lunedì 23 agosto 2010

Fresca era ll'aria a Posillipo, ma adesso i residenti temono l'olezzo dei vespasiani

Corriere del Mezzogiorno

Protesta per l'installazione (in corso) di bagni pubblici nello spazio verde intitolato al poeta di Era de' maggio




NAPOLI – Contro la decisione del Comune di installare due chioschi destinati a «cessi pubblici», recita - senza mezzi termini - l’informativa affissa dai residenti al civico 148 di piazza Salvatore di Giacomo, è stata inoltrata regolare protesta agli organi pubblici interessati.

Vespasiani a Posillipo: le foto

Una reazione spontanea che nasce all’indomani della decisione da parte dell’amministrazione comunale di impiantare due gabinetti pubblici nelle aiuole antistanti le abitazioni residenziali.


LA PROTESTA - «È il colpo di grazia inferto ad una piazza simbolo del quartiere troppo spesso bistrattata e dimenticata» è il commento amareggiato di Maurizio, residente posillipino. «Non dico di non mettere i bagni pubblici – continua - ma di interrarli affinché non si propaghi il cattivo odore fin su negli appartamenti». Una decisone troppo difficile da giustificare per i posillipini quella dei bagni pubblici sotto casa. Intanto i lavori per la messa in opera dei chioschi continuano e i residenti dei civici interessati fanno quadrato per difendere il loro parco inviando esposti agli enti interessati.
FONTANA STORICA FATISCENTE - Ma il vero simbolo del degrado del giardino sono i resti di una antica fontana monumentale, la “fontana degli Incanti” detta anche della “coccovaja” commissionata dal vicerè don Pedro de Toledo nel XVI secolo e spostata da piazza mercato a posillipo a seguito delle demolizioni del risanamento. Da più di 30 anni dalle sue bocche non ha mai zampillato neppure una goccia d'acqua e al suo interno si raccolgono soltanto sporcizia e cartacce.
«FRESCA ERA ALL’ARIA» – Per ironia della sorte a poca distanza dall’aiuola che ospiterà i nuovi bagni pubblici, una lapide ricorda i versi della celebre canzone «era de maggio» scritta dal poeta napoletano a cui la piazza deve il toponimo. «Fresca era ll'aria e tutto lu ciardino addurava de rose a ciente passe»; del balsamico e celebre profumo di rose odorose e ciliegie purtroppo in piazza Salvatore di Giacomo da tempo non se ne ha più ricordo; a breve rose e fiori saranno prontamente sostituite da altri e meno pregevoli “odori”.



Antonio Cangiano
23 agosto 2010





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Melfi, gli operai reintegrati se ne vanno "Non ci fanno lavorare in fabbrica"

Il Tempo


I tre lavoratori licenziati e poi riammessi dal tribunale rientrano in azienda, che gli offre una saletta sindacale ma gli preclude la catena di montaggio. La Fiom: pronti alla denuncia penale della Fiat.


Gli operai della Fiat Sata di San Nicola di Melfi (Potenza)  all'ingresso in fabbrica


I lavoratori come i dipendenti Fiat dello stabilimento di Pomigliano, che hanno chiuso un accordo per garantire "una maggiore produttività del lavoro", per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi "acquisiscono anche il titolo a condividere un domani il risultato delle loro fatiche non solo in termini di salario fisso contrattuale ma anche in una misura collegata con i risultati dell'attività aziendale". Il ministro lo ha detto, a margine del meeting di Rimini, commentando la richiesta lanciata ieri dal leader della Cisl Raffaele Bonanni per forme di partecipazione alla gestione dei dipendenti del Lingotto. "Meno Stato e più società - ha ribadito Sacconi - significa per esempio Pomigliano, un grande investimento che si realizza non con un incentivo pubblico ma con un incentivo realizzato sulla base della disponibilità dei lavoratori ad una maggiore produttività".

MINORANZE E BLOCCO DELLA PRODUZIONE - Su Melfi "c'è una vicenda che riguarda alcune persone e ci sono processi giudiziari in corso e quindi non mi esprimo. Un magistrato si è pronunciato", ha detto il ministro, che ha aggiunto: "Mi stupisco di coloro che si stupiscono della prima sentenza. Una novità sarebbe stata una sentenza diversa". Quindi Sacconi ha detto di "rispettare la dimensione giudiziaria". E quanto al 'sabotaggio' "deciderà il giudice". Ma per il ministro del Welfare "in questa vicenda c'è una dimensione politica". E si è posto una domanda: "Può un singolo lavoratore bloccare la produzione anche nell'ambito di uno sciopero programmato? Su questo punto sarebbe importante che tutte le organizzazioni dicessero che sul piano teorico non è giusto fermare un carrello. Vorrei che lo dicessero". Gli strali di Sacconi erano soprattutto diretti alla Fiom: "Di questa dimensione politica, e la cosa mi stupisce, la Fiom non ne ha mai parlato. Una minoranza di lavoratori può bloccare la produzione? Può esserci un atto di questo tipo?".
 

"CI VOGLIONO RELEGARE IN UNA STANZETTA" - I tre operai licenziati a Melfi e reintegrati dal giudice del lavoro sono rientrati oggi in azienda. Erano stati accusati di aver bloccato la produzione durante una manifestazione, poi sono stati reintegrati dal giudice del lavoro. Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli sono entrati nello stabilimento Fiat di Melfi anche se gli è stato impedito l'accesso alle postazioni nella catena di montaggio. Dopo meno di un'ora e mezza dal loro ingresso in fabbrica i tre sono usciti dai cancelli della Fiat di Melfi. L'azienda ha deciso di corrispondere lo stipendio ma di non farli lavorare fino al 6 ottobre, data dell'appello davanti al giudice del lavoro.

L'azienda ha messo a loro disposizione una saletta per l'espletamento delle prerogative sindacali ma non ha consentito di riprendere la loro mansione alle linee di montaggio. "Ci volevano relegare in una stanzetta predisposta all'attività sindacale - hanno detto le tre tute blu - non dando piena attuazione alla sentenza del giudice del lavoro che aveva predisposto il nostro totale reintegro". "La Fiat - ha detto il legale degli operai, l'avvocato Lina Gruosso - continua a mantenere un atteggiamento antisindacale.  Il provvedimento emesso dal giudice - ha aggiunto Gruosso - prevedeva il reintegro totale dei lavoratori negli stessi ruoli e nelle medesime postazioni che avevano prima della sospensione. Continueremo - ha concluso - a portare avanti la nostra battaglia anche in sede legale".

FIOM: PRONTI ALLA DENUNCIA PENALE - I responsabili dello stabilimento e la controparte dei lavoratori hanno verbalizzato la posizione della Fiat, che ha proposto ai tre operai di restare nella sala dell'Rsu per tutto il tempo dei turni. La decisione dell'azienda è stata respinta dai lavoratori e dal sindacato, che hanno deciso di ricorrere nuovamente alla giustizia. Una denuncia penale per la mancata osservanza della sentenza del tribunale e una richiesta al giudice del lavoro di precisare le modalità di attuazione del decreto di reintegro dei tre lavoratori: doppio binario giudiziario quello che la Fiom intende perseguire per costringere il Lingotto a reintegrare nelle linee di montaggio Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli.





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IL thè in bottiglia è poco sano. Meglio quello naturale

Libero





Il in bottiglia non è sano quanto quello naturale. È questo il verdetto di alcuni ricercatori della società biotecnologica “WallGen”: sembra che la bevanda confezionata non contiene la quantità di polifenoli, le sostanze antiossidanti associate a diversi benefici sulla salute, che tanto pubblicizzano i produttori. Proprio il tè che è la seconda bevanda più consumata al mondo dopo l'acqua. I risultati della ricerca sono stati presentati al convegno nazionale dell’American Chemical Society, in corso in questi giorni a Boston.


Duqnue proprio l’impossibilità di preparare questa bevanda in certe situazioni, ha portato all’aumento di prodotti imbottigliati che, sostanzialmente, tendono a essere più attraenti per i consumatori, con sapori e gusti diversi e meno amari rispetto all’infusione pura e semplice.


«I consumatori capiscono molto bene che il consumo di tè e di altri prodotti hanno benefici per la salute - ha detto Li Shiming, autore dello studio - tuttavia esiste un ampio divario tra la percezione dei benefici del consumo di tè e la quantità di nutrienti sani, come i polifenoli, che si trovano nel prodotto confezionato. La nostra analisi ha determinato che in questo caso il contenuto di polifenoli è estremamente basso». Già in un rapporto del 2006 del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, era emerso che il tè verde istantaneo contiene una quantità trascurabile di EGC, epigallo catechina, ossia la sostanza attiva che compone la pianta.


Lo studio coordinato da Li ha avvertito che il contenuto di polifenoli del tè imbottigliato e già pronto non supera i 10milligrammi, mentre una tazza tradizionale di tè ne contiene dai 50 ai 150. Questo perché i polifenoli, nonostante tutti i benefici, hanno due grossi svantaggi: sono amari e astringenti. Così i produttori spesso scelgono di ridurne il contenuto per ottenere un sapore piacevole al palato e per far questo, ha spiegato Li, «il modo più semplice è quello di aggiungere meno di tè» e quindi diminuire la presenza delle sostanze che rendono la bevanda benefica per la salute.


