venerdì 20 agosto 2010

In Nuova Zelanda è strage di balene: 70 esemplari spiaggiati

IL Mattino


WELLINGTON (20 agosto) - In nuova Zelanda, 73 balene della specie Globicephala si sono arenate a Karikari Beach, sulla costa nord. Almeno 60 sono già morte, i soccorritori sono impegnati per salvare gli animali sopravvissuti.

Gli scienziati continuano a tacere sulla vera causa di questo “strano fenomeno”. Secondo alcuni ciò è dovuto all’indebolimento del campo magnetico terrestre che fa disorientare i cetacei fino a portarli allo smarrimento:








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Bocca il "partigiano" sdoganò il Duce prima di Pansa

di Marcello Veneziani

Il giornalista, che ha compiuto novant'anni, attacca sempre i revisionisti. Ma negli anni Ottanta fu un vero precursore nel rivalutare il Ventennio. Prima di cedere alla furia ideologica elogiava la politica sociale ed economica del fascismo



 

Celebrando giustamente Giorgio Bocca, La Repubblica riesce ad essere imprecisa anche con una sua firma, dicendo che compirà i novant’anni a fine agosto. Li ha compiuti in realtà il 18 agosto, ed io vorrei associarmi per fargli gli auguri che merita. Per non guastare la festa non tirerò in ballo i soliti scheletri giovanili dall’armadio, il suo fascismo giovanile, il suo articolo razzista del ’42, e nemmeno i suoi vizi proverbiali, l'attaccamento arcaico al soldo o la sommarietà un po’ grossolana dei suoi libri.

Ma parlerò di una cosa che è stata dimenticata nelle celebrazioni del Bocca partigiano: il suo revisionismo storico sul fascismo. Bocca precedette Pansa nel revisionismo storico. Nell’83 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui l’autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, allora autore di un saggio su Mussolini, che secondo un grande firma di Repubblica, Enrico Filippini, Bocca aveva saccheggiato.

Nello stesso anno dialogò con Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Guerri. Poco prima aveva dialogato con me sull’Espresso, condividendo la necessità di sdoganare la destra e dialogare (il servizio di supporto era firmato da Paolo Mieli). E scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana di Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.

«Il rinnovato interesse intorno a Mussolini e al fascismo è dovuto al fatto che la cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia». «Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento... Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista».

«Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo». «Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno». «Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania».

«Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano undici, ndr). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti».

«C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo». «Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo... come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano». «Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato».

«Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore... Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire “uccidetelo”». «La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce».

«Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista». «Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica». «Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale... era politica di dominio non di sterminio».

«Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania». «In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita». «Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela». «La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo». «Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura». Tesi sposata de Renzo De Felice.

Ora Bocca condanna il revisionismo di Pansa, di cui fu precursore, critica i giudizi controversi sul fascismo di storici, scrittori di destra e di Berlusconi, assai più miti dei suoi, usa il fascismo come equivalente del nazismo, imputando razzismo e sterminio. Com’era diverso il Bocca di un ventennio fa rispetto al novantenne d’oggi. Comunque auguri di cuore, Giorgio; e supera alla grande Indro, almeno in longevità.




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Capotreno dà il via al macchinista e il treno lo lascia in stazione

IL Messaggero

 

ROMA (20 agosto) - Il capotreno ha dato il via al macchinista e il treno è partito. Tutto normale, se non fosse che il capotreno è stato lasciato in stazione, ovviamente per un malinteso.

E' accaduto questo pomeriggio alla stazione di Genova-Sestri Ponente
sul treno 11384 partito da Brignole alle 17.33 e diretto a Ventimiglia. Il capotreno ha raggiunto il suo treno alla stazione successiva, quella di Pegli, dove l'11384 si è fermato in attesa per un quarto d'ora.





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Belgrado: allo zoo nascono due leoni bianchi

Repubblica

Grande entusiasmo per i nuovi arrivati: al mondo esistono soltanto 200 esemplari di questa particolarissima specie

 di Daniela Accadia

Non compri il formaggio? Arriva il panda cattivo

Repubblica

Un'azienda egiziana che produce formaggi è riuscita nell'intento di trasformare uno degli animali più mansueti del mondo, il panda, in un personaggio diabolico per la TV. Da mesi in Egitto circola infatti una serie di spot dal titolo "Don't say no to the panda" ("Non dire no al Panda") in cui le persone che si rifiutano di acquistare o mangiare il prodotto pubblicizzato vengono "punite" da un perfido panda gigante. E così il mammifero si ritrova a rovesciare carrelli della spesa, a distruggere computer negli uffici e addirittura a staccare la flebo al malato che respinge la sua dose di formaggio quotidiano 




GLI SPOT: VIDEO 2 / 3

Il business delle lucciole vendute come doni d'amore

Ecco il superattico (e il super-mutuo) di Adolfo Urso

Il Tempo

Ecco il superattico (e il super-mutuo) di Adolfo Urso

La vista mozzafiato della terrazza e la posizione della casa nel cuore di Roma meritano il supermutuo che Adolfo Urso s’è accollato per godersi lo spettacolo dei tetti della Capitale. Per ottenere il superattico a due passi da Piazza Cavour, Castel Sant’Angelo e Palazzaccio, il finiano e i figli hanno stipulato mutui per 2,4 milioni di euro da restituire in trent’anni. Rata mensile? Ventimila euro. Secondo il sito Dagospia la compravendita sarebbe nel mirino della Procura di Roma, notizia smentita dallo stesso Urso: "Notizie false e diffamatorie".









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E Lamorte contraddice Fini

IL Tempo

"Giancarlo non fece da mediatore per Montecarlo". Gianfry disse il contrario.


Donato Lamorte


Si salvi chi può. Il gran casino di Montecarlo ha gettato nella confusione e nello smarrimento i peones finiani. Che ora, prima di parlare, non devono contare fino a dieci ma almeno fino a cento. Chi non ha contato abbastanza è stato Donato Lamorte, uomo chiave nella vicenda dell'appartamento monegasco ereditato da An, poi venduto a un trust caraibico e infine preso in affitto dal cognato del presidente della Camera. Il deputato di Futuro e Libertà, nonché numero due della tesoreria di via della Scrofa ai tempi della compravendita dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte, mercoledì è stato beccato al cellulare dalla brava giornalista di Libero, Roberta Catania, che è riuscita a strappargli una breve intervista sulla «versione di Giancarlo». Ovvero le indiscrezioni raccolte dal Corriere della Sera secondo cui Tulliani, a parenti ed amici, avrebbe spiegato che l'affitto di Montecarlo sarebbe una sorta di «pagamento» per l'intermediazione svolta per la vendita dell'immobile monegasco.


