martedì 24 agosto 2010

I vigili si riprendono Corvetto

Corriere della sera

E il comandante arresta un ladro d'auto colto sul fatto

 

MILANO - I lampeggianti della ronda notturna attraversano la semioscurità del Corvetto schizzando di luce i muri grigi dei palazzi. Il quartiere è insolitamente silenzioso, ma sono passate solo 24 ore dal pestaggio del vigile urbano spedito in ospedale, e meno di 12 dall'arresto dei primi due responsabili, per la cronaca italiani in una zona dove si punta sempre il dito contro gli stranieri. La colonna di auto, quattro pattuglie e cinque civette, si ferma all'improvviso di fronte un doner-kebab di Corso Lodi.

Il comandante della Polizia Locale, Tullio Mastrangelo, scende dalla prima vettura e si infila coi suoi uomini in una piccola traversa buia. Un omino piccolo e pallido, con la barba di due giorni, è stato appena beccato da due ragazzi mentre armeggiava in una Fiat 600 Special. I vigili lo afferrano per le spalle, quasi lo sollevano di peso, e lo mettono faccia al muro per perquisirlo. Nel suo zainetto trovano lo stereo della macchina e un tom-tom. «È una fortuna che me l'hanno tolto dalle mani», sbraita il giovane titolare dell'utilitaria. «È la quinta volta da quando ce l'ho che me la forzano per frugarci dentro». E da quando ce l'ha? «Da meno di un anno».


IL RODEO - A piazza Angilberto le auto della polizia municipale si dispongono in cerchio, come in un rodeo. Le luci delle sirene mulinano all'impazzata, le auto dei passanti finiscono una dopo l'altra nel retino dei vigili. La gente si affaccia alla finestra, capannelli di ragazzi si accalcano ai bordi della piazza. Nel giro di cinque minuti l'operazione di controllo messa in piedi per dare una risposta di forza alle bande di quartiere si trasforma in uno spettacolo di strada. In tutta la zona di Corvetto dal primo agosto vige il coprifuoco. I locali devono chiudere tassativamente alle 24, i bar e i kebab alle 22, internet point e centro massaggi alle 20. Non capita spesso, dunque, di assistere a tanta agitazione.


LA GENTE DI CORVETTO - «Da un po' di tempo la polizia si fa viva più spesso», spiega un signore di origini pugliesi che abita da queste parti. «Per noi però non è cambiato nulla. L'altro giorno hanno aggredito l'autista di un bus perché era in ritardo di una decina di minuti. Spintoni e insulti, e tutti che applaudivano. Proprio in questo incrocio un'auto è rimasta parcheggiata sul marciapiede per due anni. Era senza assicurazione e di notte qualcuno c'andava a dormire, o chissà cos'altro facevano». Inevitabilmente si impone il tema dell'immigrazione. Per qualcuno lo scontro razziale è già cominciato: «Sono tanti, e aumentano sempre di più. Siamo noi la minoranza. Presto ci sarà una guerra e noi italiani, purtroppo, perderemo».




I CONTROLLI - Il quartiere è da anni sotto osservazione. Gli episodi di violenza si ripetono con una frequenza inquietante. Le risse e i pestaggi sono all'ordine del giorno, ma il precedente più clamoroso risale al 2006, quando una banda di ragazzi assaltò il comando di zona della Municipale. Il vigile pestato è solo un'altra tappa nella marcia avviata da gruppi di balordi e bande più o meno organizzate per trasformare il quartiere in un fortino della criminalità, una città nella città sottratta al controllo delle forze dell'ordine. «Ma noi non abbiamo paura, siamo dappertutto, lo Stato controlla ogni singola viuzza di questo quartiere come del resto della città».

Il comandante Mastrangelo ostenta sicurezza. Giacca e cravatta nera, non si limita a coordinare le operazioni. Brandisce una paletta ed è lui stesso a decidere chi fermare e chi lasciar passare: «Controlliamo quasi tutte le auto», spiega, «almeno l'80 per cento. Lasciamo passare giusto le famiglie e i tassisti, insomma quelli che sembrano più tranquilli». Un commissario aggiunto si avvicina con due foglietti in mano: «Guardate questo», dice sorridendo. «Aveva falsificato l'assicurazione della macchina». In effetti il contrassegno sembra una semplice fotocopia a colori. «E questa è anche imitata bene». L'auto, una Ford Focus in buono stato, viene agganciata al carrattrezzi e portata via. Il proprietario, un ragazzo magrebino con i capelli ricci e gli occhi spenti, la guarda allontanarsi malinconico. «Per lui adesso saranno guai, lo denunceremo per falso».

I DATI - Negli ultimi tre mesi al Corvetto la polizia locale ha fermato 429 persone e 243 veicoli, con 11 denunce per vari reati e innumerevoli verbali. «Capita soprattutto il 116», spiega un agente, riferendosi all'articolo del codice che punisce chi guida senza patente: «Si tratta soprattutto di immigrati, hanno la patente del loro paese e non la possono convertire. E così guidano comunque, fino a quando non vengono fermati».

I PUSHER LATITANO - Piazzale Gabriele Rosa, altrimenti noto come il Gabriorosa, dovrebbe essere il quartier generale dello spaccio al Corvetto. In una di queste traverse, via dei Cinquecento, il vigile che cercava di intromettersi nel regolamento dei conti in corso tra magrebini e italiani ha avuto la peggio ed è stato aggredito da decine di persone. Ma stanotte pusher non se ne vedono. E se ci sono si sono rintanati al primo riverbero celestino delle sirene. Lungo il primo tratto di Corso Lodi, nei giardinetti che separano le due corsie, qualcuno si attarda a chiacchierare, a bere una birra.

In mancanza d'altro, i vigili si fermano a controllare loro: «Sapete che non potete bere birra all'aperto?». In effetti a Milano c'è un'ordinanza del sindaco che vieta anche questo. I tre ragazzi sudamericani, che però parlano un milanese degno di Nanni Svampa, protestano vibratamente: «Non stiamo facendo niente di male, abbiamo lavorato tutto il giorno e ora ci stiamo riposando». Con loro c'è una ragazzina dai capelli ricci e la pelle scura. Forse lei ha bevuto un po' più degli altri. «Ha i documenti?» La sventurata non risponde. «Mi dispiace, dovrà venire al comando con noi». Tenta una fuga, ma l'acchiappano subito. La infilano in auto e la portano via. Sarà identificata, fotografata, schedata. Se risulterà clandestina per lei si apriranno le porte di via Corelli.


Antonio Castaldo
24 agosto 2010

Casa An, Travaglio difende la Tulliani: tutti i giorni viene pedinata e paparazzata

IL Messaggero



 

ROMA (24 agosto) - «Elisabetta Tulliani ha il grave difetto di essere la fidanzata di Fini, che a sua volta ha il grave difetto di dissentire da Berlusconi»: lo scrive Marco Travaglio nella sua rubrica "Il Guastafeste" su "A" in edicola da domani. «Non passa giorno - prosegue Travaglio - senza che la compagna del presidente della Camera venga massacrata da giornali e riviste di gossip, sbattuta in prima pagina con tutta la sua famiglia, comprese le due bambine, di due anni e mezzo e di dieci mesi, spiata, pedinata, paparazzata, sbertucciata. Una caccia all'uomo, anzi alla donna, che fa ribrezzo e dovrebbe interessare il Garante della privacy. Ma soprattutto dovrebbe far insorgere le femministe, se esistono ancora: anzi le donne tutte, femministe e non. Invece niente, silenzio di tomba. Anche fra le donne di cultura. Anche nel meraviglioso mondo della sinistra». 



