martedì 3 agosto 2010

Porno in Parlamento, opera di un hacker

Corriere della sera

Video vietato ai minori trasmesso nel circuito del Palazzo
Una protesta contro la legge che spegne i siti a luci rosse

INDONESIA

Porno in Parlamento, opera di un hacker

Video vietato ai minori trasmesso nel circuito del Palazzo
Una protesta contro la legge che spegne i siti a luci rosse

Porno vietato
Porno vietato
MILANO - Un video a luci rosse sparato dalle televisioni del parlamento indonesiano. E' andato in onda per quindici minuti consecutivamente, tra le risate di giornalisti e dipendenti del palazzo, prima che il servizio di sicurezza provvedesse a sospendere la trasmissione pirata. A immettere le immagini vietate nel circuito interno del congresso indonesiano potrebbe essere stato un hacker, molto probabilmente istigato dalla decisione del governo di cancellare la pornografia dai siti internet indonesiani.

LA NORMA - La legge impone ai provider di rimuovere da tutte le pagine online di propria competenza immagini o filmati di sesso esplicito entro il prossimo 11 agosto, in concomitanza con l'inizio del Ramadan. Le immagini diffuse nelle aule parlamentari indonesiane sono invece state tratte da un provider di Singapore che a sua volta, nelle scorse settimane, aveva ricevuto un provvedimento interdittivo dalle autorità giudiziarie locali.


03 agosto 2010



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I legali della Tulliani: «Da Il Giornale affermazioni false e diffamatorie»

Corriere della sera

Sui beni contesi con Gaucci: «Li acquistai grazie ad una vincita miliardaria all'Enalotto»



MILANO - Con una lettera dei suoi legali alla direzione del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, Elisabetta Tulliani, compagna del Presidente della Camera Gianfranco Fini, definisce «false, inesistenti e diffamatorie» le notizie riportate in questi giorni dal quotidiano Il Giornale in articoli del vicedirettore Alessandro Sallusti, secondo cui l’imprenditore Luciano Gaucci la avrebbe denunciata per appropriazione indebita, al termine della loro relazione. Motivo per cui i legali della signora Tulliani chiedono al Giornale di pubblicare integralmente il testo della smentita. «Trattandosi di affermazioni non veritiere e lesive della reputazione della signora Tulliani - sottolineano gli avvocati Guglielmo e Adriano Izzo - si chiede di pubblicare la seguente rettifica, dandole il medesimo risalto grafico e collocazione nell’ambito del prossimo numero del quotidiano Il Giornale secondo quanto previsto dalla legge».

I BENI - «Non risponde assolutamente a verità - si legge nella rettifica dei legali di Elisabetta Tulliani - l'affermazione secondo la quale la Signora Tulliani sarebbe stata denunciata dall'imprenditore Luciano Gaucci per appropriazione indebita. Altrettanto falsa e diffamatoria è l'affermazione secondo la quale il Gaucci, poco prima di fallire e di partire per Santo Domingo, avrebbe intestato una ingente quantità di beni immobili e mobili (case, appartamenti, quadri di valore e auto di lusso) alla Signora Tulliani e ai suoi familiari». «In primo luogo - prosegue la richiesta di rettifica - tra la Signora Tulliani ed il Sig. Gaucci è pendente soltanto una controversia civile dinanzi al Tribunale Ordinario di Roma per l`accertamento della titolarità di un complesso di beni immobili e mobili. Nessuna denuncia per appropriazione indebita è stata proposta dal Sig. Gaucci nei confronti della Sig.ra Tulliani. La nostra assistita intende fare definitivamente chiarezza sull'argomento e, al riguardo, ribadisce quanto già ampiamente affermato e provato nell'ambito del giudizio civile pendente nei confronti del Sig. Gaucci. I beni mobili e immobili indicati dal Signor Gaucci nell'atto di citazione sono stati acquistati con denaro proprio della Signora Tulliani e della sua famiglia».

LA VINCITA - «In particolare - affermano i legali della Tulliani - l'acquisto dei suddetti beni è avvenuto con i ricavi di una vincita all'Enalotto e con gli ulteriori risparmi dei genitori della Signora Tulliani. Di tale circostanza la nostra assistita ha fornito ampia prova documentale, dimostrando, in particolare, che la vincita all'Enalotto era di sua esclusiva pertinenza e che, addirittura, dopo l'incasso della somma, una parte cospicua di essa, esattamente Lire 1.100.000.000 (unmiliardoecentomilioni), è stata messa a disposizione del Sig. Gaucci con l'espresso incarico di provvedere a gestirla in proficui investimenti nell'interesse della medesima. Tale somma non è mai stata restituita dal Sig. Gaucci, con la conseguenza che la Signora Tulliani si è trovata costretta a svolgere apposita domanda di restituzione nel giudizio civile in corso».

GAUCCI - Ma l'atto di citazione di Luciano Gaucci contro Elisabetta Tulliani, pubblicato da Il Giornale, «non è mai stato reso pubblico da noi o consegnato a persone estranee». Almeno così precisano in una nota gli avvocati di Gaucci, Francesca e Vincenzo Montone, che condannano «questi metodi selvaggi nella lotta politica» e lamentano «un danno al nostro cliente al quale riserviamo ogni valutazione e determinazione». Secondo i legali di Gaucci, in passato legato sentimentalmente alla Tulliani, la pubblicazione dell'atto è stata fatta «per fini facilmente ravvisabili nelle vicende politiche di questi giorni che riguardano» l'attuale compagno della Tulliani, il presidente della Camera Gianfranco Fini. I due avvocati ritengono «che sia stato prodotto un grave danno, non solo noi, che nella pubblicazione passiamo per volgari «delatori» laddove siamo completamente ignari ed estranei, quanto anche un danno al nostro cliente».

Redazione online
03 agosto 2010







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E morta Elvira Sellerio, una vita per i libri

Corriere della sera

Pubblicò per la sua casa editrice autori di successo: da Sciascia a Bufalino fino Camilleri


PALERMO - Elvira Giorgianni Sellerio, fondatrice con il marito Enzo dell'omonima casa editrice, è morta oggi a Palermo. La Sellerio, che in passato era stata anche componente del Cda della Rai, scoprì e incoraggio a pubblicare per la sua casa editrice numerosi autori di successo, da Leonardo Sciascia a Gesualdo Bufalino fino ad Andrea Camilleri. La notizia della scomparsa è stata confermata dalla stessa casa editrice.

LA BIOGRAFIA - Elvira Giorgianni Sellerio era nata a Palermo il 18 maggio 1936 ed aveva 74 anni. Figlia di un prefetto, era laureata in giurisprudenza, cavaliere del lavoro, nel 1991 è stata insignita di una laurea honoris causa in Lettere dalla facoltà di magistero di Palermo. Ha cominciato a lavorare nell'editoria nel 1970, fondando la casa editrice Sellerio (dal nome del marito, il fotografo Enzo, dal quale si era separata) che ha avuto tra i suoi autori Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino.

Al forte rapporto con lo scomparso scrittore di Racalmuto si deve il successo di una «scommessa»: così la Sellerio ha più volte definito la sua «pretesa» di lanciare da Palermo una casa editrice, che si propone come «nazionale», scontando tutte le conseguenze di una localizzazione periferica. Attraverso Bufalino la Sellerio è stata premiata con il Supercampiello nel 1981 per «Diceria dell' untore», il romanzo che ha fatto conoscere al grande pubblico lo scrittore di Comiso.

Nel 1991 alla Sellerio è stato attribuito il premio «Marisa Belisario». La casa editrice «Sellerio» si è segnalata per la sua collana di «libretti» dalla caratteristica copertina in blu scuro che ripropongono testi apparentemente «minori», che spaziano tra classico e moderno, ma di grande spessore culturale. La Sellerio ha pubblicato tutti i libri di Andrea Camilleri che ha assicurato alla casa editrice un grandissimo successo. È stata anche membro del Cda della Rai nel 1993-1994 all'epoca dei «professori».

Redazione online
03 agosto 2010




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La villa del boss stile Scarface: beni sequestrati in Calabria per 10 milioni

Il Mattino

 

REGGIO CALABRIA (3 agosto) - C'è anche una villa ispirata a quella del film «Scarface» (interpretato da Al Pacino) tra gli immobili sequestrati dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria alla cosca Alvaro di Sinopoli. Un'idea affascinante per gli 'ndranghetisti così come lo era stato per la camorra, una villa simile era stata infatti sequestrata a Caserta al fratello di Francesco Schiavone 'Sandokan'.

I finanzieri si erano accorti degli immobili, non accatastati, scorgendoli tra gli uliveti che avevano già sequestrato alla stessa cosca nel mese di maggio. «Siamo partiti dall'operazione «Matrioska» per continuare con perlustrazioni dall'alto perchè le ville non risultano al catasto», spiega il comandante provinciale della guardia di finanza di Reggio Calabria, Alberto Reda.

Le lussuose residenze sono riconducibili alla cosca Alvaro di Sinopoli, in particolare a Domenico Alvaro, 73enne zio del boss Carmelo in carcere dal 2005. La villa ispirata a «Scarface» era in fase ultimazione, vi sarebbero andati a vivere i diretti discendenti del boss. «Si tratta di una costruzione per fare le cose in grande, tre piani di oltre 150 mq l'uno. Piuttosto isolata e lontana dalla strada principale ma che garantiva il controllo delle vie d'accesso» spiega il comandante del Nucleo di Polizia Tributaria Luca Cervi. Anche in questo modo la criminalità organizzata impone la supremazia sul territorio, ostentando ricchezza che equivale a prestigio e potere.