Lamorte sostiene di non averle nemmeno lette perché si trova all'estero da dieci giorni e non riesce a trovare quotidiani italiani. Si fa leggere dalla giornalista il passaggio incriminato e poi non si sottrae alla domanda decisiva: «An, che lei sappia, ha usato il fratello di Elisabetta Tulliani come mediatore?». Non conta Donato, sbotta subito: «Assolutamente no, come faceva ad usarlo? Di quell'affare se ne occupò il senatore Pontone (l'ex tesoriere di An che si guarda bene dal tenere acceso il cellulare in questi giorni, ndr)».

E ancora: «Gli fu fatta un'offerta da chi voleva comprare l'immobile e Francesco ha concluso la compravendita». Improbabile, sostiene il deputato, anche che Tulliani possa avere fatto da intermediario nei passaggi successivi. O tra le due società off shore: «Per carità, fantasie», ribatte a Libero. Fantasie, solo fantasie. Che peccato non aver contato fino a dieci, venti, trenta, come a nascondino. Perché con questa intervista l'ex An l'ha fatta grossa: ha candidamente smentito il suo capo.

L'8 agosto, ma forse Lamorte stava partendo per l'estero e non se ne è accorto, Gianfranco Fini ha finalmente diffuso una lunga nota per tentare di spiegare nel dettaglio la vicenda della casa di Montecarlo. Otto chiarimenti messi nero su bianco, che a dire il vero hanno chiarito poco ma restano comunque agli atti come la prima difesa del presidente della Camera. Ebbene, vada a rileggerseli bene quegli otto punti il deputato Lamorte.

E prenda nota per le interviste future, magari mettendoseli in tasca come si fa con i bigliettini durante le interrogazioni. Intanto, gli ricordiamo il chiarimento numero quattro: «Nel 2008 – scrive il capo – il Signor Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni». Tradotto: il cognato fece da intermediario. Chi dice bugie? Chi gioca a nascondino? L'onorevole Lamorte o il presidente Fini? Dieci, venti, trenta...tana libera tutti.



Camilla Conti

20/08/2010





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Ordinanza choc del tribunale di Padova: bimbi rom rubano? In manette i genitori

IL Mattino

Custodia cautelare per i familiari di 4 minori sorpresi più volte
a commettere reati. Il Riesame frena: servono altre prove


 

PADOVA (21 agosto) - «I bambini rom rubano? Arrestate i genitori». L'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta del pm padovano Sergio Dini nel suo genere è una prima assoluta, ma il Tribunale del riesame la boccia in attesa di un quadro probatorio ancora più «solido».

Succede infatti che il magistrato si è trovato davanti a un caso di almeno venti furti in case e appartamenti, avvenuti in pieno centro a Padova, tra il 2008 e il 2009. A compierli è sempre la stessa «banda»: quattro giovanissimi rom. Tre maschi a cui molte volte si aggiunge una ragazzina. Il più grande di loro ha 14 anni, il più piccolo 12. Ma a finire indagati, per associazione a delinquere e concorso in venti furti, e destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare, sono i loro genitori e i nonni.


A incastrarli, oltre alla prove oggettive, ci sarebbero numerose intercettazioni telefoniche e un tenore di vita che la famiglia nomade, senza l'«aiuto» della prole, non avrebbe mai potuto permettersi né sostenere. Scattata l'ordinanza di custodia cautelare però il nucleo rom, non stanziale, sparisce da Padova e a nulla valgono i tentativi di rintracciarlo da parte delle forze dell'ordine. La riapparizione, da contumaci, avviene però attraverso una richiesta formulata dai legali che rappresentano genitori e nonni nomadi al Tribunale del riesame in cui viene avanzata, e ottenuta, la revoca dell'ordinanza emessa dal Foro di Padova. L'inchiesta però non si chiude e rimane aperta alla luce anche di nuovi elementi probatori che verranno prodotti dal pm titolare delle indagini, e acquisiti dal Tribunale del riesame per valutare nuovamente il caso. E per non far decadere le accuse verso i genitori dei quattro piccoli rom che ogni volta in cui venivano presi dalla polizia si rifiutavano di dare le proprie generalità e finivano ospiti di una casa famiglia da cui puntualmente poi fuggivano.



di Matteo Bernardini





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Banca fantasma, guerra dei risarcimenti «Responsabile il comitato promotore»

IL Mattino

 
di Tullio De Simone

NAPOLI (20 agosto) - «Qualunque prelevamento di fondi dalla società, regolare o irregolare che sia, non può essere riconducibile ad un unico ”attore”, in quanto difficilmente tale condotta sarebbe potuta avvenire senza la consapevolezza o comunque la ”culpa in vigilando” dell’intero comitato promotore prima, degli organi societari poi». Parola di Gianluca Ianuario, napoletano, 38 anni, ex ufficiale della Guardia di Finanza, revisore legale dei conti ed esperto in reati finanziari e banche popolari.

Il collegio legale difensivo di diversi
soci truffati nel crac della fantomatica Banca Popolare del Meridione, ha affidato a lui il compito di effettuare accertamenti a 360 gradi in questa vicenda che è già sotto la lente d’ingrandimento della Procura e della Guardia di Finanza. Ianuario, nominato nell’occasione consulente tecnico contabile per l’indagine difensiva, ha letto con attenzione il dossier preparato nel merito dagli avvocati Angelo e Sergio Pisani.

«Nel rispetto dell’attività degli organi inquirenti - dice Ianuario - stiamo lavorando per far luce su molti aspetti poco chiari di questo caso, con la convinzione che non tutto è perduto. Anzi, l’attuale stato delle cose lascia ben sperare ai soci di poter recuperare, se non tutto, parte delle quote investite».


La nascente Bpm, va ricordato, si era costituita come società cooperativa per azioni, adottando, come suggerito dalla Banca d’Italia, una governance di tipo tradizionale, ovvero con un consiglio di amministrazione (dotato di 11 membri) e un collegio sindacale (dotato di 3 membri effettivi e 2 supplenti), e affidando l’incarico di revisione legale dei conti ad una nota società del settore.


«Ecco perché saranno vagliate le attività poste in essere dagli organi societari nominati nell’assemblea costitutiva che, anche in caso di mancato perfezionamento della società - precisa Ianuario - avevano l’obbligo gli amministratori di agire diligentemente, e gli organi di controllo di verificare il corretto operato di questi anche nelle more dell’autorizzazione.

E poi bisogna anche dire che non depone a favore del comitato promotore, poi consiglio di amministrazione, che alcuni componenti abbiano assunto cariche importanti nell’ex Banca Popolare del Levante (ora Banca Meridiana), assolutamente estranea a questa vicenda, e abbiano avuto anche sanzioni amministrative della Banca d’Italia per irregolarità che hanno poi portato all’amministrazione straordinaria della stessa».
Insomma, i legali dei soci truffati intendono percorrere varie piste sulle quali vagliare posizioni ed eventuali responsabilità, penali e civili, di persone a vario titolo coinvolte nella «gestione» del denaro dei sottoscrittori della banca fantasma.