«Resta da capire - chiede ancora il giornalista - che cos'abbia fatto di male Elisabetta Tulliani
per meritare questo trattamento. Che si sappia, non risultano reati a suo carico, e nemmeno se ne risultassero si giustificherebbe un simile linciaggio. Non ha rubato, non ha mafiato, non ha truffato. C'è, è vero, il suo sgomitante fratello Giancarlo. Ma, siccome la responsabilità è personale, nulla autorizza nessuno a massacrare Elisabetta».



Il legale di Elisabetta Tulliani ha chiesto sequestro foto della famiglia. «Il settimanale Oggi nelle scorse settimane ha fornito alle agenzie di stampa foto che ritraggono il presidente Fini con la famiglia Tulliani insieme alle figlie minori. Foto pubblicate spesso da Oggi e da altri quotidiani anche online. Tale pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono illecito». Lo afferma, in una nota, l'avvocato Michele Giordano, legale della famiglia Tulliani. «Riguardano foto private del presidente e famiglia - prosegue l'avvocato - riservate ed in luogo privato di cui non si è mai autorizzata la pubblicazione. Si è già provveduto alla richiesta di sequestro».





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Palermo, allarme in procura I cacciatori di boss sono spiati e fotografati

Quotidianonet

In agosto la moglie di un poliziotto è stata fermata da tre uomini che le hanno mostrato alcune foto che ritraevano il marito e altre persone. I quattro a rischio fanno parte del gruppo catturandi che ha arrestato i boss più pericolosi



Palermo, 24 agosto 2010 - La procura palermitana ha aperto un’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dal pm Francesca Mazzocco, per l'inquietante scoperta che quattro poliziotti della catturandi di Palermo sarebbe stati fotografati e spiati. .


In agosto la moglie di un poliziotto e’ stata fermata per strada da tre uomini in auto, che con la scusa di chiederle un’informazione le hanno mostrato alcune foto che ritraevano il marito e altre persone, commentando le immagini con frasi del tipo: ‘’Che bei mariti avete, che belle famiglie’’.


L’ispettore e i suoi familiari sono stati gia’ trasferiti. I quattro poliziotti della catturandi fanno tutti parte del gruppo che ha arrestato fior di boss e che ora e’ concentro sulla cattura del latitante Matteo Messina Denaro.


L’inchiesta conta sulle immagini della telecamera di un negozio che ha ripreso l’auto con i tre uomini che hanno avvicinato la donna.





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Benevento, paga la multa ma sulla causale maledice i vigili

Il Mattino



 

BENEVENTO (24 agosto) - «Con la speranza che possiate comprare molti farmaci!». È quanto un cittadino ha augurato alla Polizia Locale dell’Unione dei Comuni ”Santi Sanniti” di S. Giorgio del Sannio, scrivendolo sulla causale di versamento del bollettino postale con cui ha pagato la muta di 78 euro.

L'arrivo negli uffici dell'Unione della ricevuta di pagamento, corredata dal poco fantasioso messaggio, ha suscitato dapprima ilarità. Ne è seguito, subito dopo, qualche debito scongiuro da parte di chi non si è ritenuto meritevole di cotanta attenzione e, soprattutto, da parte di coloro i quali alla superstizione non credono, ma comunque ritengono opportuno riguardarsene.


Incredulità presso il Comando dei Vigili che sono convinti di aver fatto il loro dovere, probabilmente anche dopo aver pazientato molto, come sono soliti fare, prima di elevare una multa ampiamente meritata da chi, ha ritenuto di poter abusare di un marciapiede in pieno centro urbano per parcheggiare l’auto che poteva essere comodamente sistemata negli spazi consentiti.


ac.mo.





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Traffico da bollino nero? In Cina automobilisti in una coda lunga 100 km!

Il Mattino



  

PECHINO (23 agosto) - Una maxi-coda di oltre cento chilometri sull'autostrada che collega Pechino al Tibet ha paralizzato una delle principali arterie del Paese con migliaia di automobilisti che sono in coda ormai da nove giorni, e le autorità che non si aspettano di smaltire la coda prima di un mese . Lo riportano i media locali. Il maxi-ingorgo, cominciato il 14 agosto, è dovuto al fatto che la strada vicina, la National Expressway 110 normalmente utilizzata dai camion, è chiusa per lavori. Tutto il traffico è quindi dirottato sulla strada alternativa, che non ha però capacità sufficiente.

E al momento non si riesce nemmeno a rimuovere le molte macchine che sono in panne, perchè non c'è modo per raggiungerle e toglierle dal traffico. «La congestione è provocata dall'insufficiente capacità dell'autostrada, per via dei lavori sulla National Expressway 110», fanno sapere le autorità di Pechino che hanno inviato 400 vigili a gestire la situazione. La super-coda ha fatto però bene all'economia della zona: lungo i cento km di auto allineate sono sorte bancarelle di ogni tipo, messe in piedi dagli abitanti locali, e anche centri ricreativi che organizzano tornei di carte e piccoli concerti.





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Donna getta il gatto nel cassonetto dei rifiuti‎: caccia sul web

Il Mattino

  

LONDRA (24 agosto) - Si è avvicinata ad una povera gattina e, dopo averla accarezzata, l'ha afferrata e con un gesto fulmineo scaraventatandola senza pensarci due volte nel bidone della spazzatura, richiudendo con violenza il cassonetto.

Il tutto è accaduto in Inghilterra e la scena è stata ripresa da una telecamera di sorveglianza. Il video è stato pubblicato su YouTube ed è partita una vera e propria caccia alla donna. Cosa sia passato nella testa di questa signora nessuno lo sa ancora.




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Cossiga lasciò noi professori in ostaggio della contestazione

di Ida Magli

Le Br sparavano e lui da ministro non mandò la polizia a vedere che cosa accadeva nelle università. Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro fu il dovuto coronamento della sua carriera all'Interno



 

Sono molto stupita del coro di elogi che viene rivolto a Cossiga da tutte le parti. È vero che il Palazzo non sa fare a meno di cogliere ogni occasione per vantare se stesso; ma il Cossiga che ha percorso tutti i gradini della carriera politica senza dare nulla all’Italia, salvo le battute maligne con le quali aggrediva, sotto false spoglie, amici e nemici, non merita neanche la minima parte di questa esibizione di solidarietà corporativa.


Io posso dire quale sia stato il comportamento di Cossiga come ministro dell’Interno durante gli anni della contestazione e delle Brigate rosse, vissuti di persona nella Facoltà di Lettere della Città Universitaria, vedendo uccidere, azzoppare, incutere il terrore a professori e studenti. La proditoria uccisione, mentre saliva le scale della Facoltà, di un uomo buono e giusto come Bachelet, ne rimane per sempre come la più tragica testimonianza.


Eravamo soli, assolutamente soli. Non un poliziotto, non una guardia all’ingresso, nei vialetti, nei corridoi, nelle aule. Il ministro dell’Interno aveva fatto sapere che il suo rigoroso rispetto per la normativa che impediva l’ingresso di forze di polizia nelle Università, comportava che non avrebbe mandato nessuno, neanche disarmato, a vedere quello che succedeva, e che di conseguenza ce la dovevamo cavare da soli. Il signor Cossiga sapeva bene che si trattava di una norma del Medioevo, quando lo spazio delle Università era «sacro» quanto quello delle Chiese perché il «sapere» era ecclesiastico. Nulla a che fare, perciò, con le moderne università, aperte a tutti. Prendere in giro il mondo contando sull’ignoranza comune, era però la prassi consueta della sua malignità e della sua vigliaccheria.


