martedì 17 agosto 2010

Addio, Francesco Cossiga Funerali privati a Sassari

Quotidianonet


L'ex Presidente della Repubblica si è spento al policlinico Gemelli. Aveva 82 anni. "Non voglio funerali di Stato, seppellitemi nella mia Sardegna". Prima di morire ha scritto a Napolitano, Berlusconi, Schifani e Fini









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Antitrust: sospese carte sconto e fidelity card

Libero






Sono pubblicizzate telefonicamente come carte sconto gratuite da utilizzare, in un vasto lasso di tempo, tra i tre e i cinque anni, in alcuni negozi di prossima apertura. Ma, quando il rappresentante si presenta al domicilio del futuro cliente, fa firmare, in realtà, moduli poco chiari che impegnano ilconsumatore ad acquisti immediati e obbligati , anche per importi di oltre 5mila euro. Sono queste le cosiddette "carte fedeltà" distribuite da tre diverse aziende a cui l'Antitrust ha imposto, in base alle norme del Codice del Consumo, la sospensione immediata dell'attività promozionale telefonica.
Si tratta delle ditte "Style", "New Company" e "Jolly", attiva anche con i marchi "Andromeda", "Ciao", "Calypso", "Nuvola", "Teorema".


Il meccanismo commerciale utilizzato per ingannare i consumatori e denunciato da numerose segnalazioni arrivate anche ai Call Center sarebbe molto semplice. In primis, i potenziali clienti sarebbero contattati telefonicamente per la distribuzione della carta o del coupon omaggio che darebbe diritto a sconti su futuri acquisti di beni per la casa e seguirebbe poi, in un secondo momento, una visita a domicilio con relativa sottoscrizione del modulo. A distanza di 15-20 giorni, inoltre, un agente della società si presenterebbe dal consumatore per la consegna dei prodotti che il cliente si sarebbe impegnato ad acquistare, esigendo il saldo immediato, negando ogni possibilità di recesso e minacciando azioni legali in caso di mancato pagamento.
Nei diversi moduli, distribuiti dalle tre aziende e esaminati dall'Autorità, non sono elencati i prodotti, con i relativi prezzi, che i consumatori devono acquistare, ma c'è soltanto un generico impegno a spendere un determinato ammontare. In sostanza, dietro una tessera sconti gratuita, si nasconderebbe la vendita di articoli per la casa da parte dell'azienda.


E, visto il potenziale grado di offensività delle pratiche commerciali messe in atto, l'Antitrust, in una riunione del 5 agosto, ha imposto alle tre aziende di sospendere i comportamenti ritenuti, a un primo esame, scorretti. In base al Codice del Consumo il mancato rispetto della delibera dell'Autorità comporta una sanzione da 10mila a 150mila euro. Nei casi di reiterata inottemperanza l’Autorità potrà inoltre disporre la sospensione dell’attività di impresa fino a 30 giorni.


Il fenomeno delle fidelity card che nascondono vendita di articoli è già stato sanzionato dall' Antitrust che, nel periodo tra il 2008 e il 2009, ha irrogato multe a ben 5 aziende per circa 900mila euro.

17/08/2010





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Esce dal carcere Enrichetto detenuto per aver comprato un salame

IL Messaggero


ASTI (17 agosto) - Uscirà domani dal carcere Enrico Gallo, 55 anni abitante a Tigliole d'Asti, dove tutti lo chiamano Enrichetto. Nelle settimane scorse aveva fatto lo sciopero della fame nel timore che nessuno si prendesse cura del suo cane Pumin. 


Detenuto per guida in stato di ebbrezza, ha scontato due mesi di reclusione ma il suo è un caso umano di cui, a inizio agosto, si è occupato il ministro Angelino Alfano e la sua patetica storia ha fatto il giro d'Italia. Enrico Gallo, infatti, da quando ha lasciato la moglie ha sempre «amato la Barbera». Due anni fa era stato sorpreso dai carabinieri ubriaco mentre in bicicletta percorreva la provinciale Tigliole-Baldichieri e si era scontrato con un'auto. In seguito, dopo un lungo iter giudiziario, era stato condannato a due mesi di reclusione con il beneficio degli arresti domiciliari, ma nel giugno scorso Enrichetto era uscito di casa per andare nel vicino negozio del paese a comprare un salame. Sorpreso subito dai carabinieri, è stato denunciato per evasione dagli arresti domiciliari. 



Il sindaco di Tigliole, Massimo Merlone, ha assicurato che i servizi sociali del Comune faranno tutto il necessario per assistere il loro concittadino quando uscirà dal carcere. Un avvocato ha promesso che assisterà gratuitamente Enrichetto, quando sarà processato per evasione. Intanto lui domani tornerà nella sua casa per prendersi cura dei suoi gatti e per piangere Pumin che nel frattempo è morto travolto da un'auto.






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Salvatore, l'uomo con la croce in spalla fermato dalla polizia a Castel Gandolfo

IL Messaggero

E' in viaggio da Milano a Cefalù per sciogliere un voto. Voleva vedere il Papa, ma gli è stato spiegato che non si può


 

ROMA (17 agosto) - Salvatore Glorioso, il cinquantenne di Cefalù, che partito da Milano il 10 luglio scorso sta cercando di raggiungere a piedi la cittadina siciliana portando sulle spalle una grossa croce di legno, è arrivato in mattinata ai Castelli Romani. 



«Ho fatto un voto religioso - ha detto mentre percorreva la via Appia in direzione Velletri, tra gli sguardi increduli di automobilisti e passanti - Devo raggiungere i miei familiari in Sicilia entro settembre. Il mio viaggio è stato contornato da numerose vicissitudini: a Binasco mi hanno fermato i carabinieri e multato perché la croce ha le ruote ed è considerato un mezzo improprio da trasportare sulle strade, un altro verbale mi è stato fatto perché non indosso il giubbotto di sicurezza con le strisce, molti sono stati i posti di blocco e le richieste di controlli, ma non mi scoraggio, vado avanti fino a Villa San Giovanni in Calabria, dove dopo aver preso il traghetto, continuerò a piedi verso la mia meta, da Messina a Cefalù, il voto che ho fatto lo devo pagare, costi quel che costi».



Questa mattina alle 11 è arrivato trainando la grossa croce fino all’ingresso della residenza estiva del Papa, a Castel Gandolfo, dove ha chiesto di poter essere ascoltato dal Pontefice, ma è stato bloccato da un nutrito cordone di sicurezza degli agenti della polizia stradale e del commissariato di Albano, che insieme ai poliziotti dell’Ispettorato Vaticano e ai carabinieri lo hanno identificato e perquisito. 



Poi, una volta spiegatogli che non poteva essere ricevuto dal Papa, gli hanno permesso di soggiornare per qualche minuto sulla piazza della Libertà in meditazione davanti alla Villa Papale, da dove è ripartito nel primo pomeriggio alla volta di Napoli, prossima tappa della lunga e interminabile camminata con la croce addosso.





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Sedicenne morto dopo il gelato, il ristorante ora chiede il conto

Corriere della sera

Il padre del ragazzo: «Quando l'ho saputo mi sono tremate la gambe, è stata un'altra pugnalata al cuore»



Luigi Perta

Luigi Perta

Il funerale di Davide è stato solo pochi giorni fa. Ora alla famiglia del ragazzo, il sedicenne celiaco e poliallergico morto in un ristorante di San Giovanni Rotondo (Foggia) dopo avere mangiato un gelato, è arrivato il conto dal locale dove avevano mangiato: poco meno di 2.000 euro da pagare.


IL PADRE - È il padre del ragazzo, il maresciallo dei carabinieri in congedo Luigi Perta, che vive a Bologna, a raccontarlo parlando a Ètv: «Ci hanno chiesto il saldo del conto della festa, quando l’ho saputo mi sono tremate le gambe, è stata un’ulteriore pugnalata al cuore». A ricevere la telefonata dal ristorante è stato il cognato: «Mia moglie era presente - ha proseguito Luigi Perta - e quando ha capito che volevano i soldi del pranzo gli ha strappato il telefono e ha gridato "Vergognatevi!"». Inizialmente, ha detto il padre di Davide, ha pensato che fosse uno scherzo di cattivo gusto, poi ha verificato che la chiamata proveniva effettivamente dal ristorante dove si era svolto il ricevimento. Allora «ho chiamato i carabinieri di San Giovanni Rotondo e ho riferito al comandante di questa cosa bestiale», ha concluso.