«Gli investitori si sono sì, fidati di persone a loro vicine - incalza Ianuario - ma solo in quanto si sono sentiti garantiti dalla ”professionalità e onorabilità” di tutti gli appartenenti al comitato promotore prima, e dagli organi societari poi, nonché della correttezza degli atti propedeutici all’ottenimento delle autorizzazioni».


L’esperto finanziario richiama un particolare: «Fino alla costituzione della società e alla sua regolarizzazione con l’iscrizione al Registro delle Imprese, per la quale è propedeutico l’ottenimento dell’autorizzazione stessa della Banca d’Italia, le responsabilità sono attribuibili al comitato promotore. Dal perfezionamento della società in poi, invece, le competenze e le responsabilità sono da ricercare negli organi societari».



Dunque, se la società non si è perfezionata, come allo stato sembrerebbe per la mancata autorizzazione all’esercizio del credito da parte della Banca d’Italia, il discorso si farebbe più chiaro in quanto «il capitale va interamente rimborsato ai sottoscrittori da parte del comitato promotore, i cui componenti, a nostro giudizio, potrebbero essere chiamati tutti, e non solo il presidente o chi si è prodigato maggiormente per la raccolta delle sottoscrizioni, a rispondere di eventuali irregolarità e conseguenti danni ai soci sottoscrittori».


E se ancora, la costituenda società coop non è stata iscritta nel Registro delle Imprese, qualcuno ora dovrà spiegare ai soci come sia stato possibile per chicchessia svincolare le somme obbligatoriamente depositate presso uno conto bancario vincolato sul quale i sottoscrittori dovevano obbligatoriamente versare il capitale sottoscritto. A meno che i soldi non siano mai stati versati realmente.







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L'errore del consigliere napoletano per ricordare «Cossica»

IL Mattino

  

NAPOLI (20 agosto) - Ricordo del presidente Cossiga, indicato, però, con un errore nel cognome ed un manifesto sgrammaticato per iniziativa di un consigliere della Circoscrizione di Scampia, periferia nord di Napoli. Numerosi manifesti listati a lutto sono stati affissi al Viale della Resistenza ed in via Ghisleri firmati dal consigliere della Ottava Municipalità, Ciro Esposito, dei Popolari-Udeur.

«Scampia si unisce per dare l'ultimo saluto al presidente emerito Francesco Cossica (scritto con la lettera C) ricordando l' impegno avuto nelle istituzioni», è scritto nel testo, che reca la firma del consigliere di Municipalità.





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Negli sms a Quelli che il calcio messaggi cifrati ai boss al 41 bis»

Corriere della sera

La trasmissione prevede l'invio da parte del pubblico di messaggi che poi scorrono sul video

 

CATANZARO - Tra le tecniche utilizzate dai boss per comunicare con i detenuti al 41 bis e per inviare loro messaggi cifrati ci sarebbe anche quella di mandare sms a Quelli che il calcio. Lo ha rivelato l'ex procuratore nazionale antimafia aggiunto, Enzo Macrì, nel corso di un'audizione alla Commissione parlamentare antimafia proprio sulla situazione dei detenuti in regime di carcere duro.  

 

 

SEGNALAZIONE DAL CARCERE - La trasmissione Rai condotta da Simona Ventura, come altre, prevede l'invio di messaggini da parte del pubblico, che vengono fatti scorrere sul video. Mentre vanno in onda le immagini e i risultati delle partite, nel sottoschermo passa un «serpentone» fatto di messaggi e dediche inviati dagli spettatori da casa ad un apposito numero.

Tutti possono partecipare. Lo stratagemma usato dai mafiosi naturalmente è del tutto anonimo e quindi chi gestisce il programma televisivo, come ha sottolineato lo stesso Macrì, è del tutto all’oscuro di quanto succede. E così può capitare che una frase tipo «Tutto ok, Paolo» (citata dallo stesso Macrì) sia in realtà un messaggio in codice indirizzato a un boss in cella.

L'ex procuratore nazionale antimafia, scrive il Quotidiano della Calabria, ha detto che la segnalazione circa l'invio di sms apparentemente innocenti che in realtà rappresentavano messaggi per i boss è giunta alla Procura nazionale antimafia da un carcere ed è adesso oggetto di approfondimenti investigativi. «Ciò che ci colpì della segnalazione - dice Macrì - era l'apparente banalità del contenuto degli sms dietro ai quali, in realtà, si celavano precise comunicazioni ai boss impossibilitati, a causa del regime carcerario cui erano sottoposti, ad avere qualsiasi comunicazione con l'esterno. È chiaro, tra l'altro, che l'esatto significato del messaggio lo potevano capire solo i destinatari».

-MESSAGGI CIFRATI» - Le rivelazioni di Macrì risalgono allo scorso maggio. Oggetto dell'audizione era la situazione dei detenuti al 41 bis di cui il magistrato, oggi Procuratore generale ad Ancona, era responsabile per la Direzione nazionale antimafia. «Certo - ha detto Macrì - quello degli sms alle trasmissioni televisive, e nel caso specifico a Quelli che il calcio, è solo uno degli strumenti che vengono utilizzati per inviare messaggi ai detenuti al 41 bis. Messaggi che i boss recepiscono ed interpretano attraverso il loro contenuto ed il mittente. Si tratta di messaggi dal contenuto spesso banale che, in realtà, nascondono importanti "comunicazioni di servizio" ai boss». (Fonte Ansa)

Disturba i vicini di casa Gallo alla prova dei decibel

IL Giorno

Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco, che non ha trovato regolamenti comunali sul canto dei galli, ma per sicurezza ha mandato i vigili per un controllo. A fine mese le misurazioni dei decibel





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Disturba i vicini di casa Gallo alla prova dei decibel

IL Giorno

Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco, che non ha trovato regolamenti comunali sul canto dei galli, ma per sicurezza ha mandato i vigili per un controllo. A fine mese le misurazioni dei decibel





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Arabia Saudita, giudice: "Paralizzare l'ex detenuto" Torna la legge del taglione

di Redazione

Un giudice saudita ha chiesto di paralizzare un ex detenuto che rese invalida una sua vittima. La legge della Sharia, in vigore nel paese, permette di applicare il principio dell'"occhio per occhio"



 

Riyad - Quasi una nuova legge del taglione. Un giudice saudita ha chiesto a due ospedali del Paese se sia possibile danneggiare chirurgicamente la colonna vertebrale di un uomo in modo da farlo rimanere paralizzato, come punizione per un’aggressione la cui vittima è rimasta invalida. L’ospedale locale, nella provincia di Tabuk, ha risposto che una simile operazione è possibile ma richiede un centro specializzato, mentre il King Faisal Hospital di Riyadh si è rifiutato di considerare l’ipotesi per motivi etici.


