mercoledì 18 agosto 2010

Prima lo striptease, poi la rapina Prese sexy ladre quattordicenni

Quotidianonet

Parigi: le due ragazzine si aggiravano nei pressi delle banche, quando vedevano qualcuno prelevare si denudavano per distrarlo e portargli via il denaro. Come complice avevano un dodicenne




L'episodio più eclatante era avvenuto qualche giorno fa nel ricco e alla moda VI arrondissement, sulla rive gauche della capitale francese: un uomo era entrato in una banca per ritirare i soldi allo sportello del bancomat, seguito dalle due giovani, una delle quali gli aveva poi intimato di darle il denaro appena prelevato.


Vista la sua reticenza, le ragazze erano passate all’azione 'seduzione': una si era scoperta il seno, l’altra aveva cominciato ad palpare l’uomo sui pantaloni. Appena la vittima si era distratta a sufficienza, le ladre ne avevano approfittato per sfilargli di dosso il bottino (in questo caso 300 euro) e fuggire. L'uomo aveva sporto denuncia al commissariato vicino. In un'altra occasione, ma questa volta la vittima era stata una donna, erano riuscite ad appropriarsi di ben 500 euro.


Le ragazze sono state presentate a un magistrato del tribunale dei minori di Parigi prima di essere rimesse in libertà, mentre il ragazzino è stato consegnato a un centro di accoglienza.





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Elfsborg prepara la sfida al Napoli «Bella città, ma occhio alle borse»

Il Mattino


  

NAPOLI (18 agosto) - Come vedono il Napoli e la città gli svedesi? Sul sito dell'Elfsborg la sfida di Europa League viene vissuta come crocevia della stagione. Come per gli azzurri. C'è grande attesa nei reportage. E qualche preoccupazione da parte dell'inviato: per lo stadio, la temperatura...ma soprattutto «per la borsa e i portafogli». Scrivono: «Lo stadio San Paolo è un calderone, i tifosi sono eccezionali, caldissimi. Non a caso la Federazione sceglie spesso Napoli in occasione delle gare più importanti».


La sfida. «Si gioca piuttosto tardi, alle 21, ma questo perché fa davvero caldo. Per domani è attesa una temperatura di 27-28 gradi».


L'inviato del'house organ del club svedese è in questi giorni in giro per la città: ha incontrato gente di ogni tipo e si diverte a raccontare anedotti, esperienze e la passione per il calcio che travolge la città fin dai tempi di Maradona. Ma avverte: «Bisogna stare attenti alla borsa e ai portafogli, anche il barista che mi ha fatto il caffé racconta di essere stato più volte derubato». Non è una requisitoria contro la città, nè dura nè spietata. E quasi una narrazione da "Alice nel Paese delle Meraviglie". In fondo c'è persino da capirli...è la visione di un uomo del nord, del vero nord. Non quello a 600 km da qui. Che risparmia anche la descrizione di certi impietosi personaggi "napoletani", non parla di camorra e tutto il resto.


pi.tao.



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Messico: ora i narcos utilizzano le bonitas, le donne killer

Corriere della sera

Il cartello di Juarez, per ingannare e sorprendere gli avversari, ha ingaggiato 20-30 ragazze


MILANO - Belle, giovani e assassine. Sono le ragazze killer arruolate e addestrate dal gruppo La Linea, il braccio armato del cartello che porta il nome della città dove opera, Ciudad Juarez, Messico. È stato un narcotrafficante catturato dalla polizia a rivelarne l’esistenza. Il cartello di Juarez, per ingannare e sorprendere gli avversari, ha ingaggiato tra le 20 e le 30 ragazze.

ARMI - Sono state preparate dai loro complici a usare molte armi – dai mitra ai fucili a pallettoni -, e poi le hanno lanciate nella battaglia contro la gang di Sinaloa, l’organizzazione di El Chapo Guzman decisa a imporre il suo dominio nella città al confine con il Texas. Le donne, inizialmente, hanno avuto un ruolo di supporto ai «ripulitori», termine con il quale si indicano i team incaricati di spazzare via gli avversari a colpi di Kalashnikov e Ar 15. Poi, con il «crescere della domanda» e delle contromisure adottate dai padrini, sono intervenute in modo diretto negli agguati che hanno insanguinato la località messicana. Ai narcos non mancano certo i sicari, però impiegando le bonitas possono contare sull'effetto sorpresa.


SCONTRO - Lo scontro nella zona è continua ad essere molto cruento: fonti della polizia hanno calcolato che nell’ultima settimana si è avuto nella regione un omicidio ogni ora. Un dato che non deve sorprendere. In primavera il rate era di un assassinio ogni 34 minuti. Le ragazze, sempre secondo la confessione del narco, avrebbero tra i 18 e i 30 anni ma mostrerebbero la determinazione delle veterane. Abili nello sparare, scaltre nel tendere «trappole di miele» per i rivali – grazie al loro aspetto -, rapide nelle missioni di intelligence. Spesso alle donne è affidato il compito di tenere d’occhio gli obiettivi dei possibili raid e magari di entrare in azione se il bersaglio commette qualche errore o abbassa la guardia. I combattimenti tra le varie bande in Messico non sono più brevi scaramucce, ma conflitti a fuoco che possono durare anche un’ora. E i narcos si muovono come formazioni paramilitari, a bordo di lunghe colonne di veicoli spesso blindati con un arsenale spesso superiore a quello in dotazione ai poveri poliziotti o all’esercito.


Guido Olimpio
18 agosto 2010





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Fini, 30 mila euro per il segreto

Libero







Ballano 30 mila euro a Montecarlo. Non una grossa cifra per il Principato dove circolano milioni. Ma sono soldi particolari, oggetto di una coincidenza clamorosa e passaggi anomali. Al centro sempre il famigerato immobile di Rue Princesse Charlotte. 30 mila euro è la differenza fra il prezzo della prima vendita (da An alla Printemps per 300 mila euro nel mese di maggio del 2008) e quello della seconda (da Printemps alla Timara, per 330 euro pochi mesi dopo).

L’aumento non è colpa dell’inflazione. La cifra corrisponde alle spese per il passaggio dell’appartamento da una società off-shore all’altra, secondo le regole sulle spese notarili previste dal Principato. Si poteva pagare meno attraverso altre pratiche, ma così è stato garantito l'anonimato dei compratori. Ma la cifra è registrata come plusvalenza a carico della società caraibica Printemps, creata pochi giorni prima dell’operazione d’acquisto e che condivide con la Timara sede e indirizzo fiscale.

Permangono molti dubbi sulla vendita dell’immobile lasciato in eredità ad An e “svenduto” con il consenso di Fini, allora leader del partito, su suggerimento del “cognato” Giancarlo. A scartabellare, anziché dissiparsi, i dubbi si moltiplicano. Quando riapparirà, il fratello di Elisabetta Tulliani dovrà chiarire molte cose. Il Fisco e la magistratura non attendono altro. Emergono novità filtrate intanto sul conto di Giancarlo. Il Corriere scrive che l’appartamento glielo avevano affittato per essere stato il mediatore dell’affare. Quale dei due: la vendita di An o il secondo passaggio fra le società caraibiche?

18/08/2010





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E morto “l’architetto” della strage di Monaco

Il Secolo xix


È morto in Giordania, a 70 anni, l’ex dirigente palestinese Amin al-Hindi, additato da più parti come l’architetto del famigerato attacco contro il quartier generale degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972, sfociato alla fine in un bagno di sangue.
Lo riferisce oggi l’agenzia Maan, precisando che al-Hindi - deceduto a causa d’un cancro - è stato già trasferito in Cisgiordania (nel territorio controllato dall’Autorità nazionale palestinese) e sarà sepolto a Ramallah.
Nato a Gaza nel 1940, al-Hindi ricoprì fin dai primi anni `70 posizioni di vertice in seno alla sicurezza e all’ala militare di Fatah, il partito di Yasser Arafat, del quale fu sempre considerato un fedelissimo. Il suo nome divenne noto nel ´72 quando venne accostato all’azione terroristica di Monaco, quale presunta mente dei piani operativi del blitz.

