lunedì 2 agosto 2010

Casa a Montecarlo, Fini al Giornale: "Falsità" Feltri: "Quereli pure, ride bene chi ride ultimo"

di Redazione

Il Giornale rivela la proprietà dell'appartamento a Montecarlo.

Il portavoce di Fini annuncia querele e smentisce ogni coinvolgimento.

Poi attacca: "Feltri sta facendo una campagna diffamatoria nei confronti del presidente della Camera"


 
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Roma - Dopo una settimana di silenzio, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, risponde al Giornale sull'appartamento a Montecarlo. Smentisce tutto e annuncia querele: "Fini non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile. Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo". Il portavoce Fabrizio alfano assicura, poi, che "sarà l’autorità giudiziaria ad acclarare la totale infondatezza di quanto divulgato e ad accertare la condotta diffamatoria". Ma il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, replica: "Quereli pure. Ride bene chi ride ultimo"
Fini contro Il Giornale Alfano ha spiegato che "Fini ha conferito incarico all’avvocato Giulia Bongiorno di agire in sede legale contro Il Giornale e il suo direttore per aver pubblicato negli ultimi giorni una serie di notizie false e diffamatorie riguardo alla cessione da parte di Alleanza Nazionale di un immobile ubicato a Montecarlo". Alfano ha accusato il quotidiano diretto da Vittorio Feltri portare avanti "una campagna diffamatoria nei confronti del presidente Fini" attribuendogli la titolarità dell’appartamento in Montecarlo e indicando anche la cifra alla quale l’immobile sarebbe stato venduto. Di qui la decisione di seguire le vie legali.


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Prime crepe nel muro di omertà

di Massimo De Manzoni

Dopo la campagna del Giornale anche altri quotidiani hanno iniziato a chiedere spiegazioni sull'immobile di Montecarlo occupato dal "cognato" di Fini.

Che continua a non risponderci


Il muro di omertà eretto da giornali e politici a pro­tezione di Gianfranco Fini sull’imbarazzante vi­cenda della casa di Montecarlo comincia a sgreto­larsi.
Certo, non ci si può aspettare un comportamento anche vagamente corretto da Repubblica, la quale ha ormai fatto dell’uomo che presiede la Camera la ban­diera attorno cui riunire la grande accozzaglia anti­berlusconiana. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro, del resto, ritiene di esser l’unico depositario del Ver­bo: è pronto a sputtanare l’Italia all’estero con le sue ossessive campagne dalle incerte fondamenta, ma bolla come «bastonatura mediatica» quanto fanno al­­tre testate, anche se muovono da presupposti ben più solidi dei suoi. Sulle abitazioni, poi, il giornale di Lar­go Fochetti soffre da tempo di strabismo acuto: tanto sono infette quelle acquistate o abitate da Scajola o da Bertolaso, tanto sono immacolate quelle compra­te o vendute da Fini e dallo stesso Mauro, senza star lì a sottilizzare troppo su eventuali versamenti in nero o società off shore.
E neppure dal Corriere della Sera c’è da aspettarsi granché. Anche in via Solferino non tutte le inchieste piacciono, dipende dal cui prodest . Se assestano qual­che bella botta al Cavaliere o ai suoi uomini, vai col piombo. Se invece spiacciono a qualche cocco del­l’establishment, inviati a casa, commentatori pronti a parlare di «fango» e interviste compiacenti tipo quel­la di ieri al finiano Donato Lamorte, di cui si occupa diffusamente Gian Marco Chiocci. E pazienza se il povero lettore non capisce un tubo: basta che il mes­saggio arrivi a chi deve intendere. Ma per fortuna ci sono anche colleghi e giornali ai quali l’avversione per Berlusconi non fa velo al punto da non vedere i fatti.
E così Luca Telese, nell’editoria­le del Fatto quotidiano , riconosce che quelle date ne­gli ultimi giorni dal Giornale prima e da Libero poi sono notizie: «È una notizia che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triango­lazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presi­dente della Camera. (...) La cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67mila eu­ro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasispiegazione. L’unica cosa che non può fare - se vuole restare credibile - è tacere».
Di parlare, a dire la verità, Fini non pare avere mol­ta voglia. Tanto che, lo pizzica Giancarlo Pansa sul Riformista , altro foglio non propriamente di simpatie berlusconiane, «si dice che venerdì non abbia voluto fare una conferenza stampa vera per il timore di qual­che domanda sull’appartamento di Montecarlo. Può darsi che non sia così. Ma un vecchio detto recita: a pensar male si fa peccato, però non si sbaglia quasi mai».
Già, la «conferenza stampa» di venerdì. Vogliamo provare a immaginare che cosa sarebbe successo se qualcun altro avesse convocato cronisti e fotografi con la promessa di un contraddittorio e si fosse invece limitato a leggere un proclama, alzandosi poi bruscamente dalla sedia e andandosene? Se Verdini è stato massacrato solo per aver fatto una battuta sull’assenza di una giornalista, che cosa gli avrebbero detto se si fosse comportato come il presidente della Camera?
E se l’avesse fatto Berlusconi? Apriti cielo. Invece, con il compagno Fini nessuno ha avuto nulla da ridire. Non i giornali sempre con il sopracciglio alzato; non la Federazione nazionale della stampa, in tante altre occasioni così prodiga di severi interventi. Su «Gianfri» non si può. Lui ha diritto di trattare a pesci in faccia la stampa, perché non è più il fascista rifatto di qualche anno fa. Lui ha diritto di non rispondere alle domande, perché ora è la grande speranza dei tanti giornalisti che tifano contro il Cav.

Eppure la sensazione è che prima o poi Fini qualche spiegazione sul pasticciaccio brutto di Montecarlo dovrà darla. Cominciano a chiedergliela i suoi ex compagni di viaggio, come La Russa e Matteoli. Storace ha annunciato addirittura una class action nei suoi confronti: vuole cioè riunire tutti i vecchi iscritti ad Alleanza nazionale in un fronte giudiziario contro l’ex tiranno del partito e chiedergli conto in un’aula di tribunale della gestione del patrimonio comune, immobiliare e non. Prima ancora, domani, Stracquadanio e altri parlamentari hanno in programma di presentare un’interrogazione urgente al ministro dell’Economia per chiedere che su questa vicenda venga fatta chiarezza.
In fondo si vuol solo sapere come mai, per quell’immobile ricevuto in eredità da An da una simpatizzante affinché venisse usato «per la buona battaglia », siano state rifiutate somme enormemente superiori a quella poi incassata. Perché sia stato venduto a una cifra del tutto fuori mercato. Perché sia stato ceduto attraverso un complicato meccanismo di società create appena due mesi prima in un paradiso fiscale. Per quale gioco del destino,infine,l’appartamento sia ora dato in affitto proprio al fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna di Fini.È un po’ più complicato che spiegare i famosi assegni circolari utilizzati per l’acquisto di casa Scajola; ma siamo certi che il presidente della Camera, se si impegna, ce la può fare.




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Agcom: «Internet mobile, si cambia: da gennaio stop a bollette shock»

Il Messaggero

 

ROMA (2 agosto) - Niente più bollette astronomiche a sorpresa per chi naviga su internet in mobilità utilizzando una chiavetta. L'Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), come preannunciato nel corso della Relazione annuale dal presidente Corrado Calabrò, ha adottato nuove misure per proteggere abbonati e utenti dei servizi di telefonia mobile dai fenomeni di "bill shock", ossia dai possibili addebiti oltre il plafond mensile per collegamenti a Internet.

Tetto di spesa prefissato.
Nelle offerte di connessione ad internet da rete mobile, tutti gli operatori saranno tenuti ad indicare al cliente varie soglie di consumo tra le quali optare: all'approssimarsi della soglia prescelta, l'utente sarà avvertito tramite uno specifico avviso - un sms, un messaggio di posta elettronica o una finestra di "pop-up" sul proprio pc - del raggiungimento del tetto di spesa, del credito residuo, del passaggio ad un'eventuale altra tariffa e del relativo costo. E qualora il cliente non abbia dato, anticipatamente e per iscritto, indicazioni diverse, superato il plafond scatterà lo stop alla connessione.