Il disprezzo per Cossiga era l’unica cosa che ci univa ai contestatori, ma abbiamo dovuto cavarcela effettivamente da soli. Molti professori e molti studenti hanno rinunciato a mettere il piede nella Città universitaria, facendo saltare quasi completamente la gestione dell’anno accademico. Quelli che hanno persistito (eravamo pochi ma sicuri della nostra scelta) a mantenere in vita l’orario delle lezioni e le sessioni d’esame, l’hanno fatto a rischio della vita, affrontando ogni giorno, come minimo, il pericolo d’innumerevoli forme d’intimidazione, con gruppi di contestatori installati nei pressi delle cattedre che imponevano una specie di controllo sull’argomento delle lezioni e sulla votazione degli esami e improvvisi allarmi su incidenti violenti nelle scale e nei cortili, con le molotov e i bazooka nascosti nelle cantine della Facoltà, pronti a essere usati.


Il ministro dell’Interno si era messo talmente paura nel vedere sui muri il suo nome scritto con la K, che ha deciso di tenersi alla larga dall’Università, non soltanto non mandando nessun poliziotto, ma perfino non chiedendo informazioni a nessuno di noi che nella Città universitaria ci vivevamo, ci lavoravamo, ci sforzavamo di provare che il «sapere», la scienza, lo studio, erano più forti della paura, e che questo era il nostro modo per salvare l’Italia.


Non voleva sapere, nel timore di essere poi costretto ad agire. Aver dovuto assistere all’apertura dell’automobile dove si trovava il cadavere di Moro, è stato il dovuto coronamento della sua carica di ministro dell’Interno. Non l’aveva cercato, malgrado tutti fingessero di cercarlo, perché faceva comodo ai suoi amici, e forse anche ai suoi nemici, non ritrovarlo, e perché era troppo vile per mettersi a rischio.



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Cossiga sognava le riforme del Cav

di Marcello Veneziani

Dall’elezione diretta del capo dello Stato alla tutela delle alte cariche: le sue idee attualissime per risolvere i problemi della nostra democrazia



 

Ora che i coccodrilli hanno smesso di piangere, le iene hanno smesso di gioire e gli sciacalli hanno smesso di fingersi suoi amici per sparlare di lui anche da morto, vorrei tentare un necrologio onesto di Francesco Cossiga, con un bilancio politico della sua eredità. Cossiga, a differenza degli altri presidenti della Repubblica che hanno puntato, per dirla con Longanesi, alla manutenzione, vagheggiò invece la rivoluzione, o almeno la svolta. Ha vissuto all’altezza del suo tempo burrascoso, è stato l’interprete più efficace di un trauma e di un crollo. E lascia un’eredità politica che non hanno lasciato né i suoi predecessori né i suoi successori.


Cossiga incarnò al massimo grado la lealtà alle istituzioni, l’ossequio alla ragion di Stato e al dettato costituzionale e al tempo stesso la ribellione, l’anarchia creativa, l’inquietudine, la gravidanza di una nuova Repubblica. Tanto le sue ombre più fosche quanto le sue uscite più clamorose, sono il segno di quella doppia natura. Cossiga si è pensato come traghettatore e non fondatore della seconda Repubblica, perché aveva la curiosità esplorativa del primo ma non l’indole generativa del secondo.


Infatti si definiva un Coty e non un de Gaulle; ovvero un precursore, non un leader. Cossiga ebbe un’indole anfibia, che si potrebbe definire una schizofrenia creativa: fu cattolico e pure amico della massoneria, fu notabile democristiano e guastatore, fu moderato e fu estremista, fu liberale e fu eversivo, fu statista e fu destabilizzatore, fu tragico e fu grottesco, fu protagonista ufficiale e insieme divertito osservatore della scena politica.


Fu il maggiore interprete e testimonial della svolta italiana verso una democrazia presidenziale. Là resta la sua originalità, la sua eredità. Lui che venerava lo spirito della Costituzione e il compromesso che ne era alla base tra cattolici, liberali e socialcomunisti, fu il primo presidente a metterne pubblicamente in dubbio la sostanza e l’insuperabilità, a contestare la subordinazione delle istituzioni ai partiti e dell’esecutivo al parlamento, a rimettere in discussione il primato della mediazione sulla decisione e il ruolo imprecisato del capo dello Stato di custode o garante della Costituzione.


Lui che proveniva dal partito del «niente nuove buone nuove», lui che veniva dal ventre flaccido e rassicurante della Dc, precorse il cambiamento, cavalcò il clima di eccitazione e d’incertezza. Aveva il senso dello Stato ma coltivò, come insegnano i grandi giuristi, anche lo stato d’eccezione; capì il travaglio della sovranità politica in una fase in cui i vecchi dei sono scomparsi e nuovi dei non erano apparsi.


Il suo sogno di riforma, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, più il sistema uninominale maggioritario e la riforma della giustizia, è attualissimo: servirebbe a garantire che la svolta presidenziale e bipolare voluta dagli italiani non è legata solo alla figura di Berlusconi e non è pensata ad personam ma è un’esigenza vera e strutturale della nostra democrazia.


E funziona bene a livello locale, con l’elezione diretta dei sindaci e dei governatori, l’unica riforma che nessuno rimette in discussione e che consente amministrazioni durature, maggioranze nette e responsabilizza chi decide. È da lì che dovrebbe ripartire la politica. Pur non essendo d’indole un capo popolo, Cossiga ha sdoganato il populismo della nostra era e lo ha riconosciuto come un sintomo e una risposta alla crisi di legittimità della politica e al dominio delle oligarchie.
Cossiga non lascia eredi nelle istituzioni e soprattutto tra i senatori a vita, di cui costituiva una brillante eccezione e di cui non a caso auspicava la soppressione.


Eppure si avvicina il tempo in cui si renderà necessario un nuovo Cossiga, un nuovo vivace interprete del difficile passaggio politico e istituzionale che ci aspetta. E di cui il grottesco surrogato è l’invocazione del governo dei tecnici, come se le soluzioni politiche in democrazia si possano trovare fuori dalla politica e dal consenso popolare. Cossiga è stato anche il primo presidente della Repubblica che ha fatto uso pubblico di sense of humour, risultando espressione fedele del popolo che rappresentava. Con tutto il rispetto, i suoi predecessori e successori furono collerici o stucchevoli, noiosi o pomposi, prevedibili e un po’ tromboni. Mai spiritosi come lui.


Infine permettetemi di sfiorare la vicenda umana di Cossiga. In un editoriale che scrissi due mesi fa, lanciavo l’allarme sulla volontà di morire di Cossiga, anzi sul suo considerarsi già defunto e alludevo, senza violare la privacy e soprattutto la delicatezza di un dramma personale, al suo rifiuto di curarsi, come hanno poi confermato i medici. Azzardo il dubbio che Cossiga sia stato anfibio anche alla fine, tenendosi al confine tra la cristiana rassegnazione e una forma implicita di eutanasia.


C’era una stanchezza in lui che non può solo attribuirsi al narcisismo ferito degli ultimi tempi, al suo inevitabile ritirarsi dalla scena dopo aver provato il piacere di stupire e di turbare l’ordine pubblico e il conformismo istituzionale con una serie di paradossi, provocazioni, gag e rivelazioni. Ma dietro il tono sardonico, e uso l’aggettivo non a caso, cresceva in lui un rigetto della vita, della politica e del declino di ambedue, che da credente e da uomo di stato rifiutava di esplicitare.


Cattolico da una vita e politico per una vita, Cossiga non poteva mostrare insofferenza alla vita e alla politica; era una smentita di ciò che aveva creduto per tutta l’esistenza. Perciò, alla fine, l’esternatore smise di esternare, si tenne tutto dentro, preferì chiudersi nel silenzio, murandosi nel suo nuraghe interiore. Fu quello l’ultimo segreto di stato - il suo stato mentale e spirituale - che si è portato nella tomba.