LA TRAGEDIA E L'INCHIESTA- Quel giorno Davide, in Puglia per le vacanze con i genitori, partecipava al pranzo per la cresima di un parente. La mamma, secondo la denuncia ai carabinieri, si era raccomandata al ristoratore di servire al figlio cibi senza glutine e gli aveva consegnato una apposita lista. L’autopsia sul corpo del ragazzo, fatta nel giorni scorsi, non ha accertato le cause della morte, per le quali bisognerà attendere l’esito degli esami tossicologici e istologici. Per la vicenda, il titolare del ristorante è indagato per omicidio colposo.


17 agosto 2010





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Le lettere ai vertici dello Stato

Corriere della sera

Inviate da Cossiga al Capo dello Stato e ai presidenti
di Camera, Senato e Consiglio dei ministri


L'ex capo dello Stato Francesco Cossiga ha scritto quattro lettere alle più alte cariche dello Stato. Portano la data del 18 settembre del 2007. In quel periodo, era la XV legislatura, solo una di queste quattro cariche era ricoperta dal titolare attuale: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Alla presidenza del Consiglio c'era Romano Prodi, a Palazzo Madama e Montecitorio c'erano rispettivamente Franco Marini e Fausto Bertinotti. Dopo le elezioni della primavera del 2008, Prodi, Marini e Bertinotti sono stati sostituiti rispettivamente da Silvio Berlusconi, Renato Schifani e Gianfranco Fini. È toccato quindi a loro, oltre che a Napolitano, ricevere le lettere di Cossiga.


Di seguito il testo integrale delle missive.


AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO - Sarà diffusa dopo i funerali la lettera recapitata al premier Silvio Berlusconi. La ragione, spiegano fonti di governo è che sarebbero contenuti dettagli sulla cerimonia funebre che, per discrezione, non sono state divulgate martedì. In ogni caso la missiva, secondo le stesse fonti di governo, ricalcherebbe quella inviata al presidente del Senato Renato Schifani se non per qualche «dettaglio» relativo, appunto, alle ultime volontà del presidente emerito della Repubblica.


AL CAPO DELLO STATO - «Signor Presidente, Le confermo i miei sentimenti di fedeltà alla Repubblica, di devozione alla Nazione, di amore alla Patria, di predilezione della Sardegna, mia nobile Terra di origine. Fu per me un grande onore servire immeritatamente e con tanta modestia, ma con animo religioso, con sincera passione civile e con dedizione assoluta, lo Stato italiano e la nostra Patria, nell'ufficio di Presidente della Repubblica. A Lei, quale Capo dello Stato e Rappresentante dell'Unità Nazionale, rivolgo il mio saluto deferente e formulo gli auguri più fervidi di una lunga missione al servizio dell'amato Popolo italiano. Con viva, cordiale e deferente


AL PRESIDENTE DEL SENATO - «Onorevole Presidente del Senato della Repubblica nel momento in cui il giudizio sulla mia vita è misurato da Dio Onnipotente sulle verità in cui ho creduto e che ho testimoniato e sulla giustizia e carità che ho praticato, professo la mia Fede Religiosa nella Santa Chiesa Cattolica e confermo la mia fede civile nella Repubblica, comunità di liberi ed uguali e nella Nazione italiana che in essa ha realizzato la sua libertà e la sua unità.


Fu per me un onore grande servire la Repubblica, a cui sempre sono stato fedele; e sempre tenni per fermo onorare la Nazione ed amare la Patria. Fu per me un privilegio altissimo: rappresentare il Popolo Sovrano nella Camera dei Deputati prima, del Senato della Repubblica quale Senatore elettivo, Senatore di diritto e a vita e Presidente di esso; e privilegio altissimo fu altresì servire lo Stato nel Governo della Repubblica quale membro di esso e poi Presidente del Consiglio dei Ministri ed infine nell'ufficio di Presidente della Repubblica.


Nel mio testamento, ho disposto che le mie esequie abbiano carattere del tutto privato, con esclusione di ogni pubblica onoranza e senza la partecipazione di alcuna autorità. Per quanto attiene le onoranze che i costumi e gli usi riservano di solito ai membri ed ex-Presidenti del Senato, agli ex-Presidenti del Consiglio dei Ministri ed agli ex-Presidenti della Repubblica, qualora Ella ed il Governo della Repubblica decidessero di darne luogo, è mia preghiera che ciò avvenga dopo le mie esequie, con le modalità, nei luoghi e nei tempi ritenuti opportuni. Voglia porgere ai valorosi ed illustri Senatori il mio ultimo saluto ed il mio augurio più fervido di ben servire la Nazione e di ben governare la Repubblica al servizio del Popolo, unico sovrano del nostro Stato democratico. Che Iddio protegga l'Italia!».


AL PRESIDENTE DELLA CAMERA - «Signor Presidente, nel momento in cui nella fede cristiana lascio questa vita, il mio pensiero va alla Camera dei deputati, nella quale, per voto del popolo sardo, entrai nel 1958 e fui confermato fino al 1983, anno in cui fui eletto senatore. Fu per me un grandissimo e distinto privilegio far parte del Parlamento nazionale e servire in esso il Popolo, sovrano della nostra Repubblica. Professo la mia fede repubblicana e democratica, da liberaldemocratico, cristianodemocratico, autonomista-riformista per uno Stato costituzionale e di diritto. Professo la mia fede nel Parlamento espressione rappresentativa della sovranità popolare, che è la volontà dei cittadini che nessun limite ha se non nella legge naturale, nei principi democratici, nella tutela delle minoranze religiose, nazionali, linguistiche e politiche. Ringrazio i parlamentari tutti per il concorso che in tutti questi anni hanno dato con l`adesione o con l'opposizione, con l'approvazione o con la critica alla mia opera di politica. A tutti i deputati e a Lei, Signor Presidente, l'augurio di un impegnato lavoro al servizio della libertà, della pace, del progresso del popolo italiano. Dio protegga l'Italia».


Francesco Cossiga
17 agosto 2010



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Via i peccatori dall'azienda

Corriere della sera

Tycoon ortodosso obbliga i suoi 6.500 dipendenti a redimersi. Gli scapoli che convivono dovranno sposarsi entro 60 giorni. E chi ha abortito sarà licenziato



CONSERVATORI IN RUSSIA

Via i peccatori dall'azienda


Vasily Boiko, patron della Vash Finansovy Popechitel
Vasily Boiko, patron della Vash Finansovy Popechitel
MOSCA - La redenzione o il licenziamento. Il tycoon russo Vasily Boiko, patron della Vash Finansovy Popechitel, non ha lasciato grandi margini di scelta ai suoi 6.500 dipendenti. Il magnate ultraconservatore e devoto ortodosso la settimana scorsa ha scritto una lunga lettera ai suoi impiegati nella quale, dopo aver esposto i suoi convincimenti religiosi, ha minacciato di licenziare tutti i dipendenti che continuano a «vivere nel peccato» e a non seguire i precetti religiosi ortodossi. Boiko ha dato 2 mesi di tempo ai suoi impiegati per redimersi. Se entro 60 giorni gli scapoli che hanno una relazione sentimentale non si sposano con le loro rispettive compagne, saranno costretti a lasciare l'azienda.


PUNIZIONE DI DIO - Il prossimo 14 ottobre, giorno in cui si celebra il festival ortodosso russo, è stata fissato da Boiko come data ultima per poter assolvere i propri doveri. A essere cacciati dalla compagnia saranno anche i dipendenti che hanno consentito alle proprie mogli di abortire perché - spiega il magnate nella missiva, «non vuole lavorare con dei killer»: «Chiunque ha incoraggiato un aborto o continua a essere nel peccato vivendo con un partner senza essere sposato può considerarsi fuori dalla nostra compagnia. Il tycoon ha invitato i suoi dipendenti a interpretare i numerosi incendi che nei giorni scorsi si sono diffusi nell'ex Paese sovietico come una punizione di Dio: «Questa tragedia è chiaramente un castigo di Dio per i nostri peccati- ha dichiarato Boiko al quotidiano Komsomolskaya Pravda -. Sento il dovere di prendere misure estreme».


REAZIONI - Per adesso sembra che tra i dipendenti della Vash Finansovy Popechitel regni lo sconcerto e il malumore. I sindacati e soprattutto alcuni membri del governo hanno criticato la lettera del magnate rilevando che le sue nuove direttive potrebbero violare le leggi dello Stato. Ma Boiko non sembra ascoltare le critiche e vuole tirare dritto: «Questa è una compagnia privata - taglia corto il magnate - Le persone che vogliono lavorare qui devono rispettare le regole».

