giovedì 12 agosto 2010

Lap dance a Las Vegas: le ballerine sono ologrammi

Repubblica

Il Lolita Tequila Bar di Las Vegas intrattiene i suoi clienti con la balli e lap dance, come è tradizione nella città del Nevada. Ma con una differenza non da poco: le sexy ragazze che si esibiscono per il pubblico sono olografiche. E' la prima volta che questa tecnologia - già utilizzata dal leader dei Blur Damon Albarn per i concerti del suo gruppo virtuale Gorillaz - viene applicata in questo tipo di luoghi di ritrovo

Israele: la moneta d'oro della dea

Repubblica

Una moneta d'oro rarissima risalente al 191 a.C. è stata scoperta durante degli scavi nel nord del paese. Coniata in Egitto all'epoca di re Tolomeo V, la moneta reca l'effige di Arsinoé, sposa di Tolomeo II, che era stata divinizzata in vita

Governo tecnico? Bossi fa il dito medio a Sky

Repubblica

Intervista al leader della Lega che poi spiega: ''Meglio andare subito a votare''

Polonia: 104 paracadutisti falliscono la ''ragnatela''

Repubblica

Tentano di mettersi in formazione nei cieli di Wloclawek ma non riescono a battere il record europeo

Banca fantasma: imprenditore denuncia «Cacciapuoti mi ha rubato 4 milioni»

IL Mattino

  
di Tullio De Simone

NAPOLI (12 agosto) - È un imprenditore napoletano per anni attivo a Chiaia la principale vittima della Banca Popolare del Meridione, ideata dal faccendiere Raffaele Cacciapuoti, che risulta ancora irreperibile. L’uomo si chiama Cesare Guarino e racconta al Mattino di aver perduto nell’impresa fantasma una cifra pari a quattro milioni di euro.

Ottantun anni compiuti ieri - il compleanno più nero della sua esistenza - Guarino racconta come è caduto nella trappola. «Mi sono fidato, ho creduto in una grossa operazione bancaria, volevo sistemare tutti i miei nipoti». E conclude: «È un colpo durissimo, mi hanno rubato i risparmi di una vita, ora sono quasi sul lastrico e distrutto nel morale».





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Boss del clan Grimaldi preso in Calabria dopo inseguimento tra i bagnanti

IL Mattino

  

NAPOLI (12 agosto) - Era ricercato con le accuse di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di violazione della legge delle armi. Alfredo Vigilia, 43 anni, ritenuto elemento di spicco del clan «Grimaldi», operante nel napoletano, è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, la scorsa notte a Cetraro, in provincia di Cosenza, dopo un rocambolesco inseguimento iniziato nel tardo pomeriggio tra i bagnanti in spiaggia. Vigilia dal 2 luglio era destinatario di un ordine di carcerazione. Precedente, a maggio scorso, quando sempre i carabinieri del nucleo investigativo di Napoli arrestarono il reggente del clan, Giovani Grimaldi, e suo genero, era riuscito a sfuggire all'arresto.

L'uomo alla vista dei carabinieri è fuggito ma è stato bloccato dopo un inseguimento che si è concluso nelle campagne della cittadina calabrese. Gli investigatori hanno arrestato anche due persone con l'accusa di favoreggiamento perchè avrebbero aiutato il latitante.





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Sposa la donna della sua vita in punto di morte

Il Secolo xix

Sono riusciti a coronare il loro sogno, quello di sposarsi dopo una storia d’amore lunga vent’anni, prima che il terribile male strappasse lui, l’uomo amato da una vita, all’affetto della compagna e di un’intera comunità.

Una storia triste ma piena di speranza e amore quella di Valentin e Daniela, una coppia di romeni da anni residenti in Italia, che ha commosso un intero paese. Piana Battolla, frazione del comune di Follo: è qui, in una piccola ma dignitosa abitazione situata all’entrata del paese, che i due romeni mercoledì hanno deciso di unirsi in matrimonio, poco prima che la malattia che affliggeva da tempo Vale si ripresentasse in tutta la sua crudeltà e si portasse via l’uomo appena qualche ora dopo il fatidico “sì”.


Vale e Dana si erano conosciuti a Ploiesti, città a ottanta chilometri dalla capitale Bucarest. Lui, camionista, aveva incontrato lei, giovane dirigente comunale. Un amore scoccato subito ma che non è decollato. Le strade di Vale e Dana si separano, entrambi trovano un nuovo amore e si sposano, ma non sanno che il destino ha riservato per le loro vite un nuovo capitolo.I rispettivi matrimoni naufragano e un viaggio in Romania di Vale diventa l’occasione giusta per rincontrarsi. E questa volta scatta la passione che porta la donna ad abbandonare tutto per seguire l’uomo in Italia.


La felicità lascia il campo alla paura quando, cinque mesi fa, a Valentin viene diagnosticato un tumore. Le cure non arginano il brutto male ma quel matrimonio tanto sognato deve essere celebrato, a tutti i costi. Ed inizia una corsa contro il tempo quando, venti giorni fa, Vale si sente male ed entra in coma. Non c’è più tempo da perdere, ma mancano i documenti del marito. Dana chiede aiuto ai servizi sociali del comune di Follo, con l’assessore Pasquale Giacomobono che si reca a Torino nel consolato romeno per ottenere i visti necessari.


La cerimonia, celebrata mercoledì mattina nell’abitazione della coppia dal sindaco, Giorgio Cozzani, è l’ultima pagina felice di una storia d’amore, con il sogno di una vita spezzato poche ore più tardi da una crisi respiratoria che non ha lasciato scampo a Valentin. I funerali si terranno domani alle 10.30 a Piana Battolla nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice.



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Ora la società televisiva di mamma Frau è inattiva

IL Tempo

I Tulliani amano lo spettacolo. Elisabetta ha provato anche a sfondare nel mondo televisivo ma anche gli alti membri dellla famiglia non disdegnano il piccolo schermo. Magari da dietro la telecamera.


La compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta Tulliani Amano lo spettacolo i Tulliani. Lei, Elisabetta, ha provato anche a sfondare nel mondo televisivo con la partecipazione a show come «Tintarella di Luna» con Barbara Chiappini. Ma anche gli alti membri dellla famiglia non disdegnano il piccolo schermo. Magari da dietro la telecamera, in quel mondo di case di produzione di spettacoli e fiction che affolla i corridoi della Rai, grande mamma pronta ad allentare i cordoni della borsa, per riempiere il magazzino di opere prime. Ed è in questa fascia che si vanno a collocare i Tulliani guidati ancora una volta da figlio maschio, Giancarlo, che nella sede di viale Mazzini a Roma (stessa strada nella quale campeggia la scultura equestre simbolo della Rai) apre il primo dicembre 2008 il suo Giant Entertainment group srl (Ge group srl). Primi passi felpati in un mondo non facile da approcciare. Formalmente, però, la società è vissuta un solo mese, con cessazione di attività alla data del 31 dicembre dello stesso anno. Come l'Arabe Fenice però allo stesso indirizzo succede alla Ge group una nuova azienda. Perde solo un pezzo del titolo, ma l'attività è sempre la stessa.


Nasce infatti la Giaint Entertainment srl, iscritta formalmente nel registro della Camera di commercio di Roma il 29 maggio 2009. Non mancano le novità. Giancarlo non è più il principale azionista del gruppo. Le sue azioni, il 51% del capitale passano, alla mamma Francesca Frau. Che sebbene abbia un passato da casalinga si tira su le maniche e comincia a lavorare. Così da un gruppo di produzione tv ne ha ricavati due: insieme alla nuova Giant è nata nel maggio 2009 anche la Absolute television media srl. Aziend dal destino incerto almeno a giudicare dalla vita societaria. Non fa in tempo a vedere la luce che il suo amministratore, Lucio Fasoli, deposita il bilancio di esercizio al 31 agosto 2009: la società chiude con una perdita di 1.665 euro. Poi almeno a giudicare dalle visure societarie va in sonno, tecnicamente diventa "inattiva". In soldoni esiste ma non fattura. Nel frattempo però i contratti arrivano. Nel bilancio 2009 di At Media non ce n'è traccia. Eppure la Rai dà un primo contratto di peso per selezionare gli ospiti a una delle trasmissioni di punta del pomeriggio di "Rai Uno", condotta da Caterina Balivo. Le affidano 183 puntate ognuna dietro pagamento di 8.120 euro per ciascuna. In tutto fanno 1 milione e 485 mila euro.


Filippo Caleri

12/08/2010





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Falsi invalidi: le storie E il cieco al volante gridò al miracolo

Quotidianonet

Riportiamo solo tre del migliaio di casi di falsi invalidi pizzicati dall'Inps per truffa: oltre al non vedente pilota, c'è il sordo che suona nella banda e lo skipper col 100% di invalidità

ROMA, 12 agosto 2010


CIECHI

alla guida di auto, pensioni riscosse per conto di persone defunte anche da anni e molto altro. Le truffe all’Inps vanno in scena con continue repliche ed un copione ormai tutt’altro che inedito. Ma che continua a sorprendere per fantasia e faccia tosta.