In possesso di terreni e ville lussuose ma in realtà Domenico Alvaro risulta essere percettore di redditi di natura agraria e assistenziale di modesta entità. Da queste incongruenze i finanzieri di Reggio Calabria hanno avviato le indagini nei confronti del patrimonio della cosca di Sinopoli. I redditi del 73enne sono, secondo gli investigatori, «palesemente inadeguati a soddisfare, da soli, tali esosi investimenti immobiliari, oggi in sequestro».

Nell'operazione 'Matrioska 2' sono stati sequestrati un'abitazione di tipo signorile costituita da un piano terra (esteso oltre 100 mq), con terrazzo, edificata su un terreno intestato a Domenico Alvaro e alla consorte convivente, risultata nella disponibilità del figlio Antonio; una villa in corso di costruzione su 3 piani, ciascuno esteso oltre 150 mq, di elevato valore e pregio (quella stile Scarface), edificata su un terreno intestati sempre a Domenico Alvaro e alla moglie; due ville su 3 piani, ciascuno esteso oltre 150 mq, con giardino, edificata su terreni già sequestrati a maggio ricon




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Il documento Senzani sbarca in Parlamento

Il Tempo

Due interrogazioni dopo le rivelazioni de Il Tempo.

Napolitano chiede di indagare: colmare le lacune.


Bologna, 2 agosto 1980 ore 10,25: adesso andare oltre la verità giudiziaria si può. Il «documento Senzani» ha squarciato il velo. Dell'informativa dei carabinieri di Padova inviata alla procura di Venezia e al giudice Mastelloni, che contiene uno scritto autografo del brigatista Giovanni Senzani sul coinvolgimento dell'Olp negli attentati terroristici in Italia e in Europa, adesso se ne parla. Di più. Arrivano le richieste di interrogazione parlamentare.

Il deputato Pdl Francesco Biava ha chiesto ai ministri della Giustizia e dell'Interno di far luce sul documento: «Tale manoscritto risulta di particolare interesse poiché rivela i rapporti tra l'Olp e le Br e allude ad alcune azioni militari in Europa delle fazioni palestinesi, con il coinvolgimento dell'Unione sovietica - spiega Biava - In particolare nel documento c'è un passaggio significativo nel quale si fa riferimento ad un attentato compiuto a Bologna. Considerato tutto ciò – prosegue il deputato – riteniamo opportuno chiedere al Governo quali iniziative intenda intraprendere per una corretta valutazione della pista palestinese in merito alla strage di Bologna e se non ritenga che l'aver concentrato per anni le indagini esclusivamente sul versante interno sia frutto del clima politico di quegli anni, che voleva a tutti i costi individuare nella destra extraparlamentare il mandante e gli esecutori di quell'ignobile attentato».

Il nuovo possibile scenario è inquietante e i dubbi legittimi saltano fuori: «Ci chiediamo come mai di questo manoscritto non si sia fatta menzione alcuna in tutti questi anni», conclude Biava. Anche Domenico Gramazio ha presentato ieri ai ministri dell'Interno e della Giustizia un'interrogazione per conoscere «quali azioni si intendano compiere per una corretta valutazione della pista palestinese in merito alla strage di Bologna». Pure il senatore Pdl fa riferimento all' informativa del 1983 ora ritrovata e dichiara: «Finalmente nell'anniversario di questo eccidio (ieri ndr) non ci sarà la solita "gazzarra" di sinistra contro il governo e le istituzioni». Sulla precisa volontà di fare chiarezza è intervenuto ieri anche Giorgio Napolitano. Compiere «ogni ulteriore possibile sforzo» per colmare «persistenti lacune e ambiguità sulle trame e le complicità sottese» alla strage: questo l'invito del presidente della Repubblica che ieri, in occasione del trentennale dell'attentato, ha inviato un messaggio all'associazione dei familiari delle 85 vittime di quel giorno.

Nell'anniversario della strage anche Augusto Cauchi, ex latitante di estrema destra, dall'Argentina chiede che venga tolto il segreto di Stato e racconta la sua verità: non fu un attentato ma, come quella dell'Italicus, solo una conseguenza del lodo Moro che autorizzava i terroristi palestinesi a trasportare armi ed esplosivi in Italia. Esplosivi che, in entrambi i casi in seguito ad incidenti, sarebbero scoppiati. Magistrati e istituzioni hanno insomma altre strade da percorrere. Dopo trent'anni.


Nadia Pietrafitta

03/08/2010





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Maxi truffa dietro lo scudo di una banca fantasma: raggirate 800 persone

Corriere del Mezzogiorno

Non c’è traccia di 10 milioni di euro e dell’artefice
di tutto. Gabbati anche imprenditori e professionisti

Raffaele Cacciapuoti
Raffaele Cacciapuoti
NAPOLI - La vicenda sembra proprio la trama di un film: battage pubblicitario a tappeto, promesse, rassicurazioni. E, invece, alla fine quello che è quasi del tutto certo è che della Banca popolare del Meridione non c’è traccia. E non c’è traccia neanche di ben 10 milioni di euro e del presunto artefice di tutto, Raffaele Cacciapuoti. La Procura di Napoli indaga. E, intanto, 800 finanziatori aspettano con il timore sempre più serio, che i loro soldi non li vedranno più. È tra il 2005 e il 2007, come riportano alcuni quotidiani, che inizia la storia e che fa la sua comparsa il progetto della Banca. Tutto si fonda sull’azionariato popolare: duemila euro per diventare soci. In tanti dicono di sì: imprenditori, professionisti. Il tempo passa, i soldi iniziano ad essere raccolti. Ma poi, mese dopo mese, dei soldi non se ne sa più nulla.

Lo scorso giugno scattano le prime denunce. «È allora che abbiamo presentato un esposto in Procura - racconta il penalista Giuseppe Pellegrino che insieme a Eugenio Baffi rappresenta circa 15 sottoscrittori - È una vicenda contorta, dove non è del tutto chiaro chi ha avuto il ruolo di vittima e chi di protagonista». I sospetti, per la verità, all’inizio non erano venuti proprio a nessuno. Del resto, racconta l’avvocato Pellegrino, «tra i soci istituzionali comparivano anche l’Istituto Banco Napoli Fondazione, la Banca popolare di Bari, insomma soci che fornivano una credenziale ai sottoscrittori e che sono stati anche loro raggirati». Per la verità, però, le «pesanti irregolarità» sono venute alla luce quasi subito: «dal punto di vista della costituzione dell’iter amministrativo, ad esempio, visto che hanno iniziato ad acquisire i fondi prima ancora dell’autorizzazione della Consob», aggiunge il legale.

C’è poi Cacciapuoti, 44 anni, tre lauree che qualcuno mette anche in dubbio; un titolo nobiliare, anch’esso messo in dubbio. Le denunce, al momento, sono contro di lui che è sparito e che ha lasciato una sola traccia: un assegno in sterline versato, risultato scoperto e anche di dubbia provenienza. Lungo l’elenco dei truffati. Tra loro anche chi, per la banca, ci ha lavorato. È il caso di Giorgio Gradogna, giornalista che della banca è stato consulente della comunicazione. Lui, per la verità, è stato truffato due volte: la sua società non ha mai visti pagati gli stipendi e da cittadino, i suoi soldi, non crede di rivederli più.

Redazione online
03 agosto 2010




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Australia, lo strano caso dell'italiano arrestato che vuole restare in carcere

Corriere della sera

Dopo aver rubato un’auto di sorveglianza, ha cominciato a girare a zonzo sulla pista dello scalo di Melbourne

Si chiama Croce Scarpello e ha 31 anni. La stampa lo ha soprannominato «L'uomo dei misteri»

Australia, lo strano caso dell'italiano arrestato che vuole restare in carcere


Un'immagine dell'aeroporto di Melbourne (dal web)
Un'immagine dell'aeroporto di Melbourne (dal web)
MELBOURNE (AUSTRALIA) - Lo scorso 24 luglio ha eluso il sistema di sicurezza dell'aeroporto di Melbourne e, dopo aver rubato due tute della Virgin Airlines e un’auto di sorveglianza, ha cominciato a girare a zonzo sulla pista dello scalo. In questi giorni i media australiani s'interrogano sul misterioso caso di Croce Scarpello, trentunenne italiano, che a causa della sua bizzarra impresa è stato arrestato dalla polizia locale e rischia di rimanere a lungo in galera. Il suo caso è stato rimandato al 9 settembre e, se nulla cambia, l'italiano dovrà aspettare più di un mese prima di ritrovare la libertà.

VOLONTÀ DI RIMANERE IN CARCERE - In realtà Scarpello non sta facendo nulla per agevolare la sua posizione. Attraverso un interprete ha rivelato che non vuole contattare nessun familiare in Italia e che vorrebbe aspettare il referto dello psicologo per capire quale siano le sue reali condizioni di salute: «Attendo il giudizio dello psicologo per capire se sto bene - ha dichiarato Scarpello agli inquirenti -. Per quel che mi riguarda io sto benissimo». Ai magistrati che hanno definito la sua condotta «più che insolita», Scarpello ha ribadito che intende rimanere in carcere e aspettare che «la legge faccia il suo corso».

