sabato 21 agosto 2010

Ritrovato Van Gogh rubato: arrestati due italiani al Cairo

Corriere della sera

Un uomo e una donna fermati in aeroporto mentre cercavano di lasciare il paese con un quadro del pittore



LADRI D'ARTE

Un uomo e una donna fermati in aeroporto mentre cercavano di lasciare il paese con un quadro del pittore


Il quadro di Van Gogh 'I Papaveri'
Il quadro di Van Gogh 'I Papaveri'
MILANO - Due cittadini italiani, un uomo e una donna, sono stati arrestati all'aeroporto del Cairo mentre cercavano di lasciare il Paese con un quadro del pittore olandese Vincent Van Gogh, rubato in mattinata da un museo della capitale egiziana: lo ha reso noto il ministro della Cultura egiziano, Farouk Hosni.

LE RICERCHE - Hosni aveva indicato in precedenza che il quadro, intitolato "Papaveri", era stato «tagliato e poi tolto dalla cornice dopo l’apertura del museo». Il personale della struttura è stato interrogato ed erano state prese misure di sicurezza nei porti e negli aeroporti egiziani per impedire che il quadro lasciasse il Paese.

IL VALORE DELLA TELA - Il quadro era esposto a fianco di opere di altri impressionisti nel museo Mahmoud Khalil, sede di una delle principali collezioni d'arte europea del XIX e XX secolo in Medio Oriente. Un responsabile della polizia, secondo cui la tela ha un valore di circa 50 milioni di dollari (oltre 39 milioni di euro), ha indicato che gli agenti stavano controllando le videoregistrazioni di sicurezza. Lo stesso quadro era già stato rubato nel 1977; in quel caso ci erano voluti 10 anni per ritrovarlo.

(fonte Apcom)


21 agosto 2010



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Coppia depredata da colf e badanti, anziani raggirati per 200 mila euro

Case e patrimonio, la Tulliani si difende: ecco la schedina con cui vinse 2 miliardi

Il Mattino

I suoi legali mostrano la schedina della vincita del 1998
Con quella e altri risparmi acquistò beni e appartamenti



 

PERUGIA (21 agosto) - Schedina numero 0350490/027072697, relativa al concorso Enalotto 35/98: è con questa che Elisabetta Tulliani, nel maggio del 1998, vinse due miliardi, 204 milioni, 18 mila e 900 lire. Soldi che, uniti ai risparmi dei genitori, vennero utilizzati per acquistare appartamenti e altri beni ora al centro di una controversia con il suo ex fidanzato Luciano Gaucci. È quanto emerge dalla «comparsa di costituzione e risposta» depositata al tribunale civile di Roma dai legali dell'attuale compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini e dei suoi familiari, Giancarlo e Sergio Tulliani e Francesca Frau. Atto che gli avvocati Carlo e Adriano Izzo hanno diffuso oggi «al fine di scongiurare ogni possibile dubbio». 


Chiedendo inoltre «che la campagna mediatica intrapresa nei confronti» della loro assistita «si uniformi d'ora in avanti al principio di un'informazione corretta e imparziale, che non favorisca trame politiche occulte e non sia al servizio del potente di turno». Nella citazione viene ricostruita la vicenda della schedina vincente dell'Enalotto. Il 5 maggio 1998, la Tulliani - si legge nella comparsa - la affidò per l'incasso all'agenzia 4 del Monte dei Paschi di Siena, filiale di Roma. La distinta di versamento - hanno sostenuto i legali - reca la sua firma, «ben evidente nell'allegato». 



La Banca - si spiega ancora nell'atto - è quella dove la Tulliani aveva acceso da tempo un conto corrente «a lei esclusivamente intestato». L'importo della vincita venne accreditato il 26 maggio del 1998 con valuta al 28 maggio. «Nello stesso giorno, 28 maggio 1998, Elisabetta Tulliani - si legge ancora nella citazione - esegue un bonifico di un miliardo centomilioni di lire a favore di Luciano Gaucci». Mettendogli tale somma a disposizione «con l'espresso incarico di provvedere a gestirla in proficui investimenti nell'interesse di lei». Secondo quanto si sostiene nella comparsa depositata al tribunale di Roma, «alla luce della documentazione prodotta, è incontestabilmente provato che la vincita all'Enalotto è di esclusiva pertinenza della Tulliani». 



Gaucci è quindi tenuto a restituire alla Tulliani - secondo la versione sua e dei suoi familiari - un miliardo e cento milioni di lire, «oltre interessi e svalutazione dal 28 maggio 1998, da lui detenuta, con l'obbligo di rendere il conto della gestione». «È stato proprio grazie a tale vincita e agli ulteriori risparmi dei genitori - si legge ancora nella comparsa - che gli immobili in oggetto (quelli della controversia con Gaucci - ndr) sono stati acquistati dai convenuti».




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Fiat : gli operai reintegrati restino a casa

Corriere della sera

La Fiom valuta la strada dell'azione penale e minaccia:
lavoratori in fabbrica o intervento delle forze dell'ordine


MILANO - Un invito a non presentarsi al lavoro. Lo ha spedito la Fiat ai tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) licenziati nel luglio scorso e reintegrati dal giudice del lavoro circa due settimane fa. Con un telegramma, l'azienda ha comunicato ai tre lavoratori che «non intende avvalersi delle loro prestazioni» e chiesto che non vadano in fabbrica, lunedì 23 agosto, alla riapertura dello stabilimento dopo la pausa estiva. L'azienda ha precisato che rispetterà gli obblighi contrattuali nei confronti dei tre operai fino al 6 ottobre, quando sarà discusso il ricorso dell'azienda contro la sentenza che li ha reintegrati.

LA FIOM: «COMPORTAMENTO ANTISINDACALE» - Lunedì i tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi «devono rientrare in fabbrica», altrimenti «siamo pronti ad agire sotto tutti i punti di vista legali, anche a chiedere l'intervento delle autorità competenti e delle forze dell'ordine» reagisce il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. «Non lo permetteremo», aggiunge all'Ansa. Per questo, fa sapere, «in queste ore stiamo lavorando con i nostri legali ad una diffida da presentare all'azienda perchè rispetti il decreto esecutivo di reintegro emesso dal giudice del lavoro».

«Se la Fiat - dice ancora Landini - lunedì non fa rientrare i tre operai in fabbrica commette un reato e continua con una condotta antisindacale». Di «comportamento di natura antisindacale» parla anche il segretario nazionale della Fiom con delega al settore auto, Enzo Masini: «Noi abbiamo consigliato ai lavoratori di presentarsi comunque all’inizio del loro turno». Mentre il segretario regionale lucano della Fiom, Emanuele Di Nicola, chiarisce che «i tre lavoratori saranno a disposizione dell'azienda a partire dal turno delle 14» e che si sta valutando «se ci sono gli estremi per una denuncia penale, perchè la Fiat in questo modo commette una reiterazione della violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori». Sulla vicenda interviene anche Rocco Palombella, segretario generale della Uilm:

«Queste decisioni sono frutto di un clima di esasperazione da entrambe le parti. Auspico che lo scontro si riduca e prevalga il buon senso». «L'ulteriore inasprimento del clima non aiuterà la vivibilità in fabbrica e la ripresa delle attività in tutto il Gruppo, il quale dal mese di settembre ci chiamerà a misurarci con problemi molto complessi in tutti gli stabilimenti a cominciare da quello di Pomigliano» commenta infine il vice segretario nazionale dell'Ugl Metalmeccanici, Laura De Rosa.


LE REAZIONI POLITICHE - «Se è vero che la Fiat ha comunicato ai tre lavoratori di Melfi reintegrati in azienda di rimanere a casa, saremmo di fronte ad un clamoroso aggiramento della legge italiana e ad un atteggiamento arrogante e ingiustificato» dice in una nota il responsabile Welfare e lavoro dell'Italia dei Valori, Maurizio Zipponi. «L'invito dell'azienda di non presentarsi al lavoro è un vero e proprio attacco ai diritti dei lavoratori - denuncia Pino Sgobio, dell'ufficio politico dei Comunisti italiani -. Il ministro Sacconi esca dal letargo e intervenga: i diritti costituzionali vanno rispettati».

Sulla vicenda fa sentire la sua voce anche il Pd: «E' triste che, nel mondo dopo Cristo , la Fiat si comporti come nell epoca pre-moderna. Quella su cui si sono avviate le aziende del gruppo Fiat è una strada senza uscita per tutti» dice in una nota Stefano Fassina, della segreteria del Partito Democratico, responsabile Economia e Lavoro. I tre operai furono licenziati lo scorso luglio. Il 9 agosto scorso, il giudice del lavoro di Melfi ha accolto il ricorso della Fiom e ha disposto il reintegro dei tre dipendenti. Venerdì i legali della Fiat hanno depositato il ricorso contro tale decisione, che sarà discusso a partire dal prossimo 6 ottobre.


