sabato 14 agosto 2010

Sparatoria a festa di addio al celibato: 4 morti a Buffalo, anche il futuro sposo

Il Messaggero

Quattro persone ferite, una in gravissime condizioni



ROMA (14 agosto) - Quattro persone sono rimaste uccise e altre quattro ferite in una sparatoria avvenuta al City Grill, un ristorante di Buffalo, nello stato di New York, durante una festa di addio al celibato con un centinaio di invitati. Tra le vittime anche il futuro sposo, un texano appena giunto in città per sposarsi nel tardo pomeriggio di oggi.

La sparatoria è iniziata verso le 02:30 locali
(le 08:30 italiane), quando gli ospiti stavano lasciando la festa, probabilmente per un litigio fra gli invitati. Le vittime sono due donne e due uomini: tre di loro sono rimaste uccise sul posto della sparatoria, mentre la quarta persona è morta in ospedale. Tutti uomini i quattro feriti





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Nei fast food farmaci come ketchup: una dose di statina per ogni cheeseburger

Il Messaggero

La provocazione di un team inglese per combattere il colesterolo alto


 

ROMA (13 agosto)

Una compressa di statine, farmaci che inibiscono la sintesi del colesterolo, per ogni cheesburger e milkshake (piccolo) mangiato, compensa l'aumento del rischio di attacco di cuore o comparsa di malattie cardiovascolari derivanti dal junk-food, il cibo spazzatura. E l'ideale sarebbe se fossero gli stessi fast food a distribuire le pillole anti-colosterolo, come bustine di ketchup o maionese, al costo di cinque penny.

È la proposta, provocatoria, di Darrel Francis e del suo team di ricerca dell'Imperial College London, che in un articolo pubblicato sull'American Journal of Cardiology ha descritto i risultati delle osservazioni su 43 mila persone con il colesterolo alto ed è arrivato alla conclusione che basterebbe una dose di statine per annullare gli effetti di una dieta come quella documentata da Morgan Spurlock, nel docu-film Super Size Me, a base di panini, bibite gassate e patatine fritte.

La proposta di Francis e colleghi è indirizzata a chi consuma spesso il cibo dei fast food,
perchè «su chi mangia cibo spazzatura solo una volta l'anno, una dose annuale avrebbe poco effetto - precisa - ma per coloro che ne fanno uso in modo regolare avrebbe maggiori possibilità di neutralizzare il rischio», di complicazioni da colesterolo alto. Si tratta, per Francis, di ridurre il danno causato dal cibo, così come si è tentato di ridurre il fumo ricorrendo ai filtri o gli incidenti stradali con l'obbligo di indossare cinture di sicurezza. Intanto, la British Heart Foundation si è affrettata a precisare che una dieta inadeguata fa molti più danni di un semplice aumento del colesterolo.





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Prete si dimentica delle nozze, coppia lo attende invano sull'altare

Il Messaggero

VIENNA (13 agosto)

Parroco smemorato dimentica il matrimonio da celebrare e la mancata coppia di sposi ora minaccia di abbandonare la Chiesa cattolica. E' successo a Vienna, in Austria.

A riferire la vicenda è il quotidiano locale Heute, secondo cui Irsi e Tobias Dominic e i 150 invitati al loro matrimonio hanno atteso a lungo, ma invano, il loro sacerdote, che oltre alle nozze avrebbe dovuto anche celebrare il battesimo del figlioletto della coppia.

Il portavoce della chiesa Erich Leitenberger si è detto «infinitamente dispiaciuto» a nome del prete, che a quanto si apprende era occupato a causa di un lutto avvenuto nella sua comunità di fedeli, tanto da essersi dimenticato della celebrazione.

Per rimediare al danno provocato dal prete distratto, la diocesi si sta mobilitando per far celebrare le nozze della coppia direttamente al cardinale di Vienna Christoph Schoenborn.




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L'americano che riscopre le lapidi di Roma

La Stampa

Tyler Lansford, docente in Colorado, è andato alla ricerca delle iscrizioni latine sui monumenti che costellano la città

MASOLINO D’AMICO



ROMA

Più forse di ogni altro luogo al mondo, Roma affascina per la coesistenza di tanti strati di storia; la sola piazza Venezia riunisce monumenti romani, medievali, rinascimentali, barocchi, e quel trionfo del cattivo gusto umbertino che è l’Altare della Patria. Inoltre ogni epoca ha lasciato traccia di sé con testimonianze minori come stele e lapidi commemorative. Limitandosi alle scritte in latino incise su marmo o pietra, o più di rado in metallo, musive o dipinte - le più antiche sono di vari secoli prima di Cristo, le più moderne, degli anni 2000 - l’americano Tyler Lansford, professore a Boulder nel Colorado, ha ricavato la più originale e stimolante guida alla Città Eterna tra le centinaia uscite negli ultimi anni (The Johns Hopkins Universiy Press, Baltimore, Maryland 2009). Si intitola The Latin Inscriptions of Rome, e tra le circa duemila iscrizioni catalogate l’autore ne sceglie trecentocinquanta che suddivide in quindici itinerari.

Potremmo prenderlo alla lettera e girare con lui, mettiamo, il Campidoglio, l’Esquilino, il Laterano e via dicendo, ma forse è ancora meglio sedersi e leggere. Infatti le iscrizioni, a parte quelle celeberrime e vistosissime come la notizia che il Pantheon fu costruito sotto il terzo consolato di M. Agrippa, sono spesso annerite, male esposte e ardue da decifrare, mentre Lansford non solo le trascrive accuratamente e le traduce, ma aggiunge esaurientissimi commenti informativi ed esplicativi. Accanto ad annunci che non ci sorprendono, anzi che ci sembrava di conoscere da sempre, come i tanti del megalomane papa urbanista Sisto V alla base dei vari obelischi egiziani che costui recuperò e mise in mezzo alle piazze, si aprono così decine e decine di finestre su momenti e figure della Storia avvincenti anche quando non di primissimo piano.

Ecco una campionatura quasi casuale di quanto avremmo sempre sotto gli occhi ma di solito trascuriamo di guardare. Chiesa dei Santi Cosma e Damiano: tre distici elegiaci dettati sotto papa San Felice IV (c.526-530) esaltano i due gemelli famosi per la loro sapienza terapeutica («martiribus medicis populo spes certa salutis venit et ex sacro crevit honore locus», «dai medici martiri viene al popolo certa speranza di salvezza e dal loro sacro onore questo luogo è diventato grande»). Alla base della Colonna Traiana l’imperatore omonimo, che qui più solennemente si firma Cesare Nerva Traiano Augusto Germanico Dacico, informa che l’altezza della medesima corrisponde all’elevazione del sito («quantae altitudinis mons et locus») fatto spianare per la costruzione del suo Foro.

A Porta Tiburtina ben tre imperatori - Augusto, Vespasiano, Caracalla - successivamente tengono a ricordare di avere portato, restaurato o potenziato l’acquedotto. A San Lorenzo il diffuso e lacunoso ricordo di un fatto di sangue ci porta all’epoca delle guerre di clan nel più cupo medioevo: «Qui riposa trafitto da una freccia l’illustre Landolfo... cara e inclita progenie di Teodora, senatrice e di Giovanni console e capitano. Mentre fioriva nel primo germoglio della giovinezza, versò la sua vita in rosso sangue ecc. ecc.».

Era costui bisnipote di Teofilatto, la cui famiglia controllò Roma per gran parte del decimo secolo; fu vittima dei tumulti che accompagnarono l’incoronazione dell’imperatore sassone Ottone I, nel febbraio del 962. Uomo di pace fu invece Alfano, ciambellano di papa Callisto II (1119-1124). In quattro esametri il suo pregevole sarcofago a Santa Maria in Cosmedin ricorda che costui, «vedendo che ogni cosa perisce, dispose per sé questa tomba per non morire del tutto (“ne totus obiret”)». L’opera diletta, perché all’esterno ti conquista, ma dentro ammonisce che in seguito ti aspettano cose tristi («post haec tristia restant»).

Più diffuso, dodici esametri, è il racconto nel chiostro di S. Alessio a piazza Cavalieri di Malta di come il prode capitano Crescenzio, probabilmente nipote del surricordato Teofilatto, si ritirò a vita monastica e arricchì la chiesa con donazioni anche di terreni, pur di ottenere il perdono per i suoi delitti, e si spense nell’anno 984. Non senza orgoglio sull’altrimenti disadorna piramide di Gaio Cestio, all’inizio della via Ostiense, il costruttore Ponzio Mela specifica che l’opera, come disposto dal testamento di colui che vi è sepolto, fu edificata in 330 giorni.

Spero che questi assaggi invoglino a leggere il libro (e magari a tradurlo); prima di chiudere darò spazio a un ultimo memento, l’epitaffio di Sir Edward Carne a San Gregorio Magno. Sir Edward fu ambasciatore a Roma, prima di Enrico VIII per il quale tentò invano di ottenere il divorzio da Caterina d’Aragona; poi per conto di Filippo II di Spagna, quando costui sposò Maria, figlia di Enrico VIII e regina di Inghilterra dal 1547, e si celebrò l’effimero rientro della nazione inglese nella fede cattolica. Infine, subentrata Elisabetta, Sir Edward fu inviato per ottenere il riconoscimento della sovrana da parte di papa Paolo IV, ma avendo fallito preferì non tornare in patria e rimanere a morire a Roma («post mortem Mariae in Britannia schismate sponte patria carens ob catholicam fidem»). Morì «cum magna integritatis veraeque pietatis existimatione» il 19 gennaio 1561.