L’ESPERIENZA AUSTRALIANA - «L'uomo dei misteri», come è stato ribattezzato dalla stampa australiana, sarebbe arrivato all'aeroporto di Melbourne con un volo partito da Sydney. Nelle tasche aveva appena 87 euro e presentava diverse ferite alle mani e alle braccia. Per riuscire a raggiungere la pista dell'aeroporto, Scarpello avrebbe scavalcato un recinto di filo spinato. Non si sa se abbia precedenti né se sia affetto da qualche disturbo mentale. Rachel Dransfield, l'avvocato che difende Scarpello, ha dichiarato che il suo assistito è arrivato per la prima volta in Australia nel novembre scorso alla ricerca di lavoro. Tuttavia sarebbe rimasto nel paese dell'Oceania appena un giorno e poi sarebbe subito ripartito per l'Italia «sopraffatto dalle barriere linguistiche e culturali».

NOTIZIE DALL’INTERPOL - Il pubblico ministero Matthew Sinnett è sicuro che Scarpello non sia una minaccia per la sicurezza nazionale e si è messo in contatto da giorni con l'Interpol di Roma per aver notizie dell'arrestato: «Come al solito laggiù sono molto lenti» ha spiegato con una punta di disprezzo Sinnett, sottolineando come dall'Italia non sia arrivata ancora nessuna notizia del connazionale. Per adesso l'italiano dovrà rimanere in carcere fino a quando non sarà pronta la perizia psichiatrica. Il magistrato Felicity Broughton ha fortemente criticato questa decisione sostenendo che la custodia cautelare è illegale perché rischia di diventare interminabile. Secondo la legge australiana - ha spiegato il magistrato - un uomo senza precedenti dovrebbe essere scarcerato fino a che la sua pericolosità non sia provata da una perizia psichiatrica.

Francesco Tortora
03 agosto 2010



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I pm: «Restivo protetto dalla famiglia»

Corriere della sera

Lo scrivono nel decreto con il quale hanno disposto
la perquisizione dell'abitazione dei genitori


ROMA - Sospettato dell'omicidio della studentessa potentina Elisa Claps, Danilo Restivo, di 38 anni, ha potuto a lungo farla franca «anche in virtù di ferree coperture che in ambito familiare gli sono sempre state assicurate». È quanto scrivono i pubblici ministeri di Salerno Rosa Volpe e Luigi D'Alessio - secondo quanto apprende l'Ansa - nel decreto con il quale hanno disposto la perquisizione dell'abitazione dei genitori di Restivo, Maurizio e Maria Rosa Fontana, eseguita a Casa Santa di Erice (Trapani) il 27 luglio scorso dalla polizia. Nel provvedimento, di tre pagine, sono indicati «i gravi indizi di reità » in base ai quali la Procura di Salerno sospetta che Danilo Restivo sia il responsabile dell'omicidio di Elisa Claps.



LE PROVE A CARICO - Gli inquirenti scrivono che la studentessa potentina «il giorno 12 settembre 1993, in cui scomparve, ha da ultimo incontrato proprio l'indagato nei locali della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza». La giovane Elisa - aggiungono i magistrati - «da quel giorno non è stata più vista sino al 17 marzo 2010, allorquando i suoi resti mortali sono stati rinvenuti occultati nei locali del sottotetto della Chiesa dove da ultimo Danilo Restivo ebbe ad incontrala». Inoltre - scrivono i pm - « i primi accertamenti sui resti del cadavere di Elisa consentono di ricondurre ulteriormente il fatto delittuoso all'indagato avuto riguardo alle condizioni del cadavere e, in particolare, essendosi accertato che la vittima subì il taglio di ciocche di capelli, pratica cui era aduso il Restivo», sulle cui abitudini e «sull'interesse che il medesimo nutriva per la giovane vittima» sono state acquisite «numerose testimonianze».

LE COPERTURE - Infine il riferimento alle «coperture familiari» ricevute da Restivo: «Risulta acquisito agli atti - scrivono i pm Volpe e D'Alessio - che l'indagato è riuscito a sottrarsi nel corso degli anni alle indagini anche in virtù delle ferree coperture che in ambito familiare gli sono state sempre assicurate, sia mediante l'allontanamento da Potenza, prima per varie località italiane e poi per l'Inghilterra, sia mediante l'utilizzo di sistemi di comunicazione estremamente riservati». Al di là delle decisioni dei Restivo di allontanare Danilo da Potenza, gli inquirenti, tuttavia, continuano a dar rilievo ad almeno due particolari: un colloquio a quattr'occhi avvenuto tra padre e figlio, in casa Restivo, nelle ore immediatamente successive alla scomparsa di Elisa Claps; ed il rifiuto della famiglia, il giorno successivo, di consegnare alla polizia gli abiti (mai sequestrati) che il loro figlio indossava quel 12 settembre 1993 e che erano macchiati di sangue perchè - disse Danilo - egli si era ferito ad una mano cadendo in un cantiere di scale mobili in costruzione. (Fonte Ansa)


03 agosto 2010





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Belgio: in arrivo hotel dotati di corano e tappetino per la preghiera

Libero






Niente alcol e carne di maiale nel minibar, esclusi anche i canali tv a luci rosse. Al loro posto ci saranno un Corano e un tappeto per la preghiera. Saranno questi i comfort che si troveranno nelle camere d'hotel, certificate come "Halal" dalla Camera di Commercio di Bruxelles, a partire dall'inizio del 2011. 

L'obiettivo è quello di arrivare a progettare e costruire alberghi interamente "Halal", ovvero conformi ai precetti dell'Islam, per esempio con piscine separate per uomini e donne. La logica di base, seguita dal Belgio, è quella di offrire ai musulmani la possibilità di trovarsi completamente a proprio agio quando vengono in Occidente, garantendo loro di continuare ad osservare le proprie abitudini anche all'estero.

Un consulente della Beci, Bruno Bernard, interpellato dal quotidiano "La libre Belgique" ha infatti dichiarato: " Quando andiamo in vacanza in Egitto o in Turchia, siamo ben contenti di poter assaporare tranquillamente la nostra birra al bar di un hotel. E questo è esattamente lo stesso principio: assicurare ospitalità ai musulmani".

Per ottenere il certificato "Halal" per le camere di hotel il consulente ha riferito che tutto dovrà essere previsto nei minimi dettagli, dal cibo alla preghiera.
"In un primo tempo lavoreremo per piani, ma in futuro non escludiamo la possibilità di un tutto Halal per alcuni dei nostri hotel" ha aggiunto Bernard.

03/08/2010







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Il mistero degli ultracentenari giapponesi

Corriere della sera

Sparita da tempo una donna di 113 anni, dopo che è stato ritrovato mummificato l'uomo più vecchio di Tokyo


MILANO - I funzionari del comune di Tokyo danno per dispersa la donna più vecchia della capitale giapponese, Fusa Furuya, venuta al mondo 113 anni fa, nel luglio 1897. La vicenda della scomparsa della centenaria arriva a una settimana dal ritrovamento del cadavere mummificato dell'uomo più vecchio di Tokyo, Sogen Kato, morto in realtà da 30 anni. Ora le autorità cittadine stanno cercando di contattare il figlio di Furuya e altri suoi parenti, ma al momento nessuno sa dove sia la donna di 113 anni. Il record del giapponese più vecchio è detenuto da Chiyono Hasegawa, una residente di Saga, nel sud, nata il 20 novembre 1896. L'episodio, a questo punto, apre un dubbio sulle statistiche demografiche del Paese, considerato da sempre tra i più longevi al mondo.

PENSIONI E ASSICURAZIONI - Tutto è cominciato la scorsa settimana, quando funzionari municipali del distretto di Sadachi sono andati a casa dell'uomo considerato il più vecchio della capitale, Sogen Kato, nato nel 1899. Nonostante dai registri municipali risultasse ancora in vita, i funzionari hanno scoperto che Kato era morto da trent'anni ed era stato mummificato in camera da letto. Superato lo sconcerto, la polizia ha cominciato a sospettare che la famiglia non abbia comunicato la morte per continuare a ricevere la pensione.

Le autorità municipali del Giappone visitano periodicamente le famiglie dei centenari del Paese (più di 40 mila, secondo l'ultima statistica del ministero della Sanità, del settembre 2009). E dopo il caso di Sogen Kato, si è scoperto che anche la donna considerata più anziana della città, Fusa Furuya, nata nel 1897, è sparita da decenni. Venerdì scorso i funzionari del distretto di Suginami hanno visitato la sua abitazione e non hanno trovato la centenaria. Sua figlia maggiore, che ha 79 anni e risiede nella stessa casa, ha detto che non la vede da più di vent'anni, da quando nel 1986 si è trasferita nell'appartamento. La donna aveva però scritto nel certificato di residenza che la madre risiedeva nell'appartamento e ha continuato a pagare la sua assicurazione sanitaria (non si sa mai...). Adesso le autorità stanno cercando di rintracciare la centenaria che, secondo la figlia, risiederebbe con suo fratello.

Redazione online
03 agosto 2010



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Il mare «vietato» di Ischia: «Puoi ancorare solo se pernotti o mangi al ristorante»

Corriere della sera

L’àncora può essere calata a patto però che si dorma almeno una notte sull’isola: altrimenti multa e denuncia

NAPOLI— Salvate la Posidonia dei nostri fondali dalle minacciose àncore delle barche. O, per essere più precisi, dalle àncore (dei proprietari) delle barche che non pagano. E sì, ché tra Ischia e Procida la battaglia ecologica è guerra che va combattuta ad ogni costo, nel senso letterale del termine. Il costo dell’albergo, quello del ristorante, quello dell’autorizzazione all’ancoraggio. Così, almeno, ha deciso il consorzio che gestisce l’area marina protetta «Regno di Nettuno» (ammesso che Nettuno, con tutto quello schifo che c’è in mare, non abbia fatto già le valigie e si sia trasferito altrove). E quel provvedimento ora scatena le reazioni di diportisti e ormeggiatori.