Francesco Tortora
17 agosto 2010



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I giganti che portano la luce in Islanda

Corriere della sera

S'ispirano ai monoliti dell'Isola di Pasqua. Sono alti 30 metri. Umanoidi d'acciaio, vetro e cemento. Attraversano i fiordi tenendo i fili elettrici tra le braccia



Unbuilt Architecture Award DESIGN

I giganti che portano la luce in Islanda



MILANO - Uomini giganti alti trenta metri porteranno la luce nelle case islandesi: Jin Choi e Thomas Shine, dello studio Choi + Shine del Massachusetts, negli Usa, hanno accettato la sfida della società di trasmissione elettrica islandese Landsnet e rivisto in chiave artistica i tralicci della luce. Una delle condizioni del concorso di architettura: i piloni della nuova rete da 220 chilovolt, non possono differire di molto dal design attuale. Il risultato sono dozzine di spettacolari giganti d'acciaio che camminano sui fiordi islandesi.



FIGURE POETICHE - Chi l'ha detto che i piloni della luce devono essere per forza brutti? Il progetto "Land of Giants" è una poesia per gli occhi. Ogni pilone è alto circa trenta metri. Gli umanoidi reggono i fili elettrici con le loro grandi braccia, quasi fosse la cosa più naturale del mondo. Le diverse posizioni creano poi differenti effetti di movimento. Choi + Shine ha spiegato che i giganti in acciaio, vetro e cemento vogliono essere «potenti, solenni e variabili» e rappresentare una moderna alternativa alle antiche e misteriose statue monolitiche dell'Isola di Pasqua. E nonostante l'aspetto impressionante, i costi di realizzazione sarebbero relativamente bassi, in quanto i piloni standard richiederebbero solo piccole modifiche nel design. «Queste iconiche figure, dall'aspetto quieto ma autorevole, diventeranno dei monumenti nel paesaggio», si legge sul sito dello studio americano.


PREMIO - Tuttavia, se per il momento Lansent ha sospeso i piani in attesa di finanziamenti, gli originali piloni dell'elettricità disegnati con forme antropomorfe sono stati premiati in questo mese dalla influente Society of Architects di Boston che nel Unbuilt Architecture Award riconosce ogni anno l'audacia di progetti non realizzati.


Elmar Burchia
17 agosto 2010



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I Litfiba attaccano Berlusconi Pdl: mai più concerti in Sicilia

di Redazione

I Litfiba attaccano il governo dal palco di un concerto a Campofelice di Roccella. L'invito di un assessore provinciale: "Tutti i primi cittadini della Sicilia non ospitino più artisti che hanno come unico scopo fare lotta politica"



 

Palermo - Soliti attacchi, solita propaganda. Gli attacchi al governo Berlusconi rivolti dai Litfiba dal palco di un concerto a Campofelice di Roccella non sono piaciuti all’assessore provinciale alla Cultura e le politiche giovanili, Eusebio Dalì. L'esponente del Pdl-Sicilia di Miccichè ha, infatti, rivolto un invito a "tutti i primi cittadini della Sicilia a non ospitare più artisti che hanno come unico scopo il pontificare, predicare e fare lotta politica, servendosi di quella potentissima arma che è la musica e la sua capacità di penetrare le giovani sensibilità, di formarle o di plagiarle a seconda dei casi".


L'assessore: "Mai più in Sicilia" Dalì afferma di essere stato presente al concerto e chiede le scuse dei Litfiba e in particolare di Piero Pelù che "ha lanciato delle invettive contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusando lui e i suoi più stretti collaboratori di collusione con la mafia, denigrando il popolo siciliano. Renzulli e Pelù - prosegue Dalì - sono venuti in Sicilia a fare propaganda politica, con la tipica presunzione di chi crede di essere depositario di verità assolute e per questo poter inveire contro tutto e tutti senza alcun freno inibitorio. L’essere acclamati ogni volta che si apre bocca non giustifica gli eccessi verbali violenti che creano odio e divisioni. A Campofelice di Roccella io c’ero e non mi sembrava di stare ad un concerto, bensì a un processo di piazza sommario, a un pubblico linciaggio: è stato sconcertante".





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Dallo "zombie coi baffi" a Cicciobello Le frasi celebri del "Picconatore"

IL Tempo

Cossiga dixit: i giudizi tranchant del "grande esternatore". "Occhetto farebbe meglio ad andare a zappare". Il settennato: "Ho dato tali picconate che il sistema non può essere solo restaurato"


Tante sono le frasi a effetto e le battute brucianti per cui Francesco Cossiga, morto oggi al policlinico Gemelli all'età di 82 anni, sarà ricordato. Achille Occhetto diventò "lo zombie coi baffi" e Francesco Rutelli "Cicciobello". Francesco Cossiga usava l'arma dell'ironia graffiante, coniando soprannomi fulminanti per ridisegnare quella che a suo modo di vedere era la personalità degli esponenti politici, soprattutto quelli che in Parlamento sedevano sui banchi della sinistra.


La più celebre tra le creazioni cossighiane in questo senso è stata sicuramente quella affibbiata nel 1992 ad Achille Occhetto: "Farebbe meglio ad andare a zappare e a cogliere margherite. Ma mi fa un po' schifo pensare che la terra possa essere violata e le margherite colte dalle manacce degli zombie coi baffi...". E mentre Luciano Violante diventò il "piccolo Vysinskij", accostato con un pizzico di perfidia al procuratore generale dei processi staliniani, Francesco Rutelli si trasformò in uno tra i più celebri bambolotti italiani.


E Pietro Folena si meritò un giudizio tranchant: "Più che un politico, un indossatore mancato". Più recentemente, Cossiga ironizzò anche su Walter Veltroni: "So che dopo la bella e coraggiosa intervista ad Al Arabiya del presidente Usa Obama - disse un anno fa-  Walter Veltroni ha presentato domanda alla Corte d'appello di Roma per poter cambiare il suo nome in Walter Hussein, e che si è presentato alla moschea di Roma per farsi musulmano".


Ma anche Cossiga ha ricevuto nel corso del suo lungo percorso politico qualche soprannome: nei primi cinque anni al Quirinale è stato "il canguro silente"; poi, negli ultimi due, vulcanici, anni da capo dello Stato è diventato il "grande esternatore" e, soprattutto, il "Picconatore". La giornalista dell'Economist Tana de Zulueta, poi parlamentare del centrosinistra, lo ribattezzò "la lepre marzolina" e più recentemente Roberto D'Agostino, deus ex machina di Dagospia, ha coniato per lui il termine "il Gattosardo".


FRASARIO TRANCHANT - "Adesso gli scherzi sono finiti", 23 marzo 1991 - Intervistato alla Fiera di Roma, Cossiga, presidente della Repubblica, minaccia lo scioglimento delle Camere e annuncia la stagione delle "picconate". "Violante è un piccolo Vishinski", luglio 1991 - In risposta all'esponente del Pds.


"Io ho dato al sistema picconate tali che non possa essere restaurato, ma debba essere cambiato", 11 novembre 1991, alla presentazione del libro "Cossiga, uomo solo" di Paolo Guzzanti.
"Io facevo parte di una formazione di giovani democristiani armati, armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso che i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di stato", 11 gennaio 1992, rievocando le elezioni del 1948.


Achille Occhetto, segretario del Pds, è uno "zombi con i baffi", che fa rivivere "le cose più abbiette e più volgari del paleostalinismo", 22 gennaio 1992. In risposta al Pds che attacca su Gladio.
"Se Berlusconi è il nuovo De Gasperi, io sono il nuovo Carlo Magno", 18 aprile 1998, in risposta a don Gianni Baget Bozzo che esalta Berlusconi.


"Quando vedo Folena penso sempre a quanto ha perduto la moda e quanto poco ha guadagnato la politica". "Con la sua eleganza, la sua finezza è chiaramente un mancato indossatore", 22 giugno 1998, in polemica con il responsabile giustizia dei Ds.
"Io ho concorso ad uccidere o a lasciar uccidere Moro quando scelsi di non trattare con le Br e lo accetto come mia responsabilità, a differenza di molte anime candide della Dc", 15 febbraio 2001.
"La giustizia sportiva è una buffonata", 6 luglio 2006, su Calciopoli.
"È anche vero che io abbia una origine familiare di grandi tradizioni repubblicane, antifasciste, radicali e massoniche. Ma non sono stato e non potrò mai essere massone perchè sono cattolico", 16 ottobre 2009, sui suoi rapporti con la massoneria.







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I Fini inquisitori di Scalfari

Il Tempo

Il fondatore de La Repubblica nell’omelia di Ferragosto ai suoi lettori ha quasi schernito il presidente della Camera. Compiaciuto dalla rottura con Berlusconi, ma non ancora convinto.




