mercoledì 11 agosto 2010

Iran: ''Ecco le fosse comuni pronte per gli americani''

Repubblica

Il sito di un'agenzia filogovernativa pubblica le immagini delle centinaia di fosse scavate nel deserto iraniano: "Pronte nel caso in cui l'America tentasse di invaderci"

 

Napoli, scippatore con bimbo su moto rapina una turista francese. Preso

Il Mattino

  
di AnnaMaria Asprone

NAPOLI (11 agosto) -

Per non dare nell’occhio ha portato con sè sul motorino il suo bimbo di tre anni e ha scippato una turista francese. E, proprio la presenza del bebè, lo ha aiutato ad avvicinarsi indisturbato alla donna che, vedendo il piccolo, non ha sospettato fino all’ultimo di essere stata presa di mira dallo scippatore. E stamattina è stato arrestato dalla polizia Luigi Caliano, 19 anni, Luigi Caliano, 19, con precedenti per scippo, appartenente ad una famiglia di pregiudicati della zona dei Tribunali.

Sulla base della denuncia della turista gli agenti hanno identificato Caliano, che lavora saltuariamente alle consegne di una pizzeria, nella sua abitazione in via Tribunali. Nei suoi confronti il questore di Napoli aveva emesso un provvedimento di avviso orale il 4 marzo scorso, diffidando il giovane dal frequentare pregiudicati e luoghi equivoci.


È accaduto ieri mattima in piazza Gerolomini nei pressi del Duomo. La turista francesce era in giro per le stradine nelle adiacenze del Duomo. Il ladro ha adocchiato la giovane, ha visto il suo marsupio e non ha resistito. Le si è avvicinato con il mezzo per derubarla, non curandosi del fatto di avere con sè il pargoletto. Con uno strattone le ha scippato il marsupio, trasformando così suo figlio in un baby-complice.


Francese, 36 anni, la giovane in vacanza a Napoli aveva trovato alloggio in un bed & breakfast, in vico Giganti. Ieri, dopo un giro di shopping ai Decumani, stava rientrando nel bed & breakfast quando si è vista affiancare da un motorino a bordo del quale c’era appunto l’uomo con il bimbo di circa tre anni.


Notando il bebè la donna si è tranquillizzata pur vedendo che il mezzo era a pochi passi da lei e che le rombava accanto. Con un gesto fulmineo, invece, l’uomo di circa 25 anni, ha steso la mano e le ha strappato il marsupio al cui interno la donna custodiva i documenti, un cellulare e banconote per un totale di 150 euro.


Poi con il bottino tra le mani ha dato gas al mezzo ed è scappato via con il bambino sistemato davanti a lui sul sedile.Sul posto è arrivata subito una pattuglia di agenti di polizia che ha soccorso la donna, in evidente stato di choc e l’ha invitata a raggiungere il commissariato per sporgere denuncia.Ma la donna non è stata l’unica turista francese ieri mattina ad essere scippata durante il suo soggiorno napoletano. Un’altra giovane di 35 anni, originaria di Parigi è stata scippata del suo orologio «Rolex» in acciaio mentre si trovava in via Santa Teresa degli Scalzi.


La donna che aveva preso una camera in affitto nella zona della Sanità è stata avvicinata, poco prima delle 14,30 nei pressi del Museo Archeologico Nazionale da un giovane robusto sui 25 anni che indossava una camicia bianca.L’uomo, che era a piedi, si è rivolto alla francese con modi gentili come se volesse chiederle qualcosa. La turista si è rivolta verso di lui per ascoltarlo e l’uomo fulmineo le ha strappato l'orologio dal braccio ed è fuggito.

Poco distante ad attendere lo scippatore c’era un suo complice a bordo di una moto «Honda Sh». Nei pressi c’era un agente della Squadra mobile che stava passando di lì quando ha visto la scena e ha tentato di fermare i due sparando due colpi in aria. Ma i due sgommando sono riusciti ad allontanarsi a bordo dello scooter. La turista francese nonostante la paura ha voluto essere accompagnata in Questura dove ha sporto denuncia, fornendo anche una dettagliata descrizione del suo aggressore.





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Fini, c'è un fantasma ad Ansedonia: murato in villa con i Tulliani

Quotidianonet

Barricati in villa dopo la bufera monegasca. L'ex leader di An ha rinunciato anche al caffè al bar. Ieri avrebbe rischiato di incontrare Cicchitto

ANSEDONIA (Grosseto), 11 agosto 2010 



PARE che dal bordo della piscina agli amici abbia detto: «Dimettermi? E perché, invece che farlo fare a Capezzone, non me lo chiede lui in persona? Avrei più gusto nel rispondergli». Pare. Perché di certo intorno a Fini e al suo agire nel buen retiro di Ansedonia, nulla c’è.


Fino a qualche tempo fa il presidente della Camera da queste parti era una specie di nume tutelare le cui apparizioni erano segnalate ovunque. Poi, da quando è esplosa la querelle monegasca, tutto è cambiato. Fini si è come fatto di nebbia. Una presenza impalpabile che sfugge a tutti. Così, scovare il suo fantasma è diventato il gioco di società sull’arenile che va da Capalbio alla Feniglia, dove mezzo Parlamento è ad abbronzare. Una caccia allo spettro difficile.



Ansedonia è un non luogo fatto solo di case per milionari a picco sul blu del Tirreno. Nessuna piazza, nessun luogo di ritrovo se non il bar-ristorante di “Vinicio”. Sta a qualche centinaio di metri dalla villa con piscina presa in affitto per la stagione dalla famiglia Fini-Tulliani. «Il presidente della Camera? Viene qui ogni tanto al mattino a prendere il caffè e comprare il giornale, ma è un po’ di tempo che non lo vedo», racconta la cassiera. Forse senza volerlo questa assenza è un bene. Ieri al bancone di Vinicio ha fatto tappa il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto con la moglie. Un contatto fra l’eretico e l’inquisitore avrebbe lasciato scorie da raccontare. Tant’è.



DAVANTI al cancello della villa i poliziotti della scorta li riconosci anche per l’auto. In un luogo dove tutti si muovono su Audi e Mercedes loro arrivano in Brava: «No, non abbiamo visto il presidente. E comunque non lo diremmo a lei». In quel momento, su una Bmw grigia, passa Giuliano Amato che si avvia all’arenile.



La famiglia Fini è scomparsa anche dal bagno La Strega. «Il presidente di solito viene in spaggia fra le 9 e le 11, a volte fa una capatina anche nel pomeriggio dopo le 18. Ma è da almeno una settimana che non lo vediamo», raccontano allo stabilimento. L’ultima apparizione sul bagnoasciuga risale a venerdì scorso, quando Elisabetta con le figlie prese possesso di ombrellone e sdraio. «Ma poi cominciarono a infastidirla e lei dopo mezz’ora se ne andò. Da allora non l’abbiamo più vista». Del fantasma di Fini non c’è traccia nemmeno al porto di Cala Galera.



Da qui Gianfranco solitamente prende il largo sulla barca del fratello per le amate immersioni. Due anni fa, un tuffo nelle acque vietate di Giannutri gli costò una multa che lui pagò senza fiatare. La legalità val bene una tassa. Adesso, anche qui il suo passaggio è rarefatto: «Sono almeno tre giorni che non lo vediamo», dicono i ragazzi del diving, smentendo le voci che lo volevano «l’altra sera al bar del porto a festeggiare il compleanno della figlia».



CALA LA SERA sull’Argentario. Ad Orbetello i commercianti del corso accedono le luci delle vetrine: «Fini? No, da almeno una settimana non lo vediamo», dicono. All’edicola una locandina del “Vernacoliere”, sbracato giornale di satira livornese, grida a caratteri cubitali: «Il polpo Paul rivela: Berlusconi morirà soffocato da’ peli di potta». Se anche il fantasma di Fini l’avesse vista, c’è da giurare che non avrebbe sorriso.




dall’inviato STEFANO CECCHI


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Baleari: la folle moda del balconing ha già provocato quattro morti

Corriere della sera

Dopo una notte di alcol e droghe, per una scossa di adrenalina ci si lancia dai balconi



Un fenomeno iniziato alcuni anni fa, ora però in aumento

Baleari: la folle moda del balconing ha già provocato quattro morti



MILANO - Si chiama balconing, si legge morte. O, se va bene, ferite di varia gravità. Per ingannare la noia estiva alle Baleari si sono inventati un nuova moda. Mortale, però. Il salto dal balcone. Dopo una notte passata a bere numerosi bicchieri di troppo, una volta tornati all'alba al proprio hotel o nella casa presa in affitto, a qualche turista viene in mente all'improvviso di provare una scossa di adrenalina saltando nel vuoto. Nella maggior parte dei casi la caduta provoca solo lievi ferite, in altri problemi più gravi, ma quattro giovani hanno già perso la vita a Maiorca e Ibiza.


CASI - Dall'inizio di giugno sono almeno trenta i casi di salto dal balcone, riporta il quotidiano spagnolo El Pais, di cui tre negli ultimi giorni. Un ventenne britannico è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni dopo essere volato alle 20 di domenica dal secondo piano da un appartamento di Platja d'en Bossa, a Ibiza. I suoi amici hanno ammesso che avevano passato il pomeriggio a bere alcolici mescolati con ecstasy e crystal, una metanfetamina sintetica. Sempre domenica altri due ragazzi di 18 anni si sono lanciati nel vuoto da un hotel a Magaluf, un'autentica colonia giovanile britannica a Maiorca.


