giovedì 5 agosto 2010

Tarquinia, scoperta la più antica tomba dipinta nella necropoli dei Lucumoni

IL Messaggero

 

ROMA (5 agosto) - È stata scoperta a Tarquinia la più antica tomba dipinta nella necropoli dei Lucumoni, re e principi etruschi del VII secolo a.C. Il ritrovamento è avvenuto durante la terza campagna di scavo dell'università degli Studi di Torino e della soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale in un settore principesco della necropoli di Tarquinia.

I lavori sono stati coordinati da Alessandro Mandolesi, nell'area della Doganaccia, situata nel cuore della necropoli etrusca di Tarquinia, dove furono probabilmente deposti re e principi del VII secolo a.C. Le ricerche hanno portato alla luce un imponente accesso con larga gradinata a cielo aperto relativo al più grande tumulo funerario di Tarquinia di età orientalizzante, detto «della Regina» (dei decenni centrali del VII sec.a.C.), che, con quello «del Re», costituisce una maestosa coppia di sepolcri che caratterizza la necropoli etrusca.

Attraverso questo ingresso gli archeologi sono arrivati alla tomba di un personaggio di spicco della comunità etrusca, di rango probabilmente reale. Il locale è in gran parte rivestito di un consistente intonaco bianco in gesso alabastrino secondo una modalità nota nel Vicino-Oriente (Cipro, Egitto, area siro-palestinese). Se il prosieguo degli scavi confermerà la datazione dei decori, si tratterebbe della più antica manifestazione di pittura funeraria tarquiniese, realizzata peraltro in un ambiente aperto che precede la camera funeraria, e quindi accessibile e destinato alle cerimonie sacre.





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Arrestato l'Houdini informatico Rubava identità e depredava conti

Corriere del Mezzogiorno

Fabrizio Iannelli, era già stato in carcere. Da qui dirigeva i «lavori» affidati ai suoi familiari


NAPOLI

Scattano le manette per un pirata informatico che non si ferma di fronte a niente, neanche l'arresto. Questa è la storia di Fabrizio Iannelli. Un nome già noto alle forze dell'ordine il suo. Il pirata infatti, già era stato arrestato per aver occultato somme di denaro. Secondo quanto riferito dalle forze dell'ordine, le trasferiva su conti correnti stranieri a lui intestati. I soldi transitavano, attraverso il web, su depositi tenuti da società di scommesse sportive o su conti correnti tenuti da banche on-line intestati a svariate persone. A queste ultime aveva precedentemente carpito le generalità, al fine di mascherare la sua vera identità e, quindi, depistare le eventuali indagini di polizia.

Un’attività che aveva portato avanti anche dopo il suo arresto, indicando ai congiunti tempi e modi di trasferimento di denaro su loro conti correnti o altri strumenti finanziari agli stessi riconducibili. Tali capitali, dapprima gradualmente trasferiti on-line dallo stesso Iannelli su conti correnti ungheresi, thailandesi e di altri paesi extraeuropei, successivamente sono stati capitalizzati dai suoi parenti mediante prelievi Atm, apertura di fondi assicurativi, versamenti su conti correnti italiani agli stessi intestati, per un ammontare complessivo di circa 200.000 euro.

Arrestato per la seconda volta. Le accuse sono: riciclaggio, favoreggiamento, uso illecito di carte di credito e sostituzione di persona. Il compartimento polizia postale e delle comunicazioni di Napoli ha eseguito, oltre al suo, altri sei provvedimenti di custodia cautelare. Le misure - domiciliari, obbligo di firma e deferimento in stato di libertà - sono scattate nell’ambito dell’operazione «Panni sporchi» al termine di attività investigative durate oltre due anni.

Redazione on-line
05 agosto 2010





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Casa di Montecarlo Parla l'erede bergamasco: "Tradita la volontà di mia zia"

Bergamonews

Paolo Fabri è nipote di Anna Maria Colleoni, la contessa che ha lasciato in eredità al partito l'appartamento al centro delle polemiche.

Anna Maria Colleoni era sua "zia" (più precisamente cugina del padre) e lui, insieme alla sorella, è un erede, seppure "minore" dei beni di questa signora di lontane origini bergamasche come evidenzia il cognome, ma romana a tutti gli effetti, fin dal 1700 quando gli avi si trasferirono da Bergamo a Monterotondo.
Lui è Paolo Fabri, architetto di Bergamo che non sembra proprio contento di quello che sta emergendo sui lasciti della zia: "Mi spiace che l'immagine che sta uscendo di mia zia non corrisponda al vero - commenta amareggiato -. Mia zia era una idealista e ha lasciato tutto al partito per una buona causa. Però a quanto pare questa causa è stata tradita".
Tradita, dicono i giornali, alcuni con grande risalto, dall'ex presidente nazionale di An, Gianfranco Fini, che avrebbe utilizzato un appartamento a Montecarlo non per il partito ma per il fratello della compagna: "Anch'io leggo i quotidiani - spiega l'architetto Fabri che, pure nato a Roma, si è poi trasferito a Bergamo seguendo il padre - e quello che so lo apprendo da lì. Peraltro sono particolarmente attento a quanto viene raccontato in questi giorni perché mi sta a cuore che la volontà testamentaria di mia zia sia rispettata e non tradita".
La volontà era ed è chiara, dare una mano al partito di riferimento: praticamente tutti gli averi della contessa Anna Maria Colleoni sono stati donati ad An, tranne due piccoli legati, lasciati ai nipoti, a Paolo Fabri appunto e a sua sorella. Anche l'architetto Fabri è politicamente vicino alla destra: è stato consigliere circoscrizionale (Città Alta) dal 1985 al '90: "Sono stato eletto con l'allora Msi e sono rimasto missino, forse chi mi rappresenta oggi è più la Destra di Storace", conclude.

Giovedi 5 Agosto 2010



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Casa di Montecarlo, aperta un'inchiesta a Roma Gaucci: alla Tulliani metà vincita Superenalotto

di Redazione

Aperto fascicolo per truffa e appropriazione indebita.

E' un atto dovuto dopo la denuncia presentata dal partito La Destra.

L'appartamento dei misteri. An commissaria i due tesorieri.

Ma Fini: "Ben vengano le indagini sul patrimonio di An"


 

Roma - La notizia ormai è ufficiale. La procura di Roma ha aperto un'inchiesta sulla cessione dell'appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale dalla vedova Anna Maria Colleoni. L'ipotesi di reato è truffa aggravata. L’avvio degli accertamenti è un "atto dovuto" dopo la presentazione di una formale denuncia. Per prima cosa gli investigatori acquisiranno i documenti rispetto al passaggio di proprietà dell’immobile e alle persone fisiche e giuridiche coinvolte. "Ben vengano le indagini su tutto ciò che concerne il patrimonio di Alleanza nazionale - ha commentato il presidente della Camera, Gianfranco Fini - anche se la denuncia proviene da avversari politici".

Controlli della Finanza Le verifiche saranno seguite dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e affidate agli uomini della Guardia di finanza. L’esposto che ha dato origine al fascicolo è stato depositato, il 30 luglio scorso, ad una stazione dei carabinieri di fuori Roma, da parte di due esponenti del partito La Destra. In una nota della formazione guidata da Francesco Storace si riferiva che la segnalazione era stata fatta dal consigliere regionale Roberto Buonasorte e dal consigliere comunale di Monterotondo, l’avvocato Marco Di Andrea. Il Giornale da diversi giorni ha pubblicato articoli molto approfonditi e informati sulla questione.

Fini nega ogni addebito Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla luce di quanto riportato dal Giornale, pochi giorni fa aveva reso noto di aver presentato denuncia per diffamazione. "Il presidente Fini non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile - si sottolineava in un comunicato - Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo. Sarà l’autorità giudiziaria ad acclarare la totale infondatezza di quanto divulgato e ad accertare la condotta diffamatoria".

Gaucci: "Alla Tulliani tutti i beni dopo il crac" 2Elisabetta Tulliani non aveva né proprietà né redditi, le ho dato tutto, sia a lei che alla famiglia". L’ex patron del Perugia Luciano Gaucci, intervistato dal settimanale Panorama a Santo Domingo, ricostruisce nel dettaglio la vicenda della vincita al Superenalotto che, secondo la Tulliani, le avrebbe permesso di acquistare alcuni immobili: "La schedina l’ho compilata e l’ho giocata io, ho vinto 2 miliardi e 400 milioni di lire e siccome sono generoso ed ero perso d’amore le ho regalato la metà". E ancora: "Elisabetta dice che è stata lei a vincere e a darmi la metà, come se all’epoca io avessi avuto bisogno dei suoi soldi". Gaucci spiega di aver lasciato alla sua fidanzata i propri beni dopo il crac del Perugia Calcio: "Era meglio lasciarli in mani sicure, sarebbe stato apprezzato se dopo fossero tornati indietro.

E aggiungo che sono arrabbiato con la signora. Se lei avesse detto: 'Ok, le case ti appartengono e te le restituisco perchè è giusto così', io le avrei fatto tenere i quadri, le macchine e i gioielli. Anzi, i gioielli glieli lascio comunque perchè sono un frutto d’amore, porta sfortuna farseli restituire". Gaucci fa l’elenco degli immobili: "L’attico di via Sardegna, poi il terreno nel Reatino, quello con immobili a Capranica Prenestina, la casa dove vive con Fini, le auto per tutta la famiglia, i quadri. Mamma mia, non mi ci fate pensare". Palando di Giancarlo, il fratello della compagna del presidente della Camera che ora vive in affitto a Montecarlo nella casa ereditata da An e poi venduta in circostanze da chiarire a società offshore: "L’ho nominato presidente della Viterbese e oggi mi piacerebbe andare a rivedere i bilanci di allora, le compravendite dei giocatori. Era un furbetto, ma io non ero un cretino".