Bisogna riconoscere a Eugenio Scalfari, il fondatore de La Repubblica, quella di carta, di avere sempre diffidato di Gianfranco Fini, non essendogli mai apparse sufficienti le sue pur frequenti prese di distanza da Silvio Berlusconi dopo l’alleanza politica stretta con lui dall’ormai lontano 1994. È tuttavia singolare, e nel tempo stesso emblematica, la durezza con la quale, nell’omelia di Ferragosto ai suoi lettori, egli ha quasi schernito il presidente della Camera anche dopo la rottura così clamorosa e densa di rischi intervenuta con il presidente del Consiglio. Della quale, certo, Scalfari è compiaciuto - ci mancherebbe - ma non ancora convinto, e soprattutto soddisfatto. Egli reclama da Fini, e dai suoi uomini, ancora dell’altro. E che altro: di schierarsi nettamente con le opposizioni per creare una maggioranza parlamentare alternativa a quella uscita dalle urne due anni fa e di aumentare i procedimenti giudiziari a carico di Berlusconi presentando appropriate denuncie alla «Procura competente».


Scalfari sa bene che in Italia non mancano magistrati, da lui naturalmente stimati, che considerano da tempo il Cavaliere non un comune cittadino, e neppure un comune presidente del Consiglio, visto che ne sono sfilati tanti a Palazzo Chigi fra prima e seconda Repubblica, ma una preda. Anzi, la Preda, con la maiuscola. L’occasione evidentemente è ghiotta, da non perdere, per alimentare contro l’odiato avversario quella lunghissima campagna elettorale, da uno a due anni, che si rovescerebbe sul Paese se una crisi si risolvesse non con l’immediato scioglimento delle Camere, come vorrebbero il buon senso e la decenza, ma con un governo di cosiddetta transizione, decantazione e via imbrogliando: un governo composto e appoggiato da tutti quelli che non si sentono ancora preparati alle elezioni anticipate. E le temono tanto da farsi sotto e spandere un lezzo insopportabile, che Scalfari vorrebbe coprire spruzzando come un deodorante l’articolo 67 della Costituzione.


È quello che esonera i parlamentari da ogni «vincolo di mandato», ma stride contro il diritto riconosciuto da anni agli italiani di scegliere non solo il partito, come avveniva quando la Costituzione fu pensata ed approvata, ma anche la coalizione di governo, cioè la maggioranza parlamentare, e il presidente del Consiglio. Di che cosa Fini e i finiani dovrebbero denunciare Berlusconi alla Procura «competente» per saziare l’ansia di «legalità» che li accomuna, sino ad ora solo a parole, con uno Scalfari dichiaratamente «stufo», pover’uomo, della «ripetitiva rissosità e inconcludenza dei politici» italiani? Dovrebbero denunciarlo di ciò che vanno insinuando da giorni, e che non può restare solo un «potenziale deterrente» nella polemica con il Cavaliere.


E cioè, tanto per cominciare, di avere usato o lasciato usare i soliti servizi segreti per cercare, trovare e diffondere notizie e sospetti contro Fini per quell’affaraccio della casa di Montecarlo. A proposito del quale, peraltro, anche Scalfari riconosce, come già il suo direttore Ezio Mauro, che il presidente della Camera non ha fatto tutta la dovuta chiarezza. Altri temi da denuncia alla Procura «competente» sarebbero i presunti rapporti d’affari, evidentemente non di Stato ma personali, con il premier russo Putin e il capo libico Gheddafi. Non ho ben capito se nel mazzo delle denuncie che Scalfari ha istigato i finiani a presentare contro Berlusconi per dimostrare «il coraggio e la forza della propria coscienza morale» debba essere inclusa, salvo prescrizione, anche la lontana vicenda dell’acquisto della villa ormai storica del Cavaliere, quella di Arcore.


Essa è stata contestata al presidente del Consiglio, in particolare, da Italo Bocchino, presidente del gruppo finiano della Camera che, come quello del Senato, si chiama Fli. Si legge come si scrive, non flai, all’inglese, confondendolo con una compagnia aerea. I finiani più esagitati si sentono orgogliosamente falchi, ma sono soltanto calabroni, forse anche agli occhi di Scalfari.

Francesco Damato

17/08/2010





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Germania, Google attiva funzione per cancellarsi da Street View

Quotidianonet

Per effettuare la richiesta è necessario compilare un modulo che si trova in questo portale, www.google.de/streetview, che tuttavia non è accessibile da Internet Explorer ma solo da altri browser


Berlino, 17 agosto 2010


Il colosso internet Google ha attivato oggi una pagina web attraverso la quale gli utenti tedeschi possono chiedere l’oscuramento della propria casa dalle mappe di ‘Street View’, il controverso servizio di Google Maps che consente di visualizzare mappe fotografiche delle principali città.


Per effettuare la richiesta è necessario compilare un modulo che si trova in questo portale, www.google.de/streetview, che tuttavia non è accessibile da Internet Explorer - utilizzato da circa il 60% degli internauti tedeschi - ma solo da altri browser di navigazione come Firefox o Google Chrome.


Attraverso questa procedura, precisa la compagnia, sarà possibile offuscare le immagini delle abitazioni di tutte e 20 le città tedesche per le quali entro fine anno sarà disponibile il servizio Street View, tra cui Berlino, Amburgo, Monaco e Francoforte.


Gli utenti avranno a disposizione quattro settimane per presentare richiesta, un lasso di tempo giudicato però troppo breve dal ministro per la Tutela dei consumatori Ilse Aigner, secondo cui sarebbe "auspicabile" che la compagnia estendesse il periodo a otto settimane.


Street View, già attivo in 23 Paesi tra cui l’Italia, permette di visualizzare immagini panoramiche delle città a 360 gradi grazie alla sovrapposizione di fotografie, consentendo di riconoscere anche il palazzo in cui si abita in varie prospettive. In Germania, tuttavia, cittadini e autorità si mostrati ostili nei confronti di questa tecnologia già dal 2008, quando i primi furgoni di Google equipaggiati con speciali macchine fotografiche hanno cominciato ad attraversare le vie delle città per catturare le immagini degli edifici. La scorsa settimana Google ha annunciato il lancio del servizio in Germania entro pochi mesi, ma le critiche alla compagnia si fanno sempre più numerose a causa dei timori sulle potenziali violazioni della privacy.





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I regali di Cossiga: 30 denari a Mazzola, burro a Veltroni

Quotidianonet

Roma, 17 agosto 2010


Faceva regali ai colleghi, ma non erano mai scontati e soprattutto erano graffianti, a metà strada tra l’ironia e la provocazione: un modo un po' insolito, ma efficace, di dire quel che pensava a quei politici, di cui Francesco Cossiga è stato maestro, mostrando in più di un’occasione di avere un senso dell’umorismo non indifferente.


Si comincia nel 1991, quando il senatore Dc Franco Mazzola riceve in ‘dono' da Cossiga un sacchetto con 30 monete d’oro (di cioccolata), promettendo di ricambiare con un libro che rivaluta la figura di Giuda.


Due anni dopo, sempre sotto Natale, addirittura un trittico di regali: un triciclo, un cavallo a dondolo e un gioco da detective ‘Cluedo' all’indirizzo dell’allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova, che per uno di questi doni denuncia il mittente per offesa a pubblico ufficiale.


Nell’ottobre 1998 è la volta di Massimo D’Alema, al quale, in occasione della nascita del suo primo governo, nell’emiciclo di palazzo Madama Cossiga regala un bambolotto di zucchero, "siccome si dice che i comunisti mangino i bambini...".


Lo stesso anno tocca anche a Walter Veltroni, segretario dei Ds. Per lui burro e olio: "io -spiega Cossiga in quella circostanza- sono ostile all’ulivo e da tempo uso il burro per cucinare, ma sarebbe stato scortese presentarmi solo con il burro...".


Per il Natale del 1999 il destinatario del dono cossighiano è ancora D’Alema: questa volta si tratta di un orologio con il volto di Mao e la dedica "al grande timoniere". Lo stesso anno Cossiga individua un’altra ‘vittima': il senatore della sinistra Cesare Salvi al quale fa recapitare una confezione di pannoloni a sottolineare una certa ‘incontinenza dichiaratoria'.