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Gruppi anti-Ratzinger minacciano: bloccheremo corteo papale a Londra

Corriere della sera

Il Protest the Pope: la visita al campus del St Mary's University College sarebbe u'ottima occasione


Crescono le preoccupazioni in vista dello storico viaggio di Benedetto XVI A SETTEMBRE

Gruppi anti-Ratzinger minacciano: bloccheremo corteo papale a Londra

University College sarebbe u'ottima occasione


MILANO - Manca poco più di un mese allo storico viaggio di Benedetto XVI nel Regno Unito, il secondo di un Papa dopo quello di Giovanni Paolo II. E crescono le preoccupazioni per possibili azioni di protesta contro la presenza del Pontefice. La visita si volgerà dal 16 al 19 settembre e il gruppo «Protest the Pope», nel corso di un incontro pubblico, ha minacciato che cercherà di impedire al corteo papale di raggiungere il luogo di uno degli eventi in programma a Londra. Lo riporta il sito del Daily Telegraph.

MARCIA DI PROTESTA - Durante l'incontro pubblico, gli oppositori della visita hanno spiegato che il Pontefice percorrerà una stretta via suburbana, Waldegrave Road, per recarsi al campus del St Mary's University College, a Twickenham, dove parlerà a 3.500 studenti sull'importanza dell'educazione cattolica. Ed è stato molto applaudito l'intervento di un manifestante che ha sottolineato che, se quel percorso verrà fatto in auto, «quella sarà un'ottima occasione per bloccare la strada». «Organizziamoci», ha aggiunto tra gli applausi. Il gruppo di protesta, composto da laicisti e da sostenitori degli omosessuali, sta anche pianificando una marcia nel centro di Londra e una manifestazione vicino a Downing Street per il 18 settembre, giornata in cui il Papa terrà una veglia di preghiera con 80 mila pellegrini a Hyde Park.


IL PROBLEMA DEI COSTI - Intanto, secondo quanto scrive l'Independent sul problema dei costi, alla Chiesa cattolica locale mancano donazioni per oltre 2,6 milioni di sterline (3,2 milioni di euro) rispetto al budget previsto per la copertura della visita. Ufficialmente la Chiesa ha bisogno di raccogliere in tutto 7 milioni di sterline (8,5 milioni di euro) per finanziare la parte «pastorale» della visita, e cioè i tre grandi eventi pubblici previsti a Glasgow, Londra-Hyde Park e Birmingham (la messa di beatificazione del cardinale John Henry Newman), anche se fonti dell'organizzazione hanno riferito al quotidiano che il conto finale sarà vicino agli 8 milioni di sterline (9,8 milioni di euro). Finora, però, la Chiesa di Inghilterra, Galles e Scozia ha raccolto solo 5,1 milioni di sterline (6,2 milioni di euro), in gran parte provenienti da ricchi donatori privati e da società. Molte discussioni, tra l'altro, ha suscitato nelle scorse settimane anche la decisione di istituire una tariffa di ingresso, comprendente comunque anche un «kit del pellegrino», per i tre eventi all'aperto, proprio al fine di contribuire agli alti costi previsti.

(Fonte Ansa)


14 agosto 2010



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Lettera di un dipendente della Circum «Ecco perché la linea non è più sicura»

Il Mattino

Salve, sono un dipendente Circum e vorrei che molte cose " sporche" si sapessero, che finalmente la gente, sapesse cosa c'è dietro alla decadenza di questa grande azienda che era la Circumvesuviana.
I primi responsabili di tutto sono i politici che con la loro ingerenza nelle nomine dei dirigenti (incompetenti) hanno creato questo effetto a cascata di decadimento.

Avevamo (e c'è ancora) un' officina a Ponticelli dove si facevano le revisioni ai treni, piccole, medie e grandi revisioni, programmate per kilometraggi, dove il nostro personale faceva tutto senza bisogno di interventi esterni, i treni venivano smontati pezzo per pezzo e controllati e rimontati in perfetta efficenza ( ne è prova che i treni vecchi stanno in esercizio da più di trent'anni), si faceva tutto, dalle ruote agli avvolgimenti elettrici dei motori: ora da molti anni non c'è stato ricambio generazionale, non si è trasmesso ai nuovi operai la professionalità di quelli che man mano andavano in pensione e non si sostituivano: risultato oggi le revisioni si fanno con distanze kilometriche maggiori, i pezzi non si sostituiscono ma si si riparano quando è possibile oppure si "cannibalizzano" i vagoni più vecchi per riparare quelli che ancora resistono, ma per quanto ancora? Forse questo serve per giustificare l'acquisto(sbagliato) dei nuovi treni?

Ma lo sapete che questi treni, a differenza dei vecchi, non sono nati per la nostra ferrovia ma sono stati "adattati"? Non hanno abbastanza posti a sedere quindi non sono utilizzabili su lunghe tratte, non possono essere accoppiati in tripla composizione perchè oltre ad assorbire troppa corrente non garantiscono abbastanza sicurezza.
Addirittura non avevano nemmeno lo stesso scartamento e probabilmente sono la causa dell'erosione anomala dei binari notata da molti macchinisti in alcune curve della linea Napoli-Sarno( andate a fare delle foto nelle curve di Striano e di S.Giuseppe e vedrete quanta limatura di ferro si trova nelle rotaie dovuta allo sfregamento anormale che lo produce) che viene segnalata ma che fino ad ora nessuno se ne preoccupa?

Cosa aspettano un altro disastro? Infatti questi nuovi treni sono più pesanti, hanno un baricentro più alto e forse la sezione dei binari attualmente montati da noi non è adatta alla loro circolazione in sicurezza?

Vogliamo dire dei rallentamenti eterni che vengono messi e che rimangono per mesi senza che si intervenga con tempestiva manutenzione? Quando si mette un rallentamento di 20 kmh vuol dire che il problema è grosso e che si dovrebbe risolvere subito perchè mette a rischio la sicurezza dell'esercizio, però si tralascia e si butta tutto addosso al personale di macchina che se non rispetta anche di pochissimo il limite di velocità, si trova subito un colpevole se succede un incidente ( ci sono tanti casi in cui è già successo).

Vogliamo dire degli ultimi Capostazione che non hanno nemmeno due anni di ferrovia e andranno a ricoprire posti di grande responsabilità nel movimento dei treni dove prima per accedere a questi posti si doveva per legge passare da una trafila di anni di gavetta ed esperienza maturata nel campo ferroviario regolata da un apposita legge detta 148? Gente che i treni li vedeva passare dai passaggi a livello e non conoscono nemmeno la sequenza con la quale si susseguono le stazioni? Non sanno dove si trovano i segnali ferroviari?

Potrei continuare ma mi fermo perchè credo di aver dato abbastanza materiale affinchè voi giornalisti andiate a scavare più a fondo in queste cose per vedere se vi ho detto cazzate, se volete mettete una pulce nell'orecchio di qualche magistrato che non abbia paura della verità e che faccia l'interesse di noi tutti contribuenti e che finalmente si cominciasse a mettere qualcuno davanti alle sue responsabiltà o magari in galera.
Non aspettiamo un'altro Pascone.

Distinti saluti

Lettera firmata.




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La casa a Montecarlo: Fini nega, ma c'è la ricevuta

Libero





Una cucina da 4.523,41 euro. La data di consegna: 17 marzo 2010. Oltre alla ricevuta d’acquisto, c’è un testimone che sostiene di aver visto Fini e la compagna partecipare alla creazione del progetto con la designer. Di più: la fonte afferma che l’arredamento fosse destinato proprio a un’abitazione di Montecarlo. Ieri era stata la giornata delle smentite. Dalla società (“Un conto è dire che il presidente della Camera, o i suoi familiari, sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire che per loro conto abbiamo portato dei mobili a Montecarlo, cosa assolutamente non vera”, argomenta Paolo Spano della Castellucci arredamenti), a Fini che ha promesso querele tramite il portavoce Fabrizio Alfano per il “delirio diffamatorio”.

A ribadire il concetto giunge anche il comunicato dell’azienda: “In relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non avere mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini”.

La linea è chiara ma non dice tutto: i mobili saranno pur stati acquistati ma dove sono finiti non è affare del venditore. A sostegno dell’ex leader di An arriva l’artiglieria dei network a lui collegati, Generazione Italia evoca “derive sudamericane”. Le cose rischiano di precipitare a breve. “Se loro continuano con questo martellamento mediatico”, si lascia scappare un finiano anonimo all’agenzia Agi, “noi non esiteremo ad andare avanti e chiedere conto degli affari di Berlusconi”.

Risposta da Montecitorio - Inutile "camuffare come prove fatti irrilevanti. Quella cucina, naturalmente, non è a Montecarlo. Ne risponderà in tribunale". Fonti della presidenza della Camera, interpellate, commentano così le notizie pubblicate oggi dalla stampa circa l'acquisto dei mobili per cucina da parte della compagna di Gianfranco Fini Elisabetta Tulliani.

Parlando con i suoi, a quanto si apprende, Fini avrebbe commentato le ultime rivelazioni sui mobili: "Le presunte prove di Feltri si commentano da sole, è la dimostrazione di come è messo il direttore del Giornale". Improntato all'ironia un suo ulteriore giudizio: «E queste sarebbero le prove per cui io mi dovrei dimettere? Sono preoccupato, perchè se ora spuntasse fuori anche l'acquisto di un portaombrelli sarei davvero nei guai...".



Continuiamo a raccogliere le firme contro Fini. La casa a Montecarlo venduta da An a una società off-shore, poi affittata al cognato. Le pressioni in Rai per far lavorare i familiari. Gianfranco Fini chiede legalità per gli altri, noi chiediamo le sue dimissioni.

Spedite la vostra firma a : finiacasa@libero-news.it
Fax: 02 99966273
Redazione: Viale Majno, 42 – 20129 Milano

14/08/2010





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Addio a Dino dal mondo dello spettacolo

E ora spunta anche il video originale della fuga dello steward dall'aereo

Il Mattino

NEW YORK (14 agsoto) - Per molti americani è un eroe o anche il simbolo dei lavoratori maltrattati, ma per altri lo steward della JetBlue che al JFK di New York ha abbandonato l'aereo utilizzando lo scivolo d'emergenza dopo aver litigato con una passeggera è un pericoloso squilibrato. Mentre i tabloid newyorchesi continuano a dedicare articoli e copertine a Steven Slater, 38 anni, il Wall Street Journal cita testimonianze di passeggeri del volo in questione, secondo cui l'uomo ha avuto un atteggiamento strano durante tutto il viaggio, da Pittsburgh, in Pennsylvania, a New York.