Un pensionato cieco

sorpreso dai carabinieri mentre si fa indicare la strada su una cartina, a Montesilvano (Pescara). Due ciechi a Milano: uno aveva superato l’esame per la patente di guida, l’altro spacciava droga. La Guardia di Finanza, che li ha denunciati per frode, ha calcolato che in dieci anni avevano intascato oltre 220mila euro di indennità di accompagnamento. C’è anche chi, a Perugia, di fronte al giudice ha sostenuto di aver riacquistato la vista dopo il pellegrinaggio ad un santuario nel giorno di Santa Lucia, protettrice dei non vedenti. 


Cassino: sordo suona nella banda

A Cassino un sordo, con pensione di invalidità, suonava in una banda musicale. Ad Acireale una invalida presenta un certificato di sana e robusta costituzione per il porto d’armi. A Napoli un’intera famiglia, 16 persone, tutte invalide, sorprese a passeggiare senza problemi


Trento: lo skipper con l'handicap al 100%

A Trento: settantenne, invalido al 100%, guidava una spider (con il contrassegno di invalido sul parabrezza) e andava in barca a vela. Ha intascato da Inps e Provincia indennità per 45 mila euro in 9 anni. E’ stato notato dai passanti, la Procura l’ha indagato





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Per la Madonnina 4,4 milioni di euro

Corriere della sera

Lo stanziamento è stato approvato dalla Regione
e vede coinvolto anche il ministero per i Beni culturali




MILANO- Uno stanziamento di 4,4 milioni di euro per mettere in sicurezza la Madonnina del Duomo di Milano. È stato approvato dalla Giunta regionale lombarda, su proposta dell'assessore alla Cultura Massimo Buscemi, il testo dell'Accordo di Programma che sancisce l'impegno per il restauro della guglia maggiore (primo lotto) e per il riallestimento del Museo.

Dopo il via libera ottenuto da parte del Comitato dell'Accordo, lo scorso 19 luglio, compie dunque un ulteriore passo avanti il testo dell'intesa che prevede un investimento di 4,4 milioni di euro (che si aggiunge al milione e mezzo già speso) per il restauro e la valorizzazione del Duomo di Milano. L'Accordo, promosso da Regione Lombardia (che stanzia 1 milione), vede coinvolti anche il ministero per i Beni e le Attività culturali, la Provincia e il Comune di Milano, la Veneranda Fabbrica del Duomo e l'associazione Italia Nostra. Questi, nel dettaglio, gli interventi previsti. L'investimento per le opere previste dall'Accordo è di circa 4,4 milioni di euro. Regione Lombardia mette a disposizione 1 milione, il ministero per i Beni e le Attività culturali 1,2 milioni, la Provincia di Milano 500 mila euro, il Comune di Milano 1 milione e la Veneranda Fabbrica del Duomo 686 mila euro.

L'accordo dà anche conto dei fondi già spesi fin al 2009 (1,3 milioni dalla Veneranda Fabbrica del Duomo e 232 mila euro da Regione Lombardia). Sia l'intervento sulla Guglia (primo lotto), sia quello sul Museo dovrebbero concludersi entro un anno circa. «L'impegno di Regione Lombardia per il restauro e la salvaguardia di questo straordinario monumento caro a tutti i Lombardi - ha spiegato il presidente Roberto Formigoni - è cominciato molto tempo fa. Questa nuova tappa nell'iter dell'Accordo, ma soprattutto lo stanziamento di un milione di euro, di cui Regione si fa carico, sono la testimonianza del nostro coinvolgimento concreto a tutela e valorizzazione di quello che tutti considerano uno dei luoghi più importanti della Lombardia e di tutto il Paese, sia sul versante religioso, che artistico, civile e turistico». (Fonte Agi)


10 agosto 2010(ultima modifica: 11 agosto 2010)



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Morto Salvatore Furia, il meteorologo del Gazzettino Padano

Corriere della sera

Artefice della nascita del Centro Geofisico prealpino e della Cittadella delle Scienze al Campo dei Fiori




VARESE - È morto all'età di 85 anni, a Varese, Salvatore Furia, meteorologo piuttosto noto al pubblico lombardo per la lettura, ogni mattina, delle previsioni del tempo al 'Gazzettino Padano' della Rai. Originario di Catania, Furia è stato l'artefice della nascita del Centro Geofisico prealpino e della Cittadella delle Scienze al Campo dei Fiori, la vetta che domina Varese dove c'è la sede della Società astronomica 'Schiaparellì da lui fondata nel 1956. Lì oggi si studia il tempo e si osservano le stelle. Questa notte Salvatore Furia si è sentito male a letto, nella sua casa, prima di raggiungere il suo ufficio come ogni giorno all'alba, firmare il mattinale con le previsioni meteo e leggerle alla radio. I suoi collaboratori, impegnati in queste ore a rispondere a numerose telefonate di cordoglio, continueranno il suo lavoro al Centro geofisico. (Fonte Ansa)

È morto Salvatore Furia



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Il Gran Premio fiscale di Tulliani

IL Tempo

Il cognato di Gianfranco Fini abita a Montecarlo ma è spesso a Roma. Per essere in regola deve stare all’estero 180 giorni l’anno. È così? Forse con Valentino Rossi non ha in comune solo la Ferrari. 

FERIE Le vacanze rovinate di Gianfry


Quiz estivo: cosa hanno in comune Valentino Rossi e Giancarlo Tulliani? Risposta: la Ferrari 458 Italia. Motore da 570 cavalli, doppia frizione, 7 marce e velocità massima di 325 km/h. Costo 197 mila euro. Entrambi i ragazzi (31 anni Valentino, 33 Giancarlo) la sfoggiano in queste ferie d’agosto alla faccia della crisi. Rossi l’aveva provata a gennaio a Fiorano e ha scelto un modello giallo col tetto nero mentre il cognatino di Fini ha preferito la tinta «all black», più aggressiva e meno tamarra.

Altra differenza: Valentino Rossi, oltre che per le incredibili vittorie al MotoGp, è finito sui giornali per aver restituito 35 milioni di euro al Fisco. Nel periodo 2001-2006 il pilota aveva la residenza fiscale nel Regno Unito e quella reale nel Bel Paese. Per il 2000 ha ottenuto il condono. Dal 2007 paga le tasse in Italia. E Tulliani? Anche lui ha residenza fiscale all'estero. A Montecarlo. Tanto che la stessa Ferrari 458 – come si vede nelle foto di Giancarlo e fidanzata scattate all'autolavaggio dal settimanale Chi – ha la targa monegasca.

A differenza di Rossi, Tulliani non si è distinto per meriti sportivi. Cosa fa di lavoro? Di lui si sa che a soli 33 anni ha alle spalle un buon numero di esperienze imprenditoriali in molte delle quali sembra esserci lo zampino della sorella Elisabetta. Si sa che nel 2000, quando lei era fidanzata con Gaucci, il 23enne Giancarlo diventa vicepresidente esecutivo della Viterbese calcio, comprata dall'allora patron del Perugia. Ma la passione per il pallone dura poco e Giancarlo si butta sullo show business, reinventandosi imprenditore e produttore televisivo con la Giant Entertainment Group riesce anche a finire sulla Rai che trasmette nell'estate 2009 il suo «Italian fun club music award», tragico flop da meno del 7% di share. E nel frattempo fa flop anche la società chiusa nel dicembre del 2008. Allo stesso indirizzo della Giant spunterà a maggio 2009 la Absolute Television Media che si mette a produrre anche «rubriche» nei programmi Rai e le cui quote sono intestate al 51% a sua mamma, Francesca Frau.

Sempre di famiglia è l'immobiliare Wind Rose International, di cui Tulliani deteneva il 45% prima di cedere il pacchetto, a maggio del 2009, a suo padre Sergio che ora controlla la società insieme a Elisabetta. La società ha due sedi romane e una a Long Island, negli Stati Uniti, ma non a Montecarlo. Dove per il fisco Giancarlo proprio dal maggio 2009 risiede e dove ha affittato l'appartamento che sta rovinando la carriera politica al cognato presidente della Camera.

Se fosse stato residente in Italia Giancarlo Tulliani avrebbe dovuto inserire il canone per i 70 metri quadri di Palais Milton (oltre 1.500 euro al mese secondo il suo avvocato) nel cosiddetto quadro RW, ovvero quella parte di Modello Unico (l'evoluzione del 740) nel quale sopra i 10.000 euro annui è necessario registrare i flussi da e per l'estero, i possessi di case, conti correnti o altre attività.

Se Tulliani fosse stato residente in Italia, dunque, oggi si saprebbero nome e cognome di chi gli ha affittato l'appartamento donato dall'anziana contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale. E invece nisba. Perché lui risiede a Montecarlo. Anche se ha nostalgia del nido familiare a Valcannuta, a due passi dall'Aurelia tanto da aver comprato di recente nella stessa via un villino da 9 vani.

Le sue attività parlano italiano e, ripetono i maligni della Capitale, lui sta sempre a Roma. Aggiungendo che forse la nuova Ferrari gli serve proprio per andare più velocemente avanti e indietro dal Principato. Perché secondo le regole del fisco italiano, per mantenere la residenza fiscale all'estero non si deve rimanere sul territorio italiano per più di 180 giorni.

 Gli accertamenti, spiega a Il Tempo un commercialista monegasco, possono scattare anche se si notano anomalie su interessi, attività e addirittura sulla nazionalità di compagni e fidanzate. L'eredità Agnelli è diventato un caso da manuale: è finita sotto la lente dell'Agenzia delle Entrate dopo che la guerra in famiglia ha acceso un faro sui beni all'estero dell'Avvocato, che non erano compresi nel testamento.