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Via Moscova, ore 6: il mistero della pecora

Corriere della sera

Il suo padrone, un fabbricante di marionette francese, si era sentito male. «Lei» è sbucata belando



MILANO - «Sick», sto male, dice con un filo di voce in un inglese stentato, toccandosi il torace. Un uomo sulla sessantina, barba incolta, jeans strappati, t-shirt e gilet, giace lamentoso sul marciapiedi all'incrocio tra via Moscova e via Appiani, a un centinaio di metri dal consolato americano e da quello francese. «Sick», ripete. Subito dopo, più forte e meglio scandito, si sente un belato. Dalla penombra, accanto all'uomo, sbuca una pecora. Sono le sei del mattino. Robert Raffaelli e Tanka. Si chiamano così i protagonisti di questa singolare storia metropolitana di mezza estate. Il nome dell'uomo si ricava da alcuni documenti contenuti in un sacchetto della spesa abbandonato per terra.

Quello della pecora è scritto direttamente sul collare dell'animale, accanto al numero di cellulare del proprietario. Perché Tanka non è una pecora qualunque, ma una specie di ovino addomesticato, con tanto di guinzaglio. E nemmeno Raffaelli è una persona qualunque, bensì un facoltoso artista francese, classe 1947, che produce marionette artigianali sulle alture di Montecarlo e ha tanto di sito web dedicato alle sue creazioni (per chi volesse controllare l'indirizzo internet è www.fabricant-marionnettes.com).


La pecora in via Moscova

Su quel marciapiedi alle sei del mattino, però, tutto questo non si vede. Ci sono soltanto un uomo che dice di stare male e un animale fuori contesto. Non resta che chiamare il 118. Il Fatebenefratelli è a due minuti di strada ma i soccorsi ne impiegano venti per arrivare e il medico di turno appare infuriato quando constata che non si tratta di infarto. «Per colpa vostra c'è qualcuno che sta morendo dall'altra parte della città: questo è solo un barbone alcolizzato», sbotta. Ma Raffaelli non è un barbone e tanto meno è ubriaco. Nella borsa della spesa, insieme a una montagna di psicofarmaci, troviamo anche una cartella clinica e un avviso scritto in francese: «Sono un bipolare».
Il disturbo bipolare è una grave patologia della psiche che provoca un'alternanza ciclica di stati maniacali e depressivi conditi da possibili delirii e allucinazioni. Una vita difficile anche se sei un artista, insomma.


Raffaelli era in vacanza in Italia con una coppia di amici. Il giorno prima la sua Pontiac si è fermata in autostrada, a Dalmine. Chiamato il carro attrezzi, il quartetto, percorrendo prima un tratto a piedi, poi in treno, è riuscito ad arrivare al consolato francese a Milano, per chiedere aiuto. La coppia è stata rispedita in Francia, all'artista invece i funzionari hanno prestato una manciata di euro per recuperare la macchina e tornare in patria. «Me li hanno rubati stanotte», spiegherà Raffaelli ai funzionari del consolato francese verso mezzogiorno di mercoledì, quando la storia giungerà all'epilogo. Intanto l'ambulanza porta via Raffaelli per sottoporlo a controlli in ospedale. Tanka viene affidata ai vigili, che la nutrono a biscotti per tutta la mattina fuori dal consolato francese. Dagli uffici diplomatici c'è chi invoca un Trattamento Sanitario Obbligatorio per risolvere temporaneamente il problema Raffaelli, ma i ghisa mediano affinché sia allertato uno dei tre figli del produttore di marionette, a Nizza. Così uno dei figli si mette in viaggio per recuperare il padre, che intanto a sua volta recupera la pecora al consolato. «Lei è il mio cane - racconta commosso - l'ho portata anche negli Usa per girare un film».


Alessandro Calderoni Maurizio Guagnetti
24 agosto 2010



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Orrore in Messico, cadaveri decapitati e appesi ritrovati sotto un ponte

IL Mattino

  

CITTÀ DEL MESSICO (22 agosto) - Quattro cadaveri decapitati e mutilati sono stati ritrovati nei pressi di Città del Messico appesi per i piedi a un ponte nell'ultimo episodio di una guerra combattuta a colpi di atrocità da sanguinarie gang di narcotrafficanti. Le vittime, tutte giovani uomini, erano state evirate e avevano il dito indice delle mani mozzato. Il ritrovamento, secondo la procura dello stato di Morelos, è avvenuto a Guernacava, una elegante cittadina nei pressi della capitale dove ricchi e famosi hanno una casa.


Le quattro teste e i genitali degli uccisi sono stati rinvenuti poco distante con un cartello scritto a mano con la frase «Ecco cosa succederà a chiunque aiuti il traditore Edgar Valdes». L'uomo cui si fa riferimento, il cui nome corretto è Valdez, è a capo di uno delle più importanti bande di narcos. Per metà messicano e per metà americano, è conosciuto anche con il nomignolo di 'La Barbiè per i suoi capelli biondi. Il messaggio era firmato C.P.S,. le iniziali di un gruppo chiamato 'Cartello del Pacifico del sud', un'altra delle gang coinvolte nella guerra tra narcos che negli ultimi quattro anni ha provocato almeno 28 mila morti nel paese centramericano.





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Il giallo-incidenti sulla Palermo-Catania Fari e motore si spengono di colpo

Il Mattino

PALERMO (23 agosto) - Coincidenze o c'è davvero qualcosa nella galleria di Tremonzelli che manda in tilt auto e mezzi provocando incidenti a catena? È l'interrogativo al quale dovranno rispondere gli esperti dopo l'ennesimo, strano, incidente all'interno della galleria, lungo l'autostrada A19 Palermo-Catania. L'ultimo episodio, avvenuto sabato scorso e che ha coinvolto un giornalista in auto con un'amica entrambi rimasti illesi, riapre quello che per molti è ormai il mistero della galleria di Tremonzelli. I «casi», quelli noti, finora sono stati cinque o sei, in un arco temporale di circa vent'anni. La dinamica è sempre la stessa.

L'auto entra in galleria, quando all'improvviso subentra un black-out, i fari e il motore si spengono e chi è alla guida perde il controllo del veicolo, sbandando. Poi, sempre all'improvviso, il motore riparte e le luci si riaccendono. Rimangono la paura e i danni ai mezzi. Vito Piero Di Stefano, del coordinamento del Centro ufologico nazionale (Cun) di Palermo, dà la sua spiegazione: «Potrebbe essere un fenomeno dovuto a un campo elettromagnetico o a una fonte di calore presente nella zona». L'esperto ricorda che «anche l'anno scorso un motociclista in quella galleria, ha avuto un incidente con la stessa dinamica, senza conseguenze gravi fortunatamente».

«Ci stiamo occupando del fenomeno - aggiunge Di Stefano - ma per rilevazioni di campi elettromagnetici servono apparecchiature particolari, come quelle usate a Canneto di Caronia nel messinese, di cui dispone solo la Protezione civile». Ugo Dibennardo, direttore regionale Anas per la Sicilia, assicura che, a seguito dell'ultima segnalazione, nei prossimi giorni avvierà un ulteriore monitoraggio dell'impianto della galleria. Ma garantisce che «all'interno o in prossimità della galleria Tremonzelli non sono mai stati riscontrati fenomeni di improvvisi black-out o di malfunzionamento dei veicoli in transito».





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Napoli, giro di false tessere del tifoso Istruzioni per contraffare documenti

IL Mattino

Emergenza curve violente. La procura apre un’inchiesta
Scatta l’allarme in vista della prima trasferta a Firenze


  
di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (24 agosto) - L’allarme è già stato raccolto dai magistrati della Procura di Napoli: in occasione della prima giornata di campionato, con la trasferta degli azzurri a Firenze, sarebbero in circolazione false tessere del tifoso.