BALCONING - Il balconing non è nuovo. Nelle ultime cinque estati si sono registrati almeno una decina di casi all'anno. «Sì è vero, lo vediamo da alcuni anni. Però adesso il fenomeno è aumentato», ha ammesso un adetto alla reception di un hotel di Alcudia. «Arrivano in stanza già ubriachi o drogati, e continuano la baldoria in camera. Se li sorprendi, dicono che hanno perso le chiavi della stanza. La maggioranza delle volte vogliono saltare sui balconi delle stanze delle ragazze o pensano di tuffarsi in piscina». Due anni fa in un residence vicino un giovane ha avuto gravi danni alla colonna vertebrale tuffandosi di testa in una fontanella con l'acqua profonda pochi centimetri che aveva scambiato per una piscina.


CACCIATI - Il moltiplicarsi dei casi, però, ha costretto l'assessore per il Turismo delle Baleari, Joana Barceló, a difendere le isole assicurando che si tratta di «una meta sicura». Molti hotel e residence sono stati costretti ad aumentare la sicurezza aggiungendo ringhiere e pannelli di separazione tra i balconi delle camere. «A noi interessa non essere identificati come il paradiso di ogni sfrenatezza», ha detto il direttore di un residence di Ibiza che aggiunge: «Se i clienti non rispettano le regole che sono ben segnalate dai cartelli e non mantengono un comportamento adeguato, li cacciamo via».


11 agosto 2010



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E 3 ore avanti l'ora dell'Islam

Corriere della sera

Incastonato nella torre che, alla Mecca, fa concorrenza per altezza al Big Ben, comincerà a battere il 13 agosto. Dando un'ora ufficiale a 1,5 miliardi di musulmani

 

IL TEMPO DI MAOMETTO
È 3 ore avanti l'ora dell'Islam


La Royal Mecca Tower
La Royal Mecca Tower

MILANO - Un gigantesco orologio minaccia la secolare supremazia di Greenwich: parliamo dell’orologio incastonato nella Royal Mecca Tower che domina il vasto complesso commerciale voluto dal governo saudita nella città santa dell’Islam e che comincerà a ticchettare a partire dal 12 agosto, giorno dopo l’inizio ufficiale del Ramadan, dando così ufficialmente il tempo agli oltre 1,5 miliardi di musulmani di tutto il mondo.

L'orologio che segna il tempo dell'Islam, 3 ore avanti  rispetto a Greenwich
L'orologio che segna il tempo dell'Islam, 3 ore avanti rispetto a Greenwich

IL VERO CENTRO DELLA TERRA - Spostato di tre ore avanti rispetto all’orario di Greenwich, l’orologio ha misure davvero imponenti: le quattro facce hanno, infatti, un diametro di 46 metri e sono illuminate da 2 milioni di led che rimandano la scritta “In nome di Allah”, mentre 21mila lucine rosse e bianche, visibili a quasi 30 chilometri di distanza, si accenderanno cinque volte al giorno, in concomitanza con il momento della preghiera. E imponente è anche la torre che lo ospita, con quei 600 metri di altezza (una volta aggiunta la scintillante guglia con il simbolo dell’Islam) che ne fanno il secondo edificio più alto del mondo.

Tanto per fare un paragone, il Big Ben (di cui la Royal Mecca Tower ricorda molto la fisionomia, al pari dell’Empire State Building) ha un diametro di appena 7 metri e un’altezza di nemmeno 100. Stando agli studiosi islamici, l’influenza dell’orologio musulmano è destinata a valicare presto i confini dell’Arabia Saudita e ad eclissare l’Osservatorio di Greenwich, diventando il vero “centro della Terra”, perché la sola idea che il tempo musulmano debba scorrere secondo regole imposte a Londra viene vista come un vero e proprio anacronismo coloniale. «L’obiettivo – ha spiegato al londinese Daily Telegraph Mohammed al-Arkubi, manager di uno degli hotel del centro commerciale - è quello di mettere il tempo della Mecca in faccia a quello di Greenwich».

LA LUNGA VITA DEL MAGNETISMO ZERO - Fra l’altro, c’è chi sostiene – come il religioso egiziano Yusuf al-Qaradawi, noto per il popolare show tv Sharia and Life – che quello della Mecca sia il primo meridiano, perché «in perfetto allineamento con il nord magnetico». Una teoria sposata anche dagli scienziati arabi dell' Egyptian National Research Centre secondo i quali la Città Santa dell’Islam sarebbe una zona “a magnetismo zero” e la mancanza di forza di gravità spiegherebbe così il perché lì si viva più a lungo e meglio. Convinzioni che sono state, però, messe in dubbio dagli scienziati occidentali, secondo i quali in realtà il Polo Nord Magnetico si troverebbe su una linea longitudinale che passa attraverso Canada, Stati Uniti, Messico e Antartide. 

Simona Marchetti
11 agosto 2010



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Cancellate i nomi dei civili afgani" Anche Amnesty contro Wikileaks

La Stampa

Alcune Ong accusano il portale di mettere in pericolo molte vite,
intanto gli Stati Uniti chiedono aiuto agli alleati contro Assange


WASHINGTON

Non solo il Pentagono, ma anche associazioni e organizzazioni umanitarie non governative, tra cui Amnesty International, chiedono al sito Wikileaks di cancellare i nomi contenuti nei documenti sulla guerra in Afghanistan resi pubblici tre settimane fa. Le Ong hanno inviato una lettera ufficiale al fondatore del sito, Julian Assange: «Abbiamo avuto modo di osservare le conseguenze negative, a volte letali (di questa scelta)» hanno spiegato, sottolineando che gli afgani di cui è stato rivelato il nome sono stati identificati dai talebani come collaborazionisti o comunque simpatizzanti delle forze internazionali.


Oltre ad Amnesty, il gruppo di Ong comprende la Civic (campaign for Innocent Victims in Conflicts), l’ufficio di Kabul dell’ International Crisi Group (ICG), la Independent Human Right Commission, l’ Open Society Insititute (OSI).


Assange ha risposto in modo provocatorio, chiedendo alle associazioni di aiutarlo nell’opera di cancellazione. Contando che sul portale si trovano 76 mila documenti, e altri 15 mila sono in fase di pubblicazione, il lavoro da svolgere risulta praticamente infinito. Dura la risposta di Amnesty: non abbiamo tempo.


La notizia dell'ennesima polemica contro Wikileaks arriva a poche ore dalla richiesta ufficiale dell'amministrazione Obama ai suoi alleati di procedere penalmente contro Assange. Il giornalista, considerato una grave minaccia per la sicurezza nazionale, è cittadino australiano, ma viaggia di paese in paese .«Non solo le nostre truppe a essere messe in pericolo dalla pubblicazione di questi documenti», ha spiegato un diplomatico americano, «ma sono anche le truppe britanniche, quelle tedesche, quelle australiane e tutte le forze della Nato e i soldati
dispiegati in Afghanistan.


Questi governi dovrebbero controllare se le azioni di WikiLeaks costituiscono un reato secondo le loro norme sulla sicurezza nazionale». Già il mese scorso le autorità americane avevano confermato che il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti stava valutando la possibilità di incriminare l'uomo in seguito alla pubblicazione di 92 mila documenti utilizzati da ufficiali del Pentagono e dalle truppe americane in Afghanistan.




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Pontone eseguì un ordine

Il Tempo

"Franco, vai a Montecarlo e firma". Il senatore non conosceva i compratori della casa monegasca affittata a Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini.



Una parola. Una sola parola. Per la precisione, un verbo. Un verbo che rende quanto meno ambigua la ricostruzione resa da Gianfranco Fini sull'affaire Montecarlo; un verbo il cui senso potrebbe cambiare la versione della storia, e soprattutto le conseguenti responsabilità. Proviamo a focalizzare i passaggi in cui la versione di Fini scricchiola, esponendolo al rischio smentita. Al punto quattro, l'ex presidente di An spiega: «Nel 2008 il signor Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni». Dunque, Tulliani fa presente a Fini che c'è una società pronta a comprare. (Resta comunque il mistero di come faccia Giancarlo Tulliani a sapere dell'esistenza di un appartamento di An a Montecarlo, quando ne sono all'oscuro persino alcuni dirigenti del partito). Poco sotto, al punto cinque, Fini spiega: «Verificato dagli Uffici di An che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (trecentomila euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per An (spese di condominio ed altro), autorizzai il senatore Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi».



Pontone è il tesoriere di via della Scrofa e agisce in virtù di una procura generale conferitagli sul finire del 2004 proprio dal presidente del partito Fini. È Pontone che vola a Montecarlo e firma l'atto di vendita della casa, nel luglio del 2008. Il verbo ambiguo è «autorizzare». Fini autorizza Pontone a vendere. L'ambiguità consiste nel fatto che – messa così - potrebbe sembrare che la trattativa sul prezzo della casa sia stata condotta da Pontone. Ma perché questo senatore napoletano ottantenne, depositario della cassa del partito da più di venti anni, decide di vendere l'immobile dell'eredità Colleoni a una società off-shore di un Paese dei Caraibi? E perché a quel prezzo? Non è un aspetto di secondo piano, in quanto determinerebbe la responsabilità della presunta truffa aggravata, reato per il quale procede la Procura di Roma. Inoltre, chiarirebbe anche una responsabilità politica, forse ancor più grave, perché farebbe luce sulle modalità di gestione dei beni privati del partito. Un'eventuale patente di «indegnità politica» getterebbe un'ombra sull'affidabilità in caso di gestione di beni pubblici.




