samuele Nottegar
22 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

L'antenato preistorico del vibratore

Corriere della sera

L'utensile ritrovato in un sito mesolitico del nord Europa. Secondo alcuni esperti è un simbolo di fertilità femminile

 

RISALE A sei-quattroMILA ANNI FA
L'antenato preistorico del vibratore


Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)
Il presunto fallo preistorico (da Scienceblogs.com)
MILANO - È un corno di pietra l’oggetto ritrovato dagli archeologi svedesi nel sito mesolitico di Motala, ricco di reperti risalenti a un periodo tra 6.000 e 4.000 anni fa. Ma non occorre essere particolarmente maliziosi per notare la forma esplicitamente fallica dell’oggetto, tanto da far ipotizzare che si trattasse di una sorta di progenitore del moderno vibratore. Del resto non sarebbe la prima volta che gli archeologi rintracciano tra i reperti antichi utensili evocativi del membro maschile. Il più antico risale a ben 28 mila anni fa, era di pietra, fu trovato in Germania nel 2005 (nella caverna di Hohle Fels) e le sue misure erano di 20 centimetri di lunghezza per un diametro di 3 centimetri. Ma la preistoria è ricca di testimonianze che lasciano immaginare l’esistenza dei giocattoli sessuali già in tempi antichissimi, anche se in molti casi la levigatezza di questi utensili suggerisce un loro uso alternativo (per esempio per scheggiare le selci).

LE MISURE - Dieci centimetri e mezzo di lunghezza per un diametro di circa due centimetri: queste le misure del "dildo" trovato a Motala. Secondo l’archeologo Gsran Gruber del National Heritage Board la somiglianza dell’oggetto, ritrovato negli strati di argilla nei sedimenti del fondo del fiume e composto da materiale organico, è inequivocabile, ma è assolutamente possibile che venisse utilizzato anche (o forse unicamente) come scalpello, senza alcun fine sessuale. Infine nel blog di Gsran Gruber un lettore sostiene che l’utensile assomiglia a uno strumento utilizzato da sua madre per macinare il peperoncino.

SIMBOLISMO - Non va esclusa nemmeno la possibilità che si trattasse di un oggetto simbolico, rappresentativo della fertilità femminile. Del resto questo tipo di oggetti erano abbastanza comuni nell’antichità, diversamente dai simboli di fertilità maschile, ben più rari. La zona dove è stato ritrovato il reperto è particolarmente ricca e il suo stato di conservazione è notevole. In tempi recenti sono stati rintracciati nello stesso sito altri reperti di grande interesse.

Emanuela Di Pasqua
22 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Il governo a Bolzano: "Rimuovere quei cartelli scritti solo in tedesco"

di Redazione

Il governo chiederà al presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, di rimuovere circa 36mila cartelli scritti solo in tedesco nei sentieri di montagna nella Provincia autonoma


 
Roma - Chi desidera fare una passeggiata sulle montagne dell'Alto Adige deve conoscere bene i sentieri o affidarsi a una guida. Oppure studiarsi il tedesco. Non ci sono alternative. Pensare di cavarsela con i cartelli è impossibile. Non sono scritti in italiano (e nemmeno in inglese). Eppure siamo in Italia. Della questione si è occupata, nei mesi scorsi, la procura di Bolzano, che ha stabilito che si tratta di una violazione di legge, visto che non si rispettano le disposizioni dello Statuto di autonomia in materia di toponomastica e bilinguismo. Anche il governo si è occupato del caso. Oggi è arrivata la decisione che dovrebbe risolvere il problema: i cartelli scritti solo in tedesco dovranno essere rimossi. 

Rimuovere i cartelli Il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, durante il Coniglio dei ministri ha illustrato la questione relativa alla cartellonistica dei sentieri di montagna nella Provincia autonoma di Bolzano. Il Cdm, si legge in una nota, concordando con le iniziative sin qui adottate dal ministro Fitto e su proposta dello stesso, ha ritenuto necessario dare inizio alla procedura di attivazione del potere sostitutivo prevista dall’art. 120 della Costituzione. 

La diffida A tal fine il ministro Fitto diffiderà il presidente della Provincia autonoma di Bolzano a provvedere alla rimozione dei circa 36.000 cartelli esistenti in versione monolingue tedesca. Nei giorni scorsi l’intenso lavoro finalizzato alla stipula di un’intesa tra governo e Provincia, ricorda la nota, non aveva sortito gli effetti sperati affinché fosse ripristinata una corretta applicazione del principio del bilinguismo o trilinguismo ove previsto. 

Mancata intesa "Sono rammaricato di non essere riuscito a raggiungere un’intesa ragionevole con il presidente Durnwalder - ha commentato Fitto dopo la decisione del Cdm - Il governo ha però inteso riaffermare il principio del rispetto del bilinguismo". 

Frattini: violazione dello statuto Alcuni mesi fa il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si era occupato della questione: "La toponomastica monolingue è una violazione dello statuto, senza se e senza ma. La Svp continua da anni a non demarcare e ratificare i toponimi tedeschi e prende una scusa per abolire quelli italiani. In montagna i cartelli solo in tedesco mettono in pericolo i turisti e gli escursionisti. Queste sono violazioni serie e gravi". Fra poco il problema dovrebbe essere risolto. 

L'intesa saltata per il no di Bolzano L'intesa sembrava in realtà raggiunta, ma poi è saltato tutto. "Constatata l’indisponibilità della Provincia a risolvere la questione di comune accordo, il ministro porrà in essere le conseguenti iniziative per il ripristino della legalità violata": con queste parole il ministro Fitto, ha dichiarato fallite le trattative. Il governatore altoatesino Luis Durnwalder, come sua abitudine, non ha usato mezzi termini per rispondere al ministro. "Firmare l’accordo proposto dal ministro Fitto - ha detto - sarebbe per me harakiri politico". Secondo Durnwalder, "Fitto pretendeva che tutti i toponimi fossero indicati nelle due lingue. Questo significherebbe accettare i nomi italiani inventati da Tolomei. Roma - per Durnwalder - non può imporre la sostituzione dei cartelli, anche perchè gran parte si trova su proprietà privata". 

"Correzioni" con il pennarello Nel frattempo sempre più cartelli tornano bilingui: anonimi escursionisti aggiungono semplicemente la dizione italiana con il pennarello.  




Powered by ScribeFire.

C'è chi guadagna più della Polverini

IL Tempo

Regione: dirigenti del Lazio, ecco gli stipendi. Oltre 200mila euro. E' arrivata l'ora dei tagli. Negli Stati Uniti i governatori ottengono in media 88mila euro. Gli eletti alla Pisana portano a casa da 130 a 150mila euro.

 

Sono dirigenti ma guadagnano più del presidente della Regione Lazio. I loro stipendi, anche oltre 200 mila euro all’anno, superano quelli dei consiglieri, degli assessori e dei consulenti pure strapagati. Ogni mese portano a casa il compenso che gli spetta per legge, a cui aggiungono la «retribuzione di risultato». Così, ogni anno, riescono a oltrepassare la soglia di 200 mila euro. Mica male il mestiere di dirigente nel Lazio, soprattutto ben pagato, con stipendi che non hanno pari nel resto del mondo.

Nazzareno Cecinelli è il segretario generale della Pisana: guadagna 210 mila 946,97 euro lordi all'anno. Vincenzo Ialongo è direttore del servizio tecnico-strumentale, informatica, sicurezza sui luoghi di lavoro: porta a casa 204 mila 375,98 euro lordi all'anno, composti da uno stipendio tabellare di 157 mila 721,98 euro e da una retribuzione di risultato pari a 46.654 euro. Onoratino Orticello, direttore del servizio Commissioni, guadagna quasi 175 euro euro in meno: esattamente 204 mila 200,77 euro (157.721,98 di compenso base, più 46.478,79 di premio). Cifre simili per Costantino Vespasiano, direttore generale del servizio legislativo: 204 mila 389,48 euro all'anno (157.721,98 di base, a cui vanno aggiunti 46.667,50).