Redazione online
21 agosto 2010




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Francia, coppia scopre per caso della morte del figlio al funerale di un parente

Quotidianonet

Appena terminata la cerimonia di sepoltura del congiunto, marito e moglie vengono allertati da una nipote che li indica una tomba vicina: è quella del figlio morto, a loro insaputa, un mese e mezzo prima


Parigi, 21 agosto 2010


Vanno al funerale di un parente e, nello stesso cimitero, si imbattono casualmente nella tomba del figlio, di cui non avevano più notizie da alcune settimane. E' quanto successo nel nord della Francia a una coppia che non sospettava neppure della morte del figlio, che aveva 42 anni e - a loro insaputa - era stato seppellito dalle autorità nella fossa comune. Il fatto è accaduto a Hellemmes.

Josiane Vermeersh, appena terminata la cerimonia di sepoltura del fratello di 54 anni, viene allertata da una nipote, che le indica una tomba vicina, settore ''indigenti''. C'è scritto Olivier Langlet, proprio come il figlio della donna, e non c'è foto. In breve, la donna scopre che si tratta proprio di lui, morto il 5 luglio dopo essere andato via da casa. Lo faceva di solito, era un tipo solitario, capace di non avere contatti con nessuno per settimane. ''Anche un cane ha diritto a una sepoltura migliore - ha protestato la Vermeersh - voglio sapere cosa non ha funzionato, come è possibile che non siamo stati avvertiti''. La polizia assicura di aver fatto una breve inchiesta fra chi conosceva il defunto e di aver scorso i numeri del suo telefono cellulare, senza risultato. E' stata avviata un'inchiesta per accertare eventuali responsabilità, mentre i genitori del defunto stanno già organizzando vere esequie per il figlio.





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Cosenza, anziano picchiato da autista Gli altri passeggeri lo lasciano solo a terra

Corriere della sera

Il questore: facile e gratuito criticare sulla sicurezza
ma questa dovrebbe appartenere anche ai cittadini

 

MILANO - Un trauma cranico, una frattura alla mascella, allo zigomo e ai polsi. Un anziano di 78 anni è stato ridotto così - tra l'indifferenza degli altri passeggeri - da un autista di autobus di Cosenza. L'aggressore, Osvaldo Renzelli, 49 anni, è stato fermato ed è accusato di lesioni.

IL VIDEO - A incastrarlo, il filmato registrato dalla telecamera di sorveglianza di un negozio vicino. Nel video si vede l’autista scendere dall'autobus e colpire la sua vittima. Nessuno interviene. Soltanto quando l'anziano cade, due passeggeri si avvicinano a controllarne le condizioni, per poi lasciarlo di nuovo sola a terra. A soccorrerlo e accompagnarlo in ospedale, è alla fine un'auto di passaggio. All’origine del gesto, secondo la polizia, futili motivi. Il questore di Cosenza, Alfredo Anzalone, ha criticato il comportamento degli altri passeggeri: «È facile e gratuito attaccare sulla sicurezza, ma questa non appartiene solo ai poliziotti bensì a tutti i cittadini». 

Redazione online
21 agosto 2010

 

Svezia: cadono le accuse di stupro contro Assange

Corriere della sera

La procura di Stoccolma ritira il mandato di arresto: «Non ci sono elementi»




STOCCOLMA - È durato poche ore il mandato di arresto emesso dalla procura svedese nei confronti d Julian Assange, fondatore del sito Wikileaks, specializzato nella diffusione di documenti riservati, accusato di stupro e molestie sessuali da due giovani donne. La stessa procura ha ritirato il provvedimento affermando che le accuse sono «infondate».


ACCUSE - In precedenza gli stessi investigatori avevano affermato che «Assange è ricercato per due ragioni differenti, una di queste è per stupro», aveva detto il direttore della comunicazioni della procura di Stoccolma, Karin Rosander. Assange era stato in Svezia la settimana scorsa e in una conferenza stampa nella capitale aveva annunciato l'intenzione di pubblicare altri 15 mila documenti militari confidenziali sulla guerra in Afghanistan. «Possiamo confermare che è ricercato», aveva precisato Rosander, spiegando che il mandato era partito la scorsa notte e che ci sono due capi di imputazione, uno per stupro e l'altro per molestie.


DUE EPISODI SEPARATI - Le due donne che accusano Assange, di cui non si conoscono i nomi o la nazionalità, hanno un'età compresa tra i 20 e i 30 anni. Una delle due si sarebbe accompagnata con Assange la settimana scorsa in una casa del quartiere Sodermalm di Stoccolma, l'altra lo avrebbe incontrato a Enköping martedì. Il primo episodio - stando a quanto riferito da fonti della procura - sarebbe avvenuto sabato scorso in un appartamento nel centro della capitale svedese. Qui Assange avrebbe incontrato una ragazza e l’avrebbe aggredita. Lo stupro, invece, sarebbe stato commesso a Enköping, dove il fondatore di WikiLeaks avrebbe passato del tempo con una seconda ragazza.

Video

«TUTTO FALSO» - Con un’email inviata al quotidiano Dagens Nyheter e un messaggio su Twitter Assange aveva respinto ogni accusa, sottolineando di non essere stato ancora «contattato dalla polizia. Tutte le accuse sono false. Perché queste accuse emergano proprio ora è una domanda interessante» ha aggiunto Assange. In un'intervista rilasciata nei giorni scorsi al giornale Svenska Dagbladet, Assange aveva spiegato di aver scelto la Svezia per ospitare diversi server del suo sito perché ha buone leggi che tutelano la privacy.


Redazione online
21 agosto 2010



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Benevento, presa coppia di usurai Interessi del 360 per cento in un anno

IL Mattino

 

BENEVENTO (21 agosto) - Secondo il suo racconto avrebbe pagato interessi annui del 360 per cento e sarebbe stato minacciato. Così un quarantaduenne di Paduli (Benevento) ha denunciato una coppia di è stata arrestata dagli uomini della Squadra Mobile di Benevento. In manette sono finiti Vincenzo Coviello (52 anni) di Benevento e la sua convivente, Mirela Anusca (41), originaria della Romania. Un'altra storia di usura in Campania, dove il fenomeno si fa sempre più frequente e devastante per la crisi economica e occupazionale della regione

La vittima, secondo quanto finora ricostruito, da circa due anni era finito sotto usura dopo aver chiesto un prestito di mille euro a Coviello. A fronte di questo prestito, ricevuto nel settembre del 2008, la vittima è stata costretta a versare mensilmente, a solo titolo di interessi, la somma di 300 euro, pari ad un interesse annuo del 360%.


Negli ultimi mesi, però, l'uomo non è stato più in grado di far fronte ai pagamenti concordati tanto che qualche settimana fa, presso la sua abitazione, sarebbe stato minacciato da Coviello, unitamente alla donna e ad altre persone in corso di identificazione. Di qui la denuncia della vittima che ha portato all'arresto della coppia di usurai rinchiusi nel carcere di Capodimonte di Benevento.





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Canada, 13 orsi a guardia del campo di marijuana

IL Mattino

 

TORONTO (20 agosto) - La polizia canadese ha smantellato una piantagione di marijuana nella provincia della British Columbia dove a fare la guardia gli agenti hanno trovato una decina di orsi bruni. Sotto accusa una donna, che avrebbe cresciuto e addestrato gli orsi-guardiani per anni. Ora le autorità si chiedono cosa degli poveri animali, che potrebbero essere abbattuti perchè troppo abituati a stare in contatto con gli umani e quindi inadatti a vivere in libertà. Nella British Columbia sono in molti a battersi per legalizzare la marijuana. Esiste perfino un partito federale, il Marijuana Party, che non ha una vera e propria piattaforma politica: i suoi aderenti infatti avere qualsiasi convinzione politiche ma devono avere come obbiettivo la legalizzazione della marijuana.








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Fini - Tulliani: è giallo anche sulla casa di Roma

Libero





Tulliani-Fini atto secondo. Non solo Montecarlo, anche sulla residenza romana della coppia c'è un giallo. Riguarda le abitazioni dove il nucleo familiare allargato (comprende anche gli suoceri, Francesca Frau e Sergio Tulliani) risiede, nel comprensorio di Valcannuta. Almeno due appartamenti - dei molteplici in possesso alla famiglia Tulliani - appartenevano a Katape srl, ex immobiliare dell’Associazione Calcio Perugia  di Luciano Gaucci, il quale ebbe una relazione con la Tulliani.
Prima del fallimento quei fabbricati furono trasferiti ai Tulliani dall’immobiliare del Perugia e la stessa società prima del crack risulta venditrice all’interno dello stesso comprensorio, al medesimo numero civico dove oggi abita la famiglia Fini, a un altro Tulliani, Massimiliano, nato a Roma nel 1972 e presumibilmente legato da rapporti di parentela con il resto della nuova famiglia Fini.

Gli atti sono depositati presso Sister, banca dati del catasto e il numero di appartamenti e box auto rilevati dalla Valbo srl (l’azienda che ha costruito il complesso di Valcannuta) fu così consistente che la Katape dovette chiedere anche un mutuo all’Ubae per 1,6 milioni. Alla banca dati del catasto risulta un contratto di regolare acquisto dalla immobiliare del Perugia calcio da parte dei suoceri di Fini. Ma su quel contratto - in assenza di spiegazioni dirette da parte della famiglia che fin qui si è rifiutata di chiarire l’origine delle proprie ricchezze e dei propri investimenti - non è indicata alcuna cifra per la transazione.