Accuse che non impedirono ad Arafat di tenerlo al suo fianco negli anni successivi e di nominarlo generale e comandante dei servizi d’intelligence dell’Anp fin dalla sua istituzione, negli anni `90. Un incarico mantenuto sino alla morte del rais, nel 2004, e cessato col siluramento solo dopo l’avvento al potere dell’attuale presidente, Abu Mazen (Mahmud Abbas).

Un mese fa si era spento a Damasco, dove era rifugiato da tempo, Mohammed Oudeh, l’ultimo esecutore materiale superstite del raid di Monaco: il solo sfuggito sia alla morte in azione sia alla successiva vendetta del Mossad israeliano.




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Collegio vip cattolico, due ex allievi denunciano abusi

Il Secolo xix

Scotland Yard ha ufficialmente aperto un’indagine su presunti abusi sessuali avvenuti nella prestigiosa scuola cattolica di St Benedict di Ealing, un quartiere occidentale di Londra, dopo che due uomini hanno sporto denuncia lo scorso giugno. Tra gli indagati - tre in tutto - vi è anche padre David Pearce, ex insegnante dell’istituto, già condannato a cinque anni di carcere per aver abusato, tra il 1972 e il 2008, di otto ragazzi.

«Possiamo confermare - ha detto al Times un portavoce di Scotland Yard - che due uomini di circa 40 anni hanno denunciato abusi sessuali ai loro danni avvenuti nel periodo in cui frequentavano la St Benedict’s School di Ealing. Agenti della squadra violenze sui minori stanno conducendo delle indagini».


Un altro ex insegnate è stato coinvolto dalle accuse. Si tratta di John Maestri, professore di matematica. Maestri, 71 anni, era stato condannato già tre volte per abusi nei confronti di minori. È stato arrestato e gli è stata concessa la cauzione. 


Tra gli ex alunni della St Benedict’s School figura anche Lord Patten of Barnes, ex governatore di Hong Kong e coordinatore su incarico del primo ministro della prossima visita papale nel Regno Unito di Benedetto XVI. «L’intera vicenda - scrive il Times - rischia di oscurare la visita del Papa».



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Montecarlo, un genovese “aiuta” Feltri ma poi smentisce. Fini querela, Di Pietro: chiarisca

IL Secolo xix

Una visita lampo a Montecarlo, sotto Natale, con tanto di auto blu e sirene spiegate. Il Giornale raccoglie una nuova testimonianza sulla presenza di Gianfranco Fini al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte, nella `casa della discordia´. «Illazioni e accuse false» per il portavoce del presidente della Camera, che parla di «violenta campagna diffamatoria». Accuse bollate dal direttore del quotidiano, Vittorio Feltri, come «totalmente infondate».

L’ultima puntata della `telenovela´ politica di questa estate porta la firma dell’ingegnere genovese Giorgio Mereto, da 25 anni residente nel Principato e titolare di una società di trading petrolifero, la Mgm Marine Gasoil. È lui a rivelare al Giornale, che ne riporta il racconto, i particolari della trasferta oltreconfine della terza carica dello Stato. «Ricordo bene l’episodio - è il virgolettato di Mereto sull’edizione di oggi - perché da un momento all’altro si era scatenata una gran confusione fuori dal palazzo, con un notevole spiegamento della polizia monegasca» di scorta all’illustre ospite italiano.


Una prova, per il quotidiano fondato da Indro Montanelli, che il presidente della Camera era «un habitué» dell’appartamento lasciato in eredita´ ad An. E anche del fatto che «non può non conoscere l’identità del vero proprietario» della casa, ereditata da An e ora finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, `cognato´ di Fini, dopo essere stato venduto ad una società offshore. In serata però la smentita di Mereto: «Quanto riportato dal giornalista ed in particolare le dichiarazioni attribuitemi in virgolettato non corrispondono a quanto da me dichiarato alla presenza di testimoni», sostiene Mereto. E annuncia: «Ho dato mandato ai legali di fiducia di intraprendere ogni azione a tutela della mia immagine».


Immediata anche la reazione del cofondatore del Pdl, attraverso le parole del suo portavoce, Fabrizio Alfano: «Un semplice accertamento presso le autorità monegasche e italiane che registrano i movimenti delle scorte - replica - sarebbe sufficiente a dimostrare che la trasferta a Montecarlo del presidente Fini è frutto unicamente della fervida fantasia del signor Mereto». Non un «Pinco Pallino qualunque» per Feltri, che difende il suo testimone, e sostiene che «non è obbligatorio per nessuno usare le scorte». 


Una parola di troppo, secondo la fondazione Farefuturo vicina a Fini, che accusa il direttore del Giornale di «killeraggio» e osserva come «l’attendibilissimo ingegner Mereto mette a garanzia del suo racconto le sirene spiegate della scorta» di cui poi Feltri nega la necessità. Particolari, anche questi, su cui si cercherà di fare luce nelle sedi competenti. Che per Fini sono soltanto il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti e il tribunale, dove pendono le sue denunce per «le plateali falsità e i pettegolezzi» diffusi allo scopo di offenderlo «sul piano personale e familiare».


Fini offrirà lì la sua ricostruzione dei fatti «puntuale e dettagliata», messa a punto ieri ad Ansedonia in un lungo faccia a faccia con il suo legale, l’avvocato e parlamentare Giulia Bongiorno. E sempre lì il direttore del Giornale, conclude il portavoce Alfano, «dovrà fornire tutte le spiegazioni del caso».


Chiarezza viene chiesta anche dal leadr dell’Idv, Antonio Di Pietro: «Credo che Fini debba chiarire fino in fondo la vicenda. Ha già fatto trenta, faccia trentuno. Ha già spiegato in otto punti come si sono verificati i fatti adesso spieghi cosa è avvenuto successivamente: vale a dire chi alla fine ha comprato la casa e quanto l’ha pagata».


«Se questo non viene fatto e non viene fatto subito - spiega Di Pietro - è chiaro che alla fine i dossieristi ci marciano sopra».





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Bbc, l'uomo del meteo fa un gestaccio in diretta tv

Quotidianonet

Tomasz Schafernaker pensava di rispondere a una affermazione sarcastica del conduttore del telegiornale Simon McCoy, ma non si è accorto di essere già in onda. Immediate scuse dell'emittente a "chiunque si sia sentito offeso"


Londra, 18 agosto 2010 - Le previsioni del tempo sulla Bbc sono un rito secondo solo al tè in Gran Bretagna, Paese ossessionato dalla meteorologia. Ma per una volta a sconvolgerlo è arrivato un fuori programma, quando il «weather man» Tomasz Schafernaker ha fatto un gestaccio al conduttore del telegiornale Simon McCoy. Il gesto era in risposta alla sarcastica introduzione di McCoy che aveva affermato che le le sue previsioni sarebbero state «accurate al 100%».


Doveva restare una goliardata tra colleghi via monitor, ma la linea è passata subito a Schafermaker che è apparso in diretta mentre alzava il dito medio. Subito accortosi della gaffe, l’uomo delle previsioni ha provato a mascherare il gesto grattandosi il collo, mentre l’inquadratura tornava repentinamente sui conduttori.

Ma ormai il danno era fatto e la Bbc si è dovuta scusare «con chiunque si sia sentito offeso», sottolineando che «il presentatore in studio ha immediatamente riconosciuto l’errore».