Tetto automatico per chi non sceglie. In sostanza, quindi, sarà d'ora in avanti possibile avere il controllo dei propri consumi grazie a un allarme che informerà chi sta raggiungendo il tetto prefissato di spesa e bloccherà automaticamente il collegamento dati quando il tetto viene sforato. Le nuove tutele, dice l'Autorità in una nota, varranno sia sul territorio nazionale sia all'estero. Qualora la scelta della soglia di consumo non venga effettuata dal cliente entro il 31 dicembre 2010, a partire dal 1° gennaio 2011 si applicherà automaticamente un limite per traffico dati nazionale di 50 euro per i clienti privati e 150 euro per i clienti business, fatto salvo il limite di 50 euro previsto dalle norme europee per il traffico dati in roaming nei paesi Ue, nonché un analogo limite di 50 euro per traffico dati nei Paesi extra Ue.

Sistemi semplici per controllare la spesa. Gli operatori dovranno inoltre rendere disponibili gratuitamente a tutti gli utenti sistemi immediatamente comprensibili e facilmente utilizzabili per assicurare il controllo in tempo reale della spesa e tutte le informazioni relative al consumo accumulato, espresso in volume di traffico, tempo trascorso o importo speso per i servizi di traffico dati, nonché un servizio supplementare gratuito per abilitare o disabilitare la propria utenza al traffico dati. Gli operatori mobili dovranno adeguare i propri sistemi a quanto previsto dalla delibera in tema di controllo della spesa entro il primo gennaio 2011.

Con la stessa delibera l'Agcom ha voluto anche richiamare gli operatori mobili al rispetto degli impegni, assunti alla fine del 2009, garantendo a tutti i clienti la disponibilità di piani tariffari che prevedano la tassazione a consumo effettivo dei servizi voce, nonché condizioni di offerta dei servizi sms più economiche e non discriminatorie rispetto a quelle applicate in ambito comunitario. Delle nuove norme sulle chiavette per internet mobile aveva già parlato, nella Relazione annuale al Parlamento, il presidente Calabrò, affermando che «l'utente deve avere il controllo della spesa telefonica; non possono esserci automatismi che portino a bollette esorbitanti».





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Il cucchiaio che si scioglie

Repubblica

Nel tè 

 

La scatola balla sul tapis-roulant

Repubblica

Ha conquistato gli utenti di YouTube il video che mostra un pacco di Amazon, contenente presumibilmente libri, che non vuole assolutamente arrendersi al nastro trasportatore delle poste

Auto blu quanto mi costi

Il Tempo

Il Campidoglio spende per le macchine di servizio 3 milioni l'anno. I consorzi propongono vetture e autisti su chiamata h24, 40% di risparmio. Oggi Marchi esamina il contratto con gli Ncc già firmato dalla Banca d'Italia.


La Regione lo ha già fatto con un taglio del 30% delle auto blu, riducendo i mezzi da 36 a 25 e rivoluzionando il sistema di assegnazione: la macchina con autista non sarà più assegnata nominalmente ma tutti saranno a disposizione per le esigenze di servizio di consiglieri, assessori, dirigenti apicali. Un taglio che farà risparmiare alla Pisana 700 mila euro l'anno. E già, perché, come ha riferito pochi giorni fa il presidente del Consiglio regionale, Mario Abbruzzese un'auto blu costa di media 70 mila euro l'anno. Una folle spesa che anche il Campidoglio dovrà, prima o poi, ridurre. Il Comune spende infatti circa 3 milioni di euro l'anno tra auto blu, di servizio e senza autista ma a disposizione. E ci sono alcuni assessori che godono addirittura di quattro autisti su turnazione. Un vero lusso che potrebbe presto, se non finire, quanto meno attenuarsi. É previsto infatti per oggi un incontro tra l'assessore alla Mobilità Sergio Marchi e i responsabili dei consorzi di noleggio con conducente Quasar, Eugenio Di Giuliano, Euro System, Fabrizio Astuti e di Cosepuri, Gino Onofri.

Proprio da quest'ultimo viene il modello già applicato in Emilia Romagna da vent'anni e che è realtà da pochi giorni anche alla Banca d'Italia. Non più auto blu con autisti (fermi magari per intere giornate) in busta paga di enti o aziende ma un contratto blindato che garantisce l'auto con l'autista 24 ore su 24. L'abbattimento dei costi (tra tasse, assicurazioni, carburante, stipendi) è di almeno il 40%. Basti pensare che il servizio per la sede centrale della Banca d'Italia costa poco più di 1,3 milioni di euro per tre anni, con una media di circa 130 euro per un'auto con autista a disposizione per almeno 5 ore.

Susanna Novelli
02/08/2010




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Fittasi per feste San Carlo con orchestra I musicisti: non suoniamo ai matrimoni

Corriere del Mezzogiorno

I lavoratori del Teatro offerti nel «pacchetto-cerimonia»
Gli artisti: «Noi all'oscuro. È un'iniziativa vergognosa»





NAPOLI

Che già da anni il nostro più prezioso tempio della Musica avesse sdoganato il suo foyer per ricevimenti, matrimoni (con tanto di ballerine brasiliane regolarmente sfilate dall’ingresso artisti o complessini da camera) e occasioni di cui all’indomani restavano in concessione al concerto di turno le sontuose ma già appassite composizioni floreali, era cosa già nota. L’ultima novità, però, è che la ditta San Carlo & Co. metterebbe a disposizione per un «evento da sogno» non solo i suoi luoghi ancor freschi di restauro fatto, ma a finire nel «pacchetto» sono addirittura anche gli artisti della Fondazione. Tipo musicanti di Brema.

L'OFFERTA - Basta andare in rete e cliccare ditta Pascalucci abbinata al San Carlo o, meglio, entrare nel sito ufficiale del Lirico napoletano, scegliere l’icona Il San Carlo per i tuoi eventi e leggere: «Dai vita anche tu ad un evento esclusivo nelle sale del teatro più bello del mondo! I velluti purpurei, gli eleganti marmi, i bassorilievi dorati faranno da sfondo a momenti indimenticabili». Poi, i dettagli: «Un’atmosfera elegante e sofisticata saprà accogliere gli ospiti dall’imponente scalone dell'ingresso, mentre il nostro personale sarà pronto a fornirti un valido e professionale supporto ad ogni necessità. Grazie ai recenti restauri, il Teatro San Carlo è il luogo più adatto per qualsiasi tipo di happening, mostra, défilée, convegno e vernissage: un luogo capace di coniugare al divertimento l’incontro culturale ed il meeting professionale, nel cuore della metropoli partenopea». E non è tutto: «L’accoglienza degli ospiti sarà curata dalle nostre hostess, mentre cene, cocktail e rinfreschi potranno essere forniti dalla pregiata ditta Pascalucci». E merita attenzione soprattutto — perché ad oggi inedito — l’accesso a luoghi e a materiali sacri per noi tutti del mestiere: «Avrai a tua disposizione camerini, sale prove, noleggio costumi e attrezzature tecniche di ultima generazione». In chiusura di reclame, c’è il colpo di grazia: «Inoltre i nostri artisti del Coro, dell’Orchestra e del Corpo di Ballo saranno lieti di occuparsi dell’intrattenimento musicale».

LA PROTESTA - Peccato però che la maggior parte degli artisti del San Carlo non sappia nulla dell’iniziativa che certo non giova alla loro immagine professionale. E chi se ne è accorto non sembra affatto d’accordo. «È una cosa estremamente grave, la fine per le nostre fondazioni lirico-sinfoniche», commenta Stefan Buchberger, primo trombone. «Messa in questi termini — aggiunge il primo fagotto, Mauro Russo— l’iniziativa è vergognosa. Sarebbe accettabile un concerto di alto livello in Sala, magari al termine di un convegno, ma non parlare d’intrattenimento musicale». In linea con lui, anche Maria De Simone, soprano del Coro: «È una vergogna che ci impelaghino in simili prestazioni, soprattutto in vista dei rigidissimi vincoli del nuovo decreto». «Credo si stia perdendo la bussola dei reali problemi del Teatro», aggiunge il primo clarinetto, Luca Sartori. Sempre dall'orchestra, infine, il cornista Salvatore Acierno: «Abbiamo studiato e fatto concorsi per fare ben altro, non per suonare ai matrimoni». Insomma: nessun dubbio che, anche per un’antica istituzione quale il San Carlo, sia bene aggiornarsi accelerando sul marketing. Nel rispetto e nella tutela, però, dell'immagine immagine storico-artistica della Fondazione. Chissà se gli invitati al banchetto nel Foyer sapessero che, proprio nel luogo in cui stanno allegramente bevendo e mangiando, mezzo secolo prima una folla culturalmente consapevole rendeva in religioso silenzio e per un intero giorno omaggio alla salma «ancora in frac» del grande direttore Franco Capuana, morto nel suo camerino subito dopo essersi accasciato sulla partitura — lo ricorda in un suo scritto il valoroso Profeta — mentre dirigeva il «Mosè» rossiniano appunto al San Carlo. In quel caso, forse, gli passerebbe la voglia di brindare.