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Torino, 14mila lettere mai recapitate: ricatto alla "postina" che le aveva nascoste

Corriere della sera

Dipendente di un'azienda di spedizione sottrae migliaia di missive. I complici le chiedono dei soldi e poi si vendicano

DUE persone INDAGATe. emerge anche un episodio a luci rosse

Torino, 14mila lettere mai recapitate:ricatto alla "postina" che le aveva nascoste



TORINO - Ha nascosto migliaia di lettere, facendo credere all'azienda di spedizioni private di averle distribuite regolarmente, e le ha consegnate ad alcuni conoscenti perché le nascondessero. I suoi stessi complici però l'hanno ricattata e alla fine si sono vendicati, facendola incastrare. Il caso è stato scoperto dagli investigatori del Commissariato San Paolo di Torino.

LE LETTERE E IL BIGLIETTO - Tutto inizia con il ritrovamento di circa 1000 lettere abbandonate in strada. Con le missive c'è anche un biglietto con il numero di targa di un'automobile. Da lì partono le indagini degli inquirenti, che riescono a risalire alla dipendente di un'azienda privata di spedizioni, di 40 anni, che deteneva illecitamente la corrispondenza abbandonata. La postina simulava la distribuzione delle lettere per ottenere un guadagno facile. La procedura dell'azienda in cui lavora prevede che l'operatore, al momento della consegna, effettui una speciale lettura con pistola laser su un codice a barre: il sistema è collegato a un impianto satellitare e fa scattare un accreditamento automatico di undici centesimi per ogni plico. L'ipotesi investigativa è che le lettere con il biglietto siano state lasciate in strada di proposito per una forma di vendetta da parte dei complici della donna, che custodivano per suo conto la corrispondenza. Si è infatti scoperto dalle indagini che le lettere, in tutto oltre 14.000, erano state sottratte dall'ufficio di spedizioni e occultate, con la collaborazione di persone esterne alla ditta, in diverse parti della città. Successivamente, i complici della donna, per custodire la corrispondenza, avevano preteso da lei dei soldi, con richieste e minacce sempre più insistenti. La «postina», però, dopo avere ceduto ad una prima richiesta, aveva deciso di non pagare le somme pretese e da qui sarebbe stata decisa la «vendetta» nei suoi confronti.

INDAGATI - Nella vicenda è spuntato anche un retroscena a luci rosse: la donna aveva fatto sesso a pagamento con un imprenditore suo coetaneo, che poi aveva cominciato a ricattare minacciando di rendere pubblica la storia. In ogni caso, la postina, dopo molti tentennamenti, ha detto alla polizia che il suo proposito era «fare bella figura con i capi dimostrando di saper consegnare tanta posta». La corrispondenza, in realtà, veniva trattenuta, anche se all'azienda, tradita dal sistema informatico, risultava che venisse distribuita regolarmente. Al termine delle indagini, la donna è stata indagata a piede libero per il reato di sottrazione della corrispondenza. È stata, inoltre, denunciata a piede libero per l'episodio di estorsione ai danni dell'imprenditore. Le indagini hanno riguardato, inoltre, un italiano, di 41 anni, responsabile sempre del reato di sottrazione di corrispondenza. È, inoltre, indagato, in qualità di complice con altre persone, rimaste al momento sconosciute, per l'estorsione ai danni della «postina». La refurtiva recuperata è stata restituita all'azienda di spedizioni, che sta provvedendo a recapitarla ai rispettivi destinatari.

Redazione online
05 agosto 2010



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Il presenzialista Paolini “paolinizzato” a Piccapietra

Il Secolo xix

Non ha risparmiato nessuno il “disturbatore” dei collegamenti in diretta dei tg, durante la sua arringa sotto la sede del nostro giornale, in Piazza Piccapietra a Genova.
Siamo abituati a vederlo alle spalle di giornalisti collegati in diretta, questa volta invece ce lo siamo ritrovato sotto le finestre della redazione per una performance durata quasi mezz’ora in cui “l’inquinatore televisivo” (come si autoproclama) ha inveito contro personaggi della politica italiana, ma non solo.

Questa volta il suo bersaglio principale è stato Marcello Lippi, accusato di aver fatto perdere i Mondiali di calcio alla nazionale italiana: per questo il ct degli azzurri è stato vittima di un “malocchio” da parte di Paolini che, con un rito assai particolare, dopo essersi spogliato, prima si è versato addosso dell’acqua e poi ha gettato a terra del sale.
Non solo accuse a Marcello Lippi. Paolini non ha risparmiato neanche stavolta il Papa, uno dei suoi bersagli preferiti, che ha definito il «pedofilo più ipocrita del mondo», come del resto non ha risparmiato Emilio Fede, a cui ha dato più volte del «cornuto», gag che è stata riproposta decine di volte in televisione ed è diventata un fenomeno internet.





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La Procura indaga sull’appartamento dei misteri

di Redazione

Aperto un fascicolo per truffa e appropriazione indebita per la casa di Montecarlo. Pontone e Lamorte: An commissaria i due tesorieri.

L'ex garante del comitato di gestione del partito: "Ecco la verità".

Un inquilino del palazzo: "Ho offerto 1,5 milioni. Fini? E' stato qui pochi mesi fa"


 


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

L’inchiesta del Giornale approda in procura. I Pm romani, da ieri, indagano sulla casa monegasca lasciata in eredità ad An e a Gianfranco Fini da Anna Maria Colleoni, e nella quale ora abita, in affitto da una società off-shore, il cognato del presidente della Camera.

Le ipotesi di reato sono appropriazione indebita e truffa aggravata, il fascicolo a piazzale Clodio è per il momento contro ignoti. A portare la questione all’attenzione della magistratura, la denuncia di due esponenti della Destra, il partito di Francesco Storace: Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte. Sarà dunque la procura capitolina a cercare di fare luce sul destino di quel generoso lascito dell’erede del condottiero Bartolomeo Colleoni, che oltre alla ormai celebre abitazione di Montecarlo conta su altri beni mobili e immobili, per un valore di svariati milioni di euro. 

Eredità concessa per la «buona battaglia»: la donna, prima di morire, aveva infatti deciso di far testamento a favore di Alleanza nazionale nella persona del suo presidente Fini per una scelta di passione ideale, ma in molti – tra cui i due autori della denuncia – hanno trovato che l’impiego che il partito ha fatto di quei beni, a cominciare dalla casa monegasca, svenduta a una società off-shore per una frazione del suo valore, non soddisfino il fine a cui la Colleoni avrebbe inteso vincolare il «dono».

Forse ora che sulla vicenda è stato aperto un fascicolo d’indagine verrà anche rotto il muro di silenzi e reticenze alzato dai protagonisti della storia. E sarà possibile scoprire se è davvero per una «particolare, inspiegabile coincidenza» (parole del senatore Francesco Pontone, delegato da Fini a firmare la vendita dell’appartamento alla società Printemps Ltd) che in quella casa, alla fine, sia andato ad abitarci, in affitto, proprio il «cognato» del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani.

Intanto nel giallo dell’affaire immobiliare salta fuori un filo che lega l’«intermediario» James Walfenzao - l’uomo che firmò il contratto di acquisto della casa da An - proprio ad Alleanza nazionale, per il tramite dell’Atlantis World Group dell’italiano Francesco Corallo (figlio di Gaetano, già coinvolto in indagini legate ai casinò e ad affari con soggetti vicini al boss catanese Nitto Santapaola).

L’Atlantis è attivo in Italia nel settore di slot e videopoker su concessione, e possiede quattro casinò ai Caraibi (tre a Saint Maarten e uno a Santo Domingo) che diverranno sette dopo l’inaugurazione dei prossimi tre, a Saint Maarten, Panama e Santo Domingo. E uno dei ristoranti del casinò Atlantis World di Saint Maarten ha avuto tra i suoi ospiti, nel 2004, Gianfranco Fini, accompagnato da Amedeo Laboccetta, amico di Corallo ed ex rappresentante della Atlantis World Group per l’Italia. Fini era dunque in vacanza, portato da Laboccetta, in quegli stessi mari tropicali che bagnano le coste di Saint Lucia, l’isola dove hanno sede sia Printemps che Timara, le società che compreranno da An la casa monegasca per poi affittarla al giovane Tulliani.

Eredità, doppia vendita e inquilino con nome ingombrante sono le uniche certezze di questa storia complessa. Ereditata da An nel 2001, la casa è stata «dimenticata» per anni dal partito, che ha anche rifiutato una serie di vantaggiose proposte di acquisto dagli altri inquilini del palazzo che la ospita. Fino a quando, nel 2008, An la cede per appena 300mila euro a una società creata presumibilmente ad hoc un mesetto prima, la Printemps, il cui amministratore è appunto James Walfenzao.

E la Printemps la rivende, tre mesi dopo, con 30mila euro di plusvalenza a una società gemella (stesso capitale sociale, stessa sede sull’isola caraibica di Saint Lucia), la Timara. Operazioni evidentemente mirate alla copertura del reale acquirente dell’immobile, visto che nel secondo rogito firmano come venditore e compratore Tony Izelaar e Suzi Beach, che lavorano come colleghi nella stessa società di servizi monegasca, la Jason sam, che si occupa tra l’altro di creare società in paradisi fiscali, tra cui appunto Saint Lucia, per aiutare clienti danarosi a concludere affari immobiliari lontani da occhi indiscreti e dalle attenzioni del fisco del Paese d’origine. Il vero acquirente della casa, probabilmente, si sarà rivolto per la bisogna alla Jason. Oppure direttamente a Walfenzao.

Già, perché ieri Marco Lillo sul Fatto quotidiano ha rivelato che mister Walfenzao, tra i suoi tanti incarichi a Miami, Monaco e Curacao, siede anche sulla poltrona di una finanziaria londinese, la Atlantis Holding Uk. E da lì controlla, «in nome e per conto» di Francesco Corallo, una quota della ex Atlantis giocolegale, da poco ribattezzata B Plus, società del gruppo che si occupa di scommesse e slot nel nostro Paese. Insomma, ha già prestato i suoi servizi per Corallo, imprenditore vicino alla fu Alleanza nazionale. 