Il principio, beninteso, è sacrosanto. Il Consorzio di gestione ha deciso di salvaguardare l’area. Troppe àncore che arano quei fondali e danneggiano la Posidonia. Solo che, invece di vietare l’ancoraggio o di mettere delle boe, s’è deciso che la Posidonia può essere rovinata a pagamento. La storia funziona così: chi vuole fare un bagno ad Ischia deve ottenere l’autorizzazione all’ancoraggio della barca, una concessione che viene rilasciata (al prezzo di 10 euro alla settimana per i natanti, 20 per le imbarcazioni) solo se si pernotta almeno una notte a Ischia o Procida e si lascia dunque la barca in uno dei porti. La multa, sanzione che va da 50 a 1.000 euro, può essere evitata anche andando a pranzo in uno dei ristoranti dell’isola: è sufficiente esibire la ricevuta all’atto del controllo e via. Chi invece non ha intenzione di dormire sull’isola o vuole cucinare in barca, è costretto a far rotta su altre isole (fatto il conto nel Golfo resta solo Capri). Il ticket si paga anche altrove, per carità. Solo che, ad esempio, per ancorare alla Maddalena è sufficiente versare 20 euro per una barca di dieci metri, senza però essere costretti a restare lì la notte. «È un’imposizione incostituzionale dice Lino Ferrara, presidente dell’Unione nazionale armatori da diporto.

Che questa storia del mare a numero chiuso proprio non riesce a mandarla giù: «È un regolamento incomprensibile, vorrei capire cosa fanno per tutelare i fondali. Le zone sono suddivise senza che nessuno ne sappia nulla. E se il principio del parco marino è corretto, il Regno di Nettuno è un’aberrazione che sta facendo fuggire i turisti da Ischia». Sarà per questo che i primi ad essere sul piede di guerra sono gli ormeggiatori. Che magari potranno essere tacciati di poco coraggio perché chiedono l’anonimato, ma la vicenda la riassumono con fulminante sagacia: «L’àncora del non residente rompe la Posidonia? Be’, lo fa anche quella del residente». Uno degli operatori storici dell’isola (F., anche lui teme imprecisate ritorsioni) dice che «il calo di barche che vengono a Ischia è quantificabile in circa il 40%». E a perderci sono tutti, ché se prima «al mattino i diportisti accostavano, facevano shopping e andavano alle Terme, al Negombo o nei ristoranti della Riva destra», adesso « non vengono più qui » . L’estate del mare a numero chiuso «ci sta facendo perdere tantissimi clienti, perché la gente ragiona così: durante la settimana vengo a fare il bagno, il week end magari mi fermo. Ma se noi dal lunedì al venerdì li cacciamo via, il sabato e la domenica non ci tornano mica».

Un esempio? «C’era un’imbarcazione di trenta metri ancorata al largo del Castello, a bordo una famiglia di americani. È arrivata la barchetta della vigilanza e li ha mandati via». E loro? «Non hanno battuto ciglio, motori accesi e rotta verso Capri. Lo fanno in molti, perché lì queste cose non accadrebbero mai. E infatti ci stanno rubando tutti i turisti che perdiamo in nome della finta battaglia per la tutela del mare». Peccato che, in quello stesso tratto di mare dove si àncora solo a pagamento, uno studio di fattibilità commissionato proprio per la creazione dell’area marina protetta abbia censito 100 scarichi abusivi. «Il principio del chi rompe paga non vale più. Qui si paga per rompere. Vedrete, le barche non arriveranno più. E i soldi neppure». Magari finirà che a Ischia converrà andarci con l’aliscafo e restarsene a terra. In fondo, per dirla con Truman Capote, «vivere su un’isola è come vivere in una nave ferma al largo perennemente ancorata». E senza pagare il ticket.

Gianluca Abate
03 agosto 2010




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Venezia. Stupro al bed & breakfast: «Non posso averla violentata, sono gay»

Il Mattino

Il cameriere iraniano: «Le ragazze non mi interessano»
Ma il giudice per ora decide di tenerlo ancora in carcere


  

VENEZIA (3 agosto) - Ha negato di aver violentato la turista norvegese diciottenne che lo ha denunciato: «Sono gay - ha spiegato al giudice - Le ragazze non mi sono mai interessate».

Si è difeso così, ieri mattina, il trentunenne di nazionalità iraniana finito in manette la scorsa settimana per un episodio avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì all’interno di un bed & breakfast di Santa Croce, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. Il suo difensore, l’avvocato Francesca Lacchin, ne ha quindi chiesto la remissione in libertà o, in subordine, la concessione degli arresti domiciliari, senza però poter mettere a disposizione un’abitazione nella quale consentire l’applicazione della misura cautelare alternativa. E il gip Antonio Liguori ha disposto che l’indagato resti in carcere, ritenendo che nei suoi confronti sussistano sufficienti indizi di colpevolezza.

La versione dei fatti fornita dal giovane, che prestava servizio all’interno del bed & breakfast, è ben diversa da quella della presunta vittima della violenza sessuale. Il trentunenne iraniano, ha spiegato che quella notte stava dormendo quando fu svegliato dalla ragazza e dai suoi amici i quali, di ritorno da una serata trascorsa in discoteca, visibilmente alterati dall’alcol, non riuscivano più a trovare la strada per le loro stanze, che si trovano in un diverso immobile rispetto alla sua. Per questo motivo si era alzato e li aveva accompagnati, approfittando per fermarsi nella stanza della ragazza per sistemare una tenda che era caduta: «La stanza è piccola e per aprire la finestra sono stato costretto a chiudere la porta - ha spiegato il giovane - Non l’ho chiusa a chiave: semplicemente fatica ad aprirsi a causa del legno che si è allargato a causa dell’umidità». La diciottenne, subito addormentatasi, si sarebbe svegliata di soprassalto, mettendosi ad urlare alla vista dell’iraniano vicino al suo letto.

La ragazza ha denunciato di essere stata costretta con la violenza a subire un rapporto sessuale completo e i suoi amici, irrompendo nella stanza, sostengono di aver visto l’iraniano mentre si stava ricomponendo. «Ero vestito - ha ribattuto l’indagato - Stavo semplicemente sistemando la cerniera della felpa».

Sul collo della ragazza è stato rinvenuto un arrossamento compatibile con un atto di violenza, anche se la difesa sostiene che la lesione potrebbe risalire anche alla serata in discoteca o alla notte precedente, anch’essa trascorsa dalla giovane in festeggiamenti. Gli inquirenti aspettano gli esiti degli esami disposti per accertare se la ragazza sia stata obbligata a subire un rapporto sessuale completo.





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Pesaro, due gay insultati e picchiati mentre si baciano: denuncia dell'Arcigay

Il Mattino

  

PESARO (3 agosto) - Due ragazzi gay sono stati aggrediti e insultati a Pesaro mentre si baciavano nei pressi di un locale notturno. Il fatto è avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 luglio scorso ed è stato segnalato ai carabinieri.

Gli aggressori - denuncia il circolo Arcigay Agora - sono altri due ragazzi e una ragazza, che avrebbe aizzato gli amici e colpito K.R con una bottiglia rotta. I due maschi hanno spintonato F.C., facendolo cadere a terra, e poi si sono scagliati contro K.R., prendendolo a pugni al grido di «Finocchio di m...»: lui ha riportato ferite guaribili in 20 giorni.

Sostenute dall'Arcigay le vittime sporgeranno querela contro ignoti con l'assistenza dell'avvocato Maria Gabriella Caliandro del Foro di Fermo e della Rete Lenford, di cui fanno parte avvocati di tutta Italia che si occupano particolarmente di casi di discriminazione basati sull'orientamento sessuale e di genere. L'aggressione è il culmine di una serie di episodi di «dichiarata omofobia», secondo il circolo Arcigay pesarese: dalla vicenda del coro Komos, «escluso dalla Curia con il beneplacito del Comune di Pesaro perché formato da omosessuali dichiarati» alla «squallida vicenda politica del rigetto della mozione per introdurre il registro delle unioni di fatto a Pesaro», bocciata con il voto congiunto del Pd e dell'opposizione di centrodestra.

Intanto, «a due passi da noi, il sindaco di Fano Stefano Aguzzi ha recentemente bocciato la proposta di istituire un osservatorio sull'omofobia motivandolo con la sua inutilità! Dobbiamo aspettare il morto per comprendere quanto razzismo omofobico si sia diffuso all'interno della nostra società?». Agorà ha organizzato una conferenza stampa il 5 agosto «per sollecitare la solidale collaborazione civica dei testimoni dell'evento, illustrarne i particolari e le azioni che intenderanno seguire i ragazzi e l'Arcigay, ma anche per sollecitare una netta presa di posizione delle forze politiche locali e regionali».





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Risponde al telefono e scopre la moglie assieme all'amante

Il Mattino di Padova

Tutto inizia da una telefonata partita per errore dal cellulare della moglie. Lui risponde e scopre il tradimento. E' finita in rissa a Saccolongo, dove i due uomini sono venuti alle mani ed è stato necessario l'intervento dei Carabinieri. Protagonisti un avvocato e un imprenditore.

di Luisa Morbiato
Carabinieri intervenuti a sedare la rissa

Carabinieri intervenuti a sedare la rissa

SACCOLONGO.