Il trentunenne Schafernaker non è nuovo alle ‘gaffe'. In passato aveva offeso le isole Ebridi esterne scozzesi definendole «una terra di nessuno» ed era scoppiato a ridere dopo un lapsus con cui prevedeva «cacca fangosa» sul festival musicale di Glastonbury.

fonte Agi





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Il gatto vale un super attico Lotta fra gli eredi per averlo

Quotidianonet

Milano, il testamento del padre: l'appartamento a chi terrà il micio. Ma i tre figli si sono liberati di lui


Milano, 18 agosto 2010 - Ricordate il gatto con gli stivali? Nella celebre favola si disperava il povero giovane che alla morte del padre mugnaio aveva ricevuto in eredità soltanto il felino. Non poteva prevedere, meschino, che il gatto sarebbe stato l’artefice della sua fortuna, che lo avrebbe fatto marchese di Carabas e sposo di principessa. Mai disprezzare i gatti lasciati in eredità, mai privarsene, soprattutto se si tratta di esemplari come il fulvo Michele alla cui proprietà è vincolata quella di un attico a Roma.Tutto inizia un paio di mesi fa quando un anziano signore milanese (lo chiameremo Luigi), residente nella zona di Porta Venezia, passa a miglior vita lasciando numerose case sparse tra Milano, Roma, Porto Recanati e la Liguria, numerosi altri beni e cinque bellissimi gatti che vivevano con lui.

 

Cinque gatti, ohibò, che farsene, pensano i tre figli del signor Luigi impegnati nella spartizione dell’eredità? Così Michele, gatto casalingo e di costumi borghesi, viene affidato insieme con i quattro colleghi anziché a un gattile a un’amica di famiglia con l’incarico di farli adottare. Michele finisce da una famiglia nella zona di Vigevano dove si ambienta immediatamente. Fin qui tutto nella norma. Ma qualche settimana fa arriva al telefono amico dell’Aidaa, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente, la chiamata della figlia di Luigi che chiede come possa riavere Michele, considerato a tutti gli effetti il gatto di famiglia. La signora si raccomanda anche di non fare sapere nulla agli altri due eredi. Il presidente dell’Aidaa, Lorenzo Croce, tenta di spiegare che Michele è felicemente accasato. Dopo alcuni giorni la signora torna all’attacco. Nostalgia? Rimpianto? Croce indaga cautamente. Né nostalgia né rimpianto. La signora, che vive nella casa milanese del padre, ha scoperto uno scritto di quest’ultimo: il signor Luigi lega la proprietà di un magnifico attico in via Nazionale a Roma, valore un milione di euro, al gatto Michele.

 

La casa romana andrà a chi prenderà cura del suo gattone preferito. Il presidente Aidaa informa immediatamente l’esecutore testamentario e anche la famiglia che ha adottato Michele alla quale, in teoria, spetterebbe l’attico nel cuore della capitale. Intanto le richieste per tornare in possesso di Michele diventano tre, una per ognuno degli eredi del defunto signor Luigi. E adesso?

 

"Nei giorni scorsi — dice Croce — i tre eredi, la famiglia adottiva di Michele e io, in veste di mediatore, siamo comparsi in via riservata davanti al tribunale degli animali di Aidaa. Dopo tre ore di vivace discussione, visto che la famiglia che ha in adozione Michele ha dimostrato di non avere interesse diretto per l’eredità ma solamente di volere il bene del gatto, si è deciso che formalmente Michele diventi di proprietà dei tre eredi in modo che possano continuare a litigare tra loro per dividersi l’eredità. Però i tre hanno riconosciuto a Michele il diritto di vivere con la nuova famiglia e hanno disposto un lascito di 250mila euro a suo favore. Ovviamente tutti quei soldi non potranno essere spesi per il gatto. Alla morte di Michele verranno devoluti a dieci diversi gattili indicati dalla famiglia adottiva di Michele. L’attuazione dell’accordo sarà garantito dal tribunale degli animali insieme con il notaio che gestisce le ultime volontà del signor Luigi". E Michele, gatto milionario, che fa? In vacanza in Grecia con la sua nuova famiglia, se la ride.


di GABRIELE MORONI





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Campobasso, Di Pietro cade in moto: frattura del malleolo

Quotidianonet

Il leader dell'Idv, in vacanza in Molise, aveva preso in prestito la moto di grossa cilindrata del figlio. Soccorso in ospedale, prognosi di pochi giorni: non dovrebbe interrompere le uscite in pubblico


Campobasso, 18 agosto 2010 - Il leader dell’Idv, Antonio di Pietro, cade dalla moto e si frattura il malleolo tibiale destro. Di Pietro, ieri pomeriggio, aveva preso in prestito dal figlio una due ruote di grossa cilindrata. La poca dimestichezza con il mezzo o il brecciolino sull’asfalto hanno provocato il piccolo incidente.

Il presidente dell’Italia dei Valori è arrivato, questa mattina, al pronto soccorso dell’ospedale San Timoteo di Termoli con la caviglia gonfia e, dopo aver fatto la fila, è stato curato dai medici che hanno riscontrato un leggero trauma all’arto inferiore destro. Successivamente nella divisione di ortopedia dello stesso ospedale Di Pietro è stato bendato. Per lui pochi giorni di prognosi.


Oggi pomeriggio e’ prevista la sua partecipazione alla manifestazione ‘’Notte nel Borgo’’ evento che unisce la musica, alla poesia al specialita’ culinarie del paese.



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Sarkozy, pugno di ferro Via dalla Francia 700 rom

Quotidianonet

Forti critiche sia nell'Esagono sia all’estero, ma il governo risponde che i rom partiranno "su base volontaria" con un contribuito di 300 euro per ogni adulto e 100 per ogni bambino


Belgrado, 18 agosto 2010 - Inquietudine e preoccupazione. Questi i sentimenti che ricorrono maggiormente nelle reazioni registrate in Bulgaria e Romania a fronte della decisione della Francia di rimpatriare, a partire da domani, 700 cittadini rom trovati in situazione irregolare o riconosciuti colpevoli di reati.
 

Finora sono 79 i rom che hanno accettato gli aiuti per un rientro volontario verso Bucarest che corrispondono a 300 euro a persona e 100 euro a minore. Si tratta del 25esimo volo di questo genere organizzato dall’inizio dell’anno in direzione di Bulgaria e Romania.


Il ministro degli Interni francese, Brice Hortefeux, ha annunciato che in tutto il territorio francese sono stati sgomberati 51 insediamenti illegali, dove si trovavano circa 600 rom. “Saranno in totale 700 i rom che saranno ‘riaccompagnati’ entro la fine del mese”. Uno domani, un altro il 26 agosto, un ultimo a fine settembre.


PREOCCUPAZIONE IN ROMANIA E BULGARIA - “Esprimo la mia inquietudine sui rischi di una deriva populista e sul generarsi di reazioni xenofobe, con la crisi economica che fa da sfondo”, ha dichiarato alla radio ‘Rfi Romania’ il ministro degli Esteri romeno, Teodor Baconschi, già ambasciatore di Bucarest a Parigi.
 

Da Sofia, invece, tace nell’immediato la politica, ed è Krassimir Kanev, presidente della sessione bulgara del Comitato di Helsinki, Ong in prima linea nella difesa dei diritti umani, a dichiararsi “inquieto dal fatto che questa misura (adottata dalla Francia) si rivolga a un gruppo etnico”. L’attivista bolla, inoltre, come “assurda l’idea di espellere persone all’interno dell’Unione europea”.


In quanto cittadini bulgari e romeni, i rom che Parigi si accinge ad espellere possono infatti rientrare in Francia privi di visto e soggiornarvi fino a tre mesi, senza stabile residenza e senza ragioni di lavoro o studio. A tal proposito il ministro degli Esteri romeno, Baconschi, osserva come la Romania “non può bloccare qualcuno in frontiera se non ha commesso un reato giuridicamente comprovato da una condanna definitiva”. Così il quotidiano di opposizione bulgaro Sega, orientato a sinistra, si è chiesto in un editoriale molto critico con Parigi se “Bisogna ristabilire il comunismo per i rom?”. In base alla chiave di lettura del giornale, “la Francia cerca una soluzione di forza per espellere i rom verso paesi ghetto i quali, comunque, non potrebbero trattenerli con la forza. Bulgaria e Romania - prosegue Sega - potrebbero adempiere a tale missione solo con il ritorno del comunismo e l’esigenza dei visti di uscita”.