Anzi, su un sito web ci sarebbero addirittura istruzioni meticolose per contraffare il documento e aggirare i controlli. Così, gli inquirenti, hanno deciso di rafforzare al «Franchi» le misure di contrasto per teppisti e infiltrati. Le tessere del tifoso erano state volute dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, proprio per arginare l’ondata di violenza che da ormai troppi anni accompagna le domeniche calcistiche.


Ora c’è il timore che domenica prossima possano infiltrarsi, insieme con i legittimi titolari delle tessere regolarmente registrate, anche gruppi di ultrà in possesso di documenti falsi.





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Sinti e rom insieme: nel campo di Albignasego la scuola dei furti

Il Mattino di Padova

Famiglie diverse trovate a rubare insieme: un salto di qualità nel mondo dei furti. Fermata una banda di predoni che voleva depredare un’azienda in corso Nuova Zelanda. Presi anche due minorenni con gli arnesi da scasso. Fra i quattro denunciati anche il cognato di Casalgrande


di Paolo Baron

Corso Nuova Zelanda
Corso Nuova Zelanda


PADOVA. Sinti e rom insieme a rubare: le nuove generazioni di giostrai e di nomadi hanno trovato punti di contatto grazie a inediti vincoli sentimentali, fondamentali (se pur con qualche incomprensione e colpo di pistola) per superare le ataviche «diffidenze». Mai prima d'ora sinti (molti di questi discendenti da famiglie di giostrai) e rom, infatti, avevano collaborato così assiduamente fra loro nelle attività criminali. Molto più spregiudicati i primi (il loro marchio di fabbrica sono le rapine ai supermercati con tanto di pistole e mitra), furbi i secondi, specializzati anche in truffe ad automobilisti e assicurazioni.


Sinti e rom insieme, dunque: una novità anche per polizia e carabinieri che da decenni «studiano» le bande criminali che imperversano nel Padovano e non solo. Uno dei primi riscontri dell'impensabile sodalizio (le nuove generazioni agiscono senza il placet dei «vecchi») l'hanno avuto i carabinieri del Radiomobile comandati dal tenente Luca Bordin l'altra notte, quando hanno bloccato una banda di predoni in attesa di sferrare il colpo in un'azienda in corso Nuova Zelanda, in zona industriale.


In caserma, denunciati per porto ingiustificato di arnesi atti allo scasso, è finito Fiore Ricci, 20 anni, residente nel campo nomadi di Albignasego in via Manara, cognato di Alex Casalgrande e figlio di Vittorio Crovi, discendente di una conosciutissima famiglia di giostrai. Fiore Ricci, oltre che essere già stato denunciato perché cercò di investire tre ragazzi davanti al Crazy Cocktail all'ex Foro Boario nel maggio del 2009 e arrestato nel novembre dello stesso anno perché «pizzicato» a rubare (invano) in un'auto a San Vito di Vigonza, è stato fotosegnalato insieme a Davide Braidic, 27 anni, residente a Milano ma domiciliato in via Vigonovese a Padova e ad altri due ragazzi: entrambi nomadi, nati uno a Venezia, di 16 anni, e l'altro a Conegliano, di 17 anni (per l'episodio di Vigonza Fiore Ricci fu condannato a otto mesi di reclusione).


I militari hanno bloccato i quattro alle 3 di notte, mentre tentavano di fuggire a bordo di una Lancia Y grigia. Più o meno la stessa reazione che hanno avuto Alex Casalgrande e Anthony Reinard sabato pomeriggio, quando hanno buttato a terra un carabiniere e sono fuggiti a bordo della Golf nera, imboccando contromano via del Giglio e uccidendo sul colpo Marina Badiello, colpevole soltanto di trovarsi in sella al suo scooter nel momento sbagliato e nel posto sbagliato.


Dentro il bagagliaio della Lancia Y (i militari, ora, stanno verificano a chi è intestato il veicolo) c'erano alcuni cacciaviti, una chiave inglese e un grosso scalpello. I «ferri del mestiere» insomma, arnesi da scasso utilizzati per rompere lucchetti, forzare serrature e spaccare finestre. Niente refurtiva: tuttavia, visto le denunce di furto accumulate in passato, i carabinieri non hanno avuto alcun dubbio e hanno avvertito il magistrato di turno, che ha ordinato che venissero denunciati.


Il fermo dei quattro non è, tuttavia, casuale: dopo la tragedia che ha colpito la comunità di San Bellino (Marina Badiello viveva con il marito Massimo Miazzo e la figlia in via Portorose, una laterale di via Buonarroti), carabinieri e polizia hanno deciso di effettuare nuovi e più serrati controlli alle attività di chi vive nei campi nomadi, sia della città che in cintura urbana. E non è la prima volta che, grazie a questa attività, vengano colti in flagranza di reato (soprattutto furto) giovani e giovanissimi nomadi o discendenti di famiglie di giostrai che razziano un po' di tutto.



(24 agosto 2010)




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I giostrai scrivono: "Siamo ladri, non assassini"

IL Mattino di Padova

Dopo lo schianto che ha travolto e ucciso Marina Badiello, Alex Casalgrande e Anthony Reinard scrivono: "Resteremo per sempre con il rimorso". Il giostraio che era alla guida dell’auto rischia l’accusa di omicidio volontario e fino a 21 anni di carcere

di Enzo Bordin

Alex Casalgrande e Anthony Reinard
Alex Casalgrande e Anthony Reinard


PADOVA.
In vista dell'udienza di convalida fissata per le 10 di oggi, il pm Silvia Scamurra ha inviato al gip Vincenzo Sgubbi le richieste: custodia cautelare in carcere per Alex Casalgrande e divieto di dimora a Padova per il fratello Anthony Reinard. Per il primo viene sollecitata la convalida dell'arresto per omicidio colposo e, in alternativa, l'omicidio volontario come dolo eventuale. Richieste legate all'investimento mortale di Marina Badiello, falciata sabato scorso dalla Golf nera in contromano sulla quale viaggiavano i due fratelli nomadi.


Nello specifico, siamo di fronte a tre alternative: perché il fatto di colpa si concretizzi, bisogna che l'omicidio sia frutto di una morte non voluta; ma può sussistere anche la colpa con previsione, o colpa cosciente, allorché si prevede che una determinata condotta può comportare conseguenze anche mortali. Tale circostanza rientra nell'ambito dell'omicidio colposo, pur se come aggravante.


DOLO EVENTUALE. Il dolo eventuale si configura invece nella sfera dell'omicidio volontario. Anche se esiste una sottile (e talvolta impercettibile) differenza tra colpa cosciente e dolo eventuale, la qualità tra i due reati appare abissale, anche in rapporto alla pena prevista: 21 anni per l'omicidio volontario. Il problema per il gip Sgubbi, magistrato peraltro eccellente in dottrina, è se in questo caso siamo in presenza dell'omicidio colposo o doloso.

Non essendoci il dolo diretto, ossia l'intenzione volontaria di uccidere la povera donna in ciclomotore che non aveva violato alcuna norma del codice stradale, c'è da chiedersi se il conducente della Golf che correva a tutto gas contromano non abbia accettato il rischio di uccidere quella persona. E qui però ci si trova davanti a uno scoglio interpretativo in diritto di non facile soluzione, dal momento che la condotta del guidatore avrebbe potuto produrre, in teoria, non solo la morte di Marina Badiello bensì di una pluralità indistinta di altri soggetti da uccidere. La volontarietà resta pertanto un'ipotesi remota.


OGGI L'AUTOPSIA.
Ad Alex Casalgrande, come del resto a suo fratello Anthony Reinard, viene inoltre contestato il tentato furto di gasolio dal furgone della ditta di trasporti Bartolini, nonché i reati di resistenza e lesioni (lievi) ad uno dei carabinieri di pattuglia, colpito da una sportellata mentre cercava di bloccare Reinard. Entrambi, gravati da recidiva specifica, sono difesi dal penalista padovano Carlo Augenti. E sempre stamattina verrà eseguita l'autopsia sul cadavere di Marina Badiello.