Secondo la ricostruzione che Il Tempo è in grado di fare, le cose andarono in maniera molto chiara. Pontone fu un mero esecutore. Del resto, lo è sempre stato. Uomo di fiducia di Fini, Pontone ha sempre risposto direttamente a lui, senza intermediari. Ha una fama di galantuomo: anche il concittadino presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo conosce da più di trent'anni. Un giorno dell'estate 2008, Pontone viene chiamato al telefono e si sente dire: «Franco, prendi l'aereo e va' da questo notaio, a Montecarlo. Vendi la casa e prendi i soldi». Punto. Lui non fa domande. È un esecutore. A Montecarlo Pontone va da solo, non si fa accompagnare dal senatore Antonino Caruso, assieme al quale invece era andato a prendere possesso della casa, una volta informato dell'eredità donata ad An dalla contessa Colleoni. Il tesoriere vola nel Principato e raggiunge l'indirizzo che gli era stato indicato. Non sa nulla di società off shore (società fittizie costituite in paradisi fiscali), non sa a chi deve vendere. Dal notaio Aureglia, stringe la mano ai due compratori che non ha mai incontrato prima in vita sua. Ha solo un ordine da eseguire: firmare. Non ha dubbi né deve averne, altrimenti non farebbe il tesoriere.




Chi gli dà quell'ordine? Sicuramente Pontone ha sempre agito solo e soltanto su disposizione precisa di Fini. Le uniche trattative che ha condotto sono quelle con i dirigenti del partito che gli chiedevano soldi per questa o quella iniziativa politica, per questa o quella esigenza pratica. Richieste sempre gestite con estrema oculatezza e grande parsimonia. Comunque, di ogni azione e di ogni scelta Pontone ha sempre informato direttamente Fini. C'è soltanto un'altra persona che veniva messa al corrente di questi passaggi: Donato Lamorte, il capo della segreteria politica di An. Ma Lamorte, nella scala gerarchica, non occupava una posizione tale da poter ordinare a Pontone la vendita di un appartamento. E se anche l'avesse convocato nel suo ufficio e glielo avesse imposto, il tesoriere – uscito dalla stanza - avrebbe avvertito immediatamente Fini, per ricevere indicazioni sul da farsi. E che cosa fare adesso è quello che si sta certamente chiedendo questo galantuomo partenopeo, parsimonioso anche di parole, riservato.




D'improvviso si trova pedinato dai giornalisti, il telefonino che gli squilla in continuazione. Finora è rimasto in silenzio. Ma se la Procura lo convocherà, risponderà alle domande e dirà tutto quello che sa. Mostrando le carte. A costo anche di essere accusato di non coprire Fini. Davanti alla legge, un avvocato della sua correttezza non conosce alternative.




Fabrizio dell'Orefice
11/08/2010




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La guerra dei cuscini sul volo Lufthansa tra la hostess e i passeggeri

IL Mattino

NAPOLI (11 agosto) - Il volo è della Lufthansa, la compagnia di bandiera tedesca. La hostess distribuisce i cuscini ai passeggeri, lanciandoli dal corridoio. Improvvisamente, uno dei cuscini le viene rimandato indietro. Inizia così una divertente guerra tra i passeggeri e la hostess, ripresa e mandata in rete 

 

La "zarina" tra toga e show tv mentre il fratellino va in Ferrari

di Gabriele Villa


Tulliani nel Principato scorrazza con un’auto da corsa da 197mila euro E un ex ultrà della Viterbese adesso denuncia: si intascava i nostri soldi


 


La strana coppia, o meglio la bella coppia. O, ancora meglio, come qualcuno negli stessi ambienti di An, l’ha definita «una delle più floride società per azioni sul mercato». Fratello e sorella. Sorella e fratello. Tulliani Elisabetta e Tulliani Giancarlo. Indissolubilmente tesi al successo e agli affari. Affari di famiglia, ovviamente. Un sodalizio di ferro, che ha fatto persino sbottare il «granduca» Gaucci dal suo forzato esilio di Santo Domingo: «Quando mi sono messo con Elisabetta ho dovuto prendere tutta la sua famiglia» e che ora ha messo amabilmente quanto efficacemente nei guai il presidente della Camera, Gianfranco Fini, entrato per ragioni di cuore, e al cuore come si sa non si comanda, nella medesima talentuosa e insaziabile famiglia.


Già, perché come dimostrano le carte scovate dal Giornale, quell’appartamentino a Montecarlo, lasciato in eredità ad An ma occupato dal «cognato» di Fini, Giancarlo, che l’ha eletto a sua residenza a Montecarlo, ha solo fatto saltare il coperchio su favori, aiutini, e grandi business che i Tulliani Bros hanno ottenuto in questi anni. E che hanno viaggiato a ritmo vertiginoso proprio come l’ultimo gingillo che ha per le mani Tulliani junior: una Ferrari 458 Italia da 197mila euro con cui è stato immortalato dai paparazzi del settimanale Chi nel Principato. 


Vediamoli, in sintesi. Giancarlo Tulliani esordisce sulla scena pubblica nel 1999. Luciano Gaucci, imprenditore romano col pallino per il calcio, che aveva comprato la Viterbese nel 1998, si trova nella stagione successiva con la squadra in C1 e pensa bene di mettere uno di famiglia a vigilare, Giancarlo appunto. Avuta in «regalo» a soli 23 anni la vicepresidenza, il giovane si cala subito nel ruolo di padre-padrone della squadra. Arriva allo stadio con la sua Porche Carrera blu (allora si accontentava di auto più «modeste») e usa modi spicci che suscitano tensioni negli spogliatoi. 


Raccontano che Giancarlo arringasse i giocatori così: «Voi fate quello che dico io perché qui comando io e basta». In città lo liquidano con un soprannome che rende l’idea: «Betto» data la vicinanza della sorella al patron Gaucci. Ma oltre ai giocatori Tulliani jr non è mai andato giù anche ai tifosi: «... Non solo faceva la spia, si intascava i soldi destinati agli ultras. Lo so perché io sono stato per tanti anni capo della Brigata Etrusca». Lo scrive in una mail all’Ansa e lo conferma interpellato telefonicamente, Lucio Matteucci, capo storico della Brigata, ormai slegato dalla banda di ultras.


Tra un gol e autogol il vicepresidente Giancarlo, che abita in un appartamento di 100 metri quadrati nel quartiere medievale di San Pellegrino (comprato da Gaucci e a lui concesso in comodato) molla il calcio, torna a Roma e nel 2004 col padre Sergio fonda la Wind-Rose international srl, costituita il 4 dicembre 2004 e dedita all’intermediazione immobiliare in Italia e all’estero. Gli affari non vanno bene. Poco dopo Giancarlo cede la sua parte (il 45 per cento del capitale sociale) a Elisabetta e si dà alla fiction, anche perché la sorella diventa compagna ufficiale di Fini. 


Riesce a entrare nel 2008 con la At media (altra azienda di famiglia nella quale la mamma Francesca Frau ha il 51 per cento del capitale) in Rai dove ottiene contratti di produzione per circa due milioni di euro. Nel settembre 2008 la segreteria del presidente della Camera gli procura un appuntamento col direttore relazioni esterne Rai, Guido Paglia, amico di lunga data di Fini. Paglia è scettico. Qualche mese dopo Fini chiede alla Rai di assicurare un minimo garantito al giovane. Paglia si oppone e rompe con Fini. Tulliani e famiglia ottengono comunque i lavori: la quasi-suocera di Fini, la signora Frau, 63 anni, riesce a vendere un programma a RaiUno: 183 puntate da 50 minuti l’una per un totale di 1 milione e 485 mila euro.


E veniamo a Elisabetta, la compagna del presidente della Camera, madre delle sue due figlie, e ribattezzata dalle «amiche» la «zarina». Capelli lunghi, labbra volitive, occhi nerissimi. Lei stessa in un sito internet si racconta così: «Brillantemente laureata in Giurisprudenza, decide di diventare docente universitario di Diritto penale internazionale, durante questo cammino però la passione per lo spettacolo diventa prevalente, ed intraprende così il suo percorso artistico». E infatti nel 2004 si dedica alla tv. Compare nei programmi «Robin Hood», «Unomattina», «Unomattina Estate». 


Conduce con Barbara Chiappini in «Tintarella di Luna», e con Giancarlo Magalli una serata per Alighiero Noschese. In «Mattina in famiglia» ha una rubrica: Ricette e Cucina. Ci tiene anche a diventare e a sostenere di essere giornalista pubblicista. Allo scopo collabora con Il Tempo ma questa sua esperienza è avvolta da una nebulosa. È un dato di fatto che all’Albo il suo nome non figura. Nel 2004 assieme a Gaucci va da Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, per strappare una candidatura alle Europee ma non ce la fa. In compenso Gaucci, non prima di averle intestato alcune proprietà, (la questione è molto controversa) scappa a Santo Domingo. 


Nel 2007 lei comincia a farsi vedere con Fini. Gaucci così commenta: «La mia ex fidanzata ha conosciuto Fini perché era un mio amico. Siamo stati insieme anche alla festa del centenario della Lazio nel 2000, eravamo seduti vicini io, Elisabetta, Gianfranco e Daniela Fini, ci siamo visti, sempre in quattro, in diverse occasioni. Mi fa piacere che ci sia questa relazione». Salvo poi in un’altra intervista a Studio Aperto essere un po’ meno carino: «Stava con me solo per i soldi, mica per altro... con quella fame di soldi che lei e tutta la sua famiglia hanno sempre avuto...e tutte le case che le ho comprato, le ville, i terreni...».