Un marito sospettoso, una moglie poco accorta nel scegliere il luogo in cui incontrare il suo amante e quest'ultimo che una volta sorpreso ha balbettato scuse poco credibili. Questi i protagonisti della pochade andata in scena l'altro pomeriggio in un'abitazione di Selvazzano dove, di fronte agli occhi della donna, marito e amante sono venuti alle mani tanto che per bloccarli sono arrivati i carabinieri di Selvazzano. Il marito è B.F. 50 anni, imprenditore, residente con la consorte di 47 anni a Saccolongo.

L'uomo da tempo sospettava che la moglie non fosse proprio l'angelo del focolare, sospetti che si sono concretizzati l'altro pomeriggio, grazie ad una chiamata partita per caso, quando il cellulare di B.F. ha squillato, sul display il numero della moglie ma dall'altro lato solo voci di sottofondo: quella della consorte e quella di un uomo. Il cinquantenne si è infuriato ma ha preso l'auto e a colpo sicuro si è recato a Caselle di Selvazzano in un appartamento di cui condivide la proprietà con la sorella della fedifraga.

Arrivato di fronte all'appartamento il cinquantenne ha bussato alla porta, poco dopo ad aprire proprio la moglie, l'uomo è entrato come una furia in casa e si è trovato davanti anche il terzo lato del triangolo, D.B. 59 anni, avvocato. Come il marito ha potuto constatare i due stavano solo conversando ma D.B. ha provato a raccontare, senza apparire troppo convincente, che i due si erano dati appuntamento in quella casa disabitata perché la signora doveva firmare dei documenti relativi ad un incidente stradale accaduto all'imprenditore di recente.

Una giustificazione che invece che placare l'uomo, lo ha reso ancora più furibondo. Dalla bocca di B.F. è partita una raffica di insulti nei confronti dei due e in particolare del rivale con la precisazione che non intendeva anche passare per stupido.
Pronta la reazione dell'amante, gli insulti sono saliti sempre più di tono e i due sono arrivati a picchiarsi di fronte alla donna contesa. L'avvocato è riuscito ad avvisare i carabinieri ma, mentre una pattuglia si precipitava a Caselle, ha anche tentato la fuga raggiungendo la sua auto parcheggiata vicino al nido d'amore. Fuga che preventivamente il marito gli aveva precluso: le gomme dell'auto infatti erano state tagliate.

Al loro arrivo i carabinieri si sono trovati davanti i tre protagonisti della storia, i due uomini erano un po' malconci. L'avvocato cinquantanovenne presentava il volto tumefatto per i pugni messi a segno dal marito che se l'era cavata un po' meglio. L'imprenditore ha ammesso di essere stato l'autore del taglio dei copertoni dell'auto del rivale, ha consegnato ai militi il coltellino, per il possesso del quale si è beccato una denuncia che si affianca a quella sporta dall'avvocato per violenza privata. Quest'ultimo dovrà rispondere di ingiurie verso il marito dell'amata.
(03 agosto 2010)




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Una domanda anche sui beni della Tulliani

di Alessandro Sallusti

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, come è noto. Figuriamoci se quelle delle mogli, o compagne come si usa dire oggi, debbano essere ascritte ai mariti. Ma se il marito è un moralista pubblico, un fustigatore di costumi, se per di più è anche presidente della Camera dei deputati, beh allora un po' d'ordine andrebbe fatto anche in famiglia. È il caso, a nostro avviso, del presidente Gianfranco Fini e della compagna, Elisabetta Tulliani.

La signora, come ha documentato il Giornale domenica scorsa, è stata denunciata dal suo ex compagno, l'imprenditore Luciano Gaucci, per appropriazione indebita. Gaucci è stato inquisito, assieme ai figli Riccardo e Alessandro, per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Le sue imprese infatti sono andate a gambe all'aria lasciando a secco creditori e fisco. Gaucci ha ammesso di avere intestato, poco prima di fallire e di fuggire a Santo Domingo, una ingente quantità di beni immobili e mobili (case, appartamenti, quadri di valore e auto di lusso) alla sua compagna di allora, l'attuale lady Fini, e ai suoi familiari proprio per sottrarli al crac e garantirsi una vecchiaia più agiata. Beni che ora la famiglia Tulliani (secondo Gaucci fece semplicemente da prestanome) si rifiuta di restituire al legittimo proprietario.

Non sono un giurista, ma il semplice buon senso dice che quel tesoretto non solo non è più di Gaucci, ma eventualmente neppure dei Tulliani. Quel patrimonio andrebbe infatti utilizzato per risarcire, fin dove possibile, i creditori del gruppo Gaucci e il fisco italiano. La distrazione di beni di una persona sull'orlo del fallimento e conscia di esserlo allo scopo di occultare ricchezze è infatti un reato, e pure grave. Ora, è ovvio che sarà un tribunale (il processo è in corso) a stabilire se Elisabetta Tulliani (all'epoca praticamente nullatenente) fosse consapevole dei motivi di tanta generosità da parte del compagno, ma se per caso il presidente Fini avesse goduto anche solo in parte di quei beni (per esempio una casa) sarebbe comunque un problema etico e politico non indifferente.

Può un presidente della Camera anche solo rischiare di essere coinvolto in una vicenda familiare di un eventuale concorso in bancarotta fraudolenta, al di là del fatto che il reato sia prescritto, cioè di soldi sottratti a poveri cristi e allo Stato del quale rappresenta la terza carica? E a maggior ragione può farlo un presidente che pretende dagli altri un rigore morale tale da chiedere le dimissioni da ogni carica politica di persone semplicemente indagate, cioè in assenza di sentenze non solo definitive ma addirittura di primo grado?

Ieri Elisabetta Tulliani ha dato mandato ai suoi legali di querelarci. La nostra colpa? Aver pubblicato atti giudiziari, quelli relativi alla causa che le ha intentato Gaucci. Strano, evidentemente lady Fini non la pensa come il marito, che di recente ha intrapreso feroci battaglie contro la legge sulle intercettazioni che limita la libertà dei giornali di rendere pubblici atti giudiziari. Prima di tutto, sostiene Fini, viene la libertà d'informazione, soprattutto se si tratta di personaggi pubblici che non devono avere diritto alla privacy. Evidentemente marito e moglie non si parlano. O forse si parlano, ma sono giunti alla conclusione che quello che deve valere per gli altri non deve valere per loro. Se questo è il «Futuro e libertà per l'Italia» che ci aspetta, siamo messi proprio bene.





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Pisa, richiesta al Comune "Basta con le campane a tutte le ore del giorno"

di Redazione

Un'associazione di atei e agnostici scrive una lettera al Comune chiedendo che l'uso delle campane venga appositamente regolamentato.

A settembre ne discuterà il consiglio comunale. La Curia: "Con il buon senso si risolve tutto"



 
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Pisa - La storica disfida tra Peppone e Don Camillo torna a vivere all'ombra delle torre pendente. Ma non è un film. Né si tratta di una boutade estiva, la classica storiella messa in piedi per rinfocolare ad arte una polemica e vendere un po' di giornali. Forse qualcosa di vero c'è anche in questo. Ma sta di fatto che, a Pisa, un gruppo di persone ha preso carta e penna e ha scritto al Comune facendo una richiesta formale affinché l'Amministrazione provveda a limitare l'uso delle campane in città. Sono i "cittadini atei di Pisa" riuniti nella sezione locale dell'Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti). "È opportuno - scrivono in una lettera - che il Comune introduca dei limiti al loro uso nel regolamento comunale". La notizia è stata pubblicata dal quotidiano Il Tirreno.

La battaglia-provocazione L’iniziativa non è solo una provocazione a difesa della laicità dello Stato, ma una vera e propria battaglia per limitare eventuali abusi delle parrocchie e difendere coloro che si sentono disturbati da questo genere di rumori. "Anche perché se non si introducessero limiti per tutti - spiega Giovanni Mainetto, presidente del circolo pisano dell’Uaar - allora anche i musulmani che decidessero di costruire una moschea a Pisa avrebbero diritto alla chiamata del muezzin dal minareto durante la notte".

Ne discuterà il Consiglio comunale La richiesta è stata inoltrata all’assessore all’ambiente, Federico Eligi, che a sua volta l’ha già girata all’ufficio ambiente per poterla discutere in Consiglio comunale a settembre.

Due fasce orarie La proposta dell’Uaar prevede che le campane si possano suonare in due fasce orarie nei giorni festivi (9-13 e 16-20), mentre in quelli lavorativi gli orari devono essere allineati a quelli "di analoghe attività permanenti di tipo produttivo".

Cosa dice la Curia "Già la Cei in passato - replica monsignor Aldo Armani, responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali della Curia pisana - aveva disposto di non abusare del suono delle campane. Indicazione alla quale si sono attenuti anche i parroci pisani, perché quando ci sono buon senso e moderazione, tutto si risolve". "In un momento difficile come quello attuale - conclude Armani - non dovremmo essere litigiosi, ma uniti. I latini dicevano 'divide et impera': ecco, questi contrasti favoriscono i potenti, che non sono certo coloro che suonano le campane".





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Gran Bretagna, il latte di mucca clonata finisce nei negozi

La Stampa

Il Daily Mail denuncia oltre 100 esemplari in tutto il Regno Unito gli embrioni sarebbero stati venduti anche i Canada



LONDRA

Il latte prodotto da mucche clonate, o da loro discendenti, è segretamente, e illegalmente, venduto in Gran Bretagna. La notizia choc è stata rivelata ieri dal quotidiano online "Daily Mail". Un contadino avrebbe infatti ammesso di fornire quotidianamente questi prodotti ai negozi, senza alcun tipo di etichetta che ne indichi l'origine. L'uomo ha inoltre confessato di essere sul punto di vendere embrioni di mucca clonata ad allevatori canadesi. La Fsa (Food Standard Agency), l'agenzia governativa che controlla gli standard alimentari, ha aperto immediatamente un'inchiesta.