Questo link potrebbe essere l’ennesima «particolare, inspiegabile coincidenza», o più probabilmente è una spiegazione di uno dei gialli della vicenda: ossia, come mai An si sia rivolta proprio a questo gruppo di professionisti - legati alla «Corpag» di cui Walfenzao è rappresentante per le Antille Olandesi e per Miami, e Izelaar con la Jason per Montecarlo - per cedere la casetta. Resta, ovviamente, il mistero di chi si nasconda dietro la struttura di copertura che impedisce di conoscere la reale proprietà dell’appartamento al piano terra del «Palais Milton».

Il Giornale, due giorni fa, ha cercato invano Walfenzao nell’elegante «Residence Saint Roman», dove i portieri non ricordano di aver mai sentito il suo nome. E l’ha poi rintracciato telefonicamente. Ma il professionista al cellulare ha tagliato corto, spiegando di non voler parlare degli «affari dei suoi clienti», confermando implicitamente, dunque, di aver giocato un ruolo da intermediario. Ma chi ha voluto proprio lui in quel ruolo? E perché la casa è stata poi affittata proprio al fratellino della compagna di Fini? Domande che ora potrebbero essere rivolte ai protagonisti della vicenda dai magistrati romani, investiti della questione.




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Casa a Montecarlo a Tulliani jr: An l'ha venduta a metà prezzo

Quotidianonet

I condomini: "Ceduta per 300mila euro? Incredibile, sul mercato è quotata almeno 700mila. Il silenzio di Fini e delle autorità è da Medioevo" "Mesi di trambusto per i lavori di ristrutturazione"

MONTECARLO, 5 agosto 2010

IL TASSISTA chiede perplesso che si va cercando al civico 14 di Boulevard Princess Charlotte. Se un museo, se il Novotel che, però, è al civico 16. Palais Milton non gli dice nulla. Per non saper né leggere né scrivere ferma l’auto al civico 20. Un passo, due, tre. Il palazzo che sta imbarazzando Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani, sua compagna, il palazzo che da giorni getta ombre tra quel ‘Futuro e Libertà’ e quella questione morale che ne è la genesi, appare solo all’ultimo, coperto com’è dall’hotel. Intonaco beige, finestre in legno dipinte di grigio: stile severo, fine anni Cinquanta. Tre piani per un totale di 1.065 metri quadrati, grazie all’unione di due edifici, Palais Milton e Palais Shakespeare che però mantengono ingressi separati.
SUL CORTILE interno affacciano tra ampi balconi. Il primo, ieri, aveva le finestre serrate. Lì al pianterreno del Palais Milton abita Giancarlo Tulliani, il ‘cognato’ del presidente della Camera. L’etichetta sul citofono è anche più evidente di tutte le altre: caratteri neri e grossi su sfondo bianco. Incollata: ultimo arrivo. «Sono settanta metri quadrati di appartamento» dicono gli altri inquilini a proposito dell’alloggio. All’interno del palazzo c’è una Montecarlo che parla, e molto, italiano. Connazionali provenienti da Genova, Torino e Ventimiglia che lavorano negli uffici, che abitano o hanno ereditato gli alloggi di Palais Milton. Connazionali che, in questi giorni, hanno ripreso a leggere i giornali di casa nostra. Con buona pace del tassista e dell’altra Montecarlo, qui basta un’unica coordinata per capirsi: Tulliani. «Il silenzio che Fini e le autorità monegasche tengono sulla vicenda è da Medioevo — dice un manager di un’azienda nautica ospitata nella villa — Lavoro qui da 25 anni, la mia società paga regolarmente un affitto di 2.500 euro al mese.
DOVREMMO essere autorizzati a sapere a quali condizioni è stata concessa la locazione agli altri inquilini». Il riferimento è, ovviamente, al caso Tulliani. L’appartamento in cui risiedono il ‘cognato’ di Fini e la sua compagna è stato ceduto da An nel 2008 a una società offshore, la ‘Printemps Ltd’. Poco dopo Printemps la rivende ad un’altra società offshore, la ‘Timara Ltd’, per 300mila euro. Timara Ltd indicherà poi una terza società, l’anonima monegasca ‘Jason’ come destinataria delle comunicazioni relative all’immobile.

Le prime due società hanno sede legale all’isola-paradiso fiscale di Saint Lucia. I nomi degli intermediari coinvolti nei due rogiti sono sempre gli stessi: venditori e acquirenti sembrano coincidere. Un intricato e misterioso travaso di proprietà servito, a quanto pare, a portare nell’alloggio Giancarlo Tulliani. Vale a dire, il ‘cognato’ del leader del partito, An, che nel 1999 ricevette l’appartamento in eredità da Anna Maria Colleoni, una vita da simpatizzante del fascismo.
POCO CHIARE, oltre alla necessità di una simile operazione, sono le cifre a cui è stato ceduto l’alloggio e le condizioni di affitto pattuite dall’attuale occupante. «In questa zona — spiegano i condomini e confermano le agenzie immobiliari — si vende tra i 10 e 15mila euro al metro quadrato. Sembra incredibile che quell’alloggio sia stato venduto a 300mila euro». Già, varrebbe infatti almeno 700mila euro. I legali di Tulliani in questi giorni hanno fatto sapere che il loro cliente ha un regolare contratto d’affitto e che versa quanto pattuito. Ma quanto abbia pattuito non si sa. Il presidente della Camera, sulla questione, ha scelto la via del silenzio.

L’immobiliare Ditto, società che ha in gestione lo stabile, invita a lasciare i propri uffici: «Certe informazioni per noi sono strettamente confidenziali». Silenzio. E «da Medioevo» per gli inquilini. Silenzio, dopo «mesi di trambusto per i lavori che Tulliani ha fatto nell’alloggio». Via le pareti divisorie, locali più ampi. Un vicino apre la porta di casa. Una parete reca ancora segni e inconvenienti indotti dai lavori voluti da Tulliani.
«PER CARITÀ, ha pensato lui a riparare il danno» precisa subito. Da parte sua, Tulliani ieri ha lasciato che fosse la compagna a rispondere al citofono: «Perché vuole parlargli? Ah, mi spiace non è in casa». Silenzio, ancora. Ma i pochi che si intrattengono con l’ingombrante vicino riferiscono che lo stesso Tulliani, almeno da una parte, avrebbe voluto sentire voci grosse. Anche lui comincia a soffrire l’afasia di Fini. Mentre da Roma giunge l’eco delle parole di Berlusconi: «C’è qualcuno che ha speranze verso un leader che è al centro di notizie poco chiare che dovrebbe spiegare».
GIAMBATTISTA ANASTASIO




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L’ex An sbugiarda i tesorieri: "Ecco la verità su Montecarlo"

di Redazione


Antonio Caruso, all’epoca garante del comitato di gestione del partito rivela: "Nel 2001 ebbero proposte fino a due miliardi di lire, ma loro rifiutarono"


 