La prima compravendita è avvenuta davanti al notaio Antonio Politi di Roma il 7 giugno 2002. Ma nel bilancio di Katape Srl di quell’anno non si trova traccia della vendita. Il mistero s'infittisce. Non è la prova del nove della versione di Gaucci sull’intestazione fiduciaria (e non vendita) dei propri immobili ai Tulliani, ma si avvicina parecchio e alimenta ancora di più il giallo. Per altro, quando nel novembre 2005 fu dichiarato dal tribunale di Roma il fallimento dell’Ac Perugia dei Gaucci, fu notificato ai Tulliani un decreto di sequestro preventivo del loro appartamento.

A richiederlo al Tribunale di Roma fu il nucleo provinciale di polizia tributaria e l’atto fu firmato il 3 febbraio 2006. Il sequestro preventivo riguardava tutti gli immobili un tempo appartenuti a Katape Srl, fra cui quelli di papà e mamma Tulliani e di

MassimilianoTulliani che l’aveva acquistato da pochi mesi. Il sequestro ha avuto parziale revoca il 19 giugno, il 26 giugno e il 3 agosto del 2006, e poi si sono perse le tracce del provvedimento collegato ai vari filoni di indagine sul fallimento del Perugia Calcio. Ma la macchina della giustizia, per quanto lenta, non ha distolto la sua attenzione da casa Tulliani. Il 6 marzo 2010 il Tribunale di Perugia ha emesso una sentenza-decreto di sequestro giudiziario della quote della Katape srl «in accoglimento del ricorso presentato nell’interesse della curatela del fallimento dell’Associazione calcio Perugia spa». Il sequestro è stato materialmente effettuato il successivo 15 marzo.



21/08/2010






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E la Tulliani nel "tesoretto" ha anche cinque supercar

IL Tempo

Bionda e veloce. Il fratello ha la Ferrari in garage, lei si contende nella lite con Gaucci una Mercedes, un'Audi, una Mini e due Porsche, di cui una utilizzata anche da Giancarlo.


CASE È l'estate del mattone



Nell'estate super cafona dei Tullianos a regnare è sua maestà la «machina». Con una «C» sola, alla romana. Tamarre, metalizzate, berline, city car...il parco è servito e ce n'è per tutti gusti. Non per tutti i portafogli. Per averle bisogna essere molto ricchi oppure essere le fidanzate di uno molto ricco oppure essere i cognati, i padri o le madri di uno molto ricco. Ed ecco che spuntano fuori i cavalli, non quelli del principe azzurro che esiste solo nelle favole. Nella vita vera bisogna tenere il motore su giri e soprattutto farsi intestare tutto. Come bene insegna Elisabetta Tulliani che dalla relazione con Luciano Gaucci ha portato a casa attici, soffitte, box, appartamenti, terreni, quote di società di calcio, quadri d'autore e gioielli. I beni mobili e immobili sono tutti contenuti nell'atto di citazione presentato al Tribunale di Roma dai legali di Gaucci contro la Ely, suo fratello Giancarlo, papà Sergio e mamma Francesca lo scorso 22 ottobre 2009.

«L'attico di via Sardegna, poi il terreno nel Reatino, quello con immobili a Capranica Prenestina, la casa dove vive con Fini, le auto per tutta la famiglia, i quadri. Mamma mia, non mi ci fate pensare», aveva tuonato a inizio agosto l'ex presidente del Perugia dal buen retiro di Santo Domingo in un'intervista allo stesso settimanale. Dal garage dei Tulliani finora era spuntata solo la Ferrari 458 Italia insaponata all'autolavaggio di Montecarlo da «Er Pomata», come chiamano nella Capitale il cognatino di Fini. Motore da 570 cavalli, doppia frizione, 7 marce e velocità massima di 325 km/h. Costo 197 mila euro. Scura, che fa più aggressivo. Ricercatissima: le prime consegne sono state fatte a metà del gennaio scorso e la lista d'attesa è lunghissima. Impossibile aspettare tanto che il rampante Giancarlo, secondo indiscrezioni raccolte dal Riformista, avrebbe chiesto al potente cognato di fare uno squillo all'amico Luca Cordero di Montezemolo. Per accorciare i tempi e mettersi subito al volante, tronfio, accanto alla fidanzata bionda d'ordinanza. Ma adesso dall'elenco del tesoro di Ely, rivendicato dall'ex e pubblicato da Panorama, saltano fuori altre cinque «machine».


Due Porsche, una Mercedes, un'Audi e una Mini Morris. Tutte acquistate all'autosalone Autocentri Balduina, di via Appia a Roma. E ovviamente tutte intestate alla Tulliani. Chissà come sfrecciava la Ely, capelli al vento, su e giù per il raccordo anulare. E chissà ai semafori che fischi a quella bionda sulla Porsche. Due, perché una serviva al fratello Giancarlo che ci arrivava allo stadio per seguire gli allenamenti della Viterbese facendosi ridere dietro dai tifosi. Impossibile poi rinunciare a Audi e Mercedes per le occasioni istituzionali, come le feste in ambasciata o le cene in trattoria da «Nando al pallone» dove i Tullianos portavano gli amici della lobby italoamericana. E la Mini per fare shopping in centro (mica la spesa al supermercato, sia mai) o andare dal parrucchiere (con la Porsche dopo ci si spettina). Anche se i soliti maligni della Capitale sussurranno che a viaggiare in Mini fosse soprattutto la «regina madre» Francesca Frau.


Nell'elenco finito sul banco del giudice manca una bella Corvette rosa o il suv bianco, nuova frontiera del cafone arricchito. Ma ormai è passato qualche anno da quando la Ely e Lucianone si sono lasciati, non c'è stato il tempo di seguire le ultime tendenze. E manca anche un'altra «machina», la Bmw del pensionato Enel, Sergio. Gaucci sostiene di avergliela regalata lui. Che sia vero o meno, di certo il padre della Ely è stato più volte avvistato mentre la posteggiava nel parcheggio della Camera dei deputati. I Tullianos che «non devono chiedere mai» come in quella vecchia pubblicità del dopobarba, fanno tornare in mente la moglie del professor Alfeo Sassaroli di Amici Miei: chi se la prendeva, doveva portarsi a casa tutto il «blocco», cane Birillo compreso. E il «blocco» finito sulle spalle del nuovo Rambaldo Melandri, che oggi di lavoro non fa l'architetto ma il presidente della Camera, non si accontenta certo di viaggiare in Panda.


Camilla Conti
21/08/2010




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Bruxelles: ''I rom, cittadini europei a tutti gli effetti''

Repubblica

Dura la critica della Commissione Europea alla Francia per i rimpatri in Romania: "I nomadi hanno pieno diritto di circolare in tutta l'Unione, devono essere rispettati" 

di Daniela Accadia

A Roma per perdersi basta seguire il segnale

IL Tempo


Viaggio tra le bizzarie dei cartelli stradali della capitale. Indicazioni a go-go che spariscono proprio quando servono di più.


Ciclista in una selva di segnali stradali


«Scusi, per l’Auditorium?». All’ignaro turista in visita nella Capitale si potrebbe rispondere: «Segua i cartelli» (visto che è uno dei luoghi della città più segnalato). Ma sarebbe una cattiveria. Perché a Roma, spesso, se segui i cartelli ti perdi. I romani ormai ci hanno fatto l'abitudine: per spostarsi in città meglio contare su esperienza o intuito. Ma un turista che viene per la prima volta nella città eterna incapperà in segnali obsoleti, che indicano una direzione per poi sparire all'improvviso o che non tengono presenti divieti di accesso, zone a traffico limitato, eventuali lavori in corso. Ci siamo idealmente travestiti da turisti per un giorno ed ecco il risultato. Iniziamo proprio dall'Auditorium. Partiamo dal quartiere Prati, via Leone IV. La scritta indica di andare dritto, all'incrocio con via della Giuliana un altro cartello questa volta direzione sinistra, poi più nulla. Attraversiamo l'incrocio con Ponte Duca D'Aosta, proseguiamo dritto fino a viale di Tor di Quinto finché incrociamo un altro segnale che indica la Salaria a destra e la via Flaminia dritto.

E l'Auditorium? A questo punto non resta che fare inversione di marcia per evitare di trovarci sul Raccordo e a un tratto, su viale dello Stadio Olimpico, riappare un cartello «Auditorium» nella direzione esattamente opposta a quella indicataci in partenza. Decidiamo comunque di seguirla e ci ritroviamo in Prati, ma della scritta Auditorium non c'è più traccia. Cambiamo destinazione e proviamo a raggiungere lo zoo, altro luogo tra i più segnalati di Roma. Piazza Numa Pompilio. Il cartello indica dritto verso piazza di Porta Capena dove però subito c'è un incrocio (possiamo andare dritto o a destra) e lo zoo non è più segnalato.

