venerdì 6 agosto 2010

Taranto, la Asl paga ancora i medici ma i quattromila pazienti sono morti

La Stampa

Blitz della GdF scopre la truffa «Danni per oltre 300 milioni»
I dottori incastrati incrociando i dati conservati dall'anagrafe
Tre gli indagati tra i dirigenti




TARANTO

I medici di famiglia erano pagati per assistere anche i morti. Anche quelli di cui avevano diagnosticato il decesso, ma che non spettava a loro cancellare dagli elenchi degli assistiti. Sono stati ben quattromila i pazienti deceduti, ma che risultavano ancora vivi e vegeti nei registri dell’Asl di Taranto, che concorrevano alla quantificazione delle retribuzioni dei medici di base convenzionati. Un danno erariale stimato in circa 300 mila euro dalla guardia di finanza.

Incrociando i dati conservati nell’anagrafe tributaria con quelli in possesso dell’anagrafe sanitaria, le Fiamme gialle hanno scoperto la mancata cancellazione dagli elenchi di migliaia di persone decedute, per le quali lo Stato ha erogato ai medici compensi indebiti che ora dovranno restituire.

Un avviso di conclusione delle indagini preliminari, firmato dal pubblico ministero Remo Epifani, è stato notificato all’ex direttore generale Marco Urago, all’ex commissario straordinario dell’Azienda sanitaria locale Taranto 1 Carlo Sessa e all’attuale direttore generale Angelo Domenico Colasanto. Sono accusati di abuso d’ufficio per aver omesso, nell’ambito delle competenze attribuite loro dalla normativa regionale e nazionale nel comparto della spesa sanitaria, di dare corso alle procedure di aggiornamento dell’anagrafe assistiti e per avere arrecato un ingiusto profitto ai medici. Il periodo preso in esame è quello compreso fra il 2004 e il 2008. Le indagini, che rientrano in un piano di azione disposto dal comando generale della guardia di finanza per monitorare la spesa sanitaria, sono ancora in corso per individuare altre presunte responsabilità, soprattutto per quanto riguarda la condotta dei medici, e per quantificare il danno erariale da segnalare alla Corte dei conti.

Ai medici di base il Servizio sanitario nazionale corrisponde, oltre a un assegno individuale riconosciuto per anzianità di laurea e carico assistenziale, poco più di 38 euro lordi all’anno per ogni paziente. I finanzieri del Gruppo di Taranto hanno calcolato per il momento un danno patrimoniale di 300 mila euro, ma si tratta di una cifra approssimativa. Per accertare le irregolarità sono stati confrontati i certificati di morte acquisiti nei vari comuni della provincia con i tabulati dell’anagrafe sanitaria contenenti le generalità di centinaia di migliaia di assistiti.

In molti casi erano gli stessi medici di famiglia a certificare il decesso dei pazienti, ma non ne davano comunicazione all’Asl. E così l’anagrafe si popolava di fantasmi e i medici coninuavano, in silenzio, a percepire le indennità.



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Inni fascisti e parolacce nel sito dell'assessore alla Sicurezza

Il Mattino di Padova

Fa discutere la pagina su Facebook di Enrico Pavanetto: foto equivolche con il saluto romano, citazioni di inni fascisti e doppi sensi postati e commentati dagli amici. Pavanetto, classe 1973, è da un anno assessore provinciale della giunta Degani

di Enrico Ferro

Pavanetto e il saluto romano
Pavanetto e il saluto romano


PADOVA. È giovane, in carriera, ex fascista e non fa nulla per nasconderlo. Fin qui niente di male, siamo comunque nel campo del libero arbitrio. Il problema è che Enrico Pavanetto, classe 1973, da circa un anno è anche assessore provinciale alla corte di Barbara Degani.
Dunque è un personaggio pubblico, rappresenta gli elettori e l'ente che gli paga lo stipendio: la Provincia di Padova. Ma basta entrare nel suo personale account di Facebook per scoprire che l'esponente padovano della Destra Veneta, stavolta, si è lasciato andare un po' la mano. È sufficiente scorrere le foto e i commenti inseriti per trovare saluti romani, inni fascisti e invettive che a tutto fanno pensare tranne che ad un personaggio pubblico a cui è stata affidata la delega alla Sicurezza.

SALUTI ROMANI.
Basta entrare nella galleria fotografica tra le immagini del «profilo» per trovare una bella foto insieme a Paolo Di Canio, l'attaccante finito più volte nella bufera per i suoi saluti romani alla tifoseria della Lazio. E cosa fa Pavanetto? Si fa immortalare con Di Canio mentre fa il saluto simil-romano. In un'altra foto con un gruppo di amici diventa lui stesso parte attiva e alza una mano destra "equivoca" di fronte all'obiettivo.

INNO FASCISTA.
«A noi la morte non ci fa paura: ci si fidanza e ci si fa l'amor, se poi ci avvince e ci porta al cimitero s'accende un cero e non se ne parla più». Alle 10.02 di mercoledì l'assessore Pavanetto inserisce questo post nella sua pagina. Di che testo si tratta? Fa parte degli inni e dei canti della Repubblica Sociale Italiana. Lo stesso giorno, poco dopo le 9 del mattino, pubblica un altro intervento: «Piccolo uomo con la tuta blu sei solo una m...». Poco dopo iniziano a fioccare commenti dei conoscenti connessi, che gli chiedono spiegazioni per l'affermazione, ma soprattutto gli chiedono cosa intenda per «piccolo uomo con la tuta blu». L'assessore risponde: «Che sia un meccanico? Un operaio? un idraulico? Un imbianchino o un poliziotto... lascio a voi la scelta!». Non male per un politico a cui è stata affidata la delega alla Sicurezza.

ARRIVEDERCI.
Infine c'è l'arrivederci dell'assessore, che saluta tutti prima di partire per le ferie: «Me ne vado per un po'. Spero di tornare con la voglia di prima di combattere, amare, odiare e dare tutto me stesso in ogni cosa senza risparmiarmi, con la consapevolezza che tanto in culo lo pigli sempre e comunque. È che almeno saperlo e farsene una ragione può farti tornare la voglia di essere vivo e protagonista».


 Buone ferie.
(06 agosto 2010)



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La banca fantasma, spunta la camorra L'ipotesi: giro di usura e riciclaggio

Il Mattino

 
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (6 agosto) - Dieci conti correnti sequestrati, indagini su un vorticoso giro di assegni. Non solo quelli staccati dai sottoscrittori (oggi denuncianti) ma anche da soggetti che non rientrerebbero tra i soci di Raffaele Cacciapuoti. Conti correnti, assegni, soldi spariti (8 milioni, il tesoro in fumo). E firme di persone che non avrebbero granché da spartire con la nascita della Banca popolare meridionale. Ce n’è abbastanza per parlare, anche solo come ipotesi, di usura. Una ipotesi appunto, che al momento non viene scartata dagli investigatori, in queste ore alle prese con una straordinaria mole di carte acquisite dopo blitz e sequestri.

Scenario che comincia a prendere forma e che ruota attorno al ruolo di Raffaele Cacciapuoti. Il «principe», come amava sentirsi chiamare, il patron del comitato promotore della Banca popolare meridionale. Si parte dal vuoto nelle casse del costituendo istituto di credito del Mezzogiorno: spariti circa otto milioni di euro (ammesso che siano stati depositati tutti i soldi dichiarati nelle sottoscrizioni), caccia al tesoro della banca mai nata.

Cacciapuoti indagato per appropriazione indebita, anche se ora lo sguardo della Procura si fa più acuto. Non solo soldi spariti, ma anche l’ipotesi di un giro di usura finanziato proprio con il gettito delle sottoscrizioni, con un doppio obiettivo: sostenere prestiti da cravattari, ma anche ripulire denaro sporco.

Usura e riciclaggio, appunto. Inchiesta condotta dall’aggiunto Fausto Zuccarelli, dal pm Francesco Raffaele, che da oltre un mese vede impegnati i finanzieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura, agli ordini del colonnello Del Vecchio. Fioccano denunce in questi giorni in Procura. E, lavorando a ritroso, non passa inosservato un esposto che potrebbe irrobustire la pista dell’usura dietro le evoluzioni finanziarie del «principe» Cacciapuoti: tra i primi a sollevare il caso, a metà di giugno, è stato un avvocato che ha denunciato Cacciapuoti per un giro di assegni scoperti. Poca roba, rispetto alla mole di soldi legata allo start-up della banca: trenta, quarantamila euro di cambiali scoperte, che stridono con la possibilità di Cacciapuoti di attingere da un fondo di otto milioni di euro.