Paola De Simone
02 agosto 2010





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Casa a Montecarlo, Fini si difende «Solo falsità, pronte le querele»

Corriere della sera

«Non sono titolare dell'appartamento, e non sono a me riconducibili le società che lo hanno acquistato»

IL presidente della Camera contro Il Giornale: «Campagna diffamatoria»
Casa a Montecarlo, Fini si difende «Solo falsità, pronte le querele»


Il presidente della Camera Gianfranco Fini e la compagna  Elisabetta Tulliani a Orbetello

MILANO - Gianfranco Fini querela Il Giornale. Oggetto del contendere la casa a Montecarlo che, stando alla ricostruzione del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, sarebbe stata lasciata in eredità ad Alleanza Nazionale, venduta dieci anni più tardi ad una società finanziaria e finita quindi in affitto al fratello di Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera. «Gianfranco Fini ha conferito incarico all'avvocato Giulia Bongiorno di agire in sede legale contro Il Giornale e il suo direttore per aver pubblicato negli ultimi giorni una serie di notizie false e diffamatorie riguardo alla cessione da parte di Alleanza Nazionale di un immobile ubicato a Montecarlo» ha dichiarato Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera.
«CAMPAGNA DIFFAMATORIA» - «Nonostante la falsità delle notizie e delle accuse già rivolte al Presidente Fini da Vittorio Feltri in un editoriale del 14 settembre 2009 dal titolo "Il Presidente Fini e la strategia del suicidio lento", per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio dalla Procura di Monza, Il Giornale e il suo direttore - aggiunge Alfano - hanno ritenuto di proseguire la loro campagna diffamatoria nei confronti del presidente Fini e in un articolo pubblicato questa mattina, "Prime crepe nel muro di omertà sulla casa dei Fini a Montecarlo", gli attribuiscono la titolarità dell'appartamento in Montecarlo, indicando anche la cifra alla quale l'immobile sarebbe stato venduto».
«TOTALE INFONDATEZZA» - «Il presidente Fini non è titolare dell'appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l'immobile. Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo. Sarà l'Autorità Giudiziaria - conclude il portavoce di Fini - ad acclarare la totale infondatezza di quanto divulgato e ad accertare la condotta diffamatoria».

02 agosto 2010



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Due agosto tra dolore e polemiche Napolitano: "Si colmino lacune e ambiguità"

Repubblica

Trent'anni fa alle 10.25 nella sala di seconda classe della stazione di Bologna scoppiò la bomba che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Oggi la città ricorda la strage e la celebra nel silenzio di Palazzo Chigi che ha deciso di non inviare alcun ministro. Duecento parenti con una gerbera bianca appuntata ai vestiti. Insieme a loro Agnese Moro, Marco Alessandrini e il nipote del giudice Amato, "simboli di un'Italia che non si è piegata"


di Micol Lavinia Lundari e Stefania Parmeggiani
 

10.49, si conclude la manifestazione. 
Senza nessun fischio si conclude la commemorazione delle vittime. La folla si disperde.

10.43, Bolognesi: "Si colpiscano i mandanti".
Interrotto almeno una dozzina di volte dagli applausi della gente, il discorso del rappresentante dei famigliari delle vittime Paolo Bolognesi. La folla ha applaudito quando ha parlato di pericolo della vita democratica del Paese, di depistatori ed esecutori materiali. "Trent'anni fa chi collocò in questa stazione una bomba voleva un massacro e lo ottenne. Grazie a chi non si è arreso ai molteplici e costanti tentativi di inquinamento e di intossicazione delle immagini e dei processi". Un passaggio è poi dedicato al magistrato Mario Amato a cui l'associazione riconosce affetto e gratitudine: "Fu ucciso perchè svolgeva indagini sul terrorismo nero". E ancora: "Abbiamo appreso con sconcerto la disinvoltura e la noncuranza dell'etica politica con cui Emma Bonino ha avuto come consulenti nel comitato elettorale Mambro e Fioravanti". L'associazione è certa: "La pista internazionale messa a disposizione dalla commissione Mitrokhin subirà lo stesso misero esito delle precedenti piste e ritiene necessario che la Procura di Bologna riprenda le indagini sui mandanti per colpirli come meritano". Sul Governo che non ha ancora attuato la legge del 2004 sulla tutela delle vittime, poche parole: "L'assenza del Governo è conferma". La conclusione: "Questa piazza è ancora oggi come trent'anni fa, solidarietà e democrazia".




10.31. I messaggi di Camera e Senato. Pervenuti anche i messaggi del presidente della Camera e del Senato che però non sono stati letti in piazza, ma distribuiti ai giornalisti. Schifani, presidente del Senato ha ribadito la necessità di “tenere sempre viva l’attenzione su quella terribile strage attraverso un’opera costante di ricerca della verità e di trasmissione della memoria”. Il presidente della Camera Fini: "Il barbaro attentato del 2 agosto 1980 che sconvolse la città di Bologna violando il suo animo generoso, costituisce una delle pagine più terribili della storia del nostro Paese e uno degli esempi più efferati di un disumano disegno destabilizzante. Formulo un auspicio che venga finalmente accertata la verità sulla strage, facendo piena luce sulla trama terroristica che ha tentato di scardinare il nostro sistema democratico rendendo un doveroso servigio alla città, agli italiani e al Paese”.

10.26, Napolitano:
"Istituzioni colmino lacune e ambiguità". Il messaggio del Quirinale letto dal palco: "'Sono decorsi trenta anni da quel terribile 2 agosto 1980, quando il devastante attentato alla stazione centrale di Bologna provocò ottantacinque morti e oltre duecento feriti. A essi e ai loro famigliari va il mio pensiero commosso e partecipe. La vita di inermi cittadini fu quel giorno spezzata dalla violenza di ciechi disegni terroristici ed eversivi. La definizione delle loro matrici così come la individuazione dei loro ispiratori hanno dato luogo a una tormentata vicenda di investigazioni e processi non ancora esaurita. La trasmissione della memoria di quel tragico fatto e di tutti quelli che in quegli anni hanno insanguinato l'Italia non costituisce solo un doveroso omaggio alle vittime di allora, ma impegna anche i magistrati e tutte le istituzioni a contribuire con ogni ulteriore possibile sforzo a colmare persistenti lacune e ambiguità sulle trame e le complicità sottese a quel terribile episodio. E' un tale sforzo il modo migliore di corrispondere alle attese di tutta la nazione e all'ansia di giustizia di chi è sopravvissuto tra penose sofferenze e dei famigliari delle vittime. Altrettanto essenziale è adoprarsi per diffondere sempre di più nel Paese una cultura del confronto democratico e della tolleranza tale da prevenire il ripetersi di analoghi rigurgiti di violenza. Con questi sentimenti, esprimo a lei, signor Presidente, e a tutti i famigliari di chi ha perso la vita in quella orribile strage,  la mia affettuosa vicinanza, interpretando i sentimenti di solidarietà dell'intero Paese".

10.25, minuto di silenzio.  A
ll'ora in cui la bomba esplose (in realtà con un anticipo di pochi minuti) la piazza osserva un minuto di silenzio in ricordo delle vittime.

10.21. I messaggi.
Sono arrivati i messaggi del Quirinale, del Senato e della Camera che verranno letti in piazza dopo il minuto di silenzio da osservare in memoria delle vittime.