Poi c'è il vice capo di gabinetto del presidente del Consiglio regionale. Si chiama Giacomo D'Amico, era dipendente della Asl di Frosinone. Ha cambiato lavoro. Nella delibera numero 31, firmata il 15 giugno scorso, l'ufficio di presidenza gli ha assegnato l'incarico con uno stipendio di 181 mila 694,21 euro. Ovviamente l'incarico durerà quanto la legislatura. Dunque, senza colpi di scena, altri quattro anni e nove mesi. Anche se nel caso cambiasse il presidente del Consiglio, il posto potrebbe essere revocato. Si tratta infatti di incarichi fiduciari, stabiliti unicamente dal numero uno del Consiglio regionale. Ancora non è stato nominato il capo di gabinetto della presidenza della Pisana.

Ma la casella, ovviamente, è pronta. Chiunque sarà, farà bingo. Gli spetteranno più di 200 mila euro all'anno. Dal canto suo la governatrice Renata Polverini ha tagliato del dieci per cento i primi contratti stabiliti, anche se gli stipendi restano sempre piuttosto elevati. Il capo ufficio di gabinetto della presidente del Lazio, Giuseppe Zoroddu, ottiene 189 mila euro. Stesso compenso del segretario generale, Salvatore Ronghi. Poco meno il vicecapo dell'ufficio di gabinetto, ancora da nominare: 181 mila euro lordi all'anno. Nella legislatura precedente tutti e tre gli incarichi superavano i 200 mila euro. Precisamente il capo gabinetto contava su 211 mila 068,87 euro, il vice 201.882,45 e il segretario generale altri 211 mila 068,87 euro.

Ma le riduzioni riguardano anche tutti gli altri dirigenti apicali, anche se con compensi più bassi. Nonostante tutto, dunque, alcuni stipendi d'oro restano. Sono in media il doppio di quello che ricevono gli altri dirigenti, che portano a casa da 80 a 110 mila euro all'anno. Compensi che superano in modo rilevante quelli destinati ai consiglieri regionali, eletti con decine di migliaia di voti. Questi ultimi, insieme con gli assessori esterni, hanno un'indennità calcolata in rapporto percentuale, entro il limite dell'80 per cento, sull'analoga indennità corrisposta ai deputati e ai senatori.

L'indennità è pari a 4.252,35 euro al netto delle quote contributive per il futuro assegno vitalizio (1.594,63 euro), per l'indennità di fine mandato (59,06 euro) e della ritenuta fiscale (3.456,87 euro). Si aggiungono le indennità di funzione: 2.311,23 euro per i presidenti del Consiglio e della Giunta regionale, 1.783,08 euro per il vice presidente della Giunta, 1.485,89 euro per assessori e vice presidenti del Consiglio; 891,50 euro per presidenti dei gruppi politici, presidenti delle Commissioni consiliari e consiglieri segretari e, infine, 594 euro per i vice presidenti di Commissione. Va aggiunta una diaria mensile di 4 mila 003,11 euro e il rimborso chilometrico per i consiglieri che abitano a più di 15 chilometri dalla Pisana. A conti fatti, lo stipendio di un consigliere regionale del Lazio oscilla tra 130 e 150 mila euro all'anno.

Molto meno dei dirigenti d'oro che vengono pagati più della stessa govenatrice del Lazio e del presidente del Consiglio regionale, che portano a casa quasi 180 mila euro. Incarichi davvero straordinari, che non hanno pari nel resto del mondo. Così il segretario generale del Lazio ogni anno guadagna 50 mila euro in più del governatore della California. Sì perché Arnold Schwarzenegger, il più pagato degli amministratori degli Stati americani, ha uno stipendio di 162 mila 598 euro lordi all'anno (poco più di 206 mila dollari). Tutti gli altri si accontentano di compensi inferiori: il governatore di New York ottiene 179 mila dollari, quello dell'Ohio 144,830, quello del Montana 96,462 dollari, quello del Maine 70 mila dollari lordi all'anno. In euro, mediamente, i governatori Usa hanno uno stipendio di 88 mila euro all'anno. Meno della metà di quello che ottengono i dirigenti d'oro de noantri che insidiano anche la «leadership» del presidente Barack Obama, che guadagna quasi 280 mila euro all'anno.

Alberto Di Majo
22/07/2010




Powered by ScribeFire.

Libertà di nuovo negata, don Luciano resta in carcere

IL Secolo xix

22 luglio 2010


Il tribunale di Savona ha respinto l’ennesima istanza di scarcerazione presentata dagli avvocati di don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio arrestato il 29 dicembre scorso perché accusato di molestie sessuali nei confronti di una sua chierichetta di 12 anni.
Lo ha deciso il collegio presieduto da Giovanni Zerilli, facendo riferimento al comma 3 della legge 275 del codice di Procedura penale: secondo i giudici, il parroco deve restare in carcere perché non è cessato il pericolo di inquinamento delle prove, anche alla luce del fatto che in udienza devono essere ancora ascoltati alcuni testimoni (minorenni) e devono essere acquisite anche altre prove.


A chiedere la libertà per don Luciano erano stati, lunedì scorso, al termine della quinta udienza del processo, gli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì: l’ordinanza è stata depositata questa mattina, mentre alla scarcerazione si era già opposto, sempre lunedì scorso, il pubblico ministero, Giovanni Battista Ferro. Altre istanze simili, tutte respinte, erano state presentate prima ancora dell’inizio del processo, nelle settimane subito successive al clamoroso arresto del sacerdote, effettuato dalla polizia su richiesta della Procura, che aveva acquisito come fonti di prova i racconti della ragazzina, poi visitata dagli psicologici dell’ospedale Gaslini di Genova.
La prossima udienza è stata fissata per il 23 settembre e non è da escludere che gli avvocati del sacerdote presentino una nuova istanza di scarcerazione.




Powered by ScribeFire.

Manichini al posto degli agenti E i detenuti fuggono dal carcere

Corriere della sera

Pochi fondi, personale all'osso. Non funziona l'espediente adottato dalle guardie di un penitenziario argentino

 

«Abbiamo usato dei palloni al posto delle facce, ci siamo ispirati a Tom Hanks». Manichini al posto degli agenti.E i detenuti fuggono dal carcere


Una delle torri di guardia del carcere
Una delle torri di guardia del carcere
MILANO - Un taglio estremo dei fondi nelle carceri argentine ha permesso a due criminali una facile fuga: nessuno si è accorto, infatti, quando i prigionieri hanno scavalcato un muro di cinta del penitenziario e indisturbati sono fuggiti verso la libertà. Solo pochissime torri di guardia della prigione erano controllate da sorveglianti in carne ed ossa. Nelle altre c'erano dei pupazzi le cui sagome avrebbero dovuto trarre in inganno i malintenzionati.

IMBARAZZO - L'evasione è avvenuta sabato scorso. I due detenuti, Walter Pozo e Cesar Andres, che dovevano scontare una pena per rapina a mano armata, sono fuggiti senza problemi da un carcere situato nella parte occidentale dell'Argentina: si sono arrampicati su un muro, in tutta tranquillità hanno tagliato il filo spinato e si sono infine calati dall'altra parte riuscendo così a scappare. Anche perchè la torre di guardia più vicina era occupata, appunto, da un bambolotto che avrebbe dovuto fungere da guardia. La circostanza è stata confermata con non poco imbarazzo dalle autorità della provincia di Neuquén.