Di qui la possibilità che il 44enne napoletano possa essere finito vittima delle sue stesse manovre, magari stritolato da un giro più ampio. L’ha detto in questi giorni in alcune interviste, mandando un messaggio chiaro agli inquirenti: temo per la mia vita, in questa storia sono io la vittima - ha spiegato - altro che truffatore, ho paura per me e per la mia famiglia. Doverose le indagini su soci in affari e frequentazioni del manager napoletano.

Un network, il suo: professionisti, avvocati, commercialisti, ma anche imprenditori, gente attenta a tutto ciò che si muove sul territorio, brava a fare quattrini: a piazzare soldi e a reinvestirli, a trattare capitali che non sempre hanno un’origine pulita. La camorra resta sullo sfondo. E non potrebbe essere diversamente, anche a giudicare da un dato di fatto che non è sfuggito agli investigatori: in alcune occasioni, Cacciapuoti aveva fatto ricorso ad assegni circolari falsi, in un’altra occasione invece aveva provato a coprire un ammanco di otto milioni di euro utilizzando un assegno in sterline poi considerato rubato.

Domanda: come si fa a disporre di assegni fasulli o rubati? Come si fa ad utilizzare materiale che scotta? Inevitabile il riferimento a soggetti legati alla criminalità napoletana, al giro di operazioni messo in piedi da colletti bianchi - tra imprenditori e riciclatori - quando si tratta di ripulire o spostare denaro. Ipotesi e sbocchi investigativi che ora attendono riscontri, attenzione concentrata sullo spulcio delle carte sequestrate due giorni fa in uno studio legale (condiviso dal finto avvocato Cacciapuoti con un avvocato vero ed estraneo al caso Bpm) e nella stessa abitazione di Chiaia del promotore finanziario.

Dal chiuso di due casseforti (aperte grazie ai pompieri), la cronistoria di un patto tra tanti professionisti onesti e alcuni faccendieri in odore di malaffare. Al centro lui, il «principe», il sedicente avvocato e professore, uno che non aveva problemi a staccare assegni falsi e a coprire conti con ticket rubati chissà dove.



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Google ti spia? La vuvuzela ti avverte Nasce l'applicazione che tutela la privacy

Il Messaggero

Google Alarm segnala ai navigatori quando bigG sta raccogliendo informazioni sulle abitudini dell'utente

 
di Laura Bogliolo

ROMA (6 agosto) - Si chiama Google Alarm ed è un'applicazione che consente di essere avvertiti quando Google sta catturando dati dell'utente mentre naviga. Il computer emetterà un suono, simile a quello prodotto dalla fastidiosa vuvuzela, la tromba usata durante i mondiali in Sudafrica.

L'applicazione Google Alarm è stata sviluppata da Jamie Wilkinson che da anni cerca di svelare i trucchi usati da bigG per tracciare le abitudini dei navigatori. L'applicazione è compatibile con due tipi di browser: Google Chrome e Firefox. Google Alarm avverte quando dati personali sono stati inviati ai server di Google. Una volta attivato, farà visualizzare un avviso testuale sui siti visitati la percentuale di pagine che hanno uno stretto collegamento a Google. Contemporaneamente il pc emetterà un suono simile a quello della vuvuzela . E' possibile scaricare una versione di Google Alarm anche senza l'avviso sonoro. Il funzione di Google Alarm è spiegato anche in un video. Attenzione però, i dati definiti personali che Google può rintracciare sono quelli relativi alle abitudini di navigazione. Nessuna intrusione nelle proprie e-mail ad esempio. Si tratta in pratica di “marketing comportamentale”, scoprire le abitudini e i gusti degli utenti per creare un profilo.

«Google raccoglie più dati di quanto ogni governo abbia mai fatto». Secondo il creatore dell'applicazione «Google raccoglie le abitudini di navigazione degli utenti anche quando non si usa il motore di ricerca e YouTube» di proprietà di Mountain View. La raccolta dati avviene anche attraverso «un vasto network che comprende anche Google Analytics (l'applicazione usata da chi ha un sito per analizzare il traffico web), Google AdSense (il servizio per pubblicare annunci pubblicitari) e i codici da mettere sui propri siti o pagine dei social network per far visualizzare i video di YouTube». «Il sistema – aggiunge - è stato creato per rendere consapevoli gli utenti della quantità di dati che ogni giorno Google raccoglie». Sarebbe sufficiente pensare alle persone che usano il motore di ricerca, il servizio di posta Gmail o la piattaforma di condivisione video YouTube per capire quale possa essere la forza della compagnia americana. «La forza di Google è stata proprio quella di offrire prodotti formidabili e gratuiti, che attirano moltissima gente» conclude Wilkinson secondo il quale «Google cattura più dati di quanto ogni governo abbia mai fatto». Si tratta, ovviamente, sempre di abitudini di navigazione, elementi necessari a tracciare un profilo dell'utente e in definitiva offrirgli prodotti che possano allertarlo.

Google e i rischi per la privacy. “Recentemente il Garante della Privacy ha sottolineato i rischi relativi all'uso si alcune applicazioni di Google” spiega Francesco Cardarelli, professore di diritto dell'informatica e delle nuove tecnologie presso l'università Roma Tre. Nella relazione sul 2009, il Garante della privacy Francesco Pizzetti ha posto l'accento su «Google Latitude che consente a un utente, la localizzazione geografica di un altro utente semplicemente acquisendo il consenso con un sms, o Google Maps, che nella modalità my location localizza la posizione del soggetto che ne fa uso». «Si tratta di pericoli reali – aggiunge il professore Cardarelli – soprattutto per quanto riguarda la profilazione degli utenti”. Cardarelli ricorda poi i problemi relativi alla difficoltà di far rispettare a Google normativa europea, “con il trasferimento di dati a server che risiedono negli Usa”. Pizzetti nella sua relazione ha ricordato anche la vicenda Google Street View “che, oltre ad aver mappato le nostre città ha raccolto illecitamente informazioni su reti wireless prive di protezione”
(Il discorso, documento in pdf).
laura.bogliolo@ilmessaggero.it



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Il patrimonio ex An, tesoro da 500 milioni che fa gola a tutte le destre

Il Messaggero

di Mario Ajello

ROMA (6 agosto)

Che cosa c’entra Bartolomeo Colleoni, che è passato alla storia come uno dei capitani di ventura più abili e più audaci del bellicosissimo ’400, con la lotta dura che è scoppiata intorno al patrimonio di An, fra finiani e anti-finiani? C’entra, e tanto. Non solo perchè quell’antico condottiero era un antenato della contessa Anna Maria Colleoni, la nobildonna che un giorno del 1991, durante una festa elettorale al ristorante «Marini» di Monterotondo, si appartò insieme a Fini in una stanzetta e gli disse che aveva intenzione di lasciare i propri beni ad An, in nome della «buona battaglia». E quel lascito, come ora si sa, comprendeva anche l’appartamento a Montecarlo.

Il terribile Colleoni lo ingaggerebbero subito (ma con quali soldi?) sia i nuovi combattenti di «Futuro e libertà» sia La Russa e gli altri ex colonnelli di Fini, perchè un artista della guerra quale egli fu - si favoleggiava anche che avesse tre testicoli - farebbe comodo a entrambi gli eserciti in lotta per conquistare tutto o parte di quel tesoro del vecchio partito. Calcolabile, all’incirca, in 70 milioni di euro liquidi, più 300-400 milioni di euro in immobili.

La guerra entrerà nel vivo a settembre. Poi è prevedibile un’escalation nell’imminenza delle elezioni, anticipate o a scadenza naturale che siano, visto il bisogno di notevoli sostanze finanziarie che avranno il nuovo partito di Fini e il partito dei suoi ex amici restati nel Pdl. Il quale fra l’altro, mentre la fu An può vantare uno dei più consistenti tesori della storia dei partiti, ha ereditato da Forza Italia un maxi-debito da 33 milioni di euro, che certo Berlusconi non è disposto a ripianare di tasca propria.