10.15, L'elenco delle vittime.
Sul palco due ragazze trentenni, una delle quali parente di una vittime, leggono i nomi delle 85 persone che persero la vita nell'attentato, alternandosi al microfono.

10.07, applauso per i parenti.
Arrivano nel piazzale antistante la strage i parenti delle vittime. Per loro un lungo e scrosciante applauso.

10.01 Il corteo arriva in piazza Medaglie d'Oro.
La testa del corteo arriva nel piazzale di fronte alla stazione accolta da un applauso scrosciante della folla, assiepata sotto le pensiline e in attesa della celebrazione sul palco.

9.57 Bersani
: "Non si possono cercare solo applausi". Presente al corteo il segretario del Pd che commenta: "Non si può partecipare alle manifestazioni solo e soltanto quando ci sono gli applausi. Un Governo ha il dovere di stare vicino alla gente. L'assenza non può essere accettata. E' chiaro che ci sono dei problemi, c'è il tema del segreto di Stato, dei risarcimenti, ci sono ancora ferite da lenire ma un governo deve affrontarle queste situazioni, deve guardare la gente negli occhi. Non si può governare solo per gli applausi".

9.52, 85 persone con i nomi delle vittime.
In corteo anche i vendoliani che hanno deciso di rendere omaggio alle vittime indossando un cartello con il nome e l'età di ognuna di loro.

9.50, il prefetto: "Mi auguro che non ci siano fischi". 
In rappresentanza dell'Esecutivo c'è il Prefetto di Bologna Angelo Tranfaglia: "I fischi non ci dovrebbero essere mai. Mi auguro che questa sia una giornata tutta tesa a questo obiettivo".

9.46, Errani: "Il governo doveva esserci".
Il presidente della Regione Emilia Romagna commenta: "Errore che qui non sia rappresentato da un ministro" perchè la presenza del governo avrebbe avuto rilievo anche "rispetto a quanto ancora bisogna fare in relazione al sostegno delle vittime e al superamento del segreto di Stato". E poi, conclude, "era un omaggio a questa straordinaria città, che ha saputo sempre interpretare questo rapporto tra memoria e costruzione della democrazia".

Schifani: "Tutta la nazione ha il diritto di sapere".
Tra i messaggi di solidarietà che stanno arrivando ai famigliari delle vittime quello del presidente del Senato Renato Schifani: "Accertare la verità dei fatti e individuare i responsabili di quel drammatico e atroce attentato deve continuare ad essere una priorità, perchè non soltanto i familiare delle vittime, ma la nazione tutta ha il diritto di sapere le ragioni di un gesto così efferato, affinchè fatti così gravi non abbiano più a ripetersi".

9.40, applauso ai parenti. Il corteo si è messo in marcia dietro lo striscione "Bologna non dimentica". Seguono i gonfaloni delle amministrazioni, soprattutto dell'Emilia Romagna. Il gruppo dei famigliari è preceduto dal gonfalone del Comune di Bologna e al loro passaggio i cittadini affacciati sui portici applaudono. Sostanziale silenzio mentre il corteo sfila.

9.30, il corteo. Cominciano i preparativi in piazza Nettuno per il corteo che sfilerà attraverso via Indipendenza fino alla piazza della stazione. Uno striscione ricorda la strage dell'Italicus e numerosi manifestanti portano sul petto un cartello listato a lutto con i nomi delle vittime e la loro età.

9, Agnese Moro: "Storia italiana tutta da scrivere". La figlia di Moro, presente alla cerimonia, commenta: "Qui è presente il cuore del popolo italiano. I morti e i feriti sono nostri madri, fratelli e amici. Lo Stato italiano dovrebbe avere il coraggio di guardarci in faccia, aprire gli archivi. La storia d'Italia è complicata ed è tutta da scrivere".

8.55, Bolognesi: "No polemiche vogliamo risposte". Prende la parola Paolo Bolognesi, presidente dei famigliari delle vittime, che ringrazia le istituzioni locali e ha annunciato come nel suo discorso ci sarà "mezza riga sull'assenza del Governo" non di più perchè in piazza si vogliono ricordare le vittime, chiedere i nomi dei mandanti, parlare del segreto di Stato e del risarcimento alle vittime e "non lasciare spazio a fischi e polemiche". Bolognesi ricorda la presenza tra i partecipanti alla commemorazione di Agnese Moro, di Marco Alessandrini e del nipote del giudice Amato, "simboli di un'Italia che non si è piegata".

8.50, il commissario: "Bologna ha saputo reagire". "In trent'anni si dimenticano molte cose, a Bologna non si è dimenticato", esordisce il commissario Anna Maria Cancellieri di fronte alla sala gremita di parenti, che appuntano ai vestiti una gerbera bianca e alle delegazioni delle città colpite dalla strage. "Io quel giorno - prosegue - ero a Milano e alle prime notizie frammentarie sono andata in ufficio a vedere se c'era bisogno di fare qualcosa e così hanno fatto altri colleghi perchè si è avuta la sensazione che quel fatto potesse minare la storia stessa del Paese. Bologna ha saputo reagire grazie alla sua gente e a un forte impegno morale e sempre in maniera civile e legale". I giovani devono portare avanti la memoria di questo fatto. Do un abbraccio affettuoso ai famigliari a cui va la mia solidarietà e la mia considerazione più forte perchè le vittime non erano nemici di qualcuno".

Ore 8.45, la cerimonia in Consiglio.
In questo clima comincia la commemorazione con l'incontro tra i familiari delle vittime e il commissario Anna Maria Cancellieri nella sala del Consiglio comunale.


Ore 8.30, cominciano le celebrazioni.
Tra le polemiche per l'assenza del Governo viene oggi celebrato il trentesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna.  Infatti, l'esecutivo ha deciso di non inviare nessun rappresentante. Il perchè è stato spiegato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa: "Li avete sempre fischiato. Ecco il perchè". Peccato che quest'anno, per evitare i fischi della piazza, il ministro sarebbe stato invitato a parlare solo con i famigliari. Ed è a loro, quindi, che è stato diretto "lo spregio di un governo in fuga".  "Vogliono solo applausi", ha commentato il segretario del Pd Bersani,

Lo stragismo nero: per saperne di più

Il Mattino

di Bruno Simili


ROMA (2 AGOSTO) -

L’Italia delle stragi, Bologna e le stragi: l’Italicus, Ustica, la Stazione centrale, il rapido 904. Bologna è stata involontaria protagonista e teatro di molti episodi che hanno segnato la strategia della tensione. Tra i libri e i documenti, anche filmati, che ripercorrono quegli eventi e tentano di ricostruirne gli antefatti e le complicati vicende investigative e processuali ne vanno ricordati almeno alcuni.

Un tentativo di ripercorrere le tappe della strategia della tensione di quegli anni bui è stato fatto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009) e da Mimmo Franzinelli (La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, Rizzoli, 2008). Su Bologna e l’attentato del 2 agosto: Erica Belingheri, Il sacrificio degli innocenti (Minerva, 2009), Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage (Bur, 2007), Daniele Biacchessi, 10.25, cronaca di una strage. Vite e verità spezzate dalla bomba (Gamberetti, 2000). Un bellissimo racconto illustrato è La strage di Bologna. Cronaca a fumetti, di Alex Boschetti e Anna Cimmitti (Il BeccoGiallo, 2006).

Meritano poi una citazione particolare,
per la loro efficacia e il complesso tentativo di ricostruzione dei retroscena, due opere di narrativa «docufiction»: la prima è quella di Loriano Machiavelli, Strage. Pubblicato da Rizzoli nel 1990, mentre si celebrava il processo d’appello contro gli esecutori della strage alla stazione di Bologna, il libro rimase sugli scaffali solo una settimana: il 3 giugno, infatti, a seguito della denuncia di uno degli imputati venne ordinato il sequestro immediato delle copie del romanzo, che sparì dalla circolazione. Esce ora di nuovo per Einaudi.