Il signor Wilson, il pallone che Tom Hanks in «Cast Away»  ha trasformato nel proprio compagno di solitudine
Il signor Wilson, il pallone che Tom Hanks in «Cast Away» ha trasformato nel proprio compagno di solitudine
LA PALLA WILSON -
«Abbiamo fabbricato il manichino usando semplicemente un pallone da calcio. Ci abbiamo dipinto una faccia e gli abbiamo messo un berretto da ufficiale del carcere. I detenuti vedevano l'ombra del bambolotto e dovevano credere di essere sorvegliati», ha spiegato uno dei veri agenti di polizia penitenziaria al quotidiano Rio Negro. Il secondino ha poi aggiunto: «Lo abbiamo chiamato Wilson, come il compagno di Tom Hanks nel film Cast Away». Insomma, un espediente degno del migliore blockbuster hollywoodiano.

TELECAMERE FUORI USO - Solo due delle 15 torri di guardia erano piantonate da personale in carne ed ossa. «In realtà ci sono anche una quarantina di telecamere di sorveglianza nel carcere, alcune per monitorare il muro. Ma il più delle volte non funzionano», ha sottolineato il capo della polizia locale, Juan Carlos Lepen. Già perchè molte telecamere e monitor di sicurezza sono difettosi e non possono essere riparati per mancanza di fondi. Drasticamente tagliato negli anni è stato pure il personale di sicurezza. Solo nella tarda serata di sabato è scattato l'allarme nell'Unità penale numero 11 della provincia di Neuquén, ma le ricerche si sono dimostrate vane: i detenuti evasi avevano oramai un largo vantaggio sui loro inseguitori.

Elmar Burchia
22 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Maxi blitz contro i Casalesi: le mani del clan sugli appalti del terremoto

Il Tempo

Sei arresti. Nelle intercettazioni disponevano invio di denaro per finanziare imprese costituite a L'Aquila

 

ROMA (22 luglio) - La camorra tentava di infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto dell'Aquila. È uno degli elementi centrali emerso nell'operazione della Guardia di Finanza contro i Casalesi, che ha portato all'arresto di 6 persone.

Intercettazioni. L'operazione Untouchable, infatti, ha consentito di monitorare «in diretta» le infiltrazioni della camorra casalese nelle commesse per la ricostruzione della città di L'Aquila, a seguito del devastante sisma del 6 aprile 2009. Infatti sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli arrestati disponevano l'invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite a L'Aquila, per loro conto, con il fine di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione.



Coinvolti funzionari banca. Le indagini, condotte dal Gico del Nucleo Polizia tributaria di Roma della Guardia di Finanza hanno consentito di smascherare anche 4 funzionari di banca. Questi ultimi, consapevoli, secondo gli investigatori, di agevolare l'attività dell'associazione camorristica, hanno favorito imprenditori «intoccabili» affiliati alla camorra attraverso la concessione di finanziamenti o consentendo sistematicamente l'effettuazione di movimentazioni su conti correnti senza la previa autorizzazione dei titolari. In questo modo, sono state eluse anche le disposizioni antiriciclaggio in materia di segnalazioni per operazioni sospette. L'accusa per 3 dei funzionari bancari è quella di favoreggiamento. Il quarto è accusato di concorso esterno all'associazione camorristica.

«Blitz sintomatico». «Più andremo avanti con la ricostruzione pesante, maggiore dovrà essere l'attenzione ai fenomeni di infiltrazioni criminali». Il presidente della Provincia dell'Aquila, Antonio Del Corvo, a margine del consiglio provinciale in corso nel capoluogo, commenta così la notizia del maxi blitz. «Questa operazione - ha commentato Del Corvo - è sintomatica dei rischi a cui si va incontro man mano che dalla ricostruzione leggera e privata si passa ad appalti più grandi. In ogni caso la Prefettura sta facendo un ottimo lavoro di monitoraggio, producendo informative per ogni minima cosa e in questo - ha concluso - siamo fiduciosi dell'efficacia dei controlli».




Powered by ScribeFire.

L'ultimatum dei narcos all'Fbi

La Stampa

Un cartello accusa la polizia messicana di corruzione "Gli Usa intervengano, o esploderanno altre bombe"
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Se l’Fbi non si muove, esploderà un’altra autobomba fra 15 giorni, ne abbiamo molte». I narcos del cartello «La Linea» hanno recapitato l’ultimatum agli agenti federali americani con una «narcopinta», la scritta sulla parete di una scuola pubblica della città messicana di Ciudad Juarez, a ridosso del confine con gli Stati Uniti. Giovedì scorso l’esplosione della prima autobomba sulla «Avenida 16 de Septiembre» aveva fatto sobbalzare l’Fbi - che opera in stretta collaborazione con la polizia messicana - perché gli accertamenti condotti hanno appurato che era stata confezionata con estrema cura, in maniera analoga a quelle degli Hezbollah in Libano, lasciando intendere che i narcos sono riusciti a impossessarsi delle più raffinate tecniche d’attacco dei kamikaze islamici, rendendo possibile una escalation di attacchi dalle conseguenze imprevedibili.

A confermare l’imitazione degli Hezbollah c’è il fatto che i narcos hanno attirato con un inganno polizia e ambulanze attorno all’autobomba prima di farla detonare, al fine di massimizzare le vittime. Solo un caso fortuito ha limitato il bilancio a tre morti e sei feriti. «Ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di tattica, i narcos hanno enormi risorse a loro disposizione e possono comprare ciò che vogliono» ha commentato il portavoce del Dipartimento di Stato, P. J. Crowley, lasciando intendere che «La Linea» potrebbe aver pagato cifre da capogiro per ottenere il know-how dei jihadisti. «E’ un nuovo livello di violenza, molto simile a quella del terrorismo» aggiunge Tony Payan, studioso messicano della lotta ai narcos.

Nell’ultimatum si può leggere il rischio di un’offensiva di autobombe ai confini con gli Stati Uniti, dando corpo ai timori del capo della Cia, Leon Panetta, che durante una recente deposizione al Congresso ha parlato di «una vera guerra in corso lungo la frontiera con il Messico». A complicare lo scenario c’è il dettaglio della richiesta avanzata dai narcos del cartello Linea nella «narcopinta»: «L’Fbi e la Dea devono indagare sui legami fra la polizia federale messicana e El Chapo» ovvero Joaquin Chapo Guzman, il boss del cartello rivale, «Sinaloa».

Dietro quanto sta avvenendo c’è la convinzione di Vicente Carrillo Fuentes, boss del cartello di Ciudad de Juarez nonché fondatore del braccio armato Linea, che Sinaloa abbia alterato le regole della concorrenza fra narcos grazie a una massiccia opera di reclutamento e corruzione negli apparati di sicurezza delle Stato.

Ironia della sorte vuole che Fuentes stia sostenendo questa tesi, con un crescendo di attacchi e violenze, da quando lo scorso maggio la radio pubblica americana «Npr» condusse un’inchiesta sui blitz compiuti in Messico all’indomani dell’elezione del presidente Felipe Calderon, arrivando alla conclusione che il cartello di Sinaloa era stato colpito «meno duramente degli altri», avendo subito solo il 12 per cento degli arresti contro il 49 per cento sofferto dall’alleanza rivale, Gulf-Zetas, di cui anche Juarez-Linea fa parte.

Il governo messicano ha sempre negato «favoritismi» nella lotta contro i narcos ma Fuentes se n’è a tal punto convinto da decidere di trasformare la guerra contro «El Chapo» in un’offensiva in grande stile contro le forze di sicurezza locali, ritenute fiancheggiatrici del rivale. Dietro la certezza che ha spinto Fuentes a lanciare l’ultimatum all’Fbi c’è anche il fatto che gran parte dei «soldati» del cartello Linea sono a loro volta ex ufficiali delle forze di polizia, che affermano di sapere assai bene che cosa sta avvenendo fra gli ex colleghi e «El Chapo», la cui intenzione sarebbe di arrivare a controllare quel 70 per cento del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti che passa attraverso il confine fra Ciudad Juarez e El Paso.