Bartolomeo Colleoni, dall’aldilà, con chi si schiererà? Magari con Storace, o con Donna Assunta, che a loro volta si sono appassionati alla sorte di questo bel gruzzolo? «Sono soldi di tutti e non possono essere lasciati soltanto nelle mani di Fini», dice Matteoli. Posizione assolutamente condivisa, durante una cena l’altra sera al circolo ufficiali di Palazzo Barberini, mentre Fini stava ”attovagliato” altrove col suo gruppo, dai vari La Russa e Gasparri.

Dentro lo scrigno dei gioielli ora gestiti dall’Associazione An, che poi diventerà Fondazione An se si troverà un armistizio, oltre ai lasciti italiani e monegaschi della contessa ci sono un centinaio di appartamenti sparsi per l’Italia, spesso frutto di altre donazioni oppure acquistati fin dal tempo del Msi, anche con cambiali. «E questo perchè - così spiega il ”super-gianfranchista” Donato Lamorte, presidente dei nove garanti di cui sei sono però anti-finiani - c’è stato un lungo periodo di tempo, in cui a noi ”fascisti” nessuno voleva affittare appartamenti dove mettere le nostre sezioni. E così, ci tassavamo e ce le compravamo».

E’ il caso del palazzo di via Mancini, dove c’era il quartier generale del partito a Milano. O di tanti altri locali. Come quelli romani di via della Scrofa, dove c’è il «Secolo» che è il vascello corsaro dei ”futur-libertari”. Infatti gli avversari di Fini vorrebbero tagliargli i fondi (e accusano invece il finiano Pontone di avergli regalato tre milioni presi dalla cassa comune) e ce l’hanno nel mirino: «Il Secolo ci spara addosso anche con i soldi nostri!». E uno dei gestori del tesoretto, il pidiellino Caruso: «Quel giornale ormai è inutile». Anche se in verità, e al di là delle baruffe partitiche, l’ex organo di An ha trovato una verve e una visibilità politico-culturale che mai aveva avuto finora.

Poi ci sono tutte le altre sezioni del vecchio partito, alcune delle quali affittate - con uno sconto del 30 per cento - al Pdl. La guerra degli immobili sarà appassionante. Ma anche quella dei liquidi non si annuncia da meno. Il patrimonio comprende 12 milioni all’anno, cioè i contribuiti che arriveranno fino al 2011, relativi alla legislatura 2006-2008 che è durata solo due anni ma per legge i soldi ai partiti arrivano come se fosse durata cinque. E a questi si aggiungono i rimborsi elettorali per la legislazione in corso, di cui - secondo il patto stipulato dal notaio alla nascita del Pdl - il 25 per cento spetta agli ex di An e il 75 agli ex di Forza Italia.

Di fatto, a una società di revisione dei conti è stato affidato il compito di monitorare la situazione generale. Un tecnico super-partes è adibito al settore dei beni immobili. Mentre è stato messo in campo - e i vari La Russa, Fini, Alemanno, Matteoli saranno curiosi di vedere come andrà a finire - un pool di giuristi cui tocca studiare la sorte del tesoro che forse verrà diviso. O magari no, se il livello dello scontro si abbasserà. Per ora è altissimo, come dimostra la vicenda dell’appartamento a Montecarlo, venduto - altre dismissioni riguardano una casa a via Somalia a Roma, un immobile a Monterotondo, un altro ancora a Ostia - nel 2008.

I 45 metri quadrati nel Principato di Monaco, andati in affitto al cognato di Fini, stanno all’indirizzo 14 di Boulevard Princesse Charlotte. E ci sono appunto - in questa appassionante trama internazionale a base di soldi, politica & palazzi - principesse, contesse, ombre di antichi condottieri, amicizie e parentele (i Tulliano’s che hanno anche vinto un miliardo all’Enalotto), l’off-shore e gli anni di piombo, testamenti impugnati e tormenti e faide. Sarà questo - intitolabile «La caccia al tesoro» - il romanzone dell’estate 2010?



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Quella casa spetta ad An Ve la racconto io la storia"

Il Tempo




«Quell'eredità venne lasciata ad An, non a Fini». Filippo Zanghi scandisce le parole una per una. Parla con voce ferma e ricorda gli ultimi anni della contessa Anna Maria Colleoni, che conosceva molto bene.

 Come la conobbe?
«Ero medico di Castel Giorgio, un paese in provincia di Terni».

 Il paese d'origine della contessa.
«Esatto. In quel periodo, nella seconda metà degli anni Novanta, ero anche il presidente del circolo di An di Castel Giorgio».

 Ebbe occasione di frequentare la contessa?
«Quando tornava a Castel Giorgio, si sfogava. Si aggiornava sulla situazione politica che seguiva con estrema attenzione. Era una grande simpatizzante del Movimento sociale italiano e, poi, di Allenza nazionale».

 Come nacque l'idea di lasciare tutto in eredità ad An?
«Dunque, andiamo con ordine. La contessa sapeva che i partiti, in particolare in quel periodo, versavano in pessime condizioni economiche. Anche An era nelle stesse condizioni. Ci chiese quale fosse la situazione finanziaria di An e le spiegammo che, come per gli altri, era grave».

 E quindi?
«Quindi ci disse che aveva intenzione di lasciare ad An i beni migliori del suo patrimonio. La casa a Montecarlo, che considerava un gioiello, e le proprietà di Monterotondo».

Gli amministratori di An sostengono che la casa di Montecarlo fosse in pessime condizioni.
«Non lo so, non l'ho vista. Non sono in grado di valutare. Quello che posso dire è che la contessa disse chiaramente che donava al partito le cose più belle che aveva. E ripeto: al partito».

 La contessa conosceva Fini?
«Non ho notizia di un loro incontro. Posso solo dire quello che so per conoscenza diretta».

 Per quello che sa, allora, quali erano i rapporti tra la signora Colleoni e Fini?
«Quando la signora mi disse che aveva intenzione di lasciare tutto ad An, pensai che fosse giusto informare il partito a Roma. Chiesi un appuntamento a Fini, ma non lo ottenni. Andai dal suo capo segreteria a via della Scrofa».

Donato Lamorte?
«Sì, venni ricevuto da lui. Spiegai la situazione, ma in generale i vertici del partito non prestarono grande attenzione. Comunque, la contessa Colleoni non mi ha mai detto di aver incontrato Fini. Non ne ho memoria».

Poi ci fu il testamento?
«Ecco, dell'atto in quanto tale non so nulla. Con me, o in mia presenza, si è parlato solo della volontà di lasciare beni ad An perché potesse continuare la battaglia e portare avanti le sue idee».

Ora ci vive il cognato di Fini. Che cosa ne pensa?
«Non sono in grado di fare una valutazione, non conosco la vicenda, non ho letto le carte. Ho però la sensazione che non sia la realizzazione esatta della volontà della signora Colleoni».

 Sia meno diplomatico. La nobildonna si starà rivoltando nella tomba?
«Penso di sì. E me ne dispiace perché è stata una gran donna e ho avuto modo di conoscerla bene e da vicino».

Parliamo di un'altra donna. Conosce Elisabetta Tulliani, la compagna di Fini?
 «Guardi, ironia della sorte ho conosciuto anche lei. Quando frequentava il signor Gaucci, decisero di comprare assieme una proprietà poco distante da Castel Giorgio, a Torre Alfinita».

Va bene, che giudizio si è fatto della Tulliani?
«Una bellissima donna».

 Anche Gaucci reclama proprietà che dice di aver ceduto alla Tulliani.
«La signora Elisabetta però ha detto di averle acquistate grazie a una vincita all'Enalotto. Dunque, oltre a essere una bella donna è indubbiamente anche fortunata».

Fabrizio dell'Orefice
06/08/2010


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Vaduz, c'è il nome del primo degli evasori E' Alberto Aleotti

Quotidianonet

E' l'industriale presidente del gruppo farmaceutico Menarini il titolare del deposito da 476 milioni della Lgt di Vaduz (Liechtenstein)





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Da Napoli «pendolari delle rapine» Catturati grazie a un Video a Modena

Il Tempo

   

MODENA (5 agosto) - È stata sgominata dalla squadra Mobile della polizia di Modena una banda di sei malviventi 'pendolari' che tentò una rapina in una gioielleria della città nel marzo scorso. Sei gli ordini di custodia cautelare in carcere emessi dal Gip di Modena ed eseguiti dalla polizia.
Tre dei rapinatori si trovavano già in carcere per altri colpi. L'episodio che ha fatto scattare le indagini avvenne in via De' Polli all'oreficeria Reggiani. Tre persone fecero irruzione nel negozio e ingaggiarono una colluttazione con uno dei due soci presenti all'interno.