23/08/2010




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Fiat, gli operai reintegrati a Melfi entrati in fabbrica con gli avvocati

Il Mattino

Sacconi: anche i lavoratori partecipino agli utili
Epifani: Marchionne danneggia la società



 

ROMA (23 agosto) - Al cambio turno, i tre operai della Fiat di Melfi - Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli - licenziati dal Lingotto e poi reintegrati dal giudice del lavoro sono entrati nello stabilimento nonostante l'invito del Lingotto a restare a casa. I tre operai sono accompagnati dagli avvocati e da un ufficiale giudiziario, Francesco D'Arcangelo.


L'ingresso dei tre operai è stato accompagnato da un forte applauso degli altri lavoratori che stanno entrando per il turno delle ore 14. Dopo aver passato il tornello, Barozzino, Lamorte e Pignatelli si sono fermati nella cabina dove vi sono i sorveglianti.


«Aspettiamo di rientrare al lavoro e speriamo che, alla fine, la Fiat, accetti la decisione del giudice», ha detto Barozzino. «Il nostro auspicio - ha aggiunto, parlando anche a nome degli altri due operai - è che tutto rientri presto nei canoni, ma le cose bisogna farle in due. Noi vogliamo solo tornare al lavoro e con il nostro lavoro meritarci lo stipendio».


Tensione a Melfi. I tre operai del Lingotto licenziati e poi reintegrati dal giudice avevano annunciato che sarebbero andati in fabbrica, nonostante il telegramma in cui l'azienda affermava che «non intende avvalersi delle loro prestazioni», pur garantendo la retribuzione sino a quando sarà discusso il ricorso sul loro reintegro.


Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi intanto fa sapere di condividere la proposta del leader della Cisl Raffaele Bonanni per una partecipazione dei lavoratori agli utili della Fiat. «Parlare di meno Stato e più società - osserva il ministro del Welfare a Rimini al Meeting di Cl - significa parlare di Pomigliano, di un grande investimento che si realizza non con un incentivo pubblico ma con quanto è realizzato dalla disponibilità dei lavoratori ad una maggiore produttività. A mio avviso, questi lavoratori acquisiscono il titolo a condividere un domani i risultati delle loro fatiche non solo in termini di salario fisso contrattuale, ma anche di salario collegato ai risultati dell'attività aziendale».


Epifani: Marchionne danneggia l'azienda. Intervistato da Repubblica intanto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, rileva che «all'inizio Marchionne appariva come un manager moderno che intendeva valorizzare i lavoratori e gli stessi sindacati. E per questo aveva suscitato interesse e una diffusa simpatia. Oggi si ripresenta invece l'immagine della vecchia Fiat che chiede di scambiare il lavoro con la negazione di alcuni diritti.
Penso che così facendo si finisca per danneggiare la stessa immagine dell'azienda», ha detto il leader della Cgil. «Non si può giocare con la vita delle persone», ha aggiunto.


Quanto allo scontro in atto Epifani sottolinea che «per la Cgil è inevitabile difendere diritti, come quello di sciopero o la malattia, che sono dei lavoratori, di tutti i lavoratori presi uno per uno. Non sono diritti nella disponibilità dei sindacati. I sindacati possono e devono contrattare turni e organizzazione del lavoro. E io sono perché si contratti fino in fondo e con grande disponibilità soprattutto in casi, com'è quello della Fiat, in cui l'azienda dichiara di voler realizzare ingenti investimenti».





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Napoletano prende la grappa e scappa Ruba merce per 18mila euro: fermato

Corriere del Mezzogiorno

Truffata una ditta di Alba: l'uomo si era spacciato per imprenditore «acquistando» liquori e formaggi


Prendi la grappa e scappa. È accaduto ad Alba e protagonista del furto è un pregiudicato napoletano. è andata così: l'uomo ha ritirato da una ditta di enogastronomia piemontese prodotti per 18 mila euro poi sparisce senza pagare. Subito rintracciato, è stato e denunciato dai carabinieri. Il fatto risale a fine luglio: spacciatosi per imprenditore del settore delle eccellenze alimentari ed enologiche con una rete di vendita su tutto il territorio nazionale, l'uomo si è presentato al titolare di una ditta albese dimostrandosi molto interessato all’acquisto di formaggi, grappe, vini ed altri prodotti enogastronomici abbastanza costosi. A garanzia della sua persona ha presentato la sua partita Iva (poi rivelatasi inesistente), biglietti da visita ed altra documentazione che al controllo sono però risultati falsi. In tal modo si è fatto consegnare regolarmente in tre tranche, prodotti per un valore complessivo di 18 mila euro.


LA FUGA - Soldi che però non sono mai stati versati. L’acquirente si è volatilizzato. I suoi recapiti telefonici fissi e mobili sono risultati inesistenti. Solo a quel punto il commerciante albese ha compreso di essere stato raggirato e si è rivolge ai carabinieri della Compagnia di Alba. Grazie ad alcune tracce lasciate dal truffatore (numero di targa dell’ auto con cui si era presentato nel punto vendita albese, dati relativi alle utenze cellulari poi cessate, etc.) sono riusciti ad identificarlo. Si tratta di un pregiudicato napoletano di 40 anni, già noto alle forze dell’ordine per essere l’autore di numerose truffe ad aziende.


DENUNCIA - È stato denunciato per truffa ed insolvenza fraudolenta. Ma della merce non c'èera già più traccia. La vittima del raggiro non ha potuto far altro che chiedere il risarcimento dei danni subiti.


23 agosto 2010






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Lo spazzino raccoglie sabbia e spazzatura per ributtarle in spiaggia

Il Mattino

Guardate questo spazzino sul lungomare di Agropoli. Raccoglie la sabbia mista ad altra sporcizia sul marciapiedi e poi che fa? Ributta tutto nella spiaggia sottostante.


Lettera firmata
(22 agosto)









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Spagna, torero incornato alla gola È gravissimo

Il Mattino

 

MADRID (23 agosto) - Il torero spagnolo Sergio Aguilar è rimasto gravemente ferito durante una corrida a Bilbao, nel nord della Spagna, quando un toro lo ha colpito alla gola penetrando con una delle due corna fino al palato.

Aguilar, 30 anni, dopo l'incidente perdeva abbondantemente sangue ed è stato soccorso subito dai medici presenti sul posto prima di essere trasportato d'urgenza all'ospedale della città basca ed essere sottoposto a un intervento chirurgico. Quanto accaduto oggi a Bilbao ricorda un incidente simile avvenuto lo scorso maggio di cui era rimasto vittima Julio Aparicio.


Anche lui era stato colpito alla gola e una delle corna del coro gli era uscita dalla bocca. L'impressionante scena era stata fotografata, ripresa da varie televisioni ed era finita su tutti i principali siti Internet. Aparicio si era miracolosamente salvato.











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Usa, software predice se un ex carcerato commetterà altri crimini

Quotidianonet

Non è il ‘Precrimen’ di ‘Minority Riport’, ma ci si avvicina molto. Un programma, già usato a Baltimora e Filadelfia, sarà impiegato a Washington per valutare se un detenuto libero in prova tornerà a commettere un crimine



Washington, 23 agosto 2010 - Non è ancora la ‘Precrimen’ prevista da Philip K. DIck in ‘Minority Riport’, ma ci si avvicina molto. Un software, già usato a Baltimora e Filadelfia, sarà impiegato a Washington per valutare se un detenuto rilasciato in prova tornerà a commettere un crimine.
Sviluppato dal professore Richard Berk dell’Universita della Pennsylvania, il programma nel caso di Washington individuerà anche quale crimine l’ex detenuto commetterà.
Il software aiuterà gli agenti a graduare il tipo di controllo da riservare alle persone rilasciate per buona condotta. Dopo aver accumulato un database di oltre 60.000 criminali rilasciati, usando un algoritmo di sua invezione, il professore Berk, riesce a calcolare la quota di persone che hanno maggiori chance di macchiarsi di un nuovo crimine: invece di individuare un possibile recidivo su 100 il sistema di Berk ne identifica 8 su 100.




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Operai cinesi controllati al bagno: non più di 400 minuti al mese

Il Messaggero


SHANGHAI (23 agosto) - Controlli anche su quanti minuti al mese gli operai trascorrono alla toilette: un'azienda privata cinese di Nanchino, nella provincia dello Jiangsu, ha installato nella propria fabbrica un sofisticatissimo congegno che consente di controllare tutte le attività dei dipendenti, evidenziando ogni loro errore e facendone rapporto automatico ai vertici dell'azienda. Ogni qual volta un impiegato fa un errore il sistema emette un allarme e l'impiegato viene richiamato, e in alcuni casi multato.

L'azienda ha per esempio stabilito che i suoi impiegati ed operai non possano trascorrere alla toilette, in totale, più di 400 minuti al mese. Alla fine del mese un rapporto evidenzia il numero dei minuti trascorsi in bagno da ciascuno. Secondo quanto riportato dalla stampa locale cinese e da alcuni blog, questo mese, ad esempio, 13 persone che avevano ecceduto di meno di 50 minuti il limite massimo sono stati ammoniti verbalmente e avvisati che, se ripeteranno l'errore, il mese prossimo verranno multati con uno yuan per ogni minuto extra; cinque persone che avevano trascorso tra 450 e 499 minuti in bagno sono stati multati con 50 yuan (sempre con l'avviso della multa di 1 yuan al minuto dal prossimo mese). Una sola persona, che aveva raggiunto i 512 minuti, oltre ad essere stata severamente ammonita, è stata multata con 100 yuan avvertendola che, ripetendo l'errore, potrebbe anche perdere il posto di lavoro.