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Treviso, Gianluca diventa «Jasmine» ma l'asl nega il rimborso per l'operazione

Il Mattino

Trentottenne cambia sesso in una clinica privata. L'azienda ospedaliera: "Manca richiesta preventiva", lei: «Era urgente»


 

TREVISO (14 agosto) - Per diventare Jasmine, Gianluca è dovuto "emigrare" da Treviso a Trieste e affidarsi ai bisturi dei chirurghi di una clinica privata. Ora è una parrucchiera di 38 anni felice di aver completato quella trasformazione che desiderava fin dall'adolescenza ma la sua storia stenta a giungere a quel "lieto fine" che si sarebbe immaginata. La colpa è della burocrazia.

L'Ulls 9 di Treviso ha infatti finora respinto tutte le sue richieste di rimborso dei 15mila euro pagati per l'operazione. Secondo la stessa Jasmine l'azienda sanitaria avrebbe rigettato le sue domande per "mancanza di richiesta preventiva".


Ma Jasmine non poteva aspettare: «La mia operazione era urgente - dice la donna - non potevo aspettare i tre anni davanti ai quali mi aveva messo l'ospedale di Treviso». Il concetto di urgenza era stato certificato anche da una psicologa della stessa Ulss «per evitare ulteriori danni psicologici» poiché la paziente sarebbe stata affetta dal disturbo dell'identità di genere, ma il diniego dell'Ulls è rimasto intatto. L'artigiana si è quindi rivolta a un legale lanciando contemporaneamente un appello pubblico.





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Clinica di Castelvolturno, parti da record venticinque nascite in un giorno

Il Tempo

 

CASELVOLTURNO (14 agosto) - Venticinque cicogne in un giorno, straordinari in ginecologia, due parti gemellari, e il personale del nido impegnato ad allestire incubatrici e cullette per fare spazio ai nuovi arrivati. Tutto in meno di 24 ore - mercoledì scorso - forse le più lunghe mai viste qui, alla clinica «Pineta Grande».
E dire che l’agenda della mattinata prevedeva tutt’altri numeri: in programma nella struttura sanitaria di Castelvolturno c’erano appena sei parti cesari. Una dopo l’altra, poi, sono arrivate al pronto soccorso del nosocomio domiziano decine di gestanti, tutte con i sintomi evidenti di un parto imminente. Ed è iniziato così il tour de force per l’équipe di dodici medici e diciotto infermieri del reparto di ginecologia, diretto dal primario Stefano Palmieri e dal suo collaboratore Vincenzo Mauriello.





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Feltri insiste: «Fini mente, ecco le prove» Fini: «Prove? Ne risponderai in tribunale»

Il Mattino

Il Giornale: fatture di mobili acquistati da Tulliani per Montecarlo
Napolitano? Vuole il bavaglio solo per le nostre inchieste


  

ROMA (14 agosto) - «Ecco i documenti che smentiscono Fini». Il Giornale, come aveva annunciato, pubblica in prima pagina le fatture dei mobili che sarebbero stati acquistati dalla compagna del presidente della Camera, Elisabetta Tulliani, destinati, per il quotidiano, alla casa di Montecarlo. «Il presidente - si legge nel catenaccio - era al tavolo con lei e l'arredatore, lavoravano al progetto per quella casa».

Fini: Feltri ne risponderà in tribunale. «Feltri cerca di camuffare come prove fatti irrilevanti. Quella cucina, naturalmente, non è a Montecarlo. Ne risponderà in tribunale». Fonti della presidenza della Camera commentano così le notizie pubblicate oggi dal "Giornale". Parlando con i suoi, Fini avrebbe commentato le ultime rivelazioni del Giornale: «Le presunte prove di Feltri si commentano da sole, è la dimostrazione di come è messo il direttore del Giornale». Improntato all'ironia un suo ulteriore giudizio: «E queste sarebbero le prove per cui io mi dovrei dimettere? Sono preoccupato, perché se ora spuntasse fuori anche l'acquisto di un portaombrelli sarei davvero nei guai...».


La smentita del mobilificio. Ieri il mobilificio interessato ha smentito di aver trasportato e montato mobili per la Tulliani. «La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell'interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell'onorevole Fini», specifica una nota della società, citata nei servizi che accusano il presidente della Camera.


«Ci risiamo con le minacce e le querele» scrive il vice direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, rispondendo alla decisione del presidente della Camera di adire le vie legali. «Da oggi iniziamo con le interviste. Dei venditori e non solo». Privati cittadini che «avevamo deciso di tenere riservati per evitare loro possibili ritorsioni. Ma i suddetti cittadini hanno più coraggio del presidente della Camera. Ogni giorno sul giornale avranno nome, cognome e facce anche decine di persone che Fini ha incontrato nell'androne e uscendo con la compagna, dalla casa di Montecarlo, con le quali si è cordialmente intrattenuto a parlare di politica e del più e del meno come fa qualsiasi vip in vacanza».


A corredo degli articoli, Il Giornale pubblica gli «otto punti che Fini deve ancora chiarire» e, sempre in prima pagina, replica all'annuncio di querela del presidente della Camera: «E' stato lui a tradirsi, quereli se stesso» è il titolo dell'articolo, che si riferisce al punto 7 della«autodifesa» del presidente della Camera: «La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008, dinanzi al notaio Aureglia Caruso e sulla natura giuridica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla».


Il quotidiano di Feltri, inoltre, pubblica a pagina 2 la testimonianza di un dipendente - di cui fa nome e cognome, Davide Russo - del mobilificio dove sono stati acquistati i mobili. «Le loro visite non sono mai state un segreto: avere la terza carica dello Stato nella propria clientela, anche se mi risulta che fosse lei a pagare - dice l'impiegato del centro arredamenti, da cui si è dimesso, secondo quanto scrive il quotidiano - non è cosa che peggiori gli affari».


E domani, annuncia il direttore, Vittorio Feltri, ci sarà anche «un inserto speciale per pubblicare il maggior numero di firme, arrivate a valanga in redazione» per chiedere le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera. Alla fine del suo editoriale, tuttavia, Feltri aggiunge poche righe alle sue considerazioni sull'intervento del presidente della Repubblica, che ha chiesto di smettere con i 'velenì verso il presidente della Camera: «Personalmente - scrive il direttore del Giornale - mi impegno a chiudere la questione, a patto che il presidente della Camera si decida a dire la verità sul caso Montecarlo».


Feltri: a Napolitano il bavaglio piace solo per Il Giornale. «Sorpresa: a Napolitano il bavaglio piace (se è per il Giornale)». E' il titolo dell'editoriale di Vittorio Feltri, il giorno dopo l'intervento del capo dello Stato che ieri aveva chiesto di fermare gli attacchi al presidente della Camera. «Stupisce - scrive Feltri - che il capo dello Stato intervenga per imporre a noi il silenziatore perchè "disturbiamo" una istituzione, la Camera, e non l'abbia fatto quando Repubblica "disturbava" Palazzo Chigi con accuse al premier per i suoi comportamenti in camera da letto. Due pesi e due misure o un vuoto di memoria?» si chiede il direttore, sottolineando come anche il premier rappresenti un'istituzione, «il potere esecutivo».

Peraltro quell'attacco avveniva «mentre la finanza internazionale impazzava» e da noi «si discettava di escort. Chissà perchè il Colle allora non sentì l'esigenza di placare gli animi». Una presa di posizione, insomma, «sorprendente», scrive il direttore, in quanto «il Quirinale dovrebbe avere il massimo rispetto del nostro lavoro giornalistico» perché «la libertà di stampa e di pensiero è garantita dalla Costituzione di cui lui è vestale». Quella del Giornale «non è una campagna finalizzata a destabilizzare nulla bensì a fare chiarezza su una vicenda» che coinvolge un alto rappresentante delle istituzioni. Se le conseguenze poi «sono gravi» la colpa è di chi «i fatti li ha commessi». In ogni caso, Feltri si «impegna» a «chiudere la questione, a patto che il presidente della Camera si decida a dire la verità sul caso Montecarlo».





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Le proposte dei cittadini alla politica

di Redazione

Chi vuole le lampade votive cimiteriali a energia solare e chi propone un libretto di condotta a punti per gli studenti: ecco le più strane, bizzarre e intraprendenti proposte di legge



 

Roma - Chi vuole le lampade votive cimiteriali a energia solare e chi propone un libretto di condotta a punti per gli studenti; chi chiede una legge per donare una bicicletta "a ciascun cittadino dei Paesi in via di sviluppo" e chi pretende che il Parlamento legiferi sull’abolizione del divieto di ricostituzione del partito fascista o sull’introduzione nel codice civile della figura giuridica dell'"imprenditore benefattore": la fantasia non fa loro difetto. E neppure la tenacia: i legislatori "fai da te" anche in questa legislatura hanno depositato raffiche di petizioni nei palazzi del potere, ben 2mila 238 in poco più di due anni, sugli argomenti più disparati.

Non è raro per i funzionari di Montecitorio e palazzo Madama chiamati a dare una valutazione preventiva delle petizioni (per verificare che non vi siano espressioni ingiuriose, per esempio) trovarsi sulla scrivania grappoli di richieste con la stessa firma: tra i cittadini che scrivono al Parlamento, e magari, in cuor loro, vorrebbero occupare uno degli scranni dell’aula, ve ne sono alcuni che non riescono a frenare la penna.


Le rischieste al Parlamento Francesco Di Pasquale, ex sindaco missino di Cancello ed Arnone (Caserta) a soli 26 anni, e da tre legislature è il più prolifico tra i "suggeritori" del Parlamento con oltre 2mila petizioni al suo attivo. In questa legislatura Di Pasquale è impegnato, come di consueto, su tutti i fronti, dal fisco al lavoro, alla scuola, alla salute. Ma alla sua tradizionale gamma di proposte ha aggiunto una nuova voce, quella dei francobolli commemorativi, dal grande Totò, il principe della risata, a Giovanni Paolo II, dai Patti Lateranensi all’Ue, da Coppi alla difesa dell’ambiente.