Il colpo però non riuscì e la banda dovette allontanarsi a bordo di un furgone. Proprio a partire dalla targa del mezzo, trascritta parzialmente da un testimone, gli inquirenti sono risaliti alla banda.


La Mobile ha individuato nel genero del titolare dell'oreficeria l'organizzatore del colpo. Si tratta di Lino Antognetti, di 55 anni. È stato poi arrestato l'autista del mezzo, Giovanni Cannavacciuolo, 41enne di Napoli che godeva della semilibertà dopo essere stato incarcerato alla Dozza a Bologna per altri reati.
È finito poi in manette questa mattina Luigi Zerrelli, 40enne di Napoli considerato l'intermediario del gruppo.

Si trovavano già in carcere tre napoletani accusati di essere gli esecutori del tentato colpo a Modena: Angelo Vivace, 21enne in cella per una rapina a Cremona; Raffaele Terone, 24 anni, e Fabio Aruta, 20 anni.
Gli ultimi due erano stati arrestati in seguito a una rapina commessa a Salerno il 9 marzo, poco dopo l'assalto a Modena.




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Fini: dimettiti

Libero



Se Scajola si è dimesso per la casa fronte Colosseo, Fini deve fare altrettanto per quella di Montecarlo finita nelle mani di suo cognato. E il coro: dimettiti, dimettiti si fa sempre più forte, martellante e soprattutto bipartisan. Forse scontato che Berlusconi, Maroni e Bossi chiedano il "grande gesto". Un po' meno che lo faccia Di Pietro. Gli unici a difenderlo sono Casini e D'Alema, che - non senza una nota di ironia - parlano entrambi, anche se da schieramenti molto lontani, di "squadrismo intimidatorio".

E mentre il presidente della Camera nicchia, le indagini vanno avanti. Dopo l'apertura di un fascicolo di inchiesta per truffa aggravata a carico di ignoti (un atto dovuto, spiegano dalla procura di Roma, in quanto è stata presentata una denuncia da due consiglieri della Destra di Storace), ora la Guardia di Finanza è stata incaricata di acquisire le carte sulla vendita dell'immobile. E in queste ore, infatti, è stata portata a termine la perquisizione degli uffici di An a Roma.
Il protagonista dello scandaolo, per ora, non sarà sentito. Ieri, sull'onda della notizia dell'apertura delle indagini, ha solo commentato "ben vengano le indagini su tutto ciò che concerne il patrimonio di An". Ma a piazzale Clodio, sede della Procura, per ora non c'è alcuna intenzione di sentire l'ex leader di An. Neppure come persona informata dei fatti.

L'eredità-
Nel 1999 la contessa Anna Maria Colleoni, grande sostenitrice di Fini (pare che partecipasse a ogni comizio con la famiglia e in dono gli portasse canestri colmi di albicocche raccolte dai suoi alberi da frutta), lascia tutti i suoi beni in eredità ad An per proseguire "la buona battaglia". Tra i beni  compare anche un appartamento a Montecarlo in Boulevard Princesse Charlotte,14. L'appartamento è tra i 50 e i 70 metri quadri, compreso il terrazzo, ed è composto da due camere da letto, bagno, cucina  e salotto.

Società offshore -
Nel 2008 l'appartamento viene venduto per 300mila euro da An a una società offshore, la Printemps, A sua volta, Printemps rivende l'alloggio per 330 mila euro alla Timara, altra società offshore. Nel 2009 la Timara comincia i lavori di ristrutturazione (chi "difende" il prezzo basso di vendita sostiene che l'appartamento fosse in condizioni disastrose) e stipula un contratto di affitto con Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, attuale compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. A tutt'oggi non si sa a quanto ammonti il canone di affitto.



06/08/2010




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Salermo, rubò furgone con 900mila euro Si costituisce ma per ora nasconde i soldi

Il Mattino

 

NAPOLI (6 agosto) - Aniello Pastore, il vigilante di 44 anni che mercoledì scorso si era dileguato con 900 mila euro in contanti che trasportava sul furgone portavalori della società Ipervigile, si è costituito questa mattina davanti al colonnello Fabio Cagnazzo, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna (Napoli). L'uomo, accompagnato dal suo legale, l'avvocato Rosario Pagliuca, è apparso sereno ma non ha motivato il suo gesto, nè ha ancora indicato il luogo dove si trovino i 900 mila euro.

Ai carabinieri, che continuano le indagini, ha consegnato la pistola d'ordinanza.





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Hiroshima, la bomba 65 anni fa Per la prima volta presenti gli Usa

Il Mattino

Anche il segretario generale dell'Onu partecipa all'nniversario del lancio della prima atomica

 

ROMA (6 agosto)

Oltre 55.000 persone hanno celebrato oggi a Hiroshima il 65° anniversario dal lancio della bomba atomica sulla città giapponese.
Una cerimonia storica che ha visto per la prima voltala partecipazione ufficiale degli Stati Uniti e di un segretario generale delle Nazioni unite. Alla commemorazione, tenuta nel Peace Memorial Park realizzato nel centro della città rasa al suolo il 6 agosto 1945, hanno partecipato, tra le altre numerose personalità di spicco, l'ambasciatore Usa in Sol Levante, John Roos, in rappresentanza degli Stati uniti, il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, e il premier nipponico Naoto Kan. Presenza record anche per la partecipazione internazionale alla cerimonia, con diplomatici in rappresentanza di 74 Paesi, il numero più alto finora registrato, tra cui anche la prima assoluta delle potenze atomiche Francia e Gran Bretagna.



«Siamo tutti insieme in un viaggio da Ground Zero a Global Zero, ovvero un mondo libero dalle armi di distruzione di massa - ha dichiarato Ban nel suo intervento - E' l'unica via percorribile verso un mondo più sicuro. Finché esisteranno gli armamenti atomici saremo costretti a vivere sotto un'ombra nucleare». Un minuto di silenzio è stato osservato alle 8.15 del mattino (l'1.15 in Italia), l'esatto momento in cui la bomba atomica fu sganciata 65 anni fa sulla città, da un'altitudine di 600 metri, uccidendo almeno 140.000 persone.



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Casa di Montecarlo, la Finanza nella sede di An

di Andrea Cuomo

La procura di Roma indaga sulla compravendita sospetta e chiede anche la rogatoria internazionale a Monaco.

L'elenco dei beni della contessa Colleoni: quell'immobile non doveva finire ad An.

Il nipote: "Il lascito serviva a una causa che non è stata perseguita".

E Casini difende Fini: "Squadrismo contro di lui"


 

Roma

Finanzieri in via della Scrofa, a caccia di documenti relativi al passaggio di proprietà dell’appartamento al numero 14 di boulevard Charlotte. I militari, inviati ieri dagli investigatori della Procura di Roma che indagano sulla svendita dell’immobile monegasco che An ereditò dalla nobildonna Anna Maria Colleoni, morta nel 1999, non avrebbero trovato granché negli uffici della sede di An e gli inquirenti hanno quindi disposto una rogatoria internazionale per chiarire il pasticcio del quartierino monegasco che ora risulta affittato a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, presidente della Camera. Il quale Fini ieri è stato laconico: «Ben vengano le indagini su tutto ciò che concerne il patrimonio di An, anche se la denuncia proviene da avversari politici».

Forse avversari ora, ma di sicuro compagni di partito all’epoca dei fatti. L’inchiesta - ancora contro ignoti ma non è detto che nei prossimi giorni qualche nome non finisca sul registro degli indagati - è stata infatti avviata dai magistrati di piazzale Clodio dopo la denuncia-querela presentata lo scorso 30 luglio «per l’eventuale ipotesi di reato di truffa aggravata» ai carabinieri di Monterotondo, alle porte di Roma, da Roberto Buonasorte, 46 anni, e Marco Di Andrea, 47 anni. Si tratta di due esponenti della Destra (il primo è consigliere regionale del Lazio, il secondo consigliere comunale di Monterotondo) già iscritti ad An e che come tali si ritengono danneggiati dagli «ignoti autori» della truffa che avrebbero «con artifizi indotto in errore tutti gli attuali partiti e/o movimenti politici, a vario titolo, aventi causa dal disciolto partito Alleanza nazionale, al fine di procurarsi o procurare ad altri un ingiusto profitto in danno dei partiti e/o movimenti politici anzidetti». Il tono è burocratico, la sostanza chiara: perché di proprietà che il partito aveva ereditato da una militante animata da una sincera fede politiche beneficiano parenti del leader del disciolto partito?