“Non è un problema che si risolve in 48 ore, né con misure poliziesche” ha osservato ancora il ministero degli Esteri romeno. Bucarest invierà una delegazione in Francia il 30 agosto prossimo per discutere un piano di integrazione dei rom.


Intanto il Comitato Onu per l’eliminazione della discriminazione raziale (Cerd) ha criticato fortemente Parigi, denunciando una “significativa recrudescenza di razzismo”.


LA COMMISSIONE EU - La Francia “deve rispettare le regole” sulla protezione dei cittadini europei, ha affermato oggi la Commissione europea, nel momento in cui Parigi si prepara ad espellere verso la Romania e la Bulgaria i rom in situazione irregolare.


La Francia “deve rispettare le regole sulla libertà di circolazione e di insediamento” dei cittadini europei, ha ricordato il portavoce di Viviane Reding, commissario europeo per la Giustizia e i diritti fondamentali dei cittadini.
Il portavoce, Matthew Newman, ha riconosciuto che gli Stati hanno la possibilità di limitare la libertà di circolazione a certe condizioni. Ma, ha aggiunto, la Commissione europea segue la situazione “con grande attenzione” per verificare se tutte le regole siano state rispettate. “La Commissione europea ha difeso in modo costante la necessità di un’integrazione sociale” dei rom in tutti i paesi dell’Unione, ha indicato un altro portavoce della Commissione, Amelia Torres.




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Odio rosso contro "l'Amerikano"

Il Tempo

Amico degli Usa si attirò le ire della sinistra. I centri sociali esultano per la sua morte.


IMPEACHMENT L'affronto di Gladio


Francesco Cossiga con il copricapo da indiano. Tra i vari  soprannomi gli era stato dato anche quello di Amerikano


Contro Cossiga è stato detto di tutto, sarebbe ipocrita dimenticarlo in questo momento. La sinistra, più o meno estrema, più o meno alla moda, l'ha definito, negli anni, assassino, fascista, nemico della democrazia. Qualche sciagurato ha anche gioito della sua morte. La sua colpa? Francesco Cossiga è stato il fiero sostenitore dell'amicizia tra Italia e Usa. Anzi, come «testa» lui era americano. La sua capacità di prevedere le situazioni, la convinzione di dover agire prima di essere strozzati dalle emergenze, l'abitudine a schierarsi, lo fanno apparire più «stelle e strisce» che «tricolore». Intendiamoci: non c'è uomo che fu più fiero del suo Paese, della sua regione, la Sardegna, e delle sue origini. Ma quando, giovanissimo, si trovò costretto a decidere: o di qua o di là, non ebbe esitazioni. E per il resto della vita non cambiò idea. «Io facevo parte di una formazione di giovani democristiani armati - spiegò una volta, rievocando le elezioni del 1948 - armati dall'Arma dei Carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso che i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di stato». Fu una scelta di libertà e buon senso, la sua.



Si schierò con il popolo amico e democratico che tanto sangue aveva versato per liberarci dal fascismo. Questa sua coerenza gli costerà gli attacchi ferocissimi di tutti quelli che ebbero in simpatia la dittatura dell'Unione Sovietica. E furono molti, che dipingevano gli Stati Uniti come l'impero del male, facendo finta di niente quando i Vopos, le guardie del Muro di Berlino, smitragliavano alla schiena qualche loro concittadino solo perché voleva fuggire dalla follia del blocco sovietico. Cossiga aveva orrore dello stalinismo. Se si parlava dell'Unione Sovietica e della dittatura invitava ad essere cauti:


«Lo stalinismo - ammoniva - è una cosa seria». Negli anni Sessanta, visto che «lo stalinismo è una storia seria» fu il vertice e il referente nazionale di Gladio, sezione italiana di «Stay behind», l'organizzazione segreta dell'Alleanza atlantica pronta a reagire ad un eventuale attacco russo. Non lo negò mai, anzi, ne fu sempre fiero e per questo i postcomunisti di Achille Occhetto, quando Cossiga era presidente, nel '91, ne chiesero l'impeachment. Cossiga rispose definendo Occhetto «uno zombi con i baffi». Aveva ragione. La sinistra italiana rantolerà ancora per qualche anno ma, già allora, Occhetto era, politicamente, un morto che camminava.


Comunque poi, in privato, Cossiga chiese scusa a Occhetto «per il dolore che ho dato ai suoi figli», con quella definizione. Cossiga sapeva quello che diceva e quello che faceva: è stato il più giovane sottosegretario alla Difesa; il più giovane ministro dell'Interno, nel 1976; il più giovane presidente del Consiglio, 1979; il più giovane presidente del Senato a 55 anni e il più giovane presidente della Repubblica nel 1985, a 57 anni. Oggi non se lo ricorda più nessuno, ma Cossiga presidente del Consiglio passò i guai suoi per essersi schierato a favore dell'installazione in Italia degli euromissili Pershing e Cruise, per fronteggiare gli SS20 del Patto di Varsavia.


Gli si scagliarono contro i «pacifisti a senso unico», quelli che volevano il disarmo unilaterale dell'Occidente, tra questi parecchia gente della quale poi spunterà il nome nel Dossier Mitrokhin, cioè persone che, probabilmente, prendevano i soldi del Kgb. Bella razza di pacifisti. Questi pacifisti, gli intellettual-tromboni di sinistra (pure quelli ingrassati a rubli), gli studenti somari che, invece di studiare, facevano manifestazioni, appiccicarono a Cossiga il nomignolo «L'Amerikano», preso in prestito da un film di Costantin Costa-Gavras, sull'Uruguay degli anni '70.



«L'Amerikano» era un agente segreto Usa incaricato di insegnare ai poliziotti dei governi reazionari come torturare e uccidere i ribelli. Il contrario di Cossiga. Già da ministro dell'Interno, nemico giurato delle Brigate Rosse, gli era toccato vedere il suo nome scritto con la K, ma anche con le due s in stile runico, il simbolo delle Schutzstaffeln naziste. A lui i moderati del Paese hanno sempre guardato come una garanzia di sicurezza, di lealtà verso lo Stato, di massima efficienza, accompagnate da un raro senso della misura.


Per questo ha avuto la più luminosa carriera politica, ma anche l'eterna avversione dei «rivoluzionari da salotto». Lui ha reagito manifestando con pacatezza e decisione le sue idee. Ha dimostrato l'amicizia verso gli Usa anche in modo simpatico e anticonformista, ad esempio andando a mangiare patate fritte da McDonald's «alla faccia di Prodi» (nel 2004), o esponendo un gran bandierone Usa alla finestra (nel 2007). Ancora oggi, nel momento del lutto, suscita le reazioni stizzite delle frange più estreme della sinistra: dai centri sociali, attraverso i loro siti Internet, si sono levati malumori, per le troppe celebrazioni. Qualcuno ha scritto pure: «Cossiga è morto. È vissuto pure troppo, speriamo che tocchi presto anche ad Andreotti».


 
Si scordano che a Cossiga ed anche ad Andreotti devono molto. Se i ragazzi dei centri sociali di oggi sono qui, in Italia, a navigare su Internet dicendo sciocchezze lo devono anche a loro. Perché è anche di Cossiga il merito del saldo legame dell'Italia con l'Occidente. Se l'Italia nel passato si fosse ritrovata dietro alla Cortina di Ferro oggi quei ragazzi che tanto protestano non sarebbero qui. Starebbero in Germania o in Francia, sotto ad un semaforo, sperando di raccattare qualche spicciolo pulendo i vetri delle auto.