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Il fisco indaga sul cognato di Fini

Libero






Giancarlo Tulliani è sparito nel nulla. Da quando è esplosa la grana Montecarlo, il “cognato” di Gianfranco Fini non più reperibile: irrintracciabile. Di lui solo pochi scatti, immortalato mentre lava la sua fiammante Ferrari 458 blu, un gioiellino da 197 mila euro, prodotta in numero limitato, ricevuta – a quanto pare, come scritto dal Riformista il 12 agosto e mai smentito – grazie ai buoni uffici di Fini, interceduto direttamente presso Montezemolo per scavalcare la lunga fila d’attesa. Niente di penale, s’intende: un favore a un amico non è catalogabile come reato. Però, sullo stile di vita di GiancarloAgenzia delle Entrate, insospettita dal tenore di vita di uno che fino al 2005 era un nullatenente.


L’erario si sta preparando ad avviare le verifiche fiscali per accertare se Giancarlo Tulliani sia o meno un evasore fiscale. Tecnicamente il controllo non è ancora scattato perché le norme non consento all’Agenzia delle Entrare di aprire una procedure: bisogna aspettare i tempi tecnici legati allo status giuridico dell’espatriato. Il fascicolo sul conto del fratello di Elisabetta, compagna di Gianfranco, però c’è già, pronto ad essere arricchito.  E nei prossimi mesi Giancarlo dovrà rimaterializzarsi per rendere una serie di dichiarazioni sulle sue abitudini di vita e di portafoglio. I guai sarebbero pressoché assicurati. Prima domanda: passa più di 180 giorni all’anno in Italia? Con risposta negativarisposta affermativa, invece, le indagini toccherebbero la cosiddetta estero vestizione, relativa alla creazione di società fittizie per nascondere rendite al Fisco. Insomma, entrerebbero in ballo i bilanci della società intestata alla madre Francesca Frau, l’Absolute Television Median, che ha prodotto format per la Rai, creata nel maggio 2009, data successiva al cambio di domicilio di Giancarlo. Gli interrogativi sono molti e si aggiungono alla torbida gestione della vendita della casa di Montecarlo (passata da Anna Maria Colleoni ad An, "per la buona battaglia", da An a una società off-shore, da questa a un'altra, fino a finire affittata a Giancarlo). In questo caso, il pm Pier Filippo Lariani continua a indagare in attesa delle rogatorie.
Tulliani ha messo gli occhi l’ scatterebbero i problemi per mancata presentazione del famigerato quadro Rw, quello su cui bisogna dichiarare i redditi anche immobili esteri e il rischio di essere bollato come evasore fiscale. Con

17/08/2010





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Tenta di investire poliziotto e viene ucciso

Il Mattino


ALBANY (17 agosto) - La vittima stava tentando di scappare e ha cercato di investire un altro agente di polizia, causando la reazione dell'agente.
Il fatto è avvenuto lo scorso inverno, ma la polizia ha diffuso solo adesso il video, quando tutte le accuse sono cadute








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Soldatessa israeliana umilia i prigionieri palestinesi su Facebook

Corriere della sera

Le sue foto in posa, davanti a uomini bendati
e ammanettati: «Più bel momento della mia vita»


L'esercito: «comportamento vergognoso». Lei: «Non ho fatto nulla di male»

Le sue foto in posa, davanti a uomini bendati e ammanettati: «Più bel momento della mia vita»


 Dal nostro corrispondente Francesco Battistini


GERUSALEMME

«Ma che cos’ho fatto di male?...». Nella sua casa di Ashdod, assediata da telefonate e giornalisti, l’ex soldatessa israeliana Eden Abergil è scioccata. Non le riesce proprio di capirlo, il perché di tanto clamore. Lunedì, alcuni blogger hanno mandato in rete le foto che un suo amico le ha scattato l’anno scorso, quando prestava servizio in una base dell’intelligence militare a Nahal Oz, a sud d’Israele. Eden se le era messe su Facebook – titolo del post: «Esercito, il più bel periodo della mia vita» -, un’iniziativa decisamente provocatoria: lei in divisa e in posa, di fianco o davanti a prigionieri palestinesi bendati e ammanettati, per didascalia sconcezze sessuali e una serie di commenti dedicati alla protagonista di quegli scatti (“sei molto più sexy così!”) e ai detenuti ritratti loro malgrado (“mi chiedo se anche lui sia su Facebook, dovrei taggarlo!”)…


Le foto incriminate La soldatessa israeliana e i prigionieri palestinesi


LA PRESA DI DISTANZA DELL'ESERCITO - Immagini umilianti. Che in poche ore sono state tolte dal web. E che hanno spinto Tsahal, l’esercito israeliano, a prendere le distanze: «Si tratta d’un comportamento vergognoso – ha detto un portavoce -, non riflette i nostri valori e le regole che siamo tenuti a rispettare. La vicenda è all’esame dei comandi e verrà valutata come si deve. La responsabile però s’è già congedata: non possiamo impedire che un’ex soldatessa metta su internet le foto che s’è scattata da sé». Eden è nella bufera. Oggi non è andata al lavoro, sta pensando di cambiare casa e di chiedere protezione alla polizia. Dice d’avere ricevuto minacce di morte, insulti anche dall’estero: molti la paragonano a Lynndie England, la soldatessa americana che in Iraq si metteva in posa davanti ai prigionieri di Abu Ghraib.


LA SOLDATESSA: «NON MI DEVO SCUSARE DI NULLA» - Non dimostra d’essersi affatto pentita, né d’avere compreso bene i termini della faccenda: «Non devo scusarmi di nulla – dice a Yedioth Ahronot e alla radio -. Che ho fatto, dopo tutto? Che differenza c’è fra queste foto e quelle che si scattano tutti i soldati nei Territori palestinesi? E ai media chiedo: quando riprendete in tv i prigionieri bendati, lo fate col loro permesso? Queste foto non avevano nessun significato politico. Guardatele bene: non faccio gesti osceni o cose simili. Sto solo seduta lì. Voleva essere solo il ricordo di un’esperienza di vita. Il documento di quella routine. Non ho mai mancato di rispetto ai detenuti, li ho sempre trattati bene: davo loro cibo, acqua, vestiti». Eiden ne ha anche per l’esercito: «Loro sanno quanto ho fatto per questo Paese, quanto ho dato di me stessa. Mi ha fatto male il commento del portavoce: è così che trattano i soldati che hanno dato l’anima?».


ALTRI CASI DI UMILIAZIONE - I vertici militari sono chiamati in causa anche da altre parti. Proprio ieri, un tribunale israeliano ha condannato l’esercito a risarcire la famiglia d’una palestinese di 10 anni, uccisa da un proiettile di gomma mentre usciva da scuola. I casi di militari sorpresi a umiliare i palestinesi sono frequenti. E spesso, se non ci sono morti o feriti, alle parole di condanna non seguono provvedimenti. Non ci furono punizioni, due anni fa, per un video su YouTube in cui i soldati d’un check-point irridevano un uomo bendato e in ginocchio. E l’unità militare che da marzo è incaricata di perlustrare tutto il materiale postato su Facebook, Twitter e MySpace, è nata solo per evitare fughe di notizie, dopo che un soldato aveva anticipato sul web data e ore di un’operazione segreta.


«In queste foto c’è un esempio della vita sotto occupazione – dice Ghassan Khatib, dell’Autorità palestinese -, ci appelliamo all’Onu perché è l’occupazione militare la fonte di queste umiliazioni e d’una certa corruzione morale della gioventù israeliana». «Umiliare i prigioneri in questo modo è illegale», dichiara ad Al Jazeera un avvocato arabo di Gerusalemme, Sami Ershied: è probabile che contro Eden Abergil e i suoi superiori parta un’azione giudiziaria. «Al contrario di quel che dice l’esercito – osserva Ishai Menuchin, del Comitato israeliano contro la tortura -, queste foto sono lo specchio d’un comportamento considerato normale, non d’un singolo. È evidente che la soldatessa si diverte a umiliare. E le sue spiegazioni dimostrano che ignora i più elementari concetti di privacy e di rispetto delle persone».


Francesco Battistini
17 agosto 2010





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L'addio in stile Cossiga: 4 lettere sigillate

Corriere della sera

Al segretario del Senato 4 missive dirette al premier, al capo dello Stato e ai presidenti di Camera e Senato


MILANO - Ci lascia, da morto, con un ultimo segreto. L'uomo dei misteri, come era universalmente noto Francesco Cossiga, scomparso oggi all'età di 82 anni, ha lasciato al segretario del Senato quattro lettere in un plico sigillato dirette alle massime autorità dello Stato. LE LETTERE - Le lettere dell'ex capo dello Stato sono indirizzate al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Senato Renato Schifani, al presidente della Camera Gianfranco Fini e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Le lettere, secondo le disposizioni di Cossiga, dovevano essere consegnate solo dopo la sua morte. Le lettere sono state già inviate. La prima è stata già ricevuta dal presidente della Camera.