E se la maggior parte delle richieste di intervento del legislatore riguarda temi comunque all’attenzione del Parlamento, dalla casa alle tasse, dalla disoccupazione alla sanità, non mancano tuttavia proposte un pò più stravaganti o più inconsuete. C’è chi, come il toscano Andrea Poggi chiede "disposizioni per favorire l’uso dell’energia solare per l’alimentazione delle lampade votive dei loculi cimiteriali"; o chi, come il genovese Paolo Eugenio Vigo, propone l’introduzione nelle scuole italiane del "libretto di condotta a punti", come la patente di guida, oltre a norme per la commercializzazione di orologi che "semplifichino le procedure di passaggio dall’ora solare all’ora legale e viceversa".


Le richieste più singolari Singolari anche alcune richieste di tale Moreno Sgarallino, di Terracina, che chiede «forme di remunerazione» per i vip oggetto di imitazioni; il divieto di commercializzazione delle vuvuzelas, protagoniste del mondiale sudafricano; che le medaglie per i vincitori di competizioni sportive raffigurino "l’aria, l’acqua e il legno"; che gli enti o le associazioni che "impongono o consigliano la castità" siano esclusi da ogni forma di finanziamento pubblico e dalle attività di insegnamento; che la Svizzera, San Marino e il Vaticano contribuiscano alle spese statali per la protezione delle frontiere.

Curiosa anche la richiesta del romano Franco Fascetti, che suggerisce al Parlamento una legge per la donazione di una bicicletta a ciascun cittadino dei Paesi in via di sviluppo, mentre il tarantino Cosimo De Vincentiis chiede che il Parlamento intervenga sui "bamboccioni", come li definì l’ex ministro dell’Economia Tomaso Padoa Schioppa: si fissino, propone De Vincentiis, limiti temporali per l’obbligo di mantenerli. Come dire, ad un certo punto che se la cavino da soli segna il sostegno di mamma e papà. Tra i più attivi c’è anche il ferrarese Giovanni Bello, con alcune proposte shock. Come quella di abolire il divieto di ricostituzione del partito fascista, una richiesta, assegnata alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio, che difficilmente potrà tradurla in un atto di legge.


Proposte a tinte forti Altra proposta a tinte forti è quella di interrompere per legge le relazioni diplomatiche con la Repubblica di San Marino, promuovendo al tempo stesso la riunificazione con l’Italia del piccolo Stato dei Titani. Ma non finisce qui: Bello chiede "norme per consentire la trasmissione televisiva di film e programmi pornografici nelle ore notturno"; la riduzione dell’orario di lavoro e, dulcis in fundo, l’uscita dell’Italia dalla nato, dall’Onu e dall’Ue. Il Bergamasco Antonio Capitanio vuole sindaci più preparati e propone una legge che istituisca un "corso obbligatorio di formazione" per gli aspiranti alla carica di primo cittadino, mentre il vercellese Matteo

La Cara chiede "l’introduzione di nuovi simboli accanto alla bandiera italiana" e la veronese Daniela Lonardi sollecita una legge per dotare i poliziotti di dispositivi a scariche elettriche per contrastare la criminalità di strada. Il barese Salvatore Acanfora, altro stakanovista delle petizioni, vorrebbe squadre di vigili urbani a cavallo e in bicicletta e sanzioni pecuniarie per chi diserta le urne elettorali, mentre il tarantino Giammario Battaglia chiede l’introduzione nel codice civile della figura dell'"imprenditore benefattore". Nutrita anche la schiera degli animalisti. Tra questi non poteva mancare il recordman delle petizioni, il solito Di Pasquale, che chiede "l’adozione nelle competenti sedi internazionali di iniziative per proteggere dall’estinzione i leoni del Kenia".





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Cucchi, Marino: cambiati i protocolli, se detenuto si aggrava si avvisano parenti

IL Messaggero

La novità annunciata dal ministro Alfano
al presidente della Commissione d'inchiesta sul Ssn


 

ROMA (13 agosto) - In caso di aggravamento delle condizioni di un paziente detenuto il medico potrà avvertire subito i familiari, senza attendere il permesso del magistrato di vigilanza. La novità è stata annunciata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano in una lettera inviata al presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino.

«Nessuno - osserva Marino - potrà restituire Stefano Cucchi alla sua famiglia
. Ma adesso si potrà evitare che altri casi come quello del giovane morto all'ospedale Sandro Pertini di Roma, a una settimana dal suo arresto per possesso di droga, accadano nuovamente. In seguito alle indicazioni della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale - informa - Alfano mi ha comunicato, con una sua lettera ufficiale, che i correttivi introdotti nel protocollo organizzativo della struttura protetta del Sandro Pertini saranno estesi a tutte le strutture protette italiane».

«In altre parole - spiega il presidente della Commissione - se al momento del ricovero di Stefano Cucchi vi era di fatto la proibizione di comunicare
con i familiari, in caso di aggravamento di un paziente detenuto, da oggi il medico, di fronte ad una persona privata della libertà, potrà fare ciò che ogni medico pratica con ogni paziente: nel momento dell'aggravamento l'assiste e immediatamente dopo informa i familiari delle condizioni cliniche del loro caro. Fino ad oggi per fare questo c'era la necessità di un permesso del magistrato di sorveglianza, richiesto attraverso il carcere. Occorrevano giorni. Ora bastano minuti».





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Io e La Russa frequentavamo Tulliani» Il ministro a Sgarbi: solo a eventi ufficiali

Corriere della sera

Il critico d'arte ad «A»: «Elisabetta veniva a trovarmi a casa. Mi chiamò mille volte per avere la "Freccia Alata"»


Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini, ha frequentato in passato Vittorio Sgarbi. A sostenerlo è il critico d'arte e sindaco di Salemi in una intervista ad A. «Abbiamo sopravvalutato Fini e sottovalutato la Tulliani - ha dichiarato Sgarbi al settimanale in edicola mercoledì -. Eppure era una curva ben segnalata.

Mi sembrava impossibile che qualcuno finisse con l'andare a sbatterci. La Tulliani veniva a trovarmi a casa. Ma anche La Russa la frequentava. Era una delle tante che incontravo senza nessun impegno». Pronta però la precisazione sulla Tulliani del ministro della Difesa, chiamato in causa dal critico d'arte. «È vero - spiega La Russa - l’ho conosciuta insieme a Fini, ce la presentarono insieme.

E comunque non l’ho mai frequentata al di fuori dell’ufficialità. Non do giudizi su quanto sta accadendo, ma posso confermare che è sempre stata profondamente attratta e innamorata di Fini e non mossa verso di lui da motivi di interesse». «Non mi è mai capitato di frequentare - ha anche aggiunto l'esponente Pdl - la Tulliani insieme a Sgarbi, neanche nelle occasioni ufficiali di cui ho detto prima».

«MI CHIAMÒ MILLE VOLTE» - Nell'intervista ad A, il primo cittadino di Salemi ha spiegato poi che anche la sua fidanzata, Sabrina Colle, conobbe la Tulliani. «Per principio le faccio sempre conoscere alla mia fidanzata: è a lei che spetta il giudizio supremo. E quando ha visto la Tulliani ha allargato le braccia». «Come mai?», chiede il giornalista di A, Andrea Greco. Un "giudizio" dettato da quello che il critico d'arte definisce «un dettaglio». «Elisabetta - spiega Sgarbi nell'intervista - mi chiamò mille volte per avere la Freccia Alata, per andare nelle sale vip degli aeroporti. Tutto quell'impegno per un obiettivo minimo non ha deposto a suo favore».

LA CONTROREPLICA A LA RUSSA - Quanto alla precisazione di La Russa, Sgarbi ha voluto precisare: «Non ho mai detto di avere frequentato la Tulliani assieme a La Russa, ho detto che lui la conosceva, e io lo so perché l'unica, lecita - anche se insistente - richiesta che mi veniva da lei, era la stessa che lei aveva fatto a La Russa, di potere avere la conferma della tessera "Freccia Alata" dell'Alitalia». In questi termini il sindaco di Salemi è tornato sui contenuti della sua intervista ad A, il settimanale diretto da Maria Latella. «Una richiesta così semplice a un "colonnello" e a un "generale" fuori servizio come me - continua Sgarbi in una nota - può fare pensare a quali interessi dichiarati potesse avere come simpatizzante di uomini di centrodestra, valutando il loro diverso potere. Arrivata al Duce può aver fatto altre richieste, tutte legittime, ma la tessera "Freccia Alata" di Alitalia non le serviva più perché il presidente della Camera ha diritto ai voli di Stato».

Redazione online
13 agosto 2010



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I nostri caduti in Afghanistan

La Stampa

Viaggio nelle case dei militari italiani uccisi. Memorie e affetti spezzati dal conflitto.














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Montecarlo, il progetto della cucina: tutti i documenti che smentiscono Fini

di Redazione

Ecco le fatture dei mobili acquistati dalla Tulliani: guarda i documenti. L'ordinazione dei mobili è dell'inizio del 2010. Il testimone: "Il presidente era al tavolo con lei e l'arredatore, lavoravano al progetto per quella casa". Il mobilificio non ha curato il trasporto. Ma la compravendita c'è stata. Ecco l'arredatore al centro di Roma





Tutto comincia con un nuovo annuncio di querela da parte di Gianfranco Fini. Dopo aver letto sul Giornale che l’anno scorso in almeno due occasioni aveva accompagnato Elisabetta Tulliani in un grande negozio di mobili, dove la sua compagna stava comprando l’arredamento per la casa di Montecarlo, il portavoce del presidente della Camera parla di «ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio», di «ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l’anonimato». A condire il tutto, appunto, l’annuncio di una querela che non guasta mai.