L’unica reazione alla «narcopinta» finora giunta dall’Fbi è stata una dichiarazione della sede di El Paso, secondo cui «al momento non stiamo conducendo indagini sui legami fra El Chapo e le autorità messicane». Ciò non toglie però che i vertici a Washington stiano prendendo molto sul serio la minaccia. «L’ultimatum parla assai chiaro - afferma Jacinto Seguro, portavoce della polizia di Ciudad Juarez -. I narcos di Linea stanno dicendo che quanto avvenuto su Avenida 16 de Septiembre può ripetersi ai danni di ogni autorità che sostenga El Chapo». E se Fbi e Dea non dovessero agire, per Fuentes sarebbe una prova sufficiente per includere anche gli agenti americani nella lista dei nemici da bersagliare.

Da qui l’attenzione per il monito finale della scritta: «Abbiamo pronte altre autobombe». Payan non ha dubbi: «Bisogna prenderli molto sul serio, tocca anzitutto a Calderon fare chiarezza su Sinaloa».




Powered by ScribeFire.

Napoli, grande truffa al caro estino «Vendeva» loculi al cimitero britannico

IL Mattino

 

NAPOLI (22 luglio) - Sulle orme di Totò e Nino Taranto e della loro celebre truffa cinematografica per vendere la Fontana di Trevi ad uno sventurato straniero con il miraggio del prelievo delle monetine gettate dai turisti, il custode del Cimitero Britannico di Napoli l'aveva pensata alla grande. Con tanto di carta intestata (falsa) del Consolato del Regno Unito e firma autografa (vera) in calce, ha venduto per almeno tre anni loculi non suoi e spazi cimiteriali a sventurati cittadini che avevano desiderio di dare perpetua sepoltura alle spoglie dei loro cari.

Una truffa da decine e decine di migliaia di euro nei confronti almeno di una trentina di persone, segnalata due mesi fa alla magistratura dal console inglese a Napoli Michael Burgoyne e scoperta nei dettagli dal pm anglo-italiano di Napoli Henry John Woodcock e dalla polizia.

Su richiesta del magistrato, il gip Pasqualina Paola Laviano ha disposto gli arresti domiciliari per il custode truffaldino, Giuseppe Amuroso, di 52 anni, il quale, benché sospeso dal servizio - hanno accertato gli investigatori - continuava ad operare nel cimitero britannico e, soprattutto, a vendere loculi e concessioni per spazi sepolcrali.

A mettere nei guai il custode è stato il rappresentante di una ditta di onoranze funebri di Napoli, il quale si è presentato nella sede partenopea del Consolato del Regno Unito ed ha raccontato il raggiro subito da una sua cliente. Quest'ultima, convinta di aver acquistato, tramite Amuroso, un sepolcro nel Cimitero Britannico di Napoli, si era rivolta all'impresa per la traslazione della salma di un congiunto. Sono servite poche verifiche per scoprire che la procedura era irregolare, la ricevuta falsa e il contenuto fallace.

Nel frattempo Amuroso, consapevole di essere stato scoperto, si era allontanato dal cimitero, lasciando una lettera strappa-lacrime per un funzionario del consolato. Nello scritto l'uomo - a suo dire travolto dai debiti e assillato dagli usurai - ha ammesso che aveva deciso di vendere due loculi, ovviamente non suoi, per fare un po' di soldi e, preso da rimorso, ha annunciato propositi suicidi.

Presto rintracciato, il custode infedele, durante vari colloqui al Consolato ha confessato nei giorni successivi di aver venduto un numero maggiore di loculi e di false concessioni sepolcrali: dapprima ha detto cinque, poi dieci, infine 28, ma il pm Woodcock ipotizza un numero più grande.

In alcuni casi l'uomo, vistosi scoperto, ha restituito il maltolto; più di recente è stato notato con vistosi ematomi al volto, conseguenza, secondo gli inquirenti, di chi ha voluto regolare in proprio la truffa subita. E, come in un film d'autore, non è mancato il colpo di scena: alle insistenze di un uomo che aveva versato un acconto e chiedeva un appuntamento per perfezionare il (falso) contratto per la concessione cimiteriale, il custode aveva chiesto un po' di pazienza perché aveva «la madre ricoverata in rianimazione». Insospettito, l'uomo, a sorpresa, si è recato a casa del custode: nelle vicinanze ha trovato la madre di Amuroso «serenamente seduta a godersi il fresco dell'ombra di un albero».




Powered by ScribeFire.

Le nuove droghe 'furbe': incensi, erbe e pasticche che viaggiano su internet

Corriere della sera

Il consumatore non è più solo il ragazzino in cerca dello sballo ma anche l'adulto attratto dal "viagra naturale"

MILANO

Le cosiddette "droghe furbe", quelle che sfuggono alla classificazione ufficiale finendo sugli scaffali degli smart shop sotto forma di erbe, incensi o pasticche, spuntano - è il caso di dirlo - come funghi. Si tratta di prodotti vegetali, i cui effetti (in caso di assunzione massiccia) sono nel migliore dei casi sconosciuti. L'Osservatorio dell'Istituto superiore della sanità su fumo, alcol e droga ne ha individuate sei nuove, descritte nella nuova edizione del rapporto sulle "smart drugs" (consultabile online). Questi i nomi scientifici: Argemone mexicana (un tipo di papavero), Brugmansia arborea (arbusto), Datura stramonium (stramonio comune), Muira puama (pianta tipica del Brasile dagli effetti afrodisiaci, chiamata "il Viagra naturale"), Piper methysticum (kawa-kawa, pianta tipica della Polinesia), Turnera aphrodisiaca (arbusto diffuso nel centro e sud America).

LE MISCELE - Il volume dell'Iss dedica ampio spazio alle cosiddette "spice", miscele di smart drugs in cui sono stati individuati cannabinoidi sintetici, sostanze dagli effetti simili al fumo della cannabis. «I più frequenti sono quelli a carico dell’apparato cardiovascolare (tachicardia, extrasistole), respiratorio e nervoso centrale: allucinazioni visive, psicosi, paranoie» spiega Simona Pichini, coordinatrice dell'indagine. La tossicità di tali sostanze aumenta se assunte da giovani il cui sistema nervoso centrale non ha ancora completato lo sviluppo, col rischio di alterazioni cognitive, emotive e comportamentali.

RISCHI DEL WEB - Individuare le nuove sostanze e conoscere i pericoli connessi è di fondamentale importanza per arginarne la diffusione e il consumo. «Le nuove schede con l’identificazione e la descrizione delle sei nuove sostanze si aggiungono alle altre 25 già conosciute (l'elenco) e catalogate nel libro realizzato nel 2005» dice il presidente dell'Iss Enrico Garaci. E il web è un veicolo di grande diffusione. «Smart drugs e spice si vendono sul web, con l’e-commerce una bustina costa 25 euro e può essere usata per 3-4 volte - spiega Pichini -. I consumatori non sono soltanto giovani in cerca dello sballo ma anche adulti 40-50enni che voglio provare un "viagra naturale"».

«È importante informare i giovani sui rischi connessi all’utilizzo delle smart drugs, troppo spesso considerate una facile scorciatoia per ottenere risultati più brillanti nello studio, o migliori prestazioni sui campi sportivi – ha commentato il ministro della Gioventù Giorgia Meloni –. La consapevolezza è l’arma migliore per fare prevenzione e il messaggio che intendiamo lanciare è semplice e immediato: non esistono erbe, pillole o "cocktail energetici" dai poteri straordinari, e soprattutto non esiste nulla che diventi più facile grazie alle droghe. Anzi cercare di percorrere questo genere di "scorciatoia" ha come unica conseguenza certa quella di mettere a repentaglio la propria salute».

Redazione online
22 luglio 2010



Powered by ScribeFire.