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Estradato in Italia boss Falsone: era tra i 30 ricercati più pericolosi

Il Messaggero

 

PALERMO (11 agosto)

È stato estradato in Italia Giuseppe Falsone, il boss agrigentino, arrestato lo scorso 10 giugno a Marsiglia. È stato consegnato alla polizia dalla gendarmeria francese, dopo aver oltrepassato la frontiera di Ventimiglia. Sarà rinchiuso in un carcere di massima sicurezza italiano. Falsone, detto «Ling Ling» era latitante dal '99. È inserito nell'elenco del ministero dell'Interno dei 30 ricercati più pericolosi.


Secondo i magistrati è l'attuale reggente di «cosa nostra» della provincia di Agrigento, e capo della famiglia mafiosa di Campobello di Licata. L'11 aprile del 2006, in occasione della cattura di Bernardo Provenzano, nel covo di «Montagna dei Cavalli» furono rinvenute delle lettere che, per stile e contenuto, sono state attribuite a Falsone. L'ascesa criminale di Falsone Giuseppe fu segnata dall'uccisione del padre e del fratello maggiore, assassinati a colpi di fucile, nella guerra tra mafiosi e stiddari, avvenuta negli anni 90, tra il territorio dell'agrigentino e del nisseno.


Per l'omicidio di un appartenente ad una famiglia di «stiddari», gli Ingaglio, il boss agrigentino è stato condannato all'ergastolo. Falsone avrebbe commesso il delitto per vendicare la morte del padre e del fratello. Alla famiglia Falsone sono stati sequestrati beni mobili ed immobili per svariati milioni di euro. L'estradizione è arrivata dopo che la Corte di Cassazione francese ha rigettato il ricorso proposto dai legali del boss che sostiene di chiamarsi Giuseppe Sanfillo Frittola, di essere catanese e di non avere nulla a che fare con la mafia. Secondo i giudici, invece, nonostante le diverse sembianze, dovute per gli inquirenti a una plastica facciale, non vi sono dubbi che la persona finita in manette a Marsiglia a fine giugno sia Falsone.


Gli avvocati dell'ex capo mafia agrigentino il legale francese Caroline Bremond e Giovanni Castronovo, che lo difenderà in Italia, stanno valutando la possibilità di proporre ricorso alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo. La difesa sostiene che c'è stato un errore di persona.




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I finiani scaricano il quasi-cognato: "Ha fatto il furbo"

La Stampa

Il fedelissimo Della Vedova: «Gianfranco furibondo», le manovre dei Tulliani tra case e programmi tv


FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA

Per raccontare chi è Giancarlo Tulliani, il quasi-cognato più noto del momento, ci sono le parole di ieri del finiano Benedetto Della Vedova: «Fini è incazzato nero, Tulliani ha fatto il furbo». Giudizio in fotocopia con quello di Lucianone Gaucci, l’ex fidanzato di Elisabetta Tulliani, che lo definisce un «furbetto».


Già, ma chi è Giancarlo Tulliani? E’ l’estate del 2000 quando Gaucci, maturo patron del Perugia e del Catania, decide di regalare una squadra di calcio alla giovanissima fidanzata. Poche settimane dopo, Elisabetta è nominata amministratore unico della Sambenedettese e Giancarlo ne diventa vicepresidente esecutivo. Tulliani jr ha 23 anni, viso da bimbo, poca esperienza. Suppergiù nello stesso periodo Gaucci si compra anche la Viterbese e i fratelli Tulliani diventano di nuovo vicepresidente e amministratore. Un bel colpo. Con la squadra il quasi-cognato non si prende.


Vengono raccontati atteggiamenti arroganti, ordini urlati e Porsche parcheggiata sul marciapiede, ma forse è solo la reazione di un timido. La vita sembra però sorridergli: stipendio alto, vestiti di classe, un appartamento di cento metri quadri nel centro storico di Viterbo che Gaucci compera, ristruttura e gli concede in comodato gratuito.


A Viterbo, Giancarlo si becca il nomignolo di «Elisabetto». Le cose comunque sembrano filare lisce. E invece nel 2005 è la catastrofe: Gaucci fa bancarotta, i magistrati spiccano ordini di arresto per lui e per i figli, l’imprenditore fugge a Santo Domingo, le squadre di calcio vanno per aria. Gaucci sostiene di avere intestato a Elisabetta e ai suoi famigliari molti beni un attimo prima di defilarsi, ma questa è materia molto controversa e il tribunale civile di Roma sta cercando di fare chiarezza. C’entra anche una vincita al Supernalotto. E’ un dato di fatto, comunque, che i Tulliani acquistino diversi immobili a Roma attraverso la società di famiglia «Wind Rose srl», messa in liquidazione proprio nel 2005, e al cui posto nasce la «Wind Rose International srl». E’ la stagione dell’immobiliarismo.


Nel frattempo arriva la svolta sentimentale di Elisabetta, che ha conosciuto un Fini in rotta con la moglie. Colpo di fulmine tra i due, separazione da Daniela e nuova vita assieme. A dicembre 2007 nasce la loro prima bambina, Carolina. Lo zio Giancarlo intanto s’industria. Abbandona il settore immobiliare e si butta nelle produzioni tv. Nel 2008 apre la società Giant International srl, sede in via di Val Cannuta a Roma. Poco dopo la chiude e fonda la Giant Entertainment srl assieme alla mamma, la signora Francesca Frau, casalinga di 63 anni, con sede a Montecarlo, in boulevard Princesse Charlotte 14. Ovvero nella casa dello scandalo. Sempre nel corso del 2008, a luglio, avviene la vendita dell’appartamento e nei mesi seguenti Giancarlo Tulliani è fisso sul cantiere.


La quasi-suocera nel frattempo ha dato vita a un’altra società, la At, che incamera un contratto con Raiuno da un milione e mezzo di euro. E Giancarlo si batte per avere quattro puntate in prima serata per una sua trasmissione, «Italian Fan Club Music Award’s». Ha ricordato Antonio Marano, vicedirettore generale: «Tulliani è venuto da me due volte. Erano state approvate quattro serate estive di quelle che a me non fanno impazzire; le ho trasformate in quattro seconde serate, che costano la metà...». Epperò l’approdo di Giancarlo Tulliani in Rai si lascia dietro una scia di chiacchiere. Non sfugge alle malelingue questo giovanotto rampante che si presenta così: «Piacere, sono il fratello di Elisabetta Tulliani...».




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Sauna in palestra, raffica di multe

IL Secolo xix


Sauna e palestra? Se nel centro fitness non c’è un estetista di professione, il binomio storico del benessere non può essere inserito tra i servizi per gli utenti. Lo sanno bene i gestori delle palestre di Genova, in tutto una decina, “pizzicate” con multe salatissime dai vigili dell’Annona e dagli uomini del Nucleo antisofisticazione dei carabinieri. Nessun collegamento col tragico evento che ha portato alla morte di un russo in una sauna finlandese, qui il punto di partenza è una legge regionale, la numero 1 del 1990 che norma l’attività di parrucchieri, estetisti e acconciatori e vincola l’utilizzo della sauna alla presenza di un estetista. Secondo la legge la sauna viene considerata uno strumento professionale degli estetisti, nulla a che fare con le palestre che quindi non se ne possono servire senza avere nel proprio organico personale specializzato.

La stretta nel campo dei centri fitness colpisce anche le irregolarità in materia di servizi igienici, che in base a una legge regionale del 2002 devono essere proporzionati, nel numero, agli iscritti della palestra. I controlli sono partiti un paio di mesi fa, e sono ancora in corso. Per la sauna senza estetista le multe sono considerevoli: 867 euro per il pagamento in forma breve. Ma i titolari delle palestre si lamentano delle eccessive restrizioni esercitate dalle norme e dalle sanzioni su un settore già messo in crisi «dalla concorrenza sleale di circoli e associazioni, non obbligate a rispettare molte delle norme».




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Il gattino intraprendente che non sa saltare e crolla a terra

Il Mattino

NAPOLI (11 agosto) - Povero micino. Nel tentativo di saltare per raggiungere il suo padrone tenta il salto dal tavolo. La sua caduta a terra è goffissima e impredibile.







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Le strane concidenze delle società in paradiso

Il Tempo

Per la casa di Montecarlo nate tre aziende alle Antille in soli 4 mesi costituite poco prima dell’affare. Voci su un "italianissimo proprietario".


Printemps, Timara, Jaman. Hanno nomi esotici le tre società off-shore basate nelle Piccole Antille che si sono palleggiate il «casino» di Montecarlo che ha sbancato Gianfranco Fini. Esotici i nomi ma piuttosto banale la funzione: mettere i soldi al riparo dalle tasse. La prassi è assai diffusa fra i paperoni italiani come dimostra il ricco sottobosco di società con sede nei paradisi fiscali che consentono di proteggere il patrimonio immobiliare da controlli incrociati, lontano dagli occhi indiscreti dell'autorità giudiziaria.


La differenza nel caso dell'appartamento di Montecarlo affittato a Giancarlo Tulliani è che tutte e tre le società sembrano essere state costituite ad hoc dai medesimi soggetti. Basta seguire la strada della compravendita, o almeno i passaggi fin qui noti: l'11 luglio 2008 la casa lasciata 9 anni prima dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale finisce ai Caraibi perché il tesoriere del partito Francesco Pontone, vende la casa a Printemps Ltd, con sede in Manoel Street, 10, Castries, Saint Lucia. Printemps è nata il 30 maggio 2008, a Saint Lucia, ovvero poco più di un mese prima. Tre mesi dopo, il 15 ottobre, Printemps rivende a 330 mila euro alla Timara Ltd anche lei con sede nelle Antille.