Nelle dieci pagine della denuncia Buonasorte e Di Andrea ricostruiscono tutta la vicenda rifacendosi prevalentemente agli articoli del nostro giornale, che hanno allegato alla denuncia assieme alla copia del testamento olografo della «fu Anna Maria Colleoni». I due parlano di «formidabile coincidenza per la quale il giovane fratello trentatreenne dell’attuale compagna dell’onorevole Gianfranco Fini sia risultato il conduttore da preferire (in termini di pagamento del canone locatizio) da parte della finanziaria Timara Ltd», la società off-shore a cui l’immobile è stato ceduto. Insistono sull’«inverosimile circostanza che quest’ultima società, a compagine anonima, abbia (presumibilmente) pagato somme superiori ai circa due milioni di euro che - stando alla cronaca - sarebbero stati già offerti al partito Alleanza nazionale dai proprietari degli appartamenti finitimi insistenti nel medesimo fabbricato».

E definiscono «inverosimile» anche l’evasività di Donato Lamorte, capo della segreteria di Fini, e di Francesco Pontone, segretario amministrativo di An, in merito alla compravendita dell’immobile monegasco, di fronte alla necessità per «un’associazione (Alleanza nazionale) di rango costituzionale (articolo 49 della Costituzione) di rendere conto non solo alla pluralità degli iscritti delle attività patrimoniali da ascrivere regolarmente a bilancio, bensì alla pubblica opinione tutta». In un’intervista radiofonica ieri Di Andrea ha peraltro ricordato come nel 1991 presentò con Buonasorte la contessa Colleoni allo stesso Fini: «Al ristorante La Marini di Monterotondo facemmo una festa perché per la prima volta ottenemmo un consigliere comunale. Appartati in una stanzetta, la contessa disse a Fini che aveva intenzione di lasciare i beni ad An per la sua “buona battaglia”. Io credo che gli eredi della contessa potrebbero impugnare questo testamento laddove si provasse che non è stata adempiuta la condizione indicata».




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Gaucci: "La Tulliani dice bugie. Miei i 2 miliardi dell'Enalotto"

di Redazione

L'ex patron del Perugia rivela a Panorama: "Elisabetta vuol far credere che fosse lei a foraggiarmi, invece s'è appropriata di case e beni per 20 milioni di euro"


 

Nel pieno della bufera ormai con risvolti anche giudiziari sull’appartamento ereditato da An al numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo e finito nelle disponibilità di Giancarlo Tulliani - fratello della compagna di Gianfranco Fini -, Luciano Gaucci decide di parlare. In un’intervista a Panorama in edicola oggi l’ex presidente del Perugia calcio ripercorre la passata storia d’amore con Elisabetta Tulliani, ma soprattutto torna a spiegare come e perché abbia intestato alla donna una parte consistente del suo patrimonio per sottrarlo ai creditori. E poi la famosa faccenda della vincita al Superenalotto, i rapporti del presidente della Camera con la famiglia Tulliani («lui ascolta troppo il “suocero”»), i regali e gli immobili. Lucianone è vulcanico come al solito, mentre si trova in vacanza a Santo Domingo, il paese in cui s’è rifugiato durante gli anni dei guai con il fisco.

Tanto per cominciare, racconta Gaucci, «Elisabetta ha detto troppe cose non vere. Ha sostenuto perfino che aveva vinto lei al Superenalotto (cosa peraltro ribadita tramite i suoi avvocati in una lettera inviata al Giornale e da noi pubblicata nei giorni scorsi, ndr) e poi ne aveva regalato la metà a me, mamma mia, quanto è generosa», ironizza l’ex fidanzato oggi 71enne. «Mi hanno dato fastidio - si sfoga - le sua menzogne, sembrava che fosse lei a foraggiare economicamente me e questo io non lo sopporto.

Ma come, ho aiutato lei, il fratello, la madre, il padre, le ho intestato questo mondo e quell’altro e sarebbe lei ad aiutare me? Questo mi ha fatto incavolare!». E se magari qualcuno vedesse dietro gli attacchi dei rancori nascosti nei confronti di Fini, Gaucci non ha problemi ad ammettere: «Stando in questo paradiso tante cose nemmeno le so, io non ho mai attaccato Fini, anzi l’ho sempre apprezzato come politico... Lui è stato sempre corretto con me e io con lui. Certo, si è preso la mia ex fidanzata, ma a me che me ne importa?».

Veniamo alla questione della vincita multimiliardaria: «Eravamo usciti e quando rientriamo mi rendo conto che erano quasi le 20: “Ahò”, le dico, “devo giocare, mi accompagni?”. Andiamo al solito tabaccaio. La schedina, come tutte le volte, l’ho compilata io e l’ho pagata io. Pochi euro ma un bel colpo di fortuna: 5+1 uguale a 2,4 miliardi di lire. Ho preso i soldi, li ho messi nel mio conto corrente del Monte dei Paschi e, siccome sono generoso ed ero perso d’amore per lei, le ho regalato la metà». Ma adesso, a distanza di anni, «Elisabetta dice che è stata lei a giocare e a vincere e che poi mi avrebbe dato la metà, come se a quell’epoca Luciano Gaucci avesse avuto bisogno dei soldi della Tulliani», scherza amaro. In più, Lucianone giura di aver lasciato i suoi beni «a lei» dopo la bancarotta.

Già, il patrimonio. A parte i gioielli, «che non si chiedono indietro, sono un frutto d’amore», Gaucci vuole che gli sia restituito tutto il resto. A partire dalle case. L’attico di via Sardegna a Roma fu solo il primo appartamento ricevuto in dono dalla Tulliani, ricostruisce. «Poi ne ha avuti di molto meglio. E poi il terreno nel Reatino, quello con immobili, e a Capranica Prenestina, le case dove vive con Fini, le automobili per tutta la famiglia, i quadri. Non mi ci faccia pensare... E che le posso fare? Mica le posso sparare. L’ho citata in giudizio, vedremo come andrà. Certo la riconoscenza è merce rara, perché certa gente quando ha una cosa in mano se la vuole tenere, anche se non è sua». Altro che vendetta, insomma. «Perché quello è un mio diritto - rivendica Lucianone -. Dovrei stare zitto solo perché siamo stati fidanzati o perché ha un grande politico alle spalle? Io lo rispetto, ma proprio lui che parla tanto di legalità comprenderà i miei diritti sacrosanti», ecco la frecciata a Fini. Invece Elisabetta Tulliani «prima si è riempita la pancia e poi si alzata da tavola».

Gaucci da ultimo prova a quantificare il valore dei beni intestati o ceduti alla ex compagna: «Forse 15 milioni di euro, forse 20. Ci avrei potuto comprare un’altra squadra di calcio». Così, a proposito di rimpianti, Lucianone è pentito ma ha imparato la lezione: «Assolutamente no», non intesterebbe ancora i suoi beni a Elisabetta Tulliani. «Innamorato sì, facile a credere nelle persone sì, ma non sono mica uno stupido».




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Amore clandestino con la moglie del re Si dimette il ministro della Giustizia

Corriere della sera

La donna è la dodicesima sposa del sovrano Mswati III



MILANO - Lei, dodicesima moglie del re, si vestiva da soldato e raggiungeva il suo amante in un hotel a pochi chilometri dal palazzo reale. Lui, amico d'infanzia del sovrano, ministro della Giustizia del regno dello Swaziland, è stato costretto alle dimissioni. Politica, scandali e passioni si consumano nella corte dorata di quella che è di fatto l'ultima monarchia assoluta d'Africa. Un piccolo Paese chiuso tra Sudafrica e Mozambico, dove il re può permettersi tredici mogli e decine di Bmw e il 70% della popolazione vive con poco più di 50 centesimi al giorno ed è decimata dall'Aids.

Swaziland

IL TRADIMENTO
- «Da parecchi mesi la regina era solita indossare l’uniforme militare quando il re era assente - rivela una fonte interna al palazzo reale - . E nessuno si chiedeva dove andasse quel soldato». A scoprire la liaison tra Nothambo Dube - questo il nome della donna, di 22 anni - e il ministro della Giustizia, Ndumiso Mamba, sono stati i servizi segreti, che hanno seguito la regina durante un periodo di assenza del re, in viaggio a Taiwan. Giovedì l'annuncio del primo ministro Sibusiso Diamini: «Abbiamo parlato e il ministro della Giustizia ha subito presentato le dimissioni». Ora rischia anche di essere espulso dal regno mentre la regina potrebbe essere costretta a tornare a vivere con i genitori. Per entrambi, inoltre, la probabile punizione di dover offrire come risarcimento una mandria di mucche.