La sharia Nonostante il governo tenti di scoraggiare alcune delle pratiche più estreme la sharia in vigore nel Regno permette infatti l’applicazione del principio dell’occhio per occhio, a volte rinunciando alla pena corporale in cambio di un indennizzo finanziario: la famiglia della vittima, Abdul-Aziz al Mutairi, ha difeso il proprio diritto di appellarsi alla legge islamica ed ha rifiutato qualsiasi transazione, dicendosi pronta a far effettuare l’operazione anche all’estero se fosse necessario. Secondo quanto reso noto da Al Mutairi l’assalitore era stato condannato a 14 mesi di prigione per poi essere liberato dopo sette mesi in seguito ad un’amnistia; attualmente lavora come insegnante.



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IpadCity», assunzioni di massa nella fabbrica cinese dei suicidi

Corriere della sera

Foxconn: 400 mila nuovi dipendenti per un orario
di lavoro «normale»


Il caso - Il gruppo produce per Apple, Dell, Sony e Hp. «IpadCity», assunzioni di massa nella fabbrica cinese dei suicidi


La manifestazione organizzata dalla Foxconn per tirare su  il morale dei dipendenti di «Shenzen»
La manifestazione organizzata dalla Foxconn per tirare su il morale dei dipendenti di «Shenzen»
L'«iPad-city» di Shenzhen, la più grande catena di montaggio della Terra,
forse continuerà a funzionare a ciclo continuo dalle 4 del mattino alla mezzanotte per sfornare gli oggetti del desiderio tecnologico occidentale. Sette giorni su sette ad assemblare senza sosta iPhone, iPod e iPad Apple e anche computer Dell e Hp, telefonini Motorola, Sony e Nokia, tutti prodotti che quelle stesse mani non potranno mai permettersi in un negozio. Ma ora i 420 mila «iPad-operai» della Foxconn potranno allontanarsi qualche ora dal nastro della fabbrica globale fordista senza il terrore di guadagnare di meno e così non arrivare a fine mese con i 140 dollari della vecchia paga base.

Il gigante taiwanese Foxconn che con i suoi 900 mila dipendenti - se si contano quelli in tutta la Cina - è già oggi il più grande produttore tecnologico al mondo ha annunciato ieri, all'indomani delle manifestazioni aziendali per «tirare su il morale» delle tute blu cinesi, di voler assumere fino a 400 mila nuovi salariati da qui a un anno. Obiettivo: «Mantenere la produzione attuale pur riducendo al minimo le ore di straordinario».

È come una dichiarazione di colpevolezza: ci sono voluti 11 suicidi - l'ultimo è quello di una 22enne avvenuto il 7 agosto - e altri tre tentativi non riusciti in soli 8 mesi per portare il problema degli schiavi dei tablet all'attenzione del mondo. 

Un pericoloso virus emulativo (l'ultimo suicidio era avvenuto per la prima volta in una fabbrica del gruppo fuori Shenzhen) che probabilmente ha funzionato anche come una moral suasion su Steve Jobs: dopo una iniziale reticenza, un mese fa la Apple aveva acconsentito a raddoppiare il compenso per ogni iPad, da 3,98 dollari a 7,96, a patto che i soldi venissero usati per dare un aumento di stipendio agli assemblatori.

La spesa per produrre il tablet touch screen che promette di rivoluzionare il mondo dei media e della fruizione del web è di 260 dollari (il prezzo di vendita parte da 499 dollari in su). Ma la maggior parte dell'onere è dovuto ai materiali che servono ad assemblarlo e non certo al capitale umano visto che, fino all'esplosione del recente scandalo, il salario base mensile per un operaio della fabbrica era di soli 140 dollari (ora è cresciuto del 60%). Una paga che spingeva molti dipendenti a entrare nel tunnel senza uscita di straordinari massacranti, totale assenza di svaghi e impossibilità di costruirsi una vita familiare normale, nonostante il fatto che Shenzhen non si presenti all'occhio come un inferno in Terra. 


Come in altre aziende della special economic zone voluta da Deng Xiaoping, Foxconn offre alla maggior parte dei dipendenti degli alloggi a basso costo e l'accesso ai dopo-lavoro con piscine e tavoli da ping pong. Un particolare ricordato, quasi per scusarsi, anche da Jobs. Ma il problema della «seconda generazione di poveri», come è stata battezzata quella degli operai di Shenzhen, è sociale: il loro accesso alle informazioni sugli standard di vita occidentale - Hong Kong è a soli 30 minuti di automobile anche se per loro non è facile passare la dogana - li spinge a volere una vita più dignitosa e «normale».

Non è un caso che questa che sarà probabilmente la più grande assunzione di massa della Cina post-comunista, sia stata ottenuta grazie alla ribellione al sindacato tradizionale - che è legato al Partito Comunista e dunque, di fatto, filo-governativo - avvenuta anche tramite blog (censurati), servizi di messaggistica e comunicazioni stile Skype. Quella cinese è stata un'estate caldissima di scioperi contro le organizzazioni tradizionali: oltre a Foxconn, anche le fabbriche locali di Toyota e Honda sono scese sul piede di guerra. Difficile che si torni indietro adesso: il caso passerà alla storia per aver mostrato gli effetti socio-economici della fabbrica globale, dalle file notturne degli Apple-maniaci fuori dall'Apple Store di Manhattan alle catene di montaggio in Cina. E forse, anche se ci vorranno anni, è il prodromo della fine del lavoro low cost Made in China.


Massimo Sideri
20 agosto 2010



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Ville e cani intestati a società Trucchi d'Italia per battere il fisco

Corriere della sera

Il direttore dell'Agenzia delle entrate: qui c'è la cultura dell'evasione. Dai contribuenti fantasma agli stabilimenti balneari che guadagnano di più durante l'inverno


Evasori d'Italia

Ville e cani intestati a società
Trucchi d'Italia per battere il fisco


Per settimane si sono barricati in casa aspettando che i federali venissero a prenderli. Non pagavano le tasse da molto tempo, finché il tribunale li ha condannati a cinque anni di carcere. E loro non ci sono stati. Armati fino ai denti hanno sprangato le porte in attesa della polizia, proclamando di «lottare per la libertà». Proprio così hanno detto: «per la libertà». Ma forse i coniugi Ed e Elanie Brown, che tre anni fa sono stati al centro negli Stati Uniti di un caso nazionale, avevano semplicemente sbagliato posto: credevano di essere in Italia. Il Paese dove l'evasione fiscale non è semplicemente una patologia, ma l'effetto di una cultura radicata a fondo.

L'ha ammesso implicitamente ieri, sulle colonne del Sole24ore, il direttore dell'Agenzia delle entrate Attilio Befera. «Quello che ancora non si afferma è il cambiamento del modello culturale che ha favorito l'evasione», ha scritto, mostrandosi esterrefatto per aver letto in un'intervista «che tutto quello che si possiede, anche il proprio cane, è intestato a una società per limitare i danni patrimoniali».