Tutto viene controllato: ammoniti e multati anche gli operai che non si lavano le mani prima dei pasti, che non spengono la luce o l'aria condizionata prima di lasciare il dormitorio, non indossano correttamente le divise, usano i cellulari di servizio per conversazioni private e altro. «Ormai sanno tutto di noi, non c'è più nulla di privato» ha commentato esasperato un dipendente mentre cominciano a diffondersi voci di dipendenti che stanno pensando di licenziarsi. Il sistema di sorveglianza è stato pensato e progettato dal proprietario dell'azienda. È costituito da un telefono 3G dato in dotazione ad ogni dipendente. Gli schermi a circuito chiuso controllano tutti i movimenti degli impiegati e se ravvisano comportamenti errati emettono ordini ai telefonini che fanno scattare l'allarme.




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Maniero libero: oggi vende casalinghi

IL Mattino di Padova

Scade il soggiorno obbligato, l'ex boss chiude il conto con la giustizia. Oggi, con un altro nome, fa l’imprenditore e il 2 settembre compirà 56 anni. L’avvocato Balduin: «È una persona molto provata»


di Roberta De Rossi




VENEZIA. Il 2 settembre festeggerà il suo 56esimo compleanno da uomo libero. Anche se di carcere vero, in questi anni ne ha fatto davvero poco Felice Maniero da Campolongo Maggiore, il più famoso criminale che il Nordest abbia mai partorito, capace di trasfigurare in mito mediatico una storia personale da bandito e omicida: sette i delitti per i quali è stato condannato, 5 quelli ammessi.

Con la fine dell'ultima misura restrittiva del soggiorno obbligato, oggi Maniero - già da anni libero di muoversi per lavoro - chiude il suo conto con la giustizia. È un uomo certamente diverso - imprenditore, vende casalinghi, un figlio piccolo, la tragedia di una figlia morta suicida, un nuovo nome - ma tra il 1980 e il 1995 è stato un capo banda scaltro e sanguinario, capace di realizzare un'impresa del crimine di stampo mafioso in salsa nordest, alimentata da assalti, estorsioni, droga, ricatti allo Stato, rapimenti, traffico di armi.

Colpi come la rapina da due miliardi di lire all'aeroporto Marco Polo (1983) e quella ai danni del Casinò del Lido di Venezia (1984); la rapina al treno Milano-Padova, a Vigonza (1990), nel corso della quale morì una giovane universitaria di Conegliano; il furto dei gioielli della Madonna Nicopeja nella Basilica di San Marco e la rapina della reliquia del mento di Sant'Antonio nella basilica di Padova (1991). Un'attività difesa con il sangue di chi osava sfidarne l'autorità, pentito o concorrente che fosse. Temerario e scaltro anche al punto da pianificare attentamente il suo «pentimento», con il quale si assicurerà una riduzione di pena da 25 a 17 anni.

Il capo della mafia del Brenta viene arrestato nell'agosto del 1993, sul suo yacht al largo di Capri: pochi mesi dopo è protagonista di una clamorosa evasione dal carcere di Padova. Gli investigatori, caparbi, lo riarrestano a Torino, nel novembre del 1994: a quel punto, Maniero fa due conti e decide di collaborare, contribuendo a smantellare la «sua» banda e chiudere un'epoca criminale. Per un po', però, non rinuncia alle spacconerie che avevano fatto la fortuna di «Faccia d'angelo», soprannome che è già spacconeria di per sé.

Così se nel 1994, durante un processo, si fece servire in gabbia spaghetti all'astice e prosecco; e, ancora, nel marzo del 2000 gli venne revocato il programma di protezione perché sorpreso a bordo di un'auto sportiva fiammante. Bravata con la quale si giocò la nuova identità: fuori dal programma, il suo nuovo nome fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Negli ultimi anni, il cambiamento, segnato dalla tragedia di una figlia suicida. Ma il mito mediatico non finisce di alimentarsi: a giorni le riprese del film di Andrea Porporati ispirato all'autobiografia «Una storia criminale», scritta da Maniero con il giornalista Andrea Pasqualetto, che segue una docu-fiction di Iannelli-Fattori per La7. Ma quanto Maniero sia davvero una «persona nuova» non è in grado di dirlo neppure il suo avvocato, Gian Mario Balduin, che all'Ansa racconta di «una persona molto provata, ma per sapere quanto "nuova" bisognerebbe conoscerlo a fondo». Pentito? «Dal punto di vista giuridico sì, da quello pratico lo sa solo lui».



(23 agosto 2010)




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Una tigre nel Palazzo

Il Tempo


Elisabetta Tulliani reagisce e se Fini tace lei querela e attacca. "Screditata per ragioni politiche".




Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini, in vacanza ad  Ansedonia


La Tulliani si riferisce all'ormai celebre vincita all'Enalotto ma anche alle abitazioni della sua famiglia. Inoltre sottolinea di aver già dato mandato ai suoi legali «di assumere ogni iniziativa giudiziaria in sede civile e penale nei confronti di Luciano Gaucci nonché del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero e Il Giornale». Proprio ieri l'ex presidente del Perugia ribadiva le sue posizioni in un'intervista sul quotidiano diretto da Vittorio Feltri. 


Lei si fa sentire: «Alcune ricostruzioni fornite in questi giorni da organi di stampa su immobili di mia proprietà sono frutto di una scelta deliberata di ignorare l'evidenza al fine di gettare discredito sulla mia persona per intuibili ragioni politiche». Ecco la verità di Elisabetta: «È falso che l'appartamento ove attualmente dimoro sia stato acquistato dal Gaucci o da società del Perugia calcio. È invece documentalmente provato che l'appartamento in questione, sito in via Conforti 52, scala D, era della Valbo srl e che quindi ho acquistato da questa società». 


È inoltre «falso - continua la Tulliani - che il miniappartamento acquistato dalla Katape, di cui sono proprietari i miei genitori e non io, sia attualmente oggetto di azioni giudiziarie: infatti a seguito di una sentenza della Cassazione è stata già accertata la legittimità dell'acquisto». Per quanto riguarda l'Enalotto, Elisabetta precisa: «È falso che il Gaucci vanti diritti su una vincita essendo anche in questo caso documentato che la vincita è di mia esclusiva pertinenza. 


Trattandosi di fatti incontrovertibili è intollerabile - conclude - che Gaucci finga di ignorare la realtà nel disperato tentativo di ribaltare gli esiti giudiziari. Al contempo è gravissimo che certa stampa amplifichi le sue mendaci dichiarazioni omettendo ogni forma di controllo». Insomma, la Tulliani reagisce e lo fa senza mezzi termini. Da Il Giornale replicano: «Su una vicenda controversa i giornali normalmente sentono le diverse parti in causa e pubblicano le loro testimonianze. 


Prontissimi a farlo anche con la signora Tulliani e con il signor Gianfranco Fini, al quale da tempo Il Giornale chiede chiarimenti sulla casa di Montecarlo. A entrambi mettiamo a disposizione le nostre pagine. Ma non il nostro silenzio». Ancora: «La signora Elisabetta Tulliani minaccia di querelare Il Giornale - dice la nota della direzione - La nostra colpa, a quanto pare, è di aver intervistato Luciano Gaucci il quale, sulla ricchezza della famiglia della compagna di Gianfranco Fini e sull'ormai celeberrima vincita all'Enalotto ha un'opinione diversa dalla sua. 


La signora non lo tollera, considera "documentato" che la vincita sia di sua "esclusiva pertinenza" e pretende che nessuno dubiti che con la metà di tale vincita, poco più di un miliardo di vecchie lire, lei abbia potuto comprare immobili per un valore almeno quaranta volte superiore. Ma la libertà di stampa (persino di "certa stampa", come ci definisce lei) non funziona così». Dunque non c'è tregua. Due giorni fa erano stati i suoi legali a «tirare fuori» la schedina vincente dell'Enalotto e a ricostruire il caso. 


Era il maggio del 1998: la vincita fu di 2 miliardi, 204 milioni, 18 mila e 900 lire. Soldi che, uniti ai risparmi dei genitori, sarebbero stati utilizzati per acquistare appartamenti e altri beni ora al centro della controversia con Gaucci. Questa è almeno la «verità» emersa dalla «comparsa di costituzione e risposta» depositata al tribunale civile di Roma dagli avvocati di Elisabetta e dai suoi familiari. I legali, Carlo e Adriano Izzo, hanno chiesto inoltre «che la campagna mediatica intrapresa nei confronti» della loro assistita «si uniformi d'ora in avanti al principio di un'informazione corretta e imparziale, che non favorisca trame politiche occulte e non sia al servizio del potente di turno». 


La ricostruzione della vincita è precisa. Il 5 maggio 1998, la Tulliani - si legge nella comparsa - la affidò per l'incasso all'agenzia 4 del Monte dei Paschi di Siena, filiale di Roma. La distinta di versamento - hanno sostenuto i legali - reca la sua firma, «ben evidente nell'allegato». La banca - si spiega ancora nell'atto - è quella dove la Tulliani aveva acceso da tempo un conto corrente «a lei esclusivamente intestato». L'importo della vincita venne accreditato il 26 maggio del 1998 con valuta al 28 maggio. 