RITORSIONI - Dello scandalo i media dello Swaziland non possono parlare. A darne conto sono le tv e i giornali sudafricani. Mswati III, 42 anni, regna infatti - nella prassi - come un sovrano assoluto. Una Costituzione è stata ammessa nel regno quattro anni fa: prevede il Parlamento ma gli affida un potere esclusivamente consultivo e vieta i partiti politici. È reato, inoltre, criticare da ogni punto di vista il re. Secondo il blog sudafricano Swaziland Solidarity Network Forum , il sovrano ha dato ordine all'operatore telefonico Mtn - l'unico nello Swaziland - di controllare tutte le conversazioni delle ultime settimane per individuare da chi sia arrivata la soffiata. La «gola profonda» rischia di aggiungersi alla lista degli epurati per mano del re: oltre al ministro della Giustizia, di recente sono stati costretti alle dimissioni anche due speaker del Parlamento. Il primo per aver rubato escrementi di mucca, il secondo per un affair sentimentale. Con un'altra delle moglie di Mswati.

Alessia Rastelli
05 agosto 2010



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Il nipote della contessa

di Redazione

Si chiama Paolo Fabri ed è nipote di Anna Maria Colleoni. È architetto, ha 52 anni e possiede un bel negozio di design nel centro di Bergamo. Ma non ha una casa a Montecarlo. Quella, come noto, è finita col resto dell’eredità ad An.

Dica la verità, ce l’ha con sua zia?
«Certo che no. Anzi, se c’è una cosa che tengo a sottolineare è il valore della sua scelta. Era un’idealista, e ha lasciato i suoi beni al suo partito perché voleva che quel patrimonio servisse a qualcosa in cui credeva».

E «il partito», secondo lei, ne ha fatto buon uso?
«Non punto indici, ma è giusto rimarcare come quel patrimonio sia stato donato per una causa. Per uno scopo chiaro, che non mi sembra sia stato perseguito».

Insomma, An ha tradito lo spirito di quell’eredità?
«Io so quello che leggo sui giornali. Non posso dire quanto valeva la casa a Montecarlo, o che gioco si è giocato sui terreni a Monterotondo, da agricoli divenuti edificabili. Ma se ciò che leggo è vero, beh, direi che quell’eredità non è servita allo scopo al quale mia zia l’aveva vincolata, almeno moralmente».

E giuridicamente? Non pensa di riaprire la questione?
«Non escludo niente, nemmeno il ricorso alle carte bollate. Anche se An nel 2000 fece cancellare la norma del codice civile che prevedeva l’impossibilità per le associazioni non riconosciute di ereditare beni. Chissà che non scompaiano anche gli articoli 647 e 648, quelli sul rispetto dell’onere. Per ora sto alla finestra, voglio vedere come evolve questa situazione. Certo, la vicenda della casa di Montecarlo fa pensare».

Pensare come, male?
«Beh, le dichiarazioni che ho letto in questi giorni sono sorprendenti, quasi come se ricevere quell’appartamento fosse più un peso che un vantaggio».

A giudicare dal prezzo...
«Ma non era un rudere. C’era stata due mesi prima di morire. Tutt’al più avrà lasciato in disordine, sperando di tornarci per l’estate, non immaginava che sarebbe morta».

Lei c’è mai stato in quella casa?
«No, per un pelo. Nel 1997 Anna Maria invitò me e mia moglie a Montecarlo, ma all’ultimo momento la nostra partenza saltò».

Ora ci vive, in affitto, il fratello della compagna di Fini
«Ho letto che dicono sia solo una coincidenza. Di certo molto sorprendente. Ma a me preme più ricordare che gran donna era mia zia. E far rispettare la sua ultima volontà è il miglior modo di farlo».


GMC-MMO



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L’inchiesta/La casa dei Fini

di Redazione

Nel pieno della bufera ormai con risvolti anche giudiziari sull’appartamento ereditato da An al numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo e finito nelle disponibilità di Giancarlo Tulliani - fratello della compagna di Gianfranco Fini -, Luciano Gaucci decide di parlare. In un’intervista a Panorama in edicola oggi l’ex presidente del Perugia calcio ripercorre la passata storia d’amore con Elisabetta Tulliani, ma soprattutto torna a spiegare come e perché abbia intestato alla donna una parte consistente del suo patrimonio per sottrarlo ai creditori. E poi la famosa faccenda della vincita al Superenalotto, i rapporti del presidente della Camera con la famiglia Tulliani («lui ascolta troppo il “suocero”»), i regali e gli immobili. Lucianone è vulcanico come al solito, mentre si trova in vacanza a Santo Domingo, il paese in cui s’è rifugiato durante gli anni dei guai con il fisco.

Tanto per cominciare, racconta Gaucci, «Elisabetta ha detto troppe cose non vere. Ha sostenuto perfino che aveva vinto lei al Superenalotto (cosa peraltro ribadita tramite i suoi avvocati in una lettera inviata al Giornale e da noi pubblicata nei giorni scorsi, ndr) e poi ne aveva regalato la metà a me, mamma mia, quanto è generosa», ironizza l’ex fidanzato oggi 71enne. «Mi hanno dato fastidio - si sfoga - le sua menzogne, sembrava che fosse lei a foraggiare economicamente me e questo io non lo sopporto.

Ma come, ho aiutato lei, il fratello, la madre, il padre, le ho intestato questo mondo e quell’altro e sarebbe lei ad aiutare me? Questo mi ha fatto incavolare!». E se magari qualcuno vedesse dietro gli attacchi dei rancori nascosti nei confronti di Fini, Gaucci non ha problemi ad ammettere: «Stando in questo paradiso tante cose nemmeno le so, io non ho mai attaccato Fini, anzi l’ho sempre apprezzato come politico... Lui è stato sempre corretto con me e io con lui. Certo, si è preso la mia ex fidanzata, ma a me che me ne importa?».

Veniamo alla questione della vincita multimiliardaria: «Eravamo usciti e quando rientriamo mi rendo conto che erano quasi le 20: “Ahò”, le dico, “devo giocare, mi accompagni?”. Andiamo al solito tabaccaio. La schedina, come tutte le volte, l’ho compilata io e l’ho pagata io. Pochi euro ma un bel colpo di fortuna: 5+1 uguale a 2,4 miliardi di lire. Ho preso i soldi, li ho messi nel mio conto corrente del Monte dei Paschi e, siccome sono generoso ed ero perso d’amore per lei, le ho regalato la metà».

Ma adesso, a distanza di anni, «Elisabetta dice che è stata lei a giocare e a vincere e che poi mi avrebbe dato la metà, come se a quell’epoca Luciano Gaucci avesse avuto bisogno dei soldi della Tulliani», scherza amaro. In più, Lucianone giura di aver lasciato i suoi beni «a lei» dopo la bancarotta.
Già, il patrimonio. A parte i gioielli, «che non si chiedono indietro, sono un frutto d’amore», Gaucci vuole che gli sia restituito tutto il resto.

A partire dalle case. L’attico di via Sardegna a Roma fu solo il primo appartamento ricevuto in dono dalla Tulliani, ricostruisce. «Poi ne ha avuti di molto meglio. E poi il terreno nel Reatino, quello con immobili, e a Capranica Prenestina, le case dove vive con Fini, le automobili per tutta la famiglia, i quadri. Non mi ci faccia pensare... E che le posso fare? Mica le posso sparare. L’ho citata in giudizio, vedremo come andrà.

Certo la riconoscenza è merce rara, perché certa gente quando ha una cosa in mano se la vuole tenere, anche se non è sua». Altro che vendetta, insomma. «Perché quello è un mio diritto - rivendica Lucianone -. Dovrei stare zitto solo perché siamo stati fidanzati o perché ha un grande politico alle spalle? Io lo rispetto, ma proprio lui che parla tanto di legalità comprenderà i miei diritti sacrosanti», ecco la frecciata a Fini. Invece Elisabetta Tulliani «prima si è riempita la pancia e poi si alzata da tavola».