Il secondo libro è quello di Patrick Fogli, Il tempo infranto (Piemme, 2010), un lungo racconto strettamente legato a ciò che accadde prima e dopo l’esplosione alla stazione di Bologna e all’Italia di quegli anni. In video la strage del 2 agosto trova spazio in alcuni corti e lungometraggi: Il trentasette, memorie di una città ferita (di R. Greco, 2005), Il filo della memoria (di D. Biacchessi, 2001), Da Zero a dieci (di L. Ligabue, 2001), Per non dimenticare (di M. Martelli, 1993).

Molto efficaci sono poi i filmati rintracciabili su You Tube (documentari, telegiornali dell’epoca); tra questi, la puntata del 2.2.2003 di Blu notte, misteri italiani (di C. Lucarelli e G. Catamo). Infine, per leggere i documenti processuali: http://www.stragi.it , il sito dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, dove è comunque possibile ottenere molto altro materiale, anche audio e video.





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Scenario inquietante che riscrive la storia

Il Tempo

Documenti ignorati o precipitosamente liquidati come inconsistenti da molte procure. Così l'informativa dei carabinieri di Padova, datata 1983, che contiene gli appunti del capo brigatista Giovanni Senzani e che fanno riferimento anche all'attentato di Bologna, sono rimasti lettera morta. Nessuno a indagato più a fondo. Nessuno ha cercato di saperne di più. Un fatto che lascia perplesso lo stesso giudice Rosario Priore per anni in prima linea nella lotta al terrorismo interno e internazionale.

 
«Quei documenti li trovammo in tasca a Senzani quando fu arrestato nel 1982 - ricorda Rosario Priore - Elementi fondamentali per capire tutta una sere di connessioni internazionali. Inviai copia a tutte le procure interessate. Cosa ne abbiano fatto non posso saperlo. Le informazioni che vi sono contenute aprono uno scenario inquietante. Gran parte le ho utilizzate nei processi contro le brigate Rosse. Altre notizie erano competenza di altre procure». Resta il fatto che su Bologna tutte le piste diversa da quella «fascista» non sono state percorse. A trent'anni dalla strage di Bologna, Rosario Priore nel libro-intervista scritto con Giovanni Fasanella «Intrigo internazionale: perchè la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire», ripercorre le possibili tappe che potrebbero aver portato alla strage del 2 agosto. Così ritorna quel documento di Senzani che consentì al magistrato di comprendere quale struttura esistesse a Parigi.

 
«Il famoso cervello nella capitale francese - spiega il giudice Priore - che legava le Brigate Rosse a altre strutture». Ma nel libro si rilancia quella pista palestinese tanto frettolosamente archiviata. La strage di Bologna come reazione del terrorismo palestinese all'arresto di un responsabile di alto livello del Fronte popolare, che aveva la sua base operativa proprio nel capoluogo emiliano. «Nel novembre del '79 avevamo arrestato a Ortona tre autonomi romani (Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, ndr) che stavano trasportavano due missili terra-aria bulgari, destinate ai terroristi palestinesi - ricorda Priore -. Quell'operazione portò anche all'arresto di Abu Anzeh Saleh, un dirigente del Fronte popolare che era il responsabile dell'organizzazione in Italia. L'organizzazione pretendeva assolutamente la liberazione di questa persona, perchè la ritenevano una violazione del "lodo Moro" (basi logistiche in Italia in cambio della non belligeranza, ndr)».


Nonostante un comunicato ufficiale del Comitato centrale del Fplp, Saleh invece condannato dal Tribunale di Chieti e la  sentenza venne poi confermata dalla Corte di Appello dell'Aquila. «Gli appunti di Senzani fanno riferimento a un arabo che è in questa riunione di Parigi. Ed è l'arabo che spiega alcuni dettagli importanti per compredeere cosa avveniva in quegli anni», sottolinea Priore. Parigi non era una camera di compensazione tra servizi segreti. Era qualcosa di più dove si studiavano strategie e si preparavano operazioni in varie parti del mondo. Servizi di varie bandiere, oggi si parla anche della Cia, tutti però impegnati in un lavoro di destabilizzazione, sfruttando le diverse sigle più o meno rivoluzionarie che si muovevano in quegli anni nel mondo. In Europa, Africa, Medioriente. In questo scenario torna anche lo spettro del gruppo Carlos, lo sciacallo. Del resto la presenza di Thomas Kram, membro dell'internazionale del terrore, a Bologna è cosa acquisita. Se per Priore, e nel libro scritto con Fasanella lo dice a chiare lettere, la pista palestinese della strage di Bologna è più che concreta, per altri rimane solo sullo sfondo.


Per Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione Stragi, la strage di Bologna non è impunita perché la magistratura ha condannato tre persone all'ergastolo Fioravanti, Mambro e Ciavardini. «Dunque - ha spiegato l'ex presidente della Commissione Stragi - la verità giudiziaria non manca, ma non è soddisfacente. Anche il movente, l'obiettivo di fermare l'avanzata del Partito comunista nel 1980, non è convincente. Insomma, tutto il contesto in cui è maturata la strage è incerto e la verità storica non coincide con quella giudiziaria». Mau.Pic.


Maurizio Piccirilli

02/08/2010





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A Bologna bomba palestinese

Il Tempo

A trent'anni dalla strage emergono altri scenari. Documento autografo del brigatista Senzani svela la pista dell'Olp e dei servizi sovietici. Nell'appunto si parla di un attentato compiuto a Bologna.

Dopo trent’anni un’altra verità viene a galla. Ore 10,25 del 2 agosto 1980, una violenta esplosione semina morte e distruzione alla stazione di Bologna. E fu subito strage fascista. Ma nuovi documenti aprono spiragli diversi dalle conclusioni giudiziarie. Indubbi i depistaggi dei servizi segreti dell’epoca. Restano perplessità sulla condanna all’ergastolo in quanto autori della strage di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti dei Nar, da sempre proclamatisi innocenti. Un'informativa dei carabinieri alla procura di Venezia e al giudice Mastelloni che indagava sul traffico di armi, contiene uno scritto autografo del brigatista Giovanni Senzani che rivela i rapporti tra Olp e Brigate Rosse.

Il documento è stato ritrovato da tre ricercatori, Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, i quali lo inseriranno nel saggio che stanno stampando con Giraldi Editore, in questi giorni dal titolo: «Dossier strage di Bologna - La pista segreta». Il documento è particolarmente significativo perché fa riferimento ad alcune azioni militari delle fazioni palestinesi in Europa, con il coinvolgimento dell'Unione sovietica. Soprattutto Senzani cita Abu Ijad, nome di battaglia di Khalaf Salah all'epoca capo dei servizi segreti dell'organizzazione di Arafat. L'appunto di Senzani, che si riferisce a una riunione a Parigi, rivela tra l'altro i rapporti tra i vari membri della direzione strategica delle Brigate Rosse - Mario Moretti, Alvaro Lojacono, Laura Braghetti - e i palestinesi. Traffici d'armi e accordi per azioni che i terroristi italiani avrebbero dovuto compiere contro obiettivi israeliani.


Il manoscritto di Giovanni Senzani (la perizia calligrafica ne ha confermato l'attendibilità) fa riferimento a una serie di informazioni apprese proprio da Abu Ijad. Personaggio questo ben introdotto nell'organizzazione palestinese, capo dell'intelligence, membro di Settembre Nero, responsabile della strage alle Olimpiadi di Monaco e di una serie infinita di azioni militari. Un appunto che Senzani teneva in tasca al momento dell'arresto a Roma nel covo-santabarbara di via Pesci al Tiburtino. Appunti redatti durante un vertice a Parigi. Vi si parla di tutto: di Angola, Paese che ospiterà la latitanza di molti brigatisti, di alleanze con gli altri movimenti rivoluzionari: dai corsi, all'Ira, agli armeni.

Il documento redatto da Giovanni Senzani riporta anche una breve analisi di politica internazionale frutto delle considerazioni che il palestinese Abu Ijad fa durante la riunione parigina. Il capo dei servizi dell'Olp, stando al resoconto di Senzani, fa riferimento ad accordi strategici per attentati in Italia. Il palestinese, scrive Senzani, sostiene che l'Urss vuole contrastare la politica europea, in particolare di Francia e Germania, in Medioriente. Per questo la Russia, che negli appunti viene indicata con «R», sostiene Damasco. «R. appoggia la Siria, che oggi è molto debole, perché se R. perde la Siria non ha più controllo politico della zona. R. attacca direttamente e indirettamente tutti quelli che possono indebolire la Siria».