«Nello stesso giorno, 28 maggio 1998, Elisabetta Tulliani - si legge ancora nella citazione - esegue un bonifico di un miliardo e cento milioni di lire a favore di Luciano Gaucci». Mettendogli tale somma a disposizione «con l'espresso incarico di provvedere a gestirla in proficui investimenti nell'interesse di lei». Secondo quanto si sostiene nella comparsa depositata al tribunale di Roma, «alla luce della documentazione prodotta, è incontestabilmente provato che la vincita all'Enalotto è di esclusiva pertinenza della Tulliani». Gaucci è quindi tenuto a restituire alla Tulliani - secondo la versione di Elisabetta e dei suoi familiari - un miliardo e cento milioni di lire, «oltre interessi e svalutazione dal 28 maggio 1998, da lui detenuta, con l'obbligo di rendere il conto della gestione». Un braccio di ferro che durerà ancora parecchio tempo e che promette nuovi colpi di scena.


Alberto DI Majo
23/08/2010




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Sesso e affari di Stato sempre legati a filo doppio

Il Tempo


Donne e politica, i precedenti. Dalla Rosita di Vittorio Emanuele II alle scorribande erotiche di Mussolini la storia della Repubblica è piena di episodi piccanti.


Claretta Petacci, amante di Benito Mussolini


La politica italiana, sotto qualsiasi regime, monarchico o repubblicano, fascista o democratico, non è mai arrivata a correre per questioni di letto, o dintorni, i brividi e le complicazioni avvertite, per esempio, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Dove, rispettivamente, un Re fu costretto all'abdicazione per potersi godere in pace l'amante, e infine sposarla, e un Presidente rischiò di cadere rovinosamente per una seduta di sesso orale con una stagista nella sala ovale della Casa Bianca.

Ma non per questo n'è rimasta immune. Dalla Rosina di Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria celebrato con la sua tomba nel Pantheon e con tanti monumenti nelle maggiori piazze d'Italia, alla contessa amante di Umberto I e, più modestamente, alle attrici o attricette che ronzarono attorno al nipote omonimo prima che riuscisse a salire, sia pure per poco, sul trono di un Paese spossato dalla guerra: il fruscio clandestino delle lenzuola non risparmiò certamente i Savoia. Che proprio a quel fruscio, d'altronde, consentirono a Cavour di ricorrere anche per sostenere la causa del Risorgimento mandando la bellissima contessa di Castiglione a corteggiare Napoleone III, l'imperatore francese ancora indeciso se sostenere la guerra del Regno di Piemonte all'Austria.

Non parliamo poi delle scorribande sessuali di Benito Mussolini, il Duce che Gianfranco Fini nel 1994, anche a costo di procurare un mezzo infarto a Silvio Berlusconi, con il quale aveva appena vinto le prime elezioni politiche della cosiddetta seconda Repubblica, definì orgogliosamente «il più grande statista del secolo». Il destino gli aveva perfidamente concesso di morire ammazzato, e poi orribilmente appeso ai ganci di un distributore di benzina, con l'amante Claretta Petacci. Restituita l'Italia alla democrazia, la politica non cessò di essere femminile, in tutti i sensi.

Al Quirinale, per esempio, sotto la presidenza repubblicana di Giovanni Gronchi, che forse anche per questo non rinunciò a conservare altrove la sua residenza privata e la paziente consorte, ci fu un certo andirivieni di donne che onorarono la fama di sciupafemmine del suo illustre inquilino. Ad un altro presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, capitò poi di essere coinvolto, a torto o a ragione, in una ridda di voci su una casa di appuntamenti di una signora, in pieno centro di Roma, bene introdotta negli ambienti politici. Al suo successore Giovanni Leone toccò invece l'ancora più spiacevole disavventura di subire pesanti e ingiuste insinuazioni contro la moglie ad opera di un'agenzia di stampa specializzata in ricatti, il cui fondatore e direttore sarebbe poi stato ucciso in circostanze misteriose.

Per una questione di donne e di sesso, ai margini dell'affare di Wilma Montesi, trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica, era già finita la carriera politica dell'ex segretario della Dc e ministro degli Esteri Attilio Piccioni, il cui figlio Piero era stato ingiustamente coinvolto nelle indagini e nel processo. Nella disavventura politica del povero Piccioni molti videro, a torto o a ragione, lo zampino di Amintore Fanfani. Che dopo molti anni, da ministro degli Esteri del primo governo di Aldo Moro, fu peraltro costretto per ragioni di Stato a dare pubblicamente dell'«improvvida» a sua moglie, Biancarosa, resasi in qualche modo partecipe di una velleitaria iniziativa di pace in Vietnam sgradita in quel momento agli americani. Le critiche alla moglie non bastarono tuttavia a impedire le dimissioni del ministro. Ancora più drammatiche per la politica italiana furono le complicazioni o disavventure familiari di un modesto esponente del Psi milanese nel 1991: Mario Chiesa. Che, separatosi dalla moglie commise l'imprudenza anche di lesinare davanti al giudice l'assegno di mantenimento, procurandosi l'accusa di fare l'avaro a dispetto di tutti i conti tenuti illegalmente all'estero. Ne derivò un'indagine destinata a fare esplodere Tangentopoli e la prima Repubblica, travolgendo per primo Bettino Craxi.


Che tra le lenzuola, fra l'altro, non era uno che si limitava a dormire e a praticare la fedeltà coniugale, indotto com'era alla tentazione da un bel po' di spasimanti. Fu femminile anche la mano, quella di Stefania Ariosto, che scatenò la bufera giudiziaria contro Silvio Berlusconi per i rapporti del suo avvocato e amico Cesare Previti con i magistrati di Roma. Altrettanto femminile fu la mano ricattatrice, quella della escort - come si dice mignotta in inglese - Patrizia D'Addario, infilatasi con tanto di registratore tra le lenzuola di un infaticabile Cavaliere. Femminile è infine la mano, quella di Elisabetta Tulliani, la convivente di Gianfranco Fini, che ha finito per surriscaldare, volente o nolente, questa già torrida estate politica.




Francesco Damato
23/08/2010




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Belluno, scambiato per un cinghiale da bracconiere: così è morto don Francesco

IL Messaggero

L'omicidio del parroco di Longarone durante un ritiro spirituale
L'assassino è fuggito in auto, ma il suo fucile potrebbe tradirlo



 

BELLUNO (23 agosto) - Don Francesco Cassol non ha avuto nemmeno il tempo per l’ultima preghiera a Dio: è stato ucciso con un colpo di carabina sparato da uno sconosciuto, forse un bracconiere, che poi è fuggito in auto. Il delitto la notte tra sabato e domenica nella sperduta e deserta Murgia barese, vicino ad Altamura.

Don Francesco veniva da Longarone, in provincia di Belluno, da dove era partito con un gruppo di 17 persone per un raduno spirituale itinerante, il Raid Goum. Dormivano nei sacchi a pelo in un improvvisato campeggio sotto un cielo buio e senza stelle perché aveva anche piovuto. Qualcuno ha sentito, intorno a mezzanotte, un rumore sordo: nulla di allarmante però, tanto che hanno continuato tranquillamente a dormire. La domenica mattina, alle prime luci dell’alba, si sono svegliati tutti tranne il parroco. È bastato uno scambio di sguardi per insinuare il sospetto che qualcosa non andasse per il verso giusto perché don Francesco era sempre il primo a svegliarsi. Hanno subito pensato a un malore ma quando la più coraggiosa ha aperto il sacco a pelo, il dubbio ha lasciato spazio alle lacrime: il corpo del parroco era riverso su un lato, il proiettile l’ha ferito al basso ventre non lasciandogli scampo. Immediata la richiesta d’aiuto e la constatazione, all’arrivo del 118, che non ci fosse più nulla da fare.


I carabinieri del comando provinciale, insieme alla polizia di Bari, indagano in ogni direzione. L’autopsia, disposta dal pubblico ministero Manfredi Dini Ciacci, sarà eseguita oggi nella clinica di Medicina legale al Policlinico di Bari. Per il comandante Giangabriele Affinito l’ipotesi più probabile è quella del bracconiere; un cacciatore di frodo che, nel buio, possa aver scambiato il sacco a pelo per un cinghiale, sparando con una carabina utilizzata soprattutto da chi va a caccia grossa. Insieme alla scientifica, hanno raccolto fino a tarda serata tutte le testimonianze utili, sentendo sia i ragazzi del gruppo di preghiera che i contadini residenti nelle masserie limitrofe.


L’identificazione dell’assassino potrebbe essere facilitata dal fatto che i cacciatori di cinghiale armati con una carabina del genere, 30.06, non sono molti: il costo è elevato ed è estremamente pericolosa.


Intanto ieri ad Altamura è scattata una gara di solidarietà per aiutare i ragazzi partecipanti al raid Goum. Monsignor Mario Paciello, vescovo della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, ha espresso solidarietà e vicinanza alla famiglia di don Francesco e alla diocesi di Belluno e ha inviato sul posto Don Nunzio Falcicchio.


Dopo la giornata in caserma, i ragazzi sono tornati tutti a Minervino Murge, a pochi chilometri da Altamaura, dove avevano lasciato le auto prima di mettersi in cammino per il deserto della Murgia e il raduno di preghiera. Sono frastornati e molto scossi. «Hanno pregato tanto per don Francesco» ha riferito don Nunzio, «insieme con la protezione civile abbiamo messo a loro disposizione qualunque cosa pur di poter alleviare il dolore».