Antonio Angeli

18/08/2010





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Isola senza mare

Russia, giro di vite contro la vodka

La Stampa

Sarà vietato venderla dopo le 22



MOSCA

È partita la campagna delle autorità russe contro la bevanda nazionale e i superalcolici, che uccidono mezzo milione di russi ogni anno. Il municipio di Mosca ha annunciato il divieto di vendite notturne di vodka e superalcolici nella capitale russa. «Dal 1 settembre la vendita al dettaglio di bevande con un contenuto di alcol etilico superiore al 15% sarà proibito dalle 22 alle 10» ha precisato il municipio. «È un’ottima iniziativa che consentirà di ridurre il carico alcolico sulla popolazione» si complimenta il capo del servizio di tossicologia, Evgeni Briune, che però osserva che tutti i divieti, compreso quello posto da Mikhail Gorbaciov negli anni Ottanta, sono stati infranti e tutti i limiti sul consumo di vodka violati.


Gli esperti avvertono che l’approccio restrittivo rischia semplicemente di alimentare il commercio illegale, aumentando il numero delle vittime degli alcolici adulterati venduti sul mercato nero. Nell’epoca sovietica si poteva sempre comprare una bottiglia di vodka nascosta sotto il cappotto di un tassista, ricordano i moscoviti. Il 6 agosto è entrata in vigore la norma in base alla quale gli automobilisti non hanno diritto neppure a una minima goccia di alcol nel sangue. «Sappiamo bene come si comincia a bere: prima un bicchierino, poi due, tre e dopo si parte» aveva detto a fine 2009 il presidente Dmitri Medvedev. Secondo gli automobilisti, la misura non farà che moltiplicare e ingrossare le mazzette ai poliziotti della stradale.


L’alcol uccide mezzo milione di persone l’anno in Russia e si ripercuote sull’aspettativa di vita degli uomini (60 anni secondo l’Oms) inferiore a quella di paesi poveri come Bangladesh e Honduras, secondo le stime ufficiali. Per gli esperti occorrerebbe piuttosto aumentare il prezzo della vodka, ma le autorità temono di scontentare al popolazione. Il prezzo minimo di una bottiglia standard da mezzo litro è fissato per legge a 89 rubli, poco più di due euro. Inoltre più della metà dei superalcolici consumati sono prodotti in nero e il prezzo «è di 30,35 rubli», spiega Alexander Nemtsov, direttore dell’istituto di psichiatria di Mosca e specialista di alcolismo. Nella città di Novomoskovsk (200 chilometri a sud di Mosca) «a 100 metri dai cancelli di una grande fabbrica, le donne vendono bicchieri di alcol industriale diluito che portano in taniche da 20 litri: 8 rubli (20 centesimi di euro) il bicchiere» ha raccontato alla radio Echo di Mosca.


«Nell’epoca sovietica lo stato aveva il monopolio, oggi i soldi vanno in tasca ai produttori che fanno funzionare i laboratori clandestini la notte producendo vodka non tassata. È un sistema talmente diffuso che è praticamente impossibile intervenire» dice Nemtsov. Medvedev ha ammesso l’anno scorso che le iniziative prese dal governo negli ultimi anni per diminuire il consumo di alcolici hanno avuto un risultato «nullo». E Nemtsov nota che nessuno dei 36 progetti depositati in primavera sulla lotta all’alcolismo è stato approvato in seconda lettura dalla Duma, controllata dal partito di governo Russia unita.




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Insulto ai martiri del fascismo, Riolfatto scatena la bufera

IL Mattino di Padova

«I partigiani volevano portare l'Italia nell'orbita dell'Unione Sovietica». Così l’assessore provinciale Domenico Riolfatto durante la commemorazione di Flavio Busonera, Clemente Lampioni ed Ettore Calderoni, impiccati dai nazifascisti per la loro attività nella Resistenza. Immediati fischi e accuse al politico

di Simone Varroto


Padova ricorda i suoi eroi, l'assessore provinciale Domenico Riolfatto getta fango sui partigiani. E' stato un 17 agosto che passerà agli annali per la contestazione rabbiosa e spontanea nei confronti dell'assessore provinciale. E' successo ieri in via Santa Lucia, dove una lapide ricorda il sacrificio di Flavio Busonera, Clemente Lampioni ed Ettore Calderoni.


Furono impiccati dai nazifascisti per la loro attività nella Resistenza. L'esponente del PdL ha pronunciato parole che gli sono valse una selva di fischi e d'insulti: da «fascista» a «vergogna». Dopo aver sostenuto erroneamente che Busonera fosse socialista - nonostante la nota appartenenza comunista - Riolfatto si è lanciato in una analisi storica infelice vista l'occasione - non un dibattito sulla natura della Resistenza ma la commemorazione di eroi cittadini -, quanto discutibile. «Tra i partigiani c'era chi voleva portare l'Italia nell'orbita comunista consegnandola all'Unione Sovietica», ha detto Riolfatto, facendo strabuzzare gli occhi agli altri rappresentanti istituzionali al suo fianco, tra cui la presidente del consiglio comunale Daniela Ruffini e l'assessore Giovanni Battista Di Masi.


Apriti cielo. Tante tra le oltre 200 persone presenti, tra cui ex partigiani e familiari di caduti nella lotta di liberazione, lo hanno letteralmente sommerso di fischi e insulti, costringendo i rappresentanti del Comune a chiedere ai presenti di calmarsi. Dopo qualche minuto di proteste, l'assessore ai Trasporti della giunta Degani ha concluso in fretta il suo discorso, negando di essere mai stato fascista.
«Sono rimasta allibita e sdegnata - ha commentato a caldo la Ruffini - gli ho anche ricordato che sia Busonera che Pierobon erano partigiani comunisti». «Riolfatto non sapeva di cosa parlava, si è reso protagonista di un episodio vergognoso - ha ribadito il consigliere regionale del Pd Piero Ruzzante - Pierobon e Busonera erano patrioti autentici e specchiati. Offendere la loro memoria è un insulto alla città di Padova».


A difendere l'onore di Busonera e degli altri 9 martiri del 17 agosto, tra cui Luigi Pierobon, 22enne studente cattolico e comandante del battaglione partigiano comunista «Stefano Stella», è stata Floriana Rizzetto, segretaria provinciale dell'Associazione nazionale partigiani, applaudita a lungo. «Padova conta più di 30 lapidi ai caduti della Resistenza, persone che hanno lottato per una vita libera dalla dittatura, nel segno di un'identità nazionale autentica», ha ricordato la Rizzetto prima di affondare il colpo: «Purtroppo viviamo in tempi cupi, in cui si attacca scompostamente il Presidente della Repubblica e in cui un amministratore pubblico pensa di poter impunemente inneggiare al fascismo». Chiaro il riferimento all'assessore provinciale Pavanetto, nella bufera per foto e frasi su Facebook.


Al termine della cerimonia, freddezza assoluta nei confronti di Riolfatto, a cui nessun rappresentante dei partigiani ha stretto la mano. Una conclusione burrascosa per la giornata dei martiri della Resistenza padovana, che era invece iniziata con l'altra cerimonia, a cui hanno partecipato più di 300 persone, nella caserma di Chiesanuova intitolata a Luigi Pierobon, fucilato insieme a Primo Barbiero, Pasquale Muolo, Cataldo Pressici, Antonio Franzolin, Ferruccio Spigolon e Saturno Bandini. A rappresentare il Comune l'assessore Alessandro Zan, che ha rilanciato gli ideali della Resistenza.

(18 agosto 2010)




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Cortei, un calvario per Roma si trovi subito una soluzione»

IL Messaggero

di Elena Panarella

ROMA (18 agosto) - E’ ora di trovare una soluzione. Una tassa sui cortei? Percorsi alternativi? Giusto o no, una cosa è certa: la città soffre, i cittadini pure e i commercianti pagano un prezzo troppo alto. 


Nessun’altra città italiana è paragonabile a Roma e il Comune chiede «un contributo» a chi manifesta. Sono i numeri a parlare chiaro: in sei mesi nella capitale si contano più di 525 manifestazioni a carattere nazionale. E ogni volta il Campidoglio si fa carico di spese per gli straordinari della Polizia municipale, per le pulizie dell’Ama, per i servizi sanitari, nonché per transenne e attrezzature varie. Fino a 215 mila euro per le manifestazioni più numerose.