Quell'intervista è stata pubblicata da Repubblica il giorno prima di Ferragosto e l'intervistato è nientemeno che la rock star Vasco Rossi, finito nel mirino del fisco per una società, da lui posseduta al 90%, a cui è intestata la barca «Jamaica». Indispettito perché la notizia era trapelata sulle agenzie, dopo aver dichiarato «sono un cittadino onesto», il cantante ha spiegato: «Ho usato questa cautela per mettere un limite a eventuali ritorsioni contro la mia persona fisica per eventuali danni causati dalla barca o dall'equipaggio a terzi.

Trovo questo oltre che lecito anche ragionevole e per nulla elusivo. Anche il mio cane è intestato a una società, perché se morde qualcuno si pagano giustamente i danni, ma si evita che qualcuno possa approfittarsene». Difficile comprendere la differenza fra essere morsi dal cane di Vasco Rossi piuttosto che dal cane della società di Vasco Rossi. Ma se la società della barca (in leasing) si chiama «Giamaica no problem» (!) ci sarà pure un motivo.

Anche perché Vasco non è il solo a pensarla così. Sono migliaia e migliaia le società a cui i proprietari intestano yacht e natanti. Il problema, o meglio, il «problem», è che sono pressoché tutte ditte di charter con un solo cliente, guarda caso il loro azionista. In italiano si chiamano società di comodo e non servono soltanto a pagare meno tasse sulla barca, ma a far scomparire lo yacht dai radar del fisco nel caso di accertamenti personali.

Se l'Agenzia delle entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense. Ma le società di comodo non servono solo per le barche.

Moltissimi ci mettono dentro anche la villa al mare, il casale in campagna, gli appartamenti in città. Poi ci sono le fuoriserie: Ferrari a centinaia, Porsche, Audi, Mercedes, Bmw, Lamborghini e Suv a rotta di collo. Mascherate da auto aziendali. Anche in questo caso non per risparmiare sulle tasse della macchina, ma perché non figuri nella denuncia dei redditi. A uno schermo societario, in Italia, non rinuncia nessuno: diversamente non sarebbero in perdita quasi metà (per l'esattezza il 45%) delle società di capitali. Ma c'è anche chi alla maschera di una srl o di una spa preferisce direttamente quella di una società fiduciaria. Si mettono le azioni là dentro e si può dormire fra due guanciali. 


Per non parlare delle scatole dove finiscono i dividendi: spesso hanno sede all'estero, magari in un Paese comunitario. Tipo Lussemburgo. Poi però, grattando la vernice, salta fuori che la società è controllata da un'altra società che sta invece alle Isole Cayman o a San Marino. Migliaia e migliaia. E per non dire dei vip con residenza (spesso fittizia) nei paradisi fiscali, oppure a Montecarlo. Le cronache ne sono piene.

Fin qui i comportamenti dove il confine fra evasione ed elusione è talvolta impalpabile. Oltre, ci sono le frodi. E anche in questo vantiamo una discreta specializzazione. Le società che aprono e chiudono i battenti nel giro di pochi mesi, per esempio: si chiamano cartiere perché servono soltanto a fare false fatture che permetteranno di chiedere il rimborso dell'Iva mai pagata. Un caso di scuola, che si può declinare in vari modi. Per esempio, come ha scoperto ad aprile di quest'anno la Guardia di finanza, con un giro di fiduciarie fra la Svizzera e il Lussemburgo.

C'era coinvolto perfino un prete. Ma la tecnologia del crimine fiscale, purtroppo, è in continua evoluzione. Vi si dedicano menti raffinate, come quella che ha architettato una frode ai danni del Fisco arrivando a utilizzare i modelli 730: aveva creato una rete di finte società, formalmente gestite da una signora ottuagenaria, che erogavano false prestazioni detraibili dalle denunce dei redditi di comuni cittadini. Impiegati, infermieri delle Asl, pensionati. Con un danno di svariati milioni di euro per l'erario.

Roba da far impallidire gli artigiani dell'evasione. A partire dai commercianti refrattari alla ricevuta fiscale, i quali dichiarano redditi inferiori a quelli del proprio dipendente. Per continuare con gli stabilimenti balneari che dicono di guadagnare più d'inverno che d'estate. Nessuno, però, riesce a battere i veri artisti. Ovvero, coloro che per il Fisco non esistono nemmeno. Una volta scoprirono una donna, a Pavia, che per anni aveva gestito una casa di riposo per anziani totalmente abusiva.

Interrogato dal giudice che sta indagando sulla vicenda della cosiddetta P3, il «faccendiere» Flavio Carboni ha dichiarato senza fare una piega di non possedere beni patrimoniali avendone comunque la disponibilità. Tecnicamente è possibile. Ma quando si scopre che dall'anno di imposta 2002 non ha più presentato una dichiarazione dei redditi, come i poveri, allora non si può davvero trattenere la sorpresa.


Non c'è dubbio che l'evasione fiscale in Italia sia anche una questione culturale. A differenza degli Stati Uniti, dove non si scherza (fra il 2002 e il 2007 hanno sbattuto dentro 5 mila persone), qui non è mai stata considerata un peccato. Più che altro, una marachella. Nel 2002 l'avvocato Attilio Pacifico, che sarebbe stato condannato insieme all'ex ministro Cesare Previti per l'affare Imi-Sir, ammise candidamente in un colloquio con un giornalista: «Sì, sono un evasore fiscale.

E allora, che mi volete fare?». E in una lettera al Corriere lo stesso Previti scrisse: «Se è vero che negli anni passati ho avuto disponibilità all'estero, è altrettanto vero che questa situazione l'ho regolarizzata e sanata anche attraverso un condono tombale, pagando quanto dovuto per legge». Già, il condono.
Quale contributo hanno dato le sanatorie a diffondere, come vorrebbe Befera, «la cultura della legalità fiscale»? Il primo condono dell'età moderna lo fece Bruno Visentini, nel 1973.

Replicò Rino Formica, nel 1982. E ancora Formica, nel 1991. Per arrivare al 2002, con Tremonti. Poi gli scudi, a ripetizione, per chi aveva esportato illegalmente capitali. Questione forse di Dna italico, visto che la sanatoria capostipite risale addirittura all'epoca dell'imperatore Adriano (che era però di origini iberiche). Ma è difficile credere che la politica oggi non abbia le sue responsabilità. Per questo una domanda è inevitabile. Ora che il suo governo, impossibilitato a ridurre le imposte, sostiene di voler combattere a fondo l'evasione, ripeterebbe Silvio Berlusconi quel che disse il 18 febbraio del 2004, e cioè che evadere tasse troppo alte è «moralmente giustificabile»?