Il fisco ha cominciato a indagare per ricostruire i passaggi patrimoniali e reddituali dell'Avvocato e delle sue società per capire se ci si trovasse di fronte a un caso di «estero-vestizione» rendendo dunque automatico il passaggio sul temutissimo Quadro Rw. Temutissimo perché costringe il contribuente a esporre in pubblico - cioè allo Stato - i suoi beni e movimenti di capitali all'estero. Figlio del patto di Maastricht e della globalizzazione dei mercati finanziari, il quadro è un semplice elenco che condensa il patrimonio e i redditi oltreconfine.

La sua finalità teorica è chiara: serve a evitare occultamenti di ricchezza e di imponibile oltre che a scoraggiare l'esportazione di valuta. Se gli elementi indicati non corrispondono alla realtà, scatta l'accertamento, con tanto di sanzioni e interessi. Ecco allora che fra le mille domande che si sono posti i giornali in questi giorni il commercialista monegasco ne pone una a noi: «Giancarlo Tulliani quel quadro l'ha mai compilato?».

E la seconda: «In presenza di uno scudo fiscale appena finito chi si sentirebbe così impunibile da non accedere appunto allo scudo e riportare la residenza in Italia?». Un consiglio a Tulliani: faccia uno squillo a Valentino Rossi. E non solo per vantarsi di quanto ci mette lui con la sua Ferrari nera per andare da Roma a Montecarlo. Casello-casello.


Camilla Conti

12/08/2010





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Adesso tocca a Monterotondo

IL Tempo

Giallo sulla vendita di un terreno ereditato da An sempre dalla contessa Colleoni. Dopo l'appartamento di Montecarlo il nuovo caso che rischia di alimentare i dubbi sulla gestione finiana del patrimonio.
SOTTOSCRIZIONE Gli ex An vogliono ricomprarsi la casa



Dopo Montecarlo, Monterotondo. C’è un altro caso che si sta per aprire e che rischia di gettare nuovi dubbi sulla gestione finiana del patrimonio di An. E anche stavolta si tratta della vendita di un altro pezzo dei beni avuti in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni. Forse Fini è a conoscenza della nuova bordata in arrivo, tanto è vero che ha già messo le mani avanti al punto 6 degli otto elencati nella nota diffusa domenica scorsa per ricostruire le fasi della cessione dell'appartamento di Montecarlo. Ha scritto Fini, quattro giorni fa: «Solo per restare nell'ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento ad Ostia ed uno in viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalità.



In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l'approvazione dei bilanci, alcun dirigente di An contestò o sollevò perplessità sulle avvenute vendite essendo evidente che la "giusta battaglia" cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l'utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all'estero) non necessari all'attività politica».


Non è andata precisamente così. Perché nelle ultime tre assemblee nazionali ci fu un uomo che votò contro i bilanci. Si chiama Sergio Mariani. Fini lo conosce bene, perché era il suo vice negli anni in cui guidava il Fronte della Gioventù e lui stesso lo volle a capo della segretaria provinciale dei ragazzi romani. Ma soprattutto era il marito di Daniela Di Sotto, che lo lasciò per fidanzarsi e sposarsi con Gianfranco Fini. Storie di un'altra epoca.


Di un altro mondo. E lui, Sergio, è l'unico che ha sempre pagato in prima persona, ci ha sempre rimesso e ha agito mai per calcolo. Comunque Mariani, che tutti conoscono col soprannome di Folgorino (un nome di battaglia, in pratica: gli venne affibbiato perché era bassino e veloce, e nei duri anni Settanta arrivò a Roma direttamente dalla Folgore, dove aveva svolto il servizio militare). Oggi Mariani sembra un uomo in pace con se stesso. Quando si riferisce al passato, non lascia trasparire risentimenti o acrimonia per le vecchie storie personali. Anzi, pare che ultimamente abbia ristabilito un buon rapporto con Fini. Ma questo conta poco. Conta piuttosto che Folgorino conosce bene la destra, avendoci vissuto dentro a lungo.


E di recente ha raccontato ad alcuni ex colonnelli di Alleanza nazionale la vicenda dei terreni di Monterotondo. Si tratta di un appezzamento messo in vendita dal partito nel 2006. Una proposta per la quale vennero presentate alcune offerte. Anche Mariani porta un compratore in via della Scrofa. Inizia una sorta di piccola asta interna e la trattativa alla fine si riduce a due soli possibili acquirenti. L'offerta dell'uomo presentato da Mariani, che forse a sua volta era in rappresentanza di una banca, è la più alta.


Almeno stando alla versione di Folgorino. Ma Donato Lamorte, capo della segreteria di Fini, decide di vendere al secondo miglior offerente. Mariani conosce benissimo Lamorte: è stato suo testimone delle nozze con Daniela. Va dunque nella sede del partito a chiedere spiegazioni. Il braccio destro dell'allora presidente di An gli avrebbe risposto: «Avevo dato la mia parola d'onore che avrei venduto a quell'altro e la parola data per me vale più d'ogni altra cosa».


Questa ricostruzione combacia solo in parte con il racconto che fa oggi Lamorte, raggiunto al telefono in vacanza. Lamorte è considerato una figura mitologica nel partito: andava a lavorare alle otto del mattino, dritto nella stanzetta accanto a quella del presidente, a destra in fondo al corridoio, e ne usciva almeno dodici ore dopo: «È vero, c'erano due compratori – afferma – e si scatenò una sorta di asta. Non se ne veniva a capo, perché uno contestava l'altro. Io dissi: "Fermatevi, mettete la vostra ultima offerta in una busta e poi apriamo entrambe".


E così abbiamo fatto. Ha vinto una ditta di cui onestamente ora non ricordo neppure il nome. Può essere che l'altra offerta venisse da una banca. Ma non è vero che vinse il secondo in classifica». È questo il punto in cui le versioni di Lamorte e di Mariani divergono. Sostiene il primo: «Mariani? È la prima volta che lo sento chiamato in causa in questa storia di Monterotondo. Lui ha portato un'offerta o un acquirente? Mah, non mi risulta affatto».


E Mariani? Niente. Un muro di gomma. Al telefono continua a ripetere «no comment». Non vuole parlare, non conferma. È ancora nella sua tipografia, vicino a via Latina, persino in questo torrido agosto e il massimo che si riesce a ottenere da lui è un invito: «Se si vuole accomodare, le posso offire un buon caffè. Ma non faccia domande perché non avrà risposte». Folgorino però con qualcun altro ha parlato. Continua ad avere rapporti con ministri, viceministri, deputati.


Si conoscono da quando erano ragazzini. Solo ad un paio, in via del tutto riservata, ha confidato la storia di Monterotondo. Sono dunque partite le prime verifiche. Secondo Mariani, quei terreni furono venduti per circa 4 milioni di euro, mentre l'offerta del suo amico era più alta, circa 300mila euro in più. Di certo Mariani ingaggiò un'altra dura battaglia: per i manifesti da lui realizzati e non pagati dalla federazione romana di An. Un contenzioso aspro, durante il quale Folgorino arrivò ad attaccare manifesti lungo le strade della capitale per reclamare quanto secondo lui gli era dovuto.


Oggi Lamorte sorride: «Ne mise anche uno sotto casa mia, l'ho perdonato. Ci ciamo chiariti, io con quei manifesti non c'entravo nulla». Allora – era il luglio di tre anni fa - Mariani andò all'assemblea nazionale e pronunciò le seguenti sibilline parole: «Per questo e per altro, che ancora non intendo esporre, nella scorsa assemblea nazionale per la approvazione del bilancio consuntivo del 2006 (l'anno in cui furono venduti i terreni di Monterotondo, ndr) pongo il mio voto contario al bilancio stesso». Forse il momento dell'esposizione è arrivato.



Fabrizio dell'Orefice

12/08/2010





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Marx coerente. Morì povero

IL Tempo


Il Vittoriale, che ora si apre alle visite degli operatori turistici, era più costoso di una reggia. La cittadella-museo di Gabriele D'Annunzio - un monumento alla prosopopea del Vate sullo sfondo lussureggiante del Lago di Garda - tra giardino, sale, arredamenti, richiedeva un cospicuo gruzzolo per il solo mantenimento. Così l'Immaginifico, che aveva acquistato la Villa (chiamata di Cargnacco) nel 1921 per 130 mila lire avute in prestito da una banca, pensò bene quattro anni dopo di donarla agli Italiani.

Continuerà ad abitarci, ma avrà così un contributo pubblico, dallo Stato fascista, da destinare alla cura e al restauro della pretenziosa magione. Un lascito furbo. Il rimanente delle ricchezze venne dai diritti d'autore. Cospicui, perché D'Annunzio riuscì, da vivo, a farsi pubblicare l'opera omnia. E utilizzò gran parte delle royalties per ripianare il suo mare di debiti. Del resto i testamenti dei grandi parlano meglio di qualsiasi altro documento della personalità del de cuius.

È dell'altro ieri la notizia - pubblicata dal Corriere della Sera - che Giorgio Amendola, il dirigente comunista, fu censurato da Botteghe Oscure proprio nell'ultima lettera. Che non conteneva manifesti politici ma solo e soltanto un inno d'amore alla moglie Germaine. Troppo «intimista», troppo disinteressata alla ragion di partito per essere resa pubblica. Invece, ovviamente, di Lenin si conosce soltanto il testamento politico, ovvero la lettera dettata alla sua stenografa Maria Volodicheva nel dicembre 1922.