Peccato che la replica allo sfogo finiano da parte del Giornale non tardi ad arrivare: «In merito alla querela annunciata da Gianfranco Fini, la direzione del giornale conferma il contenuto dell’articolo pubblicato oggi (ieri, ndr): “Fini e signora comprarono i mobili della casa di Montecarlo” e annuncia che sull’edizione di domani (oggi, ndr) pubblicherà fatture, contratti e nome e cognome dei testimoni». Detto, fatto. Quanto promesso lo trovate su queste pagine.

Testimoni non anonimi che raccontano quello che hanno visto, che ricordano cosa accadeva in quel negozio di mobili alle porte di Roma nell’arco dell’anno passato, dove Elisabetta Tulliani si vedeva spesso e Fini almeno due volte. Mica in segreto, alla luce del sole. Testimoni che ricordano come si cercasse uno spedizioniere che portasse «all’estero», oltre ai mobili, anche materiali per ristrutturazioni. 

E poi fatture e progetti relativi a uno degli ambienti arredati, che portano la data dell’inizio di quest’anno. In coincidenza temporale con quanto affermato da chi si occupò dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, 14, nel Principato di Monaco. Ossia Stefano Garzelli della Tecab, che a questo quotidiano aveva già raccontato lo scorso 30 luglio di «un legame» tra Giancarlo Tulliani e la società off-shore Timara Limited, proprietaria della casa, poiché il «cognato» di Fini avrebbe seguito personalmente i lavori, che sarebbero cominciati nel 2009 e finiti «sei-otto mesi dopo», ossia «qualche mese fa, parliamo di quest’anno».

Più che «ricostruzioni fantasiose», insomma, ristrutturazioni reali. Tanto che anche la «rettifica» inviata dal centro arredamenti nel pomeriggio non ha proprio l’aria della secca smentita. «La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini». 

Una precisazione che il Giornale aveva già anticipato ieri, raccontando sia la «risposta standard» del negozio («la nostra azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo») che l’«interpretazione» da parte del testimone: «A quel punto l’azienda cominciò a mettersi in moto per trovare uno spedizioniere disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo». 

Perché, come detto, non c’erano solo mobili e cucina da spedire oltreconfine, ma anche appunto alcuni materiali per la ristrutturazione. Tanto da consigliare l’uso di un trasportatore con mezzi più adeguati. E lo sfogo del titolare del negozio non cambia il senso di una virgola: «Un conto è sostenere che il presidente Fini, o i suoi famigliari, sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire che per loro conto abbiamo portato dei mobili a Montecarlo, cosa che non è assolutamente vera». Quel che conta è se il passato era remoto o prossimo. E dove, adesso, si trovano quei mobili.




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Ho visto Fini e la Tulliani fare il progetto con il designer"

di Redazione


La testimonianza dell’impiegato: "Chiunque sia stato in negozio in quei mesi li ha notati . In azienda sapevamo che preventivi e ordini erano per l’appartamento di Montecarlo"


Roma 

L’anonimo ha un nome, Davide, e ha un cognome, Russo. Fino a due giorni fa lavorava al centro arredamenti sulla via Aurelia, a Roma, in cui Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani hanno, nel corso del 2009, fatto un po’ di acquisti. Davide è nel mondo dell’arredamento fin da ragazzo. Ha lavorato in tutt’Italia, prima di approdare in quel negozio alle porte della capitale. La tv, nella stanza accanto, rilancia la reazione di Fini al titolo del Giornale di oggi: «Delirio diffamatorio». 

Davide non nasconde una certa ansia. «Spero che nessuno pensi che io abbia voluto diffamare qualcuno. Ho solamente raccontato quello di cui sono stato testimone sul posto di lavoro, tra l’altro insieme a mia moglie, che nel 2009 ha lavorato lì con me». Con lui avevamo parlato cercando di contattare l’azienda. Si era trincerato dietro un classico «no comment», ma aveva aggiunto: «Mai fatto spedizioni o consegne per Fini a Montecarlo».
Sono seguite altre telefonate, e un fax del direttore del Giornale che chiedeva d’essere messo in contatto con la titolare del centro arredamenti. Lì è successo qualcosa: «Ho pensato che, di questo passo, l’azienda avrebbe finito per apparire coinvolta o complice di una vicenda dalla quale era estranea», spiega ora Davide. 

«Rispettavo la linea aziendale della riservatezza, anche non condividendola. E ho deciso di raccontare quello che avevo visto, ma non da “interno”. Ho scritto una lettera di dimissioni, l’ho lasciata sul tavolo della titolare, che è in ferie, e ho deciso di richiamarvi, di dirvi quello che sapevo. Senza accusare nessuno, senza aggiungere una virgola a ciò di cui sono a conoscenza per il fatto di lavorare lì». 
Insomma, si riconosce nei virgolettati che il Giornale ha pubblicato ieri?
«Certo, sono le mie parole. Voglio solo precisare una cosa: non ho seguito direttamente l’affare come coordinatore di questo progetto d’arredamento, né lo ha fatto mia moglie. Ma ovviamente ne ho seguito lo sviluppo. Come testimone, non come attore».

Ha visto Fini e la Tulliani lavorare a preventivi e progetti con i suoi colleghi?
«Sì, non sono il solo. Chiunque ha lavorato per il negozio in quei mesi ha visto la Tulliani farci visita parecchie volte. È una cliente “storica” del centro arredi, non trovai strano che si fosse rivolta a noi per arredare un altro immobile».

La presenza di Fini non destò la sua attenzione?
«Mi incuriosì, ma sapendo che la Tulliani era la sua compagna mi sembrò normale che la accompagnasse. Semmai era un evento di prestigio: fa piacere annoverare qualche volto noto tra i clienti, è una delle regole del commercio. Per questo ripeto: le loro visite non sono mai state un segreto: avere la terza carica dello Stato nella propria clientela, anche se mi risulta fosse lei a pagare, non è cosa che peggiori gli affari».

Il progetto era per la casa di Montecarlo, quella di cui da settimane si parla?
«La certezza non posso averla. Quello che so, e che si diceva tra colleghi all’interno dell’azienda, è che preventivi, ordini, progetti d’arredo erano per un appartamento non italiano. Si parlava apertamente di una “casa a Montecarlo”, quando ci si riferiva ai preventivi della Tulliani. E dopo il passaggio alla fase progettuale, con gli arredatori per cucina e altri ambienti, quella localizzazione fu confermata dall’esigenza di cercare uno spedizioniere di fiducia».

Il negozio offre trasporto e montaggio. Perché uno spedizioniere esterno?
«Non c’era solo da organizzare la logistica per il trasporto degli arredi comprati in negozio, che l’azienda avrebbe potuto curare in proprio. Era stata fatta presente alla direzione dell’azienda l’esigenza di spedire, con i mobili, anche altri materiali, a me personalmente fu detto per esempio che c’erano pallets di maioliche. Vista la destinazione e la natura del carico, si cercò un vettore esterno all’azienda, meglio attrezzato per quel tipo di trasporto. Il compito di cercare lo spedizioniere fu assegnato a diversi impiegati, e tra questi anche a me. Mi misi alla ricerca di un mezzo per il trasporto, ma ammetto che non riuscii a trovarlo».


Come mai?
«Il lavoro andava fatto sotto festività, non ricordo se quelle di Natale o dell’ultima Pasqua. Di certo i trasportatori erano pieni di impegni. Non so se poi qualcun altro abbia individuato lo spedizioniere, o se se ne siano occupati direttamente loro, i clienti».


Spedizione per dove?
«Di certo per l’estero. Non ho difficoltà a dire che, basandomi su quanto ci dicevamo nel negozio, nessuno dubitava che la meta fosse Montecarlo. Ma l’input per la ricerca era: spedizione oltreconfine».


Torniamo a Fini. Accompagnava Elisabetta e andava via?
«No. Fini nelle due occasioni in cui io l’ho visto in negozio era sempre accanto alla compagna, anche se quella più partecipe era lei, che d’altra parte è venuta in negozio molto più frequentemente. Io Fini l’ho sicuramente visto seduto al tavolo, accanto a Elisabetta e a uno degli arredatori che lavorava al progetto di uno degli ambienti di questa casa. Stiamo parlando di un negozio open space, non ci sono pareti o ambienti chiusi, ed essendo aperto al pubblico direi che probabilmente l’avranno visto anche i clienti, se la memoria non mi inganna era un sabato».


Parliamo di quando il presidente è arrivato in Smart nera e senza scorta?
«Esattamente. Un dettaglio che ho notato per un mio vizio. Fumavo sul balcone quando l’utilitaria è arrivata nel parcheggio e ne sono scesi Fini e la sua compagna».


Si rende conto del peso di quello che lei e sua moglie state dicendo?
«No, stiamo soltanto raccontando quel che abbiamo visto. Potevamo tenerlo per noi, anche perché da fine luglio, quando la storia della casa di Montecarlo è finita sul Giornale, lì in negozio quell’affare è diventato un tabù. E non se ne è più parlato».


I vertici dell’azienda vi hanno imposto il silenzio?
«No. Direi che hanno chiesto riservatezza su un argomento che fino a due settimane fa non era affatto riservato. La linea ufficiale, poi, è diventata: non abbiamo nulla da dire, non abbiamo spedito o consegnato nulla a Montecarlo».


Che poi in sé è vero.
«Certo. E anche se fosse, sarebbe solo una normale transazione commerciale. Il negozio, è chiaro, non c’entra nulla con gli aspetti controversi di questa storia. Anzi, se alla fine ho deciso di farmi avanti, è anche per tutelare un’attività commerciale a cui sono legato, affezionato. Capisco che loro preferiscano tenere il punto, finché potranno. Io mi sono svincolato proprio per non coinvolgerli».