 
Anche la Timara ha visto la luce un paio di mesi prima della compravendita. All'affare partecipa poi la Jaman Directors che ha qualche anno in più delle altre finanziarie, essendo stata fondata il 2 novembre 2005 ma con la Printemps e la Timara condivide la sede. In sostanza l'intricata operazione immobiliare si è perfezionata in appena quattro mesi e mezzo con tanto di inquilino già designato, ovvero il cognato di Fini.


Chi siano i soci di queste Ltd è un mistero, proprio perché queste operazioni finanziarie off shore garantiscono l'anonimato e limitano al massimo la responsabilità degli stessi soci che detengono azioni al portatore. Al banco del «casino» di Montecarlo spunta comunque una nutrita schiera di personaggi uniti dalla passione per i Caraibi: il finanziere Gianfranco Comparetti, proprietario dello Yacht Club Villas at Cul de sac ad Anguilla, altro paradiso fiscale vicino all'isola di Santa Lucia, segnalato dall'Ocse come possibile terminale di operazioni di riciclaggio internazionale.


Poi c'è James Walfenzao, rappresentante nell'isola di Saint Lucia della Corpag, una società di servizi delle Antille olandesi con filiali in molti paradisi fiscali, ma soprattutto consulente, amministratore e prestanome Francesco Corallo, nato a Catania nel 1960, titolare della multinazionale del gioco Atlantis World con base alle Antille. Quando sbarca in Italia, Corallo sceglie come suo rappresentante il vecchio amico Amedeo Laboccetta, dagli anni '80 colonna del Msi napoletano e poi di An. Il deputato del Pdl che ogni anno va in vacanza alle Antille e vuole essere sepolto lì.

 
Di questi personaggi nessuno è noto agli esperti che operano professionalmente nell'edilizia o nell'intermediazione di proprietà edilizie e immobiliari. Tantomeno ai consulenti delle banche d'affari specializzati nel real estate. Anzi, in molti trovano questa operazione – al di là delle mere opportunità politiche - alquanto bislacca da punto di vista tecnico. Le maggiori perplessità dei broker consultati da Il Tempo riguardano il prezzo dell'immobile: in tutti i passaggi fra le scatole cinesi delle Antille il valore dell'appartamento (70 metri quadrati più 10 di terrazzo al piano terra) non è aumentato. L'ultima compravendita, dalla Printemps alla Timara, è stata conclusa per appena 330mila euro mentre in quella zona del Principato le agenzie immobiliari stimano almeno 10 volte tanto i prezzi di vendita per appartamenti con caratteristiche analoghe.


Quindi non si capisce l'opportunità dell'operazione. Non solo. Il giochino delle tre società off-shore è abbastanza anomalo: si potevano ottenere gli stessi vantaggi in termini di riservatezza affidandosi alle cosiddette SCI monegasche, ovvero le Società Civili immobiliari si distinguono proprio per l'anonimato dei soci e per il numero contenuto di adempimenti contabili e fiscali. Perché tutti questi strani intrecci quando anche alle spa quotate in Borsa basta una specifica delibera (quella relativa a “operazioni fra parti correlate”) per procedere con passaggi immobiliari a trust o fiduciarie? Fin qui, aggiungono comunque gli esperti, non si rileva alcuna ipotesi di reato.

 
La musica però cambierebbe se dietro al “palleggio” caraibico della casa Fini-Tulliani spuntasse un giro di riciclaggio o uno scudo fiscale studiato ad hoc con annessa costituzione di capitali all'estero. Allora sì che scoppierebbe davvero un gran casino.







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La casa a Montecarlo venduta a scatola chiusa

Il Tempo

Nel Palazzo tutti stanno aspettando quello che nei giornali si chiama "il botto". La storia dell'appartamento ereditato da An e finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini, non è un temporale estivo.


Che succede? È la domanda più gettonata che mi viene posta dagli amici, dai lettori e dagli stessi politici travolti dal diluvio di dichiarazioni dei leader, sottoleader e sottopancia. La mia risposta è all’inglese: «Wait and see», aspetta e vedi. Le palle da biliardo stanno rotolando sul tappeto verde a una velocità impressionante e i birilli stanno cascando uno a uno. La realtà è che nel Palazzo tutti stanno aspettando quello che nei giornali si chiama «il botto». La storia della casa di Montecarlo ereditata da An, passata attraverso due società con sede nel paradiso fiscale delle Piccole Antille e finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini, non è un temporale estivo.

Ho letto e contato con grande interesse le pagine del Corriere della Sera, giornale prudente e istituzionale, ben diretto da Ferruccio De Bortoli. Sei pagine con i seguenti titoli: «Fini, il Pdl chiede le dimissioni»; «Il premier chiama i suoi, ora mobilitazione»; «Il presidente della Camera non cede. Dissidi con Elisabetta»; «L’ex tesoriere pentito. Dovevo rifiutare l’incarico»; «La Rai chiude la porta ai Tulliani»; «Il signor Giancarlo tentato di lasciare la casa di Montecarlo». I reporter forse non vincono all’Enalotto, ma non sono scemi e hanno capito che quella casa è stata venduta a scatola chiusa.


Nelle redazioni di tutti i giornali si lavora sulle carte e sui testimoni (molto reticenti) di questa vicenda. E noi de Il Tempo facciamo la nostra parte con scrupolo, diligenza. Guardiamo ai fatti. E in questo numero del nostro giornale ne raccontiamo di interessanti. Roba che fa riflettere. La sveltissima Camilla Conti nell'articolo qui a fianco ha ricostruito con cura tutta la storia della compravendita attraverso le società off-shore, Printemps Ltd, Timara Ltd e Jaman Directors. Sono state costituite poco tempo prima dell'operazione immobiliare sulla casa ereditata da Alleanza nazionale.


Coincidenza? Secondo gli esperti del settore - e parliamo di banche d'affari che hanno antenne sensibili e manager di lungo corso nel mare dei paradisi fiscali - che abbiamo interpellato non ci sono dubbi: l'incrocio delle date di costituzione dei trust con quelle delle firme degli atti è un indizio importante. Indica la volontà di chi compra di creare una struttura opaca intorno al business che si stava concludendo. Chi voleva comprare la casa a Montecarlo che fu della contessa Anna Maria Colleoni, decide di farlo creando appositi strumenti finanziari in un paradiso fiscale che non dovrebbe lasciare impronte digitali sull'affaire. A riprova di questo, c'è il non trascurabile fatto che non si opta per la decisione più comoda, cioè quella di utilizzare la legislazione monegasca e gli strumenti finanziari appositi creati dal Principato - che a sua volta, è bene ricordarlo, ha condizioni fiscali di vantaggio - ma si sceglie di andare lontano, in un ambiente più protetto e schermato per gli occhi di quei ficcanaso del fisco.

 

Negli ambienti politici si parla di «italianissimo proprietario» che si cela dietro quelle società. Non so se mai si riuscirà a venire a capo dell'intreccio, ma spero vivamente che la magistratura faccia luce. Nell'interesse del Presidente della Camera Gianfranco Fini prima di tutto. Un leader politico del suo calibro, terza carica dello Stato, ha il diritto di esigere da chi ha guidato l'affare (in primis Giancarlo Tulliani, il cognato, secondo quanto indicato al quarto punto della nota di Fini dell'altro ieri) chiarezza e trasparenza. Secondo quanto indicato da Fini, fu proprio il fratello di Elisabetta a farsi promotore della vendita, a indicare attraverso i suoi contatti nel Principato, il potenziale compratore.


E qui veniamo al ruolo di Francesco Pontone, il tesoriere di An. Abbiamo scritto e ribadiamo ancora una volta che si tratta di un galantuomo. La ricostruzione della vendita fatta dal nostro Fabrizio Dell'Orefice a pagina cinque de Il Tempo lo dimostra ampiamente e conferma quanto scriviamo da giorni: Pontone è un semplice esecutore dell'affare. Non tratta la compravendita, non discute sul prezzo, non chiede conto dell'origine dei compratori, non si preoccupa minimamente dell'affidabilità di chi ha davanti perché si sente in una botte di ferro e crede, come un soldato, nella gerarchia e nel comando.


Come qualsiasi fedele e leale funzionario di partito obbedisce agli ordini. Gli viene indicato di trovarsi in tal data, in tal luogo ed esegue con la sicurezza di avere un mandato preciso e le spalle coperte. Pontone non sa chi compra la casa di Montecarlo, deve solo firmare l'atto e chiudere la partita. L'indicazione di procedere spedito come un treno gli viene dall'alto, dai vertici del partito, dal suo referente numero uno, Gianfranco Fini e da chi ha giocato la partita in quel momento.

 

Il cortocircuito nasce però nel momento in cui lo stesso Fini dice di non sapere chi sono i compratori. Questo è uno dei punti che scricchiolano della sua ricostruzione. Se non lo sa lui e non lo sa Pontone, chi ha guidato l'affare? E chi si nasconde dietro le società nei paradisi fiscali? Urge una risposta, possibilmente prima del «botto».


Mario Sechi

11/08/2010





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L'incredibile sequenza di video-choc di incidenti stradali mortali nel mondo

Il Mattino

NAPOLI (11 agosto) - Il sito Live leak li ha riuniti in unico, tragico, video. Sono le drammatiche sequenze di incidenti stradali, spesso mortali, ripresi dalle telecamere di sorveglianza sparse in giro per il mondo. Scene cruente di cui si sconsiglia la visione a un pubblico particolarmente sensibile. 