 
Quindi, il passaggio che apre il nuovo scenario sulla strage di Bologna, ma in realtà il fatto era noto sin dal 1982 anno della cattura di Senzani. «Gli ultimi attentati in Europa - scrive il brigatista - ( Sinagoga- BO e Trieste) possono essere letti in questa chiave internazionale». E Senzani rivela a margine: «A. (sigla per Abu Ijad ndr) pensa così. Così ogni altro movimento in Europa di forze rivoluzionarie e servizi segreti può essere letto in questo modo. Andando avanti si vedranno altre manifestazioni ciò... altri attentati e dietro c'è sempre R. ( e i suoi collegati)». Senzani viene arrestato il 9 gennaio 1982, l'appunto, trovato in suo possesso, è con certezza precedente a tale data. Così la sigla «Bo» è riferibile alla strage alla stazione del capoluogo emiliano. Gli altri due attentati, sinagoga e Trieste possono riferirsi a quello al tempio ebraico di Parigi del 3 ottobre 1980 perché l'attentato alla sinagoga di Roma è successivo all'arresto di Senzani.

Trieste può essere indicativo dell'attentato all'oleodotto compiuto dai palestinesi nel 1972. Circostanze che nessuno a mai verificato fino in fondo. Troppo comoda la matrice fascista con l'apporto dei servizi segreti deviati e l'ombra complottista della P2. Tutte le altre ipotesi archiviate. Eppure c'erano tutti gli elementi per indagare verso altre direzioni. Scomode, perché l'Italia di quegli anni era filo-palestinese e le bombe erano tutte fasciste. Un periodo sul quale, come ha recentemente sostenuto Rino Formica, ex ministro dei Trasporti bisogna tentare di «far luce sul contesto politico internazionale che tenne l'Italia in regime di sovranità limitata. L'Italia fu terra di guerra fredda accettata e di guerra calda subìta». Un'altra verità è possibile.


Maurizio Piccirilli

02/08/2010





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Casa a Montecarlo, primi lapsus dei tesorieri An

di Gian Marco Chiocci

Il deputato finiano Lamorte rivela al Corriere: "Casa fatiscente, valeva poco".

Ma al Giornale disse di non saper nulla. 

Stracqadanio: "Il paragone con Boffo? Una provocazione"






Montecarlo - Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi ammettono di sapere qualcosa, di ricordare effettivamente qualcos’altro, e finalmente qualcosina dicono, ma si contraddicono l’uno con l’altro. L’imbarazzante ping pong sull’appartamento di Montecarlo fra i finani Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An, e Francesco Pontone, tesoriere dell’ex partito, sta raggiungendo vette straordinarie. Ieri l’ultima chicca. Al Corriere della Sera Lamorte si confessa: «L’ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr).

Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci». Domanda successiva: com’era? Bella? «Tremenda. In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire». Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il Corriere. «No, di sicuro. Se uno spende una cifra del genere è pazzo». E ancora. Pare sia stata venduta per 67mila euro, a una società off-shore, non proprio trasparente: «Solo? Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste cose: quando Almirante mi diceva firma, io firmavo. Chiederò a Pontone, che era il tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li aveva lui». Bene.

La versione di Lamorte, come vedremo di qui a poco, fa acqua. E aggrava sempre di più la posizione di chi, intorno al presidente della Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa monegasca dove oggi alloggia il «cognato» di Fini. Allora. Quando il Giornale ha sollevato il caso s’è premurato di chiedere conto anche ai due «amministratori» del partito che quel bene ereditato avevano gestito. Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade dalle nuvole. Giura di non sapere niente dell’appartamento monegasco, se non che apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi è stato venduto.

Non ha idea a chi sia stato alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo Tulliani: «Chiedete a Pontone». Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte ritrova invece la memoria e finalmente ammette di sapere qualcosa di quell’immobile per essersene occupato personalmente: «Andai a vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a Pontone», che col Giornale è caduto dal pero: «L’appartamento fu venduto, ma non ricordo a chi».

Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto il contrario di quanto riferito al Corriere. Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di via Solferino, però, il fedelissimo di Fini omette dettagli importanti. Che lo riguardano. Il primo si riferisce al fatto che non andò nel 2008 a visionare l’appartamento, bensì prima, molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi mesi dopo la morte della contessa Colleoni e l’apertura del testamento olografo.

Ci è stato confermato direttamente da chi, con l’onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato ciclicamente in contatto per cercare di acquistare l’appartamento al 14 di Boulevard Princess Charlotte arrivando a offrire cifre enormemente più interessanti dei 67mila euro che nel 2008 basteranno a una società off-shore (con sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per chiudere la compravendita. Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di euro, lievitato fino al milione e mezzo con l’ultima proposta d’acquisto recapitata nel 2006 «all’attenzione dell’onorevole Donato Lamorte» nella sede di Alleanza nazionale in via della Scrofa.

Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)? Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008) andò a parlare col vicinato chiedendo spiegazioni sull’amministrazione del condominio. Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini lasciò biglietti da visita «per qualsiasi chiarimento in merito alla futura vendita dell’appartamento che il partito ha eredito da una nobildonna romana nostra simpatizzante», e proprio attraverso quei biglietti venne spesso disturbato via telefono o con raccomandate con ricevuta di ritorno.

«Ogni volta che chiamavano per sapere se finalmente aveva deciso di mettere in vendita l’appartamento – hanno raccontato al Giornale gli inquilini - dal partito, a Roma, prendevano tempo. Ci dicevano che ancora non era deciso nulla e bisognava aspettare e che poi ci avrebbero fatto sapere (...). Poi c’è stato un buco di qualche anno, fino a che, all’incirca due anni fa, sono cominciati i lavori». E proprio in quell’ultimo periodo i condòmini avrebbero visto materializzarsi nel palazzo Gianfranco Fini e signora, sorella del neo inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori di ristrutturazione aveva contatti diretti con la Ltd caraibica.

E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia l’appartamento posizionato in una delle zone più belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che proprio per l’inerzia di An l’immobile è stato inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal 2000 al 2008, salvo essere ripreso in considerazione solo quand’è spuntato l’acquirente off-shore con una sua società anonima creata, guarda la coincidenza, proprio nei giorni del business immobiliare fra Roma e i Caraibi. Eppoi al di là delle condizioni in cui l’immobile i referenti romani di An lo hanno effettivamente rinvenuto, la stima economica delle mura, in quel punto del Principato - a sentire le agenzie immobiliari del quartiere monegasco - è una sola: 20mila euro al metro quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale appena ristrutturato. E nell’immobile in cui è andato a vivere in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini, le opere di ristrutturazione sarebbero state fatte senza badare a spese, con il neo inquilino sempre presente nel cantiere per aggiornarsi sullo stato d’avanzamento lavori.

Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo Tulliani, «cognato» del suo presidente, l’appartamento che la contessa Anna Maria Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale. E anche se i legali dell’inquilino di Montecarlo assicurano che l’affitto viene puntualmente pagato sulla base di un «regolare contratto di locazione», ad oggi resta sconosciuto l’importo oltreché le circostanze che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare l’appartamento ereditato, per conto del partito, da suo «cognato». Così come sconosciuti al mercato finanziario internazionale risultano i soci della società off-shore che hanno trattato con Alleanza nazionale (il deputato Lamorte, il senatore Pontone, o chi altro?) per vedersi «regalato» un appartamento che sarà stato anche maleodorante come uno slum indiano, ma le cui mura ancor oggi profumano d’affare.





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Bugiardo e illiberale, ecco il vero Fini»

di Francesco Cramer

Roma


Dottor Pino Rauti, la rottura definitiva tra Berlusconi e Fini è arrivata. Era più sincero il Fini del «siamo alle comiche finali» o quello del congresso fondativo del Pdl?
«Fini non è mai sincero. Lo conosco da una vita e una delle sue caratteristiche è non dire mai sinceramente quello che pensa».

Addirittura?
«Ma certo. A Roma c’è un termine che chiarisce bene il concetto: “mortarolo”».