Praticamente già ci siamo persi, ma diciamo che, volendo seguire l'ultima indicazione, continuiamo dritti. Fiancheggiamo il Circo Massimo lungo via dei Cerchi e arriviamo a un incrocio dove continua a non esserci l'indicazione zoo. Proseguiamo ancora dritti e sbuchiamo davanti all'anagrafe fino al varco ztl. A questo punto bisogna girare a destra per Vico Iugario, rifare il giro e, sorpresa, ci ritroviamo all'incrocio precedente. Con il sudore che scivola sulle tempie, questa volta invece di andare a destra proseguiamo dritti per via dell'Ara di Ercole, fino all'incrocio con via della Greca. L'unica indicazione manda a destra verso l'autostrada per Firenze e a sinistra per Napoli, ma proprio in quella direzione, come un miraggio, riappare l'indicazione zoo.

La seguiamo, sicuri di aver ritrovato la strada. Invece, arrivati davanti alla Fao, il cartello scompare di nuovo nonostante ci sia un incrocio. Giriamo per caso a sinistra ed ecco che rispunta la scritta per il Bioparco che invita ad andare su via dei Cerchi facendoci così tornare su una strada già percorsa. Praticamente abbiamo fatto il classico giro di Peppe. L'incrocio di via dell'Ara d'Ercole con via della Greca è fondamentale per perdersi anche per chi deve prendere l'autostrada. Un cartello in direzione della Fao indica le autostrade per Napoli, L'Aquila e Fiumicino e in direzione opposta per Firenze. Ma, arrivati proprio davanti alla Fao, il segnale sparisce. Casualmente arriviamo a Piazzale Numa Pompilio dove riappare il cartello autostrade, stavolta solo per Napoli. Dove sono finite le indicazioni per L'Aquila e Fiumicino? Il turista, a questo punto, sarebbe legittimato a gettare la spugna. Come la getterebbe se arrivando dall'autostrada A 24 per entrare a Roma, dovesse prendere la Tangenziale direzione Salaria.

A causa dei lavori, la rampa di accesso è chiusa. E questo è segnalato bene, i problemi nascono quando all'ultima uscita dall'autostrada è indicata a destra la viabilità alternativa per raggiungere la Tangenziale nella direzione voluta. Ma, appena usciti, di questa indicazione non c'è più traccia. E se il «nostro» ipotetico turista volesse raggiungere il centro dall'Appia Pignatelli? Non gli andrebbe meglio. Un cartello indica, infatti, di proseguire dritto, così facciamo per circa dieci minuti di strada. Arrivati davanti a Porta San Sebastiano le uniche due indicazioni che troviamo sono entrambe per l'autostrada, ma il centro dov'è? Giriamo casualmente a destra e non ci sono cartelli, ancora un incrocio, ancora nessuna indicazione e andiamo a sinistra dove riappare la scritta centro. L'indicazione l'abbiamo ritrovata, ma è solo grazie all'intuito romano.


Damiana Verucci
21/08/2010


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Lo "sceriffo" dell'autostrada sorpassa con pistola in pugno

IL Tempo


Tarquinia, voleva intimidire un automobilista lento. Ha terrorizzato anche una donna incinta. L'uomo è stato accusato di minacce, sequestrata l'arma.


In auto con la pistola


Automobilista, corridore e pure pistolero. A 200 chilometri orari ha puntato la pistola all'altro conducente, con una donna incinta accanto, colpevole di andare troppo piano. Scene da Far west autostradale, sull'A12 Roma-Civitavecchia, costate a un giovane imprenditore romano dello spettacolo una denuncia dal commissariato di polizia di Tarquinia per minaccia a mano armata. È successo l'altra sera. L'autista dall'acceleratore facile ha 31 anni, è un leader nel suo settore: ha una ditta che mette in piedi le strutture per eventi e concerti.

Guida un'Audi R6 station wagon nera. È un bolide. Vicino a lui, seduto sul sedile davanti, c'è un suo collaboratore. Sull'autostrada l'Audi sfreccia che è una bellezza. Le vetture in viaggio non sono molte e l'imprenditore va, sorpassa, non rallenta. Fino a che non trova davanti a sé un altro conducente, su un'altra auto non certo potente come la sua. Lui pare corresse a circa 200 chilometri orari quando si è piazzato dietro la «lumaca» che invece andava a 120. Il conducente dell'Audi si spazientisce in fretta. Non ci sta a ridurre la velocità, a costringere il bolide a ruggire senza scattare. Allora lampeggia coi fari, chiede di avere spazio. L'altro tarda, non passa subito all'altra corsia.

Quello continua a cliccare con gli abbaglianti avvicinando il muso dell'Audi al retro della vettura-lumaca come uno squalo giocherebbe con la sua preda prima di sbranarla. Alla fine la vettura a 120 orari sterza a destra, ora l'Audi può sorpassare. E lo fa. Solo che l'imprenditore, prima di spingere sull'acceleratore come un forsennato, al conducente incontrato per caso vuole dare un messaggio, una lezione: quando le due auto sono appaiate, lui estrae la pistola e la punta in direzione del volto dell'altro, che resta sbigottito insieme alla moglie incinta che gli siede accanto.

L'imprenditore sarà pure un pistolero, ma il conducente-lumaca non ci sta a subire la prepotenza. Chiama il 113 e dà numero di targa e modello dell'auto del pistolero al volante. All'altezza di Tarquinia, al chilometro 90 dell'A12, le volanti del commissariato e della Stradale organizzano un posto di blocco. Fermano l'imprenditore, l'autista-lumaca lo riconosce e scattano denuncia per minaccia a mano armata e sequestro di pistola e porto d'armi. Il pistolero coi poliziotti sminuisce: «Volevo scherzare».


Fabio DI Chio
21/08/2010




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Il sardo che inventò i siciliani E' morto ieri Tiberio Murgia

L'unione Sarda


Il  sardo che inventò i siciliani E' morto ieri Tiberio Murgia
Tiberio Murgia

È morto ieri a 81 anni Tiberio Murgia, uno dei più popolari caratteristi del cinema italiano. Sardo di Oristano per una vita è stato identificato col siciliano geloso e acchiappafemmine, un ruolo che gli aveva inventato Monicelli per il film 'I soliti ignoti'. Da alcuni mesi malato, Murgia si è spento in una casa di cura per anziani a Tolfa.

Anche adesso qualcuno, dopo 155 film in 50 anni di carriera, si stupirà: "ma come, non era siciliano?". Nossignori, Tiberio Murgia era sardo, sardissimo: natali a Oristano, classe 1929 e l'Isola portata sempre nel cuore o, comunque, denunciata col suo portamento irsuto, sospettoso, poche parole e occhiate torve. Tutta colpa di quel geniaccio di Mario Monicelli che nel 1958 cercava una faccia sicula da aggiungere al drappello di ladri sfigati - Gassman, Mastroianni, Salvadori, Capannelle e il maestro Totò - de I soliti ignoti . L'aveva già adocchiato al ristorante Il re degli Amici, in via della Croce a Roma, quel volto smunto, quel gesticolare secco in un corpo magro e nervoso. Tiberio Murgia lì lavorava come lavapiatti e nelle ore libere faceva il cane da punta in piazza di Spagna, «per cuccare le donne sarde a servizio», così raccontava lui. Monicelli lo fece seguire e convocare a Cinecittà per un provino. Tiberio non conosceva il mondo del cinema, figurarsi il significato della parola provino: comunque fu caricato e portato al cospetto del regista, messo in mezzo ad altre nove facce prese dalla strada («erano tutti siciliani») e sottoposto al test per lunghi giorni. Franco Cristaldi, il produttore, voleva un altro, un siciliano. Monicelli si impuntò: lui, Tiberio Murgia doveva essere Ferribotte. E vinse.

Da allora la vita di quel sardo ignoto, catapultato a Roma in cerca di lavoro (ma anche fedifrago per tradimenti familiari), cambiò drasticamente. Anzi, non subito: perché Tibero dopo aver girato il film era ritornato al lavoro, sotto padrone, e non si capacitava delle battute in siciliano che la gente gli rovesciava per la strada. Non capiva, de I soliti ignoti non sapeva niente anche perché il titolo del film dove lui si aspettava di vedersi sullo schermo era Le madame , che fu invece censurato perché giudicato irriguardoso verso le forze dell'ordine. Finché la produzione, dopo averlo cercato perfino in Sardegna, non lo rintracciò, gli fece firmare uno di seguito all'altro tre contratti milionari - «dieci milioni per l'esattezza, mai visti tanti soldi», ricordava - e il sardo ignoto divenne noto: un divo del cinema.