Borsellino, un'altra autobomba era pronta a uccidere il giudice

La Stampa

Dopo anni di depistaggi, si scopre che la mafia quel giorno aveva un piano bis: un secondo commando addestrato per fare strage sotto la casa di via Cilea


GUIDO RUOTOLO
INVIATO A PALERMO

Ecco le verità che stanno affiorando dopo diciotto anni di «depistaggi colossali», per dirla con le parole del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari nel giorno delle audizioni palermitane all’Antimafia guidata da Beppe Pisanu. E sono verità che fanno male a tutti, ai magistrati che hanno fatto le indagini, che hanno giudicato gli imputati, che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti.

Agli apparati di sicurezza, alle forze di polizia che non sono state in grado di coltivare le piste giuste. Ai livelli politico-istituzionali che hanno fatto finta di non sapere quello che stava accadendo.

Quando Sergio Lari, gli aggiunti Bertone e Gozzo, il pm Nicolò Marino hanno raccontato l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio (l’audizione è stata segretata), i commissari dell’Antimafia sono rimasti sconvolti, increduli. Come è possibile che per tanti anni nessuno si sia mai accorto della fine che aveva fatto il motore della 126 imbottita di esplosivo? Come se facesse parte di una strategia raffinata, quella di alimentare misteri che tali poi non erano. Chissà dove è finito il motore? Chi l’ha fatto sparire? C’è lo zampino dei servizi, non è farina del sacco di Totò Riina...

Dubbi, domande, sospetti che si sono inseguiti per 18 anni. Bene, quel motore non è mai sparito da via D’Amelio per il semplice fatto che è rimasto accanto ai resti della macchina e dei corpi maciullati delle vittime.

Secondo mistero: da dove e chi ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba? Sono 18 anni che se ne parla. Si è favoleggiato sullo splendido castello che sovrasta Palermo e che si trova sul Monte Pellegrino: il Castello Utveggio, dove aveva una sede distaccata l’allora Sisde, oggi Aisi, il servizio segreto civile. E’ stato il cavallo di battaglia del consulente Gioacchino Genchi. Anche questo da oggi non è più un mistero. La postazione da dove è stato premuto il pulsante è all’ultimo piano di un edificio con tre scale che si trova in linea d’aria a centocinquanta metri da via D’Amelio, il palazzo dei Graviano, i costruttori prestanome dei Madonia, la famiglia mafiosa a cui appartiene come mandamento via D’Amelio.

Ma soprattutto i commissari di Palazzo San Macuto hanno avuto un sussulto quando i magistrati di Caltanissetta hanno raccontato uno scenario incredibile, e che sarà materia di approfondimenti investigativi: Cosa Nostra aveva attivato una seconda squadra operativa in grado di intervenire in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino (lo ha raccontato il pentito Antonino Galliano). Insomma, quel maledetto giorno due autobombe erano pronte a esplodere: una sotto casa del magistrato, l’altra sotto l’abitazione della madre di Paolo Borsellino. Solo a riassumere questi tre misteri si comprende subito quanto sia stata «anomala» la strage Borsellino, quanto lontana dal cliché dei Corleonesi.


Al di là di Gaspare Spatuzza - e poi delle ritrattazioni dei tre vecchi pentiti Candura, Scarantino e Andriotta - e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e della sua copiosa documentazione, le novità di Caltanissetta arrivano tutte dal lavoro tecnico sulle prove, sulla documentazione raccolta all’epoca, e lasciata inspiegabilmente nel dimenticatoio.

La polizia scientifica centrale ha ricostruito la scena del crimine. L’ha suddivisa in cinque parti, l’ha resa vera con un collage, un puzzle composto da migliaia di fotografie, di frammenti di video, anche quelli amatoriali. E quante sorprese hanno lasciato stupefatti persino gli uomini della Scientifica. La prima scoperta è stata il motore. Era lì, non hanno dubbi, l’hanno scritto nella loro perizia gli uomini della Scientifica. Chi c’era in quella postazione del palazzo dei Graviano? E come si è arrivati all’individuazione del palazzo? Probabilmente il Giovanni Brusca di via D’Amelio potrebbe essere Fifetto Cannella o lo stesso Giuseppe Graviano. E’ una ipotesi, ancora tutta da riscontrare, ma che siano loro gli inquirenti di Caltanissetta non hanno molti dubbi.

Le foto, i filmati mostrano addirittura le cicche di sigaretta a terra, sul pavimento dell’attico del palazzo Graviano. Si vede anche un vetro, probabilmente un riparo per chi doveva premere il pulsante. Ricordate Capaci? Ben presto fu individuato il casolare a metà strada tra Isola delle Femmine e Capaci da dove Giovanni Brusca premette il pulsante dell’esplosivo che fece saltare Giovanni Falcone, la moglie, la sua scorta. Quelle cicche di sigarette, il Dna, le indagini che andarono in porto.

Perché per via D’Amelio non è stato fatto lo stesso. Si scopre solo adesso che a poche ore dalla strage arrivò una segnalazione anonima. Una signora molto arzilla disse al telefono: «Ho visto del movimento all’ultimo piano del palazzo Graviano. Guardate che i Graviano sono dei prestanome dei Madonia...».

E poi il sospetto che quel giorno fossero pronte due squadre operative di Cosa nostra, una che si appostò in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino. L’altra in via D’Amelio. Da chi era composta la squadra di via Cilea? Che fine ha fatto la seconda auto imbottita di tritolo? Chi doveva premere il pulsante dell’innesco?

Domande alle quali i magistrati di Caltanissetta stanno cercando di dare risposte. Colpisce la considerazione di Gaspare Spatuzza che quando riconosce in Lorenzo Narracci (funzionario dei servizi segreti) l’uomo presente nel garage dove si stava imbottendo di esplosivo la 126 che doveva servire per la strage di via D’Amelio, commenta: «E’ l’unico attentato con l’esplosivo che abbiamo gestito noi che va in porto».

E già, i Graviano, la famiglia di Brancaccio. E gli attentati non riusciti, come quello di via Fauro (doveva saltare in aria Maurizio Costanzo), o l’autobomba dell’Olimpico, che alla fine del gennaio del 1994 doveva fare una ecatombe di carabinieri.

Le indagini sulle stragi palermitane hanno ancora bisogno di tempo per arrivare a una conclusione. In autunno dovrebbe avviarsi il meccanismo per la revisione dei processi che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti. Stiamo parlando degli esecutori materiali della strage.

E poi c’è il capitolo «doloroso» dei depistaggi, delle calunnie. Sono coinvolti alcuni poliziotti che condussero le indagini: Vincenzo Ricciardi, Mario Bo, Salvatore La Barbera. Se fosse ancora vivo sicuramente sarebbe indagato anche Arnaldo La Barbera che guidò quel gruppo di investigatori.

E l’ultimo capitolo da approfondire è quello della trattativa, del coinvolgimento di pezzi delle istituzioni. All’Antimafia, gli inquirenti di Caltanissetta hanno ribadito quello che era già noto, con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Borsellino viene ucciso anche per la trattativa che era stata avviata dal Ros dei carabinieri di Mario Mori e Beppe De Donno. Perché due giorni dopo la strage, con i funerali di Paolo Borsellino ancora da celebrare, l’allora colonnello Mario Mori va subito a Palazzo Chigi per rivelare a Fernanda Contri, capo di gabinetto del presidente del Consiglio Giuliano Amato, che aveva intavolato un certo discorso con Vito Ciancimino?



Powered by ScribeFire.

Io ho arrestato Riina: la politica rimase fuori i magistrati invece..."

di Redazione

Uno dei carabinieri di "Ultimo" racconta la storia della cattura: "Quando i pm intervennero non fu più possibile andare avanti". Poi rivela: "Certi pm oggi fanno antimafia, ma prima erano contro Falcone e Borsellino"


 
Il maresciallo in congedo dei carabinieri Roberto Longu ha fatto parte del Crimor-Unità militare combattente, l’Unità della 1ª Sezione del 1° Reparto del Ros nata subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nel settembre del ’92, con compiti di contrasto alla criminalità organizzata. Il gruppo, guidato da Sergio De Caprio, meglio noto come Capitano Ultimo, il 15 gennaio del 1993, a Palermo, mise a segno il colpo più grosso: l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Il maresciallo Longu nella sua lettera racconta come andò quella cattura. E spiega perché, quando intervennero i giudici, tutto finì. 