 

La banca fantasma di Cacciapuoti Parla il socio: ingannato con Caravaggio

Il Mattino

 
di Carla DI Napoli

NAPOLI (11 agosto) -

Io introvabile? Ma quando mai, ditelo che sono sempre qua, a disposizione di tutti. Non ho segreti, io». Vincenzo Ioime ogni tanto fa un piccolo sbuffo, e il fiato scompiglia il ciuffo che gli ricopre la fronte. Il suo nome compare in tutta una serie di carte che dovevano portare all’apertura della Banca Popolare del Meridione, qualcuno dice che fosse l’anima finanziaria del comitato promotore.

È vero?

«Non so se mi si può definire così. Di certo io arrivai nel 2007, nel comitato a quel tempo c’erano tante anime morte».

Come dice, scusi?

«Sì, nel senso che c’era un’atmosfera di tristezza. Con me arrivarono una serie di idee e una ventata di entusiasmo, lo diceva anche Cacciapuoti. Di certo portai nel progetto se non la maggioranza degli investitori, certamente i più importanti, quelli che diedero la maggior parte del capitale. Mai avrei immaginato che finisse così. Ci ho investito tanto in termini di energie, e tanto del mio denaro, e del mio lavoro. Ma lo scriva che io ho dato sempre gli interessi ai miei investitori, sempre, a costo di rimetterci. Perché il sottoscritto viene da una famiglia conosciuta. Ci teniamo al nostro buon nome. Cacciapuoti mi ha ingannato, ma sa che non riesco a odiarlo nonostante tutto? Tra noi c’è stato un rapporto fortissimo di amicizia».

Cominci daccapo, per favore.

«Io non sono un uomo di banca, sono un odontotecnico, ma anche un imprenditore nel campo della ristorazione con marchi di successo, passando da "Cibo cibo" a "Rossopomodoro", di cui possedevo delle quote azionarie che poi ho rivenduto, ai Fratelli La Bufala al più recente Mamma Oliva. Conobbi Raffaele Cacciapuoti perché venne al nostro studio dentistico di famiglia, per un problema. Era simpatico, vulcanico. Lo invitai una volta a Ischia, e lui venne, poi qualche tempo dopo successe una cosa».

Che cosa?

«Eravamo sotto Natale, a dicembre, un giorno indimenticabile per Napoli. La mattina che cadde un palo della luce su quella povera donna, uccidendola. Ecco, io ero poco dietro di lei, in auto. Mi squillò il cellulare, accostai per rispondere: era Cacciapuoti. Mi disse che stava trattando un Caravaggio e mi invitava a vederlo. Poco dopo mi trovai di fronte al tragico incidente. Pensai: ”Questo qui mi ha salvato la vita, è un segno. Andai da lui, mi parlò più approfonditamente del progetto, mi disse che mi voleva nel comitato. Mi appassionai anch’io e così accettai».

E la storia del Caravaggio?

«Effettivamente il Caravaggio, falso ovviamente, arrivò. Era una copia de ”I bari”, famosissimo quadro. Voleva farmi credere che era riuscito ad acquistare il quadro autentico. In ogni caso era bellissimo, lo filmai anche. Lo trasportarono due persone. Vidi con i miei occhi un assegno di 62 milioni firmato da Cacciapuoti accanto al contratto di compravendita. Non so dire chi fosse il suo contatto. Sgranai gli occhi. Lello mi disse che si era preso 90 giorni di tempo per controllare la veridicità del quadro. Io non ci credevo, mi sembrò una sua stravaganza, controllai su internet e seppi che questo quadro doveva essere custodito in un museo americano.

Lui sembrava convinto, disse che se il responso fosse stato di autenticità mi avrebbe regalato un milione. Del resto sulla sua scrivania c’era un suo estratto conto e vi gettai un occhio: riportava una cifra da capogiro. Comunque riuscimmo a trovare un sovrintendente delle Belle Arti di una città del Sud, esperto del pittore, che controllò il quadro. Chiaramente disse che era falso. C’era pure un Poussin, falso anche quello. Alla luce di quello che è accaduto, forse era una messa in scena per impressionarmi».

Andiamo alla storia della banca, lei si appassionò dunque.

«Cosa dirle, aveva ragione mia moglie, lei non ci ha mai creduto. Io sì invece, mi diedi da fare e portai investitori con i fiocchi. Sì, sapevo che non si poteva fare la raccolta fondi prima di essere autorizzati dalla Consob, ma era tutto un rapporto fiduciario, anche con i soci sottoscrittori. Cacciapuoti sembrava una persona credibilissima, uno che ci metteva l’anima. E io gli ho voluto bene veramente. Mi nominò presidente onorario, ma a un certo punto mi tolse e mise al mio posto Aldo Pace. Credo incominciasse a soffrire di una sorta di gelosia».

Lei come Ricucci, com’è che gli odontotecnici hanno il pallino della finanza?

«Scherzi a parte, non so come dire, fui risucchiato come in una bolla: tutto quel lusso, le agenzie di stampa, gli articoli sui giornali, le feste, il sarto che veniva da Salerno a prendere le misure a tutti per i vestiti. Pensi che Cacciapuoti ordinò 30 abiti a questo sarto, che poi seppi che non ha mai pagato. Le auto, gli orologi, le barche. Tutto questo mi affascinò letteralmente. Solo dopo capii che questo mondo era falso, di plastica. Ma io sono stato leggero e pago. Mi assumo tutte le responsabilità, ripeto».




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Inps, pensioni ai defunti e truffe dei falsi invalidi: rubati 100 milioni di euro

IL Mattino

  

ROMA (11 agosto)

Ammontano ad almeno 100 milioni di euro le somme indebitamente pagate dall'Inps nel 2010 per effetto di quelle truffe organizzate ai suoi danni, e oggetto di una indagine della magistratura. L'attività investigativa svolta da autorità giudiziaria e forze dell'ordine nei primi sette mesi dell'anno, con l'attiva collaborazione dell'Istituto, ha portato ad indagare 5.245 persone e denunciarne 976, mentre 135 sono stati gli arresti, 42 le condanne e 32 le richieste di condanna da parte dei pubblici ministeri. Lo riferisce in una nota l'Inps evidenziando che la maggior parte delle truffe è messa in campo da falsi invalidi, falsi braccianti agricoli, persone che riscuotono pensioni di persone defunte e imprenditori che assumono fittiziamente lavoratori.


«L'azione di contrasto contro chi tenta di truffare l'Inps e quindi lo Stato sarà sempre più determinata - dichiara il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua - e infatti nel mese di settembre costituiremo una nuova unità antitruffe presso la Direzione generale dell'Istituto per coordinare le operazioni su tutto il territorio nazionale»




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Folla, bare bianche e lacrime per i funerali dei tre giovani morti a Villaricca

Il Mattino

QUALIANO (11 agosto)

E' il giorno dei funerali di Gennaro, Giuseppe e Ugo, i tre ragazzi morti nella notte tra sabato e domenica uccisi da un 25eenne che, ubriaco e drogato, li ha travolti con la sua auto. Tre bare bianche sull'altare, tra le lacrime e la disperazione di migliaia di persone. In molti hanno indossato una maglietta con la foto dei tre inseparabili amici abbracciati.




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Oscar Wilde milionario, Marx povero: i testamenti dei personaggi storici

di Redazione

Nessuno può portarli con sé, ma qualcuno lascia indietro parecchi soldi. Pubblicati oltre sei milioni di testamenti di età vittoriana e del XX secolo



 

Nessuno può portarli con sé, ma qualcuno lascia indietro parecchi soldi: è il caso di Charles Dickens e Charles Darwin, mentre Karl Marx non ha certo dato troppa soddisfazione (almeno finanziaria) ai suoi eredi. Il sito britannico Ancestry.co.uk ha pubblicato oltre sei milioni di testamenti di età vittoriana e della prima metà del XX secolo, tra cui non poche ultime volontà di personaggi famosi.



I testamenti d'oro Dickens poté dirsi fortunato: al contrario di molti contemporanei, la ricchezza gli arrise in vita, tanto da lasciare nel 1870 una somma pari a sette milioni di sterline attuali; meglio ancora fece Chares Darwin (di famiglia benestante) il cui patrimonio varrebbe 13 milioni di sterline. Rimanendo nel campo della scrittura, Arthur Conan Doyle vergava i racconti di Sherlock Holmes fra un paziente e l’altro: lo studio medico non gli dava di che vivere ma la penna sì, tanto da passare agli eredi l’equivalente di tre milioni di sterline.



Fortune "magre" Peggio andò a Lewis Carroll e D. H. Lawrence, con un patrimonio di poche centinaia di migliaia di sterline. Nonostante la storia lo additi come epitome del fallimento politico, il premier britannico Neville Chamberlain accumulò oltre quattro milioni di sterline; al contrario, Marx ne lasciò 250 dell’epoca - circa novemila di oggi - alla figlia Eleanor. Last but not least, Oscar Wilde: "Non ho altro con me se non il mio genio", disse, e aveva quasi ragione. Morto a Parigi nel 1900, lasciò ai posteri un patrimonio di appena 19mila sterline - e il genio.