CARRA - «Se ci sono dei segreti che Francesco Cossiga si è portato con se, forse questo è dovuto principalmente alla sua lunghissima carriera politico-istituzionale». Enzo Carra, deputato dell'Udc e per lunghi anni dirigente della Democrazia cristiana interviene sulle missive. «Spero che le lettere che Cossiga ha lasciato - riflette Carra poco prima di rendere omaggio alla salma del presidente emerito all'ospedale Gemelli - più che del passato, parlino del presente. Può anche darsi che Cossiga abbia voluto storicizzare alcune parti della sua vita. Ma se devo fare una previsione, credo che egli abbia voluto indicare qualche soluzione e affidare qualche sua personale riflessione indirizzandole ai vertici delle istituzioni. Soluzioni -ripete Carra- che con la sua esperienza politica e la sua carriera pluridecennale ai vertici dello Stato, aveva avuto modo di accumulare e che, forse, lui non era riuscito a mettere in pratica».


Redazione online
17 agosto 2010



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Addio al Picconatore, è morto Cossiga

Corriere della sera

L'ex Presidente della Repubblica aveva mostrato un peggioramento delle condizioni durante la notte




ROMA

L'ex capo dello Stato Francesco Cossiga è morto oggi alle ore 13.18. Il Presidente Emerito della Repubblica aveva mostrato un repentino e drastico peggioramento delle condizioni circolatorie durante la notte che ha necessitato la ripresa di tutti i supporti vitali. Le condizioni di Cossiga erano precipitate durante la notte, dopo giorni di cauto ottimismo. IL BOLLETTINO - Cossiga, si leggeva nel bollettino medico di questa mattina, aveva mostrato un repentino e drastico peggioramento delle condizioni circolatorie che aveva necessitato la ripresa di tutti i supporti vitali. Il senatore a vita, da nove giorni ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Gemelli per una grave insufficienza cardio-respiratoria, era sedato e intubato, e la respirazione si era fatta via via più difficile, fino al precipitare della situazione nella tarda mattinata di oggi.


La vita politica di Francesco Cossiga


LE ULTIME VOLONTA' - Cossiga ha lasciato una lettera al segretario generale del Senato con indicazioni dettagliate sulle sue esequie. A quanto si apprende, Cossiga avrebbe espresso la volontà di non avere funerali di Stato, ma solo, forse, un picchetto d'onore dei bersaglieri della Brigata Sassari. Il presidente emerito avrebbe poi chiesto di essere seppellito nella sua città natale, Sassari, accanto al padre e alla sorella.
La Camera ardente per il senatore a vita sarà allestita mercoledì, dalle 10 alle 18 presso la Chiesa centrale della sede di Roma dell'Ateneo in largo Francesco Vito 1. Secondo quanto si apprende i funerali dovrebbero svolgersi in Sardegna in forma privata, a Cagliari o più probabilmente a Sassari.


Addio al picconatore


LETTERE ALLE AUTORITA' - Sempre al segretario del Senato Cossiga ha consegnato tre lettere alle più alte autorità dello Stato.

Redazione online
17 agosto 2010

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In vacanza con 2.575 euro. Tutti falsi

Corriere del Mezzogiorno

Un uomo partito da Napoli è stato arrestato in Calabria a un posto di blocco: voleva usare il denaro contraffatto




NAPOLI

In tempo di crisi, ci si «industria» in qualsiasi modo per fare una vacanza. Ecco cosa ha pensato un uomo partito da Napoli per recarsi in Calabria: fare una villeggiatura con una grossa somma di denaro falso.


Ben 2.575 erano gli euro, tutti falsi, che l'uomo di 38 anni, arrestato dai Carabinieri a Lagonegro (Potenza), aveva intenzione di spendere. Le banconote, di vario taglio (ma in prevalenza da cento euro) e tutte «fatte bene», erano entrate in possesso dell’uomo a Napoli.


La rilevante quantità di denaro falso trasportata dall’uomo - che ha precedenti di polizia ma non specifici - si spiega con la sua intenzione di spenderli tutti in vacanza, approfittando della minore attenzione dei commercianti, causata dalla confusione. Fermato ad un posto di controllo di militari in provincia di Potenza, l’uomo ha consegnato loro spontaneamente tre grammi di marijuana, già divisa in dosi.


Il gesto ha insospettito i Carabinieri, che hanno perquisito in maniera approfondita sia l’auto sia l’uomo, trovando le banconote, nascoste abilmente nei bagagli, fra abiti e biancheria. Inoltre, gli investigatori hanno scoperto che il contrassegno assicurativo della vettura era falso. L’uomo è stato arrestato per detenzione di monete false e uso di atto falso e segnalato alla prefettura per il possesso della droga.


Redazione online
16 agosto 2010





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Derubato da falsi poliziotti, rifiuta aiuto di un carabiniere: grazie, ma hanno già provveduto i suoi colleghi

Il Messaggero

PRATO (16 agosto)

Triste Ferragosto per un polacco di 47 anni, ieri pomeriggio derubato a Prato di 16.000 euro in contanti da due sconosciuti che si sono finti poliziotti e che lo hanno avvicinato con il pretesto di voler controllare il possesso di eventuali banconote contraffatte. Il polacco ha mostrato la borsa con i soldi ai due, che gli hanno sottratto il denaro.


Ma addirittura, appena subita la truffa, il polacco ha rifiutato l'aiuto di un carabiniere vero, che passava di lì per caso e che ha notato come lui fosse in difficoltà, dicendogli «No grazie, mi hanno appena derubato i suoi colleghi». La vittima del raggiro ha presentato una denuncia alla stazione dei carabinieri di Iolo, il quartiere di Prato dove è avvenuto l'episodio.




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Leader musulmani pronti a rinunciare a moschea vicino a Ground Zero

Quotidianonet

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, aumentate dopo l'intervento di Obama, i leader religiosi della comunità islamica locale sarebbero intenzionati a rinunciare in un gesto di pacificazione con i familiari delle vittime

New York, 17 agosto 2010


Dopo le infuocate polemiche riguardo al progetto per la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero, il luogo degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, i leader religiosi della comunità musulmana all’origine di questa controversa iniziativa sarebbero intenzionati a rinunciare al loro piano con un gesto di ‘appeasement’ nei confronti dei familiari delle vittime. Lo scrive il sito web del quotidiano israeliano Haaretz, che cita fonti di New York.


Le fonti, scrive Haaretz, hanno detto ieri che i leader della comunità musulmana locale annunceranno nei prossimi giorni la loro intenzione di rinunciare al progetto, difeso tra l’altro dal presidente americano Barack Obama in nome del diritto alla libertà di culto.


Il governatore di New York aveva detto lo scorso fine settimana che i leader musulmani avevano respinto la sua proposta di trovare un altro sito a Manhattan per la costruzione della moschea, ma diverse persone familiari con il dibattito in corso nella comunità musulmana di New York sostengono che i leader locali si sarebbero convinti ora dell’opportunità di abbandonare il progetto, per non alimentare un clima di ostilità nei confronti del musulmani.


Inoltre, scrive Haaretz, essi sperano anche che il loro gesto possa essere apprezzato dai familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle e dall’opinione pubblica americana in generale. Secondo un recente sondaggio della Cnn, il 70% degli americani si oppone al progetto, considerato una provocazione nei confronti di chi ha sofferto per la tragedia dell’11 settembre.





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Amori, rivelazioni e veleni: la fine dei galantuomini in un'estate senza pudore

Corriere della sera

Quello che colpisce è che la maldicenza proviene sempre dall'interno, è frutto di lotte fratricide


L'estate 2010 resterà nelle cronache come quella in cui crollò ogni pudore, qualsiasi scrupolo, l'ultimo simulacro di riservatezza. Non bastava il mondo alla rovescia, in cui quotidiani dedicano titoli più grandi di quelli con cui fu annunciata la seconda guerra mondiale al ritrovamento della fattura di un lavello, e il nemico numero uno dell'etica pubblica diventa Giancarlo Tulliani ex vicepresidente della Viterbese. C'è qualcosa di più. Diventa regola generale spifferare «le due o tre cose che so di lei», da parte di chi la conosceva bene, magari dopo essersi tanto amati.