Conteneva, tra l'altro, la richiesta al Congresso di silurare Stalin, «troppo grossolano». Un documento top secret fino al 1956, allorché Krusciov lo rese pubblico. Solo politico anche il testamento di Mussolini, in realtà un'intervista a Cabella. Il Duce non doveva possedere granché. Dell'oro di Dongo ancora si favoleggia. Certo solo un possedimento, la rocca delle Caminate a Predappio. Un bene di famiglia. Singolare anche la fine patrimoniale di un altro volto del periodo fascista, Marinetti.

Il fondatore del Futurismo, famoso per essere milionario, si svenò per sostenere le imprese del movimento. Morì nel dicembre del '44 in una delle due stanze dell'Hotel Spendid - a Bellagio, sul Lago di Como - che occupava con la moglie e con le figlie. Gliele pagava Idaka, ambasciatore del Giappone, pieno di premure per la signora Marinetti. Di molti altri grandi nati o vissuti Oltremanica svela ora un sito web inglese, Ancestry.co.uk, che ha messo on line sei milioni di testamenti di personaggi vissuti tra il 1861 e il 1941. Si scopre così che Karl Marx fu coerente con le sue idee.

Quando morì, nel 1883, lasciò in eredità alla figlia Eleanor 250 sterline (pari a circa novemila di quelle attuali). Ben altro il lascito di Charles Darwin: l'artefice della teoria dell'evoluzionismo era proprietario di un patrimonio stimabile attorno alle 146 mila sterline, circa 13 milioni di quelle attuali (15,5 mln di euro). Consistente anche il gruzzolo finale di Charles Dickens, deceduto nel 1870: 80 mila sterline, equivalenti a sette milioni di quelle di oggi (8,3 mln di euro).

Il testamento dello scrittore scozzese Arthur Conan Doyle rivela invece che il «papà» di Sherlock Holmes, quando morì nel 1930, lasciò ai propri discendenti poco più di 63 mila sterline, tre milioni delle attuali (3,6 mln di euro). Meno sostanzioso il patrimonio di Lewis Carroll, autore di «Alice nel paese delle meraviglie» deceduto nel 1898 con un capitale attorno alle quattromila sterline, equivalenti a 450 mila sterline di oggi (538 mila euro). L'esploratore Ernest Shackleton perse gran parte della propria fortuna a causa di investimenti finanziari andati male: morì nel 1922 con un patrimonio di 556 sterline (20 mila odierne). E Neville Chamberlain, primo ministro del Regno Unito dal 1937 al 1940 (anno del decesso), lasciò 84 mila sterline (quattro mln di quelle di oggi, pari a 4,78 mln di euro).


Lidia Lombardi

12/08/2010





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Comincia il ramadan. in via Padova a Milano risveglio forzato con l'Imam

Libero






Prende il via oggi in gran parte dei paesi arabi il Ramadan, il mese di digiuno osservato dai musulmani. Lo hanno stabilito sulla base di osservazioni astronomiche le autorità religiose dell’Arabia Saudita, la culla del rito sunnita, secondo quanto ha riportato la tv di stato saudita Al-Ekhbaria. L'inizio del Ramadan è infatti determinato dal primo avvistamento della Luna crescente.

Le regole del Ramadan -
Il digiuno dura dalle prime luci dell’alba fino al tramonto e in genere è preceduto da un pasto leggero, detto   'suhur', per poter affrontare la giornata. Il digiuno, come la preghiera, non è valido nell’Islam se non è preceduto dalla 'niyyah'  (intenzione). Il tramonto del sole pone fine al digiuno e l’astinenza viene interrotta mangiando datteri e bevendo acqua, come vuole la tradizione di Maometto. Per tradizione l’interruzione ('iftar') viene preceduta da una breve preghiera, seguita da una speciale preghiera notturna detta 'tarawih'.

In Italia -
Tutte le moschee rimarranno aperte fino a tardi nel corso di questo mese, per svolgere dopo l’ultima funzione della sera la celebrazione straordinaria del 'tarawih', che si esegue solo nel Ramadan. Il digiuno del mese di Ramadan è uno dei cinque pilastri   dell’Islam, oltre alla professione di fede (ash-Shahada), le cinque preghiere quotidiane (as-Salat), il pagamento dell’imposta coranica   (az-Zakat) e il pellegrinaggio alla Mecca (al-Hagg). Il Ramadan è particolarmente sacro, inoltre, perchè secondo la tradizione   islamica, in questo mese è avvenuta la rivelazione del Corano a Maometto.

Le polemiche -
In via Padova a Milano, dove si concentra una forte comunità islamica, l'avvio del ramadan è costato un sonno più breve a tutti quanti i cittadini non islamici. Secondo quanto riferisce Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo, " i  residenti del quartiere sono stati svegliati all'alba dalle preghiere dell'imam. Situazioni come questa devono essere risolte, non possiamo permettere che per tutto il periodo della preghiera islamica gli abitanti del quartiere continuino a subire una convivenza forzata che viola ogni legge...persino quella della ragione e del buon senso. Ci vorrebbe senza dubbio più rispetto nei confronti del Paese ospitante e la chiusura immediata di qualsiasi luogo che crei disturbo ai cittadini".

Ramadan high tech - Non è semplice ricordarsi tutte le regole del rito. Dunque i seguaci della religione islamica, in tanti casi, si aiutano con la tecnologia. Come, per esempio, con le applicazioni del cellulare che aiutano il fedele musulmano a rispettare le pratiche legate al mese sacro islamico. Ci sono app come 'iPray' o 'iQuran' che servono a ricorgare l’ora in cui pregare, mentre programmi come 'FindMeccà o 'mosque finder' aiutano il viaggiatore che si trova in una città straniera a individuare il luogo di preghiera più vicino.




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Messaggio nella bottiglia per la morte di un amico, lo trova una 12enne di Jesolo

Il Messaggero

Una cartolina, un orecchino e tre rose: scrivendo all'indirizzo
la giovane ha scoperto la storia che lega tre inglesi al Veneto



 

VENEZIA (12 agosto) - La piccola Eva guarda e riguarda quella cartolina sputata fuori dal mare. Poi il suo sguardo si alterna con il testo spuntato da internet, meno romantico ma più efficace perché spiega. Racconta di un gruppo di tre amici inglesi a Jesolo, che festeggiano per l'ultima volta e alla fine rimangono in due.


E per ricordare chi non c'è più decidono di lasciare il ricordo di Kevin, portato via da una brutta malattia, al destino di una bottiglia, lanciata in mare, al largo della cittadina balneare. Eva Antonini, 12 anni, prossima alla terza media, con il desiderio di fare la giornalista anche se il papà Girolamo la vorrebbe poliziotta, giusto un mese fa ha trovato quella bottiglia sulla battigia, mentre era a passeggio. Dentro una cartolina con un messaggio in inglese, un orecchino a forma di croce e tre rose. «Un messaggio intriso di dolore - ricorda Girolamo - quasi una invocazione».


«Ho voluto scrivergli subito - aggiunge Eva - perché volevo sapere qualcosa di più, magari per riuscire a fare la mia piccola parte e portare un po’ di sollievo a chi, in quel momento, stava soffrendo». La realtà si è intrecciata con la fantasia, con la finzione cinematografica. Eva è diventata come Theresa Osborne (Robin Whright Penn), nel film «Le parole che non ti ho detto», con il desiderio di andare oltre a quella bottiglia, a quel messaggio ed è riuscita a scoprire l'origine di quel messaggio.



«Nella lettera inviata all’indirizzo lasciato nella cartolina - racconta Eva - avevo indicato la mia email. L'altro giorno, con un po’ di sorpresa, ho trovato la risposta». Il lungo messaggio racconta tutta la storia, amici che non si vogliono più lasciare, neppure di fronte alla disgrazia e al dolore. «Il desiderio è farli venire a Jesolo, da dove tutto è iniziato». Eva, visetto simpatico e sveglio, apparecchio ai denti, fresca vincitrice di un concorso di letteratura, continua a guardare cartolina e posta elettronica. Con il sorriso pulito di chi sa, in cuor suo, di avere fatto una grande azione.





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Postino getta lettere nel cassonetto aveva fretta di partire per le vacanze

Corriere della sera

Nell'ultimo giorno di servizio, ha «smaltito» il lavoro arretrato buttando la corrispondenza: denunciato


FIUMICINO

Nell'ultimo giorno di servizio, ha «smaltito» il lavoro arretrato buttando la corrispondenza: denunciato


Cassonetti per vetro, spazzatura e carta
Cassonetti per vetro, spazzatura e carta
ROMA - Voleva andare in ferie e non aveva tempo per smaltire il lavoro arretrato. Così un postino romano ha pensato bene di buttare tutta la corrispondenza arretrata in un cassonetto. E' accaduto nella Capitale, dove alcuni abitanti di un quartiere periferico hanno notato le buste affrancate e mai aperte nel contenitore dei rifiuti ed hanno denunciato il dipendente delle Poste.
I carabinieri della stazione di Fiumicino, recuperata la corrispondenza prima che finisse in discarica, sono risaliti attraverso i timbri sulle buste al postino infedele, dipendente del centro di distribuzione di Fiumicino. L'uomo, un romano di 40 anni, dipendente di Poste Italiane con mansione di portalettere, è stato denunciato per soppressione di corrispondenza.