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
A pensar male si fa peccato. Dunque lo diciamo subito: su questa storia di Montecarlo riconosciamo i nostri peccati. Perché intorno alla vicenda dell’appartamento donato dalla contessa Colleoni ad An, venduto a prezzi stracciati a società off-shore dei Caraibi e poi affittato al «cognato» di Fini, i buchi neri si sprecano, le versioni date e smentite pure, le coincidenze inquietanti si autoalimentano di pari passo a nuove rivelazioni shock provenienti da documenti segretati nei paradisi fiscali dove An sentì il bisogno di rivolgersi per alienare il bene di una vecchietta simpatizzante fin dai tempi del Msi. E certo non contribuiscono a fare chiarezza i silenzi di Fini e dei familiari acquisiti, oltreché degli amministratori del patrimonio di An, Donato Lamorte e Francesco Pontone, finiani di ferro, che ancora ieri hanno fornito versioni che oltre a fare a cazzotti con le loro stesse (precedenti) dichiarazioni, divergono clamorosamente con quelle di alcuni testimoni diretti dell’affaire immobiliare nel Principato.
Lamorte prima aveva detto di non saperne nulla dell’immobile, e di rivolgersi a Pontone. Poi s’è ricordato d’aver visto l’appartamento nel 2008, e che era fatiscente. Ma sbagliava data, e la sbagliava di ben otto anni perché nel 2000, appena deceduta la contessa, con altri esponenti di An andò a prendere possesso dell’appartamento in Boulevard Charlotte 14, parlando con gli inquilini e con coloro che erano, già allora, interessati a mettere le mani sull’immobile. Oggi Donato Lamorte e Francesco Pontone vanno pericolosamente oltre l’evidenza. Il primo, al Fatto Quotidiano, dice due cose: che siccome l’appartamento era fatiscente «più della cifra che ci abbiamo tirato fuori, 300mila euro, di certo non poteva valere»; e che non sa com’è stata scelta la società (off-shore) che ha acquistato l’immobile di Montecarlo posto che «di solito prendevamo chi offriva di più». Il secondo, al Corriere della Sera, di cose curiose ne dice parecchie: che «l’appartamento costava tanto al partito di condominio», che «ordinammo una perizia e il valore indicato era 300mila euro», e che «prima di quel giorno (della vendita, ndr) non ci erano arrivate offerte milionarie. Trovatemi le raccomandate: io non ne ho viste, vi assicuro».
Tralasciando i passaggi in cui Lamorte non spiega assolutamente i motivi che portarono lui ed An a scegliere come acquirente una società off-shore nel paradiso fiscale di Santa Lucia, la risposta data al perché proprio l’inquilino-cognato del suo presidente è riuscito ad occupare quell’appartamento, è un capolavoro: «Ma chi è Tulliani? Per me resta un estraneo, io ho scoperto solo un paio di mesi fa che quello era il cognome della signora Elisabetta (al Giornale, il 29 luglio, sapendo chi era Tulliani era invece caduto dalle nuvole: «Tulliani? E chi Tulliani? Mai sentito questo cognome, non mi dice niente»).
Pontone, ovviamente, non entra nel merito della conoscenza, da parte di Fini, della vendita dell’appartamento di Montecarlo che finirà nella disponibilità del fratello della sua compagna. Eppure il suo collega Lamorte ripetutamente lo fa presente sui giornali. Ancora ieri sul Fatto: «Chi decideva la vendita degli immobili era il senatore Pontone di concerto con il presidente di An, Fini (...) Immagino che Pontone lo avesse messo (a Fini, ndr) a conoscenza della vendita»). E prim’ancora, per la proprietà transitiva, sul Corriere del primo agosto: «Non me ne intendo di queste cose, quando Almirante mi diceva firma, io firmavo».
A smentire definitivamente Pontone e Lamorte, oltre a uno degli aspiranti acquirenti che intervistiamo in queste pagine e che ha invano offerto al partito, ripetutamente, oltre un milione di euro per una casa poi rivenduta a un quarto del valore, ci pensa un parlamentare del Pdl, che fu protagonista diretto della gestione dell’appartamento di Montecarlo. Antonio Caruso, garante del comitato di gestione del patrimonio di An, è preciso coi ricordi, analitico nei dettagli, sconcertato da quel che sta leggendo sul Giornale: «Ho trattato la vicenda dell’appartamento di Montecarlo, ho seguito le vicende personali postume della contessa, ma a differenza della comitiva di An che andò in gita per vedere l’appartamento della Colleoni, io mi mossi da solo. Presi contatto con il nostro ufficio consolare a Montecarlo per farmi accreditare presso un notaio monegasco che mi desse assistenza su questo appartamento. Mi fu consigliato il notaio Aureglia. Andai dal notaio che mi diede consigli su come fare dal punto di vista fiscale e giuridico, in osservanza delle leggi locali.
In quell’occasione poi incontrai anche altre persone collegate all’immobile di Boulevard Princesse Charlotte 14 (l’amministratore del condominio, l’architetto e altri). Dopo qualche mese, prima dell’entrata in vigore dell’euro, dunque entro il 2001, venni contattato da una persona che facendo riferimento all’incontro dal notaio mi disse che c’erano più soggetti interessati all’acquisto dell’immobile e che offrivano fino a 6 milioni e mezzo di franchi francesi, pari a due miliardi di lire dell’epoca. Cifra trattabile, aggiunsero. Risposi loro – continua Caruso - che avevo esaurito il mio compito, non mi occupavo più della vicenda dell’appartamento ma che avrei comunque chiesto a Roma».
A chi si rivolse Caruso? A colui che sul Corriere ieri ha giurato di non aver mai ricevuto una proposta d’acquisto: «Ho chiamato subito il senatore Pontone – prosegue Caruso - l’ho messo al corrente della richiesta d’acquisto, ma lui rispose che i tempi ancora non erano maturi e che per il momento non se ne faceva niente». Ricorda male Pontone? «No, non è un problema di memoria. Qui i problemi sono evidentemente altri. Poco prima che il Giornale iniziasse questa inchiesta noi garanti aveva iniziato ad affrontare spinose questioni interne al partito. Dal mio punto di vista quanto sta emergendo mi inquieta, mi sconvolge, mi rende profondamente malinconico. Come mi spiego che nella casa della contessa oggi ci abita il cognato di Fini? Non me lo spiego».




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Casa a Montecarlo, la procura si muove

Corriere della sera

Aperto un fascicolo dopo la denuncia presentata il 30 luglio da due esponenti della Destra di Storace
L'immobile era di proprietà di An.
L'ipotesi di reato è quella di truffa aggravata
Casa a Montecarlo, la procura si muove

ROMA

Truffa aggravata. Per questa ipotesi di reato la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’inchiesta rispetto all’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità negli anni scorsi da una nobildonna ad Alleanza nazionale. L’avvio degli accertamenti, si spiega a piazzale Clodio, è un «atto dovuto» dopo la presentazione di una denuncia.
ACQUISIZIONE DEI DOCUMENTI - Uno dei primi passaggi degli investigatori sarà quello di acquisire i documenti rispetto al passaggio di proprietà dell’immobile e alle persone fisiche e giuridiche coinvolte. Le verifiche saranno seguite dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e affidate agli uomini della Guardia di finanza. L’esposto che ha dato origine al fascicolo è stato depositato, il 30 luglio scorso, ad una stazione dei carabinieri di fuori Roma, da parte di due esponenti del partito La Destra. In una nota della formazione guidata da Francesco Storace si riferiva che la segnalazione era stata fatta dal consigliere regionale Roberto Buonasorte e dal consigliere comunale di Monterotondo, l’avvocato Marco Di Andrea.
LO SCONTRO FINI-FELTRI - Il Giornale da diversi giorni ha pubblicato articoli molto approfonditi e informati sulla questione. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla luce di quanto riportato dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri, pochi giorni fa aveva reso noto di aver presentato denuncia per diffamazione. «Il presidente Fini non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile - si sottolineava in un comunicato - Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo. Sarà l’autorità giudiziaria ad acclarare la totale infondatezza di quanto divulgato e ad accertare la condotta diffamatoria». (Fonte: Apcom)

05 agosto 2010



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Diamanti insanguinati: La Campbell ammette: "Ho ricevuto delle pietre"

Libero



E' il tutto esaurito al tribunale speciale per la Sierra Leone, all'Aia, per la deposizione della top model Naomi Campbell, nell'ambito del processo per crimini di guerra e contro l'umanità contro l'ex presidente della Liberia Charles Taylor, prevista alle 9. Con la testimonianza della Campbell l'accusa spera di dimostrare che Charles Taylor ha mentito affermando di non avere mai posseduto diamanti grezzi. La deposizione ruota attorno ad un ricevimento nel settembre del 1997 nella residenza dell'allora presidente sudafricano Nelson Mandela, alla quale erano presenti sia la Campbell che Taylor.

Dall'alba, decine di fotografi e cameraman hanno atteso l'arrivo della “pantera nera” davanti al palazzo della Corte, mentre all'interno i posti disponibili nella sala stampa erano già tutti occupati. La Campbell ha accettato di presentarsi al processo solo dopo che la Corte l'aveva minacciata di misure ritorsive, multa e giorni di carcere, se avesse continuato a rifiutarsi. Al suo fianco l'avvocato Lord Macdonald che ha ottenuto di poter rispondere in sua vece ad alcune domande le cui risposte potrebbero compromettere la posizione della sua cliente. L'avvocato non sarà però seduto al suo fianco: la Campbell siederà sola davanti ai quattro giudici.

La bella top model rispondendo alle domande del procuratore Brenda Hollis, ha detto: «Nel corso della notte, due uomini hanno bussato alla porta della mia camera e mi hanno consegnato un piccolo sacchetto dicendomi: "questo è un regalo per te". 'Ho ringraziato, messo il sacchetto sul comodino e sono tornata a dormire», affermando poi di avere aperto solo la mattina dopo il sacchetto e di avere notato «alcune pietre molto piccole che sembravano sporche».

La venere nera ha poi raccontato di aver riferito l’episodio durante la colazione con l’attrice Mia Farrow, che sarà anche lei ascoltata come testimone, e la sua ex agente Carole White «e una delle due ha detto che il regalo di sicuro arrivava da Taylor». Ma la Campbell ha detto di non conoscere l'identità dei due uomini che hanno bussato alla sua porta: «non so chi fossero, non si sono presentati. Erano due uomini neri». La super modella, per l’occasione vestita di bianco, ha insistito sul fatto che le pietre non le erano parse dei diamanti: «erano molto sporche, in genere i diamanti brillano», ha detto.

Secondo quanto raccontato ai giudici dall'attrice Mia Farrow, la Campbell avrebbe ricevuto da Taylor un grosso diamante grezzo nel 1997 durante un ricevimento nella residenza dell'allora presidente sudafricano Nelson Mandela. L'ex presidente della Liberia, arrestato il 26 marzo del 2006 in Nigeria, è accusato di avere foraggiato i ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Fru) in Sierra Leone fornendo loro armi e munizioni in cambio di diamanti. La top model ha sempre negato pubblicamente di avere ricevuto un diamante da Taylor, ma potrebbe averlo fatto per paura.

05/08/2010




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Finanzieri sequestrano patrimonio da 5 milioni di euro a famiglia rom

Corriere della sera

L'operazione denominata «Kumania»

FROSINONE

Finanzieri sequestrano patrimonio da 5 milioni di euro a famiglia rom


ROMA - È in corso l'operazione in provincia di Frosinone denominata «Kumania» portata avanti dalla Guardia di Finanza del comando provinciale e finalizzata al sequestro di un patrimonio da cinque milioni di euro appartenente ad una notissima famiglia rom da sempre radicata sul territorio ciociaro.

DETTAGLI OPERAZIONE - Al momento non si conoscono i dettagli dell'operazione che verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si svolgerà presso il comando provinciale della Guardia di Finanza di Frosinone alle 11 di questa mattina e che vedrà la presenza del sostituto procuratore della Repubblica di Frosinone Tonino Di Bona. (Fonte Agi)


05 agosto 2010



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Scuola, il test rivela il "trucco" dei voti più alti al Sud che al Nord

di Stefano Zecchi

I risultati dell’esame Invalsi proposto agli alunni di terza media (e uguale per tutti) ribaltano quelli della maturità. 