Non era la prima volta di Don Francesco nella Murgia barese. Aveva già percorso a piedi la zona ed era al quinto raid Goum in Puglia. Il 26 agosto sarebbe tornato a casa dove lo aspettavano il padre di 91 anni e la madre di 83, e cinque fratelli tra cui Maria Teresa Cassol, consigliere comunale del Pd a Belluno. Aveva una formazione scout che gli consentiva di mettere entusiasmo in tutto quello che faceva. In questi giorni avrebbe dovuto guidare un ritiro spirituale itinerante tra i rifugi delle Dolomiti, percorso spirituale tra i rifugi ad alta quota, ma proprio per il contemporaneo impegno nel raid Goum in Puglia era stato sostituito da don Giuseppe Bratti, responsabile dell’ufficio informazione della Diocesi di Belluno.




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Souad Sbai, sfida all'Islam "Né veli né odio" Hanno tentato di avvelenarla

Quotidianonet

ESCLUSIVA DI QN. Marocchina, 49 anni, eletta alla Camera nelle liste Pdl, per le sue idee e impegno per l'integrazione delle immigrate rischia la vita. "La verità è questa: dietro burqa e niqab c'è solo l'inferno"




Roma, 23 agosto 2010 - "Gli estremisti hanno cambiato tattica. Ora lavorano sottotraccia". Souad Sbai, 49 anni, marocchina di Settat, una città vicina a Casablanca, deputata del Pdl, finiana moderata e presidente dell’Associazione Comunità Marocchina in Italia delle Donne (Acmid), squarcia il velo di silenzio che avvolge il mondo dell’immigrazione: "Le giovani di seconda generazione vogliono scappare. Sapesse quante mi chiedono una mano per andare in Francia o per tornare in Marocco dove c’è sempre qualche zia, qualche parente o qualche associazione che le protegge. Lì è in vigore il nuovo diritto di famiglia. Se violenti qualcuno, in galera ci finisci di sicuro!".

Invece in Italia? "Sto ospitando due ragazze del Marocco e una pachistana in fuga da matrimoni combinati, unioni che si celebrano di solito d’estate. Una delle due marocchine ha il passaporto italiano. I suoi vogliono che sposi uno zio per fargli acquisire la nazionalità del nostro Paese. Fa la parrucchiera. Il padre l’ha già minacciata di farle fare la fine di Sanaa (ndr, la diciottenne uccisa a Pordenone perché aveva un fidanzato italiano). Di solito stanno da noi nei tre giorni che passano prima che si riesca a trovare un centro di accoglienza che le ospiti".

In un silenzio assordante succedono fatti inquietanti. Souad ne conosce molti, ma si limita ad aprire qualche spiraglio: "Ghrislan voleva dar vita a una piccola associazione femminile. Thè e dolci, cose da donne. Dopo una settimana le hanno fatto saltare in aria l’auto. E’ successo lo scorso novembre. I tradizionalisti fanno un ragionamento semplice. Le donne hanno la possibilità di stabilire rapporti e di integrarsi uscendo di casa e frequentando altre persone. Per questa ragione le tengono chiuse in casa. In altri casi tentano altre strade. Gamal Bouchaib ha fondato l’Associazione dei musulmani moderati. Un mese fa un imam estremista l’ha avvicinato offrendogli denaro. E’ successo anche a me".

In altre occasioni i metodi sono diversi. Souad Sbai non ama parlare di se stessa. Proprio in questi giorni ha in programma una gastroscopia, il preambolo obbligato di un intervento all’esofago. E’ il secondo, necessario per evitare che si restringa irrimediabilmente. Da mesi vive di yogurt, di liquidi Sansur, di gelati, sotto l’occhio vigile di una nutrizionista di Parma. E’ calata 14 chili. Nel centro culturale Averroè, fondato da lei a Roma, le avevano offerto un cous cous molto piccante. L’ha salvata un sms che l’ha richiamata a Montecitorio per una votazione. Per sua fortuna è riuscita a ingollare solo un cucchiaino di cibo. A New York il professor Kevin Cahill, specialista di armi batteriologiche, le ha diagnosticato un inizio di avvelenamento con cristalli acidi che provocano una inesorabile contrazione dell’esofago. "E’ un handicap che mi porto", taglia corto la presidente dell’Acmid.

Souad Sbai non ama parlare della sua vicenda. "Un caso simile – le strappiamo - è successo a Palidano di Gonzaga, in provincia di Mantova". Là è morta Sobia Noreen, pachistana di quindici anni, incinta di tre mesi. Era il maggio 2003. "Un anno dopo si è scoperto che era stato usato un acido", riassume la Sbai. Ufficialmente il caso risulta archiviato dal Gip.

"Lo sa che sia il padre di Hina Salem (ndr, uccisa a Brescia perché era andata a vivere con il fidanzato italiano) sia quello di Sanaa erano a pochi mesi dall’ottenere la cittadinanza italiana?", chiede scandalizzata. "L’integrazione da noi funziona così. Ci sono persone che vivono con la parabola puntata per captare al Jazeera. Ci sono donne che dopo venti anni in Italia non parlano una parola di italiano. Noi come associazione promuoviamo l’alfabetizzazione. Ma in soggetti sulla cinquantina è quasi impossibile. Esistono mediatori culturali che curano gli stessi soggetti a vita, anziché per cinque o sei mesi al massimo. Al contrario, il permesso di soggiorno o il visto per venire qui dovrebbero essere condizionati alla conoscenza della lingua e delle leggi italiane. La madre di Sanaa, per esempio, non spiccicava una sola parola di italiano".


"Non è possibile accettare tutto — continua — A volte abbiamo paura perfino del lessico. Alla Commissione affari costituzionali della Camera abbiamo discusso di recente sul divieto del niqab saudita, che permette di vedere solo gli occhi, e del burqa. Il vicepresidente Roberto Zaccaria, del Pd, ha proposto di chiamarli veli che coprono il volto. Dietro il niqab o il burqa c’è solo l’inferno. La verità è questa. Le ospiti della mia associazione dopo due o tre giorni vogliono buttare via anche il velo".


di LORENZO BIANCHI




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Gaucci junior: "Ecco gli affari del clan Tulliani"

di Redazione


Il figlio dell'ex patron del Perugia: "Erano una famiglia normale, nemmeno benestante. Dopo i sei anni di fidanzamento con mio padre, Elisabetta e i suoi sono diventati miliardari".


Prezzi alle stelle a Montecarlo: solo Giancarlo ha fatto bingo.



 
Nuova elettrizzante puntata della guerra dei Ro­ses in casa Gaucci-Tulliani. Come e quanto parla, Ales­sandro Gaucci, figlio di Lu­cianone, manager di calcia­tori importanti. Parla all’in­domani dell’intervista al Giornale del papà intenzio­natissimo a lottare per ave­re indietro tutti i beni oggi in mano alla famiglia Tullia­ni. Dice la sua, Alessandro, sui parenti di Elisabetta e su di lei,l’ex compagna di scuo­la diventata la fidanzata di papà e poi del presidente della Camera. Alessandro, che idea si è fatto di questa saga estiva che ha per protagonisti suo padre, l’ex fidanzata Elisabetta, il fratello Gian­carlo e Gianfranco Fini . «L’idea che si sono fatti tutti in Italia».


E cioè?
«L'idea di una persona, mio padre, che è stata raggi­rata da un’altra persona e dalla sua famiglia. Tutto qui, è molto semplice e line­are » .


Lei l’ha vissuta da vicino quella storia d’amore fini­ta a carte bollate.
«E l’ho vissuta sì, purtrop­po. È stata (Elisabetta, ndr ) sei anni in mezzo, e non è stato bello. Un inferno». 

Come giudica l’iniziativa di suo padre per tornare in possesso dei beni oggi in mano ai Tulliani, che lui giura siano di sua pro­prietà?
«Se l’ha fatta è perché cre­de di avere ragione. Io non lo so perché con Elisabetta ci viveva lui. A rigor di logi­ca sì, è anche possibile che tutti quei beni possano fare le fine degli altri beni confi­scati. Secondo mio padre la provenienza è la stessa».


Dunque la pensa come suo padre sul patrimonio immobiliare contestato?
«Io sono convinto che gran parte di quel patrimo­nio provenga dai soldi e dai regali di mio padre per il suo fidanzamento con Elisa­betta. Il quantum non lo posso stabilire ma quel che è certo che i Tulliani erano una famiglia unita, una sor­ta di clan, nemmeno bene­stante, ma una famiglia, co­me dire, normale. Se uno ve­de come stanno messi oggi, con le proprietà che hanno, era impossibile che potesse­ro avere l’opportunità e le possibilità finanziarie per arrivare a detenere un patri­monio del genere. Se poi ci sono riusciti con gli anni, non lo so, ma che lavoro hanno fatto, lei, il papà, il fratello, per diventare im­provvisamente miliarda­ri? » . 

Sulla schedina del supere­nalotto da due miliardi che idea si è fatto?
«Non mi posso essere fat­to alcuna idea perché lì c’è la certezza che la schedina l’ha vinta mio padre, tanto è vero che ricordo che quel giorno mi chiamò subito, appena apprese dei due mi­­liardi, e mi disse che voleva regalarne una parte, la me­tà credo, a Elisabetta. Gli dissì vabbè, fai tu, se pro­prio ci tieni...Certo poi quando leggo delle inven­zioni che dice Elisabetta, re­sto senza parole». 

La signorina Tulliani so­stiene l’esatto contrario. Giura d’averla vinta lei la schedina.