Gaucci da ultimo prova a quantificare il valore dei beni intestati o ceduti alla ex compagna: «Forse 15 milioni di euro, forse 20. Ci avrei potuto comprare un’altra squadra di calcio». Così, a proposito di rimpianti, Lucianone è pentito ma ha imparato la lezione: «Assolutamente no», non intesterebbe ancora i suoi beni a Elisabetta Tulliani. «Innamorato sì, facile a credere nelle persone sì, ma non sono mica uno stupido».



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Veri i diari di Mussolini». «No, nessuno storico ci crede»

Corriere della sera

Dibattito Marcello Dell' Utri ribadisce la tesi dell' autenticità, sostenuta dal figlio del Duce. Replica di Battista: «Manca qualsiasi conferma»


Egregio dottor Battista, nella rubrica «Piazza Grande» sul «Corriere della Sera» leggo della sua «massima delusione estiva» circa la mancata prova dell' autenticità dei diari di Mussolini che Bompiani si accinge a pubblicare. Al di là di quanto già affermato da Elisabetta Sgarbi («non vogliamo mettere un cappello valutativo sulla storia e non dobbiamo rilasciare certificati», «Corriere», 24 luglio) e che condivido pienamente, i diari di Mussolini sono già stati studiati da diversi soggetti competenti.

A tal riguardo probabilmente nessuno potrà provarne l' assoluta autenticità ma, allo stesso tempo, nessuno potrà mai affermare che siano falsi. Le richieste prove erano già state fornite in tempi non sospetti. Infatti, il «Daily Telegraph» nel 1994, nel tentativo di acquistare i diari, dispose una perizia chimico-grafologica condotta dal professor Nicolas Barker che ne attestò la contemporaneità della carta, della legatura, dell' inchiostro e la corrispondenza della calligrafia; chiese anche un parere agli storici Denis Mack Smith e Andrew Sullivan che espressero un giudizio positivo circa i contenuti.

Allorquando poi i diari sono stati visionati dal settimanale «L' Espresso», gli stessi esami del professor Emilio Gentile sul piano storico e contenutistico e del professor Roberto Travaglini riguardo la grafia, hanno avuto un esito controverso, ma non poterono dichiarare con certezza la falsità dei manoscritti. Da valutare anche la dichiarazione sottoscritta da Romano Mussolini in data 11 novembre 2005 dinanzi al notaio svizzero avvocato Gabriele Ferrari nella quale afferma: «Ho letto integralmente e con attenzione tutti e cinque i volumi indicati, costitutivi di diari personali e privati che io personalmente attribuisco al mio defunto padre Benito Mussolini.

I suddetti manoscritti sono in particolare ricchi di fatti e di elementi anche strettamente relativi alla vita privata, segnatamente a quella della nostra famiglia, che ricordo con perfezione. Personalmente riconosco la bontà dei suddetti manoscritti di mio padre di cui riconosco anche la calligrafia e al quale io li attribuisco e li ritengo suoi autentici». E inoltre, dice niente il fatto che i diritti d' autore derivanti dalla vendita dei volumi andranno, sia pure in parte, ai legittimi eredi dell' autore?

Mi permetta infine una personale osservazione e cioè che, dopo averli a lungo letti e trascritti, sono giunto alla conclusione che molti dubbi potrebbero svanire al momento della lettura integrale dei diari e che ognuno potrà vedere come (mi consenta di parafrasarla) «con ogni probabilità, verosimilmente, ragionevolmente, presumibilmente» siano veri. Un cordiale saluto Marcello Dell' Utri Quando avvenne l' avventuroso ritrovamento di quelli che vennero subito presentati con fiera certezza come i «diari di Mussolini», il senatore Dell' Utri assicurò che presto sarebbero venute le prove in grado di attestarne l' inconfutabile autenticità.

Si parla di circa tre anni fa. Dal tono della garbata replica del senatore Dell' Utri par di capire che quelle «prove», in tre anni, non hanno trovato l' auspicato conforto dei fatti e delle perizie. Aggiunge, però, che se nessuno può provare «l' assoluta autenticità» dei cosiddetti «diari di Mussolini», nessuno potrebbe altresì affermare che essi siano «falsi». Si dà il caso, però, che quando sono ritrovati documenti apocrifi l' onere della prova spetti a chi sposa la tesi dell' autenticità e a chi sostiene di poter attestare scientificamente, e non per «impressioni», la paternità dello scritto controverso. E sinora, ne convenga senatore Dell' Utri, nessuno storico accreditato ha scommesso la propria reputazione di studioso sull' autenticità di documenti i quali, dunque, non possono legittimamente essere attribuiti a Benito Mussolini. Condizione indispensabile per soppesare l' importanza dei loro pur apprezzabili «contenuti». Pierluigi Battista
Dell' Utri Marcello , Battista Pierluigi
Pagina 37

(29 luglio 2010) - Corriere della Sera



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I diari di Mussolini e la prova che non c' è

Corriere della sera

Provincialismo La letteratura e le dinamiche interne: se tra la Fifth Avenue e il centro di Littoria non c' è alcuna differenza

iente prove, massima delusione estiva. Tre anni fa Marcello Dell' Utri ci aveva illuso garantendo che avrebbe portato la prova decisiva dell' autenticità degli appunti vergati con inchiostro nero detti anche «diari di Mussolini». Sono agende di cui Dell' Utri annunciò con grande fragore il reperimento. Sì, ma sono gli autentici diari del Duce? Non si sa, forse, crediamo, può essere, si vedrà. Ma sarebbero arrivate le prove, assicurava il bibliofilo scopritore. E dopo tre anni?

Dopo tre anni neanche una pubblica perizia calligrafica, uno storico che ne abbia attribuito la paternità certa, una verifica messa a disposizione del pubblico e degli studiosi. Ora la Bompiani annuncia la lodevole iniziativa di pubblicare in cinque volumi (cinque, mica uno) il materiale apocrifo convenzionalmente noto come i «diari di Mussolini». Che con ogni probabilità, verosimilmente, ragionevolmente, presumibilmente non sono veri. Anzi, con ogni probabilità, verosimilmente, presumibilmente sono falsi.

Delusione assoluta per la prova mancante ancorché trionfalmente annunciata addirittura tre anni fa. Un tuffo dove l' acqua è più blu. Fausto e la «prefettura» Nuovo capitolo del tormentone: possono gli autori antiberlusconiani pubblicare per la berlusconiana Mondadori? Filippo Rubé (uno pseudonimo. Di chi?) sul Foglio definisce gli «scrittori di sinistra» pubblicati da Mondadori «antiberlusconiani che hanno campato con le prefetture culturali del suo impero».

Ma nella «prefettura culturale» di Segrate c' è grande attesa per l' imminente uscita dell' ultima fatica letteraria di Fausto Bertinotti, dall' enigmatico titolo «Chi comanda qui?». Ecco, chi comanda qui, il prefetto o l' ex presidente della Camera? Little Pennacchi Intervistato dal Secolo d' Italia, Antonio Pennacchi, fresco vincitore con il suo «Canale Mussolini» del Premio Strega, contesta chi denuncia il carattere provinciale, angusto, pontino-centrico, marginale, periferico dell' ambiente in cui è immersa la sua letteratura: «Perché poi nei bar di Latina dove vado io le dinamiche interne sono le stesse che ci stanno a New York».