Il divario resta ma qualcosa si muove


 

Difficile avere una scuola che sia uniforme, che risponda agli stessi requisiti di qualità in ogni angolo del Paese. In qualunque Nazione occidentale le disparità sono evidenti, tant’è vero che si cerca di studiare - quando le condizioni economiche e familiari lo rendano possibile - dove lo si può fare meglio. Ma durante gli studi medi e superiori si rimane vicini a casa con i relativi vantaggi e svantaggi.
Ora c’è semplicemente da chiedersi il perché gli studenti del Sud debbano studiare peggio di quelli del Nord. Le statistiche che possediamo sono oggettive e smascherano anche un comportamento inaccettabile: dei docenti, non degli studenti.

Se analizziamo i dati relativi alla maturità di quest’anno, ecco emergere il giovane meridionale che ha voti migliori del compagno settentrionale. Se invece osserviamo i dati forniti dalla prova cosiddetta Invalsi, la situazione è completamente rovesciata: più bravi sono i giovani del Nord.

Mentre i voti vengono assegnati dagli insegnanti secondo una personale valutazione, la prova Invalsi è non solo oggettiva - cioè indipendente dai criteri del professore - ma anche uniforme, perché è la stessa su tutto il territorio nazionale. Evidente constatazione: i professori che insegnano al Sud sono di manica larga, meno preoccupati di far raggiungere ai propri allievi buoni risultati.
Perché, torno a chiedere, i giovani del Sud devono partire svantaggiati rispetto a quelli del Nord fin dai banchi di scuola?

Ammettiamo pure che nel Meridione ci siano situazioni di disagio - diciamo con un eufemismo - ambientale, che incidono sulla resa scolastica. Vorrei però che qualcuno chiedesse a un insegnante di scuola media di Milano quanta fatica debba fare per integrare nella sua classe gli extracomunitari, che sono anch’essi tenuti a sostenere la prova Invalsi e quindi rientrano con i loro test nella valutazione complessiva. Dunque, se al Sud ci sono problemi «ambientali», al Nord i professori si devono misurare con i ragazzi extracomunitari.

I dati statistici ci dicono in modo impietoso che gli insegnati meridionali risolvono le questioni relative alla qualità dell’apprendimento dando voti alti. Gli studenti potrebbero anche essere contenti, ma in realtà vengono penalizzati. Certo, non per colpa loro. Il problema sono gli insegnanti. Il problema è il modo in cui viene formata e selezionata la classe docente.

Non esiste scuola di formazione per gli insegnanti. Ci si laurea e poi si fanno domande a tappeto per venire chiamati come supplenti. E qui incomincia un’indecorosa trafila. Tutto è lasciato in mano ai presidi, ai Provveditorati, ai sindacati. Dovrebbero esserci i concorsi: l’ultimo è stato indetto dieci anni fa, e il precedente una ventina di anni fa.

Ogni passo del cammino dalla laurea all’insegnamento è rigidamente sindacalizzato, per cui il merito va a farsi benedire: si va avanti con punteggi relativi ai giorni e agli anni di supplenza prestata. E intanto si aspetta la leggina per passare di ruolo senza verifica di capacità didattiche e cultura.

Gli stipendi dei docenti sono bassissimi, i più bassi in Europa a gara con Portogallo e Grecia. Chi trova di meglio che insegnare - chi è più fortunato e ha più fantasia - non entra in una scuola. Quindi abbiamo pochi docenti bravi, che il più delle volte sono giovani ancora entusiasti e che si dedicano con passione al loro lavoro. La maggior parte è svogliata ed entra in classe come se dovesse andare dal dentista.

C’è da chiedersi: se questa è la realtà, perché c’è differenza tra Nord e Sud? La differenza c’è perché il docente è il risultato di una filiera: ha già lui studiato male nelle scuole, è inevitabile che a scuola insegnerà male, e per non crearsi grattacapi maggiori di quelli che ha già non pretenderà dagli allievi quella qualità che molto probabilmente gli manca.

Finché le città del Nord manterranno una qualche tensione competitiva all’interno del mercato del lavoro, e finché le famiglie settentrionali avranno l’ambizione che i propri figli siano competitivi, si eserciterà un controllo sociale e famigliare sulla qualità del servizio scolastico. Se questo sciaguratamente verrà a mancare, assisteremo alla meridionalizzazione della scuola italiana.

Tuttavia non è difficile invertire la tendenza: sarebbe sufficiente valorizzare gli insegnanti selezionandoli periodicamente, premiando chi merita, anche sul piano economico, così da rendere una professione tanto delicata, importante (e bella) degna di una Paese che si preoccupa davvero del futuro dei propri figli sempre più messi alla prova dalla competizione internazionale. E non sarebbe male ricordare che quanto più la scuola possiede livelli di qualità omogenei, tanto più la Nazione è unita.





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Napoli, preso in Belgio Vittorio Pirozzi: nella lista dei 100 latitanti più pericolosi

Il Mattino

NAPOLI (5 agosto) - Nella serata di ieri, nel centro storico di Bruxelles, gli agenti della Sezione Catturandi della Questura di Napoli e dell’ Interpol, hanno rintracciato il latitante Vittorio Pirozzi, di 58 anni , trafficante internazionale di stupefacenti, che era inserito nell’elenco del Ministero dell’ Interno dei 100 ricercati più pericolosi .

Pirozzi, storico esponente del clan camorristico MARIANO , per conto del quale controllava la zona Chiaia del capoluogo partenopeo, era latitante dal 2003 e deve scontare una pena definitiva di 15 anni di carcere.





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Il video: reporter imbranato distrugge scultura. Vero o falso?

Il Secolo xix

All’Orange County Fair, una sorta di gigantesca fiera estiva che si svolge ogni anno a Costa Mesa (Los Angeles) e che è tuttora in corso, qualche giorno fa il reporter di un network locale ha intervistato Roland Hernandez, uno scultore che lavora con il ghiaccio. Hernandez stava facendo ammirare alle telecamere la sua ultima opera, che gli era costata otto ore di lavoro. Ma guardate che cosa combina l’imbranato intervistatore:


Il video è in questo momento uno dei più cliccati della Rete, ma c’è anche chi ha messo in dubbio che si tratti di un momento di involontaria tv-verità. Il magazine on line Vulture, ad esempio, sostiene che la rapidità con la quale il reporter avvicina il microfono alla bocca dell’apparentemente basito scultore, sia perlomeno sospetta.




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Liberati 12.000 bambini minatori

Il Secolo xix

Roberto Scarcella

L’ORO E I DIAMANTI torneranno finalmente a essere cose da adulti. E loro potranno tornare a fare i bambini. Che poi è quello che sono. Non uno, ma ben dodicimila ragazzini erano stati costretti negli ultimi anni a lasciare la scuola, e talvolta anche la famiglia, per raggiungere le miniere del Congo. Ora, grazie agli sforzi di Save The Children, sono stati liberati.

Schiavi nella terra degli schiavi. Costretti a lavorare per pochi spiccioli in uno dei Paesi più poveri del pianeta. In grado però di esportare grandi ricchezze. I più piccoli di loro, però, neanche sapevano quali erano i materiali che raccoglievano. Piccoli, ingenui Wall-E: il cartone animato della Disney che - costretto a scavare nella dura terra - scartava i gioielli che trovava lungo la strada per conservare e poi mettersi a giocare con le custodie.

Loro - gli 11.506 ragazzini salvati - non potevano invece permettersi nemmeno un minuto di svago, osservati da vicino dai loro carcerieri e puniti per ogni distrazione. Bisognava rimanere concentrati sull’estrazione dei minerali: cobalto, rame, coltan. Il rischio di contrarre malattie non veniva contemplato, così come le lamentele dei giovani, talvolta giovanissimi operai. Si è andati avanti così per anni in luoghi dai nomi certamente esotici, ma tutt’altro che attraenti: la provincia di Katanga, Mongbwalu, Kasai, nascondevano atrocità viste raramente persino nella disastrata Africa subsahariana.

La liberazione dei bambini annunciata ieri è avvenuta nel quadro del progetto Reete, un acronimo inglese che sta per “riduzione dello sfruttamento dei lavoratori bambini grazie all’istruzione”. Sembrava impossibile agli occhi della stessa Save The Children, invece ora si avvicina l’obiettivo principale, ridurre di un quarto il numero di bambini minatori all’interno della repubblica congolese.

È forse presto per cantare vittoria, visti i continui arruolamenti nei villaggi e nelle scuole da parte di chi gestisce le miniere. Tuttavia, presto potrebbero essere mossi i primi passi a livello giuridico. Le leggi sul lavoro minorile in Congo sono quasi inesistenti: un po’ d’ordine cercano di farlo gli emissari delle organizzazioni internazionali con l’aiuto dell’Onu, ma controllare assiduamente un territorio grande sette volte l’Italia non è semplice. Save the Children, insieme a un pool di avvocati, si è già attivata per proporre nuove norme. Spesso l’ostacolo sono gli stessi genitori dei bambini-operai, che ridotti alla fame cedono o prestano i propri figli a compagnie. La fine che fanno è nota: costretti a portare sacchi pesantissimi e a respirare polvere di metallo, lavorano, come ricorda un rapporto Unicef, «in condizioni sanitarie deplorevoli. Per dissetarsi bevono l’acqua degli interstizi. Per lavorare più in fretta consumano regolarmente bevande alcoliche e marijuana». E li chiamavano bambini.