Roberto Longu

 

Egregio direttore,
sono un maresciallo dei carabinieri in congedo, nonché appartenente a Crimor, il gruppo del capitano Ultimo che ha arrestato Totò Riina. Le scrivo perché dopo aver sentito sciocchezze tra la trattativa di Stato e la mafia, il tentativo di colpo di Stato, l’arresto di Riina, le accuse al capitano Ultimo, al generale Mori e generale Ganzer, voglio offrire il pensiero e il racconto di chi le cose le ha vissute e fatte in prima persona.

Massimo Ciancimino parla e dopo vent’anni si torna a parlare con insistenza della morte di Falcone e Borsellino, trattativa tra mafia e Stato; politici e magistrati che parlano di tentativo di colpo di Stato, servizi segreti deviati, signor Franco eccetera... La grande mano del «livello superiore», intoccabile e soprattutto introvabile, la solita storia. Infangare il Paese e chi ha veramente lavorato per il bene dell’Italia.

Ebbene, voglio raccontare in breve la storia della cattura di Totò Riina. Il nostro gruppo, Crimor, lavorava a Milano occupandosi di Cosa nostra. Tutti dicevano che a Milano la mafia non esisteva. In pochi anni, con varie indagini mettiamo in luce che a Milano la mafia esiste ed è anche ben radicata, arrestiamo e sgominiamo le famiglie Carollo e Fidanzati. Siamo un gruppo di professionisti coordinato da un grande comandante, il capitano Ultimo. Siamo anche molto amici di Falcone, e facciamo riferimento a un grande generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nostro simbolo. Il nostro motto è «lavorare per il popolo oppresso».

Il giorno della morte di Falcone ci ritroviamo nel nostro ufficio e siamo sgomenti; ci guardiamo in faccia, siamo una decina, e prendiamo una decisione che nasce spontanea. Andiamo a Palermo ad arrestare Totò Riina e smantellare la sua organizzazione. È quel giorno che nasce la fine di Riina. La mafia ha ammazzato il generale, giudici, colleghi, ora Falcone e in quel modo, ci sentivamo in dovere di fare qualcosa e mettere fine al massacro. Nessuna organizzazione segreta o chissà quale piano strategico messo in piedi con la mafia. Dieci persone che disprezzano la mafia e lavorano per il popolo oppresso decidono di catturare Salvatore Riina, l’imprendibile.

Viene data comunicazione delle nostre intenzioni al generale Mori, che a quel tempo era colonnello e vicecomandante del Ros, il quale inoltra le nostre intenzioni direttamente al Comando che accetta e ci dà il via. Di quel tempo ricordo una cosa, il terrore delle istituzioni, Totò Riina imprendibile che mette sotto scacco l’Italia, le grandi lacerazioni della magistratura palermitana, che era quasi tutta schierata contro Falcone e Borsellino che quasi venivano presi per pazzi. Oggi parlano bene, ma ieri razzolavano male, molto male.

Fui io, insieme al mio collega Ombra, a mettere per primo il piede a Palermo; facemmo le prime ricognizioni, le prime verifiche sugli obiettivi e sui personaggi. Rimasi quasi sconvolto per la mancanza di indagini, riscontri, indizi investigativi. La magistratura faceva pochissimo, le forze di polizia operavano fuori Palermo, la politica proprio non si vedeva e sentiva. Oggi mi viene da ridere quando sento tutti quei magistrati di Palermo che parlano di Antimafia. Ma dove erano allora? Cosa facevano?. Naturalmente l’indagine nasce in clandestinità, non ci fidavamo di nessuno, va avanti per circa sette mesi di grandi sacrifici, troviamo gli indizi, le tracce di Riina attraverso i Ganci e arriviamo vicino al suo rifugio, pochi giorni e avremmo trovato la casa.

Il fato ci mette la coda. In quei giorni al Nord viene arrestato Balduccio Di Maggio, che si pente e dice di essere stato l’autista di Riina sino a qualche anno prima. Viene portato a Palermo, racconta che quando faceva da autista prendeva Riina lungo la strada, alla Rotonda di viale Michelangelo, vicino al famoso Motel Agip, senza però indicare un obiettivo preciso. Per noi quella zona era altamente strategica poiché avevamo individuato un obiettivo frequentato dal mafioso Domenico Ganci, da noi ritenuto molto vicino a Totò Riina. Mettiamo sotto osservazione un’abitazione e filmiamo chi entra e chi esce, li facciamo visionare al pentito il quale riconosce la moglie e i figli di Riina. L’indomani ci posizioniamo, esce Riina e l’arrestiamo. Questo in breve.

Il pentito è stata la nostra sfortuna più grande. In primo luogo perché ha fatto sì che l’indagine fosse conosciuta dalla magistratura, la seconda perché non è stato più possibile portarla avanti con le nostre modalità operative. Noi, per nostro modus operandi, quando trovavamo un latitante non lo arrestavamo subito, anzi lo facevamo stare libero, però lo seguivamo, gli stavamo vicino 24 ore su 24 per capire i suoi percorsi, analizzare i suoi obiettivi, verificare la struttura organizzativa, documentarla, farne prova e poi annientare l’intera struttura. Questo era in origine il nostro obiettivo con Riina. Analizzare i suoi movimenti, le dinamiche operative di Cosa nostra partendo dal vertice, studiare i loro percorsi mentali per poi annientarli e distruggerli. Questo era il nostro obiettivo finale, con il risultato immediato di catturare Riina e distruggere la cupola.

Dopo il pentito questo non fu più possibile, tutti volevano esclusivamente l’arresto di Riina. Tutti volevano dirci cosa fare, fu solo grazie alla determinazione del colonnello Mori e del capitano Ultimo che le cose andarono come sono andate, altrimenti penso che Riina l’avrebbe fatta franca anche allora. E per fortuna che andò così, se avessimo fatto secondo i nostri propositi ci avrebbero arrestati tutti per essere mafiosi, visto com’è andata con la perquisizione, non fatta solo esclusivamente per questioni investigative e legate all’indagine.

Parla Massimo Ciancimino, si parla di trattativa mafia-Stato, papello e terzo livello. Per noi Vito Ciancimino all’interno della mafia a quel tempo non contava più niente, roba vecchia che la mafia aveva abbandonato, com’è suo costume quando una cosa non serve più. È stato ascoltato perché voleva parlare, com’è giusto che faccia un investigatore quando si presenta un criminale. Probabilmente oggi una certa magistratura, se non fosse stato ascoltato, direbbe che non fu sentito per aiutare la mafia. Politici di oggi e di ieri e magistrati che parlano di trattative tra Stato e mafia. Dovrebbero spiegare cosa facevano allora, visto che facevano parte dello Stato. Può mai un generale o un capitano trattare per lo Stato senza che questi non sappia nulla? Io penso di no.

È di questi giorni la notizia della condanna al generale Ganzer e colleghi, questo deve far riflettere e molto sullo stato della magistratura e delle forze di polizia. Deve far riflettere perché ormai è sempre più evidente l’anomalia del Codice di procedura penale, ovvero le indagini dirette e coordinate dai magistrati. È qui l’errore di fondo. Un magistrato non può gestire delle indagini, le indagini le devono gestire e fare le forze di polizia. Perché, vede, un’indagine è un processo sociale, in quanto coinvolge la gente; è un processo psicologico in quanto coinvolge le strutture mentali delle persone; è un processo sistemico dove la cosa più logica alle volte non è la più giusta per il fine superiore, che è quello del bene comune. L’indagine è compito del poliziotto che vive e opera tra la gente, che conosce la strategia, la tattica e il terreno su cui combatte.