Il sindaco Gianni Alemanno ha snocciolato le cifre e precisato meglio i contorni di una proposta (una «sorta di tassa», l’aveva definita davanti alla platea di Cortina Incontra), che ha subito scatenato vivaci polemiche, ma che ha raccolto anche molti consensi. A partire proprio dai cittadini continuamente soffocati e intrappolati dal traffico che si snoda attorno alle manifestazioni. «E’ un continuo calvario per chi ci vive e lavora. In una settimana puoi rimanere ostaggio anche di quattro, cinque cortei o sit-in. E quando chiudono luoghi come piazza Barberini o Largo Chigi è finita, tutto il centro si blocca. Tornare a casa diventa una vera e propria impresa. 



«Non si può vivere in questo modo - tuona il presidente dell’associazione Tridente Centro Storico, Adriano Angiolini -. Per non parlare di chi investe in attività commerciali, e di questi tempi non ci si può certamente permettere di non incassare: il personale si paga. Una soluzione bisogna pur trovarla».



«La città ha mille volti, il sindaco fa bene a fare queste provocazioni, la gestione di una città come Roma non è facile - spiega Viviana Di Capua, presidente dell’Associazione abitanti Centro Storico - E’ la sede istituzionale e il Governo si deve far carico di questo, è una città che ha bisogno di aiuto da tanti punti di vista. Oltre a far pagare i manifestanti dovremmo far pagare i turisti incivili, i pullman turistici (che invadono il centro a tutte le ore) e i camion bar vicino ai monumenti... Insomma l’elenco è davvero lungo». 



E per i commercianti «è davvero una questione economica», commenta il presidente di Confesercenti, Valter Giammaria. «Nei giorni in cui ci sono i cortei (e ormai i numeri sono davvero alti), grandi o piccoli che siano (e a Roma bastano anche solo trenta, quaranta persone a bloccare la città) i negozi non rientrano più con le spese».



Per il presidente della Fiavet (associazione imprese turistiche), Andrea Costanzo: «È una proposta sacrosanta che non possiamo che avallare». «Il sindaco Alemanno ha citato solo alcuni dei disagi economici che Roma subisce ad ogni corteo, sono enormi i danni sul turismo in termini di escursioni saltate per inaccessibilità delle zone del centro, netto calo degli introiti degli ingressi ai musei, paralisi delle attività commerciali, intasamento delle metropolitane, forte danno di immagine per tutta la città. Tutto questo per noi è inevitabile in quanto pianifichiamo le visite molto prima degli annunci delle manifestazioni. Siamo coscienti del diritto a manifestare, ma dopo l’introduzione della tassa di soggiorno sui turisti, è sacrosanto chiedere che tutti contribuiscano alle spese del bilancio comunale». 



Ma i sindacati non ci stanno. Sarebbe «assurdo provare a tassare i diritti», è la dura reazione che arriva da Claudio Di Berardino, segretario Cgil Roma e Lazio, che parla di «democrazia pagata» e critica quello che definisce «uno schiaffo alla concertazione». Mentre Mario Bertone, segretario romano della Cisl, pur bollando l’idea di una tassa come una «boutade estiva», ricorda l’autoregolamentazione approvata per il periodo natalizio per indicare come «strada giusta» quella «del confronto».



Grande sostegno per l’idea «fondata e razionale» lanciata dal sindaco, viene invece dal coordinatore Pdl Gianni Sammarco e dal portavoce di Laboratorio Roma Pdl Antonello Aurigemma. Della stessa idea è anche il consigliere regionale del Pdl, Francesco Pasquali: «Roma è una città con un tale patrimonio artistico che non può tollerare un numero così elevato di manifestazioni. In alcune zone, specie ad elevato interesse turistico, i cortei devono essere vietati. Del resto anche in altre capitali europee, come Londra, si può manifestare solo in zone prefissate».




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Che jella: ruba per sbaglio una "civetta" della polizia. Arrestato "in diretta"

Il Messaggero

ROMA (18 agosto) - Era a piedi e voleva tornare a casa in macchina ma ha scelto di rubare l'auto sbagliata: un romano di 38 anni, pregiudicato, ha infatti cercato di rubare un'auto civetta della polizia ma è stato visto dalle telecamere della vicina caserma del Reparto a cavallo della polizia di Stato e arrestato.
 

Il tentativo di furto è durato davvero pochi istanti: il piantone della caserma ha chiamato i colleghi delle Volanti che, arrivate sul posto dopo poco, hanno potuto bloccare l'uomo. Arrestato, è stato accompagnato negli uffici del commissariato Trastevere, dove è stato arrestato per tentato furto aggravato.




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Il medico va in ferie, non ha sostituto e lascia un cartello: vi raccomando al Padreterno

IL Messaggero

 
di Pasquale Iorio

NAPOLI (18 agosto) - «Non ho trovato un sostituto. Allora, vi raccomando solo al Padreterno». Più che un cartello di chiusura per ferie ha preferito scrivere una lettera ai suoi pazienti Aniello Lauri, medico gastroenterologo di professione e politico per passione, ex consigliere provinciale. Una lettera sotto l’effetto del solleone che ha scatenato il putiferio a Palma Campania, tanto che da qualche giorno tutti corrono a giocare i numeri al Lotto: 12 'o miedeco (il medico), 72 'a meraviglia (lo stupore) e 2 'a lettera (la lettera). Un modo del tutto nuovo per comunicare ai pazienti. 



«Per un lungo anno ognuno ha detto non vedo l'ora di andare in ferie per poi accorgersi quanto questo mese è maledetto - comincia così la lettera di Lauri -. Anche io medico e politico mediocre, ma povero mortale, con sacrificio non mi sottraggo al rituale; stacco la spina e con bagagli, anguria e cianfrusaglia raggiungo la mia famiglia - continua lo scritto - non vi prolungate troppo a suonare il campanello, l’allarme rischia di andare in tilt, basta un colpo e se ci sono vi rispondo. Se vi sentite male andate all’ospedale. Non vi raccomando a nessuno, solo al Padreterno ».





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Montecarlo, altro testimone: "Fini qui a Natale"

di Guido Mattioni

Ennesimo testimone di una visita del presidente della Camera all’alloggio monegasco del cognato. È l’ingegner Mereto, da 25 anni nel Principato e con ufficio nel palazzo: "Per lui grande spiegamento di polizia". E l'uomo che lo incontrò a novembre: "Parlammo a lungo di immigrazione"



 

Montecarlo - Gratta gratta, anche in questo strano «non luogo» chiamato Montecarlo, dove la regola ferrea del mutismo di fronte a qualsivoglia domanda fa sembrare perfino la Sicilia una terra di loquacissimi testimoni volontari, si viene a sapere prima o poi qualcosa. In questo caso è una conferma in più, rispetto alle prove già raccolte e pubblicate nelle settimane scorse dal Giornale, del fatto che il presidente della Camera Gianfranco Fini non può «non conoscere» l’identità del vero proprietario dell’appartamento al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte. Non può perché in quella casa e in quell’appartamento lui c’è stato. E nel quartiere lo hanno visto in molti, anche se quasi tutti quei molti adesso non lo dicono.


«Ovviamente vado a memoria sulla data, direi il dicembre scorso, sotto Natale», racconta l’ingegner Giorgio Mereto, un genovese residente da 25 anni nel Principato e titolare della Mgm Marine Gasoil, società di trading petrolifero che ha i propri uffici nella stessa villona giallognola in stile anni Venti. «Ricordo però bene l’episodio perché quel giorno, da un momento all’altro, si era scatenata una gran confusione fuori dal palazzo, in strada, e subito dopo fin dentro, nell’androne e sulle scale, con un notevole spiegamento della polizia monegasca a sirene accese». Sia per regolare il traffico, sia per scortare un illustre ospite italiano. Era Gianfranco Fini. «Lo accompagnava quella bella signora bionda, con i capelli mossi, che si vede sui giornali (Elisabetta Tulliani, ndr). Io, come altri coinquilini, gli ho anche fatto un cenno di saluto, ma non gli ho parlato», dice l’imprenditore. Poi, a sirene finalmente spente, la cosa era finita lì.