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I furbetti del Quadrilatero

Il Secolo xix

I furbetti del Quadrilatero passavano con non-chalance alla cassa numero 6, dando solo una controllatina al vetro a specchio che sapevano nascondere lo sguardo inquisitore del direttore del supermercato. Brandendo confezioni di ravioli di brasato e petto di pollo appena

Una delle immagini che ha incastrato il cassiere infedele
confezionato, strizzavano un occhio al complice, il direttore del magazzino, e sfilavano impudenti. Raccontano di ladri di pollo e di prosciutti le carte dell’inchiesta sulle razzie al market “Billa” di via Cesarea, aperto quasi sempre e, per via di un dipendente infedele, anche ben disposto nei riguardi dei clienti più assidui, titolari e dipendenti di alcuni dei locali del cuore della city: i dipendenti indagati per furto, i titolari di cinque bar per ricettazione. Raccontano le gesta di Roberto Lauciello, 44 anni, residente a Ovada, il responsabile del magazzino del supermercato, e di due amici e complici, secondo l’accusa, Ottavia De Bari, 56 anni, del centro storico e Massimiliano Sattanino, 43, di Marassi, rispettivamente la cuoca del bar “La scaletta” e il panettiere del panificio ”Il fornaio”. I tre, difesi dagli avvocati Fabio Maggiorelli, Andrea Tonnarelli, Stefano Corsini ed Eugenio Dondero, si trovano agli arresti domiciliari e ieri, nel corso dell’interrogatorio di garanzia di fronte al giudice, hanno preferito non rispondere.



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L'isolotto-fantasma di San Martino, paradiso estivo «chiuso per lavori»

Corriere del Mezzogiorno

Da dicembre il piccolo lembo di terra flegreo, di proprietà privata, è inaccessibile. Protesta sul web

NAPOLI - Che fine ha fatto l'isolotto di San Martino? Sì: l'incantevole lembo di terra mozzafiato sul mare, alle pendici di Monte di Procida, meta di sub, pescatori, innamorati e amanti della natura. Dall'inverno scorso la piccola oasi, piena di fiori e sulla cui terraferma conta appena un ristorante, è inaccessibile a causa di lavori di riqualificazione. La data di riapertura è ancora da stabilirsi, ma sembra che si vada per le lunghe. Su Facebook e su diversi siti on-line c'è già chi si lamenta: pochi sono coloro che, specialmente d'estate, sono rassegnati a rinunciare a una passeggiata nell'isola flegrea di 1600 metri quadrati.

Isolotto di San Martino: le foto

Di proprietà privata, l'isolotto si staccò dal costone
tufaceo di Monte di Procida nel 1488, presumibilmente a causa di un maremoto. Composto in gran parte da pozzolana, venne usato dai procidani come base per la pesca del tonno e, dal 1917, come stabilimento industriale per il collaudo di siluri. Negli anni '60 è diventato attrazione turistica, con fondale marino da esplorare.

Oggi il suo accesso è dalla frazione di Cappella, ai piedi di Monte di Procida, grazie a uno strettissimo tunnel di circa 3 chilometri, che conduce su un pontile che dà sull'isola. Un tunnel cui si procedeva a senso alternato, pagando un pedaggio ai privati. Sembra che i lavori di riqualificazione riguardino soprattutto il tunnel, che ha subito seri danni durante la stagione invernale scorsa con infiltrazioni d'acqua che ne hanno imposto la chiusura. Non sono da escludere interventi anche al ponte che collega le due estremità. Intanto, bisognerà ancora attendere prima che quest'angolo di Paradiso torni ad incantare i suoi aficionados.

Marco Perillo
04 agosto 2010





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L'altra vita di Ventura in Argentina: spaghetti, business e tanti segreti

La Stampa

L'estremista nero accusato per Piazza Fontana morto a 65 anni.
Gestiva un locale per vip e politici




EMILIANO GUANELLA
BUENOS AIRES

Una persona dura e capricciosa, un carattere difficile. Non ha mai parlato del suo passato; secondo me neanche alla moglie ha detto la verità». Deni de Biaggi, classe 1948, veneto emigrato in Argentina giovanissimo, è stato per molto tempo amico, socio e braccio destro di Giovanni Ventura, morto lunedì a Buenos Aires a 65 anni. Da due anni non lo vedeva né parlava con lui. «La malattia, distrofia muscolare, l'ha segnato, ho saputo della morte dai giornali».

Di Biaggi parla del Ventura argentino, del filosofo appassionato di cucina veneta, affabile con i clienti e commensali di Filo, uno dei ristoranti con la miglior cucina italiana di Buenos Aires, che insieme hanno gestito fino al 2008. Il Ventura del silenzio assoluto, mai una parola su piazza Fontana, sulla stagione delle stragi, sui morti, i mandanti, i complici. «Ogni tanto gli chiedevo perché non si decideva a parlare, ma lui mi chiudeva subito la bocca, argomento proibito, si cambiava subito discorso». Misterioso, come la prima parte della sua vita argentina.

Ci arriva nel 1978, in fuga dall’Italia, viene arrestato e sconta parte della condanna per gli attentati anteriori a piazza Fontana. C'è la dittatura, in Sud America trovano rifugi anche altri terroristi di destra come Stefano Delle Chiaie, in Bolivia. Si tenta in segreto uno scambio fra lui e Mario Firmenich, leader del gruppo guerrigliero Montoneros in esilio a Roma ma non se ne fa nulla. Si parla, sono mille i rumori che circondano la sua biografia, di un intervento a suo favore della Chiesa e della P2. Nel 1983 cade la dittatura, lui è un uomo libero anche perché non c'è l'estradizione. Si avvicina ai radicali, partito di centrosinistra al potere con Raúl Alfonsín. Diventa amico di Enrique Coti Nosiglia, operatore dietro le quinte del governo, frequenta assiduamente la libreria Gandhi, circolo intellettuale di Buenos Aires.

La democrazia argentina è fragile, Alfonsín deve sedare un paio di rivolte militari. Ventura si avvicina al Mpt (Movimento Patria para Todos), gruppo guerrigliero protagonista, senza di lui, di un maldestro assalto a una caserma nel 1989; una soffiata avvisa i militari che sorprendono i ribelli con i fucili puntati. Pochi mesi dopo arriva al potere il peronista di destra Carlos Menem. Ventura fonda Filo, ristorante italiano con spaghetti al dente e pizza, impossibili da trovare a Buenos Aires. E' un locale alla moda, ci vanno i big della politica e dello spettacolo, ai tavoli con le tovaglie nere e gialle passano i Rolling Stones, Madonna, Francis Ford Coppola.

Deni gestisce i conti, Giovanni intrattiene i clienti parlando un po’ di tutto ma evitando qualsiasi riferimento agli anni di piombo. Al piano di sotto viene allestita una galleria d'arte, lui si incarica dell’impresa di catering e prende in gestione il ristorante del Circolo Italiano, club degli emigranti d’élite. «Non è mai stato - confessa Di Biaggi - un socio facile, da buon veneto si arrabbiava molto quando credeva di aver ragione. Era amico dei socialisti argentini, ma una volta mi sorprese perché prese le difese di Bush sulla guerra in Iraq».

Viene interrogato da magistrati italiani che cercano, invano, di farlo parlare. «Mi diceva - spiega l'amico -: passami a prendere fra mezz’ora, tanto non ho nulla da dire». Viene tirato in ballo nel 2004, quando un attentato fa saltare in aria a Buenos Aires l’edificio dell’associazione mutualistica ebraica, causando 85 vittime.

«Era il sospettato di sempre - ricorda de Biaggi -, lo interrogarono degli agenti del Mossad in cerca di connessioni internazionali ma non trovarono nulla». Inizia a viaggiare in Veneto per trovare la sorella e il nipote. «L’Italia di oggi è cambiata, non la riconosco più», spiega nell’unica intervista qualche anno fa. Avvia un'attività per l'esportazione di cuoio delle Pampas e si sposa con Sandra, una ragazza argentina, da cui ha un figlio.

Sei anni fa gli viene diagnosticata la malattia. Va al Filo fino a quando può camminare, aiutato da un bastone, poi vende la sua parte e si ritira. Gli ultimi due anni li passa bloccato a letto. Nessun segno di pentimento, nessun rimorso, persino la morte viene tenuta, per un giorno, nascosta.




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Strage di Capaci, la Procura indaga sulla sesta vittima

La Stampa

Donna morta nel marzo ’92, non fu suicidio
Era amica di Gioè Il pm: forse fu eliminata




RICCARDO ARENA
PALERMO

Era una donna religiosa, serena, viveva con la madre e non aveva alcun motivo di uccidersi. E nemmeno di essere uccisa. Eppure Maria Rosaria Maisano, 35 anni, originaria di un paese del Palermitano, Piana degli Albanesi, finì carbonizzata dentro la sua vecchia A112. Era il 9 marzo del 1992 e l'inspiegabile «disgrazia» avvenne a Isola delle Femmine, al confine con il territorio del Comune di Capaci. In una stradina che, in linea d'aria, è a non più di trecento metri dal luogo della strage Falcone.

Questo vecchio caso, archiviato per due volte a Palermo, prima come suicidio e poi come omicidio commesso da ignoti, è stato rispolverato a Caltanissetta, dove c'è la Procura che indaga sui tanti aspetti irrisolti delle stragi del 1992. Perché, fra le altre cose, Maria Rosaria conosceva bene Antonino Gioè, uno degli autori della strage in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, e tre agenti di scorta.

Anche se può sembrare paradossale, Gioè, mafioso doc e uomo dei mille misteri, ritenuto al centro di intrecci e contatti con uomini dei Servizi, morto suicida in cella, a Rebibbia, nel giugno del ‘93, frequentava un gruppo del Rinnovamento nello Spirito. Lo stesso movimento religioso cui aderiva Maria Rosaria Maisano. I due erano di paesi vicini, di Piana lei, di Altofonte lui, e, poco tempo prima che la donna morisse, si erano incontrati a casa dei familiari della donna.
Nel marzo del 1992 Gioè lavorò proprio nella zona in cui la Maisano fu trovata morta: si occupava della pulizia dei sottopassi e dei cunicoli dell'autostrada, per conto della ditta Di Matteo, sub-appaltatrice dei lavori, e che li gestì fino al 31 marzo di quell'anno. Il mafioso sfruttò il lavoro per cercare il punto giusto: in uno di quei cunicoli fu piazzato infatti, con uno skate board, l'esplosivo della strage.