Proprio le stesse, identiche, dinamiche? Tra la Fifth Avenue e il centro di Littoria, nessuna differenza. Little Italy. Relazioni (estive) pericolose Lo psicanalista Claudio Risè interviene sul Giornale per commentare una ricerca in cui si sostiene che chi si imbarca in tempestose relazioni amorose d' estate ne esce con le seguenti gradevoli conseguenze : depressione (87 per cento dei casi); ansia (74); sbalzi d' umore (59); sensazione di vuoto (44); inappetenza (37); calo dell' autostima (32); disturbi alimentari (13). Secondo lo psicanalista Risé è tutta colpa di chi vuole avere avventure nella stagione «più psichicamente a rischio dell' anno». Mica come l' autunno, tutto foglie morte e niente pericoli. RIPRODUZIONE RISERVATA

Battista Pierluigi

Pagina 22
(26 luglio 2010) - Corriere della Sera



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Marcello Dell'Utri: «È mio anche l'ultimo diario di Mussolini»

Corriere della sera

Ritrovato in Svizzera. È del 1942. Ha stile e grafia simile agli altri cinque (1935 -39) che stanno per essere pubblicati. E «stessa graffiante e precisa scrittura»

Marcello Dell'Utri: «È mio anche l'ultimo diario di Mussolini»


Marcello Dell'Utri
Marcello Dell'Utri
MILANO - Lo aveva annunciato un anno fa. Marcello Dell'Utri aveva ritrovato un nuovo diario di Mussolini. Si tratta dell'agenda del duce del 1942 che va ad aggiungersi alle altre cinque, ritrovate nel 2007 e che saranno pubblicate in raccolta da Bompiani. E ora, sempre Marcello Dell'Utri annuncia che ne è venuto in possesso. La prima pagina, l'unica che possedeva prima della lunga trattativa per l'acquisizione, l'aveva letta-declama da appassionato bibliofilo durante un reading al  Teatro di Verdura, nell'agosto 2009. Era quella in cui il Duce parla al figlio Bruno, aviatore morto in azione 14 mesi prima. «Stessa calligrafia degli altri cinque, stessa graffiante e precisa scrittura», dice Marcello Dell'Utri al quotidiano La Provincia, nell'edizione di venerdì 6 agosto, annunciando la sua presenza, il 30 agosto, al festival Parolario di Como, per parlare della pubblicazione dei primi cinque volumi: «Alle cinque agende note, che vanno dal 1935 al '39 incluso, se ne aggiungerà un'altra, importantissima, ritrovata ultimamente: quella del 1942. Una scoperta recentissima, che non fa parte di quel lotto che sta per andare in libreria e neppure mi è giunto dalla stessa fonte».

La lettura dei Diari del Duce al Teatro Verdura di Milano
La lettura dei Diari del Duce al Teatro Verdura di Milano
IL GIACIMENTO SVIZZERO - Anche questo diario, come gli altri e come quasi tutto il materiale attribuito a Mussolini, proviene dalla Svizzera: «La medesima società che ha acquisito i primi diari sta trattando anche per questo, e anche in questo caso l'obiettivo finale è la pubblicazione», spiega Dell'Utri. Ma come mai, senatore, tutto questo materiale finisce sempre nelle sue mani? «Non sono io che li cerco. Non ha idea di quanta roba mi è stata offerta da quando si è sparsa la voce che mi interesso a questo genere di documenti: bufale, cose inutili, ma anche alcune cose serie, come questa». Dal punto di vista materiale, dello stile e della grafia, spiega Dell'Utri all'Ansa, il nuovo diario è del tutto simile agli altri cinque: «L'ho letto, ed è assolutamente dello stesso tenore degli altri. L'agenda è uguale, pagine bianche con in testa stampato il giorno e il santo». Non si tratterebbe di agende della Croce rossa, come da più parti accreditato: «No, pare che non siano della Croce rossa, nemmeno le prime cinque. D'altra parte le copertine non ci sono, credo siano state eliminate a suo tempo, perché‚ portavano impresso il fascio e il nome del duce, quindi potevano essere riconoscibili».

Redazione online
23:05

05 agosto 2010



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Ecco perché i canguri non saltano più

Corriere della sera

I cambiamenti climatici hanno modificato le abitudini dei marsupiali: si nutrono dal terreno e non più dalle piante


MILANO

Canguri campioni di salto in lungo e sempre meno propensi a fare balzi verso l’alto? Colpa dei cambiamenti climatici del continente australiano degli ultimi secoli. Ecco i risultati di quello che è il primo studio a ricostruire un albero genealogico completo della famiglia dei marsupiali e a ricollegare le variazioni ambientali con la variata struttura ossea di questi animali.
NUOVE ABITUDINI – La famiglia dei macropodi («grandi piedi»), che include i canguri, gli wallaby e molte specie di marsupiali di piccole dimensioni e diffuse a livello locale, come il canguro arboricolo che si sposta di ramo in ramo con grande agilità, si sarebbe allargata a dismisura a causa dei cambiamenti ambientali. Nuove conformazioni del terreno e della vegetazione dovute al surriscaldamento avrebbero fatto sì che l’evoluzione di questi animali presenti sulla Terra già da 30 milioni di anni ne variasse la struttura ossea, la forma dei piedi, la dentatura, peso e altezza per raggiungere nuovi territori e cibarsi in nuovi modi. Canguri e wallaby (tra le specie più piccole di marsupiali, la più diffusa e famosa) dimostrano ancora una volta il loro ruolo di «barometro animale» per i cambiamenti climatici della nazione, come riconoscono gli studiosi che hanno condotto la ricerca, oggi pubblicata sul Zoological Journal of the Linnean Society.
LO STUDIO – I paleontologi australiani della Flinders University di Adelaide e della Murdoch University di Perth hanno confrontato l’anatomia degli scheletri dei fossili di 35 specie di canguri con altrettanti animali diffusi oggi scoprendo che le nuove caratteristiche fisiche sono dovute a un adattamento dei marsupiali al clima arido e alla vegetazione mancante: meno foreste e terreni ricchi di erba e piante, avrebbero imposto alla loro struttura ossea variazioni importanti, come quella delle ossa dei piedi, oggi meno capaci di saltare verso l’alto e sempre più abituate a correre e compiere lunghi balzi per coprire distanze superiori e arrivare rapidamente al cibo.
Eva Perasso
05 agosto 2010



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Google ferma l'onda: pochi utenti, addio a Wave

Corriere della sera

«Non è andato come avremmo voluto, l'accoglienza è stata sotto le nostre aspettative»

Il sistema di comunicazione e condivisione online
Google ferma l'onda:
pochi utenti, addio a Wave



MILANO - Wave, il sistema di comunicazione e condivisione online presentato lo scorso anno in pompa magna, sarà abbandonato. «Non è andato come avremmo voluto»; «l'accoglienza è stata sotto le nostre aspettative», ha ammesso Google. E nei blog tecnologici si parla già di «flop dell'anno». Non l'unico in pochi mesi.
QUESTIONE DI NUMERI - La piattaforma Google Wave, pensata come un nuovo strumento di comunicazione per il web 2.0, giaceva semi-dimenticata in versione beta dallo scorso maggio, quando è stata presentata al pubblico nella conferenza degli sviluppatori Google I/O a San Francisco. Celebrata come «una rivoluzione della tecnologia moderna», già allora molti webnauti si domandarono quale fosse effettivamente il senso di questo nuovo strumento. Con Wave il gigante statunitense aveva in mente grandi cose: creare un moderno e degno successore della posta elettronica. Usando l'innovativo sistema gli internauti potevano infatti scambiarsi testi, immagini, video, musica e conversare. Il tutto in tempo reale. Ma l'accoglienza è stata «sotto le aspettative della società», ha dichiarato ora il responsabile tecnico di Mountain View, Urs Hölzle. Un progetto molto ambizioso, a cui lavoravano cento ingegneri, che però è naufragato ancora prima di prendere il largo. Il sito resterà in piedi fino alla fine del 2010 e poi sarà abbandonato progressivamente. Google smetterà di sviluppare Wave come prodotto separato, tuttavia, le parti centrali del codice e i protocolli - già open source - verranno sfruttati per altri progetti di Google. Come per Google.Me, il probabile concorrente di Facebook, atteso in autunno.
CELEBRIAMO I FALLIMENTI - Insomma, Wave era troppo complesso, troppo imponente, troppo difficile da spiegare. Eric Schmidt vede la chiusura di Wave come parte della cultura della sua società: «Noi proviamo le cose», ha spiegato il Ceo di Google al portale tecnologico CNet a margine di un evento a Lake Tahoe, in California. «Celebriamo i nostri fallimenti. Questa è un'azienda dove è assolutamente ok provare a fare qualcosa di molto difficile, non avere successo, imparare e applicare quanto appreso in qualcosa di nuovo». Google Wave sarebbe stato un «prodotto molto intelligente», tuttavia la società tende a far decidere al mercato il futuro dei propri prodotti. Al contrario Buzz, la funzione che permette di visualizzare, direttamente nel servizio di posta elettronica Gmail, aggiornamenti, foto, video, link pubblicati dai propri amici, proprio come avviene nelle homepage dei più famosi social network, avrebbe «superato tutte le aspettative con decine di milioni di utenti». Ciò nonostante, i critici vedono nel fallimento di Wave un'ulteriore conferma dei problemi di Google con i prodotti pensati per il social network. E molti blogger tecnologici vedono già ora in Buzz il prossimo candidato al cimitero virtuale.
Elmar Burchia
05 agosto 2010



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