Meglio, il re dei caratteristi. Perché il ruolo di siciliano geloso, possessivo, cornuto, baffetto malandrino, capelli neri tirati a lucido, mascella sbilenca, portamento altero gli è rimasto appiccicato, un marchio che ha finito per divorarlo, renderlo prigioniero - dal cinema alla tv alla pubblicità - di quel cliché. Solo due volte nei 155 film girati (mai da protagonista) è stato sardo: pastore in due inquadrature di Attila flagello di Dio e buffo sequestratore, capo delle Brigate Pecorine, nel parodistico Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento . Il resto, un siculo perfetto, sempre doppiato (all'inizio da Renato Cominetti), che sbraitava spalancando gli occhi semichiusi o protetti da occhialoni neri, perennemente arrapato davanti a una femmina qualsiasi, pronto a celebri frasi - «peccato di pantalone, pronta assoluzione», «Cammela, componiti», «Femmina piccante, prendila per amante; femmina cuciniera, prendila per mugliera» - spesso condite dall'esclamazione minchia!, con la prima i tirata a lungo.

Curioso, però: un sardo ha reso popolare la Sicilia e la figura stereotipata del siciliano al cinema, prima di Franco e Ciccio e Lando Buzzanca mentre nello stesso anno (1961) in cui Tiberio girava ben 12 film, un siciliano, Vittorio De Seta, faceva grande, ma da un versante nobile, la Sardegna e i sardi con Banditi a Orgosolo .

Paradossi del cinema. Ma paradossale è stata la parabola artistica e umana di Murgia: un'avventura stramba, condita dal suo caratteraccio (sì, nel privato era rigoroso e arrogante) ma in fondo mitigato da un cuor d'oro. Tantissimo cinema negli anni Sessanta (addirittura 50 interpretazioni), poco nei Settanta disperso in commedie sexy e un lento spegnersi nel decennio successivo, con la fine della gloriosa commedia all'italiana e della vocazione del cinema alle facce e ai caratteri regionali. Però il curriculum di Murgia è davvero insolito e ricco. Attraversa i migliori anni del cinema italiano, lavora al fianco di Totò, Sordi, Gassman, Manfredi, Mastroianni, Monica Vitti, Claudia Cardinale. E poi Maurizio Arena, Renato Salvadori, Amedeo Nazzari, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Franchi e Ingrassia, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Adriano Celentano, Paolo Stoppa, Ernesto Calindri, ma anche Alvaro Vitali, Ric e Gian. E con le maggiorate dell'epoca, da Liana Orfei a Gina Rovere e stelline come Gloria Guida. E pure con star straniere, da Victore Mature a Peter Sellers a Louis De Funes. E, oltre Monicelli, diretto da registi come Vittorio De Sica e Nanni Loy.

Certo, i titoli memorabili restano pochi: l'esplosivo esordio nel 1958 con I soliti ignoti e il seguito nel 1960 L'audace colpo dei soliti ignoti (brutta invece la terza puntata I soliti ignoti 20 anni dopo ), ancora due film monicelliani, La grande guerra (1959) e La ragazza con la pistola (1968), poi Costa Azzurra (1959), Le svedesi (1960), Caccia alla volpe (1966). Quello che avanza, ed oltre un centinaio di film, è cinema popolare, di cassetta, comparsate di una manciata di minuti o tre pose. Tiberio è disperso fra parodie ( Rocco e le sorelle , Il giorno più corto , Il figlioccio del padrino , A qualcuna piace calvo ) e musicarelli ( Juke box urli d'amore , I Teddy Boys della canzone , Ma che musica maestro , Mina... fuori la guardia , Fontana di Trevi ), film da spiaggia ( Bellezze sulla spiaggia , Ferragosto in bikini , Follie d'estate ) e commedie in costume ( Il tiranno di Siracusa , Nerone '71 , I baccanali di Tiberio ) e tra il comico e il sentimentale ( Le cameriere , Rififì tra le donne , Uomini e nobiluomini ). Per poi approdare negli anni Settanta al filone erotico ( La soldatessa alla visita militare , La liceale, il diavolo, l'acquasanta , Taxi love , Le notti peccaminose dell'Aretino Pietro , La bella Antonia prima monaca e poi dimonia ) e qualche raro cameo in film d'autore ( La diceria dell'untore ).

Se al personaggio del siciliano aveva fatto l'abbonamento, complice la miopia dei produttori che l'avevano usato e sfruttato così, Tiberio almeno cambiava ruolo: è stato mafioso, vigile, poliziotto, autista, pretoriano, detenuto, capostazione, brigadiere, cowboy, sarto, barbiere ma sempre col suo aplomb rigido, la sbruffoneria sentenziosa che riscattava l'aspetto minuto e tracagnotto, la radice plebea che cercava di mascherare con un atteggiamento - questo davvero naturale - da nobile decaduto.

In fondo, sullo schermo, Murgia ha sempre portato se stesso: la fame patita in Sardegna, terzo di nove figli (quattro maschi, cinque femmine), riscattata con strafottenza proletaria (dopo il successo andò a Oristano attraversando la città in Cadillac e due bonone al fianco) e la conquista faticosa di un lavoro che - prima del mestiere d'attore - lo portò anche con la valigia di cartone a fare il manovale, strillone dell'Unità, ambulante, sguattero, perfino un corso a Roma alla scuola del Pci delle Frattocchie per diventare un “quadro” del partito, tentativo fallito perché lui s'era messo con una compagna e, già sposato, era stato radiato dai vertici.

Ecco, l'altra coincidenza fra vita e arte. Il Tiberio geloso e sciupafemmine ha finito per coincidere col Ferribotte dello schermo, o viceversa. Perché a raccontarla, la sua vicenda umana, è una sceneggiatura picaresca pronta da girare, assomiglia ad uno dei tanti personaggi che ha interpretato. Si è sposato presto, nel 1951, e ha avuto due figli. Ma subito ha inanellato un tradimento dietro l'altro (per questo fuggì da Oristano), anche quando convolò a nozze una seconda volta (solo con rito civile, non riuscì ad avere l'annullamento dalla Sacra Rota) avendo un'altra figlia e pure qualcun altro mai riconosciuto. Tiberio era libertino già da giovane e quando arrivò la dolce vita, cavalcò l'onda senza pensieri, scialacquando denaro in cene e macchine di lusso - perfino una Ferrari che la seconda moglie lo obbligò a rivendere dopo sei mesi - dimenticando che in Sardegna c'erano due bambini tra un piatto di minestra e un orfanatrofio. Ma pur chiuso nel suo egocentrismo, Tiberio aveva il senso della famiglia: per esempio pretese che i figli studiassero, ripeteva che, da ignoranti come lo era lui, nel mondo non si andava da nessuna parte.

Aveva sempre tanti piccoli aneddoti da raccontare sul dietro le quinte del cinema (divertente il racconto della scena in cui bisticciava con la Cardinale, lui la prendeva a parolacce in sardo, lei in francese, tanto non si capivano e Monicelli poi doppiava), ha affidato a un libretto le sue memorie di attore «comunista e credente» ma chissà quanto ha edulcorato e inventato, compresa la storia di quando lui, minatore a Marcinelle, si salvò dalla terribile esplosione di gas perché quella notte si era dato malato, preferendo al trapano il talamo adulterino di una compiacente moglie di un suo collega. Non era vero - e di fronte alla figlia Manuela una volta aveva pure abbozzato - ma faceva parte del suo essere dentro e fuori lo schermo: un meraviglioso bugiardo, un palleri simpatico, e nel profondo onesto. Con Oristano aveva tenuto un rapporto dispettoso, nato dai cosidetti futili motivi, ma era una città che amava e che si ricordò di lui, nel 2005, quando Filippo Martinez gli organizzò un trionfale ritorno a casa e un premio a lui intitolato, dedicato ai caratteristi del cinema, che purtroppo non ha mai avuto seguito.

Tre mesi fa Tiberio, sperduto in una casa di cura per anziani, ci parlava di quella festa, e dell'amore per la sua Sardegna, flash di felicità in una mente già sciacquata dall'Alzheimer. Fumava lentamente, con gusto, il corpo rinsecchito in una giacca slabbrata, qualche battuta sagace all'indirizzo delle giovani badanti con l'aria del tombeur in pensione.Ma sempre col mento in alto, inossidabile Ferribotte, esibendo l'alterigia del sardo che ha fatto il siciliano per una vita.