Il pm nisseno Gabriele Paci, sollecitato da un'istanza della famiglia, ha riaperto il fascicolo ed è andato a fare un primo sopralluogo sul luogo in cui la A112 della Maisano fu ritrovata, in via Passaggio delle Rose, una zona di villette che in marzo è quasi del tutto disabitata. Il posto ideale per liberarsi di qualcuno che magari ha visto troppo.

Gioè è l'uomo che involontariamente, un anno dopo la morte della Maisano, nel marzo del 1993, a Palermo, diede agli inquirenti la strada per risalire agli autori della strage. L'uomo viveva in un appartamento di via Ughetti, a pochi passi dall'ospedale Civico. Lì la Dia aveva piazzato le microspie e gli investigatori lo ascoltarono mentre diceva a un altro mafioso di Altofonte, Gioacchino La Barbera, una frase rimasta famosa: «Dduocu, unni ci fici l'attentatuni (là, dove feci il grande attentato)». Furono arrestati entrambi: Gioè tre mesi dopo preferì uccidersi, La Barbera parlò e da quel momento si fece luce sull'«attentatuni».

La mattina del 9 marzo del 1992 Maria Rosaria Maisano andò a Capaci, per fare visitare il proprio gatto da un veterinario. Non trovò il medico e tornò indietro. La strada che doveva percorrere era quella in cui lavorava Gioè. Il suo cadavere fu ritrovato nell’auto ancora in fiamme, disteso sul sedile reclinato della A112. Posizione innaturale per un suicida, ideale per una persona stordita.

Le condizioni del cadavere erano tali che l'autopsia non chiarì se fosse stata colpita. Un anno e mezzo dopo la morte della donna, spuntò una relazione di servizio di due carabinieri, che affermarono di avere salvato, nel 1988, la Maisano da un tentativo di suicidio in mare, accompagnandola poi alla Guardia medica.

Di questa visita da parte dei sanitari non c'è traccia alcuna. Un depistaggio, per i familiari. Ora a Caltanissetta cercheranno di capirne di più.




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Siamo i discendenti di Gengis Khan difendiamo la nostra razza dai cinesi»

Corriere della sera


Contro i vicini, nemici storici, in Mongolia spuntano i neonazisti: «Hitler? Una persona rispettabile»
«Siamo i discendenti di Gengis Khan difendiamo la nostra razza dai cinesi»

I mongoli non amano andare in bicicletta «perché ci vanno i cinesi». Al supermercato snobbano frutta e verdura provenienti da Pechino e preferiscono quelle coltivate in patria anche se costano un occhio e hanno il sapore che può avere un prodotto cresciuto in una terra glaciale. Insomma, i mongoli detestano i cinesi con tutto il cuore. Un odio ancestrale, storico, prima da dominatori (ai tempi di Gengis Khan) poi da sottomessi fino alla «liberazione» sovietica negli anni 20 del Novecento. Ma ora questo sentimento, anzi questo risentimento popolare sta degenerando a Ulaanbaatar, la capitale più fredda del mondo e anche la più tollerante, almeno fino a poco tempo fa. Cioè quando si è costituita un’organizzazione ultranazionalista che ha nello «statuto» la salvaguardia della purezza della razza mongola e che sta raccogliendo sempre più consensi.


«SVASTICA BIANCA»
- A scanso di equivoci gli adepti hanno scelto come simbolo la croce uncinata e si sono chiamati Tsagaan Khass, svastica bianca. Le intenzioni sembrano perfino lodevoli: lotta alle ingiustizie sociali, alla corruzione e all’indifferenza politica, alla droga, alla prostituzione e al crimine in generale. Si definiscono antiviolenti e si autoproclamano «supporto alla polizia regolare». Ma i loro raduni mettono paura: giacche militari, magliette con svastica, capelli rasati e braccio teso alla nazista.

«Adolf Hitler? Un uomo rispettabile – dice convinto “Grande fratello”, nome di battaglia del leader degli Tsagaan Khaas – perché il suo obiettivo era quello di preservare l’identità nazionale. Siamo contro la guerra ma andremo fino in fondo ai nostri diritti». «Dobbiamo essere sicuri che il sangue della nostra patria resti puro. Sarà fondamentale per la nostra indipendenza», aggiunge il 23enne Battur, un convinto apostolo della svastica bianca. «Dobbiamo evitare che gli stranieri, e soprattutto i cinesi, si uniscano alle nostre donne creando una razza nuova, diversa da quella pura generata da Gengis Khan».

«TURISTI BENVENUTI» - Una delle attività più frequenti dei nazi-mongoli è quella di irrompere in alberghi e ristoranti per verificare che non ci siano ragazze costrette a prostituirsi. Il vero timore dei mongoli, e non solo degli ultranazionalisti, è quello di finire fagocitati, non solo economicamente, dagli ingombranti vicini cinesi, con forze in campo di 3 milioni di abitanti contro un miliardo e mezzo. Anche per questo tranquillizzano i turisti stranieri, «che sono benvenuti e che sono nostri amici, se rispettano le regole e se non vengono dalla Cina», tengono a precisare quelli della Tsagaan Khass. Anche perché la svastica da queste parti ha un significato molto più morbido, essendo uno dei simboli sacri e benauguranti del Buddhismo presente ovunque, nei monasteri, sulle decorazioni e perfino sui sacchetti del supermercato.

Federico Pistone
04 agosto 2010(ultima modifica: 05 agosto 2010)



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Casa a Montecarlo, la visita della segretaria di Fini

Corriere della sera

La Marino: «Io e Lamorte andammo a vederla. Era in pessime condizioni»
Laboccetta: conosco il fratello della Tulliani però non gli segnalai l'appartamento
Casa a Montecarlo, la visita della segretaria di Fini



ROMA - «Ormai questa casa è diventata una telenovela», esclama Rita Marino, storica segretaria personale di Gianfranco Fini e membro del comitato di gestione dell'ex partito di An. Lei pure, qualche anno fa, andò a visitare, insieme a Donato Lamorte, l'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte numero 14, a Montecarlo, dove adesso vive in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, la compagna del presidente della Camera.

«Ricordo — racconta — che entrando in quella casa ci dicemmo subito che sarebbe stato più conveniente venderla che ristrutturarla. Era ridotta malissimo». E infatti l'11 luglio del 2008, per 300 mila euro, la casa, lasciata in eredità al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni, fu venduta alla società «Printemps Ltd» con sede nell'isola di Santa Lucia (Piccole Antille) ai Caraibi, paradiso naturale ma anche fiscale per molte imprese. Il fatto però che ora ci viva in affitto non un inquilino qualunque ma Giancarlo Tulliani è stata definita «un'inspiegabile coincidenza» perfino dall'uomo che materialmente l'11 luglio 2008 firmò nel Principato l'atto di vendita per conto di An: il senatore Francesco Pontone.

Il sospetto più ovvio è che qualcuno, sempre dentro al partito, sapendo dell'esistenza di quella dimora monegasca, l'abbia poi segnalata a Tulliani che, nel frattempo, per motivi di lavoro — come ha spiegato lui stesso — doveva trasferirsi nel Principato. Ma chi poteva sapere, a parte Pontone? I due amministratori olandesi della «Printemps», Tony Izelaar e James Walfenzao, fanno i consulenti d'affari per grandi banche e fondi d'investimento internazionali. Walfenzao, soprattutto, è molto attivo ai Caraibi, tra Santa Lucia e le Antille olandesi, dove collabora, tra gli altri, con un imprenditore italiano, Francesco Corallo, titolare della multinazionale Atlantis World Giocolegale con base proprio alle Antille. Ebbene, ci sarebbe un ex deputato di An molto amico di Corallo che frequenta le Antille addirittura dal '96: si chiama Amedeo Laboccetta, che non è mai stato a Santa Lucia dove ha sede la «Printemps» del consulente di Corallo, Walfenzao, ma è talmente innamorato della vicina isola di Saint Martin che ha già prenotato un posto — dice — nel cimitero locale per quando verrà il giorno della sua sepoltura.

Però Laboccetta nega di essere l'informatore segreto di Giancarlo Tulliani: «Io Giancarlo lo conosco bene — ammette — ma non sapevo nulla dell'esistenza di una casa a Montecarlo di proprietà del partito né lui mi ha mai detto di averne bisogno. Una volta a Saint Martin invitai a casa mia pure il presidente Fini, è vero, ma solo perché lui, sub appassionato, era venuto in vacanza da quelle parti per osservare da vicino gli squali. Lo ricordo ancora: era il giorno dell'onomastico di mia moglie Patrizia, il 25 agosto. Ogni anno facciamo una cena e sarà così anche questo mese. Dall'11 sarò lì. Tulliani a Montecarlo? Chiedete a Pontone. Davvero ha detto che per lui è una coincidenza inspiegabile? È un mistero».
Fabrizio Caccia
05 agosto 2010



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Il commento Tu chiamale se vuoi... coincidenze

di Redazione

Finalmente Fini e signora hanno spiegato tutto: la fortuna è cieca, le coincidenze anche. Almeno per quanto riguarda Fini Tulliani & Partners. Ha ragione Fini: è solo una campagna di fango. Come è possibile parlare di paradisi fiscali, conti off-shore, scatole cinesi quando la signora Tulliani è la prima persona in Italia che dichiari una vincita miliardaria? È vero, l’ha fatto per giustificare tutte le proprietà della famiglia e gli ultimi acquisti immobiliari così da poter respingere le richieste di Luciano Gaucci, l’ex fidanzato, che rivendica la titolarità di un complesso di beni immobili e mobili, ma perché accanirsi contro chi si ripara dietro il muro della trasparenza? Perché non credere alla sfacciata fortuna della signora Tulliani?