Ma lei ha mai visto un magistrato fare un pedinamento, uscire per strada e seguire un mafioso o un presunto ladro di biciclette? Io mai. E allora come fanno a dirigere le indagini (e dirigere significa comandare) quando non hanno la benché minima conoscenza del sistema? Un vero investigatore trova i riscontri e gli indizi sul terreno attraverso osservazione e pedinamento, e solo allora chiede le intercettazioni. Perché le intercettazioni per gli investigatori sono delle vere sciagure, hanno bisogno di verifiche, controlli, molto personale levato alla strada. Un investigatore intercetta solo quando c’è quasi la certezza dei reati. Per un investigatore le intercettazioni sono di ausilio alle indagini e non lo strumento principale.

Oggi siamo al contrario, si fanno le intercettazioni, si arrestano e si mettono alla gogna i cittadini senza un riscontro oggettivo e poi vengono scarcerate e tante scuse e grazie. C’è bisogno di cambiare il Codice di procedura penale e dare la direzione delle indagini alla polizia. I miei ex colleghi mi dicono che ormai non fanno più nulla di iniziativa, hanno paura di lavorare perché un magistrato potrebbe indagarli e metterli alla gogna peggio dei criminali. Io stesso oggi, vedendo com’è andata ai miei comandanti, non so se prenderei le decisioni che ho preso in passato. Sa cosa mi dice mia figlia a proposito dei guai al generale Mori e capitano Ultimo? «Papà, Riina era da vent’anni latitante e non è successo nulla, voi lo arrestate, mettete sotto la mafia e i magistrati vi incriminano. C’è qualcosa di strano, ma non è che i magistrati si sono arrabbiati perché lo avete arrestato?».

*Maresciallo dei carabinieri in congedo - Componente del gruppo guidato dal capitano Ultimo che arrestò Totò Riina




Powered by ScribeFire.

Pantani non si dimentica Sul web la carica dei 500 mila

Quotidianonet

Numeri straordinari per il 'Pantani Channel',contenitore multimediale online, voluto e ideato da Sergio Piumetto. Il 22 agosto a Les Deux Alpes la gran fondo dedicata al Pirata. "Ci seguono dal Brasile alla Nuova Caledonia".

Di Michele Sabattini


Les Deux Alpes, 21 luglio 2010





Un conto è sentirle raccontare, altra cosa è viverle. Sergio Piumetto c'era quel leggendario 27 luglio 1998: lavorava a Les Deux Alpes ed era, come tutti, emozionato e un po' teso. Era il gran giorno del Tour de France che, per la quindicesima tappa, aveva come sede d'arrivo proprio la località sciistica francese. Settimane, mesi di preparazione, per un evento che aveva coinvolto tutta una comunità, se non una regione, dai bambini agli anziani. In Francia è così, il Tour è una festa nazionale. Ma quel giorno la sorte era stata beffarda con gli organizzatori: una tempesta s'era abbattuta sulle strade dell'Isère e gli sforzi profusi rischiavano di essere vanificati. E invece no, perché quel giorno era il giorno di Marco Pantani. 


“Ricordo facce tristi a Les Deux Alpes, un tempo da cani, ma poi lui sul Galibier ha deciso di partire. Ed è cambiato tutto” 


Ha gli occhi che brillano, Sergio Piumetto, quando parla di Marco Pantani. Lui, da sempre appassionato del Pirata, quel giorno è rimasto folgorato.
“Tifosi tedeschi in visibilio per Marco che scattava, e a ogni stilettata faceva affondare la corazzata Ullrich, idolo della Germania intera. Capita solo nel ciclismo, e solo per le grandi imprese. Marco era così, amato da tutti, in Italia come nel resto d'Europa”.

Poi le note vicissitudini, Madonna di Campiglio, il ritorno, il crollo e la triste fine che tutti conosciamo.
“Passava il tempo, io tenevo dentro tutte le emozioni che Marco mi aveva trasmesso, le custodivo. Parlavo con la gente e vedevo che tanti erano come me, ancora 'innamorati' di Marco, anche a distanza di anni”. 


E così, prima ha fondato la struttura Pantani Forever, poi è arrivata l'idea della 'Pantani Channel'.
“Cercavo una 'casa' per tutti i fan di Marco, un posto che contenesse tutte le informazioni su di lui, anche inedite. E così, nel 2008, è nata www.pantanichannel.it, una finestra multimediale sul Pirata, la prima web-tv dedicata interamente a un personaggio famoso”. 


Ed è stato subito un successo.
“In meno di due anni 500 mila utenti unici hanno visitato il nostro sito. L'Italia è prima di pochissimo come numero di visitatori, a ruota ci sono Francia, Belgio e Olanda. Ci seguono da 78 paesi, dall'Uruguay alla Nuova Caledonia. E pensare che, per un disguido burocratico, il sito non è stato indicizzato in Google per oltre 10 mesi”. 


Numeri che spingono Sergio Piumetto a non fermarsi, a continuare a sfornare iniziative in onore di Marco.
“Il 22 agosto si terrà la 'Marco Pantani Memorial Cycling', una gran fondo dedicata al Pirata, cui potranno partecipare tutti gli appassionati di ciclismo. Partenza e arrivo a Les Deux Alpes, per ripercorrere, in bicicletta, le strade del mito. L'anno scorso eravamo in 700, quest'anno saremo molti di più. Non mancheranno anche i genitori di Marco, mamma Tonina e papà Ferdinando (per tutti Paolo)”.
 

Ma c'è di più.
“Già, perché da quest'anno la 'Marco Pantani Memorial Cycling' è inserita nel circuito Grand Trophée, 13 gare famose in tutto il mondo che raccolgono cicloamatori da ogni parte del globo. La più conosciuta è la 'Marmotte', 10 mila iscritti quest'anno, con arrivo all'Alpe d'Huez. Dovevate vedere la ressa nei due tornanti della salita dedicati a Marco: si faceva fatica a passare. Report accurati di queste manifestazioni li potete trovare sulla Pantani Channel: quest'anno il canale ha seguito in diretta l'evento con video, interviste e quant'altro. Ed è stato boom di contatti”. 


Uno sforzo organizzativo non indifferente.
“Potrei sembrare pazzo, ma ne vale la pena. Tenete presente che, per tutte le iniziative della Pantani Forever, devolviamo fondi in favore della 'Fondazione Marco Pantani'. A me basta vedere ogni volta che l'affetto nei confronti di Marco rimane e, anzi, cresce. Pochi anni fa, tema in classe fra i bambini delle elementari di una scuola francese: 'Parla del tuo mito'. Michael Jackson? Zinedine Zidane? No, quasi tutti hanno scelto 'Pantanì'.” 


Altri progetti?
“Ne ho tanti in cantiere, piccoli sogni che stanno diventando realtà. Un passo alla volta, per Marco e per tutto il suo 'popolo'. Credetemi, siamo davvero tanti”. 


Per chiudere, tra i ciclisti di oggi, c'è qualcuno che le ricorda Marco?
“No, assolutamente no. Non è una questione di bravura o di vittorie, la differenza sta tutta in quella luce che brillava negli occhi dei tifosi quando vivevano le imprese di Marco”. 


Una luce che, grazie anche a Sergio Piumetto, non vuole spegnersi.




Powered by ScribeFire.