NIENTE VACANZE CON GLI ARRETRATI - Il postino non vedeva l’ora di andare in ferie per Ferragosto ma la sua direttrice gli aveva intimato, prima di partire, di smaltire tutto il lavoro pendente. Lui per anticipare i tempi ha pensato bene di disfarsi della corrispondenza a lui assegnata, gettandola in un cassonetto, nel corso del suo ultimo giorno di servizio. Tutta le lettere gettate sono state recuperate e consegnate ai destinatari mentre il postino dovrà rispondere di soppressione di corrispondenza.

Redazione online
12 agosto 2010



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In Calabria resta il segreto sul patrimonio dei consiglieri

Corriere della sera

Silenzio anche per i politici di Caserta. A Roma mancano i dati del sindaco. I Radicali denunciano: la legge esiste da 28 anni, ma non viene applicata


sull' «anagrafe pubblica degli eletti»


ROMA 


Volete conoscere se un consigliere regionale calabrese eletto dai cittadini possiede una casa, la villa al mare, un'auto, qualche società? Toglietevelo dalla testa: è top secret. Lo ha scoperto Giuseppe Candido, un militante radicale che ha chiesto, come prevede una legge dello Stato approvata ben ventotto anni fa (è la numero 441 del 1982), di avere notizie sulla situazione patrimoniale dei componenti del Consiglio regionale. Ricevendo una risposta sconcertante firmata dal segretario generale Giulio Carpentieri: «In riferimento alla sua istanza di accesso agli atti si comunica che la stessa non può trovare accoglimento, come si evince dal parere espresso dal settore legale».


Eppure quella legge di ventotto anni fa è chiarissima. Entro tre mesi tutti i titolari di cariche elettive nazionali, regionali, provinciali e comunali devono presentare una dichiarazione con l'elenco dei beni mobili, immobili e partecipazioni societarie, oltre alla lista degli incarichi ricoperti e l'ammontare delle spese sostenute per la campagna elettorale. E «tutti i cittadini hanno diritto di conoscerle»: c'è scritto proprio così. Già per questo può sembrare singolare che si debba chiedere un parere all'ufficio legale.


Ma è niente rispetto a quanto scritto in quel parere. Intanto «il diritto di accesso documentale richiederebbe la sussistenza in capo all'istante di un interesse qualificato strumentale alla tutela di una situazione giuridica soggettiva che, nel caso in questione, non risulta dimostrato». Ma soprattutto «l'accesso previsto dalla citata legge» non «appare allo stato concretamente esercitabile stante la mancata emanazione di una normativa regionale circa la pubblicazione della documentazione relativa alla situazione patrimoniale dei consiglieri regionali, ciò che ha impedito la pubblicazione sul Bollettino regionale dei dati in questione, modalità attraverso la quale andrebbe espletata la pubblicità».


Riepilogando: a parte l'assenza di un interesse specifico per cui un cittadino debba sapere che cosa possiede un suo eletto (come si permette?) la Calabria non ha mai fatto una leggina che dice come quelle informazioni devono essere pubblicate sulla gazzetta regionale e siccome possono essere pubblicate soltanto lì... vi attaccate. A onor del vero va detto che l'avvocato della Regione dice di ritenere ormai «improrogabile» fare quella leggina, riconoscendo che esiste un problema di trasparenza. Ma tant'è. Per ora non c'è niente da fare.


Dopo il parere dell'ufficio legale del Consiglio regionale calabrese aspettiamo ora di conoscere quello del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, che sul Sole 24 Ore aveva risposto così alla questione sull'anagrafe patrimoniale degli eletti sollevata dall'editorialista Guido Gentili: «Vorrei ricordare che esiste già una legge, la 441/1982, che obbliga tutti gli eletti, a partire dal Comuni con più di 50 mila abitanti, a dichiarare la propria situazione patrimoniale. Ogni cittadino può chiederne una copia».


Il bello è che non succede soltanto in Calabria. Da mesi il partito radicale ha avviato un'offensiva sull'«anagrafe pubblica degli eletti» in tutta Italia. E ne sono saltate fuori di tutti i colori. Il Comune di Caserta, per esempio, ha risposto: «Le disposizioni relative alla pubblicità della situazione patrimoniale si applicano sulla base delle modalità stabilite dai rispettivi consigli. Ad oggi tale disciplina non risulta adottata e, non avendo la disposizione trovato applicazione, non risultano agli atti gli elementi oggetto di richiesta». Traduciamo: non soltanto i dati non si possono comunicare, ma siccome non sono state stabilite le modalità tecniche, i consiglieri comunali non li presentano nemmeno. Da ventotto anni!


E Roma? Che dire del Comune più grande d'Italia? Racconta il segretario radicale Mario Staderini: «Nell'elenco delle dichiarazioni patrimoniali non risulta quella del sindaco Gianni Alemanno, eletto più di due anni fa. Per non parlare di irregolarità, lacune e in qualche caso omissioni che riguardano molti altri consiglieri che, per esempio, non dichiarano le spese elettorali». Ma almeno, nel caso di Roma, le informazioni consentono ai cittadini di farsi un'idea sul tenore di vita dei loro rappresentanti e i costi della politica.


Qualche caso di entrambi gli schieramenti? Il consigliere comunale del Partito democratico Mario Mei, funzionario del ministero dell'Interno, ha un reddito di 46.069 euro e ha dichiarato di aver sostenuto spese elettorali per 216.346 euro: un investimento notevole, da quattro anni e mezzo di stipendio. Il consigliere del Pdl Maurizio Berruti guadagna invece poco più della metà di lui, 27.164 euro. È il presidente di Coeuropa, cooperativa di tassisti: categoria che ha sostenuto fortissimamente Alemanno.


Sergio Rizzo
12 agosto 2010



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Le mie rapine maldestre per pagare le bollette e fare la spesa»

Corriere della sera

L'ex milionario: ci hanno truffati, difenderemo la villa




Parla Warren, 49 anni, ai domiciliari. «I colpi? Volevo solo un prestito, non hanno capito»
«Le mie rapine maldestre per pagare le bollette e fare la spesa»

Charles Thomas Warren
Charles Thomas Warren
MILANO -
«Non sono un bandito. Non sono nemmeno una delle Carlucci. Sono soltanto un pirla».


 


Cosa c'entrano le Carlucci?
«Era un esempio. Non capisco il perché di tutto questo interesse. Sono uno famoso? Lei mi conosceva? No. Sono un personaggio pubblico? Lei mi ha mai visto in una trasmissione televisiva? No».
Le labbra coi piccoli segni violetti di chi se le mordicchia. Le dita gialle del fumatore (dice di preferire i sigari marca Che, sigari poco costosi, alla portata). La polo non stirata e i pantaloni idem. I mocassini senza calze. Non ha l'orologio. Non ha anelli né segni di anelli; non si è mai sposato, non ha fidanzate. Molta educazione: per favore, mi scusi, queste cose qui. Agli arresti domiciliari, l'ex ricchissimo Charles Thomas Warren, 49 anni, parla dal giardino di villa Fracastoro, in Foro Buonaparte. Domenica mattina, da queste parti, siamo vicinissimi al Castello Sforzesco e al parco Sempione, ha tentato di rapinare un edicolante e un farmacista.


La sua versione?

«L'edicolante ha tirato fuori una sega. Mi sono spaventato».


Lei aveva un coltellino svizzero.

«Vuole mettere un coltellino svizzero contro una sega?».


Lo voleva o no rapinare?

«Avevo bisogno di soldi per la spesa. Ho letto che abbiamo tanti debiti... Senta, ecco, sì, siamo indietro con le bollette di luce e gas. Mi sono alzato, ho visto che non c'era nulla da mangiare, ho pensato alla mia povera mamma. Sono andato dall'edicolante, a chiedere dieci euro in prestito. Quello mi butta addosso una scaletta, prende la sega... scappo».


E il farmacista?

«Si è messo a urlare come un matto. Esagerato. Speravo mi desse, pure lui, soldi a credito, nulla più».


In questa villa avete organizzato matrimoni, feste, cene. Avrete fatto una ricchezza.

«Nel 2005 abbiamo interrotto l'attività. Sono iniziati i guai... Ci sono due inchieste aperte. Immobiliaristi senza scrupoli e notai hanno truffato mamma. Le hanno fatto firmare carte dove rinuncia alla proprietà della villa. Non la abbandoneremo mai. Vogliono farci andare via. È nostra da quand'è nata».


Che anno era?

«Il 1892. La fece costruire un avo di Girolamo Fracastoro, sposato con una zia di mia nonna. Fracastoro era stato medico, poeta, matematico. Da parte materna avevamo filande a Brescia e una dimora a Como, dove mia madre conobbe papà. William John Warren».


Era inglese?

«Origini neozelandesi. Emigrò in Inghilterra, finì nella Raf, l'aeronautica. Aveva fatto la scuola militare dov'è andato William, il figlio del principe Carlo. Dopo la guerra rimase in Italia. Gli inglesi avevano confiscato la dimora di Como, papà ci finì a dormire e, insomma, si innamorarono».