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E Tulliani con la fidanzata lava la «Ferrari» che vale 197 mila euro

Corriere della sera

Fotografato mentre in compagnia della fidanzata pulisce la supercar in un autolavaggio



A MONTECARLO


Fotografato mentre in compagnia della fidanzata pulisce la supercar in un autolavaggio



MILANO — Giancarlo Tulliani, dopo essere sfuggito alla ressa di fotografi e giornalisti che assediano da giorni la casa dove abita a Montecarlo in boulevard Princesse Charlotte, è stato fotografato mentre in compagnia della fidanzata pulisce in un autolavaggio del Principato una Ferrari 458 Italia.


Di colore blu notte, si tratta di uno dei primi esemplari consegnati del modello presentato un anno fa dal costruttore di Maranello. Per le sue particolari prestazioni è considerata quasi un’auto da corsa (perché è in grado di raggiungere 325 km orari) e costa 197 mila euro. A pubblicare queste immagini è il settimanale Chi, che commenta anche l’abbigliamento del fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta, e della sua fidanzata. Giancarlo Tulliani, infatti, 33 anni, «cognato» del presidente della Camera, nel servizio fotografico indossa una polo blu griffata Ralph Lauren, ma in versione extralarge. Si tratta di un’edizione speciale disegnata per la Nazionale australiana di calcio ai Mondiali 2010.


I jeans sono di Dolce & Gabbana, come si evince dalla placca in metallo dorato in cornice di pelle che è cucita sulla tasca posteriore del pantalone. Le scarpe, invece, sono le classiche Hogan, con le H in evidenza, ma nel colore più classico: il blu. La fidanzata, che nel servizio pubblicato da Chi aspetta pazientemente che Tulliani finisca di pulire la Ferrari, è anche lei griffata, visto che indossa una canotta Miu Miu e le zeppe di Prada.



11 agosto 2010



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Un pitone albino di tre metri usato come «corriere della droga»

Corriere della sera

Ottimo come nascondiglio e per spaventare i rivali
Banda operante in tutto il Lazio: 12 arresti dei Finanzieri


ROMA - Un pitone albino di tre metri per nascondere a cocaina purissima e minacciare i rivali. E' questo lo stravagante «corriere della droga» utilizzato da un'organizzazione criminale scoperta a Roma. I Finanzieri hanno arrestato dodici persone e smantellato una banda che operava su tutto il Lazio. Durante una perquisizione, è stato trovato anche il pitone albino (Python Molurus Bivittatus varietá albina) che custodiva ben due etti di cocaina confezionati in ovuli.



AFFIDATO AL BIOPARCO - L'animale è stato catturato con l'aiuto del Corpo Forestale e affidato alle cure veterinarie degli esperti del BioParco di Roma. Vista la rarità della specie, la struttura si è detta disponibile a «ospitare» il serpente nel suo rettilario.





USATO PER SPAVENTARE - Il pericoloso rettile oltre ad essere un eccellente nascondiglio per le sostanze stupefacenti, fungeva anche da deterrente per le forze dell'ordine e mezzo di «convinzione» per ottenere i pagamenti richiesti ai potenziali acquirenti delle sostanze stupefacenti.






Un esemplare del raro pitone albino (dal web)
Un esemplare del raro pitone albino (dal web)
SHYLA CONNECTION - L'operazione «Shyla connection», iniziata a seguito di alcuni controlli su strada effettuati dai Finanzieri del I Gruppo Roma, ha permesso, nel giro di pochi mesi, di sequestrare circa cinque chili di cocaina che l'organizzazione custodiva in immobili che erano stati adibiti a deposito. Il blitz che ha permesso di smantellare l'associazione criminale è scattato quando sei dei membri dell'organizzazione, intercettati e pedinati, si sono riuniti in uno degli immobili per preparare la sostanza da spacciare.



Le successive perquisizioni hanno permesso di rinvenire non solo lo stupefacente giá pronto per essere immesso sul mercato laziale unitamente a tutta la strumentazione utilizzata dalla banda per la preparazione dello stesso ma anche diverse pistole e proiettili di vario calibro, verosimilmente strumentali alla commissione dell'illecita attivitá. I dodici arrestati, tra cui due donne, dovranno rispondere di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, nonchè di altri reati contro il patrimonio e connessi all'illecita detenzione di armi e specie animali protetti.


Rinaldo Frignani
11 agosto 2010




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Sciopero a Shanghai contro la fabbrica del sindaco di Prato

La Stampa

«Da mesi senza stipendio»: i dipendenti cinesi della Sach protestano al consolato italiano


MARCO ALFIERI

Settanta dipendenti cinesi dell’azienda tessile Txy, controllata dall’italiana Sasch, che scioperano a casa loro, a Shanghai, perché rimasti senza stipendio. Recapitando una lettera alle autorità di Roma «perché ci aiutino a recuperare gli stipendi che la Sasch non ci ha pagato», come spiega Wang, uno dei lavoratori. Strano, molto strano un comportamento così in Cina.

In Cina «dove la sensibilità allo sciopero è pochissimo sviluppata per evidenti motivi», spiega una fonte qualificata. «Dove l’unico sindacato è quello di stato, dove se non vieni pagato anche solo un mese te ne vai perché altrimenti non sapresti come mangiare e dove quasi tutti gli operai, impiegati nel sottobosco del tessile, sono analfabeti o quasi». Insomma difficile non vedere dietro alla protesta davanti al The Center di Shanghai, che ospita gli uffici Ice e il Consolato italiano, una qualche regia politica. Non foss’altro perché Sasch è un’azienda fiorentina di cui è azionista di maggioranza nonchè presidente il sindaco di Prato, Roberto Cenni (Pdl), in carica da ormai un anno. Una vittoria elettorale costruita proprio sulla lotta contro l’illegalità cinese del distretto parallelo del tessile, che ha permesso al centrodestra di espugnare una cittadina simbolo della Toscana rossa.


Per capire questo strano intreccio economico-diplomatico giocato sull’asse Prato-Shanghai bisogna fare un passo indietro e tornare alle origini di Sasch, un azienda che produce abbigliamento da donna molto in voga negli anni ’90, quando sale sulla ribalta nazionale sponsorizzando alcune edizioni di Miss Italia. Cenni e la sua società sono stati tra i pionieri dello sbarco italiano in Cina: fin dagli anni ’90 Sasch produce proprio nel Far East, tramite Txy e altre aziende collegate, una quota importante del proprio assortimento, poi commercializzato attraverso i negozi italiani. Abiti sostanzialmente low cost, da 9-12 euro, in questi giorni venduti addirittura a sconto del 50 per cento. Un programmato simile al portentoso Prontomoda cinese a cui ha finito alla lunga per pagare dazio. La stagione d’oro di Sasch è infatti finita da un pezzo. L’azienda del sindaco non se la passa bene, «produce abiti un po’ troppo cinesi», commenta qualcuno a Prato. Non bastasse, il suo amministratore delegato è sotto inchiesta per false fatturazioni.


Durante questo primo tratto di sindacatura Cenni ha continuato a dividersi tra comune e azienda. Con un chiodo fisso, battuto tutti i giorni dal suo braccio armato Aldo Milone, l’assessore alla sicurezza, lo sceriffo anti cinese che invita i giornalisti ai blitz nei laboratori clandestini tra via Pistoiese e il Macrolotto (vittima ieri di una lettera minatoria firmata Brigate rosse, la terza in un anno): debellare Prato dall’immigrazione gialla. Una crociata finita anche sulle pagine del New York Times che non è passata inosservata nelle stanze felpate del ministero degli Esteri di Pechino, dove la comunità pratese, crocevia del Pronto moda di mezza Europa, è tenuta in grande considerazione.


Lo sciopero anomalo proprio nell’azienda cinese di Cenni si leggerebbe dunque anche così. Alle autorità di Pechino non piace affatto il muscolarismo dell’amministrazione comunale. L’altro giorno, in gran segreto, un alto funzionario del ministero cinese è salito a Prato, dove ha incontrato i capi comunità. Oltre ai blitz enfatizzati dalle tv locali, qualche settimana fa Cenni ha ricevuto di malavoglia una delegazione di produttori asiatici interessati a girare una parte importante di una fiction tv proprio a Prato, mostrandosi contrario a reclamizzare un modello di business che, secondo lui, macina quattrini e sfruttamento.


Né sembra entusiasta della proposta, avanzata dall’università cinese della regione di Wenzhou, da cui proviene la maggior parte dei 30mila immigrati giunti in Toscana, di aprire una propria sede a Prato «per favorire - come spiegano dalla Provincia - la promozione del processo di inclusione della diaspora cinese nel contesto economico, sociale e culturale pratese». Cenni e la sua giunta semplicemente non credono possibile l’integrazione e preferiscono lavorare sull’ordine pubblico. Un dossier ormai diplomatico molto caldo, tenuto ben presente a Pechino…




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Dickens milionario, Marx povero in canna le alterne fortune dei geni del XIX secolo

Corriere della sera

Il sito britannico Ancestry.co.uk ha pubblicato oltre 6 milioni di testamenti di epoca vittoriana


MILANO - Non sempre il genio va di pari passo con la fortuna, almeno quella economica. Eppure è sorprendente vedere come a distanza di più di cento anni, il successo abbia arriso in maniera così diversa a personaggi tutti di grande levatura culturale. Anche se a dire il vero le condizioni di partenza in molti casi sono state determinanti. Lo rivela il sito britannico Ancestry.co.uk, che ha pubblicato oltre sei milioni di testamenti di età vittoriana e della prima metà del XX secolo, tra cui non poche ultime volontà di personaggi famosi, grazie alle quali è finalmente pubblico quanti soldi questi ultimi abbiano lasciato ai propri eredi. Così scopriamo accanto a cose risapute (il grande successo economico dei romanzi di Charles Dickens, mentre i saggi di Marx ne riscossero molto meno) anche altre meno note, come l'insuccesso come medico di Arthur Conan Doyle che campava solo grazie al suo secondo lavoro di romanziere, che invece rendeva molto bene grazie al successo del suo più celebre personaggio, Sherlock Holmes.