Sempre sul Daily Mail è apparso oggi un altro articolo, che denuncia la presenza sull'isola di circa cento bovini discendenti dalla prima mucca clonata . Secondo il giornale, la notizia proverebbe l'impossibilità di tenere sotto controllo la situazione, dato l'alto numero di esemplari ormai in circolazione.

Per la Gran Bretagna la storia dei bovini clonati ha inizio nel 2007 con la nascita di Dundee Paradise, capostipite degli esemplari sotto accusa. L'embrione era stato spedito dall'America, dove era stato creato in laboratorio unendo l'ovulo di una mucca clonata e lo sperma di un toro "normale". Da questo accoppiamento in provetta è nata una mucca di dimensioni nettamente superiori al normale capace di produrre grandi quantità di latte.

In seguito a questi avvenimenti, l'Unione Europea e la European Food Safety Authority (EFSA) hanno iniziato a interessarsi al tema e, all'inizio di questo mese, hanno stabilito il divieto della commercializzazione della carne e di altri prodotti derivati da animali manipolati geneticamente. La norma, però, non è ancora diventata legge.

L'Ue ha motivato questa decisione, sostenendo che al momento non si conoscono con esattezza gli effetti di questo cibo sull'uomo; è risaputo però che gli esemplari clonati sono più soggetti a malformazioni, malattie e morti premature.

Intanto i contadini produttori del latte incriminato insistono per rimanere nell'anonimato, per paura di essere privati di mucche così fertili o di un boicottaggio da parte dei consumatori.



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Le ferie bugiarde dei nuovi poveri: finestre chiuse e si finge di partire

Il Messaggero

“Vacanze talpa” per il 15% degli italiani, nascosti in casa


  
di Luana De Vita

ROMA (2 agosto) - Le “vacanze talpa”, sono le vacanze bugia, quelle che non faremo ma racconteremo, quelle che non ci possiamo permettere ma che non possiamo ammettere di non poter più fare. Non è una nuova moda, già nei film degli anni ’60 se ne parlava, italiani alle prese con le difficoltà economiche e con le ferie, italiani che provavano imbarazzo ad ammettere in pubblico di non poter partire, di non avere neanche una casa di parenti in campagna dove trasferirsi e che si trasformavano in “talpe”, chiusi in case blindate per simulare la partenza. La talpa è infatti un simpatico, piccolo mammifero che vive ben nascosto in complicati grovigli di gallerie sotterranee, per la nostra “talpa” delle vacanze la complicazione è invece tutta umana, racchiusa nei percorsi emotivi personali e nelle strategie utilizzate per adeguarsi a nuove, sgradevoli, condizioni socio-economiche.

Secondo uno studio della Società Italiana di Psicologia (Sips) aumentano le persone che pur di non dire che la crisi si è portata via anche le vacanze, si organizzano “nascondendosi” in casa o in abitazioni limitrofe alla propria. La vera notizia è che oggi, lontani anni luce culturalmente dall’Italia del boom economico, non è la povera gente a voler simulare quello che non può permettersi, ma la fascia medio-alta di popolazione italiana che non vuole “apparire” impoverita. Secondo Antonio Lo Iacono, presidente della Sips, negli anni scorsi non era più del 5% della popolazione ad attuare questa strategia estiva oggi sono circa un 10-15%, italiani che non possono correre il rischio di perdere anche l’immagine sociale oltre al resto e che per questo millantano vacanze a cinque stelle e si abbronzano con le lampade solari.

Le città che si svuotano, gli amici che partono, la crisi in corso non riescono a modificare l’impatto del disagio provato da chi non può e non vuole perdere anche la faccia, come se apparire sia assolutamente più importante che essere, eccoli alle prese con una menzogna tutta da costruire. Nel 2003 secondo un’altra associazione di psicologi erano 3 milioni gli italiani che si rintanavano nelle ore diurne in case “scenograficamente” chiuse per ferie, con tanto di piante da innaffiare portate ai vicini più sfortunati, ma allora la crisi non aveva ancora intaccatto la sicurezza della classe medio-alta ed erano 11 milioni gli italiani che avevano dichiarato di restarsene a casa.

La vacanza talpa richiede comunque attenzione ed energie, uscire alle prime ore dell’alba, rientrare nel cuore della notte, parcheggiare l’auto altrove, stipare in casa grandi scorte di cibo, ma ne varrà davvero la pena? Sono in tantissimi a non pensarla così e ad organizzarsi con serena tranquillità il modo migliore per godere comunque del relax, del tempo libero anche se in “soggiorno obbligato” nella propria città, nel proprio paese di abituale residenza. E’ il modo migliore per non rischiare di risentire spiacevolmente della percezione di precarietà e della paura del futuro, in fondo il segreto è vivere bene e con pienezza il “qui e ora”, il presente: una passeggiata in un parco, un concerto in piazza, una passeggiata al mare o al bosco più vicino e un po’ di sana, autentica ironia. E’ sicuramente meglio un gelato e una risata in piazzetta che la tana della talpa e il ritiro da latitante turistico.

Per consolarsi infine, non sembra andare meglio a chi invece riesce a partire, circa 39 milioni di italiani, tra volpi, leoni, pavoni e gatti che secondo un sondaggio dell’Osservatorio Nestle’ Professional rappresentano lo stile dei turisti nazionali. Il “Leone”, tipicamente abitante del Nord-Est è ossessionato dalla posizione dell’hotel e dalla tranquillità, pensa con sgomento di dimenticare qualcosa in albergo e impreca contro il telecomando dell’albergo che non riesce a far funzionare; il “Gatto”, italiano tipico del centro Italia, è diffidente e puntiglioso, ha paura di ritrovarsi nel conto extra imprevisti; il “Pavone”, italiano del nord-ovest, è vip-dipendente, ostinato nella ricerca della meta più glamour e dell’hotel di grido, teme di non sentire la sveglia mentre combatte con il climatizzatore della camera; la “Volpe”, del sud Italia, deve trovare sempre la migliore combinazione prezzo-servizio, attentissimo ad ottenere il massimo per ogni euro speso vive nel terrore di essere derubato in albergo.

Alla fine l’estate più bella sembra proprio quella di chi resterà a casa a godersi lo spettacolo: talpe, volpi, pavoni, leoni e gatti disperati e stressati, alle prese con l’incubo e le preoccupazioni delle vacanze.





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Scambiati in culla 25 anni fa, due amici vivono ora con tutti e quattro i genitori

Il Messaggero

 

ROMA (2 agosto) - Amici da una vita, giunti all'età di 25 anni due brasiliani hanno scoperto solo ora di essere stati scambiati nella culla dell'ospedale dove sono nati. Uno shock per i due e anche per i rispettivi genitori, che però hanno scelto di risolvere la questione in modo salomonico: le due famiglie si sono riunite andando a vivere e a lavorare assieme nella stessa fattoria.

È accaduto a Santa Maria di Jetibà, un'enclave degli emigranti veneti e tirolesi nello stato dello Espirito Santo, a nord di Rio de Janeiro. Dimas Aliprandi si era sempre chiesto perché fosse tanto diverso dalle sue sorelle: lui biondo, loro brune, lui alto, loro bassottelle. Per non parlare dei tratti somatici. D'accordo con quelli che considerava i suoi genitori, ha deciso di sottoporsi all'esame del Dna, scoprendo di non essere figlio della coppia.

Dagli archivi dell'ospedale Madre Regina Portman di Santa Maria de Jetibà è saltato fuori che in quel giorno di un quarto di secolo fa era nato anche Elton Plaster, un compaesano del quale Dimas era molto amico. La prova incrociata del Dna ha comprovato lo scambio, sconvolgendo i genitori dei due giovani.

«Non è comune avere due padri e due madri - scherza Dimas - ma con noi due è successo». I presunti genitori di Elton, il proprietario terriero Adelson e la moglie Nilza Plaster, hanno trovato una soluzione che rende tutti felici: hanno invitato la famiglia Aliprandi a vivere nella stessa fazenda dove hanno a disposizione una casa tutta per loro, e hanno dato lavoro a tutti nei campi. «È la trovata migliore avere ora due figli e viverci assieme. Perchè ai due voglio molto bene: non c'è nessuna differenza fra i nostri due figli», ha commentato Adelson.





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Google Maps, è caccia all'uomo cavallo Stranezze e follie sullo stradario virtuale

Il Messaggero

 
di Laura Bogliolo

ROMA (2 agosto) - L'uomo cavallo per le vie di una città scozzese, ragazzi che improvvisano una battaglia medievale, il primo bacio rubato e una donna fotografata 43 volte. L'occhio indiscreto delle Google cars che immortalano vie e piazze della città per realizzare stradari virtuali colpisce ovunque. Ma a volte sono gli stessi cittadini a improvvisare vere e proprie scenografie al passaggio delle auto della compagnia di Mountain View per conquistare un posto su Google Maps. Si scatena così la caccia alle inconfondibili vetture con il logo Google, attrezzate con telecamere che registrano viste panoramiche per creare le mappe di Street View che consentono di passeggiare virtualmente per le vie delle città.