Lei è figlio unico?

«Ho tre sorelle. Si fanno i fatti propri. Abitano da altre parti. Dovrebbero invece darmi una mano».


Prima di domenica, ci risulta, aveva provato a fare altri colpi.

«Una rapina in un negozio di telefonia».


Non è il suo mestiere, il bandito.

«Sono ragioniere. Ho amministrato la società. Inaugurazione il 18 novembre 1987. Com'era bella, la villa. Avevamo certi quadri, alcuni di Andrea Solari. Meravigliosi. Venduto tutto. Abbiamo ospitato gente nota. Anche Rabin, il capo di governo di Israele. In tutto sono 1.500 metri quadrati di superficie».


Ci fa entrare in casa a vedere?

«Quando ho finito, magari la chiamo. Stia in campana».


Finito di far cosa?

«Di telefonare agli amici e ai vicini per far sapere che non sono un criminale. Ne ho tanti, di amici, cosa crede. Ho una compagnia, ci frequentiamo da trentacinque anni. Una di queste sere dovevamo uscire per una bella pizza insieme». 


Andrea Galli
12 agosto 2010



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Emirati, tedesco ubriaco al volante condannato a 80 frustate

Quotidianonet

Un amico in auto con lui è stato condannato a 4 anni di reclusione perché nel suo sangue sono state rilevate tracce di hashish


Dhabi, 12 agosto 2010 -


Due uomini di origine tedesca hanno subito una condanna esemplare perché sorpresi in auto per le strade di Abu Dhabi in stato di ebbrezza. Come scrive Gulf News, il giudice di prima istanza ha fissato per uno dei due, K.N., che era al volante, una pena di 80 frustate e un mese di prigione.


Niente frustate per J.A., l’altro giovane, che però è stato condannato a quattro anni di carcere perchè nel suo sangue sono state rilevate tracce di hashish. I due sono stati fermati insieme a un ragazzo di origine russa, M.A., poi liberato su cauzione, per aver provocato un incidente.


K.N. si è difeso affermando di aver assunto l’hashish prima del suo arrivo negli Emirati, circa due settimane fa. L’alta percentuale di stupefacente nel sangue, a suo dire, sarebbe legata al fatto che in passato ne faceva un uso quotidiano e ne era dipendente.


La sua tesi è però stata smentita dagli esperti nominati dai giudici, secondo i quali l’hashish è stato assunto negli Emirati. È andata decisamente meglio a M.A., che è stato condannato a una pena pecuniaria, contro la quale, ha annunciato, non ricorrerà in appello, al contrario degli altri due uomini.





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Set a luci rosse sul terrazzo del palazzo

IL Secolo xix

Un set a luci rosse in un appartamento della Foce. Scene hard a ripetizione che hanno come protagonista una giovane e avvenente ucraina. Il tutto al riparo da occhi indiscreti. Fino a lunedì pomeriggio, quando la troupe ha deciso di girare una sequenza sul terrazzo, all’ultimo piano del palazzo, in corso Matuzia. Sesso orale, per essere più precisi












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Evasione con i mega yacht, nel mirino pure Vasco e Boldi

Bocchino si smaschera e indica l’obbiettivo: le dimissioni di Silvio

di Redazione

urbi et orbi il rito dipietrista nel corso di un collegamento telefonico con il circolo Generazione Italia di Napoli. Il giorno seguente il Giornale fece notare come queste parole equivalessero a una richiesta di dimissioni per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Il presidente della Camera, però, ne approfittò per attaccare il nostro quotidiano anche nell’intervista, solo all’apparenza rappacificatrice, con il Foglio, quella che avrebbe dovuto evitargli l’espulsione del Pdl. Si parlava di Cosentino e «ho letto sul giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Berlusconi». A smentirlo inequivocabilmente ci ha pensato ieri il fido Italo Bocchino nel suo ennesimo colloquio con Repubblica, diventato insieme al Secolo e al Fatto l’organo ufficiale dei finiani. «Prima di chiederlo a Fini dovrebbe essere Berlusconi a dimettersi, perché è sotto processo. E con lui si dovrebbero dimettere per lo stesso motivo i ministri Matteoli, Fitto e il sottosegretario Bertolaso». Il garantismo? Ma quando mai: i verbali delle Procure sono il Vangelo.

La replica piccata del coordinatore del Pdl Sandro Bondi («È in stato confusionale: da una parte chiede le dimissioni dell’intero governo e dall’altra parte la convocazione di un vertice di verifica») ha scatenato la furia tutta partenopea del deputato che poi sconosciuto alle Procure proprio non è. «Farebbe bene a dirci se nella scala dei suoi valori deve dimettersi prima un plurimputato come Berlusconi o il presidente Fini a cui la magistratura non ha niente da chiedere».

Ovviamente in ogni dichiarazione bocchiniana non può mancare un po’ di veleno contro il Giornale. «Noi abbiamo sempre difeso Berlusconi dalle aggressioni esterne, mentre loro si sono fatti promotori di un’aggressione a Fini perché - e uso parole di Feltri - non si è voluto “mettere a cuccia”».
Ecco la verità: non era il Giornale a essere fuori strada, nel Pdl covava la serpe in seno del giustizialismo, dei professionisti dell’antimafia, dell’antiberlusconismo opportunista. E Bocchino non ha fatto altro che confermarlo.

La pattuglia di agitatori vicina al «cognato» di Giancarlo Tulliani anche ieri ha snocciolato il solito rosario di accuse rasentando anche la via della denigrazione del presidente del Consiglio, colui che ha permesso, con l’accettazione delle candidature, che tutta questa combriccola sedesse in Parlamento. «Berlusconi ha il dovere di dire agli italiani come acquistò la villa di Arcore dove viveva insieme all’eroe Vittorio Mangano, come riuscì ad assicurarsi per soli 500 milioni di lire questo immobile di 3.500 metri quadri con terreni di circa un milione di metri quadri grazie al ruolo di Cesare Previti, prima avvocato della venditrice e subito suo legale e uomo di fiducia». Non ha parlato Marco Travaglio, non ha parlato Antonio Di Pietro e nemmeno Leoluca Orlando. È stato Carmelo Briguglio a difendere in questo modo la reticenza di Fini nei confronti dell’affaire di Boulevard Charlotte a Montecarlo.

Una tale escalation di virulenza mediatica nei confronti del presidente del Consiglio ha fatto passare in secondo piano anche la quotidiana professione di fede antimafia di Fabio Granata. «È ormai evidente che la lotta alle mafie, legalità, questione morale rappresentano argomenti off limits nel Pdl se utilizzati fuori dalla propaganda autoreferenziale del governo», ha scritto sul suo blog l’altro finiano di ferro. E via a elencare la mancata protezione a Spatuzza, il depistaggio su via D’Amelio e la «ciclopica questione morale di un partito e di un governo» che svia le attenzioni «sulla vendita a privati dell’appartamento di un partito».

L’enfasi giustizialista di Granata conferma che il suo deferimento ai probiviri del Pdl non è stata un’epurazione, ma la necessità di evitare che la confusione si propagasse all’interno del maggiore partito italiano, ormai tanto grande da farsi opposizione da solo.

Un astio e un rancore che non si placano nemmeno in serata quando il presidente del Consiglio accoglie favorevolmente la disponibilità al dialogo dei senatori di Fli, spaventati dal giacobinismo dei soliti noti. «Il giochetto di Berlusconi non riuscirà a dividerci. Siamo un gruppo coeso e compatto, perciò non c’è nessuna divisione al nostro interno». Parole del solito Fabio Granata con l’elmetto sempre in testa. Come don Chisciotte contro i mulini a vento.
GDeF




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Montecristo, il gioiello proibito

La Stampa

E' un’oasi protetta e per visitarla serve un permesso speciale,
ma con gli ultimi tagli ai fondi pubblici rischia di morire




PIERANGELO SAPEGNO
INVIATO SULL'ISOLA DI MONTECRISTO (livorno)

Sul registro di bordo c’è scritta l’ora di avvistamento: 17.51. Ci vuole molto di più per fare il verbale, il tempo che la luce del cielo stracci le nuvole per il tramonto, color arancio, sopra di noi, e sopra le cime di granito tinte d’ocra. Non ci si può neanche avvicinare a quest’isola da Robinson Crusoe, a queste coste rocciose coperte come per miracolo dalle ginestre, dal rosmarino, da qualche oleandro in basso, e poi, più su, dai pini e dai lecci. Siamo venuti qui con il Servizio nautico della forestale, un privilegio per pochi, che prende gli occhi e il cuore.


Eravamo arrivati sul finire del mattino, le pietre baciate dal mare e i rivoli che lasciano dei colori inventati da chissà quale miracolo, facendo dei solchi nelle rocce, con il monte Fortezza che ci guardava come un dio. Non si può dire la sensazione. Il mare va giù 40 metri e riesci a scorgere i fondali, tra il verde e blu. Ma non tutti possono venire a guardare questo paradiso. Non puoi neanche avvicinarti. E noi, alle 17.51, stavamo ancora facendo il giro dell’isola, quando ci hanno chiamati.


I cinque ragazzi francesi li aveva visti alla Cala del diavolo il custode del paradiso, Giorgio Marsiai, piantato in piedi sulla barca con la sua maglietta blu e la sua lunga barba grigia, mentre faceva il giro di perlustrazione. Erano a meno di mille metri dalla costa e stavano per fare il bagno: due cose che da queste parti sono vietatissime. 