Sirene che si sarebbero però riaccese davanti al civico 14 soltanto qualche giorno fa. Quando altri gendarmi del principe Alberto hanno fatto da premuroso usbergo a Giancarlo Tulliani, il cognatino (o per dirla alla francese il quasi beau frère di Fini) in occasione del suo precipitoso e forse temporaneo addio al quartierino monegasco. «“Fermo, dove va?”, pensi che hanno fermato anche me che lavoro in questo stabile da un quarto di secolo», se la ride l’imprenditore italiano.


Comunque, tra gli abitanti del Palais Milton, quell’improvvisa apparizione natalizia del fondatore di An non aveva destato gran sorpresa. Tutti sapevano già, infatti, che l’appartamento di hall, deux pieces, servizi, cucina e balcone per complessivi almeno 70 metri quadri, era stato lasciato in eredità agli ex camerati della Fiamma tricolore dalla pasionaria missina Anna Maria Colleoni. Ed erano state dieci anni fa proprio le proteste di molti inquilini, per via dello stato di abbandono dell’appartamento (lasciato andare e con le persiane ormai avvolte dall’edera fin quasi al piano superiore), proteste raccolte dall’amministratore dello stabile Michel Dotta, a provocare l’arrivo a Montecarlo dell’onorevole Donato Lamorte in rappresentanza di An, la nuova proprietà. «Questa circostanza la ricordo bene per via del cognome, uno di quelli che non si dimenticano, ma anche per la vistosa gestualità del parlamentare, forse ben più difficile da scordare», rievoca Mereto.


Lamorte aveva insomma placato gli animi, annunciando interventi di manutenzione tempestivi e diffondendo al tempo stesso la voce che se qualcuno fosse stato intenzionato ad acquistare… beh, che si facesse avanti. «Io ci avevo fatto un pensiero. Del resto ho ufficio qui e poteva essere interessante. Poi però avevo rinunciato». E se l’ingegnere non ricorda quale fosse all’epoca la valutazione di mercato, ha idee ben chiare dove potrebbe essere schizzato oggi il prezzo in questa zona centrale del Principato, pur se senza vista mare: ovvero verso i 30mila euro al metro quadro. Che porterebbero la valutazione dell’appartamento - pagato dalla Printemps Limited la risibile miseria di 300mila euro - a 2,4 milioni in valuta europea. Fatto è che il real estate monegasco è stato stravolto, con una crescita delle quotazioni del 30% in tre anni, in seguito all’arrivo a Montecarlo di orde di ricconi russi con adolescenti dalla coscia chilometrica al seguito (si riconoscono in base alla regola del 20: i ricconi sono vent’anni più vecchi, le gnocche venti centimetri più alte). «Di fatto non c’è immobile che possa resistergli. Arrivano con le valigie piene di soldi e se vogliono qualcosa se la comprano. A qualunque prezzo», dice Mereto. 


Intanto, la processione degli italiani in vacanza sta portando altro ossigeno alle casse del Principato. È il turismo della curiosità. Arrivano, leggono il nome Tulliani sul citofono, si scattano foto in posa con il cellulare e se ne vanno commentando. Testimoni a modo loro, almeno così credono, della storia. Una gran brutta storia.




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Un manuale per finiani travagliati

di Massimo De Manzoni

Nell’editoriale di ieri sul Fatto, oltre a fare lo spiritoso sul mio cognome (cosa che uno che si chiama Travaglio dovrebbe evitare accuratamente, ma la classe è questa), la spalla di Michele Santoro tenta di smontare l’inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo con una tirata sulla cucina Scavolini che vorrebbe essere satirica, in realtà è a malapena brigugliesca, nel senso di Briguglio. Dico a malapena perché forse persino il peggiore dei ventriloqui di Fini, leggendo con attenzione l’articolo pubblicato sul Giornale di domenica, avrebbe capito che l’ipotesi che la cucina fosse troppo grande per l’appartamento monegasco non era di chi scrive, bensì di Benedetto Della Vedova. E che la supposizione che tale mobilio fosse stato dirottato in altra abitazione era semplice espediente retorico per sostenere un ragionamento: anche se fosse, non cambierebbe nulla. Capisco però che seguire un discorso che contempla frasi ipotetiche e subordinate presupponga una certa preparazione sintattica, per cui mi assumo senz’altro la colpa della cantonata presa da Travaglio e provo a spiegarglielo in maniera più piana, di modo che possano capire anche lui e i suoi neoamici finiani. Magari persino Barbareschi.


Innanzi tutto, tenetevi forte, questa non è un’inchiesta giudiziaria e non si basa su atti giudiziari. Può essere difficile da capire per chi è abituato a lavorare solo sulle veline e sui verbali della Procura, ma è la verità. Questa è un’inchiesta giornalistica che prende le mosse da una segnalazione di un amico di un nostro prestigioso collaboratore e viene, faticosamente, sviluppata sul campo dai nostri inviati. Dunque non c’è un dossier (tantomeno un finto dossier) e non ci sono servizi segreti. Anche questo può risultare incredibile, e di certo Barbareschi non comprenderà. Ma è così e prima o poi, fidatevi, dovrete rassegnarvi.


Dunque, ricapitoliamo i fatti. Scopriamo che Alleanza nazionale dieci anni fa ha ricevuto in eredità dalla contessa Colleoni, per condurre la battaglia politica, molti beni tra cui un appartamento a Montecarlo. Scopriamo che questo appartamento, per il quale erano state rifiutate offerte fino a 1,5 milioni di euro, due anni fa è stato venduto, su precisa disposizione di Fini, ad appena 300mila euro a una società con sede in un paradiso fiscale. Scopriamo che ora ci abita Gianfranco Tulliani, il «cognato» del presidente della Camera. Chiediamo a Gianfranco Fini che ci spieghi che cosa è successo. Lui fa lo gnorri. Noi insistiamo. I tesorieri di An farfugliano e si contraddicono. Nel frattempo alcuni ex militanti, sospettando di essere stati raggirati dal loro capo, fanno un esposto alla Procura di Roma, che apre un’inchiesta. A questo punto, finalmente, anche altri quotidiani cominciano a interessarsi della faccenda e qualcuno pone al presidente della Camera più o meno le nostre stesse domande. Tra gli altri, con un editoriale in prima pagina, anche Il Fatto (ricordi, Travaglio? È il tuo giornale).


Sentendosi assediato, Fini cede e dirama una nota in otto punti per dire sostanzialmente che Tulliani è là dentro a sua insaputa e che lui è sorpreso e pieno di disappunto. Sono spiegazioni che non spiegano nulla. C’è anche un’affermazione sulla data di vendita palesemente falsa. Qualcuno glielo fa anche notare, ha un sussulto di dignità persino Repubblica. Poi tutti abbozzano. Noi no. Il presidente della Camera sta mentendo agli italiani. Il paladino della legalità non è in grado di chiarire il magheggio sulla casa monegasca. Ci pare una notizia. Raccogliamo testimonianze che portano tutte in un’unica direzione. Intervistiamo chi ha ristrutturato l’appartamento: ci riferisce di come Giancarlo Tulliani si comportasse più da padrone che da futuro affittuario. Sentiamo un abitante dell’edificio di Boulevard Princesse Charlotte 14 che sostiene di aver visto Fini in quella casa lo scorso Natale. Un altro che ci ha chiacchierato insieme nell’androne a novembre. Un dipendente di un negozio di arredamento che racconta di quando lui ed Elisabetta Tulliani acquistavano mobili dicendo che erano destinati a una casa a Montecarlo. 