I LASCITI - Dickens poté dirsi fortunato: al contrario di molti contemporanei, la ricchezza gli arrise in vita, tanto da lasciare nel 1870 una somma pari a sette milioni di sterline attuali (8,43 milioni di euro); meglio ancora fece Chares Darwin (di famiglia benestante) il cui patrimonio varrebbe attualmente 13 milioni di sterline (15,6 milioni di euro). Rimanendo nel campo della scrittura, Arthur Conan Doyle vergava i racconti di Sherlock Holmes fra un paziente e l’altro: lo studio medico non gli dava di che vivere ma la penna sì, tanto da passare agli eredi l’equivalente di tre milioni di sterline (3,61 milioni di euro). Peggio andò a Lewis Carroll e D. H. Lawrence, con un patrimonio di poche centinaia di migliaia di sterline. Nonostante la storia lo additi come vero e proprio simbolo del fallimento politico, il premier britannico Neville Chamberlain accumulò oltre quattro milioni di sterline di oggi (4,8 milioni di euro) da lasciare agli eredi; al contrario, Marx ne lasciò solo 250 dell’epoca - circa novemila di oggi (10.840 euro) - alla figlia Eleanor. Last but not least, Oscar Wilde: «Non ho altro con me se non il mio genio», disse, e aveva quasi ragione. Morto a Parigi nel 1900, lasciò ai posteri un patrimonio di appena 19.000 sterline attuali (22.891 euro) - oltre naturalmente al ricordo del suo genio.




Redazione online
11 agosto 2010




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Nessuno può più suonare lo Stradivari perfetto

La Stampa

Il grande liutaio realizzò il violino Messiah nel 1716. "Unisce come nessun altro dolcezza e grandeur" ha detto Joseph Joachim, l’ultimo che l’ha provato



SANDRO CAPPELLETTO

OXFORD

Un nome così, e non poter far sentire la propria voce. «È vero, lo chiamiamo il Messiah», dice John Whiteley, responsabile del Dipartimento di arte occidentale dell’Ashmolean Museum; poi, davanti alla teca di vetro infrangibile che lo protegge, aggiunge con espressione un po' divertita, un po’ sconsolata: «But, it is dumb». È muto.


Esito paradossale per un violino di Stradivari; un capolavoro della sua arte che molte volte è passato di mano e prima di trovare la sede definitiva in questo museo attiguo alla prestigiosa Università, ha viaggiato per migliaia di chilometri, tra Italia, Francia e Gran Bretagna. Ed è stato anche suonato: i pochi virtuosi toccati da questo privilegio, ne hanno lasciato testimonianze entusiasmanti. Dobbiamo credere loro sulla parola; se oggi un violinista provasse a farlo, il Messiah non reggerebbe alla pressione, le fibre del legno si incrinerebbero, spezzandosi, morendo per sempre. Il valore? Immenso e zero; perché uno strumento musicale che non fa musica è soltanto un pezzo di legno.


Cremona, 18 dicembre 1737: vecchio di 93 anni, muore Antonio Stradivari; nella bottega dove ha sempre lavorato, creando oltre mille tra violini, viole e violoncelli, rimangono ancora novantuno strumenti da vendere. Degli undici figli avuti, soltanto Francesco Giacomo, Omobono e Paolo, il più piccolo, continuano il mestiere. Costruiscono nuovi strumenti, anche falsificando la firma del padre, ma soprattutto, approfittando di un mercato subito fiorente, vendono a buon prezzo i capolavori creati da Antonio. Si arriva così, di cessione in cessione, fino al 1775, quando di strumenti ne sono rimasti soltanto dieci e Paolo Stradivari non resiste all’offerta che gli proviene da Ignazio Alessandro Cozio, conte di Salabue.


È un nobile piemontese, al momento di quell’acquisto ha soltanto vent’anni e nel suo castello di Casale Monferrato ha iniziato quella che diventerà la prima e più importante collezione al mondo di violini italiani: non si contano gli Amati, i Ruggeri, i Bergonzi, i Cappa. L’arrivo dei dieci Stradivari è il suo capolavoro: la fama di Cozio dilaga ed è a lui che si rivolgerà Niccolò Paganini, quando proverà il desiderio di suonare uno Stradivari. Ma la passione diventa una febbre, una malattia; con l’aiuto del liutaio Giovanni Battista Guadagnini, Cozio tenta di clonare gli Stradivari, di creare dei figli degni dei loro padri: un’ambizione che non verrà mai soddisfatta, provocandogli una crescente frustrazione.


Il conte invecchia, nessuno in famiglia condivide quella mania e qui entra in scena il personaggio più nero di tutta la vicenda. Luigi Tarisio, un commerciante di Fontaneto Po, vicino a Vercelli. Di professione ebanista e restauratore, però anche lui malato di violini: da mercante, non da innamorato. Ha un fiuto infallibile; viaggia da solo, a cavallo, a piedi, raramente si concede il lusso di una carrozza, batte le città e le campagne piemontesi e lombarde a caccia di strumenti. Trasandato, scontroso, di poche parole, buon pagatore. Accumula, pulisce, restaura, rivende. Arriva a duecento strumenti, che tiene nascosti nel nuovo appartamento di Milano, dove si è trasferito e dove ha sistemato anche tutti gli Stradivari comprati da Cozio. Ma i più preziosi, li nasconde nei casali di campagna, sotto la paglia.


I primi decenni dell'Ottocento vedono esplodere la figura del violinista virtuoso, splendido e demoniaco, che incanta il pubblico. I prezzi si impennano e Tarisio diventa ricco; entra in contatto con i migliori liutai di Parigi e di Londra e ogni volta, prima di ritornare a Milano, si congeda con la stessa frase: «Questi sono ottimi strumenti, ma ne ho uno con una voce meravigliosa, potente e lieve come nessun'altro. Se soltanto lo vedeste!».


Jean Baptiste Vuillaume, il più affidabile liutaio parigino, gli chiede di portarlo, di provarlo, ma Tarisio non lo accontenta mai. Un giorno, entra nel negozio Jean-Delphin Alard, il migliore violinista francese del tempo. Ascolta la conversazione, l'immancabile chiusa di Tarisio e sbotta: «Ma insomma, il vostro violino è come il Messia degli ebrei. Lo si aspetta sempre, ma non appare mai». Il nome è dato, per sempre. Tarisio muore nel 1854, senza eredi, e questa volta è Vuillaume a scendere da Parigi a Milano. Va nell’appartamento di Tarisio e, in un disordine e sporcizia da clochard, trova molti violini, ma non quello che più di ogni altro cerca.


Mette in fila nomi, indirizzi, ricordi, raggiunge una cascina tra Lombardia ed Emilia. Il Messiah è nascosto lì, in una stalla, come un suo omonimo di molti anni prima. Custodi sono due sorelle, ignare del valore di quello Stradivari. A Vuillaume lo strumento appare subito bellissimo e proporzionato: lungo 59,3 centimetri, profondo circa 3; la vernice finissima che dà alla tavola in abete rosso della Val di Fiemme un caldo colore arancio-marrone; l’intensa e irregolare marezzatura delle nervature del fondo, costituito da due pezzi di acero perfettamente uniti; l’inclinazione accentuata delle due «effe», i fori della parte anteriore indispensabili per far «volare» il suono; l’eleganza delle curve del riccio, la parte conclusiva del manico. All’interno, appare il cartiglio con la sigla del maestro: «Antonius Stradivarius Cremonensis faciebat 1716». Il suo periodo d’oro.


Eccolo, ora, il Messiah farsi ammirare nel negozio di Parigi; Vuillaume lo conserva con scrupolo, resiste alle mille richieste di vendita; evidentemente colpito anche lui dal morbo di Tarisio, non lo fa suonare a nessuno. Il Messiah rimane muto. Vuillaume muore, i suoi tesori vengono ereditati dalla figlie e dal genero violinista. Quando anche il genero muore, i suoi figli vendono il Messiah agli Hill, i più importanti collezionisti inglesi. È il 1890, il prezzo è stabilito in 2 mila sterline: la somma più alta mai pagata per un violino.


Gli Hill, finalmente, permettono ai migliori violinisti di suonarlo. Questa è la testimonianza di Joseph Joachim, l'interprete prediletto da Brahms: «Il suono del Messiah è unico, e ritorna sempre alla mia memoria, con la sua combinazione di dolcezza e “grandeur”, che mi impressionò così tanto. È giustamente celebrato e spero un giorno di poter di nuovo toccare con il mio archetto le sue corde».


Non accadrà più. Gli Hill vendono, ricomprano, il fragile Messiah ha bisogno di urgenti interventi di restauro, ma allo scoppio della seconda guerra mondiale, mentre le bombe tedesche iniziano a devastare Londra, la preoccupazione di Alfred e Arthur Hill è, prima di tutto, quella di salvare il violino. Con gesto da grandi mecenati, decidono di portarlo lontano dal pericolo e lo donano al Museo di Oxford, dove ancora sta. Anche Salvatore Accardo ha chiesto di poterlo provare, ma la direzione dell’Ashmolean è stata inflessibile: «Probabili problemi di mantenimento e di resistenza della struttura, dovuti alla lunga inattività del violino, rendono impossibile soddisfare la sua richiesta». Il Messiah continua a tacere.




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