L'uomo più intervistato del momento è Luciano Gaucci, luminosa figura di bancarottiere già latitante a Santo Domingo con moglie locale di 42 anni più giovane, ora assistito dall'avvocato di Cesare Previti: «Ti innamoravi di Elisabetta, e prendevi anche il fratello. Gli ho comprato la Porsche. E al padre una Bmw. Poi ho capito che lei mi tradiva. Ma io li rovino, 'sti morti di fame...». Seguono dispute su schedine del Superenalotto, appartamenti intestati alla fidanzata per sottrarli ai creditori, tangenti per un collaboratore di Bush e altri dettagli di cui è bene si taccia.


Per Vittorio Sgarbi rivelare antiche frequentazioni con personaggi oscuri poi saliti alla ribalta è quasi un classico. Surama, la ballerina brasiliana divenuta compagna dell'allora sindaco di Catania Umberto Scapagnini, fu definita «una mia scoperta giovanile». Frequente la metafora della «collezione privata» e della «nuova acquisizione». Ma con Elisabetta Tulliani è andato oltre: «Ho l'abitudine di presentare le mie ragazze alla mia fidanzata ufficiale, Sabrina Colle. Di fronte alla Tulliani ha allargato le braccia. Non ha deposto a suo favore l'insistenza con cui chiedeva la tessera Freccia Alata dell'Alitalia».


Il placido mondo Rai, sempre scevro da questioni personali e maldicenze interne, non poteva deludere neanche stavolta. Così, con l'aria di schermirsi, Guido Paglia conferma a Libero le pressioni di Fini a favore del «cognato»: «Giancarlo Tulliani mi è costato un'amicizia durata trent'anni». A sua volta, Paolo Francia confida al Corriere: «Paglia è stato per anni il braccio armato di Fini in Rai. Farne ora un Padre Pio, suvvia...». Scrive il Giornale: «È da quando, nel lontano 1994, il leader della destra italiana ha messo piede nel Palazzo, che in un modo o nell'altro le sorti (e gli uomini e le donne) della tv pubblica gli stanno particolarmente a cuore». 


Daniela Santanché, già smascheratrice del compagno di Veronica Berlusconi, esemplifica sul Fatto quotidiano: «Fu Fini a inaugurare Vallettopoli. Portò in Rai Fanny Cadeo e Angela Cavagna, detta "la tetta della destra". È meglio che lasci ora, altrimenti cadrà per la vergogna. Le rivelazioni non sono finite"». Ma lui, Fini, di persona com'è? «Un uomo freddo, anaffettivo, spietato. Umanamente, una...». Ancora Sgarbi: «Fini non è Sarkozy e la Tulliani non è Carla Bruni. 


La Bruni è ricca, intelligente e di sinistra. La Tulliani invece era una ragazza di destra come la Gregoraci, la grande raccomandata dell'ex portavoce di Fini, Salvo Sottile. Abbiamo tutti sopravvaluto Fini e sottovalutato la Tulliani. Eppure era una curva ben segnalata...». E L'Espresso spiega tutto con una rivelazione attribuita a Berlusconi in persona: «La Tulliani cercò di arrivare a Palazzo Grazioli, ma non ci riuscì. Una volta s'era fatta assegnare un posto a tavola vicino al mio e fu fatta spostare. Da allora ha cercato di mettere Fini contro di me».


Colpisce non tanto la maldicenza, quanto il fatto che provenga ineluttabilmente dall'interno, frutto di lotte fratricide. La querelle dell'appartamento a Montecarlo nasce da una denuncia della Destra di Francesco Storace, che di Fini è stato portavoce, compagno di vacanze - «ti ricordi Gianfranco la volta in cui entrammo a pugno chiuso in una sezione del Pcus a Mosca presentandoci come tovarish italiani?» -, amico fraterno. Dal canto loro, i finiani scoprono con una trentina d'anni di ritardo il modo limpido in cui ancora Previti procacciò al Cavaliere la villa di Arcore (peraltro confusa da Italo Bocchino con quella di Macherio). Non poteva mancare Ciarrapico: «Fini pupillo di Almirante? 


Ma no. Almirante mi raccontava di lui che sa dire meglio di chiunque altro che l'estate fa caldo e l'inverno fa freddo, ma che bisogna avere del tempo prima per spiegarglielo bene. Negli ultimi mesi di vita, bloccato nel suo letto nella casa di via Quattro Fontane, Giorgio si confidò con me: "Peppino, io di Fini non mi fido..."». Viene da rimpiangere l'ipocrisia democristiana. O le allusioni maliziose di Cossiga, che per fortuna sta un po' meglio. E finiremo con il rivalutare Daniela Fini, l'unica che nella vicenda sia rimasta in silenzio. Corteggiatissima dai giornali, a tutti ha risposto allo stesso modo: «Da me non avrete una sola parola contro Gianfranco».


Aldo Cazzullo
17 agosto 2010





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La "latitanza" di Giancarlo Tulliani Sa tutto, ma non parla. Da 21 giorni

di Gian Marco Chiocci

L'imprenditore che ha lavorato nella casa dice che il "cognatino" era legato al proprietario: chi è mister X? Ha seguito la ristrutturazione, abita nella casa, potrebbe chiarire sui mobili. Inve tace. Perché? 

 

Gianmarco Chiocci
Massimo Malpica


Roma

Non si sa se i «cognati» si parlino tra loro, di certo entrambi non parlano con l’esterno. Se sull’affaire immobiliare monegasco Gianfranco Fini, dopo aver snocciolato otto spiegazioni non certo dirimenti la scorsa settimana, lascia esternare per suo conto i suoi, da Benedetto Della Vedova a Farefuturo, Giancarlo Tulliani sulla questione non ha mai aperto bocca, limitandosi ad annunciare querele e a presentare esposti per presunte violazioni della privacy.


Eppure, a tirare in ballo il fratello di Elisabetta, è stato proprio il presidente della Camera. Di fronte all’identità certa dell’inquilino che vive in affitto nella casa al 14 di boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, casa svenduta da An a qualcuno nascosto dietro una finanziaria off-shore, Fini aveva ammesso di aver saputo che suo «cognato», dopo aver procacciato l’acquirente, s’era ritrovato a vivere lì, in affitto. Con «stupore e disappunto», ha spiegato l’ex leader di An.


Ma pur chiamato in causa, Giancarlo non ha rotto il muro di silenzio. Non ha spiegato come mai, perché e in che modo ha convinto l’acquirente nascosto dietro le due «ltd» caraibiche, Timara e Printemps, ad affittare proprio a lui l’appartamento. Non ha detto a quale titolo ha potuto, da futuro inquilino, non solo seguire ma indirizzare i lavori di ristrutturazione di quella casa, eseguiti dalla Tecab di Stefano Garzelli tra 2009 e 2010. Non ha smentito (e lui sì che potrebbe, considerato che lì ci abita) che in tutto o in parte l’arredamento della casa monegasca provengano dal negozio di mobili di via Aurelia, a Roma, nel quale un ex dipendente.


Davide Russo - ha detto al Giornale di aver visto Fini ed Elisabetta Tulliani lavorare a progetti relativi a un immobile d’oltreconfine che, tra colleghi, veniva chiamato «la casa di Fini a Montecarlo». Non ha mai insomma chiarito davvero com’è andata l’operazione che ha visto l’appartamento che Anna Maria Colleoni lasciò in eredità ad An passare di mano per un valore ben più basso di quello di mercato a una e poi a un’altra finanziaria off-shore, per poi finire abitato da lui. Ma proprio a quanto dice Fini qualcosa Giancarlo Tulliani deve saperla: procacciatore d’affari e poi inquilino dell’acquirente. Che sia all’oscuro di tutto è semplicemente impossibile.


Il Giornale ha già raccontato quello che, sul cantiere di ristrutturazione della casa di boulevard Princesse Charlotte, composta da «hall, deux pièces, cuisine, salle de bains et balcon», ha spiegato il costruttore, Garzelli. Ipotizzando un qualche legame tra la società proprietaria e Tulliani. Ovvio, visto che il «cognato» di Fini era lì a indicare cosa fare e come farla. Ha dunque pagato lui i lavori, o chi si nasconde dietro la società proprietaria gli ha assegnato questo compito? 


E a che titolo? Di certo, della ristrutturazione della casa in cui poi è andato a vivere, Giancarlo Tulliani si è ampiamente occupato. A confermarlo, l’intervista che potete leggere in questa pagina all’ambasciatore italiano a Montecarlo, Franco Mistretta, in carica nel Principato dal primo ottobre 2008, ossia due settimane prima della seconda compravendita, quella tra Printemps e Timara, della casa monegasca (quella la cui data Fini ha erroneamente citato come giorno della vendita di An a Printemps). 