Ad eseguirla sarà il medico legale Rossella Snenghi, incaricata dal pm Scamurra di accertare, sulla base del tipo e dell'entità delle lesioni riportate dopo l'impatto con l'auto «omicida», se la vittima è morta sul colpo oppure no. Intanto ieri mattina tre donne nomadi, parenti strette dei due arrestati, si sono presentate in tribunale chiedendo di parlare con il giudice. Tentativo vano. Le previsioni dell'udienza preliminare sono queste: conferma del carcere per Calsagrande e scarcerazione con divieto di dimora nel Padovano per Reinard. Entrambi sono molto conosciuti a Vigonza, avendo là frequentato la scuola ed essendosi più volte distinti per una certa «vivacità» di comportamento.


LETTERA DEI FAMILIARI. Una tragedia di questa entità non se l'aspettava nessuno. Tra un furto ed un omicidio, pur se non voluto, ci sono anni luce di differenza. Gli stessi familiari di Alex Casalgrande e Anthony Reninard hanno scritto una lettera al nostro giornale dettata in prima persona dai due fratelli nomadi. Si rendono conto del loro agire scriteriato: «Da un piccolo tentato furto di gasolio è uscita una tragedia maledetta», ammettono. Riflettendo su quanto hanno commesso, porgono al marito e alla figlia di Marina Badiello «scuse che vengono dal cuore, anche se non ridaranno la vita a quella persona».


IL DOCUMENTO La lettera dei due giostrai (file PDF)


IL RIMORSO.
I due giovani spiegano: «Quel percorso rappresenterà sempre un rimorso nella nostra coscienza». Poi si confessano: «Nella nostra vita, sì, abbiano commesso piccoli furti, ma non avremmo mai fatto del male neanche ad un animale». E si dicono angosciati dal fatto che «poteva esserci qualsiasi persona e soprattutto un bambino». Il loro pensiero ritorna però, inevitabilmente, «a quella maledetta strada di divieto dove è successa la tragedia, per una svista in preda al panico».



(24 agosto 2010)




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Carriera flash in Rai per l’amico di Giancarlo

di Laura Rio


Le manovre nella tv pubblica. Dopo il format in Festa italiana Roberto Quintino, molto legato a Giancarlo Tulliani, ha appena ottenuto una consulenza biennale in radio



 


Ma che fine hanno fatto i Tulliani’s friends? Di cosa campano gli amici o soci in affari che il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, ha usato per metter piede nella Tv di Stato? Dopo la valanga di rivelazioni uscite sulla stampa sui business che la famiglia acquisita del presidente della Camera aveva fatto o progettava di fare in Rai grazie agli appoggi politici, alcuni di loro continuano a lavorare per l’azienda pubblica, magari in posizioni più defilate. Di commesse Rai ne avevano anche prima di incrociare il «cognatino», anzi erano proprio gli agganci che vantavano a viale Mazzini ad aver attratto il fratello di Elisabetta, la compagna di Fini.

Prendiamo per esempio Roberto Quintini, giornalista e scrittore, che da una decina d’anni ha scoperto la vocazione televisiva come autore/ideatore/compratore di programmi. È stato lui il tramite attraverso cui la società (At media) intestata alla mamma di Elisabetta Tulliani (ma dietro la quale si celava il figlio Giancarlo) ha ottenuto la commessa per il format Per capirti andato in onda su Raiuno all’interno di Festa Italiana e, dopo lo scandalo, non riprogrammato per la prossima stagione. Guadagno per la famiglia Tulliani: un milione e mezzo di euro. Bene, Quintini si è rifugiato a Radio Rai, settore dell’azienda pubblica amatissino dagli ascoltatori, ma certamente meno in vista.

Il giornalista ha ottenuto un contratto di consulenza biennale come direttore artistico. Suo il compito di preparare lo sbarco sul web di due nuovi canali tematici radiofonici che dovrebbe avvenire a settembre e che servirà come sperimentazione per i futuri ed eventuali nuovi canali digitali «on air». Inoltre si è preso un altro lavoretto: una specie di reality radiofonico (che lui si picca di definire il «primo», anche se negli ultimi anni ce ne sono stati molti) intitolato Donne che parlano e andato in onda quest’inverno e che sarà probabilmente riproposto.
Particolare non trascurabile: il direttore di tutta la radiofonia è Bruno Socillo, di provata fede finiana nonché amico del fondatore del neonato gruppo Futuro e libertà. Insomma un giro di amicizie e di comunanza di idee politiche. «Ho affidato l’incarico di direttore artistico per le radio tematiche a Quintini - risponde Socillo interpellato sulla questione - perché è un professionista che conosco da trent’anni, con cui ho lavorato in passato e che ha tutte le caratteristiche per ricoprire quel ruolo». Certo, ma tra i tanti che lavorano in Rai nessuno era all’altezza?

Stesso discorso per Angelo Mellone, tra i fondatori di Farefuturo, il pensatoio finiano, assunto a Radio Rai come capostruttura in primavera, poco prima che si arrivasse alla rottura tra Berlusconi e il presidente della Camera. («Ha un curriculum di tutto rispetto, c’era una posizione dirigenziale da coprire, ha presentato domanda di assunzione e mi sembrava la persona giusta»). Fosse così semplice per tutti i professionisti capaci...

Le cronache raccontano di altri produttori a cui Tulliani si era legato per ottenere lavori dalla Rai come Geppino Afeltra, organizzatore di eventi musicali, ex manager di Gigi D’Alessio, e Massimo Ferrero, produttore televisivo attraverso la Ellemme group. Afeltra, che aiutò il fratello di Elisabetta per alcune trasmissioni musicali per Raidue, quest’estate è riuscito a riproporre una sua trasmissione sul primo canale Rai, intitolata Mare Latino e condotta da Massimo Giletti ed Elisa Isoardi da Palinuro, ottenendo scarsi risultati d’ascolto: solo l’8 per cento di share.

Ferrero invece è in trepida attesa per la sua fiction Mia madre, due puntate sull’emigrazione calabrese. Già girata, con un budget di ben cinque milioni di euro, protagonisti Ricky Tognazzi e Bianca Guaccero, non ha ottenuto l’approvazione del Cda Rai a causa delle opacità degli assetti societari. Un forte danno per il produttore (anche se il direttore di Rai Fiction Del Noce assicura che tutto è a posto) se a settembre, al rientro dei consiglieri, non passerà il vaglio definitivo. Insomma, dopo le tante inchieste finite sui giornali, in Rai vanno più cauti ad affidare commesse.






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Finanzieri e consulenti gli "amici" di Tulliani

IL Tempo

Gli avvocati di Giancarlo: "L'affitto dell'abitazione non fu ottenuto grazie alla mediazione immobiliare". I legali: "Tulliani non ha rilasciato nessuna dichiarazione a riguardo". 


INTERNET la soap Tullianos conquista il web


Doppio lavoro, a fine agosto, per gli avvocati dei Tulliani. Elisabetta querela, Giancarlo smentisce. Ma nessuno dei due parla in prima persona, i fratelli mandano avanti i legali. Da Carlo e Adriano Izzo che assistono fidanzata e cognato di Fini ieri è arrivata la smentita alle indiscrezioni del Corriere della Sera. Quegli strani messaggi in bottiglia di Giancarlo che «agli amici avrebbe detto…». Ebbene, secondo gli avvocati «non corrisponde assolutamente al vero la notizia secondo la quale il Sig. Giancarlo Tulliani avrebbe spiegato che l'affitto di Montecarlo sarebbe una sorta di provvigione per l'intermediazione svolta per la vendita dell'appartamento monegasco. Una specie di favore, un riconoscimento per la sua opera di mediatore. Il nostro assistito – concludono - non ha mai rilasciato alcuna dichiarazione sull'argomento».