Il mistero dell'uomo cavallo. Un uomo con una maschera da un cavallo appare camminando virtualmente con Street View in una via di Aberdeen (Scozia) e diventa un fenomeno sul web. L'articolo della Bbc che riporta la storia dell'horse-man raggiunge quasi un milione di visite. E tutti si chiedono: chi è realmente l'uomo cavallo? In molti assicurano di averlo visto in giro per il mondo. C'è chi racconta di averlo avvistato in Germania, altri in Norvegia ("stava facendo shopping") o a Marbella ("si stava rilassando in un bar"). La foto dell'uomo, inizialmente diffusa su Twitter, ha fatto il giro del web. Poi lo sbarco su YouTube dove è subito nata una parodia. Un utente che si fa chiamare TheHumanHorse ha inserito diversi video: il più cliccato (oltre 20mila visite) quello in cui si lascia riprendere mentre va in bici indossando la maschera da cavallo (il video).
L'uomo cavallo su Street View

Il primo bacio "rubato".
Eddie e Hayley erano al loro primo incontro. Una passeggiata su Common Road, a Wolverhampton (Inghilterra). Poi un bacio appassionato, il primo. I ragazzi, 16 anni lui, 17 lei, non avrebbero mai pensato che la loro effusione potesse essere documentata a livello mondiale a causa dell'occhio indiscreto di Google Street View. L'immagine dopo qualche giorno è scomparsa, forse su richiesta dei ragazzi travolti da un'insolita popolarità, o forse per volontà dei genitori un po' imbarazzati.

Fotografata 43 volte. Wendy Southgate, 52 anni, di Suffolk, porta a spasso il suo cane Trixie ogni mattina. Anche quel giorno, quando la Google Car ha fotografato il suo quartiere per realizzare mappe virtuali da mettere online. Il risultato? Wendy appare per ben 43 volte su Street View. A scoprirlo il marito Terry. In molte immagini la signora guarda con aria sospetta la macchina, incuriosita da quell'auto "che andava piano piano" ha raccontato a The Sun. Forse, proprio per evitare scene simili, i residenti del quartiere residenziale London Road a Milton Keynes hanno tentato di impedire il passaggio dell'auto di Google Street senza riuscirci però.

Le scenografie create al passaggio delle Google Cars. Non solo immagini curiose o imbarazzanti "catturate" all'insaputa dei protagonisti. A Pittsburgh il gli artisti Robin Hewlett e Ben Kinsley hanno deciso di realizzare una vera e propria scenografia al passaggio della Google Car a Sampsonia Way (il progetto). I residenti della zona hanno partecipato a varie "rappresentazioni": una parata, una maratona, un concerto in un garage. Immortalati anche la scultura di un pollo gigante in un giardino, i venditori ambulanti di “amore” distribuito con una pistola laser e due ragazzi impegnati in una battaglia medievale.

Come funziona Street View. Google Street View è una tecnologia che fornisce viste panoramiche di strade e parchi. Navigando su Google Maps, si può trascinare il pegman (un omino arancione) sul punto della mappa di interesse. Comparirà la corrispondente fotografia panoramica della zona. Per realizzare le foto vengono posizionate telecamere su vetture denominate Google Car. In Europa vengono usate delle Opel Astra. Nelle zone pedonali vengono invece impiegate le Google Bikes, una specie di triciclo tecnologico. In Italia il servizio è disponibile dal 2008. La scorsa settimana Google Street View si è arricchita di un nuovo servizio disponibile solo per alcune zone degli Usa. Si tratta di immagini catturate da un’angolazione di 45° che consentono di vedere i lati degli edifici. Recentemente sul servizio Street View è stato messo sotto accusa per violazione della privacy. Le Google Cars avrebbero intercettato dati relativi alle reti WiFi durante le operazioni di mappatura del territorio.

FotoGallery Street View, dall'uomo cavallo alle battaglie medievali


laura.bogliolo@ilmessaggero.it





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Braccialetto Power Balance interviene l'Antitrust

IL Messaggero

Chieste alle società produttrici documentazione medico-scientifica sugli effetti positivi sull'equilibrio descritti


  

ROMA (3 agosto) - L'Antitrust ha deciso di avviare un'istruttoria per possibile pratica commerciale scorretta nei confronti delle due società che distribuiscono e commercializzano il braccialetto Power Balance. Si tratta di Power Balance Italy, società distributrice per l'Italia dei prodotti a marchio Power Balance e di Sport Town.

Le due società, nelle loro comunicazioni commerciali, attribuiscono ai colorati braccialetti di silicone e di neoprene, ormai oggetto cult dell'estate, effetti positivi sull'equilibrio, sulla forza, sulla flessibilità e sulla resistenza fisica di chi li indossa. Caratteristiche estese alle collanine con ciondolo che completano la gamma. In base al procedimento avviato dagli uffici dell'Autorità le due società dovranno, entro i prossimi 15 giorni, fornire un'idonea documentazione medico-scientifica sulle proprietà e gli effetti sul corpo umano attribuiti ai prodotti, compresa «l'istantanea efficienza dei sistemi elettronici chimici e biologici dell'individuo».

Entro lo stesso termine dovrà essere provata l'assenza di eventuali controindicazioni per la salute e la sicurezza dei consumatori che possano derivare dall'uso dei prodotti. L'istruttoria è stata avviata in base al Codice del Consumo, che definisce scorretti i comportamenti delle aziende in grado di indurre in errore il consumatore medio sulle caratteristiche principali dei prodotti venduti quali, ad esempio, i risultati che si possono attendere dal loro uso o i risultati e le caratteristiche fondamentali di prove e controlli effettuati sui prodotti.





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Montecarlo, ad An soldi da un paradiso fiscale

di Redazione

L'immobile, ricevuto in eredità, fu venduto dal partito per appena 300mila euro a una società off shore costituita 40 giorni prima a Saint Lucia, paese nella lista grigia dell'Ocse per rischio riciclaggio.

Ecco il contratto. E ora i tesorieri di An finiscono sotto processo


Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica

Dalle campagne di Monterotondo a via della Scrofa, e dalla sede di An a Roma dritti a Montecarlo, passando due volte dal via dell’isola caraibica di Saint Lucia. Nella versione politica del Monopoli tutti i concorrenti gareggiano all’insegna del fair play e, in primo luogo, della riservatezza. Il «premio» è l’appartamento al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte, nel Principato di Monaco, dove da qualche mese è in affitto il giovane imprenditore Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta.

La storia, con i suoi buchi neri e le sue omissioni, è già nota ai lettori. Ma il Giornale è riuscito a scardinare il segreto monegasco e a visionare il contratto di compravendita, ed è dunque in grado di dimostrare come quella casa sia stata ceduta direttamente da Alleanza nazionale a una finanziaria off-shore con sede a Saint Lucia, paradiso fiscale caraibico, nella lista grigia dell’Ocse come Paese a rischio riciclaggio, per una cifra di molto inferiore al suo valore di mercato.

Quella del perché la casa sia stata alienata a un tale prezzo di favore è una delle tantissime domande alle quali potranno dare una risposta solo Fini e i suoi, che tacciono.
Ma andiamo con ordine. Scorrendo le dodici pagine del contratto di compravendita, archiviato nel fascicolo 1283A-Acte0009A della conservatoria monegasca, appare il rogito. È dell’11 luglio del 2008, e il frontespizio già lascia poco spazio all’immaginazione: «Vente par l’Association de droit italien dénommé “Alleanza nazionale” au profit de la société “Printemps Ltd”». In calce, annotato a mano, il prezzo della compravendita: 300mila euro. Tondi tondi.

Poi, prima pagina del contratto e prima sorpresa. Al rogito era presente Francesco Pontone, tesoriere di An, avvocato e senatore di lungo corso (è alla settima legislatura), e il dettaglio mal si concilia con le reticenze e i buchi di memoria dello stesso. Che al Giornale è letteralmente caduto dalle nuvole sul contratto, sulla società, sulla casa. Su tutto.
Ma lasciamo parlare l’atto.

«Di fronte al sottoscritto Paul-Luis Aureglia, notaio in Monaco (Principato), in boulevard des Moulins, 4, è comparso il senatore Francesco Pontone, che elegge domicilio a Roma, via della Scrofa, 39, di nazionalità italiana, nato a Napoli il 30 marzo 1927, che agisce in nome e per conto dell’associazione di diritto italiano chiamata “Alleanza nazionale”, partito politico la cui sede è a Roma, via della Scrofa, 39, identificato dal codice fiscale numero 80204110581, in virtù dei poteri generali che gli sono stati conferiti, compreso quello di disporre dei beni sociali, dal signor Gianfranco Fini, nella sua qualità di presidente della citata associazione, ai termini di una procura generale ricevuta da Mario Enzo Romano, notaio in Roma, il primo dicembre 2004 (...)».

Se Pontone e An sono le vendeur (i venditori), l’acquéreur (l’acquirente) prosegue l’atto, è «la società denominata “Printemps Ltd”, con capitale di mille dollari Usa, che ha sede in Manoel Street, 10, Castries, Saint Lucia, costituita con scrittura privata il 30 maggio 2008, registrata lo stesso giorno presso il registro societario di Saint Lucia al numero 2008-00324». A rappresentare la Printemps dal notaio, l’amministratore delegato Bastiaan Anthonie Izelaar e l’amministratore James Walfenzao, entrambi residenti a Monaco, ed entrambi direttori della Jaman Directors Ltd, altra società off-shore che controlla la Printemps, con sede allo stesso indirizzo dell’isola di Saint Lucia. Nella Printemps figura pure un italiano, Gianfranco Comparetti, il quale rintracciato al telefono aggiunge ulteriori anomalie alla storia: «Io di questa società non so niente, non la conosco, non capisco come ci possa essere finito dentro. Non conosco Tulliani, conosco Fini solo per nome, da 25 anni sono via dall’Italia. Vivo tra Montecarlo e i Caraibi e di questo appartamento e della società Timara che lo detiene non so nulla». L’affare si complica.