SERGIO NAITZA






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Hydraulophone, lo strumento che si suona con l'acqua

Repubblica

Basta mettere le dita su dei piccoli getti d’acqua che escono da delle altrettanto piccole aperture poste sul corpo del “pesce” per far uscire un suono simile per molti versi a quello di un flauto o, se si è bravi, di un organo

L'anziana che balla al supermarket: cult sul web

Repubblica

Mentre fa la spesa segue la musica trasmessa nel negozio: boom di contatti su YouTube per il video girato al grande magazzino 

Precedente illustre

di Redazione


C’è chi diventa cardinale e chi si compra una Ferrari (de gustibus...): ad ogni modo, sempre ringraziar la sorella deve. Ci riferiamo al paragone che gli storici del Rinascimento - secondo un’usanza da ombrellone che rinasce a ogni congiura politica - si sono affrettati a proporre tra Giulia Farnese (1474-1524, nella foto, in un ritratto di Raffaello) ed Elisabetta Tulliani. La prima, era bella e fascinosa come la seconda. E come la seconda, a un certo punto della sua vita la Farnese aveva avvicinato - sebbene avesse in corso un fruttuoso matrimonio con il duca Orsino Orsini, noto per i denari e per essere orbo da un’occhio - un uomo di grande potere: Rodrigo Borgia, che per lei maturò una smania sensuale memorabile. Nel 1492, proprio di questi tempi, tra il 10 e l’11 agosto, Rodrigo salì al soglio pontificio col nome di Papa Alessandro VI. Era l’occasione giusta per iniziare a distribuire prebende e benefici alla bella Giulia e, ça va sans dire, a tutto il suo parentado. Ebbene, come ricorda l’Espresso, il primo a beneficiarne fu proprio il fratello di lei e «cognato» del Papa, Alessandro Farnese, che ad appena 25 anni ricevette la porpora cardinalizia. Rossa e splendente, come una Ferrari del nostro secolo. Lo chiamavano «il cardinale della Gonnella».



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Giocatori bestemmiano Parroco sfratta squadra

di Redazione

Ufficialmente lo stop agli allenamenti sarebbe causato dai lavori di ristrutturazione, ma don Domenico Zaggia non nasconde che all’origine della decisione ci sono le troppe bestemmie. Il presidente del Calcio Sant’Elena: "Ingiusto che a pagare siano pochi ragazzì"



 

Sant’Elena (PD) - Il campo parrocchiale è aperto a tutti, ma le regole sono chiare per tutti. E' il ragionamento che probabilmente ha fatto il parroco di Sant’Elena, nel padovano, quando ha preso la decisione di sfrattare dall’impianto da calcio la locale squadra amatoriale. Il motivo? Troppe bestemmie sul campo e quindi un cattivo esempio per gli spettatori e per gli stessi giocatori.


Basta bestemmie In realtà ufficialmente lo stop agli allenamenti sarebbe causato dai lavori di ristrutturazione della struttura, che rendono indisponibili anche gli spogliatoi, ma don Domenico non nasconde che alla base della decisione, come riporta il Mattino di Padova, vi sono le troppe parolacce che volano nelle fasi di gioco più animate.


"E la carità cristiana?" "Secondo il parroco - dice Orfeo Dargenio, presidente del Calcio Sant’Elena 1996 - i giocatori in campo non rispettano l’etica cristiana e sono spesso protagonisti di baruffe". A 15 giorni dall’inizio delle gare, si lamenta Dargenio, "don Zaggia ci mette in serie difficoltà. La carità cristiana insegna il perdono: se negli anni abbiamo sbagliato, non ci sembra giusto che a pagarne le conseguenze siano pochi ragazzi".


"Calcio deve far crescere" Irremovibile per ora il parroco, anche se lascia aperta la porta ad una possibile ricomposizione della vicenda. "Non vogliamo buttar fuori nessuno - precisa - ma vogliamo avviare una riflessione nel mondo dello sport su come deve essere vissuto l’agonismo, sul suo significato più profondo, che non può essere che quello di far crescere le persone".




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La gag sui 2 miliardi. Era il premio al Superenalotto?

di Redazione

Video horror, l’ha ribattezzato il popolo di Youtube. Che alla luce delle ultimissime rivelazioni su Lady Fini, ha rimesso in rete l’ancora cliccatissimo filmato girato anni fa nel castello di Gaucci fra Elisabetta Tulliani e l’allora fidanzato, presidente del Perugia Calcio, l’innamoratissimo Lucianone. Filmato che venne ripreso dalla trasmissione sportiva Controcampo, rilanciato da Striscia la notizia (con successiva ira del neo fidanzato Gianfranco Fini) e da Blob poi. Dopodiché intervennero gli avvocati di lei, e del video non se n’è più saputo nulla per un bel po’, fino a che il sito di Repubblica non l’ha ripescato dall’archivio e l’ha divulgato urbi et orbi grazie anche alla delazione gossippara di Dagospia.

Oggi il video-soap torna di moda, per un passaggio di quello struggente botta e risposta che iniziava così. Gaucci: (sottofondo musica di Beautiful) «Elisabetta, se ti va vieni a fare una gita nel castello, alla sala Sforza». Ancora. «Sono un fatalista, pensando al fatto che eri compagna di scuola di mio figlio Alessandro, destino ha voluto che ci incontrassimo e ci amassimo». E Lei, Elisabetta: «Sì, è questione di destino. Tu mi hai subito colpito». Oppure. Gaucci: «Elisabetta cosa leggi?». Tulliani: «Una grande storia d’amore». G: «Ah, ma lo sai che potrei essere tuo padre?»”. T: «E allora io potrei essere tua figlia». G: «E per fortuna non lo sei…».

Lo scambio di battute su cui stanno ragionando gli avvocati di Gaucci alle prese con la questione della vincita da due miliardi al Superenalotto, è però il seguente: (immagine sui due ex fidanzati accanto a un’automobile di lusso). Tulliani: «Che bel gioiello, è?». Gaucci: «A proposito di gioiello. C’è un giocatore che vuole due miliardi in più di ingaggio. Che cosa vuoi che io faccia? L’ingaggio del giocatore o un gioiello per te?». T: «Fai tutti e due...». G: «Ma poi i miliardi diventano quattro». Ecco, questo riferimento ai due miliardi potrebbe riferirsi, secondo l’entourage di Gaucci, proprio alla super vincita contestata.




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Quell’affarista che lega Fini a Montecarlo e al re delle slot

di Pierangelo Maurizio


C’è uno strano filo che si intesse nella ragnatela grazie alla quale l’appartamento di Montecarlo dal patrimonio di An è finito nelle disponibilità del «cognato» Giancarlo Tulliani. La società che ha acquistato il quartierino monegasco, la Printemps Ltd, per poi rivenderlo a un’altra società fantasma, la Timara Ltd, tutte e due con lo stesso indirizzo nell’isola di Santa Lucia ai Caraibi, è rappresentata da tal James Walfenzao.

Il quale però rappresenta anche Francesco Corallo e la sua quota di maggioranza nella galassia dell’Atlantis World Group, con sale da gioco ai Caraibi e a Santo Domingo e una girandola di società da far girare la testa, tra le quali il ramo italiano, l’ex Atlantis Giocolegale ltd, sede a Londra, da un anno ribattezzata Bplus, che si occupa con strepitoso successo di slot machine e video poker.

Con tanti specialisti nel gestire società ombra nel Principato o ai Caraibi, per far accasare il giovane Tulliani proprio alla rete di esperti dell’Atlantis ci si doveva affidare? La domanda - la prima di una serie - non è peregrina. Queste sono compagnie di giro molto particolari. Non ci si entra per caso, data la natura degli affari che si trattano e il massimo di riservatezza richiesta tanto ai fruitori che ai fornitori di questi servizi particolari. La vicenda è nota, ma i vari pezzi sono rimasti come sospesi nell’aria resa incandescente dall’affaire dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14. Proviamo allora a riprendere il filo.

Che riparte da un Ferragosto di sei anni fa, 2004, come passa il tempo... Dal punto in cui il grande amico di Fini, Amedeo Laboccetta, porta a cena da Corallo al Beach Plaza, l’hotel dell’Atlantis World Casino a Saint Martin, Antille Olandesi, il presidente di An, la di lui allora moglie Daniela. All’epoca, quando la foto ricordo della serata finisce sull’Espresso, Fini può ancora permettersi di corrucciare le labbra e far dire al portavoce: «È notorio che al presidente Fini piace praticare le immersioni subacquee. Fini non ha nulla a che fare con il signor Corallo».

Adesso, a sei anni di distanza, sotto la pressione dell’affaire monegasco Amedeo Laboccetta ha rivelato un particolare rimasto finora inedito. Nella trasferta caraibica c’era anche Checchino. Checchino chi? Francesco «Checchino» Cosimi Prioetti, l’uomo di fiducia di Gianfranco Fini. Ora, ed è la seconda domanda, per fare il sub nelle acque cristalline dei Caraibi che bisogno c’è di tirarsi dietro il segretario particolare, il tuttofare fidato? Oppure è al seguito perché si parla anche - non solo, anche - d’affari?

Adesso bisogna fare un piccolo passo indietro. Al 12 marzo 2004. L’allora ministro dell’Economia nel governo Berlusconi, Domenico Siniscalco, passa alla storia per il decreto ministeriale che introduce in Italia «il gioco con partecipazione a distanza», vale a dire videopoker, slot machine e ogni possibile scommessa online. Un affarone - quello di trasformare ogni bar, ritrovo, circolo in una bisca - su cui si sono fiondati i Ds, con i Bingo a partire dall’inizio degli Anni Duemila, e i vertici di Alleanza nazionale con «il gioco a distanza».

I primi con alterne fortune, i secondi pare con maggiore successo.
Il 15 luglio 2004 l’Atlantis world group of companies ottiene dalla Aams (i Monopoli di Stato) una delle dieci concessioni per il «gioco con partecipazione a distanza». Laboccetta dirà che, al momento della vacanza ai Caraibi con il presidente Fini, neppure sapeva che il gruppo di Francesco Corallo era diventato uno dei concessionari delle «newslot» (si chiamano così in gergo).