Di certo Giancarlo si sfoga solo con i suoi avvocati, la famiglia e gli amici. Ma chi sono gli amici del cognato di Fini? Da quando è scoppiato il gran casino di Montecarlo è cominciata ad affiorare una nutrita schiera di personaggi. In gran parte uniti dalla passione per i Caraibi. Come il finanziere Gianfranco Comparetti che nega di conoscere Tulliani ma spunta dagli atti per la compravendita dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte.



Proprietario dello Yacht Club Villas at Cul de sac ad Anguilla, altro paradiso fiscale vicino all'isola di Santa Lucia, segnalato dall'Ocse come possibile terminale di operazioni di riciclaggio internazionale. Poi c'è l'amministratore delegato della Printemps Ltd, il trust a cui è stata inizialmente venduta da An la casetta del Principato. Si chiama Bastiaan Anthonie Izelaar, è un professionista del Principato, che rappresenta molteplici interessi dal settore finanziario a quello petrolifero. Nel rogito notarile monsieur Izelaar figura anche come direttore generale della società Jaman Directors Ltd, anch'essa partecipante alla compravendita e che con la Printemps e la Timara condivide la sede di Manoel Street a Castries.


Fra i contatti caraibici c'è anche James Walfenzao, l'uomo che firmò il contratto di acquisto della casa da An e che è rappresentante nell'isola di Saint Lucia della Corpag, una società di servizi delle Antille olandesi con filiali in molti paradisi fiscali. Walfenzao è anche consulente, amministratore e prestanome di Francesco Corallo, nato a Catania nel 1960 (figlio di Gaetano, già coinvolto in indagini legate ai casinò e ad affari con soggetti vicini al boss catanese Nitto Santapaola), e titolare della multinazionale del gioco Atlantis World con base alle Antille. Quando sbarca in Italia, Corallo sceglie come suo rappresentante il vecchio amico Amedeo Laboccetta, dagli anni ottanta colonna del Msi napoletano e poi di An.



Il deputato del Pdl che ogni anno va in vacanza alle Antille e vuole essere sepolto lì. A Montecarlo, invece, Giancarlo ha stretto una serie di contatti c'è chi dice esibendo puntualmente come biglietto da visita i rapporti di famiglia con il nostro presidente della Camera. Tra questi c'è Stefano Garzelli, titolare dell'azienda di ristrutturazioni monegasche Tecab che ha svolto i lavori all'interno dell'appartamento donato ad Alleanza Nazionale dalla contessa Colleoni. Quel Garzelli che in un'intervista a Il Giornale ha rivelato che «C'era un rapporto diretto fra Giancarlo Tulliani e la società Timara Ltd proprietaria dell'immobile. Abbiamo fatturato i centomila euro dei lavori a un architetto che faceva da tramite e che aveva rapporti con questo Tulliani e con la società».


Nel Principato il cognome Garzelli è conosciutissimo: il padre di Stefano, Luciano, fa parte del Comitato degli italiani a Monaco ma soprattutto è amministratore delegato della Engeco, una delle più grandi società di costruzioni del Principato di cui, all'atto della fondazione nel 1984, tra i soci figurava anche Stefano Casiraghi. A settembre del 2009, quando Mike Bongiorno venne stroncato da un infarto a Montecarlo nella sua camera dell'Hotel Metropole, Luciano Garzelli finì anche sui giornali italiani con un ricordo dell'amico scomparso: sulla rocca, i coniugi Bongiorno avevano infatti acquistato una bella casa, prospiciente al Forum Grimaldi, proprio dalla società Engeco, poi in seguito ad un furto, traumatico, preferirono darla in affitto e trasferirsi in albergo. Garzelli senior negli anni Novanta è stato anche responsabile delle attività del general contractor italiano Impregilo in Francia e nel luglio 2005 venne cooptato nel Consiglio Direttivo di Confimmobiliare (l'associazione di categoria dei gestori dei patrimoni immobiliari) a fianco di Francesco Bellavista Caltagirone, Michele Gianni e Danilo Coppola. Era, quella, l'estate dei «furbetti». Più o meno come questa.




Camilla Conti
24/08/2010






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Il giallo del Van Gogh rubato al Cairo Arrestato sottosegretario alla Cultura

Il Messaggero

L'accusa al funzionario del ministero egiziano:
negligenza e difetti nei meccanismi di sicurezza


 

ROMA (23 agosto) - Mohses Shaalan, sottosegretario al ministero della Cultura egiziano responsabile della sezione Belle Arti, e altri quattro funzionari dello stesso dicastero sono stati arrestati nell'ambito dell'inchiesta sul furto della tela I papaveri, di Vincent Van Gogh, sparita lo scorso sabato dal museo Mohamed Mahmud Khalil del Cairo e non ancora ritrovata. Tutti sono stati accusati di negligenza e trascorreranno almeno i prossimi quattro giorni in prigione. 


A renderlo noto è il sito online della Bbc. Secondo quanto ordinato dal procuratore generale, Abdel Meguid Mahmud, i cinque funzionari sono accusati di «negligenza e mancato eseguimento dei propri compiti» dopo che le indagini hanno scoperto «flagranti difetti» dei meccanismi di sicurezza del museo, dato che nessun allarme era attivato e solo 7 delle 43 telecamere erano correttamente in funzione. Elementi decisivi, questi, per il buon esito del furto della tela, del valore commerciale di 39 milioni di euro. Il procuratore generale ha poi ordinato il divieto di lasciare la città ad altri nove funzionari del ministero della Cultura. 



Il governo non ha voluto commentare l'arresto, mentre la polizia ha spiegato che sta concentrando le proprie ricerche nei porti e negli aeroporti del Paese. Lo scorso sabato, poche ore dopo il colpo al museo, era stata diffusa la notizia, poi rivelatasi infondata, che la tela era in mano a una coppia di italiani, sorpresi mentre stavano per prendere un aereo.




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Trovata la reggia di Ulisse Omero aveva ragione»

Corriere della sera

A Itaca ceramiche e i resti di un palazzo di origine micenea


F orse sarebbe più onesto chiamarlo «palazzo di Penelope», visto che Ulisse, tra guerre, viaggi, necessarie furbizie e dispettose avversioni degli dei, in quella casa c'è stato davvero poco: ma comunque le si chiami, le tracce di un edificio di epoca micenea, scoperte a Itaca da un gruppo di archeologi greci, sono una notizia destinata a restituire la luce che merita a tanti anni di lavoro oscuro di questi studiosi. Protagonista della scoperta è il professor Athanasios Papadopoulos, dell'università di Ioannina, che da sedici anni scava con la sua équipe nell'isola ionica, sulle tracce della reggia descritta da Omero.

Il ritrovamento è avvenuto a Exogi, una località nel nord dell'isola: qui sono emerse le strutture di un edificio a tre livelli. Gli elementi che porterebbero a identificarlo come la reggia del figlio di Laerte sono sostanzialmente tre: la forma, riconducibile ad altri palazzi micenei, con scale scavate nella roccia; frammenti di ceramiche della stessa epoca (le prime notizie parlano di porcellane, ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione, visto che la porcellana è di molto posteriore); una fontana, che gli archeologi hanno potuto datare al XIII secolo avanti Cristo, cioè l'epoca in cui sarebbe vissuto Ulisse.