Tradotto?
«Fini è un liquidatore. Ha liquidato il Msi prima, ha liquidato An nel Pdl e adesso vorrebbe liquidare il Pdl».

Più «pars destruens» che «pars costruens»?
«Nella sua lunga carriera politica non c’è mai stata una fase costruttiva. Dopo 30 anni di attività politica... Bilancio inquietante».

Glielo riconosca: a fare il controcanto è bravissimo.
«Un maestro. Peccato che con i problemi che ha il Paese... E poi quando si sta in una stessa formazione politica si ha il dovere morale di trovare le cose su cui andare d’accordo».

Ma Fini lamenta la monarchia di Berlusconi. Gli dà del despota, dell’illiberale.
«Ah ah ah... Ma Fini nel suo partito quando mai è stato liberale? Ha sempre comandato a spada tratta.

Ha sciabolato quando e come ha voluto e non s’è mai sottoposto a congressi degni di questo nome.
Non è lui che può fare un’accusa di questo genere a Berlusconi».

Pensa alla gaffe della caffetteria e alla successiva decapitazione dei colonnelli?
«Certo ma non solo. È sempre stato così. Dovrei scrivere un libro per ricostruire molte pagine della storia del Msi».

Molti elettori del Pdl oggi chiamano Fini «compagno». Ha sfondato a sinistra. Cos’è, diventato rautiano?
«Quando dissi quella famose frase, “sfondamento a sinistra”, che fu al centro di un’accanita campagna d’attacco da parte di Fini, non intendevo sfondare a sinistra nel senso di diventare di sinistra».

Ma?
«Intendevo far sì che il Msi si facesse interprete di istanze sociali molto approfondite».

E Fini non lo sta facendo?
«Macché. Io avevo un progetto politico, quello di Fini qual è? Lui si compiace soltanto dell’applauso della sinistra che adesso lo apprezza soltanto per il suo antiberlusconismo».

Invece il rautismo sarebbe attuale?
«Proprio in questo periodo è uscito un libro sui super ricchi: un volume sul capitalismo che si interroga su se stesso. Una miniera di spunti interessanti per noi che eravamo anticapitalisti per storia e cultura. Ma non vedo discussioni su questo».

È vero che Berlusconi l’ha chiamata?
«No. Ma voglio incontrare Berlusconi a settembre per parlargli a lungo di Fini e delle sue vicende di allora: nell’Msi prima e in An poi. E poi vorrei stabilire un accordo con Berlusconi, in caso di elezioni».

Che fa? Scende in campo?
«Noi abbiamo una formazione politica che in qualche zona nel centrosud ha un peso e un ruolo».

Fini innalza la bandiera della legalità: in questo la convince?
«Poco. La vostra inchiesta sulla casa di Montecarlo è un’ombra pesante su Fini».

Ma lui dice: nel Pdl ci sono troppe mele marce.
«Quando si sta lealmente in un partito si collabora per buttar via le mele marce ma non si dà l’impressione, in ogni occasione, che nel partito tutto sia marcio».

Insomma, non la convince neppure su questo?
«Vede, quando si sta in un partito uno ci deve stare con un certo stile, con una certa educazione. E questo Fini non lo fa».

Perché lo zoccolo duro delle truppe finiane è composto da ex rautiani?
«Questo continua a sorprendermi. Li ricordo tutti, giovani, accanitamente rautiani e antifiniani.

Viespoli, per esempio...».
Pasquale Viespoli? «Lo ricordo ai campi Hobbit e quando prese a schiaffi Fini. Vederli adesso accanto a lui, nel momento in cui Fini non sostiene tesi neanche genericamente di destra beh...

Questo mi sorprende molto». Forse hanno debiti di riconoscenza.
«Beh, sì. In un certo senso sono usciti dall’isolamento ma soltanto perché Fini è capitato nella fase positiva dell’uscita dal ghetto, inserendosi tra le picconate di Cossiga e le manette di Di Pietro. E poi... Le posizioni di potere».

Altra rautianissima: Flavia Perina.
«L’ho vista crescere. Passavamo tutte le feste a casa Perina, alla Camilluccia. Flavia la tenevo sulle ginocchia. Com’era irrequieta... Ma con me stava buona perché la facevo giocare».

Fabio Granata?
«Pure lui rautiano accanito».

Silvano Moffa?
«Ora ha il ruolo del moderato ma non sempre nelle vecchie vicende lo fu. Ricordo quando lo mandai a sostituire come commissario Teodoro Buontempo che si era accordato con Fini sebbene eletto come rautiano al congresso provinciale di Roma. Moffa fece “accompagnare” Teodoro fuori dalla federazione con la sedia sotto il sedere».

Con Fini oggi stanno in 33.
«Ma deve solo temere di perdere qualche elemento. Difficilmente può sperare di guadagnarne».

L’elettore di centrodestra sostiene che Fini non è più lo stesso. Se n’è fatto una ragione?
«Forse s’è montato la testa. Può succedere in politica, specie quando si ricopre una carica importante. Sa, il potere inebria».



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Chi è tatuato può fare il carabiniere»

Il Secolo xix

Lo stesso Cesare Lombroso, uno dei padri della criminologia e di quella scienza, la fisiognomica, che collegava i tratti del viso delle persone alla loro naturale inclinazione a delinquere, inorridirebbe a sentirsi tirato in ballo per un tatuaggio. Il comando generale dei carabinieri alla fiosiognomica, a quanto pare, ha fatto riferimento nell’escludere dal concorso per l’ingresso nell’Arma un candidato genovese, Andrea O., 25 anni, squalificato per un piccolo geco stampato sulla spalla destra e un angioletto sull’avambraccio sinistro: «Segni distintivi di personalità distorta», recita il provvedimento.


L’accostamento ardito, anzi «arbitrario», è stato stigmatizzato dal Tribunale amministrativo regionale che ha nei giorni scorsi accolto il ricorso dell’aspirante carabiniere, affiancato dall’avvocato Andrea Bava, annullando la sua esclusione dal concorso del 30 aprile per il reclutamento di 1.552 effettivi.
La questione è semplice e per certi versi non del tutto nuova, sebbene inedito sia il riferimento alla fisiognomica, l’arte di prevedere la propensione al crimine con una semplice occhiata. Il tatuaggio non è ammesso ed è una ragione valida per essere sbattuti fuori dalla corsa a un posto nell’Arma, ma a precise condizioni. Gli ideogrammi stampati per sempre sulla pelle devono essere deturpanti o tali da rappresentare l’indice di una personalità distorta, «se risultante da una perizia psichica», precisa il bando di concorso.

Nel caso di Andrea O. i due disegni perpetui sono saltati fuori solo alla visita medica, cioè dopo le prove fisiche attitudinali a quanto pare superate dal candidato genovese in modo brillante. E si trovano in due punti che sarebbero chiaramente coperti dalla divisa. Quindi non visibili: «La legittima esigenza della tutela del decoro esteriore di tutti gli appartenenti all’Arma di fronte alla collettività è così soddisfatta», scrive il giudice amministrativo.

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Parma, l'isola felice degli immigrati

La Stampa

Il rapporto del Cnel stila la classifica delle regioni dove l’integrazione sta funzionando:
viaggio nella città emiliana che ospita un numero record di stranieri. Qual è il segreto?
Guadagnano bene, vivono con le famiglie e hanno accettato regole e stile di vita locali


FRANCESCA PACI
INVIATA A PARMA

Ci abbiamo messo più tempo a gustare il Parmigiano che a capire come si facesse» ammette Sendi davanti a una punta di formaggio fresco, quello stagionato è ancora troppo forte per il palato abituato al «panir», la ricotta indiana. Papà Singh Nirmal si è appena congedato dalle 200 vacche dell’azienda Vecchi, una ventina di chilometri da Parma.

Quando lasciò il Punjab, nel 1999, Nirmal sapeva a malapena mungere il latte per la famiglia: oggi, insieme a qualche centinaio di sikh, custodisce l’antica tradizione casara locale. Per raccontarsi in italiano ha bisogno della figlia venticinquenne Sandi, leggins e brillantino al naso, ma senza questo allevatore con la maglietta arrotolata in testa a mo’ di turbante l’eccellenza gastronomica Made in Italy sarebbe un glorioso ricordo.