Comunque, di ritorno dalla trasferta caraibica Amedeo Laboccetta, perito tecnico, figura storica prima del Msi e poi di An a Napoli, viene nominato rappresentante in Italia dell’Atlantis group. Difenderà strenuamente, rintuzzando sospetti, annunciando diffide, il gruppo fino al 2008 quando viene eletto deputato e, come ha ripetuto più volte in questi giorni, «ho lasciato ogni incarico nelle società».

Ecco la terza domanda. Atlantis in Italia ha solo uno strapuntino, il gruppo ha sede legale in Olanda, base operativa nei Caraibi, il ramo che si occupa di giochi a distanza in Italia è registrato a Londra. Come ha potuto nel nostro Paese, in barba agli altri concessionari tutti italiani, nomi come Snai e Lottomatica, in pochi mesi fare la parte del leone, acquisire - come vantano i diretti interessati - il 30 per cento del mercato?

Naturalmente non c’è rosa senza spine. Gli affari vanno a gonfie vele, anche troppo. Se non fosse per quei rompiscatole della Guardia di finanza. Il Gat (il Gruppo antifrodi telematiche) accerta che delle 200mila macchinette installate in Italia solo una su tre è collegata al cervellone della Sogei (la società informatica pubblica che raccoglie i dati sul volume delle giocate e calcola il «preu», cioè il prelievo erariale unico che i concessionari devono versare allo Stato pari al 13,5%). Dal 2004 al 2006 il monte-giocate ufficiale è stato di 15,4 miliardi di euro.

Una cifra enorme. Ma ancora più impressionante è l’ammontare reale dei soldi che gli italiani avrebbero riversato nelle slot machine secondo le Fiamme gialle: 43,5 miliardi. 28,1 miliardi di euro sono spariti nel nulla. Il 70 per cento del prelievo fiscale è stato evaso. La Corte dei Conti chiede ai concessionari, tra tasse evase e sanzioni, 98 miliardi di euro, l’equivalente di tre Finanziarie. Ma finora non hanno pagato un centesimo.
Le sanzioni più pesanti, 31 miliardi, riguardano proprio l’Atlantis group, che secondo le contestazioni si è reso colpevole delle infrazioni più gravi.

I soldi però non spariscono, tutt’al più, come dice Giulio Tremonti, cambiano di tasca. E dove è finita quella massa enorme di denaro? La Guardia di finanza un’idea precisa ce l’ha.
Ma a salvare i concessionari e a tenere afflosciato lo scandalo ci pensa il governo Prodi. Del resto, l’interesse al gioco è trasversale. La Gdf, per non far torto a nessuno, fa lo screening anche alle sale bingo, dove il Pds ha una sorta di monopolio, e compila un elenco di società in cui a detenere le azioni sono addirittura cordate di federazioni pidiessine. Ma succedono cose molto strane. L’allora ministro alle Finanze Vincenzo Visco nel giugno 2006 sull’affare delle newslot affida, in gran segreto, una commissione d’inchiesta al sottosegretario Alfiero Grandi.

La commissione finisce i lavori il 23 marzo 2007. Il rapporto, esplosivo, però non viene divulgato. A renderlo pubblico con un’inchiesta dettagliata e coraggiosa sono due giornalisti Ferruccio Sansa e Marco Menduni del Secolo XIX. La conferenza stampa indetta dalla Finanza salta all’ultimo momento. Del rapporto della commissione Grandi vengono stilate due versioni: in quella definitiva scompare ogni riferimento alla criminalità organizzata. Alfiero Grandi, ex sindacalista Cgil, sinistra Pds, fa una virata a 180 gradi. Si arriva al grottesco per cui i deputati partecipano alle audizioni dei vertici dei Monopoli alla commissione Finanze della Camera senza avere materialmente la relazione in mano. Testo che tuttora è praticamente introvabile.

Ai concessionari andrebbe revocata immediatamente la concessione, visto che, come recita il decreto ministeriale, il contratto appunto pone a carico loro la correttezza dei dati sulle giocate trasmessi all’amministrazione finanziaria. A proteggere i loro interessi e non quelli dell’erario provvede il governo di Romano Prodi. Come? Introducendo nella Finanziaria per il 2008 un codicillo che, semplicemente, cambia i termini dell’accordo tra Monopoli e concessionari. Il giocattolo - e i quattrini, tanti - sono salvi.
Resta in piedi, nonostante le pressioni enormi, il processo innescato dalla Corte dei conti, comunque diluito e rinviato per quattro anni.


pierangelo.maurizio@alice.it



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L'inchiesta, quante case hanno Fini e Tulliani? Gaucci aiuta i pm a scovare l’impero "scippato"

di Redazione

In Procura a Perugia la lista dei beni rivendicati dall’ex fidanzato della Tulliani: case, auto, quadri e gioielli. Lui giura: ho i testimoni che tutto apparteneva a me. Tra gli immobili contestati, anche quello dove ora vivono Fini e signora. E che potrebbe finire confiscato 



 

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Roma

Case, terreni, automobili, quadri e orologi. Beni immobili e mobili (oltre alla «celebre» vincita miliardaria al Superenalotto, la cui paternità è contesa) nella disponibilità dei «Tullianos», ma dei quali Luciano Gaucci rivendica la proprietà. Proprio le «memorie» di Lucianone - carte segrete nelle quali l’ex patron del Perugia snocciola gli elementi del patrimonio di Elisabetta Tulliani e dei suoi parenti, a suo dire intestati alla famiglia dell’ex fidanzata ma pagati da lui stesso - arricchiranno presto il fascicolo d’inchiesta assegnato al pm del capoluogo umbro Antonella Duchini dal procuratore facente funzioni, Giuliano Mignini. Fascicolo aperto, d’altra parte, proprio per le dichiarazioni rilasciate da Gaucci alla stampa nelle ultime settimane, dichiarazioni con le quali l’imprenditore, che ora vive a Santo Domingo, rivendica la proprietà di quei beni.


Al momento l’iscrizione è a modello 45. Sarà la Duchini, che ha già seguito l’inchiesta per bancarotta a carico dell’ex presidente della squadra umbra, e che due giorni fa era al lavoro nel suo ufficio in procura, a decidere i prossimi passi. Di certo, la nuova indagine è strettamente connessa a quella per il crac del Perugia calcio di Gaucci. Se si dimostrasse che quei beni erano suoi, potrebbero finire in tutto o in parte per essere confiscati, perché sottratti indebitamente al patrimonio dell’allora indagato Gaucci. E tra questi quindi anche la casa romana nella quale oggi Elisabetta abita insieme al presidente della Camera, Gianfranco Fini.


Il legale di Lucianone, che su quelle proprietà è già al lavoro con indagini difensive, ha manifestato la sua intenzione di mettere i risultati a disposizione del pm Duchini. Carte che riprendono in parte il procedimento civile pendente a Roma. Così come quel puntuale elenco dei «beni contestati», redatto da Lucianone. Eccolo qui, casa per casa, caso per caso. Con tanto di testimoni che potrebbero provare che Gaucci ha ragione.


L’ex patron di Perugia, Viterbese, Sambenedettese e Catania, dunque, fa i nomi di Barbara Del Duca, Umberto Macellari, Laura Calcani, Giovanni Bruno, Mario Bianchi, Pasquale Carvelli, Franco Maiuri e Antonio Ammente come testi in grado di provare che «l’acquisto dell’appartamento di via Sardegna, 22, Roma (attico di 4 vani intestato a Elisabetta Tulliani, ndr) fu trattato direttamente da Luciano Gaucci; fu precedentemente visitato dallo stesso, che si è ivi recato accompagnato dalla sua segretaria Barbara Del Duca e dall’autista Umberto Macellari; fu quindi dallo stesso acquistato dalla signora Laura Calcani e pagato con assegni tratti sul conto corrente del Gaucci e, quindi, intestato fiduciariamente a Elisabetta Tulliani; fu ristrutturato a spese del Gaucci e con operai da lui ingaggiati; fu arredato a cura e spese dello stesso Gaucci».


E in queste carte, presto a Perugia, c’è una ricostruzione simile anche per le tante case dei Tulliani di via Conforti, nella zona di Valcannuta, a Roma, in una delle quali Elisabetta vive con Fini. Cinque appartamenti più varie pertinenze che «facevano parte di un lotto di 22 appartamenti, oltre a soffitte, box e posti auto all’aperto, e furono acquistati, quando ancora erano in costruzione, ma stavano per essere ultimati, da Luciano Gaucci, il quale trattò direttamente l’acquisto con l’imprenditore Bonifaci, e con i suoi incaricati Emanuele Caserio e Giovanni Casson, amministratore della società ValBo srl, alla quale i detti immobili erano formalmente intestati». E così, «man mano che venivano completati, il signor Luciano Gaucci indicava le persone fisiche o giuridiche a cui intestarli, dando le relative disposizioni al Bonifaci o all’amministratore della società Valbo srl, sia per quanto riguarda le rifiniture sia per quanto riguarda i soggetti fisici o giuridici cui dovevano essere intestati». 