D’altra parte che la compagna di Fini fosse una specie di Gastone in gonnella lo testimoniano chiaramente gli attimi fuggenti della sua vita. Raramente una persona ha la fortuna di coglierli tutti come è riuscito a Elisabetta Tulliani. Si fidanza con un compagno di scuola che soltanto casualmente è il figlio di un noto e ricco imprenditore. Che per pura coincidenza a sua volta diventerà il suo fidanzato.
Ma toglietevi quel sorrisino dalla bocca: lei era già ricca. Sul finire degli anni Novanta aveva, come hanno certificato i suoi legali, vinto più di un miliardo di lire dell’epoca. Quindi, quando Luciano Gaucci è costretto a lasciare momentaneamente l’Italia per problemi giudiziari, rifugiandosi a Santo Domingo, Elisabetta Tulliani, grazie alla buona sorte, che sempre veglia su di lei, riesce a superare lo sconforto trovando riparo in Rai prima di fare l’incontro della vita: quello con Gianfranco Fini.

Proprio una donna fortunata. Ma la fortuna in casa Tulliani è di famiglia. La madre, la signora Francesca Frau, è a capo di una società che ha curato un programma di scarso share sulla prima rete. Il costo per la Rai? Un milione e mezzo di euro. Ed è soltanto una coincidenza che la signora Frau fosse in quel periodo anche la suocera del presidente della Camera.

Così come lo è il fatto che Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta e quindi cognato di Fini, abiti in un appartamento a Montecarlo che era tra gli immobili di proprietà della Fondazione Alleanza nazionale, gestita, in qualità di tesorieri, da due uomini di fiducia del presidente della Camera, l’onorevole Lamorte e il senatore Pontone. Ed è proprio quest’ultimo che ieri in un’intervista al Corriere della Sera ha spazzato via qualsiasi dubbio sulla presenza di Giancarlo Tulliani nell’appartamento al 14 di rue Princess Charlotte di Montecarlo, accanto all’elegante Novotel: «Tulliani in quella casa? Solo una coincidenza».

E sul senatore Pontone è pronta a mettere la mano sul fuoco anche la vedova Almirante. Su Fini invece: «Lasciamo perdere». Sarà contento l’amico Tonino, Di Pietro, che chiedeva al potenziale alleato Fini di non mettere il bavaglio al Giornale ma le carte in tavola per chiarire. Fatto. A Di Pietro non si può dire no. Quindi, per favore, basta sospetti. Se proprio non riuscite a capire chiamatele, se volete, fortunate coincidenze.




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L'evasore più ricco è un italiano

Corriere della sera

La lista segreta del Liechtenstein. «È un ereditiere, conto da 450 milioni»
«Stern» intervista la super-talpa che ha ceduto i dati sui conti in nero
L'evasore più ricco è un italiano

MILANO

Ammesso che ci sia del turismo «puro» nel piccolo Stato del Liechtenstein ora si potrà visitare anche il parcheggio pubblico di Vaduz usato dai super-evasori di tutto il mondo per passare i soldi in contanti — attraverso una porta d'acciaio segreta — nei forzieri della fiduciaria Liechtenstein Global Trust. Quelli affidati al settimanale Stern da Heinrich Kieber, 42 anni, la gola profonda che aveva venduto ai servizi di intelligence tedeschi sui dati esteri i dischetti con la lista di 3.929 conti in nero di fondazioni e 5.828 di persone fisiche, è materiale succulento per i giallisti. Ma i pochissimi particolari che ha dato sul re dell'evasione, «un italiano ereditiere di una famiglia industriale», ha scatenato già la guerra all'uomo.

Chi sarà? Di certo abbiamo un altro «primato» nazionale di cui non andare fieri. La super-talpa Kieber, anch'essa ricca visto che in cambio dei documenti aveva incassato 5 milioni di euro dal Bundesnachrichtendienst, non ha aggiunto molto altro. Se non che la cifra in questione sarebbe vertiginosa: 450 milioni di euro. Un capitale che farebbe appunto dell'italiano il maggior evasore tra tutti coloro che si erano affidati allo schermo del Liechtenstein.
Il maggior evasore tedesco, ha aggiunto Kieber per dare un elemento di confronto, aveva nascosto un patrimonio di «soli» 35 milioni. In realtà sembra che il giornalista di Stern prima di pubblicare la notizia avrebbe guardato le carte pur impegnandosi a mantenere il segreto sull'identità dell'italiano. Ma ciò che conta è che quei dati siano in mano al fisco tedesco. L'Agenzia delle Entrate aveva già detto in passato di essere pronta ad accogliere dati da uffici di altri Paesi. Il passaggio sarebbe più che legittimo e non creerebbe nessun tipo di complessità in un eventuale processo visto che non è stato il Tesoro italiano a pagare per avere i dati.

È dunque probabile che già ieri siano stati in molti ad avviare la caccia all'uomo, sempre che il fisco italiano già non abbia quelle carte in mano: la lista era stata venduta infatti ben due anni fa tanto che aveva portato già a delle catture eccellenti come quella dell'ex presidente delle Poste tedesche, Klaus Zumwinkel, condannato nel 2009 a due anni di reclusione con la condizionale, a una multa da un milione e al pagamento dei 3,9 milioni evasi. In ogni caso per lo stato italiano e per il governo Berlusconi, che dopo lo scudo fiscale aveva ripromesso una stretta sui capitali nascosti all'estero, sarebbe un colpaccio. Per il magistrato Pier Luigi Dell'Osso che si occupa di anti-riciclaggio e reati di mafia «la notizia è rilevante ed è interesse economico dello Stato italiano sapere chi è la persona indicata. Naturalmente si tratta di vedere quali sono gli elementi dietro la segnalazione.

Nell'ambito della collaborazione tra Stati della Ue, se la lista è in possesso del fisco tedesco, è interesse di quello italiano chiedere ulteriori informazioni. Si può anche attivare l'ex Ufficio cambi di Bankitalia, oggi Uif, che fa parte delle financial intelligence units europee e che rappresentano un'altra possibilità investigativa». In realtà esiste anche la possibilità che nel frattempo la superevasione sia stata scudata. La grande caccia all'uomo si trasformerebbe così in una grande beffa, sia per il Tesoro che per i cittadini onesti. Con l'operazione di rientro dei capitali che si è chiusa definitivamente lo scorso aprile i soldi detenuti illegittimamente all'estero potevano essere sanati definitivamente con il pagamento del 5%.

Insomma, con soli 22,5 milioni, il ricco ereditiere italiano potrebbe non tremare affatto leggendo la notizia. Tutto dipende dunque dalla velocità con cui si era mosso il fisco e dal fair play dei colleghi tedeschi nel segnalare il nome. In questi anni le spy stories legate a liste di evasori si sono arricchite di nuovi capitoli con la lista Falciani e quella Pessina. Ma, risultati a parte, con l'uscita di Stern la vicenda di Kieber si candida a diventare quella più intrigante: tra i particolari rilevati dall'ex dipendente del fondo c'è l'inquietante notizia che gli addetti ai conti segreti tenevano dei veri e propri dossier con notizie riguardanti «liti familiari, seconde o terze mogli o figli naturali». «Ne sanno più loro delle mogli, dei figli o degli stessi partner d'affari» ha concluso. Si capisce perché lo stesso Kieber vive oggi in una località nascosta sotto la protezione dei servizi segreti.
Massimo Sideri
msideri@corriere.it
05 agosto 2010



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L'Fbi contro Wikipedia per il logo

Corriere della sera


Il Federal Bureau of Investigation minaccia Wikipedia di intraprendere un’azione legale nei suoi confronti

MA DA WIKIMEDIA NEGANO LA RICHIESTA

L'Fbi contro Wikipedia per il logo


La pagina di Wikipedia sull'Fbi (dal web)
La pagina di Wikipedia sull'Fbi (dal web)
MILANO
– Il Federal Bureau of Investigation non gradisce che l’enciclopedia open source riporti, alla voce Fbi il logo dell’agenzia e, in mancanza di un’esplicita autorizzazione all’uso dell’immagine, ne chiede la rimozione a Wikimedia. Insomma il marchio è loro e se lo gestiscono loro, fanno sapere dal Federal Bureau in una lettera abbastanza minatoria, difendendo gelosamente lo stemma dove campeggia il simbolo della giustizia affiancato dalla scritta «Fidelity, Bravery, Integrità»(ovvero Fedeltà, coraggio, integrità), il cui acronimo è appunto FBI.



LA LETTERA DEL BUREAU – La lettera dell’Fbi viene spedita il 22 luglio, indirizzata a Wikimedia Foundation, e rivendica il permesso di utilizzo del prezioso simbolo solo in seguito al benestare del direttore del Bureau, intimandone una tempestiva rimozione. Peccato che le leggi citate dal Federal Bureau Investigation (la numero 701 e la 709 del codice degli Stati Uniti) nella polemica comunicazione si riferiscano a casi in cui si utilizza il logo per fini di lucro e alle ipotesi in cui vengano contraffatti i tesserini, e non a chi posta lo stemma su siti non commerciali.

LA RISPOSTA DI WIKIMEDIA – Nella risposta pubblicata sul New York Times online, il consigliere generale di Wikimedia, Mike Godwin, replica dunque che il simbolo resterà sulla pagina di Wikipedia, spiegando perchè viene negata la richiesta e dichiarandosi pronto a ripercussioni legali. In sostanza secondo Godwin nulla vieta la libera riproduzione dello stemma in questione, mentre la legge sulla proprietà intellettuale ne inibisce severamente la contraffazione. Wikipedia, nel rifiutare elegantemente l’istanza, fa notare anche di non essere l’unica a proporre lo stemma in questione (lo fa per esempio l’Enciclopedia Britannica online). C’è già chi si chiede cosa ci sia realmente dietro l’insolita rivendicazione e chi, come Cindy Cohn, di Electronic Frontier Foundation, insinua che l’Fbi avrebbe ben altro di cui occuparsi, liquidando come silly (stupida) tutta la questione. Ma i toni della prima lettera, seguita da una risposta decisamente piccata, fanno già ipotizzare un’aspra battaglia legale.

Emanuela Di Pasqua
04 agosto 2010





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