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Il centro arredi alle porte di Roma

di Andrea Cuomo


Roma

A Massimina, alle porte della Capitale, la felicità è una poltrona «in tessuto con cuscino poggiareni, struttura in legno a vista verniciato in cera». Un oggetto che non passa inosservato, firmato da un noto stilista, 1350 euro pagabili in dieci mesi a tasso zero. Il mobilificio Castellucci da quarant’anni - molto prima dell’era Ikea - arreda le case dei romani e tutt’ora è tra i più visitati dalle coppie di fidanzatini con in mano fogli a quadretti con la pianta del soggiorno da riempire, della cucina da attrezzare.

Come loro qui Fini e la Tulliani sono venuti a scegliere alcuni mobili per la casa di Montecarlo, approfittando anche loro del coffee point pensato per il ristoro dei clienti (non saranno le polpettine svedesi, ma pazienza) e del «comodo e capiente parcheggio a voi riservato», come decanta il sito internet del mobilificio. Che poi, a Massimina, al chilometro 13,800 dell’Aurelia, il parcheggio non è certo un problema. Per la Smart, poi.

Non è un giorno come gli altri, qui da Castellucci, negozione stipato tra ingrossi di abbigliamento, carrozzerie, un ristorante da pranzi di cresime «schizzacravatte» e i locali della Chiesa cristiana evangelica «Gesù Cristo è il Signore» che promette la salvezza dell’anima ma è chiusa per ferie. Dicevamo di Castellucci arredamenti. Dentro il casermone postmoderno bianco e verde che sembra un monumento agli anni Ottanta, tra letti, divani e tappeti «grandi marche», ci si sente un po’ sotto assedio. Dalla mattina al pomeriggio - pausa pranzo esclusa: dalle 13 alle 15.30 qui si chiude e chi s’è visto s’è visto - i giornalisti non danno tregua.

Tutti a caccia del racconto di quel giorno del 2009 che Gianfry e la Ely vennero a contrattare l’acquisto della cucina e la spedizione per Montecarlo. Ma niente. Anche la troupe di un Tg finisce respinta con perdite. La litania dei dipendenti è sempre la stessa: «Non confermiamo e non smentiamo, i titolari sono in ferie, non abbiamo niente da dire, fateci lavorare per favore». Anche se di lavoro ce n’è davvero poco, in verità: l’antivigilia di Ferragosto chi va a curiosare tra camerette ed elettrodomestici da incasso?

Per sentire una musica diversa bisogna telefonare a qualche ex dipendente del mobilificio. Come E. N., arredatore di Castellucci all’epoca della visita di Fini e compagna, che qualche giorno fa ci aveva confermato di aver lavorato a un «appartamento di Montecarlo». A lui Fini avrebbe autografato un libro nel corso di una sua visita al mobilificio. Ricontattato dal Giornale ieri, l’uomo appare spaventato del bailamme provocato dalla vicenda: «Non voglio avere a che fare con certe situazioni, chi ha sbagliato paghi, io non so nulla, non le posso dare conferme».

Un’amnesia fulminante, capace di far dimenticare all’arredatore quanto dettoci nel corso di una telefonata da noi registrata lo scorso 3 agosto: «L’anno scorso ho iniziato a realizzare dei progetti per quanto riguarda dei mobili che andavano consegnati a Montecarlo, però francamente stiamo parlando di un anno e mezzo fa». E per chi erano questi progetti? «Non so a chi facevano fede i progetti e a chi fossero destinati, io ho solo seguito la progettazione di alcune cucine, però siccome lavoro ai terminali, ai computer non so poi nello specifico quelle cucine a chi erano destinate. Io non sono stato a Montecarlo, lavoro su pianta. Mi occupo solo del design, creo delle soluzioni che vengono poi vendute». Qui c’è aria di scheletri negli armadi. Armadi «grandi marche», naturalmente.




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Il partigiano Giorgio difende tutti tranne il Cav

di Giancarlo Perna

Oggi condanna l'inchiesta del Giornale su Fini.

Ma l'anno scorso non fiatò per il fango contro Berlusconi: Repubblica scrisse per mesi della vita privata del premier



 

È un Giorgio Napolitano pimpante quello dell’intervista all’Unità, il giornale del suo partito. Ritemprato dalla vacanza a Stromboli, il presidente ha difeso con fermezza istituzioni e legislatura. Ci mancherebbe che il capo dello Stato non tenesse a entrambe. L’istituzione in questione è la presidenza della Camera, incarnata da Gianfranco Fini. C’è contro di lui - ha detto l’intervistato - «una campagna gravemente destabilizzante. È ora che finisca». Piglio affascinate con uno spruzzo di gollismo. Ricorda «la ricreazione è finita», l’interdetto del Général contro i moti del ’68. Ma ci sono alcuni però.

Come molti in questo strano Paese, il Presidente considera istituzioni degne di tutela Camera, Senato, Csm, ecc. Tutte, salvo la Presidenza del Consiglio del Cav. Oggi, infatti, si erge severo in difesa di Fini e la sua carica ma l’anno scorso non gli uscì un fiato quando il premier Berlusconi fu crocifisso su «papi» e l’escort. Vi ricordate la grancassa? E chi voleva sapere se aveva colto le grazie della pubere Noemi, chi esigeva particolari della notte con Patrizia, chi insisteva per un ricovero del Cav in una clinica del sesso.

L’avventura privata divenne una sordida epopea internazionale che mise sotto assedio Palazzo Chigi. Anche nell’agosto scorso, Napolitano andò a Stromboli e ritornò rinvigorito. Ma prima e dopo fu indifferente agli sberleffi di Repubblica, ai proclami dell’immobiliarista Di Pietro, alle vesti stracciate della vergine Bindi. In una parola, al massacro dell’«istituzione». Perché questa su Fini sarebbe «una campagna destabilizzante» e quella sul Berlusca un’inezia su cui sorvolare?

Forse che fare giochi d’alcova in camera propria è più grave che le tre carte sulla casa del partito finita nella disponibilità del cognatino monegasco? Delle due l’una: o Napolitano è reattivo a estati alterne per ragioni meteoropatiche; o pensa che il Cav sia un corpore vili sui cui fare impunemente tiri al bersaglio, intollerabili invece su altri che non sia lui. Se le cose stanno così, Giorgio non è credibile né ieri, né oggi.

Personalmente mi sarei aspettato che il capo dello Stato convocasse riservatamente il Presidente della Camera per suggerirgli di fare chiarezza. O, se non ama gli incontri segreti, che attraverso l’intervista gli ingiungesse di dire la verità per rispetto dell’istituzione che rappresenta. Vedo già l’obiezione. Può l’inquilino del Colle mettere platealmente in riga un così esimio collega? Entrare nel merito è contro l’etichetta e Giorgio, signore d’altri tempi, tiene al galateo istituzionale.

Ma allora perché un mese fa ha pubblicamente sbugiardato il neo ministro Brancher il quale, per evitare il processo, invocava il legittimo impedimento con la scusa che era occupato organizzare il ministero? Di che cianci?, replicò con una nota ufficiale Napolitano, «non c’è nessun ministero da organizzare in quanto Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio».

Insomma, quando vuole, Giorgio non le manda a dire. Ma lo fa solo se di mezzo c’è un uomo del Cav, salvo mummificarsi se deve tirare le orecchie al suo avversario. Conclusione: i silenzi nel 2009 per l’attacco al Berlusca e la loquacità quest’anno per puntellare Fini, sono perfetti esempi di partigianeria. E questo da un capo dello Stato, tra i migliori degli ultimi lustri, è un’autentica delusione. Di colpo, riaffiora l’opportunismo dell’antico militante del Pci.

Nell’intervista all’Unità, Napolitano fa capire di essere contro le elezioni anticipate. Nessuno gliele ha chieste - anche se il Cav ci pensa - ma mette le mani avanti. Non ci vedo, per ora, dell’antiberlusconismo preconcetto. È piuttosto il riflesso di un uomo della prima Repubblica per il quale il Parlamento è sovrano e gli elettori molto meno. Lo stesso che spinse Scalfaro - corroborato nel suo caso da dosi cavalline di odio per il Cav - al ribaltone del 1995. Non credo che Napolitano arriverà a tanto. Dopo anni di bipolarismo, è patrimonio comune che la scelta del capo del governo sia affare dell’elettore, non del trasformismo parlamentare.

La cautela di Giorgio è il frutto di innato timore, al limite della pavidità, per le decisioni secche. Anche nel 2007 quando Prodi, col suo governo alle corde, andò al Colle per dimettersi, Napolitano lo rinviò alle Camere e lo costrinse a vivacchiare tra i marosi. Poi, prese atto della sciocchezza e indisse le elezioni. Farà la manfrina pure col Cav ma finirà per arrendersi.
È stato detto che Giorgio è strutturato su tre livelli. Se pensa, lo fa con coraggio. Se parla, è a mezza bocca. Se deve agire, si blocca. Da comunista, dopo la sbornia giovanile che gli fece applaudire l’occupazione sovietica dell’Ungheria, Napolitano si occidentalizzò e divenne un moderato.

I suoi lo consideravano un «destro» e lo chiamarono con disprezzo «migliorista». Aveva il coraggio delle idee, non delle decisioni e al primo ruggito dei fanatici si ritraeva. Faceva coppia, come Bibì e Bibò, con Giorgio Amendola, napoletano pure lui. Per districarsi dall’omonimia, li chiamavano «Giorgio ’o sicco», alludendo al longilineo Napolitano, e «Giorgio ’o chiatto», parlando dell’armadiesco Amendola. Dodici anni dopo il plauso per l’Ungheria, ’O sicco dissentì dall’aggressione alla Cecoslovacchia.

A esporsi però furono altri, tra cui il responsabile Pci degli Esteri, Carlo Galluzzi, incoraggiato da Napolitano. Ma quando Breznev alzò la voce e chiese la testa dei dissenzienti, Galluzzi fu rimosso e dalla bocca timorosa di Giorgio ’o secco non uscì un fiato. Idem a metà degli anni ’70, quando il leader Cgil, Luciano Lama, in piena crisi economica, sproloquiava sul salario come «variabile indipendente». I miglioristi la pensavano all’opposto.