I ragazzini sono di Montpeiller e di Parigi, in vacanza all’Elba. Adesso François, che è il più vecchio della compagnia con i suoi 21 anni, ha il broncio di chi non capisce il peccato commesso. Era arrivato qui con gli amici su un gommone Leb 4.70: «Abbiamo visto quest’isola da lontano. Ci siamo detti: sarebbe magnifico farci un bagno». Per fortuna li hanno fermati prima. Se no, sarebbe reato penale.


Il custode ha chiamato il Servizio nautico della forestale, l’assistente capo Enrico Cervetti, da Sassuolo, e l’agente Rosario De Martino, di Ponza, che girano le acque tutti i giorni con la loro motovedetta, per beccare i pescatori di frodo e i turisti vandali. Oggi avevano già fermato tre yacht, due di La Spezia e uno di Milano, multe da 300 euro e passa a botta. Più questo, adesso: gommone sequestrato, perché non avrebbe potuto allontanarsi più di 6 miglia dalla costa, e i ragazzi riportati all’Elba. Hanno l’aria offesa: rifiutano pure un tozzo di pane e il riparo della motovedetta.


Evidentemente, tutto il mondo è paese. Non c’è mai nessuno che chieda scusa per aver violato la legge. Luciana Andriolo, che è la guardiana del Paradiso assieme a suo marito Giorgio, racconta un po’ di scuse che trovano quando li fermano vicino alla costa. Loro gli dicono che questa è Montecristo e che qui non si può venire, che è zona protetta. E molti fanno finta di cadere dalle nuvole. «Ah, è Montecristo?».


C’è chi vanta qualche sottosegretario al governo, chi s’inalbera con il solito «Lei non sa chi sono io...». Dei romani hanno detto che l’avevano fatto per la nonnetta, che stava per morire e aveva espresso come ultimo desiderio di vedere l’isola di Montecristo da vicino. Solo che all’improvviso è saltata fuori la morente, in coperta: «Ahò! Ve volete sbrigare? La pasta è pronta!». C’è chi ha offerto del vino, e anche «delle bottiglie di champagne per voi», se chiudevano un occhio. «Ma della marca migliore, eh?». Luciana è altoatesina, Giorgio è veneto. Sono tutt’e due inflessibili. Razza di montagna, custodi del mare.


Vivono qui da soli, nell’unica cala abitabile, che si chiama cala Maestra, dove c’è la Villa reale, un capanno di pesca giù in basso, un dormitorio per le due guardie forestali che si danno il turno ogni 15 giorni - la capopattuglia Barbara Zimai e l’agente Silvia Silvestrini, che scadono proprio oggi -, la vecchia torre dove tenevano il generatore, un piccolo museo - che conserva pure un esemplare della capra di Montecristo -, l’agrumeto e il giardino, e una zona picnic frustata dal vento quest’inverno.


Appena più sopra intravedi il monastero, fondato fra le rocce da quelli che furono i primi abitanti di quest’isola, cacciati via dai pirati arabi nel ‘600. Sotto, c’è l’unica spiaggia dell’isola: l’ha formata la natura, con una frana, nel 1991, dopo una tempesta d’acqua, come racconta Enrico Cervetti. Aveva buttato giù tutto, tirato giù le pietre di granito, divelto i grandi pini a chioma, e il fango che era rimasto vicino al mare è diventato sabbia. Così, uno che arriva come siamo arrivati noi, passando dietro queste coste, fra uno spuntone e una roccia, all’improvviso vede la baia che si apre nel suo splendore, come un miracolo del cielo, la villa reale immersa fra i pini marittimi, e gli altri alberi portati dall’uomo, un ficus, un olmo, gli eucalipti. 


C’è una poiana che vola in alto, e più in là dei corvi imperiali. Cervetti ci indica la grotta del santo, un buco scavato nella roccia, dove dormiva san Mamiliano, un vescovo di Palermo che approdò qui fuggendo dalla Sicilia. C’è anche un coniglio che scappa fra le pietre, inseguito da Brina, il cane dei custodi, e da una vipera Aspis, nascosta nei rigagnoli. La villa in realtà l’aveva costruita un botanico inglese, sir Watson Taylor, che ebbe quest’isola in concessione dal granducato di Toscana dal 1853 al 1863, fino a quando non scappò via coperto dai debiti. Dopo di lui venne la famiglia Ginori, di Firenze, che fece costruire la piccionaia per mandare i messaggi con i piccioni viaggiatori ai parenti rimasti in città. Poi la scoprirono i Savoia e ci fecero una riserva di caccia per il re. Così la casa di Taylor divenne la villa reale.


Ci volle ancora del tempo prima che divenne un parco quasi proibito. Come raccontano Cervetti e Andriolo, negli Anni 60, la società Oglasa pensò di fare dell’isola un porto turistico d’élite. Il dépliant pubblicitario, ricorda Luciana, «diceva già tutto: “Montecristo” scritto in alto, un ovale dell’isola in mezzo, e sotto l’altra scritta: “del privilegio”». Solo che alla fine, agli inizi degli Anni 70, intervenne lo Stato, il progetto saltò, e l’isola divenne un’oasi protetta.


Adesso, però, che tagliano i soldi degli investimenti, la polemica si ripropone: senza finanziamenti come si può salvarla? Il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo avrebbe proposto un ticket per il lusso, tipo mille euro per gli yacht che vogliono venire a vederla. Il presidente del parco Mario Tozzi invece pensa a qualcosa di più accessibile a tutti: aprire l’isola a visite guidate, facendo però pagare i biglietti.


Oggi ci si può venire, gratis, aspettando un anno, se tutto va bene, per le autorizzazioni. Così, sono più quelli che ci rinunciano. In ogni caso, ammonisce Cervetti, «i costi di gestione sono pazzeschi, e non si può pensare che queste spese debbano essere sempre e soltanto sostenute dallo Stato». Qualcosa bisognerà fare per salvare il paradiso. Il posto è così incantevole che davvero non ha prezzo. Tutto è bello e raro. Sono rimasti 150 lecci, che arrivano dai tempi degli etruschi e che resistono alle 248 capre selvatiche che popolano l’isola.


Tutto, in fondo, è miracoloso da queste parti. Persino le rocce e il tempo hanno disegnato parole, espressioni, cose come se fossero vere. C’è il cappello del vescovo, che è una punta che si vede girando dal mare e che ha proprio la forma della mitra. Di lato al Belvedere, c’è una pietra che l’acqua ha scavato al punto da renderla simile a un bambino intento a cercare qualcosa piegato sulle ginocchia. Arrivando a cala Maestra, invece, si vede il fantasma di Montecristo, una roccia affacciata sulla baia che sembra l’urlo di Munch.

Qui non ci possono essere strade, ma solo sentieri che si inerpicano fra il granito, come quello che sale al monastero, dopo tre ore di marcia. Qualche fazzoletto di territorio è stato terrazzato da quei monaci, però, nell’insieme, questo scoglio che emerge dal mare è abbastanza inospitale. E’ proprio questa la sua grandezza. In mezzo a tutti quelli cacciati via dalla natura, ci sono rimasti solo due ospiti sgraditi che ora stanno cercando di far fuori: l’ailanto, che è una pianta giapponese, importata nel ‘700, che non ha niente a che vedere con la flora del luogo; e il ratto nero, un topolino che si mangia le uova della berta minore, un uccello che vive quasi soltanto da queste parti.


E se uno sale su al Belvedere, per guardarsi dall’alto la splendida cala Santa Maria, ne incontra parecchie di trappole per topi lungo il sentiero. Noi ci siamo arrivati. C’era un vento leggero e c’erano piante di rosmarino vicino alle pietre dov’eravamo seduti. Dall’alto, la baia splendeva di luce. Sopra, volava un corvo. Non sappiamo spiegare il senso del Paradiso. Forse stava nelle parole dell’agente Rosario De Martino. Diceva di stare zitti, che voleva ascoltare «il rumore del silenzio».





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Mariani: "Perché dissi no al bilancio di An"

La Stampa

L'ex amico: «I panni sporchi si lavano in famiglia, ma se i pm mi chiamano dirò quello che so»



FABIO MARTINI
ROMA

Sedici minuti e diciassette secondi di tensione emotiva quasi insopportabile che accomunò in un salone d’albergo Gianfranco Fini e i suoi colonnelli. Era il 28 luglio di tre anni fa e davanti allo stato maggiore di Alleanza nazionale, Sergio Mariani spiegò il suo voto contrario al bilancio di An con argomenti molto espliciti («L’oggetto concordato per alcune fatture è falso») e concluse il suo discorso con una richiesta spiazzante: «Chiedo alla Assemblea nazionale di An di deferirmi al Collegio dei Probiviri...».

Come dire: se ho detto bugie, non vi resta che denunciarmi. Nel salone dell’hotel Parco dei Principi, tra i capicorrente, grande fu lo sconcerto. Fini sorrise, qualcun altro disse «non è possibile» e Mariani continuò: «E allora, a norma dello Statuto, devo chiedere di denunciarmi al segretario provinciale di Roma...». Non accadde nulla. Nessun dirigente di An denunciò Mariani e l’indomani nessun giornale diede conto del suo intervento.