«E che altro deve sostene­re? » 

Senta Alessandro,lei la co­nosceva bene Elisabetta…
«E come non la conosce­vo? Andava a scuola con me al «Nazareno» di Roma. Era un anno avanti, poi l’ho vi­sta spesso perché ero amico di alcuni ragazzi che la fre­quentavano. Ci vedevamo il fine settimana con una co­mitiva. Ah, poi ci tengo a smentire che io e lei siamo stati fidanzati. Se qualcosa c’è stato magari c’è stato con mio fratello, con me no di sicuro».

Adesso la procura di Peru­gia ha aperto un fascicolo su questi benedetti immo­bili. È un troncone della vecchia inchiesta che ri­guardò anche lei e suo fra­tello.
«Noi abbiamo chiuso tut­to con un patteggiamento tre anni fa. Questa è un’al­tra storia, tutta da scrivere. Vediamo come evolve». 

Lei era amico di Giancarlo Tulliani…
«Amico? Ma quale amico. L’ho conosciuto bene lui e tutta la sua famiglia. Gian­c­arlo era un tipo molto parti­colare e ha avuto un ruolo determinante, in negativo, nel periodo più brutto dei rapporti fra me e mio padre perché io sinceramente con loro, intendo i Tulliani, non mi prendevo, non anda­vo affatto d’accordo. Da quando Elisabetta s’era messa insieme a mio padre, io a papà non lo riconosce­vo più. Era diventato un’al­tra persona, boh, più che cambiato.
Ce l’ha messo contro. Eppoi c’erano sem­pre in mezzo ai piedi il pa­dre, la madre, il fratello. E papà, per colpa di queste persone, s’è trasformato in qualcosa che ancora oggi non saprei proprio come de­finire. Era una situazione complicata, difficile da sop­portare anche per i compor­tamenti dei Tulliani nei con­fronti delle persone che da anni lavoravano con noi e con le nostre aziende. Papà, anche se con colpevole ritar­do, per fortuna s’è rinsavi­to. E anche noi, appresso a lui, abbiamo ricominciato a vivere» . 

Torniamo a Giancarlo Tul­liani.
«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per forza di cose erano “costret­te” a lavorarci insieme, non me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il padre, che gestivano la Vi­terbese calcio prima, e la Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportan­do in modo corretto. Già la gestione del Perugia Calcio con queste persone in mez­zo ai piedi di mio padre, che lo mettevano sempre con­tro tutti, non era facile.
Ve lo assicuro. Per non parlare poi di quel che mi racconta­vano i direttori sportivi a proposito sia dei rapporti personali che della gestio­ne economica dei calciatori da parte di Giancarlo. Spie­gavo loro che non potevo fa­re granché perché c’era mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e per­ché per dirgli certe cose ave­vo bisogno di prove. Detto, fatto. Di lì a poco un diretto­re sportivo dell’epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio pa­dre, a cui poi lo girai. Ero im­barazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: “Pa­pà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare”».

La vicenda di Montecarlo l’ha sorpresa?
«Sorpreso io? No, no, non mi ha sorpreso affatto. Mi sarei sorpreso del contra­rio. La vicenda monegasca non posso giudicarla non es­sendo in possesso di ele­menti di conoscenza diret­ti. Ma i sei anni che sono sta­to a contatto con lui e con la sua famiglia mi portano a pensare determinate cose. Per usare un’espressione carina, il loro “stare” con pa­pà non era disinteressato».







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Circondano e picchiano un vigile In venti per liberare un arrestato

Corriere della sera

In azione la banda del Corvetto, una delle zone del «coprifuoco». Nel 2006 la rivolta contro i controlli


Milano - L'agente finisce all'ospedale. I ragazzi urlavano: «Così capisci chi comanda»


Piazzale Corvetto, a Milano
Piazzale Corvetto, a Milano
MILANO - Il ragazzo maghrebino sbava sangue sul marciapiede, sotto la luce giallastra di un lampione. I due che gli stanno addosso continuano a pestare. I vigili notano la scena da lontano, a un centinaio di metri di distanza: due sagome nere che picchiano alla testa; quello a terra abbandonato come un sacco. Gli agenti si avvicinano. Scatta la fuga. Così un vigile si ritrova a inseguire uno dei balordi, gira l'angolo della piazza, corre a perdifiato, gli mette le mani addosso, lo atterra, sta tirando fuori le manette e, solo in quel momento, si accorge che la strada deserta fino a pochi secondi prima ora è piena di gente.

Una ventina di persone. Scese dalle case. Sgusciate fuori dai giardini scuri. Urlano: «Che cazzo fai sbirro, lo devi mollare». Minacciano: «Te la facciamo pagare, così capisci chi comanda». Gli adulti assistono minacciosi. Le ragazze strepitano. I ragazzotti afferrano il vigile e lo sbattono contro una macchina. Lui si ritrova solo, incassa qualche calcio. Deve allontanarsi. L'arrestato è stato «liberato» dalla banda del Corvetto, estrema periferia Sudest di Milano, il quartiere dove il Comune sta sperimentando l'ordinanza «coprifuoco» per bar, kebab e locali notturni. Erano passate da poco le dieci sabato sera.


Sulle loro strade i ragazzi del Corvetto sono abituati a comandare. Non sono una cosca, ma un gruppo unito di balordi che cerca di mettere le mani su tutti traffici sporchi del quartiere. Sono le braccia e la manovalanza dei pregiudicati della zona, quelli che lavorano con la malavita più pesante. Si atteggiano da ras. Picchiano al primo sguardo. Provano a dettar legge. Sia sugli spacciatori marocchi, come li chiamano, se sgarrano o sconfinano (pare che la rissa fosse legata al piccolo smercio di droga); sia sullo Stato che cerca di far rispettare le regole. 



C'è un precedente clamoroso. Era il 2 maggio 2006: i ragazzi del Corvetto si rivoltarono in pieno giorno contro i vigili che controllavano macchine e motorini in piazzale Gabriele Rosa, il centro del quartiere. Sputi, insulti, bottigliate. Feroci e forsennati, assaltarono il comando della polizia locale. Fu un pomeriggio di guerriglia. E c'è un filo che, a quattro anni di distanza, lo collega con l'aggressione al vigile dell'altra sera. Per l'assalto del 2006 furono identificati 14 ragazzi. Arrivò la richiesta d'arresto, ma il giudice la respinse perché tutti gli accusati avrebbero comunque beneficiato dell'indulto.

Ecco, tra quei 14 ragazzi c'era proprio quello che l'altra sera picchiava in piazzale Gabriele Rosa e che poi, fermato, è sfuggito all'arresto grazie all'arrivo degli altri della banda, in via dei Panigarola. All'epoca era minorenne. «L'episodio dimostra la criticità di certe aree - spiega il vice sindaco, Riccardo De Corato - sulle quali il Comune ha imposto le ordinanze per gli orari di apertura e chiusura dei locali». Almeno tre degli aggressori dell'altra sera sono stati identificati. Facce note. Nomi che ricorrono negli archivi giudiziari. «Il Corvetto - aggiunge De Corato - è stato oggetto di ispezioni costanti da parte della polizia locale già prima dell'entrata in vigore dei nuovi provvedimenti. Nei tre mesi precedenti, i vigili hanno controllato 429 persone e 243 macchine e motorini, denunciando 11 persone per vari reati».


I vigili di pattuglia sabato sera erano in sei, controllavano auto e motorini nelle strade deserte della periferia di Milano in agosto. Si sono accorti della rissa, poi si sono dispersi cercando di inseguire le persone che scappavano. L'agente circondato e picchiato è uscito da una visita in ospedale nel tardo pomeriggio di ieri. Ha contusioni e distorsioni. Racconta: «L'ho raggiunto e sono riuscito ad atterrarlo, a quel punto mi hanno circondato, cercavo di portarlo via, ma è riuscito a divincolarsi di nuovo con l'aiuto degli altri».

Scappato dentro un portone, l'uomo è uscito poco dopo e ha sferrato un pugno violentissimo a uno straniero che passava per caso, un colpo a freddo, all'apparenza immotivato (gli ha spaccato il setto nasale). Sono sequenze di violenza quotidiana. Contro chiunque alzi la voce. Negli anni scorsi molti dei «ragazzi del Corvetto» sono stati arrestati per pestaggi contro chiunque si lamentasse. Per i motivi più banali: uno schiamazzo, un motorino che correva su un marciapiede, un minimo incidente stradale. Aggressioni feroci e intimidazioni. Estemporanee, non sempre collegate. Ma con un unico scopo. Far capire quello che urlavano contro il vigile l'altra sera: «Qua comandiamo noi».


Gianni Santucci
23 agosto 2010



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L’uomo che corre senza fermarsi mai

La Stampa

Il francese Serge Girard ha battuto il record di corsa non-stop 22. 582 km percorsi in 307 giorni. E il giro d’Europa non è ancora finito



DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI

Se la medicina, la scienza avessero sempre ragione, Serge Girard, che ha 56 anni, dovrebbe già essere morto. Non dovrebbero avergli lasciato scampo, negli ultimi dodici suoi faticosissimi anni, tempeste cardio-vascolari, imboscate aortiche, esplosioni di ventricoli, tendiniti ciclopiche, artrosi devastanti, senza dimenticare stiramenti, abrasioni cutanee, devastazioni apocalittiche del tessuto osseo, disidratazioni da depressione dancalica.

Invece Serge Girard sta benissimo, da dodici anni allegramente, filosoficamente, corre. Questo energumeno della fatica ha percorso, letteralmente, il mondo a piedi: Los Angeles-New York, sono 4597 km, in 53 giorni, nel 1997; Perth-Sydney, 3755 in 46 giorni, nel 1999; Lima-Rio de Janeiro, 5235 in 73 giorni (ci sono le salite, ovvero le Ande), nel 2001; Dakar-Il Cairo, 8295 in 123 giorni nel 2003.