Papadopoulos - secondo quanto riporta l'agenzia Ansa da Atene - ha spiegato che il palazzo è simile per dimensioni e struttura a quelli già attribuiti ad Agamennone, Menelao o Nestore a Micene, Pellana, Pilos, Tirinto. L'ultima scoperta simile è del 2006 quando il professor Yannos Lolos riportò alla luce a Salamina il palazzo che sarebbe stato di Aiace Telamonio. E sempre a Itaca alcuni anni fa Papadopoulos e la sua collega Litsa Kontorli avevano scoperto una tavoletta con incisa una scena dell'Odissea: Ulisse legato all'albero della sua nave per resistere al canto delle sirene. Già allora i due archeologi avevano annunciato di «essere vicini» alla scoperta del palazzo dove Ulisse dovette sterminare i Proci. 



La notizia ha rinnovato l'emozione che segue ogni ritrovamento sulle tracce della storia omerica, a cominciare dalla scoperta di Troia ad opera di Schliemann. «Quel che conta è il ritrovamento di un edificio di epoca micenea - conferma Andrea Carandini, che da anni scava il Palatino a Roma - e la datazione della fontana può aiutare a definire il contesto. Se poi lo si pospone nel mito dell'Odissea è facile farlo diventare il palazzo di Ulisse». «Che si scavi sull'ispirazione di Omero è comprensibile - aggiunge Adriano La Regina, per decenni sovrintendente archeologico a Roma - ma ora la notizia importante è proprio l'edificio, così come è successo per la reggia di Nestore a Pilos. Che si tratti di Ulisse o no interessa fino a un certo punto, ora sappiamo che a Itaca c'era un re miceneo. E spero che si trovi anche l'archivio: tavolette importantissime in scrittura micenea che oggi siamo in grado di decifrare e che possono dare informazioni preziose».

Al collegamento tra i ritrovamenti archeologici e i poemi omerici del VII secolo, presta più attenzione lo storico Luciano Canfora: «Noi abbiamo un'idea riduttiva dell'epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall'assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L'archeologia cerca qualcosa che forse c'è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero - insiste Canfora - non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l'unica forma di comunicazione».



L'unico deluso dal ritrovamento di Papadopulos dev'essere Robert Bittlestone, imprenditore inglese amante dell'antichità, che qualche anno fa s'era convinto che la vera Itaca non fosse affatto l'isoletta che ancora oggi porta quel nome. Per lui la vera Itaca col passare dei millenni s'era trasformata nella penisola di Paliki sulla costa nordoccidentale della vicina Cefalonia e per dimostrarlo aveva profuso molte energie e sofisticate fotografie satellitari. Ma forse a Ulisse (e a Penelope) questo ennesimo cambiar casa non era piaciuto. 


Paolo Fallai
24 agosto 2010



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Ahmadinejad: 'Ecco Karar, il primo drone iraniano'

Repubblica

L'Iran presenta il suo primo drone, un aereo comandato a distanza, prodotto interamente nel paese
È stato lo stesso presidente Mahmoud Ahmadinejad a presiedere la cerimonia di inaugurazione del velivolo di quattro metri in occasione della celebrazione della "Giornata dell'industria bellica nazionale". Il drone iraniano è stato battezzato "Karar", che significa caccia, dal momento che sarà in grado di trasportare e sganciare missili esplosivi

Dalle tasse alla residenza tutti i dubbi su Tulliani

di Redazione

Un italiano che vive nel Principato: "Non è chiaro se An pagò la successione. E Tulliani ha i requisiti per abitare dove sta?". Le smentite tardive.  


Gasparri: "Fini faccia chiarezza sui beni di An".


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma

La doppia compravendita, il contratto d’affitto, i requisiti per la residenza nel Principato, la mancata prelazione d’acquisto da parte delle autorità monegasche. L’affaire immobiliare a Montecarlo, nel silenzio dei protagonisti, continua a sollevare interrogativi ai quali, prima o poi, Fini e i Tulliani potrebbero degnarsi di rispondere. Per ora si registra solo una tardiva smentita di Giancarlo Tulliani, che ieri attraverso i suoi legali ha negato che l’affitto nella casa monegasca sarebbe un «premio» per la sua opera di intermediazione. Il Corsera l’aveva scritto il 19 agosto, ripreso da molte testate, e l’aveva ribadito sabato scorso. In ritardo di parecchi giorni, arriva dunque la smentita.


Ma intanto, proprio sul «ruolo» del cognato, ieri ha posto qualche domanda un consulente d’affari italiano residente a Montecarlo da anni, Maurizio Valentini. Che ha scritto a Dagospia per rappresentare quelli che, a suo dire, sono i punti meno chiari della vendita di quella casa. Una lettera in otto punti, gli stessi dei «chiarimenti» forniti dal presidente della Camera, nei quali Valentini manifesta diverse perplessità. La prima riguarda l’ex partito di Fini, ossia An.


Il consulente d’affari ricorda infatti che nel Principato «la tassa di successione per soggetti non discendenti è del 16%». E poiché Alleanza nazionale era “soggetto estraneo” ad Anna Maria Colleoni, pur con qualifica di erede universale, Valentini si domanda se «ha pagato la tassa di successione al governo monegasco» e «se sì, su quale valore». Domanda non oziosa, visto che, se in Italia i partiti sono esenti dalle tasse di successione, oltreconfine non accade la stessa cosa. E sarebbe interessante comprendere qual era la valutazione dell’appartamento al 14 di boulevard Princesse Charlotte ai fini del calcolo dell’imposta quando An ne entrò in possesso.


Ma anche sulla compravendita il consulente ha da ridire, perché quella cifra così bassa (300mila euro) avrebbe finito per danneggiare anche il Principato, che incassa come imposta di registro il 6,5 per cento del valore della transazione. Secondo Valentini per le autorità monegasche, dunque, la vendita a un quinto del valore di mercato sarebbe stato un discreto danno. «Con quei soldi ci si compra un posto auto. Ma anche - spiega al Giornale Valentini - se quello è davvero il prezzo di vendita, il governo a quel punto avrebbe dovuto far valere il suo diritto di prelazione a parità di prezzo.


Non è solo un modo per dissuadere dal concludere transazioni registrandole per valori inferiori, ma è anche uno stratagemma con il quale si risponde a una esigenza sociale. Il Principato ha l’obbligo di assicurare una residenza “agevolata” ai cittadini monegaschi. Tendenzialmente, questi abitano con un affitto agevolato in case di proprietà del Principato, altrimenti la differenza tra fitto calmierato e prezzi di mercato la paga il governo. In lista d’attesa ci sono circa 280 famiglie. Dunque l’interesse per far valere il proprio diritto di prelazione è concreto. Mi chiedo se al momento del primo e del secondo rogito sia stato segnalato al demanio il valore della compravendita della casa al 14 di boulevard Princesse Charlotte».


Sempre Valentini sottolinea, ancora sul fronte dell’appartamento, che «la maggior parte degli edifici costruiti prima del settembre ’47 sono nella categoria “protégé”. Questo limita il valore del bene perché il proprietario ha l’obbligo di vendere o affittare l’immobile solo a determinate tipologie di acquirenti o inquilini “protetti”, per esempio monegaschi dalla nascita. Se il palazzo è “protégé”, e Tulliani non ha i requisiti di cui sopra, non potrebbe abitarci. E An non avrebbe potuto vendere a quella società». Quanto a Tulliani, nella sua lettera a Dagospia Valentini fa le pulci ai requisiti per la residenza.

«Per divenire monegaschi - scrive - è necessario avere un contratto di lavoro ufficiale con un’azienda monegasca o provare, attraverso una certificazione bancaria, che il soggetto può vivere a Monaco senza esercitare alcuna professione. Per rilasciare il documento, le banche chiedono un deposito di almeno 300mila euro (...) come ha fatto il signor Tulliani a esportare una somma così ingente?». Domanda «bissata» per l’acquisto della Ferrari, da quasi 200mila euro: «Da dove sono usciti questi soldi?», si chiede ancora Valentini.



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