Sergio Rizzo
20 agosto 2010





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Il boss in albergo a spese del Comune

Latina, ai domiciliari il pirata della strada Il giudice non convalida l'arresto

IL Messaggero

LATINA (19 agosto) - V.B., il 26enne romeno arrestato per omissione di soccorso ed omicidio colposo, dopo aver travolto sabato sera uno scooter con il semaforo rosso, senza poi fermarsi, è stato scarcerato e si trova agli arresti domiciliari. Nell'incidente è morto Gabriele Nale, 18 anni, che era alla guida dello scooter.

Il giudice ha deciso di non convalidare l'arresto, perché l'investitore è incensurato, e di emettere la misura degli arresti domiciliari per il 26enne. V.B. agli investigatori ha giustificato il suo gesto con la paura: «Sono passato con l'arancione e non con il rosso, dopo l'impatto ero sotto choc e ho proseguito, ma non ero ubriaco».




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Volo Roma-Palermo, Gino Santercole litiga col comandante: lo fanno scendere

Il Messaggero

 

ROMA (19 agosto) - Il volo easyJet che doveva partire questa sera alle 19,50 da Fiumicino per Palermo ha ritardato il decollo per un diverbio tra il cantante Gino Santercole e il comandante dell'aeromobile.

Agenti della polizia sono intervenuti per cercare di riportare la calma
tra il comandante e il cantante - che ha 70 anni - così da poter consentire all'aereo di decollare alla volta di Palermo.

Il comandante del velivolo ha comunque preteso, e ottenuto, che il passeggero scendesse dall'aeromobile.
Il diverbio tra i due sarebbe sorto per la pretesa del cantante di ottenere dell'acqua dal personale di bordo nonostante fosse già iniziato il rullaggio verso la pista per il decollo. L'insistenza di Santercole, in una fase così delicata del pre-decollo, avrebbe irritato a tal punto il comandante del velivolo da decidere di ritornare al parcheggio per far scendere il passeggero: cosa che è puntualmente avvenuta, grazie anche all'intervento degli agenti di polizia di frontiera di Fiumicino.





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Università di Padova Uniweb, il sito è ko Hitler furibondo guida la rivolta

IL Mattino di Padova

Uniweb ancora in blocco, gli studenti creano un video di protesta con il fuhrer. Portale di servizio creato a maggio e mai decollato, ansia per le immatricolazioni. Il Bo: questione di tempo
 
di Fabiana Pesci
 
 
 
PADOVA. Non hanno esitato a riesumare niente meno che il fuhrer per gridare il proprio disagio nei confronti di Uniweb, il nuovo sistema informatico targato Università di Padova. Circola da pochi giorni su Youtube un Adolf Hitler che veste i panni di un furibondo studente padovano di Ingegneria che tenta di iscriversi per la quarta volta all'esame di Analisi 1 (le prime tre è stato bocciato). Nulla da fare. Le sequenze (pubblicate qui sopra) sono tratte dal kolossal «La caduta», lungometraggio che racconta gli ultimi giorni di vita del dittatore tedesco, stretto nella morsa degli alleati.

I sottotitoli invece sono opera della «banda» di «Questo è Uniweb», pagina Facebook nata due mesi fa che raccoglie 3.457 studenti che nella loro carriera universitaria si sono scontrati con il nuovo sistema informatico d'ateneo. Una serie di improperi contro Uniweb messi in bocca al fuhrer ed ecco che gli intensi momenti vissuti da Hitler nel suo bunker perdono di pathos: il video così confezionato ricorda da vicino le sgangherate saghe di Sturmtruppen. Un Hitler fuori di sé diventa emblema dello studente padovano medio che tenta di iscriversi ad un esame e non ci riesce. Idem se prova a preimmatricolarsi, a registrare una verifica superata.

Il nuovo sistema di gestione della carriera universitaria, a detta degli internauti, non ne vuol sapere di entrare a regime. Youtube (ma il video è anche su Facebook) alza il sipario quando i fedelissimi del fuhrer, carta geografica alla mano, gli indicano tutte le strade da cui hanno tentato di accedere ad Uniweb. Niente: inespugnabile. Hitler è ancora tranquillo, crede di potersi iscrivere all'esame con il vecchio sistema, il Sis. L'atmosfera si gela quando, per dirla alla Franco Bonvicini, un capitanen ammette che bisogna passare per Uniweb per poter affrontare l'esame: niente carta. Gli animi si scaldano: il colloquio si fa serrato. Tra una parolaccia e l'altra Hitler grida «dobbiamo studiare e non possiamo iscriverci agli esami. Si stava meglio con le liste di carta». E giù con le imprecazioni. Un ufficiale comunica che «il sito è in manutenzione fino alle 18». Il fuhrer ha un travaso di bile. D'un tratto si calma. «Io che volevo solo prendere un 18 in analisi 1, che è già la quarta volta che provo. Devo raggiungere i 30 crediti, se no mio padre mi lincia». E chiude sconsolato: «Non diventerò mai un ingegnere».

Gli autori della goliardata di certo non hanno lesinato sul turpiloquio, il parco maledizioni è ben nutrito. Gli studenti hanno voluto far girare sul web uno spaccato del loro stato d'animo nei confronti del sistema che ha buttato a mare libretti e registri cartacei in nome dell'informatizzazione. Lo stesso rettorato ammette che Uniweb non è ancora entrato a regime: «L'implementazione del nuovo sistema sta scontando un iniziale periodo critico nella fase di start-up, ma i problemi verranno risolti sia sotto il profilo tecnico che sotto quello amministrativo. D'altra parte, la varietà degli utenti e la casistica delle operazioni eseguite tramite Uniweb sono estremamente ampie: è illusorio ipotizzare che un sistema di tale complessità possa raggiungere il pieno regime in tempi brevissimi».

Il sistema ESSE3, che a Padova ha preso il nome di Uniweb, è stato introdotto nel mese di maggio sulla scia di molti altri atenei italiani che hanno dovuto adeguarsi alle direttive del ministero dell'Istruzione. Dopo il battesimo non proprio felice dell'iscrizione alla sessione estiva, ad Uniweb aspetta la prova «del fuoco» con le immatricolazioni e la sessione autunnale di esami.
(20 agosto 2010)

Mutuo per l’attico: il finiano Urso nella bufera

di Diana Alfieri


Dagospia rivela: il viceministro presto dai pm per un immobile acquistato a prezzo di favore. Lui smentisce e annuncia querela. L'esponente Fli ha già spiegato di avere acceso mutui per due milioni e mezzo di euro



 
Roma
Mattone finiano nuovamente sotto la lente della giustizia? Per Dagospia, dopo l’immobile monegasco passato da An a una società off-shore, adesso c’è un’altra casa alla quale si starebbero interessando i giudici. Il proprietario è Adolfo Urso. Il sito di Roberto D’Agostino scrive che il viceministro allo sviluppo economico con delega al Commercio estero, nonché animatore del pensatoio finiano Farefuturo, è stato convocato dalla procura di Roma per fornire alcune informazioni sul suo attico a ponte Cavour. Immediata la smentita, secchissima e ufficiale, di Urso. «Le notizie pubblicate sono del tutto false e gravemente diffamatorie. Ho già dato mandato al mio legale di adire in sede giudiziaria, anche penale». Anche dalle parti del palazzo di giustizia romano non arrivano conferme. «Non mi risulta sia stato avviato niente», assicura una fonte molto autorevole della Procura.