Avete, ammalati di sedia e scrittoio, il fiatone solo a leggere? Bene: nel 2005 è andato di corsa da Parigi a Tokyo in 260 giorni, e sono 19.097 chilometri. Si sfocia nell’esclamativa dichiarazione: ma come ha fatto? Che cosa gli resta di smisurato da infrangere? Qualche briciola c’è. Ieri questo specialista dell’ultrafondo, ha conquistato il record: quello di distanza percorsa in un anno senza giorni di riposo, spedendo tra le anticaglie i 22.581,09 chilometri galoppati da un indiano sbucato direttamente dalle pagine fiammeggianti del «Mahabharata», Thirta Kumar Phani.

L’ha battuto, come si dice, «di passaggio». Perché aveva dato appuntamento per il 17 ottobre a Parigi, stadio Charléty, «alle undici in punto», alla maniera di Phileas Fogg. Perché di lì era partito lo scorso anno per il primo giro d’Europa di corsa: 27 Paesi dell’Unione, esclusi Cipro e Malta, che fanno 25.300 chilometri, l’equivalente di seicento maratone. Dapprima si è diretto verso Sud, per sfruttare il clima mite del Mediterraneo durante i mesi freddi; poi è risalito verso Nord. Il programma era di percorrere settanta chilometri al giorno. Ha accelerato e ha scavalcato il record quando, passata Amsterdam, sta galoppando verso il Lussemburgo e poi la Francia natia. Del record non gli importa nulla, come a tutti gli asceti virtuosi della corsa lunga, che è cimento, sfida intima, non cronometro: «È solo una carota, un pretesto che ti fa andare avanti, non è un obiettivo importante quando lo raggiungi. Quello che conta è quanto accade in te lungo il cammino». Eh sì, c’è davvero in tutti i fondisti estremi qualche rusticana rassomiglianza con gli eroi degli antichi poemi cavallereschi.

Levata ogni mattina alle sei, lo seguono i due automezzi dell’intendenza, sopra quattro persone, la sua squadra: la moglie Laure, chiropratica «che pensa a tutto», un podologo e due esperti in logistica. Seguono dieci, dodici ore di corsa alla media di nove/dieci chilometri, alla sera lo stop. Dopo aver consumato ottomila calorie e aver bevuto dieci litri d’acqua. Così tutti i giorni, da un anno. C’è, se volete, un’ombra quasi burocratica in questa fatica, che lo riporta ai tempi di quando era promotore finanziario e assicuratore. Poi, a quarant’anni, ha scoperto la traversata di lunga distanza. Leggendo «La grande corsa di Flanagan», di Tom McNab, resoconto dell’epica traversata degli Usa da parte di duemila concorrenti nel 1931. Da allora Girard corre, per mestiere. I 400 mila euro necessari per questo giro d’Europa, compresa la realizzazione di un documentario di 52 minuti, arrivano dagli sponsor, in particolare AGF, la compagnia di assicurazione per cui lavorava; e poi dai libri, dalle conferenze, dai film.

«Vivere è avanzare senza soste», diceva Monod. Ma perché Girard si sforza con tanto letterale accanimento di trasformare questo motto in chilometri? Un giorno, in Niger, un tuareg,vedendolo passare, chiese perplesso ai suoi accompagnatori: «Ma cosa ha fatto questo signore per meritarsi una punizione così grave?». Non lo sentirete mai parlare di ritmi, di cadenze di fiato; ma di «lavoro su se stesso e di avventura interiore... è nella difficoltà, nel dolore fisico che si scalano i gradini e si conquistano certe virtù».

Questi dodici anni gli hanno «insegnato a essere paziente», umile ma faticosa filosofia. Il suo album di ricordi è sterminato: dal pane diviso con la gente sul bordo della strada in Kirghizistan, al vento a cento all’ora del Turban, in Cina. Ha attraversato il mondo disteso nel suo bel corpo di monti, di terre e di cieli, nuovi e ineffabili a ogni orizzonte di strada, ha risalito fiumi che hanno la leggenda nelle sillabe, il Danubio, l’Indo, il Niger. Ma la sua voce freme e trema solo quando descrive il rispetto, la fraternità che ha trovato tra gli spettatori di questi mondi, per lo più poveri, che ha attraversato: perché «quando uno corre non è né preda né predatore, posare il piede sul suolo è qualcosa di importante, di simbolico che tutti capiscono». Correre, il gesto più antico dell’uomo.

Nel 2013 sa già che ripartirà, il primo giro del mondo, passando per i due Poli, 50 mila chilometri in due anni. Ma «la strada è lunga solo per chi non va fino in fondo ai suoi sogni», risponde ai dubbiosi. Montale diceva: «Amo la corsa perché è poesia, se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta». Girard è uno che continua a correre un po’ per non morire. Spiritualmente.




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Guardia Sanframondi, in 150mila alla processione per il sangue dei flagellanti

IL Mattino


  

GUARDIA SANFRAMONDI (22 agosto) - Sfidando il caldo torrido oltre 150mila persone - secondo una prima stima fatta dagli organizzatori - hanno invaso Guardia Sanframondi per assistere alla processione in onore delle Madonna dell'Assunta, momento culminante dei Riti Settennali. Sin dalle prime ore del mattino centinaia di fedeli e curiosi, comprese centinaia di giornalisti e troupe televisive da tutto il mondo hanno raggiunto il caratteristico paese sannita arroccato su un monte. A partire dalle sei, circa seimila persone ogni ora sono giunte a Guardia dai paesi vicini,dove erano stati istituiti parcheggi di interscambio con bus navetta. Il piccolo centro sannita conta circa seimila abitanti, popolazione che «negli ultimi giorni - come sottolinea il sindaco Floriano Panza - si è quadruplicata con il ritorno degli emigrati che non hanno voluto perdere i Riti».

La macchina organizzativa ha retto bene l'imponente impatto dei fedeli e dei curiosi arrivati per
assistere alla processione dei battenti, durante la quale oltre mille fedeli incappucciati si sono
percossi il petto con un sughero irto di spilli. Una manifestazione che risale a quattro secoli fa,
quando l'immagine dell'Assunta cominciò a essere portata in processione in occasione di eventi
calamitosi, come guerre e carestie. Dopo la Seconda guerra mondiale, i Riti hanno assunto invece
una cadenza settennale.





Così da oltre mezzo secolo, ogni sette anni, l'intero paese si trasforma in un unico palcoscenico
dove circa quattromila persone (giovani, anziani, bambini) vengono chiamate nella giornata della
processione generale con la statua della Madonna ad inscenare i 'misterì (rappresentazioni sacre
tratte dalla Bibbia, dalla vita dei Santi, dal catechismo e dalla storia della Chiesa).

Tra questi misteri, c'è quello dei battenti sul quale inevitabilmente si concentrano gli sguardi e che - secondo l'antropologo Marino Niola « fanno dei Riti Settennali il più grande e ultimo rito di penitenza dell'Occidente». Intanto, mentre la processione continua a sfilare per il centro storico del paese, il caldo torrido sta facendo registrare alcuni malori tra i fedeli.




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Eolie, piscina abusiva: accertamenti nella villa di Luca Barbareschi a Filicudi

di Redazione


Controlli di carabinieri e tecnici comunali dopo una segnalazione su presunti lavori edilizi abusivi. La villa è in un punto panoramico dell'isola. La replica: "Se la riceverò una denuncia ricorrerò al Tar. Dal '64 c'è una cisterna di 40 mq, compro due camion di acqua per essere autonomo. Di recente per tre metri ho fatto un muretto a secco con le pietre"



 


Lipari (Messina) - Luca Barbareschi, parlamentare di Fli nel gruppo dei falchi finiani, è accusato di avere realizzato una piscina abusiva nella sua villa a Filicudi, l'isoletta di 250 abitanti dell'arcipelago delle Eolie (Me), che fa parte del patrimonio dell'Unesco e dove ci sono rigidi vincoli urbanistici. Barbareschi ha ricevuto nella sua villa la visita dei carabinieri e dei tecnici del Comune di Lipari che hanno avviato alcuni accertamenti dopo una segnalazione su presunti lavori edilizi abusivi. La villa di 200 metri quadri si trova in località Guardia, in uno dei punti più panoramici dell'isola. I carabinieri, il capo dell'ufficio tecnico comunale Claudio Beninati e l'ingegnere Antonio Fiore hanno eseguito una ricognizione e - come riporta il Giornale di Sicilia in un articolo rilanciato dal sito 'Dagospia', avrebbero accertato che la piscina di circa 40 metri quadri è stata realizzata abusivamente. Inoltre, sarebbero state riscontrate difformità a un locale che rispetto al progetto approvato dagli organismi preposti era più grande di circa tre metri quadri. Per Barbareschi si profila una ordinanza di demolizione con il relativo invito entro novanta giorni a ripristinare lo stato dei luoghi.

Barbareschi è stato denunciato alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) dai carabinieri. Il sindaco di Lipari, Mariano Bruno, si è messo in contatto con il costruttore e il direttore dei lavori per accertare le modalità di esecuzione delle opere nella piscina e verificare eventuali responsabilità nel presunto abuso edilizio. Alle Eolie Barbareschi è stato impegnato nella produzione di due film. Il primo dedicato alla storia d'amore tra "Edda Ciano, la figlia del duce e il comunista di Lipari" con Stefania Rocca e Alessandro Preziosi ed il secondo a "Le amanti del Vulcano", il triangolo d'amore tra Ingrid Bergman, Roberto Rossellini e Anna Magnani.