Si passa poi alla descrizione dell’immobile oggetto della compravendita, all’interno di «una proprietà al numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte, a Monte Carlo, composta da due immobili contigui, Palais Milton e Palais Shakespeare, con giardino, il tutto occupante una superficie approssimativa di 1.065 metri quadri». La casa ereditata da An consiste nella «totalità del nono lotto, comprendente un appartamento situato al pianterreno dell’immobile sopra descritto (...) e composto da: sala, due camere, cucina, bagno e balcone».

L’atto notarile sa bene da dove arriva quell’appartamento, e infatti dedica all’origine della proprietà un paragrafo. «I beni e i diritti immobiliari attualmente in vendita appartengono al venditore per averli ricevuti nella successione della signorina Anna Maria Colleoni, di nazionalità italiana, nata a Roma il 26 luglio 1934, in vita disoccupata, residente e domiciliata a Roma, dove è deceduta il 12 giugno 1999». Si dà anche conto del testamento olografo, datato 6 dicembre 1997, con il quale la nostalgica e generosa donna ha nominato «il partito Alleanza nazionale» suo erede universale, nella persona di Gianfranco Fini suo presidente. Titolo riconosciuto, osserva il notaio, anche «in virtù di un’ordinanza emessa il primo agosto 2001 dal presidente del tribunale di primo grado del Principato di Monaco» a favore dell’associazione Alleanza nazionale.

La Colleoni, si apprende ancora dall’atto, «aveva acquisito i citati beni dalla società anonima monegasca denominata “Società immobiliare Milton-Shakespeare” (...) il dieci luglio 1962, (...) al prezzo di 30mila nuovi franchi dell’epoca». Di certo fu un buon investimento. Ma erano altri tempi (curiosa la data d’acquisto originaria, esattamente 46 anni e un giorno prima della “svendita” di An), e per scoprire uno strepitoso investimento basta arrivare a pagina 8 del contratto, dove si parla di soldi. «La presente vendita è rispettivamente consentita e accettata al prezzo di 300mila euro, che l’acquirente ha pagato in contanti», scrive il notaio.

Val la pena di ricordare che per comprare quell’appartamento, ancora nel 2006, uno degli altri inquilini del Palais Milton aveva offerto a via della Scrofa un milione e mezzo di euro, come termine ultimo di una lunga serie di proposte d’acquisto inoltrate a partire dal 2000, partite da Monaco e rimbalzate indietro dai rifiuti o dai silenzi dei dirigenti del partito romano. E per magra che sia, persino la Printemps otterrà una plusvalenza quando, tre mesi dopo, cederà alla Timara Ltd l’appartamento a un prezzo di 330mila euro, con un rogito affidato alla figlia del notaio Aureglia, Nathalie Aureglia Caruso. Anche se, come è emerso, Printemps e Timara hanno lo stesso indirizzo di sede legale, ossia quella comune anche alla Jaman Directors.

L’atto di acquisto specifica anche i vincoli a cui l’acquirente era tenuto, prima di avviare lavori di miglioria e ristrutturazione, che poi in effetti (previa informazione del syndict del condominio, Michel Dotta) hanno avuto luogo, come è noto, sotto la supervisione dello stesso futuro inquilino, ossia Giancarlo Tulliani. Al documento sono allegate copie dell’atto costitutivo della Printemps e i certificati d’agenzia dei rappresentanti della stessa società off-shore, ma c’è anche la procura con la quale Fini, nel 2004, nominò il senatore Pontone procuratore generale per il «tesoro» del partito, redatta «in Roma, ministero degli Esteri»: il presidente della Camera all’epoca era infatti titolare della Farnesina, e il notaio andò semplicemente a trovarlo «in ufficio».

Siamo dunque alla svolta. Più i conoscitori dei segreti dell’appartamento Colleoni tacciono e più si diradano le ombre su quell’appartamento in posizione invidiabile, nel cuore di Montecarlo, a mezza strada tra la stazione ferroviaria e lo storico casinò. La cui donazione ad An, come ricordano negli ultimi giorni Francesco Storace e altri esponenti politici che non hanno gradito il nuovo corso finiano, era vincolata alla «buona battaglia». Che Fini in persona ha combattuto sinché era in vita la nobildonna. Ora è chiaro, certificato, dimostrato a chi An ha venduto, e si sa chi abbia poi ceduto la casa alla Timara Ltd proprietaria dell’immobile poi affittato a Giancarlo Tulliani. Ci sono le date, e i prezzi delle transazioni registrati dal notaio e in conservatoria.

Ma non tutti i misteri sono chiariti. C’è la cifra che An avrebbe iscritto a bilancio proprio per la cessione di un immobile ereditato da Anna Maria Colleoni, e che secondo quanto ipotizzato da Libero è proprio l’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, 14: 67mila euro. Oltre a essere risibile, non corrisponderebbe alla già bassissima quotazione che risulta dall’atto. E poi c’è il giallo di queste società off-shore create ad hoc, sarà la coincidenza, per l’operazione (entrambe «nascono» a maggio del 2008, le due compravendite sono di luglio e ottobre), in che modo An le ha individuate come potenziali acquirenti? E come mai proprio il «cognato» dell’ex leader di An ha finito per affittare quell’appartamento? Anziché tacere (e querelare) perché Gianfranco Fini non ci aiuta a dare una spiegazione ai lettori? E già che c’è, sul piano della legalità senza se e senza ma, può dirci se reputa normale questo giro di Monopoli nei paradisi fiscali?



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I tesorieri di An finiscono sotto processo

di Redazione

I panni sporchi si lavano in casa. E di una casa prestigiosa, quella di Montecarlo, si discuterà animatamente quest’oggi in una riunione fra parlamentari di Alleanza nazionale che grazie ai silenzi di Gianfranco Fini, e ai misteri della vendita dell’appartamento monegasco in cui vive il «cognato» del fondatore di An, sul punto si ritroveranno su posizioni antitetiche. Proprio per fare il punto sul patrimonio immobiliare del partito (incluso l’immobile dei misteri al 14 di Boulevard Princess Charlotte) in giornata si daranno battaglia i nove garanti del comitato di gestione più il senatore Francesco Pontone, presidente del comitato, una sorta di amministratore delegato senza poteri di voto, attore principale dell’affaire immobiliare anche se lo stesso, fino a ieri, tutto ha fatto tranne che prestarsi a chiarire i contorni di una vicenda sempre più complicata.
Di qua del tavolo ci saranno tre finiani: Egidio Digilio, Enzo Raisi e quel Donato Lamorte che sull’appartamento di Montecarlo (da lui visitato personalmente nel 2000 subito dopo la morte della contessa Anna Maria Colleoni proprietaria della casa ereditata dal partito) ha riferito ripetutamente ai giornali cose, diciamo così, poco precise. Di là, invece, sfileranno i parlamentari del Pdl Antonio Caruso, Pierfrancesco Gamba, Maurizio Leo, Francesco Biava, Roberto Petri e Peppino Valentino.
La riunione del comitato dei garanti rischia di diventare un passaggio cruciale dell’affaire immobiliare che si dipana, fra strade tortuose, lungo l’invisibile asse dei paradisi fiscali che un partito della repubblica, come quello cui faceva riferimento il nuovo paladino della legalità, non dovrebbe frequentare. Sia l’onorevole Donato Lamorte che il senatore Francesco Pontone, finiani di ferro, saranno chiamati a dire la loro, a esibire carte, pezze d’appoggio, giustificativi a una compravendita diventata un gran pasticcio politico, finanziario, familiare. E giudiziario, se è vero che l’ex esponente di An, Francesco Storace, della vicenda ha interessato la magistratura.
Questa di domani, sulla carta, doveva essere una coda della riunione precedente, voluta per definire l’ordinaria amministrazione e i campi d’azione del comitato di gestione. Una riunione fissata in tempi non sospetti, cioè ben prima che affiorasse lo scandalo di Montecarlo e che nelle intenzioni dei garanti sarebbe dovuta servire a discutere degli aspetti tecnici dell’immenso patrimonio di Alleanza nazionale. Ovviamente adesso terrà banco la compravendita dell’immobile monegasco a una società off-shore dei Caraibi che l’ha rivenduta ad un’altra società off-shore che l’ha poi affittata al «cognato» di Gianfranco Fini. Un’alienazione a un prezzo più basso rispetto alle stime di mercato (appena 300mila euro), addirittura di un milione e duecentomila euro inferiore se uno va a confrontarlo con quello rifiutato dal partito quando a proporlo era stato, nel 2005, uno dei condòmini del palazzo in cui vive Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini. La vicenda dell’appartamento di Montecarlo entra di diritto in cima all’ordine del giorno della riunione del comitato.
Le rivelazioni del Giornale impongono chiarimenti immediati ed esaustivi. E se Lamorte e Pontone fin qui hanno detto, e non detto, tutto e il contrario di tutto, difficilmente potranno concedere il bis ai colleghi del comitato di gestione interessati a capire se è stato depauperato il patrimonio di An svendendone un pezzo pregiato a una società che ha sede in un paradiso fiscale tenuto sotto stretta osservazione dall’Ocse per il riciclaggio internazionale. Il fatto che adesso l’appartamento lo occupi, in affitto, il «cognato» del presidente della Camera, è un dettaglio che al comitato non interessa. Al Comitato no, al Giornale e all’opinione pubblica sì.




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