Mistretta, pochi mesi dopo il suo insediamento, a marzo dell’anno scorso, ricevette in ufficio la visita di Tulliani. Il quale prima chiese informazioni su come poter avviare «un’attività immobiliare». Poi tornò a chiedere suggerimenti per ristrutturare una casa. Richiesta che l’ambasciatore riconosce come «unusual», insolita. Ma l’attività di consulenza non finì lì. Sempre all’ambasciatore Mistretta, Tulliani chiese direttamente dove aprire un conto in banca, in che albergo alloggiare e via così. Un ambasciatore su cui contare come consigliere personale non è roba di tutti i giorni e soprattutto non è per tutti, ma Mistretta al Giornale racconta che sapeva bene con chi aveva a che fare. Quel «tipo un po’ così», spiega, come prima cosa disse «che era il fratello della Tulliani, o il cognato di Fini, non ricordo bene». 


Dunque Tulliani, fresco di trasferimento a Montecarlo, mentre ancora soggiornava in hotel progettava di buttarsi nel settore del «real estate». E poco dopo era impegnato a trovare ditte per ristrutturare una casa. Un racconto che certo non fa a pugni con quanto dichiarato dal costruttore che si occupò dei lavori per rimettere a nuovo l’abitazione che An vendette, e in cui Tulliani ora abita. Davvero il «cognato» non ha niente da dichiarare?




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Cossiga, le condizioni peggiorate nella notte

di Redazione

Il presidente emerito ricoverato da lunedì della scorsa settimana al reparto di rianimazione del policlinico Gemelli di Roma. Le condizioni peggiorate nella notte. In corso accertamenti diagnostici per conoscere l’evoluzione della situazione



 

Roma - Sarebbero peggiorate nella notte le condizioni del senatore a vita Francesco Cossiga. Il presidente emerito della Repubblica è ricoverato da lunedì della scorsa settimana al reparto di rianimazione del policlinico Gemelli di Roma in seguito a una crisi cardiorespiratoria. Sono in corso accertamenti diagnostici per conoscere l’evoluzione della situazione. In un primo tempo le sue condizioni di salute si erano immediatamente aggravate, tanto che al senatore a vita era stata impartita l'estrema unzione. Poi Cossiga aveva risposto alle cure, migliorando. Nella notte un nuovo peggioramento.





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Casa Montecarlo, l'ambasciatore italiano rivela: "Il cognato di Fini? Mi usò pure per l’albergo"

di Stefano Zurlo

Il diplomatico ricorda l’arroganza di Giancarlo Tulliani: "La prima cosa che mi disse è che era parente del presidente della Camera. Mi chiese aiuto per la cittadinanza, la ristrutturazione dell’appartamento, perfino per l’albergo. Si immagini come mi sono sentito..."



 
Da due anni rappresenta gli italiani alla corte dorata dei Grimaldi, ma con Giancarlo Tulliani l’ambasciatore Franco Mistretta si è superato: «Tulliani - racconta al Giornale - mi chiese perfino un albergo in cui andare perché quello in cui aveva soggiornato in precedenza non era di suo gradimento. E lei può capire come mi sia sentito per quella richiesta e altre di questo tenore».


Mistretta, come ogni diplomatico che si rispetti, è un gran signore: dunque non esplicita quel che lascia perfettamente intendere, soprattutto lo stupefacente capitolo delle visite del «signor cognato». Risponde con telegrafica cortesia alle nostre domande e il suo imbarazzo è facilmente comprensibile: non dev’essere stato il massimo trasformarsi in un «ambasciatore prêt-à-porter», gettare alle ortiche le complesse strategie dell’arte diplomatica e doversi occupare dei mobili e delle beghe domestiche del signor Tulliani. Ma così va il mondo, anche nella dorata Monaco.


Ambasciatore, quando ha incontrato Tulliani?
«All’inizio del 2009».


Come mai?
«È venuto in ufficio».


E lei, l’ha ricevuto?
«Noi diamo assistenza ai nostri connazionali».


Noi o lei?
«In quel caso l’ho data io».


Che genere di assistenza?
«Guardi, doveva essere il marzo del 2009. Lui mi disse che voleva prendere la residenza a Monaco, voleva trasferirsi da noi. Gli spiegai l’iter. Conversando, mi fece intendere di avere o di voler aprire un’attività immobiliare. Anzi, parlò di Real estate. Mi chiese qualche consiglio, qualche informazione».


Lei lo aiutò?
«Lo ascoltai, cercai di dargli qualche dritta, di rispondere ai suoi quesiti».


Poi?
«Tornò da me. Adesso le date non me le ricordo, comunque mi parlò di una casa da ristrutturare. Io gli suggerii i nomi di due o tre società che effettuano lavori di ristrutturazione a Montecarlo».


Società italiane o monegasche?
«Società italiane e monegasche. Le principali, quelle più note che operano qui da noi a Montecarlo».


Non le pare un po’ troppo?
«Unusual direi. Comunque, gli ho dato questi nomi».


E finalmente se n’è liberato una volta per tutte?
«No, mi ha telefonato un’altra volta. O è venuto ancora, non ricordo bene».


Questa volta che cosa voleva?
«Voleva il nome di una banca affidabile, poi cercava un albergo adeguato perché si era trovato male nell’hotel in cui era stato. Giudichi lei come mi sono sentito».


Scusi, se io le telefono o la scomodo per sapere dove andare a mangiare o a fare shopping a Monaco, lei perde tempo con me?
«Le ho già detto. Giudichi lei come mi sono sentito».


Lei rappresenta l’Italia, non è un piazzista, non si è sentito svilito, umiliato nel suo ruolo così importante e prestigioso?
(
Silenzio). Ambasciatore?

«Lei tragga pure il suo giudizio».


No, quello spetta ai lettori. Io riparto dall’inizio.
«Io dovrei salutarla».


È stato così cortese, lo sia ancora: lei riceve tutti quelli che bussano alla sua porta?
«Cerchiamo di aiutare tutti i nostri connazionali». 


A proposito, quanti sono gli italiani di Monaco?
«Ottomila. Ottomila persone che convivono con 8.500 monegaschi e 9.500 francesi. La comunità italiana è dinamica, in crescita, molto attiva; ci sono persone di tutte le fasce sociali e ben 1.200 giovani».


Quotidianamente quanta gente arriva in ambasciata?
«A turno arrivano tutti. Per un motivo o per l’altro, anche solo per rinnovare il documento d’identità. Abbiamo tantissimo lavoro, la struttura ha solo dieci persone. Pochissime».


A lei è toccato Tulliani. Mettiamola così: sapeva chi aveva davanti?
«Certo, lui mi disse che era il fratello della Tulliani o il cognato di Fini, non ricordo bene».


Sfumature. Comunque lei sapeva con chi aveva a che fare.
«Certo, fu la prima cosa che mi disse».


Lei incontrò anche la sorella, Elisabetta?
«No, mi pare che lui le telefonò in mia presenza, forse all’inizio, ma non l’ho mai vista di persona».


Insomma, come andarono gli affari del signor Tulliani?
«Io non è che potessi occuparmi di queste questioni spicciole».


Così lo liquidò?
«No, lo affidai alla mia vice, Orietta Palazzola, una persona bravissima che oggi è rientrata a Roma».


Insomma, l’ambasciata al gran completo ha lavorato per Giancarlo Tulliani?
«Siamo stati cortesi».

Della ristrutturazione ha saputo più nulla?
«Nulla di nulla. Ho letto sul Giornale che è stata effettuata dalla Tecab di Stefano Garzelli. Io conosco bene il padre che lavora qui nel Principato nello stesso settore».


Con la Ingeco.
«Non sapevo nemmeno l’indirizzo dell’appartamento. L’ho letto sempre sul Giornale».


Tulliani ha avuto la cittadinanza?
«Penso proprio di sì. Se abita a Montecarlo avrà avuto la cittadinanza».


L’ha più sentito?
«Assolutamente no».


E il Presidente della Camera l’ha mai contattata?
«No».


Fini è mai venuto a Montecarlo?
«Istituzionalmente no».


E privatamente?
«Non lo so. Come faccio a saperlo... Con me non ha mai parlato da quando sono a Montecarlo».


Non le ha mai telefonato?
«No. Mai sentito».


Ma lei lo conosce?
«Sì».


Istituzionalmente o al di fuori dell’etichetta?
«Istituzionalmente. Mi ha ricevuto quando era ministro degli Esteri. Forse nel 2004 o nel 2005».


Poi lei ha contraccambiato col cognato. Si sarà fatto un’idea del personaggio.
«Tulliani era un tipo un po’ così».


Un po’ così come?
«Un po’ così. E adesso la saluto per davvero. Arrivederci».





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