Secondo il VII rapporto sull’integrazione del Cnel Parma è la Mecca italiana degli immigrati. Centrafricani, maghrebini, albanesi, romeni sono manodopera preziosa qui, dove di questi tempi il lavoro scarseggia meno che altrove: guadagnano bene, vivono con la famiglia, si mescolano confondendosi più facilmente nonostante siano ormai quasi il 13 per cento della popolazione.

«Prima di arrivare a Parma, nel 2000, raccoglievo i pomodori a Foggia e le arance a Rosarno, condizioni di schiavismo identiche a quelle che avete visto a gennaio in tv» racconta Cleofas Dioma, 38 anni, educatore al centro per adolescenti Samarcanda. Per capire il percorso di questo metro e novanta di burkinabé in sandali e pantaloni alla turca che parla come Gene Gnocchi e apprezza Fini, bisogna osservarlo mangiare gli spaghetti nel dehors del wine bar Dolcevita mentre si interrompe ogni cinque minuti per salutare un amico italiano. A casa, a Ouagadougou, lo considerano un bianco perché alla sua età non è sposato. Qui nessuno dimentica che è nero ma l’abitudine ha vinto sulla diffidenza: «Mia mamma diceva che se i tuoi ospiti camminano sulle mani devi adeguarti. In Italia l’ho fatto ma ho imparato a 26 anni e c’è sempre qualcuno che nota quanto sia ancora impreciso». E pazienza se legge Saviano come da ragazzo africano leggeva Camus, l’integrazione è un processo dialettico che assorbe le similitudini anche sottolineando le differenze.

Un passo avanti e due indietro, modello globale, Parma ha staccato il resto d’Italia. Merito di quel terreno fertile che fece fiorire l’innesto tra Peppone e Don Camillo? «La città beneficia della situazione economica favorevole all’occupazione straniera, come il Nord-Est, ma ci aggiunge la tradizione cooperativista e sindacale che la vaccina dalle tentazioni leghiste» osserva il sociologo Giorgio Triani. La prova? Basta fare un giro in piazza Inzani, quartiere Oltretorrente, la kasba dove fino a due anni fa gli abitanti che oggi - dopo il recupero del Comune - conversano amabilmente sotto gli alberi non si fermavano neppure per un piatto di tortellini al ristorante Aldo. Certo, la settantunenne Bianca Castani confessa che a un certo punto chiese al Comune di togliere le panchine perché «gli stranieri» non ci dormissero sopra. Ma ora si sente a suo agio anche circondata dall’Africa Market, il Kebab Duzgun, la frutteria Singh e la scuola elementare Cocconi, con il suo 65% di bambini non italiani: «Non siamo mica razzisti, se gli extracomunitari rispettano le regole, sono puliti, lavorano onestamente, sono benvenuti».

L’amministrazione si fregia del primato nazionale, ma il termometro è l’umore dei cittadini. «Il segreto è tenere insieme il Dna cittadino tagliato sull’accoglienza e un approccio politico non ideologico» spiega il sindaco Pietro Vignali, eletto con una lista civica che comprende Pdl, Udc e una componente riformista del Pd. Discontinuità postmoderna nella continuità, più d’un cerino nelle profonde viscere del Belpaese messo all’indice sulle prime pagine dei giornali internazionali dopo la guerriglia di Rosarno.

Perché la notte, quando cala, è buia. Anche nella tollerante Parma che menziona a bassa voce il nome di Emmanuel Bonsu, lo studente ghanese scambiato per un pusher e picchiato a sangue dai vigili a settembre di due anni fa. Molti si consolano all’idea che qui quell’episodio, forse non unico nell’Italia 2010, sia venuto alla luce, prova d’un ambiente non ostile che incoraggia i deboli alla denuncia. Altri, come il parroco di Santa Cristina don Luciano Scaccaglia, mettono in guardia dal make-up multiculturale sotto cui si cela, nella migliore delle ipotesi, il fardello dell’uomo bianco.

«Come si può definire accogliente una città che una notte del 2006 mise per strada trenta immigrati che occupavano una casa vuota? Dal momento che la mia risposta fu permettere loro di occupare la chiesa, i miei parrocchiani meno aperti hanno cominciato a disertare la messa» racconta don Luciano, polo a righe e chinos, nell’ufficio tappezzato di foto del Che Guevara. Sulla scrivania il libro del teologo dissidente Hans Küng, «Ciò che credo»: «Parma è ricca, ovvio che gli stranieri qualificati s’integrino, ma gli altri? C’è un 1,5% che non ce la fa e cede alla droga, all’alcol». Qualche ora dopo, sotto i portici rinascimentali della Pilotta, il diciannovenne marocchino Mustafà si stringe nella coperta regalata da don Luciano insieme ai 2 euro che gli passa ogni domenica per un panino. L’integrazione è lontana come le stelle ma, dice, «io resto qui». Da qualche parte, lo sa, l’indiana Sendi ce l’ha fatta e oggi è organica alla città come il parmigiano prodotto dal suo papà.




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L’intervista 4 Giorgio Stracquadanio

di Redazione

Roma«Il “trattamento Boffo”? Una provocazione voluta, una forzatura, una metafora. Ho scelto di essere politicamente scorretto perché volevo che le mie dichiarazioni avessero un’eco mediatica». Giorgio Stracquadanio chiarisce quanto dichiarato nell’intervista al Fatto dove, parlando del presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha auspicato per lui un «trattamento Boffo» a proposito della vicenda che vede protagonista il fratello della compagna di Fini, Elisabetta Tulliani, per la casa che possiede a Montecarlo.

«Boffo si è dimesso dall’Avvenire per il martellamento del Giornale, anche su Fini eserciteremo una pressione costante», aveva detto Stracquadanio. Dichiarazioni definite dal vicepresidente del Pdl, Osvaldo Napoli, «una sbandata di quelle che capitano quando si entra nel calor bianco della polemica politica», Napoli ricorda pure che «a Boffo a suo tempo sono andate le scuse di Feltri e nelle parole di Feltri si riconosce ogni persona civile».

Onorevole Stracquadanio, allora che cosa intendeva con trattamento Boffo?
«È soltanto una provocazione mediatica. Si tratta di un paragone improprio. Feltri era in buona fede e poi ha chiesto scusa. Ho parlato di Boffo perché pontificava quotidianamente, facendo la morale a tutti. Allora quando ci si erge a moralisti occorre essere inattaccabili. Ma se avessi fatto soltanto una affermazione generica sarebbe caduta nel vuoto, ero sicuro che invece ripescando il caso Boffo tutti avrebbero ripreso le mie dichiarazioni».
Ha ottenuto il risultato sperato?

«Beh, ne stanno parlando tutti. Avvenire mi ha attaccato duramente. Ma se davvero volevano riparare con Boffo avrebbero potuto reintegrarlo nella sua posizione, eppure non lo hanno fatto. Comunque ripeto, il caso Boffo non c’entra. Volevo sottolineare come molti si ergano a moralisti però a singhiozzo, a seconda delle opportunità».
Si riferisce a...?

«Il ministro Claudio Scajola si è dimesso in seguito a una campagna mediatica, non era indagato, non c’è nulla a suo carico. Si parlava di una casa e la risonanza è stata enorme al punto che ha dovuto lasciare il ministero. Altri hanno questioni di case non chiarite eppure non mi sembra se ne facciano un problema. Anzi pontificano sulla moralità altrui».
Si riferisce a Fini?

«Mi riferisco a chiunque a qualsiasi livello. Adesso assistiamo ad un’altra invenzione mediatica: la P3. Distinguiamo le chiacchiere dai fatti. Scajola si è dovuto dimettere. Dovremo assistere ad altre dimissioni sulla base di invenzioni?»
A proposito di dimissioni: dovrebbe darle anche Fini da presidente della Camera?
«Fini è stato eletto sulla base di un accordo politico che poi ha smantellato. È stato politicamente sleale. Potrebbe dimettersi e poi farsi rieleggere coi voti dell’opposizione forse avrebbe pure i numeri».



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