A dimostrare che quelle case erano in realtà di Gaucci, secondo l’imprenditore, dovrebbero essere appunto i «protagonisti» della compravendita: Bonifaci e Casson, ma anche l’avvocato Giovanni Bruno e i suoi collaboratori Macellari, Carvelli e Del Duca. Testimoni del fatto «che in tale contesto Gaucci diede disposizioni di intestare gli immobili del capo 3 (due appartamenti per 10,5 vani, quelli in cui ora abita anche Fini, più due soffitte, due box, e due posti auto, ndr) a Elisabetta Tulliani; gli immobili al capo 4 (un appartamento di 4,5 vani più soffitta, box e posto auto, ndr) a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta; gli immobili di cui al capo 5, che precedentemente erano stati intestati, sempre su disposizione di Gaucci, alla società Katape del Gruppo Gaucci, all’uopo costituita e amministrata da Barbara Del Duca, e gli immobili di cui al capo 6 (complessivamente due appartamenti per un totale di 8 vani, più 2 soffitte e un box, ndr), furono intestati ai coniugi Sergio Tulliani e Francesca Frau, genitori di Elisabetta Tulliani». 


E Gaucci rivendica anche di aver provveduto ad arredare le due case di Elisabetta (accorpate nel 2004) e «in parte» anche le altre. Così come, spiegano ancora le carte dell’ex fidanzato di Elisabetta, anche «i rapporti con l’amministratore del condominio» delle case di Valcannuta «sono stati sempre tenuti e curati dall’amministrazione del Gruppo Gaucci (...) il quale ha sempre provveduto fino a giugno 2005 a pagare ogni onere condominiale e fiscale».


C’è un punto che interesserà molto il pm Duchini, che il fallimento del Perugia calcio lo conosce bene. Quello in cui si spiega che, a pagare tutte le case, comprese quelle intestate ai Tulliani, insiste Lucianone, è stato «interamente» lui, con denaro che «proveniva in parte da una vincita all’Enalotto di 2,2 miliardi di lire, giocata presso la tabaccheria «Fortuna ’93» di via Merulana, 266, e in parte da un prestito dalla banca Wbae Arab alla società di calcio Perugia e da questa girato al signor Luciano Gaucci». Passi la schedina. Ma se fosse provato che soldi del fallito Perugia sono serviti a finanziare quegli acquisti, i tetti dei Tulliani (e di Fini) non sarebbero più così solidi.





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La difesa di Tulliani: società offshore? Non c'entro

Corriere della sera

Il cognato di Fini e i sospetti sulla casa: perdono tempo, non troveranno nulla perché non c'è nulla

CENTRODESTRA - IL CASO

Il cognato di Fini e i sospetti sulla casa: perdono tempo, non troveranno nulla perché non c'è nulla

DAL NOSTRO INVIATO


Luciano Gaucci con l'allora compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei Giancarlo
Luciano Gaucci con l'allora compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei Giancarlo
MONTECARLO Dal suo rifugio anti-giornalisti Giancarlo Tulliani parla soltanto con pochi fidatissimi amici: «Stanno perdendo il loro tempo — dice —. Possono continuare a cercare all'infinito, non troveranno mai nulla perché non c'è nulla da trovare». Ce l'ha con chi insinua che il suo nome sia legato alla Printemps o alla Timara, le due società offshore che hanno avuto o hanno a che fare con l'appartamento dello scandalo. Parliamo sempre della stessa casa: i 70 metri quadrati al piano rialzato del numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte, in un palazzo che si chiama Palais Milton, a cinquecento metri dal casinò, a cento dalla stazione di Montecarlo. È l'appartamento che Alleanza nazionale ha avuto in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni e che nel 2008 fu prima venduto alla Printemps Ltd e poi da questa ceduta alla Timara Ltd che ora, appunto, l'ha concessa in affitto a Giancarlo Tulliani.


Lui, 34 anni, è il fratello di Elisabetta, la compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. Ed è stato proprio Fini a far sapere che «Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni».

Non sono noti i passaggi fra quella segnalazione e il contratto d'affitto ottenuto da Tulliani proprio per i 70 metri di Palais Milton. E il silenzio dei diretti interessati non fa che alimentare ipotesi e sospetti. Per esempio sull'interesse diretto e personale che il cognato del presidente potrebbe aver avuto nella vendita della casa se risultasse in qualche modo legato alle due società dell'isola caraibica di Santa Lucia. «Fango, solo fango» racconta lui agli amici.

«Io non ho mai avuto nessun ruolo in quelle società, né ufficiale e tanto meno occulto. Chi insinua il contrario lo fa in malafede». In famiglia, un paio di giorni fa, era circolata una versione mai diventata ufficiale ma nemmeno mai smentita: Giancarlo avrebbe spiegato che l'affitto di Montecarlo sarebbe una sorta di «provvigione» per l'intermediazione svolta per la vendita dell'appartamento monegasco. Una specie di favore, un riconoscimento per la sua opera di mediatore. Lui cercava una casa in affitto per mettere radici e aprire un'attività nel settore immobiliare a Montecarlo e la Timara lo avrebbe aiutato affidandogli quell'appartamento un tempo appartenuto ad Alleanza Nazionale e per il quale «viene pagato un regolare e congruo affitto», come spiegarono i suoi avvocati all'inizio dello scandalo.


Di tutta la vicenda monegasca sua sorella Elisabetta e il presidente Fini conoscono ogni dettaglio. «Ci sono delle cose da spiegare, lo so. Ma non vi preoccupate, chiarisco tutto io» li aveva rassicurati lo stesso Tulliani qualche giorno fa. Dalle sue tormentate vacanze, Fini intanto sta mettendo a punto la difesa dopo aver fissato la linea assieme all'avvocato-amica Giulia Bongiorno. Il presidente della Camera starebbe lavorando a una memoria per ripercorrere ogni passo di questa storia che — dopo il comunicato ufficiale diffuso l'8 agosto — sa bene di dover di nuovo affrontare, prima o poi, pubblicamente.


Giusi Fasano
21 agosto 2010



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Le parolacce e la libertà d'espressione»

Corriere della sera

Caro direttore,

Claudio Magris, nell'editoriale pubblicato ieri in prima pagina, accusa me e un paio di colleghi di maggioranza, di essere persone volgari, scurrili, di violare le regole del vivere civile. Nei miei confronti l'autore chiede una punizione esemplare, addirittura sanzioni automatiche, per aver usato, in una recente intervista, la parola «merda» riferendomi all'onorevole Fini.


Sono innanzitutto stupita che uno scrittore, che dicono aver sfiorato il premio Nobel, invochi la censura e il ripristino dell'inquisizione, il tribunale che nel Medioevo infiggeva pene corporali nei confronti di chi fosse stato sorpreso a pronunciare parole indicibili. Magris però distingue. Ci sono parolacce d'autore che hanno diritto di cittadinanza, quelle pronunciate, scritte e urlate dalla casta che lui rappresenta, cioè quella degli intellettuali.
Le stesse, però, in bocca al popolo (l'unica casta alla quale mi sento di appartenere) diventano volgarità da punire. Le prime sono addirittura espressione di nobiltà perché - scrive - l'intellettuale è in grado di usarle come reazioni innanzi a pericoli o infamie intollerabili. 

Evidentemente, per lui, il fatto che il presidente della Camera venda a una società di un paradiso fiscale una casa non sua e che poi questa finisca al cognato non è una infamia, il fatto che non spieghi non è un pericolo per la trasparenza e la dignità dell'istituzione che rappresenta. Io invece ritengo la cosa gravissima e quindi rivendico la licenza poetica che Magris concede a Dante, Gadda e Benigni. Su questo (e solo su questo) la penso come il filosofo Herbert Marcuse, che sdoganò il turpiloquio politico per privare i capi dell'alone ipocrita di pubblici servitori che hanno a cuore solo gli interessi della comunità.

Trovo poi sospetto che Magris, uomo politicamente di parte (fu senatore con la sinistra prodiana), metta al rogo solo persone del centrodestra e non abbia sentito il bisogno di indignarsi quando a insultare pesantemente sono stati suoi colleghi di sinistra, come Romano Prodi (vaffanculo in aula a un collega), Bersani (Gelmini rompicoglioni), D'Alema (vai a farti fottere al condirettore del «Giornale») e via dicendo. Già sospetto dei moralisti, da quelli a corrente alternata poi è meglio stare alla larga, perché, come scrive Magris, a una certa età ognuno è responsabile della sua faccia. E la sua non mi piace. Rivendico la mia libertà di espressione e la mia dignità, perché, come scrisse John H. Jackson, padre della moderna neurologia, «colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece di una freccia è stato il fondatore della civiltà».

Ringrazio la signora Santanchè per l'attenzione e per la sua lettera che conferma il mio articolo. (c. m.)


Daniela Santanchè
21 agosto 2010



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