"E' vero, dal 1964 esiste una cisterna d'acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x 60 x 3,20 cm d'altezza. Compro quando sono qua 2 camion di acqua per essere autonomo a questo punto posso o innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti. Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a secco con le pietre": risponde all'ANSA con rassegnata ironia l'onrevole Luca Barbareschi sulla questione della presunta piscina abusiva nella sua casa a Filicudi nelle Eolie. "Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia ricorrerò al Tar", aggiunge il finiano Barbareschi gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non volersi "rovinare i 20 giorni di vacanza l'anno con questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi giorni". "Sono sereno - conclude - vicende così sono nel conto della politica attuale. L'assurdo è che esiste un hotel a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di questa cisterna che c'é da sempre in una paese dove la cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano a nessuno". 




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Uccisi a bastonate a 16 e 18 anni tra la folla inerte

Corriere della sera

I due ragazzi, fratelli, uccisi a Sialkot. L'omicidio svelato da un video girato con il cellulare

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Truffe web, il raggiro della tassa fantasma Chi compra chiede i soldi in anticipo

IL Messaggero

   
di Claudio Rizza

ROMA (22 agosto) - Altro che Totò truffa. La truffa telematica più conosciuta è quella di chi fa finta di vendere qualcosa: uno abbocca, manda la caparra o magari paga tutto, allettato dal prezzo super conveniente, e la merce non arriva mai. Funziona benissimo con i cellulari e i personal computer, ma le fregature spaziano tra auto usate, affitto di appartamenti o di barche per la crociera estiva, e persino con gli animali da compagnia. Troverete un magnifico sito internet di un negozio naturalmente fasullo dove spenderete i vostri soldi, e non li rivedrete più.

Ma la nouvelle vague della truffa, che ha ribaltato il copione, funziona così: siete voi che volete vendere qualcosa, un'auto, una barca, e mettete l'annuncio su uno dei siti più famosi, ebay, subito.it, portaportese... Vi arriverà la mail di un signore belga, tale Sven Vlietinck, che dice di lavorare temporaneamente all'estero, in Costa d'Avorio, ma che tra qualche mese se ne tornerà a casa. La mail è scritta in buon inglese, ma ormai usano bene anche l'italiano che, fino a un po' di tempo fa faceva pena per via del traduttore automatico ed era più difficile convincere il malcapitato.

La vostra barca gli piace molto, è interessato, fa finta di tirare sul prezzo ma gli sta bene. Vi chiede l'Iban per farvi il bonifico e poi, ecco il tocco del malandrino, vi spiega che la legge lì in Africa è molto severa sui trasferimenti di denaro, ci sono controlli per evitare il traffico d'armi, insomma lui vi fa il bonifico ma c'è una tassa da pagare. La barchetta di 5 metri e mezzo costa 5500 euro? La tassa è di 510 euro ma, tranquilli, i soldi ce li mette tutti lui: il suo bonifico a vostro favore sarà di 6010 euro. Per incassarlo dovrete solo anticipare alla sua banca i 510 euro di tassa africana. Lui vi manda tutto: gli estremi del bonifico, la sua carta d'identità e pure la carta d'identità dell'intermediario della banca, al secolo Ange Franck Coulibaly, compreso il sito internet della banca Bceao dove potrete leggere e controllare tutto quanto.

Se siete polli, pagate e dite addio ai 510 euro. Perché è tutto fasullo, tranne chi intasca i vostri soldi. E si scopre che la sua banca non esiste, che il server da cui parte la posta a voi inviata è in Germania e non in Costa d'Avorio, e che non siete i primi ad essere stati turlupinati. Andrea Rossi, primo dirigente della Polizia postale del Lazio, snocciola delle cifre: negli ultimi sei mesi nella “rete” sono caduti solo a Roma e provincia in 450, e 360 mila euro è il bottino. In media hanno perso 800 euro a testa. E senza calcolare quelli che la denuncia, per vergogna o per chissà quale altro motivo, non l'hanno presentata. Anche il periodo viene scelto con cura: prima delle vacanze pullulano gli affitti o i noleggi fantasma, voi prenotate e la villa al mare non esiste. Prima di Natale vanno forte gli ultimi ritrovati elettronici: l'ultimissimo cellulare a prezzo stracciato, un laptop, è il momento dei regali e i truffatori ne approfittano.

I trucchi si somigliano. Racconta Rossi: «C'è chi manda un assegno bancario dall'estero per pagare un bene. Voi lo versate e momentaneamente i soldi vi vengono accreditati. In realtà per verificare che il titolo sia genuino le banche hanno bisogno dai 30 ai 60 giorni di tempo. Quando scoprono che l'assegno o la banca estera non esistono vi stornano i soldi. Nel frattempo il truffatore, accampando mille scuse come, ad esempio, l'annullamento di una prenotazione alberghiera, o l'impossibilità di recuperare il bene acquistato chiede il rimborso dei soldi pagati attraverso società quali Wester Union o Money Gram». E siete stati fregati due volte.




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Il super-frumento creato dagli israelianiE il sogno del grano da fare con la Siria

Corriere della sera

Secondo i ricercatori israeliani batte in qualità e convenienza tutti i tipi usati dall’industria alimentare


Secondo i ricercatori israeliani batte in qualità e convenienza tutti i tipi usati dall’industria alimentare

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


Grano
Grano
GERUSALEMME – Non bastavano i cinesi, con la storia che lo spaghetto l’hanno inventato loro. Le mani in pasta, adesso, ce le mettono pure gl’israeliani: un’équipe d’agronomi del Volcani Institute, il centro sperimentale del ministero dell’Agricoltura - per intenderci, quello che ha reso famose nel mondo la “le fragole strappate al deserto” – ha annunciato d’avere messo a punto una nuova super-pasta. O meglio, un super-frumento: un grano duro, creato in laboratorio, che secondo i ricercatori israeliani batte in qualità e convenienza tutti i tipi usati dall’industria alimentare. «Ha alte qualità nutrizionali, è strutturato per difendersi dai parassiti più aggressivi, cresce in quantità superiori e a costi meno elevati, insomma ha tutte le caratteristiche richieste al grano che serve a fare la pasta”, elenca Uri Kushnir, il direttore del Dipartimento di scienze agrarie che ha condotto la ricerca. Il team ha già testato il nuovo frumento, ricevendo un «alto gradimento” da esperti italiani e (chissà perché) svizzeri. «Sono convinto che questo nuovo tipo di grano troverà acquirenti in Italia, Canada e Nord Dakota», dice il dottor Kushnir: due grandi gruppi alimentari del nostro Paese si sarebbero già interessati. 


CAMPI E PIONIERI - Al Volcani Institute sono entusiasti dei risultati. Il nuovo grano duro è stato coltivato in tre aree, chiamate coi nomi di tre pionieri e ministri dell’agricoltura israeliana (Gvati, Uzan ed Eliav) e a sorprendere sono state innanzi tutto le quantità raccolte: 6,6 tonnellate per ettaro, più di quanto se ne ricavi da un «normale» campo dell’Arizona. «Non è un prodotto geneticamente modificato – spiegano gli scienziati -, si basa sulla ‘fusione’ di tre varietà di grano molto differenti fra loro, secondo una tecnica che abbiamo imparato dai giapponesi». Kushnir e i suoi hanno mescolato un grano di tipo americano, uno tradizionale usato in Israele e il Triticum Dicoccum, conosciuto anche come il grano emmer, una specie di farro selvatico: «L’emmer è il più antico di tutti.

Lo usavano in Medioriente già 10-15mila anni fa. Ha un’enorme adattabilità». Proprio questa caratteristica ha fatto sì, dicono gli agronomi, che il super-grano inventato ora sia resistentissimo a insetti, a parassiti e a temute malattie come la ruggine gialla, il fungo-killer che ogni anno distrugge milioni di tonnellate di raccolto. Ma basta questo, a farlo diventare pasta? «Non tutto il grano duro può essere trasformato in farina per la pasta. Dev’essere con le proteine richieste e un alto contenuto di glutine, che lo renda morbido il giusto alla lavorazione, e poi la farina prodotta deve avere un inconfondibile colore giallo: tutto il grano che abbiamo prodotto risponde a queste esigenze». 

IL BREVETTO CONTESO - La battaglia per il (nuovo) grano è già cominciata. Dal Canada, reclamano un’invenzione simile: «Ma noi siamo arrivati prima – garantiscono gli agronomi israeliani -, il nostro brevetto è del 2005». Al Volcani Institute stanno già elaborando un altro genere di farina, per il pane stavolta, considerata l’ideale per i diabetici: «Assorbe gli zuccheri più lentamente ed è molto più sana del riso». Kushnir dice che la sua tecnologia può servire anche alla pace: «C’è un grano duro molto diffuso nei Paesi arabi, il Freekeh. Lo usano come il riso o come il couscous. Se ne parlava già nella Bibbia: quando è verde, e viene bruciato, dà un fumo forte e profumato. Sa qual è il Paese che lo produce in maggiore quantità?». Domanda difficile… «La Siria. La nemica Siria. Il mio sogno è rifarlo, più resistente e più economico. Sempre che loro accettino di collaborare…».



Francesco Battistini
23 agosto 2010



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