Qui succede una cosa strana. I colleghi si buttano a capofitto a cercare di smontare le testimonianze. Si aggrappano ai cassetti di una cucina, cavillano sul minuto preciso in cui il presidente della Camera è stato avvistato nel Principato, insinuano che chi parla con noi è prezzolato. Ma in realtà non cavano un ragno dal buco. Ripetiamo: i nostri non sono interrogatori di polizia. E può anche darsi che a distanza di tempo qualcuno confonda un weekend con un altro. Ma la sostanza non cambia. Fini parlava apertamente di quella casa e la frequentava con una certa assiduità. Ergo, sulla sua sorpresa e il suo disappunto non ce l’ha raccontata giusta. Noi invece vogliamo sapere la verità. E con noi le decine di migliaia di italiani che ci leggono tutti i giorni e ci scrivono per chiedere le dimissioni di Fini. Anche per loro, soprattutto per loro, andiamo avanti.


Dopo l’illuminante intervista all’ambasciatore italiano a Montecarlo, oggi offriamo ai nostri lettori il gustoso racconto dell’imprenditore italiano che da 25 anni ha lo studio lì (non un dipendente di Berlusconi, né uno spione dei Servizi, purtroppo per qualcuno) che racconta di quando, nel dicembre scorso, il presidente della Camera in quella casa arrivò con tanto di scorta della polizia a sirene spiegate.


E le sorprese sono tutt’altro che finite. Con buona pace dei travagliati finiani.





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Non prendete nessun impegno Sabato 21 agosto è l'Apocalisse

di Nino Materi

Repubblica spara in prima pagina un articolo catastrofista che spiega come "fra tre giorni" le risorse naturali della Terra saranno tutte esaurite: "Niente più acqua, frutti e pascoli". Premio ecobufala del secolo



 

Quelli che hanno programmato le ferie dal 21 agosto in poi sono fregati. Non potranno più partire. E non potranno neppure chiedere il rimborso al tour operator. A vanificare le loro vacanze sarà infatti un problemino: la fine del mondo.


Un’apocalisse che - per la prima volta nella storia della sfiga universale - ha una data ben precisa (sull’orario c’è ancora qualche piccola incertezza): il 21 agosto, appunto. Fra tre giorni. Insomma, il tempo stringe maledettamente.


Ma cos’è uno scherzo del mago Otelma? No, la previsione «scientifica» viene direttamente dalla prima pagina de La Repubblica che ieri ha iniziato l’ineluttabile conto alla rovescia: «Tra pochi giorni, il 21 agosto - spiega Antonio Cianciullo - ci saremo giocati tutto il capitale che il pianeta ha messo a nostra disposizione». Qui non si scherza, meglio disdire i prossimi appuntamenti. E - a proposito di «capitale» - potremo stare tranquilli anche per quanto riguarda le rate del mutuo trentennale: non dovremo più preoccuparci di pagarle, tanto saremo tutti morti (compresi i direttori di banca).
Inutile che tocchiate ferro, le cose stanno proprio così.


Almeno a dar credito a Repubblica. Il cui vaticinio è più nefasto di quello di un aruspice iettatore: «Risorse naturali finite in anticipo, dall’acqua ai raccolti». Dal 22 agosto tutti spacciati. Ma il 22 cade di domenica, non si potrebbe rinviare almeno a lunedì 23 o a martedì 24? Macché, quelli di Repubblica non accettano proroghe e sentenziano con l’autorevolezza di un Piero Angela: «Dal 22 agosto si dovrebbe dichiarare la bancarotta ecologica della specie umana». «Bancarotta ecologica», che bella immagine; una specie di crack finanziario alla Borsa della Natura. Tutta colpa dell’uomo che ha «esaurito lo spazio utile per stipare i rifiuti, a cominciare dai gas serra che stanno scatenando il caos climatico». Insomma, il classico repertorio del catastrofismo ambientale.


Ma come, siamo appena a 64 ore dalla fine del mondo e ad accorgersene è solo Repubblica? Incredibile. Eppure il quotidiano mostra di conoscere perfino i particolari della tragica operazione «22 Agosto, Distruzione Terra». Che, detta così, sembra il titolo di una puntata del telefilm «Spazio 1999», ma che fra tre giorni ci farà piangere lacrime amare. Un drammatico The End provocato da quel maledetto progresso che - secondo la documentata analisi di Repubblica - si è pappato durante secoli di abbuffate industriali l’intero patrimonio rappresentato dall’«acqua che si ricarica spontaneamente nelle falde; l’erba che i pascoli producono; i pesci del mare e dei laghi; i raccolti delle terre fertili e il frutto dei boschi».


A dire il vero Repubblica, nell’esternare tanto irrefrenabile ottimismo per l’immediato futuro del nostro pianeta, cita il count down calcolato senza pietà dall’«autorevole» Global Footprint Network. E che roba è? Trattasi di un istituto che fotografa «l’impronta ecologica che corrisponde ai vari stili di vita». Stili di vita che - sempre a giudizio del Global Footprint Network - avrebbero dovuto provocare la fine del mondo già in altre quattro occasioni: il «31 dicembre 1986», il «19 dicembre 1987», il «23 settembre 2008» e il «25 settembre 2009». Tutte bufale, ovviamente. E qualcosa ci dice che sarà così anche questo 21 agosto. Io, lunedì 23, ho appuntamento con il direttore della mia banca per prolungare il mutuo. Ahimè, temo che lo incontrerò.





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Pyongyang apre a internet ora su Twitter e Youtube Ma in Corea non c'è "rete"

di Redazione

Il regime più isolazionista del mondo sbarca sui social network. Aperto un canale (di propaganda) su Youtube e un account su Twitter. Ma la maggior parte dei nordcoreani non ha la connessione a internet



 

Pyonyang
- Il regno eremita rompe l'isolamento. Almeno su internet: la Corea del Nord è sbarcata su Twitter. Stando alla BBC, da giovedì scorso è stato aperto su Twitter l’account uriminzok, abbreviazione della parola "nostro popolo", che conta già circa 6mila sostenitori. L’iniziativa segue il lancio del mese scorso di un canale YouTube nordcoreano che contiene circa 80 video di propaganda del regime del "caro leader" Kim Jong Il. La maggior parte dei 23 milioni di nordcoreani non ha però accesso a internet, si legge, e non può quindi aggiornarsi sui siti di social networking del governo di Pyongyang.



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Montecarlo, Fini: "Falso, non ero lì a novembre" Ma Feltri conferma: "Il testimone dice la verità"

di Redazione


Scintille fra Il Giornale e il portavoce di Fini, Fabrizio Alfano. L’ingegner Mereto, da 25 anni nel Principato e con ufficio nel palazzo: "Fini era qui a Natale". Il portavoce dell'ex An: "Solo fantasie". Ma Feltri: "L’ingegnere ha detto la verità, visto che si è esposto con tanto di nome e cognome"



 

Roma - Scintille fra Il Giornale e il portavoce di Fini, Fabrizio Alfano. "La testimonianza non è di un Pinco Pallino qualunque ma dell’ingegner Giorgio Mereto, residente a Montecarlo da 25 anni e titolare della Mgm Marine Gasoil, società di trading petrolifero", replica il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, ad Alfano, che ha parlato di "violenta campagna diffamatoria" e negato qualunque "trasferta" a Montecarlo.


Lo scontro sulla casa monegasca "Non c’è motivo di sospettare che l’ingegnere non abbia detto la verità, visto che si è esposto con tanto di nome e cognome - puntualizzano dal quotidiano di via Negri - quanto alle scorte (con le quali abbiamo una certa dimestichezza), tutti sanno che non è obbligatorio per nessuno usarle". Il portavoce del presidente della Camera aveva attaccato Il Giornale proprio su questo punto, spiegando che "un semplice accertamento presso le autorità monegasche e italiane che registrano i movimenti delle scorte sarebbe stato sufficiente a dimostrare che la trasferta a Montecarlo del presidente Fini è frutto unicamente della fervida fantasia del signor Mereto", che aveva parlato di "gran confusione fuori dal palazzo, con un notevole spiegamento della polizia monegasca a sirene accese". "Quindi le accuse di Fini al Giornale di non aver controllato sono totalmente infondate", concludono dalla direzione del quotidiano.





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