Toccò ad Amendola prendere Lama per il bavero e spiegargli che anche il sindacato doveva imparare a fare i conti. La teoria, in quell’ambiente, era però impopolare. E puntualmente, ’O sicco si defilò, lasciando solo ’O chiatto nella sua battaglia. Oggi, Napolitano difende - sia pure strabicamente come abbiamo visto - le istituzioni. Ma quando nel 1978 Berlinguer, l’onesto, volle la defenestrazione di Giovanni Leone dal Quirinale per colpe mai commesse, ’O sicco si mise obbediente dalla parte dei golpisti.

Giunto Craxi al potere, i miglioristi - Chiaromonte, Macaluso, Colajanni, ecc - si prodigarono per avvicinare il Pci al riformismo del Cinghialone. Ma il grosso del partito non ci stava e ’O sicco, spaventato, si mimetizzò in quelle frasi buone per tutte le interpretazioni di cui è maestro. Poiché Colajanni continuava ad agitarsi, lo mollò dicendo: «È un cane sciolto». L’altro replicò: «E tu sei un cane da grembo». Aggiunse: «Sei un vile». E uscì dal Pci dove invece, adattabile come una gommapiuma, Napolitano è sempre rimasto.
È fatto così: mette la vela dove tira il vento.




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La friggitrice dello scoglio accanto

di Marcello Veneziani

Abitudinari, invadenti e rumorosi. Incontro ravvicinato con la famiglia Poponi, archetipo dei compagni di vacanza da conoscere. Per evitarli



 

Ogni estate, per un mese esatto, la famiglia Poponi affitta sempre la stessa casa al mare. Scendono al mare dalle 9 di mattina e occupano tutte le postazio­ni strategiche dello scoglio. Non arriva­no insieme ma in sequenza, ogni 8 minu­ti, perché usano a turno l'unico wc pri­ma di venire al mare, come si evince dal­le discussioni seguenti sul cattivo uso dei sani­tari e su eventuali abusi di tempo e di odori. Alle 9 e 30 assumono la formazione completa e si dispongono a distanza l'uno dall'altro in modo da conversare ad alta voce e coinvolgere chi si tro­va nel mezzo della traietto­ria.

Il padre, in pensione, è curioso come una scimmia, ha le braccia lunghe di un babbuino, emette gridi, sbertuccia sempre qualcu­no, si gratta le ascelle e si batte il petto in segno di alle­gria da vacanza. La mamma è la capo-clan, fa bagni pla­teali con telecronaca ad al­to volume, spasmi inclusi, chiama da lontano tutti in acqua, li invoglia a tuffarsi ed emette un dettagliato bollettino sulla temperatu­ra del mare in relazione al suo corpo. Poi quando tor­na a riva, col concorso dei suoi famigliari, narra in estenuanti racconti culina­ri, i prodigi della sua friggi­trice, celebrata all'unanimi­tà dalla famiglia. La friggitri­ce è la loro arma segreta e l'araldo del casato. Offre particolari tecnici e gastro­nomici meticolosi. Lo sco­glio diventa un tubo dige­rente collettivo, passa al se­taccio ogni pietanza fritta in casa Poponi.

Le figlie nubili bisticciano spesso tra loro e con la ma­dre ma poi si riuniscono in formazione congiunta quando vanno all'attacco del padre, che si difende cer­cando con lo sguardo da bertuccia la solidarietà de­gli astanti. Ridono poco ma quando accade emettono disumani grugniti. Le sorel­le Poponi e la loro madre si accavallano con le voci, per­lustrano il vicinato, indaga­no su ogni particolare, non conversano ma sottopongo­no i presenti sullo scoglio a sfibranti interrogatori.

Me­morizzano tutto, per filo e per segno, soprattutto i ri­svolti più irrilevanti. Sono capaci di ricordarsi cosa fa­cevi l'anno scorso in quel preciso giorno, e cosa hai detto, come eri vestito e per­ché non hai fatto il bagno. Non sanno nuotare, a diffe­renza dei loro genitori, e perciò stazionano sullo sco­glio setacciando la zona di pertinenza; nei giorni di ca­lura controllano la spiaggia a mezzo busto in posizione anfibia, a bagnomaria.

Svol­gono funzioni di portineria per chi va e per chi viene sul­lo scoglio, e a volte anche di capitaneria di porto per ga­rantire l'identificazione de­gli utenti e il corretto utiliz­zo dello scoglio. Se un gior­no tardi di un'ora al mare, o addirittura salti, il giorno dopo devi giustificarti in modo convincente con lo­ro. Cercheranno di farti ca­dere in contraddizione ed effettueranno controlli in­crociati per verificare l'at­tendibilità della versione. Nel perseguire l'assentei­smo dallo scoglio, i Poponi sono la versione marina di Brunetta.

Ma sono inflessi­bili con chi non ha permes­so di soggiorno sul loro sco­glio. All'una i Poponi lascia­no il mare e in processione vanno ad adorare la friggitri­ce, il sacro tabernacolo di fa­miglia che è il loro unico va­lore condiviso. Sul mare ca­la un beato silenzio, i super­stiti si guardano con tacito sollievo. Però manca quel sottofondo, il rassicurante brusìo della banalità. Ma non si fa in tempo a rimpiangere la loro man­canza che dalle 14 e 30 i Po­poni ritornano a mare, sem­pre scaglionati.

Arrivano prima le figlie nubili, poi se­gue a ruota la mamma, do­po aver sistemato la cucina e rimesso a lucido il totem di casa, la friggitrice. Infine arriva lui, l'anziano babbui­no a cui è concessa una pen­nica prolungata in virtù dell' età e delle sue origini meri­dionali. Si avverte un vago odore di fritto e non sai se si tratta di oli per la protezio­ne solare o di oli per la friggi­trice. Riprendono i conflitti e i controlli fino alle 18, quando i Poponi risalgono dal mare in strano silenzio, forse perché pregustano la sera con la friggitrice.

Do­v­reste vedere che scena stra­ziante a fine mese quando smontano la casa della vil­leggiatura, caricano le vali­gie e portano a spalla, pieto­samente raccolta in una spe­cie di cassa funebre, la frig­gitrice smontata. Quando la friggitrice scende le scale e poi entra nel bagagliaio dell'auto, la commozione si avverte nell'aria, una lacri­ma d'olio di semi sembra scendere dai loro occhi. Chissà come sarà stata l'estrema unzione per la frit­tura d'addio. Quanti ricordi incancellabili si affolleran­no nella loro memoria, scor­reranno in sequenza le im­magini care di fiori di zucca e patate fritte, sogliole e co­tolette, mozzarelle e persi­no pere indorate. Si, ne ha regalate di emozioni lungo la breve estate, la friggitri­ce.




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La vera Elisabetta? Vi dico che solo Fini poteva cascarci

di Redazione


Mi dissocio. Mi dissocio dal Giornale. Mi dissocio dalla comprensibile perfidia di Feltri. Feltri ha delle ragioni del cuore che la ragione non comprende. E rischia di compiere falli. Ho taciuto per due anni, per rispetto dei sentimenti e della riservatezza del Presidente della Camera, terza carica dello Stato. Le istituzioni non possono essere mortificate né da sussurri né da grida. E io, che ho pur visto e fatto di tutto, che conosco l’indignazione e la rabbia, ma anche il pudore e il decoro, ho mantenuto il doveroso rispetto per Gianfranco Fini. Anzi, ho pensato alla sua generosità nell’affezionarsi a una ragazza semplice e buona, e innamorarsene.

Il problema è che un uomo innamorato non vede la realtà com’è, e interpreta in modo positivo ciò che altri giudicano malizioso. Devo riconoscere che, per l’atteggiamento e il tono, e i comportamenti sobri, la passione e la prudenza politica, Fini mi sembrava perfettamente attrezzato a non farsi espugnare. A guardare con distacco e distanza all’azione di avvicinamento di una ragazza diretta, non particolarmente furba, dagli obiettivi chiari e trasparenti. Non voglio dire che Elisabetta Tulliani volesse «sistemarsi». Voglio dire che Fini non doveva farsi sistemare. Avrei scommesso che avrebbe resistito. Che anche per lui, di fronte alle tentazioni, per altro tanto evidenti da riguardare anche Feltri, sarebbe stato facile resistere resistere resistere.

Ma non ci fu assedio. Elisabetta è una ragazza diretta. E Fini ha ceduto, disarmato, di fronte a tanta, disarmante, semplicità. In questi mesi, in cui così evidente è stato il cambiamento psicologico e ideologico di Fini, ho sentito, restando silente, alcuni chiedersi se tale trasformazione dipendesse dalle idee radicali, liberali, della Tulliani. Mai insinuazione più infondata di questa. Elisabetta Tulliani non è Carla Bruni, e, nonostante tutto, Fini non è Sarkozy. È innegabile che il presidente francese abbia subito la personalità di Carla, ricca, affermata, sofisticata, e liberal, e, perfino più intelligente che bella.

La Tulliani, pure intelligente, è certo più bella che intelligente. Nel senso che non ha secondi fini, ma solo Fini, trasparenti, evidenti; non fa calcoli, che non siano pura aritmetica. Non è di sinistra, neppure Radicale. Non vuole ingannare, non può ingannare, non ci pensa neanche. Non è Mata Hari.
Per capirla bisogna risalire alla reazione dei colonnelli quando, in quel bar vicino a Montecitorio, furono «intercettati» da un giornalista del Tempo, che ne riportò l’opinione sulla trasformazione non ideologica, ma psicologica di Fini.

Sul suo essere in balia di persone non abili e furbe, ma di una donna che non aveva niente da nascondere, ma che, come si vede dalle vicende attuali, era meglio non guardare troppo da vicino. Non perché fosse pericolosa, non per non scottarsi, ma perché l’ingenuità di Fini nel cedere alle lusinghe di Elisabetta appariva sconcertante. Si può dunque pensare, anzi oggi è una certezza, che Fini sia stato, nella considerazione popolare, sopravvalutato. E la Tulliani, nella considerazione di quelli che la conoscevano, sottovalutata.