«Nessuna convocazione e nessuna inchiesta», rafforzano ambienti vicini al viceministro, che smentiscono alla radice la ricostruzione secondo la quale l’abitazione del viceministro sembrerebbe acquistata ad un prezzo inferiore a quello di mercato dalla società immobiliare del gruppo Refin, con 20mila euro di rate di mutuo mensili. Oltre a questa vicenda «Dago» ne abbozza un’altra, «l’assegnazione» a Urso di un «terrazzo di 500 metri» con vista sulla Capitale, ma descritta come un «lastrico solare» nell’atto.

Urso era già finito sui giornali per questioni di mattone che aveva chiarito proprio al Giornale. La vicenda è quella del mutuo di due milioni e mezzo di euro (con rate mensili da otto mila euro) venuta fuori nel maggio scorso, quando i giornali parlarono dei due prestiti accesi dall’esponente Fli, con il Banco di Napoli di Montecitorio, per pagare l’80 per cento di altrettanti immobili in zona Prati: un mutuo trentennale da 1,6 milioni di euro e uno da 800 mila.

Si tratta di prezzi di mercato considerata la zona. La polemica, infatti, si era concentrata sul fatto che per reggere le rate di quell’entità, non è sufficiente nemmeno l’indennità da parlamentare.
Urso al Giornale rispose: «Io lavoro da 30 anni e così mia moglie dalla quale sono separato. I miei due figli hanno 29 e 27 anni e lavorano entrambi da circa dieci anni, si sono laureati mentre già esercitavano un’attività. Non abbiamo diritto ad acquistare una casa?». Il mutuo, insomma, è ripartito in tre. E comunque anche il solo reddito di Urso basta a coprire la rata. L’esponente di Fli aveva infatti spiegato alla banca, al momento di accendere il mutuo, di guadagnare tremila euro da viceministro più i circa diecimila da deputato, ai quali vanno aggiunti ancora i redditi che provengono dalle proprietà di famiglia.

Come garanzia Urso spiegò di avere presentato anche il futuro «assegno di solidarietà» dei parlamentari, il trattamento di fine rapporto degli eletti e il vitalizio, che sarà commisurato alle cinque legislature svolte da Urso. Infine, l’assicurazione sulla vita obbligatoria dei parlamentari. Anche se, assicurava, «ho fatto un check up completo e il mio medico mi ha detto che ho un’età biologica inferiore a quella anagrafica, come il presidente del Consiglio». 

Una spiegazione dettagliata, che Urso diede ironizzando. «Ma come? Fedele Confalonieri sul Corriere invita i parlamentari ad acquistare casa col mutuo e la mia famiglia fa esattamente questo, finanziando l’80% del valore degli immobili dopo trent’anni di lavoro per me e mia moglie e dieci per i miei figli. È tutto trasparente. Piuttosto bisognerebbe chiedere ad altri parlamentari della congruità degli investimenti immobiliari. Forse perché sono finiano mi fanno lo sconto?». E poi: «Non ho fatto che mettere in pratica il piano casa del governo Berlusconi».


Ieri lo abbiamo raggiunto telefonicamente, ma Urso - palesemente irritato per l’articolo uscito su Dagospia - ha preferito comunque non rispondere e affidare la replica alla dichiarazione nella quale annuncia azioni legali.




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Il «cognatino» re del mattone: spunta pure la villa romana E su Montecarlo cambia versione

di Gian Marco Chiocci

Massimo Malpica

Roma

Il «cognato» smentisce tutti, anche se stesso. A che titolo Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini, abita al civico 14 di boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo? All’inizio della vicenda, gli avvocati del fratello di Elisabetta, Michele Giordano e Carlo Guglielmo Izzo, dissero che il loro assistito «versa regolarmente il canone indicato nel contratto». E l’8 agosto fu lo stesso Fini, nell’ultima delle sue «risposte», a ribadire di aver appreso da Elisabetta che «Giancarlo aveva in locazione l’appartamento».


Tra i tanti misteri, dunque, quello della pigione non sembrava un giallo. E invece due giorni fa salta fuori sul Corriere della Sera un’indiscrezione che ha del clamoroso. Secondo la quale Giancarlo avrebbe confidato «ad amici e parenti» che «l’affitto di Montecarlo sarebbe una sorta di pagamento per l’intermediazione svolta per la vendita dell’immobile». La rivelazione del quotidiano di via Solferino, apparsa in edicola mercoledì, non è stata al momento smentita, né direttamente né indirettamente, dall’interessato.


Di certo, a riconoscere un ruolo di «procacciatore-intermediario» a Tulliani nell’affaire immobiliare monegasco è stato lo stesso Fini: «Nel 2008 (...) Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento». Ma nessuno aveva fatto cenno al «premio» riconosciuto al «cognato» con la disponibilità dell’appartamento. Premio elargito da chi, poi? Da An, che grazie al provvido intervento del giovin Tulliani s’è sbarazzata d’una casa a Montecarlo a prezzo di saldo? Se è così, perché nessuno, da Fini in giù, ha mai fatto cenno a questo dettaglio? O dall’acquirente nascosto dietro Timara e Printemps? Un’altra cosetta che Fini e il «cognato» dovrebbero chiarire.


Di certo Giancarlo ed Elisabetta Tulliani un buon naso per il «real estate» devono averlo, a giudicare dal ricco portafogli immobiliare che possono vantare. A ficcare il naso nel catasto alla ricerca delle proprietà dei due è stato Dagospia, che ieri ha rivelato gli ultimi investimenti nel mattone dei «Tullianos», risalenti alla metà di luglio, praticamente alla vigilia della vicenda monegasca. Dagospia scrive e noi riportiamo, lasciando ai Tulliani, e all’illustre parente, la seccatura di svelare come si diventa palazzinari in una manciata di stagioni.


Ecco allora che Dagospia si diverte a fare l’inventario, con tanto di carte e catasti. Copia e incolla. La protesi telematica di Roberto D’Agostino ironizza: «Dimenticate i Caltagirone, i Toti, i Ligresti. Lasciate perdere quei palazzinari rimpannucciati alla Ricucci o alla Danilo Coppola. Le vere stelle del mattone, alla faccia delle bolle immobiliari, sono loro, l’inarrestabile Tulliani Real Estate di Elisabetta&Giancarlo». Premesso, appunto, che l’area d’interesse del nuovo «impero del mattone» è la stessa («Sempre dalle parti della via Aurelia, dopo l’hotel Ergife, a uno schioppo dal raccordo anulare, direzione Fregene, in quella zona detta Val Cannuta»), Dagospia snocciola l’elenco.