Ma quel discorso che sembrava destinato all’oblio, torna d’attualità. Soprattutto per un motivo: Sergio Mariani, sconosciuto al grande pubblico, è un personaggio nevralgico nella storia privata e pubblica della destra. Pochissimi, come lui, conoscono alcuni ex colonnelli di An, con i quali Mariani ha condiviso in gioventù “missioni” non sempre di stampo oxfordiano. Ma c’è qualcosa di più: Mariani è stato il primo marito di Daniela Di Sotto, la sanguigna militante che successivamente si innamorò di Gianfranco Fini e lo sposò.

Il camerata Sergio reagì malissimo, sparandosi all’addome: allora, come oggi, Mariani era un duro, ma anche un uomo tutto d’un pezzo, per lui «onore e rispetto» restano valori assoluti. Uno spessore umano che ha impedito a quelli che avrebbero preferito rimuoverlo, di recidere i legami con lui. E infatti in privato Mariani continua a parlare senza ipocrisie con tutte le “parti”: il suo ex rivale Fini, ma anche la ex moglie di entrambi, Daniela.

E proprio loro due - Sergio e Daniela - più di 30 anni fa gli iniziatori di una lunga storia di amori e di voltafaccia, in questi giorni sono ricercatissimi dai giornali, affamati di gossip e di vetriolo. Ma i due si negano. Daniela, dopo la separazione da Fini, si è chiusa in un riserbo che i critici della sua verve romanesca non avrebbero mai immaginato. Ma a Mariani è naturale chiederlo: perché quel triplice “no” all’approvazione degli ultimi tre bilanci di An dal 2005 al 2007?

Oltre alla casa di Montecarlo, ci sono forse altri beni dell’eredità Colleoni o del patrimonio missino, di cui hanno goduto in forme diversi altri dirigenti del partito? Mariani è un muro: «Non ho alcuna intenzione di fare dichiarazioni su questo argomento. Oggi, come allora, resto dell’idea che i panni sporchi si lavano in famiglia». Ma se fosse il magistrato che indaga su Montecarlo a chiederle le ragioni delle sue perplessità? «Se fosse l’autorità giudiziaria a interpellarmi, non potrei tirarmi indietro. Con spirito di verità».

Tra chi viene da An, nessuno mette in discussione la probità del garante degli ultimi bilanci, il senatore Franco Pontone, un gentiluomo napoletano d’altri tempi che non ha mai avuto l’autoblù, che si muove in treno e ripete spesso una frase: «L’unico patrimonio che lascerò a mia figlia è il mio onore». Una cosa è certa: gli ultimi bilanci di An sono stati approvati all’unanimità, la prova che nel partito di Fini c’è stata sempre una gestione collegiale delle questioni finanziarie, compresa quella che ha riguardato la casa di Montecarlo. E’ proprio questa collegialità che spiega la prudenza degli ex colonnelli? Italo Bocchino, capofila dei finiani, scuote la testa: «No, la gestione dei bilanci è sempre stata molto scrupolosa e rigida».




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Macché 007, così è nato lo scoop di Montecarlo

di Stefano Filippi

Sinistra e finiani adombrano misteriosi dossier, ma il Giornale ha scoperto il Tulliani-gate grazie a un lettore.

E i nostri inviati nel Principato hanno trovato i riscontri negli uffici del catasto: carte che avrebbe potuto ottenere chiunque.

Con 51 euro. Un'altra valanga di firme: leggi i nomi (1-2). Aderisci (il modulo)



 

Questa è la vera storia del «Fini-gate», che molti giornali al pari di numerosi politici si ostinano a liquidare come operazione di «dossieraggio» o frutto di veline passate al Giornale da chissà quali 007. Tutto ha inizio la mattina del 22 luglio, quando arriva in redazione una mail di Livio Caputo, firma storica del nostro quotidiano che non ha perso il fiuto del cronista. Il «memo urgente» (che pubblichiamo sopra) riassume un caso riferitogli da «un amico e lettore del Giornale» indicato con nome e recapito. È la storia dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, lasciato in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale.


I particolari sono da chiarire, e talune informazioni si riveleranno imprecise: per esempio Caputo scrive che l’alloggio «del valore stimato di due milioni di euro» è stato ceduto nel 2009 (in realtà è il 2008). Che l’acquirente è la società inglese Timara Ltd (nome giusto ma nazionalità sbagliata: ha sede in un paradiso fiscale delle Antille additato come a rischio riciclaggio). Che vi risiede la compagna di Gianfranco Fini giacché sul citofono appare il cognome Tulliani (ma l’occupante è il fratello di Elisabetta, Giancarlo).


Insomma, una grande storia tutta da verificare. E proprio per fare le verifiche necessarie viene spedito nel Principato Gian Marco Chiocci. Il quale parla con gli inquilini del palazzo, con l’architetto che ha seguito i costosi lavori di ristrutturazione, con i titolari dell’impresa che li ha svolti, con l’amministratore condominiale: tutti colloqui registrati con data e ora. Cerca riscontri tra gli agenti immobiliari di Montecarlo e nel contempo ottiene la conferma dell’esistenza del testamento olografo a favore di An scritto dalla discendente del condottiero bergamasco. Viene a sapere delle laute offerte di acquisto inspiegabilmente rifiutate dal partito e dei sopralluoghi svolti dagli emissari di Fini, che pure non gli chiariscono la situazione.


Poco dopo le 9 del mattino di martedì 27 luglio, Chiocci suona il citofono di casa Tulliani, che si trova a due passi dal Novotel in cui alloggia (come prova il voucher riprodotto sopra). Il cognato di Fini gli risponde, ma quando apprende che lo scampanellatore è un inviato del Giornale cala il silenzio. Anzi, monsieur Tullianì chiama la Sûreté Publique a tutela della propria riservatezza e fa altre telefonate a «chi di dovere». Scatta la caccia al cronista che ha osato disturbare la quieta vita monegasca del giovin signorino. Chiocci viene rintracciato, portato in commissariato, interrogato due volte, fotoschedato e gentilmente invitato a fare le valigie, come da convocazione riprodotta sopra.


Non è un soggiorno piacevole in Costa Azzurra, ma i pezzi del puzzle cominciano ad andare a posto. C’è la conferma che la casa è effettivamente in uso alla famiglia Tulliani nel cui stato di famiglia Fini si è aggiunto di recente. E la sproporzionata reazione di Giancarlo dimostra che sotto c’è qualcosa di poco chiaro. Il giorno dopo il Giornale racconta i fatti in prima pagina. I toni sono prudenti, mancano ancora numerose conferme. «Fini, la compagna, il cognato e una strana casa a Montecarlo», è il titolo. Si parla di «una misteriosa finanziaria estera» e dell’appartamento abitato da «familiari del presidente della Camera».


Tocca al sottoscritto rimpiazzare l’indesiderato Chiocci. Il pomeriggio di quel mercoledì 28 passa nel vano piantonamento di Palais Milton in attesa che Tulliani si materializzi. Ed è egli stesso, tramite gli avvocati, a fornire un’indicazione preziosa: occupa quella casa in affitto, anche se si guarda bene dallo svelare quanto paga. Il giorno dopo però è il Giornale a scovare i documenti-chiave: gli atti di compravendita, depositati alla Conservatoria delle ipoteche di Montecarlo in rue Grimaldi 57, secondo piano a destra. Basta dare all’impiegata il nome della persona fisica o della società, e dall’archivio appaiono sullo schermo di un computer le pagine dei rogiti.


Nomi, date, somme, intrecci societari: sono carte esplosive. Secondo le regole del Principato si possono prendere appunti, ma la copia conforme stampata viene spedita per posta in 10 giorni previa domanda e pagamento anticipato di 1 euro per ogni foglio più i bolli. Totale 51 euro, messi in nota spese (e documentati qui a sinistra). C’è tempo soltanto per leggere uno dei due rogiti. Il lunedì, partito il sottoscritto per una settimana di ferie già programmate, è un terzo cronista del Giornale, Massimo Malpica, a presentarsi in Conservatoria. Saltano fuori le ultime conferme: la somma incamerata da An nettamente inferiore ai prezzi di mercato, i legami tra le misteriose società off-shore, i conti segreti esteri. Dettagli che il nostro quotidiano pubblica martedì 3 agosto.


Nel frattempo Fini querela, Tulliani tace e con lui quasi tutti i maggiori giornali con rare eccezioni, Libero in testa. Soltanto quando la Procura di Roma apre un fascicolo per truffa con relativa richiesta di rogatorie, la Stampa dedica all’affaire Montecarlo un angolo di prima pagina. È venerdì 6. Domenica 8 anche il Corriere decide di occuparsi a fondo della vicenda. E lunedì si accodano tutti gli altri giornali dopo il comunicato di Fini che non chiarisce nulla.


Ecco dunque il «Fini-gate». Un’inchiesta giornalistica vecchio stampo cresciuta un giorno dopo l’altro, senza veline né intercettazioni o verbali rubacchiati nelle Procure, costata poche migliaia di euro per alberghi, aerei, gasolio, parcheggi, bistrot. Ricostruzioni rigorose basate su atti ufficiali, che chiunque può consultare. Manca ancora qualche tassello: per esempio, il contratto di affitto intestato a Tulliani con il valore del canone e i personaggi occulti che manovrano le finanziarie caraibiche. Perciò l’inchiesta continua.





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