La Lega vuole le Province sulle targhe

di Paolo Bracalini

Con una proposta di legge presentata alla Camera, il Carroccio, oltre a difendere gli enti contestati, chiede di reintrodurre la sigla delle città.  Un modo "per recuperare la perduta identità territoriale"


 
Il miracolo è compiuto ma solo a metà, dall’abolizione di tutte le province all’eliminazione solo di quattro su 110, disgraziatamente cadute dentro i parametri di quelle non più sostenibili, nella selva delle altre da foraggiare ancora e ancora. Manca un tassello, per completare l’opera, solo questo: le targhe delle auto. Tornare a quelle vecchie, con le province prima del numero seriale, MI, TO, PV, FI, NA, un modo «per recuperare la perduta identità territoriale della nostra gente», spiega il leader dei Giovani padani Paolo Grimoldi, che sul tema ha presentato un’apposita proposta di legge alla Camera. Non è mistero che il Carroccio non voglia toccare le province, per cui paletto dopo paletto, eccezione dopo eccezione, la lista di quelle da cancellare si è ridotta via via, da tutte a 40, a 13, a 4, sempre con interessamento leghista.
Celebrarle sulle targhe delle auto, dopo averle salvate in extremis (l’abolizione era già scritta nel provvedimento ma poi è sparita...), sarebbe il colpo magistrale, nell’ottica del «territorio» e delle sue rappresentanze locali, unica sovranità veramente concepibile nella mitologia antistatalista della Lega nord. Mantenerle («Se toccano quella di Bergamo è guerra civile», urlò Bossi appena sentì il tintinnio delle forbici tremontiane...) e poi rinverdire l’antico campanilismo stradale e autostradale, gli inevitabili commenti alla guida dell’auto altrui, in base alla provincia di provenienza del conducente, denunciata dalla targa.
Battaglia identitaria-auotomobilistica non nuova per la Lega. Appena fu introdotta la nuova targa, anonima e sradicata dal territorio, il Carroccio si fece sentire in Parlamento. Prese parola il deputato leghista Luciano Bistaffa, che presentò una proposta di legge in base a cui le targhe dovevano essere composte di sette caratteri (2 lettere, 3 numeri e 2 lettere) come quelle attuali, ma con in più l’introduzione delle sigle delle province e un «legame» della targa non più con l’autoveicolo ma con il proprietario, «che così potrà disporre di una o più targhe che conserverà per tutta la sua vita di automobilista».
Il Bistaffa fece di più: secondo lui per le province con numero di abitanti superiore al milione la sigla doveva essere ridotta a una sola lettera per aumentare di dieci volte la possibile numerazione. Una proposta «più percorribile», spiegò il deputato leghista, «di quella di Franco Zeffirelli», il quale a sua volta - da senatore di Forza Italia - aveva chiesto una diversa modifica al sistema di targamento nazionale. «Le targhe italiane saranno azzurre, un azzurro intenso cielo d’estate». Un progetto che secondo il grande regista avrebbe valorizzato «il naturale gusto degli italiani per i colori e l’allegria, al posto di quelle terribili targhe cimiteriali scelte in precedenza».
Province dunque in bella mostra dietro le auto. Con diverse sigle nuove, tipo BAT (Barletta-Andria-Trani), o MB (Monza e Brianza), mentre non sapremmo dire le abbreviazioni automobilistiche delle nuove province sarde, come Medio Campidano (MC? No, è Macerata. Forse Md), Ogliastra (OG?), Carbonia-Iglesias, Olbia-Tempio. E potrebbero essercene delle altre ancora, perché la fabbrica di nuove province è sempre all’opera. Anche qui la Lega ricopre un suo ruolo non secondario. Del Carroccio è la proposta di istituire la nuova Provincia della Valcamonica, capoluogo Breno (5mila abitanti). Alcuni senatori di Forza Italia invece, due legislature fa, si impegnarono a fondo per dar luce all’indispensabile Provincia di Bassano del Grappa, ma gli andò male. Sarebbe stata una lotta, per la targa, tra BS, BG, BA...




Powered by ScribeFire.

Lucciole islamiche, è invasione

Il Secolo xix

22 luglio 2010
 
Donata Bonometti


Erano una decina cinque anni fa, la prima apparizione. Oggi sono almeno un centinaio, molte di

loro si vendono per strada in via della Maddalena e nei vicoli che da questa partono, altre ricevono in casa. Sono le prostitute che provengono dall’universo dell’immigrazione islamica. Oltre 500 prostitute in questi anni sono state sottratte alla tratta e avviate ad un lavoro dai servizi della Provincia. «Ma per paura nessuna islamica ha mai chiesto aiuto, sfuggendo ad ogni contatto, perchè tutto rimane racchiuso all’interno della famiglia, anche allargata.

Mentre negli ultimi mesi si è rotto il velo impenetrabile del mondo cinese e due prostitute si sono rivolte alle operatrici sociali» così Rita Falaschi dirigente delle Pari Opportunità. Proprio le operatrici genovesi raccontano di una giovane donna della Maddalena di cui conoscono la storia: «Si è ribellata alla famiglia, alla sorte di un matrimonio combinato, ha sperato in un percorso di emarginazione che è poi fallito miseramente».



Powered by ScribeFire.

Divorzi raddoppiati dal '95 E scoppia la coppia over 40

Quotidianonet

L'Istat tratteggia il boom delle coppie in crisi: ogni mille matrimoni, quasi 300 separazioni e 179 divorzi. E l'Adoc fa i conti in tasca: "I costi? Fino a 23mila euro"


Roma, 22 luglio 2010


Separazioni e divorzi più che raddoppiati in Italia negli ultimi tredici anni. I due fenomeni sono in continua crescita: nel 1995 si verificavano 158 separazioni e 80 divorzi ogni 1.000 matrimoni, nel 2008 si arriva a 286 separazioni e 179 divorzi. La durata media del matrimonio è di 15-18 anni.

Rispetto al 1995 le separazioni sono praticamente raddoppiate (+101 per cento) e i divorzi sono aumentati di oltre una volta e mezza (+61 per cento). L'età media alla separazione è di circa 45 anni per i mariti e 41 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge rispettivamente 46 e 43 anni. Questi valori sono andati aumentando negli anni sia per una drastica diminuzione delle separazioni sotto i 30 anni -anche per effetto della posticipazione delle nozze verso età più mature- sia per un aumento delle separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne.

Il 70,8 per cento delle separazioni e il 62,4 per cento dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante la loro unione. Fino al 2005 ha prevalso l'affidamento esclusivo dei figli minori alla madre. Nel 2006, la legge 54/2006 ha introdotto l'istituto dell'affido condiviso dei figli minori come modalità ordinaria. Nel 2008 il 78,8 per cento di separazioni con figli è stata con affido condiviso contro il 19,1 per cento di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre.

Il fenomeno dell'instabilità coniugale, rileva l'Istat, presenta situazioni molto diverse sul territorio: nel 2008 si va dal valore minimo di 186,3 separazioni per 1.000 matrimoni che caratterizza il Sud, al massimo osservato nel Nord-ovest (363,3 separazioni per 1.000 matrimoni).

MA QUANTO CI COSTA... - L'avvocato, lo psicologo, assegni di mantenimento, nuovi mutui, piatti rotti. Separarsi è diventato un lusso. Secondo un'indagine dell'Adoc, le coppie che affrontano una separazione o un divorzio arrivano a spendere fino a 23mila euro.

"La spesa minima per una separazione consensuale è di 3.300 euro, comprensiva di consulenza legale (1.300 euro la tariffa minima) e riacquisto dei prodotti prima utilizzati in coppia, come elettrodomestici e accessori vari, per circa 2.000 euro di spesa - spiega Carlo Pileri, presidente
dell'Adoc - ma se si arriva al divorzio e aggiungiamo spese extra, come quelle per le sedute dallo psicologo (in media 900 euro per 10 sedute), assegni di mantenimento (550 euro al mese), un nuovo mutuo da accendere (600 euro al mese) e un buon servizio di piatti (650 euro) andato in frantumi durante le litigate, si può arrivare a spendere anche 23mila euro in un anno. Un costo aggiuntivo per i 'di nuovò single, in aggiunta al carovita e all'indebitamento".

agi




Powered by ScribeFire.