La compagna di Fini «esordisce» nel campo immobiliare dodici anni fa, il 6 novembre 1998, comprando due appartamenti in via Conforti, poi unificati nel 2004, per un totale di undici vani. È l’inizio di un piano per conquistare il (5°) piano. Il 31 luglio del 2001, intanto, Betta quando acquista nello stesso edificio 4 garage e due soffitte. E ad aprile del 2009, acquistando l’interno accanto al suo doppio appartamento. Stesso pianerottolo: 4,5 vani, più altro garage e altra soffitta. E l’opera si completa il 14 luglio 2010: altri 4,5 vani, altro garage, altra soffitta. Stando alle informazioni di Dagospia, tanto varrebbe sostituire il pulsante dell’ascensore col nome della compagna di Fini. Meno ambizioso, all’inizio, Giancarlo. A luglio 2001 compra al piano di sotto una casa di 4,5 vani, e due garage. Ma lo scorso 2 luglio, forse non appagato dal quartierino monegasco, aggiunge un villino: 9 s




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Rissa fra 30 soldati russi: sotto accusa i comandanti

Repubblica

Si sono picchiate per circa mezz'ora alcune decine di reclute russe, prima che la rissa venisse fermata. Ma il video e le foto messe online hanno scatenato vivaci polemiche: due comandanti sono stati messi sotto inchiesta per non aver fermato lo scontro. Ecco le immagini 

Piacenza, gatta sopravvive 44 giorni in una colata di cemento

Quotidianonet

E' successo a una gatta persiana salvata dai vigili del fuoco il giorno di Ferragosto. Ad accorgersi della presenza della micia intrappolata nel cantiere, vicino a casa, sono stati proprio i suoi padroni che la cercavano da giorni



Piacenza, 19 agosto 2010 - Bloccata per 44 giorni da una colata di cemento, in un cantiere di via Maroncelli, a Piacenza, e’ successo a una gatta persiana che fortunatamente e miracolosamente è stata salvata dai vigili del fuoco il giorno di Ferragosto.


La notizia raccontata dai proprietari al quotidiano La Liberta’, ha dell'incredibile. Incurante delle trivelle e dei picconi azionati dai suoi liberatori, la micia e’ saltata fuori dalla sua prigione miagolando, neppure troppo impaurita.


Da sette chili era scesa a due e mezzo, aveva perso le unghie e due denti nel tentativo di liberarsi e anche un orecchio. Ma era viva. Ad accorgersi della presenza della micia intrappolata nel cantiere, vicino a casa, sono stati proprio i suoi padroni, che l’avevano data per dispersa dal 2 luglio. Il giorno di Ferragosto hanno pero’ sentito miagolare sotto un tombino.


Intuendo potesse trattarsi della loro Perla, hanno chiamato i vigili del fuoco che in tre ore di lavoro con picconi e martelli pneumatici hanno allo fine liberato la micetta.




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Arrestato lo 007 di Ottaviano Aveva costruito una penna pistola

Corriere del Mezzogiorno

Preso 50enne di Ottaviano. È accusato di detenzione
di arma da sparo artigianale clandestina




NAPOLI - È lo 007 di Ottaviano. Almeno stando alla cretività con cui aveva costruito la sua arma. Luigi Menzione, 50enne di Ottaviano è stato arrestato dalla Polizia con l’accusa di detenzione di arma da sparo artigianale clandestina, detenzione illegale di munizionamento e detenzione di sostanza stupefacente.



IN AUTO - I poliziotti del commissariato San Giuseppe Vesuviano all’alba hanno effettuato un controllo presso l’abitazione dell’uomo, in Ottaviano. Il controllo è stato esteso anche all’autovettura di proprietà dell’uomo all’interno della quale, sotto il rivestimento del fondo dell’auto lato passeggero anteriore, sono stati rinvenuti e sequestrati un’arma da sparo artigianale e rudimentale (simile a una penna pistola), 10 proiettili calibro 7.65, il tutto all’interno di un sacchetto di cellophan, ed un’altra bustina con all’interno 3,25g. di cocaina.





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Pomodoro, la Cina sfida l'Italia Entro l'anno sbarcheranno 100 milioni kg

Corriere della sera

La Coldiretti: il concentrato usato per le conserve made in Italy, Pechino concorrente sleale




MILANO - Il pomodoro cinese sfida quello italiano. E la concorrenza «è sleale», secondo la Coldiretti, che stima in oltre cento milioni di chili (il 15% dell'intera produzione italiana) la quantità di concentrato cinese che arriverà quest'anno nel nostro Paese, materia prima per le conserve di aziende italiane sulle cui etichette si perderà poi ogni traccia dell'origine asiatica del prodotto.
+272% - Il continuo import di pomodoro cinese ha assunto in dieci anni le dimensioni di una vera e propria invasione: secondo i dati dell'associazione degli agricoltori, gli sbarchi di concentrato cinese nel nostro Paese sono praticamente quadruplicati e rappresentano oggi la prima voce delle importazioni agroalimentari dal gigante asiatico. Che in cifre equivale a un +272%, calcola la Coldiretti confrontando i dati dei primi 5 mesi del 2010 con lo stesso periodo del 2000.



«IN CRISI LA VERA PUMMAROLA» - Uno scenario che preoccupa non poco gli agricoltori: «La possibilità di "spacciare" come made in Italy la produzione orientale, oltre ai rischi sanitari confermati dai recenti sequestri, - avverte Coldiretti - sta mettendo in crisi la coltivazione della vera pummarola Made in Italy, il cui raccolto è stimato quest'anno in calo di quasi il 10%».



PROBLEMA DI CONCORRENZA - «Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio», quelli che arrivano sugli scaffali dei nostri negozi di alimentari e supermercati, «è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro».

Ma c'è anche un problema di mercato, di concorrenza, nelle campagne si segnalano ritardi nel ritiro dei prodotti, clausole capestro e mancato rispetto delle regole contrattuali che stanno provocando «incertezza e danni ai produttori agricoli, dice Coldiretti, che chiede «una iniziativa da parte del ministero delle Politiche Agricole per verificare l'evoluzione della campagna di raccolta ed avviare le eventuali attività di controllo negli stabilimenti industriali».

Anche Fedagri-Confcooperative denuncia una «reale distorsione della concorrenza» nel settore: «Prendendo a pretesto discutibili problemi qualitativi del prodotto, le industrie aderenti ad Anicav (l'Associazione degli industriali delle conserve) non rispettano i contratti sottoscritti pagando il pomodoro ai produttori agricoli, ancorché ritirato in quantità insufficienti, a prezzi notevolmente inferiori e addirittura concorrenziali con il pomodoro cinese».


(Fonte Ansa)




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