Non so se sia a posteriori una considerazione corretta. Ma è certo che, a me come agli amici che la conoscevano, Elisabetta non è mai apparsa pericolosa. Intanto lei e la sua famiglia avevano dichiarate simpatie per il centrodestra, e propriamente per la componente di An. Suo padre, che ho conosciuto, mi pare di ricordare fosse un politico di medio rango della Dc romana, della corrente di Sbardella, se non di quelle alla Selva e Fiori confluite in An. Ma non è importante. È certo invece che lei si muoveva negli ambienti di centrodestra, in particolare era vicina a Gasparri e La Russa, un po’ come la bellissima Irene Bufo, oggi fidanzata con Marcello Veneziani, donna fedele e innamorata, incapace di calcoli e sempre generosa, anche a proprio danno.

Sono molte queste ragazze di nuova generazione, non di sinistra e nell’orbita di uomini di fresco potere del centrodestra. Un esempio fu la grande «raccomandata» (a giusto titolo) e anch’essa buona, buonissima, del portavoce di Gianfranco Fini, quando fu Ministro degli Esteri, Salvo Sottile. Mi riferisco a Elisabetta Gregoraci. Ma mi vengono in mente queste tre donne di destra, «organiche» al centrodestra, diversamente «sistemate» con uomini importanti, Fini - Veneziani - Briatore, della generazione più recente (come appare lo stesso Fini oggi), post-politica.

Rispetto alle donne della stagione appena precedente, dominatrici di altri politici democratici o democristiani. Penso a Lella Bertinotti, e soprattutto a Barbara Palombelli in Rutelli e a Sandra Lonardo in Mastella. Donne di personalità forti che hanno letteralmente «occupato» i loro uomini condizionandone scelte e destini. Come per Fini, l’epilogo di Mastella si deve al cieco amore per Sandra. Clemente ha fatto saltare tutto, ha perduto se stesso, e ha fatto cadere Prodi per amore di Sandra. Quando essa è stata incriminata, non ci ha visto più e ha abbandonato tutto.

Come è evidente, si tratta di uomini, nel primo come nel secondo gruppo, «occupati» da donne forti. E ciò li differenzia da me, e, anche se in modo più artigianale, da Berlusconi, che ha una sua «ingenuità», che amiamo essere «visitati», non «occupati». E non ci lasciamo travolgere né dal fascino, né dal potere seduttivo di una donna. Fini no. Fini si è innamorato. Perdutamente. E si è perduto senza accorgersene. E pure Elisabetta non aveva maschere, non lo ha ingannato. Si è presentata nel modo spontaneo e giocoso che le è proprio. Come una bambina che si diverte con i grandi, che desidera fare televisione, come tante (e tanti, come i «velini» Telese, Diaco, Cruciani, miei tardi seguaci), e che in parte l’ha fatta; affermarsi, insomma, farsi vedere, farsi conoscere.

In fondo anche con Gaucci fu così. Nel mio caso credo fosse attratta dal mio temperamento, ma non fece nulla. Non cercò di sedurmi. Veniva a trovarmi per divertimento, per allegria, veniva a visitarmi, come si va in luogo esotico. E, naturalmente, oltre a mostre e musei, veniva a trovarmi anche a casa, a Palazzo Massimo alle Colonne, meravigliosa architettura del ’500, in presenza della mia fidanzata ufficiale centrale Sabrina Colle, donna riservata e severa, ma gentile e affabile, che aveva già sfuggito Salvo Sottile, uomo di Fini, proprio nella serata in cui, in casa di amici comuni, gli fu presentata la Gregoraci. Mai Sabrina avrebbe accettato il compromesso di farsi segnalare.

Nulla di male, come innocentemente rivelano le telefonate di Berlusconi a Saccà per raccomandare Evelina Manna, Antonella Troise, Elena Russo. Tutte ragazze buone e gentili, anche brave, politicamente distratte, ma nell’orbita di un centrodestra sempre più consolidato. In pochi anni il mondo è cambiato, ed Elisabetta Tulliani non ha coltivato nessuna delle perfidie e delle sottigliezze delle brave ragazze di centrosinistra, educate negli anni del femminismo. Capaci, dialettiche, furbissime. Forse non calcolatrici, ma certo dominanti. Anche la Tulliani non fa calcoli, all’opposto di quello che si crede, e non è dominatrice. Chiunque poteva prenderne le misure, e non farsi travolgere dal suo giovanile entusiasmo. Meno Fini. Ecco lo stupore dei colonnelli, lo sconcerto. Ecco l’incredulità della mia fidanzata, che, conosciuta la Tulliani, la valutò come quella ragazza semplice, di normali e piccole ambizioni, che appariva.

In questi due anni io non ho mai chiamato Elisabetta, il cui destino mi è sembrato simile a quello di un’altra brava e semplice ragazza di centodestra, figlia del responsabile di Forza Italia ad Arcevia, e nipote dell’impresario di pompe funebri locale, Francesca Impiglia, che io conobbi diciottenne, bella, festosa, intelligente, e che poi entrò nell’orbita delle ragazze di Berlusconi, prima fotografata, in tempi ormai lontani, mano nella mano con il premier, nei giardini di Villa Certosa. Anche Veronica vide quelle fotografie, e sorrise, tra benevolenza e compatimento.

Da allora, quindi, come in altre occasioni documentate, si può dire con certezza che «non poteva non sapere». Ma l’abile, seppur generoso, Silvio, non ebbe dubbi, non si lasciò travolgere, come anche nelle altre successive e conosciute occasioni. Mandò Francesca a lavorare da Fede al Tg4; la lasciò sposare a un altro, e fece il testimone di nozze. Berlusconi si è liberato di tutte, anche di Veronica. È impensabile questa evoluzione per il serioso e tutto d’un pezzo (in questo ancora fascista), non liberale e non liberato, Fini. Poteva amare Elisabetta senza innamorarsene. Poteva frequentarla informalmente senza convivere con lei. Poteva «fidanzarsi» senza farne la madre di due figli. Ma il Fini innamorato è sorprendente e pericoloso.

Più che coinvolto, è stato travolto. Dalla passione. È rimasto soggiogato dalla bella Elisabetta, non ha neppure pensato di starle lontano, di non buttarsi; o, una volta avvicinata, di liberarsene. Si irrita quindi con Berlusconi per alcune sortite di «Striscia la Notizia». E quanto è serio nel rapporto con Elisabetta tanto più diventa superiore e illuminato nell’azione politica. Tanto da far pensare agli ingenui a un nesso tra le due cose. Abbiamo detto che non è possibile. Elisabetta non ha un assetto culturale e politico che possa condizionarlo. Ma condiziona la sua stessa esistenza. La naturale considerazione e stima per lei, che lo induce a commettere ingenuità, con assoluta serenità, pensando di fare cose giuste per una donna gentile e buona. Come Elisabetta è. Ma tiene famiglia.

Ecco allora le vicende del fratello, della madre, della società di produzione televisiva. Cose da nulla rispetto al proclamato conflitto di interessi del premier. Ma in realtà quei piccoli favori inconsapevoli hanno creato, in questi tempi difficili, imbarazzi e disagi per Fini. Anzi una vera e propria fossa, per chi è stato così intransigente e duro, nei principi, rispetto ai comportamenti di alcuni esponenti del centrodestra per i quali ha invocato le dimissioni. Ora, che egli sia costretto a dimettersi mi sembra eccessivo.

Ma Elisabetta lo ha portato fuori strada. Lei per leggerezza, lui per inconsapevolezza. Non aveva cattive intenzioni, né grandi obiettivi. Si è trovata in una situazione più grande di lei. E non poteva pensare che lui fosse così ingenuo. Come nessuno poteva pensarlo, l’ingenuità essendo l’atteggiamento più incompatibile con la callidia. Da questa vicenda Gianfranco esce come un ingenuo, inadeguato a misurarsi con le realtà complesse e difficili della politica. Un idealista? Forse.

Io posso soltanto dire che a me, come credo a lui, Elisabetta non ha mai chiesto niente di illecito. Ha sempre dato allegria, entusiasmo e gioia di vivere. Il suo obiettivo, nel mio caos, era così modesto e dichiarato che, per due mesi, mi chiese una cosa sola, in incontri e telefonate. Non riuscendo a parlare con La Russa e non avendone soddisfazione, desiderava avere il rinnovo della tessera della Freccia Alata che le era stata ritirata. Era in ansia, preoccupata: quel piccolo privilegio le sembrava vitale. Feci il possibile. Ma, preoccupato della sua richiesta, per non essere troppo coinvolto, smisi di vederla. Una cosa da nulla. Un’ingenuità, che rivela il candore della ragazza.

Poi la ritrovai con Fini, tranquilla, risolta, appagata. Senza problemi di Freccia Alata, perché la terza carica dello stato può viaggiare solo con voli di Stato, per ragioni di sicurezza. Non può volare su aerei di linea, e quindi non serve più la Freccia Alata, utile per le linee commerciali. Elisabetta, risolto il problema, non mi ha più telefonato; io non l’ho cercata, per rispetto e riservatezza, e ho anche sospettato che, nel nuovo ruolo, fosse meno spontanea, più costretta nelle forme.

Che potesse persino tirarsela, all’opposto del suo carattere. Né mi sarei mai permesso di inquietare Fini; e oltretutto lei non avrebbe rischiato di insospettirlo frequentando vecchie amicizie e uomini pericolosi come me. Ma, pensando alla Freccia Alata, capisco perché Fini non voglia dimettersi da Presidente della Camera. Perderebbe, irrimediabilmente, il legittimo privilegio dei voli si Stato. E sarebbe costretto a procurare la tessera della Freccia Alata alla sua amata Elisabetta. Uomo tutto d’un pezzo, Berlusconi potrebbe convincerlo a dimettersi, garantendo passaggi sui suoi aerei. Per tutta la famiglia. Può essere un suggerimento.




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